martedì 19 giugno 2018

A Dragan

Questa sera ero a cena con un amico che mi somiglia molto: perfezionista, narcisista, populista, ma ha anche dei difetti. Mi trovava ringiovanito, come mi hanno trovato ringiovanito iMercati, che sono venuti a trovarmi a Palazzo Madama (di passaggio da New York verso Milano), e spiegavo, al mio amico (ma anche a iMercati) che sì, può darsi che sembri rasserenato, perché ora dormo. "E perché non dormivi?" Perché, come vi ho detto tante e tante volte, non era bello andare in giro a spiegare a sale piene di gente che sì, eravamo in trappola, una trappola che peraltro era nota a tutti, inclusi quelli che ce ne avevano aperta la porta, come qui sapete. Arrivava sempre la domanda: che fare? E questa domanda la portavo a casa con me, e lavorava dentro di me, bruciava dentro di me: crollavo esausto, ma poi, se alle tre o alle quattro qualcosa mi svegliava, non riuscivo a riaddormentarmi, e non c'era chimica che potesse restituirmi all'oblio. Che fare? Ora una risposta ce l'ho: votate Lega! Resta, naturalmente, il compito di dimostrarvi la risposta era giusta: un compito formidabile, ma sempre meno del compito di trovarla, questa risposta, cioè di elaborare il lutto della sinistra. Perché, spiegavo al mio amico (non a iMercati, che giustamente se ne battono...), prima di archiviare il caso dovevo essere convinto che la colpa del mio fallimento nel coinvolgere persone come la compagna De Petris (che oggi è venuta a dirmi che avrei dovuto firmare la loro, di mozione: e se non è successo, un motivo ci sarà...), la colpa non fosse solo mia. Io avevo sbagliato, ho sbagliato, sbaglio, sbaglierò, ma la morte termica della sinistra, quella, ecco, quella non dovevo prenderla sulle mie spalle: il mio carattere di merda, certo, un po' nel mio fallimento c'entrava, ma c'entravano molto, molto di più quelle tendenze oggettive che Michéa descrive tanto bene, e che rendono oggi il conservatorismo l'unica soluzione sensata ed eticamente fondata per chi voglia "agire" uno spazio politico (come dicono, appunto, quelli "de sinistra", specializzati nel dire tutto senza dire niente). E allora il mio amico mi chiedeva: "Ma ora, riesci a fare tutto quello che facevi prima? Roberta come sta?" Come prima: non mi vedeva prima, non mi vede ora. No, tutto non riesco a farlo. Ho quasi smesso di suonare, e del resto se finora non ho smesso è solo perché, divina institutione formatus, mi legavo le mani con i concerti e i dischi. Così, sotto stress, per non far fare figuracce, e soprattutto per non farle fare alla squadra, una volta preso il precommittment mi toccava fare mio malgrado, controvoglia, di malavoglia, musica. Quella musica che, come diceva un mio amico (quello che suona il violoncello qui: presto faremo l'analisi - che non è Lanalisi - di questo pezzo, ma la vostra beatitudine mi costringera a prenderla larga, anzi: larghissima...), quella musica, disait-il, che i dilettanti fanno per il piacere di far musica, che poi è quello di far musica male (aggiungeva lui beffardo): perché l'intuizione estetica è una forma di feticismo: puoi raggiungere il piacere solo a certe, ben precise condizioni, il cui raggiungimento, o la cui concomitanza, di per sé costa una certa sofferenza, o quantomeno una discreta fatica! E aveva ragione... "Ma perché sei così perfezionista? Perché siamo perfezionisti?" chiedeva il mio amico (che ha anche dei difetti: manager di enorme e meritato successo, padre orgoglione, ecc.). Ma, credo che sia una forma di insicurezza: evidentemente ho bisogno dell'approvazione degli altri (che, com'è noto, faccio di tutto per sollecitare). "Sì, è così anche per me: dipende, credo, dal rapporto con mio padre. Ma tu come eri da bambino?"


E qui mi è venuto in mente Dragan.

Perché solo lui, credo, con la sua formidabile memoria e la sua sterminata cultura letteraria, potrà essersi imbattuto, e potrà ricordarmi, in quale novella francese ho letto una frase che ricordo con precisione. La novella (non credo fosse Maupassant) raccontava di una canaglia, un tipo losco, che viveva di espedienti, egoista, passabilmente sordido, cui a un certo punto, perché la vita è fatta così, muore la madre. E lui, come ogni canaglia, si impietosisce verso se stesso, e si dice un cosa del tipo: "Non c'è più l'unica persona che si ricorda di come ero da bambino". Che è, se ci fate caso, molto più il lutto dell'innocenza perduta, che della madre perduta (della quale mi par di ricordare che il tipo in questione si servisse come di un bancomat, un po' come fa er Palla con me: e anche questo è umano...).

Due giorni fa è morta, e domani verrà sepolta, l'ultima persona che si ricorda come ero da bambino: la più cara amica di mia madre, che considerava come una sorella, e che io consideravo una zia, la Zanna (zia Anna). Schiacciata da un veicolo in manovra. Io sono convocato domani alle 9 al gruppo: elezione del nuovo capogruppo, definizione delle commissioni, ecc., e non credo che riuscirò ad essere nelle Marche per assistere al funerale. A mia madre non lo dirò, perché non credo che lo capirebbe: non penso che si ricordi di come ero da bambino, perché non si ricorda nemmeno chi sono. Quindi, a lei, sarebbe del tutto inutile far vedere questo breve spezzone:


Del resto, le ultime due frasi che ricordo di lei sono che Napolitano "è tanto una brava persona" e che Tito Boeri "è un bell'uomo". Due affermazioni che, pur essendo incontestabili, lasciavano non so come presagire una certa perdita di lucidità...

La Zanna, invece, se lo sarebbe goduto, come nonna Rosina si sarebbe goduta Uga, se avesse potuto vederla. Ma non hanno fatto in tempo.

La vita è fatta così.

Ieri ho rischiato di perdere un amico perché a un camion in corsia di sorpasso è esploso uno pneumatico, causando la perdita di un estintore che, per fortuna, si è incastrato nel parafango dell'auto che seguiva (anziché sfondarne il parabrezza).

Siamo fragili, tanto fragili, così fragili che spesso viene da chiedersi se sia giusto che un'esistenza così breve e tribolata sia piagata anche dalle zanzare e dai piddini. Ma a questa domanda puoi rispondere solo Tu, qui facis mirabilia.

Faremo in tempo?

Credo sia meglio entrare nell'ordine di idee che non è così importante.

L'importante è dormire la notte.

Quindi: buona notte.








(...vi dico solo questo: Mario Monti mi ha fatto i complimenti. Ed era sincero. Dove ho sbagliato?...)

(...Dragan, se tu o qualcun altro mi ritrovate quel pezzo, cercate di farmelo avere: fra le tante cose che ho smesso di fare, c'è anche il leggere cose belle: leggo solo lammerda che scrivono i miei colleghi, con il consueto ritardo di fase...)

sabato 16 giugno 2018

Una domanda retorica


Vi aspetto, anche se la risposta non è molto interessante, come non lo è, in termini scientifici, tutto il dibattito che ha fatto di noi, qui, la comunità politicamente e culturalmente più rappresentativa del secondo Risorgimento.




(...soffro molto nel non potervi dedicare più tempo, ma voi ne intuite benissimo i motivi. Ci sono no eclatanti da dire, e ci sono anche dei no meno risonanti, ma non meno importanti da dire. Le strutture si stanno completando, mancano, come sapete, i presidenti di Commissione, e poi si potrà partire, ma intanto bisogna far rete con chi c'è, conoscere i (pochi) che non si conoscevano, coinvolgere, informare, motivare... I miei post tecnici, adesso, non sono più per voi, ma per pochi intimi, quelli che dovranno servirsene per prendere decisioni. E ora vi lascio, ho per cena un paio di sottosegretari...)

giovedì 14 giugno 2018

Aquarius e fake news

(...dal nostro amico giurista Guidubaldo, che l'ultima volta - salvo errore - si era fatto vivo qui,  ricevo e doverosamente condivido. Consoliamoci! In tutta evidenza i nostri politici non sono fra i peggiori in circolazione…)


Caro Alberto,

Solo per segnalarti un simpatico caso di fake (legal) news che sta circolando indisturbato sui nostri media. Il Ministro (Ministra?!) della Difesa spagnolo Dolores Delgado (che dovrebbe essere per giunta un Pubblico Ministero...) ha dichiarato a Radio Cadena Ser che la gestione della vicenda Aquarius da parte dell’Italia potrebbe comportare “responsabilidades penales internacionales” per violazione di patti e convenzioni internazionali e che la vicenda è una questione di “derecho humanitario”. Si tratta di una serie di non sequitur colossale.

Intanto, la responsabilità penale può solo essere personale e dunque non ci vuole un’aquila per capire che uno Stato in quanto tale non può in alcun modo essere soggetto a una giurisdizione penale, nazionale o internazionale che sia. Che si fa, si processa la bandiera? E chi si mette in galera in caso di condanna? Mistero...

