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giovedì 21 novembre 2024

Un giorno ci pagheranno le pensioni...

...ma intanto frenano produttività e salari, anche perché si prestano a eludere le norme a difesa dei diritti dei lavoratori, se pure, facendosi carico dei lavori più rischiosi, riducono l'incidentalità dei residenti (ma  purtroppo non la propria).

Ah, non succede solo da noi?

Strano!

Ma non fatevi sentire: una volta dirlo sarebbe stato di sinistra:


Oggi è da fascisti, e credo che a voi dispiacerebbe passare per brutte persone, no? Che cosa volete che sia rinunciare a un po' di diritti, a un po' di salario, e a un po' di sicurezza, per difendere il supremo valore del bon ton?

Fate i bravi e ci vediamo domani in TV.

(...3, 2, 1: "hai fatto cherry pickiiiiiing!11!!!"...)

lunedì 17 gennaio 2022

Meno sette: flessibilità!

Rodion Romanovic ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "È la flessibilità, bellezza... (MMT vs. Phillips)":


Buonasera Professore, dov'è che posso trovare i dati completi sulla flessibilità del lavoro? Sul database OCSE le serie sulla protezione del lavoro dipendente risalgono indietro al massimo fino al 1985. Dove si possono trovare i dati dei due decenni precedenti che lei ha utilizzato per stimare il modello?

Inoltre, non riesco bene a capire com'è che sia stata ricavata la serie "FLEX" da lei utilizzata, forse facendo una media dei quattro indicatori forniti dal sito OCSE? Perché mi sembra dal grafico (forse ci vedo male) che abbia un andamento diverso rispetto alla serie "Temporary Constracts".

La ringrazio molto in anticipo. Un caro saluto!

Postato da Rodion Romanovic in Goofynomics alle 5 aprile 2020 20:36


Rodion Romanovic, fra i protagonisti di questo blog, è quello che ho più amato: non solo per la sua indimenticabile prestazione in Eurodelitto ed eurocastigo, ma anche per la scialba comparsata nel suo sbiadito prequel, Преступление и наказание, uno di quegli inutili e tediosi libri senza figure di cui voi, che essendo di destra non siete culti e leggete solo fotoromanzi, non credo abbiate sentito parlare. Non vi siete persi niente. Ma Eurodelitto ed eurocastigo, invece, consiglio spassionatamente di leggerlo, e di farlo ora (se non vi è capitato prima)...

Per un autore è un'inesprimibile emozione incontrare un proprio personaggio, anche quando è un personaggio altrui!

Un po' per questo, un po' perché il 5 aprile 2020 ero piuttosto impicciato nella lavorazione del "Cura italia", nonché in vigilante attesa (ma senza Tachipirina) del "Liquidità" (se pure nel comodo ruolo di oppositore, quello dal quale ora tronitrueggiano gli amici di Fratelli d'Italia), e un po', infine, perché la domanda era molto circostanziata, ed esigeva una risposta altrettanto circostanziata, mi ero lasciato questo lavoro indietro, nella coda di moderazione, ma non me lo ero dimenticato (io non dimentico e soprattutto non perdono). Torno ora a soddisfare la lecita curiosità di Rodka, sperando di arricchire le vostre (e senz'altro le mie) conoscenze.

Ma prima di entrare nel merito, devo fornire ai niubbi un po' di background information. Di che cosa stiamo parlando? Perché ci interessa? E perché non mi è stato possibile rispondere subito?

Stiamo parlando di una cosa di cui avete sentito parlare decine di volte, non nella vostra esistenza: oggi. Ogni giorno, ogni singolo giorno che Dio mette in terra, per decine di volte al giorno, sentite parlare di riforme. La journaille può accontentarsi dello slogan. Gli científicos, invece, per sembrare tali, le riforme devono misurarle! Gli indicatori di cui parla Rodja, quelli di flessibilità del lavoro, sono appunto destinati a misurare la madre di tutte le riforme: la riforma del mercato del lavoro! Lo scopo di queste riforme, generalmente, è quello di risolvere il padre di tutti i problemi: come pagare di meno il lavoro per recuperare competitività di prezzo (e quote di profitto). Siamo nel meraviglioso mondo dei tecnici "offertisti", gli unici tecnici di cui disponiamo, quelli per cui se c'è carenza di domanda, bisogna comunque flessibilizzare l'offerta, per produrre di più a minor costo. Difficile capire come questo possa risolvere il problema di domanda, perché abbassare i salari significa in effetti ridurre ulteriormente la domanda aggregata (i soldi che circolano), e su questo ormai direi che un effimero consenso si è raggiunto (evaporerà, ma per ora c'è).

