Visualizzazione post con etichetta sindacato. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sindacato. Mostra tutti i post

domenica 14 dicembre 2025

Le ore ritrovate?

Seguendo i consigli dell'ottimo Fabio (quanto sono felice quando la community è di aiuto al suo ecclesiarca...) ho ricostruito questo grafico:


che più o meno si parla con questo altro grafico di fonte ILO:


nel senso che entrambi segnalano un'intensificazione dell'attività nel 2002, ma per renderli in qualche modo omogenei (e quindi usare il primo per "allungare" il secondo, che peraltro ha un buco nel triennio 1996-1998) servirebbe il totale delle ore lavorate, che sicuramente da qualche parte si può far saltar fuori, ma ora non ho tempo per mettermici (sono reduce da un Roma-Dragonara-Majelletta-Corropoli-Colleranesco-Fara San Martino-Taranta Peligna-Roma), come non ne ho per commentare i picchi del primo grafico, che presumo possano avere un certo interesse.

Il problema è che l'ISTAT dà le ore lavorate come indice e non come valore assoluto, e quindi risalire da quell'indice al totale delle ore perse richiede un po' di ingenuity. Fosse per me, prenderei il totale delle ore lavorate di fonte OCSE, lo mensilizzerei, applicherei a quella serie le percentuali del primo grafico e poi aggregherei temporalmente i risultati. Ci vuole un po', purtroppo ho perso manualità e le mie procedure per applicare Chow-Lin credo di averle scritte addirittura in RATS, quindi se ne parla alla fine della legislatura se va male (o bene, dipende dai punti di vista)!

Ma qualcuno un po' più evoluto di un trader e che vuole dare una mano si trova?

Intanto, una cosa è evidente: Monti ha placato il conflitto sociale.

Da qui a dire che quindi "er bobolo" si merita tutto sarebbe un passo lungo e naturalmente chi lo percorresse sarebbe una bruttissima persona.

Come il vostro aff.mo ecclesiarca.

Buona notte e a domani (su RaiNews24).


(...a Colleranesco mi hanno dato una cassetta da 6 con 5 bottìe dentro. Non si fa mai abbastanza attenzione, ma io sono uno che si fida. Si sono fidati anche i lavoratori: dei sindacati, dei tecnici, degli operatori informativi... Decisamente, non è una buona idea!...)

sabato 13 dicembre 2025

Alla ricerca delle ore perdute

(…scendendo da Mamma Rosa, dove i miei sentimenti mi hanno spinto verso lu rentrocele alle quattro carni…)

Quando ero giovane io, i modelli econometrici comme il faut, incluso quello della Banca d’Italia, tenevano marxianamente conto del conflitto sociale, per cui nella curva di Phillips inserivano una variabile che ne esprimeva l’intensità: si chiamava “ore perse per conflitti di lavoro”, e naturalmente aveva coefficiente positivo: più scioperi, più crescita dei salari  

Qualche giorno fa, stomacato dalla demagogia di quelle quattro facce di m… onti che hanno istituito lo scioperdì perché “leggente soffrono per colpa dell’austerità e del fasheesmo”, sono andato sul sito dell’ISTAT per aggiornare i miei dati ma, incredibile dictu, non c’è stato verso di scaricarne la serie: irreperibile! Siccome mi ero messo all’anima i difensori della vedova e dell’orfano, senza demordere sono andato sul sito dell’ILO, ma… i dati sono disponibili solo fino al 2008! Ora io dico: visto che si pubblicano (e sono facilmente reperibili) i dati sulle ore lavorate, evidentemente esisteranno anche quelli sulle ore non lavorate. Perché questi ultimi sono così difficilmente reperibili? Vi do due possibili spiegazioni non mutuamente esclusive: la prima è che io stia invecchiando, nel qual caso voi che siete più svegli (penso in particolare al sempre vigile Fabio), riuscirete senz’altro a darmi il link (vi risparmio il gustoso siparietto originato dalla mia richiesta a Grok di darmi il link, che inserirò nella mia antologia di dialoghi con la bestia). La seconda spiegazione è che questi dati vengano offuscati, affinché nessuno possa, magari in un bel parterre televisivo, dire: “ma scusate, brutte facce di m… onti, come mai quando Monti faceva precipitare il Pil italiano e decollare la disoccupazione le ore perse per conflitto di lavoro erano una quantità irrisoria rispetto a quelle che stiamo constatando oggi?” Perché a mente mia lo erano, ma magari non sarà stato così. Bisognerebbe basarsi sui dati, solo che quando i dati una volta c’erano, ma all’improvviso scompaiono, io, chissà perché, sono tentato di pensar male. Sarà forse perché quella volta che erano scomparsi i dati OCSE sulla flessibilità del mercato del lavoro, poi saltò fuori che dalla lettura di quei dati avremmo capito che l’Italia non aveva bisogno di riforme? Ecco, la mia sensazione è che se saltasse fuori una serie omogenea di ore perse per conflitti di lavoro, non dico che scopriremmo che l’Italia non abbia bisogno oggi di scioperi, ma scopriremo una cosa diversa: che quando ne aveva molto più bisogno di oggi, ne sono stati fatti molti di meno.

