In questo blog abbiamo da sempre minato uno dei baluardi della piddinità (intesa come l'attitudine della persona che trova nella propria mediocre cultura la legittimazione del proprio "sapere di sapere" - insomma:
la dottrina di Etarcos): quello secondo il quale
l'euro sarebbe al contempo il momento più significativo di costruzione dell'identità "europea", nonché uno strumento essenziale per competere ad armi pari non solo con la Ciiiiiiiiiiiiina (spauracchio buono per tutte le occasioni), ma anche, udite udite, con gli Stati Uniti!
Ma guarda! È l'uovo di Colombo! Per fortuna in Oceania non ci hanno pensato, altrimenti con una bella moneta unica transpacifica (da chiamare, che so, oceano) potrebbero diventare, da quel simpatico poligono che sono sempre stati (da
Bikini a
Mururoa), un'entità in grado di incutere rispetto a una potenza nucleare come Stati Uniti.
O no?
No.
Se la dici così è ovvio che è una scemenza. Forse, che il plutonio non si combatte con la carta, lo capisce anche un piddino. Resta quindi una scemenza anche nel caso dell'Europa: solo che, naturalmente, te la dicono in modo più sottile, ricorrendo ad argomenti di pancia, populisti, nazionalisti, e contando sull'ignoranza di chi sa di sapere, ma in realtà non sa una beneamata fava. Tuttavia, è la natura e la qualità di chi si fa portatore di certi argomenti che dovrebbe metterci in guardia...
L'argomento da portierato ("signora mia, al mondo sò tanto cattivi, sò invidiossi...") secondo cui gli Stati Uniti ci invidierebbero l'euro, e per questo motivo tanti studiosi statunitensi lo criticherebbero, ha il valore degli studiosi che l'hanno proposto (
quasi zero), e il fatto che sia un cavallo di battaglia di Prodi dovrebbe far riflettere, no?
Ma la cosa è ancora più semplice. Dopo la Seconda guerra mondiale, l'Europa continentale era una
tabula rasa: lo stato che ne era uscito meglio era la Francia, che aveva avuto Vichy, per dire. L'Europa semplicemente non c'era più, lacerata da guerre civili combattute prima, durante e in parte anche dopo il conflitto mondiale. Secondo voi, in quel contesto, chi poteva dettare leggi e indicare linee di sviluppo? Una accozzaglia di popoli frantumati, o il vincitore?
Il vincitore, risposta esatta!
Vincitore che aveva il problema di gestire la propria vittoria, il che comportava un paio di esigenze complementari: ricostruire un mercato mondiale per quei beni che solo lui aveva ormai la capacità di produrre, e garantirsi un baluardo contro un sistema, quello sovietico, che, nel bene e nel male, si poneva come antagonista al suo modello di capitalismo. L'Europa, da ricostruire col piano Marshall, e da mantenere coesa col Movimento federalista europeo, risolveva entrambi questi problemi. E infatti gli Stati Uniti finanziarono l'uno e l'altro. Sapete, probabilmente, del piano Marshall (a proposito, vi segnalo
questo evento), ma magari non sapete che il movimento federalista europeo era
finanziato da una speciale "agenzia" (se semo capiti) del governo statunitense (prima di essere finanziato dalla Commissione). Per i cultori della #pirreviù, qui c'è un
articolo #pirreviù-ed.
Personalmente non ci vedo nulla di strano, e se fossi stato o Churchill, o
Kalergi, e avessi quindi avuto il problema di tenere aristocraticamente a freno il popolino europeo (esigenza poi fatta propria, come sapete, dagli Attali e dai Padoa Schioppa), avrei fatto come loro: avrei chiesto i soldi delle fondazioni Ford e Rockefeller per metter su una baracca che convincesse il sullodato popolino di essere sulla strada dell'emancipazione dalle multinazionali americane! E se fossi stato un decisore politico statunitense, avrei fatto come fecero loro: avrei messo mano al portafogli per tenere in ordine il giardino di casa. D'altra parte, considerando come son finiti quelli che stavano "di là", nel blocco sovietico, qualcuno potrebbe anche dire che alla fine, almeno per un po', c'è convenuto stare "di qua".
Ma va capito bene cosa significa stare "di qua":
significa essere americani, non essere europei.
(
...e questo anche per l'ovvio motivo che gli Stati Uniti esistono come nazione, l'Europa no...)
Per capirlo meglio, considerate l'altro caposaldo del populismo europeista, quello secondo cui "L'Europa ci avrebbe dato la pace". Un'affermazione che si sbriciola di fronte all'evidenza del fatto che
la pace sono state la basi NATO a darcela: l'Europa è, dalla Seconda guerra mondiale in poi, una allegra brigata di paesi sconfitti e militarmente occupati. Meglio questo della guerra, siamo d'accordo. Ma è questo, non è un'altra cosa.
Per un economista capire come stanno le cose dovrebbe essere ancora più facile.
