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giovedì 28 maggio 2026

Draghi e Trump, i gemelli diversi

...mettendo in ordine le idee per una lezione che devo tenere domani a un master, riflettevo sul fatto che in fondo Draghi e Trump sono più simili di quanto non si pensi.

Draghi, infatti, vuole un'economia più competitiva, ma ignora che CAB = FAB, e quindi che se l'aumento di competitività farà crescere le esportazioni nette di merci dell'Eurozona, necessariamente dall'Eurozona il risparmio fluirà (o, come direbbe lui, fluisciuerà) verso il resto del mondo. Non si capisce del resto perché quello che era positivo per la Germania (prestare soldi ai Piigs) dovrebbe essere negativo per l'Eurozona, considerando soprattutto che in questo caso i prenditori hanno un merito di credito e delle prospettive di sopravvivenza più rosee dei Piigs (basta non essere Stati membri del Titanic Europa...).

Trump, invece, vuole preservare il privilegio esorbitante della "America's financial sector dominance" (qui a pag. 14 ), ma ignora che siccome FAB = CAB, chi emette attività finanziarie particolarmente appetite dal resto del mondo ed è quindi un importatore netto di capitali (tutti pazzi per Treasuries!) necessariamente è anche un importatore netto di merci. Non si capisce del resto perché preservare il privilegio esorbitante senza esercitarlo: e il privilegio è appunto quello di potersi indebitare a breve prestando a lungo (cioè di emettere pezzi di carta e comprare aziende: qui da noi gli esempi non mancano).

Insomma: sono due don Chisciotte in dissidio col mondo e con se stessi, e in battaglia contro il mulino a vento delle identità contabili, che li sfarinerà come sta sfarinando gli economisti terrapiattisti che spopolano sui social.

Non si riesce a credere, e del resto non saprei come acquisirne le prove, che appartengano alla stessa specie (razza non si può dire, e specie è comunque più appropriato) di Keynes...

giovedì 22 gennaio 2026

Trumponomics

Qui:


ma per diversamente europei, europeisti, e in generale per tutte le altre forme di disagio culturale e/o psichiatrico, qui:

con due commenti.

Il primo è di un nostro amico:


e il secondo è di un mio conoscente:

Oggi tutti parlano del discorso di Trump riferendosi a quanto ha detto a proposito di Groenlandia o di Macron, ma a me pare che la cosa più significativa sia stata questo passaggio:

"But I remember not long ago, 20, 25 years ago, when good news came out about, let's say, the United States: "The United States had a great quarter, the United States had a great month!" all the stocks went up, and that's the way it's supposed to be. Now, when they say the United States had a record quarter, it's unbelievable how well it's doing. All the stocks crash because they say, "Oh no, inflation. Inflation. They're going to raise interest rates." And they do. These some of these stupid people like Powell, they raise interest rates. And what they do is they stop you from being successful. It used to be when we had a great quarter, a great month, great earnings, great anything, any good news, the stock market went up. That's the way it's going to be. We got to do that again because that's the way it should be. Now when we have a great month, they want to kill it. Like we did over 5%, where people were surprised. We should do 20%, we could do 25%.

When we announce good numbers, and the reason is they're so petrified of inflation. And growth doesn't mean inflation. We've had tremendous growth with very low inflation. In fact, growth can fight inflation, proper growth. So, we want to get back to the days when we announce great numbers because we're going to be announcing phenomenal..."

Io credo che possiate cominciare a rendervi conto di quale privilegio sia stato per voi poter accedere a una visione dei fatti economici equilibrata perché fondata sulla migliore dottrina, anziché sugli editoriali di risulta propinatici dai nostri operatori informativi. Immaginate lo shock culturale dei tanti imbecilli che per anni il complesso mediatico-giudiziario ci ha propinato come "economisti", e di quelli che gli sono andati appresso! Sta arrivando, in questi giorni, la risposta ad alcune delle domande che ci siamo posti lungo gli anni, ad esempio qui (quale strada si sceglierà per rientrare da un ammontare di debito fuori scala?) e qui con versione per svantaggiati qui (che cosa sceglieranno gli Usa fra Europa e Unione Europea?).

Compatite i poveri mentecatti che, non avendo il minimo lume di scienza economica, devono rifugiarsi  a tentoni nella narrazione consolatoria di un Trump matto, solo perché non si compiegherebbe all'insigne sapienza di un Oscar Giannino o di un Massimo Giannini (entrambi ferratissimi in economia). Gli "ino", gli "ini", gli "in" sono smarriti, disperati, perché intuiscono che il loro tempo, il tempo dell'eticizzazione favolistica, il tempo dell'economia spiegata ai (e dai) bambini, è terminato.

Il discorso è diventato adulto, fatto di domande chiare e di risposte chiare.

Quale strada si sceglierà per gestire il debito? La crescita, quindi la repressione finanziaria (exit "indipendenza delle banche centrali", sipario). Vedi i commenti di amico e conoscente.

Che cosa sceglieranno gli Stati Uniti fra Europa e Unione Europea? L'Europa (exit "Unione Europea", sipario). Vedi le linee strategiche pubblicate a dicembre (su cui andrà fatto un approfondimento: non sentitevi trascurati ma è periodo piuttosto intenso).

Le cose vanno quindi nella direzione che da tempo qui vi è stata indicata e voi non sarete sorpresi. Proprio per questo bisognerà ricordare alcuni dati di fatto, che sommessamente elencherò affinché moderiate i nostri entusiasmi.

Primo, una risposta può essere chiara senza per questo essere meno ipocrita. Nelle linee strategiche si parla di Stati nazionali e di superamento della globalizzazione, ma... sulla libertà dei movimenti dei suoi capitali ovviamente Trump è molto conservativo! Mi pregio di ribadire qui una cosa che ho detto inascoltato tempo fa: Ciamp non necessariamente è uno di noi! Non basta dire il fatto suo a una politica di provincia come la Kallas per indicare una volontà concreta e determinata di porre termine alla spirale depressionaria e debitogena della terza globalizzazione!

Secondo, Trump non è per sempre (purtroppo), e Roma non fu né fatta, né disfatta in un giorno. Se anche il percorso intrapreso fosse quello giusto, la possibilità di intravvedere dei cambiamenti è strettamente connessa alla capacità di Trump di crearsi una successione credibile che sappia tenere la barra. Storicamente, i leader che ci sono riusciti sono pochi, e se usciamo dal periodo storico in cui questo compito era confidato alla lotteria della genetica (la monarchia funzionava così...), forse nessuno. Speriamo bene!

Terzo, Trump non è gli Stati Uniti, e gli Stati Uniti non sono Trump (altrimenti nella sua seconda campagna presidenziale non avrebbe subito almeno due attentati). Quindi bisogna fare attenzione, essendo un vaso di coccio, a sbilanciarsi verso chi maneggia in questo momento il vaso di acciaio.

Sono cose ovvie per voi più che per me, me ne rendo conto. Molto meno ovvio, e di questo dobbiamo effettivamente rallegrarci, che in un contesto come quello di Davos arrivino, in modo assolutamente indipendente, le stesse idee che abbiamo tante volte discusso qui. I tempi maturano, che lo si voglia o no. Chi ha avuto saldezza d'animo e di mente si toglierà tante soddisfazioni.

Per tutti gli altri, c'è Mark O'Ryzzo...

lunedì 5 gennaio 2026

Aggressore e aggredito

Proprio mentre stavo scrivendo sulla nuova strategia statunitense (non molto disallineata dalla vecchia, ma sfrondata da una discreta quantità di mielosa ipocrisia) Trump ha deciso di metterla in pratica, il che mi obbliga a ulteriori approfondimenti. Condivido con voi solo una riflessione sul nostro amico Paperoga UE, che poverino si è messo in un vicolo cieco (e con lui le sue quinte colonne). Applicare in questo caso la retorica “aggressore-aggredito” mi pare sia complesso (indipendentemente da torti e ragioni), e d’altra parte chi qui da noi volesse appellarsi a un mai nato (più che defunto) diritto internazionale basato sul principio di autodeterminazione dei popoli dovrebbe rinnegare quattro decenni di propaganda unionista basata sul principio che gli italiani fossero incapaci di governarsi da soli, e avessero quindi bisogno del vincolo esterno.

Chi ha sequestrato gli asset russi ora sequestrerà quelli statunitensi, si chiedono in molti? Per inciso, Claudio se lo stava chiedendo da mesi…

Ma più in generale, come farà chi per anni ha invocato il vincolo esterno per l’Italia a deprecarlo per il Venezuela, Paese decisamente meno funzionale e funzionante del nostro?

