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giovedì 28 aprile 2016

Atlante e la Valchiria (allacciate le cinture)

(...post pubblicato a screzio dall'iPhone. Parla Charlie Brown. Io me sto a tajà dalle risate...)


BELLA LA MIA VALCHIRONA!:

 

 

D:  "Parliamo del fondo salva-banche Atlante. Cosa avete deciso su possibili aiuti di Stato?

 

R: "Non prenderemo alcuna decisione definitiva se non saremo informati della questione. Se le autorità italiane ritenessero che c'è un aiuto di Stato, ci informerebbero. Noi possiamo porre domande, ma fino ad ora non abbiamo ragioni per farlo".

 

D: Non vi preoccupa la presenza della Cassa Depositi e Prestiti, un'entità controllata dallo Stato?


R: "Le nostre procedure non dipendono dal coinvolgimento o meno di un ente privato o pubblico.Dipende dai prezzi. Se sono di mercato, va bene".

 

D: Atlante potrebbe acquistare tranche di cartolarizzazioni di crediti deteriorati a prezzi sopra quelli di mercato...


R: "E' un'ipotesi poiché non conosciamo il prezzo di mercato per questo nuovo prodotto di crediti deteriorati. Parte della questione è creare un mercato".

 

D: Userete come riferimento il prezzo di 17,6 centesimi stabilito durante la risoluzione delle 4 banche?


R: "Ma questo non c'entra nulla. Sono due argomenti completamente diversi".

 

D: Atlante prevede che molte banche convergano in un solo fondo. Non c'è un problema di concorrenza?


R: "Ci sarebbe se lo scopo fosse colludere sui prezzi o dividere il mercato, ma non è questo lo scopo in questo caso. Se vuoi lasciare che le persone trovino soluzioni di mercato, devi permettere loro dicoordinarsi.“ 


(Fonte: http://www.repubblica.it/economia/2016/04/28/news/margrethe_vestager_atlante_un_modello_per_le_banche_italiane_sull_inchiesta_google_non_siamo_anti-usa_-138644229/)

 

Fuuuurbi: hanno già il copione pronto! Siccome non c’è un mercato [falso], il mercato lo fa Atlante [che ha finalità pubbliche] con i primi acquisti [che rappresentano una quota infinitesimale del mercato e sono fatti con finalità pubbliche]!!!

 

…la valchiria ha appena condannato il sistema bancario italiano ad una nuova crisi.

 

Se Atlante resta con 2 miliardi che leva vuoi che faccia (non per niente il ceo di intesa, Messina, dice che vuole una leva “limitata” = massimo altri 4 miliardi)? Se poi fa leva folle diventa iper-speculativo ed i suoi titoli assorbono il capitale dei suoi stessi sottoscrittori (Unicredit, Intesa, Banco Popolare, blah blah) in modo esponenziale.

 

Basta quindi che i fondi esteri scarichino le sofferenze (il mercato c’è ed è sottile, quindi è facile manipolarlo) e ci troviamo al 5-10% invece che al 40%.

 

E come fa a quel punto questa travet che pensa di esser fuuuurba a dire che il mercato lo fa Atlante, con CDP dentro  che si presenta a comprare al 40%?

 

Fondi privati dicono 10, un carrozzone quasi pubblico dice 40. Chi distorce il mercato?

 

In pratica la settimana prossima o quella dopo mi aspetto un dumping furibondo sulle sofferenze (ma anche un po’ su tutto il comparto) da parte dei fondi.


Voglio veder che dicono quando Banco Popolare va in [beep] e MPS va a zero...

 

Naturalmente ciò tira giù subito Unicredit e…. alè si balla …. Poi a logica vanno giù i titoli nordici e... slurp... goduria ribassista... grazie ai coglioni “europei”...

 

Se indovino mi compri un bignè al cioccolato, ok?

 

Senno pago io un cannolo.

 

Sconsolati saluti


Charlie Brown



(...accetto la scommessa, ma col cannolo poi che devo farci? Io son sempre del parere che prima delle elezioni USA un casino simile non lo lasceranno scoppiare. Certo, se la signora esterna un po' a vanvera... Mercato? Ma che ne sa una socialista danese del mercato!? D'altra parte, secondo me l'allegra combriccola eurista de noantri da un lato non si rende conto di essere sotto botta [e se poi la Valchiria decide che invece è aiuto di Stato?] e dall'altro non è preparata a dare l'unica risposta adeguata: mastica! Chi vivrà vedrà...)


mercoledì 27 aprile 2016

Sim sala BIN! (il fallimento di Atlante...)

(...da Charlie Brown, che... sì, ecco, bravi, che non sono io, perché è lui, cioè uno al quale per non so quale cazzo di motivo - forse perché sta perdendo lavoro? - l'economia interessa molto, mentre a me interessa sempre meno, chissà, forse perché mi sono rotto i coglioni di parlare di euro, e anche di sentire colleghi che, essendo stati alla cappa per anni, ai convegni poi interloquiscono dicendo: "Forse dovremmo smettere di parlare di euro!" [dovremmo? E tu quando mai ne avresti parlato?...] insomma: da Charlie Brown, che appunto non sono io anche perché è lui, come del resto lui non è me - in questo caso la relazione è simmetrica - ricevo un pezzo che rapidamente pubblico. Io mi sto interessando di altro, in altra lingua, e per altra pubblicazione: ma il tema del giorno è questo, e sentite cosa ha da dirvi Charlie Brown che...)




Anche la verità sui "salvataggi" bancari è subito venuta a galla.

Dopo due settimane di balle Olimpiche, il Sole 24 Ore , la voce dell'establishment eurista, viene allo scoperto: Atlante è in realtà un Atlantino: serve un Atlantone, un revival delle Banche di Interesse Nazionale (B.I.N.) .

Naturalmente, per essere sempre più furbi, per fare i bravi Balilla euristi mente sotto sotto si caca sul fascio stellato, occorre che tale massiccio aiuto di stato venga spacciato per una operazione "di sistema", aperta alla partecipazione maggioritaria dei "privati", e questa volta "privati globali". Ca va sans dire, si pensa ai soliti cinesi (datemi un cinese e smuoverò il mondo!).

