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sabato 25 giugno 2016

La semplice macroeconomia del Brexit

(...l'affetto degli umili. L'orgoglio del loro riscatto. "Professore, io lo dicevo che questa cosa non funzionava, ma tutti me pijavano pe' mmatto. Io je dicevo: 'Ma vieni a véde, ce sta uno in televisione che queste cose te le spiega, guarda qui!' Ma nun me staveno a sentì. Grazie, professore". Questo ai corpi di guardia, al trucco, in taxi, in studio. Con loro mi sono fatto la famosa #fotocolguru, perché loro lo meritavano. Poi, naturalmente, ci sono gli illustri colleghi di storia. Ma a che ti serve studiare storia, se poi ti metti dalla parte sbagliata della storia? Del resto sia Fisher che Keynes insegnavano economia, ma uno solo divenne ricco. Non è un problema di settore scientifico-disciplinare. E ci sarebbe anche quel piccolo problemino: la storia la insegnano in pochi, e la fanno in pochissimi. Tutti gli altri votano. #ciaone!...)

(...anche in ambito accademico sono sempre meno i gggiovani che hanno paura di stringermi la mano. E questo è un segno...)

(...questa è la settimana dei QED, ma li celebreremo nel giorno del Signore. Ora vi dico due cosette al volo: 15 minuti per mettere a fuoco un punto semplice, ma essenziale...)

Sto leggendo lo studio di Matthes e Busch del quale vi parlo oggi sul Fatto Quotidiano. Nascondo, per innata pudicizia, l'inverecondo orgasmo intellettuale (altro che i tassi che schizzano!) che provo nel vedere i volenterosi carnefici degli scenari disapprovare i modelli mainstream (GGE, DSGE, VAR) e forward-looking solo perché non dicono quello che secondo loro dovrebbero dire. Potranno condividerlo con me, dopo essersi procurati un megarotolo di Scottex intellettuale, solo i colleghi del SEX, pardon: SECS-P/05.

(...anzi: potrebbero. Purtroppo loro sono i più ideologizzati, quelli che "Bagnai non fa scienza quindi l'aula per il seminario non te la do", ma lasciamo perdere...)

Peraltro, la loro linea di attacco nel ritrattare la modellistica in cui hanno sempre creduto è, a grandi linee, che ci sarebbero problemi politici dei quali i modelli non tengono conto, la lunghezza dei negoziati, le ritorsioni della Germagna. Nel pezzo di oggi parlo anche di questo. Potrei evocare il concetto di minaccia non credibile e di subgame perfect equilibrium, così, per rassicurare il povero Ricchiardo (una prece). Mi limito a dire che da chiacchierate fatte con amici di Bruxelles sono emerse cose che la lettura di Majone lasciava comunque intuire. In pratica, da quando l'iniziativa Brexit è partita (di fatto, dal termine del negoziato con Cameron), la DG-ECFIN ha sospeso qualsiasi analisi di scenario, qualsiasi studio di un possibile piano B. La retorica è sempre la solita: "abbiamo solo un piano A, and this is it". In realtà, questa retorica non risponde solo all'esigenza (pure vitale) di convincere se stessi che quanto si sta facendo è la cosa giusta (e quindi chi se ne frega se la gente muore). Oltre a questo problema esistenziale c'è un problema organizzativo: in una organizzazione mastodontica, la probabilità che un piano B rimanga segreto (cioè la probabilità che tutti stiano zitti) si calcola applicando il teorema delle probabilità composte: moltiplica che ti moltiplica, da funzionario a ricercatore, da ricercatore a caposervizio, da caposervizio a vicedirettore, ecc., ti avvicini di molto a zero. Ora, siccome il semplice sapere che un piano B ci fosse (indipendentemente da quale fosse) avrebbe dato un segnale politico, l'unico modo per non far sapere che un piano c'era, in questa come in altre circostanze, era non prepararlo.

E questa storia contiene una lezione cruciale, che chiarisce perché il progetto di megastato europeo è delirante e antistorico. Dato che i contingency plans (vedete oggi come parlo forbito?), cioè, appunto, i piani B, hanno un ovvio valore politico e devono essere tenuti segreti, perché svelarli creerebbe problemi di time consistency (oh, come godo a perculare i miei cosiddetti colleghi...), e dato che la probabilità di mantenerli segreti è inversamente proporzionale alle dimensioni dell'organizzazione che li produce, ne consegue che solo organizzazioni sufficientemente piccole potranno dotarsi di contingency plans. Di converso, organizzazioni mastodontiche sono condannate ad arrivare impreparate agli appuntamenti con la SStoria. Questa osservazione fa il paio con quella di Alesina, secondo cui gli stati piccoli sono dotati di maggiore capacità decisionale perché è più facile per loro costruire un consenso politico. Ne consegue che nel mondo della globalizzazione, dove un piano B in tasca fa sempre comodo (la Brexit lo dimostra), e dove è opportuno decidere in fretta, stati piccoli sopravvivono meglio di imperi giganteschi.

Mettiamola così: se sei una preda e arriva un predatore, un buon contingency plan è nascondersi. Secondo voi, ci riesce meglio un topo o uno gnu? Chi si fa gnu il leone se lo mangia, e questa è la storia dell'UE.