Alla fine, abbiamo avuto anche noi i nostri “regine change” in nome dell’ordine internazionale (dei mercati), se pure molto meno scenografici e cruenti. Ma il primo problema dei principi è questo: o li si applica, o non li si applica; il secondo è che per applicarli bisogna avere la forza di farlo.

L’UE questa forza non l’avrà mai, e la colpa non è del nostro “sovranismo”, ma della sua ipocrisia.


lunedì 8 dicembre 2025

Un altro sguardo sul suicidio europeo: gli investimenti pubblici netti

(...tutto questo blog è dedicato al suicidio europeo, quello da cui gli Usa ci hanno messo in guardia due giorni fa - poi ne parliamo - e uno dei post più recenti sul tema è questo...)


AC ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Tre discorsi: "La political economy della LSP" (discorso numero due)":


C'è una fonte di dati, o un'analisi, affidabile sugli investimenti pubblici netti che includa paesi extra-UE "significativi"? Si fa un gran parlare (non abbastanza) del fatto che la UE sia "rimasta indietro" su più o meno tutto, e mi era venuta la curiosità di guardare a questo parametro per altri paesi, o magari gruppi di paesi, ma non trovo molto a riguardo, al di fuori dei dati (se non mi sbaglio della commissione europea) che mostra da qualche tempo. Grazie.

Pubblicato da AC su Goofynomics il giorno 7 dic 2025, 12:31


Domanda pertinente e costruttiva, a differenza di altre. Mi sono quindi attrezzato per cercare la risposta. 

Ricordo in via preliminare a chi si trovasse qui per caso che per investimenti in macroeconomia si intende la formazione di capitale fisso (non si intende cioè l'allocazione del risparmio, quella di cui parlate col vostro promotore finanziario). Ricordo quindi che gli investimenti pubblici sono la costruzione di infrastrutture pubbliche, e che in generale gli investimenti netti si ottengono da quelli lordi sottraendo il deperimento (consumo) di capitale, per cui gli investimenti lordi possono solo essere positivi, ma quelli netti possono anche essere negativi, nel qual caso ciò significa che lo stock di capitale fisso sottostante (nel caso degli investimenti pubblici, lo stock di infrastrutture) è diminuito (sono crollati dei ponti, sono state chiuse delle strade, ecc.).

Con questa precisazione, descrivo la mia ricerca.

Sono partito innanzitutto dal database Ameco (quello da cui provengono i dati che vi ho mostrato qui) seguendo questo percorso di selezione:


Tuttavia, questo database non consente di selezionare questa variabile in molti Paesi normali (la parola "normale" è più breve di "extraeuropeo" e descrive meglio i Paesi di cui si tratta, quindi in questo post "Paese normale" sta per "Paese extraeuropeo"). Di fatto, l'unico Paese normale di una certa rilevanza per cui la variabile sia disponibile sono gli Stati Uniti:


(quelli ombreggiati in grigio, fra cui, scorrendo, si trovano i principali Paesi OCSE, non sono disponibili).

Comunque, mi sono preso i dati disponibili, per Eurozona e Stati Uniti, e direi che osservandoli:


si intuisce abbastanza bene perché poi le cose sono andate così:

(la produttività Usa ha cominciato a divergere verso l'alto quando gli investimenti pubblici netti Usa hanno cominciato a divergere verso l'alto).

Sono allora andato sul database dell'OCSE, che dovrebbe fornire i conti pubblici di tutti i Paesi membri. Purtroppo inserendo questa stringa:


si ottiene questo non risultato:


Sono allora tornato sul database AMECO. La definizione di investimento pubblico netto è questa:


Formazione lorda di capitale fisso (investimento lordo), meno consumo di capitale fisso (ammortamento). Allora sono tornato dall'OCSE con una diversa domanda:


e questa volta ho ottenuto una risposta:


Ben trentaquattro database, di cui quello interessante ovviamente è questo qui:


da cui ho estratto quello che mi serviva:


cioè gli investimenti "grossi" (come direbbe l'opinion leader), cioè lordi (come dicono le persone normali), e il consumo di capitale fisso: sottraendo il secondo dai primi si ottengono gli investimenti netti.

L'estrazione l'ho fatta per i Paesi del G8, cui noi ancora apparteniamo, e che mi sembra un insieme sufficientemente significativo, perché è costituito da Stati di una certa rilevanza, ma abbastanza disparati sotto il profilo geopolitico. Questo significa che se tutti questi Paesi fanno in un modo, e solo noi in un altro, vuol dire che contromano ci andiamo noi, tanto per capirci.

I dati si presentano così:


e già si capisce come stanno le cose: solo noi europei siamo stati così folli da fare investimenti pubblici negativi. Il grafico consente però di affermare solo questo, cioè se i dati siano positivi o negativi, perché le variabili sono in valuta nazionale, che per i Paesi suicidi è l'euro, ma per i Paesi normali è la propria valuta (quindi il dollaro canadese, il dollaro statunitense, la sterlina britannica e lo yen giapponese), e quindi non sono direttamente confrontabili. Rimediamo a tutto, esprimendoli in percentuale del Pil nazionale (a sua volta misurato in valuta nazionale, che per i Paesi suicidi è l'euro, ma per i Paesi normali è la propria valuta, quindi il dollaro canadese, il dollaro statunitense, la sterlina britannica e lo yen giapponese), ma prima facciamo un confronto al volo fra gli investimenti pubblici netti dei Paesi euro calcolati così e quelli forniti da AMECO, in modo da essere sicuri che stiamo parlando più o meno della stessa cosa.




e direi due cose: la prima, che i dati ricostruiti con le fonti OCSE coincidono con quelli forniti da AMECO, e la seconda che questa coincidenza è assolutamente perfetta nel caso dell'Italia almeno fino al 2019, a indicare che la qualità delle statistiche fornite dall'ISTAT è superiore rispetto a quella delle statistiche fornite dai paraculi di Berlino e dai loro accoliti (ma su questo ci siamo già diffusi in altre sedi).

A questo punto scarichiamo dal WEO i Pil nazionali in valuta nazionale (che per i Paesi suicidi è l'euro, ma per i Paesi normali è la propria valuta, quindi il dollaro canadese, il dollaro statunitense, la sterlina britannica e lo yen giapponese), in modo da avere serie confrontabili anche come ordine di grandezza (non solo come segno), facciamo i rapporti e godiamoci lo spettacolo:


Sintesi: il rapporto fra investimenti pubblici netti e Pil oscilla in una banda fra il +2% e il -1%; nel periodo dal 1995 a oggi (il grafico arriva al 2024) solo l'Italia (e la Russia per un singolo anno) hanno avuto valori negativi di una certa rilevanza (al disotto di -0.5%); l'Italia ha avuto undici anni consecutivi di investimenti pubblici netti negativi (dal 2011 al 2021), mentre l'unico altro Paese con investimenti pubblici negativi è stato la Germania (l'altro Paese a bassa crescita nell'Eurozona), ma il periodo più lungo è stato di quattro anni, dal 2004 al 2007, in corrispondenza delle riforme Hartz del mercato del lavoro che portarono a una diminuzione del 6% dei salari tedeschi. Si conferma così quanto per noi è ovvio:

ovvero che il taglio degli investimenti pubblici è funzionale a creare disoccupazione per forzare una deflazione salariale che renda competitive le esportazioni.

Abbiamo spiegato diffusamente qui perché questa politica ha condotto all'accumulazione di squilibri interni all'Eurozona e alla loro successiva esportazione verso gli Usa (con conseguenti dazi ritorsivi trumpiani), e il video, se interessa, è sempre qui:


Il problema di questa strategia è ormai evidente: il gioco al ribasso determina un contagio. Se un Paese rilevante taglia i salari, poi gli altri devono seguirlo, e quando lo seguono la domanda interna dell'area diminuisce, e il surplus produttivo dell'area si deve scaricare sui Paesi normali, che possono essere più o meno lieti di assorbirlo. Impoverire i lavoratori per arricchire alcuni imprenditori a spese dei lavoratori dei Paesi normali è una strategia che può sembrare normale solo a dei pazzi, o a dei tedeschi. La cultura, l'antropologia, la storia, esistono. Loro sono così, e nessuno potrà cambiarli. Dato che il loro modo di essere li conduce sistematicamente a urtarsi col mondo, è di vitale importanza che fra noi e loro ci siano degli ammortizzatori, e naturalmente l'ammortizzatore più essenziale, se si parla di macroeconomia, è il cambio nominale.