Anche volendo provare, per assurdo, a ragionare di responsabilità individuali (del Ministro? Di chi altro?), non sussiste nessuno degli elementi di contesto che possano configurare crimini internazionali come, ad esempio, il crimine contro l’umanità di deportazione. Il richiamo poi al "diritto umanitario" è una scemenza da bocciatura all’esame di diritto internazionale. Esso è il diritto che si applica in costanza di un conflitto armato e la cui violazione può, a certe condizioni, configurare crimini di guerra. Non mi risulta che ci sia in atto un conflitto armato tra Italia, Spagna, Malta o chi altri (per ora…).

Se invece la ministra si riferisce alla responsabilità per la violazione di trattati internazionali in tema di diritti umani, quali ad esempio la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo o il Patto sui diritti civili e politici, credo che parimenti non ve ne siano - allo stato dei fatti - gli estremi e comunque potranno occuparsene in prima battuta e se interpellati i giudici italiani e/o spagnoli ed eventualmente la Corte di Strasburgo. Quella stessa corte che lo scorso ottobre ha accertato all'unanimità la violazione da parte della Spagna del divieto di espulsioni collettive per fatti avvenuti a Melilla nel caso N.D. and N.T. v. Spain (nos. 8675/15 and 8697/15), ora al vaglio della Grande Camera…da che pulpito!

Non che la leggerezza e la doppiezza morale dei politici spagnoli, unita a quella dei nostri giornali che gli danno seguito, mi stupisca. Anche considerata l’operazione di maquillage del nuovo governo spagnolo tanto filo-UE e rosacomenonmai era il minimo che ci si poteva attendere…

Per il nulla che conta la mia opinione, sono dell’idea che l’atteggiamento tenuto dal Governo italiano in questa vicenda non sia ovviamente risolutivo del problema più ampio della gestione degli sbarchi e dei flussi migratori, ma abbia senz'altro dimostrato che la solidarietà se non arriva in modo spontaneo, può arrivare in modo “spintaneo”. Vedremo se ciò basta a far capire che l'Italia non è più disposta a farsi prendere in giro da quella autentica barzelletta di Stato che è Malta, o dalla retorica irresponsabile degli altri sedicenti partner umanitari a corrente alternata.

Un caro saluto e come sempre un augurio di buon lavoro!


(...cosa vuoi aspettarti da chi sugli immigranti spara? Che faccia una lezzzioncina sbagliata a chi li accoglie! Vi ricordate quando pubblicai la mia risposta alle corbellerie di Moscovici sul deficit italiano? Bene. Mi sembra di poter dire, con grande soddisfazione, che sto diventando inutile: ora c'è chi risponde meglio e più autorevolmente di me agli attacchi dei farisei europei. Era ora, nell'interesse di tutti. Mettere le cose in chiaro è il primo passo verso un rapporto costruttivo. La filosofia politica della subalternità totale, impersonata dal PD, ha distrutto il paese: ora basta! Domani, a Bolzano;



aleggerà fra gli astanti il ricordo del momento più abietto di questa subalternità: quelle riforme del sistema bancario a trazione UE il cui risultato (e verosimilmente il cui obiettivo) è stato spossessare il paese della parte più sana e più italiana del proprio sistema bancario, incuranti dei danni collaterali che ne sarebbero derivati in termini di esproprio dei risparmi, vite distrutte, e collasso del credito...)

lunedì 11 giugno 2018

...e quindi:



(...anche perché se non si fosse potuto fare, questo avrebbe significato che la cosiddetta Europa non esisteva, e in quel caso sarebbe stato giocoforza trarne le conseguenze fino in fondo. Invece esiste, ed è un luogo che coordina, ma la cui esistenza non abolisce, gli interessi nazionali. Questi ultimi devono continuare ad essere rappresentati e difesi dai governi nazionali, e meritano di essere rappresentati e difesi perché sono gli interessi dei grandi e dei piccoli appartenenti a una comunità. Tu chiamalo, se vuoi, fascismo...)

domenica 10 giugno 2018

I nemici del paese

L'austerità, chi è qui lo ha capito da tempo, e chi non è qui lo sta capendo a sue spese, è non tanto e non solo una politica sulla quantità del reddito (le spese pubbliche sono per definizione redditi privati: nessuno immagina che i Ministeri gettino banconote nel cratere dell'Etna), quanto e soprattutto una politica di redistribuzione del reddito. Innalzare il livello di disoccupazione serve ad abbassare le pretese dei lavoratori e quindi i loro salari, a beneficio di chi vive di profitti. Questa politica potrebbe non sembrare del tutto razionale: a cosa serve avere una fetta più grande di una torta più piccola? Ma una razionalità c'è: il fatto è che, a loro volta, quelli che si spartiscono la fetta più piccola sono sempre meno (si chiama "svuotamento della classe media": l'eutanasia sociale di piccoli imprenditori, grandi professionisti, ecc.).

Naturalmente l'austerità è una politica dolorosa. Non per nulla i fascisti la battezzarono accortamente nel 1926 (come spiega Clara Elisabetta Mattei, in un articolo poi pubblicato qui), dandole questa connotazione morale, sperando che ciò bastasse a renderla palatable (come dicono quelli fichi) agli elettori. Fatto sta che la retorica moralistica non basta ad annichilire la giusta percezione che di norma e in media gli uomini hanno dei propri interessi (percezione che spiega perché il mercato, pur fallendo, sia meglio dell'alternativa: se poi lo Stato ne corregge i fallimenti, è ancora meglio). E allora, come spiegavo ieri a un illustre collega, forse il più famoso worldwide, qui in Italia i governi che ci hanno preceduto, e le loro incrostazioni che ancora resistono, hanno dovuto ricorrere a un'altra retorica, molto più cogente, quella dell'emergenza: FATE PRESTO! Per convincere gli elettori ad accettare politiche che li danneggiavano, li si doveva convincere che la Patria fosse in pericolo. Altro stilema fascista, naturalmente: date oro (o pensioni, o tutele del lavoro, o prestazioni sanitarie...) alla Patria!

Per sostenere questa retorica interessata occorreva, naturalmente, dare dell'Italia una visione distorta in senso negativo, come di un paese che fosse sull'orlo del baratro; e questo è infatti quello che ci sentiamo dire, con brevi pause, da oltre trent'anni (un buon excursus lo trovate all'inizio di La costituzione nella palude). Fatto sta che siccome il mondo è piccolo, e i mercati mormorano, questa "narrazione" (o, per dirla ancor più cialtronescamente: "narrativa") fatta ad uso degli elettori nazionali, è diventata egemone preso gli investitori esteri, i quali sono effettivamente convinti che l'Italia sia un paese spacciato, senza chiedersi come mai un paese che da trent'anni sarebbe spacciato a detta di chi lo governa, dopo trent'anni sia ancora in piedi nonostante chi lo ha governato.

Non aiuta i mercati il fatto di non aver fatto pace con i dati, con la buona teoria economica, e nemmeno con le comunicazioni delle istituzioni (teoricamente) più prestigiose, quali, ad esempio, la Commissione Europea, che fino al 2015 confermava come il nostro debito fosse sostenibile (dal 2015 il giudizio è meno favorevole, essenzialmente perché le politiche di austerità, facendo aumentare il rapporto debito/Pil di 13 punti, hanno peggiorato la "initial fiscal position", come abbiamo mostrato qui: che è poi il motivo per cui non vogliamo altra austerità). Ma il punto non è tanto questo (cioè la sfolgorante economic illiteracy di alcuni operatori di mercato: d'altronde, se fossero tutti bravi, per definizione non ci sarebbero crisi...), quanto quello di fondo, che spiegavo all'illustre collega: la percezione che dell'Italia si ha all'estero è stata criminosamente distorta dai governi italiani che volevano usare la retorica dell'emergenza per imporre una loro agenda classista agli elettori, estorcendone il consenso col ricatto.

Tuttavia, questa percezione non corrisponde alla realtà, come gli stessi governi cialtroni e nemici del paese che hanno finora imperato sono stato costretti ad ammettere quando hanno capito che spalando merda su un'intera comunità di persone di norma e in media laboriose, ingegnose e oneste, stavano segando il ramo sul quale erano essi stessi seduti. Sono nati così progetti quali pride and prejudice (già il titolo la dice lunga), nei quali gli "esperti" di quelle stesse forze politiche che avevano vilipeso il paese rasentando (e secondo me oltrepassando, ma io faccio solo il parlamentare) il limite del codice penale, dicevano, con il consueto ritardo di alcuni anni, quanto i miei lettori sanno benissimo, ovvero che i fondamentali economici del Paese sono solidi.

