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sabato 28 marzo 2015

Un'Italia sferzata dall'inflazione? Due ricordi di Tarantelli.




In evidenza, con un pallino rosso, l'anno nel quale fu ucciso Tarantelli.

Non si capisce molto bene l'uso del termine "sferzata", a meno che il giornalista non intenda farci capire subliminalmente (e non sarebbe la prima volta) che l'inflazione provoca il terrorismo (o viceversa). Questo modus operandi dell'informazione di regime è in re ipsa terrorismo, perché il suo scopo, ormai palese, è quello di ostacolare un sereno e informato dibattito democratico. Lo si vede ogni volta che se ne confrontino le squinternate esternazioni con i fatti, come qui abbiamo fatto più volte. Nel 1985, quando Tarantelli fu ucciso per motivi che non saranno mai completamente chiari (perché non sarà, credo, mai completamente chiaro cosa siano state le Brigate Rosse) l'inflazione in Italia era in caduta libera, e per di più l'Italia non si stava comportando peggio di altri paesi del Sistema Monetario Europeo:


(e notate che ho tenuto fuori la Grecia per carità di patria...).

Sferzata?

Nel 1974, nel 1981, certo... ma nel 1985 sferzata de che?

Quanto alla figura di Tarantelli, alla quale io, come tutti quelli che hanno studiato lì in quegli anni, sono particolarmente affezionato per motivi emotivi prima che intellettuali (non è esattamente facile accettare che una persona che incontravi quasi quotidianamente, se pure con la distanza che separa un docente da uno studente, venga fatta fuori in quel modo), suggerirei a tutti (tranne a chi non può capirlo perché è pagato per non capirlo, cioè a qualsiasi giornalista) il ricordo che ne ha scritto un altro suo (e mio) amico, Mario Nuti. Entrare nel merito di quel dibattito è importante, ma lo farò con più dettaglio in un'altra sede (e del resto l'ho fatto nel mio ultimo libro). Qui mi limito a chiedere un po' di rispetto per i morti e per la verità, quel minimo rispetto che consiste nel non fare un uso strumentale di tragedie disumane (ad esempio trasformando in "santini" figure di intellettuali la cui eredità merita e necessita di essere interpretata e discussa: trent'anni e molti studi dopo, l'impostazione di Tarantelli appare ancora corretta?), e nel non distorcere la verità fattuale fornendone una visione artefatta ad usum piddini.

È chiedere troppo?

Faccio un esempio. Trent'anni dopo sappiamo che Alesina aveva ragione:


perché ce lo dicono (come lo dicevano ad Alesina, ma non a Tarantelli, che non poteva ancora vederli e che purtroppo non poté vederli) i dati, questi amici dell'uomo, e questi nemici del giornalista:


Eh già... La disinflazione non è stata particolarmente più rapida nello SME, rispetto agli altri paesi industrializzati esterni allo SME e membri dell'OCSE (qui prendo Australia, Canada, Giappone, Nuova Zelanda e Stati Uniti). E allora se la visione di Tarantelli era che bisognasse adeguare i salari a un obiettivo di inflazione, anziché all'inflazione effettiva (come ricorda Nuti), perché questa era una precondizione per domare l'inflazione e aderire alla moneta unica, ci sarebbe da riflettere su due problemini, uno a monte e l'altro a valle. Quello a monte è che lo smantellamento della scala mobile col Decreto di S. Valentino del 1984 interviene in Italia quando metà del processo di disinflazione era già stato compiuto: c'è quindi da chiedersi quanto l'indicizzazione dei salari fosse effettivamente causa del processo inflattivo (e di questo parla Nuti). Quello a valle è che dobbiamo chiederci quanto l'obiettivo di integrazione monetaria fosse meritevole di attenzione: come Alesina ci faceva notare già nel 1997, ad esempio, non ci sono evidenze che l'integrazione monetaria favorisca la stabilizzazione nominale dei paesi (mentre fa correre loro il rischio di deflazione, cioè di instabilità dei prezzi e salari verso il basso, a danno dei salari, e questo lo aveva detto Krugman negli stessi anni). Quindi, se lo scopo del gioco è difendere il proletario dall'inflazione brutta e cattiva che gli erode il potere di acquisto, forse trent'anni dopo capiamo che il mezzo più corretto per raggiungerlo è una sana indicizzazione, piuttosto che una malsana unione monetaria. La malsana unione monetaria conduce fatalmente, come ho spiegato ne L'Italia può farcela, a una crescita guidata dal debito, mentre oggi si comincia a capire che le economie avanzate, se vogliono restare tali in termini sociali ed economici, dovrebbero tornare a un modello di crescita guidata dai salari, cioè da una corretta distribuzione del reddito, come spiego sempre nel mio libro, non citando (perché non l'avevo ancora letto) questo lavoro di Lavoie e Stockhammer che vi consiglio caldamente.

