domenica 15 luglio 2018

Lepensioni e limigranti: narrativa e realtà

(...da Charlie Brown ho ricevuto - ieri - e pubblico oggi con colpevole ritardo alcune ovvietà. Certo, c'è sempre lo scenario Soylent Green. Ma se facciamo finta di essere umani, e razionali, allora le parole di Charlie Brown ci aiutano. Circa il ritardo, come avrete capito, il periodo in cui potevo dedicare a voi una quantità decente di tempo è ormai definitivamente tramontato. Tornerà, certamente, ma ora, in questo momento, le mie giornate passano in un lampo. Il lavoro da fare è inimmaginabile dal di fuori, ed è soprattutto un lavoro di coordinamento, per evitare di essere di ostacolo, o di mettere in difficoltà, altre istituzioni, o altri partiti, o altri colleghi. Gli obiettivi ci sono, e sono condivisi, ma anche quando sembrano - o sono - cose molto pratiche, la loro implementazione è qualcosa di lievemente intricato. Giusto per darvi un esempio: la 6° Commissione ha diversi membri in comune con la 4°, e la maggioranza in Commissione è di un voto, il che significa che a inizio settimana dobbiamo sincronizzare i calendari dei lavori in Commissione, per evitare che, in attesa di ottenere l'ubiquità (in cambio delle auto blu) come privilegio della casta, l'opposizione ci metta sotto laddove si debba votare. Quindi, di domenica ci scambiamo i programmi... anche se dovremmo farlo venerdì... ma non si riesce mai ad arrivare in tempo per mille e uno motivi - per esempio, questo venerdì ho incontrato iMercati, poi sono andato alla presentazione della relazione annuale dell'UIF, poi ho ragionato col segretario di commissione su cosa c'era da fare la prossima settimana - è arrivato anche il decreto di cessione unità navali alla Libia, dobbiamo dare un parere! Purtroppo, come presidente di Commissione non posso bloccare chi mi chiede "che ne pensa?" - poi ho visto una delegazione di bancari, poi ho presentato all'ufficio del personale un futuro membro della mia segreteria tecnica, poi ho visto una persona che si è presentata in due, e che doveva stare mezz'ora ma è stata un'ora e mezza (e ho imparato molte cose), e così mi sono perso la lezione Grilli di Paolo Savona, che era nel palazzo accanto, e poi erano le 19:30. Quindi non sono riuscito a mandare al presidente della 4° il programma della 6° - l'ho fatto ora - anche perché sabato sono stato tutta la mattina a Palazzo Carpegna da solo, riordinando le carte (o almeno provandoci) e scrivendo un paio di memo sugli incontri fatti durante la settimana, poi sono corso da una parte (sarebbe molto divertente raccontare dove, ma prima dovrei essere morto: faremo dei bei mémoires, avendo tempo: oppure basterà rivolgersi a Google), e poi da un'altra parte, e poi ho portato Ro a cena. Oggi volevo studiare, e invece ho messo in ordine gli armadi - per non inciampare nei vestiti e nelle scarpe ogni volta che rientro barcollante a casa. Comunque, oltre al coordinamento fra Presidenti di Commissione del Senato, che è il minimo, c'è anche quello fra Presidenti di Commissione omologhe - 6° Camera e 6° Senato. Ad esempio, per evitare al ministro di venire due volte, abbiamo cercato strenuamente di audirlo con le 6° Commissioni riunite... ma poi alla Camera è arrivato il decreto dignità, e quindi, per evitare di "dar buca" al ministro, d'accordo con Carla Ruocco abbiamo deciso che il Senato procederà con l'audizione in 6°, e la Camera provvederà in un secondo momento. E poi c'è tutto il resto: assegnare i relatori ai provvedimenti, rispettando un minimo di proporzionalità e di alternanza, poi leggerseli, poi calendarizzare gli emendamenti, in accordo con i capigruppo di Commissione, poi valutarne l'ammissibilità, poi verificare la linea politica, in accordo con gli altri economisti del partito, ma anche con il Governo, ecc. Insomma: qui era uno one man show, lì sono una rotella di un ingranaggio. La prima cosa che cerco di spiegare a iMercati è proprio questo, cioè come funziona... Mezza giornata per divertirmi a scrivere non ce l'ho più, e quindi voi non vi divertite più a leggere, ma almeno io mi diverto ad agire. Ma torniamo a Charlie Brown...)




LA STORIA:
La narrativa di un popolo che invecchia e si spegne, ma viene salvato e rinvigorito  praticamente ed idealmente  dal meticciato  è dura a morire.
Limigranti servono - recita la narrazione - per pagare Lepensioni italiane. Ciò  poiché i (maledetti)  vecchi-improduttivi litaliani li dobbiamo in qualche modo "mantenere".

Vecchio italiano =  decadenza e debolezza.
Giovane limigrante =  salute e forza.


LA MORALE DELLA STORIA:
Lepensioni sono l'archetipo della spesa-pubblica-improduttiva: un fardello (al pari, ovviamente, di chi le pretende). La dannazione.
Limigrante è l'archetipo del giovane produttore di surplus: poche pretese, molto vigore. La salvezza.


LA REALTA':
McKinsey & Company è  una multinazionale americana della consulenza strategica.  Fucina di CEO (Google, American Express, Boeing, IBM, Westinghouse Electric, Sears, AT&T, PepsiCo), si stima abbia di 27.000 dipendenti e più di 10 miliardi di dollari di ricavi (fonte: Wikipedia inglese all'omonima voce).
Nel suo studio  "Urban World : The Global Consumers to Watch" (Qui in stampa.   Qui in video ) McKinsey ci dice che:

1) i pensionati ed anziani nelle economie avanzate aumenteranno di 58 milioni da qui al 2030. Gli over 60 rappresenteranno il 60% della crescita dei consumi nei centri urbani dell'Europa occidentale.

2) questo gruppo demografico (anziani e pensionati)  contribuirà per il 40% alla crescita dei consumi per  edilizia, trasporti, e svago negli USA. Ciò senza contare la spesa medica;

3) Nel 2011 in USA gli over 50 hanno acquistato 2/3 delle auto nuove, e gli over 55 hanno contribuito per il 45% alla spesa per il  miglioramento dell'abitazione.

