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mercoledì 19 febbraio 2025

Heri dicebamus…


(…nota bene: a tirarmi in ballo è il 🧻, l’esponente credo - e spero - che si guardasse bene dal farlo! Non si applica quindi in questo caso un detto popolare caro alla mia compianta suocera: “Persona trista, nominata e vista!” Nel merito, va apprezzata la singolare freschezza con cui l’esponente accetta la “strutturale contrazione della domanda interna” come fosse un dato di natura, anziché un man-made disaster, come oggi riconosce perfino il Migliore, quello che loro ci hanno imposto, con la lungimiranza con cui ci imposero Monti che questo disastro perpetrò; pregevole anche la naïveté con cui individua nei dazi l’unico rischio posto da uno sbilanciamento della crescita sulla domanda estera. Eppure, esempi di quante altre cose possono andare storte non mancano! Non c’è che dire: la tenuta del Paese ha del miracoloso…)










sabato 22 aprile 2017

La mattanza

Qualche giorno fa, il 10 aprile, Repubblica twittava così:


L'ineffabile Pedante non poteva esimersi dal commentare così:


In effetti, l'articolo di Repubblica aveva un'impostazione molto meno, anzi, per nulla tendenziosa. Parlava di "sfida" posta alla sanità dall'aumento dei malati cronici, come potete vedere da questo breve estratto:

Ricordiamo al proto che le malattie sono croniche, non corniche. Le condizioni che determinano le malattie croniche sono esattamente quelle che inibiscono le malattie corniche: la mona non vuol pensieri, e quindi chi è stressato tromba di meno in giro (meno patologie "corniche") e si ammala di più (più patologie croniche). Fra queste ultime patologie l'articolo annoverava il diabete e le malattie cardiovascolari, per prevenire le quali, non a caso, mi risulta che i medici sottolineino l'importanza di un corretto stile di vita (almeno, lo fanno con me: spero che non sia solo per rompermi i coglioni!).

A vita di merda, salute di merda.

Si rileva qui il solito elegante paradosso, evidenziato da Sergio Levrero in un seminario a porte blindate, secondo cui il successo del sistema sanitario nazionale, ovvero l'allungamento della vita media, viene utilizzato per "sfidarlo", chiamandone direttamente o subliminalmente in causa la sostenibilità finanziaria.

La dott.ssa Arcazzo, nostra consulente di fiducia, ci ha in effetti ricordato che di certe malattie ci si ammala di più, e più a lungo, perché non si muore prima di conseguirle (e si campa di più dopo averle conseguite). La dott.ssa Arcazzo ci ha anche fornito una ricetta semplice ma elegante per risolvere il problema, ricordandoci che per morire bisogna nascere: chi non nasce non si ammala. Ne consegue che chi muore subito dopo aver conseguito una patologia importante, non rischia di cronicizzarla: cronico viene da Crono, il tempo. Chi non ha tempo, non cronicizza, e non "pesa" sul sistema sanitario.

A quanto pare di capire, il tweet di Repubblica (ore 17:10) riprendeva, smorzandone i toni, questo lancio delle 15:30 proposto dall'agenzia askanews, il cui piglio era ben più marziale ed allarmante: "esercito di malati cronici pesa sul SSN". Applicando l'ovvia regola del follow the money, si scopre che askanews è controllata da una nota famiglia di confindustriali: il suo amministratore è Luigi Abete, un ex-presidente della Confindustria che solo Boccia ci poteva far rimpiangere. Non si può certo rimproverare ad Abete se, dato il suo percorso e i suoi interessi di classe, nelle notizie da lui pagate lo Stato e i suoi servizi vengono indicati in modo più o meno subliminale, per motivi più o meno oggettivi, come un peso per la collettività. Lo Stato per Confindustria è il nemico, finché non gli salva le aziende o gli organi di propaganda, e fino a qui non c'è nulla di cui scandalizzarsi: basta saperlo. Non chiediamo all'oste se il vino è buono, e non chiediamo a Confindustria se lo Stato è cattivo.

Resta il fatto che c'est le ton qui fait la musique. Il giornalista di Repubblica ha espunto dal lancio i toni esagerati, ma il social media manager di Repubblica non ha avuto la stessa delicatezza. Indicare i malati come un "peso" non è molto elegante, e soprattutto denota una singolare concezione del ruolo dello Stato nel garantire la solidarietà sociale. Ma se la cosa fosse finita qui, sarebbe bastato, a chiosarla, il commento del Pedante (e quello di Lilith).

Solo che... lo sapete: se la fortuna è cieca, il giornalismo ci vede benissimo!

