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venerdì 22 luglio 2016

La crisi e i CDS

La legge è uguale per tutti, almeno in teoria. La logica no. Pensate alle differenza fra condizione necessaria e sufficiente. Una condizione necessaria è un evento E che occorre si verifichi affinché accada l'evento A. Una condizione sufficiente è un evento E che basta si verifichi perché necessariamente accada l'evento A.

Se la condizione necessaria non si verifica, A non accade. Se la condizione sufficiente non si verifica, A può accadere (proprio perché la condizione sufficiente non è necessaria).

Ci sono due modi di essere diversamente logici, o diversamente leali, nel dibattito. Il primo è quello di attribuire al proprio avversario l'affermazione che una condizione necessaria sia sufficiente. 

I CDS con me l'hanno fatto migliaia di volte: "Bagnai dice che basta che usciamo (condizione sufficiente)...". No. Io (cioè i fatti) dicono che occorre che usciamo, ma non basta. Dopo occorrerà fare tante altre cose: tutte quelle descritte nel Tramonto dell'euro, cui aggiungere, al primo posto, dopo quattro anni di tentativi dei CDS di appropriarsene, riscoprendo in pompa magna l'acqua calda (via "uscita da sinistra"), due chiacchiere coi sullodati CDS. 

Il secondo modo di essere diversamente logici (o leali) è opposto: attribuire all'avversario l'idea che una condizione sufficiente sia necessaria.

E anche questo i CDS con me l'hanno fatto migliaia di volte: "Tu dici che l'euro implica l'austerità! Ma l'Inghilterra (o il Guatemala, o la Terra del principe Giorgio) non ha l'euro e ha fatto austerità!" E certo: perché l'euro è condizione sufficiente per l'austerità. Basta che ci sia il cambio fisso (o la moneta unica), e l'aggiustamento si scarica sui redditi (il recupero di competitività passa per il taglio dei salari).

Ciò non significa che dove non esiste questo ulteriore meccanismo di pressione i capitalisti siano presi da insana generosità. Significa solo che il loro compito è meno agevole. 

Ma i CDS non ammetteranno mai di essere stati i loro utili idioti. 

Ah, a proposito: CDS non significa Credit Default Swap. In questo caso significa Cretini Di Sinistra. Non una scommessa sul fallimento di uno stato. La certezza del fallimento dell'appartenenza. 

Comunque, come i fatti dimostrano, essere di sinistra non è condizione necessaria né sufficiente per essere un cretino. Anche se qualche volta aiuta. Ma cambierà, vedrete... Appena le élite daranno il liberi tutti, vedrete il fuggi fuggi degli intellettuali organici per sfuggire alla loro naturale destinazione: il cassonetto dell'umido!

Sarà un momento tragico, ma anche spassoso. 

Dieu et mon droit!


(...mi avevano detto che non c'era campo: era una bufala! Inutile dire che la padrona di casa è...)

(...ma è un'amica...)





Più vacanze (e meno Europa)

Sto partendo per una decina di giorni. Mi dicono che non avrò campo e vedo il bicchiere tutto pieno. Ci sono persone intelligenti, come Antonello, che fanno quello che deve essere fatto: leggono quanto non hanno letto, e spesso ci trovano dei QED che per carità di patria rinuncio a mettere in evidenza (esempio, per gli intenditori). Ma la piega presa dalla politica internazionale mi fa capire, soprattutto a causa delle reazioni di molti miei lettori, che è ora di depurare dalle scorie il mio folto pubblico, quand'anche queste fossero la maggioranza. Per fortuna il compito è semplice: normalmente si autoeliminano, come abbiamo visto in seguito a questo post. Di tutto ho (abbiamo?) bisogno tranne che di volenterosi ingenui (diciamo così) dagli orizzonti culturali limitati (diciamo così) pronti ad arruolarsi nella nuova guerra fra poveri del capitale. Dopo quella fra dipendenti privati e dipendenti statali, dopo quella fra figli e padri, si torna ai classici con la guerra dei bianchi contro i neri...

Distinguere oppressi da oppressori è un compito apparentemente arduo per molti, anche perché il capitale ovviamente non glielo rende semplice. Un minimo di indulgenza è quindi di rigore.

Tuttavia, constato con amarezza come l'incapacità che molti dimostrano (e ci metto anche molte maestrine con la matita blu, mie colleghe, alle quali ormai rinuncio a rispondere) di mettere in cortocircuito le menzogne degli oppressori, sia superata solo dalla loro inarrivabile capacità di passare dalla parte del torto.

Eppure sarebbe così semplice essere efficaci, soprattutto ora che le élite stanno cedendo terreno.

Pensate ad esempio a queste dichiarazioni della Boldrini: "L'Europa a due velocità c'è già".

Bene, benissimo!

Questa non è altro che l'ammissione del fallimento del "più Europa": un dato assolutamente chiaro ed evidente per la letteratura scientifica.