4) insieme al lavoratori attivi americani e cinesi questo gruppo (vecchi ed anziani nei paesi sviluppati) genererà il 50% della crescita di consumi globali urbani da qui al 2030. Questi tre gruppi insieme ridisegneranno il consumismo nei prossimi 15 anni. Ciò poiché  il 75% dell'incremento dei consumi nel mondo deriverà non da nuova popolazione ma da consumatori che spendono di più.

LA MORALE DELLA REALTA':
Vuoi vedere che da noi il nonno  non è una scoria tossica ma invece una preziosa risorsa?  Che sarà largamente lui a "mantenere" noi?

Vuoi vedere che i suoi consumi possono aiutarci moltissimo a uscire dal ventennio di massacro eurista ed a ricostruire una adeguata domanda interna ?

Vuoi vedere che la tasca del nonno è meglio riempirla con pensioni più alte?

Vuoi vedere che il rispetto per i propri Anziani e per il proprio Popolo alla fine paga?




(...chi bazzica da queste parti sa che gli economisti amano i ragionamenti controintuitivi, e sa anche che l'eutanasia dei pensionati, chissà perché, è proposta da quelli, fra gli economisti, che riescono a vedere solo l'offerta, e non la domanda. Ma un mondo di offerta senza domanda è un mondo in cui le aziende chiudono. Una cosa da tenere presente quando il decreto dignità passerà da noi...)

venerdì 13 luglio 2018

La matematica

Sono entrambi numeri dispari. Sono entrambi numeri primi. Sono entrambi numeri difettivi, cioè maggiori della somma dei rispettivi divisori propri (e fino a qui...). Sono entrambi numeri primi di Eisenstein (non questo Eisenstein: questo Eisenstein), ma questa non ve la posso spiegare perché ho una certa allergia agli anelli (niente di personale). Sono entrambi primi permutabili l'uno nell'altro. Sono entrambi numeri omirp (Wikipedia è un'autentica libidine), che, se ci fate caso, è "primo" scritto al contrario (un po' come Etarcos, filosofo familiare ai lettori di questo blog), e il motivo lo scoprirete presto. Sono entrambi numeri interi privi di quadrati.

Con tante cose che li accomunano, i due numeri di cui qui si tratta hanno anche tante cose che li separano. Per esempio, uno è un primo troncabile a sinistra, e l'altro troncabile a destra. Uno è palindromo nel sistema binario, e l'altro nel sistema settale (a base sette). Uno è un numero di Leyland, e l'altro no (cos'è un numero di Leyland? Questa cosa bellissima qui). Uno è un numero di Perrin, e l'altro no. Uno è il numero atomico del cloro, e l'altro del lutezio. Uno è il numero NGC di una galassia spirale nella costellazione della Balena, e l'altro di una galassia lenticolare nella costellazione di Andromeda.

Ma, soprattutto, col 71 (nel senso di 71%) fai quello che vuoi, e col 17 (nel senso di 17%) fai quello che puoi.

Chiaro?


(...ho esposto in modo meno elaborato questo concetto ai mercati, e hanno mostrato di intenderlo. Intendami chi può, ch'i m'intend'io...)

giovedì 12 luglio 2018

Il cerimoniale

Villeroy prit son temps de l'issue de l'affaire des bâtards et de cette prétendue noblesse, dont on avait su faire peur au régent, pour lui représenter la triste situation de Tallard et profiter du malaise qui troublait encore ce prince. Le moment fut favorable; il crut s'acquérir Villeroy et les Rohan en traitant bien Tallard. Il imagina que, tenant tous aux bâtards, et par conséquent à cette prétendue noblesse, le bon traitement fait à Tallard plairait au public et lui ramènerait bien des gens. Les affaires, importantes avaient déjà pris le chemin unique de son cabinet, et n'étaient presque plus portées au conseil de régence que toutes délibérées, et seulement pour la forme. Ainsi, le régent crut paraître faire beaucoup et donner peu en effet, en y faisant entrer Tallard, qui de honte, de dépit et d'embarras, ne se présentait que des moments fort rares au Palais-Royal. La parole fut donc donnée au maréchal de Villeroy, avec permission de le dire à Tallard sous le secret, qui, dès le lendemain, se présenta devant M. le duc d'Orléans. Il avait voulu se réserver de lui déclarer et de fixer le jour de son entrée au conseil de régence. Un peu après qu'il fut là en présence, parmi les courtisans, le régent lui dit qu'il le mettait dans le conseil de régence, et d'y venir prendre place le surlendemain.

Dès que je le sus, je sentis la difficulté qui se devait présenter sur la préséance entre lui et le maréchal d'Estrées qui y venait rapporter les affaires de marine, et qui d'ailleurs y entrait avec les autres chefs et présidents des conseils quand on les y appelait pour des affaires importantes. J'aimais bien mieux Estrées que Tallard, et pour l'estime nulle sorte de comparaison à en faire en rien. Le public même n'en faisait aucune, et tout était de ce côté-là à l'avantage du maréchal d'Estrées, mais j'aimais mieux que lui l'ordre et la règle, et sans intérêt (car je n'y en pouvais avoir aucun entre eux), l'intégrité des dignités de l'État. Tous deux étaient maréchaux de France, et dans cet office de la couronne Estrées était l'ancien de beaucoup; mais il n'était point duc et Tallard l'était vérifié au parlement; il est vrai qu'Estrées était grand d'Espagne, beaucoup plus anciennement que Tallard n'était duc, et que, comme aux cérémonies de la cour les grands d'Espagne, comme je l'ai expliqué ailleurs, coupaient les ducs, suivant l'ancienneté des uns à l'égard des autres, Estrées précédait Tallard aux cérémonies de l'ordre et en toutes celles de la cour. Mais, dès la première fois que le conseil de régence s'était assemblé, il avait été réglé, comme je l'ai rapporté en son lieu, que le maréchal de Villars précéderait le maréchal d'Harcourt, celui-ci duc vérifié beaucoup plus ancien que l'autre, mais Villars plus ancien pair qu'Harcourt, parce que les séances du conseil de régence se devaient régler sur celles qui s'observent au parlement, et aux états généraux et aux autres cérémonies d'État où la pairie l'emporte. Il en résultait qu'entre deux hommes qui n'étaient pas pairs, mais dont l'office de la couronne qu'ils avaient tous deux se trouvait effacé par une autre dignité, c'était cette dignité qui devait régler leur rang. Ils en avaient chacun une égale, mais différente: l'une était étrangère, l'autre de l'État. Cette dignité étrangère roulait à la vérité par ancienneté avec la première de l'État dans les cérémonies de la cour; mais comme telle, elle ne pouvait être admise dans une séance qui se réglait pour le rang par la pairie, parce qu'il s'y agissait de matières d'État où elle ne pouvait avoir aucune part; au lieu que la dignité de duc vérifié en étant une réelle et effective de l'État, avait, comme telle, plein caractère pour être admise aux affaires de l'État, et ne l'y pouvait être que dans le rang qui lui appartenait, d'où il résultait qu'encore que le maréchal d'Estrées eût dans les cérémonies de la cour la préséance sur le maréchal de Tallard, celui-ci la devait avoir sur l'autre dans les cérémonies de l'État, et singulièrement au conseil de régence établi pour suppléer en tout à l'âge du roi pour le gouvernement de l'État.