Questo ovviamente non significa che il mercato del lavoro debba essere sclerotico, che un rapporto di lavoro debba richiedere, per essere sciolto, una quantità ingente ma imprevedibile di soldi e la consulenza di un avvocato rotale! Vuol dire solo che ci sono problemi che possono essere risolti agendo sull'offerta e la sua eventuale rigidità, e problemi che possono essere risolti agendo sulla domanda e la sua eventuale carenza: risolvere i secondi (poca domanda) con la ricetta utile per i primi (maggiore flessibilità) non rende l'economia più forte né la crescita più rapida, un po' come amputare la gamba sana crea più problemi di quanti non intenda risolvere.

Misurare la flessibilità quindi è interessante, esattamente come chiedere "riforme" può essere giustificato. Poi bisogna valutare il contesto. In un contesto di austerità, cioè di domanda deficiente, solo un deficiente può pensare che il problema possa essere risolto dal lato dell'offerta, cioè con riforme e "flessibilità". Questo è il film che abbiamo visto negli ultimi dodici anni, un film che nonostante l'indubbia qualità dei suoi personaggi ci ha fatto ridere ben poco.

Prima di ragionare sul come si misuri la flessibilità, vi chiarisco un punto che credo possa interessarvi. L'OCSE, che produce dati, ma talvolta anche opinioni travisate da dati, per qualche strano motivo dal 2013 aveva smesso di aggiornare le serie di questi indicatori. Il mio educated guess, espresso implicitamente qui


era che questa scarsa solerzia dipendesse da uno spiacevole incidente di percorso, questo:


Nel 2013 il mercato del lavoro italiano era diventato meno "protetto", e quindi più flessibile, di quello di Germania e Francia (linea verde sotto le linee nere e blu). Si può ragionare se questo risultato, determinato dalla "riforma Fornero" del mercato del Lavoro (legge 28 giugno 2012 numero 92) sia stato un bene o un male. Diciamo che fra il 2012 e il 2013 il tasso di disoccupazione passò dal 10.9 al 12.4, quindi, come dire, questo booster di flessibilità sembrava non aver dato i risultati sperati...

Ma se per l'Italia questo risultato non era esattamente un bene, per l'OCSE e i suoi willing executioner era decisamente catastrofico!

Pensate!

Che cosa si fa quando una riforma, o in generale una politica (anche sanitaria) visibilmente non funziona? Ma è semplice: si dice che ce ne vuole di più (più "dosi", più "riforme ", più "flessibilità" ecc,)! La colpa non è mai del medico ma sempre del paziente, perché non ha fatto sufficienti compiti a casa.

Bene.

Ma nel momento in cui i dati indicavano che l'intensità delle "riforme" italiane era superiore a quella delle riforme francesi e tedesche, che cosa restava da fare ai simpatici amici dell'OCSE? Semplice: mutismo e rassegnazione! Non potevano certo dire di fare più riforme a un Paese che aveva dimostrato di essere più realista della Germania, cioè più tedesco del re, cioè, scusate: più realista del re.

Per sei (6) lunghi anni le statistiche non vennero aggiornate. Ogni volta che andavo a Parigi, e quando ero un uomo libero ci andavo spesso, mi ritrovavo a cena con gente di quel milieu e con un fare un po' narquois, fra un os à moelle e una svogliatura di Pont-l'Évêque, dopo aver ascoltato qualche aneddoto divertito e divertente degli allievi di cotanto maestro (la vita è una cosa meravigliosa...), lasciavo cadere nel discorso una frasetta del tipo "Ma flessibilità ne abbiamo? Ma i vostri amici quando li escono questi dati?"...

Seguiva un certo imbarazzo (ampiamente previsto)... perché non c'era una ragione precisa per non produrre quei dati, e quindi, come dire, il mio educated guess restava l'unica opzione valida in campo (una storia che, se ci fate caso, ricorda molto questa:


cioè la prima di una serie di spiacevoli vicende in cui il ministro Speranza si è andato a cacciare, dopo aver adottato misure che evidentemente non danno fastidio solo a noi - il riferimento letterario è a questo thread). Un po' come Speranza vorrebbe smettere di conteggiare i contagiati per raccontarci che le sue misure rapsodiche e infondate sono state efficaci, così l'OCSE aveva smesso di misurare la flessibilità per non dover ammettere che le politiche da lei raccomandate avevano fallito.