Voi che ne dite?

(…e scusate se ho detto Monti a tavola.…)




sabato 30 agosto 2025

La triplice e i trilemmi

Ieri sono sceso a Roma per un incontro con i sindacati metalmeccanici. La richiesta veniva dalle tre sigle FIM-CISL, FIOM-CGIL e UILM ed era rivolta ai capigruppo parlamentari. Il capogruppo Molinari ha delegato me in quanto vicecapogruppo più vicino ai temi economici (gli altri sono Iezzi, in Commissione Affari Costituzionali, Bruzzone, in Commissione Agricoltura, Coin, in Commissione Affari Esteri, e Furgiuele, in Commissione Trasporti). L'incontro è stato molto costruttivo e le preoccupazioni espresse dai sindacati sostanzialmente condivisibili. Il punto tecnico, che credo conosciate, è che la "decarbonizzazione", cioè il passaggio a forni alimentati con energia elettrica prodotta emettendo CO2 (perché alternative per il momento non ce ne sono!), comporta la necessità di produrre "preridotto" (il cosiddetto DRI, che in qualche modo possiamo immaginare come l'alternativa alla ghisa prodotta nel ciclo tradizionale in altoforno), gli impianti per il preridotto richiedono altra energia, da produrre usando altro gas e quindi producendo altra CO2, e quindi per farla breve il piano dei commissari di governo prevedeva lo stazionamento a Taranto di un rigassificatore che però il sindaco di Taranto, interpretando l'opinione dei suoi elettori, non vuole assolutamente. L'alternativa sarebbe fare il preridotto da un'altra parte (Gioia Tauro?), il che comporterebbe, oltre alla perdita di posti di lavoro a Taranto, il simpatico paradosso che per decarbonizzare si dovrebbe trasportare il preridotto da Gioia Tauro a Taranto, ovviamente via nave, e quindi, altrettanto ovviamente, producendo altra CO2. Il dato positivo è che i sindacati trovano congruo il piano del Governo, il dato spinoso è che il problema ce l'hanno a sinistra, non a destra, perché che io sappia il sindaco di Taranto leghista non è. Va da sé che le elezioni imminenti non aiutano un ragionamento razionale, e vedremo quindi come andrà a finire.

Avrete comunque capito, da questo breve resoconto, che la CO2 è esattamente come l'altro idolo polemico dei piddini, erdebbitopubblico: tutte le strategie proposte per combatterla la fanno aumentare, o almeno non diminuire quanto si dice, il che pone la questione del perché mai un Paese che conta per lo 0,83% delle emissioni globali:


dovrebbe innescare bombe sociali come quella di Taranto e condannarsi all'irrilevanza, considerando che i rimedi proposti se non peggiori, non sono molto migliori del male. Ma su questo so che siete d'accordo con me (tranne il Comico, che però ci ha prematuramente abbandonato lasciando un vuoto colmabile dal buonsenso).

Ovviamente io ho ascoltato con rispetto e non ho polemizzato su nulla, anche perché non ne vedevo sinceramente il motivo, evitando qualsiasi tipo di sottolineatura politica tranne una, necessaria, al fatto che il partito in cui mi onoro di militare era stato il primo e l'unico fra quelli italiani a opporsi a tutte le follie del Green Deal per esattamente gli stessi motivi per i quali chi ce le ha proposte ora ci sta ripensando (fra cui, appunto, l'impatto sociale).

Resta il fatto però che mentre svolgevo rispettosamente il mio ruolo con la triplice, non potevo togliermi dalla testa il trilemma.

Quale?

Non quello di Mundell e Fleming, che gli economisti conoscono:

secondo cui non puoi avere contemporaneamente libertà dei movimenti di capitale, tassi di cambio fissi e controllo della tua politica monetaria, ma devi rinunciare a una di queste tre cose:

a) se hai tassi di cambio fissi e libertà dei movimenti di capitale, non puoi controllare il tuo tasso di interesse, perché se lo fissi a un livello inferiore a quello prevalente sui mercati finanziari internazionali subirai una fuga di capitali che renderà insostenibile il cambio fisso, forzandone il deprezzamento (questo è in qualche modo il mondo dell'euro, e prima quello del gold standard);

b) simmetricamente, se hai libertà dei movimenti di capitale ma manovri il tuo tasso di interesse, ovviamente devi lasciare che fluttui il tuo tasso di cambio (questo era in qualche modo il mondo dello SME, con la sua fluttuazione controllata);

c) quindi, per controllare il tuo tasso di cambio e il tuo tasso di interesse, devi controllare i movimenti di capitale (questo era in qualche modo il mondo di Bretton Woods).

