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martedì 4 agosto 2015

I keynesiani per caso e il Tract on monetary reform (KPD11, parte prima)



(...sono stanco dei keynesiani per caso. Il livello di falsificazione storica e di disonestà intellettuale raggiunto dal dibattito italiano è del tutto proporzionato alle dimensioni della crisi attuale: non ha precedenti storici. In due post schiero le batterie, e poi inizierò a cannoneggiare. Bestemmiate chi vi pare, ma Keynes no, non vi conviene, perché quello che intendeva lo ha scritto, e lo ha scritto in modo chiaro. Chi cerca di piegarlo alle proprie esigenze di bassa cucina politica si espone a una inevitabile figura di cioccolata - o di Nutella...)

Nel capitolo quarto del Trattato sulla riforma monetaria, scritto nel 1923, Keynes si sofferma su quali siano le alternative fronteggiate dalla politica monetaria. Per intendere queste alternative, e la loro rilevanza attuale, e anche per, come dire, prendere civilmente le distanze da certi keynesiani per caso, è essenziale porre questo capitolo, e le sue conclusioni, nel contesto generale dell’opera, che può essere agevolmente consultata qui (almeno, dai lettori non diversamente europei: gli altri troveranno da qualche parte una traduzione nella loro lingua di riferimento...).

Il Trattato segue un percorso logico ben preciso, molto nitido. Keynes ha la virtù di farsi capire, che procede, come sempre, e come forse avrete potuto constatare in tempi meno remoti, dall’aver nozione chiara di ciò di cui si parla, e dal non essere pagato per sparar fumogeni (oltre, naturalmente, dall’aver ereditato un DNA non scadente, e dall’esser cresciuto in mezzo a libri senza fottute figure: condizioni queste necessarie, ma largamente non sufficienti e certamente non meritorie: il caso esiste). Seguire Keynes, quindi, oltre ad essere un dovere, è anche e soprattutto un piacere.

Non voglio qui farvi l’edizione Simone del Trattato, ma solo soffermarmi su alcuni snodi critici, quelli appunto che occorre considerare per mettere in prospettiva tre cose: il capitolo quarto del Trattato stesso, il pensiero di Keynes (variamente stravolto a fini tattici da una ridda di sconclusionati personaggi in cerca di editore), e (last but least) il lavoro che stiamo svolgendo da anni in questo blog. Può darsi che a qualcuno i nodi che sceglierò di mettere in evidenza sembrino cherry picking. Siccome siamo ormai abituati a un Keynes à la carte, il rischio magari esiste, e chi ritiene, sulla base di una lettura attenta e non della solita sterile volontà di rompere i coglioni o di far vedere che lui ce l’ha lungo (il CV) che Keynes abbia detto anche o solo altre cose rispetto a quelle che metterò in evidenza è benvenuto: esponga, e poi, a seconda dei casi, o gli risponderemo, o lo esporremo.

Appese fuori dalle mura di questo blog ci sono tante gabbie, e dopo qualche anno ormai non se ne distingue più il contenuto...

Le conseguenze redistributive dell’inflazione
I primi due capitoli del Trattato analizzano in dettaglio l’impatto dell’inflazione sulla distribuzione del reddito e sul processo di produzione (capitolo primo), quindi il ruolo dell’inflazione come strumento di imposizione fiscale “occulta”, posto a diretto confronto con lo strumento esplicito dell’imposta patrimoniale (capitolo secondo).

Nel contesto di un generale apprezzamento espresso per una evoluzione stabile dei prezzi (ma del resto, chi farebbe, ieri come oggi, l’elogio di un’inflazione al 300%?), e dopo aver proposto una ragionevole ed argomentata valutazione dei costi che l’incertezza in generale determina per il sistema economico, il primo capitolo smonta subito la favoletta “de sinistra” e “de destra” secondo la quale l’inflazione sarebbe nemica dei percettori di reddito da lavoro, quelli che Keynes chiama “the earners”. Sottolineo, perché repetita juvant, il fatto che se Giannino e Bellofiore, se Zingales e Brancaccio, se Galli e Realfonzo, sono d’accordo su una cosa (ad esempio, che l’inflazione sia nemica dei redditi da lavoro dipendente), stante che queste tre coppie di gentili colleghi procedono da percorsi accademici, hanno produzione scientifica, ed esprimono orientamenti ideologici estremamente diversificati, ci troviamo di fronte a una singolare coincidenza che deve attirare la nostra attenzione. Può darsi che pensieri tanto discordi si coagulino intorno a un nucleo di verità fattuale incontrovertibile (suppongo che anche per Giannino sia la Terra ad orbitare attorno al Sole, ma onestamente avrei timore di chiederglielo...), nel qual caso apprezzeremmo l’onestà di chi si inchina almeno all’evidenza; ma può anche darsi che questa coincidentia oppositorum sia il risultato di un posizionamento tattico a difesa dello statu quo dalla trincea (minata) di una sesquipedale lieve imprecisione (e questa, come sapete, è l’ipotesi che esploro nel quarto capitolo del mio ultimo libro, dove descrivo le opposte ma coincidenti logiche di austeriani e appellisti). I dati sono la migliore discriminante, come sappiamo, e anche Keynes da essi procede. Le sue conclusioni sono a pag. 30 e credo non ci sorprendano particolarmente, alla luce di quanto ci siamo sempre detti in questo blog:


Come vedete, per Keynes è assolutamente ovvio quello che i dati ci confermano e che solo studiosi affetti da “differente onestà” intellettuale possono negare: in una moderna economia monetaria (e la nostra non è poi così diversa da quella nella quale lui operava: invito chiunque a darmi esempi del contrario, sono in vacanza e voglio farmi due risate) “on the whole” (cioè: tutto sommato) l’inflazione è “beneficial” (questo potete tradurlo da voi) per lo “earner” (cioè inteso come wage-earner – p. 27 del Trattato, cioè il percettore di salari, di redditi da lavoro dipendente....). Questo è quello che dicono i dati, e abbiamo ragionato a lungo sul perché i dati dicano questo. Il ragionamento di Keynes non è così dissimile dal nostro e chi lo vuole se lo può andare a cercare. Del resto, è un ragionamento di puro buon senso.

Notate un dettaglio che tale non è: per l’ovvio motivo che la coperta è corta, una cosa che è beneficial per qualcuno (i produttori – business men – e i dipendenti – earners) non potrà essere beneficial per tutti. Chi ci va di mezzo sono gli investors, cioè quelli che, in un sistema capitalistico che consente di separare la gestione di una società dalla sua proprietà, hanno corrisposto somme di denaro per acquistare quote di una società amministrata da altri allo scopo di ricevere una rendita e godersi in pace la vecchiaia (ovviamente sto semplificando). Certo che a loro, se il contratto è stipulato in termini nominali (ti do un certo capitale in cambio di un pagamento fisso in termini di unità monetarie) un aumento dei prezzi fa parecchio male: con le stesse unità monetarie regolarmente percepite, all’aumentare dei prezzi la vita se la godono progressivamente meno.

Scaturiscono da qui due ovvie considerazioni.

La prima è che l’inflazione non può essere vista come alternativa praticabile per risolvere sempre e comunque i problemi di tutti, e questo nessuno ovviamente lo ha mai né detto né pensato, eccetto quella torma di fastidiosi inetti accomunati dal leggere solo le copertine dei libri, e dal mettere in bocca altrui parole mai pronunciate. L’inflazione è ingiusta col risparmiatore e in questo senso mina l’accumulazione di capitale e le prospettive di crescita a lungo termine: questo ci dice Keynes a p. 31


e credo che possiamo essere d’accordo con lui. Si tratta però di vedere quanta inflazione abbia queste conseguenze avverse, e questo Keynes lo valuta, ma gli imbecilli, per definizione, no. Va notato che nel parlare degli effetti distruttivi dell’inflazione, Keynes fa sempre esplicito riferimento a episodi che oggi definiremmo di iperinflazione: Germania, Austria, Russia (p. 51):


Un’inflazione negativa, cioè una deflazione, ha d'altro canto conseguenze distributive speculari rispetto all’inflazione positiva (cioè all’inflazione tout court): avvantaggia ingiustamente il rentier e per questa strada schiaccia le classi produttive attraverso l’onere della tassazione (credo che ci sia chiaro come il peso delle imposte che paghiamo vada direttamente – tramite debito pubblico – o indirettamente – tramite salvataggio di società finanziarie private – a tutelare il reddito dei rentier in questo periodo, oltre i limiti del lecito e del razionale; p. 32 del Trattato):

(integrando “international rentier” e “national community” capite cosa sta succedendo adesso).

Se lo svilimento del valore reale (cioè del potere d'acquisto) del risparmio è il principale costo a lungo termine dell’inflazione, l’aumento del valore reale dell’onere del debito (e quindi della tassazione) è il principale costo a lungo termine della deflazione, dove il costo in entrambi i casi è determinato dal fatto di scoraggiare il processo produttivo, che nel primo caso (inflazione) soffoca per mancanza di risparmio e quindi di credito, mentre nel secondo (deflazione) soffoca per mancanza di profitti erosi dalla tassazione, oltre che per l'effetto deleterio della deflazione sulle aspettative, ben descritto da Keynes a p. 37:


Nota che ovviamente il costo per alcuni (i contribuenti, gli imprenditori - anche in quanto contribuenti) è un profitto di altri (i rentier). Non è detto che i due soggetti siano separati né separabili con precisione chirurgica. In molti casi coincidono, e vanno quindi in confusione, non essendo essi stessi in grado di percepire nemmeno a livello individuale se il saldo fra ciò che li danneggia in quanto contribuenti e ciò che li avvantaggia in quanto rentiers sia positivo. E se non riescono a fare i conti in tasca a se stessi, figurati se ci riescono in termini “sistemici”: tanto il sistema sono gli altri, quelli che la crisi ha colpito...