Uguale, no?

Capito perché non mi sorprendo se non di una cosa: della vostra sorpresa? Si fa così, sono i ferri del mestiere: quando le opinioni si rivelano sbagliate, si cambiano o si occultano i fatti:


Datovi nel modo più circostanziato possibile il quadro politico, entro nel quadro tecnico: come si misura la flessibilità (cioè come la misura l'OCSE)? Come era costruita la variabile FLEX usata nel modello costruito nel 2014 con l'aiuto di Mongeau Ospina?

Sul primo punto (come si misura la flessibilità), ora che ha ripreso a pubblicare gli indicatori, posso rinviarvi al sito dell'OCSE sugli indicators of employment protection. In buona sostanza, l'OCSE sintetizza in un unico indicatore numerico, dopo averle in qualche modo standardizzate, una serie di variabili quantitative che indicano il grado di rigidità (se crescono) o flessibilità (se calano) del mercato del lavoro. La descrizione tecnica è in questo capitolo dell'Employment Outlook del 2020, che annuncia la ripresa della pubblicazione dopo questa prolungata eclissi, e per capire come funzionano gli indicatori basta dare uno sguardo alla Tavola 3.1:


Le variabili considerate sono roba tipo la durata del preavviso richiesto per il licenziamento (ovviamente, più il preavviso è lungo più il mercato è rigido), la possibilità di essere riassunti in caso di licenziamento senza giusta causa (se questa possibilità esiste, il mercato del lavoro è più rigido), l'entità del TFR, ecc.

Diverte molto apprendere nel Par. 3.2 dagli economisti dell'OCSE che i loro indicatori sono fondamentali per lo studio dell'economia, ma siccome purtroppissimo per sei anni hanno avuto lezione di judo, non hanno potuto pubblicarli perché boh:


Non è bellissimo?

Se il mio educated guess fosse stato corretto, le nuove serie, per essere "migliori" (cioè più funzionali alla narrazione) sarebbero state costruite in modo da occultare quello spiacevole incidente (l'Italia più "brava" della Germania!? Impossibile...).

Comunque: dopo avervi detto come l'OCSE misura la flessibilità, devo dire a Rodka come è costruito l'indicatore FLEX: come media ponderata dell'indicatore riferito alla rigidità dei licenziamenti individuali per i contratti regolari (a tempo indeterminato) e di quello riferito alla rigidità dei licenziamenti individuali per i contratti a tempo determinato (indicatori epr_v1 e ept_v1), scelti perché solo per questi la versione precedente del database forniva una serie sufficientemente lunga (dal 1985 al 2013), utilizzando come peso l'incidenza dei rispettivi tipi di contratti (a tempo indeterminato e a tempo determinato). Quindi, ad esempio, l'indicatore FLEX dell'Italia veniva fuori da questo calcolo:


dove t.d. è la percentuale di lavoratori a tempo determinato, epr l'indice riferito ai contratti a tempo indeterminato, ept quello riferito ai contratti a tempo determinato, e FLEX la media ponderata (che potete verificare). Quindi, per capirci, e con riferimento alla prima riga, l'indicatore composito FLEX deriva dall'operazione: 2.76 x (1-0.062) + 4.75 x 0.062 = 2.89 (con un lieve errore di arrotondamento). Dato che i contratti a tempo determinato sono una percentuale ridotta, se pure crescente nel tempo, l'andamento della serie è dominato dall'indicatore epr (flessibilità degli impieghi "regolari", cioè a tempo indeterminato), e in particolare il "salto" verso la minore rigidità (con passaggio da 2.66 a 2.44 dell'indicatore medio FLEX dipende dal salto da 2.76 a 2.51 dell'indicatore epr.

E con questo termina la mia risposta a Rodja.