La tecnica è abbastanza ovvia: anziché trasferire poste patrimoniali sopravvalutate delle banche (le sofferenze) si trasferiranno le stesse banche decotte al valore del loro patrimonio netto (che grazie alle sullodate sofferenze tende allo zero se non addirittura negativo). Il nuovo Atlantone comprerà tanto a poco, anziché poco a tanto come il tapino Atlantino. Ed il bello è che comprando banche marce anziché crediti marci lo Stato investe, anziché spendere! E quindi niente valchiria Vestager! Furbissimi!

Che genî gli euristi: da un sistema bancario decotto a causa dell'euro ad una nuova brillante mega-operazione "di sistema" nell'euro.

Sim-Sala-BIN!

Naturalmente, vale sempre la stessa banale realtà: spostare da qui a là barili di scorie tossiche non rende meno tossiche le scorie, che prima o poi vanno smaltite con tutti i relativi costi. E quei costi non pensiamo per un istante che saranno gli "investitori privati globali " a sopportarli. A sopportarli saremo noi e solo noi: gli italiani.

I cari tedeschi, che saranno beceri ma i conti li fanno e per tempo, hanno capito dove si va a parare e si stanno premurando di assicurare che domani il conto lo paghi, appunto, il contribuente italiano e non quello "europeo" (leggi: "tedesco"). Per questo hanno preso di mira il QE di Draghi  e proposto - tramite i loro lacchè olandesi - di introdurre limiti all'acquisto di debito pubblico da parte delle banche. QE infatti da noi equivale ad una monetizzazione coatta del debito pubblico da parte di uno stato che, grazie all'euro ed alla correlata austerity salva-euro, non ha strumenti fiscali e valutari per rientrare su un sentiero di crescita. Naturalmente, della garanzia all'80% da parte di Banca d'Italia  i tedeschi sanno cosa farsene: pulirsi il parafanghi del Mercedès.

Ovvio? Sì.

Scontato? Sì, sì.

Già detto? Sì, sì, sì.

Banale? Sì, sì, sì, sì.

Dunque usciamo da 'sto cazzo di Euro?

Noooooooooooooooooooooooooo!







(...non sono io. Però in questo caso mi farebbe piacere...)

domenica 24 aprile 2016

Il miracolo lettone fra propaganda e contabilità (#pirreviù)

Una piovosa domenica di aprile
Come forse vi sarà capitato di sentir dire da qualche cialtroncello, io sono notoriamente "ai margini della comunità scientifica". Fatto si è che questa comunità, animata da spirito filantropico, oltre a pubblicarmi in fascia A, a farmi organizzare convegni internazionali, ad assistere alle presentazioni dei miei lavori in seminari all'estero, mi onora fino al punto di inviarmi dei peiper (dall'itangliano paper) da referare (con un #ciaone alla #branacademy, quella simpatica combriccola di influencer renziani...).

Quando arriva la richiesta, ecco, in quei momenti sì che vorrei essere veramente ai margini della comunità scientifica, anzi, un po' più in là: all'esterno e ben lontano dai margini dei sedicenti scienziati, che in molti casi, come sapete, non toccherei nemmeno con uno stecco. Non so se vi ho mai detto come funziona: mi arriva un lavoro di non so chi (e non devo saperlo), sul quale devo esprimere un parere del quale l'editor (il curatore) della rivista terrà conto nella sua decisione se pubblicare o meno il lavoro. Naturalmente anche il pisquano di turno non deve sapere chi io sia, altrimenti il gioco non funziona. Può essere uno stimolo all'approfondimento, e spesso lo è, ma mediamente è una solenne rottura di coglioni, anche perché mentre quando mando lavori io raramente ricevo commenti dettagliati (tirano via, i colleghi), e qualche volta commenti francamente ridicoli, io invece purtroppo sono vittima della mia etica professionale, e quindi controllo tutto, fornisco all'autore suggerimenti costruttivi, ecc.

Una seccante asimmetria, fra tante altre...

Nel penultimo peiper che ho dovuto referare l'autore voleva convincermi di una sua folgorante intuizione: che la crisi dell'Eurozona non era dovuta solo al debito pubblico dei paesi del Sud ma anche e soprattutto agli squilibri esterni causati dal cambio fisso e che quindi (quindi?) era necessario procedere verso un'unione fiscale. Per scrivergli fra le righe quello che pensavo mi sono limitato a fare la lista di tutti quelli che ci erano arrivati prima di lui (ovviamente escluso me, altrimenti mi tanava).

L'ultimo è ancor più spettacolare: l'autore vuole convincere il lettore che la svalutazione interna funziona prendendo ad esempio il caso della Lettonia. Di quel caso noi abbiamo parlato spesso, citando l'articolo di Weisbrot e Ray (2011) che esprimeva un certo scetticismo sul "successo lettone" (con l'accento sulla "e"). Nel frattempo però sono passati cinque anni, e quindi hai visto mai che Weisbrot e Ray non fossero dei malfidati? Chissà, magari i programmi di aggiustamento à la FMI funzionano...

Certo, la questione è controversa: se lo chiedi al FMI lui ovviamente cosa vuoi che ti dica? Ma che va tutto benissimo! "IMF-supported programs have generally been successful" (Haque e Khan, 1998). Ma se invece della ricerca fatta in casa, e quindi potenzialmente soggetta a conflitto di interessi, ci si orienta sulle migliori riviste scientifiche internazionali, ecco che la musica cambia: "The reality is that Fund programs seem to have a negative effect on investment and possibly economic growth, often do not enable countries to graduate from a reliance on IMF resources, more often than not remain incomplete, and do not catalyze external finance from other sources" (Bird, 2001).

A differenza del libbberista medio cerco di essere scevro da pregiudizi. Mi accingo così al mesto ufficio e pio, quando il mio orecchio musicale viene colpito da una stecca clamorosa. Eh già! Perché l'autore cosa mi dice? Che se in un paese che non può aggiustare il proprio tasso di cambio (svalutazione esterna) i salari non calano (svalutazione interna), allora il PIL diminuirà.