Tarantelli era una persona onesta, ed è una gravissima perdita il fatto che non possa essere con noi, trent'anni dopo, a commentare queste evidenze con la sua competenza e onestà intellettuale, quella che a tanti altri ahimè evidentemente difetta. Nel 1984 certe dinamiche forse non erano chiare: ora lo sono, e sarebbe bello, ad esempio, poter chiedere a lui "professorechennepenZa" di Lavoie e Stockhammer (ma anche di Alesina, 1997).

Ma questo non è possibile, e su questa tragedia c'è chi specula. Basta confrontare il ricordo di Tarantelli da parte di un suo amico con quello che ci rifilano i giornalisti.

Sì, mi rendo conto: dire i giornalisti suona come razzismo.

Ma perché sia possibile condannare questo uso di un nome collettivo, occorrerebbe che all'interno della categoria ci fosse una qualche voce di dissenso. Intendiamoci: non "dissenso" verso l'esterno, verso il sistema, verso le multinazzzzionali cattive, verso la finanzaspeculativabrutto. Questo dissenso generico ed esornativo, questo dissenso funzionale a veicolare una visione favolistica della realtà, una visione dove la "colpa" è di un ipotetico "cattivo" e dove non si riflette mai sui dati o sulle regole, questo dissenso il sistema, ai suoi cagnolini da guardia, lo lascia abbaiare. Serve anzi a far dire ai fessi: "vedete, c'è democrazia: la stampa è libera" (di recitare il copione scritto dal potere, ma questo sfugge)...

Io parlo di dissenso verso l'interno della categoria stessa, e verso la meschinità di certi modus operandi.

Come questo blog o l'articolo di Mario dimostrano, fra gli economisti c'è dialogo e dissenso: non tutti la pensiamo nello stesso modo e ce lo diciamo. Ora, io non ho mai visto un giornalista mordere un giornalista. Fuor di metafor canina, voi trovatemi un giornalista che condanni il modo squallido di insinuare messaggi subliminali distorti, appoggiandosi a informazioni fattualmente errate, proprio dei nostri informatori, e io smetterò di dire "i giornalisti".

Loro, naturalmente, non smetteranno di dire "gli economisti": mostrare una professione economica compatta (nell'errore) è il primo strumento del quale certi personaggi si servono per distorcere la realtà e imporre al dibattito politico del nostro paese una deriva antidemocratica funzionale agli interessi di chi paga. Loro non possono certo permettersi di dire la verità, cioè che la professione economica aveva ampiamente previsto, perché altrimenti gli verrebbe chiesto di rispondere alla domanda alla quale chi paga non vuole che si risponda: chi ci ha guadagnato da questa catastrofe?

E allora la domanda diventa un'altra, più sintetica e classica: quousque tandem?

venerdì 27 marzo 2015

Sostiene Wagenknecht...



(...però la bella Sara con l'acca òiro non lo dice, e se non dice òiro si vede che la sua intelligenza, pur vivida, resta un passo indietro al suo carisma...)

Sostiene Fassina...


(vabbè, sò cose che noi sappiamo, e sappiamo anche il perché e il per come...)

martedì 24 marzo 2015

Grecia e Bulgaria

Su Bruegel.org Guntram Wolff si chiede: "Ma perché due paesi in fondo abbastanza simili come la Grecia e la Bulgaria hanno reagito alla crisi in modo tanto diverso?", e fa tutto un discorsetto il cui senso è che la Grecia è stata penalizzata dall'imprudenza fiscale del proprio governo. Avrebbero dovuto risparmiare di più, nel tempo delle vacche grasse, ecc.

Questo è certamente vero, non lo si discute. Indubbiamente, il fatto di avere un debito già alto, anche se stabile, ha sottratto "spazio fiscale" al governo greco. Ma è tutto lì?