La costituzione economica europa, tutta articolata sul concetto di stabilità dei prezzi, viene fatta risalire al sacro orrore dei tedeschi per l'inflazione di Weimar che avrebbe portato al nazismo. Ma questo, si sa, è un falso storico (peraltro, costruito a tavolino dalla Bundesbank): al nazismo ci portò, e ci sta riportando, la deflazione, e ormai questa cosa, che raccontavo nel
Tramonto dell'euro (quando già non era originale),
dovrebbe essere di dominio pubblico. Senza disconoscere le radici europee dell'ordoliberismo (a proposito, vi saluta Lars Feld), va però chiarito che anche l'apparato ideologico di Maastricht è
prima facie del tutto statunitense:
l'impiego di regole fisse (monetarie e fiscali) è infatti il cavallo di battaglia del monetarismo statunitense anni '70 (Milton Friedman, per capirci), ed è a causa dell'egemonia culturale e geopolitica di quel monetarismo che fu relativamente facile far recepire l'approccio "regole fisse" in un progetto che però voleva qualificarsi come europeo. Peraltro, il dibattito fra regole fisse e regole flessibili all'inizio degli anni '80 oppose economisti statunitensi (come Barro, per capirci) a economisti europei (come Buiter). Le regole flessibili sono europee: le regole fisse sono
yankee. Il Trattato di Maastricht è il momento più infimo di sudditanza culturale dell'Europa alla sua ex colonia (roba che in confronto il MacDonald a piazza di Spagna è le cinque giornate di Milano...).
(...
a scanso di equivoci, per i mille espertoni in agguato: la rilevanza di Hayek nel dibattito economico mainstream era ed è pari a zero - la scuola austriaca è classificata fra gli approcci eterodossi - codice JEL B53 - quindi il fatto che "dietro" Friedman ci fossero anche riflessioni hayekiane ha rilevanza nulla rispetto alla posizione egemone conquistata dall'approccio "regole fisse". Ve lo dico in un altro modo, nel disperato tentativo di farvelo entrare in testa: Hayek era l'economista di un paese sconfitto, Friedman di un paese vincitore. Magari dicevano le stesse cose, ma secondo voi chi aveva più mezzi per farsi ascoltare?...)
Insomma, ce ne sarebbe più che abbastanza per capire, anche senza bisogno di tanti disegnini, che l'euro tutto è tranne che uno strumento che ci permette di "competere", e soprattutto (ed è questo il punto che qui mi interessa sottolineare), che
non è uno strumento che ci consenta di renderci "autonomi" dagli Stati Uniti (posto che l'obiettivo ci interessi e debba essere perseguito: valutazione che travalica lo scopo di questo post).
Al contrario:
l'euro è precisamente il segno della nostra sudditanza culturale e politica agli Stati Uniti: uno strumento costruito con logica statunitense per difendere interessi statunitensi di carattere economico e geopolitico. Sì, perché, come spiego ne l'
Italia può farcela, in un mondo che si sta de-dollarizzando, e dove quindi il potere di signoraggio degli Stati Uniti ("stampo e compro") è progressivamente eroso, gli Stati Uniti intuiscono che non potranno continuare ad essere "l'acquirente mondiale di ultima istanza" (o, il che è lo stesso, a finanziare un deficit estero strutturale stampando dollari), e quindi, esattamente come dopo la Seconda guerra mondiale, noi europei gli serviamo come mercato di sbocco. Un bell'aggancio valutario euro-dollaro e il TTIP trasformerebbero gli Stati europei nei PIIGS dell'Unione transatlantica (il paese in deficit estero), con grande soddisfazione degli Stati Uniti, che di questa unione diventerebbero la Germania (il paese in surplus estero)! Saremmo noi a comprare, con un eurollaro sopravvalutato, la merce Usa, aiutando la nostra ex-colonia a correggere il proprio deficit estero, esattamente come, grazie all'euro, abbiamo aiutato "il malato d'Europa" (
come abbiamo visto più volte). Inutile notare che gli Stati Uniti hanno, come la cronaca dimostra, strumenti di controllo sociale molto più efficaci dei nostri, e che qualora volessero, come la Germania, ad aggancio valutario effettuato, effettuare una sleale svalutazione competitiva dei propri salari, saprebbero come gestire il malcontento in casa propria!
Tutto questo è evidente.
Sono evidenti i motivi geopolitici (la necessità di un'Europa stabile in un momento in cui il mondo brulica di conflitti "locali") e quelli economici (l'utilità di favorire un aggancio economico attraverso quello monetario, da realizzare, magari, alla parità 1 a 1 che, guarda caso,
Renzi tanto decanta, nonostante essa implichi una svalutazione del 40% dell'euro rispetto all'ultimo massimo raggiunto)!
Ma laddove questo non bastasse, abbiamo la confessione:
confessio regina probationum.
Ieri il Tg La7 ci ha fatto sapere che:
(la notizia è
qui, e ovviamente
non sulle nostre maggiori testate nazionali, nonostante sia stata lanciata anche dall'ANSA).