E voi mi direte: "Bè, ma ha ragione! Se i salari non si flettono, il costo del lavoro rimane alto, quindi i prezzi dei prodotti nazionali sono troppo alti, quindi sia i residenti nel paese che i residenti esteri preferiranno beni esteri, e quindi aumenteranno le importazioni (che producono reddito all'estero), e diminuiranno le esportazioni (riducendo i redditi delle imprese nazionali)".

Ah, bè, certo, non fa una piega... se però non sapete come è definito il PIL!

Intermezzo tecnico
Se volete approfondire, vi suggerirei questo testo, che è rimasto misteriosamente nascosto ai colleghi libbberisti. Il manuale del System of National Accounts (edito da Nazioni Unite, Commissione Europea, OCSE, e spicci) è la fonte di riferimento per la contabilità nazionale. Il nostro sistema (ESA 2010) è sostanzialmente compatibile con lo SNA, e quello di cui vi voglio parlare è veramente roba molto semplice (ma istruttiva) sulla quale non sussistono divergenze di alcun tipo fra i diversi sistemi contabili nazionali.

Giuseppe su Twitter si è lamentato del fatto che sono troppe pagine. Ma non bisogna mica leggerle tutte! A noi ne bastano quattro: il quadro di raccordo dei vari conti (pp. 326-327), e il confronto fra le tre definizioni di PIL (pp. 332-333). Poi, se volete, partendo da questo (che è il succo della questione), potete approfondire a vostro piacimento. Io intendo solo farvi capire perché dire che "se i salari non si flettono il PIL si contrae" è una colossale scemenza.

Lo è perché anche (e soprattutto) se i salari si flettono il PIL si contrae per definizione.

Vediamo di capire perché, partendo dal funzionamento di quella cosa che ai nostri amici libbberisti rimane un po' opaca, l'economia di mercato. Chissà: forse la amano tanto perché la capiscono poco. A me è successo con alcune donne, ma mai sul lavoro!

L'economia di mercato funziona così: si produce per vendere, e si vende per guadagnare. Certo, non è detto né che si produca sempre tutto quello che si vuole (o che gli altri vogliono),  né che si venda tutto quello che si è prodotto (o che si riesca ad acquistare tutto ciò che ci occorre), né, soprattutto, che si guadagni quanto si desidererebbe guadagnare (perché in questo caso sky is the limit...). Non è cioè detto che ci si trovi sempre in equilibrio economico, che è la situazione nella quale tutti sono soddisfatti e quindi non cambierebbero la propria posizione con quella di un altro. Tuttavia, se una cosa viene venduta qualcuno l'ha prodotta e qualcuno ha speso per acquistarla: quindi l'equilibrio contabile implica che coesistano e siano identiche tre definizioni di PIL: quella dal lato della spesa (cioè della domanda); quella dal lato della produzione (cioè del valore aggiunto); e quella dal lato del reddito (salari e profitti).

Non è che questa identità fra le tre definizioni del PIL me la sia inventato io questa notte, spero sia chiaro! È così per due ottimi motivi. Primo, perché lo dice il manuale dello SNA (leggere per credere):


(pagine 332-333 del manuale), e secondo, perché non può che essere così, in base al semplice ragionamento che abbiamo svolto sopra circa il flusso circolare di produzione-spesa-reddito.

Nei nostri post tecnici abbiamo quasi sempre fatto riferimento alla seconda misura, quella "dal lato della spesa", secondo cui:

Y = C + I + NX

dove Y è il PIL (gross domestic product, prodotto interno lordo), C i consumi finali (privati e pubblici), I gli investimenti lordi in capitale fisico (gross fixed capital formation: macchinari, attrezzature, veicoli e capannoni industriali,...), e NX le esportazioni nette (exports less imports). Manipolando questa relazione si ottengono, ad esempio, i saldi settoriali, di cui abbiamo parlato la prima volta credo qui, e che trovate descritti più in dettaglio (e più in sintesi) qui. Questa definizione (expenditure measure) è alla base di ogni modello macroeconomico, e chi fra voi ha studiato economia sicuramente l'ha incontrata. Oltre a essere una definizione di PIL, è anche interpretabile come una condizione di equilibrio:

Offerta/Produzione (Y) = Domanda/Spesa (C+I+NX)

(dove la domanda viene classificata a seconda di chi la esprime: famiglie, imprese, estero).

Ma la definizione dal lato della spesa nasconde due cose:

1) chi ha prodotto il reddito (ovvero: la struttura settoriale dell'economia);
2) come viene distribuito il reddito (ovvero: la ripartizione fra salari e profitti).

Alla prima domanda risponde la definizione (a), quella lato produzione, secondo la quale il PIL è:

Y = GO - IC + NT

ovvero: il PIL è uguale alla produzione lorda (gross output, GO), meno i consumi intermedi (cioè i beni e servizi utilizzati come input del processo produttivo, IC), più le imposte indirette nette. Insomma: è uguale al valore aggiunto dal processo produttivo alle materie prime. Naturalmente questa definizione può essere disaggregata per settore, ottenendo il valore aggiunto di agricoltura, costruzioni, manifattura, servizi di vario tipo, ecc. Insomma: mentre la prima definizione (quella che usiamo di solito) ci permette di interrogarci sulla composizione della domanda (quanti consumi? Quanti investimenti? Quante esportazioni?), la seconda ci permette di interrogarci sulla composizione dell'offerta (quanta agricoltura? Quanta industria? Quanti servizi?).

Resta sempre da chiedersi a chi venga distribuito il reddito prodotto, e questa, ovviamente, è la cosa sulla quale gli amici libbberisti preferiscono glissare (non devo spiegarvi perché...). A questa specifica domanda risponde la terza definizione di PIL:

Y = W + GOS + TS

ovvero: il PIL è uguale alla somma dei redditi da lavoro W (compensation of employees), più la somma dei redditi da capitale/impresa (il risultato lordo di gestione, gross operating surplus, cui si aggiunge il reddito misto, mixed income, che è il risultato dell'attività economica svolta dalle famiglie: li ho indicati con GOS), più il saldo fra tasse pagate su produzione e importazioni e sussidi ricevuti.

Allora, ricapitoliamo: se mettiamo a sistema la prima e l'ultima definizione, che cosa salta fuori? Questo:

Y = C + I + NX = W + GOS + TS = Y

ovvero: il PIL inteso come spesa deve ovviamente essere uguale al PIL inteso come reddito (se non percepisci reddito, come fai a spenderlo? Sì, certo, indebitandoti: ma in un paese in crisi i soldi che te li dà?).

