mercoledì 23 maggio 2018

Pilkington (S. Salvo, Europa).

(...l'ho presa benissimo...)


La storia è qui. Oggi siamo messi così:



Il mio commento è questo:


(la definizione di posizionamento sul mercato è qui: è semplicemente il rapporto fra saldo commerciale in un settore specifico, e volume del commercio mondiale nello stesso settore).

Ai lettori del blog non occorrerà altro.

Agli altri voglio dire una cosa.

L'esperienza della mia candidatura mi ha posto improvvisamente a confronto con un aspetto dell'impegno politico che mi era del tutto oscuro, per quanto nulla abbia di segreto o di arcano: la sua dimensione territoriale. Banalmente: si viene eletti in collegi, che sono porzioni di territorio. Io non ero un politico, quindi non ci avevo mai pensato.

Più volte ho espresso, ad esempio qui, il mio rispetto per gli attivisti che sul territorio da anni costruiscono quella struttura che mi ha consentito di avvicinarmi agli elettori e ai loro problemi. Il loro lavoro umile e tenace è stato il presupposto per l'affermazione delle mie idee. Ma ce n'era anche un altro di presupposto, perché le mie idee si affermassero: che queste idee ci fossero, e che io avessi il coraggio civile di esprimerle su questo blog. Il mio collegio, quindi, è in primis et ante omnia il web, e questo non lo dimentico, né dovrebbero dimenticarlo gli altri.

C'è anche una dimensione meno esaltante, per me che tendo a parlare di ciò che so, dell'impegno politico territoriale, soprattutto con una legge come il Rosatellum. Mi mette oggettivamente in difficoltà il fatto, peraltro comprensibile, e entro certi termini fisiologico, di essere visto nel "mio" collegio, quello in cui sono "scattato" perché ho preso meno (non più: meno) voti che altrove, come un taumaturgo, o, come oggi si direbbe, un tuttologo, che tutto deve sapere e che tutto deve risolvere (con o senza imposizione delle mani). Ripeto che se fossi stato chiamato a optare dalla legge elettorale avrei forse optato per l'Abruzzo, perché la mia attività professionale mi ha portato a conoscere le criticità di quella regione più di altre dove ero candidato (certo, sono affettivamente legato alla Toscana, e questa settimana sarò a Campi Bisenzio, Arezzo e Siena, ma se dovessi dire che conosco le criticità di quella regione come conosco quelle abruzzesi mentirei: comunque, sono disposto sempre ad ascoltare e imparare: e per questo vado a Campi Bisenzio, Arezzo, e Siena).

Il punto che vorrei sottolineare però non riguarda strettamente il rapporto con gli elettori. Loro hanno assolutamente il sacrosanto diritto di sentirsi rappresentati a Roma, e io ho il dovere imperativo di rappresentarli, tutti, inclusi quelli che avrebbero preferito essere rappresentati da politici con una visione discutibile dell'interesse del paese (vedi sotto). Tuttavia gli elettori dovrebbero capire, e senz'altro capiranno, che certo, io sono colui che sono, e soprattutto so quello che so, ma purtroppo sono ancora uno e non trino, il che mi impone di scegliere il campo di battaglia su cui schierarmi. Andare in giro a far promesse sperando che qualcuno le mantenga (more piddino) è senz'altro un'attività piacevole: poi si va a cena insieme, se si ha tempo (io non ne ho), l'Italia è un posto dove si mangia bene e l'Abruzzo un posto dove si mangia meglio (io sono perennemente a dieta), e domani è un altro giorno. Ma naturalmente se si fa questo, gli elettori lo capiranno, non si fanno altre cose: non si combatte a livello nazionale, non ci si occupa della legge di bilancio, non si gestisce il rapporto con l'Europa.

Volete sapere come gestisce questo rapporto il PD? Per darvene plastica rappresentazione, basterà che vi dica chi si sta occupando della redazione del bilancio dell'UE in questo momento. Sì, sto parlando di quel bilancio che nei sogni di Giove Macronio dovrebbe essere gestito dal Ministro delle Finanze Europeo per rilanciare lo sviluppo dell'Europa (che non esiste), con una quantità di soldi che è irrisoria se paragonata all'obiettivo dichiarato, e spropositata se paragonata all'obiettivo vero: integrare nei mercati del lavoro delle nazioni dove il lavoro c'è (Germania) lavoratori esteri a basso costo, per proseguire con la politica di dumping ai nostri danni (anziché consentire a noi una gestione razionale del processo migratorio, rimpatri compresi).

Bene, ve lo racconto. Il prossimo quadro finanziario pluriannuale (MFF), il budget post-2020, è già stato ipotecato, e rappresenta un caso lampante (forse il più lampante) dello strapotere tedesco e dell’inconsistenza italiana. A gennaio 2016, in un seminario per pochi eletti, Schaeuble ha dettato la linea, intimando ai presenti (fra cui il senior management della Commissione) di smetterla di blaterare di budget per la zona euro, di nuovi strumenti di bilancio (insomma, di lasciar parlare i francesi), e di concentrarsi invece sul taglio delle vecchie priorità del budget (agricoltura e coesione, cioè, se vogliamo, Francia e Italia) per finanziare le nuove (difesa, migrazione, sicurezza interna ed esterna). Priorità tedesche, da gestire alla tedesca, ovviamente. Da quel giorno tutta la Commissione ha iniziato a preparare la proposta del futuro budget in base a quella linea. A Roma non si sono mossi. Il tema non gli interessava (nonostante gli allarmi di alcuni nostri funzionari), e ovviamente i risultati si sono visti: nel corso del 2016-2017 tutta la scala gerarchica di chi si occupava del futuro budget è stata occupata da tedeschi, contravvenendo alle regole di funzionamento interno delle Commissione, che a chiacchiere esigono una rappresentanza equilibrata delle diverse nazionalità.

Vi ricordate chi era il Commissario al budget e alle risorse umane? Kristalina Georgieva, che con un tempestivo promoveatur ut amoveatur, determinato da conflitti con Selmayr (questo), se n’è andata alla World Bank, lasciando il posto di Commissario responsabile a Oettinger (tedesco, CDU). Scendendo per li rami, chi troviamo? La Direttrice Generale è Nadia Calviño, quota socialista spagnola: le apparenza bisogna pur salvarle. Sotto di lei il Vicedirettore Generale è un italiano: siamo in mano sua. Quindi tutto bene? Aspettate. Sotto l'italiano, il Direttore è Stefan Lehner, tedesco, un passato al Bundesministerium der Finanzen, caso unico in Commissione di un funzionario che pur occupandosi di fondi non è stato spostato dopo i fatidici cinque anni (qui trovate le sue variopinte e rassicuranti slides). Lui è lì da dodici, a gestire i soldi dell'intera Leuropa, e il 2021-2027 è il terzo quadro finanziario pluriannuale che decide, mentre, per fare solo un esempio, i segretari amministrativi dei nostri Dipartimenti universitari sono soggetti a rigida turnazione perché "ce lo chiede l'anticorruzione"! Sotto di lui, capo unità, Andreas Schwarz, ex watchdog tedesco nel gabinetto della Georgieva (liquidata come s'è detto). Sotto di lui, altro caso unico in Commissione, il vice capo unità è un altro tedesco, Claudius Schmitt-Faber, che è appena tornato un anno fa da un distacco di due anni al Bundesministerium der Finanzen. Sotto di lui, altri due tedeschi: uno (Michael Grams) era ad Ecfin nel Desk Germania, dove si occupava di dire che il surplus estero tedesco non è un problema e di ammorbidire le raccomandazioni della Commissione alla Germania; l'altro, Thilo Maurer, lavorava con un mio nuovo collega (indovinate quale)! Così si blinda la preparazione del bilancio settennale, nell'inerzia italiana.

