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giovedì 26 febbraio 2015

L'iceberg è sempre più vicino

di Stefano Fassina


In queste settimane si definisce il senso della vittoria di Syriza alle elezioni politiche del 25 gennaio scorso in Grecia: o il governo Tsipras può contribuire, insieme ai partner dell’euro-zona, a rianimare le democrazie europee attraverso un compromesso di svolta, oppure in Grecia si conferma l’impraticabilità della democrazia sostanziale e l’impossibilità della sinistra nel giogo mercantilista della moneta unica.

La scelta politica sul tavolo dell’Eurogruppo, nell’agenda del Consiglio dei capi di stato e di governo a Bruxelles e nei parlamenti delle capitali di alcuni paesi (tra cui la Germania) deve poggiare su dati di realtà. I governi europei, i parlamenti, i partiti, il dibattito sui media e le opinioni pubbliche devono aprirsi a un’operazione di verità. Avrebbero dovuto farlo subito dopo il risultato delle elezioni europee. In particolare, un’operazione verità l’avrebbe dovuta promuovere il governo italiano all’avvio della presidenza di turno a luglio scorso. Invece, si è cercato di minimizzare e tornare al business as usual. Un piano di investimenti largamente virtuale (“smoke and mirrors”, secondo l’europeista ortodosso Daniel Gros del CERP). Un’interpretazione flessibile delle regole di bilancio pubblico per disinnescare il fiscal compact, comunque inapplicabile ma raccontata come una grande conquista o una grande concessione.

Le verità da affrontare sono due. Innanzitutto, una amara verità specifica: i programmi della Troika hanno avuto come obiettivo prioritario il salvataggio dei creditori della Grecia, non l’aggiustamento dell’economia greca o, come ripete la propaganda dei primi della classe o dei penultimi, il finanziamento delle baby pensioni o degli stipendi dei fannulloni impiegati pubblici

(continua qui)

Grexit (2)



Lo giorno se n'andava, e l'aere bruno
toglieva li animai che sono in terra
da le fatiche loro; e io sol uno

m'apparecchiava a sostener la guerra
sì del cammino e sì de la pietate,
che ritrarrà la mente che non erra.

O muse, o alto ingegno, or m'aiutate;
o mente che scrivesti ciò ch'io vidi,
qui si parrà la tua nobilitate.




...which means (for Europe-impaired readers):





Daylight was going, and the dusky air
was now releasing from their weary toil
all living things on earth; and I alone

was making ready to sustain the war
both of the road and of the sympathy,
which my unerring memory will relate.

O Muses, O high Genius, help me now!
O Memory, that wrotest what I saw,
herewith shall thy nobility appear!












































(...la mia Uga! Quanta fatica per farle fare una vita normale...

"Babbo?"

"Sì?"

"Ma scusa: tu sei un professore, ma sei anche un musicista e anche uno scrittore?"

"Sì, e sono anche un babbo."

"Ah."

"E sai qual è il lavoro che preferisco di più?"

"Il babbo?"

"Sì, anche se non mi pagano."
 
Se vi capita, un giorno, spiegateglielo.

"Babbo?"

"Sì, amore?"

"Ma tu tieni il tuo libro sul comodino!?"

"Sì."

"Ma perché lo rileggi, se lo hai scritto tu?"

"Be', non leggo solo quello, ma per dirtela tutta mi piace come scrivo."

"Ma il libro è stampato!" 

In effetti, se fosse stato manoscritto non avrebbe avuto lo stesso successo. Solo lui scriveva in modo sufficientemente chiaro. Poi le ripetizioni di francese (non esattamente la sua lingua preferita):

"Uga, qu'est-ce que c'est?"

"..."

"Qu'est-ce que c'est que ça?"

"Ma che vuol dire?"

"Vuol dire: benvenuta nel tuo incubo peggiore!"

"No, non vuol dire questo."

 "Va bene, andiamoci a vedere Looney Tunes back in action."

Perché se da un lato è giusto provarci, dall'altro è anche saggio capire quand'è che una donna ti ha dato il due di picche...