Un giusto mezzo si può avere? Forse, ma per averlo occorre mediazione politica e consapevolezza degli interessi in campo.

Qui arriva la seconda considerazione: è spettacolare l’inconsistenza intellettuale e la miopia politica dei difensori dell’euro “de sinistra”. Una formidabile deficienza cognitiva che offusca a loro, e fa loro offuscare ad altrui, quali siano gli interessi in gioco.

Dato che l’euro ha una ovvia tendenza deflazionistica (Keynes la vedeva bene – ne parliamo dopo – e noi col senno di poi la vediamo meglio: è la svalutazione interna, bellezza...), ne consegue che i difensori dell’euro “de sinistra” in realtà stanno difendendo quelli che dalla deflazione sono avvantaggiati, ovvero i rentier. L’euro a questo serve, a livello individuale come a livello nazionale: a consentire che i simpatici Gollum rivedano intatto il loro tesssssoro, non eroso dalla lebbra dell’inflazione! Intendiamoci: nel Signore degli anelli non so, perché non l’ho letto e credo non lo leggerò mai, ma nel capitalismo i Gollum servono! Il capitalismo da questo trae la sua forza: dalla capacità di mobilitare e avviare a impieghi si spera produttivi ingenti risorse finanziarie, che un singolo non potrebbe mai accumulare (salvo eredità, che però oggi i libberisti alla Quaresima vogliono tassare, perché occorre che tutti, tranne gli amici loro, ripartano da zero...). Poi se non piace il capitalismo ve l’ho già detto: mi dite dov’è il Palazzo d’inverno, mi fate un fischio e arrivo subito (le cartucce le pagate voi, però...).

Nell’attesa della ecpyrlosis (sic), della palingenetica rivoluzzzione proletaria, per non sbagliare, er Nutella, er Melanzana, gli utili tsiprioti, cosa fanno? Difendono un sistema nel quale la rendita cresce a dismisura (perché la deflazione ne accresce il potere d’acquisto, evidentemente a danno di quello dei lavoratori, tassati per pagarla: nihil ex nihilo), salvo poi esigere, dopo, l’imposizione di tasse sulle rendite (cioè sui risparmi), per rimediare a valle agli squilibri distributivi che essi stessi hanno promosso a monte difendendo l’euro!

Spettacolo!

Oltre agli effetti redistributivi, avversi ad alcuni, quindi propizi per altri, la deflazione ha effetti negativi per tutti, dato che scoraggia la produzione (e causa disoccupazione), per i motivi sopra esposti. Nel mondo degli utili tsiprioti, der Nutella, ecc. (insomma: della melma di pseudosinistra proeuro) assistiamo al paradosso per il quale gli effetti avversi della deflazione (ingrasso dei rentier e scoraggiamento della produzione di valore) si presentano accompagnati dagli stessi effetti deleteri di scoraggiamento del risparmio che normalmente ci si attendono dall’inflazione (come sopra illustrato). Nell’inflazione il risparmio è scoraggiato perché se ne sbriciola il potere d’acquisto via aumento dei prezzi, ma nella deflazione è scoraggiato perché se ne sbriciola il potere d’acquisto via tasse. Sono fantastici gli utili tsiprioti, questa marmaglia che credeva di tifare Leonida e ancora non ha capito di aver tifato Efialte! La loro gestione della distribuzione del reddito è isomorfa alla gestione del porco da parte del contadino. Il contadino prima ingrassa il porco e poi, dopo l’estate, lo scanna. Gli utili tsiprioti, gli economisti “de sinistra”, prima ingrassano il rentier  con l’euro, e poi lo scannano tassandolo (anche qui, spesso dopo l’estate). Due cerimonie pagane nelle quali si scatenano i peggiori istinti: la cruenta uccisione del porco libera la violenza ferina che giace sopita dentro di noi, e la tassazione del rentier scatena la più squallida, ma non meno bestiale, invidia sociale, l’odio verso chi ha più di noi per il semplice fatto che ha più di noi, senza alcuna considerazione di come questo eventuale surplus di beni materiali si sia prodotto (e ci saranno stati percorsi giusti e percorsi ingiusti). L’Italia è così, e noi così la amiamo: il 51% di imbecilli che idolatravano Berlusconi, pensando che avrebbe fatto i loro interessi perché aveva fatto i suoi (senza chiedersi come avesse fatto i suoi), e il 51% di imbecilli che detestavano Berlusconi perché avrebbero voluto scoparsi quello che si scopava lui, senza porsi una serie di altre domande che per pudore qui tralascio. Siamo un grande paese, almeno numericamente: l’unico nel quale gli elettori sono il 102% della popolazione. Ma vedete, i simpatici economisti “de sinistra” che difendono l’euro ignorano un dettaglio: nel ciclo del porco la fase finale, ancorché non consigliabile ai deboli di stomaco, è tutto sommato priva di conseguenze sistemiche (se non per il porco, va da sé: del resto, mi aspetta un pranzo a base di mora romagnola, quindi io a queste conseguenze sistemiche sono predisposto...). Nel ciclo del rentier la fase finale è la guerra civile, e se non ci credete, aspettate tranquilli.

(...è molto interessante, e legata a queste considerazioni – ma la lasciamo per un’altra volta – l’analisi che Keynes propone del processo inflattivo come strumento alternativo a una imposta patrimoniale per sgravare lo Stato dall’onere del proprio debito (nel capitolo II). Le considerazioni politiche che Keynes svolge valgono in gran parte ancora oggi, ma, naturalmente, se ne parlate a un fine politologo, lui vi dirà che “oggi c’è la Cina...”...)

Il quadro teorico: la teoria quantitativa
Nel III capitolo Keynes definisce il quadro teorico di riferimento nel quale analizzare la variazione del valore interno (il purchasing power – potere di acquisto – o commodity value – valore in termini di merci) e quello esterno (il tasso di cambio) di una moneta. Lo schema, sul quale qui non ci dilunghiamo, si basa su due “capi spalla” del guardaroba di ogni economista: la teoria quantitativa della moneta, e la teoria della parità dei poteri di acquisto. Per i furbi ed "espertologi" (copyright Barra Caracciolo): sì, bravi, avete visto bene: Keynes arriva a conclusioni keynesiane usando strumenti neoclassici. Del resto, a quali conclusioni sarebbe potuto arrivare, Keynes?

Per gli altri, chiarisco.

Nella loro forma più becera, le due teorie alle quali Keynes si appoggia per sviluppare il proprio ragionamento sono riassunte da due equazioni molto semplici, che ci converrà analizzare anche formalmente, per evitare equivoci. D'altra parte, i post tecnici li volete voi, non so bene perché...

La teoria quantitativa viene usualmente espressa così:

MV = PY

dove M è la quantità di moneta, V la sua velocità di circolazione (il numero di volte che una unità monetaria passa di mano in media durante il periodo di riferimento considerato – ad esempio l’anno), P è il livello medio dei prezzi e Y è il prodotto in termini reali, cioè il volume di beni prodotti. Dato che si presuppone che in un’economia di mercato si produca per vendere, la quantità di prodotto è presa come indicatore della quantità di transazioni svolte (scambi di prodotti), e il valore del prodotto (PY, prezzo per quantità) è preso come indicatore del valore delle transazioni svolte. Dato che le transazioni sono passaggi di denaro in cambio di qualcosa, il loro valore complessivo deve coincidere, per definizione, con quanto denaro è in circolo (M) moltiplicato per quante volte è passato di mano (V). Insomma: quella che vedete qua sopra non è un’equazione, una relazione matematica dalla quale debba, se pure con l’amabile tautologia del ragionar matematico, scaturire una incognita. No: è un’identità, un mero fatto contabile, che esprime, per capirci, il fatto che se un chilo di pere costa tre euro e devi comprare un chilo di mele (lato destro della formula), dall’altra parte hai da caccia’ tre euro (lato sinistro della formula), e che se in un anno di chili di pere ne devi comprare due, non è necessario che ci sia una massa monetaria di sei euro (da spendere tre alla volta per due volte: 2x3=6): basta che i tre euro disponibili circolino, rientrandoti in tasca in qualche modo (ad esempio via stipendio), per cui la massa monetaria può tranquillamente essere una frazione del totale del valore dei beni e servizi che con questa massa monetaria si acquistano.

(...molto interessante la disamina storica di quale e quanta sia questa frazione, svolta da Keynes alle p. 78 e seguenti del Trattato, dalla quale si vedono due cose: la prima, che il problema di “quanta” moneta fosse necessario “stampare” per assicurare il regolare svolgimento delle transazioni è antico quanto l’economia – il primo a porselo in termini “moderni” risulta essere William Petty; la seconda, che a differenza di Alesina o di Puglisi, Keynes si curava poco di essere o sembrare “sulla frontiera della ricerca”: piuttosto che riscoprire l’acqua calda con il terzultimo imparaticcio di matematica – strategia essenziale per avere successo in termini di pubblicazioni “scientifiche” – in tutta evidenza preferiva studiare gli economisti che lo avevano preceduto, magari anche quelli di un paio di secoli prima, attenendosi alla sostanza del problema...)