E io devo stare ad ascoltare le lezioncine sbagliate di economia del rappresentante di un partito che ha permesso tutto questo? Non credo proprio, non funziona così: io posso anche accettarlo per cortesia, e l'ho fatto,ma quali elettori lo accetteranno, dopo aver letto i fatti che precedono? Perché è lì, in quei tavoli, che si decide l'allocazione dei fondi per il rilancio del nostro paese, e chi oggi fa il patriota vuoto a perdere quei tavoli li ha disertati, e quindi dovrebbe avere il pudore di tacere.

Sono stato io il primo a dire che entro certi limiti è opportuno che i parlamentari del territorio si uniscano e facciano fronte comune a Roma come i parlamentari tedeschi si uniscono e fanno fronte comune a Bruxelles (vedi sopra). Però vorrei anche che uscissimo una volta per tutte dalla retorica dall'embrassons nous generale, da questo buonismo assolutorio, dalla demagogia del "rimbocchiamoci le maniche insieme". Vorrei che capissimo che chi è stato parte del problema non potrà essere parte della soluzione, e se anche potesse entro certi limiti non sarebbe giusto coinvolgerlo: sarebbe invocare una politica senza responsabilità. Gli errori devono essere pagati. 

Gli amministratori, per carità, fanno bene ad assicurare il pluralismo, ci mancherebbe. Mi sembra senz'altro lecito dare l'ultima parola a chi è stato sconfitto dagli elettori e permettergli di dire le sue banalità senza assicurare diritto di replica a chi invece le elezioni le ha vinte perché aveva argomenti. Tuttavia, vorrei dire che per avere questo non devo sbattermi a tre ore di macchina da Roma: mi basta restare a casa mia e mettermi in collegamento telefonico con una trasmissione radiofonica del servizio pubblico. Devo anche rimarcare che ieri sera, in una diversa riunione, presieduta da uno che si è fatto sette legislature, è stato due volte ministro, ed è stato molto cortese con me, mi hanno detto che normalmente non si fa così, e che l'ultima parola spetta d'abitudine alla maggioranza (io ho obiettato che la maggioranza ancora non c'è, il che stava causando qualche problema procedurale). Però a me questo modus operandi sembra accettabilissimo, e anzi, incoraggio chiunque in futuro mi inviterà a fare così, a concepire il contraddittorio in questo modo, e sapete perché lo incoraggio? Perché così facendo il bisturi del voto inciderà definitivamente il bubbone. Non so se le elezioni politiche saranno fra due mesi o fra cinque anni: so solo che, dopo, non ci saranno giovani esponenti di un partito fallito e fallimentare ad alimentare il contraddittorio, perché il popolo li avrà mandati a stendere (e, con loro, chi continua a dargli tanta immeritata tribuna). Questa è la democrazia, e a me piace. Capisco che agli altri possa non piacere: strano come una meritata vittoria vista dal basso somigli a una immeritata sconfitta!

Bene.

Sia chiaro che io non tollererò più che in mia presenza venga fatta disinformazione (tradotto: la prossima volta mi alzo e me ne vado). Non è con la disinformazione, ma con l'informazione, che sono arrivato in Senato. Non tollererò più che politici che hanno perso, e che gli elettori raderanno definitivamente al suolo (la Valle d'Aosta è solo l'antipasto), si arroghino il diritto di scaricare in mia presenza sul paese, sugli italiani, la colpa di tre decenni di loro fallimenti e di loro umiliante subalternità (vedi sopra la catena di comando del prossimo budget UE). Nessuno mi obbliga a farlo. So che abbiamo vinto solo una battaglia e non la guerra, ma era la vostra Borodino, e il popolo è con noi. Sta cominciando l'estate. Se non vi ritirate ora, vi ritirerete d'inverno. Lascerete per strada ancora qualche Platon Karataev, ma lascerete anche tutti i vostri carri, tutti i vostri cavalli, tutte le vostre bandiere, e soprattutto tutta la vostra insopportabile e radicalmente immotivata spocchia.

E allora, per concludere: io ho il dovere di rappresentare il territorio, di rappresentare le mille esigenze particolari e di fare il possibile per assicurare che venga riparato il ponte tale o l'acquedotto talaltro, e ho già cominciato a fare quanto mi era possibile prima ancora che il governo venisse costituito (e con qualche minimo risultato). Ma chi è sul territorio, e non mi riferisco né agli elettori, né agli attivisti, ma agli amministratori, dovrebbe, nel suo interesse, lasciarmi spiegare (o, se lo desidera, spiegare lui) perché gli investimenti pubblici in Italia sono scesi dai 54 miliardi del 2009 ai 33 del 2017, e quelli in strade dai 10 miliardi del 2009 agli 8 del 2016 (il dato 2017 non è ancora pervenuto):




Questi tagli, di farli, ce l'ha chiesto l'Europa, e non credo che possiate nasconderlo, visto che per anni la solfa del "ce lo chiede l'Europa" l'avete cantata proprio voi. Quindi se si parla di crisi del vetro si parla di Europa, se si parla del fatto che far arrivare un container da Napoli costa poco meno che farlo arrivare dal Vietnam si parla di Europa, se si parla del fatto che le infrastrutture non solo non vengono fatte, ma soprattutto non vengono manutenute si parla di Europa, ecc. E il punto non è che l'Europa è cattiva, ma che chi ci si doveva confrontare non è stato molto intelligente (o è stato troppo furbo). Quindi, se mi chiamate, sappiate che parlerò di Europa: se non volete sentire, basterà non chiamarmi. Sappiate anche che non sarò, perché non penso di doverlo essere, tenero con chi ci ha messo in questa situazione. Io sto bene anche a casa mia, e forse da casa mia posso contribuire meglio a risolvere certi problemi, se non altro portandoli all'attenzione di un pubblico più ampio.

Tanto dovevo agli elettori del Vastese.