Ora mi devo togliere una curiosità, e me la tolgo qui, in diretta con voi. Che una organizzazione sovranazionale rinunci per ben sei anni a pubblicare un dato così centrale nella narrazione che lei stessa porta avanti ("Le riformeeeeeeeh! La flessibilitaaaaaah!") è, lo capite bene, un'anomalia piuttosto vistosa. Il dubbio è che questi sei anni siano serviti a trovare il modo di "raffinare" i #datigrezzi pubblicati fino al 2013, in modo da piallare la fastidiosa eccezione data dal fatto che nel 2013 l'Italia aveva fatto più riforme della Germania, o quanto meno possano essere serviti a riprendere la pubblicazione in un anno in cui l'evoluzione dei dati consentisse di sostenere la narrazione moralistica delle "riforme" (vedremo che entrambe le cose sono vere).

Per verificarlo, nella Tabella precedente aggiungo la Germania:


e poi replico gli stessi calcoli prendendo i dati estratti dall'ultima edizione (quella del 2021):


e il risultato è una cosa del genere:


dove, con scarsa sorpresa, vediamo che truccando misurando in modo più accurato i dati l'OCSE può raccontarci che l'Italia ha sempre dominato strettamente in termini di (maggior) rigidità del mercato del lavoro la Germania, cioè ha sempre avuto bisogno di "riforme", anche nel 2013, dopo la legge Fornero, con una sola eccezione dal 2016 al 2018 (dovuta al famigerato jobs act). Ovviamente la pubblicazione dei dati è ripresa nel 2020 (evidentemente in smart working i nostri funzionari lautamente remunerati si annoiavano), anche perché siccome il Decreto dignità (DL 96/2018) ha disciplinato in modo più restrittivo i rinnovi dei contratti a tempo determinato (la storia è qui), l'Italia dal 2019 è di nuovo più "rigida", e quindi dal 2020 è di nuovo possibile invitarla a fare "le riforme" (senza che qualcuno faccia notare che le riforme sono già state fatte).

Io i complimenti dal 2016 al 2018 per le riforme fatte però non me li ricordo (a me facevano abbastanza schifo, ma questo è un altro discorso)!

Capito che cosa significa essere padroni della narrazione?

Ma possiamo anche consolarci dicendoci che quando l'unico elemento tattico su cui contare è la forza dell'avversario, avere a che fare con un avversario così ingenuamente prevedibile probabilmente è un vantaggio...

mercoledì 9 marzo 2016

La cosa giusta (la loi travail)

(fonte: Normandie Actu)


Ma che spettacolo! Spettacolissimo! Solo che per apprezzarlo vi occorre un minimo di antefatto.

Dunque: qui in Francia sono arrivati anche loro al "jobs act". Non essendo provinciali come noi (ma in un modo diverso) lo chiamano "loi travail". Come di prammatica, hanno messo a promuoverlo una figura "positiva". Noi usiamo a tale scopo i padri nobili. In Francia hanno messo sta macellaretta dar grembiulino rosa, che integra due requisiti: femmina, e marocchina. Due minoranze senza una fava!

(...veramente le donne in Francia sono maggioranza, il 51.4%, ma continuano a essere sottorappresentate nelle istituzioni, come altrove, per i noti, deprecabili motivi...)

Insomma, fanno la loro legge che sostanzialmente comporta flessibilità in uscita, riduzione degli straordinari (dal 25% al 10% in più di retribuzione), possibilità per il datore di lavoro di derogare al contratto nazionale per quanto attiene agli orari di lavoro e spicci (onestamente: non ho avuto un attimo di tempo per approfondire, ma lo farò e vi riferirò...).

Laggente capiscono che qualcosa non va, e oggi c'è sciopero un po' dappertutto, con partecipazzione dei ggiovini (mica come il nostro Baroni: qui la gioventù si impegna).

Io sto scrivendo con scarsa voglia il peiper sull'uscita dall'euro, e entra il mio amico A., con aria particolarmente réjouie, dicendomi: "Ma non hai sentito la manifestazione?"

Io, veramente, no, perché le finestre lo ho sul cortile, ma comunque...

Dico: "No, e che è successo?" (traduco per i diversamente europei).

"Eh, sono andati molti studenti, voleva andare anche mia figlia ma non le ho dato il permesso perché aveva un compito in classe!" (problema che cor Palla abbiamo risolto alla radice).

Io: "Bè certo, tutta papà suo..." (perché A. è comunista cosìììììììì!)

Lui: "No, ma aspetta, il meglio deve arrivare. Perché naturalmente i sindacati [che non hanno partecipato compatti, NdC] avevano esortato i giovani a protestare davanti alla sede della Medef [che sarebbe la confindustria francese, NdC]. E quelli invece sai che hanno fatto? Sono andati a una sede del PS e l'hanno devastata!"