Un’identità non è una teoria. La descrizione di un fatto non è a spiegazione di un fatto. Una relazione che lega tautologicamente quattro variabili non ci dice nulla su quale variabile eventualmente “causi” le altre. Sappiamo che per i neoclassici beceri, alla Giannino/Zingales, la relazione precedente implica che l’inflazione sia determinata dal tasso di crescita dell’offerta di moneta (come vi ho spiegato a p. 131 e seguenti de L’Italia può farcela, e passim nel Tramonto dell’euro – a p. 16 e a p. 199 e seguenti – il sogno dal fruttarolo...). Quelli che io chiamo neoclassici beceri, Keynes li chiama gli old-fashioned advocates of the sound money principle, e per capire cosa c’è che non va nella loro testa forse ci conviene utilizzare qui la rappresentazione della teoria quantitativa fornita da Keynes. Keynes la scrive così:

n = pk

dove n è la quantità di notes in circolazione (insomma, è M, la massa monetaria), p è il livello dei prezzi (P), e quindi k corrisponde a Y/V. La definizione di Keynes è più articolata:


Per Keynes, k esprime la quantità di potere di acquisto che il pubblico desidera detenere in forma monetaria per effettuare transazioni (acquisto di beni e servizi), espressa in numero di consumption units, cioè di un paniere standard di beni di consumo (come quelli utilizzati per calcolare gli indici di prezzo). Insomma: invece del volume della produzione, Keynes considera il volume degli acquisti, e nella sua formulazione la velocità di circolazione non compare esplicitamente (ma viene discussa a p. 78 quando si dice che la quantità di moneta desiderata (per lo scopo delle transazioni) dipende dagli habits del pubblico (e dalla sua ricchezza).

Il discorso che fa Keynes è molto semplice: potremmo stabilire una corrispondenza diretta fra moneta emessa e livello dei prezzi solo se ipotizzassimo che k sia costante, o meglio, che sia indipendente da n (dalla quantità di moneta: Keynes esprime il concetto parlando di indipendenza di n da k, ma naturalmente per Keynes, che era una persona normale, se k è indipendente da n, allora n è indipendente da k...). In questo caso, cioè se la moneta emessa non influisce su k (e quindi né sulla produzione Y, né sulla velocità V), livello dei prezzi e quantità di moneta si muoveranno di conserva. Se k = 2 (numero messo assolutamente a caso), quando n = 200 allora p = 100 (perché 200 = 2x100), e se n = 400 allora p = 200 (perché 400 = 2x200). Insomma: al raddoppio della quantità di moneta, corrisponde un raddoppio del livello dei prezzi: Giannino/Zingales, per capirci.

Ma Keynes argomenta che questa relazione così meccanica può valere, forse, solo nel lungo periodo, perché nel breve periodo la quantità di moneta influisce e come su k! Tutto questo, mi rendo conto, al povero supplente ingiuriato da Renzi, al gastroenterologo dilettante che vuole fare “er movimento dar basso”, all’imprenditore che “lo Stato mi tassa quindi è mio nemico”, insomma: ai ciechi che ci circondano, può sembrare molto astratto, poco utile. D’altra parte, si sa che il pubblico ministero del processo a Gramsci concluse con “per vent’anni dobbiamo impedire a questo cervello di fare un movimento dal basso!”.

O no?

No.

Ed è proprio perché siamo circondati da persone incapaci di pensare che oggi non c’è (ancora) bisogno di un Mussolini e dei suoi processi politici...

La questione se k sia costante (come credono Giannino e Zingales) o variabile (come credeva Keynes) non è per nulla astratta, e oggi qualcuno di voi dovrebbe capirla. Credo sia evidente come l’inceppamento del circuito monetario, il fatto che la “creazione” di moneta non riesca a riattivare il circuito del credito, il fatto che la moneta “stampata” non si converta in credito e in moneta (anche e soprattutto bancaria) prestata e spesa, compromette spesso in modo irrimediabile l’operatività di molte aziende. In condizioni come quelle attuali la moneta non è “neutrale”, ovvero priva di effetti sulla produzione. Quindi, aumentando la quantità di moneta che arriva alle aziende aumenterebbe anche la quantità di beni prodotti, cioè k. Insomma: oggi siamo in circostanze nelle quali se n passasse da 200 a 400, avremmo:

200 = 100 x 2
400 = 100 x 4

Un aumento (per semplicità considero il caso assurdo di un raddoppio) della quantità di moneta provocherebbe un pari aumento della produzione, a parità di prezzi. Nel breve periodo la monetà non è neutrale, e Keynes fornisce una serie di esempi molto interessanti del perché e del per come (alle p. 80 e seguenti). L’analisi di Keynes insiste su due aspetti: i fenomeni di tesaurizzazione della moneta, e il ciclo del credito. Non entro in questi dettagli (entrateci voi, se vi piace). Il punto fondamentale sollevato da Keynes a p. 80 è che sì, sarà forse vero che la moneta nel lungo periodo è neutrale, cioè influisce solo sul livello dei prezzi, ma:


Eh già! Sorpresona! Come sicuramente qualcuno di voi sapeva, la fatidica frase sul lungo periodo viene pronunciata da Keynes nel confutare Giannino e Zingales, cioè “i difensori fuori moda della teoria quantitativa” (i liberisti beceri), che poi sono quelli che in periodo di tempesta dicono che prima o poi il mare sarà di nuovo piatto, perché possono permettersi di aspettare...

Voi direte: ma se Giannino e Zingales ancora non erano nati, come faceva Keynes a confutarli? La risposta è nella domanda, miei cari, ma siccome non escludo fra voi casi di beatitudine, ve la fornisco senza indugio e senza difficoltà: il fatto è che l'economia di Giannino e Zingales è qualcosa che sembrava rudimentale già a fine Ottocento, e che Keynes aveva asfaltato negli anni '30. Loro non c'erano, certo, ma le loro idee c'erano, ed erano già vecchie allora. "E perché vengono proposte oggi?". Ma anche questo ve l'ho spiegato: perché fanno comodo a una certa classe sociale, che, guarda caso, è quella che controlla i mezzi di informazione e quindi forma la coscienza collettiva...

La conclusione di Keynes è limpida:


e la sua fondatezza oggi dovrebbe essere evidente evidente.

L’Eurosistema, che per i nostrani economisti “de sinistra” è stato a lungo il migliore dei mondi possibili (perché ci dava la pace e affratellava l'algonchino e il samoiedo), si basa esattamente su quello che Keynes nel 1932 dimostrava essere sbagliato: troppa enfasi nel mantenere un tasso di crescita costante dell’offerta di moneta (n per Keynes, M nell’equazione standard), e poca o nulla volontà (politica) di adattare la politica monetaria alle variazioni di k. 

Le riserve dei nostri economisti “critici” riguardano sempre i pretesi danni dell’austerità. L’austerità sarebbe di destra, ci viene detto. Ma chi oggi ci dice questo, nulla ha mai detto circa il fatto che la regola del tasso di crescita fisso dell’offerta di moneta (“keeping n steady”, nelle parole di Keynes), che, come sapete, è il faro della politica della Bce (M3 doveva crescere al del 4% all’anno), è pinochettiana: la politica della Bce si basa sul mantra di Milton Friedman, padre spirituale dei Chicago boys. Mi trovate un Ventotene boy che si sia mai accorto di questo, che abbia mai deprecato l’indipendenza della Bce e il tipo di regole operative che questa si era data (al difuori della cornice dei Trattati, peraltro)?

Io non ne ho contezza, ma a me l’economia sinceramente non interessa, per vari motivi, compreso quello che, come oggi ho inteso dimostrarvi, tutto è già stato detto...

[continua]

(...si apra la discussione, ma prima leggete. Voi pensate che io sia irascibile. Tornate sui classici. Quando, riemergendo dalla lettura, sarete anche voi come me abbacinati dalla sfolgorante malafede dei miei colleghi, capirete che in confronto a me Giobbe era un aspide. E se ve lo dice un crotalo, vi potete fidare...)

(...potrebbe essere ignoranza. Peggio ancora...)

sabato 1 agosto 2015

Le maledizione (comunicazzioni di servizzio)





(...ultimamente abbondano i commenti piazzaleloretisti. Li capisco, pur non condividendoli, ma vi segnalo il loro carattere estremamente controproducente. Datevi una calmata. Sò crature de Dio i bagarozzi, e lo sono anche gli euristi. Più perniciosi, ne convengo. Meno razionali, sono d'accordo. Ma se Dio li ha messi in Terra - per poi metterli a terra - avrà avuto i suoi motivi. Quindi calma.

Questo è l'anno più lungo. L'unica cosa che dobbiamo fare è resistere. Resistere e crescere, come stiamo crescendo: a luglio abbiamo superato gli 800000 contatti al mese, e i lettori fissi aumentano, come aumentano i follower su Twitter - nonostante la mia politica di estrema selezione, programmaticamente ingiusta: il despota malevolo!

Meno facciamo e meglio è. Ad eliminarsi ci sta pensando, come vedete, il nemico: ne parlo oggi sul Fatto Quotidiano, e vi darò appena troverò un attimo di requie - forse domani, forse più in là - qualche ragguaglio tecnico su quanto racconto oggi.

Ultima comunicazione: abbiamo deciso il progetto di immagine per il goofy4 e siamo pronti a lanciarlo entro una settimana. Robba forte, molto forte...)

martedì 28 luglio 2015

QED 54: La strana coppia

Mario Monti e Thomas Piketty sono due economisti estremamente diversi, uno pro-austerità, l'altro anti-austerità. Caso vuole, però, che una cosa in comune ce l'abbiano: entrambi pensano che siate troppo ricchi, in particolare se avete casa.

