giovedì 9 maggio 2019

La malvagità del banale




(...in un periodo in cui c'è tanto da fare, i miei post tecnici, che ora hanno relazioni introduttive, articoli e commi, sono riservati a un pubblico di specialisti - ma quando saranno pubblicati ne sentirete parlare - e quindi colgo l'occasione per pubblicare i contributi che ricevo da voi. Questo è del nostro amico Mighèl, autore della vignetta che vedete qui sopra, un amico cui dobbiamo la chiusura definitiva del dibattito sul 25 aprile.

Qualche giorno fa mi ha scritto questa lettera...)

Cazzo, Presidente, quanto aveva ragione.
Io, come altri, dovrei maledirla.
Vivevo una vita tranquilla.
Votavo la sinistra (cosiddetta) e tanto mi bastava per sentirmi dalla parte giusta della storia.
Ero bello (giuro), giovane e avevo tanti amici con i quali condividevo l'idea che il fascismo fosse un'appartenenza, mentre invece è un metodo. (cit.)
Quegli amici li sto perdendo tutti.
Tutti.
Ora il fascista, per loro, sono diventato io.
E a volte vorrei potergli dare ragione, vorrei potergli dire che la parte giusta della storia è ancora la loro.
E che sono io che mi sono perso.
Dio la maledica, Bagnai.
Non mi sono perso io.
Ma ho perso, irrimediabilmente, loro.
E gli voglio un bene dell'anima.
mighel.



(...ma come! Tanta retorica sul "sedersi dalla parte del torto perché tutti gli altri posti erano occupati", tanto brechtismo, tanto deandreismo, e poi, alla prova dei fatti, l'unico argomento che avete da opporre a chi scuote le vostre certezze con numeri e argomenti è che poiché voi siete giusti, è la realtà ad essere sbagliata? Poiché voi siete democratici, il suffragio universale va eliminato? Poiché voi siete buoni, chi si lamenta è meschino? Perché voi siete antifascisti, gli altri devono stare zitti? Vi aspetto il 27, cari. Questo mese arriverà la vostra giusta ricompensa...)

(...caro mighel, io ho subito lutti peggiori. Ma ora l'importante è liberarsi: se per liberare il paese dovremo liberarci dei suoi "liberatori", ce ne faremo una ragione ed elaboreremo anche questo lutto...)

domenica 5 maggio 2019

Settanta anni di pace

(...ricevo e non posso non pubblicare...)



Egregi firmatari dell’Appello per l’Europa, CIGL, CISL e UIL

Padova 28/04/19

la lettura dell’Appello da voi firmato insieme alla Confindustria mi ha fatto riflettere molto oltre a crearmi una sensazione d’imbarazzo e forte preoccupazione. Cercherò di spiegare il perché di queste sensazioni, ma prima di tutto vorrei scrivere due parole su di me e sulla forma di questa lettera.

Sono un operaio metalmeccanico, da anni iscritto al sindacato, cittadino italiano, anche se in possesso di un diploma conseguito nel mio Paese d’origine. Non essendo di madrelingua italiana mi scuso per gli errori grammaticali e dell’ortografia che sto per fare scrivendo questa lettera. Ho rinunciato a chiedere l’aiuto a chi della scrittura si intende meglio di me per un motivo semplice: vorrei dire le cose a modo mio, come le vedo e sento, senza badare troppo alla forma (che purtroppo visto i tempi nei quali viviamo, di solito, per l’importanza supera il contenuto).

Ora torniamo al dunque.

Il vostro Appello inizia con una menzogna: “l'Unione europea ha garantito una pace duratura in tutto il nostro continente.”

Non so quale sarebbe il vostro continente, ma tutti sanno che il continente europeo non coincide con le frontiere dell’Ue e che si estende ai Balcani ed oltre. Ora, avendo rispolverato le nozioni di geografia, vorrei ricordarvi che ci sono state guerre nei Balcani venti anni fa. Per non crearvi altri imbarazzi lasciamo stare l’Ucraina. Nel caso ci sia qualcuno che voglia cacciare via i Balcani dal continente europeo vorrei ricordare che dopo la distruzione di un paese sovrano (chiedo scusa per aver usato questa parola), due pezzi dello stesso ora fanno parte dell’Ue.

Vi ricordate che i cacciabombardieri partivano dal suolo italiano per andare a bombardare un paese allora confinante? Io sì. Se questa è la pace che cosa è la guerra? Andate a chiederlo ai famigliari di migliaia delle vittime dei bombardamenti della Serbia da parte della NATO. Si comincia con la menzogna e si finisce con il tradimento.

Il vostro Appello prosegue con le parole, molto usate dalle persone per bene, e altrettanto abusate da vari dittatori e mascalzoni che l’umanità ha partorito durante la propria esistenza. Parole come: diritti umani, democrazia, libertà, solidarietà e uguaglianza.

Che l’Ue abbia unito i cittadini intorno a questi valori mi sembra un’affermazione poco veritiera, perché detta in questo modo vuole convincere che i cittadini europei prima della nascita dell’Ue fossero divisi su questioni tanto importanti. Dalle testimonianze sulla democrazia che ci hanno lasciato i due popoli antichi l’Ue potrebbe imparare molto, se lo volesse.

Si dice che volere è potere, direi piuttosto che i burocrati dell’Ue con tutto il loro volere lavorino per aumentare il proprio potere e che della democrazia non gli interessa nulla.

Il vostro Appello, a giudicare dalle frasi e parole usate, si direbbe sia uscito dalla tastiera di uno di quelli intellettuali che scrivono libri e articoli sui giornali con l’intenzione di confonderci idee sulla realtà delle cose, desiderosi di entrare nei salotti del Potere per riuscire a vendersi al miglior offerente. Il fatto di essersi venduti non gli fa perdere la voglia di pavoneggiarsi in TV. Loro sì che sono capaci di penetrare nelle profondità delle cose, capaci di vedere lontano e le loro previsioni sono sempre azzeccate. Basterebbe leggere cosa scrivevano prima della crisi del 2007.

Noi operai purtroppo non abbiamo queste capacità e di conseguenza necessitiamo che qualcuno ci spieghi il significato di alcune parole e frasi. Per esempio, cosa vuol dire “stile di vita europeo”? E in che modo “ l’UE è stata decisiva nel renderlo quello che è oggi”? Poi trovo che dobbiamo ringraziare l’Ue di aver “favorito un progresso economico e sociale senza precedenti” e per il fatto che “favorisce la crescita”. Scopro non senza sorpresa che l’Ue si riserva il ruolo del garante dei “benefici tangibili e significativi, per i cittadini, i lavoratori e le imprese in tutta Europa.” Dove sono questi “benefici tangibili e significativi” per noi lavoratori, scusate? Saranno come quelle divinità celesti che ci sono ma non si vedono e che ogni tanto si fanno sentire tramite le loro opere, cioè varie catastrofi naturali, le cavallette ecc. Noi lavoratori negli ultimi due decenni siamo impoveriti e il nostro potere d’acquisto si è abbassato, altro che crescita e progresso, e voi cari signori lo sapete molto bene.

Il vostro Appello mi fa pensare alle favole che finiscono male. Il vostro mondo, che dovrebbe essere anche il nostro, è fatto di giganti e di nani. I giganti cattivi stanno di là, noi nani buoni di qua e se non ci uniamo rischiamo di grosso. Oltre a metterci la paura ci togliete qualsiasi alternativa, “perché gli interessi economici nazionali, oggi, possono essere perseguiti, in una dimensione continentale, solo attraverso politiche europee”. Mi sono sbagliato dicendo che ci avete tolto la possibilità di scegliere, se ci penso meglio un’alternativa c’è sempre: nel nostro caso, se ho interpretato bene il messaggio, l’alternativa all’Ue è la morte di fame.

Come fanno a vivere i cittadini della Corea del Sud senza l’Ue stando tra i due giganti in un Paese che per la grandezza e numero della popolazione somiglia all’Italia non ci è dato di sapere. Il vostro Appello continua elencando “enormi sfide” tra le quali “una globalizzazione senza regole, il risorgere di nazionalismi, tensioni internazionali, ecc.” Di sicuro vi siete impegnati in tempo nel renderci consapevoli del pericolo di una globalizzazione senza regole.

Io non me lo ricordo.

Mi ricordo che molti si sono schierati con chi aveva spalancato le porte facendo entrare la globalizzazione senza regole dicendo che era una cosa inarrestabile, indispensabile, non bella ma necessaria, un po’ bruttina ma utile, cercando di convincerci che si trattava dell’unica alternativa. Saranno gli stessi che hanno aperto i porti all’immigrazione irregolare scatenando la guerra tra i poveri (chi ha letto Furore di Steinbeck sa di cosa parlo), facendola passare come un gesto umanitario dando dei fascisti e nazionalisti a chiunque dotato di buon senso criticava questa politica vedendone il lato negativo?

Io la risposta la so. E voi?

Poi c’è la questione del Regno Unito, un’altra conferma che l’Ue è antidemocratica. Il popolo ha fatto una scelta democratica. Lasciarlo andare? Perché no? Che unione è se non permette ad uno dei membri di lasciare? Volete creare gli Stati Uniti d’Europa? Davvero siete convinti che i lavoratori desiderano la creazione di uno Stato del genere? Questa sarebbe un’unione forzata e le unioni di questo tipo finiscono molto male. La Storia ce lo insegna.

Il vostro Appello ci sta dando una risposta che non è una risposta qualsiasi, è una risposta che non teme nessuna domanda: “la risposta non è battere in ritirata ma rilanciare l’ispirazione originaria dei
Padri e delle Madri fondatrici, l’ideale degli Stati Uniti d’Europa.” Peccato che appena abituati al genitore uno e genitore due dobbiamo tornare a usare le parole tanto vecchie e obsolete. Rilanciare l’ispirazione originaria dei Genitori uno e dei Genitori due fondatrici degli Stati Uniti d’Europa. A me questa frase suona molto più moderna rispetto all’altra. E a voi?

Si scherza, naturalmente. Nonostante le difficoltà quotidiane e la fatica di arrivare a fine mese abbiamo ancora la voglia di scherzare. Non so se i regolamenti europei lo permettono ma finché non viene vietato ce la godiamo questa libertà.

Ci state esortando ad andare a votare alle elezioni europee e noi ci andremo “per sostenere la propria idea di futuro e difendere la democrazia”. Però qui c’è una cosa che trovo poco chiara. Il Progetto europeo è un dogma? Se non lo è, allora perché non possiamo metterlo in discussione? Se lo è, perché dobbiamo accettare un dogma per un Progetto?

Gli Stati nazionali prima del Trattato di Maastricht non erano isolati e tutte le altre cose da voi elencate: “barriere commerciali, dumping fiscali, guerre valutarie” le abbiamo già.

Carissimi, su una cosa siamo d’accordo ed è la necessità di andare a votare. Mi avete suggerito chi votare, ma purtroppo non posso accontentarvi. Sono ancora troppo forti i ricordi del salvatore Monti che invece di salvarci ha distrutto il mercato interno. In rete ci sono i video facilmente rintracciabili dove lo dice esplicitamente. Pensare solo che possa tornare uno come Prodi che sembra vantarsi mente pronuncia la frase: “Voi non potete immaginare quanto beneficio ha portato la moneta unica alla Germania”.

E Italia?