(vedi foto).

Ecco.

Episodio purtroppo isolato ma notate bene: Rouen sta al PS più o meno come Bologna sta al PD. Feudo incontrastato (per dire, la città metropolitana  - l'agglomération - è stata gestita da Fabius per non so quanti anni, magari è ancora qui).

Il legame fra quel poraccio di Hollande, la sua necessità di comprimere i salari, questo grafico:


e l'euro possiamo tranquillamente dare per escluso che i simpatici zuzzurelloni che giuocavano alla guerra lo capissero (e del resto non so quanti di voi saprebbero articolarlo in modo convincente).

Ma diciamo che questo è un inizio. Se non sapevano perché il nemico è il nemico, per lo meno sapevano chi è il nemico.

Il nemico è chi ha tradito. La Medef fa il suo sporco lavoro, e non ci aspettiamo altro da lei. Da un partito "de sinistra" ci aspettiamo almeno che non si costituisca suo utile idiota. Ma qui lo ha fatto, e in modo talmente evidente, che se ne sono accorti perfino i giovini.

Se ci sarà dell'altro, vi informerò.

domenica 10 maggio 2015

QED 49: Le riforme non servono

(...io non so più come dirlo, ma non per questo smetterò...)




Abbiate la bontà, cari amici, di dare un'occhiata a questo ritaglio:



Eh, certo, le riforme... Vanno fatte "con continuità e coerenza", mi raccomando, eh!? Altrimenti non funzionano. E quali sono queste riforme? Ma perbacco, quali domande mi fate: quelle strutturali! Le olive sò greche, e le riforme sò strutturali, c'è bisogno di dirlo?

Certo, poi c'è da capire cosa significhi strutturale. Secondo la Treccani (noto organo di propaganda PUDE) strutturale è ciò che riguarda la struttura (apperò), e quindi la domanda rinvierebbe a un'altra domanda: la struttura di cosa?

Eh, lo sappiamo di cosa, lo sappiamo...

Nel mio ultimo libro dedico le prime 99 pagine a cercare di capire col lettore cosa siano le riforme strutturali. Ci arrivo solo a pagina 100. L'amico che ci sta parlando è molto più efficiente di me, e infatti ci dice subito quali siano le riforme:



Sì, va bene, lui ne elenca ben sette tipi (la magia di questo numero: sembra proprio che i propagandisti non possano farne a meno: non c'è un antropologo culturale nel blog che possa spiegarcene il perché? Io nel mio libro arrivo solo a sei, mi ero risparmiato la stronzata del ricorrere al capitale azionario... con mercati finanziari infallibili come quelli dei quali disponiamo!). Ma le prime 99 pagine del mio libro documentano appunto che "oneri burocratici", "coruzzzzzione", "tempi della giustizia", sono banalità da giornalista, del tutto indegne (per come lo conosco) della persona che ci sta parlando.

Certo, questo non gli impedisce di dirle, perché le deve dire, ma, vedete, esattamente come io, per motivi retorici, ho messo in fondo alla lista l'unica vera riforma cui il sistema mira lui, per motivi pratici, la mette al primo posto: rendere "efficiente" il mercato del lavoro.

"Efficiente...".

Penoso eufemismo, direi eufemismo al quadrato, perché l'amico dice "efficiente" per non dire "flessibile", e tutti dicono "flessibile" per non dire deregolamentato.

Comunque, almeno abbiamo capito che i collaboratori (chiamiamoli così, ma non sono sicuro che la desinenza sia giusta) della Treccani fra le righe hanno scritto:


strutturale, agg. riguardante il mercato del lavoro; volto a comprimere salari e diritti.


Che male c'è?

Basta saperlo.

E da dove vengono queste alate parole (prosegue la deriva grecista del blog), che ci esortavano a intraprendere con maggior vigore la strada delle riforme strutturali, aka flessibilità del mercato del lavoro?

Da qui (Relazione sul 2013 del Governatore della Banca d'Italia, presentata il 30 maggio 2014), da Ignazio Visco, immune di biasimo, caro agli dei della finanza.

Bè, certo, un governatore di Banca centrale cosa deve fare se non ripetere i mantra?