Per Piketty vi ricordo questo, e per Monti godetevi questo:


Si capisce perché è un QED? Perché dimostra che la diatriba sull'austerità vuole semplicemente distogliere la vostra attenzione dal vero problema, l'euro. Naturalmente chi vuole distogliere la vostra attenzione da un problema lo fa perché vuole fottervi. Anche in questo caso c'è chi, dovendo essere fottuto, preferisce esserlo "da sinistra": il capitale lo sa, e manda Piketty a fottere questo tipo di imbecilli. Per chi, lievemente meno imbecille, si accontenta di essere fottuto da destra, basterà il meno disonesto Monti!

QED 53: quando c'è la salute c'è tutto (tre anni dopo).

Molto brevemente, perché poi devo farvi un bel sermone a parte...

Come vedete, le cose stanno andando nella direzione nella quale temevamo sarebbero andate. Mi piacerebbe pensare di essere un menagramo. In realtà, come qui abbiamo studiato insieme, in quanto sta accadendo c'è una logica ben precisa, che ha operato decine di volte nel corso della "terza globalizzazione" (dal 1980 in poi). L'abbiamo descritta in termini letterari come "Romanzo di centro e periferia", e in termini scientifici come ciclo (minskyano) di Frenkel. Ora siamo alla fase finale: la liquidazione. Non potendo svalutare la nostra moneta, svalutiamo noi stessi e il nostro patrimonio...

C'è una frase del Tramonto dell'euro che sicuramente all'epoca molti avranno visto come un eccesso di enfasi retorica. È l'ultima di questo lungo passo che vi riporto, a p. 261:



Ecco: i governi periferici (in particolare, ora, quello greco) vengono messi sotto tutela, come preannunciavano (non è una mia previsione: lo scrivevo nel 2012 perché nel 2012 se ne parlava), e cresce in molti la consapevolezza di quanto fin dall'inizio vi avevo dichiarato: l'euro è il confine fra democrazia e totalitarismo di mercato. Un concetto che prima e dopo di me altri avevano sviluppato meglio di me.

Fin qui tutto bene, cioè tutto male, ma comunque niente di sorprendente. Quello che forse non era chiaro, e che suona relativamente profetico tre anni dopo, è l'ultimo corsivo: "non ci sono limiti a quello che ci potrà essere imposto".

Chissà se oggi laggente capiscono?

Credo che laggente non intuiscano cosa è il fondo da 50 miliardi (o 55?) miliardi di beni pubblici greci. Di fatto, si tratta di pignorare beni di uno Stato sovrano per soddisfare le richieste di creditori privati (banche) che hanno fatto male il proprio lavoro (ribadisco: secondo la stessa BCE), prestando soldi senza discernimento. Questo atto di inaudita violenza politica viene esercitato dalle cosiddette "istituzioni europee", che, come tutti noi sappiamo, hanno una legittimità democratica che va dal blando all'inesistente: non sono eletti i commissari europei (che però possono essere sfiduciati dal Parlamento Europeo, anche se finora quando le cose si son messe male hanno preferito una disonorevole ritirata a una disonorevole sconfitta); non sono eletti i vertici della BCE (che non rispondono a nessuno, nemmeno alla magistratura); non sono eletti i direttori esecutivi del FMI (che se ne stanno a Washington belli come il sole a prendere stipendi a cinque zeri esentasse, ben al riparo dagli elettorati dei quali disciplinano le sorti).

Intendiamoci: non è che un legame con la politica non ci sia. Questi vertici sono, generalmente, nominati, in modo più o meno trasparente, dai governi nazionali. In alcuni casi i cittadini ne hanno notizia. Ad esempio, le vicende della nomina dell'inutile Commissario Europeo Mogherini sono state strombazzate dai giornali per fini propagandistici (fare il "ministro degli esteri" di un "non stato" con una "non politica" estera è compito di prestigio, si sa, e i risultati si vedono, dall'Ucraina in giù...). In altri (FMI, BCE) non arriva nemmeno notizia (se non a chi se la va a cercare).

Cosa dovrebbe esserci nel fondo greco non è poi così chiaro, ma un'idea ve la dà la CNN: aziende e infrastrutture pubbliche. Il famoso "dammi l'ANI" del romanzo di centro e periferia.

Vorrei ricordarvi cosa ci disse Panagotis a Pescara, quando di Grecia ci occupavamo praticamente solo noi in Italia: "per me venire in Italia è come viaggiare nel tempo, tornare a un passato nel quale il mio paese era un paese normale". Guardatevi il filmato, se non lo ricordate: resta istruttivo!


Noi siamo sulla stessa traiettoria, e anche di questo non potrete dire di non essere stati avvertiti (e non potrete nemmeno rimproverarvi di non aver tentato di avvertire gli altri...).

Fra le tante infrastrutture che si possono privatizzare non ci sono solo i porti, o le imprese petrolifere. Anche con gli ospedali si fanno un sacco di soldi: la morte è l'unica certezza che abbiamo, e nella stragrande maggioranza dei casi essa giunge accompagnata dalla malattia. Ne consegue che quello della sanità è un business dove la materia prima non mancherà mai, e dove il dolore è forte elemento di persuasione affinché il cliente paghi, paghi molto, e paghi con solerzia. Ora, voi vedete di cosa parla, per poi smentirlo, il governo? Di tagliare fondi alla sanità. Certo, vi dicono che non sono tagli ma "efficientamento", e che non tagliano le cure ma le analisi (e la prevenzione? Non era meno costosa della cura?). Poi naturalmente smentiscono (senza smentire), ci mancherebbe, e prendono anche un bel bagno al Senato, probabilmente motivato dal desiderio degli "amici" del cialtrone che ci governa di mandargli un pizzino, più che da un sincero interesse del legislatore verso il nostro benessere (ma lasciamo stare).

Il problema è che, come spiegavo già tre anni or sono (mica uno! Tre anni fa ve l'ho detto...), questo balletto di smentite (all'epoca si era esposto Monti, oggi si espone l'amico Yoram), è una chiara applicazione di quello che qui chiamiamo il metodo Juncker: sì, esattamente quel metodo di governo, rectius, di indirizzamento dell'opinione pubblica, teorizzato dal simpatico etilista lussemburghese.

(...gli siamo vicini nell'etilismo, un po' meno nella lussemburghità, a causa di una vecchia ruggine - piccola chicca per intenditori che dedico al lettore di Balzac: lui sa chi è, lui sa cos'è, lui sa perché...).

Il metodo Juncker consiste nel fare in termini incomprensibili una proposta che si teme possa essere considerata inaccettabile, e nello smentirla immediatamente se l'opinione pubblica la capisce e si rivolta, salvo poi ripresentarla periodicamente, fino a quando la gente si abitua ad averla nell'orecchio e non si rivolta più. Sarebbe, insomma, un corollario del principio della rana bollita, teorizzato dal nostro esperto di privatizzazioni, Chomsky.

Voi direte: "Ma che c'entra? Monti parlava di privatizzare la sanità ricorrendo a investimenti diretti esteri (cioè di svendere aziende pubbliche redditizie a investitori esteri senza passare per la costituzione di un fondo come in Grecia), Gutgeld parla di "risparmiare" (cioè tagliare): son due cose diverse!"

Eh, no! Non sono due cose diverse. Tagli al settore pubblico e privatizzazioni sono due momenti della stessa cosa, come vi spiega Christian Rosso nel post precedente, la cosa della quale io vi parlo fin dal 2011 (e qui gli anni di anticipo sono quattro):

In estrema sintesi, la finanza privata ha bisogno dei soldi che lo Stato intermedia nello svolgere la sua funzione mutualistica, assicurativa (in senso lato), nell'interesse dei cittadini, assicurando alcuni servizi (sanità, istruzione, previdenza...). Questi soldi le servono per gonfiare i suoi palloncini, che poi scoppiano lasciando dei buchi che noi riempiamo con le nostre tasse, secondo il meccanismo descritto più in dettaglio qui. La radice del problema, cioè la radicale instabilità della finanza privata, determinata dal suo intrinseco short-termism, ve la presentai fin dall'inizio di questo blog, sviluppando l'argomento ad esempio qui (oltre che nei libri, s'intende).

Il Mercato ha dichiarato guerra allo Stato, l'euro è un'arma del Mercato, e lo Stato siamo noi, anche se molti di noi non lo capiscono. Lo capisce Christian, che è il motivo per il quale domani farò un salto in Campidoglio per salutarlo, tornando da Macerata. Non lo capiscono tanti altri: la guerra fra poveri scatenata dal potere è impressionante. I giovani contro i vecchi (è colpa della pensione di tuo padre se tu non hai un lavoro!), i baristi contro i loro clienti (dipendente pubblico improduttivo, vai in ufficio anziché berti un caffè!), gli imprenditori contro lo Stato (Stato leviatano, taglia la spesa, che poi sono i redditi di chi compra i miei beni...), ecc.

Un delirio di irrazionalità che non può condurre che alla guerra totale, e in fondo al quale resta una sola certezza: la nostra sanità verrà privatizzata a beneficio di grandi multinazionali estere.

Queste, almeno, sono le chiare intenzioni di chi ci governa (più esattamente: il mandato che ha ricevuto da chi lo ha messo lì a governare), e realizzarle sarà facile finché noi continueremo ad avere una visione ristretta, da sciur Brambilla brianzolo, o da maestrino sellino salentino, o da quel che l'è, incapace di andare oltre un grado di separazione dal proprio riverito portafoglio, e quindi sempre pronto ad azzannare un falso nemico.