C’è un partito che si vanta di aver lavorato per interessi europei e non per interessi italiani. Noi siamo lavoratori italiani e il partito che si batte per interessi europei che non coincidono con i nostri non è il partito a cui dare il nostro voto. Sento ancora l’eco delle voci dalla TV che ci chiedono i sacrifici perché ce lo chiedeva Europa. Chiedevano i sacrifici a noi mentre l’unico sacrificio da parte loro erano alcune lacrime che abbiamo visto in TV: vere o false, sono comunque un sacrificio. Voi, cari, nei momenti tanto difficili ci avete girato le spalle, avete preso ruolo del sacerdote che al moribondo promette la vita migliorare aldilà, e questo non va bene.

Non va bene perché siete pagati con i nostri soldi guadagnati con sudore e fatica a proteggere i nostri interessi. I vostri e i nostri interessi non coincidono, ovviamente.

Avete tradito i lavoratori.

Pensate davvero che i lavoratori siano incapaci di accorgersene?

Ora siete usciti allo scoperto e per questo vi ringrazio.

Non vi suggerisco chi votare. Io ho già deciso.

Distinti saluti.



(...non credo di aver molto da aggiungere. E voi?...)

mercoledì 1 maggio 2019

La crescita (tendenziale, programmatica, acquisita)

I dati sono qui.

Nel 2017 il Pil italiano è stato di 1.602.859 milioni di euro (1603 miliardi, arrotondando all'intero più vicino). Il 2018 si è chiuso a 1.614.540 milioni (1615 miliardi). La crescita, sul dato arrotondato, è stata dello 0,74859638178415470991890205864005% (scusatemi, ma questo è un post sul precisazionismo, quindi...). Naturalmente, siccome non ha senso non arrotondare la crescita di un dato arrotondato, possiamo evitare tanti decimali, e dirci che nel 2018 la crescita è stata dello 0,7%.

(...questo calcolando il dato annuale come somma dei dati trimestrali destagionalizzati e corretti per gli effetti di calendario; se invece si usa il dato grezzo la crescita risulta dello 0,9%, il dato del DEF per il 2018 - arrotondamento dello 0,858% che risulta dal sito ISTAT, o dello 0,881% che risulta del World Economic Outlook di aprile. Il motivo per cui prendo a base i dati trimestrali corretti è che voglio commentare appunto l'ultimo di essi...)

Il DEF imposta il programma di stabilità ipotizzando per il 2019 una crescita del Pil reale pari allo 0,1% all'anno. Lo 0,1% di 1.614.540 milioni sono 1.614,54 milioni cioè 1,6 miliardi (per l'intero 2019).

L'aggiornamento di oggi, che trovate qui, stabilisce che il Pil reale nel primo trimestre del 2019 è cresciuto dello 0,23% rispetto all'ultimo trimestre del 2018. Nell'ultimo trimestre del 2018 il Pil era stato, per forza di cose, circa un quarto del valore annuale 2018: precisamente, 403.139 milioni di euro, cioè 403 miliardi (4x4=16). Il dato del primo trimestre 2019 è abbastanza vicino: 404.077 milioni, cioè 404 miliardi. Notate che (404.077-403.139)/403.139 = 0,2326741%, cioè il dato dello 0,23% è arrotondato (al ribasso). In termini assoluti, nel primo trimestre del 2019 il Pil è aumentato di circa un miliardo: 404.077-403.139 = 938 milioni di Pil in più (nel primo trimestre). Vi ricordo che secondo il DEF in tutto il 2019 il Pil dovrà crescere di 1614,5 milioni. Nel primo trimestre quindi abbiamo portato a casa il 938/1614,5 = 60% dell'incremento di Pil totale previsto per l'anno.

Questo però non è un buon modo di impostare le cose. Siccome abbiamo fatto una manovra di bilancio, il riferimento rispetto al quale verificare i risultati ottenuti non è lo scenario tendenziale (a politiche invariate), ma quello programmatico (che incorpora la manovra). Secondo il DEF, la crescita del Pil una volta implementata la manovra sarebbe stata dello 0,2%. Insomma, il governo (che non è il Parlamento, quindi io non c'entro: se li incontro li saluto, ma il DEF lo fanno loro!) ha detto una cosa di questo tipo: "Se non facciamo niente, l'anno prossimo i redditi degli italiani cresceranno complessivamente di 1.614,5 milioni, ma siccome faremo qualcosa, i redditi aumenteranno di 3.229 milioni". Visto in questo modo, più corretto, il risultato del primo trimestre corrisponde a circa un terzo del risultato atteso annuale dichiarato: 938/3229 = 0.29.

Insomma, in un quarto di anno abbiamo portato a casa un po' più della metà di quello che avremmo portato a casa a politiche invariate, e un po' meno di un terzo di quello che vorremmo portare a casa grazie alla manovra. Considerando che gli effetti di alcuni provvedimenti ancora si devono vedere (mi riferisco in particolare al reddito di cittadinanza, le cui card sono in distribuzione da aprile; alla pace fiscale, con le domande di rottamazione che devono ancora essere elaborate; ai fondi per i piccoli comuni, che devono avviare i lavori entro il 15 maggio; ecc.), il risultato del primo trimestre dipende essenzialmente dalla relativa ripresa del ciclo economico internazionale, dallo sblocco degli avanzi dei comuni virtuosi (che, come ho ricordato in aula, ha immesso nell'economia circa 300 milioni), e dall'estensione del regime dei minimi ai redditi fino ai 65.000 euro (e con aliquota al 20% fino ai 100.000).

Quindi, direi che il potenziale c'è, se il ciclo economico internazionale riprende, ma anche se non riprende.

Può essere utile fare due rapidi calcoli su cosa possiamo aspettarci, ricordando sempre che lo 0,23% annunciato oggi è un dato provvisorio, una stima basata sul lato dell'offerta (cioè, per capirci, sui dati della produzione e non su quelli del reddito), che può essere soggetta a revisione verso l'alto o verso il basso (in quest'ultimo caso mi dispiacerebbe per il paese ma sarei contento per i gentili colleghi del PD, la cui unica flebile speranza è tifare asteroide...).

Intanto, l'Istat quando fornisce i dati trimestrali dà anche il dato annuo acquisito, che qualche ignorante chiama "tendenziale". Il dato acquisito si ottiene semplicemente riportando su base annua la crescita ottenuta fino al punto dell'anno cui si è arrivati, e ipotizzando crescita zero da lì in poi. Quindi, in altre parole: se il Pil trimestrale resta inchiodato da qui all'autunno sui 404.077 milioni dell'inverno appena trascorso, il Pil complessivo del 2019 (somma dei quattro trimestri) sarebbe 404.077x4 = 1.616.308 milioni di euro (cioè 1.616 miliardi), con una crescita rispetto al dato 2018 di (1.616.308-1.614.540)/1.614.540 = 0.11%. La crescita acquisita ad oggi corrisponde approssimativamente a quella tendenziale del DEF, ma questo vuol dir poco, perché essa riflette  uno scenario piuttosto implausibile, quello che vi ho descritto (flusso trimestrale costante al livello raggiunto nel primo trimestre) e che vedete rappresentato nella colonna "Acquisito":


Se invece il flusso di Pil trimestrale aumentasse dello 0,23% al trimestre (sempre troppo poco per i miei gusti, che in questo caso credo siano piuttosto comuni), a fine anno avremmo un Pil complessivo di 1.612.893 milioni, portando a casa una crescita di 0.5 (per l'esattezza, 0.46), rispetto al valore 2018 di 1.614.540. In questo scenario, che a me non sembra implausibile, alla luce di quanto vi ho detto, l'anno chiuderebbe con una crescita effettiva pari a circa due volte e mezzo quella programmatica del DEF (0,2), e quasi cinque quella acquisita ad oggi.

Per avere una crescita pari allo 0,1%, cioè allo scenario tendenziale del DEF, che non è l'acquisito, bisognerebbe che il Pil trimestrale crescesse dello 0,09% al trimestre, con un risultato complessivo di 1.616.188 milioni di euro. La crescita del primo trimestre (0,23%), se confermata, è più di 2,5 volte quella implicita nel tendenziale (0,09%). Per avere una crescita pari al valore programmatico (cioè allo 0,2%), bisognerebbe invece che il Pil trimestrale crescesse dello 0,13%, con un risultato annuo di 1.617.804 milioni di euro. La crescita del primo trimestre è di 0.1 punti superiore.

Insomma: la velocità del Pil nel primo trimestre è circa il doppio di quella attesa anche nello scenario programmatico, che era quindi particolarmente prudenziale, come deve essere ogni scenario di DEF per evitare che la Madonnina di Bruxelles pianga. Il Governo non voleva seccature, e non ne ha avute, ottenendo in più dei risultati che in qualsiasi metrica sono, ad oggi, migliori delle previsioni imposte suggerite dagli aguzzini esperti di Bruxelles. Quindi ora siamo curiosi di vedere che cosa si inventeranno nelle loro raccomandazioni, considerando che a casa loro non stanno messi benissimo, e noi stiamo messi meglio di quanto speravano prevedevano.

A questo proposito, vorrei ricordare a quelli che "ma nella NADEF avete messo un programmatico di 1,5, gne gne gne..." (l'asilo Mariuccia dei coNpetenti), che quelle previsioni maturavano in un contesto in cui il Fmi dava una crescita 2019 dell'1,9% per la Germania e dell'1,6% per la Francia. Ora questi dati sono rispettivamente a 0,8% (meno della metà) per la Germania e 1,3% per la Francia. Vediamo come evolverà la situazione, ma intanto una cosa è chiara: in tutto il mondo civile, con la limitata eccezione di un'isola di barbarie situata a 45°11′07″N 9°09′18″E, si è compreso che per espandere l'economia occorre fare politiche espansive. Lo hanno capito perfino i tedeschi, che hanno dato tanto al pensiero umano, ma relativamente poco a quello economico, forse perché come i miei amici Awanaganians hanno difficoltà a capire le cose semplici (ex multis; e tranquilli: in questo come in tante altre cose faremo esattamente come la Germania).

Concludo con un pensiero a un nuovo amico Awanagana, il Del Prato, di cui qui vi riporto la costruttiva critica:


Lo ringrazio per avermi spiegato che la crescita di un flusso trimestrale non è la crescita di un flusso annuale (in effetti, in 33 anni passati a maneggiare dati potrei anche non essermene mai accorto, il che getterebbe una luce fosca sui referee dei miei pochi e squalificati lavori scientifici - cosa abbia fatto il Del Prato non si sa, ma sicuramente farà grandi cose), e mi scuso per la formulazione approssimativa del mio tweet, che effettivamente si presta a questo equivoco. Sarebbe stato più corretto scrivere, invece di "in un trimestre il doppio della crescita annua", "nel primo trimestre più del doppio della crescita implicita nel dato annuale", visto che 0,23/0,09=2,555555555555555. Sarebbe stato più lungo ma considerevolmente più preciso. Peraltro, sempre precisazionando, spero che il giovine Del Prato mi consenta di osservargli che il "tendenziale" di cui lui parla in realtà è l'"acquisito" (che è una cosa completamente diversa sia concettualmente che metodologicamente). Spero anche convenga con me che questo "acquisito" corrisponde a uno scenario di crescita zero per tutti i restanti trimestri dell'anno che potrà senz'altro essere allineato al suo pio desiderio di vedere il paese inabissarsi per poi poter dire "l'avevo detto", ma è piuttosto rudimentale (non è una critica all'Istat, ma a chi prende un esercizio statistico per uno scenario econometrico).