Il suicidio europeo è tutto qui: il passaggio da un sistema in cui in caso di squilibri commerciali si rivalutava la valuta del Paese più forte, quello esportatore, a un sistema in cui nelle stesse circostanze bisogna tagliare i salari nel Paese più debole, quello importatore. Capite bene che soprattutto se gli squilibri si sono prodotti perché il Paese più forte è stato il primo a tagliare i salari (potendoselo permettere, visto che i suoi lavoratori stavano meglio):

il risultato complessivo non può che essere un impoverimento dell'intera area, quello che fa preoccupare Trump:


del fatto che l'Europa si indebolisca a tal punto da non essere più un alleato affidabile (sia per il potenziale rischio politico interno determinato dall'impoverimento della popolazione - il famoso costo politico dell'austerità di cui parlavamo qui, sia per la scarsità di risorse che potrebbe mettere a protezione da eventuali rischi politici esterni, o per riequilibrare la bilancia dei pagamenti cronicamente deficitaria della potenza imperiale - i poveri non sono un allettante mercato di sbocco!).

Che così ci saremmo condannati all'irrilevanza che lo eravamo detti da subito, e questo è il più amaro dei QED.

Comunque: dalle domande intelligenti di chi si accosta per sapere, nasce sempre un approfondimento. Dalle querimonie delle amanti tradite nasce solo uno sbadiglio.

Ora sapete in che condizioni siamo e perché. Possiamo solo sperare in uno shock esterno, ma di questo parliamo con più calma dopo aver ponderato il documento dei nostri alleati (e per nostri, intendo di Goofynomics).

giovedì 7 agosto 2025

Breve nota tecnica sull'impatto dei dazi

Premesso che chi si è esibito in performance simili:


forse farebbe meglio a lasciar passare qualche secolo in dignitoso silenzio, nella speranza di farsi dimenticare, ma riconosciuto altresì che un minimo di imbonimento da fiera paesana è comunque connaturato alla rappresentazione degli interessi ed è da considerarsi fisiologico, voglio fare ammenda su una mia valutazione errata riportata in questo post. Il delitto mio non è, direbbe Leporello, ma è dei soliti noti, dei nemici della democrazia, degli operatori informativi. Sono loro ad aver titolato:


e questo mi ha indotto a pensare che al CSC avessero seri problemi col concetto di elasticità al prezzo (che con ordini di grandezza simili sarebbe stata del 200%: una cosa mai vista in natura, come spiegavo appunto nel post sull'impatto dei dazi).

In realtà, la valutazione del modello CSC (pubblicato dove?) è coerente con quella del modello di Bagnai et al. (2017) (pubblicato su Economic Modelling), perché, come spiegato da una civile & resiliente esponente della nota associazione di categoria nel corso di questo pacato & costruttivo dibattito:


l'impatto di 23 miliardi è calcolato tenendo conto anche della rivalutazione nominale dell'euro, stimata al 15%, e quindi è riferito a un incremento complessivo del 30% sul tasso di cambio reale. A incremento doppio, impatto doppio, e pari elasticità (sempre intorno a 1).

Tuttavia qualcosa mi lascia supporre che questi impatti siano sempre sovrastimati, e pesantemente, e se volete vi spiego subito perché. Il fatto è che i tassi di cambio reali (che sono il prezzo relativo dei beni nazionali rispetto a quelli esteri) sono costruiti con riferimento a due classi di indicatori: o gli indici dei prezzi al consumo, o il costo del lavoro per unità di prodotto. Lo vedete ad esempio qui, nel database dell'Eurostat, che vi consente appunto di scegliere l'indicatore che preferite:


Non entro ora nella ratio di questa scelta, cioè nel perché si usi l'uno o l'altro indicatore e su quale sia preferibile per quale analisi (a richiesta ve lo spiego). Voglio solo far notare che quello che riusciamo a misurare econometricamente è la reazione dei volumi venduti alla variazione del prezzo finale, quello al consumo. Ora, il fatto è che, come sa chiunque abbia un minimo di cervello, il famoso 15% non si applica allo scaffale, ma in dogana. Per capirci, con qualche approssimazione: non si applica al prezzo al dettaglio (che è quello che confluisce nella valutazione del tasso di cambio reale e quindi nella stima dell'elasticità di prezzo), ma al prezzo all'ingrosso, con riflessi proporzionalmente inferiori sul prezzo al dettaglio.

Credo capiate dove voglio arrivare, anche perché è sempre la stessa storia. Quelli che oggi dicono che all'aumento dei dazi del 15% conseguirà un apprezzamento del cambio reale del 15% sono della stessa pasta marrone (che non è cacao) di quelli che dicevano che a un deprezzamento reale del 20% sarebbe conseguita un'inflazione del 20% (ne abbiamo parlato qui, come ricorderete, analizzando le leggende metropolitane bipartisan - perché il non cacao è assolutamente trasversale, c'è in versione socialisteggiante e c'è in versione #verolibberale...). Ci vuole più di un neurone per capire che l'attività economica è fatta di tanti snodi, e che fra ognuno di questi c'è un pass-through: esattamente come un deprezzamento di x% non comporta una inflazione del x%, e esattamente per gli stessi motivi (perché il pricing in regimi oligopolistici o imperfettamente concorrenziali si basa sull'applicazione di mark-up sui costi, mark-up che possono essere ridotti per assorbire shock di prezzo allo scopo di mantenere quote di mercato), un dazio di x% non comporta un aumento del prezzo finale di x% e quindi un apprezzamento del cambio reale misurato sul prezzo finale di x%.

Morale della favola?

Dopo tanto stracciavestismo e espertonismo un tanto al mazzo (di cui fra un po' avrete un esempio all'Aria che tira) non è escluso che, come già accadde nel primo mandato Trump, e prese tutte le debite cautele rispetto al fatto che qui si parla di un dazio generalizzato e comunque il clima internazionale è improntato a una maggiore conflittualità, alla fine le esportazioni italiane verso gli Usa possano in realtà crescere, se l'effetto reddito (maggiore crescita negli Usa) prevarrà sull'effetto prezzo (minore competitività del prodotto europeo), tanto più che il prodotto italiano è solo italiano, e quindi in re ipsa difficilmente sostituibile.

Quindi calma!

Il vero problema è un altro: il fallimento industriale europeo del green deal, e il nostro fallimento politico nel realizzare quella che è e resta una nostra legittima ambizione: essere arbitri del nostro destino sganciandoci da chi regolarmente ci porta a combattere battaglie in guerre che non sono la nostra guerra. Sì, finora non siamo riusciti a renderci indipendenti, ma qualche passo lo abbiamo fatto (vedi riforma MES) e continuiamo a spingere in quella direzione. Ci vediamo fra un po' in TV con chi lo desidera...

giovedì 19 giugno 2025

Miran vs Obstfeld

Il lavoro di Miran è qui, quello di Obstfeld qui. Meritano entrambi un’attenta lettura, nella quale cercherò di assistervi. Il secondo critica il primo, con argomenti fondati, e nel farlo fornisce un’algebra utile per interpretare i trend che abbiamo descritto qui e rispondere alle domande che si poneva ad esempio Simo97 qui.

(…io però ci dormo sopra. Sono a Milano sfasciato dal caldo, domani assisto nel mio ruolo istituzionale all’incontro della CONSOB coi mercati, e poi me ne torno giù, facendo tappa a Roma prima di salire dove si respira…)

domenica 27 aprile 2025

Produzione di squilibri a mezzo di squilibri

Parafraso il titolo di un libro che mi venne imposto dal docente di storia delle dottrine economiche quando ero iscritto a filosofia. Potete immaginare quanto riuscissi a capire di un testo così tecnico, ma all’epoca funzionava così, non si era ancora affermata l’ideologia del facilismo, con le sue carte patinate e i suoi box riassuntivi dai colori tenui: i docenti universitari buttavano tutti in piscina e poi si interessavano a quelli che sapevano nuotare. Suona un po’ darwinista, e forse lo è (mi perdonerà Enzo che ho rivisto con piacere ieri sera), ma il fatto è che nella sua apparente scorrettezza quel sistema funzionava.