E da questa storia cosa si dovrebbe capire? Ma, semplicemente che il calo dei salari (cioè la diminuzione di W) non può far aumentare il PIL (cioè Y), a meno che non riesca:

1) dal lato della spesa a produrre un sensibile aumento di NX (i consumi C non possono aumentare più di tanto, se togli soldi ai lavoratori)

2) dal lato dei redditi a produrre un sensibile aumento di GOS, cioè dei redditi da capitale.

Quindi?

Quindi ricordate il discorsetto qui fatto miliardi di volte, quello sulla famosa "uscita a sinistra" (discorsetto che per fortuna dopo la crisi greca ci si vergogna di fare in pubblico, ma, vi assicuro, purtroppo si continua a fare in privato)? L'idea era: "Bagnai libbberista, tu vuoi svalutare perché sei amico di Soros (hanno detto anche questo!) e quindi vuoi ridurre i salari dei lavoratori, che, a parità di salario nominale - cioè di soldi in busta paga - perderebbero potere di acquisto a causa dell'inflazione brutta e cattiva!". Ovviamente noi abbiamo fatto vedere coi dati che questo non succede praticamente mai. Viceversa, quello che succede sempre è che se il cambio non si flette i lavoratori rimangono fottuti, perché le loro buste paga, i loro salari nominali devono essere tagliati, e quindi diminuiscono comunque a vantaggio dei profitti (e a prescindere da cosa farà l'inflazione).

Non è insomma il cambio flessibile (e la sua svalutazione esterna) a essere nemico dei lavoratori, ma il cambio fisso (con la connessa svalutazione interna), e chi lo difende (sindacati, uscisti da sinistra, e perfino Brunetta, che è venuto su Twitter a farmi la lezioncina - rinuncio a citare Rabelais, anche perché in fondo Brunetta, da persona di destra, se difende l'austerità, cioè l'euro, fa il suo lavoro, difende i suoi interessi di classe...).

Il miracolo lettone
E andiamo allora a vedere cosa è successo in Lettonia. È successo questo:


(i dati vengono da qui).

Intanto, verifichiamo le definizioni.

Nel 2008 il PIL era pari a 22.890 milioni di euro, ovvero a:

18.889+7.146-3.144 (consumi più investimenti più esportazioni nette), ma anche a:

11.625+9.189+2.077 (salari più profitti più imposte nette).

I mercati finanziari prestavano largamente: 14% del PIL di deficit estero! I lettoni, però, con questi soldi facevano anche investimenti: il rapporto investimenti/PIL (del quale occorrerebbe investigare la composizione, volendo) era al 31%.

Poi arriva la crisi, e nel febbraio 2009 interviene il simpatico comitato di affari della finanza internazionale, il FMI, le cui priorità sono ovvie: abbattere il deficit estero. Il taglio dei salari a questo serve: promuove le esportazioni, e, soprattutto, nell'immediato, abbatte le importazioni (perché durante una crisi finanziaria non puoi spendere i soldi che non hai!)

I salari medi unitari (rapporto fra salari e occupati, W/N) passano da 11.016 a 9.518 euro, con una contrazione del 13,6%. Il PIL diminuisce di quasi il 20%, la disoccupazione, U, passa dal 7,7% al 17,5%. L'obiettivo però è raggiunto: il deficit estero passa dal 14% all'1% del PIL, un calo di 13 punti di cui 10 spiegati dal calo degli investimenti (ricorderete che S-I=X-M).

Le cose non vanno molto meglio nell'anno successivo: il saldo estero rimane sostanzialmente in equilibrio, ma la disoccupazione raggiunge il 19,5% mentre il PIL cala di un altro 5%. Si arriva così al 2011, l'anno della ripresina, in cui Weisbrot e Ray scrivono il loro articolo. Ora abbiamo a disposizione altri due anni di dati (Eurostat non ha ancora reso disponibili i dati del 2014...), e possiamo mettere la storia in prospettiva.

A questo scopo, nell'ultima colonna ho segnato la variazione delle variabili, scomponendola in due parti: da prima della crisi al punto di minimo del PIL (dal 2008 a 2010) e dal minimo in poi (da 2010 a 2013), oltre ovviamente alla variazione complessiva.

Fra 2008 e 2010 la Lettonia ha perso 4.851 milioni di euro di PIL, pari al 21%, per poi riprenderne 5.333 nella fase ascendente (pari al 29%). Rispetto al 2008, nel 2013 la Lettonia era cresciuta del 2%, ovvero di uno 0.4% all'anno. Naturalmente la cosa può anche essere raccontata come "che brava la Lettonia che con le riforme è cresciuta del 29%!", e se cercate qualcuno che la mette così lo troverete di sicuro. Ma il fatto è che in cinque anni la Lettonia è praticamente rimasta al palo, anche se la svalutazione interna qualche effetto "strutturale" lo ha avuto.

Intanto, a fine corsa (nel 2013) i salari medi unitari erano sempre inferiori del 2% rispetto al 2008. Notate che sto parlando di valori nominali: tutte le serie riportate sono a prezzi correnti. Avete idea di quanto sia stata l'inflazione cumulata in Lettonia fra 2008 e 2013? Vi lascio per esercizio il determinarlo, e vedrete che la diminuzione del salario reale (sì, proprio quello che secondo gli economisti progressisti sarebbe tutelato dal cambio fisso) è di quasi dieci volte superiore...

E la quota salari? Il feticcio della sinistra eurista, da preservare mettendoci sotto l'ombrello dell'euro che ci protegge? Bè, anche lì le cose ovviamente non vanno bene. Le esportazioni nette, nel periodo, sono aumentate di 2.709 miliardi, ma questo aumento di reddito (parzialmente compensato dal calo di consumi e investimenti) si è distribuito in modo molto disuguale: la quota salari è scesa di 10 punti (dal 51% al 41%) e la quota dei profitti è aumentata di 9 punti (dal 40% al 49%, la differenza essendo spiegata dall'andamento delle imposte nette).