(...ah, nel caso qualcuno di quelli che erano lì ieri sera volesse sapere di cosa avrei parlato: avrei parlato anche di questo, per farvi capire che i vostri dossier sono sui nostri tavoli da tempo. Questo fa paura: che anche se il nostro programma fosse identico al vostro, noi riusciremmo a realizzarlo meglio di voi, ed è per questo che giù al Nord sono tanto in apprensione...)

(...avrei l'assemblea Confindustria, ma, alla luce del discorso precedente, piuttosto che andare a sentirmi dire le solite invereconde baggianate, preferisco andare in palestra. Il mio istruttore è un leghista, ma ha anche dei difetti...)

giovedì 17 maggio 2018

La relazione pericolosa

La situazione nella quale mi sono trovato ieri in Commissione Speciale pare fosse completamente inedita. Ricapitolando: del DEF normalmente si occupa la V Commissione Permanente (Bilancio), che però, come sapete, al pari delle altre Commissioni Permanenti non si è ancora potuta insediare, perché ancora non si sa chi sia esattamente maggioranza e chi opposizione (e quindi non si possono assegnare le presidenze di commissione in modo da riflettere e controbilanciare l'equilibrio di poteri determinato - o non determinato! - dal voto). Il governo dimissionario, che avrebbe dovuto presentare il DEF il 10 aprile, ha avuto due ordini di riguardi: ha aspettato un po', per vedere se gli equilibri si definivano, e non ha inserito il "quadro programmatico", cioè non ci ha detto cosa avrebbe voluto fare, dato che in tutta questa incertezza una cosa sola era certa: che qualsiasi cosa fosse, non l'avrebbe fatta lui.

La cosa a grandi linee normalmente va così: c'è un governo, presenta il DEF entro il 10 aprile, viene assegnato per la discussione alla V Commissione, nella quale un relatore di maggioranza riferisce, la discussione si svolge, ognuno dice come la pensa sulle misure proposte dal governo, e poi si dà mandato al relatore di riferire in aula (favorevolmente, per forza di cose, visto che il DEF è prodotto da un governo espressione della stessa maggioranza del relatore).

Questa volta l'affare era piuttosto ingarbugliato, perché il DEF è espressione di un governo che non c'è più (anche se ogni tanto si comporta come se ci fosse ancora), il relatore, per forza di cose, era espressione di una maggioranza che non c'è ancora (per poco), e la discussione sulle misure contenute nel DEF era per definizione una discussione sul nulla, dal momento che il DEF in buona sostanza misure non ne contiene (d'altra parte, se c'è il pilota automatico, forse non si vede nemmeno perché mai dovrebbe contenerne)!

Ho passato due o tre giorni a cercar di capire cosa avrei dovuto fare, realizzando, a poco a poco, che cosa fare esattamente non era chiaro a molti, perché una situazione simile in effetti non si era mai presentata. Io, per non sbagliare, l'ho presa con il mio consueto spirito di servizio: siamo un'assemblea, dobbiamo discutere un documento, mi tocca riferire: bene: cercherò di chiarire bene cosa c'è nel documento, in modo che sia più facile discuterne il contenuto. Dato che nel documento c'era solo il tendenziale, ho discusso quello.  Male non fare, paura non avere...

Condivido con voi la mia relazione, e poi, a seguire, vi rinvio al resoconto sommario della discussione che ne è seguita: una discussione della quale avrete modo di apprezzare il punto nodale, che era decidere se nominare o meno un senatore leghista (barbaro) per riferire in aula su un DEF del PD. Apprezzerete il contributo costruttivo dei colleghi del 5 stelle.