Ecco: provarci è giusto. In vita mia non l'ho mai fatto. Ora mi tocca farlo. State con me. Si sono spente le luci, e c'è silenzio in sala...)

mercoledì 25 febbraio 2015

Le conseguenze economiche della Grecia

(pubblico con il titolo originale l'articolo che è apparso oggi su Project Syndicate, scritto a quattro mani con tre amici di a/simmetrie: Brigitte Granville, Antoni Soy e Peter Oppenheimer - nel nostro canale Youtube trovate i loro interventi. Lo stimolo iniziale è venuto da Peter, io mi sono letto bene lo Statuto del Fondo - la versione originale era molto più densa di riferimenti, ve la proporrò in un secondo momento, ed eccoci qua, a leggere una settimana dopo quello che avevamo scritto due settimane prima! Fa parte delle regole del gioco: i blog più autorevoli sono subissati di richieste, e quindi il tempo passa. Naturalmente Peter, da buon oxoniense, aveva scelto il titolo come ideale contrappunto a quello scelto da un noto cantabrigense. Ringrazio Project Syndicate e in particolare Damen Dowse per avermi rapidamente accordato il permesso di ripostare l'articolo. Divertitevi...)


Original version: The economic opportunity of Greece's exit.
We gratefully acknowledge Project Syndicate's permission to post the translated version.




Il primo articolo del Trattato di Roma – il documento che nel 1957 pose le basi di quella che sarebbe poi diventata l’Unione Europea – invoca la necessità di “porre le fondamenta di una unione sempre più stretta fra i popoli europei.” In tempi recenti tuttavia questo ideale è posto a rischio, danneggiato dalle stesse élite politiche che lo hanno propugnato, le quali hanno adottato una valuta comune trascurando completamente le faglie sottostanti.

Oggi queste crepe sono portate alla luce – e allargate – dalla crisi greca, apparentemente senza via di uscita, e il punto nel quale sono più evidenti è la relazione fra Grecia e Fondo Monetario Internazionale (FMI).

Quando la crisi dell’euro esplose nel 2010, i funzionari europei si accorsero di non avere le competenze necessarie per gestire la minaccia di default sovrani e la potenziale rottura dell’Unione Monetaria. Per i funzionari dell’UE, evitare il collasso dell’Eurozona divenne il primo imperativo politico, e quindi si rivolsero al Fmi in cerca di aiuto. Le irregolarità nell’intervento del Fondo attestano quanto fossero seri – e tuttora lo siano – i problemi europei.

Per cominciare, gli Articles of Agreement (statuto) del FMI richiedono che il Fondo interagisco solo con entità pienamente responsabili per l’aiuto ricevuto: “il Tesoro, la Banca centrali, un Fondo di stabilizzazione, o un simile ente fiscale” di un paese membro. Ma le istituzioni con le quali il FMI sta trattando nell’Eurozona non sono più responsabili della gestione macroeconomica dei rispettivi paesi: questo potere, ora, è in mano alla Banca Centrale Europea (BCE). Prestando alla Grecia, è come se il Fondo avesse prestato a un’entità sub-nazionale, come una provincia o un comune, senza richiedere garanzie di restituzione dei fondi dalle autorità nazionali.

Un altro problema è il rilevante ordine di grandezza dell’intervento del Fondo. Le dimensioni del debito greco richiedevano prestiti su una scala di gran lunga superiore a quella che altri paesi potevano aspettarsi. All’“accesso eccezionale” alle risorse del FMI assicurato nel 2010 alla Grecia era stato posto un “limite cumulativo pari al 600%” della sua quota presso il Fondo, quota che misura il coinvolgimento finanziario di un paese presso il FMI. Ma nell’aprile del 2013 il finanziamento cumulato aveva raggiunto il 3212% della quota greca presso il FMI.

Il FMI ha dovuto esporsi in modo così massiccio a causa del rifiuto iniziale dell’Europa di prendere in considerazione abbuoni del debito greco, motivato dalla paura delle autorità europee che il contagio finanziario avrebbe travolto la rete di protezione del sistema bancario europeo. Questa decisione ha provocato incertezza circa la capacità dell’unione monetaria di risolvere la crisi e ha aggravato la contrazione del prodotto in Grecia. Quando, nel 2012, si è finalmente raggiunto un accordo per la ristrutturazione del debito, esso forniva ai creditori privato l’opportunità di ridurre le proprie esposizioni scaricando i loro crediti residui sui contribuenti.