Chiaro il concetto? La svalutazione interna è una politica redistributiva: la più feroce delle politiche redistributive. Trovatemi un paese, fuori dall'America Latina, dove la svalutazione esterna (quella del cambio) abbia fatto carne di porco dei lavoratori in un modo confrontabile, e anche qui vi offro i due biglietti per il #goofy5 che mi sono avanzati dal post precedente!

E se ve li offro, credetemi, ci sarà un perché... ed è che non avete ancora visto tutto quello che c'è da vedere!

Se i salari nominali sono più bassi alla fine che all'inizio della storia, vuol dire che qualcosa dovrà essere più alto. Che cosa? La disoccupazione, bravi, che dopo il picco del 19,5% è diminuita fino a raggiungere 11,9%. Meglio di 19,5%, direte voi. Certo! Ma sono sempre quattro punti in più del 7,7% iniziale. E non finisce qui, perché bisogna anche vedere come è diminuita la disoccupazione. Guardate il numero di occupati, N (sono milioni). Nel 2008 era 1,05. Scende a 0,9 nel 2009, quando il tasso di disoccupazione è al 17%, e rimane sostanzialmente lì: 0,89 nel 2013, quando la disoccupazione è all'11%.

Ma... Ma... Ma...

Ma se gli occupati rimangono fissi a circa 900.000 unità, come fa la disoccupazione a scendere?

Così:

(i dati si riferiscono alla popolazione in età lavorativa, 15-64).

Nota: sopra ho riportato medie annuali, mentre qui, per pigrizia, vi illustro la dinamica col dato dell'ultimo trimestre (il che non cambia molto). Dal paese se n'è andato circa il 10% della popolazione in età lavorativa, che corrisponde a circa il 10% della forza lavoro, che corrisponde a grandi linee alla diminuzione degli occupati (pari a circa l'11%). Ah, certo, sono diminuiti anche i disoccupati, di circa il 2%. Va anche detto che, date le dimensioni della Lettonia, con tre o quattro testate nucleari piazzate bene si sarebbe anche potuto portare la disoccupazione a zero, volendo.

Ma le testate nucleari inquinano.

La svalutazione interna no: ha solo determinato un esodo della popolazione lettone. Ricordate il discorso fatto nel post precedente? Ecco, potremmo riprenderlo anche qui, con l'apposito disegnino:


(vi ho riportato per memoria la Grecia, altro grande successo della svalutazione interna). Il tasso di migrazione netta della Lettonia è molto più impressionante di quello della Grecia, ne converrete.

Bene: siamo arrivati alla fine del post, un post dove abbiamo richiamato diversi temi di questo blog.

Il principale è lo sdegno verso i traditori di sinistra, quelli che difendono il cambio fisso sulla base di una concezione vetusta del conflitto sociale, che ignora come il grimaldello per scassinare diritti e tutele dei lavoratori siano le crisi provocate dal cambio fisso, e non la svalutazione del cambio flessibile. Il cambio fisso provoca crisi, le crisi provocano il "fate presto". Il resto lo avete visto succedere diverse volte, ormai...

L'inflazione non è nemica dei lavoratori, come sosteneva quel simpatico fascista (sotto il fascismo) di Einaudi: no, è piuttosto amica dei lavoratori, come sosteneva quel keynesiano di Keynes, il quale aveva anche capito che l'inflazione è nemica dei rentier, che a loro volta sono amici dei fascismi, e qui il cerchio si chiude (astenersi quelli che "la destra sociale" o vi scateno Correttore di bozzi).

Chi vuole il cambio fisso vuole l'aumento della quota del capitale, non di quella del lavoro. Sul perché uno a sinistra debba porsi un obiettivo simile (che non è molto saggio nemmeno per un liberale) io sinceramente non saprei darvi lumi: non faccio né lo storico, né il politologo, né lo psichiatra. Ma i numeri so metterli in fila, e credo che li abbiate capiti bene anche voi.

Poi, in questo post abbiamo richiamato un'altra simpatica caratteristica del meccanismo nel quale siamo coinvolti, già evidenziata nel post precedente: il fatto di rendere necessaria la deportazione dei lavoratori per lenire il costo sociale della disoccupazione, indispensabile per favorire la "flessibilità" (cioè il taglio) dei salari. Nel caso lettone questa dinamica è evidente. Va detto che i popoli dell'Est superano con una discreta scioltezza le barriere linguistiche (non è del tutto un loro merito, perché se sei in Lettonia e parli il lettone, con tutto il rispetto, l'inglese ti tocca studiarlo: se ti rifiuti, ti restano da leggere solo due mattoni come la Divina Commedia e la Ricerca del tempo perduto: i due capolavori più noti della letteratura lettone...). Ma va comunque detto che sentir definire l'esodo di un decimo della popolazione come un grande successo è cosa che suscita un lieve fastidio.

Ecco, ora vi lascio. Reprimendo questo lieve fastidio, cercherò di dire nel modo più delicato e professionale possibile al gentile collega cosa penso del suo lavoro.

E voi godetevi la famiglia.

(...mentre io contengo la mia emotional response...)

(...sì, sono razzista. E sono anche fragile: mi si rompono subito i coglioni...)

sabato 23 aprile 2016

La questione tedesca: alcuni fatti stilizzati

Un amico che stimo, Charlie Brown, biasima spesso le menti strategiche statunitensi per aver riportato di attualità per la terza volta in un secolo e senza che se ne sentisse veramente il bisogno la questione tedesca. Lo hanno fatto (a voi è chiaro) gestendo l'Europa non solo e non tanto nell'interesse degli Stati Uniti (e questo era un loro buon diritto, essendo loro una delle due potenze vincitrici), ma soprattutto a immagine e somiglianza degli Stati Uniti, cioè imponendoci un percorso di integrazione, quello degli "Stati Uniti d'Europa", che era forse funzionale ai loro interessi militari, ma che era del tutto disfunzionale rispetto al nostro percorso storico (oltre ad essere antistorico in senso lato, come Alesina vedeva prima di avere interesse a non vederlo).

Avallando l'euro gli Stati Uniti ci hanno e si sono condannati a una nuova Dresda.

