L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
Con una certa qual sorpresa ieri mi sono imbattuto in questo:
Io pensavo (non “noi pensavamo”) che fosse già online da un pezzo, ma da un male nasce un bene: posso regalarvelo per Natale, anche se temo che questo possa indurvi nella tentazione demoniaca di entrare in tenzone col parente piddino.
Divertitevi, e sappiate resistere!
(…ma soprattutto ricordate: Monti ha salvato il Paese!…)
Ieri “La voce del Colle” accordava inusitato risalto a un articolo relativamente tecnico di un collega relativamente scialbo:
la cui produzione è dwarfed da quella della più prolifica sorella
con cui però condivide, nonostante la discreta divaricazione degli indicatori bibliometrici, un tratto distintivo (che, come poi argomenterò, non credo gli discenda per linea paterna): quello di parlare di Germania senza capirne un accidenti.
L’idea lanciata attorno al 2012 dall’affascinante (non solo bibliometricamente) Lucrezia, secondo cui la Germania sarebbe stata in surplus con la Cina, l’avevamo commentata illo temporequi, e nonostante nel frattempo fosse diventata uno dei tanti mantra degli espertoni, il tempo, sì come far suole, ci ha dato ragione sbriciolandola, tant’è che due giorni dopo la pubblicazione di questo nostro post perfino il Wall Street Journal ha preso atto:
e, come recita il brocardo, “Wall Street locuta, causa finita”. Il crollo verticale delle esportazioni lorde tedesche negli ultimi anni non implica in alcun modo che le importazioni nette siano mai state positive, perché sono sempre state negative, come vi avevo prefigurato nel 2012 (“Si intende di Cina, Mr. Bagnai?” “No, mi intendo un po’ di donne…” - semicit.).
Il fratello minore (soprattutto scientificamente) non è che se la cavi molto meglio! Guardate un po’ come esordisce:
Non c’è male, eh!? Qui mancano proprio le basi, non solo della geografia (l’Europa non è un continente), ma anche della statistica economica. Scusate, vi chiedo di dispensarmi, in nome della schiettezza e della franchezza che deve contraddistinguere un genuino e proficuo scambio di idee, dall’obbligo di avvalermi del dizionario da me scritto in tempi migliori, e di pormi con semplicità una domanda: ma ancora con questa stronzata della Germania locomotiva? Ma te li vuoi guardare i cazzo di dati, gentile collega?
Ora, la cosa più sconcertante nella simpatica coppia di cheerleader del Reich(lin) millenario non è il rifiuto del dato di realtà! Evidentemente non occorre che il Reich ti scorra nel sangue: basta che ti scorra nel cognome perché tu sia pervaso da quel fremito idealistico che è a un niente dalla Verleugnung, anticamera della Selbstvernichtung.
Ma il problema non è questo, così deliziosamente freudiano.
Il problema di questi esperti, cui i nostri nemici di classe accordano un incomprensibile diritto di tribuna, non è che siano allucinati (senza bisogno di Pervitin): è che sono scarsi!
Ne volete una prova?
À vous:
Vi rendete conto? Ma come si fa a definire “buoni” i frutti delle riforme Hartz, cioè dell’aggressiva politica di deflazione salariale beggar-thy-neighbour con cui la Germania ha tagliato il ramo su cui era seduta, cioè i redditi, e quindi il potere d’acquisto, del mercato unico europeo (date le inevitabili mosse conseguenti degli altri partecipanti, di cui parlammo nel 2011, e per ultimo qui)?
Buoni per chi? Per noi è sufficientemente ovvio che non lo siano mai stati, questi frutti, ma anche ritenerli buoni per la Germania era da sprovveduti, come i fatti hanno dimostrato, e se è concesso a tutti di essere scarsi ex ante, è più difficile concedere a qualcuno di essere negazionista ex post, soprattutto dopo che 🍇 ha spiegato come funziona! Quella del taglio reciproco dei salari è stata (ed è) una strategia suicida, come è oggi scientificamente suicida negazionare che lo sia stata!
Quando sostituiremo il qualunquismo grillino sulla qualità della nostra classe politica con un ragionamento serio sulla qualità delle nostre élite? Al #goofy14 abbiamo visto che hanno ottimi e abbondanti motivi per essere così scarse o distratte.
Il post in cui estendevo all'Eurozona il grafico proposto da Milanovic (e nel 2015 da noi) sul declino dell'Italia (qui) ha scatenato una serie di troll di qualità scadente, peggiorata dal ricorso all'AI, come abbiamo visto qui.
Evidentemente, e comprensibilmente, il fatto che l'Eurozona sia un gioco a somma negativa, cioè il fatto che il danno inflitto al nostro e ad altri Paesi della "periferia" non sia compensato nella media della zona dai vantaggi conseguiti da altri Paesi del "centro", dà fastidio, perché smentisce frontalmente la retorica dell'unirsi per affrontare le sfide della globalizzazione (nel nostro lessico famigliare, la retorica dell'"oggi c'è la Ciiiiiiinah!11!", ma sono pochi a ricordare chi e quando pronunciò questa frase...), la retorica della locomotiva tedesca, ecc.
Per quanto possa capire questo fastidio, i tentativi di negare, anzi: di negazionare il declino dell'Eurozona sono destinati a fallire miseramente nel ridicolo (soprattutto, ma non necessariamente, se chi li perpetra è già ridicolo di suo). Infatti, da un lato l'arretramento relativo dell'Eurozona è ormai un "fatto stilizzato", cioè una tendenza espressa dai dati che si prende per assodata e incontrovertibile, quand'anche vi possa essere un dibattito teorico sulle cause che l'hanno determinata. Dall'altro, prima che questo simpatico esperimento sociale iniziasse, i più autorevoli economisti mondiali avevano prefigurato come sarebbe andato a finire. Devo a Marino Badiale il suggerimento di raccogliere in questo post i pronostici più autorevoli (tutti infausti, ovviamente). A Marino era chiaro che, data la particolare succubanza dei piddini al principio di autorità, a quell'ipse dixit che li dispensa dalla fatica - non a tutti accessibile - di pensare con la propria testa, un post simile avrebbe potuto essere utile. Mi piace riportarvi qui le parole di uno dei tanti economisti preveggenti, Krugman, secondo cui: "Il pericolo immediato ed evidente è che l’Europa diventi giapponese: che scivoli inesorabilmente nella deflazione, e che quando i banchieri centrali alla fine decideranno di allentare la tensione sarà troppo tardi" (sono parole di ventisette anni fa, le trovate ancora oggi sul sito del MIT).