Questo ho soprattutto apprazzato nel discorso di Christian: il fatto che lui proclami un armistizio fra poveri (nel suo caso, fra conducenti e utenti di un servizio pubblico), una pausa di riflessione per individuare il nemico comune. È lo spirito col quale ho scritto l'Italia può farcela, e chi lo ha letto credo lo abbia capito. Per questo ho diffuso la sua protesta e la sosterrò. Posso dirvi che sono molti a seguirlo con attenzione e affetto, e che l'ATAC è talmente piena di "lievi irregolarità" che, come dire, conviene più a lei che a Christian fare pippa (trattandosi di azienda romana glielo dico in romanesco), e anzi ringraziarlo.

Poi parliamo di noi...

sabato 25 luglio 2015

Chomsky ad Acilia: le privatizzazioni spiegate al cittadino

(...la trasmissione odierna di Omnibus La7 ha sollevato diversi temi, tutti molto interessanti. La trovate qui. L'esegesi sarebbe lunga, e la affido a voi. Mi dispiace per gli imbecilli (ma anche gli intelligenti) che volevano veder scorrere il sangue. Non ditemi mai cosa devo fare: avrete l'incertezza che io faccia il contrario. L'incertezza, perché se fosse certezza, allora vi sarei subalterno: decidereste voi, dicendomi il contrario di quello che volete. Invece decido io cosa fare, e oggi ve lo avevo detto prima. Che ne dite, ci sono riuscito? Bene. Ora sapete che quando sarò primo ministro potrò tranquillamente andare da Frau Merkel, e persuaderla (nella sua lingua) che in effetti è meglio per tutti che questa storia finisca. Una guerra è fatta di molte battaglie, di imboscate, di ritirate, di sconfitte, di armistizi, di terrorismo, di eroismo, di viltà. Il nostro alleato è il tempo. Quelli che "Monti è criminale" nel 2012 sono riusciti a dirlo solo in una trasmissione che visibilmente la buttava in vacca e non saranno mai considerati interlocutori autorevoli nemmeno da chi li pagava per non sembrarlo.

Questo è un altro campionato.

Chiusa questa breve nota metodologica, passiamo rapidamente al contenuto di questo post, che vi esorterei a condividere il più possibile perché chiarisce alcuni concetti sui quali forse sarebbe il caso che attiviate l'attenzione del prossimo vostro. Se poi quel prossimo è anche, o pretende anche, di essere minimamente evoluto intellettualmente (cioè è un piddino), potrete dargli come quadro di riferimento Crisi finanziaria e governo dell'economia: un articolo scritto per i colleghi giuristi, quindi non tecnico, ma sufficientemente rigoroso nell'analisi. Quando lo scrissi non avevo idea di come la pensasse Chomski, ma mi sembra abbastanza chiaro che su quali siano gli scopi, e soprattutto le regole, del gioco abbiamo comunanza di vedute...)

Noam Chomsky sulle privatizzazioni



Traduzione per diversamente europei a cura di Christian Rosso




Dove sono gli utili idioti?

Non ne ho idea, ma non sono preoccupato, e non dovreste esserlo nemmeno voi. Ho scoperto che sono diventati inutili, non solo perché chi ha un problema, oggi, se ha le palle come Christian, può fare da sé, con non minore impatto drammaturgico, ma anche perché loro, i professionisti della denuncia, hanno un'elevata elasticità di sostituzione rispetto al capitale (che inconsapevolmente - ? - difendono, porelli). Quindi, come dire, per fare a meno di certi difensori della vedova e dell'orfano basta un minimo input di capitale.

Allora, vi chiarisco un concetto: Chomsky è bravo, ma quell'altro, Christian, sta facendo la stessa, stessissima, identica cosa che ho fatto io e non hanno fatto tanti altri: denunciare le storture della propria professione, essendo però lui (Christian) molto, ma molto, ma molto meno tutelato di me (per non parlare di Gallino).

Nel filmato si vede che ha paura, cioè che ha coraggio, perché se non avesse avuto paura sarebbe semplicemente stato un incosciente (come me), non un coraggioso. Chissà se ora capite perché sono così incazzato verso tante persone la cui libertà di espressione è tutelata (per ora) dall'ordinamento, i cui globi oculari sono provvisti di regolare retina, le cui orecchie sono provviste di adeguata staffa, ma che apparentemente sono privi di laringe, o forse di qualcos'altro.

Pretendo che gli facciate sentire almeno la vostra solidarietà, perché è estremamente probabile che non se la passerà bene.

Dixi.


(non torno sull'argomento dei giullari di regime. Quello lo affronteremo a tempo debito. Sarà mia cura illustrar loro alcuni proverbi ghanesi. Indovinate un po' quali...)

Omnibus: istruzioni per l'uso

Dilettissimi fratelli e sorelle,

domani (che poi sarebbe oggi) me tocca Omnibus con Paolo Mieli, Mario Sechi, Francesco Rutelli, sotto la ferula di Alessandra Sardoni. Giocherellando con la Vulgata sull'iPhone, guardate un po' cosa mi è capitato sotto gli occhi?


16 Ecce ego mitto vos sicut oves in medio luporum; estote ergo prudentes sicut serpentes et simplices sicut columbae.
17 Cavete autem ab hominibus; tradent enim vos in conciliis, et in synagogis suis flagellabunt vos;
18 et ad praesides et ad reges ducemini propter me in testimonium illis et gentibus.
19 Cum autem tradent vos, nolite cogitare quomodo aut quid loquamini; dabitur enim vobis in illa hora quid loquamini.
20 Non enim vos estis, qui loquimini, sed Spiritus Patris vestri, qui loquitur in vobis.


Eh, quanto è vero... Nolite cogitare quomodo aut quid loquamini...

È inutile pensarci, perché



Allora, io ora ci dormo sopra, poi Dieu et mon droit.

Chi, sentendomi parlare domani, fosse punto dalla vaghezza (vaghezza, che vuol dire desiderio, perché noi si dice vago: lo diceva la mi' nonna, spesso in negativa - "non ne sono vaga" - e lo diceva quell'altro, sapete: "vago già di cercar dentro e dintorno la divina foresta spessa e viva...), fosse punto, disais-je, dalla vaghezza di passare da queste parti, magari perché potrebbe capitargli, chi sa, di avvertire una certa coerenza interna nel mio discorso, la coerenza delle cose che funzionano (si parva licet...), suggerisco il solito percorso didattico, e magari, visto che la Grecia va di moda, un rapido ripasso di quello che nani e ballerine di regime non vogliono che sappiate. Magari, dopo questo breve cammino, le parole profferite dai viventi pilastri del tempio della Natura (economica) gli appariranno meno confuse...

I greci sono stati traditi, e noi lo sapevamo, così come siamo stati traditi noi (e purtroppo sapevamo anche questo).

Ma per capire che due più due non fa cinque bisogna saper contare almeno fino a tre:



giovedì 23 luglio 2015

Gallino (breve compendio di istruzioni ad uso dei pentiti di euro)



(come molti blog, credo, anche questo si è basato e si basa sul sano principio del facit indignatio versum. In un periodo in cui tutto è così prevedibile – per noi che studiamo insieme da quattro anni – da dire ci sarebbe veramente poco. Anche ciò di cui vi parlerò oggi era prevedibile e da noi previsto, ma il modo in cui si verifica mi turba lievemente e mi motiva a condividere seco voi, dilettissimi fratelli e sorelle, alcune serene considerazioni...)

(Vladimiro Giacché freundlich gewidmet...)

Nella lotta contro qualsiasi forma di criminalità organizzata i pentiti costituiscono una risorsa preziosa, che l’investigatore saggio cercherà di sfruttare al meglio. Il pentito, si badi, non dà solo informazioni agli investigatori. Sono spesso molto più preziose le informazioni che, per il fatto stesso di pentirsi, dà ai suoi ex-complici: l’aria sta cambiando! Starà alla sagacia dell’investigatore far tesoro sia delle informazioni che riceve lui, sia di quelle che ricevono (indirettamente) i membri dell’organizzazione (che quando succede una cosa del genere magari si sfalda un po’).

Certo, l’investigatore deve essere bravo. Ma anche il pentito bisognerà che ci metta del suo. Questo vale anche e soprattutto per quella forma di criminalità particolarmente male organizzata che è il cosiddetto “progetto europeo”. Vi propongo un esempio, a seguito del quale svilupperò alcune brevi e pacate considerazioni.

Allacciate le cinture...

Luciano Gallino 2011
Alla domanda su un eventuale ritorno alle valute nazionali risponde:

“Sarebbe una pura follia. In primo luogo il ritorno a diciassette monete diverse solleverebbe difficoltà tecniche assai complicate da superare, poiché l’integrazione economica, finanziaria e legislativa tra i rispettivi paesi ha fatto nel decennio e passa dell’euro molti passi avanti. Inoltre parecchi paesi avrebbero a che fare con tassi di scambio catastrofici. Tra di essi vi sarebbe sicuramente l’Italia. Il giorno dopo un eventuale ritorno alla lira ci ritroveremmo con il franco a 500 lire (era a 300 quando venne introdotto l’euro), il marco a 2.000 (era a 1.000) e la sterlina a oltre 3.000. A qualche imprenditore simili tassi possono far gola, poiché favoriscono le vendite all’estero; ma essendo quella italiana un’economia di trasformazione, che all’estero deve comprare tutto, dal gas ai rottami di ferro, il costo degli acquisti dall’estero le infliggerebbe un colpo insostenibile.”