Sarà magari una Dresda in tono minore, grazie a Dio, anche se il motivo per il quale lo sarà non deve essere di grande soddisfazione: se non saremo bombardati, ciò non accadrà perché l'umanità sarà diventata migliore, ma perché l'Europa sarà diventata sostanzialmente irrilevante. Come diceva una simpatica coattella sul 64: "Er peggior disprezzo è l'indifferenza!". Con una ere, ovviamente. Verità da autobus, che possono diventare verità storiche...

Trovo nelle osservazioni di Charlie Brown una certa plausibilità. Del resto, se gli imperi crollano un motivo ci sarà, e magari fra questi motivi potrebbe rientrare anche qualche errore strategico, o, come oggi si dice, di visione (che insieme a narrazione è una delle due parole delle quali avremmo fatto a meno e che fanno rima con chi le usa).

Credo che gli Stati Uniti pensino di poter fare a meno dell'Europa (se non come uno dei tanti outlet per i loro prodotti). Sarà la storia a dire se avranno avuto ragione. Io credo che dell'Europa il mondo non possa fare facilmente a meno: non vorrei che quanto dico fosse interpretato come la rivendicazione di una supremazia che in effetti non ha particolare ragione di esistere e soprattutto non si saprebbe in quale metrica valutare, ma vorrei ricordare che per tanti motivi nell'Europa divisa è stato fatto un lavoro di lettura e interpretazione della realtà del quale oggi ancora tutti possiamo beneficiare. Rinnegarlo, abolirlo, significherebbe perdere molto, col rischio di esporsi a errori strategici.

Pensate ad esempio a quella storia del reale e del razionale, ve la ricordate? Qui trovate una sintetica spiegazione a cura di Diego.

Dice: sò parole...

Eh, sì, sò parole, però servono, se le sai usare, e a usarle per tempo forse qualche lutto ce lo saremmo risparmiato. Possiamo però sempre farne un uso postumo, e ve ne fornisco due esempi.

Esempio numero uno. Nel mio articolo sui paradossi dell'Europa (che è piaciuto molto a Thirlwall, ma naturalmente non posso portare a un concorso) mi pongo la domanda: ma perché i governi europei hanno concordemente avallato un regime nel quale l'unica valvola di sfogo è il taglio dei salari? E la risposta è hegeliana: per tagliare i salari. Il reale è razionale (che poi è quella cosa che Polonio diceva parlando di follia e metodo, come ricorderete...).

Esempio numero due. Ieri, al corso che sto tenendo presso Spaziottagoni, mi sono posto un'altra domanda: ma perché i governi europei hanno concordemente avallato un regime nel quale la disoccupazione, ineludibile conseguenza della necessità di tagliare i salari, può essere alleviata solo facilitando l'emigrazione dai paesi deboli? E la risposta è hegeliana: per facilitare l'immigrazione nei paesi forti.

Naturalmente, se la razionalità del taglio dei salari è facilmente intuibile (comandano i potenti, i capitalisti, che nel taglio dei salari vedono un aumento dei propri profitti, pensando di poter lasciare il cerino del crollo della domanda in mano altrui), la razionalità dell'immigrazione, per essere dimostrata, richiede un passaggio in più. Perché gli immigrati sono diversi, sono brutti (chi è ricco, ben educato, istruito, lavato, sbarbato, profumato, ed esercita professioni ad alto valore aggiunto, fa il turista,  non l'emigrato) e in quanto tali perturbano il paesaggio: non si sa dove metterli. Quindi perché caricarseli? Perché questo sarebbe razionale? In altre parole: Maastricht collima con la razionalità della potenza egemone, ma Schengen?

Bè, qui se ne è già parlato, ma vale la pena di aggiungere un paio di dettagli. Curiosando sul sito dell'Eurostat potrete trovare questa tabella, dalla quale vi propongo un paio di excerpta in forma grafica.

Voi sapete che la Germania è in crisi demografica, e che questo mette a rischio la sostenibilità delle sue finanze pubbliche nel lungo termine. Ce lo ripete ogni singolo anno a settembre la Commissione nel suo rapporto sulla sostenibilità fiscale, dove ogni singolo anno, da prima che venissero perpetrate le ultime riforme, vediamo grafici di questo tipo:


(...nota per gli ignari: S2 è la soglia di sostenibilità a lungo termine, i paesi sotto la linea rossa - Italia e Croazia - hanno finanze pubbliche sostenibili, quelli sopra le hanno insostenibili, l'indicatore è a lungo termine nel senso che tiene conto delle passività per il bilancio statale derivanti dal carico futuro del sistema pensionistico...)

Questi grafici certificano come l'Italia abbia finanze pubbliche sostenibili a lungo termine sia perché ha una posizione fiscale favorevole (siamo in surplus primario da decenni), sia perché la sua evoluzione demografica a lungo termine è favorevole, mentre la Germania è messa nei guai proprio dalla demografia, come la Commissione ogni anno ci ripete:


Questo grafico e questo commento vengono dall'edizione 2015, ma se andate indietro nel tempo troverete che negli anni precedenti le cose erano poste esattamente in questi termini. Ogni anno la commissione fa un copia e incolla di questo paragrafo e di questo grafico dall'edizione precedente, il che non stupisce: le variabili demografiche hanno una certa inerzia, per cui non è così strano che di anno in anno la situazione non cambi radicalmente.

E, del resto, io ricordo distintamente (e vi avevo anche chiesto di cercarmene il podcast) le parole di Quadrio Curzio che, il giorno dopo la riforma Fornero, intervistato in radio, disse: "Questa riforma delle pensioni non era necessaria perché la riforma Dini aveva risolto i nostri problemi, ma abbiamo dovuto farla perché ce l'hanno chiesta i mercati".

[a chi mi trova questo podcast offro due biglietti al #goofy5]

E, alla stessa stregua, ricordo (e quello devo cercarlo io) un occasional paper del Fmi che a metà anni '90, e quindi prima della riforma Dini, già certificava come la sostenibilità del sistema pensionistico italiano fosse di gran lunga superiore a quella dei sistemi dei paesi del Nord Europa, e sempre per il solito motivo: perché "Italians do it better, or at least more often"...