Questa idea di un'Europa "giapponese" (in realtà, un po' peggio, ma non insisto ora su questo punto) si traduce, nel linguaggio giornalistico, in un ricorso sempre più frequente all'espressione "decennio perduto", che nella letteratura economica fino a una ventina di anni fa era associato, appunto, al Giappone.
Per quanto attiene a quest'ultimo, la locuzione lost decade credo sia stata lanciata da Hayashi e Prescott nel 2002, in un articolo che ha avuto (solo!) 1391 citazioni (qui una delle ultime), dando vita a una letteratura piuttosto cospicua (Scholar indica 24.500 lavori), dove i temi più discussi erano naturalmente la produttività (come ti sbagli?), o il più esoterico quesito se l'economia giapponese si trovasse o meno in una liquidity trap (spiegata - male - qui). Ma insomma, fra chi attribuisce la stagnazione a una LM orizzontale (trappola della liquidità), chi a una IS verticale, chi alla produttivitah (da Hayashi e Prescott in giù), c'è anche chi di questo decennio perduto dà la spiegazione che mi avete spesso sentito dare, riconoscendo l'importanza dei fattori internazionali e monetari, come Hamada e Okada:
Ora, non mi interessa qui dirimere in mezzo post quello su cui decine di colleghi stanno ancora dibattendo, ognuno col suo pezzettino di verità, anche se, col vostro permesso, conservo una preferenza umanamente scusabile per chi vede le cose come le vedo io. Semplicemente, evidenzio che a nessuno salta in mente di dire che gli anni '90 non siano stati un decennio perduto per il Giappone!
Nel caso dell'Unione Europea lo spettro del "decennio perduto" ha cominciato a ossessionare la letteratura scientifica una dozzina di anni fa grazie a Wright (2013) (per quel che mi risulta), seguito da Eichengreen et al. (2014). Alle sagge parole di Krugman, il primo a parlare di una giapponesizzazione dell'Europa, nessuno pensava più, a dire il vero, e il tono di questi articoli era esortativo: l'Europa può, o dovrebbe, ancora evitare il suo decennio perduto, si diceva (ovviamente evitando di menzionare l'euro, per non farsi incenerire dai referee). Fatto sta che oggi il decennio perduto, o, se volete, il declino dell'Europa (e in particolare dell'Eurozona, anche se, va detto, i due concetti sono largamente coincidenti, atteso che l'Eurozona a 20 esprime circa l'84,4% del Pil dell'Unione Europea a 27) è un dato di fatto ampiamente riconosciuto anche dalla stampa più mainstream. Al netto di alcuni buffi tentativi di farla più complicata di quello che è, come l'articolo di questa simpatica reporter secondo cui farebbe differenza calcolare la crescita a prezzi costanti in dollari o in valuta nazionale (la risposta ovviamente è no per i motivi spiegati nel post precedente, e fa un po' sorridere che un giornale così prestigioso cada in errori simili: forse siamo stati troppo severi col povero troll), il fatto che:
la crescita economica sia stata più lenta nell'Eurozona che negli Stati Uniti o in Giappone nessuno lo contesta (l'articolo da cui è tratto il grafico è questo), se pure si può supporre che nel caso in specie giochi un certo ruolo un intento agiografico:
e se si preoccupano loro qualsiasi gesto apotropaico sarà scusabile. Del resto, una banale ricerca di "Europe lost decade" vi confermerà che dubbi in merito possono venire solo a persone molto distanti dai temi del dibattito economico. Per sicurezza, comunque, mi sono rifatto il grafico coi dati del WDI, ottenendo lo stesso profilo:
Non stupisce quindi che chi cerca di negare questa evidenza condivisa debba necessariamente arrampicarsi sugli specchi facendo la figura dello sprovveduto.
Già da questo (cioè dal fatto che sia patrimonio comune della professione, nella sua dimensione specialistica e pubblicistica, il fatto che l'Unione Europea abbia perso un decennio di crescita) si capisce che per un economista incontrare un tizio che cerchi di argomentare il contrario fa lo stesso effetto di trovarsi a cena in un'ambasciata e vedere che il commensale di fronte si sta scaccolando le orecchie con la forchetta: se non l'ultima, è la penultima cosa che ti aspetteresti di vedere in un contesto simile! Ma la cloaca nera di Twitter ci ha insegnato che è possibile andare oltre.
E allora andiamoci. Prendo ad esempio un commento di Valerio Santoro su questo blog:
Valerio Santoro ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Ancora sul declino":
Se si ripete l'esercizio anche con Regno Unito e Stati Uniti, si otterranno parabole simili. Evidentemente, non può essere l'euro la principale causa di tale fenomeno.
Pubblicato da Valerio Santoro su Goofynomics il giorno 21 apr 2025, 09:53
Sicuro?
A me veramente sembra che non siano parabole e non siano simili: gli Stati Uniti tengono botta fino all'inizio della crisi dei subprime, e d'altra parte l'espansione della Cina, cui implicitamente la maggior parte dei negazionisti cerca di dare la colpa, inizia prima ed è un processo privo di sostanziali discontinuità: non c'è un'accelerazione visibile nel 2001. Un declino dal 2001 ce l'abbiamo solo noi.
Questo, veramente, l'avevo anche fatto notare nel post:
ma chi sono io per chiedervi di astenervi dalla porca rogna di dire la vostra prima di avere non dico capito, ma almeno letto la mia, o almeno quella del Financial Times?