Je ne pus avertir Tallard qu'aux Tuileries, un peu avant le conseil. Sa joie extrême allait jusqu'à l'indécence, et ne lui en avait pas laissé la réflexion; il en dit un mot au maréchal d'Estrées qui devait rapporter ses affaires de marine, et tous deux en parlèrent à M. le duc d'Orléans, quand il arriva un moment après, qui leur dit que le conseil les jugerait sur-le-champ. On se mit en place; les deux maréchaux se tinrent debout derrière la place où j'étais. Estrées parla le premier; Tallard, étourdi du bateau, s'embarrassa. Je sentis qu'il se tirerait mal d'affaire, je l'interrompis, et dis à M. le duc d'Orléans que, s'il avait agréable de prier MM. les deux maréchaux de sortir pour un moment, je m'offrais d'expliquer la question en deux mots, et qu'on y opinerait plus librement en leur absence qu'en leur présence. Au lieu de me répondre, il s'adressa aux deux maréchaux, et leur dit qu'en effet il serait mieux qu'ils voulussent bien sortir, et qu'il les ferait rappeler sitôt que le jugement serait décidé. Ils firent la révérence sans rien dire, et sortirent.

J'expliquai aussitôt après la question en la manière que je viens de la rapporter, quoique avec un peu plus d'étendue, mais de fort peu. Je conclus en faveur de Tallard, et tous les avis furent conformes au mien. La Vrillière écrivit sur-le-champ la décision sur le registre du conseil; puis alla, par ordre du régent, appeler les deux maréchaux, à qui La Vrillière ne dit rien de leur jugement. Ils se tinrent debout au même lieu où ils s'étaient mis d'abord; nous nous rassîmes en même temps que M. le duc d'Orléans, qui à l'instant prononça l'arrêt que le maréchal d'Estrées prit de fort bonne grâce et très honnêtement, et Tallard fort modestement. Le régent leur dit de prendre place, se leva, et nous tous, et nous rassîmes aussitôt. Tallard, par son rang, échut vis-à-vis de moi, quelques places au-dessous.

L'excès de la joie, le sérieux du spectacle, l'inquiétude d'une dispute imprévue, firent sur lui une étrange impression. Vers le milieu du conseil, je le vis pâlir, rougir, frétiller doucement sur son siège, ses yeux qui s'égaraient, un homme en un mot fort embarrassé de sa personne. Quoique sans aucun commerce avec lui que celui qu'on a avec tout le monde, la pitié m'en prit; je dis à M. le duc d'Orléans que je croyais que M. de Tallard se trouvait mal. Aussitôt il lui dit de sortir, et de revenir quand il voudrait. Il ne se fit pas prier, et s'en alla très vite. Il rentra un quart d'heure après. En sortant du conseil, il me dit que je lui avais sauvé la vie; qu'il avait indiscrètement pris de la rhubarbe le matin, qu'il venait de mettre comble la chaise percée du maréchal de Villeroy, qu'il ne savait ce qu'il serait devenu sans moi, ni ce qui lui serait arrivé, parce qu'il n'aurait jamais osé demander la permission de sortir. Je ris de bon coeur de son aventure, mais je ne pris pas le change de sa rhubarbe; il était trop transporté de joie pour avoir oublié le conseil, et trop avisé pour avoir pris ce jour-là de quoi se purger.



(...è un'arte complicata, ma riserva delle soddisfazioni, come dire... prorompenti!...)

(...a Versailles mi sarei divertito molto, ma forse sarei stato meno utile...)

(...uno solo di voi sa perché oggi vi infliggo questo: è passato a trovarmi oggi. E voi, quando passate?...)

(...notazione sconsolata: tre secoli fa riuscivano, con una certa scioltezza, a risolvere casi molto più complessi di quelli sui quali oggi si inciampa con incredibile leggerezza. La fiducia dei mercati è importante, ma anche quella degli uomini non la trascurerei, e la mia, in particolare, si basa su un principio vecchio come il mondo, che i romani esprimono così: "come me sòni, te canto!" Io non scelgo mai la musica, e, soprattutto, non la impongo. Questo però non vuol dire che non abbia un orecchio delicato...)

mercoledì 4 luglio 2018

I mercati

Lo so che per molti di voi sono speculatoribbrutti, banksters, squali della finanza, ecc., però io con i mercati mi ci trovo bene, e se anche non fosse così, mi ci dovrei trovare bene per forza, dato il lavoro che faccio. Li incontro spesso, perché loro sono molto curiosi di capire chi siano questi barbari populisti, le lance spezzate del fearless Salvini (cit.). Allora io li accolgo con un bel sorriso, e gli faccio un bel discorsetto in tre parti: perché sono qui, cosa faccio qui, e cosa vogliamo fare.

La prima parte è semplice. Sono qui perché ho detto nel 2011 quello che solo nel 2015 sarebbe stato ammesso dai colleghi pavidi e conformisti, nonostante nel 2011 la Bce lo avesse chiarito un mese prima di me (!). Siccome mi so esprimere e ho un minimo curriculum, e siccome Salvini non usa la testa per separare le orecchie, e usa le orecchie per ascoltare chi parla, sono finito qui, da dove vi sto scrivendo (scaldando la poltrona).