Spiegavo, quindi, all'illustre collega, che scommettere contro l'Italia non è essere particolarmente lungimiranti. Certo, ci si possono fare dei soldi, anche dei bei soldi, magari, nell'immediato, e si possono creare problemi, anche grossi problemi al paese. Ma, anche astraendo dal fatto che in questo periodo di rifiuto della globalizzazione non credo convenga ai mercati dichiararsi nemici della democrazia (Trump c'è), e in questo periodo di elezioni europee non conviene all'Unione Europea dichiararsi nemica dell'Italia (volete una maggioranza euroscettica all'Europarlamento?), resta il fatto che i soldi veri li farà chi scommetterà a favore, chi scommetterà sulla capacità degli italiani di creare valore col loro ingegno e la loro tenacia. Quanto a noi, alla nostra comunità, occorre che riprendiamo coscienza del nostro valore partendo dai dati, e che, nel rispetto dello stato di diritto, facciamo valere quei pesi e contrappesi che sono l'argine contro derive eversive, cominciando dal chiedere nelle sedi opportune a chi per evidenti fini strumentiali di manipolazione del consenso politico o del mercato vilipende la nazione, o ne pronostica in sedi inappropriate una futura, imminente catastrofe, su quali basi appoggi i suoi argomenti, e quali dati abbia che smentiscano le (postume) slides del MEF.

Attendiamo fiduciosi.

sabato 9 giugno 2018

Un dialogo

(...vi sto trascurando. Sono momenti complessi, lo capirete. D'altra parte, questa comunità, che tanto ha contribuito ad arricchirmi umanamente e scientificamente, rimane per me anche una bussola per orientarmi nel procelloso mare della politica, di quella cosa che io non so fare come hanno ripetuto usque ad nauseam quelli che non sono diventati senatori volendolo, e ora devono convivere col fatto che io lo sia diventato essenzialmente non volendolo - potrebbero testimoniarvelo Claudio e Massimiliano! In che modo mi aiutate ad orientarmi? Ma è semplice! Per non sbagliare, per andare avanti, per portare il dibattito a un livello superiore, mi basta fare il contrario di quello che mi chiedete: prima era #famoerpartito - e spero che abbiate capito, finalmente, perché era una scemenza! - ora è #faierministro - e non mi metto nemmeno a spiegarvi perché è una scemenza! Dice: "Ma tu sei bravo!" Dico: "Grazie, ma che c'entra? Non funziona così, non deve funzionare così. Uno non è bravo perché conoscendo la teoria dei saldi settoriali vede le economie morte, come è accaduto per Francia e Finlandia (ex multis). Uno non è bravo perché, sapendo le basi di contabilità nazionale, alle genti svela di che lacrime grondino e di che sangue certi miracoli economici, come quello lettone o quello portoghese. Questo, certo, è un pezzo della soluzione, ma ci sono tante altre cose da imparare, da capire, a partire da come funziona la macchina dello Stato, ecc. Tutta roba che non si studia sui libri: bisogna essere lì. Ora siamo lì, ora siete lì, non siamo, non siete soli, saremo sempre di più, siamo lì per restarci, e lavoreremo per il cambiamento, che non è un assalto alla baionetta, ma una cosa un po' più complessa: si sale col passo del montanaro..." Ma tanto, che ve lo dico a fare? Qui c'è gente che ancora non ha chiaro perché S-I=X-M. Figurarsi concetti un po' più articolati! Quindi, oggi non vi parlerò né di politica, né di economia...)


Lui: "Hai qualche soldo per mangiare?"

Io: "Ecco."

(...lo guardo negli occhi. Mi ricorda un altro giovane, della Sierra Leone, quello che a un seminario dell'UNECA si alzò per dire a un mio gentile collega: "Scusi, lei ci dice che cresciamo poco perché siamo corrotti e poco democratici, ma voi? Voi avete mandato avanti un progetto politico senza chiamare gli elettori al voto, nei pochi posti in cui è successo siete stati sconfitti, e li avete fatti rivotare finché non hanno votato come volevate voi, e venite a spiegare a noi cos'è la democrazia?"...)

Io: "Da dove vieni?"

Lui: "Ghana."

(...una delle economie più stabili e prospere del continente...)

Io: "E come sei arrivato qui da noi?"

Lui: "Do you speak English?"

Io: "Yes, I do. How did you get here? Did you take a boat?"

Lui: "Yes, I did."

Io: "Whence did you leave? Libya?"

Lui: "Yes, Libya."

Io: "When did you come?"

Lui: "Two years ago."

Io: "And how did you get to Libya? The travel must be horrible, you have to cross the desert."

Lui: "I lost three friends."

Io: "How?"

Lui: "In the sea. I did not know the travel was so horrible. If they had told me, I would never quit my country."

Io: "Did you work, in your country?"

Lui: "I was a stylist. But it is impossible to find a work in Italy."

(...poi qualcosa che non ricordo sul permesso di soggiorno...)

Io: "I know. The unemployment rate in Italy is more than twice that of your country."

Lui: "Yes. But if I told my friends there, they would never believe, and they would still like to come here."


(...gli ho stretto la mano e sono andato via, dimenticando la domanda più importante: "If someone would give you the opportunity to go back to your country in a decent way, would you accept it?" Solo che sinceramente stavo perdendo lucidità. Perdere tre amici... Mendicare da due anni... Perché?... Da un paese politicamente stabile, che nell'ultimo decennio è cresciuto a una media del 7% all'anno... Venire a ficcarsi qui, in questa polveriera, perché? Perché? Come fa una persona mediamente intelligente, come lui era, a pensare che attraversare il Sahara sia una cosa agevole? Mi sembra tutto così strano: tutti mi raccontano la stessa storia, mi dicono che se avessero saputo non sarebbero partiti... Ma se questo fosse vero, allora bisognerebbe concludere che anche a casa loro, come a casa nostra, quello che uccide è la disinformazione, la menzogna. La mia fiducia nell'umanità mi impedisce di pensare che quest'ultima risponda all'intimo bisogno di trarre in inganno il proprio simile: più facile pensare che risponda al bisogno materiale di arricchirsi, a qualunque costo...)

(...ho mentito anch'io: vi ho parlato di politica, e di economia...)

mercoledì 30 maggio 2018

Les journalistes font toutes sortes de supposition...

À dater de ce moment et jusqu’à la fin de la campagne, Koutouzow employa tous les moyens en son pouvoir pour empêcher, soit par autorité, soit par ruse, soit même par les prières, ses troupes de prendre l’offensive et de s’épuiser en rencontres stériles avec un ennemi dont la perte était désormais assurée. En vain Dokhtourow marche sur Malo-Yaroslavetz, Koutouzow retarde autant que possible sa retraite, ordonne l’évacuation complète de la ville de Kalouga et se replie de partout, tandis que l’ennemi fuit en sens inverse.

Les historiens de Napoléon, en nous décrivant ses habiles manœuvres à Taroutino et à Malo-Yaroslavetz, font toutes sortes de suppositions sur ce qui serait arrivé s’il avait pénétré dans les riches gouvernements du Midi. Ils oublient que non seulement rien n’a empêché Napoléon de se diriger de ce côté, mais que, par cette manœuvre, il n’aurait pas davantage sauvé son armée, qui portait en elle les éléments infaillibles de sa perte. Ces germes latents de dissolution ne lui eussent plus permis de réparer ses forces dans le gouvernement de Kalouga, dont la population était animée des mêmes sentiments que celle de Moscou, que dans cette dernière ville, où il n’avait pu se maintenir, malgré l’abondance des vivres, que ses soldats foulaient aux pieds. Les hommes de cette armée débandée s’enfuyaient avec leurs chefs, tous poussés par le seul désir de sortir au plus vite de cette situation sans issue, dont ils se rendaient confusément compte.

Aussi, au conseil tenu pour la forme par Napoléon à Malo-Yaroslavetz, le général Mouton, en conseillant de partir en toute hâte, ne trouva-t-il pas un seul contradicteur, et personne, pas même Napoléon, ne chercha à combattre cette opinion. Cependant, s’ils comprenaient tous l’impérieuse nécessité de battre au plus tôt en retraite pour vaincre un certain sentiment de respect humain, il fallait encore qu’une certaine pression extérieure rendît ce mouvement absolument indiscutable. Cette pression ne se fit pas longtemps attendre. Le lendemain même de la réunion, Napoléon étant allé de grand matin, avec plusieurs maréchaux et son escorte habituelle, inspecter ses troupes, fut entouré par des cosaques en maraude, et ne fut sauvé que grâce à ce même amour du butin qui avait déjà perdu les Français à Moscou. Les cosaques, entraînés par le besoin du pillage comme à Taroutino, ne firent aucune attention à Napoléon, qui eut le temps de leur échapper. Lorsque la nouvelle se répandit que « les enfants du Don » auraient pu faire prisonnier l’Empereur au milieu de son armée, il devint évident qu’il ne restait plus qu’à reprendre la route la plus voisine et la plus connue. Napoléon, qui avait perdu de sa hardiesse et de sa vigueur, comprit la portée de cet incident, se rangea à l’avis de Mouton et ordonna la retraite. Son acquiescement et la marche de ses troupes en arrière ne prouvent en aucune façon qu’il ait ordonné de lui-même ce mouvement : il subissait l’influence des forces occultes qui agissaient dans ce sens sur toute l’armée.