C'è chi si costruisce con pazienza e umiltà degli utili QED, che magari lo portano in Parlamento, e chi con impazienza e giovanile arroganza delle inutili sconfitte, che magari lo portano a crescere. Ci rivedremo nel 2020, gentile amico: vediamo se allora quello che lei chiama il tendenziale, e che fra meno di un anno sarà l'acquisito 2019 (a quel punto definitivo) sarà ancora a 0,1. Secondo me sarà superiore, ma io, come tutti, posso sbagliare. Capita di rado, e quando capita ne approfitto per imparare. Spero altrettanto di lei...

sabato 20 aprile 2019

Ben venga maggio...

(...come sapete, ho una metà poliziana, e l'altra jesina. Se non avete intuito che cosa c'entri col titolo, siete europeisti, ma a tutto c'è rimedio. Intanto, prendete nota...)

Rapido post della serie "scaldare la poltrona", per comunicarvi che martedì prossimo, il 23 aprile, sarò a Collecchio e poi a Lesignano de' Bagni per presentare dei candidati sindaci, in compagni del collega Maurizio Campari. Il 26 invece sarò a Piacenza, all'oratorio di S. Ilario, invitato dal collega Pietro Pisani per parlare di Europa. Poi tornerò a Roma, dove il 29 e il 30 ci occuperemo in aula di donazione del corpo post mortem e di contrasto al finanziamento delle mine antipersona (quest'ultimo provvedimento è passato per la mia Commissione). Due giorni di relativa pace, e poi il 3 maggio decollo per Redipuglia, dove volevo andare da tempo e finalmente ci riesco grazie all'iniziativa della collega Patrizia Marin. Da lì, in giornata, vado a Oderzo per parlare, pensate un po', di Europa, su iniziativa del collega Gianpaolo Vallardi. Il giorno dopo, il 4 maggio, mi sposto a Bassano del Grappa, dove sono stato invitato dal collega della Camera bassa Germano Racchella (che mi invitò mentre eravamo in fila con gli altri candidati per farci la foto con Salvini nel febbraio del 2018: e non me ne sono dimenticato!). Il 5 torno a Roma ma il 6 parto per andare a ritrovare, con grande piacere, un altro collega, Paolo Ripamonti ad Albenga (dove presenterò i candidati alle europee e alle regionali). Il 7 torno a Roma e lavoro in Commissione (audizioni sulla semplificazione del rapporto fra fisco e contribuente e sulle parità di genere negli organi di controllo delle società), ma la sera sono a Veroli su invito del collega Gianfranco Rufa per presentare i candidati alle amministrative e la collega Cinzia Bonfrisco che si candida alle europee (per fortuna), e ci sarà anche una sorpresa. L'8 proseguono i lavori in Commissione e il 9 sarò in Abruzzo (da precisare) per presentare i nostri candidati. Il 10 torno a Roma perché ho un convegno su Europa a un bivio: tra crisi e rinascita, alle 15:30 presso la sala capitolare del Senato. Organizza il collega Tridico e partecipano i colleghi Piga e Stirati: insomma, un tuffo in quel passato dal quale tutti qui proveniamo: er dibbattito! Il giorno dopo, cioè l'11 maggio, parto per Lamezia Terme, dove terrò lezione alla Accademia Federale della Lega (la prima lezione del ciclo è qui). Il giorno dopo, cioè il 12, volo a Bergamo, dove la collega Simona Pergreffi mi accoglierà e mi porterà a fare qualche gazebo (noi leghisti siamo così, ci piace stare in mezzo alla gente). La sera sarò a Trescore Balneario insieme al collega Marco Zanni, che si candida (per fortuna) alle europee. Il giorno, cioè il 13 maggio, sarò a Monza per vedere la corona ferrea, ma anche i monzesi, e poi a Concorezzo, con l'aiuto rispettivamente dei colleghi Massimiliano Romeo e Emanuele Pellegrini. Il 14 si torna a Roma perché in aula abbiamo il voto di scambio e la videosorveglianza, ma già il 16 ho qualcosa in giro per il Lazio con la collega Bonfrisco, e il 17 parto per Milano dove il 18 abbiamo la manifestazione federale. Il 19 sarò a Novara (su istigazione del collega della Camera bassa Riccardo Molinari), e il 20 a Torino, per iniziativa della collega Marzia Casolati, mentre il 21 sarò a Vinci, Pistoia e Firenze, e il 22 tra Follonica, Grosseto e Cinigiano (da definire, ma i posti dovrebbero essere quelli), su iniziativa del collega Manuel Vescovi. Il 23 sarò nelle Marche (a disposizione del collega Paolo Arrigoni) e il 24 in Abruzzo, nel mio collegio, per chiudere la campagna, a disposizione del regionale Giuseppe Bellachioma. Il 25 mi riposo e il 26 facciamo i conti (dei voti, ovviamente).

Forse si aggiungerà altro, ma per il momento c'è questo. Informazioni di dettaglio su Twitter e su Facebook, a mano a mano.


(...vita militia est...)

venerdì 19 aprile 2019

L'arringa

(...l'hanno chiamata così quelli che non sanno mettere le virgolette, così ci hanno chiarito da che parte stanno. Tecnicamente, è una dichiarazione di voto. Avevo dieci minuti, ma siccome l'Europa (?) ci chiede di tagliare, ne ho risparmiati un paio...)



(...poi sono andato dalla collega Bellanova a scusarmi perché non ero proprio riuscito a capire che cosa volesse dirmi, e dalla collega Fedeli per abbracciarla fortissimo: in fondo sono un buono, e soprattutto una personalità debole, traviata dalle cattive compagnie - cattive come Simone Bossi, alla mia destra nello schermo, che mi ha suggerito il collegamento fra Pillon e Pil...)

(...sul NAIRU e sull'output gap potremo fare, quando ne avremo tempo, un discorso tecnico. Per ora mi limito ad osservare che il carattere prociclico delle regole basate sul prodotto potenziale è ormai accertato dalla letteratura scientifica - qui un esempio - e che l'insofferenza verso questo quadro concettuale bizantino e infondato si sta diffondendo. Inutile dire che finché tutti, ma proprio tutti, con la limitata eccezione di un sottoinsieme ristrettissimo di voi, continueranno a vivere nel delirio allucinatorio della partita singola - quella in cui al debito pubblico non corrisponde alcuna attività, materiale o immateriale - e nei paradossi della moneta merce - quella che siccome se ne emettono migliaia di miliardi dovrebbe perdere valore, ma non sembra minimamente intenzionata a farlo - sarà piuttosto arduo far maturare una reale coscienza politica dell'assurdità di certe fumisterie. Ma noi abbiamo tanto tempo a disposizione. Stiamo schierando le nostre batterie, la battaglia non è nemmeno cominciata...)

lunedì 15 aprile 2019

Brexit (again)

(...la qualità delle nostre secredenti élite mi lascia sempre più sbigottito! La dialettica che si è sviluppata con l'amico awanagana su Twitter è solo un esempio ex multis, in fondo il meno grave, dato che in quello, come in altri consimili casi, all'indubbia rilevanza scientifica si accompagna un'altrettanto indubbia irrilevanza politica. Altri esempi non hanno, né possono, né devono avere la stessa pubblicità, visto che riguardano personaggi meno irrilevanti politicamente. Comunque, esco da certi confronti convinto che l'Italia sia un grande paese: deve esserlo, se non è andato a fondo nonostante la zavorra di certe teste pe(n)santi. Nel frattempo, rientrando a Roma, consegno a un brevissimo post una semplice riflessione sul tema della settimana, almeno per me: la Brexit...)


Ci eravamo detti da subito che la Brexit avrebbe messo in luce le aporie del progetto europeo. A fronte del desiderio di un paese di uscire, esercitando un diritto previsto dai Trattati, l'Unione avrebbe potuto reagire in due modi: consentendo l'esercizio di questo diritto, col rischio di creare un effetto emulazione, oppure ostacolandolo, col rischio di rendere palese la propria natura illiberale.

Ovviamente, delle due strade è stata scelta la più sbagliata, cioè la seconda. Il bravo Barnier, legato come forse sapete a Martin Selmayrgate, ha affrontato con piglio prussiano la vicenda, ottenendo due risultati. Il primo è quello di aver dato una manifestazione intrinseca di debolezza: se sei veramente convinto che il tuo progetto sia così attraente, perché temi che chi vuole andarsene scateni l'emulazione? Se cerchi di ostacolare chi vuole esercitare un proprio diritto non sei solo illiberale: sei anche un guappo di cartone, e confessi di avere una fifa blu del fatto che tutti se ne accorgano. Il secondo effetto (e a questo, va riconosciuto, ha collaborato in modo determinante la signora May) è quello di aver inutilmente esasperato l'incertezza sottostante al processo di uscita. Ad oggi nessuno ci capisce nulla, col risultato di creare una serie di inutili costi di transazione.

Naturalmente questo bel risultato andrà premiato, e verosimilmente lo sarà con la Presidenza della Commissione: dall'evasore Juncker al secondino Barnier.

Gli ambienti che contano (non saprei dirvi né fino a quanto né fino a quando) piangono la dipartita del mercato londinese, senza rendersi conto di almeno un paio di paradossi impliciti in questo atteggiamento. Il primo è quello di mostrare lo strano spettacolo di élite liberali che piangono la morte di un monopolio, quello, appunto, della borsa di Londra. Eppure, per loro, se fossero realmente liberali, dovrebbe essere più rassicurante un mercato meno concentrato, tanto più in un ambito, quello della finanza, dove la prima cosa che impari è a non mettere tutte le uova nello stesso paniere! Il secondo è quello di mostrare il pietoso spettacolo di élite "europeiste" ridotte ad ammettere l'incapacità del grande progetto unionista di creare un mercato (illudendosi di poter vivere per sempre "a buffo" sul mercato londinese). Se glielo fai notare, poverini, si incazzano. Ma del resto lo fanno anche le formiche, nel loro piccolo: perché non dovrebbero farlo loro, che si sentono tanto grandi?

"Punire" il Regno Unito non è solo una scemenza (qualcuno dovrebbe dimostrarmi come e perché possa essere nell'interesse del nostro paese): è anche un'illusione. Mi rendo conto che da Crécy a Azincourt i francesi ne abbiano accumulati di motivi di risentimento (e vi risparmio una lunga lista). Ma non è certo agendo in modo impulsivo che si evitano ulteriori sconfitte, e poi, soprattutto: noi che c'entriamo!? Una volta di più, il progetto unionista si rivela incapace di difendere i nostri interessi, forse perché qui da noi dobbiamo ancora smaltire le scorie (normative) tossiche lasciateci in eredità da quelli che ritenevano l'interesse nazionale un retaggio fascista, da obliterare a fronte dell'interesse "europeo": cioè dell'interesse di una cosa che non ci sarà mai così come chi ce l'ha proposta l'ha descritta, per il semplice motivo che nessuno degli altri Stati membri l'ha mai creduta possibile né tanto meno desiderabile (magari cercatevi su un dizionario tedesco la traduzione di Nein!) e alla quale oggi credono qui da noi solo dei boccaloni sconfitti dalla storia e dalle urne.

Ovunque, in Europa, l'Unione viene interpretata in un altro modo.