Non so le banche centrali, ma i loro governatori, lo abbiamo visto diverse volte, loro no che non possono fallire (al punto che Kruggy ha anche preso un po' d'aceto). Gli basta essere pedissequi: sono anche loro agenti del mercato finanziario, appartengono cioè a quella categoria di persone per la cui reputazione "it is better to fail conventionally than to succeed unconventionally" (qui).

Figurati poi se l'amico che ci esortava nel 2014 a fare le riforme si preoccupa di dire una fesseria! Lui non può fallire né in modo convenzionale, né in modo non convenzionale. Guardate infatti cosa c'è scritto subito sotto all'affermazione che "le riforme strutturali hanno ricadute positive sulla crescita". Questo:


"La quantificazione degli effetti è problematica... gli indicatori non sono disponibili... e la forma ridotta di su... e il DSGE di giù...".

(...gli addetti ai lavori si spanceranno dalle risate: notate ad esempio l'impatto della liberalizzazione dei servizi: 3.5% del livello del Pil misurato non si sa come e spalmato su non si sa quanto, ma se lo legge un giornalista: "Tre punti di crescita se liberalizziamo i servizi...". Ah, se ci sono tassisti fra il pubblico, l'indirizzo è Palazzo Koch a via Nazionale. Col navigatore lo trovate...)

Lo abbiamo già visto con il Fmi, non ricordate? Nel momento in cui mentono sapendo di mentire, i nostri amici delle "istituzioni" si portano comunque avanti col lavoro usando due ben precise tecniche, che ritroviamo ogni volta, e che si distinguono solo per il corpo del carattere utilizzato:

1) a caratteri cubitali sparano una abominevole e ingiuriosa menzogna morale, ovvero che se le ricette che stanno propinando, su impulso dei rispettivi mandanti, non dovessero funzionare, la colpa sarebbe comunque delle vittime, che non hanno saputo appoggiare con il dovuto garbo e soprattutto la necessaria rapidità la testa sul ceppo;

2) a caratteri microscopici riportano, a tutela delle loro riverite terga, la semplice verità tecnica, ovvero che le ricette che stanno imponendo hanno fondamenta molto labili nella letteratura empirica, che i loro effetti sono difficili da stimare, ecc.

Spettacolare, no?

Tanto per rinfrescarvi le idee: il Fmi nel 2012 diceva che una "full and timely program implementation is critical" (come dire: se va a finire male la colpa è vostra perché non vi siete sbrigati, sottintendendo ovviamente che con una efficiente dittatura i problemi economici si risolverebbero meglio che con una esitante democrazia), ma al contempo basava il suo programma su un moltiplicatore pari a 0.5, sapendo benissimo che il valore era diverso e dichiarandolo a caratteri piccoli, con le conseguenze che vi ho spiegato a suo tempo (in buona sostanza, il massacro della Grecia era un fallimento annunciato, quindi voluto).

Il nostro amico governatore ci dice che dobbiamo essere "continui e coerenti" nel realizzare le riforme, ma al contempo ci dice che i loro effetti sono difficili da quantificare senza fare "ipotesi specifiche sulla risposta macroeconomica del sistema" (cioè senza wishful thinking).

Più o meno la stessa tattica.

E, attenzione: cosa succede infallantemente non appena i politici eseguono la ricetta?

Succede che i mandatari della grande finanza li prendono per i fondelli, dicendogli chiaro e tondo:

"Bene, cari pupazzi, avete eseguito quello che ci e quindi vi era stato chiesto, complimenti. Peccato però che non servirà a niente. Cioè, precisiamo: serve a fare gli interessi dei miei mandanti. Ma i vostri, in teoria, dovrebbero essere gli elettori. Ecco, c'è un problemino: i due gruppi di interessi non coincidono. Alla finanza la disoccupazione fa comodo, assicura la stabilità dei prezzi, e lo scopo delle riforme del mercato del lavoro è appunto quello di assicurare la stabilità dei prezzi garantendo sufficiente disoccupazione, come disse un blogger che è anche stato mio allievo. Ma ai disoccupati la disoccupazione non fa comodo, come del resto non fa comodo ai loro fornitori: non so come spiegarvelo, perché voi non avete mai lavorato, cari politici, però, insomma, fate uno sforzo di immaginazione.