Comunque, già che ci siamo, vi faccio vedere un paio di semplici elaborazioni descrittive basate sull'ultimo grafico. Se immaginiamo che nei prossimi anni il tasso medio di crescita sia quello registrato fra 2000 e 2023, cioè questo:
l'evoluzione delle quote del Pil ci porterebbe nel 2038 ad una quota di Pil mondiale a una cifra:
In realtà non credo che le cose andranno esattamente così, per i motivi che vi spiegai a suo tempo qui. L'idea che la Cina possa crescere per sempre fra l'8% e il 10% è semplicemente non compatibile con quanto sappiamo dell'economia. Lo si capisce meglio se si estende il grafico al 2069 (quando avrò 107 anni):
Ora, è vero che di cose che mai mi sarei aspettato di vedere quando studiavo macroeconomia ne ho viste parecchie: una è questa
Ma è pur vero che una simile esplosione della quota del Pil cinese su quello mondiale non la vedrà nessuno (nemmeno io, che mi sto attrezzando per campare fino a 107 anni), perché, come capite bene, prima di arrivarci necessariamente scoppierebbe un conflitto.
Naturalmente l'esperienza storica, come vi spiegavo commentando il referaggio fatto al mio articolo sulla Cina, presa sic et simpliciter non è di per sé un buon indicatore delle performance future. Il Fmi prevede per i prossimi anni un tasso di crescita dell'economia cinese attorno al 4%, per l'Eurozona all'1.2%, confermando per gli Usa il 2.2%, e già questo, ipotizzando la costanza nel tempo di questi tassi, cambierebbe molto il quadro, rendendolo meno palesemente assurdo:
(noi andremmo a una cifra nel 2047).Al netto di questo divertissement statistico, resta il fatto che, avendo di fronte a noi un contesto così solcato da profonde tensioni, ci siamo dati delle istituzioni che non ci aiutano a tener botta, e che il nostro declino, sul quale sarebbe urgente interrogarsi, e che viene apertamente discusso sia dalla letteratura scientifica che dalla pubblicistica più autorevole, qui viene ancora negato perché disturba un certo tipo di racconto.
Ricorderete l'immortale scena in cui una delle tante di passaggio rimprovera a Woody Allen di aver creduto, nella sua ipocondria, di essersi preso un melanoma, e lui replica: "Ma avevo una macchia nera sulla schiena!", e lei controbatte: "Sì, ma era sulla camicia!"
Ieri anche il vostro ecclesiarca aveva qualcosa di simile a una macchia nera sulla camicia (il colore era un altro, non era la camicia e non era una macchia, ma insomma...), e quindi questa mattina ha colto l'occasione per vincere la pigrizia e fare tutte le analisi in programma (tutte negative, nel senso di positive, perché, sempre per citare il noto attore, passata una certa età le parole che è più bello sentirsi dire non sono "ti amo!", ma: "è benigno").
Con l'occasione, mi è venuto in mente (perché la mia ecclesia è naturalmente sempre in cima ai miei pensieri) che vi avevo promesso, qualche post fa, di farvi vedere le analisi dell'Europa, cioè come si stavano comportando i vari Stati alla luce degli indicatori della MIP (Macroeconomic Imbalances Procedure). L'idea era un po' quella di vedere, laddove arrivasse uno sgrullone (ad esempio una crisi finanziaria, perché la storia non è finita...), quali Stati membri sarebbero più esposti a rischi, almeno secondo le metriche dei nostri illuminati sovragovernanti.
Il quadro di sintesi è questo:
e come vedete noi siamo ultimi (cioè primi) a pari merito con la Polonia, mentre il maggior numero di analisi positive (cioè di segnali di allarme) lo consegue l'Irlanda, l'unica ad avere sei valori fuori scala.
Il quadro di dettaglio è questo:
Mi interessano e incuriosiscono le vostre considerazioni.
Come vedete, in alcuni casi i segnali che provengono da questo cruscotto sono o sembrano contraddittori. Ma questo difficilmente colpirà l'attenzione dei nostri amici piddini. L'unica cosa che avranno difficoltà ad accettare è che secondo la loro amata Leuropa l'odiata Italia (Paese di mandolinisti) sia la prima della classe...
Sul significato da attribuire a questa classifica potremmo esercitarci a lungo.
dove le differenze sono due: il riferimento è il Pil mondiale, e viene aggiunta la Polonia. Il messaggio però è lo stesso: il punto di arresto del recupero e quello di inizio del declino grosso modo coincidono.
Qui si vede in effetti una differenza fra il rapporto al Pil pro capite mondiale e a quello dell'Eurozona. Rispetto all'Eurozona l'arresto (il punto di massimo relativo, quello dove si arresta una lunga serie di crescita) è nel 1988, mentre rispetto al Pil mondiale leggermente dopo, nel 1992; di converso, l'inizio del declino, cioè l'altro punto di massimo relativo (quello dove inizia una lunga serie di decrescita) è nel 2001 in entrambi i casi.
A questo punto, visto che qui desideriamo stare ahead of the curve e che eravamo stati autorevolmente raggiunti, mi è venuta voglia di fare un passo avanti, che sicuramente anche altri avranno fatto da qualche parte, calcolando il rapporto fra il Pil dell'Eurozona (EMU sta per Economic and Monetary Union) e quello mondiale. Il risultato è questo:
e si vedono alcuni dati interessanti: ad esempio, per l'Eurozona il periodo dello SME credibile (dal 1987 in poi) è un momento di grande accelerazione, mentre noi in quel periodo ci fermiamo, il che significa, in sostanza, che la Germania all'epoca ci guadagnò più di quanto noi ci perdemmo, o almeno così sembra. Al contempo, anche l'Eurozona è in declino dall'inizio del secolo, con un massimo relativo nel 2001.
Sembrerebbe di poter dire che quello che ha fatto il male delle parti non abbia fatto il bene del tutto.
Prevengo un'obiezione (in realtà, ce ne sono varie: anche se il 2002 è stato il primo anno in cui abbiamo avuto l'euro in tasca, è pur vero che i tassi di cambio fra valute europee erano fissi irrevocabilmente dal 1999 e sostanzialmente dal 1997, ad esempio): nel 2001, più esattamente l'11 dicembre, è successa anche un'altra cosa, l'ingresso della Cina nel WTO:
Indubbiamente un evento che ha segnato un incremento del peso della Cina nelle relazioni commerciali, e di conseguenza nella distribuzione del Pil mondiale:
Un fattore confondente non da poco, ove si vogliano accertare le responsabilità della moneta unica, e della conseguente necessità di una guerra fratricida sui salari fra Paesi dell'Unione Europea, nel declino che abbiamo documentato.