(...morale della favola: bisogna fare attenzione, chi non fa non sbaglia, e chi legge i giornalisti sbaglia. E se questo non lo sapete voi... non so proprio chi dovrebbe saperlo qui in Italia!...)

(...ah, io ho meno energia di Kutuzov: di non spossarvi in scaramucce sterili posso dirvelo una volta sola: questa. Poi fate come vi pare, ma tenetemene fuori...)

(...altra cosa interessante: il post precedente ha avuto antamila visualizzazioni, nonostante - o grazie a - l'argomento sgradevole, ma nessun commento. Non che ce ne fossero molti da fare. Il cristiano, nonché democratico, amico, che nel frattempo ha ritrattato in varie sedi - votare serve! - si commentava da sé. Era autocommentante come l'armata napoleonica autosconfiggente, in qualche modo. Tuttavia che nessuno di voi abbia avuto il desiderio di portargli un fiore mi sembra un po' strano. Ho ricevuto notizie di "malfunzionamenti" di Blogger. Ne sapete niente?...)

(...un abbraccio a chi per lavoro deve fingere di aver capito...)

martedì 29 maggio 2018

Öttinger

Vi ricordate del nostro amico Gunther?

Ne avevamo parlato nel post precedente: è quello che, giocando in squadra con il suo amico Martin, era riuscito a scalzare dalla Commissione Budget la commissaria bulgara (Kristalina Georgieva), non sia mai un non tedesco si fosse trovato a maneggiare i fondi per la programmazione europea 2021-2027! La Bulgaria è stato di frontiera, e magari avrebbe posto qualche resistenza alla filosofia immigrazionista che l'altro nostro amico, Wolfgang (Schäuble) aveva imposto, nell'esclusivo interesse della Germania, paese in perenne crisi demografica. Quindi, non sia mai la Kristalina avesse anche pensato non dico a qualche respingimento, ma a un minimo di regole, ecco che il problema è risolto: la si manda alla Banca Mondiale, e al suo posto arriva Gunther, casualmente dello stesso partito della Merkel.

Ah, Gunther! Una pasta d'uomo, e soprattutto, come ci si aspetta da un Cristiano (e Democratico), un uomo di fede. Gunther crede. Crede nel mercato. Crede che i problemi che non riesce a risolvere lui, li risolva il mercato. Lui è riuscito a risolvere il problema di mettere il budget UE pressoché interamente in mano tedesca. Il mercato, secondo lui, risolverà il problema di far votare "bene" (per lui) gli italiani (cioè noi):



Voi mi direte che pensare una cosa simile non è un grande segno di umanità, o almeno di solidarietà europea, ma poi addirittura dirla non è un gran segno di intelligenza! Sono d'accordo con voi, ma che ci volete fare? Io vi ho sempre detto qual è il difetto dei tedeschi, popolo che personalmente ammiro per quanto ha di buono: qualsiasi altro popolo combatte fino alla vittoria, loro combattono fino alla sconfitta.

Amen.

Con questa uscita del nostro amico Gunther (tweet soppresso), e con il comportamento del nostro Presidente della Repubblica, credo che sia definitivamente risolto il problema di far capire, a chi ancora non l'avesse capito, cosa volessi dire nel lontano 2012, quando vi mettevo in guardia con queste parole:



"Deliberata ed esplicita e rivendicata soppressione del dibattito democratico...".

Lo so.

Molti di voi, leggendo queste parole sei anni fa, avranno detto: "Bè, sì, è bravino, certo, è eloquente, senza dubbio, l'euro non funziona, chi lo nega, però in fondo lui esagera...".

E ora vi sorprendete (voi, io no...) nel trovarvi con un governo rifiutato per delitto di opinione (quello sorprendentemente imputato a Paolo Savona), nonostante fosse espressione di giorni e giorni di lavoro di una maggioranza della cui faticosa costruzione, in tempi normali, il Presidente della Repubblica avrebbe potuto giustamente rivendicare il merito.

Ma questo non basta!

Vi trovate anche con un premier uscito fuori dal cilindro (ma in realtà preparato scientificamente a tavolino da mesi, con una ben precisa strategia mediatica che solo agli ingenui poteva sfuggire), il quale, lellero lellero, andrà a farsi votare la fiducia da nessuno. Ma non fa niente: lui è stato scelto perché rassicuri i mercati, o almeno questo è quello che ci dicono, quando in realtà è già assolutamente chiaro dove si voglia andare a parare: avere un docile esecutore che, una volta aizzati i mercati (grazie anche alle parole del buon Gunther o di qualche altro simpatico buontempone della CDU infiltrato o meno a Bruxelles), con la solita scusa dell'emergenza nazionale (FATE PRESTO!), magari chieda un prestito alla troika, e metta il paese sotto commissariamento, o almeno faccia qualche bel decreto "salva Italia" aggredendo il nostro patrimonio immobiliare (perché tanto è lì che vogliono andare a parare, e lo sappiamo bene).

Tutto questo perché l'Italia fa parte di quel club di scriteriati che hanno deciso di non essere liquidi nella propria moneta: situazione quest'ultima che ovviamente, come ogni cosa della vita, espone a rischi (tipicamente, il rischio di quella cosa che oggi non c'è più: l'inflazione), ma che attenua (non voglio dire elimina) il potere di ricatto e di ingerenza di interessi esteri sul processo democratico del Paese.

La situazione nella quale ci troviamo è paradossale sotto molti profili, ma qui mi basterà sottolinearne uno. Sappiamo tutti quali condizioni occorre siano realizzate affinché una moneta unica possa essere sostenibile, sopportabile (perché desiderabile non credo lo sia mai) per stati diversi. Ecco: sono esattamente quelle condizioni che non noi barbari antieuropeisti populisti xenofascioleghisti, ma il nostro amico Gunther, lui così cristiano, così democratico, e così cristiano democratico, ci dimostra essere irrealizzabili in Europa: in primis l'esistenza di una genuina solidarietà politica (ma prima ancora antropologica, culturale...). Mi spiace molto per chi ci accusa a vanvera di essere antitedeschi o antieuropei. Esorto chiunque a cercare in quanto ho scritto parole di indiscriminato biasimo verso il popolo tedesco: non credo ne troverà. Viceversa, le parole di Gunther sono antieuropee, perché sono molto pesanti: esse teorizzano la rappresaglia dei mercati, come i suoi avi, forse, erano parte di quella maggioranza rumorosa di tedeschi che teorizzava le rappresaglie uso Fosse Ardeatine.

Le prime non funzioneranno come non hanno funzionato le seconde, e il motivo sarà lo stesso: non tanto il nostro malanimo (nel mio caso inesistente) verso la Germania, quanto l'insofferenza degli Stati Uniti verso l'arroganza di un paese che in fondo è uscito come noi sconfitto dalla Seconda Guerra Mondiale, ma si erge a dominus del subcontinente europeo portandolo a una balcanizzazione che forse può anche essere funzionale a progetti egemonici di più ampio respiro, ma che d'altra parte evoca lo spettro di sempre: la saldatura fra Russia e Germania (che procede, fra loro, nonostante noi si debba sottostare alle sanzioni).

Oggi c'è un unico modo di essere veramente amici dell'Europa vera, quella culturale, quella nella quale ci indentifichiamo e ci individuiamo, non fosse che per negazione (perché non siamo asiatici, non siamo africani, non siamo americani... e non siamo nemmeno pinguini!). Questo modo è togliere dal progetto politico europeo, che non si basa su una identità positiva sufficientemente forte da produrre la necessaria solidarietà, quegli elementi che necessariamente alterano i rapporti di forza fra paesi. Abbiamo avuto un'Europa funzionante: quella antecedente a Maastricht, quella alla quale il nostro programma elettorale proponeva di tornare, negoziando con gli altri paesi europei, secondo una proposta che qui voi conoscete benissimo: quella del Manifesto di Solidarietà Europea. La rigidità del cambio, e la necessità, per rifinanziare il proprio sistema monetario e finanziario, di ricorrere a una banca centrale potenzialmente controllata da interessi esteri, o comunque obbligata a tener conto anche delle condizioni di paesi molto diversi dal nostro, sono i due principali elementi che alterano le normali regole del mercato, impedendo l'aggiustamento dei prezzi relativi (si può credere nel mercato impedende ai prezzi di funzionare?) e conducendo inevitabilmente a drogare con credito facile le economie periferiche, ma anche quelle centrali del sistema.

Da un progetto di costruzione di un mercato, l'Unione Europea è diventata insensibilmente, ma ormai platealmente, un progetto di alterazione del mercato, e certe regole sono parte del problema. Non è una novità, lo sapevano tutti.

Vogliamo parlare dell'assurdità di chi dopo averci imposto regole procicliche in recessione ("c'è la crisi, fate austerità!") vuole imporci regole anticicliche in espansione ("bisogna riparare il tetto quando c'è il sole")?