La Brexit ci dà una grande lezione anche sotto questo profilo. Basterà confrontare questo video:


con questo tweet:



Cosa li accomuna? Un errore cruciale (da parte degli elettori): mai affidare la difesa dei propri interessi a chi non è convinto che sia giusto difenderli! Lo stesso errore, con conseguenze ancora più nefaste, venne compiuto nel 2015 dai greci.

Sotto questo profilo mi sento di potervi rassicurare: forse votandoci non avrete fatto la cosa più giusta (anche se non saprei proporvi un'alternativa migliore), ma non avete fatto nemmeno una cosa così tanto sbagliata (e le alternative peggiori invece abbondano, o abbondavano). Noi cosa c'è di tossico e di inemendabile nel progetto unionista lo sappiamo. Sta a voi darci la forza per convincere gli altri, cominciando dalle nostre secredenti élite, che, pur nella loro povertà intellettuale, e nonostante lo spessore dei loro paraocchi ideologici, sono pur sempre un pezzo del paese. Come dissi aprendo la mia prima campagna elettorale a Firenze, siamo tutti sulla stessa barca, e una barca ha bisogno anche di zavorra...


(...la serata di ieri a Lecco è stata per me molto piacevole ed emozionante. Ringrazio tutti gli organizzatori e i partecipanti. Prossimi appuntamenti, dopo Pasqua, a Parma e a Piacenza...)

domenica 14 aprile 2019

Come arricchire rapidamente e senza sforzo (la propaganda)

(...adesso basta...)

(...so che aspettate il terzo capitolo della saga di "awanagana", ma perdonatemi: come sempre, le mie priorità le decido io, e come sempre non avrete da lamentarvene...)

Poche ore fa Claudio Borghi ha pubblicato sul suo profilo questo tweet eloquente:

Siamo in campagna elettorale, e purtroppo occorrerà, per un minimo di igiene del dibattito, tornare alle vecchie regole. Le ricordate? Eccole:

Diciamo che alla luce degli sviluppi recenti molti di quelli che allora non capirono la fondatezza di queste regole ora l'avranno afferrata: il succitato dibattito con gli scienziati coNpetenti awanagana è di per sé una spiegazione sufficiente del terzo e del quarto motivo di blocco, il secondo dovrebbe essere self-explanatory, e del primo ci occuperemo oggi, in modo che quando vi capiterà di essere bloccati non abbiate poi a lamentarvi. Ricordo con l'occasione che un clic è come un diamante: è per sempre (e porta con sé il blocco di chi intercede per il malcapitato). Nell'ampio contenitore del #chennepenZa rientra infatti l'attività di sedazione dei boccaloni cui allude Claudio. Attività in pura perdita, come chiarisce la prima legge della termodidattica: ci sono cose che se potessero essere capite non andrebbero spiegate! Se una persona non capisce da sé le motivazioni sottostanti alla diffusione di certe "notizie" da parte dei soliti noti direi che spiegargliele è tempo inutile. Noi abbiamo bisogno di combattenti, e comunque di minus habens non ha bisogno nessuno!

Tuttavia, fedele al motto "severo ma giusto", mi sentirei in colpa, non ci dormirei la notte, se bloccassi sui social qualcuno di voi senza prima avergli spiegato bene il perché. Oggi vorrei soffermarmi su uno dei motivi di blocco che prevedo saranno più frequenti nel prossimo mese e mezzo: quello del malcapitato che avendo letto sulla fonte di stampa x la minchiata y a noi attribuita viene, con toni melodrammatici, a chiederci chiarimenti. Questo "Radames discolpati!" sarebbe già insopportabile (perché petulante) in una persona che fosse entrata in contatto con me da poco, ma è del tutto ingiustificato in chi abbia seguito, o pretenda di aver seguito, il lavoro da me svolto in questi anni su questo blog e altrove. Vorrei ricordare, a costo di ripetermi, che uno dei fili conduttori di questo blog (in effetti il più importante, a insindacabile avviso del suo autore) è stato lo smascheramento delle balle colossali diffuse dalla propaganda avversaria in tema economico (ad esempio qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, ecc.). A fronte di tanti esempi, mi aspetterei che chi si accosta alle fonti di stampa "autorevoli" avesse maturato negli anni un minimo di senso critico. E invece no! Ogni volta si torna daccapo, ogni volta il boccalone (vero o presunto) di turno chiede a te di smentire la notizia tale, invece di chiedere a se stesso quali possano essere le motivazioni di chi gliela sta proponendo. Inutile dire che la macchina della propaganda si è portata avanti col lavoro, e quello che una volta mi venne insegnato dalla mia insegnante comunista in seconda media (valutare criticamente le fonti significa in primo luogo vedere a quali interessi economici, cioè politici, rispondono) oggi verrebbe derubricato a complottismo: la morte della sinistra è tutta qui, e non occorre spenderci altre parole.

Ora, vorrei che voi capiste una cosa della quale il post precedente credo possa darvi una pallida idea (farò un maggiore sforzo per farvelo capire meglio). Il lavoro parlamentare è molto complesso, e richiede tempo. Tanto per fare un esempio, al di là del lavoro tecnico (legislativo e scientifico), dietro alla risoluzione sulla COM(2018) 135 c'è stato tanto lavoro politico, che è consistito, ad esempio, nel parlare (in aula o in corridoio) con i membri dell'opposizione più interessati al tema per sondare le loro posizioni, nel diffondere a tutti i membri della Commissione la bozza (via capigruppo) e raccogliere le loro indicazioni, nel far verificare ai funzionari che l'impostazione fosse formalmente corretta, ecc. In questo particolare caso questo sforzo rispondeva a quello che per me è un principio incontestabile, ovvero che in Europa si va da Italiani, e quindi su atti di questo tipo occorre l'unanimità, che non è una cosa che gli altri ti regalano: devi costruirla, e costruirla nel tempo. Naturalmente, come potrete immaginare, se è difficile trovare unanimità con le opposizioni, non è semplice nemmeno trovare una linea politica all'interno di un partito o di una maggioranza. Si chiama democrazia, e se il vostro argomento è che la dittatura è più efficiente accomodatevi altrove...

Intanto, se il PD avesse messo agli atti una risoluzione in cui fosse stato scritto a chiare lettere quello che oggi dice l'EBA/ESMA (ovvero che il bail in è stata una solenne minchiata) forse se la passerebbe meno male, anche perché se avesse avuto il coraggio di dire quelle cose, avrebbe poi avuto il coraggio di farne altre, e il Paese starebbe meglio. Ma indipendentemente da quello che pensiate del lavoro parlamentare (perché fra voi ci sono molti Padoa Schioppa in erba, come ho avuto modo di stigmatizzare a inizio anno), resta il fatto che se nella giornata standard occorre prevedere un'ora di tempo per smentire cose che non si sono dette, più un'ora di tempo per commentare cose che nessuno ha detto, più un'ora di tempo per gestire con gli specialisti chi ha esagerato, capite bene che 24 ore non bastano! Ora, in modo fattuale e oggettivo, vorrei chiarirvi una volta per tutte un punto essenziale, che dovete afferrare per il vostro, non per il mio bene: la qualità dell'informazione politica è molto peggiore di quella dell'informazione economica, della quale per anni vi ho mostrato lo stato desolante.

Non ci dovrebbe essere niente di particolarmente sorprendente. Intanto, è chiaro che dove il messaggio si fa esplicitamente politico, le dinamiche partigiane, propagandistiche, che, lo sottolineo,

SONO LECITE,
si fanno più esplicite e pervasive. Ma poi, ed è soprattutto qui che oggi insisterò, dovrebbe essere chiaro che chi ha la faccia di tolla sufficiente a dirvi che una variabile osservabile e riportata dagli organi di statistica è diminuita quando invece è cresciuta (o viceversa), chi non teme di essere smentito su elementi oggettivi e facilmente accessibili come i dati economici, figuratevi un po' se teme di essere smentito su dati più evanescenti come quelli politici, fatti di dichiarazioni che possono tranquillamente essere travisate, senza che colui al quale sono state attribuite se ne accorga, o, se se ne accorge, possa reagire, o, se reagisce, possa farlo in modo efficace (considerando che una smentita è una notizia data due volte: il che, peraltro, rafforza la mia tesi che solo un completo imbecille o una persona in totale malafede può venire a chiedere smentite)!  Il sistema mediatico è profondamente malato, ma il problema non è soggettivo, non sono le persone: sono alcune dinamiche oggettive che vorrei provare a interpretare con voi e per voi. Prima di interpretarle, però, di queste occorrerà dare evidenza, occorrerà descriverle. Il mondo delle anime belle è pronto a scandalizzarsi senza se e senza ma laddove si critichino quei media che rimangono il loro ultimo rifugio (cit.): l'habitat nel quale è ancora consentito loro sentirsi buoni, sentirsi colti, sentirsi superiori. Occorre quindi esercitare un'estrema cautela nell'affrontare il tema, che di per sé è divisivo e anche oggettivamente scivoloso. La democrazia, come argomenterò, è in serio pericolo, ma sarebbe illusorio difenderla con misure che la intaccassero ulteriormente. Il rimedio sarebbe peggiore del male. Tuttavia, per decidere serenamente se vogliamo tenerci il male, o come sarebbe possibile porvi rimedio, bisognerà che ancora una volta ci affidiamo alla nostra guida, che in sette anni di dibattito è sempre stata il dato. Seguono alcuni esempi, di gravità variabile. Ve li riporto un po' in ordine sparso, perché è roba che si è accumulata nel tempo. Questo è quel famoso post sul giornalismo che non riuscivo a pubblicare perché non riuscivo a rileggere: c'è voluto un viaggio a Lecco per consentirmelo.


Bagnai infuriato



Come ricorderete, dalla dottoressa Gruber è andata così. Vedendo o rivedendo il video vi farete o rifarete un'idea. Il mio commento è molto semplice: quando si incontrano due professionisti, e lo scopo del gioco è chiaro, lo spettacolo merita sempre (anche nei casi in cui, come in questo, l'unica regola è che non ci sono regole). Biasimo quindi il tifo da stadio che molti hanno esternato su Twitter. A tal proposito, vi segnalo l'autorevole commento del Truzzolillo, che trovate qui (mandategli un abbraccio fortissimo). Avvicinandoci al tema di oggi, vi sottopongo altresì il sereno resoconto di Libero, del quale qui vi accludo screenshot originale:

Apprezzerete il solito giochetto del reverse SEO, la foto a occhi chiusi (selezionata con cura), e la lapidaria descrizione: "Le domande fanno infuriare il leghista Bagnai?" (Bagnani nel tweet). Dopo un mio sereno commento su Twitter (una risata a crepapelle) e su Facebook (una pacata analisi degli effetti di un simile business model sul conto economico di chi lo applichi, peraltro suffragata immediatamente dopo dai messaggi di alcuni amici edicolanti), allo stesso URL, che è questo:

https://www.liberoquotidiano.it/news/politica/13435865/otto-e-mezzo-lilli-gruber-domande-alberto-bagnai-case-chiuse-leghista-sbotta.html

(...notate: alberto-bagnai-case-chiuse-leghista-sbotta... e ditemi voi se ho sbottato!...)

si trova un titolo ben diverso, questo:


(quindi siamo passati da "le domande fanno infuriare" - che lascia supporre un'atmosfera rovente, che non c'è stata - alla "sconcertante domanda, gelo in studio" - che altresì non c'è stato).