"La più evidente, ma anche la più paradossale, delle conseguenze involontarie dell'Unione monetaria è stata la segmentazione dell'Unione Europea, prodotta proprio da quella politica che si supponeva avrebbe reso l'unione irreversibile. Invece di diventare il simbolo visibile dell'irresistibile avanzata verso un'Europa politicamente unita, l'euro ha diviso l'Europa in diversi sottoinsiemi, in modo forse permanente. Abbiamo già un'Unione divisa in tre gruppi: i membri dell'Eurozona; gli opt-out de jure (Inghilterra, Danimarca) e de facto (Svezia); e gli altri stati membri, che ci si aspetta adottino la moneta unica non appena soddisfarranno i criteri rilevanti. In un futuro non troppo distante potrebbe emergere un quarto gruppo: quello dei paesi che hanno lasciato l'Eurozona"...

(a pag. 232 di questo libro).

Tralascio l'inqualificabile ignoranza dei nostri vertici, che nel parlare di "due velocità" apparentemente ignorano l'esistenza di tre velocità in Europa. Tralascio anche di precisare che il quarto gruppo di cui parla Majone ancora non si è manifestato, mentre ne è apparso un quinto, come (qui) previsto: quello dei paesi che abbandonano il progetto imperiale europeo.

Il punto è che un minimo di serenità e di razionalità lasciano chiaramente intendere che il progetto è destinato a crollare perché la sua logica è intrinsecamente contraddittoria (ne abbiamo parlato tante volte), il che costringe chi lo gestisce a contorsioni del pensiero e della prassi altamente autodistruttive (purtroppo anche per noi). In confronto agli Eichmann di Bruxelles, Jerry Lewis è Rudolf Nureyev. Ma certo, capire, e sfruttare dialetticamente, ritorcendoglielo contro, il fatto che quelli del più Europa (fra cui la Boldrini) hanno diviso nei fatti l'Europa che volevano unire nelle intenzioni è al di sopra delle capacità logiche dei nuovi crociati, e forse anche della maggior parte dell'elettorato italiano.

Eppure, basterebbe così poco...

Non fa niente: la verità trova la sua strada. Io auspico sempre che trovi quella dell'intelletto, diciamo "della testa", per intenderci, e per farvi capire anche quale altra strada potrebbe percorrere (siete pronti?). Voi intanto munitevi di spadone a due mani e schieratevi fra Gorla Maggiore e Solbiate Olona a difesa della valle del Seprio dalle orde dei saraceni. Quelli sì che sono un pericolo...

(...a proposito: quand'è l'ultima volta che siete andati a messa?...)

Al #goofy5 ci occuperemo razionalmente della crisi migratoria: avremo con noi Kelly Greenhill (sempre sia lodata Barbara che me l'ha fatta conoscere).

Ma ci occuperemo soprattutto delle diverse velocità: avremo un inglese, un polacco, un ceco, un ungherese. E ci occuperemo anche di chi è rimasto fermo: avremo uno spagnolo, un finlandese, e un italiano. Io.

Non avremo politici (almeno: non in carica): dopo cinque anni, mi sono arreso all'evidenza che non ci arrivano (seguiranno aneddoti), e che io non riesco a farceli arrivare. Lutto elaborato, si tira avanti. Non abbiamo mai pensato che la storia fosse finita, o che noi potessimo fermarla. Sappiamo quello che ci aspetta, sappiamo chi ringraziare.

A proposito: buone vacanze.

mercoledì 13 luglio 2016

IMF's willing executioners (aka the "what-have-we-learned boys")

C'è una cosa che non riesco a sopportare, che proprio non mi va giù, che trovo moralmente ripugnante, intellettualmente squallida, politicamente subdola, umanamente censurabile e scientificamente inconsistente: l'atteggiamento di chi, avendo gestito la crisi in nome di interessi particolari facilmente leggibili, e avendola, per questa specifica ragione, trasformata in un disastro con pochi precedenti nella storia economica recente, ora se ne esce lellero lellero a spiattellarci le "lezioni" che la crisi ci avrebbe insegnato.

La verità è un'altra.

La crisi non ci ha insegnato nulla che non sapessimo già, compreso il fatto che il suo verificarsi era inevitabile, come gli economisti post-keynesiani avevano ampiamente previsto - un riferimento fra tanti è qui.

Cosa sarebbe mai successo durante la crisi che non fosse stato descritto prima della crisi in un qualsiasi libro del primo anno?

Le politiche procicliche (i tagli, l'austerità in recessione) hanno aggravato la crisi!

È una sorpresa?

No, assolutamente no: che politiche procicliche aggravino la crisi lo troverete in qualsiasi libro di testo. Questo perché il moltiplicatore keynesiano è maggiore di uno, e quindi, se tagli di uno la spesa, tagli di più di uno il Pil, e i rapporti al Pil di deficit e debito aumentano!

È una sorpresa?