Ecco, non c'è altro da dire, o forse qualcosa c'è. Se lo scopo dei mercati fosse creare valore, anche egoisticamente, per se stessi, l'insistenza su regole che il valore lo distruggono sarebbe irrazionale. L'unica razionalità che possiamo ravvisarci, sperando di non sbagliare, risiede nel fatto che l'imposizione di simili regole è funzionale all'ingerenza di fantomatiche entità terze ("i mercati") nella vita politica dei paesi. Il beneficio che ne otterrebbero, lo sappiamo, è quello di alterare la distribuzione del reddito a vantaggio del capitale e a danno del lavoro (incluso quello di professionisti, piccoli imprenditori, commercianti, e di altre categorie che la sinistra abitualmente cataloga fra i "nemici del popolo").

Ma forse non c'è nemmeno questa razionalità, e ciò cui stiamo assistendo è solo una immensa tragedia dell'assurdo. Trasformare le prossime elezioni in un insensato referendum sull'euro, anziché lasciar lavorare un governo che aveva come priorità far ripartire l'economia italiana, riformandola in profondità, per poi negoziare autorevolmente in Europa regole più razionali per tutti, non è stato un gesto di grande saggezza: chi ha agito in questo modo si è preso una schiacciante responsabilità politica.

I mercati, lo si insegna al secondo anno di economia, falliscono. Forse chi ha sottomesso la volontà politica della maggioranza al supremo interesse dei mercati non si è accorto della crisi causata dalla Lehman (istituzione privata), non ha mai sentito parlare della crisi del 1929, ecc. Può capitare: se uno studia la Costituzione, magari non studia storia economica, e magari poi si dimentica anche quello che ha studiato.

Va bene così.

Chi invece studia la storia e l'economia sa che le cose vanno come devono andare: i progetti insostenibili, per definizione, crollano, e non c'è nessun bisogno di referendum, così come, del resto, non c'è bisogno di nessun impeachment per sconfiggere chi ha voluto agire da avversario politico anziché da arbitro: la sconfitta, anche qui, è nell'insostenibilità del progetto e nel fatto che gli italiani lo rifiutano in maggioranza (una maggioranza che cresce a vista d'occhio). Sarebbe opportuno abbandonare la dimensione dogmatica per essere pronti a fronteggiare tutte le circostanze. Il dogma dell'infallibilità dei mercati (o, se volete, dell'irreversibilità delle regole), invece, ci imporrà di arrivare impreparati all'evento, che pur non essendo catastrofico come quello di Tunguska o di Chicxulub, sarà in ogni caso molto più dannoso che se la razionalità prevalesse.

Chi, in tutta evidenza, non vuole che la razionalità prevalga (come il nostro amico Gunther), se ne prende la responsabilità davanti agli uomini, e, se è cristiano (non cristiano democratico) anche davanti a Dio.

Auguri.

(...e ora andiamo in aula a sentire la discussione sul decreto Alitalia: altro bel capolavoro del partito che ha governato finora...)

mercoledì 23 maggio 2018

Pilkington (S. Salvo, Europa).

(...l'ho presa benissimo...)


La storia è qui. Oggi siamo messi così:



Il mio commento è questo:


(la definizione di posizionamento sul mercato è qui: è semplicemente il rapporto fra saldo commerciale in un settore specifico, e volume del commercio mondiale nello stesso settore).

Ai lettori del blog non occorrerà altro.

Agli altri voglio dire una cosa.

L'esperienza della mia candidatura mi ha posto improvvisamente a confronto con un aspetto dell'impegno politico che mi era del tutto oscuro, per quanto nulla abbia di segreto o di arcano: la sua dimensione territoriale. Banalmente: si viene eletti in collegi, che sono porzioni di territorio. Io non ero un politico, quindi non ci avevo mai pensato.

Più volte ho espresso, ad esempio qui, il mio rispetto per gli attivisti che sul territorio da anni costruiscono quella struttura che mi ha consentito di avvicinarmi agli elettori e ai loro problemi. Il loro lavoro umile e tenace è stato il presupposto per l'affermazione delle mie idee. Ma ce n'era anche un altro di presupposto, perché le mie idee si affermassero: che queste idee ci fossero, e che io avessi il coraggio civile di esprimerle su questo blog. Il mio collegio, quindi, è in primis et ante omnia il web, e questo non lo dimentico, né dovrebbero dimenticarlo gli altri.

C'è anche una dimensione meno esaltante, per me che tendo a parlare di ciò che so, dell'impegno politico territoriale, soprattutto con una legge come il Rosatellum. Mi mette oggettivamente in difficoltà il fatto, peraltro comprensibile, e entro certi termini fisiologico, di essere visto nel "mio" collegio, quello in cui sono "scattato" perché ho preso meno (non più: meno) voti che altrove, come un taumaturgo, o, come oggi si direbbe, un tuttologo, che tutto deve sapere e che tutto deve risolvere (con o senza imposizione delle mani). Ripeto che se fossi stato chiamato a optare dalla legge elettorale avrei forse optato per l'Abruzzo, perché la mia attività professionale mi ha portato a conoscere le criticità di quella regione più di altre dove ero candidato (certo, sono affettivamente legato alla Toscana, e questa settimana sarò a Campi Bisenzio, Arezzo e Siena, ma se dovessi dire che conosco le criticità di quella regione come conosco quelle abruzzesi mentirei: comunque, sono disposto sempre ad ascoltare e imparare: e per questo vado a Campi Bisenzio, Arezzo, e Siena).

Il punto che vorrei sottolineare però non riguarda strettamente il rapporto con gli elettori. Loro hanno assolutamente il sacrosanto diritto di sentirsi rappresentati a Roma, e io ho il dovere imperativo di rappresentarli, tutti, inclusi quelli che avrebbero preferito essere rappresentati da politici con una visione discutibile dell'interesse del paese (vedi sotto). Tuttavia gli elettori dovrebbero capire, e senz'altro capiranno, che certo, io sono colui che sono, e soprattutto so quello che so, ma purtroppo sono ancora uno e non trino, il che mi impone di scegliere il campo di battaglia su cui schierarmi. Andare in giro a far promesse sperando che qualcuno le mantenga (more piddino) è senz'altro un'attività piacevole: poi si va a cena insieme, se si ha tempo (io non ne ho), l'Italia è un posto dove si mangia bene e l'Abruzzo un posto dove si mangia meglio (io sono perennemente a dieta), e domani è un altro giorno. Ma naturalmente se si fa questo, gli elettori lo capiranno, non si fanno altre cose: non si combatte a livello nazionale, non ci si occupa della legge di bilancio, non si gestisce il rapporto con l'Europa.

Volete sapere come gestisce questo rapporto il PD? Per darvene plastica rappresentazione, basterà che vi dica chi si sta occupando della redazione del bilancio dell'UE in questo momento. Sì, sto parlando di quel bilancio che nei sogni di Giove Macronio dovrebbe essere gestito dal Ministro delle Finanze Europeo per rilanciare lo sviluppo dell'Europa (che non esiste), con una quantità di soldi che è irrisoria se paragonata all'obiettivo dichiarato, e spropositata se paragonata all'obiettivo vero: integrare nei mercati del lavoro delle nazioni dove il lavoro c'è (Germania) lavoratori esteri a basso costo, per proseguire con la politica di dumping ai nostri danni (anziché consentire a noi una gestione razionale del processo migratorio, rimpatri compresi).

Bene, ve lo racconto. Il prossimo quadro finanziario pluriannuale (MFF), il budget post-2020, è già stato ipotecato, e rappresenta un caso lampante (forse il più lampante) dello strapotere tedesco e dell’inconsistenza italiana. A gennaio 2016, in un seminario per pochi eletti, Schaeuble ha dettato la linea, intimando ai presenti (fra cui il senior management della Commissione) di smetterla di blaterare di budget per la zona euro, di nuovi strumenti di bilancio (insomma, di lasciar parlare i francesi), e di concentrarsi invece sul taglio delle vecchie priorità del budget (agricoltura e coesione, cioè, se vogliamo, Francia e Italia) per finanziare le nuove (difesa, migrazione, sicurezza interna ed esterna). Priorità tedesche, da gestire alla tedesca, ovviamente. Da quel giorno tutta la Commissione ha iniziato a preparare la proposta del futuro budget in base a quella linea. A Roma non si sono mossi. Il tema non gli interessava (nonostante gli allarmi di alcuni nostri funzionari), e ovviamente i risultati si sono visti: nel corso del 2016-2017 tutta la scala gerarchica di chi si occupava del futuro budget è stata occupata da tedeschi, contravvenendo alle regole di funzionamento interno delle Commissione, che a chiacchiere esigono una rappresentanza equilibrata delle diverse nazionalità.

