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sabato 19 agosto 2017

"Social media" vs. "élite media"

Sarà capitato anche a voi di commentare con un giornalista l'inarrestabile declino delle testate italiane (qui Dagospia ex multis). In ogni caso, è capitato a me, ed è sempre un'esperienza interessante, che apre a orizzonti culturali interminati, a sovrumani concetti, ove per poco il cor non si spaura: la sociologia, la storia, le scienze politiche, e, naturalmente, la tecnologia (#hastatoInternet) arditamente vengono combinate in un quadro che, se da un lato, soprattutto quando viene fatto da persone intellettualmente oneste, fornisce importanti spunti di riflessione sul significato odierno di democrazia, dall'altro, anche quando viene fatto da persone intellettualmente oneste, non riesce a sfuggire a un soupçon di intento apologetico. Insomma: #hastatoInternet, #hastatoilfallimentodeicorpiintermedi, #hannostatolemacchiesolari, ma mai uno che dicesse, almeno in camera caritatis: "Forse c'entra anche un po' il fatto che stiamo dicendo troppe fregnacce...".

Questa eventualità, però, non può essere completamente essere esclusa. Non so se adottare l'assioma secondo cui la qualità del bene (l'informazione fornita) non influisce sulla domanda del bene (le copie vendute) aiuti a capire cosa sta succedendo. Sicuramente aiuta a capire la mentalità di chi da questa ipotesi procede: quella per cui i lettori sono un parco buoi di decerebrati che sarebbero disposti a bersi qualsiasi fregnaccia, e che quindi, se smettono di comprare certi giornali, non lo fanno perché hanno la sensazione di non essere correttamente informati, ma solo perché #hannostatoletestateonline o #hastatolafreepress.

Certo: nessuno nega che la diffusione di outlet alternativi possa avere influito sull'agonia delle grandi (?) testate. Tuttavia, da queste testate ci viene perennemente rinfacciata la nostra incapacità di non cogliere le sfide della globalizzazione, ecc. ecc. (la solfa la conoscete): al rimbrotto, però, non segue un esempio positivo! Noi dobbiamo riciclarci, magari diventando skipper sul Mar Baltico a 60 anni dopo esser stati sportellisti alla posta di Vimercate, perché questo è lo Zeitgeist. Loro invece non avvertono l'esigenza di riciclarsi dicendo, sempre dallo stesso posto di lavoro, cose più interessanti, che mercato ne avrebbero (e questo blog lo dimostra)...

Una eloquente asimmetria messa in risalto pochi giorni fa da Marcello Foa con l'osservazione che "i blogger avevano ragione, la grande stampa aveva torto". Gli esempi fatti da Foa sono eloquenti (lo ringrazio per la citazione) e incontrovertibili. Il fatto che chi dovrebbe informare non si assuma le responsabilità di una serie ormai infinita di epic fail e non si degni di prendere in considerazione che l'andamento sul mercato di certe testate potrebbe esserne condizionato rivela una mentalità radicalmente elitaria, come ho osservato sopra: dire che se i giornali si vendono di meno la loro attendibilità non c'entra nulla, significa considerare esplicitamente i lettori come minus habens disposti a bersi qualsiasi panzana. Significa, insomma, costituire i media tradizionali in media delle élite, in contrapposizione ai social media su cui voci indipendenti possono ancora per poco (e sempre di meno) esprimersi.


Leggendo il post di Foa ripensavo a un episodio di qualche tempo fa.

Come sapete, io sono stato fin da subito molto, molto scettico circa il fatto che Tsipras, osannato qui da noi come il Simon Bolivar dei Balcani, riuscisse effettivamente a liberare il suo popolo dall'oppressione delle insensate regole europee. Il semplice fatto che quel personaggio su cui la storia deve ancora formulare un giudizio si rifiutasse di mettere in questione l'euro dimostrava che non stava facendo sul serio e quindi avrebbe fallito. Fui pressoché l'unico a esprimere questo concetto limpido e inesorabilmente logico, e lo feci in tantissime occasioni:

1) il 5 gennaio 2015 parlando del ruolo dei partiti "radicali" nell'Eurozona (o meglio: nel suo rafforzamento);

2) il 26 gennaio 2015 commentando la vittoria di Tsipras;

e via dicendo (basta googlare "goofynomics tsipras" per vedere cosa pensavo e tuttora penso, ma no sono cose belle).

Mi era capitato di farlo, proprio il 26 gennaio, anche su Omnibus La7, in questi termini:


"Il programma (di Tsipras, ndr) non è verosimile e la prova ce la danno i mercati che non ci credono..." "Tutti sanno che questa è una simpatica, divertente, tragica farsa, perché le contraddizioni del programma di Tsipras non sono tanto sul fronte del debito pubblico, del quale sinceramente non so perché l'informazione italiana continui a parlare, dal momento che lo stesso vicepresidente della Bce, andando ad Atene il 23 maggio del 2013, in un discorso che esorterei gli ascoltatori a leggersi (è stato tradotto in italiano nel sito vocidallestero) ha detto che il nostro problema, il problema dell'Eurozona, non è un problema di debito pubblico... Il vero problema è il crollo totale della domanda interna che anche in Grecia, come in Italia, è stato provocato dal desiderio di recuperare competitività, cioè dal desiderio di rendere i propri beni e i propri servizi meno cari per poterli vendere all'estero..." "Tsipras sta lì a fare il metadone, ma purtroppo la droga dell'Europa si chiama euro e finché non si affronta il problema non si può pensare di risolvere la situazione...".

Un intervento, mi sembra, non solo lungimirante (non devo dirmelo da solo, ma non ho difficoltà a farlo, mentre ho difficoltà a non farlo), ma anche piuttosto chiaro.

La domanda era: "Con Tsipras i greci hanno risolto?"

La risposta era: "Tsipras è solo metadone: non risolve il problema".


Assisteva a quella puntata anche il dottor Bruno Manfellotto, che, due mesi dopo (il 9 marzo 2015), riassumeva così il mio intervento:

Pancani: "Vorrei tornare un attimo da Manfellotto perché, l'abbiamo detto all'inizio, sembrava che per la Grecia tutto fosse stato più o meno risolto..."

Manfellotto (interrompendo): "Pensava il professor Bagnai, qui in questa sede, non è che lo pensavamo noi!" (risatina).

Tralascio la scarsa eleganza consistente nel citare una persona assente: come vedete, nell'epoca di Internet ad essa si può facilmente porre rimedio, mettendo a diretto confronto due interlocutori (anche quando uno dei due il confronto magari preferirebbe evitarlo), e poi, lo confesso: anche a me è capitato di farlo (ma solo dopo aver constatato che questa prassi veniva adottata sistematicamente nei miei confronti), quindi non sarò certo io a scagliare la prima pietra di fronte a un peccatuccio veniale di questa fatta.