La relazione


Come è noto, in ragione del momento di transizione il DEF al nostro esame è stato presentato in ritardo rispetto alle scadenze naturali e non contempla alcun impegno per il futuro, bensì si limita alla descrizione dell'evoluzione economico-finanziaria internazionale, e all’aggiornamento delle previsioni macroeconomiche per l'Italia e del quadro di finanza pubblica tendenziale che ne consegue.
Fornirò una sintesi dei principali elementi che il governo propone alla valutazione delle Camere, articolandola secondo le principali sezioni in cui si articola il documento, e fornendo limitati spunti di analisi. In particolare, evidenzierò le principali modifiche sopravvenute negli scenari proposti rispetto alla Nota di Aggiornamento al DEF presentata nel settembre scorso.
Per quanto concerne il quadro macroeconomico descritto nel Programma di stabilità (Tavola 1 del primo capitolo), nel periodo di previsione preso in considerazione nel DEF, le stime contemplano una crescita del PIL pari a 1,5% nel 2018 e 1,4% nel 2019 e una riduzione del tasso di disoccupazione rispettivamente al 10,7% nel 2018 e al 10,2% nel 2019. Il principale mutamento intervenuto rispetto al NADEF 2017 è una revisione al rialzo della crescita, rispettivamente di 0,3 e 0,2 punti, in ragione del quadro internazionale più favorevole, riflettendo anche gli orientamenti del Fondo Monetario Internazionale, che fra ottobre 2017 e aprile 2018 ha rivisto al rialzo in misura analoga la crescita reale dell’economia italiana.
Prima di fornire elementi di valutazione di questo quadro previsionale, mi limito ad osservare che incrociandolo con le previsioni demografiche dell’ISTAT si ricava che data questa crescita, nel 2021 il Pil pro capite degli italiani sarà pari a circa 27.700 euro ai prezzi del 2010, ancora al disotto del massimo antecedente alla crisi, raggiunto nel 2007 con 28.699 euro, e prossimo al valore del 2003, pari a 27.684 euro (fonte AMECO).
Il quadro previsionale è stato valutato dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio in conformità al regolamento EU 473/2013 (cosiddetto Two pack), che lo ha validato rilevando tuttavia nell’audizione del 9 maggio scorso come le previsioni del Governo siano “in prossimità” o “marginalmente superiori” al limite massimo delle previsioni fornite dai valutatori indipendenti (Fig. 1.2 dell’audizione). Diversi osservatori, fra cui Confindustria, nella sua audizione del 15 maggio scorso, hanno segnalato il rischio di sovrastima della crescita, legato in particolare al fatto che il quadro previsionale non sconta l’effetto recessivo determinato dall’attivazione delle c.d. “clausole di salvaguardia” (delle quali si dirà più avanti). Preme sottolineare a questo riguardo che rispetto al momento in cui le previsioni sono state formulate sono emerse fragilità nella crescita tedesca (l’Ufficio Federale di Statistica ha dato conto di un rallentamento di 0,3 punti nella crescita dell’ultimo trimestre 2017 in ragione di un “rallentamento del commercio mondiale”), e il Centro Europa Ricerche (CER), uno dei valutatori indipendenti, nella sua nota di aggiornamento del 14 maggio scorso evidenzia un rallentamento della crescita del secondo trimestre 2018 rispetto allo stesso periodo del 2017.
Va dato atto al governo di aver fatto una analisi di sensitività rispetto ai principali fattori di rischio connessi alle tensioni geopolitiche, commerciali e finanziarie presenti a livello globale, tensioni alle quali si è aggiunta la decisione relativa agli accordi sul nucleare iraniano, suscettibili di effetti sull'attività delle nostre aziende operanti in quel paese.
Un primo gruppo di rischi attiene alla stabilità finanziaria: questa potrebbe venire interessata negativamente dall’attuale situazione di elevati corsi azionari, bassi e poco differenziati rendimenti obbligazionari,  ridotta volatilità, cui si è abituata la gestione degli investitori, ed elevati livelli di indebitamento pubblico e soprattutto privato di alcuni paesi emergenti. A ciò deve aggiungersi il possibile fattore di rischio connesso ad un eventuale inasprimento delle condizioni dei mercati finanziari connesso alla prossima fine del Quantitative easing. Si segnala, tra le altre, la dichiarazione di Villeroy (Banca di Francia e board BCE) che ha dichiarato: “il QE si sta avvicinando alla conclusione, se sia a settembre o dicembre non fa alcuna differenza”.
Un secondo fattore di rischio attiene alle possibili evoluzioni delle misure protezionistiche avviate dagli Stati Uniti, cui il Def dedica un apposito focus, articolato secondo due differenti scenari, più intenso il primo e più moderato il secondo.
Si osserva tuttavia che non viene fatta un’analisi di sensitività del quadro previsionale rispetto a due variabili cruciali: il cambio euro/dollaro, che potrebbe rivelarsi più alto del previsto in ragione fra l’altro dell’elevatissimo surplus dell’Eurozona (principalmente ascrivibile all’economia tedesca), mal tollerato dagli Stati Uniti, e il prezzo del petrolio, per il quale valgono considerazioni analoghe.
Per quanto riguarda la finanza pubblica, il quadro tendenziale prevede una riduzione del deficit all’1,6% del PIL nel 2018 e allo 0,8% nel 2019, con l’avanzo primario in crescita rispettivamente all’1,9% e al 2,7%. Il debito pubblico è previsto scendere al 130,8% del PIL nell’anno in corso e al 128% l’anno prossimo.
La principale modifica intervenuta rispetto al quadro proposto dal NADEF2017 riguarda la contabilizzazione degli interventi a favore del sistema bancario.
A tale proposito ricordo che con la Relazione al Parlamento presentata alle Camere in data 19 dicembre 2016, ai sensi dell’articolo 6 della legge n. 243 del 2012, il Governo chiese l’autorizzazione ad emettere titoli di debito pubblico fino ad un massimo pari a 20 miliardi di euro per l’anno 2017, per l’eventuale adozione di tali provvedimenti. La Nota di aggiornamento al DEF 2017 precisava che, trattandosi di partite finanziarie, si era ipotizzato un impatto nullo sull’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche.
Giova ricordare che la Verifica delle quantificazioni n. 555 realizzata dal Servizio del bilancio della Camera in data 6 luglio 2017 aveva evidenziato l’esigenza di ulteriori indagini. L’Istat, nella Comunicazione diffusa il 4 aprile 2018, ha in effetti rettificato le considerazioni espresse nel NADEF2017 dando conto di alcune revisioni dei dati relativi all’indebitamento netto e al debito per il 2017, dovute in larga parte all’inclusione nelle stime riferite a tali indicatori degli effetti delle operazioni riguardanti le banche in difficoltà. Tali revisioni sono per lo più ascrivibili alla decisione assunta da Eurostat nel parere pubblicato il 3 aprile 2018, che ha fornito indicazioni metodologiche circa il corretto trattamento contabile delle operazioni relative alle banche venete, attribuendo alle stesse un impatto, non solo ai fini del fabbisogno, ma anche dell’indebitamento netto (a differenza quindi di quanto previsto dalla Nadef 2017).
Dai dati forniti risulta che le operazioni relative alle banche in difficoltà hanno determinato nel 2017 effetti anche sull’indebitamento netto per circa 6,3 miliardi, di cui circa 1,6 miliardi derivanti dalle operazioni relative a Monte Paschi di Siena e circa 4,8 miliardi ascrivibili alle operazioni sulle banche venete. La decisione Eurostat ha modificato anche l’impatto sul debito delle operazioni riferite alle banche venete.
Tenendo conto di queste modifiche, si prospetta comunque una riduzione progressiva del deficit tendenziale sia in valore assoluto sia in percentuale del PIL, raggiungendo un sostanziale pareggio nel 2020 ed un lieve avanzo nell’ultimo anno di previsione. Il miglioramento deriva sostanzialmente dall’incremento dell’avanzo primario, che dovrebbe via via salire sino ad arrivare al 3,7 per cento del PIL nel 2021. La spesa per interessi è prevista ridursi dal 3,8 per cento del PIL registrato nel 2017 al 3,5 per cento nel 2018 e poi stabilizzarsi.
Tuttavia, anche in conseguenza delle vicende relative alle banche in difficoltà, la cosiddetta “regola del debito” non appare rispettata in base a nessuno dei tre noti criteri previsti dalla normativa UE.
Quanto al miglioramento dell’avanzo primario, questo sconta soprattutto una riduzione dell’incidenza sul PIL delle uscite primarie, in particolare di quelle di natura corrente, data anche la natura a legislazione vigente della previsione. A questo proposito, sta destando un certo allarme nell’opinione pubblica il dato evidenziato dalla Tabella 2.2 delle “Analisi e tendenze di finanza pubblica”, secondo cui dal 2019 la spesa sanitaria scenderebbe sotto il livello minimo consigliato dall’OCSE, pari al 6,5% del Pil, dato evidenziato anche dal rappresentante della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome nell’audizione del 15 maggio scorso. Notiamo, incidentalmente, come la stessa audizione abbia evidenziato che il contributo al risanamento del debito delle amministrazioni pubbliche stia avvenendo largamente per opera delle amministrazioni locali, causando alcune difficoltà nell’assicurare i servizi ai cittadini che ad esse competono.
Inoltre, il quadro economico-finanziario prospettato nel DEF, non avendo natura programmatica, contempla l’aumento delle imposte indirette nel 2019 e, in minor misura, nel 2020, previsto dalle clausole di salvaguardia in vigore. Come già avvenuto negli anni scorsi, tale aumento potrà essere sostituito da misure alternative con futuri interventi legislativi che potranno essere valutati dal prossimo Governo.
Il DEF aggiorna altresì le previsioni tendenziali relative al saldo strutturale, che è previsto migliorare progressivamente passando da una stima di -1,1 per cento nel 2017 a un lieve avanzo nel 2020 (+0,1), che si mantiene anche nel 2021. Su questo punto va segnalato che la Commissione europea stima un saldo strutturale peggiore rispetto al DEF di -0,6 punti di PIL nel 2017, -0,7 punti nel 2018 e -1,6 punti nel 2019. In tutti e tre gli anni incide una diversa valutazione della componente ciclica del bilancio che, secondo la Commissione, è inferiore di 0,6 punti annui rispetto a quanto stimato dal DEF, una divergenza che discende in larga misura dalle diverse metodologie seguite da Governo e Commissione per stimare l’output gap. Pur conservando riserve di ordine scientifico su questo criterio, il relatore dà atto al Governo di aver proposto ed in parte applicato una riforma della metodologia di calcolo meno penalizzante per il nostro paese. Per approfondimenti su questo tema si rinvia al quarto paragrafo della  relazione sui “Fattori rilevanti per lo sviluppo del debito pubblico italiano”, redatta ex art. 126 TFUE e  pubblicata dal MEF in questo mese.
Sul 2018 pesa inoltre una previsione marginalmente più pessimistica della Commissione in merito al saldo complessivo di bilancio (la Commissione lo stima a -1,7 punti di PIL, mentre il Governo lo prevede a -1,6 punti), che si riflette anche sulla sua componente strutturale. Sul 2019 incide poi la diversa ipotesi sulle clausole di salvaguardia (cui corrisponde un effetto migliorativo sul saldo di 0,7 punti di PIL incluso nelle previsioni del DEF) che nello scenario della Commissione vengono disattivate senza compensazione, e un approccio più cautelativo della Commissione su altre poste di bilancio che fa sì che l’indebitamento netto risulti complessivamente più elevato rispetto alle stime del DEF di circa 1 punto di PIL.
Si rammenta che già lo scorso anno la Commissione europea aveva rilevato che "le condizioni macroeconomiche, sebbene ancora sfavorevoli, principalmente a causa della bassa inflazione, dovrebbero risultare migliorate a partire dal 2016 e non possono più essere considerate come una circostanza attenuante per spiegare il mancato risanamento di bilancio da parte dell'Italia e il forte divario previsto rispetto alla regola del debito (nella configurazione prospettica) per i prossimi anni."
La terza Sezione del DEF 2018 reca il Programma Nazionale di riforma (PNR) che, in stretta relazione con quanto previsto nel Programma di Stabilità, definisce gli interventi da adottare per il raggiungimento degli obiettivi nazionali di crescita, produttività, occupazione e sostenibilità delle finanze pubbliche, in coerenza con gli indirizzi formulati dalle istituzioni europee nell’ambito del semestre Europeo. In tale ambito sono indicati lo scenario macroeconomico e i prevedibili effetti delle riforme, l'azione del Governo e lo stato di avanzamento delle riforme avviate, in relazione alle raccomandazioni formulate dal Consiglio UE ed infine il quadro degli interventi ricompresi nelle azioni di policy per le politiche di coesione. Sono altresì riportati l’impatto finanziario delle misure del programma nazionale di riforma, con riferimento a quanto dettagliato nelle griglie ad esso allegate.
Nel PNR merita a nostro avviso particolare attenzione il paragrafo II.3 che analizza il tema della riduzione dei crediti deteriorati nel sistema bancario. Si rileva positivamente una fisiologica ripresa dello smaltimento, associata alla generale ripresa della crescita economica. Riteniamo però che si debba esercitare attenzione nel non impartire un eccessivo impulso a questo processo, in particolare valutando eventuali inviti in tal senso che dovessero giungere da organismi europei. Va evitato che uno smaltimento accelerato delle garanzie immobiliari, in uno scenario di crescita che comunque presenta rischi di rallentamento, metta in ulteriore difficoltà l’economia, con criticità rilevate anche dall’ANCE nella sua audizione del 15 maggio 2018.
Oltre ad una indicazione (parte IV) sulle interlocuzioni istituzionali con regioni e province autonome nella preparazione del PNR, completa la Sezione una ultima parte in cui si dà conto dei progressi conseguiti nell’ambito della Strategia Europa.
Dopo l’esercizio sperimentale dello scorso anno, il DEF 2018 è corredato dagli “Indicatori di benessere equo e sostenibile”: si tratta di 12 indicatori di diverse aree che caratterizzano la qualità della vita dei cittadini relative a disuguaglianza, istruzione, salute, ambiente, sicurezza, etc. In esito alla sperimentazione relativa a 4 indicatori, a partire dal 2018 l’Italia è il primo paese dell’Unione europea e dei G7 a dotarsi di un set di indicatori di benessere in base ai quali misurare l’impatto delle politiche pubbliche, abitualmente valutato su pochi indicatori macroeconomici e di finanza pubblica, in primis il PIL. Mi preme rilevare in questo senso che il Senato, attraverso il suo Ufficio Valutazione Impatto (UVI), propone interessanti approfondimenti metodologici ed estensioni delle analisi proposte dal DEF.
Per ogni approfondimento di dettaglio, si fa rinvio alla documentazione predisposta dai servizi studi e bilancio delle Camere.