Eh già! La figura da "cronisti non estremamente accurati" fatta in diretta web su due canali sui quali ho un certo seguito ha convinto immediatamente i redattori di Libero a rettificare titolo e contenuto (peraltro, rasandolo dalla cache di Google con una certa prontezza), ma senza scusarsi e senza segnalarlo. Una prassi non del tutto anglosassone, ma, come vedremo, molto diffusa. E fino a qui siamo su imprecisioni tutto sommato lievi: mi viene attribuito un atteggiamento che non ho (L'Alberto furioso!), ma non parole che non ho detto. Paulo maiora canamus...

Bagnai è contro lo sviluppo sostenibile

In calce troverete "sbobinato" il breve discorso che ho fatto a braccio al convegno La politica italiana e l'Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. A che punto siamo? In questo caso verificare che cosa io abbia effettivamente detto è semplice, perché l'evento si svolgeva presso la nuova aula dei gruppi alla Camera, e quindi ne esiste una registrazione video che qui vi sottopongo:




Io intervengo intorno ai 2:50 e la "sbobinatura" del mio intervento è in calce a questo post. Ora, qui ci sarebbero tante considerazioni di merito da fare, ma non mi addentro in esse, limitandomi a una domanda sul metodo: è più noioso leggere la "sbobinatura" di un intervento orale, o assistere alla lettura di un intervento scritto? Io, generalmente, in pubblico preferisco non leggere, così come, se poi devo scrivere un mio intervento estemporaneo, faccio interventi editoriali per evitare ripetizioni, spezzare incisi, risolvere forme troppo colloquiali. In questo caso non l'ho fatto, e quindi il testo sembra scritto in  stato di ubriachezza! Me ne scuso, ma mi è sembrato indispensabile attenermi rigorosamente alla lettera di quanto ho detto, e riportarvela per iscritto, perché solo così potrete apprezzare l'entità della "tempesta emotiva" (cit.) che mi ha assalito nel leggere la seguente agenzia:



Ci sono capitato per caso: pago persone per farlo al posto mio, cioè per verificare che la stampa non mistifichi quanto dico, o meglio: per documentare come ha mistificato quanto ho detto (trattandosi di un evento con probabilità uno). Ora, uno che mi sta accanto tutti i giorni, e che magari ha anche assistito all'evento, dovrebbe capire che queste parole non mi somigliano, ricordarsi che non le ho dette, comprendere l'assoluta gravità del fatto che a un politico del mio rango istituzionale vengano messe in bocca parole che non ha detto, avvertirmi tempestivamente affinché io possa prendere le azioni correttive necessarie per evitare l'insorgere di fastidiose e controproducenti polemiche.

Questa volta ci sono arrivato sopra io, evidentemente la gravità del fatto era stata sottovalutata, ma siamo tutti qui per imparare... Nessuno dei virgolettati che mi venivano attribuiti era stato da me pronunciato, ma soprattutto il senso complessivo del mio intervento era stato totalmente travisato! Non dicevo certo di essere "contrario allo sviluppo sostenibile", anzi: affermavo il nonsenso di una simile asserzione, e sviluppavo alcune considerazioni che sarebbe superfluo ripetere per chi le ha capite, e inutile per chi non può capirle. C'è anche chi le ha capite, come Uno de passaggio:


che, non a caso, non è l'ultimo arrivato, ma un imprenditore sopravvissuto (e bene) alla crisi (SD non sta per standard deviation...)


Mi sale immediatamente il crimine (cit. Garavaglia). Lavati in famiglia i panni sporchi, con l'ordine assoluto di non intrattenere più rapporti con agenzie di stampa, rivolgo le mie sollecite attenzioni al "giornalista amico" dell'agenzia de cujus, con le seguenti cortesi e testuali parole: "Ma siete proprio sicuri che io abbia detto così? Un consiglio: io non smentisco mai. Riascoltate e scusatevi. That's all, folks!"

Mi tremavano le mani dalla rabbia. Per uno strano caso, avevo finito di lavorare un po' prima, potevo andarmene via alle 18, e mi volevo godere Giulia un paio d'ore. Vado a prenderla a inglese, e lei: "Babbo, cosa hai?"... Io: "Niente, poi mi passa. Mi hanno fatto dire una cosa che non ho detto." Lei: "Ma è grave?" Io: "Per loro sì...".

Poi torno a casa, entro in cucina, e un po' perché astratto nei miei pensieri furibondi, un po' perché ancora fisicamente scosso dall'ira, esordisco rovesciandomi addosso una pentola! Devono vivere anche le lavanderie, penso, e mi cheto lentamente, dopo aver preso la determinazione di chiarire una volta per tutte a chi di dovere come si lavora. Chiedo al mio addetto stampa di verificare se il lancio è stato rettificato, e apprendo così che le agenzie non si scusano quando mettono in bocca a un politico parole che non ha detto, e che comunque non si poteva rettificare perché "s'era fatta una certa" (virgolettato giornalistico: cioè, non hanno detto così. Anzi, aspettate: virgolettato quasi giornalistico, perché è vero che non hanno detto così, ma il concetto era questo).

Ci metto una pietra sopra, blocco tutti i contatti di quella roba lì che mi trovo ad avere in agenda (poi con calma bloccherò qualsiasi cosa da ovunque, ma non può diventare un lavoro a tempo pieno: lo farò quando mi chiameranno), e aspetto.

Il giorno dopo esce questo:




E voi direte: incidente chiuso!

Eh, no, se ne parlo qui evidentemente l'incidente non è chiuso!

Intanto, mi hanno avvelenato due ore con mia figlia, bene piuttosto raro di questi tempi. Dice: "Non te le hanno avvelenate loro. Te le sei avvelenate tu, perché potevi fottertene e vivere felice". Certo, capisco. Io sono inquieto. Non c'è pace per chi non vuole pace, questo ce lo siamo detto tante volte, anche in musica. Ma il fatto è che io non sono (solo) un politico: sono anche un artista, altrimenti Brilliant non pubblicherebbe i miei dischi e voi non sareste qui, dove non vi ha trattenuto il fascino delle partite correnti o del tasso di cambio reale (cioè dell'ancora ignoto, per voi, otto anni dopo...), ma quello della prosa (qui, qui, qui, ecc.). Scriverete sulla mia tomba le parole di Rilke: Er war ein Dichter und haßte das Ungefähre. Odio le imprecisioni. E siccome la parola è divina, alterarla non è solo poco professionale: è blasfemo.

Ma soprattutto, purtroppo io non sono (solo) un artista, ma (anche) un politico. Le dichiarazioni de cujus hanno provocato le stucchevoli querimonie di alcuni colleghi della Camera, sui quali appongo il suggello di un tombale Vae victis! Tuttavia, avrebbe potuto reagire anche qualche organismo pluricellulare minimamente più rilevante, e magari parole riportate in modo inaccurato avrebbero potuto mettere in difficoltà qualche mio collega in qualche trattativa, o dibattito, o intervista. "Viceministro Garavaglia, Bagnai ha detto di essere contrario allo sviluppo sostenibile, lei cosa ne pensa?" Quante volte sono stato inseguito dai lemuri che stazionano, con la telecamerina a spalla, intorno ai palazzi, per farci commentare cose che nella maggior parte dei casi nessuno di noi ha detto (l'episodio che vi sto riportando è la regola, non l'eccezione, come poi vedrete), alla ricerca dell'incidente, della polemica costruita ad arte? Capito perché io non commento mai le parole di nessun collega? Perché so sempre che non sono mai state dette, o non come me le riporta il primate in servizio. E spero che mi perdoni la gentile signora cui, qualche giorno fa, ho detto: "Mi scusi, ma non le rispondo perché sono contrario a questo modo di fare giornalismo. Ho ottimi rapporti con la vostra redazione, se vi interessa sapere cosa penso verrò presto a dirvelo."

Ma soprattutto l'incidente non è chiuso, perché, per uno sfortunato susseguirsi di circostanze, è stato la goccia che ha fatto traboccare il vaso. E ora il vaso è traboccato, quindi... andiamo avanti!

Quel giorno che ho nazionalizzato CARIGE...

Per farvi subito un esempio di "errore" che avrebbe potuto essere minimamento più nefasto nelle conseguenze (ma che, stranamente, mi ha dato meno ai nervi), vorrei ricordarvi di quel giorno che ho privatizzato Carige, ovviamente a mia insaputa (come nella migliore tradizione dei politici genovesi, appunto)! Ero stato invitato da Class CNBC, il 12 febbraio, il video è qui (anche se in questo momento stranamente non si riesce a caricarlo: ma io ne ho fatto fare una copia). Verso la fine mi viene detto che il commissario Modiano dice che Carige non sarà nazionalizzata, e mi viene chiesto: "Bagnai, su questo si sente di fare una rassicurazione?" (il solito giochino descritto sopra, by the way). Io testualmente rispondo: "Non sta a me farne perché non sono un membro dell'esecutivo. Secondo me esistono le condizioni, mi viene detto da diverse fonti più o meno informate che esistono le condizioni perché si trovi una soluzione di mercato".

Esco dallo studio, dove mi aveva accompagnato un altro membro del mio staff, controllo (io) Twitter, e che trovo? Ma ovviamente la notizia (falsa) secondo cui per me si sarebbe potuto pensare a nazionalizzare Carige, quando io invece avevo detto l'esatto contrario, cioè che nessuno ci stava pensando (questo lascia impregiudicata la questione del perché in Germania il 60% delle oltre 1500 banche sia di proprietà pubblica, ma oggi parliamo di altro). Ovviamente la incapsulo immediatamente in una smentita, che però, anche su Twitter, è una notizia data due volte:

Mi rivolgo su WhatsApp alla redazione, pregandola di restare in rapporti cortesi. Il tweet viene rimosso, con il solito discorsetto: non è un fake, è solo sintesi giornalistica! Certo, se la sintesi giornalistica trasforma una "soluzione di mercato" in una "nazionalizzazione", magari riuscirebbe anche a trasformare lo sterco in oro, il che apre interessanti prospettive sulle quali non mi addentro.

Tweet rimosso, incidente chiuso? No, incidente chiuso un bel niente! Intanto, se io non sapessi di venir travisato sistematicamente, e se quindi non controllassi ossessivamente e di persona (visto che tanto laggente nun capischeno che deveno controllà) tutto quello che mi riguarda, il tweet sarebbe rimasto lì per qualcosa di più di quei dieci minuti che è rimasto, e avrebbe potuto creare danni di vario tipo: polemiche, lanci di agenzie straniere con conseguenti fremiti dello spread, perdite di tempo a catena...

Ecco, appunto, parliamo del tempo... Ma vi pare normale che ogni intervento sui media, oltre al tempo necessario per prepararmi e per intervenire, debba anche assorbire del tempo per verificare come quanto detto è stato riportato, e per correre ai ripari quando viene tradotto nel suo diretto ed immediato contrario!? Ma vi sembra normale questa roba qui!? A me no. Non solo non è normale, ma è anche un evidente e diretto ostacolo oggettivo allo svolgersi del processo democratico. Questo modo di fare giornalismo è oggettivamente nemico della democrazia.

E siccome non c'è modo di sapere prima come si comporterà quello che ti interpella, direi che il gioco non vale la candela...