No, assolutamente no: quando il Fmi, guidato da una francese e con un capo economista francese è intervenuto strozzando, pardon, salvando la Grecia (pesantemente esposta verso le banche francesi) lo ha fatto perché ha preso una decisione politica, smentita da tutta la letteratura scientifica: quella di ipotizzare che il moltiplicatore della Grecia fosse pari a 0.5, per cui tagliando la spesa di uno il Pil sarebbe diminuito solo di un mezzo, e i rapporti al Pil di deficit e debito sarebbero diminuiti. Ma, come vi ho dimostrato per tabulas, quando il Fmi prendeva questa decisione politica, la letteratura scientifica concordemente affermava che il moltiplicatore della Grecia era (molto) superiore a uno, per cui l'austerità sarebbe stata controproducente: ogni taglio di spesa avrebbe comportato un taglio di reddito multiplo, rovinando le famiglie e le imprese, cioè l'economia.

Era tutto noto, era tutto chiaro, era tutto scritto.

Ecco, io devo dire la verità: quando poi mi trovo a convegni come quello di Villa Mondragone, dove Luigi Paganetto ha avuto la gentilezza di invitarmi, mi capita di trovarmi a disagio. Immaginatevi ad esempio di ascoltare un economista del Fmi, come l'ottimo Jonathan Ostry, che interviene, e in modo molto scientifico, distaccato, accademico, racconta che bè, sapete che nuova c'è? Abbiamo scoperto che la disuguglianza è un problema. Sì, in effetti è un problema perché certo, ci sarebbe anche un problema etico, ma soprattutto noi avremmo bisogno di crescita, e la disuguaglianza frena la crescita. Il risultato è statisticamente significativo: viene confermato anche dalle stime panel, e rimane tale anche se si utilizza lo stimatore GMM con errori standard corretti per l'autocorrelazione e l'eteroschedasticità dei residui, e si considerano gli effetti della qualità delle istituzioni, degli shock alle ragioni di scambio...

Come se qualcuno ti spiegasse che sì, in effetti, usando uno spettrofotometro, in condizioni ambientali controllate, si è riusciti ad accertare, su un numero ampiamente rilevante di campioni, che l'aceto contiene acido acetico, e quindi si ritiene che in linea di principio potrebbe anche essere usato per rimuovere quelle antiestetiche macchie bianche che il calcare lascia sul lavello della cucina, dato che, reagendo con la parte alcalina di esse, genererebbe anidride carbonica (tralasciamo i problemi per il riscaldamento globale) e un sale solubile in acqua (ma su questo non abbiamo ancora sufficienti evidenze).

Insomma, le conclusioni cui nostre nonne erano arrivate con minor dispendio di mezzi.

E poi, perché la disuguaglianza frena la crescita?

"Ah, questo ancora non lo sappiamo!"

Noi invece sì, e lo abbiamo anche detto (peraltro, senza pretendere di essere originali): perché la disuguaglianza determina indebitamento eccessivo, e questo causa crisi finanziarie, che alla crescita bene non fanno. Anche questo, per carità, ora cominciano a dirlo, lo avete visto tutti. Ma la domanda è: mentre la Grecia (per dire l'ultimo paese) veniva massacrata, voi dove eravate? A stimare tre panel coi GMM? Ma se mi chiamavate, vi distaccavo Christian (magari ci dividevamo le spese del biglietto) e la chiudevate in quattro giorni, così avreste potuto gettare un occhio distratto a quello che stava succedendo sotto le vostre finestre, o magari sareste potuti andare in biblioteca, a leggere qualche vecchio paper, come quelli che ricordavo nel post del primo maggio.

Ecco, questo "risvegliarsi" per scoprire l'acqua calda lo trovo il modo più sistemicamente controproducente di sfuggire alle proprie responsabilità politiche. Non ho nulla contro Ostry: lavora bene, e il problema non è lui. Ma i "what-have-we-learned boys" come categoria dello spirito proprio non posso sopportarli, perché inducono nell'opinione pubblica un'idea totalmente falsa della scienza economica, facendola passare per una "non-scienza" vagamente assimilabile all'astrologia o all'alchimia, che può essere colta di sorpresa in qualsiasi momento dalla dura realtà del dato (cosa che alle scienze asseritamente "dure" non potrebbe mai accadere). Invece non è così. Gli errori non sono stati tali: sono state scelte politiche. Gli strumenti tecnici per capire come intervenire c'erano, ma non li si è voluti usare perché questo avrebbe inciso appunto sulla distribuzione del reddito (riducendo la disuguaglianza, che è tanto brutta, signora mia, ma non quando sei dalla parte dei creditori e pagato per fare i loro interessi). Insomma: queste persone che preferiscono passare per ciarlatani, o quanto meno per ritardatari, anziché prendersi le loro responsabilità, tirare virilmente una riga e andare avanti, creano una enorme esternalità negativa, diffondendo la falsa percezione che le crisi economiche siano un dato ineluttabile, che non può che coglierci impotenti. Domani ci sarà un'altra crisi, e avremo altre lezioni da apprendere, perché è tutto nuovo, siamo in uncharted waters (altra espressione che mi dà un potente urto di nervi) e quindi chissà, magari intanto facciamo il contrario di quello che abbiamo studiato a scuola, poi se non funziona avremo ucciso qualche migliaio di persone e però sapremo che quello che era scritto nei libri era giusto.