La seconda parte è più complicata. Spesso ho l'idea che i miei amici mercati si trovino un po' a disagio coi classici: l'idea che io sia (per scelta, prima vostra e poi mia) un parlamentare e non un membro dell'esecutivo sembra stupirli, pare non ne afferrino (ma io gliele spiego con un sorriso) le ovvie implicazioni, come ad esempio il fatto che io non posso emettere decreti, sembrano ignari (nonostante io dai miei libri abbia appreso che essi sono onniscienti) del fatto che io sono l'ultimo arrivato nel mio partito, e sono all'oscuro (ma anch'io lo sono, per ora!) di cosa esattamente faccia un presidente di commissione (decide insieme all'ufficio di presidenza l'ordine dei lavori, valuta l'ammissibilità degli emendamenti, nomina i relatori per i singoli provvedimenti, ecc.). Diciamo che do il ritmo, cercando di far esprimere e di ascoltare tutti, con l'aiuto di una struttura di grande livello (cui si aggiungerà presto una segreteria tecnica che sto insediando). Per fortuna sono amico di tutti (con alcune eccezioni, altrimenti sarebbe preoccupante), e comunque sono qui per costruire, non per distruggere, e so stare al posto mio.

Sul cosa vogliamo fare, bè, non mi soffermo: lo state vedendo. Chi è qui da un po' ha gli strumenti per valutarlo. Andiamo avanti.

Una delle ultime volte che li ho incontrati, dopo una serie di domande che vertevano su quello che sembra essere il loro assillo principale, senz'altro comprensibile nella loro ottica (dove trovate i soldi?), mi sono permesso di fare questa osservazione: "Amici, abbiamo due problemi: il primo è che le agenzie di rating non credono a noi, e il secondo è che voi credete alle agenzie di rating!"

Risate, e immediato disclaimer: "No, guardi, veramente noi non ci crediamo! Gridano 'al fuoco!' quando l'incendio è ormai spento, siamo anche stanchi di dar loro retta. Il problema è che ci crede la Bce".

Ci siamo così fatti insieme due amare risate sullo strano mondo in cui viviamo: un mondo nel quale un ente che ha la responsabilità principale di assicurare la funzionalità del sistema dei pagamenti, cioè di svolgere quello che in fondo resta un servizio pubblico, viene condizionato nella sua politica monetaria dalle valutazioni di società private cui altre società private, incaricate del più importante compito di gestire il risparmio, non credono ormai più.

Che strano gioco delle parti...

Ma i mercati, credetemi, non sono cattivi. In fondo, anche loro preferirebbero vivere in un mondo meno irrazionale. Possono fallire, e se non fallissero io non sarei mai diventato professore di politica economica prima, e senatore poi, ma il loro interesse, per quanto ad alcuni possa sembrare strano, spesso coincide con quello dei cittadini, che poi sono, quando guadagnano abbastanza, anche risparmiatori (e hanno quindi a loro volta interesse che chi si prende i loro soldi cerchi di capire se potrà restituirli). Non è più complicato di così, anche se le cose semplici, come sa chiunque abbia provato a suonare questo, sono spesso le più difficili.

E ora, al lavoro (ci sarebbero un paio di decreti da convertire in legge...).


(...risparmio commenti sulla corte dei miracoli che si sta sfilacciando: fanno i fenomeni, e poi ignorano i più elementari fatti stilizzati della storia economica recente. Cose che riconciliano con la bibliometria: il loro h-index, quando non è nullo, è comunque inferiore a quello di chi vi scrive, e un motivo ci sarà: evidentemente, le agenzie di rating accademico sono meno influenzabili di quelle di rating finanziario, o almeno si basano su fatti documentabili, come le pubblicazioni, che o ci sono, o, come nel caso dei nani e delle ballerine da talk show, non ci sono!...)

domenica 1 luglio 2018

Che cos'è Salvini (e Goofynomics)

Di ritorno da Pontida, seduti in Freccia Rossa, Claudio mi dice: "Ma hai visto questo post di Lorenzo Marchetti?" E io: "Chi? Il mio lettore?" E lui: "Sì, è lui: dovresti leggerlo perché dice delle cose giuste...".

Obbedisco (a Claudio si obbedisce), e in effetti trovo che l'analisi di Lorenzo sia per molti versi condivisibile. Ovviamente non lo è quando si avventura nelle solite minchiate da epistemologo della domenica (tipo: "io ho capito cos'è l'economia", "l'economia non è una scienza", e similari). Resta pur sempre austri-ano.

Tuttavia, il fatto che Salvini sia, come lui dice, semplicemente un uomo coraggioso che ha studiato, corrisponde a quello che io ho visto e vedo coi miei occhi. La sconfitta della sinistra, in altri termini, è una sconfitta in primo luogo culturale (ignoranza) e in secondo luogo etica (pavidità). In quanto tale è una sconfitta profonda, secolare, come del resto era emerso dal lavoro fatto qui lungo tanti anni. Ma questo lo sapete e lo avete tante volte constatato anche voi, qui, o nelle vostre esperienze quotidiane, comprese quelle che avete voluto condividere con me. E, aggiungo, il post di Lorenzo, che certamente non è assimilabile a un pensiero progressista (gli austri-ani, per capirci, sono quelli secondo cui la moneta trae il proprio valore dalla scarsità: vorrebbero cioè che la gestione dei biglietti di banca mimasse quella del metallo prezioso, la cui disponibilità, come sapete, è limitata dall'esplosione delle supernovae - le altre stelle nascono come idrogeno e muoiono come carbone - con l'unico risultato di riuscire a produrre a intervalli regolari delle simpatiche esplosioni di supernovae finanziarie - la prossima è dietro l'angolo), il post di Lorenzo, dicevo, è in qualche modo una conferma di una diversa tempra etica che caratterizza il pensiero conservatore. La sinistra, così come sta emergendo nel dibattito mediatico, è il regno dello gnè gnè gnè, del rancore meschino, o della demagogica, deamicisiana mozione degli affetti (da "Franti, tu uccidi tua madre!" a "Salvini, vuoi morti i bambini!" il passo è breve, anzi: nullo. La stessa moralità scipita, un tanto al mazzo, in funzione di strumento di controllo sociale, cui da sempre ci hanno abituato gli utili idioti della finanza).

Lorenzo, invece, nonostante abbiamo litigato aspramente, a causa del profondo dissidio ideologico e metodologico che ci separa, non porta rancore e mi riconosce il ruolo che ho avuto nel contribuire anche alla sua, di crescita intellettuale, oltre che a quella di persone più rilevanti di me, e di lui.