Oggi però non voglio parlarvi della conversione dei valori in prezzi (quindi non voglio neanche spiegare che cosa sia a chi ha la fortuna di non saperlo), ma di una conversione molto più semplice: quella degli euro in dollari, ponendo qui a voi in modo più articolato e disteso, una domanda che ieri ho posto a un amico in una conversazione privata, e poi, in serata, a una platea ristretta di studenti in un seminario altresì privato, dove ci siamo molto divertiti (nel senso eletto ed etimologico del termine):



La domanda parte dalle osservazioni di Paolo Torp al post su Unione Europea e squilibri globali, e in particolare dalla sua constatazione di quanto lucida fosse la visione che Geithner aveva del tema degli squilibri globali. Come penso di avervi ricordato più volte, e senza nulla togliere alla capacità analitica e alla chiarezza di esposizione di Geithner (o dei suoi stagisti), in tanta consapevolezza non v’era nulla di miracoloso. I global macroeconomic imbalances erano un tema di ricerca assestato e consolidato da anni negli Stati Uniti, arrivato poi qui con il consueto ritardo di fase della nostra produzione accademica, tant’è che due anni prima anch’io mi ci ero buttato per scrivere un lavoro sul ruolo svolto dalla Cina nella loro formazione.

Ora, nel post in questione ironizzavo sul fatto che all’epoca Geithner diceva al G20 quello che oggi Draghi balbetta in audizione.

A parte il ritardo di Draghi, in fondo non è così strano che eventually (che non significa "eventualmente", ma "alla fine", nonostante quello che pensano i colleghi che chiamano il pi greco “Pai” come le patatine e i decenni “decadi”) i due si ritrovino su una diagnosi condivisa. Diagnosi che poi è quella della migliore economia ortodossa ed eterodossa da sempre, e, con maggiore consapevolezza, in particolare dai tempi degli accordi di Bretton Woods, dove, come sapete, il contrasto fra le posizioni americana e inglese verteva essenzialmente su come strutturare il sistema monetario internazionale perché arginasse l’emersione di squilibri globali, ovvero sul tema, oggi di particolare attualità grazie alle posizioni espresse dagli esperti di Trump, della condivisione dei costi di quella struttura cruciale per lo sviluppo economico che è l'architettura finanziaria internazionale (ne parlammo occupandoci di Keynes, Draghi, Gollum e i tassi negativi).

Questa unità di visione attraverso il tempo è tanto meno strana in quanto Geithner e Draghi sono cuccioli più o meno riusciti della stessa nidiata globalista. Eventualmente (nel senso di eventualmente!) può apparire strano che posizioni simili siano espresse dal segretario al Tesoro di Obama e dagli esperti di Trump! Che cosa potrà mai avere in comune il presidente statunitense che Berlusconi definiva “abbronzato“, fulgida icona della globalizzazione, con l’attuale presidente statunitense? La risposta superficiale credo sia “niente!". Penso che ci possano anche essere risposte meno superficiali e più articolate (che però nessuno mi sta dando), ma intanto andiamo avanti con la domanda che ieri ho posto due volte: se per gli Stati Uniti, indipendentemente dall’orientamento politico di chi li conduce, gli squilibri globali sono un problema, è mai possibile che non si siano posti e non si stiano ponendo il tema del ruolo dell’euro?

Mi spiego.

Anche gli squilibri globali sono, a modo loro, un “bene” (cioè un male, un’esternalità negativa), e vale quindi per loro quello che vale per gli altri beni. Esattamente come una Volkswagen, così anche uno squilibrio globale, per poterlo esportare, devi prima produrlo. La fabbrica delle Volkswagen (o almeno la sua principale sede legale) è a Wolfsburg, quella degli squilibri è a Francoforte: è la BCE. Come vi ho documentato nel post sugli squilibri globali, un paio di giorni fa, e nei post cui esso rinvia, la “materia prima“ del colossale squilibrio commerciale esportato dall’eurozona a partire dagli anni '10 è costituita dai tanti squilibri regionali fra Germania e paesi appartenenti al mercato unico. Questi squilibri regionali, costruitisi grazie all’euro, si sono poi riversati sui mercati globali a causa dell'austerità, che aveva prosciugato la capacità del mercato unico di assorbirli. Il punto è che se in primis questi squilibri non ci fossero stati, nessuna austerità avrebbe potuto contribuire a esportarli! Ai neofiti e ai passanti ricordo in sintesi che l'euro ha permesso alla Germania di vendere le proprie auto (e le proprie lavatrici, e i propri sommergibili...) all'Europa periferica a un prezzo relativamente contenuto perché non influenzato dal marco forte, e ai paesi periferici di indebitarsi a tassi molto convenienti per comprare le auto tedesche perché distorti al ribasso dalla "credibilità" dell'Unione economica e monetaria: gli squilibri nascono così, per una duplice inibizione del meccanismo di formazione di un prezzo di equilibrio in due mercati importanti, quello valutario (che avrebbe naturalmente condotto a un cambio tedesco più alto) e quello finanziario (che avrebbe naturalmente condotto a tassi di interessi greci, portoghesi, spagnoli ecc. più alti). Può sembrare strano ai profani che quello che è stato descritto come un bene assoluto (i bassi tassi di interesse) si riveli un male (un incentivo all'indebitamento), ma per i professionisti due principi dovrebbero essere assodati: che non ci sono pasti gratis e che non esistono distorsioni benefiche del mercato...

Ora, qui bisogna rovesciare una frase a me tanto cara di Keynes ne “Le conseguenze economiche di Mr. Churchill”: “chi vuole il fine vuole anche i mezzi per realizzarlo!”. Dobbiamo cioè chiederci se, perché e fino a quando gli Stati Uniti potrebbero volere il mezzo (cioè l’euro) visto il fine che realizza (cioè gli squilibri globali), fine al quale loro si sono sempre detti contrari in un’ottica assolutamente trasversale dal punto di vista degli orientamenti politici.

Ecco: mentre nella conversazione privata con uno di voi sono riuscito ad andare al punto in modo abbastanza rapido, ho seri dubbi che intervenendo al seminario io sia riuscito a farmi capire.  Come vi dicevo in un commento al post precedente, il costo di una accresciuta consapevolezza rischia di essere l'autoreferenzialità. Un costo che forse paghiamo anche qui: per farmi capire da chi è appena arrivato sono costretto a citare altri post di questo blog, il che, mi rendo conto, trasmette un senso di autoreferenzialità (ma ogni post in realtà cita letteratura e dati "esterni"), anche se è semplicemente un modo per tenere insieme il filo del discorso.

Faccio un esempio delle mie difficoltà nel dibattito di ieri sera, partendo da un argomento che ho sentito formulare, quello secondo cui “dobbiamo stare con Trump perché scardina il sistema”, cioè, in sintesi, “il nemico del mio nemico è necessariamente un mio amico”. Ora, non è che io non lo condivida, questo approccio, come sapete! Per me che sono entrato in politica con un unico obiettivo, quello di espellere gli occupanti abusivi del concetto di “sinistra”, qualsiasi cosa li faccia impazzire è naturalmente benvenuta! Tuttavia, mi fa un po’ sorridere che le persone che ragionano così siano le stesse che poi con fare pensoso e riflessivo affermano un’altra banalità, cioè che “di tattica si muore”. Il dibattito fra tattica e strategia ha una lunghissima dignità anche nelle scienze economiche e si riconduce al dibattito se il lungo periodo possa essere o meno considerato come la somma di tanti brevi periodi. Non è di questo che voglio parlare, dovrei studiare molto per aiutarmi e aiutarvi a capire questo dibattito, peraltro irrisolto, ma voglio solo stabilire il punto che “il nemico del mio nemico è mio amico” è un ragionamento intrinsecamente tattico: mi suggerisce come posso fare un danno al mio avversario, ma non mi definisce l’obiettivo che voglio raggiungere, sia esso la vetta del Monte Porrara o una più equa distribuzione del reddito.

Il dibattito di ieri sera era anche arricchito, e in qualche modo confuso, dall’apporto di diversi geopolitici, categoria che qui abbiamo trattato un po’ come gli ingegneri, liquidandoli affettuosamente e forse un po’ affrettatamente, e di cui mi piace evidenziare un paradosso: a quel che capisco, secondo loro la geografia dominerebbe in quanto determina l’accesso a risorse strategiche per lo sviluppo economico, ma l’economia sarebbe però una categoria trascurabile. Insomma: la geografia ci interessa perché determina l’economia che però non ci interessa. Sul primo pezzo della proposizione non posso che essere d’accordo, da persona che con la geografia lotta ogni settimana sulle creste delle montagne, e che quindi è in grado di capire perché Passo Lanciano o Forca di Penne si chiamino così - anche se oggi pochi li percorrerebbero per raggiungere le rispettive località eponime (sì, perché ci sarebbe anche quell’altro dettaglio: sulla geografia regna la geologia, ma il percorso che porta dai lenti movimenti delle placche tettoniche all’estrema volatilità del tasso di cambio è un pochino troppo lungo e oggi ce lo risparmiamo)! Sul secondo ho qualche dubbio. In effetti, quello che attribuisce a un particolare elemento della tavola periodica lo status di risorsa è la sua capacità di soddisfare bisogni che in alcuni casi sono determinati dalla biologia, ma in molti altri dall'economia. Pensate alle famose terre rare (che rare non sono): quello che le ha fatte diventare così cruciali è stata la risposta statunitense al surplus della Germania, il Dieselgate con il conseguente reindirizzamento dell'automotive tedesco verso il green (e connessa sceneggiata gretina). Come la definiremmo questa dinamica se non economica? E quindi viene prima l'uovo geografico o la gallina economica?