Naturalmente i collaborazionisti locali negano questa evidenza: il loro scopo è infatti quello di spremere a noi risorse (affossando il nostro settore pubblico con la scusa di salvarlo), per trasferirle alla potenza egemone che, come il grafico dimostra, ne ha bisogno. Aggiungo un paio di grafici, tanto per chiarire il concetto. Questo è il tasso di variazione naturale della popolazione (differenza fra nati e morti nell'anno) nei tre paesi più popolosi dell'Europa continentale:


Notate niente? In Francia è positivo, in Germania è negativo, da noi era nullo ma dall'inizio della crisi ha puntato decisamente in territorio negativo.

Ah, queste donne egoiste, che non danno figli alla patria (ma non era Mussolini a ragionare così?), e che, così facendo, rendono necessario l'apporto dei migranti! Oppure le cose stanno in un altro modo? Forse, visto che l'agenda della comunicazione la detta chi comanda, non è poi strano che qui da noi prevalga l'idea che "abbiamo bisogno di migranti". In effetti, non ci sono grandi evidenze che in termini strettamente economici ne avremmo bisogno (il che, lo ribadisco ad uso dei tanti cretini, non significa che si debba lasciar morire la gente in mare), ma ne ha certamente bisogno la Germania, e quindi...

Ma il problema prescinde dalla questione umanitaria (che va gestita con le logiche e gli strumenti appropriati, i quali peraltro vengono a mancare se ci condanniamo da soli al sottosviluppo), e preesiste ad esso. Per capire la logica della costruzione europea, basta osservare cosa è successo al tasso di migrazione (differenza fra immigrati ed emigrati) prima della crisi dei rifugiati, ma dopo la crisi economica:


Si capisce, no, a cosa servono l'euro e Schengen? A trasformare l'intero continente europeo in una tonnara la cui camera della morte è la Germania. È lì, e solo lì, che i lavoratori devono andare a finire quando uno shock colpisce il sistema, a casa della potenza egemone, perché la potenza (localmente) egemone ne ha bisogno. La gestione della crisi da parte del tandem Draghi/Merkel (ora litigano, ma per tanto tempo sono andati d'accordo) ha avuto due esiti evidenti: permettere al governo tedesco di finanziarsi a tassi negativi, e al sistema industriale tedesco di approvvigionarsi di mano d'opera istruita nei paesi periferici, i quali vengono ora penalizzati per aver sostenuto il costo dell'istruzione proprio di quella mano d'opera della quale l'egemone beneficia. Perché, come sappiamo, sono sempre i migliori che se ne vanno (e non mi riferisco tanto alla morte, che ultimamente si sta dimostrando imparziale, quanto al fatto che in presenza di barriere culturali l'emigrazione è skill biased, come vi ho dettagliatamente ricordato qui).

Il reale è razionale.

Ribadisco che il grafico ovviamente non tiene conto di quanto è successo nel 2015 grazie all'oculata gestione della crisi siriana da parte della signora Merkel: le dinamiche che vedete rappresentate sono quelle tipiche di paesi sottoposti al processo di svalutazione interna (cioè di aumento della disoccupazione, con connessa fuga all'estero). Un processo che reca benefici al paese che ha una componente di crescita naturale della popolazione negativa, e che quindi, non a caso, è un acceso fan della svalutazione interna.

Perché con la svalutazione esterna (quella del cambio) il problema si risolverebbe in un altro modo. Verrebbe infatti da dire, ai nostri amici tedeschi: "Fate l'amore, non fate la guerra", o, almeno, tornate in vacanza in Romagna, che se proprio non avete voglia ci pensiamo noi. Ma purtroppo la loro valuta sottovalutata (l'euro), o, se volete, la nostra valuta sopravvalutata (l'euro), impedisce questa piacevole composizione del conflitto, che verrebbe realizzata rimuovendo la principale causa di attriti europei: l'impasse demografica di un paese che da due millenni aspira ad essere una potenza mondiale, e che non lo sarà mai.

E quando dico mai, intendo mai.

Accetto scommesse: hanno cinque miliardi di anni per provarci, anche se, come sapete, sono cinque miliardi teorici, perché potrebbe arrivare Apollo a scombinare le carte.

Ah, per i diversamente astrofili mi affretto a specificare che non mi riferisco al simpatico fondo avvoltoio americano, ma a questo oggetto qui, che, peraltro, se il Signore nella sua infinita lungimiranza e misericordia deciderà in tal senso, potrebbe atterrare anche su Wall Street.

Buona visione (e non dimenticate l'ombrello)...


(...d'altra parte, i tedeschi vanno anche capiti: meglio la svalutazione interna a casa altrui, che le corna in casa propria...)

venerdì 22 aprile 2016

La fenomenologia di Maastricht e di Schengen

Nell'analizzare un progetto politico dobbiamo distinguere diversi piani. C'è il piano retorico, cioè quello dei meccanismi di persuasione adottati per raccogliere consenso (sì, in italiano lo story telling si chiama retorica, ma pochi ricordano il significato di questa parola, e si consolano dell'esser pochi col fatto del non essere i peggiori), c'è il piano degli scopi (dichiarati), c'è il piano delle motivazioni reali (spesso non dichiarate, dettate dai rapporti di forza), c'è il piano delle asimmetrie da gestire (che sono intrinseche a ogni progetto politico, che in quanto tale è espressione di poteri egemoni i quali difficilmente operano per indebolire la propria egemonia!), c'è il piano delle criticità...

Insomma: io non sono un politologo, ma Giandomenico Majone lo è, quindi incuriosito dalla sua osservazione che se dovesse riscrivere oggi il suo libro userebbe Schengen come metafora di quello che non va in Europa, ho ragionato sulle affinità strutturali fra i due pilastri liberisti del progetto europeo tanto caro alla sinistra lompo, così avida di garantire la mobilità del capitale proprio (non sia mai che per pagare il taxi che mi porta a place Vendôme io debba darmi la pena di procurarmi un conio alieno), e quella del lavoro altrui (venghino, venghino, siore e siori, che tanto a place Vendôme non c'è sindaco, per quanto "de sinistra", che consentirà mai un'operazione tipo Canal St Martin, anche se al XVI una misura simbolica è stata presa).