Tuttavia (posso sbagliare, e se sbaglio mi corigerete) ma non mi sembra di aver mai (e dico mai) citato una persona attribuendogli opinioni esattamente contrarie a quelle da lei espresse!

Devo dire che quando mi metteste immediatamente a parte di questa caduta di stile io fui talmente avvilito che rinunciai a commentarla. Mi chiesi se era possibile che io fossi stato poco chiaro. Riascoltai il mio intervento. Io mi capisco, ma questo vuol dire poco. Anche voi, però, avevate capito cosa volevo dire: volevo dire che Tsipras non avrebbe risolto nulla, che era metadone, un palliativo, un modo per eludere la radice del problema.

Uscendo da quella trasmissione (quella del 26 gennaio) mi ero congedato da Manfellotto con toni cortesi, peraltro ricambiati. Allora perché travisare così le mie parole? Ero veramente allibito. Forse era distratto mentre parlavo? Forse non ero stato chiaro? O c'erano altri motivi che non riuscivo ad immaginare per denigrarmi in mia assenza attribuendomi opinioni che i fatti avrebbero smentito, quando ero stato pressoché l'unico in Europa (certamente in Italia) a prevedere il fallimento di un personaggio sul quale invece tutti i grandi media all'epoca avevano puntato, acclamandolo addirittura come un modello per cambiare rotta (dall'iceberg alle scogliere)?

Non so: questa cosa mi ha intristito, ci son rimasto veramente male, tanto che ho rinunciato ad approfondirla con l'interessato, del quale ho da qualche parte i recapiti, anche perché nel frattempo mi sono dovuto dedicare ad altri interlocutori.

Certo, quando poi leggo articoli come questo io, che, come sapete, in generale non sono entusiasta di spiegazioni "neoluddiste", non posso che rinsaldarmi nel mio convincimento che la tecnologia sarà sicuramente importante, ma, ancora per qualche millennio, ad essere veramente determinante resterà il fattore umano...

giovedì 17 agosto 2017

Volevate essere gli U6?

Questa mattina è uscito sul Fatto Quotidiano un mio articolo legato alla discussione sorta in seguito a questo post. Come vi dicevo nel post, la metodologia usata per calcolare il grafico della disoccupazione corretta per scoraggiati e sottoccupati nello studio citato dal FT non mi era del tutto chiara (e tuttora non lo è, per me). In particolare, trovavo corretta l'osservazione fatta da Andrea. A me era chiaro che nel grafico non veniva usata la variabile indicata in didascalia (%working age population, percentuale della popolazione in età attiva), altrimenti tutti i valori sarebbero stati molto più bassi. D'altra parte, non aveva nemmeno senso utilizzare, come ho fatto io, le forze di lavoro (occupati più disoccupati), per il semplice motivo che nel momento in cui metto al numeratore del tasso (sopra) gli scoraggiati, devo considerarli almeno virtualmente come parte delle forze di lavoro e quindi contarli anche al denominatore del tasso (sotto).

Devo dirvi che ancora non sono riuscito a capire da dove saltino fuori quei numeri, ma questo non mi appassiona moltissimo. Preparando l'articolo, mi sono andato a rileggere le definizioni di disoccupazione del Bureau of Labor Statistics, i famigerati U1, U2,..., fino a U6, che sono familiari ai lettori di Mazzalai (diciamo che ne parla da almeno tre anni prima che questo blog aprisse) e di Orizzonte48, ma magari non a tutti gli altri. La logica di questi tassi è quella di considerare definizioni via via meno restrittive di labour market slack (lo slack sarebbe il lasco: le strane dislessie della glottologia!), cioè del "gioco", dello "scarto" fra domanda e offerta di lavoro: insomma: della disoccupazione. Il tasso "ufficiale" corrisponde a U3, e fino a U3 il denominatore sono le forze di lavoro. Poi in U4 si aggiungono gli scoraggiati, e il denominatore diventano forze di lavoro più scoraggiati. Poi in U6 si aggiungono i sottoccupati, di cui magna pars sono quelli in part-time "per motivi economici" (cioè perché il datore di lavoro non gli vuole pagare uno stipendio intero), e il denominatore diventano forze di lavoro, più scoraggiati, più sottoccupati. Insomma: da U3 in poi ogni tasso di disoccupazione è espresso in percentuale di una diversa (e progressivamente più ampia) popolazione di riferimento.

Per capirci, nel grafico che è stato pubblicato oggi dal FQ (che non è il FT, perché arriva prima), il denominatore è dato da forze di lavoro, più scoraggiati, più sottoccupati. Questo implica che la percentuale di disoccupati sia inferiore a quella data dal tasso di disoccupazione ufficiale (sotto 10 anzichè sopra 11), dato che il numero per il quale i disoccupati vengono divisi è più grande (non solo forze di lavoro ma anche le altre categorie ricordate):


Nel grafico del FT, invece, il tasso di disoccupazione coincide a occhio col dato ufficiale, il che mi fa pensare che i ricercatori abbiano sommato tre tassi calcolati con tre denominatori diversi. Questo significa che nel loro caso il tasso complessivo non corrisponde a U6, mentre nel nostro caso la percentuale di disoccupati non corrisponde a U3 (cioè alla disoccupazione ufficiale).

Se avete il mal di testa, mi spiace, anche perché non ne vale la pena: un terzo degli italiani non ha un lavoro o non ha un lavoro decente, il dato è questo, e non entro nelle classi di età e nelle suddivisioni territoriali altrimenti ci mettiamo paura. Uno o due punti in più o in meno non ci cambiano molto, anche se, come sempre, è importante essere rigorosi.

Sarebbe più facile se gli uffici di statistica ci aiutassero: il rigore (e farsi due palle sui dati) è il loro mestiere, non il nostro! Questa roba qui negli Usa si fa da anni, come ricordavo sul Fatto di questa mattina, specificando anche perché da noi invece non si fa: perché l'Eurozona ha un piccolo segreto: l'aggiustamento agli shock macroeconomici, qui da noi, si basa sulla disoccupazione competitiva (quella che i sapienti chiamano "svalutazione interna"). Che è così si sa e si dice (lo ha ammesso perfino De Grauwe), ma laggente certe cose è meglio che non le sanno, e quindi si preferisce utilizzare una misura sottostimata della disoccupazione, corrispondente più o meno a U3, in modo da glissare sul resto.

L'esigenza di offuscare quale sia il vero meccanismo di riequilibrio macroeconomico qui da noi (il taglio dei salari, e quindi, per forza di cose, l'incremento di disoccupazione), deve però contemperarsi con l'esigenza della Bce di scaricare su altri la responsabilità del suo fallimento nel rianimare l'inflazione. Non si tratta, attenzione, di un dato banale. Ammettere di non riuscire a far alzare l'inflazione perché la moneta non causa i prezzi significherebbe ammettere che viene meno la stessa ragion d'essere del principio di indipendenza della Banca centrale (cioè dell'attribuzione alla finanza privata di un potere di ricatto sui governi, privati della possibilità di finanziarsi con moneta laddove necessario). Questa indipendenza, infatti, veniva e viene motivata in base al presupposto che se si lasciasse ai politici "dipendenti" dagli elettori la possibilità di creare moneta, questi ne abuserebbero per farsi rieleggere, creando inflazione.