È un po’ come l’altro paradosso, quello secondo cui la volontà di potenza della politica è indirizzata a espandere la propria sfera di influenza economica, ma l’economia non conta perché c’è il primato della politica! Fatto sta che senza sghei non si armano eserciti, e il primato della politica va così a farsi benedire di fronte al primato della contabilità (che ha a più che vedere con l'economia che con la politica).

Non voglio però commettere l’errore dal quale vi metto sempre in guardia, quello per cui se sei un martello ogni problema ti sembra un chiodo. Non mi viene in mente nessun modo consentito dalla legge per vincere una partita a scacchi con un martello (mentre quello non consentito dalla legge è ovvio: suonarlo in fronte all’avversario, che poi è quanto regolarmente avviene sullo scacchiere internazionale)! Non voglio quindi sminuire assolutamente il ruolo di altri approcci analitici, considerando che le categorie economiche in 15 anni di riflessione non mi hanno consentito di trovare una risposta a questa semplice ma fondamentale domanda: che cosa vogliono fare gli Stati Uniti dell’euro (e quindi dell’Europa)? È chiaro che a questa domanda non si può trovare risposta nell’ambito della mera ottimizzazione, soprattutto perché la funzione obiettivo ci è ignota, e il contesto è di informazione estremamente asimmetrica. Cercherò di promuovere un dibattito su questo tema coinvolgendo più competenze, ma intanto “mi verrebbe da” (cit.) dirvi in che cosa penso che la dimensione economica possa aiutarci, e per farlo vi ricorderò alcuni "fatti stilizzati" economici che secondo me dovrebbero essere integrati (e non so se lo siano) nel ragionamento "geopolitico" per dargli una piena rotondità. Perché sì, va bene la KernEuropa, vanno bene le "grandi potenze talassocratiche", va bene tutto, ma poi la sera, o almeno a mezzogiorno, qualcosa in tavola ci deve essere, e la categoria rilevante in questo caso è indubbiamente quella di distribuzione del reddito...

Parto da una delle cose in qualche modo “dissonanti“ con le categorie della mia professione che ho sentito ieri: l'idea che la globalizzazione sarebbe stata provocata dal crollo del muro di Berlino, e sarebbe il tentativo di dare una risposta al mutamento degli assetti geopolitici determinato da questo crollo. Ora, gli economisti sono abbastanza d’accordo sul fatto che la terza ondata di globalizzazione sia in realtà iniziata quasi un decennio prima, cioè all’inizio, non alla fine, degli anni ‘80, e si sia manifestata in termini istituzionali sotto forma di una liberalizzazione progressivamente indiscriminata dei movimenti di capitale (le "riforme strutturali", come oggi si direbbe, all'epoca furono quelle). La liberalizzazione era lo strumento che serviva al capitale per sconfiggere definitivamente il lavoro mettendo in concorrenza il penultimo con l’ultimo proletariato (fuori di metafora, portando i capitali a costruire fabbriche dove il lavoro costava di meno). Volendola buttare in politica, questo significa che la tromba della globalizzazione ha squillato non quando il blocco occidentale ha sconfitto i comunisti a casa loro, ma quando il capitale ha sconfitto il lavoro in casa propria. Volendola dire in un altro modo, in questa lettura la terza globalizzazione comincia quando il capitale ha vinto la lotta di classe, non è la battaglia che ha consentito al capitale di vincerla (ricordo agli interessati anche il post in cui abbiamo affrontato specificamente il tema delle caratteristiche strutturali di questa globalizzazione).

Ora, un geopolitico secondo me è assente giustificatissimo dai presupposti di questa interpretazione della realtà. Gli mancano almeno due elementi che noi invece qui possediamo. Il primo è la constatazione di un fatto: la crescita dei salari reali da noi termina alla fine degli anni ‘70 (quando i salari si fermano e la produttività prosegue per un po’ il suo cammino); il secondo è la nozione di che cosa sia la “repressione finanziaria” e di cosa comporti la sua affermazione o il suo smantellamento. Il primo fenomeno ve l’ho messo in evidenza fin dall’inizio e l’ultima volta nel post sull’Italietta della liretta, sul secondo ci siamo soffermati più volte, a partire dal post su produttività, salari, crisi, logaritmi, marxiani, onestà, che è comunque un post fondante di questo blog e che vi consiglio di rileggere anche per capire che il fenomeno dell’arresto dei salari reali non è circoscritto al nostro paese:


ma è un fatto stilizzato, anzi: il fatto stilizzato più significativo per caratterizzare le dinamiche del blocco occidentale, un fatto che non può essere eluso da spiegazioni che ambiscano a fornire basi solide a ragionamenti predittivi.

Mi viene qui in mente un altro paradosso: in tutte le conversazioni “geopolitiche” prima o poi salta fuori il concetto, assolutamente dignitoso e condivisibile, secondo cui l’ordine mondiale proposto, esposto, imposto, dalle cosiddette democrazie liberali non sia assolutamente l’unico modello di democrazia. Il paradosso consiste nel fatto che quelli che affermano questa indiscutibile verità nella stragrande maggioranza dei casi mettono in disparte, o proprio non considerano, il fatto che anche all'interno del perimetro delle democrazie liberali esistono diversi possibili atteggiamenti verso l’egemonia del mercato. Anche qui: non vorrei che l’essere un "martello" docente di politica economica mi facesse vedere ogni problema come il "chiodo" del rapporto fra Stato e mercato. Tuttavia, non porre al centro questo tema quando si ragiona dei rapporti politici in uno Stato o fra gli Stati mi sembra un errore. Ve la dico in un altro modo: magari nell’affermare che un altro mondo è possibile si dovrebbe partire dal chiedersi se un’altra Banca centrale sia possibile, il che presuppone la conoscenza del percorso storico che ha portato a questa indipendenza, e la capacità di trarre un bilancio sull'esperienza dell'indipendenza…

Ora, torno al punto cui volevo condurvi: la lettura secondo cui la terza globalizzazione inizia alla fine degli anni  ‘80 può naturalmente convivere con la datazione che del fenomeno danno economisti, se si aggiunge un passaggio, ipotizzando che l’Unione Sovietica fosse già tecnicamente morta all’inizio degli anni ‘80. In questo caso, però, il crollo del muro da elemento "fondativo" della terza globalizzazione andrebbe letto come evento di enorme portata simbolica (quella è innegabile), ma che i capitalismi occidentali non hanno avuto bisogno di aspettare per regolare i conti con i loro proletariati, o almeno per porre le basi istituzionali che consentissero loro di regolare questi conti in modo più spiccio (l’indipendenza della Banca centrale si afferma infatti all’inizio degli anni ‘80). Tuttavia, e qui vado al punto, per capire se sulla relazione con Trump si debba costruire una tattica o si possa articolare una strategia, cioè, in altri termini, per capire se Trump sta veramente scardinando l’ordine mondiale instauratosi alla fine degli anni ‘70 con la sconfitta del lavoro, cioè della classe media, e la vittoria del capitale, cioè del capitalismo dei fondi, credo sia fondamentale avere un’idea condivisa e argomentata di quando è iniziato questo ordine mondiale e in che modo. In altre parole, ho qualche difficoltà con chi mi dice che la terza globalizzazione è finita grazie a Trump, o comunque che Trump vuole porre fine ai suoi giorni (per quanto io possa trovare auspicabile questa prospettiva), ma non mi fornisce una datazione del suo inizio collimante con l’evidenza che vi ho mostrato, cioè con i principali fatti stilizzati riferiti alla distribuzione del reddito nel "primo" mondo!