Portare qualche migliaio di morti al tavolo di Econ101... ma con grande delicatezza, e naturalmente coi GMM!

Perché ci penso oggi?

Perché ieri Vladimiro ha conferito l'#allanimadelimortaccisua del giorno al compagno Wolfgang, che come sapete è vivo ed è anche l'unico a lottare se non insieme, quanto meno senz'altro per noi (perché come lo fa saltare lui l'euro, nessuno mai...).

Io ho stilato una relazione di minoranza, sostenendo che invece andava assegnato a questo simpatico personaggio, il quale, con grande delicatezza, ci dice che la prima lezione che il Fmi ha imparato dalla crisi è che se il tasso di cambio non è flessibile le crisi durano più a lungo, il che crea un problema. No, non alle popolazioni: al Fmi, perché potrebbe doversi "prepare for longer programs with more financing".

Ma io dico! Che la flessibilità del tasso di cambio sia uno strumento indispensabile per risolvere in fretta i problemi causati da shock macroeconomici esterni è scritto in ogni e qualsiasi libro di testo! Ma come si fa a dire che è una lezione dalla crisi? Ma dove cazzo avete studiato? Per stare al Fmi a prendervi palate di dollari pagando tasse a nessuno verosimilmente dovrete aver preso un dottorato in qualche prestigiosa università statunitense. E non sono stati in grado di dirvi quello che io a Pescara insegno nel corso di economia aziendale?

Siamo sicuri?

È credibile?

No che non lo è!

E infatti il volenteroso membro del Fmi lo confessa apertamente che questa cosa si sa, la si è sempre saputa, ed è sempre stata vera, quando dice che "an old truth re-emerged: adjusting the economy smoothly and quickly is much harder to achieve when the nominal exchange rate is not available to help, such as in currency union members" (traducetelo da voi che io già mi incazzo a leggerlo, figuratevi a tradurlo)!

Ma come "è riemersa"?

Questa vecchia verità è riemersa perché voi l'avete affondata. Il problema non è quello che la crisi ci ha insegnato. Il problema è quello che voi avete voluto dimenticare, e far dimenticare, affinché la disuguaglianza della quale oggi vedete i limiti, perché temete che vi travolga, potesse affermarsi, nell'interesse della forza sociale dominante, alla quale obbedivate.

Ma io non ce l'ho con voi, amici del Fmi, così come non ce l'ho con gli amici tedeschi, per altri versi. Alla fine, voi, come loro, avete eseguito gli ordini. Sì: preferirei che per salvare la vostra onorabilità non spalaste letame sulla scienza che pratico, ma capisco che voi avete comunque fatto il vostro lavoro, quello che vi chiedevano di fare, che eravate pagati per fare, e che avevate scelto, perché vi piaceva, e magari anche perché era pagato bene.

In questo non c'è nulla di male.

La mia riprovazione più profonda andrà sempre a quelli "de sinistra": a quelli la cui missione sarebbe stata tutelare il lavoro, tutelare i deboli, e che invece hanno disappreso prima e meglio di voi quello che prima e meglio di voi avevano appreso, come ho spiegato qui.

I "what-have-we-learned boy" mi indispongono, ma in fondo ci sono sempre stati, e la loro provenienza li rende in qualche modo meno pericolosi: che il Fmi possa essere il novello Robin Hood nessuno dovrebbe aspettarselo, e nemmeno chiederglielo (anche se magari due domande sul perché stia facendo finta di esserlo dovremmo porcele tutti). Gli "uscisti da sinistra" invece sono pericolosi: se qui in Italia ancora non è potuta maturare una coscienza di classe sufficientemente focalizzata sulla natura dei problemi che ci troviamo ad affrontare, questo dipende unicamente dalla loro opera di disinformazione. Sarà solo e soltanto colpa loro se decenni di politiche di destra alla fine gioveranno alla destra, se l'esito della crisi sarà una svolta autoritaria, e se per rimettere in soffitta lo stantio e polveroso principio di indipendenza della banca centrale dovremo passare per il calvario di un conflitto.

Ma questo, se siete qui, lo avete capito da tempo...