In realtà le cose non stanno esattamente così. Ho spiegato ne L'Italia può farcela che è altrettanto plausibile che siano i prezzi a causare la moneta. Immaginatevi, ad esempio, il caso di un imprenditore che, come negli anni '70, si trovi a fronteggiare un aumento improvviso del costo delle materie prime. L'imprenditore si reca quindi in banca a chiedere un prestito non volto a fare investimenti, ma semplicemente a pagare stipendi e materie prime a un costo superiore. La banca ha due possibilità: o non glielo concede, così l'imprenditore fallisce e non ripaga nemmeno i mutui già contratti, o glielo concede, e così facendo fa aumentare la massa monetaria (la moneta che circola è, come sapete, per solo un decimo moneta "stampata": gli altri nove decimi sono moneta bancaria, attestazioni di credito di varia natura).

Quindi, lo scopo del gioco dell'indipendenza della Banca centrale è e resta uno solo: condizionare la politica di bilancio del governo (non quella monetaria: quella di bilancio), subordinando al parere dei mercati (cioè ai grandi banchieri internazionali) la scelta di quali governi e quali politiche finanziare. L'idea che il problema sia la stabilità dei prezzi è del tutto fasulla e infondata, tant'è che, come vedete, nemmeno stampando decine di miliardi di euro al mese Draghi può fare molto (e lo sa).

Si torna così al punto dal quale siamo partiti: Draghi è impotente, il suo big bazooka non valeva un gran che (gli anni passano per tutti, anche per la teoria quantitativa della moneta), il suo flop era previsto (solo da me, ma comunque previsto), ma questo apre un problema politico. Bisogna mantenere viva l'idea che la moneta sia esogena e agisca comunque sui prezzi, e che se non ce la fa è perché ci sono forze ulteriori che cospirano a deprimere i prezzi. Sì, sto parlando di questa dichiarazione, il cui senso è chiaro: "La moneta sui prezzi agirebbe, quindi io (Draghi) sono utile e comunque sarebbe pericoloso mettere il mio potere monetario in mano altrui, ma purtroppissimo i governi non riescono a fare la loro parte e quindi anche se io ho uno strumento efficace e lo sto usando, se però le cose non funzionano la colpa non è mia".

In questa linea si iscrive uno studio che aveva attirato la nostra attenzione in primavera, ma del quale poi ci eravamo dimenticati un po' tutti: il Bollettino economico della Bce di maggio 2017. La notizia dirompente secondo cui la disoccupazione nell'Eurozona sarebbe il doppio di quella ufficiale in effetti veniva da lì (p. 33):

e in nota si fa esplicito riferimento (ma in caratteri piccolissimi, da contratto assicurativo) alla misura U6 e al fatto che Usa e Ocse la calcolano:


Caratteri piccoli, perché altrimenti tutti si chiederebbero: ma allora perché noi no? E così il fine apologetico di questa scoperta dell'acqua calda (scaricare sui governi incapaci di "creare buona occupazione" il fallimento delle politiche monetarie nel rianimare i prezzi) diventerebbe un boomerang, perché costringerebbe gli elettori a riflettere sul piccolo, sporco segreto che vi ho confidato sopra, cioè sul fatto che molta disoccupazione, possibilmente nascosta, è essenziale a un sistema che basa la propria ripresa sul ribasso dei salari. Peraltro, con buona pace di chi pensa il contrario, è proprio la Bce a essere responsabile della mancata creazione di "buona occupazione", perché è lei che, arrogandosi una funzione di indirizzo politico che non dovrebbe competere a chi pretende di essere legibus solutus, ha consigliato a tutti i governi di cui la Germania è nemica, fra cui il nostro, politiche di riforma del mercato del lavoro che hanno reso precari e sottopagati milioni di europei (il nostro caso è stato analizzato qui).

Insomma: Draghi quel poco di buono che pretendeva di poter fare non è riuscito a farlo, in parte anche perché ha fatto quel molto di cattivo che non avrebbe dovuto fare!

Povero Draghi...

Cammina su una fune, sospeso fra due grattacieli. Mi dà le vertigini, quell'uomo. Fra due anni gli taglieranno il cavo, come sapete, e questo è triste (anche perché magari ce lo ritroveremo al Quirinale o a Palazzo Chigi), ma soprattutto, e questo è ancora più triste, potrebbe arrivare una ventata! Un banale esempio: negli Stati Uniti le università "buone" costano così tanto che per andarci ci si indebita. Peccato che però oggi i lavori "buoni" non siano poi tantissimi nemmeno lì, e quindi... c'è chi si indebita per ripagare il debito che aveva contratto per diventare un "protagonista dell'economia della conoscenza"! Se vi ricorda i subprime non preoccupatevi: non è la stessa cosa: è la stessissima cosa. E non vi parlo dei mutui sugli immobili commerciali (i subprime erano sugli immobili residenziali), ecc. Anche lì hanno stampato tanta moneta, per farci cosa? Lo scopriremo alla prossima esplosione di bolla, quando, per sistemare le cose, Uj (j=1, 2, ...,6) dovrà aumentare di nuovo.

E voi, volevate essere gli U6?

La ripresa

Alle 15 sono su Mediaset TgCom24 per parlare della ripresa allo 0.4%. Intanto, ve la faccio vedere:


Oggi siamo dove vedete il puntino rosso. Continuando a crescere dello 0.4%, torneremo al livello di Pil pre crisi nel terzo trimestre del 2021. Abbiamo già parlato di questo tema. Resta quindi da concludere integrando un noto proverbio: chi va piano va sano e va lontano... se ci arriva vivo!

mercoledì 16 agosto 2017

Godley, Lavoie, e Draghi: un'eterna politica espansiva

Rapidissimamente, che poi devo chiamare il tecnico della caldaia, andare a fare la spesa, scrivere un articolo per il Fatto Quotidiano, scrivere una prefazione per Il Pedante, scrivere un'apologia (Tertulliano me spiccia casa), ecc.

Questo post è un piccolo lago di montagna, dove confluiscono almeno due rivoli di acqua fresca e cristallina: il discorso su Lascienza, e il discorso sui rapporti di forza all'interno dell'Eurozona, messo in luce nel post precedente.

Cosa rimprovera il re che da Berlino "mannò ffora a li popoli un editto: io sò io, e tu sei un cretino, governatore de sta fava, e zitto"? Rimprovera a Draghi il fatto che l'acquisto di titoli di Stato violi la proibizione di finanziare direttamente gli Stati (insomma, violi quel "divorzio" fra Tesoro e Banca Centrale che noi abbiamo adottato spontaneamente [?] nel 1981, ma che dal 1992 è sancito dal Trattato di Maastricht). Notate che questo granellino di sabbia è stato messo nell'ingranaggio da Bernd Lucke, il fondatore di Alternativa per la Germania, il partito che vorrebbe che la Germania uscisse dall'euro.