Restano due considerazioni: la prima è che la progressione della Cina era iniziata prima del nostro declino, e che gli Stati Uniti, nonché il resto del mondo, hanno "tenuto botta" molto meglio di noi rispetto a questa progressiva affermazione della Cina, il che significa, in tutta evidenza, che noi ci abbiamo messo del nostro dotandoci di istituzioni che ci hanno reso più fragili, non più forti, nel panorama della globalizzazione.
La seconda è che, per quel che mi riguarda, io non ho particolarmente voluto né l'ingresso dell'Italia nell'euro né l'ingresso della Cina nel WTO, e non mi sentii all'epoca particolarmente coinvolto in un dibattito circa l'opportunità di favorire questi ingressi. Semplicemente, queste cose accaddero, e solo un ristretto numero di esperti si pose qualche domanda (e fra questi non c'ero io, che all'epoca ancora non mi occupavo di Cina e non partecipavo al dibattito pubblico, né tanto meno potevo ambire a crearlo ove non ci fosse, come poi fu dieci anni dopo).
Resta il punto che forse l'ultimo grafico ci spiega meglio di tanti discorsi quello che sta succedendo oggi (si veda ad esempio l'intervista del da voi vituperato Giorgetti su Libero), e che se continuiamo così fra una ventina d'anni il nostro peso sul Pil mondiale sarà ampiamente sotto la doppia cifra.
Ci saremo condannati all'irrilevanza: il "gigante economico, nano politico e verme militare" sarà diventato un nano economico per essere stato un verme politico (ovviamente restando un verme militare).
Partiamo dalla fonte dei dati, così potete rifarvi voi i conti se non credete ai vostri occhi.
Ho utilizzato una fonte particolarmente autorevole: l'Organizzazione Internazionale del Lavoro, che è l'unica a fornire un database omogeneo sui salari reali. Lo trovate in appendice al Global Wage Report 2024, è un foglio Excel accessibile cliccando qui:
che riporta i tassi di crescita dei salari nominali e reali.
è presto fatto: semplicemente si pone pari a 100 un certo anno, e da lì in avanti si ricostruisce la serie usando appunto il tasso di crescita, semplicemente così:
(qui vedete come in K18 ho costruito il dato coreano per il 2009).
Applicando questa semplice formula, in effetti, otteniamo esattamente il grafico riportato sopra:
Quindi i dati sono quelli, quella è la fonte, quello è il metodo di calcolo, e quello è il risultato.
Un risultato travisato, però, anche se del travisamento, mi occorre dirlo, non è responsabile il Corriere della Sera (che pure spesso ha volutamente travisato, come sapete: ma scordiamoci il passato). Il travisamento, più o meno volontario, è nella fonte secondaria, correttamente citata dal Corriere: la nota di diffusione relativa all'Italia tratta dal rapporto globale dell'ILO. In che cosa consiste questo travisamento? Come spesso accade, nella scelta dell'anno di riferimento. Non si capisce infatti che particolare senso abbia considerare "lungo periodo" quello che comincia dal 2008, o, se volete, quale strana cabala costringa a considerare un lasso di tempo di 17 anni, quando la fonte primaria ne riporta 25 (i venticinque anni dal 2000 al 2024). Certo, nessuno nega le virtù del 17, il terzo numero primo di Fermat (e anche il tre ha un suo perché), un numero omirp, che nella Smorfia rappresenta 'a disgrazzia, e infatti andando indietro di 17 anni da oggi troviamo il 2008, anno di una discreta disgrazia finanziaria globale.
Qualcuno potrebbe dire: beh, proprio perché è l'anno della crisi, ha senso prendere il 2008 come punto di partenza dell'analisi, che così ci informa su che cosa è successo nel "dopo crisi". Ora, a parte che per noi il post-crisi "ancora arriva" (come dicono a Pescara per dire: "non è ancora arrivato"), si capisce bene che se per esaminare un fenomeno parti da un riferimento perturbato l'analisi non sarà tanto chiara! Non credo che per misurare la profondità di un fondale si scelga una giornata di mare forza sette, non per altro, ma perché per capire quale questa profondità effettivamente sia dovresti fare parecchie misurazioni e prendere la media!
Ma qui la questione, come sapete (dispero, ma mi illudo), è più sottile e più grave!
Partendo dal 2008 in effetti non si vede qual è stata la causa della crisi salariale europea, e si fornisce anche una visuale un po' distorta dei risultati complessivi dell'ingresso nell'Unione Monetaria.
Perché?
Per farvelo capire, rifaccio lo stesso grafico partendo dal 2003:
Stessa fonte, stesso metodo, ma aspetto un po' diverso, non trovate? Dal 2003 al 2009 infatti questo grafico mostra un fenomeno molto evidente: la decrescita del salario reale tedesco in totale controtendenza rispetto a quelli di tutti gli altri Paesi (membri o meno dell'Eurozona). Non dovrebbe essere una assoluta novità! Nonostante qualche povero scemo individuo diversamente perspicace all'epoca me la contestasse, quella che le aziende tedesche avessero ridotto i salari era una verità declamata anche dai titoli del Corsera. Guardate ad esempio che cosa scriveva il 4 dicembre del 2011:
Una sintesi giornalistica per una volta assolutamente corretta, dato che il testo dell'intervista recita:
La ricetta tedesca era questo: praticare una politica beggar-thy-neighbour di svalutazione interna, mantenendo la crescita del salari al di sotto di quella della produttività per far diminuire il costo del lavoro per unità di prodotto (la spiegazione dettagliata ve la diedi nel post su Lampredotto), di fatto facendo diminuire i salari reali, allo scopo di sfruttare la domanda degli altri Paesi membri, esportando loro automobili, sommergibili, ecc.
Nel 2011 per l'Italia quella di "fare come i tedeschi nel 2003", come chiedeva Berger, era diventata una necessità.
Perché?