(...oggi ho chiuso due cose: [1] con Christian la versione delle simulazioni di uscita da sottoporre a #pirreviù - uno splendore, ma non ve ne parlo oltre, se non per ringraziarvi sempre del vostro sostegno ad a/simmetrie, del quale non dovrete pentirvi, e per dire agli eventuali inglesi o assimilati in ascolto che la presenterò a Manchester in questo convegno - [2] con Marta e Federico il programma del goofy5. Di quest'ultimo posso dirvi le date: 12 e 13 novembre a Montesilvano, e il titolo: "C'è vita fuori dall'euro (?)" La risposta non la so: sto stimando un panel coi GMM, ma le risposte sono ambigue. Forse dovrei controllare per "acoruzzzione", o provare a calcolare gli standard error col bootstrap, o magari prendermi un aereo, andare a Budapest, e vedere se una volta sceso dalla scaletta dell'aereo incontro essere viventi. A proposito: farò anche questo...)

domenica 10 luglio 2016

I sottotitoli

Er Palla s'è fatto dare francese. Ovvio gesto di rifiuto della figura paterna, data la mia nota facondia in quell'idioma (Bagnai lepeniiiiiiista...).

Martinetus, noto lenone nonché psicologo dell'età evolutiva, suggeriva, durante un nostro recente simposio: "Sinite parvulum venire ad me! A Losanna ce stanno certe regazze! Vedrai che poi gli viene voglia di studiare la lingua...".

Questa mattina, dopo essermi svegliato alle 4:30, aver calcolato i disallineamenti del cambio reale italiano rispetto ai principali partner, come da disegnino:



ed essermi fatto un'oretta di corsa con 28 gradi centigradi (a 5:46, perché frangar, non flectar, con quasi un litro e mezzo di disidratazione...), verso le 10 sento er Palla muoversi per casa. Scendo, e gli dico: "Sai, oggi dovremmo studiare un po' di francese...".

"Che palle!"

"Ma sai, tanto dobbiamo farlo. Ti faccio solo leggere qualcosa."

"Ma a me fa schifo parlarlo."

"Fai male, è un'ottima lingua, e poi può sempre tornare utile. Sostiene Martinet che lungo il Lemano la gnocca pullula."

"Che c'entra? La trovi pure qui, coi sottotitoli."







(...e gnente, manco la fica! Non si sa più come motivarli, questi giovini. Peraltro, è legge di natura che la straniera ami l'italiano truzzo, quello che parla poco. Rientra in un principio generale enunciato da Machiavelli e ripreso da Gadda, come ricorderete. Non entro nell'analisi sociologica e antropologica di come il rapporto dell'italiano con la straniera sia cambiato dai tempi miei a quelli della generazione Erasmus. Noi probabilmente eravamo eccessivamente interessati a mescolare i nostri DNA. I giovini odierni mi sembrano generalmente disinteressati ad accoppiarsi - o lo nascondono molto bene. Comunque, questo è un blog di economia, quindi eventualmente dovremmo occuparci di prostituzione! Tranquilli: torneremo presto a farlo...)

mercoledì 6 luglio 2016

CETA, UE e Brexit: oculos habent...

"Il CETA si fa, il CETA non si fa, il CETA dice questo, il CETA vuole quello"...

Per questo avete i gazzettieri.

Se siete qui è perché volete qualche riflessione originale, e io ve ne offro due al prezzo di una.

La prima: da quanto ce la menano col TTIP? Da anni. Qui ne parlammo (male) per primi nel 2014, evidenziando sì gli aspetti tecnici (le misure dei possibili impatti e i loro limiti metodologici, ad esempio), ma soprattutto gli aspetti comunicativi. Ecco, parliamo di questi. Del CETA da quanto sentite parlare? Da un paio di mesi. Ma le trattative vanno altresì avanti da anni. Il CETA non è molto diverso dal TTIP. Quindi, se si vuole fare un trattato di libero scambio non dico in segreto, ma con una certa discrezione, evidentemente lo si può fare. Son cose tecniche, laggente nun capischeno, e se ne sbatteno abbondantemente li cojoni (e io li capisco).

Ma allora perché la segretezza del TTIP viene ostentata con tanta insistenza? Una segretezza quasi caricaturale: i parlamentari che non possono portarsi nemmeno una matita per prendere appunti, o giù di lì, il documento custodito come nemmeno verrebbe custodita l'arca dell'alleanza, e via dicendo? Chissà...

Intanto, una variopinta corte dei miracoli di paladini della democrazia (?) combatte la sua battaglia, e noi tutti contenti: il bene vince, il male perde, la democrazia funziona. Un primo risultato, quindi, il TTIP l'ha senz'altro portato a casa, ed è quello di farci contenti e cojonati.

Se voi siete contenti. Io no, perché mamma mi ha fatto con l'orecchio musicale, e io qui la stecca la sento. Qualcosa che non torna nella storia c'è, e non è (solo) il contenuto del trattato, quanto (soprattutto) il modo in cui ce la stanno menando...