Insomma, una roba tipo questa.

All’epoca (settembre 2011) commentai serenamente con un “Basta!”, che trovate in calce all’esternazione.

Luciano Gallino 2015
“Nel caso invece che qualcosa si volesse fare, una soluzione potrebbe esserci. La UE convoca una Conferenza sul Sistema Monetario Europeo, il cui punto principale all’ordine del giorno dovrebbe essere la soppressione consensuale dell’euro, ed il ritorno alle monete nazionali con parità iniziale di 1 rispetto all’euro. Altri punti dovrebbero riguardare la preparazione tecnica della transizione, e una estesa campagna di informazione pubblica prolungata per mesi.”

(il link ve lo cercate perché personalmente non ritengo di dover collaborare, perdonatemi...)

Dal vangelo secondo Luca
Ita dico vobis: Gaudium fit coram angelis Dei super uno peccatore paenitentiam agente quam super nonaginta novem iustis, qui non indigent paenitentia.

Considerazioni
Colpo di scena! Cosa abbiamo qui? Abbiamo uno studioso che, per mia colpa, non conoscevo se non per la sfolgorante lieve imprecisione nella quale mi ero imbattuto nel 2011, ma del quale so essere sciamano particolarmente autorevole presso la tribù piddina, che dice (oggi) l’ovvio.

Si tratta di un dato politico da non sottovalutare e da gestire con oculatezza.

Ci insegna infatti Vladimiro ne La fabbrica del falso, e ci ripete assiduamente su Twitter, che oggi dire l’ovvio è un gesto rivoluzionario. Nulla di nuovo sotto il sole: l’ovvio altro non è che la declinazione più stucchevole del vero, di quella verità che sola potrà renderci liberi, come diceva un noto blogger del primo secolo, e che, come avrebbe poi detto una nota mummia del XX secolo, è in sé rivoluzionaria.

Mi sovviene qui un altro dibattito in corso fra me e Vladimiro, laddove lui mi esorta a decidere se io preferisca avere niccianamente ragione da solo, o tentare di aggregare un fronte politico. Nel secondo caso, va da sé, sarebbe meglio accogliere a braccia aperte chiunque, e tanto più personaggi che per la loro valenza simbolica possono dare un segnale significativo alla cosca di Bruxelles e soprattutto ai suoi capibastone locali. Io, figuratevi, sono evangelico. Qui abbiamo gioito per la redenzione di così tanti peccatori insignificanti! Quante volte abbiamo condiviso la vostra esultanza per aver incrinato le ottuse certezze dei vostri parenti piddini (in senso antropologico, non politico, lo ricordo: il piddino è il mediocre che sa di sapere, a prescindere dall’appartenenza politica al PD, che pure registra una percentuale statisticamente anomala di questi soggetti), il vostro gaudio per aver seminato il germe nel dubbio nel collega, o nel compagno di squadra, insomma: nel prossimo vostro. Erano piccole vittorie, ma quanto sudate! E perché costava così tanto convincere persone altrimenti sensate di ciò che in fondo era, appunto, ovvio (nonché affermato dalla migliore letteratura scientifica, come voi ben sapete)? Perché mai il vostro compito era così arduo? Perché tanto strazio? Perché tante famiglie lacerate? Perché questo clima di incipiente guerra civile?

Leggete Gallino 2011 per darvi una risposta.

Non se ne abbia il professor Gallino se per inquadrare la sua figura ho usato il termine “sciamano”: non l'ho certo fatto per dileggio, anzi. Ho usato questo termine in senso tecnico e non figurato (per intenderci, non come quando quelli della sua parte mi chiamano guru)! Il fatto è che lui è studioso autorevole nel suo campo (che non è il mio) e questo, ovviamente, nessuno glielo toglie. Ma c’è un’altra dimensione da tenere in considerazione nel problema che qui ci tocca. Ed è il fatto che se un sistema così irrazionale si è potuto sostenere così a lungo, se ha lacerato così tante famiglie, se ha frantumato la coscienza di classe di intere generazioni, condannandole a una sottoproletarizzazione apparentemente irreversibile, se ha fatto così tanti morti (e tanti altri ne farà), ciò dipende essenzialmente dalla regressione della sinistra a un pensiero magico sull’Europa, pensiero del quale tutti gli autorevoli padri nobili che hanno sostenuto il “progetto europeo” sono stati sciamani, intesi, in senso tecnico, come “persone che assumono all’interno della propria comunità il ruolo di tramite con le entità soprannaturali come gli spiriti del cielo o degli inferi, le anime dei defunti, l’Europa” (dalla Treccani, con una lieve integrazione).

Come dice un homme de qualité che sta lanciando un progetto nel quale sarò lieto di farmi coinvolgere “il Verbo della tecnocrazia e della moneta unica e irreversibile è assurto a dogma provvisto di ieraticità e sacralità (elementi squisitamente premoderni, indice di spaventosa regressività)”. E questa moneta unica, mi par di vedere che nel 2011 il professor Gallino la difendesse, direi in modo oltremodo premoderno, à la Platerotì, per gli intenditori...

Attenzione!

Io sono quello del bicchiere mezzo pieno! Fa tanto più onore al professore, che procedeva da un punto di partenza lievemente svantaggiato (oggettivamente, una crisi economica può essere meglio compresa da un economista), essere infine pervenuto alle conclusioni cui è arrivato, e per questo vedi alla voce “gaudium fit...”. Tuttavia è un dato di fatto, che purtroppo assume rilevanza politica (e in quanto tale non può essere ignorato, e deve essere gestito in qualche modo, nell’interesse di tutti), che se in effetti ci sarebbe bisogno oggi di una campagna di informazione particolarmente capillare e prolungata, come il professor Gallino giustamente mette in evidenza, questo è anche perché per tanto tempo persone come il professor Gallino hanno attivamente disinformato, e lo hanno fatto in un modo ahimè censurabile (mi duole rilevarlo) sotto il profilo dell’etica professionale: parlando ex cathedra in materia che non era la loro (vedi l’annata 2011, una delle migliori), della quale ignoravano visibilmente i rudimenti (qui tutti sapete cos’è il pass-through, ma non è detto che a sociologia lo si insegni, il che non toglie certo valore a questa materia, s’intende...), motivo per il quale erano irresistibilmente e inconsciamente portati, anche laddove pensavano bona fide di voler combattere il neoliberismo (sempre “neo”, eh, mi raccomando! Non si capisca che è un film già visto...), ad adagiarsi sul linguaggio magico del più bieco liberismo da Chicago boy, sine dolo, s’intende, quasi modo geniti infantes, va da sé...

(agli imbecilli di turno consiglio di guardarsi questa regola di grammatica...)

Ora voi direte: se non vuoi ispirarti a Nostro Signore, ispirati almeno a Vozutuk! A nemico che accorre ponti d’oro! (Soprattutto se chi accorre è stato fino a poc’anzi discepolo di Etarcos...).

Eh, sì, io sarei anche d’accordo con voi, ma non so se ve ne rendete conto (il professor Gallino temo di no, perché è stato assente dal luogo del vero dibattito, ma voi forse sì): purtroppo i ponti attraverso i quali potevamo far accorrere i nemici (perché tali sono stati, non nascondiamoci dietro un dito: nemici del nostro paese – ha ragione Roberto Buffagni – perché nemici del buon senso – ha ragione Alberto Montero Soler), quei ponti, ahimè, sono saltati con la pubblicazione del mio post sul Manifesto, e definitivamente distrutti da quattro anni di attività divulgativa (e, dall’altra parte, di solenni minchiate) che hanno scavato un autentico burrone fra i pasdaran del Fogno europeo e gli umili servitori del buon senso. Io potrei anche starmi zitto, e forse farei bene a farlo, chissà. Ma ormai il dibattito su questi temi, ahimè, ha tratto linfa e forma dalla mia divulgazione (esempio). Ne consegue che chi oggi scopre l’acqua calda si trova in re ipsa dall’altra parte del burrone, dalla parte di quelli che finora hanno attivamente ostacolato la nascita di un dibattito (ricorrendo anche a forme più o meno velate di censura) e lo hanno comunque inquinato disinformando. Forse potremmo gettare una corda, provare a fare un ponte tibetano, ma per operazioni di questo tipo occorre che anche e soprattutto chi è dall’altra parte collabori, e per collaborare occorre che scelga bene i tempi, i luoghi e i contenuti.

I tempi (e le responsabilità)
Chi si pente oggi deve partire dalla consapevolezza, profondamente vissuta e dolorosamente esibita, del fatto che è comunque troppo tardi.

Questo lo dico soprattutto a beneficio di Vladimiro, che in privato mi ha visto prendere a badilate (e in qualche caso anche a badialate) nei denti alcuni timidi pentiti, che mi si rivolgevano non so bene perché. In questi casi a me torna in mente sempre questa scena, ed essendo io animale letterario, più che sociale, a quel modello mi ispiro per gestire i pentiti. Dopo di che Vladimiro mi cazzia. Ma il problema secondo me è questo: posto che un certo tipo di operazione, per quanto sterile sia, ha comunque un valore liberatorio (per cui rinunciare ad essa a me personalmente costa), cosa pensiamo di poter ottenere da chi si converte oggi, soprattutto se non sceglie bene luoghi e contenuti (per i quali vedi sotto)? Pensiamo veramente che si possa arrivare, ormai, a una soluzione politica del casino nel quale ci hanno messo i diversamente sagaci che pensavano di poter risolvere il nazionalismo creando una supernazione europea (salvo poi accorgersi d’un tratto, come il professor Gallino efficacemente fa, che questo progetto era appoggiato da una serie di falangi armate dell’ultraliberismo mondiale)? Pensiamo che la loro diversa sagacia possa esserci di aiuto in queste circostanze?