Perché i tedeschi, facendo come i tedeschi (cioè fottendo i vicini) dal 2003 in poi avevano provocato un massiccio squilibrio dei saldi di bilancia dei pagamenti, come vi ho mostrato a Roma:
Nel periodo fra le due linee verticali la Germania aveva accumulato crediti verso il resto dell'Eurozona, esportando verso gli altri Paesi membri i capitali che questi usavano per finanziare l'acquisto di beni tedeschi. All'arrivo della crisi, questo simpatico carosello dovette bruscamente arrestarsi: le banche tedesche dovettero smettere di rifinanziare le posizioni debitorie del Sud e rientrarono bruscamente, imponendo ai Paesi periferici la cura da cavallo. Lì si comincia a vedere il tracollo del salari italiani, et pour cause: stavamo facendo come la Germania, perché eravamo costretti a farlo, in risposta all'aggressione tedesca!
Ora, se la storia la racconti tutta, non solo capisci che l'ampiezza della crisi ha un responsabile, il tumore tedesco che si nutre a spese dei tessuti sani circostanti, ma capisci anche che il destino del tumore è quello di morire col corpo che uccide. Insomma: il famoso concetto del "segare il ramo su cui si è seduti", qui ripetuto ad nauseam. In effetti, mentre facendo base 2008 pare che la Germania abbia ottenuto il secondo miglior risultato in termini di crescita dei salari, facendo base 2003, cioè partendo a bocce ferme, prima dell'aggressione tedesca, prima della svalutazione competitiva dei salari tedeschi, si vede che nel 2024 la Germania non è in seconda, ma in quinta posizione, ampiamente giù dal podio, mentre i primi quattro Paesi per crescita dei salari sono, guarda un po', tutti esterni all'Eurozona: Corea (del Sud), Canada, Australia e Stati Uniti. Paesi che non hanno avuto bisogno di reprimere i propri salari per rispondere allo shock della crisi, perché dotati della propria valuta.
Non sto a spiegarvi perché al Corriere (ma anche all'ILO, ma anche al Quirinale) preferiscono che non vediate le cose sotto questo profilo...
Voi a questo punto mi direte: "D'accordo, ma anche tu, scegliendo il 2003, fai una scelta arbitraria e che sai che giocherà a tuo vantaggio, perché non ti sei dimenticato di che cosa scriveva il Corriere nel 2011, quando confessava che il successo tedesco era dovuto al taglio dei salari dal 2003!"
Va bene! Accetto la critica. Allora facciamo così: utilizziamo tutti i dati disponibili, partiamo dal 2000. Il risultato è questo:
e, come vedete, non cambia. Si vede sempre la brutale aggressione tedesca dal 2003 (prima non c'è nulla di simile) e la Germania arriva sempre quinta (e non seconda) a fine periodo. Il suo reculer pour mieux inculer sauter viene comunque scontato dai dati.
Notate bene: anticipando dal 2008 al 2003 il quadro cambia completamente, mentre anticipando dal 2003 al 2000 resta lo stesso. Questo testimonia il fatto che prendere come base un anno di grande turbolenza non ha molto senso, non fornisce un quadro attendibile e stabile. Le conclusioni che si ottengono con una simile analisi non sono robuste rispetto a una variazione del punto di riferimento.
Dovrebbe quindi essere chiaro che quando coso, come se chiama, quello, LVI, dice "credevamo, non sapevamo, pensavamo di dover competere...", dice fregnacce! Quella di competere sui salari non era un'idea estemporanea, un vezzo, una moda, un'ipotesi, un esperimento, ma una necessità i cui motivi erano stati spiattellati dal Corriere ed erano noti a tutti: perché la Germania ci aveva aggredito con una svalutazione competitiva del salario, attuando una svalutazione competitiva interna cui non potevamo che rispondere con una pari svalutazione interna, essenro precluso l'ammortizzatore del tasso di cambio (se ci fosse stato il marco, si sarebbe rivalutato già nel 2004). Lui questo lo sapeva allora come lo sa ora, anche se per ora non lo dice. La crisi salariale ha due presupposti: uno tecnico, l'integrazione monetaria, come ben sapevano i comunisti; uno politico, il PD, cioè il macellaio dal grembiule rosso chiamato a fare macelleria sociale fra il plauso delle vittime, tutte contente di essersi liberate di un uomo che invidiavano: Berlusconi.
That's it! Non c'è altro da aggiungere. Eppure molti di voi questa storia non l'hanno capita nella sua limpida efferatezza e nel suo inevitabile epilogo, che è ancora di là da venire, ma che è chiaramente iscritto nella traiettoria che vi ho descritto.
(...ho 21 minuti di discussione generale sul PSB - Piano Strutturale di Bilancio. Lascio qui qualche dato che vorrei commentare...)
Ci hanno detto che dovevamo fare l'Europona della monetona perché "fuori" c'era la Cina. Ce lo hanno detto quelli che la Cina ce le stanno portando in casa con le politiche "green", e questo è il segno più eloquente della transizione ideologica da una sinistra amica di Marx a una sinistra nemica di Aristotele. La domanda però è: ha funzionato? La risposta è nei numeri: no!
La quota della Cina sul Pil mondiale si è espansa di 17 punti dal 1975 al 2023, e di questi 3 gliene ha lasciati il Giappone, quattro gli Stati Uniti, e 11 l'Eurozona. Dal 1999 il declino è quasi raddoppiato: fra 1975 e 1999 i punti persi sono 4, fra 1999 e 2023 sono 7.