Inizialmente, la posizione ufficiale del FMI era che il debito greco fosse sostenibile. Ma lo staff del Fondo sapeva che le cose non stavano così. Nel 2013, il Fondo ha ammesso chi i suoi analisti erano a conoscenza del fatto che il debito greco non era sostenibile, ma avevano deciso di andare avanti col programma “because of the fear that spillovers from Greece would threaten the euro area and the global economy.” (per paura che il contagio dalla Grecia minacciasse la zona euro e l’economia globale).

Inoltre, dal novembre 2010 all’aprile 2013 il FMI ha rivisto al ribasso del 27% le sue previsioni sul valore che il PIL nominale greco avrebbe assunto nel 2014. Ciò solleva qualche dubbio sulla trasparenza e l’affidabilità delle proiezioni di sostenibilità del debito emesse dal Fondo. Ne deriva una conseguenza sconcertante: il FMI era incapace di fornire un quadro di riferimento credibile per l’aggiustamento che la Grecia avrebbe dovuto portare a termine.

Questo quadro fornisce elementi cruciali per i negoziati in corso (al momento della scrittura dell’articolo, NdA), perché rivela che lo scopo del salvataggio della Grecia non era quello di ripristinare la prosperità dei suoi abitanti, ma quello di salvare l’Eurozona. Ciò posto, il nuovo governo greco ha assolutamente ragione nel rimettere in questione i termini degli accorsi precedenti.

Gli accordi presi dalle amministrazioni precedenti ridurranno certamente le opzioni politiche a disposizione del nuovo governo, soprattutto per quanto riguarda la riduzione del debito, che richiederebbe un default unilaterale e la secessione dall’Eurozona. Ma un governo democraticamente eletto non deve necessariamente essere vincolato dagli impegni dei propri predecessori, e ciò è doppiamente vero sull’onda di un’elezione che in effetti è stato un referendum su quegli impegni.

Gli ultimatum emessi da istituzioni non elette, e che hanno compromesso la propria legittimità, hanno infiammato sentimenti anti-UE in tutto il continente. Il peggiore esito possibile dei negoziati in corso sarebbe la sottomissione della Grecia alle domande dei propri creditori, con poche concessioni in cambio (NdA: l’articolo è stato accettato per la pubblicazione il 13 febbraio, una settimana prima che le cose andassero come temevamo...). Questo risultato alimenterebbe il sostegno dell’elettorato a partiti e movimenti anti-UE ovunque, ed equivarrebbe a un’opportunità mancata per la Grecia e per l’Europa.

Questa opportunità è il default e l’uscita dall’Eurozona, che permetterebbe alla Grecia di cominciare a correggere gli errori passati e a mettere la sua economia su un percorso di ripresa e di crescita sostenibile. A quel punto, la UE dovrebbe saggiamente comportarsi di conseguenza, smantellando l’unione monetaria e garantendo riduzioni del debito alle economie più depresse. Solo allora gli ideali sui quali l’UE è stata fondata potranno essere realizzati.








(...bene: ora o si fa l'Europa, smontando l'euro, o si muore. Iscrivetevi a ProSyn, commentate, condividete sul vostro Facebook l'articolo originale e condividete via Twitter l'articolo originale. Devono sapere che siamo tanti, questo renderà più spedita la pubblicazione dei prossimi contributi. Originale, chiaro? Cioè versione inglese. Anche se la condividete con chi non la capisce. Poi gli condividete anche la traduzione. Che siamo tanti devono saperlo loro...)

Fassina



1 Erant autem appropinquantes ei omnes publicani et peccatores, ut audirent illum.

2 Et murmurabant pharisaei et scribae dicentes: “ Hic peccatores recipit et manducat cum illis ”.

3 Et ait ad illos parabolam istam dicens:

4 “ Quis ex vobis homo, qui habet centum oves et si perdiderit unam ex illis, nonne dimittit nonaginta novem in deserto et vadit ad illam, quae perierat, donec inveniat illam?

5 Et cum invenerit eam, imponit in umeros suos gaudens

6 et veniens domum convocat amicos et vicinos dicens illis: “Congratulamini mihi, quia inveni ovem meam, quae perierat”.

7 Dico vobis: Ita gaudium erit in caelo super uno peccatore paenitentiam agente quam super nonaginta novem iustis, qui non indigent paenitentia.