L’argomento che pure ieri ho sentito, cioè che Trump vorrebbe scardinare tutto in quanto ha preso sul personale il fatto che gli abbiano sparato addosso, non mi sembra molto convincente, non ne fa di per sé “uno di noi”. Questo non tanto perché a quasi nessuno di noi (spero) qualcuno ha sparato addosso, quanto perché, come ampiamente dibattuto al tempo dei "punturini" parlando di quanto la storia insegna, la minaccia esistenziale diretta è comunque un fondamento molto labile per la costruzione di una solidarietà di classe. Sparare addosso a un miliardario non ne fa necessariamente un paladino della classe media, indipendentemente dal fatto che il colpo vada a segno o meno...

Insomma, non sono riuscito a capire bene, ma è un limite mio, in base a quale ragionamento datino ad oggi la fine della globalizzazione quelli che ne datano l’inizio dalla caduta del muro (e che quindi non riescono a spiegarci come mai la quota salari nei paesi occidentali sia scesa in picchiata dieci anni prima che il "comunismo" venisse sconfitto). Quello che so, però, e che qui credo sappiamo tutti, è che il dato veramente segnaletico non è tanto quello su cui, tanto per cambiare, i media vogliono che voi concentriate la vostra attenzione (“dazi sì, dazi no”), quanto il tema più complessivo del rapporto di questa amministrazione con le istituzioni della globalizzazione, e in particolare con l’indipendenza della Banca centrale.

Quella è la battaglia da seguire.

Qui abbiamo ampiamente discusso sul ruolo che l'indipendenza della Banca centrale gioca nell'orientare la distribuzione del reddito a vantaggio della rendita finanziaria (ad esempio, alle pagg. 267 e seguenti de Il tramonto dell'euro). Basti pensare che da noi l’indipendenza ha condotto alla lunga stagione degli avanzi primari, che sono stati altrettanti trasferimenti di risorse dei contribuenti ai percettori degli interessi sul debito (categorie che in alcuni casi possono coincidere, ma che proprio nel meraviglioso mondo dell'indipendenza si sono progressivamente disaccoppiate). Oggi il fronte di questa eterna lotta è destinato a scaldarsi ancora di più, per il semplice motivo che sia negli Stati Uniti che nell’Unione Europea gli orientamenti politici necessariamente conducono a tensioni inflazionistiche: non credo di dovervi spiegare nulla circa le tensioni inflazionistiche intrinseche nella strategia Green in cui l’Europa ha cercato salvezza e che rilutta ancora ad abbandonare in modo chiaro e definitivamente segnaletico, e penso di non dovervi spiegare che voler rimpatriare le fabbriche negli Stati Uniti, in cui il tasso di disoccupazione è vicino ai minimi:


significa accettare il rischio che ci siano tensioni inflattive, per l'operare della curva di Phillips, di cui parlammo spiegando lo scopo inconfessato della riforma del mercato del lavoro, e su cui siamo tornati recentemente per spiegare come si fa a far scendere i salari.

La domanda quindi diventa: questa promozione, consapevole o meno che sia, di un ambiente di crescita (nel caso degli Stati Uniti) o decrescita (nel caso dell'Unione Europea) moderatamente inflazionistica verso quale scenario ci porta? Per usare le categorie di Reinhart e Sbrancia, stiamo aprendo a una "liquidazione del debito pubblico" (e non solo pubblico), realizzata tramite la promozione di una crescita moderatamente inflazionistica e della regolamentazione dei mercati dei capitali, cioè della "repressione finanziaria", con il conseguente abbandono del dogma dell'indipendenza della banca centrale e la riappropriazione dello strumento monetario da parte dei governi, o ci trincereremo dietro il dogma dell'indipendenza (per quanto la sua applicazione non abbia praticamente mantenuto alcuna delle tante promesse fatte), innalzando i tassi di interesse e conducendo il sistema economico a un progressivo soffocamento (cioè giapponesizzandoci, per usare l'espressione di Krugman che vi ho ricordato parlando dei negazionisti del declino)?

La battaglia è questa, come ben sapete: nei miei testi e in questo blog il tema dell'indipendenza della Banca centrale (ma più in generale dell'esistenza di istituzioni indipendenti dall'espressione della sovranità popolare) e la sua declinazione locale, cioè il divorzio fra Tesoro e Banca d'Italia, è sempre stato centrale, perché indissolubilmente legato a una domanda che non è parente così distante di quella da cui siamo partiti: chi deve decidere sulla distribuzione del reddito? Questa decisione è tecnica o politica? Spetta a burocrati non eletti e privi di responsabilità politica o a rappresentanti dei cittadini, soggetti alla volontà popolare attraverso il processo elettorale (cioè quella cosa da cui Monti voleva proteggere le decisioni importanti, che per lui andavano appunto riposte "al riparo dal processo elettorale")?

Non sono mai riuscito a capire (per mia superficialità, s'intende) quanto i geopolitici "mettano a tema" (come credo direbbero) questa domanda, che però è la domanda fondativa del vivere comune. Fatto salvo Robinson Crusoe, che non aveva motivi di porsela (e che non a caso è diventato paradigma economico del modello neoclassico - quello che nel becero e disinformato dibattito nostrano viene chiamato "neoliberista"...), chiunque non se la ponga non è un cittadino particolarmente consapevole né uno studioso particolarmente illuminante dei processi sociali.

A questa domanda è legata la domanda da cui siamo partiti: che cosa vogliono fare gli Stati Uniti dell'Europa? Immagino che i geopolitici (o i politologi, o gli ingegneri, o gli editorialisti dei grandi giornali in caduta libera) abbiano lettura diverse e tutte interessanti del significato del Trattato di Maastricht, ma dal punto di vista tecnico è piuttosto evidente che "la ciccia" è nell'articolo 104, quello che ha istituzionalizzato e formalizzato il "divorzio", cioè l'indipendenza della Banca centrale dal potere esecutivo. Quanto reggerebbe l'Occidente (immaginando che esso si componga di America settentrionale ed Europa) nel caso in cui gli Stati Uniti rinunciassero all'indipendenza della Banca centrale, per assicurare un regime di crescita moderatamente inflazionistica, e l'Europa reprimesse la propria crescita sotto la sferza di alti tassi di interesse? La repressione della crescita significa, come sapete, repressione delle importazioni, quindi promozione di surplus di bilancia dei pagamenti, quindi, ancora una volta, per finire da dove abbiamo cominciato, produzione di squilibri (commerciali) a mezzi di squilibri (istituzionali).

La posta in gioco è questa. Trump ha bisogno di una Banca centrale accomodante per realizzare il suo progetto di reindustrializzazione degli Stati Uniti, i cui sistemi d'arma, mi dicono gli esperti, dipendono ormai in modo preoccupante dalle tecnologie cinesi. Se il rimpatrio delle catene del valore strategiche, con le conseguenti tensioni inflazionistiche, venisse stroncato da politiche di alti tassi di interesse, l'intento strategico sarebbe frustrato. Lo sarebbe però anche se qui da noi si continuasse a esportare squilibri, magari sotto forma di carri armati VW!

Ecco: io alla domanda che da anni mi pongo (e che ieri ho posto due volte con scarso successo) ancora non so rispondere, ma qualcosa mi dice che vivrò abbastanza da vedere quale sarà la risposta della Storia. Come vedete, i temi posti tredici anni fa nel Tramonto dell'euro e più in generale nel corso della nostra lunga conversazione mantengono la loro centralità anche oggi che la crisi non si presenta sotto le categorie dell'economico (non è fallita nessuna grande banca, non si parla di spread, ecc.) ma del politico (la richiesta esplicita di Trump all'Unione Europea di scegliere in quale campo stare). Almeno in questo senso il tanto lavoro fatto e il tanto tempo passato insieme non sono stati inutili.

Buona domenica!

lunedì 14 aprile 2025

Ancora sul declino

Ricordate il "grafico della vergogna", quello presentato al #goofy4?

Ve lo riporto qui:

Qualche giorno fa Branko Milanovic ha twittato un grafico simile:


dove le differenze sono due: il riferimento è il Pil mondiale, e viene aggiunta la Polonia. Il messaggio però è lo stesso: il punto di arresto del recupero e quello di inizio del declino grosso modo coincidono.

Mi è venuta voglia di ripetere l'esercizio, e l'ho fatto usando i dati dei World Development Indicators:


Qui si vede in effetti una differenza fra il rapporto al Pil pro capite mondiale e a quello dell'Eurozona. Rispetto all'Eurozona l'arresto (il punto di massimo relativo, quello dove si arresta una lunga serie di crescita) è nel 1988, mentre rispetto al Pil mondiale leggermente dopo, nel 1992; di converso, l'inizio del declino, cioè l'altro punto di massimo relativo (quello dove inizia una lunga serie di decrescita) è nel 2001 in entrambi i casi.