La seconda: torniamo al CETA. L'argomentone di quelli che dicono che lo scenario "norvegese" della Brexit (Inghilterra che entra nell'EFTA, e quindi nello Spazio Economico Europeo, riduce i suoi contributi a Bruxelles, e sostanzialmente si regola come prima, salvo poter riprendere un minimo di controllo sui flussi migratori - cosa a dire il vero incerta - e potersi muovere come meglio crede sui mercati emergenti) è che: "Eh, ma così non hanno voce in capitolo sulle regole comuni!"

Ora io dico: ma scusate, quando andate a comprare un'automobile, avete forse bisogno di sedere nel CdA della casa automobilistica di vostra elezione? Io non credo. L'idea che si possa trattare solo se si è al tempo stesso parte e controparte mi pare così, a pelle, un po' bislacca. Mi sembra che dica molto su come concepiscono il mercato e le trattative a Bruxelles, e poco su come va il mondo, perché, vedete, il mondo funziona in un altro modo.

Prendete ad esempio il CETA.

Noi al Canada vogliamo bene: il suo premier è un gran bonazzo (e pare non decerebrato, ma non ho esperienze dirette), ci sono tante foreste, le giubbe rosse, e poi c'è il mio stato, l'Alberta. Perché voi lo sapete, sì, che il Canada è uno dei grandi stati federali che Giove ci invidia: sarebbero, insomma, gli Stati Uniti del Canada, come l'Australia sono gli Stati Uniti dell'Australia, e l'India gli Stati Uniti dell'India. Certo, solo noi non riusciamo a fare gli Stati Uniti d'Europa: ci sono riusciti perfino gli indiani! Quelli di India, ovviamente. E quelli d'America? Bè, anche loro hanno dato alla causa il contributo che potevano dare: crepare. Sì, perché le grandi esperienze federali sapete come nascono, no? Prima si fa tabula rasa (l'India è un discorso a parte) e poi si fa una meganazione. Cosa che, a dire il vero, in Canada non è riuscita benissimo: gli indiani li hanno sterminati, i bisonti pure, ma i francofoni no, non ci sono riusciti (e forse non ci riusciremmo nemmeno noi in Europa), per cui il progetto proprio benissimo non va, tant'è che il mio caro amico Denis Grenier, musicologo del Québec, parla di Cacanada...

Ma sto divagando.

Noi, dicevo, al Canada vogliamo bene, ma alla fine che cos'è il Canada? Una immensa distesa di terra, abitata da appena 35 milioni di persone (poco più della metà della popolazione del Regno Unito: 65 milioni). Ora, capirete che, con buona pace degli scemi per i quali "nel mondo globale bisogna essere grandi" (territorialmente), i canadesi non sono supereroi: ne consegue che la loro produttività è umana, e pertanto il Pil del loro paese è, a dollari correnti, pari a 1552 miliardi: meno del nostro (1815 miliardi di dollari) e quasi metà di quello inglese (2849 miliardi di dollari).

Ora: voi volete dirmi che un paese al quale vogliamo bene, il Cacanada, che è un gigante in termini geografici, ma un normodotato in termini economici, riesce, dall'esterno dell'UE, a fare una "pace separata" con l'UE stessa, il famigerato CETA appunto, col quale dà alle sue aziende una bella serie di vantaggi, e un paese ben più forte economicamente, demograficamente, culturalmente, militarmente, il Regno Unito, non riuscirebbe a concludere accordi commerciali un minimo vantaggiosi per le multinazionali sue, o in esso insediate, senza doversi sorbire la fiatella etilica di Juncker?

Ma veramente pensate questo?

E allora siete come gli imbecilli che pensano che la grande Europa difenderà il proletario europeo dal capitalismo cattivo. Vedete come lo difende? Concludendo uno dietro l'altro accordi che permettono alle multinazionali di portare in tribunale gli stati sovrani se i regolamenti di questi ultimi ostacolano il libero commercio (il quale, storicamente, avviene sempre nell'interesse del più forte).

L'imbecille vi dirà: "Ma queFta non è l'Europa, non non vogliamo queFta Europa!".

Bene: sarà or che ve ne facciate una ragione: un'altra Europa non è poFFibile.

Un altro mondo sì: quello in cui oltre a tanta povera gente che avrebbe solo voluto vivere in pace protetta dalle istituzioni sociali e democratiche del suo paese, cominciassero ad andarsene, per par condicio, anche i Fognatori.

Ma questo mondo dobbiamo crearlo noi: ovviamente non sterminando i Fognatori (non vogliamo fondare uno stato federale, quindi la violenza, che deprechiamo, non ci serve), ma aprendo gli occhi e facendo ragionamenti semplici, quelli di fronte ai quali i mostri generati dallo scellerato Fogno della politica si dissolvono.

Insomma, ragionamenti come quelli che ho fatto oggi qui per e con voi: se un Trattato si può fare in segreto (come il CETA), è strano che la segretezza di un trattato come il TTIP venga invece sbandierata per creare allarme; e se uno stato che è la metà del Regno Unito, come il Canada, può negoziare con l'UE e dall'esterno dell'UE condizioni per sé vantaggiose, perché non dovrebbe riuscirci uno stato che è il doppio del Canada, come il Regno Unito?