Lc 15, 1-7



Bagnai #cambiaverso. Dopo tre anni passati a essere contento di azzeccarci, oggi per la prima volta sono contento di essermi sbagliato (spero). L'intervista rilasciata a una incredula redattrice de La Stampa da Stefano Fassina (la trovate qui) è significativa quanto l'intervista rilasciata al Foglio, commentata qui.

Il messaggio "gggiornalistico" è che la Grecia dovrebbe uscire dall'euro, ma per questo basterebbe la nostra commentatrice di riferimento, alla quale infatti mi sono pregiato di sottoporre immediatamente la brillante sintesi della redattrice: "forse l'unica via di uscita è uscire". Sono cose che noi sappiamo e che come vi ho sempre detto certamente erano in qualche modo ormai chiare anche all'on. Fassina (che sicuramente ha avuto più fiducia di noi nelle buone intenzioni del progetto europeo, ma che sicuramente condivide oggi la nostra totale sfiducia sui risultati). Va da sé che questa è ancora oggi una bestemmia in cattedrale, nei suoi ambienti, e mi immagino quante ne starà passando (esorterei a esprimere solidarietà: per il resto ci sarà tempo).

Noi che siamo dentro al dibattito da tempo, che il dibattito lo abbiamo costruito, che al dibattito abbiamo dato il lessico, che nel dibattito abbiamo portato i temi, siamo però in grado di apprezzare più dello scoop i dettagli, che, come sempre, sono quello che fa la delizia dell'intenditore. Siccome alcuni di voi ogni tanto dormono, ed altri sono arrivati da poco, vorrei dirvi al volo due cose che mi hanno colpito.

La colpa non è della Germagna
La prima è nell'intervista sul Foglio, e non ha colpito solo me. In quella intervista Fassina chiarisce che il problema non è la "Germagna tanta cattiva e tanta invidiosa". Il problema è un po' più strutturato: sono le regole, la costituzione economica materiale che l'Europa si è data, a rendere oggettivamente impossibile la permanenza della Grecia nell'euro. E voi, dopo aver invocato la dottoressa Arcazzo, direte: "Vabbè, ma questo è gesuitismo: queste regole chi le ha fatte?". Queste regole "sono il risultato di equilibri politici ben precisi" (leggi: le ha fatte la Germania a sua immagine e somiglianza), e questo lo dice anche Fassina. Ma la sfumatura che vorrei apprezzaste è che nell'evidenziare il problema dell'incompatibilità sostanziale dell'euro con l'esercizio della democrazia nei suoi paesi membri, Fassina non prende la strada semplicistica ma pericolosa di dare la colpa all'egoismo tedesco. Ve ne ricordate? Era il febbraio del 2013 quando vedevo chiaramente profilarsi questa prospettiva, e ve la raccontavo ne "Il trotzkista e il liberista", proponendola scherzosamente all'on. Fassina come via di fuga per salvare le penne.

In effetti, era assolutamente ovvio che i "padri nobili" avrebbero messo le cose così: "l'euro è buono e santo perché ve lo abbiamo imposto noi, che siamo i buoni. Quindi se non funziona, ci dispiace, ma la colpa non è nostra (vedi alla voce: noi siamo quelli buoni), ma della Germania, che invece è cattiva".

Nice try, immediatamente tradotto in pratica dal più protervo dei loro scellerati aedi:

Sotto la sua fronte inutilmente spaziosa Zucconi non afferra che proporre la Germania come un nemico non è esattamente europeismo: ma non possiamo chiedere logica aristotelica a chi  manifesta una così profonda solidarietà per le sciagure del popolo greco:



Del resto, ho visto anche altri intellettuali non arrivarci, in altre circostanze (ma siccome le porte erano chiuse, non ve lo posso dire).

Fassina invece, contrariamente a quanto mi aspettavo due anni fa, a differenza del grottesco Zucconi e dello sconcertante Salvati, capisce che fomentare sentimenti antitedeschi è stupido e pericoloso, non solo perché significa imboccare un tunnel in fondo al quale c'è la luce degli spezzoni incendiari, ma anche perché, nel più breve periodo:


1) offusca il fatto che anche i proletari tedeschi se la stanno passando male (fatto che va sempre sottolineato, sovvertendo il mito dell'operaio Volkswagen che guadagna 12000 euro al minuto, del quale ci siamo occupati più volte);

2) mette in una luce antieuropea quella che in effetti è una battaglia per la vera Europa: noi non siamo nemici della Germania: siamo nemici di un modo irrazionale di gestire la globalizzazione, che sta distruggendo, fra l'altro, anche l'Europa.