Ora, qui bisogna in realtà difendere Draghi, e, simultaneamente, la scienza economica. Marc Lavoie, a seguito di un paio di conversazioni che abbiamo avuto a Parigi su un modello che sto per pubblicare (così facciamo stare zitti anche quelli che "Bagnainonhailmodelloteoricoooooo!"), mi ha inviato un suo articolo, scritto con Godley nel 2006 (poi pubblicato su carta nel 2007), del quale mi pregio di agevolarvi l'abstract:


Prendersela con Draghi è ingiusto e inutile (mi affretto a dire che Lucke lo sa benissimo e vuole solo creare un caso politico). Draghi segue quella che la scienza economica, in una delle sue riviste più prestigiose (tant'è che perfino gli economisti pre-keynesiani sono costretti a tenerla in classe A), aveva indicata come una strada obbligata. Per tenere insieme i cocci dell'Eurozona dopo uno shock esterno c'è solo una cosa da fare, quella che sta facendo Draghi (che cretino proprio non è!): comprare titoli, in particolare delle "weak euro countries", e comprarli in proporzione ever rising: never ceasing, still increasing, with the length of time shall grow, come le lacrime (di coccodrillo) del primo vecchione nella Susanna di Handel.

Come notava giustamente l'amico Pilon in coda a un post precedente, ora resta da vedere cosa succederà quando smetterà di farla. Non vorrei guastarvi la sorpresa, ma chi ce la fa, per saperlo, può leggersi l'articolo di Godley e Lavoie.

Agli altri basterà aspettare: Draghi scade nel 2019...




(...e voi poracci che eravate rimasti a AAAAAAAAAAAAAAAAAAAAA-LLE-LUGLIA! Ma non ci siamo proprio, non ci siamo. Handel è da un'altra parte: è qui. E nel caso vogliate sapere dove ha imparato a scrivere così, vi accontento subito: in questa cessa di città, dove insegnavano Corelli, Pasquini e Scarlatti. Un'eterna ghirlanda brillante...)

martedì 15 agosto 2017

QED 81: c'era una volta un re che da Berlino...

Alle 18:47 ho pubblicato il post precedente, e alle 19:53 l'Ansa ha pubblicato questo. Il post più breve per il QED più rapido.

Due domande ai giuristi

Ci siamo occupati altrove della piddinitas juridica: quello strano atteggiamento di certi nostri colleghi di altro settore, in virtù del quale essi "sanno di sapere" tante verità economiche, senza aver mai in realtà acquisito la grammatica e la sintassi dell'economia (e questo non sarebbe un difetto), e senza essersi mai posti una domanda sulle fonti da cui traggono cotanta sicumera (e questo è un difetto, perché, quando gratti un po' la superficie, vedi che la loro fonte delle fonti è sempre il dottor Giannino).

Che sia un economista a non interrogarsi sui conflitti di interesse dei vari attori economici e sociali mi sembra già grave: ma che non lo faccia un giurista mi sembra gravissimo! Ripetere a vanvera le note leggende metropolitane sui risparmi spazzati via, sui salari che verrebbero decurtati, sulla svalutazione i cui benefici verrebbero annichiliti dall'inflazione, e via dicendo, espone al rischio di fare una figura barbina se qualcuno tira fuori un dato, o semplicemente chiede al concionatore di turno di definire i concetti che sta usando (io non devo sapere cos'è un termine ordinatorio, e quindi non ne parlo, mentre chi parla di inflazione dovrebbe sapere cos'è, e non confonderla con la svalutazione). Per sottrarsi a questo rischio, basterebbe semplicemente che prima di concionare, il concionatore si ponesse un domanda semplice semplice: "Questa storia che la svalutazione deprime i salari me la ripetono i quotidiani e le riviste scientifiche di Confindustria. Ma Confindustria è l'associazione degli industriali, quella che ha strenuamente lottato coi nostri sindacati appunto per abbassare i salari. Quest'ultima cosa non è strana: caeteris paribus, dato un certo fatturato, meno ne va in salari, più ne va in profitti, e gli industriali non sono salariati, anche quando non sono - come spesso i nostri - profittatori. Ma allora, perché mi si preoccupano tanto per un evento - l'uscita dall'euro, o in generale la svalutazione - che alla fine permetterebbe loro di ottenere quello che hanno sempre desiderato? Più precisamente, perché si preoccupano dell'interesse altrui, anziché del proprio? Non è strano? Non sarà che forse io sono un fesso?".

La risposta è ovviamente dentro il concionatore, ed è sbagliata (no), perché quella giusta (sì) è troppo dolorosa...

Ci pensavo oggi nello stilare un parere sull'articolo di un giurista bravo, che mi ha chiesto di analizzare la parte "economica" del suo lavoro. Si sta formando, anche in questa professione, una maggioranza silenziosa di patrioti che hanno capito come stanno le cose, e che se non ci svegliamo in tempo poi non ce ne sarà per nessuno. Io, che per natura sono curioso, se posso aiuto, sempre nel rispetto delle competenze altrui. Il lavoro è ben fatto, ovviamente ho suggerito di non citarmi per evitare problemi, e leggendolo mi sono venute in mente due domande che, in tutta umiltà, e scusandomi per l'imprecisione terminologica che mi deriva dal non essere un professionista della materia, vorrei porre ai giuristi tutti in ascolto.

Domanda numero uno: perché mai noi dovremmo fare un feticcio delle regole europee, e più in generale accettare il primato del diritto comunitario, quando la Corte Costituzionale Tedesca, con la sentenza di Lisbona, ha ampiamente chiarito di battersene la ciolla subordinare il rispetto dei trattati alla difesa dei diritti costituzionalmente garantiti in Germania, fra i quali quello al risparmio?

Insomma: se volessimo far evolvere l'UE in senso solidaristico, la Germania, via Corte di Karlsruhe, si metterebbe di traverso argomentando che così le cicale del Sud scialacquerebbero i risparmi degli scarafaggi delle formiche del Nord, ma quando poi c'è da tutelare il risparmio degli italiani allora non si possono salvare le quattro banche (lasciando che i pensionati penzolino), perché altrimenti sarebbe aiuto di Stato con violazione della concorrenza (che evidentemente non c'è se i porci cari amici tedeschi salvano le loro cesse di efficienti compagnie aeree). Me lo spiegate questo paradosso, cari giuristi? Non vi sembra che ci sia una certa asimmetria?