La discussione

La trovate nel resoconto sommario, che potete navigare col menù di sinistra (il mio intervento è in "Affari assegnati"). Immagino la delusione dei tanti giornalisti che mi hanno chiesto il documento: magari si aspettavano di trovarci chissà quale misura (Weimar, le carriole, le cavallette, ecc.)! Immagino i titoloni... Mi dispiace per loro, ma non funziona così. Gli effetti speciali vanno bene al cinema. Questa è una partita a scacchi, ed è appena iniziata. Suppongo che qualcuno si annoierà (io mi diverto) e qualcuno non ci capirà niente (mi ci metto anch'io). Pazienza. E ora vi lascio, devo prepararmi per l'incontro di stasera a Olbia. Non so nemmeno dirvi quando sarà la prossima mossa, perché non mi sono ancora arrivate le convocazioni per la prossima settimana, né in quale veste la giocherò. A ogni giorno basta la sua pena.



(...vedere le cose dall'interno non ha prezzo: di questo vi sarò eternamente grato. Per il resto ci sono gli arditi: quelli che col pugnale fra i denti vogliono muovere l'assalto al grido di "procomberò sol io!" A tanto ardore egotico foscoliano (scusa, Giacomo), preferisco il lavoro di squadra. Non ve lo sareste mai immaginato, vero!?...)

mercoledì 16 maggio 2018

I am a barbarian...

...precisely the one who plays harpsichord in this (and some others) recording:




(...if you find this music boring, you may have a look at this...)

venerdì 11 maggio 2018

La libertà non è gratis, e nemmeno la politica

Prima di immergermi nella lettura del DEF, del quale dovrei essere relatore in Commissione Speciale (povero Serendippo, abbracciatelo fortissimo!), vorrei ricordare una cosa a tutti quelli cui questo blog ha insegnato a leggere la realtà con occhi diversi, a unire i puntini in un quadro coerente.