Non pensavo nemmeno al trilemma "aumentato" di Rodrik, che trovate qui e che conoscono (spero) anche i politologi:



nella parte inferiore della figura (quella superiore riporta il trilemma standard di Mundell-Fleming), secondo cui non puoi avere simultaneamente completa integrazione economica (vista come sviluppo dell'integrazione dei mercati finanziari, cioè della mobilità dei capitali), stati nazionali, e democrazia, ma puoi solo avere due di queste cose (una spiegazione esauriente la fornisce Orizzonte48):

a) se vuoi integrazione economica mantenendo gli Stati nazionali devi accettare che questi siano ingabbiati da una camicia di forza che circoscriva l'ambito delle loro politiche (e questo è lo stato attuale dell'UE), rinunciando quindi alla democrazia in favore delle "regole";

b) puoi avere integrazione economica e democrazia se rinunci allo Stato nazionale e ti sposti verso una prospettiva federale come quella statunitense (qui da noi impraticabile per ovvi motivi storici e culturali): a tendere si avrebbe un mercato mondiale governato dagli Stati Uniti del Mondo (ma resta da chiedersi quale sia il significato che Rodrik dia alla democrazia in assenza di demos: questo non mi è affatto chiaro...);

c) poi, naturalmente, puoi avere (come in qualche modo, imperfettamente, avevamo) democrazia e Stati nazionali se rinunci alla piena integrazione economica, e questo è ovviamente il compromesso di Bretton Woods, in cui i vincoli ai movimenti di capitali (e quindi la libertà dal ricatto dei mercati) dava qualche grado di libertà in più ai governi nazionali.

No, io pensavo a un trilemma analogo, ma di tipo diverso, un trilemma di Bagnai che sostanzialmente dice che non puoi avere insieme Europa, decarbonizzazione, e posti di lavoro (posto che queste tre cose prese singolarmente abbiano un senso, e secondo me lo ha solo l'ultima), ma puoi avere solo due di queste cose:


Come potrete constatare qui, questo trilemma non ha tantissimo a che vedere con il "nuovo trilemma" proposto da Rodrik nel 2024, che si riferisce alle prospettive di sviluppo dell'economia mondiale, ma ha un significato molto più circoscritto, facilmente sintetizzabile:

a) la "decarbonizzazione" proposta dall'"Europa" col green deal distrugge posti di lavoro (e produce CO2), quindi se vuoi "Europa" e "decarbonizzazione" devi rinunciare al lavoro (prova ne sia che la Germania sta pensando di creare posti di lavoro nell'esercito!);

2) l'"Europa" potrebbe tornare a produrre occupazione solo se adottasse un approccio pragmatico, che comporterebbe il rinunciare all'obiettivo ideologico della "decarbonizzazione" (lanciato per favorire la riconversione dell'automotive tedesco, ma sostanzialmente fallito);

3) un vero balzo in avanti tecnologico (chiamiamolo "decarbonizzazione", per capirci) compatibile con la creazione di posti di lavoro richiederebbe livelli di investimenti pubblici incompatibili con le regole europee (fiscali e monetarie) e quindi con l'"Europa".

Per me è abbastanza chiaro da che parte dovremmo stare in questo grafico: da quella del "Bretton Woods (compromise)" e quindi della rinuncia alla cosiddetta "Europa", che in un modo o nell'altro ci condanna a un progressivo e inarrestabile slittamento verso l'irrilevanza economica, tecnologica, politica. La mia sensazione, che ovviamente mi sono tenuto per me, è però che qui in Italia i sindacati vogliano tutto, e tutto non si può avere, né secondo Mundell-Fleming, né secondo Rodrik, né secondo quanto abbiamo sotto gli occhi, di cui vi ho offerto una personale e discutibile sintesi.

Voi a che cosa rinuncereste?

mercoledì 10 maggio 2023

Tirare la cinghia

Nei commenti a un post precedente Marco, il nostro amico paradigma dell'idiot savant (non è un insulto: è un neologismo), personaggio che in questo blog regolarmente si ripresenta sotto le spoglie dell'ingengngniere piddino che pensa di argomentare in ambito economico facendo un magro e scombiccherato cherry picking su Wikipedia di teorie che a lui sembrano assistite dal principio di autorità, ci raccontava, in buona sostanza, che i francesi stanno meglio di noi (nota bene: nessuno aveva detto il contrario! Il commento dell'idiot savant si inseriva a seguito di una subordinata concessiva di idivev: "La Francia sarà pur sempre ecc.", cioè: ammesso e non concesso che la Francia sia... Ma gli idiots savants, come vedremo meglio nel caso climatico, sono a disagio con la grammatica elementare...). Comunque: Marco ci raccontava che i francesi stanno meglio di noi perché "lo stipendio netto medio a Parigi rimane un 30% maggiore che a Milano" (rigorosamente senza fonte, senza considerare che la Francia non è Parigi e l'Italia è ancor meno Milano, ecc. Ma la caratteristica dell'idiot savant è appunto che lui sa: bastandogli le sue certezze, non ritiene opportuno suffragare con la citazione delle fonti le verità che magnanimamente dispensa).