Domanda numero due, rivolta soprattutto a quelli bravi, a quelli buoni, a quelli dai cognomi esotici che si sono schierati contro il Renzi brutto che voleva riformare la Costituzione più bella del mondo: cari amici, forse non ve ne siete accorti, ma la Costituzione è stata riformata in modo plateale e cruciale aggiungendo un quarto potere costituito, il potere monetario, quando la Banca d'Italia si è costituita in autorità indipendente dall'esecutivo con il cosiddetto divorzio. Non sono io a dare questa interpretazione in senso costituzionale: è l'autore della riforma, Beniamino Andreatta, quando parla di potere esecutivo, legislativo e monetario, posti sullo stesso rango, anche se la nostra Costituzione disciplina solo il primo e il secondo nella sua parte seconda (Titolo I e Titolo III). Voi dove eravate mentre succedeva questa cosa? Al bar? A fare un massaggio? Portavate la macchina a lavare?

Sottoporre al giudizio dei mercati (considerati evidentemente onniscienti) quali politiche fossero finanziabili, dove volevate che portasse, se non a una situazione di generalizzata precarietà e di impoverimento della popolazione? Perché, vedete, anche se voi non volete rendervene conto, anche se (evidentemente) vi sembra strano: il capitale percepisce profitti, e il lavoro salari. Se attribuisci al capitale una penetrante funzione di indirizzo politico (e quale funzione di indirizzo politico è più penetrante di quella che consiste nel chiuderti i cordoni della borsa se non fai quello che conviene a me?), è piuttosto scontato che quest'ultimo indirizzerà le cose nel senso di deprimere i salari. La compressione e poi soppressione dei servizi pubblici e la creazione di disoccupazione attraverso i tagli sono tutti mezzi che concorrono a questo alto fine.

E voi non avete nulla da obiettare?

Ecco: queste sono le domande che farei ai miei amici giuristi. La seconda, a dire il vero, l'ho anche fatta, a un importante convegno. La risposta è stata questa:














































































Una risposta, come vedete, ampia e articolata.

Poi, dopo, a cena, mentre la rimuginavo, una collega molto simpatica mi si è avvicinata e mi ha detto: "Sai, quella cosa della possibilità di creare senza riforme costituzionali organismi che avessero potere di controllo su poteri costituzionalmente costituiti è uscita fuori quando vennero create le autorità amministrative indipendenti. Ma allora il problema fu risolto dicendo che si poteva fare, perché c'era il precedente della Banca d'Italia. Peccato che quando la Banca d'Italia si rese indipendente, nessuno abbia pensato a valutare le implicazioni di questa scelta".

La collega, simpatica e anonima, aveva torto. Questa scelta è stata valutata. Anzi: era già stata valutata, più esattamente in Inf. XXVIII, 103. Un aiutino agli europeisti:


E un ch’avea l’una e l’altra man mozza,
levando i moncherin per l’aura fosca,
sì che ’l sangue facea la faccia sozza,

gridò: "Ricordera’ ti anche del Mosca,
che disse, lasso!, ’Capo ha cosa fatta’,
che fu mal seme per la gente tosca".


La filosofia del fatto compiuto è "mal seme", è una filosofia violenta, levatrice di violenza: questo ci ricordava Dante e questo qualcuno ha voluto dimenticare (è il metodo Juncker). Cari amici giuristi: fate sentire la vostra voce, o preparatevi a tergervi il sangue dalla faccia sozza con un fazzoletto. Cosa che, se l'Inferno è veramente come lo descrive Dante, rischierebbe di essere molto più difficile del capire che i media difendono gli interessi di chi li paga (operazione alla quale comunque mi sentirei gramscianamente di esortarvi)...


(...vedi alla voce "man mozza": a Dante, Juncker proprio non stava simpatico...)

lunedì 14 agosto 2017

Disoccupazione, sottocupazione, e scoraggiati: graduatorie

Nei post precedenti abbiamo discusso il dato evidenziato dal Financial Times secondo cui, se si prendessero in considerazione oltre ai disoccupati (persone prive di occupazione che hanno cercato un lavoro nelle quattro settimane precedenti) anche i sottoccupati (persone che lavorano meno ore di quanto vorrebbero lavorare) e gli scoraggiati (persone che non lavorano, vorrebbero lavorare, ma hanno rinunciato a cercare lavoro e quindi non contano come disoccupati), l'Italia sarebbe in testa alla classifica.

Il tasso di disoccupazione corretto per scoraggiati e sottoccupati nel 2016 sarebbe arrivato qui da noi al 39%, sopra Grecia e Spagna (col 33%).

Sò soddisfazzioni, dicono a Roma.

Oggi spacchetto il dato del 2016 per componente: disoccupati, scoraggiati e sottoccupati, e vi presento le graduatorie. Tre specialità diverse dello stesso campionato: la lotta per la sopravvivenza. Sarete contenti (no) e stupiti (no) di sapere che in due su tre di queste specialità noi siamo leader, e di gran lunga. Solo la disoccupazione "ufficiale" non ci vede nemmeno sul podio: arriviamo quinti, dopo Grecia, Spagna, Croazia e Cipro (tutti paesi dei quali qui si è parlato). Ma sulle altre due patologie del mercato del lavoro, quelle più insidiose perché meno evidenti e del tutto ignorate dai media, non ci batte nessuno!

Ecco i grafici:




Noterete che per quanto riguarda gli scoraggiati noi siamo decisamente fuori scala: il secondo paese con più scoraggiati, che è il Lussemburgo (anche i ricchi si scoraggiano... perché possono permetterselo!), ha il 9.5% di lavoratori scoraggiati, contro il nostro 16.1% (in percentuale delle forze di lavoro). Se siamo in testa alla graduatoria del tasso di disoccupazione corretto è essenzialmente per "merito" dell'ammontare del tutto anomalo di lavoratori scoraggiati. La media dei lavoratori scoraggiati negli altri paesi (esclusa l'Italia) è intorno al 5.82% della forza lavoro, con uno scarto quadratico medio di 2.26. Noi siamo a oltre quattro scarti quadratici medi dalla media (chi ha studiato sa di cosa parlo: e se ha studiato tanto gli segnalo che tolti noi, la distribuzione è normale con asimmetria 0.1 e curtosi 1.9, mentre aggiungendo l'Italia la distribuzione diventa non normale - il test JB schizza oltre 15, con un'asimmetria - ovviamente positiva - a 1.3 e una curtosi a 5.5): una anomalia statistica pazzesca!

Sarei veramente interessato a sapere se i criteri di rilevazione degli scoraggiati sono effettivamente uniformi nei diversi paesi coperti dall'Eurostat, perché se così fosse ci sarebbe molto da pensare. Mi leggero qualche peiper...

Noterete anche che il fenomeno dello "scoraggiamento" (cioè dei lavoratori inattivi che desidererebbero rientrare in corsa) è diffuso a macchia di leopardo: in particolare, fra i primi dieci paesi con più scoraggiati, quattro sono fuori dall'Eurozona (e nei primi dieci con meno scoraggiati solo due sono fuori dall'Eurozona).