Se oggi potete ascoltare queste parole, o queste parole, cioè se potete sentirvi rappresentati nelle nostre istituzioni, se potete sperare che alle parole seguano i fatti, se avete una ragionevole e fondata speranza che il nostro paese riprenda coscienza della propria dignità, e che nelle istituzioni si torni a ragionare in termini di interesse nazionale e non di pensiero magico, se questo è accaduto, lo dovete certo alla tenacia di Claudio e mia, alla nostra volontà di combattere per il nostro paese, per il nostro (cioè anche vostro) interesse: questa, naturalmente, era una condizione necessaria.

Tuttavia, non sarebbe stata sufficiente.

Affinché queste idee buone, per quanto non particolarmente originali, anzi, direi: buone proprio perché non particolarmente originali, al limite del tautologico (un accordo monetario insostenibile è insostenibile, regole fiscali procicliche sono procicliche), affinché queste idee, dicevo, potessero trasformarsi in prassi politica, potessero giungere nel Palazzo, un altro snodo è stato indispensabile. Il vero punto di svolta è stato l'ascolto che Matteo Salvini ha dato al nostro messaggio. Quello che vi permette oggi di vedervi rappresentati in Senato e alla Camera è stata l'umiltà intellettuale e l'apertura di spirito con cui Salvini ha accettato, a differenza di tutti (cioè tutti) gli altri politici italiani, di confrontarsi con una visione del mondo alternativa. Aggiungo che anche questo non sarebbe bastato. Se siamo arrivati dove per anni avete auspicato che noi arrivassimo è perché c'è una struttura, un partito, fatto di centinaia, migliaia di militanti, che da decenni lavorano in territori non sempre propizi, per creare quella rete territoriale che è, in democrazia, elemento imprescindibile per un reale esercizio della democrazia partitica. Queste persone, a loro volta, hanno avuto il buon senso e il coraggio di accogliere l'invito del loro leader a un profondo cambiamento di prospettiva.

Inutile che vi dica l'ovvio: di questo partito io non ho condiviso la storia, e in passato ho spesso avversato le posizioni. Basta leggersi il mio primo articolo esplicitamente politico, quello del 2011, dove definivo la Lega una "destra becera e nazionalista", aderendo totalmente al cliché che i media, dei quali pure sapevo la natura intrinsecamente truffaldina, mi proponevano. A mia discolpa posso dire che quella Lega era ancora la Lega Nord, animata da tensioni secessioniste, la Lega che aveva in Italia l'atteggiamento che la Germania ha in Europa: noi siamo migliori e gli altri si fottano. Questo atteggiamento è cambiato, e Matteo Salvini ha chiesto scusa al resto del paese, aprendo una nuova stagione. Capisco le diffidenze, capisco le ferite difficili da rimarginare, non voglio giudicare. Quella Lega, però, pur con i suoi limiti (se ha deciso di cambiare, significa che percepiva come un limite essere un partito regionale), stava costruendo la struttura che ha poi permesso a Claudio e a me di fare azione politica. Da allora ho anche studiato molto, deponendo la saccenza dell'intellettuale di sinistra che sa di sapere, capendo che le nazioni non sono così male se consideri l'alternativa, e che il progressismo non è una buona idea se davanti a te c'è un baratro. Ma al di là dell'evoluzione del mio pensiero, che è avvenuta qui, con voi, cui tutti voi avete assistito e partecipato, resta un fatto: quelle persone che giudicavo in modo sprezzante stavano lavorando per me, anche se io non lo sapevo, e nessuno poteva saperlo.

Allora: io sono un soldato, e se ho scelto di mettermi sotto una bandiera non è per fare distinguo, ma per combattere. Esattamente come "right or wrong, this is my country", "right or wrong this is my party", e mi dispiace molto per gli altri che si sono privati di questa risorsa, e, in alcuni casi, si sono scelti questo nemico. Quindi, anche ieri, quando sono uscito da Montecitorio per andare a parlare con i risparmiatori delle banche venete espropriati nei modi che sapete, e che mi rimproveravano anche quello che la Lega avrebbe o non avrebbe fatto (come me lo hanno rimproverato i lavoratori dell'Alitalia, come me lo rimprovera ogni tanto chi incontro, inclusi i giornalisti della stampa estera), la mia risposta non è stata: "Io non c'ero". La mia risposta è stata: "Sono qui". Il mio modo per chiedere scusa ai miei nuovi compagni del giudizio affrettato col quale li liquidai sette anni fa è andare incontro alla gente senza prendere le distanze, ma anzi rivendicando e difendendo anche una storia che non mi appartiene, che in larga parte devo ancora studiare, ma della quale, con la mia scelta, ho evidentemente deciso di condividere luci e ombre.

Io lo chiamo onore, voi fate un po' come vi pare, ma se lo spettacolo vi piace ricordatevi di una cosa: non è gratis. I manifesti costano, le sale per le riunioni costano, gli uffici stampa costano, le trasferte per le manifestazioni nazionali costano, ecc. Eppure, per coprire tutti questi costi, potete fare una cosa che non vi costa nulla: dare il 2x1000 alla Lega.

Le istruzioni per dare il 2x1000 alla Lega sono qui.



E naturalmente, siccome se a/simmetrie non ci fosse stata, né io né Claudio avremmo mai potuto creare occasioni di incontro con tutti i politici italiani, né, quindi, essere chiamati in squadra dall'unico che ci ha ascoltato, vi chiedo anche di continuare a sostenere questo progetto culturale unico, che ha saputo coniugare la ricerca in campo economico con quella nel campo della comunicazione.

Le istruzioni per dare il 5x1000 ad a/simmetrie sono qui.

E l'8x1000? Bè, lì fate un po' come vi pare! Presto, nel riquadro delle religioni, troverete anche l'euro: mi sentirei di sconsigliarvi di aderire al pensiero magico blasfemo di chi pensa, da essere umano, di aver creato qualcosa di irreversibile (poverini, hanno letto il Mas Colell, ma non la Genesi...). Quanto a me, io sto con S. Caterina: "La vita è un ponte: attraversalo, ma non porvi la tua dimora". Quindi, ora, vi lascio: oggi il ponte mi porta a Salsomaggiore, e domani a Pisa, e lunedì a Atessa, e martedì in Commissione Speciale. Non so cosa ci sia dall'altra parte del ponte, ma non ho fretta di saperlo. Intanto, sotto, vedo che il fiume si ingrossa...