Un pezzo di questo suicidio è l'assurda risposta alla crisi finanziaria globale:
L'Eurozona, che negli anni '80 aveva un flusso di investimenti del tutto comparabile a quello degli USA, ha risposto a questa crisi diminuendo il flusso di investimenti, anziché facendolo decollare come negli USA, o almeno sostenendolo come in Giappone. La dinamica è più evidente se la si analizza in percentuale degli investimenti fissi lordi mondiali:
Le politiche di austerità sono chiaramente leggibili. Esse si sono tradotte nel tagliare gli investimenti di chi li faceva, e chi li faceva, contrariamente al racconto che ci è stato fatto per anni, non era la Germania. Fra 2008 (inizio della crisi) e 2014 (anno in cui il Pil europeo recuperò il livello del 2018) la dinamica degli investimenti nei quattro principali Paesi fu questa:
e non necessita di ulteriori commenti per chi è familiare con l'argomento: si vede come la Germania tradizionalmente abbia sottoinvestito, e come abbia suicidato il continente forzando tagli degli investimenti ovunque. Ma in questa follia c'era un metodo: il metodo mercantilista. Tutti ormai sanno e dicono che il problema del debito pubblico è un problema di crescita, e se il problema fosse stato questo, la risposta sarebbe stata più investimento. Ma il problema era drammaticamente un altro: era l'accumulo di debito estero causato dall'impostazione mercantilista della Germania, di un Paese incapace di sopravvivere senza praticare una qualche forma di dumping, senza truccare le carte, condizione necessaria (ma non sufficiente, come i fatti dimostrano) per campare coi soldi di chi ti compra i tuoi prodotti.
Questi erano gli appunti per questo discorso:
Domani sono a Sky Agenda, e sto prendendo altri appunti:
(fonte Eurostat), dove si vede bene come la Germania negli anni '90 fosse in difficoltà e riuscisse a decollare solo dopo la riforma del mercato del lavoro, cioè la sua svalutazione interna, e come all'interno dell'Unione monetaria shock quali la crisi finanziaria abbiano provocato una divergenza delle economie reale.
Possiamo però zoomare nel post-Dieselgate (cioè dopo che gli americani hanno preso i tedeschi a sportellate, stanchi delle svalutazioni competitive dell'euro ingegnerizzate per tenere i cocci insieme...). Facendo base 100 al primo trimestre del 2016 le cose si presentano in una luce un po' diversa:
e naturalmente questo si riflette anche sul Pil.
L'ultimo dato riportato dall'Eurostat per l'Italia (455,4 milioni) è superiore al livello del terzo trimestre 2007 (453,1 milioni), anche se inferiore al massimo storico di 456,8 milioni toccato nel primo trimestre del 2008:
(...per il collegio analogico parto nel pomeriggio, domani si inaugura l'allungamento della pista dell'aeroporto di Pescara - che speriamo non sia la premessa di un'invasione di locuste, ma consenta di connettere i nostri distretti industriali con il resto del mondo - e oggi sono a casa a fare lavoro d'ufficio. Mi è venuto però in mente un modo diverso di dirvi una cosa che vi dico da sempre, e comincio la giornata da qui, dal mio collegio digitale...)
Ogni tanto mi chiedo se il post più citato di questo blog (più citato da me, intendo), cioè il primo, "I salvataggi che non ci salveranno", sia stato letto e compreso da qualcuno. Spero di sì, contro ogni evidenza. Qualche giorno fa l'amica Durezza del vivere ci segnalava che nel dibattito pubblico francese si fa strada la coscienza della fragilità della situazione:
e il nostro amico GioMacone, volendo essere colto, diceva probabilmente il contrario di quanto intendesse dire. Essoterico è infatti ciò che si rivolge all'esterno della comunità, ciò che può essere comunicato ai non iniziati, come esoterico è ciò che si rivolge all'interno, che è comunicabile o comprensibile solo agli iniziati. Rivolto pro bono pacis a tutti un invito a non fare i colti, soprattutto se si è di sinistra (ormai quella roba lì non è più nel vostro DNA, lasciate perdere...), e ricordato che l'uso della punteggiatura è il marker sovrano della familiarità coi libri senza figure (o dell'assenza di tale familiarità), evidenzio che il mio intervento era chiaramente esoterico: usava il nostro linguaggio, dove le "parole macedonia" e la pronuncia ggiornalistica (erdebbitopubblico, detto tutto d'un fiato) vengono usate come espediente espressivo per evidenziare i luoghi comuni da bar, e puntava il dito su un dato che chi non ha fatto "il percorso", il gradus ad Parnassum, non può intravedere, ma che alla fine di questo post non potrete ignorare.
Anche se sono tiepidamente convinto dell'opportunità di fare conversioni e quindi di sbattersi per parlare essotericamente (la verità è che le conversioni le faranno, come sempre, le bombe: lo scrittore Céline prevarrà sul pittore Luca 15,7, e sarà inevitabile un passaggio per Genesi 19,24), oggi non è agli altri che parlo, ma a noi, perché mi sembra più importante evidenziare il senso di un percorso, la consapevolezza di ciò che sappiamo o almeno dovremmo sapere, la giustezza delle nostre intuizioni. Mi affretto però a mettervi in guardia da un rischio, il solito: quello che avete capito, o credete di aver capito, usatelo innanzitutto per mettere in salvo voi stessi, poi per tentare (invano) di aprire qualche mente, ma mai come corpo contundente, come "veritah" da brandire come una clava. Non serve a nulla e squalifica voi e il messaggio che credete di portare.
Allora, torniamo al punto.
Le esternazioni di Moscovici evidenziano un dato in qualche modo rassicurante: tredici anni dopo gli occhi sono ancora autisticamente puntati nella direzione sbagliata, quella, appunto, de "erdebbitopubblico". Insomma, tutti guardano questo grafico:
Figura 1
(fonte: EUROSTAT) e, per carità, l'operazione ha un senso, se non altro perché la fanno tutti! Nei mercati finanziari la reputazione gioca un ruolo essenziale, e noi sappiamo che it is better for reputation to fail conventionally than to succeed unconventionally, dal che consegue che è senz'altro meglio, se si vuole sembrare degli esperti affidabili, concentrarsi su indicatori che raccontano solo un pezzo della storia, se è il pezzo di cui parlano tutti gli altri. È proprio l'importanza della reputazione nella dinamica dei mercati finanziari a determinarne l'intrinseco conformismo, con le note conseguenze, e già questo dovrebbe farci riflettere su quanto sia intrinsecamente stupido affidare le nostre sorti a un'istituzione (il mercato finanziario) che funziona così, su un'istituzione che mentre fa della diversificazione del rischio un mantra (scientificamente fondato) tende endogenamente alla concentrazione delle opinioni, per una inesorabile dinamica sociologica, con tutto quello che ne consegue in termini di fragilità finanziaria. Ma tanto, quando il mercato fallisce, il conto lo appoggia a noi (e dobbiamo anche ringraziarlo)!