Dice: "Ma la finanza è cattiva dentro, allora?" None, none, cari politichi, ma nzomma, ma come ve lo devo da dì? Che succede si te pagheno poco? Che te devi da 'ndebbità! E er debbito tuo cos'è pe 'na banca? È 'n credito! E quindi vedi che, come diciamo a Morena, tout se tient: se creo disoccupazione, al tempo stesso costringo la gente a chiedermi credito (ampliando il mio portafoglio) e tutelo il valore del mio portafoglio (evitando che venga eroso dall'inflazione). Come? Ve siete perZi? Vabbè, io questo tempo avevo per spiegarvelo, ora s'è fatta 'na certa, devo andarmene. Dove? Ah, gnente, vado alla presentazzzione d'un libro che parla del nulla e che nessuno leggerà, ma a me torna comodo. Perché? Ve lo spiego, tanto voi non lo capite. Perché prima o poi i disoccupati capiranno che giochetto state facendo, e c'è una probabilità non nulla che vengano a cercarci coi forconi. Allora io, per non saper né leggere né scrivere, intanto dico la verità, così quando le vostre ricette falliranno, io ho detto già da prima che la colpa era delle vittime, ora dico anche che è colpa vostra, cioè dei carnefici a portata di vittima, e ve la sbrigherete da voi coi vostri elettori: io fuori mi chiamo...".



Geniale, eh?

Visto cosa c'è scritto in fondo?

La flessibilità freno agli investimenti in innovazione. Che scopertona? Ma dove l'avevamo già sentita questa cosa?

Qui.

Non è una scoperta.

È, come documentavo con il mio consueto scrupolo, un dato acquisito dalla letteratura scientifica. Ma, attenzione, non pensiate che sia una scoperta così geniale. In realtà, il principio in base al quale è matematico che le riforme a base di flessibilità siano votate al fallimento in un'economia avanzata come la nostra è un principio estremamente semplice, che economisti suppostamente "liberali" dovrebbero conoscere e soprattutto condividere (io lo conosco e non sempre lo condivido, in questo caso sì).

Il principio secondo il quale il prezzo regola l'allocazione delle risorse.

Cosa voglio dire? Una cosa semplicissima: che se una cosa costa di più, si tende a usarla di meno e meglio. L'esempio che faccio di solito (scusatemi, mi ripeto) è che si fa più attenzione a condire la pasta col tartufo bianco che con l'olio d'oliva. Se una goccia d'olio cade fuori dal piatto, transeat, è peccato per la tovaglia, ma chi se ne frega. Se ci cadono delle scaglie di tartufo, bè, la situazione è completamente diversa. La tovaglia non ne risente, ma il portafoglio sì, e quindi non è da escludere che, in spregio alle regole del galateo, il commensale malaccorto allunghi la manina per prendere quello che è caduto fuori dal piatto e rimettercelo dentro.

Sai com'è... Il prezzo al chilo del tartufo bianco è circa 400 volte quello dell'olio d'oliva: da qui un ovvio incentivo a usarlo bene.

Vale lo stesso per i fattori di produzione.

Abbassando artificialmente il costo del lavoro (per il semplice fatto che, come ci insegnavano niente meno che Blanchard e Giavazzi - figurarsi! - "le riforme" rendono il lavoratore più ricattabile e quindi lo costringono ad accettare paghe inferiori) si inducono gli imprenditori a utilizzare più lavoro, perché costa di meno, e quindi meno capitale (riducendo gli investimenti in innovazione, come dice, a cose fatte, Visco). Come dico nel mio libro, è dai tempi di Gordon e Dew Becker che si sa quello che peraltro Saltari e Travaglini avevano capito già da prima, ovvero che le riforme del mercato del lavoro all'europea spingono l'Italia verso il Bangladesh (alta intensità di lavoro) non verso la "Germania" (alta intensità di capitale: ma voi sapete perché ho messo le virgolette).

Questo ve lo dicevo già nel 2013, buon ultimo, perché, ad esempio, Saltari e Travaglini ne parlavano già nel 2007 (quando io mi occupavo di economia cinese, pur di non pensare alle cose di casa nostra).

Poi, nel 2014, a/simmetrie è entrata a regime, abbiamo lavorato, e...

Ops!

Cosa vedo nella figura 1 dell'articolo nel quale presentiamo il nostro modello? Questo:


Ha proprio ragione Visco, vedete? A partire dall'epoca delle riforme, cioè dal 1997 (pacchetto Treu), il rapporto capitale/lavoro (k/n), che misura, in parole povere, la dotazione tecnologica media del singolo lavoratore italiano, smette di crescere. "Uno dei maggiori disincentivi a investire è venuto dal modo in cui abbiamo reso flessibile il mercato del lavoro", dice Visco, e il giornalista compunto aggiunge: "a suo avviso".