Credo che sia anche perché, in fondo, lui, come altri (tutti e soli quelli il cui spessore etico permetteva loro di arrivarci), hanno capito che il mio modo personale di affrontare il dibattito con voi, quando il tempo mi permetteva di farlo, oltre a essere un ovvio segno di disponibilità (il tempo dedicato a voi era sottratto ad altro), era anche un segno di rispetto, e in qualche modo di affetto. Ho litigato molto con Lorenzo, e sicuramente ci litigherò di nuovo, ma litigo con voi come si litiga con le persone cui si vuole bene. E questo, se non lo aveste capito, non sareste qui. Questo è goofynomics.


(...p.s.: e comunque, l'astrofisica non è una scienza...)

(...l'etica invece sì. Ha delle regole inflessibili, e la prima è che il coraggio fa paura. Dimostrazione qui. E quando queste parole sono state dette, io c'ero, anche se un po' in disparte, lontano dal palco, a perculare una serie di bloccati...)

sabato 30 giugno 2018

Le infinite


(...towards Pontida...)


Sempre odioso mi fu quel roco “urge”,
E quella fretta, che da tanta parte
Del politico agire ognuno esclude.
Ma vivendo e studiando, interminati
Spazi di là da quello, e sovrumani
Obiettivi, e infinito potere
Io nell’agir constato; ove per poco
Il cor non si spaura. E come l’urge
Odo gracchiar tra le mie email, io quello
Infinito potere a questo urge
Vo comparando: e mi sovvien l'eterno,
E le morte stagioni, e la presente
E viva, e l’urger suo. Così tra questa
Urgenza non s'annega l’agir mio:
E naufragar vi lascio in questo urge.


(...le infinite email, con il corredo di infinite rotture di coglioni... Urge, urge, urge! Qualche giorno fa parlavo con Giorgetti: "Non voglio nemmeno immaginare cosa possa essere il tuo telefonino...". Il mio, quando i gazzettieri presunsero che io volessi diventare sottosegretario, rischiò di fondersi - apprezzate il genio: se volessi qualcosa, per prima cosa lo farei sapere a loro, no? Ragazzi, non so come dirvelo: ci avete votato, giusto? E avete fatto bene, ma era scontato: peggio del PD non potremmo fare nemmeno volendolo, anche perché ne mancano i presupposti: tutto quello che poteva essere distrutto da comportamenti incauti o rapaci è già stato distrutto, con pochissime eccezioni sulle quali stiamo già lavorando. Quindi fidatevi, e lasciate che alle priorità ci pensiamo noi. Sono nel dibattito da sette anni, e sono sette anni che ogni sette giorni qualcuno arriva e mi parla di qualcosa che secondo lui è un punto di non ritorno, anzi:

IL PUNTO DI NON RITORNO

le colonne d'Ercole della politica, oltre le quali - urge! urge! urge! - qualsiasi spazio di ragionevole azione politica sarebbe irrimediabilmente precluso, e si aprirebbero scenari distopici, orwelliani, dai quale urge (urge! urge! urge! urge!) preservarsi, facendo esattamente la cosa tale o tal'altra, la cui urgenza urge capire: è questione di vita o di morte. I volenterosi carnefici dell'urge (carnefici delle mie gonadi, si intende) non sono minimamente sfiorati dalla constatazione di un singolare isomorfismo: quello fra il loro "urge" antisistema e il simmetrico "fate presto" di sistema. Uno si sfianca a far capire che forse per combattere efficacemente l'avversario bisogna sovvertirne le categorie, e quindi il lessico ed il metodo, e gnente: intorno è tutto un "urge stampare moneta", o qualsiasi altra urgenza urga all'urgitore di torno. Poi dice che uno non ce la fa più! Ma io ce la faccio ancora, perché dentro di me, oltre alla parodia, porto l'originale. Noi vinceremo, perché Deus vult, perché siamo qui, perché la globalizzazione e, soprattutto, i suoi utili idioti di sinistra, hanno tirato troppo la corda, perché viviamo ora una reazione che è comparabile per intensità, e sarà comparabile per durata, a quella che due secoli fa fu provocata dal cosmopolitismo borghese dei philosophes. Quindi: calma! Non urge. Credetemi. Niente trionfalismi - non abbiamo ancora vinto - ma anche niente ansie: non possiamo perdere. Sarebbe utile distinguere fra battaglia e guerra, fra tattica e strategia. Ma fra le tante cose che non urgono, non urge nemmeno questo. Chi è qui e mi ha conosciuto sa cosa pensare. A chi arriva ora non ho molto da dire: ogni percorso inizia dal primo passo, non dall'ultimo, e capisco che sia complesso a chi arrivi da fuori capire cosa succede qui. Ma, appunto, nell'immensa vastità del non urge, non urge nemmeno capire questo. Semplicemente, succede, e continuerà a succedere...)

domenica 24 giugno 2018

"Aizzare le folle"

Qualche giorno fa Ugo Panizza, prestigioso docente di economia i cui studi sul debito privato, molto interessanti, hanno avuto ampia risonanza in questo blog, si è avventurato su Twitter a sostegno delle opinioni espresse da un certo Burioni (medico) in ordine alla sostenibilità del debito pubblico italiano (argomento che ci sta moltissimo a cuore, subito dopo la salute, naturalmente, anche se forse non affideremmo né la prima né la seconda a certi dottori...). In questa discussione, originata da un'affermazione azzardata dell'ex ministro Calenda, Panizza confondeva il concetto di stato "senza" l'euro con quello di stato "che esce" dall'euro. Insomma, per capirci, Panizza confondeva qualcosa di analogo al Giappone con qualcosa di simile, ipoteticamente, alla Grecia di qualche anno fa (che è poi una fissazione comune a buona parte degli economisti cosiddetti mainstream, come ricorderete). Così facendo, Panizza negava quella che è un'evidenza ampiamente riconosciuta dallo stesso mainstream, ovvero il banale dato di fatto che l'adesione alla moneta unica comporta, per tutti i paesi coinvolti, la perdita di controllo della moneta in cui è definito il debito cosiddetto sovrano (che poi sarebbe quello pubblico). Questo dettaglio, inutile nasconderlo, qualche difficoltà la crea (in questo blog vi ho citato spesso questo studio di De Grauwe, che spiega benissimo in cosa consista la difficoltà: e stiamo parlando di un consigliere di Barroso, non di un pericoloso "antieuro")! Il fatto che Panizza non fosse consapevole di certe difficoltà, o le rimuovesse psicanaliticamente, è irrilevante: per fortuna noi, che ne siamo consapevoli, e non lui, che ne è inconsapevole, siamo stati chiamati a gestirle, queste difficoltà. Sarebbe veramente pericoloso se alla guida del paese ci fossero persone che confondono la nostra situazione con quella di stati dotati di sovranità monetaria. Sono situazioni ben diverse, ed è essenziale esserne coscienti per agire in modo responsabile, come stiamo facendo (vale il discorso tenuto in Senato dal Ministro Tria).