A questo punto, visto che qui desideriamo stare ahead of the curve e che eravamo stati autorevolmente raggiunti, mi è venuta voglia di fare un passo avanti, che sicuramente anche altri avranno fatto da qualche parte, calcolando il rapporto fra il Pil dell'Eurozona (EMU sta per Economic and Monetary Union) e quello mondiale. Il risultato è questo:

e si vedono alcuni dati interessanti: ad esempio, per l'Eurozona il periodo dello SME credibile (dal 1987 in poi) è un momento di grande accelerazione, mentre noi in quel periodo ci fermiamo, il che significa, in sostanza, che la Germania all'epoca ci guadagnò più di quanto noi ci perdemmo, o almeno così sembra. Al contempo, anche l'Eurozona è in declino dall'inizio del secolo, con un massimo relativo nel 2001.

Sembrerebbe di poter dire che quello che ha fatto il male delle parti non abbia fatto il bene del tutto.

Prevengo un'obiezione (in realtà, ce ne sono varie: anche se il 2002 è stato il primo anno in cui abbiamo avuto l'euro in tasca, è pur vero che i tassi di cambio fra valute europee erano fissi irrevocabilmente dal 1999 e sostanzialmente dal 1997, ad esempio): nel 2001, più esattamente l'11 dicembre, è successa anche un'altra cosa, l'ingresso della Cina nel WTO:


Indubbiamente un evento che ha segnato un incremento del peso della Cina nelle relazioni commerciali, e di conseguenza nella distribuzione del Pil mondiale:


Un fattore confondente non da poco, ove si vogliano accertare le responsabilità della moneta unica, e della conseguente necessità di una guerra fratricida sui salari fra Paesi dell'Unione Europea, nel declino che abbiamo documentato.

Restano due considerazioni: la prima è che la progressione della Cina era iniziata prima del nostro declino, e che gli Stati Uniti, nonché il resto del mondo, hanno "tenuto botta" molto meglio di noi rispetto a questa progressiva affermazione della Cina, il che significa, in tutta evidenza, che noi ci abbiamo messo del nostro dotandoci di istituzioni che ci hanno reso più fragili, non più forti, nel panorama della globalizzazione.

La seconda è che, per quel che mi riguarda, io non ho particolarmente voluto né l'ingresso dell'Italia nell'euro né l'ingresso della Cina nel WTO, e non mi sentii all'epoca particolarmente coinvolto in un dibattito circa l'opportunità di favorire questi ingressi. Semplicemente, queste cose accaddero, e solo un ristretto numero di esperti si pose qualche domanda (e fra questi non c'ero io, che all'epoca ancora non mi occupavo di Cina e non partecipavo al dibattito pubblico, né tanto meno potevo ambire a crearlo ove non ci fosse, come poi fu dieci anni dopo).

Resta il punto che forse l'ultimo grafico ci spiega meglio di tanti discorsi quello che sta succedendo oggi (si veda ad esempio l'intervista del da voi vituperato Giorgetti su Libero), e che se continuiamo così fra una ventina d'anni il nostro peso sul Pil mondiale sarà ampiamente sotto la doppia cifra.

Ci saremo condannati all'irrilevanza: il "gigante economico, nano politico e verme militare" sarà diventato un nano economico per essere stato un verme politico (ovviamente restando un verme militare).

Sipario!

(...e buona giornata!...)

domenica 13 aprile 2025

Simmetrie

Il progetto europeo è qualcosa di così distante dalla possibilità di reale esercizio della democrazia (perché è difficile immaginare una democrazia senza demos) da far perdere ai suoi fanatici il senso del perimetro all’interno del quale la democrazia può ragionevolmente essere agita, nel rispetto del fondamentale principio di autodeterminazione dei popoli.

Vi faccio due esempi uguali e contrari tratti dal dibattito recente.

I dazi sono imposte, e sono come tali soggetti al noto principio no taxation without representation, un cardine, anzi, direi di più: un elemento genetico delle democrazie occidentali. Ora, se è vero che i paesi che si uniscono in una unione doganale accettano di avere una tariffa doganale comune, e quindi uguali dazi nei riguardi dei paesi terzi, resta il fatto che questo accordo vincola i paesi che ad esso aderiscono, i quali, a casa propria, hanno il diritto di regolarsi come meglio credono, ma che gli accordi tra loro conclusi non attribuiscono loro alcun diritto di decidere la struttura delle aliquote di alcuna tassa in alcun paese terzo! Ne consegue che un paese terzo può imporre dazi diversificati alle merci di provenienza da diversi paesi membri di una unione doganale, mentre i membri di una unione doganale, per definizione, non possono opporre dazi diversificati alle merci di provenienza da un paese terzo. È una semplice e immediata conseguenza del principio sopra ricordato: no taxation without representation. Il governo degli Stati Uniti rappresenta i cittadini degli Stati Uniti e impone loro quella particolare imposta che sono i dazi nella misura che ritiene conveniente e nelle modalità che ritiene opportune, rispetto alle quali gli eletti e i governi europei non hanno alcun diritto di mettere bocca. La democrazia funziona così, e ignorarlo indica scarsa consuetudine non tanto con la teoria pura del commercio internazionale, quanto con le più banali e consuete prassi della politica democratica.

Simmetricamente, in uno degli ultimi editoriali del nostro amico Piroetta, si rinviene questa perla:


Sì, avete letto bene: secondo il nostro autorevole piroettatore Trump può decidere le politiche di investimento della Germania, e quindi dovrebbe farla investire anziché imporle dei dazi! Sfugge un dettaglio: che le politiche di investimento della Germania le decidono il governo e gli imprenditori tedeschi, su cui Trump non ha alcuna presa, se non quella indiretta, che sta utilizzando, consistente nell’applicare dazi ritorsivi. Assistiamo quindi al doppio paradosso, o se volete, alla doppia piroetta,  di una persona che rimprovera a Trump di non star facendo una cosa nel modo sbagliato, mentre Trump la sta facendo in quello giusto.

Giavazzi che non capisce che in Germania sugli investimenti tedeschi decidono i tedeschi è simmetrico alla legione di sprovveduti che non capiscono che negli Stati Uniti sui dazi degli Stati Uniti decidono gli americani

D’altra parte, si potrebbe pensare che se da un lato è vero che in Germania comandano i tedeschi come negli Stati Uniti gli americani, dall’esterno si possa esercitare un minimo di moral suasion per indurre un governo sovrano in casa propria a “fare la cosa giusta”. Per carità, tutto è possibile, ma risparmiateci un film già visto! Questo tipo di moral suasion è stato esperito invano per anni dal partigiano Joe:

Risultati, credo sia corretto dirlo, non se ne sono visti: il capitalismo tedesco va per la sua strada come ha diritto di fare, e se non deflette quando glielo chiede un premio Nobel come Stiglitz, non defletterà neanche quando glielo chiede Giavazzi, atteso che la materia in cui quest’ultimo eccelle (la danza classica) non prevede un così prestigioso riconoscimento.

In questa incapacità a riconoscere, o forse ad ammettere, che i popoli abbiano il sacrosanto diritto di autodeterminarsi, si riconosce tutto l’orrore di un progetto nato per conculcare i popoli europei con la teoria fallimentare e fascista del vincolo esterno di cui appunto il nostro è stato uno dei primi e più accesi propugnatori. Un progetto che continua imperterrito a perseguire il male delle parti, illudendosi così di fare il bene del tutto, ma condannandoci invece ad una lenta ma inesorabile discesa verso la totale irrilevanza. Per chi ha deciso che gli italiani non possano comandare a casa loro suona assolutamente familiare e anzi desiderabile l’idea che non possano farlo né gli statunitensi né i tedeschi. Peccato che non funzioni così e quindi, prima di venire al pettine, i nodi dovranno ingarbugliarsi ancora un po’.

sabato 12 aprile 2025

Ma abbiamo anche dei difetti!


“Io più chiaro di così non lo so dire” (cit.), ma “mi verrebbe da dire” (cit.) che gli sforzi di chiarezza fatti a beneficio di chi le cose non vuole capirle sono sempre utili a chi li fa ma mai a chi li riceve! 😉

Dichiaro aperta la discussione generale, ma abbiate pazienza perché devo tornare di corsa a Roma e quindi non potrò partecipare per le prossime due o tre ore.