Viceversa, disoccupazione e sottoccupazione sono molto più chiaramente connesse all'appertenenza all'Eurozona. Fra i primi dieci paesi con più disoccupati e sottoccupati solo uno non è membro dell'Eurozona (rispettivamente la Croazia e la Svezia), mentre fra i primi dieci paesi con meno disoccupati cinque sono fuori dall'euro, e lo stesso vale per i primi dieci paesi con meno sottoccupati.

Noterete, infine, che la Repubblica Ceca arriva ultima (cioè prima) in tutte le graduatorie: ha meno disoccupati, meno sottoccupati, e quindi meno scoraggiati. Chi è stato al nostro convegno annuale lo scorso anno ricorderà perché.

Con l'occasione, annuncio urbi et orbi la data del prossimo convegno annuale, il #goofy6: sarà il 2 e 3 dicembre 2017.

Torniamo all'antico: anche il #goofy1 (chi c'era se lo ricorderà) si svolse all'inizio di dicembre (era il 2012). Vi potrete iscrivere da inizio ottobre, e, naturalmente, prima che vi iscriviate avremo ampio modo di ragionare sul programma del convegno, del quale, però, posso fin da ora anticiparvi il titolo: "Più Italia".

Credo ce ne sia bisogno.

E voi?

domenica 13 agosto 2017

La disoccupazione in teoria e in pratica: analisi

(...ci deve essere qualcosa all'Olimpico: sento le urla da qua. Per il resto pace santa. La vera vacanza, quella con tutti fuori dalle palle - tutti tranne uno, er Palla, che purtroppo insiste sull'abitazione causa debbbito in matematica... Comunque, ho passato la giornata a referare un paper: quattro pagine di report, con mezza pagina di bibliografia, una giornata per scriverlo, altre tre per leggere il paper e capirlo... Questa cosa non va scritta in nessun libretto, non viene documentata in nessun modo, non viene valutata per la carriera, ecc. Ma noi - dicono i gazzettieri - siamo dei privilegiati: abbiamo il privilegio di lavorare gratis. Presto lo avrete anche voi. Sempre meglio dell'alternativa, comunque. Ecco, parliamone...)


Nel post precedente sono partito da questo grafico segnalato da Luigi:

 

e ho cercato di verificare i dati riportati. Mi aveva spinto a farlo, fra l'altro, l'osservazione un po' facilona del solito espertone (probabilmente un bot): "Mi fido più dell'ISTAT!". Osservazione non molto intelligente, perché anche se la fonte dei dati nel grafico non veniva specificata, presumibilmente era l'Eurostat (e quindi, per la parte italiana, l'ISTAT). I risultati ottenuti partendo da dati Eurostat, infatti, pur partendo da informazioni molto scarse circa la metodologia adottata dagli autori, erano sostanzialmente congruenti con l'evidenza riportata nel grafico, come vi ho mostrato:


Fallisce quindi il tentativo del bot di screditare la fonte (che peraltro era il Financial Times), e il fatto che ci abbia provato ci lascia intuire che quel dente, ai poteri cosiddetti forti, duole parecchio. I risultati di dicembre hanno dimostrato che la disoccupazione influisce sul voto. Se almeno si potesse evitare di parlarne, penseranno compatte le prime tre cariche dello Stato...

Passo ora da spiegarvi come ho ottenuto il mio, di grafico. Resta poi da vedere come il fenomeno descritto si è evoluto nel tempo, e resta da capire che significato attribuire ad analisi simili. Lo spunto alla base di esse è chiaro: l'insofferenza sempre più diffusa verso le metodologie ufficiali di calcolo del tasso di disoccupazione, ritenute inattendibili, insofferenza che si riflette in molti vostri commenti (in particolare questo e questo).

Vorrei chiarirvi che la mia analisi si basa su dati ufficiali e quindi non è assolutamente da leggere in chiave polemica verso l'ISTAT o l'Eurostat. Sì, sappiamo che la definizione di occupato adottata dall'ISTAT non è particolarmente stringente, in particolare perché si considera occupato chi abbia lavorato anche una sola ora nella settimana di riferimento:


(come specifica il glossario).

La rivelazione di questo criterio statistico (che peraltro nessuno aveva nascosto!) ha sollevato un certo clamore lo scorso anno, ma trovo che l'ISTAT abbia ragione: loro possono solo applicare i criteri uniformi a livello europeo (e sostanzialmente omogenei fra paesi OCSE) che l'Eurostat definisce e impone. Io, per dire, trovo più disturbing la definizione di disoccupato, che non è, come forse potreste immaginare, una persona in età attiva (16-65) non occupata, ma:

Quindi per essere disoccupati non essere occupati occorre (è necessario) ma non basta (non è sufficiente). Questo significa che un occupato che perde il lavoro potrebbe non diventare disoccupato: potrebbe anche scomparire dalle forze di lavoro, come vi chiarii a suo tempo. Ma il punto è che, se da una parte è ovvio che lavorare un'ora a settimana non assicura il soddisfacimento del diritto costituzionalmente garantito a un'esistenza "libera e dignitosa" (a meno che tu non sia una rockstar), d'altra parte qualsiasi criterio è arbitrario: la cosa importante è che i criteri siano stabili nel tempo e nello spazio, per poter analizzare la dinamica dei fenomeni e per poter fare confronti internazionali sensati.

Quindi lascerei da parte l'ISTAT, e chiamerei eventualmente in causa i media che non spiegano certi concetti, e i politici che profittano degli inevitabili paradossi delle statistiche per fare campagna elettorale.

Comunque, tornando al grafico: da quello che si poteva capire, gli autori avevano espresso tre categorie di persone (disoccupati, lavoratori inattivi desiderosi di lavorare, e lavoratori in part time contro la propria volontà) in percentuale della popolazione in età attiva (working age population).

Qui penso che ci sia un primo errore, perché in tutta evidenza le tre categorie sono state espresse in percentuale delle forze di lavoro o popolazione attiva. Se così non fosse, il dato sarebbe più basso. Considerando ad esempo l'Italia, secondo l'Eurostat nel 2016 la popolazione attiva era 25243.2 migliaia di persone, date dalla somma di 22241.1 occupati e 3002.1 disoccupati. Il rapporto fra disoccupati e popolazione attiva (forza di lavoro) ci restituisce un tasso di disoccupazione di 3002/25243=11.9%, che coincide con quello di cui abbiamo parlato e, a grandi linee, anche con quello che si vede nel grafico. Se invece rapportassimo i disoccupati alla popolazione in età lavorativa, che era, sempre nel 2016, di 38870 migliaia, otterremmo una percentuale di disoccupazione pari a 3002/38870=7.7%, lontana sia dalla disoccupazione ufficiale, che dal dato visibile nel primo grafico (dove la sbarra violetta della disoccupazione supera 10).