Noi, che siamo cresciuti a pane e Lucrezio, non crediamo a quel disegno complottistico che va sotto il nome di Provvidenza. La Natura, delle cose e degli uomini, è retta dal caso:

Illud in his quoque te rebus cognoscere avemus,
corpora cum deorsum rectum per inane feruntur
ponderibus propriis, incerto tempore ferme
incertisque locis spatio depellere paulum,
tantum quod momen mutatum dicere possis.
quod nisi declinare solerent, omnia deorsum
imbris uti guttae caderent per inane profundum
nec foret offensus natus nec plaga creata
principiis; ita nihil umquam natura creasset.

Sarà quindi, anzi, dovrà necessariamente essere un caso, e non un complotto, se più o meno in sincrono con questo simpatico siparietto sul peso, non degli atomi, ma dei cronici, è ripartito il DAT. No, non sto parlando del Digital Audio Tape (ormai consegnato agli archivi della storia): sto parlando della Dichiarazione Anticipata di Trattamento.

Ora, molti di voi, anche prima di incontrarmi, purché un po' più anziani del piacevole rico che commentava il post precedente, avranno ereditato dal proprio percorso scolastico una ben fondata diffidenza verso le espressioni fumose. Quando la scuola italiana non doveva soggiacere ai diktat di quell'accolita di menti elette (e paradiso fiscale) che è l'OCSE, ci si studiava un libro che insegnava a diffidare del latinorum.

"Trattamento"... non so a voi, ma a me "trattamento" fa venire in mente i RSU, non nel senso di "rappresentanza sindacale unitaria", ma di "rifiuti solidi urbani" (siamo lì). Ecco, la Dichiarazione Anticipata di Trattamento sarebbe quella cosa vagamente definita "testamento biologico", "testamento di vita", insomma, in breve, e scusandomi per il cinismo: un foglio di carta che firmi prima di diventare "un peso", il cui scopo è pulire la coscienza a chi quel peso vuole scrollarselo di dosso.

Comme par hasard, prima che i malati cronici venissero dichiarati un peso da chi ha interesse a privatizzare la sanità, cioè la vita e la morte, eravamo rimasti tutti scossi dalla vicenda umana di dj Fabo (al quale, per la circostanza, era stato dato di valicare il doloroso circolo della nostra appercezione). Comme par hasard, in prima linea nel percorso di liberazione di questo nostro fratello sofferente, si trovava un partito ultraliberista ed europeista a trazione USA, quello che dei diritti civili (e implicitamente della loro sostituzione ai diritti economici e sociali) ha fatto una bandiera, o meglio uno specchietto (non per le allodole: per i chiurli). Ora siamo all'ultima frontiera: al diritto a un'esistenza libera e dignitosa si contrappone frontalmente il diritto a una morte libera e dignitosa.

Va anche bene così, per carità. Nessuno di noi, credo, posto di fronte all'alternativa fra soffrire pene lancinanti, senza possibilità di remissione, senza nemmeno il sollievo di potersene lamentare, senza alcuna prospettiva, esiterebbe. Ancora una volta, Lucrezio rules:

nam [si] grata fuit tibi vita ante acta priorque
et non omnia pertusum congesta quasi in vas
commoda perfluxere atque ingrata interiere;
cur non ut plenus vitae conviva recedis
aequo animoque capis securam, stulte, quietem?
sin ea quae fructus cumque es periere profusa
vitaque in offensost, cur amplius addere quaeris,
rursum quod pereat male et ingratum occidat omne,
non potius vitae finem facis atque laboris?

Però... Certe coincidenze, non c'è che dire, inquietano. Non ho potuto fare a meno di pensarlo nel ricevere questa lettera da un amico che ha assistito fino alla fine, con una devozione di altri tempi (o di altri luoghi) la propria madre inferma:

Ho ascoltato una notizia che riguarda una proposta di legge sul ''fine vita'', sul ''diritto alla morte''. Hanno anche intervistato il parlamentare che ha proposto la legge. Terribile. Spero che la Chiesa reagisca. La mia disapprovazione non è dovuta a un astratto pregiudizio basato su astratte convinzioni etiche, o filosofiche, o religiose, ma sulla conoscenza concreta, vista e vissuta da vicino, di ciò che accade negli ospedali italiani OGGI alle persone di età superiore a N, dove N può oscillare, in relazione al particolare ospedale e al particolare medico. Se passa questa legge, la mattanza (scusa il termine un po' crudo, ma è così) procederà con particolare energia, in modo da cancellare rapidamente la generazione dei nostri genitori e nonni. Semmai, l'accusa di astrattezza deve essere rivolta a chi la legge l'ha proposta, visto che essa fa astrazione dalle condizioni concrete della nostra sanità, conseguenza dei tagli alla spesa pubblica. Che ipocriti! su queste condizioni concrete, e su ciò che esse significano in concreto per gli anziani, non dicono nulla, ma si accorano tanto sulla questione del ''diritto alla morte'', facendo finta di non sapere che, nelle condizioni attuali, questa storia porterà appunto a una mattanza. Vomitevole.  