Il primo punto è particolarmente importante, perché se non lo si ribadisce, il sindacato, che in questi giorni, massacrato e sbeffeggiato da Renzi, sembra in qualche sua articolazione voler reagire, non arriverà mai a capire come stanno le cose e si impantanerà. A mio avviso, come sapete, i sindacati sono stati per trent'anni la prima troika: se non hanno tradito, certo non sono stati molto accorti, e quindi quando Renzi li schiaffeggia, o quando si schiaffeggiano fra loro (lo squallido Cremaschi), sinceramente godo. Ma è Schadenfreude: certo, con altri sindacati, meno "europeisti", anch'io, come voi, avrei un altro stipendio! Tuttavia, per trovare una via di uscita democratica dalla situazione nella quale siamo una chance bisogna darla anche a loro. Ora che Renzi li ha riavvicinati alla durezza del vivere, bisognerà pure che qualcuno li faccia riflettere sul fatto che in un sistema costruito per generare crisi, i proletari perdono ovunque, anche nei paesi "vincitori", quelli che "rivalutano". E bisognerà, però, che loro capiscano, questa volta, dov'è il nemico di classe. Se non capiscono che il problema è l'euro (ora che glielo dice Fassina), faranno la fine del compagno Tsipras: quella di chi, in politica, fa promesse che non può mantenere.

Se non ha tante televisioni a ripeterele con lui, dura poco...



Ci vuole molto a vedere questa semplice regolarità? Chiamiamola la regola dei cinque anni, volete?

1979 Entrata nello SME -> 1984 decreti di S. Valentino
1987 Entrata nello SME credibile -> 1992 abolizione scala mobile; 1993 accordi di luglio
2010 crisi debiti sovrani -> 2015 Jobs Act

Cinque anni dopo ogni giro di vite (l'ultimo non valutario, ma fiscale, a valle però di squilibri che come ormai tutti sappiamo sono di origine valutaria, e di un sistema valutario che rende quello fiscale - cioè l'austerità - l'unico aggiustamento possibile) i diritti dei lavoratori vengono compressi. E non c'entra nulla, ma proprio nulla, la svalutazione: le crisi sono sempre precedute da un periodo di rivalutazione reale determinata dalla rigidità del cambio flessibile. Non sono state quindi le svalutazioni di per sé, ma le crisi innescate dalla rigidità del cambio e gestite con la logica della shock economy (FATE PRESTO!) a favorire la compressione dei diritti dei lavoratori nei paesi del Sud e del Nord, nei paesi "vinti" e in quelli "vincitori". Leggere lo scontro in chiave nazionalistica (come scontro fra paesi, anziché fra interessi sociali contrapposti) porta ad invertire la causa con l'effetto. La dimensione "Italia-Germania 4 a 3" offusca, come vi ho detto più volte, la dimensione di conflitto distributivo, di conflitto fra capitale e lavoro. È quindi un'ottima cosa e un segno di grande accortezza che Fassina non imbocchi la spiegazione "calcistica" delle dinamiche in atto, ma dia una valutazione più ampia e meno polarizzata sui risentimenti nazionalistici.

È la direzione giusta per coinvolgere nel dibattito interlocutori dei quali, nonostante in passato ne abbiano sinceramente fatte di ogni, oggi abbiamo bisogno...