Sono le cose semplici quelle che sempre sfuggono (forse perché semplice non vuol dire banale).

Le offro alla vostra discussione...


(...il sogno della politica genera mostri...)

(...domani giornata molto piena: vado a sentire Lavoie, poi Helleiner, poi ho un altro seminario del quale non posso parlarvi perché è under Chatham house rule. Cose che capitano quando il mondo diventa mainstream, e non ti può quindi più liquidare come eterodosso: ti fai tanti nuovi amici, e rimpiangi il tempo in cui erano tuoi nemici...)

martedì 5 luglio 2016

Quanto costa comprare tempo

Molto rapidamente: come andrà a finire lo sapremo. L'euro crollerà. Per l'Italia ciò comporterà, verosimilmente, un episodio tecnicamente definibile come "large devaluation", anche se dubito che si potrà parlare di un vero e proprio "currency crash" (alcune possibili definizioni le trovate a p. 303 di Milesi-Ferretti e Razin, 2000). Dovremmo perdere qualcosa di vicino al 30% (forse) rispetto al nucleo dell'Eurozona, ma sicuramente di meno verso dollaro (visto che Draghi ci ha già tirato giù) e poi verosimilmente rivaluteremmo verso la periferia dell'Eurozona: insomma, in termini effettivi (cioè in termini di media ponderata con le quote dei diversi partner commerciali) mi pare difficile che la svalutazione possa essere molto pesante, molto superiore a quella già sperimentata nel 1992, quella che, come diceva uno che se ne intende, ci aveva fatto bene.

Comunque, ammettiamo che lo sia, che sia un Armageddon...

Fin dai tempi di Krugman e Taylor (1978) si sa che una "large devaluation" può avere anche effetti recessivi. Certo, aiuta la ripresa delle esportazioni (se il paese ha ancora qualcosa da produrre), e scoraggia le importazioni (se il paese ha ancora qualcosa da produrre: due punti sui quali Gennaro Zezza attira sempre la mia attenzione), ma causa anche problemi agli operatori esposti finanziariamente in contratti non ridenominabili. Questo era lo standard dei paesi in via di sviluppo (indebitati in dollari), ed è diventato il nostro standard da quando ci indebitiamo in euro se il contratto non è regolato dal diritto italiano. La letteratura sulle "contractionary devaluations" si è sviluppata nel tempo. Uno degli studi più recenti è quello di Céspedes (2005), che analizza 82 episodi di "large devaluations" fra il 1980 e il 2001. Uno studio particolarmente rilevante per noi, perché non considera solo paesi in via di sviluppo, ma anche paesi avanzati, come ad esempio il nostro: il campione include le nostre due precedenti "large devaluations": quella del 1981 e quella del 1992, e quelle verificatesi negli stessi anni in Belgio, Finlandia, Regno Unito, Svezia, ecc. Le nostre le vedete in questa figura:


(i dati provengono da qui).

Questo studio me l'ha segnalato Jens Nordvig e forse ve ne ho già parlato. Il succo è riassunto dalla Table 9:


che indica qual è l'elasticità del prodotto rispetto a una svalutazione del cambio reale in corrispondenza di valori decrescenti dell'esposizione debitoria in valuta estera di un paese (per la definizione di cosa sia il "peccato originale" basta guardarsi original sin: come vedete, questa metafora è stata coniata da un nostro vecchio amico, e indica la percentuale di debito emesso dal paese i in una valuta non sua - e quindi non ridenominabile, e quindi soggetto a rivalutazione se il paese i svaluta).

Come si legge questa tabella? Semplice. Se un paese ha un debito estero non ridenominabile pari al 115.2% del Pil, una "large devaluation" che comporti una svalutazione reale poniamo del 20% causa una perdita di Pil (dovuta alla bancarotta degli operatori esposti in valuta estera) pari a 0.2 x (-0.148) = -0.0296 = -2.96%. Si perdono quasi tre punti di Pil nel primo anno (poi le cose si aggiustano).

L'Italia come sta messa?

Benino. Sempre secondo Nordvig (a p. 46) la nostra esposizione (lorda) in contratti non ridenominabili è intorno al 49% del Pil. In questo senso siamo il paese europeo che sta meglio, dopo la Germania:



Tuttavia Céspedes ci avverte che gli effetti recessivi di una svalutazione si fanno sentire oltre la soglia del 35.9% di esposizione, e noi, col nostro 49%, siamo appunto oltre. Volendo stimare per eccesso l'impatto di una svalutazione reale sul Pil italiano, dovremmo considerare nella Table 9 l'elasticità corrispondente a una esposizione del 54%. Ne risulta che una svalutazione reale del 20% provocherebbe per l'Italia una perdita di Pil pari a 0.20 x (-0.038) = -0.0076 = -0.76% punti di Pil. Insomma: nel primo anno l'economia si contrarrebbe, ma non di una cifra enorme: circa lo 0.8% del Pil. Poi riprenderebbe a crescere.