Quel giorno che ho fatto impensierire Moscovici

Ah, quel giorno! Era il due ottobre dell'anno scorso, e me ne stavo bello tranquillo perché non avevo dichiarato nulla. Per una volta, non aveva dichiarato nulla nemmeno Claudio, ma gliela avevano fatta dichiarare ugualmente (nun se famo mancà ggnente...). Durante un'intervista alla radio credo fosse uscita, una domanda del tutto ipotetica sul regime monetario ottimale per il nostro paese aveva scatenato il seguente, del tutto ingiustificato, putiferio:


L'agenzia era fasulla (inutile ripetere che c'è un contratto di governo, ecc.), ma questo rileva poco. In ogni caso erano fatti di Claudio, o almeno così credevo. Sbagliavo. Infatti:


Ora, io sollevo pesi, non ipotesi. Quel giorno, poi, non avevo sollevato nulla. Ho dimostrato scientificamente che le regole che ci siamo dati ci creano grossi problemi, tutti ampiamente previsti dalla letteratura scientifica, ma questo è un altro discorso e non interessa le agenzie, che vivono nell'attimo. Mando un WhatsApp al direttore dell'agenzia, sollecitandolo per tempo sul tema: "Sa dirmi quando avrei detto le parole che la sua agenzia mi attribuisce?" Lui fa le sue verifiche, si scusa per WhatsApp, e:


esce la correzione, che, guarda un po', non dice in cosa fosse sbagliato l'originale.

Incidente chiuso?  Se semo sbajati, tranquillo, basta che sse capimo? Eh, insomma, mica tanto! Un po' perché questo episodio dimostra che non basta stare attento a quello che dici tu, devi anche stare attento a quello che non dici, cioè che dicono gli altri, e così sinceramente diventa un po' difficile. E poi, perché, come al solito, se non hai mille occhi il veleno circola nella falda, con risultati non banali. Ne volete una prova? Eccola! Due giorni dopo, per interposto furbetto italiano, il Financial Times mi onorava delle sue attenzioni insieme con Claudio:


Così, mentre i nostri amici tuttosubitisti qui imperversavano al grido di haitraditooooh, lassù a Londra si scriveva una diversa favola, non innocua, per i motivi che qui chiarisce un altro amico, al punto (2) di una simpatica FAQ che mi ha inviato come piccolo vademecum:



Quindi non sono poco professionali, anzi: sono professionalissimi, il loro lavoro lo sanno fare molto bene. Ma per apprezzarlo prima bisogna capire qual è...


Quel giorno che ho previsto (o deciso?) l'obiettivo di deficit

Sempre a proposito di favole, voglio raccontarvi di quel giorno in cui ho previsto l'obiettivo di deficit del Governo (e ci ho anche preso)! Era l'anno scorso: all'uscita da una riunione complessa e interessante su un tema non facile (lo stato del nostro sistema bancario), uno dei tanti impegni in agenda, dopo essermi deliziato con MREL, TLAC, UTP, AMC, ecc., ricevo dall'addetto stampa questa simpatica email di sintesi:



e mi assale un intenso disagio, per un motivo tanto semplice quanto incontrovertibile: questo virgolettato non era mai stato pronunciato, perché l'intervista era stata rilasciata per iscritto! Il motivo ve lo immaginerete: parlando al telefono lasci al professionista di turno ampio margine per fare il suo lavoro (vedi slide in fondo al paragrafo precedente): se invece le risposte le scrivi, cambiarle diventa un po' più delicato. Ma a nulla erano valse le mie precauzioni. Non avevo capito una cosa fondamentale: tu puoi anche, con il consueto scrupolo, dedicarti alla parte che nessuno leggerà (il corpo dell'articolo). L'unica parte che il lettore leggerà (il titolo) resta affidata all'arbitrio del titolista, il quale ci metterà letteralmente quello che gli pare, indipendentemente da qualsiasi appiglio trovi nelle parole da te dette: se occorrerà, si servirà di quelle non dette (e nemmeno pensate).

Immaginatevi il mio raccapriccio nel constatare che mi veniva attribuita, e con enfasi (nel titolo) una frase non solo insensata, ma anche inesistente: mai pronunciata! Tutte le agenzie sul 2%, in un momento in cui ognuno di noi stava ben attento a non dare numeri per il semplice motivo che darne non avrebbe avuto alcun senso, e anzi sarebbe stato controproducente. Avevo appena parlato col ministro di questi aspetti comunicativi, trovandomi d'accordo con lui, ed ecco che un anonimo titolista, che il Signore ricompenserà, come ricompenserà tutti noi, per lo scrupolo col quale svolge il suo lavoro, mi fa fare la figura del coglione o del doppiogiochista col ministro e collega Tria, mettendomi in bocca un target da me mai espresso!

Anche qui, prima di prendermela, ho voluto controllare. Tornato in ufficio, ho cercato prima la cifra 2 nel testo: trovandola solo nei numeri 2000 e 2017 (date delle riforme del fisco proposte da Visco e da Rossi), ma non in 2%. Nel testo, la parola "due" proprio non c'è.

In questo caso, avendo consuetudine col vicedirettore, l'ho chiamato, per capire come fosse possibile che in un titolo e fra virgolette mi fosse stato attribuito un numero che non avevo mai pronunciato, e che per la mia posizione attuale poteva contribuire a guidare le aspettative del mercato dove mai avrei inteso di condurle (dandomi quindi la responsabilità di contraccolpi laddove le cose fossero andate in modo diverso da come qualcuno potesse pensare che io avessi inteso indicare che avrebbero potuto andare). Telefonata cordiale, grande disponibilità, ma... ggnente! Il problema non ha rimedio.


Bagnai la fa difficile

Aveva cominciato Il Mattino di Napoli, sempre a settembre scorso. Titolo: "Difficile procedere, ma dopo le europee rinegozieremo regole fiscali e monetarie".


(allego fotina sfuocata, per chi non se lo ricordasse: non voglio violare il diritto d'autore). Nel rileggere il titolo, mi assalì un dubbio: "Ma veramente io ho detto che procedere è difficile? A me sembra di aver detto che in difficoltà sia la cosiddetta Europa, come dimostrano certi suoi scomposti atteggiamenti minatori!" Anche qui, aiutandomi con la funzione Trova di Word, andai alla ricerca nel mio file di questo aggettivo sideralmente lontano dal mio pensiero, e, naturalmente, non lo trovai. Nulla nell'intervista accennava a difficoltà, anzi!

Ma questo, rispetto al precedente, era un peccato veniale: certo, veniva messa fra virgolette, attribuendomela, una cosa che non avevo né detto, né pensato, e che era ortogonale rispetto a quanto volevo esprimere nella mia intervista. Ma almeno non mi si facevano dare i numeri! E poi, diciamocelo: dopo anni passati a sentirmi dire che "la facevo facile!", per una volta sentirmi dire che "la facevo difficile!", pur essendo ugualmente una bufala, aveva almeno la freschezza della novità!

Bagnai insabbiah la Commissione d'inchiestaaah!

D'altra parte, perfino un giornale che con me era sempre stato equilibrato da tempi non sospetti, il 20 settembre cosa mi fa trovare? Questo:


Gombloddoneeeeh! Bagnai, minacciato da Tria e da Visco, sta insabbiando la Commissione d'inchiesta sulle banche!

Ovviamente nulla di tutto questo. Avevamo una serie di pareri da rendere, e alcune scadenze tecniche che potrete tranquillamente consultare (come avrebbe potuto chiunque) qui. Io di pressioni, da quando sono in Parlamento, ne ho viste due sole: la minima o diastolica, sempre a 80, e la massima o sistolica, sempre a 120 (anche quando leggo minchiate come questa). Né Tria né Visco, che rappresentano istituzioni con le quali devo confrontarmi e vorrei poterlo fare, nell'interesse di tutti, senza che il gossip intorbidi i nostri rapporti, hanno mai esercitato alcuna pressione: non è nel loro stile, non è il loro ruolo, e con tutto il rispetto io non rispondo a loro. Anche qui, ho pensato a una mia ipersensibilità. Magari sarò troppo sospettoso, mi sono detto. Certo, è assurdo che qualcuno possa pensare che io non dia corso a una proposta di legge che ha l'avallo dei vicepremier. Il Parlamento, peraltro, è indipendente sia dalla Banca d'Italia che dal Governo, cui dà la fiducia, e questo perché è espressione diretta della sovranità popolare. Il discorso, insomma, non tiene. Ma sarà stata una svista.

Poi, però, mi arrivò quest'altro bel capolavoro:

che, attribuendomi un perentorio (e mai detto) "verità sulla vigilanza", mi dipinge come un tribuno del popolo che vuole mettere Visco sul banco degli imputati. Insomma: il Fatto vuole farmi litigare con Visco, questo ormai è ovvio (come ha constatato ironicamente uno dei suoi giornalisti). Io però non litigo, e non faccio processi a nessuno (nemmeno ai giornalisti: quelli che riporto sono fatti, i giudizi ce li metta chi desidera farlo...). La Commissione di inchiesta avrà cose più serie da fare e le farà.


Quel giorno che sono uscito dall'euro

Dice: "Vabbè, questi coi virgolettati abbondeno un po', ma nun è che ssò cattivi, ssò ssolo un po' distratti, ssò regazzi...". Sicuro? E allora perché quando le virgolette andrebbero messe non le mettono? Qui un preclaro esempio di professionismo:


Nel riportare le parole di un maestoso rudere di precedenti stagioni politiche con idee tutte sue sulle statistiche dell'economia italiana (da noi ampiamente commentate quando avevamo tempo di dedicarci a persone irrilevanti), viene riportata out of the blue e senza virgolette la frase "Per Bagnai e Borghi uscita dall'Euro è l'unico sbocco". Ovviamente, a una lettura superficiale appare che o io o Claudio ci siamo espressi in questo senso, laddove questa simpatica affermazione è un parto della mente irrilevante di Della Vedova (che, scontando un forte isolamento culturale, non è in grado di comprendere quanto sia sfaccettata la nostra critica al progetto europeo, né è in grado di capire che alcuni argomenti non sono "di Bagnai", ma della letteratura scientifica: ma questo è un suo problema, cui gli elettori provvederanno). Certo, poi nel testo (che nessuno legge) dell'agenzia le cose sono rimesse al loro posto, cioè nello sproloquio di un nostro inconsistente avversario politico:

Ma credo che tutti voi possiate apprezzare il modus operandi: le virgolette che vengono messe per dare a Bagnai quello che non è di Bagnai, poi non vengono messe per dare a Bagnai quello che è di Della Vedova (cioè per lo stesso motivo)! Scopo: preparare il terreno in modo che gli algos, quando accadrà l'inevitabile, impazziscano. Ma l'isteria degli algos, cari operatori informativi, è breve: non potrete fermare il vento con le mani.

Mi avvio a concludere...

...come dice un politico prima di tirarla in lungo per altri venti minuti. Ma a me ne occorreranno di meno. Gli esempi che ho riportato sono solo una piccola quantità, ex multis, di cose capitate a me. Nelle nostre chat ormai la mattina ci salutiamo chiedendoci: "Oggi che cosa ti hanno fatto dire?", e i giornali non li leggiamo più. La notizia siamo noi, e non abbiamo bisogno di essere fuorviati o indotti a scaramucce inutili da chi lavora come io con serenità, continenza verbale, e fattualità, ho documentato (inutile scaldarsi: che parlino i dati).