Vi ricordate chi era il Commissario al budget e alle risorse umane? Kristalina Georgieva, che con un tempestivo promoveatur ut amoveatur, determinato da conflitti con Selmayr (questo), se n’è andata alla World Bank, lasciando il posto di Commissario responsabile a Oettinger (tedesco, CDU). Scendendo per li rami, chi troviamo? La Direttrice Generale è Nadia Calviño, quota socialista spagnola: le apparenza bisogna pur salvarle. Sotto di lei il Vicedirettore Generale è un italiano: siamo in mano sua. Quindi tutto bene? Aspettate. Sotto l'italiano, il Direttore è Stefan Lehner, tedesco, un passato al Bundesministerium der Finanzen, caso unico in Commissione di un funzionario che pur occupandosi di fondi non è stato spostato dopo i fatidici cinque anni (qui trovate le sue variopinte e rassicuranti slides). Lui è lì da dodici, a gestire i soldi dell'intera Leuropa, e il 2021-2027 è il terzo quadro finanziario pluriannuale che decide, mentre, per fare solo un esempio, i segretari amministrativi dei nostri Dipartimenti universitari sono soggetti a rigida turnazione perché "ce lo chiede l'anticorruzione"! Sotto di lui, capo unità, Andreas Schwarz, ex watchdog tedesco nel gabinetto della Georgieva (liquidata come s'è detto). Sotto di lui, altro caso unico in Commissione, il vice capo unità è un altro tedesco, Claudius Schmitt-Faber, che è appena tornato un anno fa da un distacco di due anni al Bundesministerium der Finanzen. Sotto di lui, altri due tedeschi: uno (Michael Grams) era ad Ecfin nel Desk Germania, dove si occupava di dire che il surplus estero tedesco non è un problema e di ammorbidire le raccomandazioni della Commissione alla Germania; l'altro, Thilo Maurer, lavorava con un mio nuovo collega (indovinate quale)! Così si blinda la preparazione del bilancio settennale, nell'inerzia italiana.

E io devo stare ad ascoltare le lezioncine sbagliate di economia del rappresentante di un partito che ha permesso tutto questo? Non credo proprio, non funziona così: io posso anche accettarlo per cortesia, e l'ho fatto,ma quali elettori lo accetteranno, dopo aver letto i fatti che precedono? Perché è lì, in quei tavoli, che si decide l'allocazione dei fondi per il rilancio del nostro paese, e chi oggi fa il patriota vuoto a perdere quei tavoli li ha disertati, e quindi dovrebbe avere il pudore di tacere.

Sono stato io il primo a dire che entro certi limiti è opportuno che i parlamentari del territorio si uniscano e facciano fronte comune a Roma come i parlamentari tedeschi si uniscono e fanno fronte comune a Bruxelles (vedi sopra). Però vorrei anche che uscissimo una volta per tutte dalla retorica dall'embrassons nous generale, da questo buonismo assolutorio, dalla demagogia del "rimbocchiamoci le maniche insieme". Vorrei che capissimo che chi è stato parte del problema non potrà essere parte della soluzione, e se anche potesse entro certi limiti non sarebbe giusto coinvolgerlo: sarebbe invocare una politica senza responsabilità. Gli errori devono essere pagati. 

Gli amministratori, per carità, fanno bene ad assicurare il pluralismo, ci mancherebbe. Mi sembra senz'altro lecito dare l'ultima parola a chi è stato sconfitto dagli elettori e permettergli di dire le sue banalità senza assicurare diritto di replica a chi invece le elezioni le ha vinte perché aveva argomenti. Tuttavia, vorrei dire che per avere questo non devo sbattermi a tre ore di macchina da Roma: mi basta restare a casa mia e mettermi in collegamento telefonico con una trasmissione radiofonica del servizio pubblico. Devo anche rimarcare che ieri sera, in una diversa riunione, presieduta da uno che si è fatto sette legislature, è stato due volte ministro, ed è stato molto cortese con me, mi hanno detto che normalmente non si fa così, e che l'ultima parola spetta d'abitudine alla maggioranza (io ho obiettato che la maggioranza ancora non c'è, il che stava causando qualche problema procedurale). Però a me questo modus operandi sembra accettabilissimo, e anzi, incoraggio chiunque in futuro mi inviterà a fare così, a concepire il contraddittorio in questo modo, e sapete perché lo incoraggio? Perché così facendo il bisturi del voto inciderà definitivamente il bubbone. Non so se le elezioni politiche saranno fra due mesi o fra cinque anni: so solo che, dopo, non ci saranno giovani esponenti di un partito fallito e fallimentare ad alimentare il contraddittorio, perché il popolo li avrà mandati a stendere (e, con loro, chi continua a dargli tanta immeritata tribuna). Questa è la democrazia, e a me piace. Capisco che agli altri possa non piacere: strano come una meritata vittoria vista dal basso somigli a una immeritata sconfitta!

Bene.

Sia chiaro che io non tollererò più che in mia presenza venga fatta disinformazione (tradotto: la prossima volta mi alzo e me ne vado). Non è con la disinformazione, ma con l'informazione, che sono arrivato in Senato. Non tollererò più che politici che hanno perso, e che gli elettori raderanno definitivamente al suolo (la Valle d'Aosta è solo l'antipasto), si arroghino il diritto di scaricare in mia presenza sul paese, sugli italiani, la colpa di tre decenni di loro fallimenti e di loro umiliante subalternità (vedi sopra la catena di comando del prossimo budget UE). Nessuno mi obbliga a farlo. So che abbiamo vinto solo una battaglia e non la guerra, ma era la vostra Borodino, e il popolo è con noi. Sta cominciando l'estate. Se non vi ritirate ora, vi ritirerete d'inverno. Lascerete per strada ancora qualche Platon Karataev, ma lascerete anche tutti i vostri carri, tutti i vostri cavalli, tutte le vostre bandiere, e soprattutto tutta la vostra insopportabile e radicalmente immotivata spocchia.

E allora, per concludere: io ho il dovere di rappresentare il territorio, di rappresentare le mille esigenze particolari e di fare il possibile per assicurare che venga riparato il ponte tale o l'acquedotto talaltro, e ho già cominciato a fare quanto mi era possibile prima ancora che il governo venisse costituito (e con qualche minimo risultato). Ma chi è sul territorio, e non mi riferisco né agli elettori, né agli attivisti, ma agli amministratori, dovrebbe, nel suo interesse, lasciarmi spiegare (o, se lo desidera, spiegare lui) perché gli investimenti pubblici in Italia sono scesi dai 54 miliardi del 2009 ai 33 del 2017, e quelli in strade dai 10 miliardi del 2009 agli 8 del 2016 (il dato 2017 non è ancora pervenuto):




Questi tagli, di farli, ce l'ha chiesto l'Europa, e non credo che possiate nasconderlo, visto che per anni la solfa del "ce lo chiede l'Europa" l'avete cantata proprio voi. Quindi se si parla di crisi del vetro si parla di Europa, se si parla del fatto che far arrivare un container da Napoli costa poco meno che farlo arrivare dal Vietnam si parla di Europa, se si parla del fatto che le infrastrutture non solo non vengono fatte, ma soprattutto non vengono manutenute si parla di Europa, ecc. E il punto non è che l'Europa è cattiva, ma che chi ci si doveva confrontare non è stato molto intelligente (o è stato troppo furbo). Quindi, se mi chiamate, sappiate che parlerò di Europa: se non volete sentire, basterà non chiamarmi. Sappiate anche che non sarò, perché non penso di doverlo essere, tenero con chi ci ha messo in questa situazione. Io sto bene anche a casa mia, e forse da casa mia posso contribuire meglio a risolvere certi problemi, se non altro portandoli all'attenzione di un pubblico più ampio.

Tanto dovevo agli elettori del Vastese.



(...ah, nel caso qualcuno di quelli che erano lì ieri sera volesse sapere di cosa avrei parlato: avrei parlato anche di questo, per farvi capire che i vostri dossier sono sui nostri tavoli da tempo. Questo fa paura: che anche se il nostro programma fosse identico al vostro, noi riusciremmo a realizzarlo meglio di voi, ed è per questo che giù al Nord sono tanto in apprensione...)

(...avrei l'assemblea Confindustria, ma, alla luce del discorso precedente, piuttosto che andare a sentirmi dire le solite invereconde baggianate, preferisco andare in palestra. Il mio istruttore è un leghista, ma ha anche dei difetti...)

giovedì 17 maggio 2018

La relazione pericolosa

La situazione nella quale mi sono trovato ieri in Commissione Speciale pare fosse completamente inedita. Ricapitolando: del DEF normalmente si occupa la V Commissione Permanente (Bilancio), che però, come sapete, al pari delle altre Commissioni Permanenti non si è ancora potuta insediare, perché ancora non si sa chi sia esattamente maggioranza e chi opposizione (e quindi non si possono assegnare le presidenze di commissione in modo da riflettere e controbilanciare l'equilibrio di poteri determinato - o non determinato! - dal voto). Il governo dimissionario, che avrebbe dovuto presentare il DEF il 10 aprile, ha avuto due ordini di riguardi: ha aspettato un po', per vedere se gli equilibri si definivano, e non ha inserito il "quadro programmatico", cioè non ci ha detto cosa avrebbe voluto fare, dato che in tutta questa incertezza una cosa sola era certa: che qualsiasi cosa fosse, non l'avrebbe fatta lui.