Un calo di questo ordine di grandezza, per liberarsi dal cappio dell'euro, potrebbe essere più che accettabile, considerando che siamo sopravvissuti (purtroppo non tutti) a una perdita cumulata di Pil pari a oltre dieci volte tanto negli ultimi sette anni! Ma naturalmente c'è un problema, che vi immaginate anche voi. Gli effetti sono tanto più piccoli, quanto più il paese è sano. Se prima della svalutazione il paese ha sperimentato una crisi bancaria, le cose vanno molto meno bene. Questo ce lo dice la Table 8 di Céspedes:


La vedete la variabile "Banking crisis(-1)"? Bene. Se l'anno prima c'è stata una crisi bancaria, bisogna sottrarre un altro -0.014 alla crescita nell'anno della svalutazione. Unito a quanto abbiamo visto, diciamo che fa una cosa tipo il -2.2% del Pil, cioè, ai livelli attuali, per dirla come la direbbe un giornalista, 600 euro a testa a ogni italiano, dei quali il 63%, pari a 378 euro a testa, sono quello 1.4% che ci costerà in più l'inevitabile svalutazione, per aver aspettato, prima di farla, che si verificasse l'inevitabile crisi bancaria.

Per carità, sono dati annuali.

Diciamo che è il famoso caffè al giorno che dovreste offrire a me, e invece offrite a Boccia (che in effetti è un po' nervosetto, ultimamente: forse avrà letto questa intervista?).

Il punto però credo lo abbiate capito. Siamo in mano a dilettanti che comprano tempo. E il problema è che lo comprano coi soldi nostri.

Amen.




La parabola della Brexit

(...carissimi, mi spiace se state a ròta. Capite bene che l'accelerazione degli avvenimenti mi impone altre priorità rispetto a quelle di gratificare il vostro io. Se volete leggere, da leggere ne avete tanto. Se lo aveste fatto, non vorreste farlo più, perché vi annoiereste, come mi annoio io, a registrare nei fatti un monotono, eterno 2+2=4. Almeno fosse ancora rivoluzionario! Macché! Siamo diventati mainstream, come lamentava non so più quale gazzettiere tempo addietro. Non c'è più nemmeno la soddisfazione di distinguersi dalla massa - fatti salvi alcuni casi patologici che chi frequenta Twitter conosce e che non vale la pena di segnalare a chi non lo frequenta. Non annoto più nemmeno i QED: sapete farlo da voi. Voglio però parlarvi della parabola della Brexit. Non è una storia molto lunga...)




La parabola della Brexit: e(t) = -0.0007 t2 + 0.0266 t + 1.1212.





(...chi l'ha capita è ingegnere. Per chi non l'ha capita, domani c'è la spiegazione sul Fatto Quotidiano...)

(... sentire Draghi dire roba simile! Lui! Lui inserito dal Tesoro americano nella lista dei manipolatori di moneta per aver attaccato l'euro dove voleva la Merkel! Lui che svalutando la valuta di una zona in surplus - l'eurozona - ha compiuto un gesto scorretto e aggressivo al quale tutti i maggiori partner mondiali hanno dovuto in qualche modo reagire, a partire dalla Cina! Lui che, non eletto da nessuno, si permette di dire "Temiamo le reazioni dei paesi che provino a correggere ciò che loro vedono come un tasso di cambio errato"! E perché mai un paese non dovrebbe desiderare di correggere una propria variabile macroeconomica, se la ritiene errata? Cosa vuoi fare, Mario? Vuoi decidere tu, che so, quale deve essere il salario reale dell'Indonesia? Quale deve essere il saldo delle partite correnti dell'Iran? Quale dev'essere il tasso di inflazione della Nigeria? E allora vai, caro, vai: prendi una piroga, un brigantino, una caravella, e vai a dirgli cosa ne pensi. Ma si può parlare così? Il più colossale manipolatore di valute della storia economica recente che se la prende con chi sta semplicemente reagendo alla sua sleale provocazione! Basta, devo smettere di scrivere: se uso troppi punti esclamativi Rockapasso mi cazzia. Ma dico: come si fa a mantenere la calma di fronte ad amenità simili? Veramente: il bue - castrato dalla Merkel - che dice cornuto al purosangue inglese - che in realtà è canadese...)

venerdì 1 luglio 2016

Per maggior chiarezza

Io: "Giulia, ma se hai un problema devi dirmelo! Magari babbo può aiutarti a risolverlo...".

Uga: "Sì, babbo. La prossima volta che avrò un problema ti chiederò aiuto, se ci sarai."







(...e pija sti spicci, come dice uno che se ne intende...)

(...ovviamente persiste la sospensione dei commenti, che qui sono superflui...)