Colpito da questa infelice posizione, presa per difenderne ultra vires una ancora meno felice, intervenivo rimproverando a Panizza la scarsa limpidezza della sua affermazione, veramente deludente (la discussione è qui). Chiudeva la discussione un mio lettore, Alessandro Greco, mostrando a Panizza queste sue parole:


tratte da una delle tante pubblicazioni prestigiose dello stesso Panizza (questa), con le quali il Panizza studioso smentiva il Panizza polemista: il primo infatti ammetteva quello che il secondo negava, ovvero che essere "dentro" l'euro comporta difficoltà aggiuntive nella gestione del debito (ed espongono, in particolare, al pericolo di crisi self-fulfilling, ovvero al fatto che il paese si trovi in crisi perché ci si aspetta che esso vada in crisi). Difficoltà cui devono, ovviamente, corrispondere maggiori assunzioni di responsabilità da parte di tutti: non solo di chi governa, ma anche di chi informa sulle condizioni economiche del paese, e anche, perché no, dai colleghi che intervengono nel dibattito.

Nel corso di questa discussione il Panizza faceva un'altra affermazione discutibile, anzi: diffamatoria. Questa:

Dopo un pianterello di autocommiserazione sul fatto che i "privilegi" della politica mi permetterebbero di insultare impunemente gli avversari (cosa che non avevo fatto, limitandomi a manifestare una certa delusione per il fatto che anche Panizza, come tanti altri colleghi, dicesse nel dibattito pubblico una cosa, e nelle segrete stanze della letteratura scientifica - inaccessibile ai più, compresi i colleghi scienziati di discipline non affini - un'altra), Panizza mi accusava di aver teorizzato l'uso degli insulti come strumento per aizzare le folle (non si sa a quale scopo, forse per riscuotere consenso politico).

Un'accusa violentemente e, come vedrete, bassamente diffamatoria, nel merito (perché quelle parole non sono mai state dette) e nel metodo (perché la riservatezza della corrispondenza mi risulta essere, fino a prova del contrario, un diritto costituzionalmente garantito, tant'è che quando pubblico vostre lettere vi chiedo sempre il permesso, e le rendo comunque anonime).

Dato che non mi ricordavo di aver mai espresso un concetto simile, perché non mi interessa né insultare né aizzare (né mi interessava farlo quando avevo più tempo libero!), gli chiedevo di mandarmi l'email, se l'aveva ancora. Avendola ricevuta, la condivido con voi, chiarendo il contesto, che ha una sua importanza. Il 21 maggio del 2014 Panizza mi aveva inviato, per un mio commento, un suo lavoro sul debito pubblico italiano, avvertendomi che probabilmente non sarei stato d'accordo, ma ci teneva ad avere un mio parere. Rispondevo il giorno stesso chiedendogli il permesso di farlo circolare fra altri colleghi (La Malfa, Gawronski, ecc.), perché questo vuole la cortesia accademica (vuole che si chieda il permesso), e offrendogli di pubblicare il suo contributo su a/simmetrie, per renderlo accessibile al dibattito italiano, dato che personalmente mi sembrava corretto dare voce a tutte le posizioni. La risposta fu che Panizza preferiva di no, perché a/simmetrie era associata a un certo lato del dibattito sull'euro, col quale Panizza preferiva non essere a sua volta associato (scelta comprensibile).

E qui viene la mia lettera, che nella mia qualità di autore e di persona offesa pubblico per le vostre valutazioni, dopo aver rimosso i nomi di persone che ritengo non debbano essere citati in questo contesto che oscilla pericolosamente fra il puerile e il penale:

Il 21/05/2014 12:09, Alberto Bagnai ha scritto:
Come desideri. In realtà in a/simmetrie abbiamo Xywsxhj che credo la pensi esattamente come te. Il mio scopo è quello di creare occasioni di dialogo, però mi rendo conto che siccome per dare voce a una parte conculcata da 30 anni di informazione one way ho dovuto usare mezzi non sempre ortodossi, qualcuno possa nutrire perplessità. Non lo ho fatto, però, nel contesto di asimmetrie, ai cui eventi ho invitato personaggi assolutamento ortodossi come YwtHsfgd o Khywghwq.

Allora continuiamo così: lavoce.info non pubblicherà me, e io non pubblicherò te!

A lavoce.info questo non ha portato molto bene (stesa in termini di letture), ma questo non c'entra. Però se hai una versione postata da qualche parte alla quale posso comunque dare più visibilità, fammelo sapere.

A presto.

A.

Nota bene: la mia lettera, molto esplicitamente, si riferiva, come tutti possono capire, al fatto che per portare nel dibattito argomenti che né le riviste scientifiche, né i media tradizionali desideravano discutere, mi ero dovuto servire di mezzi non ortodossi ai fini della divulgazione scientifica, come i social, e di forme non molto ortodosse ai fini della divulgazione tout court, come la novella (ad esempio, Il romanzo di centro e di periferia, o la triste storia del re di Ruritania). Punto. Nessun accenno al fatto di insultare chicchessia né di aizzare chicchessia a qualsiasi fine.

Quindi quella di Panizza tecnicamente è diffamazione.

Questa storia, di per sé infima, mi riempie di tristezza. Una volta avrei lasciato perdere. Ma ora, purtroppo, non sono più da solo, sono in una squadra, e non posso accettare che il nome della squadra venga infangato da chi accusa un suo elemento di teorizzare l'insulto come forma di strategia politica. Queste accuse non hanno fondamento se non in una lettura faziosa, al limite dell'allucinato, di quanto da me scritto. Non avrei mai immaginato che colleghi stimabili si riducessero così, e tuttora non capisco come, né perché, né a quale scopo. Solo La messa per la città di Arras, secondo me, offre una chiave di lettura valida di questa degenerazione tanto abominevole quanto sconcertante, che è senz'altro il frutto più amaro di decenni di scelte radicalmente sbagliate - come sa meglio di me chi quelle scelte le difende ancora oggi contro ogni ragionevole evidenza, e per questa ottusa ostinazione è stato rasato via dal panorama della politica italiana.