Le analogie sono "saisissantes", come diciamo noi europei, e ve le propongo in uno specchietto che mi è stato ispirato dall'opera di un noto ideologo eurista recentemente scomparso (vediamo se c'è qualcuno che si ricorda quale...):


Ecco, diciamo che qui c'è tutto. L'unione territoriale (abolizione delle frontiere interne) di Schengen è sostanzialmente isomorfa all'unione monetaria di Maastricht. Le intenzioni dichiarate sono sempre ottime: aiutare chi è rimasto indietro (inondandolo di capitali: Maastricht) e promuovere la libertà (di movimento: Schengen). Sembrano slogan berlusconiani, e infatti sono slogan liberisti, ma le anime belle "de sinistra" li ripetono a vanvera perché così detta loro la loro appartenenza, e quindi non si danno pena di squarciare il velo della retorica (che peraltro è una garza molto sottile) per individuare la realtà, la struttura economica del progetto, che è quella di consentire alla potenza egemone di fare dumping valutario (svalutazione competitiva attraverso l'indebolimento della moneta comune sui mercati terzi: il marco sarebbe forte, l'euro è debole e questo a un pezzo di Germania fa comodo), e di attirare lavoro compensando uno squilibrio demografico che nel dibattito viene sistematicamente ignorato (ma non da noi).

In entrambi i casi c'è però un problema, che poi, se vogliamo, in termini normativi scaturisce dall'approccio "armiamoci e partite" strutturale alla retorica politica europea (basata su quella che Majone chiama la prevalenza del processo sul risultato, e che a Roma si chiama "dimo famo"): per illudersi di andare avanti basta firmare trattati. Verificarne i risultati, il conseguimento degli obiettivi, è problema che riguarda chi verrà dopo (vedi il post precedente), il quale, a sua volta, se la caverà dicendo che i risultati non ci sono perché non sono stati firmati abbastanza trattati (o fatte abbastanza foto di gruppo in località sempre più remote dal dissenso popolare montante). Un approccio reso letale da alcune dosi di "fate presto", le quali comportano che il cambiamento istituzionale venga realizzato da un lato col metodo Juncker, e dall'altro senza definire esattamente come e da chi dovrà essere gestito (anche perché, e questo è un altro problema, la retorica del metodo "comunitario" si scontra con la realtà dell'approccio "intergovernativo", per cui si sa benissimo che quando i problemi sorgeranno, l'emergenza giustificherà che essi siano gestiti da istituzioni che non hanno alcuna particolare legittimazione a farlo, il che apre ulteriori finestre di opportunità a favore della potenza egemone, come il caso greco dimostra).

Sapete quindi che i Trattati non dicono chi debba gestire il valore esterno dell'euro (si assume che sia la Bce "indipendente" a farlo, ma, come vi ho ricordato, Wyplosz nota che questo non sta scritto da nessuna parte), e ci siamo anche detti che quando Schengen nasce non esiste un organismo che debba gestire la frontiera comune (ora esiste, è Frontex, e non mi è chiaro né quanto stia effettivamente supportando i governi nazionali, né chi paghi...). L'analogia anche qui è fulminante.

In entrambi i casi c'è un'ovvia asimmetria, a danno dei paesi più deboli (per il semplice motivo che se fossero stati più forti sarebbero riusciti a distorcerla a proprio vantaggio!): la moneta comune è troppo forte per loro, il che li rende buoni compratori dei beni prodotti dai paesi forti (da cui il vantaggio per questi ultimi), e il pezzo di frontiera comune da difendere, in assenza di improbabili invasioni vichinghe (ma chi glielo farebbe fare ai norvegesi, che sono al top nella classifica dell'indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite, di venire a invadere dei poracci come noi? Son passati i bei tempi...), è quello gestito dai paesi più deboli (lo stato più forte essendosi nel frattempo protetto con una cintura di stati satellite ai quali fa fare il lavoro sporco, quello di selezione dei flussi migratori, salvo poi ipocritamente accusare questi stati di razzismo - del resto, Auschwitz è ancora lì per ricordarci quale popolo - o meglio: quale capitalismo - ha fatto cosa, ma i nostri media se lo ricordano solo in un giorno, che è definito appunto giorno della memoria [selettiva]...).

E, naturalmente, in entrambi i casi c'è una criticità: l'asimmetria determina di per sé squilibri, che la potenza egemone pensa di poter gestire a proprio vantaggio, e in effetti riesce a farlo, ma non per sempre: quando arriva uno shock esterno le cose si complicano per tutti, e l'irrazionalità di un sistema basato sulla pulsione primordiale di una ottusa volontà di potenza si dispiega in tutta la sua letale estemporaneità. Inizia la stagione delle pezze peggiori del buco, quella che stiamo vivendo, e che rapidamente (o anche no) volgerà alla catastrofe.

Altra analogia: lo shock viene sempre dalla potenza più egemone: gli Stati Uniti (perché i tedeschi, che sono egemoni qui, dovrebbero ricordarselo che non sono egemoni ovunque, nonostante quello che hanno messo dietro il loro scudo da 5 euro). Questo anche quando apparentemente la crisi nasce altrove (segnatamente in Siria), come accade per Schengen.

Ma anche qui, come dire, non è cattiveria, è un fatto: una crisi finanziaria in Buthan ci inquieterebbe molto per le sorti di quel simpatico regno sperduto sul tetto del mondo, cui ci sentiamo profondamente vicini in quanto cosmopoliti e internazionalisti (non siamo forse illuministicamente "de sinistra", e quindi internazionalisti col nostro portafoglio pieno, e soprattutto con le altrui terga? Quindi perché non versare una lacrimuccia anche per il Buthan - che, sia detto a beneficio degli intellettuali anime belle avulsi dalla realtà, non produce butano...), ma poi, versata la lacrimuccia, anche sti cazzi, perché se sei lo 0,003% del Pil mondiale è piuttosto difficile che tu possa creare problemi a casa altrui.

Viceversa, se la crisi si presenta in un paese che comanda perché da solo fa il 25% del Pil mondiale (o, se volete, che da solo fa il 25% del Pil mondiale perché comanda), certo che il problema non può restare solo locale!

Bene: nello specchietto sopra c'è tutto, e io da aggiungere non ho niente.

Si apra la discussione...