Basta euro? No: basta cazzate!
Un altro passo in questa direzione sarebbe quello di smetterla con le scemenze. Faccio un solo esempio: ancora oggi abbiamo persone che in Italia producono studi tendenziosi volti ad affermare in modo metodologicamente scorretto la tesi di Michele Boldrin e di Giampaolo Galli, ovvero che la caduta della quota salari in Italia sia stata determinata dalle svalutazioni. Oltre a confondere la causa con l'effetto, questi studi, come abbiamo visto, perdono di vista il punto che anche nei paesi "rivalutatori" la quota salari è diminuita, e spesso anche di più. Il danno che simili ricostruzioni fantasiose fanno alla possibilità di aggregare un consenso politico ampio attorno a ipotesi di evoluzione del sistema monetario non deve essere sottovalutato. Uscire dalla dimensione "Italia Germania 4 a 3" non basta: bisogna anche fornire informazioni corrette sulle dinamiche macroeconomiche, mettere le parti sociali e gli individui in grado di apprezzare in modo corretto cosa hanno da perdere e da guadagnare nei vari scenari, evitando gli "l'ho detto prima io, l'ho detto più a sinistra io" che fatalmente comportano, per il desiderio di rivendicare originalità (desiderio che qui non abbiamo) il rischio di distorcere i fatti. È del tutto ovvio che finché a sinistra si mente sul significato e conseguenze degli aggiustamenti di cambio, finché si taccia di "ingenuità" chi denuncia un sistema monetario a misura di anni '80 per quello che è (un dinosauro politico ed economico, tutto regole fisse e distintivo), finché pur di non dire "abbiamo sbagliato" ci si balocca con l'illusoria e, quella sì, ingenua idea che un altro euro sarebbe stato possibile, o addirittura si farnetica che lo sarebbe oggi, nelle attuali condizioni di lacerazione politica, il sindacato aderirà toto corde all'idea che il potere di acquisto dei lavoratori sia difeso da una Banca centrale indipendente che scongiura l'inflazzzzzzione (idea molto di sinistra, come qui sappiamo, e soprattutto molto funzionale agli interessi del sindacato stesso)!

Fassina, per fortuna e finalmente, affronta anche questo tema, il tema del #bastacazzate, in termini generali:

"Quelli che mettono in evidenza le conseguenze catastrofiche dell'uscita dall'euro devono rendersi conto (probabilmente lo sanno e non lo dicono) che la rotta sulla quale siamo porta al naufragio" (a 8:48).

Chiaro?

Era ora!

Era ora che gli "intellettuali" di sinistra sappiano che esiste un pezzo del PD che sembra (non mi sbilancio) non voler più sostenere analisi distorte e artefatte alla Oscar Giannino: "la svalutazione abbatte i salari, la svalutazione distrugge i risparmi...". Valutazioni che oltre ad esagerare in senso terroristico e scollato da teoria economica ed esperienze storiche gli effetti di una uscita, si rifiutano sempre di soppesarle rispetto al costo della permanenza. E questo costo è il naufragio.

Questa presa di posizione, se mantenuta per un tempo sufficientemente lungo, riuscirà a risolvere il nostro principale problema: quello di spezzare quel circolo vizioso per cui se da un lato i politici non riescono a prendere posizioni critiche all'interno, per mancanza di intellettuali d'area che abbiano detto alcuni semplici verità, d'altra parte, all'esterno, gli "intellettuali" d'area, sotto concorso, non esprimono queste semplici verità perché temono di non avere copertura politica all'interno del partito di maggioranza relativa.

Bene, gentili colleghi: Fassina è giovane, e l'euro salterà.

Ora fatevi i vostri cazzo di conti, e cominciate a dire anche voi, come faccio io, quello che è scritto nei nostri libri.

Un unico suggerimento, se posso.

Quando ho cominciato, nel 2011, ho detto con molta onestà di essere l'ultimo, e questa sincerità è stata il segreto (palese) del mio successo: i colti hanno apprezzato la mia erudizione, e i semplici la mia verità. Certo che se voi arrivate nel 2015 a pretendere di essere i primi vi prenderete una bella salva di pernacchie, ma questo, vi assicuro, non dipenderà da me. Basta che sse sbrigamo, però...




Addendum delle 8:00, 25 febbraio 2015: 

Vorrei anche esortare gli spernacchiatori a non esagerare, e cercherò di dare un esempio.

Certo, per lunghi anni, ogni singolo giorno, in ogni singolo dibattito, siamo stati derisi per aver affermato quanto era nei libri di testi, vilipesi per aver mostrato amore per il nostro paese, calunniati per aver manifestato interesse per i nostri simili. Siamo stati chiamati passatisti, fascisti, leghisti, comunisti, a seconda del momento e dell'interlocutore. Ancora oggi, nell'entourage di Fassina, ci sono simpatici colleghi che ricorrendo a metafore più o meno fantasiose cercano in ogni e qualsiasi modo di delegittimarmi dandomi a parole coperte del leghista (tre anni fa mi avrebbero dato del grillino, salvo poi prodursi in megaendorsement dell'ultima ora per il vincitore del momento). Lo sappiamo. Abbiamo patito per amore di giustizia, non per sete di vendetta (anche se qualche puntino sulle "i" verrà messo, non da noi: dalla SStoria).