Intanto, a me la Bulgaria più che la Grecia ricorda la Spagna. Se andiamo a osservare l'evoluzione degli stock di debito pubblico, privato, e estero, la somiglianza c'è...

Comunque, in tutti questi paesi "fragili" si assiste al solito percorso di aumento del debito privato (spesso accompagnato da una diminuzione di quello pubblico). Ormai son cose che sappiamo. Proprio per questo, vale la pena di entrare in dettaglio.

In Bulgaria e in Grecia il debito privato è aumentato in misura tutto sommato comparabile. La figura qua sopra considera la definizione di debito privato della Macroeconomic Imbalances Procedure. Questa definizione non è scomponibile fra settori. Se però ci soffermiamo sui soli prestiti bancari, vediamo che la loro evoluzione fra i due paesi, simile nel totale, differisce nella composizione:




Si vede distintamente come in Bulgaria l'evoluzione dei prestiti privati sia guidata da quella dei prestiti alle imprese non finanziarie, mentre in Grecia è guidata dalla progressione dei prestiti alle famiglie. Le famiglie, coi soldi presi in prestito, o ci comprano casa, o beni di consumo (eventualmente durevoli). Sono spese utili, ma non sempre produttive. Osserviamo la distribuzione della quota di prestiti alle famiglie sul totale dei prestiti:

Si vede abbastanza chiaramente come i paesi in crisi si addensino fra quelli con il rapporto più alto (e di altri paesi "virtuosi" come Olanda e Austria sappiamo quanto siano in realtà fragili le finanze private). La procedure di sorveglianza di Bruxelles non tengono in conto questo indicatore, ma forse dovrebbero.

Del resto, anche in tema di debito estero Bulgaria e Grecia differiscono.

Più in generale, in tutti i PECO è molto forte la componente azionaria delle passività estere (lorde), il che significa, in buona sostanza, che i PECO, a differenza dei PIGS, non si indebitano vendendo titoli (di Stato o privati), ma azioni:


Tutto bene, naturalmente. I PECO, relativamente meno avanzati, hanno relativamente più bisogno di capitali, e quindi, come dire, è anche normale che nel loro portafoglio di passività gli investimenti diretti esteri (acquisto di pacchetti azionari da parte di imprenditori esteri) giochino un ruolo importante. Per un'economia matura come la nostra non avrebbe molto senso, ma per loro può averne, purché si ricordi una cosa: che non ci sono free lunch. L'esposizione eccessiva in termini di investimenti diretti ovviamente si riflette in un peso rilevante dei relativi redditi passivi in bilancia dei pagamenti. Nella media (media dei paesi delle medie fra 1994 e 2013 dei rapporti fra le rispettive variabili e il PIL) è una cosa così:

PIGS e PECO (CEEC, Central and Eastern European Countries) hanno entrambi un deficit nel saldo merci (azzurro) e un surplus nei saldi servizi (grigio) e trasfermenti (violetto). Poi cominciano le differenze. I PECO pagano all'estero molti profitti (rettangolo rosso), i PIGS molti interessi. Ovviamente, i profitti li pagano le imprese, gli interessi imprese e famiglie (vedi sopra).

Se volete qualche caso specifico (sempre medie dei rapporti al PIL, 1994-2013), eccovi serviti:



Vedete che in paesi come la Repubblica Ceca, l'Ungheria o la Slovacchia il rettangolino rosso (saldo redditi da investimenti diretti) domina sulle altre componenti negative. Notate anche il rettangolo violetto che spicca in Romania: sono trasferimenti correnti, qualcuno immagina perché?

Bene.

Se si vogliono fare previsioni di sostenibilità del debito estero, bisogna anche prevedere quanto costa quello esistente. Nel valutare la sostenibilità del debito estero dei PECO, Lane e Milesi Ferretti fanno l'ipotesi convenzionale che la sua remunerazione sia pari al tasso di crescita dell'economia, più uno spread di 100 punti base. Questa ipotesi, verificata sui dati di bilancia dei pagamenti, appare un po' troppo ottimistica:


Il tasso di rendimento reale corrisposto sugli investimenti diretti dall'estero è generalmente molto più alto del tasso di crescita dell'economia (sono sempre medie 1994-2013; il tasso di rendimento degli IDE è calcolato come rapporto del flusso di reddito passivo su IDE al rispettivo stock, e deflazionato con il tasso di inflazione). Una valutazione prudenziale deve considerare uno spread di almeno 300 punti base. Dato che col tempo la penetrazione degli IDE è aumentata, la differenza non è irrilevante.