Ecco. Restiamo concreti. Un parlamento che si pone una simile priorità in un momento simile, e dei giornalisti che oggettivamente, magari del tutto in buona fede, per mero conformismo, rendono esplicite le dinamiche che sottendono a certe priorità (il "peso"! Chi non vorrebbe - o, come me, non dovrebbe - sbarazzarsi di pesno in eccesso), ci fanno capire una cosa sola: che essi vogliono la nostra (buona) morte. Non immediata, s'intende! Non finché creiamo valore! Ma (quasi) subito dopo.

Esattamente come il giusto e santo messaggio di accoglienza passerebbe dal regno della retorica pelosa a quello della vera politica se fosse accompagnato da un richiamo altrettanto forte alla necessità di garantire agli accoglienti (non solo agli accolti) condizioni di vita migliori, e in primo luogo un lavoro, questo anelito verso una morte libera e dignitosa non può che suscitare sospetto quando è manifestato da persone che tanto poco fanno per tradurre in pratica l'articolo 36 della Costituzione, e amplificato da un sistema dei media che, indipendentemente da chi lo controlla in termini economici, tutto inneggia a quel simpatico strumento di deflazione salariale che è l'unione monetaria.

Ricerche recenti (non le chiacchiere da bar dei giornali italiani) chiariscono che l'integrazione finanziaria causa disintegrazione reale. Abbiamo visto come la divergenza fra i trend della produttività, che qui mettemmo in agenda il primo maggio del 2013, e che abbiamo ricondotto all'adozione della moneta unica in questo lavoro (e altri ne seguiranno), comporta la necessità per i giovani dei paesi svantaggiati di emigrare, aggravando la situazione dei paesi di provenienza. Ci era sfuggito cosa ne sarebbe stato dei vecchi, nei paesi di provenienza. Che ingenui che siamo: il nostro lungimirante legislatore ci stava già pensando. Sarebbero stati "trattati". Fra cinque anni sarà il 2022. Quando da ragazzino andavo al cinema questa data mi sembrava così lontana: non riuscivo a darle un significato.

Ora che è imminente, il suo significato si precisa, ed è, appunto, questo.

A proposito: è ora di pranzo: buon appetito!

giovedì 28 gennaio 2016

Banche, bail-in e PMI: lettere dal fronte

(...ricevo e immediatamente pubblico. Segue breve commento...)




Questo è lo stralcio di una lettera inviata da una grande banca italiana ad una azienda sua cliente (ormai per poco) con la quale essa richiede il rimborso immediato di una somma consistente precedentemente finanziata dalla banca.

Ma da dove nasce questa lettera? Qual è la storia? Questa azienda aveva avuto l'impudenza di contestare alla banca l'applicazione di tassi d'interesse di poco inferiori al tasso soglia di usura (sono furbi, loro!) e aveva osato ribellarsi alla quotidiana pratica di pressione psicologica esercitata dai funzionari con telefonate sul cellulare dei titolari in qualsiasi momento della giornata per sollecitare versamenti, per comunicare che si rifiutavano di anticipare fatture (pur in presenza di fido disponibile) in assenza di ulteriori versamenti ed angherie varie assortite. Il tutto rigorosamente per telefono, evitando di lasciare tracce in posta elettronica.

La storia di questa azienda può assurgere a simbolo delle PMI italiane massacrate negli ultimi 5 anni:

Settore agroalimentare (uno di quei prodotti che ci invidiano all'estero e che tentano in tutti i modi di imitare), alta intensità di lavoro (35 famiglie, con fatturato tra €5 e €10milioni), imprenditore di seconda generazione geloso custode di un prezioso Know-how produttivo, presente in fabbrica 16 ore al giorno.

Pur lavorando in un settore relativamente stabile e potendo contare su una solida posizione di mercato, il morso della frenata dei consumi ha colpito anche questa azienda, provocando una diminuzione del fatturato del 5/10% per 3 anni consecutivi.

Al culmine della crisi, sono stati più volte sul punto di licenziare, tagliare i salari, chiedere contratti di solidarietà, ma hanno voluto resistere, anche a costo di indebitare la società.

"Non possiamo togliere il pane a questi uomini, il successo del nostro prodotto passa attraverso le loro mani" erano le parole dell'imprenditore quando, spalle al muro, doveva decidere se pagare i fornitori, i dipendenti o chiedere nuovo fido in banca, anche sconfinando sul conto. Si sa come sono fatti i piccoli imprenditori, sono legati ai propri dipendenti, che non sono numeri da tagliare con un tratto di penna nelle stanze ovattate di un consiglio di amministrazione, come invece accade per la grandi imprese. Li conoscono uno per uno, sanno dei loro debiti, delle loro difficoltà famigliari e, molto spesso, sono gli ultimi a lasciare la nave che affonda.