(...apro e chiudo una parentesi per ricordarvi che i giornalisti stanno parlando del nulla. Massimo rispetto, per carità! I giornali devono uscire ogni giorno, e se non c'è nulla, occorrerà riempirli di nulla! Non chiedo a tutti di avere l'intelligenza di capirlo, e regolarsi di conseguenza. Mi permetto solo di fare una raccomandazione: quanto più si innalza il livello delle provocazioni, tanto più deve abbassarsi l'attenzione che prestiamo loro. Non guardate, e passate...)

mercoledì 9 maggio 2018

Risorse, allocazione, e cretini

(...eggnente! La discussione sotto al post precedente è una plastica dimostrazione di come l'antipolitica abbia avvelenato i pozzi della democrazia, e soprattutto del perché lo ha fatto: per permettere al potere, al deep state, di continuare a fare i propri interessi, che non sono i nostri, mentre le allodole, che sono polli, vengono distratte dal classico specchietto. Ma va bene così. I numeri dicono che questo progetto politico distruttivo attira molto consenso: quindi con questo progetto politico occorrerà trovare una mediazione. Se ci si crede, la democrazia funziona così. Non è però di questo che volevo parlarvi oggi. Volevo solo sottoporvi una breve riflessione sulla prevalenza del cretino nel dibattito odierno...)


Uno dei problemi centrali dell'analisi economica è quello della corretta allocazione delle risorse produttive, o meglio, dei fattori di produzione (termine più tecnico, e meno urticante di "risorse", dato l'abuso cialtronesco che di quest'ultimo vocabolo è stato fatto nel dibattito recente). Si tratta, in sostanza, di trovare una risposta alla domanda "quanto capitale e quanto lavoro va destinato alla produzione del bene X?" Lo scopo del gioco, naturalmente, deve essere quello di soddisfare i bisogni collettivi nel modo più efficiente. E già a questo punto siamo su una china scivolosissima, perché ci sarebbe da capire come i bisogni di una collettività possano ragionevolmente essere definiti, e cosa si intenda esattamente per efficienza. Tuttavia, su questo non vorrei addentrarmi: per chi volesse approfondire, ricordando che questo blog, a differenza di altri, non è un bar, ci sono i manuali, e uno che va bene qui, come nel Regno Unito, come in Cina, è quello di Acocella (è un "tubettodidentifricista", ma è veramente una brava persona; peraltro, votare serve: pare che dopo abbia cominciato anche lui a porsi in modo più serio quelle domande alle quali, quando gliele ponevo io, non mi sembrava volesse sforzarsi di rispondere: ma un conto è se una cosa la chiede un collega, e un conto se la chiedono milioni di elettori). Tralascio quindi il problema insolubile di come si determinino i bisogni collettivi e di come si misuri l'efficienza (mi limito a farvi notare che il primo problema, ovviamente, è strettamente connesso a quello di come costituire un governo...), e do per scontato ciò che scontato non è, ovvero che sia perfettamente noto cosa deve essere prodotto per soddisfare i bisogni collettivi, o, in alternativa, che ci sia un modo per valutare se una determinata allocazione di risorse, pardon: fattori (capitale e lavoro, non schiavi) è comunque "ottimale".

Posto che lo si sappia, resta il problema di come realizzarla.

Anche questo problema non è facile da risolvere, e forse non è mai stato, né mai sarà, compiutamente risolto, ma mi interessa qui farvi vedere quali sono, tagliando con l'accetta, i due sistemi che negli ultimi due secoli abbiamo messo alla prova. Premetto che ve ne darò una rappresentazione ideale, assoluta, e quindi caricaturale e irrealistica, perché nella realtà né queste, né altre istituzioni (penso ai regimi di cambio) sono mai state osservate "in purezza". Ma insomma, per farla breve, nel suo tortuoso percorso ciclico l'umanità, di recente, ha pensato bene di proporsi due paradigmi di allocazione dei fattori:

1) l'economia di mercato
2) l'economia pianificata.

L'economia pianificata è quella che ha funzionato meno bene (o più peggio, come direbbe la mia collega). Idealmente funziona così: c'è un "despota benevolo" che sa tutto (beato lui) e che decide lui quanto grano, quanto burro, quanto acciaio, ecc. produrre, con quanto capitale e con quanto lavoro. La decisione è centralizzata (nota: il quadro in realtà è più sfumato, ma come vi ho detto, qui, per semplicità, espongo la versione estrema del sistema). Sono pianificati anche i prezzi, stabiliti dal decisore.

L'economia di mercato è quella che ha funzionato meno peggio (o più meglio, come direbbe la mia collega). Idealmente funziona così: ogni "agente economico" decide spontaneamente a quale mercato accedere e quindi quanti fattori produttivi utilizzare per produrre cosa. Il processo decisionale non è centralizzato ma totalmente decentrato, atomistico.

Non vi sfuggirà che esiste un problema di coordinamento: come impedire che a fine anno il sistema economico abbia prodotto solo grano (e niente carne, tubi metallici, laminati plastici, ecc.)?

In un'economia pianificata, salvo casi di schizofrenia, questo problema si risolve facilmente: il decisore è unico, per cui, se è minimamente d'accordo con se stesso, il problema di coordinamento è risolto! Non dico che farà sempre le scelte giuste, anzi: non le fa quasi mai (visti i risultati). Però sicuramente cercherà di indirizzare i fattori di produzione secondo un quadro coerente, cioè di non produrre solo grano, o solo acciaio, o solo plastica.

Ma in un'economia di mercato, fatta di "atomi" che non si parlano perché non si conoscono (voi conoscete chi ha prodotto lo spazzolino col quale vi siete lavati i denti?), come è possibile creare un meccanismo di coordinamento che eviti quelle che gli economisti chiamano "soluzioni d'angolo", cioè situazioni in cui si ha troppo di qualcosa, e niente di qualcos'altro? Ci si telefona? Ci si scambiano DM su Twitter? O magari, come fanno i rompicoglioni (tu sai chi sei, tu sai che lo hai fatto, e tu smetterai di farlo), ci si manda un messaggio diretto su Twitter, rinforzato da tre WhattsApp, da un'email su tre indirizzi, e da una telefonata?

(...ai rompicoglioni: per favore, non rompete i coglioni. Siete tanti, e da questo scaturisce la Prima legge fondamentale dell'informazione della quale non me ne frega una mazza: se me la stai fornendo tu, me l'ha già fornita almeno un'altra persona. La seconda legge fondamentale è che quest'altra persona non è mai quella dalla quale mi aspetterei che questa informazione mi fosse arrivata. La mia vita non è semplice, ma semplificarla è un attimo: basta un click...)

Capite bene che se il meccanismo di coordinamento fosse quello dei rompicoglioni (DM più WApp più mail più telefonata) i costi di transazione sarebbero altissimi! E allora cosa suggerisce al produttore di spazzolini da denti, o di vettori nucleari, o di mouse per PC, o di zucchine, quanto produrre, e, prima del quanto, cosa produrre? Naturalmente c'entra un po' anche la genetica: magari qualcuno nasce sapendo che da grande vorrà fare il produttore di dentifricio. Però, alla fine, senza entrare troppo nelle infinite sfaccettature del reale, e restando sul livello astratto del discorso, il coordinamento, nell'economia di mercato, lo assicura la mano invisibile. E cosa sarebbe, questa mano invisibile, come si espleterebbe? Vi siete mai sentiti prendere per mano dall'uomo invisibile, mentre andavate al vostro lavoro, o mentre decidevate se piantare più o meno albicocchi, o whatever?