Vabbè, questa era una delle due premesse del discorso che volevo farvi oggi. Veniamo all'altra.

Poco fa il presidente di a/simmetrie, Benedetto Ponti, ha rilanciato su Twitter un grafico di Nicolas Goetzmann (che non so chi sia), a sua volta rilanciato da Philipp Heimberger, che invece sappiamo chi sia: è stato relatore a un nostro evento sulle regole europee):


Il messaggio è che i consumi alimentari dei francesi (dati mensili in milioni di euro a prezzi costanti) sono tornati al livello del 2007. Visto che a Parigi gli stipendi sono del 30% più alti perché ce l'ha detto sucuggino (cioè il cuggino di Marco), non ci resta che una linea interpretativa di questo dato: evidentemente i francesi sono molto preoccupati dalla prova costume, e quindi, pur navigando nell'oro, preferiscono accumularlo per farci il bagno come Paperon de Paperoni, anziché spenderlo in Bourgogne e Camembert (che rovinano la linea e tra l'altro dovrebbero avere il Nutriscore rosso, o almeno spero...).

Anche qui, come nel caso degli idiots savants, manca la fonte, e mi sono dannato l'anima per reperirla (con l'occasione, vi ricordo, se credete, di sostenere col vostro 5x1000 a/simmetrie, un think tank che le fonti le cita). Verosimilmente saranno fonti nazionali, perché né su Eurostat né su OCSE ho trovato una ripartizione delle spese per consumi delle famiglie a questo grado di granularità: su Eurostat e OCSE, ad esempio, ci sono le spese per consumi alimentari, ma annuali, mentre quelle trimestrali sono distinte solo fra beni non durevoli, semidurevoli e durevoli (e quelle mensili non ci sono).

Non escludo che cercando meglio si trovi qualcosa (magari voi ci riuscirete), ma a me interessava fare un confronto internazionale rapido, e l'ho fatto con quello che ho trovato, cioè questo:


Ora, a beneficio degli idiots savants, segnalo che quello riportato qua sopra è un indice, che quindi ci informa sulla dinamica, non sul livello del fenomeno: ma, se interessa, c'è anche il dato in volume (milioni di euro a prezzi costanti:

sul quale, se qui ci appassionasse il tema sollevato dal "cuggino de sucuggino" (cioè da Marco), ovvero "sono più ricchi i francesi o gli italiani?", andrebbero fatti almeno due aggiustamenti: la conversione in termini pro capite, e la correzione per la parità dei poteri d'acquisto (perché credo sia arduo ipotizzare che al Giambellino la vita costi quanto al faubourg Saint Honoré). Un vero economista, però, tenderà a essere più appassionato dalla dinamica che dalla statica. Del resto, anche per un politico, le tendenze in atto sono molto più rilevanti dei punti di partenza, per il semplice motivo che quale che sia il punto di partenza, il mandato che il politico riceve è quello di migliorarlo, per cui la domanda più rilevante diventa: stiamo migliorando o peggiorando, e di quanto? Una domanda dinamica, non statica: dove stiamo andando?, non: dove siamo?

Comunque: per quanto riguarda la dinamica, i due grafici dicono sostanzialmente la stessa cosa.

In particolare, partendo dalla fine: è confermato che la spesa per consumi non durevoli (che includono quindi anche il tabacco, il vestiario, ecc.) delle famiglie francesi è fortemente arretrata, coerentemente con l'andamento del suo sottoinsieme (le spese alimentari, quelle mostrate nel grafico dell'amico dell'amico dell'amico). L'ultimo dato trimestrale del 2022 è 83 miliardi, cugino degli 83,1 del terzo trimestre 2001 (un bel balzo indietro).

Interessa l'Italia?