Ad esempio, allo stato attuale si può calcolare che con le ipotesi di Lane e Milesi Ferretti la stabilizzazione delle passività nette sull'estero richiederebbe un aggiustamento del saldo delle partite correnti di questa entità (espressa in punti di PIL):



ma se lo spread fra tasso di crescita reale prevista e rendimento degli IDE è posto pari a 300 punti base (un valore più prossimo all'esperienza storica) le cose cambiano:


La Bulgaria è sempre nei guai (e infatti è entrata nella zona di allarme della MIP), ma l'Estonia si trova proiettata dalla quarta alla seconda posizione, e anche la posizione dell'Ungheria peggiora rispetto a quella della Lituania. Dipende dalla composizione dei rispettivi portafogli di titoli esteri, che potrete studiare in dettaglio qui.

Io ora dormo, che domani prendo un Airbus 320 per Bucarest...






lunedì 23 marzo 2015

L'Italia può farcela? Recensione (di un dibattito)

CorrettoreDiBozzi ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "L'euro e i liberisti (con le terga altrui): la riv...":

Ho ascoltato anch'io le oltre 5 ore di registrazione dell'incontro A sinistra nel PD per la democrazia e il lavoro: l'Italia può farcela, registrato da Radio Radicale.

Commentavo ieri in questo modo, in una mail: «ci sono interventi molto lucidi [considerato il contesto], interventi in puro politichese di gente preoccupata di perdere la cadrega e altri di gente che non ha capito niente di quello che sta succedendo».

Si segnalano, in ordine di apparizione, oltre al "nostro" Vladimiro Giacché, gli interventi di:

* D'Attorre accenna al vincolo esterno e discute brevemente euro come metodo di governo e recupero di spazi decisionali in ciascuna nazione (lascia dettagli ad intervento di Giacché);

* Laura Lauri pone la domanda retorica se architettura UE/eurozona è compatibile con la democrazia e con il benessere delle classi subalterne;

* Boccia sulla libera circolazione dei capitali e le implicazioni per la redistribuzione (critico su Jobs Act, su UE, ma purtroppo ancora sostanzialmente sbattipugnista su tavolo europeo che non esiste);

* Ileana Argentin, «noi parliamo tanto di sinistra ma votiamo come la destra» (su destra-sinistra vedi precisazione di seguito, per l'intervento di Fassina);

* Civati, con l'affermazione «la piattaforma politica del PD è di centro-destra» che, quando l'ho letta su Twitter, pareva un po' un intervento alla @GraziaArcazzo, ma ascoltata in quel contesto di sonnambuli (e di alcuni figli di madre dissoluta) suonava come indispensabile sveglia (inoltre «Renzi è compatibile con una forza di sinistra?»)

* Matteo Giordano richiama The Crisis of Democracy, che ho citato in questo commento;

* Fassina sottolinea, fra le altre cose, che:
a) l'architettura dell'eurozona non può che provocare la deflazione salariale;
b) Renzi non è un'incursione in un territorio incontaminato, ma è frutto degli errori(?) del PD (Cuperlo sarà ancora più esplicito), soprattutto della subalternità politica e culturale alla destra (da intendersi come subalternità al Washington consensus; la cosiddetta destra sociale è pregata di leggersi la precisazione in questo commento);
c) non esistono le condizioni politiche per procedere col più Europa e quasi implora di smettere di proporla come soluzione.

* impagabile Cuperlo che rinfaccia ad uno sbigottito D'Alema di avere la responsabilità politica, insieme a tutta la sinistra europea, di aver contribuito —nel periodo in cui PDS/DS/PD è stato al governo— a cacciarci nel recinto del vincolismo UE senza aver opposto alcuna resistenza.

In ogni caso in molti (ma non in tutti) c'è la consapevolezza di non rappresentare più gli interessi dei piccoli (come sono stati definiti qui sul blog).


Postato da CorrettoreDiBozzi in Goofynomics alle 23 marzo 2015 13:02


(...il mio recensore preferito...)