Io credo di no.

Temo che uno sbocco di inaudita violenza sia ormai ineluttabile, dopo trent’anni di pensiero magico perché regressivo e regressivo perché magico, e quindi mi chiedo sinceramente che senso abbia tendere una mano a chi se non ci ha sputato in faccia ci ha comunque messo i bastoni fra le ruote diffondendo una visione terroristica dell’unico scenario razionale, a chi comunque è politicamente e intellettualmente responsabile di tanto orrore e di tanta distruzione.

Perché il problema della responsabilità morale e politica esiste, e non dovremmo dimenticarlo, soprattutto se vogliamo almeno far finta di evitare uno sbocco violento.

Attenzione! Nel caso del professor Gallino l’effetto reputazionale (vulgo: il pizzino implicitamente mandato agli ex-complici del progetto eurista) ha un valore notevole, del quale sarebbe stupido privarsi.

Tuttavia, se il professor Gallino oggi è sincero – come credo che sia – nel suo gesto di proclamazione dell’ovvio, mi permetto di dargli un consiglio del quale se non lui, spero che gli altri illustri pentiti, che non tarderanno ad arrivare, facciano tesoro, proprio allo scopo di rendere più efficace (in primo luogo nell’interesse di chi lo compie) un gesto che comunque deve essere costato un certo travaglio interiore. Affinché da questo travaglio non nasca un aborto, mi permetto di esortare il professor Gallino se non a chiedere scusa, quanto meno ad ammettere di essersi sbagliato. Fra le sue affermazioni del 2011 e quelle attuali c’è un baratro che deve essere comunque colmato, nell’interesse di chi lo ha prima scavato e poi miracolosamente attraversato.

In questo modo il gesto acquisirebbe una valenza politica clamorosa.

Certo, sarebbe pienamente efficace, un simile gesto, solo se un politico di rilievo della cosca di Bruxelles (un Bersani, per dire), uno di quelli che dicevano “noi siamo quelli dell’euro”, avesse il coraggio morale e civile di compierlo. Se arrivasse da livelli così alti il segnale che è stato commesso un errore cui bisogna rimediare nel comune interesse, il dibattito in Italia progredirebbe veramente, veramente si avrebbe quella discontinuità che Fassina spesso invoca. Ci sono mille e uno modi per ammettere un errore riducendo i costi politici che una simile ammissione porta con sé. Basterebbe dire, ad esempio, che non era possibile percepire immediatamente quanto un sistema nato quando il principale problema economico era l’inflazione e l’Unione Sovietica era ancora temibile non avesse cittadinanza in un mondo in deflazione, nel quale tutti gli assi geopolitici hanno cambiato orientamento. Mica dico di mettersi il cappio al collo e cospargersi il capo di cenere, s’intende. Dico di evitare che qualcuno tuffi studiosi autorevoli, o politici onesti (definizione sulla quale non mi dilungo), nel catrame e li cosparga di piume (prassi statunitense, come statunitense è il progetto europeo, e che io depreco in quanto sbagliata, non in quanto statunitense, come sbagliato è il progetto europeo).

L’ammissione di aver emesso valutazioni errate, e la descrizione del cammino che ha condotto a mutare il proprio orientamento, avrebbe un enorme valore politico, anche perché chi ancora è radicato nel pensiero magico grazie alla disinformazione dei conversi potrebbe, dalla descrizione di quel cammino, trarre stimolo per evolvere verso un pensiero razionale, dal quale, per necessità logica, consegue l’esigenza di smantellare l’orrore europeo.

L’esigenza (che il Galateo avvalora) di scusarsi per il ritardo è naturalmente tanto meno pressante quanto minore il ritardo. Anche qui, come dire, una oculata scelta dei tempi può fare molto.

Le parole del professor Gallino escono, mi par di capire, il 19 luglio del 2015, ma, si dice, sono state scritte a giugno. Episodi, certo involontari, di questo tipo sono controproducenti, perché si prestano a una interpretazione maliziosa, che noi certo non condividiamo: quella che l’autore abbia voluto aspettare di vedere come andava la vicenda dell’amico Tsipras, e poi, preso in faccia lo schiaffo della sconfitta, si sia affacciato a dire la sua, che forse non avrebbe detto se una “vittoria” di Tsipras avesse affermato – per quanto in modo effimero – la menzogna che tutti gli utili tsiprioti del capitale internazionale ci ripetevano: quella che un altro euro fosse possibile. In effetti, questa scelta dei tempi, volontaria o meno, oggettivamente denota un tatticismo che la posta in gioco rende francamente incomprensibile: la verità, se la si è capita, brucia in tasca, nessuno lo sa meglio di noi. Ne consegue che chi aspetta a spenderla forse non ne è sinceramente convinto.

Il fatto è che, appunto, altre parole del professor Gallino ci fanno capire come la sua affermazione dell’ovvio poggi su basi ancora fragili (e quindi forse non sia tanto rivoluzionaria). Dice infatti il professore:

“La richiesta di una Conferenza sull’Unione Monetaria dovrebbe essere presentata alla UE da alcuni paesi di primo piano, con il sottinteso che un rifiuto netto potrebbe indurre ognuno di essi o all’uscita dall’euro o al disconoscimento di numerose norme UE che violano i diritti umani o addirittura si configurano come foriere di crimini contro l’umanità. Non mancano nella UE i giuristi in grado di predisporre la documentazione necessaria. Al presente, i soli paesi disponibili a tal fine sono forse la Grecia, ammesso che “al presente” essa sia ancora nell’euro o il governo Tsipras non sia stato strangolato dalla Troika; e la Spagna, nel caso di una vittoria di Podemos alle elezioni dell’autunno 2015.”

Nel dire questo il professore dimostra una preoccupante difficoltà di lettura dei processi in atto. Par di capire che egli ritenga che Syriza avesse margini di manovra, e che Syriza e Podemos siano movimenti progressivi. Che Tsipras avrebbe fallito noi lo sapevamo da gennaio, e non perché giochiamo a dadi con Dio (ma solo per rispetto: lui, si sa, non ama questo passatempo), ma perché la nostra lettura della deriva demagogica e paternalista (quindi regressiva) e della impreparazione tecnica delle sinistre cosiddette “radicali”, lettura avvalorata da argomenti estremamente cogenti, conduceva necessariamente a questa conclusione. Non c’era dubbio che il governo Tsipras si sarebbe fatto strangolare dalla troika, per il semplice motivo che chi dice “sì euro, no austerità” di fatto è la troika (nel senso che, affermando una menzogna tecnica, si costituisce utile idiota delle forze reazionarie). Vis grata puellae. Aspettarsi quindi che Syriza o Podemos potessero o addirittura possano oggi avere una funzione progressiva (se non indirettamente, attraverso la loro necessaria e da noi prevista umiliazione) prova una certa ingenuità nella percezione dei processi in atto. Chi procede da una menzogna (“esiste un altro euro!”) è necessariamente condannato a rinnegare le promesse elettorali, quando la verità bussa alla porta (magari annunciata da un beffardo Schäuble), per poi fallire. Questa è la principale lezione della vicenda greca, e come può aiutarci chi non la impara in fretta?

Qui si apre un altro tema di riflessione.

Ci servono veramente alleati che, ancorché dotati di autorevolezza e quindi meritato seguito, non hanno pienamente compreso cosa sta succedendo? Ci serve portarci dietro persone che pensavano e forse ancora pensano che un’altra “Europa” (cioè euro) sia (stata) possibile? Noi sappiamo che non lo è mai stata perché abbiamo con umiltà letto nella politica economica, nella storia, e nelle scienze politiche, le motivazioni profonde della costruzione di questa “Europa”: in sintesi, l’affermazione del pensiero unico liberista, dell’amica TINA, come (oggi) il professor Gallino lucidamente vede. Ma chi non ha fatto questo percorso, il nostro percorso, quanto potrà essere convinto, e quindi convincente? Le esperienze che ho fatto, in compagnia di Vladimiro, ma anche da solo, di coinvolgimento di quelli che “sì vabbè le cose ora non vanno ma comunque un altro euro era possibile” sono state totalmente fallimentari. Purtroppo la dimensione magica, sciamanica, tende a prevaricare il ragionamento razionale, anche quando ti sei preso uno stivale chiodato sui denti, non c’è nulla da fare. E allora, forse, magari evitando di baciare un cavallo, ma la soluzione nicciana non mi sembra meno efficace di quella “politica”, perché quest'ultima è destinata a sicuro fallimento se i compagni di strada sono malfermi nel loro passo.

I luoghi
La ritrattazione del professor Gallino esce sul sito dell’Altra Europa per Tsipras. A vedere il bicchiere mezzo pieno, questo le conferisce un valore dirompente, spettacolare: la lista “Altra Europa per Tsipras” pubblica un documento che smentisce e contraddice le sue parole d’ordine nella campagna elettorale per le europee (e dopo). È come far brillare una mina nella roccaforte nemica (perché, lo ribadisco: chi si trastulla con l’idea che un altro euro sia possibile è un nemico della nostra democrazia, come io e pochi altri abbiamo sufficientemente argomentato e come ora la stampa internazionale gradatamente ammette. Ripeto: la democrazia non ha "avversari": ha nemici).