Con la stessa logica, l'ultimo dato trimestrale del 2022 è 78,9 miliardi, cugino del 78,4 del primo trimestre 2015. Quindi si può raccontare, senza dire il falso, che per noi il balzo indietro indotto dalla crisi energetica, con annesso scenario inflattivo, è di soli sette anni, mentre per i francesi di oltre 20. In virtù di questa dinamica, a oggi, se misuriamo il benessere in termini di capacità di spesa per consumi non durevoli (escluse automobili, elettrodomestici, ecc., che comunque un po' di benessere contribuiscono a procurarlo), parametrando i volumi di spesa alla popolazione abbiamo che in Francia la spesa pro capite è 83 miliardi diviso 67,8 milioni, cioè 1225,5 euro al trimestre, mentre in Italia è 78,9 miliardi diviso ahimè solo 59,1 milioni, cioè 1334,9 euro al trimestre. Il cuggino di Marco non avrebbe difficoltà a dimostrarci con un modello peer reviewed che, anche se non sembra, la spesa pro capite francese è superiore del 30% a quella italiana (perché a Parigi ecc.). Viceversa i dati (ma i dati, si sa, non servono a chi detiene la Verità) stabiliscono che la spesa pro capite delle famiglie francesi in consumi non durevoli è dell'8,1% inferiore a quella delle famiglie italiane. Se vi rivolgete ai dati, anziché agli idioti revisionati da idioti (cioè dai loro peer), capite perché la gente va per strada in Francia e non qui (e torno a dire che a me dispiace che la gente debba andare per strada e non sono contento che questo succeda in un Paese che amo: sono però contento quando certi fenomeni possono essere ricondotti nell'alveo di una razionalità economica: mi aiuta a pensare che non ho sprecato il mio primo mezzo secolo).

Dopo di che, forse bisognerebbe allargare lo zoom, e possiamo farlo in due modi: con gli indici o con i valori assoluti. Conviene farlo in entrambi i modi anche per aiutarvi a capire una cosa che agli idiots savants (sì, lo avete capito: è il termine colto per indicare i piddini antropologici) normalmente sfugge: quali informazioni forniscano gli indici.

In effetti, se osserviamo il primo grafico, notiamo che fatto 100 il 2005, nell'ultimo trimestre del 2022 i consumi non durevoli delle famiglie italiane sono a 85 e quelli delle famiglie francesi a 98 (quindi quelli italiani sono diminuiti del 15% e quelli delle famiglie francesi del 2%). Sorge quindi spontanea la domanda: ma se la diminuzione dei nostri consumi è sette volte quella dei consumi francesi, come mai non siamo andati in piazza noi?

Non è così strano, o, per l'esattezza: non è strano che non stiamo andando in piazza adesso (visto che, come già detto, in termini assoluti stiamo meglio noi dei francesi, dopo il loro ultimo tonfo).

Il punto è che, come potete vedere dal secondo grafico, nel 2005 (in effetti, dal 2000 al 2009) i consumi in beni non durevoli delle nostre famiglie erano superiori, e non di poco, a quelli delle famiglie francesi. Insomma: conducevamo una vita più agiata, come qualcuno ricorderà (certo non gli "scienziati" awanagana che vengono a scassarmi gli zenzeri su Twitter col mento ancora imbrattato dalla ricottina del rigurgitino, povere stelline...). In numeri, considerando i valori della popolazione al primo gennaio 2005, nel primo trimestre del 2005 in Francia la spesa pro capite delle famiglie in consumi non durevoli era di 84,7 miliardi diviso 62,7 milioni, cioè 1350,7 euro a trimestre (più o meno dove siamo noi ora), mentre in Italia era di 92,8 miliardi diviso 57,8 milioni, cioè 1605,6 euro a trimestre. Insomma: nel primo trimestre del 2005 (anno che scelgo solo perché è il riferimento degli indici Eurostat) gli italiani spendevano (pro capite) il 18,9% in più dei francesi in consumi durevoli, ma soprattutto spendevano il 20,2% in più di quanto gli stessi italiani spendono oggi.

Insomma: è vero che abbiamo fatto un bel tonfo da prima della crisi globale, ma è anche vero che stavamo molto meglio dei francesi, per cui oggi continuiamo a stare un po' meglio di loro, e in termini dinamici oggi l'impoverimento causato dall'ultima crisi è molto meno drammatico di quello che stanno sperimentando, purtroppo, le famiglie francesi.

Non è quindi strano che adesso in piazza ci vadano loro, come dicevo.

Quello che è strano è che mentre venivamo macellati dall'austerità (e non ditemi che non si vede quando è successo) in piazza non ci siamo scesi noi. Ma anche questo tanto strano non è: il macellaretto dell'epoca ci ha spiegato bene com'è andata, e il clima di quel periodo è riassunto da questa immagine diventata a giusto titolo iconica:


Non c'è nulla di male nel mantenere rapporti distesi con gli avversari: l'ho fatto anch'io con la Camusso quando l'ho incontrata (forse anche perché ero distratto da altro). Nel non combatterli, e nelle motivazioni per cui non li si è combattuti, però, qualcosa di male gli elettori potrebbero vederlo, e lo hanno visto.