Appurato quindi che gli autori del grafico dicevano una cosa per l'altra, mi sono procurato intanto la serie al denominatore, le forze di lavoro o popolazione attiva, scaricandola qui. Nella stessa tavola ho trovato anche i disoccupati, e rapportandoli alla popolazione attiva ho ricalcolato i tassi di disoccupazione (unemployment nel grafico originale).

Poi c'erano da misurare gli "scoraggiati", ovvero la popolazione inattiva che non appartiene alle forze di lavoro perché:

1) non ha lavorato almeno un'ora nella settimana di riferimento (e quindi non è occupata);
2) non ha effettuato almeno un'azione attiva di ricerca di lavoro nelle quattro settimane precedenti ecc. (e quindi non è occupata).

MA

desidererebbe lavorare (uno può essere inattivo anche perché è ricco di famiglia)! Questa è una cosa relativamente poco problematica, perché l'Eurostat fornisce i dati sulla popolazione inattiva classificata per età, sesso, e disponibilità a lavorare.

Poi c'erano da misurare i sottoccupati, cioè quelli gli involuntary part-time (quelli che lavorano meno ore di quanto desidererebbero). Qui la cosa è un po' più tricky, perché l'Eurostat fornisce i lavoratori in part-time "involontario" come percentuale del totale dei lavoratori part-time. Per ottenere il dato in migliaia ho quindi dovuto scaricare (o anche: "sò dovuto scaricà") i lavoratori part-time totali. Moltiplicando la percentuale di involontari per il totale dei part-time ho ottenuto le migliaia di lavoratori in part-time involontario (sottoccupati).

Cosa siano esattamente i seeking employment-not ILO unemploymed non lo so e non ho cercato di capirlo: verosimilmente un'altra categoria di scoraggiati, ma visto che erano pochi non ci ho perso tempo.

Questo è come ho costruito i dati. E ora andiamo a vederli un po' in dettaglio, anche se, considerando la mole di numeri scaricati (per tutti i paesi europei e circonvicini e per tutti gli anni dal 1999 al 2016) do per scontato che non riusciremo a vederli tutti ora.

Intanto, vi faccio vedere l'evoluzione nel tempo del tasso di disoccupazione corretto per scoraggiati e sottoccupati nei quattro grandi dell'Eurozona:


Noi siamo quelli gialli (come i nostri sindacati).

Nel 2004 c'è un forte balzo verso l'alto dovuto a una revisione nei criteri di calcolo degli scoraggiati. Con i nuovi criteri (cioè dal 2004), la nostra situazione sembrava fortemente compromessa già allora. Certo però che è seccante non poter fare confronti sensati con i dati antecedenti al 2004 (ricordate cosa dicevo sopra? Non importa quale sia il criterio, purché sia uniforme. Ma gli statistici "migliorano" sempre i loro criteri, che poi è un ottimo modo per intorbidare le acque...).

Faccio notare un altro dettaglio. La Francia sta meglio di noi, ma peggio della Germania, la cui situazione migliora stabilmente dal 2005 in poi, con l'entrata a regime del dumping salariale Hartz. Tuttavia, il peggioramento della disoccupazione "corretta" in Francia è molto persistente, più del nostro. Dopo la crisi, non solo la Spagna (dal 2013) ma perfino l'Italia (dal 2014) vedono una correzione (più lieve da noi). La Francia no.

Poi vi faccio vedere in che modo il tasso "corretto" è andato muovendosi da noi per effetto delle sue componenti:


Qui è evidente la rottura statistica nella serie degli scoraggiati (in arancione), ma c'è un altro fenomeno che è meno evidente: mentre disoccupati e scoraggiati (al netto dell'anomalia statistica) alla fine del campione sono più o meno gli stessi che all'inizio, i sottoccupati aumentano costantemente e alla fine sono quasi 8 punti percentuali di forza lavoro in più rispetto che all'inizio. Vi faccio vedere la situazione degli altri quattro "big" dell'Eurozona:




e in questa tabella vi fornisco la variazione della percentuale di disoccupati, scoraggiati e sottoccupati sulla forza lavoro, in tutto il periodo dell'euro, e nei due sottocampioni prima e dopo la crisi.


I due numeri più grandi sono l'aumento dei disoccupati in Spagna dopo la crisi (11.5) e quello dei sottoccupati in Italia su tutto il campione (7.9, di cui 5.5 dall'inizio della crisi: un aumento sostanzialmente identico a quello della disoccupazione, pari a 5.7).

Entrando un po' in dettaglio, va notato che prima della crisi la Germania aveva "fatto peggio" di tutti gli altri: la sua disoccupazione era scesa di solo -0.2, passando da 8.9 a 8.7, mentre la sua sottoccupazione era aumentata più che in tutti gli altri, passando da 2.3 a 5.2. La dinamica della sottoccupazione era sostanzialmente analoga a quella italiana, ma in Italia la disoccupazione era diminuita di -5.7 punti prima della crisi. In Spagna la disoccupazione era diminuita addirittura di -7.3 punti, e la sottoccupazione aumentata solo di 1.7.

La dinamica più sostenuta dei sottoccupati in Germania penso sia legata alle famose "riforme".

Dopo la crisi le cose cambiano: la disoccupazione "ufficiale" e la sottoccupazione diminuiscono solo in Germania: il tumore tedesco prospera solo in un'Europa malata (fino a quando questa morendo non si porta anche lui nella tomba). Gli scoraggiati aumentano più in Francia (+1.7) che in Italia (+0.2), dove però colpisce l'aumento piuttosto rilevante (+5.5) dei sottoccupati che abbiamo già evidenziato. Sono i contratti atipici, la flessibilità, come notava uno di voi commentando il post precedente: tutta roba che alla natalità non fa bene...

Se le statistiche non mentono, molti sottoccupati saranno qui.

Vi lascio discutere questi numeri con calma, visto che politici e giornalisti non pare siano intenzionati a farlo, o almeno non fino a quando saranno raggiunti dalla durezza del vivere.




(...a proposito: per evitare che questa raggiunga noi, vi ricordo di votare questo sito come miglior sito politico-d'opinione a MIA2017. Notate che dovete esprimere un voto in almeno altre nove categorie, per un totale di almeno dieci, affinché la vostra scheda sia considerata valida! Non è facile, ma si può fare...)

sabato 12 agosto 2017

La disoccupazione in teoria e in pratica

Seguendo Luigi Pecchioli (è un famoerpartitista ma è tanto una cara persona: invito a seguirlo...) sono capitato su questo grafico:


L'idea del grafico è quella di calcolare il tasso di disoccupazione tenendo conto non solo delle persone in cerca di occupazione (definizione piuttosto restrittiva, come sapete), ma anche di chi risulta inattivo perché non sta più cercando lavoro ma sarebbe disposto a lavorare, e di chi ha un lavoro part-time ma vorrebbe un lavoro a tempo pieno.

Tutti questi dati sono disponibili sul sito dell'Eurostat (appena posso vi dico dove).

La postilla del bot (o troll?) piddino di turno mi ha invogliato a rifare i conti.