Ma le parole di Fassina sembrano (non voglio allargarmi) indicare che questo giochetto non attacca, e del resto nel suo intervento Fassina è esplicito: "a un certo punto c'è il buon senso oltre la politica... non è più un problema di destra o sinistra è un problema di prendere atto, e ormai lo fanno innumerevoli economisti, anche quelli più manstream, più ortodossi: uno come Zingales, quasi due anni fa, ha scritto un libro prospettando anche per l'Italia, e non solo per la Grecia, l'insostenibilità della moneta unica" (6:02).

Una non troppo velata manifestazione di fastidio (che condivido appieno) verso la sterile querelle sull'uscita da destra o da sinistra, animando la quale alcuni gentili colleghi, come ho fatto notare spesso e come finalmente fa notare un referente politico importante, hanno ottenuto come unico risultato quello di farsi sorpassare a sinistra da Zingales!

Perché, vedete, il discorso dell'uscita da sinistra ha tre pecche, che poi sono le pecche dell'eurismo, e sono pecche che in politica rischiano di essere fatali (e Fassina su quell'arena combatte).

La prima è che per farlo devi mentire, presentando i dati in modo reticente o usandoli in modo inappropriato (ma su questo interverrò io): come sempre, se per difendere una tesi devi fare il gioco delle tre carte, dovrebbe essere chiaro che sotto c'è qualcosa che non va, e nel mondo di Internet le bugie hanno le gambe diversamente lunghe.

La seconda è che la tesi è contraddittoria in senso logico. Se ti preoccupi di andare asini-stra una volta usciti, stai affermando che andare a sinistra senza uscire non è possibile, che bisogna uscire in ogni modo, perché dentro non c'è sinistra, e non c'è sinistra perché non c'è democrazia. Questo argomento, espresso due anni fa con grande lucidità da Marino Badiale quando il suo blog non era ancora diventato, per motivi che non so spiegarmi, una cloaca, oggi viene chiaramente espresso da Fassina e, se pure con una scellerata sfumatura antigermanica, perfino da Salvati. Quindi, come dire: "chi esce da sinistra isola politicamente se stesso, digli di continuare...". E infatti se certi atteggiamenti mi danno fastidio, non è certo per risentimento personale (se potessimo provarne non camperemmo), ma perché oggettivamente, fino a quando chi li porta avanti non si sarà autoestinto, essi rischiano di inquinare il dialogo col sindacato, come vi ho detto sopra.

La terza è che la tesi è contraddittoria in senso politico. I vari "manifesti", gli accorati appelli che abbiamo visto ripetersi uguali e sempre più stantii lungo gli anni, condividevano tutti un enorme errore politico. Nel loro proporre l'uscita sempre e solo come una minaccia, e quindi come un qualcosa da scongiurare, nel loro indicare la sinistra come la parte che stava facendo il possibile per salvare il salvabile, magari facendo cambiare verso alla Germania col ditino puntato, questi appelli mettevano la sinistra in un vicolo cieco, affermando che fosse suo dovere continuare a proporre una cosa che non aveva alcuna possibilità di verificarsi (un altro euro), salvo poi, nel momento in cui a tutti diventasse finalmente chiaro che era impossibile e che bisognava cambiare strada, mantenere il diritto, per grazia divina, di spiegare alla destra e all'universo mondo come percorrere la strada dell'uscita, indicata fino al momento prima come assolutamente impraticabile.


Chiaro il paradosso, no?

"Io sono di sinistra, quindi sono buono e non sono come Bagnai che è leopardo (leghista-gattopardo), allora io ti dico che bisogna lottare per difendere l'euro a tutti i costi perché non difenderlo è di destra, ma naturalmente se l'euro fosse impossibile non possiamo lasciare il dopo alle destre, e quindi io, che non ho studiato i percorsi di uscita, mi arrogo il diritto (di vino, nel senso dell'osteria) di farti uscire come dico io, che (come al solito, da Padoa Schioppa in giù, passando per Prodi e Monti) so quello che bisogna fare!"