Ora, come allora, io sono all'opposizione di questa roba qui, ora come allora dandovi i numeri e le ragioni della mia opposizione, ma ora, a differenza di allora, con qualche minimo margine di manovra in più per eradicare la malapianta che ci ha infestato, compromettendo in modo difficilmente rimarginabile il nostro benessere. Ci si sta lavorando, ma intanto, lo ribadisco: l'irrazionalità, dopo aver danneggiato chi l'ha subita, si sta rivoltando contro chi l'ha voluta. Non è Schadenfreude. Lo definirei piuttosto usare la forza dell'avversario: l'unica risorsa di chi ingaggia un combattimento in condizioni di inferiorità.

Tanto vi dovevo (o meglio, tanto dovevo al cuggino di Marco, che ora tornerà petulantemente alla riscossa...).

martedì 24 gennaio 2023

La schiavitù del debito (privato)

Nel letamaio di Twitter ho trovato questa perla elargita da un nostro amico:


Non ci avevamo pensato! In effetti, il circolo vizioso della globalizzazione finanziaria, che avevamo descritto qui:


ha anche questa ulteriore sfumatura: i lavoratori indebitati (vedi alla voce "necessità di sostenere la domanda col debito") perdono potere contrattuale, perché se ti corrono le rate di uno o più mutui è pericoloso restare senza liquidità, per cui meglio ottenerne pochi (maledetti e subito) che scioperare.


Tanto aumenta la "finanziarizzazione" (debito), tanto diminuisce la rivendicazione (sciopero), e di conseguenza la remunerazione (salario), il che peraltro rende comunque complesso ripagare il debito, ma questo è un altro discorso, cioè il solito discorso (crisi finanziaria).

Il nostro schema si arricchisce quindi di un ulteriore feedback loop (vizioso) fra "necessità di sostenere la domanda col debito" e "crollo della quota salari". Questi due elementi si rinforzano a vicenda, una volta che ci si sia avviati nel meraviglioso mondo dell'egemonia finanziaria, della libertà incondizionata dei movimenti dei capitali, del finanziamento a debito della domanda.

Lo si potrebbe dire anche così: quando gli elettori accettano che i mercati disciplinino i Governi, stanno in realtà accettando anche che i mercati disciplinino loro.

Resta misteriosa la legittimazione dei mercati (che poi sono uomini) a disciplinare chicchessia, visto che la terza stazione di questo Calvario è sempre una crisi finanziaria, cioè una dimostrazione più o meno plateale, più o meno dolorosa, che i mercati per primi non sanno investire bene i propri soldi (e quando succede che i nodi del loro stolido conformismo vengano al pettine, per un po' smettono di fare la morale ai Governi, visto che devono affidarsi alla clemenza di questi ultimi per salvare la pelle...).

Per i nerd il paper è qui e anche chi non capisce le tabelle troverà interessanti le figure. Ad esempio, la Figura 1, che mostra i trend della conflittualità sindacale (ore, durata, partecipazione agli scioperi), ci mostra plasticamente la futilità di certe petizioni di principio di cui si parlava nell'ultimo webinar di a/simmetrie con Elisabetta, in particolare dell'idea che la società di ieri fosse più "stabile" di quella di oggi, meno caratterizzata da "cambiamenti e discontinuità".

Nella società di ieri la norma era il conflitto. In quella di oggi la norma è il ricatto. Sono due diverse forme di instabilità.

Strappano anche un sorriso, per chi come me le avesse distrattamente ascoltate in macchina, le appassionate perorazioni dei candidati alla segreteria del PD in favore del lavoro, del recupero di un'iniziativa politica a sostegno delle classi sociali più svantaggiate, ecc. Il mondo in cui i lavoratori hanno paura di scioperare, perché sono sotto il ricatto del debito, lo hanno voluto e costruito loro in cambio dell'usufrutto perenne di un pezzo di potere costituito. Purtroppo è andata male, ma nessuno di loro è attrezzato culturalmente per capire perché.

mercoledì 3 agosto 2016

Pensioni e sindacati

(...ieri ero a cena in una nota località ex mineraria con un anziano ex comunista, ai suoi giorni attivamente impegnato in politica, che cercava di spiegarmi che Renzi non è comunista e che la sinistra manca di leader carismatici. Io, misericordioso e paziente, annuivo con un minimo sindacale di condiscendenza, mentre mi facevo spiegare, facendo il finto tonto [es.: proponendogli Fassina come leader carismatico] in che modo il suo partito, e in definitiva anche lui, aveva gestito lo smantellamento di un pezzo di industria italiana - sicuramente non competitiva, per carità! [Del resto, con l'allargarsi delle frontiere, temo che tutta l'industria estrattiva mondiale subirà gravi contraccolpi: avete presente perché Marte si chiama "il pianeta rosso"? Hint: non l'hanno colorato col pennarello]. Certo che in tutta la vicenda dell'euro il problema del tradimento della sinistra, che non è un dato soggettivo - e quindi apolitico - ma oggettivo - e quindi politico, perché i rappresentanti oggettivamente, nei numeri, non hanno fatto gli interessi dei rappresentati, indipendentemente dalle loro sicuramente ottime intenzioni soggettive, rimane il problema centrale, tant'è che pare che se ne sia accorto anche Stiglitz, a modo suo e con i limiti oggettivi che gli provengono dal non aver potuto seguire da vicino le vicende di una provincia sempre più insignificante di un impero sempre meno significativo...