Mi sono messo sul sito dell'Eurostat, e questo è quello che mi risulta (visto che c'ero, l'ho fatto per un numero di paesi più ampio):


I conti più o meno tornano: il paese più "stressato" resta l'Italia, anche se a me viene una cifra un po' più alta rispetto a quella che figura nel grafico riportato da Luigi (ma non sappiamo il suo grafico a che anno si riferisca: il mio al 2016). Vale la solita regola dei troll: quando mettono beceramente in dubbio un dato, vuol dire che le cose stanno ancora peggio di come sembravano...

L'ordinamento dei paesi, dal meno al più sfigato, più o meno coincide (nel mio il Portogallo sta peggio della Francia, e la Grecia meglio della Spagna, ma sono differenze minime e per il resto ci siamo quasi). Non so come il FT abbia calcolato il suo grafico, ma date le rilevanti analogie non credo che la metodologia sia molto diversa da quella che ho usato e che domani vi descrivo con calma (devo dormire, oggi sono montato a cavallo per la prima volta, e l'ho anche mandato al galoppo: molto appagante, mi dicono che sono dotato - sono solo uno che osserva bene quello che fanno gli altri, ascolta chi ne sa più di lui, e non ha troppa paura - ma ora voglio dormire).

Ovviamente, avendo io considerato un insieme di paesi più ampio, capita anche che mi risultino due popoli che "fanno meglio" (come dicono i gazzettieri) della Germania: i cechi (che ci vedono benissimo) e gli islandesi. No comment. Anzi: one comment: male come noi non è messo quasi nessuno.

Siccome ho fatto questo lavoro per tutti gli anni dal 1999 all'anno scorso, e per tutti i paesi riportati dall'Eurostat, domani, con calma, dopo avervi spiegato come ho trovato i dati e come li ho usati, vi faccio vedere come si sono sviluppati nel tempo questi indicatori, come sono "spacchettati" nelle tre componenti, come si sono mosse queste ultime, ecc.

Una anticipazione: la Repubblica Ceca sta messa così bene anche perché lì la percentuale di part-time involontario è irrisoria. Da noi quasi tutti i lavoratori part-time vorrebbero in realtà un full-time. Notate anche che non si entra nel tema del tipo di contratto (precario o a tempo indeterminato).

A Luigi, che è, appunto, un famoerpartitista (e non c'è naturalmente nulla di male, e lui sa che io lo stimo), penso di aver detto una volta per scherzo che se mi davano una disoccupazione al 30% come in Germania dopo l'austerità (quella di Brüning), il partito glielo facevo in un attimo.

Ho fatto male a dirglielo, perché in effetti siamo messi peggio.

Speriamo che se ne sia dimenticato: altrimenti, la sua sarà la tessera numero uno (ma il partito non si farà in un attimo: anzi, non si farà per niente).

mercoledì 9 agosto 2017

Euro forte, o dollaro debole?

Insomma, la storia sembra vada così: siamo entrati nell'euro perché era forte, non era debole come la liretta, e quindi ci avrebbe riparato dalle bufere, ma ora che l'euro si rafforza, ecco che l'orizzonte si intorbida e appaiono difficoltà (ex multis). Insomma: l'euro è quella valuta forte che però ti aiuterebbe se fosse debole!

Inauditi paradossi, o consueta faciloneria?

La risposta la sapete: è dentro di voi ed è giusta, e ora vi spiego perché. I ragionamenti come quello qua sopra sono totalmente eurocentrici, come eurocentrica è la costruzione dell'Unione Europea, basata sul presupposto che a noi "ariani" sarebbe riuscita una cosa che nel mondo nessuno aveva mai tentato (perché assurda): creare uno stato federale senza prima fare tabula rasa! L'eurocentrismo è oggettivo: tutti parlano di euro forte, senza capire che in realtà è il dollaro a essere debole. Se volete, è l'errore uguale e contrario a quello di chi straparlava di liretta debole, senza in realtà capire che era il marco a essere forte (come abbiamo discusso ampiamente qui). Mi sembra sufficientemente ovvio che il rapporto di cambio fra un paese economicamente e politicamente forte e uno economicamente e politicamente debole sia guidato da quanto accade nel paese forte. Ora, così come la Germania era più forte dell'Italia (affermazione da qualificare, ma non mi attardo), oggi gli Stati Uniti sono decisamente più forti della loro creatura, l'Unione Europea. Quindi, quello che accade al cambio fra euro e dollaro ci conviene leggerlo sub specie dollari, piuttosto che sub specie euri.

Per darvi una facile dimostrazione, vi riporto, traendoli da questa fonte (alla quale vi prego di inoltrare reclami se la notazione non vi soddisfa), i tassi di cambio giornalieri col dollaro di euro e sterlina: sì, della sterlinuccia, che è deboluccia, porella, a causa della Brexit, mentre l'eurone è tanto forte perché l'unione fa la forza. Eccoli qui:


Il cambio della sterlina si capisce subito qual è: è quello arancione, che cade a picco in occasione della Brexit, in virtù di quel riallineamento necessario all'economia inglese, e che non ha prodotto particolare inflazione, ma anzi una discreta crescita. Noi siamo quelli in blu.

Vi faccio notare che, astraendo dal riallineamento in seguito alla Brexit, i due tassi di cambio si muovono sostanzialmente insieme. In particolare, a far data dal giuramento di Trump (il 20 gennaio), il loro tasso di correlazione è pari a 0.843. Considerando che la correlazione è compresa fra zero e uno (in valore assoluto), direi che non c'è proprio male per due valute che nel raconto dei media dovrebbero essere così diverse! Il fatto è che sterlina e euro si muovono insieme (al rialzo) perché quello che le muove (scendendo) è il dollaro, che ha i suoi motivi economici e geopolitici per scendere.

Quindi, quando vi parlano di euro forte, ascoltate con un sorriso di circostanza, e ricordatevi sempre, però, che è il dollaro a essere debole (esattamente come quando vi parano di liretta dovreste fare un sorriso di circostanza, e ricordarvi del marcone, che schiacciava sia la liretta, che la sterlinuccia, che il franchino, ecc.).

E la morale della favola qual è?

Che noi, come Italia, sugli equilibri dei mercati valutari non influivamo più di tanto né prima, né ora, ma almeno prima avevamo una valuta prezzata in modo confacente alla nostra economia, e i risultati si vedevano. Aggiungo che noi, come eurozona, siamo comunque in balia dei mercati valutari quanto e più di quanto lo fossimo prima come Italia, perché se prima lo shock causato da un indebolimento del dollaro veniva assorbito in modo diverso dalle diverse economie europee, ora dobbiamo assorbirlo tutte allo stesso modo, il che amplifica la disfunzionale dinamica dell'euro: quella di essere una valuta debole coi forti, e forte coi deboli.

Che poi è esattamente quello che ci si può attendere da una valuta tedesca...