Sed de hoc satis.

martedì 19 giugno 2018

A Dragan

Questa sera ero a cena con un amico che mi somiglia molto: perfezionista, narcisista, populista, ma ha anche dei difetti. Mi trovava ringiovanito, come mi hanno trovato ringiovanito iMercati, che sono venuti a trovarmi a Palazzo Madama (di passaggio da New York verso Milano), e spiegavo, al mio amico (ma anche a iMercati) che sì, può darsi che sembri rasserenato, perché ora dormo. "E perché non dormivi?" Perché, come vi ho detto tante e tante volte, non era bello andare in giro a spiegare a sale piene di gente che sì, eravamo in trappola, una trappola che peraltro era nota a tutti, inclusi quelli che ce ne avevano aperta la porta, come qui sapete. Arrivava sempre la domanda: che fare? E questa domanda la portavo a casa con me, e lavorava dentro di me, bruciava dentro di me: crollavo esausto, ma poi, se alle tre o alle quattro qualcosa mi svegliava, non riuscivo a riaddormentarmi, e non c'era chimica che potesse restituirmi all'oblio. Che fare? Ora una risposta ce l'ho: votate Lega! Resta, naturalmente, il compito di dimostrarvi la risposta era giusta: un compito formidabile, ma sempre meno del compito di trovarla, questa risposta, cioè di elaborare il lutto della sinistra. Perché, spiegavo al mio amico (non a iMercati, che giustamente se ne battono...), prima di archiviare il caso dovevo essere convinto che la colpa del mio fallimento nel coinvolgere persone come la compagna De Petris (che oggi è venuta a dirmi che avrei dovuto firmare la loro, di mozione: e se non è successo, un motivo ci sarà...), la colpa non fosse solo mia. Io avevo sbagliato, ho sbagliato, sbaglio, sbaglierò, ma la morte termica della sinistra, quella, ecco, quella non dovevo prenderla sulle mie spalle: il mio carattere di merda, certo, un po' nel mio fallimento c'entrava, ma c'entravano molto, molto di più quelle tendenze oggettive che Michéa descrive tanto bene, e che rendono oggi il conservatorismo l'unica soluzione sensata ed eticamente fondata per chi voglia "agire" uno spazio politico (come dicono, appunto, quelli "de sinistra", specializzati nel dire tutto senza dire niente). E allora il mio amico mi chiedeva: "Ma ora, riesci a fare tutto quello che facevi prima? Roberta come sta?" Come prima: non mi vedeva prima, non mi vede ora. No, tutto non riesco a farlo. Ho quasi smesso di suonare, e del resto se finora non ho smesso è solo perché, divina institutione formatus, mi legavo le mani con i concerti e i dischi. Così, sotto stress, per non far fare figuracce, e soprattutto per non farle fare alla squadra, una volta preso il precommittment mi toccava fare mio malgrado, controvoglia, di malavoglia, musica. Quella musica che, come diceva un mio amico (quello che suona il violoncello qui: presto faremo l'analisi - che non è Lanalisi - di questo pezzo, ma la vostra beatitudine mi costringera a prenderla larga, anzi: larghissima...), quella musica, disait-il, che i dilettanti fanno per il piacere di far musica, che poi è quello di far musica male (aggiungeva lui beffardo): perché l'intuizione estetica è una forma di feticismo: puoi raggiungere il piacere solo a certe, ben precise condizioni, il cui raggiungimento, o la cui concomitanza, di per sé costa una certa sofferenza, o quantomeno una discreta fatica! E aveva ragione... "Ma perché sei così perfezionista? Perché siamo perfezionisti?" chiedeva il mio amico (che ha anche dei difetti: manager di enorme e meritato successo, padre orgoglione, ecc.). Ma, credo che sia una forma di insicurezza: evidentemente ho bisogno dell'approvazione degli altri (che, com'è noto, faccio di tutto per sollecitare). "Sì, è così anche per me: dipende, credo, dal rapporto con mio padre. Ma tu come eri da bambino?"


E qui mi è venuto in mente Dragan.

Perché solo lui, credo, con la sua formidabile memoria e la sua sterminata cultura letteraria, potrà essersi imbattuto, e potrà ricordarmi, in quale novella francese ho letto una frase che ricordo con precisione. La novella (non credo fosse Maupassant) raccontava di una canaglia, un tipo losco, che viveva di espedienti, egoista, passabilmente sordido, cui a un certo punto, perché la vita è fatta così, muore la madre. E lui, come ogni canaglia, si impietosisce verso se stesso, e si dice un cosa del tipo: "Non c'è più l'unica persona che si ricorda di come ero da bambino". Che è, se ci fate caso, molto più il lutto dell'innocenza perduta, che della madre perduta (della quale mi par di ricordare che il tipo in questione si servisse come di un bancomat, un po' come fa er Palla con me: e anche questo è umano...).

Due giorni fa è morta, e domani verrà sepolta, l'ultima persona che si ricorda come ero da bambino: la più cara amica di mia madre, che considerava come una sorella, e che io consideravo una zia, la Zanna (zia Anna). Schiacciata da un veicolo in manovra. Io sono convocato domani alle 9 al gruppo: elezione del nuovo capogruppo, definizione delle commissioni, ecc., e non credo che riuscirò ad essere nelle Marche per assistere al funerale. A mia madre non lo dirò, perché non credo che lo capirebbe: non penso che si ricordi di come ero da bambino, perché non si ricorda nemmeno chi sono. Quindi, a lei, sarebbe del tutto inutile far vedere questo breve spezzone:


Del resto, le ultime due frasi che ricordo di lei sono che Napolitano "è tanto una brava persona" e che Tito Boeri "è un bell'uomo". Due affermazioni che, pur essendo incontestabili, lasciavano non so come presagire una certa perdita di lucidità...

La Zanna, invece, se lo sarebbe goduto, come nonna Rosina si sarebbe goduta Uga, se avesse potuto vederla. Ma non hanno fatto in tempo.

La vita è fatta così.

Ieri ho rischiato di perdere un amico perché a un camion in corsia di sorpasso è esploso uno pneumatico, causando la perdita di un estintore che, per fortuna, si è incastrato nel parafango dell'auto che seguiva (anziché sfondarne il parabrezza).