Letta nella metrica del rapporto debito/Pil, e schiacciata dall'ordine di grandezza degli ultimi sconvolgimenti, la storia sembra essere quella di un fallimento del nostro Paese, di un successo della Germania, e, appunto, di una "fragilità" della Francia.
Questa storia di rapporti al Pil ha senz'altro un senso.
Il problema del debito pubblico non consiste nel fatto che le generazioni future dovranno "ripagarlo", come dicono i cretini, ma nel fatto che le generazioni presenti dovranno rinnovarlo a scadenza (quest'anno si va per i 400 miliardi di scadenze), e questo problema è facilissimamente risolvibile se il Paese emittente è in grado di dimostrare che saprà onorare il pagamento di interessi, cioè "servire" il debito. Il servizio del debito assorbe risorse, ovviamente. Detto in francese: sossòrdi. Ne consegue che la capacità di un Paese di generare valore, cioè la sua crescita, è la migliore garanzia per i creditori internazionali. Il discorso naturalmente è più complicato di così (stiamo trascurando che in un mondo di crescita e piena occupazione il lavoro cercherà di tirare la coperta della distribuzione del reddito dalla propria parte, lasciando al freddo la rendita finanziaria, per cui nonostante che la crescita sia la migliore garanzia che il capitale ha di essere remunerato, tendenzialmente il capitale tifa recessione per tenere sotto controllo il suo antagonista), ma teniamolo per ora a questo livello di semplicità e ripetiamolo in sintesi: il problema del debito non è ripagarlo ma servirlo, e, come diceva Domar, il problema del servizio del debito è essenzialmente quello di ottenere la crescita del reddito nazionale, del PIL.
Non è solo roba da archeologia keynesiana e non sono solo le parole di un fasheesta nazixenoomofobleghista professorino di provincia come me, ovviamente. A beneficio dei cretini segnalo che è esattamente quello che dice Moscovici, se pure in modo implicito, laddove nel suo intervento si inquieta perché:
(devo tradurvelo?).
Quindi sì, il rapporto al Pil de "erdebbitopubblico" un senso ce l'ha in quanto indicatore della nostra capacità di servire il debito, che poi è esattamente il motivo per cui avremmo dovuto evitare questo disastro:
Figura 2
(documentato nel post sulla sostenibilità del sistema pensionistico). A questo proposito, mi piacerebbe farvi osservare che dal 2000 a prima della nostra crisi il nostro debito/Pil era in lieve discesa e quello degli altri in lieve salita, e che l'avvio dei debiti nazionali su traiettorie fortemente divergenti è stato il risultato della crisi, o meglio della sua gestione, con l'austerità. Lo si vede bene, questo, alla fine della Figura 1, dove è chiaro che sospendendo le regole l'Italia è riuscita a riportare sotto controllo molto rapidamente il suo pur elevato rapporto debito/Pil.
Il punto, però, è sempre quello: stiamo parlando di una variabile relativamente poco rilevante, e ne stiamo parlando in un modo relativamente poco appropriato.
Cominciamo dalla seconda osservazione: l'inappropriatezza deriva dal concentrarsi esclusivamente sul numeratore. Non ci vuole molto a farlo capire, e ve lo faccio vedere in due modi diversi. Intanto, se non avessimo ucciso il Pil con l'austerità, cioè se a partire dal 2008 il Pil nominale fosse cresciuto allo stesso tasso di crescita medio sostenuto nel periodo dell'euro, la situazione oggi sarebbe questa:
e i relativi calcoli sono qui:
(fonte: IMF), dove Y è il Pil nominale storico, D il debito pubblico, g la crescita del Pil nominale (media 2000-2008 uguale a 3.76%), Y* il Pil nominale controfattuale (cioè quello che dal 2009 cresce al 3.76%), D/Y il rapporto debito/Pil storico e D/Y* il rapporto debito/Pil controfattuale, cioè costruito usando Y*.
Anche questo grafico non è il parto di un nazixeno ecc. di provincia, ma è stato presentato under Chatham House rules da un prestigiosissimo civil servant in una sede behind enemy lines (il che significa che Essi, come li chiamerebbe Luciano, sono perfettamente consapevoli del vero problema, anche se in pubblico non possono nemmeno farlo sospettare)!
A scanso di equivoci, certo, lo so che la crisi c'è stata per tutti, ma negli altri Paesi l'impatto sul Pil nominale è stato considerevolmente diverso:
In Francia la crescita nominale si è circa dimezzata, in Germania è aumentata, da noi si è ridotta a meno di un quarto di quello che era prima della crisi, ed è sufficientemente ovvio che l'assassinio degli investimenti pubblici da parte di Monti-Letta-Renzi-Gentiloni è stata magna pars del problema:
Con un denominatore (il Pil) così perturbato da eventi esogeni (l'austerità), forse può sfuggire quale sia la reale dinamica del numeratore (il debito). Sono qui per aiutarvi! È questa:
Fatto 100 il debito nel 2000, quello italiano è quasi raddoppiato, passando a circa 200 (204, per la precisione), quello tedesco invece pure (è passato da 100 a 205), mentre quello francese è più che triplicato, passando da 100 a 339. Vista così l'anomalia francese, su cui noi insistiamo da più di un decennio (vi ricordate il QED 10 e tutte le sue successive conferme?), fa veramente paura, e sicuramente il nostro caro amico Moscovici:
un pochino sta stringendo...
Voi direte: ma la Francia partiva da una posizione avvantaggiatissima, quindi anche se ha più che triplicato il suo debito pubblico sctaapposct, non c'è probblema, ecc. Non nego che la nostra situazione sia più delicata, ma voi i debiti pubblici di Italia, Francia e Germania li avete mai visti? Sono qui:
e non mi pare che da questo angolo di osservazione emerga un'assoluta anomalia italiana, o sbaglio? L'anomalia resta quella del Pil, di cui sappiamo le cause: le dissennate politiche di Monti, Letta, Renzi, Gentiloni.