Non credo.

La mano invisibile è una metafora per indicare quale sia il meccanismo di coordinamento di un'economia di mercato: questo meccanismo è il sistema dei prezzi relativi. Sono i prezzi (relativi) a suggerire al produttore in quale mercato entrare e quanto produrre (cioè come allocare i fattori di produzione), e in linea teorica l'allocazione cui questo meccanismo di coordinamento conduce è ottimale perché il prezzo relativo, che il produttore considera come un segnale dato (è price taker), d'altra parte non è esogeno al sistema, ma è il risultato delle pressioni della domanda sull'offerta. Questo significa che quando il produttore entra nel mercato di un certo bene, lo fa perché questo gli assicura prospettive di profitto, dato il livello del prezzo, ma se il prezzo è alto (cioè tale da assicurargli prospettive di profitto), lo è perché il bene è molto richiesto (e quindi producendolo ci si orienta in re ipsa verso il soddisfacimento ottimale dei bisogni collettivi).

Ora il discorso potrebbe svilupparsi lungo mille e una direzione: potremmo entrare nella sterminata casistica dei sistemi misti (nemmeno l'economia cinese era totalmente pianificata: una parte della produzione veniva scambiata in regime di libero mercato); potremmo entrare nella sterminata casistica dei fallimenti del mercato (i segnali che i prezzi forniscono spesso sono distorti per problemi di asimmetria informativa, oppure non incorporano tutte le esternalità dei processi produttivi, ecc.); potremmo fare tante cose, ma ognuno di noi ha di meglio da fare, a partire da me.

Voglio solo rimarcare una cosa.

In un sistema economico decentrato, che preservi e valorizzi l'iniziativa privata, il ruolo dei prezzi come sistema di coordinamento, magari corretto e affiancato dall'intervento governativo, resta comunque centrale. In altri termini, chi dicesse che in un'economia di mercato i prezzi non contano, oltre ad andare contro un dato della nostra comune esperienza quotidiana (come sapete, io frequento iMercati, e riscontro che laggente il prezzo lo controllano...), andrebbe contro tutto quello che sappiamo del funzionamento di un moderno sistema economico, confesserebbe involontariamente nostalgie verso quegli stessi sistemi che lui stesso si affretterebbe (troppo) a definire sconfitti dalla storia (le economie "di comando"), insomma: dimostrerebbe quell'indigesto miscuglio di ignoranza, presunzione, incoerenza e autolesionismo che caratterizzano il perfetto cretino.

Insomma: chi dicesse che in un'economia di mercato i prezzi non contano rivelerebbe infallantemente di essere un cretino.

Facciamo un passo avanti. Il tasso di cambio è un prezzo relativo: il prezzo di una valuta in termini di un'altra. Il dibattito italiano (ma anche estero) è pieno di persone che asseriscono, sulla base di una laurea in lettere, o in niente (ma anche in economia), che il tasso di cambio non conta. Insomma: il dibattito è pieno di cretini. Ma questa è la democrazia: dobbiamo accettarlo, anche se rispettare umanamente il cretino è cosa diversa dal consentirgli di formare, senza correttivi e senza contraddittorio, l'opinione pubblica su argomenti tanto basilari per il nostro vivere civile quanto il meccanismo cardine di coordinamento della nostra azione economica (cioè, in buona sintesi, della nostra esistenza, visto che un buon 60% di quello che facciamo ogni giorno lo facciamo per riempirci la pancia...).

Ecco: secondo me il cretino può (e dovrebbe) votare. L'idea che i cretini non possano votare ce l'hanno, chissà perché, i cretini (quelli che "il cambio non conta"), e personalmente mi ripugna. Considero il suffragio universale una conquista.

Lo stesso non posso dire dell'odierno sistema dei media. Lì sento che qualcosa occorre fare, per impedire al cretino di nuocere. Forse, chissà, lasciare che il mercato decida come allocare le risorse potrebbe essere un'idea. Ma, ve lo confesso, su questo ho molti dubbi. Di una cosa sola sono certo: questo è il Problema, e se lo avessimo risolto, cioè se la maggioranza di voi (io smisi a fine anni '80) non si fosse fatta rincretinire da una minoranza di cretini, avremmo risolto speditamente anche tutta una serie di altri problemi apparentemente più urgenti.

Ma ora devo lasciarvi. Vi ho insegnato a riconoscere un cretino quando lo incontrate. Credo che sia un'informazione utile e so che ne farete tesoro...

giovedì 3 maggio 2018

Conflitto di interessi

...già ai tempi in cui ero, o forse credevo di essere, di sinistra (o forse non avevo capito cosa fosse la sinistra, ma, insomma, questo veramente non è importante...), il fatto che nei nostri media i termini "conflitto di interessi" e "Berlusconi" fossero sinonimi, e la pervicacia nell'escludere dall'orizzonte qualsiasi notizia su ogni altro possibile conflitto, mi lasciavano piuttosto scettico. Sentivo che c'era una fregatura, ma non sapevo quale. Oggi credo di saperlo, e credo che lo sappiate anche voi. A beneficio degli sciocchi mi affretto ad aggiungere che non sto difendendo Berlusconi, e non sto minimizzando la rilevanza del problema dei conflitti di interessi, anzi, al contrario! Sto solo provando a difendere il mio paese, perché di conflitti di interessi non ce n'è solo uno: ce ne sono molti, e i più pericolosi non è detto che siano i più palesi...





(...questo è solo un esempio di cosa succede mentre ci si balocca pretestuosamente con "ha stato Berluscone": succede che il potere si arrocca. Vorrei ricordare che nel 2011 pareva che l'unico problema del sistema macroeconomico globale fossero le intemperanze vere o presunte di una certa persona. Io, intendendomi di macroeconomia, preferivo non entrare nella vita privata altrui, e contestavo questa visione riduttiva, ma i piddini, verosimilmente rosi dall'invidia, avevano focalizzato la loro attenzione su un unico punto di un orizzonte che invece era vasto e articolato. Insistere su #hastatoberluscone aveva una logica politica che divenne evidente a posteriori: presentare come Liberazione (con la maiuscola) l'avvento di Monti, dell'uomo che ha deliberatamente messo in ginocchio il paese. Ora, sinceramente, uno può pensarla come crede, ma se veramente si vuole dare un segno di discontinuità verso il PD, bisognerebbe cominciare col non adottarne i metodi. E invece, sette anni dopo, siamo ancora a #hastatoberluscone, questa volta, dobbiamo presumere, per presentare come "Liberazione" l'avvento di un Cottarelli o simili. Naturalmente i criceti che esultarono allora, ora, dopo un giro di ruota, si accingono a esultare nuovamente, avendo in parte cambiato casacca, ma, purtroppo, non cervello...)

(...se interessa, il resoconto è qui...)