A riprova, noto come tutto concorra a distogliere l'attenzione da questo nodo cruciale: anche la rinnovata guerra di religione, alla quale aderiscono toto corde i suddetti leader carismatici. Ma forse per capire come stanno le cose basterebbe seguire i soldi. A seguito del post precedente, Filippo Ariani ha pubblicato come commento le parole che vi sottopongo qui di seguito. Sono fatti che non conoscevo - ma intuivo - e che ci fanno capire non tanto da che parte stia il sindacato [questo qui lo sappiamo benissimo: sta dalla parte dell'euro, cioè della compressione dei salari, come abbiamo esplicitamente visto nel caso di Landini] quanto perché ci stia. Dato che il vecchio comunista si lamentava, un po' nebulosamente, anche del ruolo giocato dal sindacato nella vicenda che lo aveva visto protagonista, mi è venuto in mente di condividere.

In termini accademici, il quadro analitico di riferimento per Ariani è la legge ferrea dell'oligarchia di Michels. Wikipedia ci informa che essa è stata criticata dall'eurista di riserva Panebianco, il che per noi vale a conferma della sua validità. Del resto, mica c'è solo Michels! Ci sarebbe anche Salancik, per dire, e comunque qualsiasi corso di politica economica, inclusi quelli che tengo io, a un certo punto spiega i problemi di delega - cioè di difformità del comportamento dei delegati dalle intenzioni dei deleganti - che sorgono per via del fatto che i delegati, inclusi quelli sindacali, perseguono obiettivi diversi da quelli dei deleganti, l'obiettivo più ovvio dei delegati essendo non quello di accrescere il reddito dei deleganti, ma la propria - dei delegati - sfera di influenza, aumentando le dimensioni dell'organizzazione. Ciò li obbliga da un lato a compromessi coi poteri costituiti, e dall'altro a reperire risorse. I dati che ci fornisce Filippo riguardano appunto il secondo aspetto, e credo vadano discussi, nel quadro del più ampio fenomeno della cattura oligarchica qui più volte menzionato, e che evidentemente non si esaurisce nel dato, di per sé piuttosto ovvio, che "nei regimi democratici contemporanei i super ricchi hanno catturato le istituzioni elettorali rappresentative",  ma presenta anche sfaccettature più elusive e insidiose, come la cattura da parte della finanza di movimenti apparentemente "dal basso" o "di base" che dir si voglia...).




Non so quanto sono OT, ma la questione del dirottamento di risparmi verso le pensioni private mi rimanda al “problema sindacati”: cosa (di fatto) sono? Cosa concretamente perseguono? Con quali mezzi? Un tassello forse non secondario del mistero per cui le classi lavoratrici hanno abboccato in toto alla beffa Euro & C., facilitando il tradimento operato ai loro danni da tante forze “di sinistra”.

Già infastidito dalla percezione di una particolare “impermeabilità” del mondo sindacale rispetto ai tentativi di critica del sistema di Moneta Unica (per la contraddizione che ciò comporta con gli interessi sostanziali del lavoro dipendente), intendevo verificare l'applicabilità in ambito sindacale della vecchia (1911) ipotesi di R. Michels sui partiti politici, nella parte in cui asserisce che l'obiettivo fondamentale si sposterebbe dalla realizzazione del programma dichiarato alla sopravvivenza dell'organizzazione. In particolare volevo esaminare la “struttura” sindacale in termini di interessi concreti, espressi dalle voci di entrata leggibili nei bilanci, per capire se prevalevano quelle collegate al mondo del lavoro (interessi contrastati dalla moneta unica) ovvero alla finanza, per cui invece l'Euro è un terreno di gioco più favorevole.

Tentativo abortito: i bilanci, pur talvolta pubblici e chiari, sono privi del consolidato di tutti i livelli (territoriale, regionale e nazionale) e settori (confederali e di categoria) impedendo di ricostruire con precisione i dati complessivi. Difficile perciò andare oltre le osservazioni da pamphlet liberista di S. Livadiotti, L'altra Casta, Bompiani 2008. Se ne conferma semmai, nella costanza dell'aliquota tipica di 1% della paga base (v. aliquota CGIL ), l'ordine di grandezza delle entrate totali attorno ad “un miliardo” (Livadiotti, p. 72 riga 10), stima imprecisa ma utile alle osservazioni di cui oltre.