La cosa a grandi linee normalmente va così: c'è un governo, presenta il DEF entro il 10 aprile, viene assegnato per la discussione alla V Commissione, nella quale un relatore di maggioranza riferisce, la discussione si svolge, ognuno dice come la pensa sulle misure proposte dal governo, e poi si dà mandato al relatore di riferire in aula (favorevolmente, per forza di cose, visto che il DEF è prodotto da un governo espressione della stessa maggioranza del relatore).

Questa volta l'affare era piuttosto ingarbugliato, perché il DEF è espressione di un governo che non c'è più (anche se ogni tanto si comporta come se ci fosse ancora), il relatore, per forza di cose, era espressione di una maggioranza che non c'è ancora (per poco), e la discussione sulle misure contenute nel DEF era per definizione una discussione sul nulla, dal momento che il DEF in buona sostanza misure non ne contiene (d'altra parte, se c'è il pilota automatico, forse non si vede nemmeno perché mai dovrebbe contenerne)!

Ho passato due o tre giorni a cercar di capire cosa avrei dovuto fare, realizzando, a poco a poco, che cosa fare esattamente non era chiaro a molti, perché una situazione simile in effetti non si era mai presentata. Io, per non sbagliare, l'ho presa con il mio consueto spirito di servizio: siamo un'assemblea, dobbiamo discutere un documento, mi tocca riferire: bene: cercherò di chiarire bene cosa c'è nel documento, in modo che sia più facile discuterne il contenuto. Dato che nel documento c'era solo il tendenziale, ho discusso quello.  Male non fare, paura non avere...

Condivido con voi la mia relazione, e poi, a seguire, vi rinvio al resoconto sommario della discussione che ne è seguita: una discussione della quale avrete modo di apprezzare il punto nodale, che era decidere se nominare o meno un senatore leghista (barbaro) per riferire in aula su un DEF del PD. Apprezzerete il contributo costruttivo dei colleghi del 5 stelle.