E a questo punto, però, avrei voluto che almeno uno di voi si fosse posto una domanda, che certamente nessuno si è posto: "Sì, va bene, ma perché parliamo di questo? Perché insistiamo sul debito pubblico quando noi, qui, sappiamo, tu ci hai dimostrato, che il vero problema è quello estero, e che l'indicatore da monitorare, conseguentemente, non è il saldo pubblico, ma quello estero, come del resto sosteneva lo stesso Economist in tempi non sospetti?"
Eh già, perché?
Ma, il perché ve l'ho detto sopra: perché quando si è incasellati in un frame comunicativo che non si ha la forza di sovvertire, qualche volta può essere utile abbandonarsi alla corrente! Facciamo finta che il problema sia il debito pubblico, e non quello privato contratto con creditori esteri: in ogni caso, l'analisi che vi ho proposto sfata qualche luogo comune, e aiuta a concentrarsi sulla vera anomalia (quella del Pil).
Ma noi qui sappiamo che il vero problema è il debito privato con l'estero, e in generale il debito estero (pubblico o privato). Il motivo era noto prima ed è evidente adesso: in caso di crisi, sul debito pubblico interviene la Banca centrale, magari obtorto collo, perché altrimenti salta tutto, mentre è un po' difficile immaginare che una Banca centrale rifinanzi le aziende! Per quello ci sono le banche, e eventualmente il problema che una Banca centrale deve porsi è come non farle fallire. Vi ricordate il ui are not ier to cloze spredz?
Con tutto il rispetto per la perspicacia dell'ispettora Clouseau, non poteva andare a finire diversamente. Ma il fatto che chi ha un grosso debito estero poi vada a gambe all'aria lo abbiamo invece visto accadere mille e una volta ed è stato sancito anche da quelli bravi nel loro personale 8 settembre, che fu un 7 settembre:
E allora, se la mettiamo in termini del debito veramente pericoloso, quello estero, la Francia come sta?
Sta così:
Figura 3
Non è una grossa novità: questo grafico sintetizza tutte le cose che sapete o dovreste sapere: la correzione, grazie all'austerità, della nostra posizione netta sull'estero (ne avevamo parlato qui):
l'incapacità della Francia di uscire dalla trappola dei deficit gemelli, di recuperare competitività, essendo a casa loro socialmente insostenibile una cura da cavallo come quella inflitta a noi, e il parassitismo della Germania, che dopo aver recuperato competitività con una riforma del mercato del lavoro finanziata in deficit nel 2003 (come spiegato qui) ha beneficiato in modo parassitario della propria fama di "porto sicuro" (safe haven) e delle politiche della Bce (che ha sostenuto il suo debito - che non ne aveva bisogno - quanto quello dei Paesi in crisi), ottenendo un duplice e connesso vantaggio: quello della svalutazione dell'euro, che le ha consentito di accumulare surplus esteri fino a oltre 2000 miliardi di euro, e quello dei tassi negativi, che le hanno consentito di far diminuire il proprio debito.
Ma quello che non vi ho mai fatto vedere, e conseguentemente non avevo visto nemmeno io, è l'inesorabile e inquietante sprofondo rosso dei Bleus:
Non so se il nostro vecchio amico Pierre (Moscovici) lo abbia capito o meno, ma lui dovrebbe preoccuparsi di quella roba lì. Certo, la Francia non è un'Irlandetta o una Spagnetta qualsiasi, ne sono assolutamente consapevole: gli attacchi dei mercati hanno anche una dimensione geopolitica e sotto questo profilo la Francia ha sicuramente delle garanzie. Resta il dato economico: la Francia è un grande Paese con un enorme problema di competitività che non sa come risolvere e non sta risolvendo, mentre noi il nostro problema di debito estero lo abbiamo risolto, se pure a costo di aggravare il problema del debito pubblico uccidendo il Pil (ma sopravvivendo alla sua morte).
Della situazione francese avevamo osservato soprattutto il dato di flusso (la persistenza del saldo estero negativo della Francia, l'ultima volta qui):
ma osservare il dato di stock, cioè l'accumulazione di questi saldi negativi in un gigantesco debito estero netto, di dimensioni mai raggiunte nel nostro Paese, è abbastanza frightening, come direbbe uno bravo. Non a caso di questi numeri nessuno vi parla: i mercati sono corretti, non amano rovinare le sorprese! Io, invece, che sono dispettoso, adoro farlo, come ben sapete...
Mi avvio a concludere (cit.).
Mi resta solo da dirvi perché è rassicurante il fatto che tutti guardino nella direzione sbagliata, e per di più con delle lenti deformanti! Ma è semplice: perché questo ci garantisce che l'asteroide (finanziario) arriverà e farà il suo lavoro. Quale? Beh, gli asteroidi della reputazione tendono a fottersene: la loro reputazione non è data da quello che dicono (non parlano!), ma dalla loro massa, che a giudicare dai grafici qua sopra è piuttosto ingente. Possiamo immaginare quindi che il loro impatto sarà purtroppo (spiace) più grave per i fragili, piuttosto che per quelli che chi vuole mantenere alta la propria reputazione di analista finanziario deve definire fragili. È già successo, ricordate? Quando arrivò l'ultimo asteroide, attorno al 2010, chi ci rimise le penne per prime furono Irlanda e Spagna, i due Paesi col debito pubblico più basso e il debito estero più alto (cioè la posizione netta negativa più elevata).
Ovviamente noi siamo per la composizione pacifica dei conflitti, per il prevalere della razionalità economica, e per una nuova Bretton Woods, come lo sono tanti altri, che però dimenticano quali cogenti forze spinsero tutti a sedersi attorno a un tavolo nel 1944, mentre i Sovietici entravano a Vilnius e i marines sbarcavano a Guam (dove invece oggi, per diversi motivi, sbarcano soprattutto giapponesi).
Bene intendenti pauca.
(...ah, ove mai non fosse chiaro, la Figura 3, cioè lo sprofondo rosso del debito estero francese, spiega perché l'ispettora Clouseau, dopo aver detto che lei non era lì per cloze spredz, ha dovuto correre a cloze spredz, altrimenti le banche francesi scoppiavano come pop cornz. Detto fattualmente: a me le polemiche non interessano...)