Ora, gli operatori informativi, in tutta evidenza, si sono costituiti, come altri poteri asseritamente indipendenti, in organo politico, in partito politico. Quale? Quello che ha perso le elezioni e deve ancora elaborare il lutto. Mentre questa dolorosa elaborazione va avanti, per non saper né leggere né scrivere i nostri amici continuano a far propaganda giocando sporco, con grave detrimento dei loro conti economici e della democrazia (che non trarrà particolare beneficio dalla loro scomparsa, come non ne trae dalla loro presenza).

Perché il giochino è chiaro: ti mettono in bocca cose che non hai detto, e lo fanno da una posizione sottoesposta comunicativamente, in modo che tu le ripeta da una posizione comunicativamente sovraesposta, per smentirle, naturalmente: ma una smentita è una notizia data due volte! Insomma: vogliono che tu lavori per loro, portando acqua al loro mulino. Ma con me, purtroppo, non funziona così, e questo per un motivo molto semplice. A differenza dei tanti colleghi che hanno un percorso di militanza nei territori, percorso che rispetto ora che ne so la difficoltà e la fatica, io ho fatto un percorso di militanza nel dibattito. Quindi, a me, di avere l'attenzione dei media interessa relativamente poco. Ne ho fatto a meno per sette anni, quando avevo tante cose interessanti da dire, ne faccio volentierissimo a meno ora che la mia attività è tenuta a doveri istituzionali di riservatezza, e che la mia posizione politica mi espone al rischio di creare incidenti se (cioè quando) le mie parole vengono riportate in modo inesatto.

Quindi, cari giornalisti, fatevene una ragione: io non ho bisogno di voi. Io sono la notizia, non voi. Io sono la vostra materia prima. Voi avete bisogno di me. Converse is not true. So benissimo che questo vi fa sclerare, che vorreste tanto avere a che fare con uno che per vedere il suo nome su dei fogli che nessuno più legge rifila il fascicolo degli emendamenti prima che vengano depositati, o fa la dichiarazione urlata, o sussurra il pettegolezzo, il retroscena. In questa maggioranza, di gente così, credo che ne troverete poca, ma naturalmente cercare è lecito. Ora sapete però perché vi scanso (con un sorriso e con cortesia): da voi posso avere solo noie, nessun vantaggio. Un mio tweet fa più visualizzazioni di un vostro articolo, il mio blog è la fonte delle fonti, i miei lettori sanno dove trovare le fonti primarie: disintermediazione o barbarie! Se volete farmi dire quello che vi pare, non avete bisogno di me (come l'ultimo esempio, quello della prestigiosa agenzia ADN-Kronos, dimostra), e quindi, col vostro riverito permesso, tengo per me la cosa più preziosa che ho: il mio tempo. Me ne serve molto, qui seduto in riva al fiume.


Come? Mi dite che cosa c'entra il titolo col contenuto del post? Bè, evidentemente nulla, il che dimostra che potrei fare il giornalista anch'io! E allora accettate un consiglio da un collega: per sopravvivere alla sfida della modernità vi occorrono tre ingredienti. Sono sicuro che quasi tutti voi ne disponete, in proporzioni variabili: schiena dritta, dati, e capacità di approfondimento. Il resto, il gossip, la dichiarazione travisata, il tentativo di provocare l'incidente politico, vi condanna al fallimento. Io ve l'ho detto, con solidarietà e simpatia (annovero fra di voi i miei più cari amici). Poi voi fate come vi pare, ma... not in my name!



Il testo che del mio intervento (che mi sono fatto sbobinare perché quando cancello qualcuno dalla mia anagrafe desidero avere la più assoluta certezza di non compiere errori).


"Grazie, grazie. Grazie a Enrico Giovannini per l'invito, e a Marco Tarquinio per la cortese introduzione.

Intanto vorrei scusarmi se dovrò comportarmi come un politico e, per compensare il fatto di essere arrivato in ritardo, me ne dovrò andare in anticipo.

La vita del politico è fatta così, qui abbiamo più di una persona familiar with the matter, per cui non devo spiegare che in aula ci sono stati alcuni incidenti, manifestazioni diciamo di giubilo per l'approvazione al Senato del decretone, che hanno un pochino fatto slittare i lavori. E alle ore 14 la mia commissione audirà (ed è la prima volta che ciò accade da quando la legge che lo consente esiste -  mi riferisco alla legge 234/2012, legge Moavero sulla partecipazione dei parlamenti nazionali al processo legislativo europeo), audirà il ministro Tria sulle risultanze dell'ultimo Ecofin. Questo per dire che questa maggioranza e questo governo stanno dando dei segni concreti di voler andare oltre un europeismo fideistico e di maniera, per passare verso un europeismo partecipato e costruttivo. Ma naturalmente ciò prende del tempo. Ciononostante ho voluto essere qui e voglio anche chiarire, perché poi occasioni di approfondimento così importanti, di livello così elevato (io mi sento anche a disagio nell'essere in compagnia di esponenti politici che hanno una vita politica e una serie di risultati al loro attivo molto più lunghi e corposi dei miei) appuntamenti di questo tipo sono preziosi, e secondo me lo sono soprattutto se vengono colti come occasione di approfondimento, e quindi mi sento, visto che l'ho fatto ieri in aula lo faccio anche qui, molto rapidamente, di deprecare una certa informazione che cerca di politicizzare in modo un po' petulante e gossipparo chi c'è, chi non c'è, in un'occasione che è soprattutto un'occasione di approfondimento scientifico e di riflessione sui principi, dove quindi i tatticisimi politici dovrebbero essere tenuti fuori, anche se li si usa nella vana speranza di attizzare la curiosità di lettori che invece rifiutano proprio questo modo di fare politica, perché vogliono essere informati sui principi, vogliono essere informati sulla sostanza delle cose, e ne hanno un pochino abbastanza dei ragionamenti di corto respiro.

Non è di corto respiro la mia frequentazione con Enrico Giovannini. Ho fatto prima il calcolo, con la calcolatrice, perché ormai, essendo un politico, anche le sottrazioni non riesco a farle (il che testimonia comunque di una certa onestà, almeno per il momento): sono 33 anni che ci conosciamo, perché Enrico è stato mio insegnante al corso di econometria tenuto dal professor Carlucci (che abbiamo accompagnato insieme alla sua ultima dimora pochi mesi fa), presso l'università di Roma La Sapienza.

Enrico Giovannini è una di quelle persone che hanno fatto di me una persona in grado di entrare nella dimensione tecnica dell'eccellente lavoro fatto con questo rapporto.

Però non vi voglio annoiare con la dimensione tecnica, siamo in una sede politica. E allora vorrei fare qualche considerazione politica. Io, devo dire la verità, sono qui a titolo personale, sono un presidente di commissione: è andata così! I miei commissari sono abbastanza contenti che lo sia io, tranne qualche volta: ieri qualcuno si è lamentato, ma è la prima volta in sei mesi e ci sta. Quindi, come sapete, non sono nell'esecutivo, e sono leghista dal 18 gennaio dell'anno scorso: quindi sono l'ultima persona al mondo intitolata ad esprimere o a distillare il pensiero politico e la linea politica di un partito che rispetto e al quale sono grato, perché mi ha accolto e mi ha aperto ulteriori spazi di dialogo oltre quelli che mi ero aperto da me (perché qualcuno ero riuscito ad aprirmelo anche da me).
Ma non sono evidentemente qui per parlare a titolo, diciamo, collettivo, se non su alcune cose sulle quali ho avuto l'opportunità di condividere.

Ho appreso dal rapporto intanto, con un certo piacere, che fra i barbari, che saremmo noi e i colleghi a cinque stelle, la Lega è il partito il cui elettorato ha, sia pure marginalmente, per qualche decimale - ma oggi i decimali vanno di moda - la maggiore conoscenza dell'agenda 2030. Io, devo dire, ce l'ho per puro caso, per circostanze esistenziali, per il rapporto che mi lega a Enrico Giovannini. E devo dire, lo dico subito, così almeno do una delusione a Enrico, che non è esattamente al centro della mia attività professionale, e in un certo senso neanche dei miei pensieri. Tant'è vero che quando ieri il mio addetto stampa mi ricordava sull'agenda 2030 ho chiesto: "Stai parlando della 2020?" "No, è la 2030!". "Ah!".

E questo ci porta ad un pezzo di discorso che volevo fare. Le agende sono belle, soprattutto se sono quelle in pelle, sono degli oggetti che dovremmo usare, io ormai uso solo l'iPhone per registrare i miei appuntamenti e invece amo chi ancora scrive. Non voglio negare che sia importante per i politici avere un richiamo di forte autorevolezza scientifica ad allargare gli orizzonti. Però voglio fare un warning (visto che sono un economista ogni tanto, perdonerete, devo mettere qualche parola in inglese), un avvertimento, un richiamo al fatto - qui certamente non è successo - che bisogna stare un pochino attenti anche alla dimensione retorica, che poi rischia di svuotare la effettività di questi risultati.

Se noi vediamo cosa è successo all'agenda 2020, e parto dal dato della occupazione, l'agenda si proponeva di portare al 75% il tasso di occupazione della popolazione in età attiva.
Son partiti dal 70,3% sono arrivati al 72,2%, quindi in nove anni sono aumentati di due punti, e adesso per raggiungere l'obiettivo bisognerebbe che in tre anni questo tasso di occupazione aumentasse di tre quando tutti noi del mestiere, io, Enrico e gli altri del mestiere sanno che siamo alla vigilia di un altro massiccio evento economico avverso a livello globale. Non dubitiamo che nella meravigliosa famiglia europea qualcuno cercherò di addossarne l'esclusiva colpa a noi, ma siamo anche abbastanza fiduciosi nel fatto che le dinamiche che si esplicheranno chiariranno che...

Allora, c'è il problema della verifica dei risultati. Avere degli indicatori misurabili è un primo passo. L'agenda 2030 ha come primo vantaggio quello di farci dimenticare quella 2020 e il fatto che non siamo riusciti a realizzare gli obiettivi che erano lì. Quindi su questo richiamo la mia attenzione di politico, pur marginalmente, perché voi sapete che mi occupo di tasse e di banche, quindi non mi occupo di tutta una serie di aspetti di tecnologia, di ricerca scientifica, tutti altri elementi che concorrono alla sostenibilità. Io ho delle resistenze culturali quando si parla di sostenibilità, ho dei sospetti, vivo con un certo sospetto questo dibattito. Quando se ne parla vedo aleggiare lo spettro di Malthus, e vedo anche aleggiare poi lo spettro dell'Europa, e questo è molto evidente, è emerso anche nel dibattito: è stata identificata l'Europa con la sostenibilità.

Quindi, due osservazioni spot, perdonatemi sono osservazioni che possono sembrare un po' polemiche, sono un po' contrarian, ma insomma ci vuole nel dibattito qualcuno che la pensi in un modo diverso. Quando in un dibattito si affermano cose con le quali si dice che non si può non essere d'accordo, beh naturalmente certo, diciamo, nessuno è contro la mamma (forse qualcuno sì, di questi tempi...), ma insomma nessuno è contro il bene, nessuno è contro l'amore, nessuno è contro l'ambiente. Quindi, adottare una certa agenda significa, di per sé, escludere la possibilità di un contraddittorio. E questo, dal mio punto di vista, è la negazione della politica e anche, se vogliamo, l'essenza della propaganda. Quindi nella scelta della comunicazione bisogna stare attenti a mantenere comunque una comunicazione, su temi così rilevanti, che valorizzi la dimensione politica e quindi la dimensione di confronto.