La relazione


Come è noto, in ragione del momento di transizione il DEF al nostro esame è stato presentato in ritardo rispetto alle scadenze naturali e non contempla alcun impegno per il futuro, bensì si limita alla descrizione dell'evoluzione economico-finanziaria internazionale, e all’aggiornamento delle previsioni macroeconomiche per l'Italia e del quadro di finanza pubblica tendenziale che ne consegue.
Fornirò una sintesi dei principali elementi che il governo propone alla valutazione delle Camere, articolandola secondo le principali sezioni in cui si articola il documento, e fornendo limitati spunti di analisi. In particolare, evidenzierò le principali modifiche sopravvenute negli scenari proposti rispetto alla Nota di Aggiornamento al DEF presentata nel settembre scorso.
Per quanto concerne il quadro macroeconomico descritto nel Programma di stabilità (Tavola 1 del primo capitolo), nel periodo di previsione preso in considerazione nel DEF, le stime contemplano una crescita del PIL pari a 1,5% nel 2018 e 1,4% nel 2019 e una riduzione del tasso di disoccupazione rispettivamente al 10,7% nel 2018 e al 10,2% nel 2019. Il principale mutamento intervenuto rispetto al NADEF 2017 è una revisione al rialzo della crescita, rispettivamente di 0,3 e 0,2 punti, in ragione del quadro internazionale più favorevole, riflettendo anche gli orientamenti del Fondo Monetario Internazionale, che fra ottobre 2017 e aprile 2018 ha rivisto al rialzo in misura analoga la crescita reale dell’economia italiana.
Prima di fornire elementi di valutazione di questo quadro previsionale, mi limito ad osservare che incrociandolo con le previsioni demografiche dell’ISTAT si ricava che data questa crescita, nel 2021 il Pil pro capite degli italiani sarà pari a circa 27.700 euro ai prezzi del 2010, ancora al disotto del massimo antecedente alla crisi, raggiunto nel 2007 con 28.699 euro, e prossimo al valore del 2003, pari a 27.684 euro (fonte AMECO).
Il quadro previsionale è stato valutato dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio in conformità al regolamento EU 473/2013 (cosiddetto Two pack), che lo ha validato rilevando tuttavia nell’audizione del 9 maggio scorso come le previsioni del Governo siano “in prossimità” o “marginalmente superiori” al limite massimo delle previsioni fornite dai valutatori indipendenti (Fig. 1.2 dell’audizione). Diversi osservatori, fra cui Confindustria, nella sua audizione del 15 maggio scorso, hanno segnalato il rischio di sovrastima della crescita, legato in particolare al fatto che il quadro previsionale non sconta l’effetto recessivo determinato dall’attivazione delle c.d. “clausole di salvaguardia” (delle quali si dirà più avanti). Preme sottolineare a questo riguardo che rispetto al momento in cui le previsioni sono state formulate sono emerse fragilità nella crescita tedesca (l’Ufficio Federale di Statistica ha dato conto di un rallentamento di 0,3 punti nella crescita dell’ultimo trimestre 2017 in ragione di un “rallentamento del commercio mondiale”), e il Centro Europa Ricerche (CER), uno dei valutatori indipendenti, nella sua nota di aggiornamento del 14 maggio scorso evidenzia un rallentamento della crescita del secondo trimestre 2018 rispetto allo stesso periodo del 2017.
Va dato atto al governo di aver fatto una analisi di sensitività rispetto ai principali fattori di rischio connessi alle tensioni geopolitiche, commerciali e finanziarie presenti a livello globale, tensioni alle quali si è aggiunta la decisione relativa agli accordi sul nucleare iraniano, suscettibili di effetti sull'attività delle nostre aziende operanti in quel paese.
Un primo gruppo di rischi attiene alla stabilità finanziaria: questa potrebbe venire interessata negativamente dall’attuale situazione di elevati corsi azionari, bassi e poco differenziati rendimenti obbligazionari,  ridotta volatilità, cui si è abituata la gestione degli investitori, ed elevati livelli di indebitamento pubblico e soprattutto privato di alcuni paesi emergenti. A ciò deve aggiungersi il possibile fattore di rischio connesso ad un eventuale inasprimento delle condizioni dei mercati finanziari connesso alla prossima fine del Quantitative easing. Si segnala, tra le altre, la dichiarazione di Villeroy (Banca di Francia e board BCE) che ha dichiarato: “il QE si sta avvicinando alla conclusione, se sia a settembre o dicembre non fa alcuna differenza”.
Un secondo fattore di rischio attiene alle possibili evoluzioni delle misure protezionistiche avviate dagli Stati Uniti, cui il Def dedica un apposito focus, articolato secondo due differenti scenari, più intenso il primo e più moderato il secondo.
Si osserva tuttavia che non viene fatta un’analisi di sensitività del quadro previsionale rispetto a due variabili cruciali: il cambio euro/dollaro, che potrebbe rivelarsi più alto del previsto in ragione fra l’altro dell’elevatissimo surplus dell’Eurozona (principalmente ascrivibile all’economia tedesca), mal tollerato dagli Stati Uniti, e il prezzo del petrolio, per il quale valgono considerazioni analoghe.
Per quanto riguarda la finanza pubblica, il quadro tendenziale prevede una riduzione del deficit all’1,6% del PIL nel 2018 e allo 0,8% nel 2019, con l’avanzo primario in crescita rispettivamente all’1,9% e al 2,7%. Il debito pubblico è previsto scendere al 130,8% del PIL nell’anno in corso e al 128% l’anno prossimo.
La principale modifica intervenuta rispetto al quadro proposto dal NADEF2017 riguarda la contabilizzazione degli interventi a favore del sistema bancario.
A tale proposito ricordo che con la Relazione al Parlamento presentata alle Camere in data 19 dicembre 2016, ai sensi dell’articolo 6 della legge n. 243 del 2012, il Governo chiese l’autorizzazione ad emettere titoli di debito pubblico fino ad un massimo pari a 20 miliardi di euro per l’anno 2017, per l’eventuale adozione di tali provvedimenti. La Nota di aggiornamento al DEF 2017 precisava che, trattandosi di partite finanziarie, si era ipotizzato un impatto nullo sull’indebitamento netto delle Amministrazioni pubbliche.
Giova ricordare che la Verifica delle quantificazioni n. 555 realizzata dal Servizio del bilancio della Camera in data 6 luglio 2017 aveva evidenziato l’esigenza di ulteriori indagini. L’Istat, nella Comunicazione diffusa il 4 aprile 2018, ha in effetti rettificato le considerazioni espresse nel NADEF2017 dando conto di alcune revisioni dei dati relativi all’indebitamento netto e al debito per il 2017, dovute in larga parte all’inclusione nelle stime riferite a tali indicatori degli effetti delle operazioni riguardanti le banche in difficoltà. Tali revisioni sono per lo più ascrivibili alla decisione assunta da Eurostat nel parere pubblicato il 3 aprile 2018, che ha fornito indicazioni metodologiche circa il corretto trattamento contabile delle operazioni relative alle banche venete, attribuendo alle stesse un impatto, non solo ai fini del fabbisogno, ma anche dell’indebitamento netto (a differenza quindi di quanto previsto dalla Nadef 2017).
Dai dati forniti risulta che le operazioni relative alle banche in difficoltà hanno determinato nel 2017 effetti anche sull’indebitamento netto per circa 6,3 miliardi, di cui circa 1,6 miliardi derivanti dalle operazioni relative a Monte Paschi di Siena e circa 4,8 miliardi ascrivibili alle operazioni sulle banche venete. La decisione Eurostat ha modificato anche l’impatto sul debito delle operazioni riferite alle banche venete.
Tenendo conto di queste modifiche, si prospetta comunque una riduzione progressiva del deficit tendenziale sia in valore assoluto sia in percentuale del PIL, raggiungendo un sostanziale pareggio nel 2020 ed un lieve avanzo nell’ultimo anno di previsione. Il miglioramento deriva sostanzialmente dall’incremento dell’avanzo primario, che dovrebbe via via salire sino ad arrivare al 3,7 per cento del PIL nel 2021. La spesa per interessi è prevista ridursi dal 3,8 per cento del PIL registrato nel 2017 al 3,5 per cento nel 2018 e poi stabilizzarsi.
Tuttavia, anche in conseguenza delle vicende relative alle banche in difficoltà, la cosiddetta “regola del debito” non appare rispettata in base a nessuno dei tre noti criteri previsti dalla normativa UE.
Quanto al miglioramento dell’avanzo primario, questo sconta soprattutto una riduzione dell’incidenza sul PIL delle uscite primarie, in particolare di quelle di natura corrente, data anche la natura a legislazione vigente della previsione. A questo proposito, sta destando un certo allarme nell’opinione pubblica il dato evidenziato dalla Tabella 2.2 delle “Analisi e tendenze di finanza pubblica”, secondo cui dal 2019 la spesa sanitaria scenderebbe sotto il livello minimo consigliato dall’OCSE, pari al 6,5% del Pil, dato evidenziato anche dal rappresentante della Conferenza delle Regioni e delle Province autonome nell’audizione del 15 maggio scorso. Notiamo, incidentalmente, come la stessa audizione abbia evidenziato che il contributo al risanamento del debito delle amministrazioni pubbliche stia avvenendo largamente per opera delle amministrazioni locali, causando alcune difficoltà nell’assicurare i servizi ai cittadini che ad esse competono.
Inoltre, il quadro economico-finanziario prospettato nel DEF, non avendo natura programmatica, contempla l’aumento delle imposte indirette nel 2019 e, in minor misura, nel 2020, previsto dalle clausole di salvaguardia in vigore. Come già avvenuto negli anni scorsi, tale aumento potrà essere sostituito da misure alternative con futuri interventi legislativi che potranno essere valutati dal prossimo Governo.
Il DEF aggiorna altresì le previsioni tendenziali relative al saldo strutturale, che è previsto migliorare progressivamente passando da una stima di -1,1 per cento nel 2017 a un lieve avanzo nel 2020 (+0,1), che si mantiene anche nel 2021. Su questo punto va segnalato che la Commissione europea stima un saldo strutturale peggiore rispetto al DEF di -0,6 punti di PIL nel 2017, -0,7 punti nel 2018 e -1,6 punti nel 2019. In tutti e tre gli anni incide una diversa valutazione della componente ciclica del bilancio che, secondo la Commissione, è inferiore di 0,6 punti annui rispetto a quanto stimato dal DEF, una divergenza che discende in larga misura dalle diverse metodologie seguite da Governo e Commissione per stimare l’output gap. Pur conservando riserve di ordine scientifico su questo criterio, il relatore dà atto al Governo di aver proposto ed in parte applicato una riforma della metodologia di calcolo meno penalizzante per il nostro paese. Per approfondimenti su questo tema si rinvia al quarto paragrafo della  relazione sui “Fattori rilevanti per lo sviluppo del debito pubblico italiano”, redatta ex art. 126 TFUE e  pubblicata dal MEF in questo mese.
Sul 2018 pesa inoltre una previsione marginalmente più pessimistica della Commissione in merito al saldo complessivo di bilancio (la Commissione lo stima a -1,7 punti di PIL, mentre il Governo lo prevede a -1,6 punti), che si riflette anche sulla sua componente strutturale. Sul 2019 incide poi la diversa ipotesi sulle clausole di salvaguardia (cui corrisponde un effetto migliorativo sul saldo di 0,7 punti di PIL incluso nelle previsioni del DEF) che nello scenario della Commissione vengono disattivate senza compensazione, e un approccio più cautelativo della Commissione su altre poste di bilancio che fa sì che l’indebitamento netto risulti complessivamente più elevato rispetto alle stime del DEF di circa 1 punto di PIL.
Si rammenta che già lo scorso anno la Commissione europea aveva rilevato che "le condizioni macroeconomiche, sebbene ancora sfavorevoli, principalmente a causa della bassa inflazione, dovrebbero risultare migliorate a partire dal 2016 e non possono più essere considerate come una circostanza attenuante per spiegare il mancato risanamento di bilancio da parte dell'Italia e il forte divario previsto rispetto alla regola del debito (nella configurazione prospettica) per i prossimi anni."
La terza Sezione del DEF 2018 reca il Programma Nazionale di riforma (PNR) che, in stretta relazione con quanto previsto nel Programma di Stabilità, definisce gli interventi da adottare per il raggiungimento degli obiettivi nazionali di crescita, produttività, occupazione e sostenibilità delle finanze pubbliche, in coerenza con gli indirizzi formulati dalle istituzioni europee nell’ambito del semestre Europeo. In tale ambito sono indicati lo scenario macroeconomico e i prevedibili effetti delle riforme, l'azione del Governo e lo stato di avanzamento delle riforme avviate, in relazione alle raccomandazioni formulate dal Consiglio UE ed infine il quadro degli interventi ricompresi nelle azioni di policy per le politiche di coesione. Sono altresì riportati l’impatto finanziario delle misure del programma nazionale di riforma, con riferimento a quanto dettagliato nelle griglie ad esso allegate.
Nel PNR merita a nostro avviso particolare attenzione il paragrafo II.3 che analizza il tema della riduzione dei crediti deteriorati nel sistema bancario. Si rileva positivamente una fisiologica ripresa dello smaltimento, associata alla generale ripresa della crescita economica. Riteniamo però che si debba esercitare attenzione nel non impartire un eccessivo impulso a questo processo, in particolare valutando eventuali inviti in tal senso che dovessero giungere da organismi europei. Va evitato che uno smaltimento accelerato delle garanzie immobiliari, in uno scenario di crescita che comunque presenta rischi di rallentamento, metta in ulteriore difficoltà l’economia, con criticità rilevate anche dall’ANCE nella sua audizione del 15 maggio 2018.
Oltre ad una indicazione (parte IV) sulle interlocuzioni istituzionali con regioni e province autonome nella preparazione del PNR, completa la Sezione una ultima parte in cui si dà conto dei progressi conseguiti nell’ambito della Strategia Europa.
Dopo l’esercizio sperimentale dello scorso anno, il DEF 2018 è corredato dagli “Indicatori di benessere equo e sostenibile”: si tratta di 12 indicatori di diverse aree che caratterizzano la qualità della vita dei cittadini relative a disuguaglianza, istruzione, salute, ambiente, sicurezza, etc. In esito alla sperimentazione relativa a 4 indicatori, a partire dal 2018 l’Italia è il primo paese dell’Unione europea e dei G7 a dotarsi di un set di indicatori di benessere in base ai quali misurare l’impatto delle politiche pubbliche, abitualmente valutato su pochi indicatori macroeconomici e di finanza pubblica, in primis il PIL. Mi preme rilevare in questo senso che il Senato, attraverso il suo Ufficio Valutazione Impatto (UVI), propone interessanti approfondimenti metodologici ed estensioni delle analisi proposte dal DEF.
Per ogni approfondimento di dettaglio, si fa rinvio alla documentazione predisposta dai servizi studi e bilancio delle Camere.


La discussione

La trovate nel resoconto sommario, che potete navigare col menù di sinistra (il mio intervento è in "Affari assegnati"). Immagino la delusione dei tanti giornalisti che mi hanno chiesto il documento: magari si aspettavano di trovarci chissà quale misura (Weimar, le carriole, le cavallette, ecc.)! Immagino i titoloni... Mi dispiace per loro, ma non funziona così. Gli effetti speciali vanno bene al cinema. Questa è una partita a scacchi, ed è appena iniziata. Suppongo che qualcuno si annoierà (io mi diverto) e qualcuno non ci capirà niente (mi ci metto anch'io). Pazienza. E ora vi lascio, devo prepararmi per l'incontro di stasera a Olbia. Non so nemmeno dirvi quando sarà la prossima mossa, perché non mi sono ancora arrivate le convocazioni per la prossima settimana, né in quale veste la giocherò. A ogni giorno basta la sua pena.



(...vedere le cose dall'interno non ha prezzo: di questo vi sarò eternamente grato. Per il resto ci sono gli arditi: quelli che col pugnale fra i denti vogliono muovere l'assalto al grido di "procomberò sol io!" A tanto ardore egotico foscoliano (scusa, Giacomo), preferisco il lavoro di squadra. Non ve lo sareste mai immaginato, vero!?...)