Suo avviso una sega!

Intanto, è nei numeri e lo vedete. E poi queste cose non sono un'idea estemporanea di Visco: sono risultati della letteratura scientifica (tutti citati nel post del primo maggio: Gordon. Dew Becker, Saltari, Travaglini, Daveri, Parisi, ecc.). Vedete anche che, caso non strano, quando smette di crescere la dotazione tecnologica dei lavoratori, si arresta anche la produttività del lavoro (y/n, prodotto per addetto), e, come abbiamo detto più volte, da lì inizia il nostro declino (del quale le riforme spiegano solo un pezzo, come sapete).

Quindi, quando Visco a maggio 2014 ci diceva che con le riforme strutturali saremmo cresciuti, o era spaventosamente ignaro delle basi della letteratura scientifica (e quindi non era al posto giusto), o mentiva sapendo di mentire (e quindi era al posto giusto). Io la risposta la so, e la sapete anche voi, quindi inutile dircela.

Concludendo: quella di Visco non è una grande scoperta, ma una banalità: le riforme del mercato del lavoro hanno effetti avversi sulla produttività perché alterano il rapporto ottimale fra capitale e lavoro (cioè disincentivano l'innovazione). Ci fa piacere che lui senta il bisogno di dire oggi quello che noi ci dicevamo tre anni fa. Vuol dire che la resa dei conti si avvicina, e che Visco sa già, come sappiamo noi, che quest'anno la disoccupazione non diminuirà. Non è buon allievo chi non supera il maestro, e io la sua previsione l'avevo data qualche mesetto fa.

Ma di questo parliamo in separato QED.

Mi limito ad aggiungere, a beneficio di quelli che vogliono la #pirreviù, che l'altro pezzo di spiegazione, quello "post-keynesiano", da me avanzato, che lega il crollo della produttività al crollo della domanda determinato da un cambio reale sopravvalutato, sta diventando anch'esso letteratura scientifica.

Ma non ditelo all'uomo che sussurrava ai trulli (se non sapete chiè, non preoccupatevi: non lo sa nessuno).

Vorrei però aggiungere una parola per i politici che continuano a comportarsi da lacchè, ad avvalorare oggi la narraFFione che vorranno smentire domani, ad amplificare oggi il mantra che gli si ritorcerà contro domani, a commettere oggi gli errori politici che non vorranno aver commesso domani.

Cari amici, lo vedete che perdere la propria dignità per leccare il culo al potere non serve a nulla? Il potere ve se magna e ve se ricaca in un attimo. Prima vi fa fare quello che vuole lui, e poi vi prende pure per il culo, dicendovi che non serviva a niente e che lui lo sapeva (infatti l'aveva anche scritto a caratteri piccoli), lasciando così a vostro esclusivo carico la responsabilità politica la quale, in fondo, a ben vedere, non incombe su di voi strictu sensu, non più di quanto incomba sul cane per il morso che dà al passante.

Il responsabile del cane è il padrone, che, nel vostro caso, è la finanza. Quest'ultima però, come questo post e quello precedente sul Fmi dimostrano, ha ottimi metodi per tirarsi fuori, e gli sputi toccano a voi.

E quindi, cari politici, sì, è difficile non odiarvi per il tanto odio e la tanta morte che avete seminato acclamando in Monti l'uomo dell'emergenza, poi magnificando nel semestre renziano l'occasione del riscatto (forse quello da pagare...), e prima ancora dicendo che l'euro ci avrebbe protetto, e via stronzeggiando per anni, mentre la gente moriva fuori e dentro.

Ma in fondo mi fate pena.

Non so come finirà questa storia, ma in ogni caso una cosa è certa: io dalla vostra parte non sarò mai. Per ora sono dalla parte delle vittime, dalla parte di quelli che vi odiano. Poi, se le vittime non si svegliano, ho sufficienti capacità tecniche per passare dalla parte di quelli che vi prendono per il culo. A un certo punto bisognerà pure che cominci io a pensare a me, se gli altri non pensano a se stessi!

Comunque, quando leggo Visco (Ignazio) mi scompiscio dalle risate, pensando a voi...

E voi?



(...bene, se semo divertiti, e ora facciamo i conti...)