(…grazie a marco per averci segnalato il perspicuo Miran…)




venerdì 28 marzo 2025

Il paradosso del dazio

Mentre affrontavo le consuete polemiche quotidiane sui "dazi di Trump" col mellifluo Richetti e col decisivo Giarrusso mi è venuta una sorta di illuminazione: strano che quella svalutazione della valuta nazionale che tutti deprecavano quando era in realtà rivalutazione di una valuta estera si sia tramutata in una pratica tollerata, o addirittura apprezzata, quando è diventata effettivamente una svalutazione della valuta nazionale!

Credo che abbiate capito, ma esplicito.

Quelli che accusavano con palese disprezzo la nostra classe imprenditoriale di vivacchiare a suon di "svalutazioni competitive" in un periodo in cui era il marco tedesco a rivalutarsi a causa del forte surplus della Germania, sono poi stati zitti o hanno addirittura plaudito al deprezzamento della valuta italiana, l'euro, in un contesto che era chiaramente quello di una svalutazione competitiva perché, guarda caso, l'Eurozona era in surplus (e quindi l'euro si sarebbe dovuto apprezzare).

Insomma: quando le cose andavano come dovevano, ci si lamentava. Quando hanno cominciato ad andare al contrario, ci siamo detti che stava andando tutto bene, ma qualcuno aveva avvertito che questa bonanza non poteva durare per sempre:


(era il 20 gennaio 2015: ora a Piazza Lurida per non avermi in trasmissione raccontano che non sono efficace: giudicate un po' voi: "gli Stati Uniti si adonteranno!", e si sono adontati e come!).

La solita storia: quando non entra in testa...

Agli imprenditori dico di stare molto attenti alla narrazione di chi, disprezzandoli dal profondo, li ha messi in cattive acque lusingandoli prima con la narrazione dell'euro che li avrebbe protetti, poi con quella delle virtù salvifiche dell'austerità, e poi con quella dei benefici di politiche commerciali scorrette e provocatorie nei riguardi degli Usa (l'esempio di questo video). Suggerirei invece il metodo di farsi dire delle verità, ancorché amare, da chi le sa (noi), e di tenerne il debito conto. Chi lo ha fatto, finora, non si è trovato male.

Quale sia la strada da seguire i più illuminati lo sanno, ed è ovviamente quella di sciogliersi dall'asse Roma-Berlino-Turku e andare a trattare bilateralmente con gli Usa, partendo dal presupposto che il metodo secondo cui per fare il bene del tutto bisogna fare il male delle parti non ha funzionato (e quindi ora basta: facciamo il bene nostro, sarà un bene anche per l'Europa, e se non lo fosse per l'Unione Europea: meglio)!

(...a proposito: ma Passera che fine ha fatto? Non lo incontro mai! Sta bene?...)

(...fisicamente, intendo: quando c'è la salute c'è tutto!...)

sabato 8 marzo 2025

Emancipazione e subalternità

Per chi se lo fosse perso (qui, credo, pochi) metto qua sotto l’ultimo webinar di a/simmetrie, dedicato al piano di riarmo:


Aldilà di tutte le considerazioni giuridiche, finanziarie, amministrative, politiche, non vi sfuggirà il punto macroeconomico: nelle condizioni date il piano di riarmo, esattamente come il taglio dei gasdotti, è una misura che serve a incrementare le esportazioni americane, cioè a ricomporre quei mostruosi squilibri macroeconomici globali che vi ho documentato nel convegno di mercoledì e nei due post precedenti. Ci hanno detto che l’Europa si sarebbe stata fatta nelle crisi, e sarebbe stata la somma delle soluzioni apportate a queste crisi, intendendo che sotto la sferza dello stato di necessità i popoli europei avrebbero trovato lo stimolo e il modo di emanciparsi. Argomento di un paternalismo stucchevole, che, fra l’altro, in questo caso è manifestamente falso: la reazione dell’Unione Europea alla sua attuale crisi (perché la crisi è solo sua: lei ne è causa e lei ne sarà vittima) vuole presentarsi come un gesto di emancipazione, come l’anelito di sottrarsi alla tutela degli Stati Uniti per difendere da sé il proprio territorio in presenza di (molto improbabili e fino a ieri denegate) minacce esterne. In realtà, questa reazione altro non è che un esercizio di subalternità estrema nei confronti della potenza imperiale, che beneficerà della gran parte di questa “potenza di fuoco“, ove mai si riuscirà a metterla in campo. Noi qui siamo stati oggettivamente i primi a “mettere a tema“ (come si dice a sinistra) le asimmetrie europee, quindi siamo ben posizionati per evidenziare una simpatica simmetria. In questo momento l’Unione Europea vuole “emanciparsi” dagli Stati Uniti finanziando nei fatti la sua industria, esattamente come fino a pochi anni, anzi, mesi, anzi, giorni fa voleva “spezzare le reni alla Russia” continuando a comprare il suo gas. Un progetto politico guidato da una élite di frustrati che riesce a fare la voce grossa solo con i più deboli dei suoi componenti, quelli che si supponeva fosse nato per proteggere, come la Grecia, ma che nei confronti delle potenze esterne sa fare un’unica cosa: piegarsi e pagare, ovviamente con i nostri soldi.

Quanto potrà durare questo bel gioco, ora che è evidente la sua rischiosità?

sabato 8 febbraio 2025

La carta muskicida

I moscerini del Dibattito sono in fermento. Lo "gnooooooooooooooooo!" li pervade. Musk (o chi per lui) avrebbe tradito pronunciando la E-word (Europe)! E così i moscerini si sono sollevati in un compatto nugolo, costituendosi in muskicidi, nell'attesa che il parabrezza della Storia faccia chiarezza.

Claudio, nella cloaca nera, ha dedicato ai muskicidi (sua pregiata definizione) un tweet che è lungo come un post (lettura consigliata). Io vorrei dedicargli qui un post lungo come un tweet:

Goofynomics ci ha insegnato che l’Europa non è l’UE e che l’UE ha condotto alla rovina l’Europa. Quindi fino a prova contraria chi auspica che l’Europa risorga in re ipsa auspica che l’UE tramonti. Chi non capisce almeno questo è un turista del Dibattito e come tale va gestito.

Sono 278 caratteri, mi sembra (potete ricontarli, l'errore è sempre in agguato), ma credo che ci sia tutto quello che c'è da dire.

Il simpatico bestiario che Claudio evoca ("l'avvocato Perepé, il maresciallo Alicudi, la influencer Carolei, il presidente del partito Mialgia Oligarchica Imperiale"), cui aggiungerei per completezza la giornalista Cadonetti et id genus omne, non credo sia in grado di capire quale sarebbe l'eventuale prova del contrario. Voi sì, ma per ogni evenienza, e per non farci del male inutile, ve la specifico. Potremmo argomentare che Musk (o Trump, o chi per lui) "ha traditoooh!11!" se nell'auspicare in modo più o meno sincero e convinto il risorgimento europeo ne indicasse il percorso nel fatidico "più Europa". Non è escluso che questo possa accadere: ci siamo più volte intrattenuti su alcuni dati storici e culturali che rendono questa evenienza possibile, fra cui il fatto che l'UE è sostanzialmente una creazione statunitense, e il fatto che la cultura statunitense vede nel proprio ordinamento politico (gli USA) un riferimento naturale per l'organizzazione degli altri raggruppamenti regionali. Ne consegue che per uno statunitense non molto addentro alla nostra cultura gli USE possono sembrare uno sbocco ovvio e risolutivo dei problemi in cui ci dibattiamo. Proprio per questo, però, se anche Musk, o Trump, o chi per loro manifestasse un ingenuo supporto agli USE (qui da noi: SUE: Stati Uniti d'Europa) non dovremmo allarmarci più di tanto. Più che alle dichiarazioni farei riferimento ai fatti. Quello su cui concentrarci, insomma, è a chi va il loro sostegno. In Germania, ad esempio, va ad AfD. Il fatto che, per subalternità agli operatori informativi, AfD sia stata esclusa dal gruppo dei Patrioti, mi preoccupa più di quanto Musk o Trump dicano di una realtà rispetto alla quale finora si stanno comportando in un modo che, nei fatti, non è in collisione con quel percorso di indipendenza, con quel Risorgimento, che qui abbiamo sempre auspicato.

Il resto lo lasciamo ai moscerini, che anche quando sembrino aquile o pachidermi hanno segnato il proprio destino nel fatto di non capire quello che sta succedendo e perché sta succedendo. Una qualità che qui abbiamo dimostrato di avere in tempi non sospetti...


(...e ora avanti verso nuove avventure...)