Immediate le reazioni dei miei lettori:
e, in modo più articolato:
Sì, d'accordo, i piddini, i Fognatori europei, sono degli imbecilli, lo sappiamo, ce lo siamo detto, da sempre: uno sbalorditivo e devastante miscuglio di desolante povertà culturale, che impedisce di unire i puntini, di cogliere le tracce più macroscopiche dei percorsi storici in atto; di roboante retorica buonista, che corrobora l'innato convincimento di essere dalla parte della ragione, e in quanto tali dispensati per diritto divino dal mettere in discussione le proprie certezze; di contristante grettezza piccolo borghese, che impedisce di interessarsi in modo realmente empatico e solidale alle miserie altrui; di miopia suicida, che impedisce di comprendere come i problemi altrui (il taglio dei salari in Grecia) siano anche i propri (la #buonascuola)!
Piano piano però
il piddinicidio, che è appena iniziato, li riporterà a una maggiore ragionevolezza, e comunque il problema non ci riguarda più di tanto.
Vorrei invece chiudere con un commento su chi, avuto il definitivo suggello sulla peraltro evidente constatazione che l'euro è creatura statunitense come la NATO, ne trae la conclusione che esso sarà eterno. Certo, qui ce lo diciamo da un po': senza semaforo verde dagli Stati Uniti sarà difficile mettere mano al problema euro
in modo disciplinato. Il motivo, peraltro, è abbastanza ovvio: il sistema finanziario occidentale è "usacentrico" da Bretton Woods in poi, e sarebbe abbastanza strano pensare di apportarvi una modifica di un certo rilievo senza che essi si sentano coinvolti!
Ci sono però due ordini di considerazioni da fare.
Il primo riguarda la nonlinearità della storia. Jacques Sapir ci ha ricordato più volte che di due cose i cittadini russi erano convinti: che il sistema non funzionasse, e che sarebbe durato per sempre. Non aggiungo altro.
Il secondo riguarda la valutazione che il mondo della finanza statunitense sta facendo della convenienza dell'euro, sia in termini geopolitici che economici.
La questione geopolitica è piuttosto semplice:
l'euro condanna l'Europa al disordine sociale. I modi per controllarlo, questo disordine, possono essere i più disparati, ma sono comunque costosi (sì, sono d'accordo, lo scenario cileno per l'Italia ha bassa probabilità - bassa ma non nulla - ma siete sicuri che l'abbia altrettanto bassa per la Grecia?) e soprattutto non garantiscono la stabilità del sistema. Si potrebbe obiettare che gli Stati Uniti non sono capaci di valutazioni strategiche attendibili, come dimostrato dai casini che armano in giro per il mondo. Potrei contro-obiettare che quei casini sono funzionali al mantenimento di una florida (con la "f" minuscila) industria bellica, per cui, come dire, chi ci assicura che siano erronei e non intenzionali? L'idea che gli Stati Uniti, siccome sono scemi, ci faranno mantenere l'euro rischiando le
jacqueries è altrettanto farlocca di quella che la Germania, siccome è furba, allenterà la presa per evitare le
jacqueries. La storia non funziona così, altrimenti, semplicemente... non ci sarebbe! Grazie a Dio esistono gli uomini e il caso, che, messi insieme, aprono a tanti interessanti sbocchi (di sangue).
La questione economica è più complessa. Avrete visto, credo, segni di scetticismo sempre più diffusi provenire da ambienti vicini alla finanza statunitense (da
Michael Pettis a
Patrick Chovanec a tanti altri). Lasciate perdere che questi argomenti per noi sono standard: per loro no (più precisamente: lo sono in ambito accademico, ma non in ambito operativo). Accompagnando a Pescara Philippe Weil, quest'ultimo mi faceva notare come si stia diffondendo negli ambienti che contano l'idea che quella dei Bund sia una bolla speculando contro la quale ci si mette in banca per il resto della propria esistenza: lo ha detto Bill Gross, che a quanto pare è
uno che se ne intende. Il problema è il
timing.
Io l'ho detto troppo presto (e quindi ho sbagliato, è uno dei miei errori). Tuttavia, vi assicuro, a Wall Street l'idea che il sistema sia disfunzionale, il che lo rende potenziale fonte di grosse perdite per molti (e di grossissimi guadagni per pochi) si sta piano piano diffondendo.
Il problema è solo capire quando i pochi che hanno i mezzi per guadagnare molto decideranno di passare all'attacco (come fece Soros nel 1992).
Insomma, e per concludere, nonostante in questo periodo la stanchezza mi induca al pessimismo, mi sento istintivamente vicino al commento di un altro lettore (non riesco a trovare il suo tweet, se ha interesse si dichiari lui):
il fatto che gli Stati Uniti sentano il bisogno di ribadire così apertamente l'ovvio, ovvero che l'euro è cosa loro e che qui comandano loro, paradossalmente apre a qualche speranza. Le minacce sono sempre armi del minacciato, anche e soprattutto quando il minacciato è, in linea di principio, così potente da poterne tranquillamente fare a meno.
In linea di principio, appunto...