Invece, da parte delle banche, miopia assoluta. Esse si sono ulteriormente accanite e, nel maldestro tentativo di proteggersi dal rischio di perdita del credito, hanno cominciato ad aumentare i tassi ("perchè è peggiorato il rating, sa, noi non possiamo farci nulla, sono le regole di Basilea") hanno proseguito con la riduzione dei fidi, ed hanno effettivamente ottenuto proprio l'avveramento del fatto (la difficoltà dell'azienda) da cui intendevano proteggersi. La cura "Monti", insomma!

E siamo ad oggi. L'imprenditore si è trovato di fronte alla scelta di farsi sfilare l'azienda tacendo o provare a ribellarsi, col rischio di perderla comunque, ma con l'opportunità di sfilarsi dall'abbraccio mortale con l'aiuto di bravi avvocati e consulenti. La guerra è appena cominciata ma le prime bordate hanno avuto l'effetto di un sasso nello stagno. Infatti, gli aguzzini non immaginavano che chi aveva subito per anni incredibili angherie (incluso il "consiglio" di investire in titoli della stessa banca una quota del fido appena concesso) potesse alzare la testa e metterli di fronte alle proprie responsabilità.

La risposta della banca è stata una lettera di due pagine all'insegna de "la miglior difesa è l'attacco" (che termina con la frase riportata all'inizio) in cui si inanellano una serie di "imprecisioni" e termina con il pizzino della frase finale che, ad un non addetto ai lavori potrebbe dire poco, ma hanno fatto balzare sulla sedia l'avvocato. L'inciso "Perdurando lo stato di insolvenza" è un pizzino perché insinua che la società sia insolvente, cioè si è avverato il presupposto per la dichiarazione di fallimento. Per questi fenomeni del diritto a là carte, il rifiuto di rimborsare un credito concesso a condizioni capestro e gestito con metodi intimidatori e di cui si contesta l'ammontare, diventa fatto segnaletico di uno stato di insolvenza, cioè la impossibilità di pagare regolarmente i propri creditori in conseguenza di un insufficienza del patrimonio aziendale. Un'enormità che termina con la minaccia di segnalazione in Centrale Rischi il che equivarrebbe a trasformare l'azienda in uno zombie da cui qualsiasi altra banca si terrebbe lontana.
Questi sono i metodi adottati dalle banche, al di fuori della trita e ritrita retorica ufficiale. Persone che ubbidiscono solo a un sistema di valutazione basato su assurdi rating che mal si adattano alla nostra realtà di PMI per le quali servirebbe più la visita e la stretta della mano nodosa dell'imprenditore, per capire se il tuo credito è al sicuro.


(...breve commento. Come al solito, non entro nel merito. Ogni aneddoto ha torti e ragioni, ma un concetto credo sia chiaro. In un paese nel quale la piccola e media impresa è la spina dorsale dell'economia - e non solo nel manifatturiero, come l'esempio dimostra - l'unica garanzia perché il credito sia esercitato in modo non discriminatorio e il risparmio sia tutelato è che il sistema bancario ritorni almeno in parte in mano pubblica e che il sistema delle banche popolari e di credito cooperativo venga tutelato - come lo è in Germania, dove peraltro funziona notoriamente molto peggio che da noi. Invece, grazie al bail-in, stiamo procedendo a tappe forzate verso in sistema in cui l'esercizio del credito sarà concentrato in pochi colossi privati, che lo praticheranno a condizioni capestro, senza avere alcuna intelligenza del contesto nel quale si trovano ad operare, e agendo in base a parametri assurdi e impersonali, come sono, per definizione, tutte le regole fisse. Peraltro, voglio ricordare ai bancari e ai banchieri che quando avranno sterminato il nostro paese moriranno anche loro, e che gli influencer minori di Confindustria li stanno già attaccando, nel tentativo vano di presentare una crisi sistemica causata dall'euro - cioè dall'integrazione senza controlli dei mercati finanziari - in una serie di sfortunate coincidenze determinate da singoli episodi di malversazione attribuibili a banchieri corrotti. Fateci caso. Dopo la guerra fra poveri, l'euro ci regala anche la guerra fra ricchi (ancora per poco). Il simpatico funzionario di banca si troverà un giorno lontano al cospetto dell'Altissimo. Può anche accadere che si trovi in un giorno più vicino al cospetto di altri tribunali. Ma, comunque gli vada, quest'ultima sarà una passeggiata...)