Siamo fragili, tanto fragili, così fragili che spesso viene da chiedersi se sia giusto che un'esistenza così breve e tribolata sia piagata anche dalle zanzare e dai piddini. Ma a questa domanda puoi rispondere solo Tu, qui facis mirabilia.

Faremo in tempo?

Credo sia meglio entrare nell'ordine di idee che non è così importante.

L'importante è dormire la notte.

Quindi: buona notte.








(...vi dico solo questo: Mario Monti mi ha fatto i complimenti. Ed era sincero. Dove ho sbagliato?...)

(...Dragan, se tu o qualcun altro mi ritrovate quel pezzo, cercate di farmelo avere: fra le tante cose che ho smesso di fare, c'è anche il leggere cose belle: leggo solo lammerda che scrivono i miei colleghi, con il consueto ritardo di fase...)

sabato 16 giugno 2018

Una domanda retorica


Vi aspetto, anche se la risposta non è molto interessante, come non lo è, in termini scientifici, tutto il dibattito che ha fatto di noi, qui, la comunità politicamente e culturalmente più rappresentativa del secondo Risorgimento.




(...soffro molto nel non potervi dedicare più tempo, ma voi ne intuite benissimo i motivi. Ci sono no eclatanti da dire, e ci sono anche dei no meno risonanti, ma non meno importanti da dire. Le strutture si stanno completando, mancano, come sapete, i presidenti di Commissione, e poi si potrà partire, ma intanto bisogna far rete con chi c'è, conoscere i (pochi) che non si conoscevano, coinvolgere, informare, motivare... I miei post tecnici, adesso, non sono più per voi, ma per pochi intimi, quelli che dovranno servirsene per prendere decisioni. E ora vi lascio, ho per cena un paio di sottosegretari...)

giovedì 14 giugno 2018

Aquarius e fake news

(...dal nostro amico giurista Guidubaldo, che l'ultima volta - salvo errore - si era fatto vivo qui,  ricevo e doverosamente condivido. Consoliamoci! In tutta evidenza i nostri politici non sono fra i peggiori in circolazione…)


Caro Alberto,

Solo per segnalarti un simpatico caso di fake (legal) news che sta circolando indisturbato sui nostri media. Il Ministro (Ministra?!) della Difesa spagnolo Dolores Delgado (che dovrebbe essere per giunta un Pubblico Ministero...) ha dichiarato a Radio Cadena Ser che la gestione della vicenda Aquarius da parte dell’Italia potrebbe comportare “responsabilidades penales internacionales” per violazione di patti e convenzioni internazionali e che la vicenda è una questione di “derecho humanitario”. Si tratta di una serie di non sequitur colossale.

Intanto, la responsabilità penale può solo essere personale e dunque non ci vuole un’aquila per capire che uno Stato in quanto tale non può in alcun modo essere soggetto a una giurisdizione penale, nazionale o internazionale che sia. Che si fa, si processa la bandiera? E chi si mette in galera in caso di condanna? Mistero...

Anche volendo provare, per assurdo, a ragionare di responsabilità individuali (del Ministro? Di chi altro?), non sussiste nessuno degli elementi di contesto che possano configurare crimini internazionali come, ad esempio, il crimine contro l’umanità di deportazione. Il richiamo poi al "diritto umanitario" è una scemenza da bocciatura all’esame di diritto internazionale. Esso è il diritto che si applica in costanza di un conflitto armato e la cui violazione può, a certe condizioni, configurare crimini di guerra. Non mi risulta che ci sia in atto un conflitto armato tra Italia, Spagna, Malta o chi altri (per ora…).

Se invece la ministra si riferisce alla responsabilità per la violazione di trattati internazionali in tema di diritti umani, quali ad esempio la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo o il Patto sui diritti civili e politici, credo che parimenti non ve ne siano - allo stato dei fatti - gli estremi e comunque potranno occuparsene in prima battuta e se interpellati i giudici italiani e/o spagnoli ed eventualmente la Corte di Strasburgo. Quella stessa corte che lo scorso ottobre ha accertato all'unanimità la violazione da parte della Spagna del divieto di espulsioni collettive per fatti avvenuti a Melilla nel caso N.D. and N.T. v. Spain (nos. 8675/15 and 8697/15), ora al vaglio della Grande Camera…da che pulpito!

Non che la leggerezza e la doppiezza morale dei politici spagnoli, unita a quella dei nostri giornali che gli danno seguito, mi stupisca. Anche considerata l’operazione di maquillage del nuovo governo spagnolo tanto filo-UE e rosacomenonmai era il minimo che ci si poteva attendere…

Per il nulla che conta la mia opinione, sono dell’idea che l’atteggiamento tenuto dal Governo italiano in questa vicenda non sia ovviamente risolutivo del problema più ampio della gestione degli sbarchi e dei flussi migratori, ma abbia senz'altro dimostrato che la solidarietà se non arriva in modo spontaneo, può arrivare in modo “spintaneo”. Vedremo se ciò basta a far capire che l'Italia non è più disposta a farsi prendere in giro da quella autentica barzelletta di Stato che è Malta, o dalla retorica irresponsabile degli altri sedicenti partner umanitari a corrente alternata.

Un caro saluto e come sempre un augurio di buon lavoro!


(...cosa vuoi aspettarti da chi sugli immigranti spara? Che faccia una lezzzioncina sbagliata a chi li accoglie! Vi ricordate quando pubblicai la mia risposta alle corbellerie di Moscovici sul deficit italiano? Bene. Mi sembra di poter dire, con grande soddisfazione, che sto diventando inutile: ora c'è chi risponde meglio e più autorevolmente di me agli attacchi dei farisei europei. Era ora, nell'interesse di tutti. Mettere le cose in chiaro è il primo passo verso un rapporto costruttivo. La filosofia politica della subalternità totale, impersonata dal PD, ha distrutto il paese: ora basta! Domani, a Bolzano;



aleggerà fra gli astanti il ricordo del momento più abietto di questa subalternità: quelle riforme del sistema bancario a trazione UE il cui risultato (e verosimilmente il cui obiettivo) è stato spossessare il paese della parte più sana e più italiana del proprio sistema bancario, incuranti dei danni collaterali che ne sarebbero derivati in termini di esproprio dei risparmi, vite distrutte, e collasso del credito...)