Fico, no?

Bene: le poche  ma sentite parole di Fassina sono (o meglio: potranno diventare) la sconfitta politica di quella che D'Attorre chiama "la sinistra del dover essere".

Dove questa sinistra porti l'ho spiegato mille volte, l'ultima volta ieri con riferimento alla vicenda di Tsipras: se neghi il problema, ti inibisci la soluzione. Inutile piagnucolare che arrivano le destre se ogni volta che un politico non di sinistra (forse) come Salvini intercetta un problema grosso come un macigno (che sia l'euro, l'immigrazione o l'accanimento fiscale) il tuo unico argomento è "non possiamo inseguire Salvini sul suo terreno". Quel terreno, Cristo!, è la vita degli italiani che non hanno le chiappe al caldo, e che per lo più ormai votano astensione proprio perché si sono stracciati i maròni (ve lo dico da leghista) di certi tatticismi da assemblea liceale anni '70. Vogliamo catturare con la nostra purezza etnica marziana il 2% che ancora sta appresso ar Nutella, o vogliamo rivolgerci pragmaticamente al 60% che ormai non crede più a nessuno, perché nessuno gli si presenta in modo credibile? E "rivolgersi pragmaticamente" non significa "adottare le soluzioni di Salvini": significa riconoscere come problemi quelli che tali sono.

Forse comincio a farmi capire, e se è così sarà un gran bene.

Così come Tsipras ha fallito all'Eurogruppo, perché affermando di voler difendere l'euro si è presentato privo di un credibile piano B, alla stessa stregua oggi rischia di fallire, e di far fallire la sinistra, chi avendo difeso tanto a lungo l'euro rappresenta in modo distorto le conseguenze delle dinamiche valutarie sulla politica dei redditi. Se passi anni ad agitare lo spettro dell'inflazzzzzione che nemmeno Giannino, poi come ci vai da Landini a spiegargli quello che c'è da fare?

D'altra parte il vero snodo della lotta contro l'euro, cioè della lotta per la democrazia, è un altro: l'indipendenza della Banca centrale. Chi fornisce una rappresentazione priva di supporto empirico del pass-through (il trasferimento della svalutazione sui prezzi interni) si iscrive di diritto nel partito degli odiatori dell'inflazione, cioè dei rentier, ai quali non pare vero che ci sia chi d'asini-stra porti acqua al loro Mulino, contribuendo ad affermare l'idea cara ai rentier e al Partito di Destra (PD) che la politica dei redditi la debba fare una Bce "indipendente ma de sinistra" che "controlli i prezzi controllando la moneta".

Il keynesismo tutto moneta esogena e spesa pubblica che va di moda al Sud a questo porta, e quindi fa un po' pena concettualmente, prima che politicamente. Quando vedi keynesiani rispolverare in coro con Francesco Lippi (noto trotzkista) la critica di Lucas per contestare quello che ormai perfino Zingales afferma, capisci che viviamo in tempi troppo interessanti: c'è bisogno, finalmente, di normalità (questa era per i tecnici ma presto ve la spiego).

Spero che le parole di Fassina diventino la pietra tombale di questi strani mostri coi quali abbiano dovuto convivere troppo a lungo. Ora però c'è bisogno di tutti: lasciamoci quindi dietro le spalle le querelle nelle quali perdono tutti (altro ammonimento di Fassina da prendere in considerazione), e non ragioniamo in termini di "carro del vincitore".

In particolare, ricordo sommessamente che non c'è mai stato un carro di Bagnai, perché non ci sono mai state teorie di Bagnai, e che se il carro di Bagnai ci fosse stato sarebbe stato una biga, quindi, come dire, solo posti in piedi, e solo uno!

Non saprei come altro dirvi che la politica non mi interessa!

Mi interessa, e dovrebbe interessare tutti noi, che la faccia sul serio, aprendo alternative, scrollandosi di dosso il torpore del pensiero unico, chi ha deciso di farla come scelta di vita. Oggi qualche speranza in più l'abbiamo. Prepariamoci a girare pagina... anche se, oggettivamente, è un po' presto per dire in che verso!