Si può forse aggiungere che:

-          la perdurante indisponibilità del dato aggregato può indicare una concreta volontà del detentore dello stesso, di impedire la conoscenza della propria “struttura” economica,

-          nell'esempio sopra riportato del bilancio CGIL il settore dei pensionati (potenzialmente più interessato dei lavoratori alla stabilità dei prezzi e di riflesso alla moneta unica) mostra un peso economico quasi equivalente a quello dei lavoratori attivi, ed addirittura superiore in termini di numero di iscritti.

Ho allora ripiegato su un rapido censimento delle altre realtà verso le quali il sindacato denota “affiliazione”, proponendone più o meno direttamente i servizi tramite le proprie pagine internet. Limitandomi alla CGIL (di cui soffro maggiormente le discrasie essendo stato a suo tempo un iscritto) e scorrendo le pagine dei sindacati di categoria, il principale riferimento esterno è rappresentato dai vari fondi pensione negoziali

-        Agricoltura: FLAI rinvio a Agrifondo, EBAN, EBAT, ENPAIA ENPAIA FISLAF FISLAF

-        Servizi: FILCAMS  pagina sulla bilateralità con rinvio a 5 fondi di previdenza

-        Funzione Pubblica PERSEO

-        Metalmeccanica: FIOM con rinvio a Cometa Fondapi Cooperlavoro Previlabor Previnforma


-        Trasporti (Filt CGIL) link a PREVILOG ed EBNP,

-        “Conoscenza”: FLC CGIL rinvia a ESPERO nonché SIRIO (confluito in PERSEO-SIRIO)

-        Comunicazione: SLC CGIL rinvia a BYBLOS

-        Lavoratori “non tutelati” (tipo collaboratori, consulenti, etc.) NIDIL rinvia a  FON.TE



Per quanto riguarda i fondi pensione, trattasi di normali attività finanziarie di investimento, che nel 2014 hanno operato per circa 39 miliardi/anno nel 2014 (v. tav 1.8 pag 29 in covip Relazione Annuale 2014).

Da questo punto di vista il problema evidente mi pare il “rischio” (diciamo così) che la grande sproporzione di “peso” (circa 40:1) fra entità dei bilanci dei fondi pensione e dei sindacati che li sponsorizzano, possa “catturare” l’attività sindacale distorcendola a supporto esterno dei propri interessi. E’ vero che le cifre in entrata del “lato sindacale” sono gravemente imprecise, ma la differenza è tale che anche un ragionamento per ordini di grandezza può essere in qualche misura valido

Il ragionamento si può ampliare osservando che i link dei fondi pensione sono seguiti a ruota, in termini di completezza e pervasività, da quelli relativi a fondi sanitari integrativi ed attività assicurative e finanziarie, ad esempio:

-        Agricoltura, assistenza sanitarie integrative FISA e FIDA

-        Trasporti, dalla pagina dei contratti  link a UNISALUTE

-        “Conoscenza” link a UNIPOL e UNIPOL Banca

-        Comunicazione link UNIPOL ed UniSalute

-        SPI-CGIL (pensionati) link interessante dalla sezione servizi alla Guida SPI servizi che reclamizza le tutele individuali del patronato INCA CAF  SOL  UVL  Mediaequa AUSER ed altri e sponsorizza le convenzioni con Unipol. Monte dei Paschi, Agos Ducato.

-        Servizi: la già citata pagina sulla bilateralità rinvia ad una dozzina di dozzina di attività sanitarie integrative



Meno rilevanti economicamente ma sistematicamente valorizzati nel Sistema Servizi CGIL, troviamo, INCA CAF  SOL (orientamento al lavoro) UVL  AUSER (invecchiamento attivo), Federconsumatori, SUNIA (sindacato inquilini) Mediaequa (Mediazione civile)

Complessivamente, non riesco a togliermi di dosso l’impressione di un “sistema” che anziché tutelare gli interessi dei lavoratori promuovendone in primo luogo le capacità di autotutela, si insinua, in qualità di mediatore attivo, tra  la classe lavoratrice e le “difficoltà” (di qualsiasi genere) che la vita economica tipicamente impone.

Come ovvia conseguenza, le azioni tipiche verso problemi quali l’insufficiente entità delle pensioni, le inefficienze della sanità pubblica e della giustizia, l’eccessiva complicazione del fisco (etc.) quasi fatalmente non saranno mai rivolte in primo luogo ad eliminare le cause, bensì ad offrire servizi sostitutivi od integrativi, promuovendo per i lavoratori il ruolo di vittime da assistere, purché se ne restino sufficientemente passivi salvo i rari momenti di mobilitazione comandata.



(...diciamo che in termini scientifici una simile ipotesi trova supporto, come ho succintamente cercato di illustrarvi in premessa. Quando i dati si conformano alla teoria, magari è una coincidenza, o magari, come credo in questo caso, una fregatura. Chi sa parli. Il regime eurista sopravvive grazie a Stampa e Sindacati. Ci siamo capiti, no?...)