C’è però anche un downside, come sempre.

Il luogo della promozione del dibattito sull’euro in Italia è stato un altro. Rinuncio a spiegarvi quale, voi lo sapete. E anche qui: chi non lo sa, quanto è affidabile come catecumeno? Due best seller, uno pluripremiato, un altro vedremo, dei quali è difficile che chi è interessato al tema non abbia sentito parlare, un blog in costante crescita perché è diventato il cuore della resistenza al regime, una associazione che ha organizzato e organizza eventi di livello internazionale, dei quali la stampa estera (e ormai anche quella italiana) riferisce. Chi lo ignora, questo luogo, lo fa a rischio della propria credibilità, e comunque della propria efficacia: io oggi sono 1567° in Italia nella classifica Alexa, il sito della Lista Tsipras è 15523°. Ce lo siamo detto varie volte...

Lo dico in un altro modo: è inutile, e sottilmente sleale, nei risultati se non nelle intenzioni, scagliarsi contro Renzi, assurto al ruolo di nemico di turno (qualcosa di cui la sinistra pare abbia un gran bisogno), se lo si fa dalla tribuna di quelli che oggettivamente sono stati i suoi (di Renzi) utili tsiprioti (e ci siamo capiti), perché hanno condiviso con lui, come valore fondante di un discorso e di un percorso politico, il mantenimento senza se e con un solo ma della moneta unica: teniamoci l’euro ma facciamo meno austerità. Anche chi non aveva tutti gli strumenti per capire a priori, deduttivamente, quanto questa posizione fosse intrinsecamente truffaldina, dopo la débâcle greca e le brillanti analisi che ne sono state proposte in varie sedi (qui, qui e qui: la mia era stata fatta a gennaio e non l’ho ripetuta) può arrivarci induttivamente,  a posteriori. Dal punto di vista della contraddizione principale che affrontiamo Renzi e la Spinelli sono del tutto equipollenti ed equivalenti. Sì, certo, differiscono per antropologia (e per genere, come oggi si suol dire). Ma il loro discorso politico è comunque di subalternità al progetto fallimentare che ci opprime. Ripeto: scegliere questo megafono per lanciare un messaggio così rilevante può anche essere una scelta acuta, dirompente.

Ma solo se viene fatto in modo deliberatamente provocatorio.

Se questa non fosse l’intenzione, rimarrebbe negli astanti il dubbio che il professore non abbia esattamente colto le regole del gioco. C’è una linea tracciata in mezzo al campo, e quella linea è l’euro: ironia della sorte, esattamente quell’oggetto che nella narrazione degli im...genui avrebbe dovuto cancellare quelle altre linee, gli aborriti confini nazionali, da abolire perché l’Eurogendfor possa venirti a prendere ovunque tu sia, se non ti pieghi al pensiero unico. Chi è da una parte della linea non può essere dall’altra, per il principio aristotelico del terzo escluso (visto che va di moda la Grecia). Semplice, no? Il difficile, per molti, mi pare sia capire da che parte della linea si trovano, prima e più ancora del perché sarebbe opportuno o meno trovarcisi!

Scusiamo il disorientamento, e ci offriamo umilmente come ago magnetico. Chi attira 700000 lettori al mese (che sono pochi, ma buoni) un certo magnetismo può rivendicare di averlo...

I contenuti
Eh, insomma, anche i contenuti... Ci sarebbe quella cosa delle scuse, o quanto meno dell’ammissione esplicita di averla pensata diversamente, corredata da una esauriente e convincente spiegazione di come si è passati da una posizione all’altra, che possa aiutare chi ancora erra a vedere la luce. E questo è il tema fondamentale.

Poi ci sono delle considerazioni accessorie. Io devo, con rispetto e amarezza, mettere all’evidenza del professor Gallino il fatto che certe cose, oggi, non si possono più dire.

Dopo quattro anni di Goofynomics, con tutto quello che ha significato per la coscienza collettiva di chi intuiva quale disastro ci fosse stato regalato dai padri “nobili”, si perde fatalmente credibilità se si dicono cose del tipo “gli economisti hanno sbagliato”! Siamo proprio sicuri che sia così? Quello che oggi la stampa internazionale scopre, i miei lettori lo sanno già da quattro anni: gli economisti non hanno sbagliato. Questa non è una difesa corporativa. Anzi, al contrario! È una chiara messa in stato di accusa di quei complici del progetto eurista, di quei nemici del nostro paese, che hanno tradito i principi primi della propria professione proclamando il pensiero magico (e inducendo così nell’errore anche intellettuali stimabilissimi, ma sprovveduti delle necessarie competenze tecniche, come il professor Gallino). Buttarla però sul qualunquista, accusando una intera professione del fallimento di alcuni suoi esponenti marci dentro, non è progressivo, perché se si rifiuta l’idea che esista un pensiero scientifico l’alternativa qual è? Il pensiero magico, appunto! Esprimersi in termini razzisti su una intera professione senza avere la benché minima idea di quanto essa abbia fatto per mettere in guardia i politici da certe scelte è quindi funzionale al mantenimento di un potere sciamanico al quale oggi occorre che tutti rinunciamo, per fare, tutti noi intellettuali, la scelta che è stata fatta qui: quella di metterci al servizio della nostra comunità educandola a pensare collegando in modo corretto le evidenze fattuali.

Avrei qualcosa da dire anche sui ragionamenti che il professor Gallino svolge circa l’importanza della ricerca e sviluppo (ragionamenti che, se pur non privi di fondamento, risentono un po’ del pensiero magico “offertista” alla base dell’ideologia che il professore ritiene di combattere – ma queste sono sfumature per gli addetti ai lavori), sui motivi del calo degli investimenti, e su altre questioni di dettaglio. Queste sono cose sulle quali, appunto, si può discutere, e in alcuni di questi aspetti (esempio: le conseguenze sociologiche dell’automazione) io mi inchino volentieri alla sua autorità.

Ci sono però delle cose non negoziabili, nella necessaria (ancorché radicalmente inutile, perché fuori tempo massimo) costruzione di un percorso comune. La principale è questa: non si può più dire che un altro euro o un’altra Europa siano possibili. Con chi non riconosca esplicitamente questa impossibilità fattuale non ha senso tentare un cammino comune. L’unica Europa possibile è quella che è esistita prima dell’euro e che esisterà dopo di esso. Quello che i fantocci di un potere totalitario e classista hanno chiamato “Europa” per un trentennio è solo un esperimento particolarmente anomalo e fallimentare di integrazione economica, mal assortito con un aborto di integrazione politica. Di quest’ultima mi pare, a dire il vero, che il professor Gallino percepisca il nonsenso. Un utile ausilio per comprenderla compiutamente lo fornisce l’opera di Giandomenico Majone (ma potrei citare Frey, o Zielonka, o tanti altri...). Credo che vi sarà necessario accostarla ai miei libri, su uno scaffale più alto della libreria (il mio lavoro essendo più “basso”, perché ha voluto essere più vicino agli umili, ai quali emotivamente mi sentivo prossimo e che non ho voluto, a rischio della mia carriera, abbandonare agli sciamani).

Sintesi
Bene. Se vogliamo compendiare questo manualetto ad uso dei pentiti di euro in tre rapide istruzioni, affinché il loro sforzo di maturazione sia fruttuoso, ci sentiamo di dar loro tre suggerimenti:

1) Parlate ora: è già tardi.

2) Scegliete bene dove parlare: esperimenti politici falliti non sono un pulpito autorevole dal quale esprimersi.

3) Parlate chiaro: valutazioni ambigue, o che esulino dal proprio campo professionale, espongono fatalmente a perdita di credibilità.

Tutto molto semplice, che poi è il motivo per il quale ci si domanda come mai si sia dovuto aspettare il luglio 2015 per arrivarci. Vedremo, da domani, se chi è arrivato lo ha fatto con lo spirito giusto. Quando si aspetta molto tempo a fare la cosa giusta, non conta più solo il farla, ma anche e soprattutto il come la si fa. Non è un gioco: è morta tanta gente. L’empatia è come il coraggio, che da essa, del resto, trae alimento: chi non ce l’ha non se la può dare.

Ma fingerla non costa nulla


(...e mmo chi 'o sente a Vladimiro?...)

(...ah, professore, se ha letto fino a qui, la ringrazio per aver rispolverato nel 2015 una nostra proposta che poteva avere un senso quando venne fatta, cioè nel 2013. Per aver aderito a quella proposta venni preso a sputi da tutti quelli per i quali lei è un augusto riferimento. Oggi la propone lei, e questo è il mio risarcimento, ma purtroppo c'è un problema: due anni di ritardi e di ulteriore disinformazione hanno reso la proposta totalmente inefficace non solo sotto il profilo operativo, ma anche, temo, sotto quello politico. Con la Grecia e la Spagna incapsulate dagli utili idioti, l'Italia si troverà a dover gestire da sola un passaggio molto difficile. Certo, l'uscita concordata sarebbe stata la soluzione più razionale, e lo resta tuttora, cosa che personalmente ho sempre affermato e che solo qualche persona particolarmente dura d'orecchi o di comprendonio può aver frainteso. Ma la razionalità tecnica, col caldo, tende a scollarsi dalla logica politica. Quindi tanto vale che ce lo diciamo e che ci prepariamo psicologicamente: chi vuole giocare alla politica, oggi, deve mettere in campo anche l'ipotesi di uscita unilaterale. Altrimenti sta facendo il gioco di Tsipras, cioè oggettivamente quello di Bruxelles. Mi stia bene...)