Quando sento dire che su certe cose non si può non essere d'accordo io, automaticamente, non sono d'accordo. Questo però non è un fatto politico, è un fatto etnico, sono fiorentino e quindi ho delle specificità culturali che mi impongono di essere un bastian contrario. Ci sarà qualcuno qui che condivide con me questo infausto destino. Allora, attenzione alle cose sulle quali non si può non essere d'accordo. E poi, diciamo, essere per lo sviluppo sostenibile significa essere fortemente europeisti. Io amo l'Europa, ho delle forti riserve sull'Unione Europea, le ho argomentate scientificamente nel dibattito, e non solo sull'Unione Europea come progetto politico ma su alcuni altri aspetti specifici di questa costruzione. Però, il semplice fatto che noi stiamo parlando di una agenda che è propugnata dalle Nazioni Unite, Nazioni Unite che non stanno portando avanti il progetto di stati uniti del mondo, perché si farebbero ridere dietro, perché è chiaramente nonsensical, dimostra che il richiamo a una dimensione sovranazionale politicamente organizzata, cioè con un parlamento, un governo, o un ente simile, non è di per sé condizione né necessaria né sufficiente per proporre o realizzare un agenda simile.

Tant'è vero che l'agenda 2020 è fallita, quindi se dovessimo dire che ci dobbiamo affidare a chi ha fallito sulla 2020 per realizzare la 2030... Fallita, sto tagliando con l'accetta, ci sono stati dei progressi importanti, sono stati promossi dibattiti importanti, sono state introdotte norme importanti, non voglio fare le pulci ai numeri, non voglio essere così capzioso. Però voglio solo aprire una discussione serena sul fatto che ci sono molti modi di dibattere e molti modi di organizzarsi fra comunità per ragionare sul tema del nostro destino comune.

Vi avrei voluto raccontare la breve storia triste che accadde tre miliardi di anni fa, quando iniziò la fotosintesi clorofilliana e per un po' l'ossigeno venne catturato dal ferro che era libero in superficie, in particolare nelle acque del mare, poi precipitò, tutto questo ferro, e alla fine questo ossigeno cominciò ad accumularsi e ci fu un evento particolarmente catastrofico per i batteri anaerobi. Una volta la terra era una palla ricoperta di muffe, due miliardi e mezzo di anni dopo arrivammo noi, che pensiamo di essere qualcosa di più di una muffa, ma forse non lo siamo... Quindi ricorderei sempre il salmo 127, quando si vuole allungare lo sguardo, cioè "Nisi Dominus aedificaverit domum, in vanum laboraverunt, qui aedificant eam". Ecco, ricordiamoci sempre, anche se so che questo è un riferimento culturale che verrebbe molto condiviso dal senatore Pillon e forse poco da altri, ma insomma la dimensione della nostra finitezza umana è qualche cosa che dobbiamo tener presente proprio nel momento in cui allarghiamo lo sguardo al lungo periodo e esattamente perché allunghiamo lo sguardo al lungo periodo. E quindi dobbiamo sapere che quello che facciamo lo faremo per lasciare il testimone ad altri. A chi? Ai nostri figli, che sono stati menzionati in varie forme, e anche a chi ci succederà, perché avrà il gradimento delle generazioni future come politico al governo del paese. Siamo consapevoli del fatto che il nostro orizzonte temporale, come politici, non è infinito. A questo proposito vorrei dire anche due cose costruttive e un pochino più sul punto di queste con le quali oggi ho cercato di descrivere il recinto culturale all'interno del quale valuto e apprezzo il lavoro che viene svolto dall'ASVIS.

Lo considero importante, perché qualsiasi lavoro di misurazione è importante. Questo l'ho imparato alla scuola alla quale sono stato formato accademicamente, una scuola nella quale, tra l'altro, l'elaborazione di indicatori sintetici come quelli che il rapporto propone era presa molto sul serio.
Intanto vorrei dire che, quanto sarà sostenibile, in particolare sotto il profilo ambientale (perché una cosa che va apprezzata nel rapporto è quella di considerare altre dimensioni di sostenibilità, in particolare quella sociale, io nel mio lavoro mi occupo della sostenibilità finanziaria, che è un'altra cosa ancora), quanto sia sostenibile ambientalmente un certo percorso di sviluppo dipende dallo sviluppo della tecnologia, una cosa che è anche in parte imprevedibile, avanza per salti, per eventi discontinui, come quello della scoperta e dell'applicazione tecnica dell'elettricità, che è stato menzionato poc'anzi, ma che è anche qualcosa su cui occorre investire. E allora qui dobbiamo stare un po' attenti, perché noi, da un lato, vogliamo affiancare al PIL misure di cose svariate (mi pare che in Bhutan si misuri addirittura la felicità, a livello aggregato, che può essere un esperimento interessante ma, insomma...): il BES e altri esperimenti di questo tipo. Io non sono assolutamente contrario a questo tipo di sperimentazione, fra l'altro voglio ricordare che il Senato, in particolare, ha un Ufficio di valutazione d'impatto, che effettua analisi di questo tipo, che ha preso in forte considerazione il BES, ecc.

Però ci sono anche cose più semplici da fare, e  perché non le facciamo?

Se vogliamo pensare alla sostenibilità del nostro percorso di crescita, dovremmo smettere di contabilizzare in contabilità nazionale, tra i consumi, gli investimenti in capitale umano. Cioè la spesa per l'istruzione dovrebbe essere considerata per ciò che è, per un investimento, e dovrebbe essere valorizzata in quanto tale.

Visto che abbiamo questa simpatica retorica supply side, "offertivista", neoliberale, di cui qui a destra ho un esponente valido che capita anche che sia un amico (non potrò litigarci perché dovrò scappare, quindi poi tu massacrami), insomma, perché non giochiamo su questa retorica dell'investimento e mettiamo il capitale umano fra gli investimenti una volta per tutte? E mettiamo una golden rule nelle regole europee, che consideri tutti gli investimenti, anche quello in capitale umano, tra gli investimenti che devono essere promossi? "Investimento in capitale umano", lo traduco, significa stipendio degli insegnanti. Sono in conflitto d'interesse perché ero un insegnante e tornerò ad esserlo, non sono un politico perché vi confesso il mio conflitto d'interesse, però il tema esiste. E, con mia grande sorpresa, il presidente Bassanini mi segnalò, arricchendo la mia cultura, che questo tema era stato sollevato nientemeno che da Jacques Attalì. E se lo ha sollevato lui, ma è poi rimasto sotto al tappeto, vuol dire che c'è proprio una fortissima resistenza a considerarlo. Fortissima, molto più che a considerare la purezza dell'aria o dell'acqua, e questo ci dovrebbe far fare una riflessione.

Poi, vorrei aggiungere una considerazione che emerge anche dalla lettura degli indicatori. Ecco, diciamo, la povertà non dipende dalle persone che ci hanno preceduto in questa esperienza di governo, che io sto imparando a conoscere ed apprezzare (perché naturalmente la politica ti insegna il rispetto dell'avversario). Però attenzione, dire che la povertà dipende dalla crisi è un pezzo della storia, perché le crisi si gestiscono. Le crisi si gestiscono, si fabbricano anche. La fragilità intrinseca del sistema nel quale viviamo dipende anche dal non aver adottato regole razionali come quella che ho appena menzionato. E dipende anche dall'essere costretti a fare delle cose irrazionali, che compromettono il nostro breve periodo, compromettendo anche il lungo periodo. Perché se adesso mi arriva, grazie alla solerzia dei miei collaboratori, un'agenzia che dice che, secondo l'Unione Europea, arriveremo al 132% del debito/pil (vediamo, perché anche le previsioni, come le agende, sono uno strumento di comunicazione politica, in senso alto - non voglio fare una critica), io non posso non ricordare che eravamo scesi sotto il 100 (nessuno se ne era accorto perché la contabilità nazionale venne riformata due anni dopo che noi potessimo argomentare di essere scesi sotto al 100) e siamo tornati sopra il 130 per come la crisi è stata gestita.

Quindi, nel prendere le responsabilità della parte nella quale ho deciso di militare, per quello che succederà da qui in avanti, vorrei però che non ci dimenticassimo che, se noi siamo qui, un motivo c'è. E il motivo non è solo la crisi. La crisi, se gestita bene, non sarebbe bastata. Penso di avervi detto tutto quello che volevo dirvi, c'è la domanda politica: volete mettere in costituzione questa o quell'altra cosa? In realtà, se proprio dovessi esprimermi su questo punto, lo farei a titolo personale, e vi direi che, a titolo personale, prima di mettere qualcosa in costituzione vorrei togliere qualcosa che ci è stato messo con il solito meccanismo delle condizioni di necessità ed urgenza gestite o create ad arte. Cioè vorrei togliere il pareggio di bilancio. Perché per fare queste cose ambiziose, che qui ci poniamo come obiettivo e che sono in massima parte condivisibili, occorre un ruolo dello Stato attivo, interventista. Occorre anche ragionare a mente fredda e con scientificità sulla retorica delle generazioni future, intese come quelle alle quali noi lasceremmo in eredità il debito. Pensando di non lasciargli in eredità il debito, gli abbiamo lasciato in eredità un'altra cosa. Io potrei dire a chi mi ha preceduto: potevate scegliere se lasciare alle generazioni future il debito o la povertà, avete rifiutato di lasciargli il debito, gli avete lasciato il debito e la povertà (parafrasando uno statista col quale ho solo in comune un pessimo carattere).

Ecco, ragionamo seriamente su come uno Stato debba recuperare dei gradi di libertà nella sua azione, perché altrimenti su questi temi si possono fare proclami, si possono fare modifiche della Costituzione, ha sicuramente senso promuovere un dibattito a quel livello, ma se manca la volontà dello Stato di intervenire, finanziando progetti di simile respiro, ho come la sensazione che ci si avvii ad un'altra realizzazione parziale di obiettivi che invece sicuramente meritano tutti la nostra massima attenzione e il nostro massimo impegno. Io vi saluto perché devo accogliere il ministro Tria, che prima conoscevo da collega e adesso conosco da figura istituzionale, spero di non avervi annoiato troppo, spero di non aver troppo deluso Enrico, con il mio scetticismo da keynesiano vecchia maniera, e spero anche di aver risposto alle domande del cortese moderatore."

Moderatore: "Ha sviluppato il suo ragionamento in modo molto coerente e teso, direbbe qualcuno."

"La ringrazio per la definizione, grazie, perdonatemi veramente. Visto che prima si parlava di bambini, questa audizione è stata un parto perché il ministro è molto impegnato. Apro e chiudo una parentesi, per dire qui una cosa che dirò dopo, noi abbiamo voluto fare la razionalizzazione e avere un ministero dell'economia, poi abbiamo una commissione bilancio e una commissione finanze. Ora se noi avessimo quattro ministeri, com'era quando eravamo giovani, avremmo un'interlocuzione più fluida con il governo, in re ipsa. Queste cose certe volte non ci si pensa, quando si fanno gli interventi di riforma e razionalizzazione. Tipo sopprimere questo, sopprimere quello, adesso non parlo se no poi sembra che voglia parlar male degli assenti. Grazie ancora per l'attenzione, scusatemi."