A pagina 6 dello studio di Matthes e Busch trovo la perla della quale volevo parlarvi. Gli autori sostengono che "the country would lose free access to the Internal Market of the EU if no other agreement were concluded". Intanto li rassicuro: da Bruxelles mi dicono che la Commissione non intende avere un atteggiamento confrontational. Faranno ponti d'oro alla Gran Bretagna, in particolare ponti d'oro nero, proponendole una soluzione "norvegese": accesso allo Spazio Economico Europeo, e via andare. In parte questo è il risultato della mancanza di piano B, e in parte della permanenza di un residuo di buon senso.

Il downside (per loro) è che ora sappiamo che pitbull che abbaia non morde.






















































HAI CAPITO, PIER CARLO?



























































Bene.

Ma supponiamo invece che la Gran Bretagna venga isolata dalla Germagna, che le proporrebbe faticose trattative lunghe ben cinque anni (dicono i bene informati, i quali evidentemente non hanno mai sentito parlare di Doha Round...). I poveri inglesi dovrebbero quindi elaborare il lutto di non essere più legati all'Eurozona (che è magna pars di quel che resta dell'UE).

Ora, facciamo un ragionamento semplicissimo, da Econ102 (settore disciplinare SECS-P/01 o P/02), partendo dalla solita premessa: che l'economia del Brexit è banale e poco interessante (molto più interessante la politica, come la prima parte di questo post spero dimostri). Ragioniamo cioè in termini di commercio internazionale. Mi dite voi che interesse può avere un paese come la Gran Bretagna a stringere legami commerciali con un'area che appena arriva una crisi:

1) è costretta a tagliare la propria domanda interna (praticando politiche di austerità, cioè di svalutazione interna) per ripristinare i rapporti di competitività interni, e così facendo però si priva nell'aggregato di risorse per comprare i beni altrui (e quindi anche quelli tedeschi);

2) grazie a questa politica delirante manda regolarmente in dissesto le proprie finanze, il che rende la valuta del proprio vicino (la sterlina) un bene rifugio, costringendola ad apprezzarsi (perché tutti comprano gilt) nel momento in cui avrebbe magari bisogno di cedere anche lei (perché dollaro, euro e yen hanno ingaggiato una race to the bottom), compromettendo ulteriormente l'equilibrio esterno inglese?

Sì, avete capito bene: quando arriva una crisi, sia l'effetto reddito (distruzione della domanda dell'Eurozona) che l'effetto prezzo relativo (apprezzamento del cambio reale inglese, dovuto all'apprezzamento del cambio nominale della sterlina e alla inevitabile deflazione nell'area euro) penalizzano il commercio britannico, che accusa pesantemente il colpo. Ai gazzettieri propagandisti mostro questo disegnino, che tanto non capiscono (tranquilli, Upton Sinclair non aveva capito nulla: la maggior parte di essi non lo capisce aggratise...):


Chiaro il concetto?

Ah, sì, per quelli che si sono svegliati adesso, ovviamente questo è il rapporto saldo partite correnti/Pil della Gran Bretagna (studiate prima di aprire bocca, cazzo, altrimenti diventate complici dei delinquenti che vi stanno massacrando: ogni minuto che mi sottraete per rispiegarvi l'ovvio è un minuto che regalate a quei criminali e ai loro corifei...). Il punto in evidenza è il 2011, inizio delle politiche di austerità, che, come vedete, inverte la tendenza provocata dalla svalutazione fra 2008 e 2009 (descritta nel Tramonto dell'euro, presto in edizione economica), e condanna la Gran Bretagna e un pesantissimo deficit, cioè a essere acquirente di ultima istanza delle nostre merci.

Se la sterlina è ai minimi storici (cosa che non è vera rispetto all'euro, peraltro: ma su questo i gazzettieri equivocano, perché gli pesa tanto scrivere gli undici caratteri: "sul dollaro"), questo dipende dal fatto che il saldo delle partite correnti britannico è ai minimi storici. Questo minimo storico è sempre legato alle deliranti dinamiche monetarie del resto dell'Europa (guardate un po' dov'è l'altro minimo?).

E se la Germania non farà ritorsioni, è per il motivo che potrete vedere alla figura 2.3 dello studio di Matthes e Busch, i quali, evidentemente, nei loro studi mettono disegnini dei quali però non sono esattamente in grado di cogliere la portata politica.

Bene: ribadito che questo non è il motivo principale per il quale è stata votata la Brexit, confermo anche che in termini puramente razionali questo avrebbe dovuto essere il motivo per il quale la Gran Bretagna si sarebbe dovuta sganciare. Nel mare della globalizzazione non ha alcun senso legarsi mani e piedi a un peso morto simile. Anzi! La scelta razionale sarebbe starsene fuori, e invocare la clausola della valuta scarsa del Fmi, o l'ordinamento del Wto, per applicare dazi difensivi contro la Germania (visto che comunque la sterlina rimarrebbe, come rimarrà, un bene rifugio, soggetto pertanto a apprezzamento in caso di crisi, cioè a un andamento prociclico del cambio).

Ma queste cose, in tutto questo porco mondo di cialtroni, di colleghi che credono ai propri modelli solo se dicono quello che gli è stato detto di dire, di gazzettieri che non hanno capito che è finita la pacchia, queste cose, in tutto il globo, potete leggerle solo qui. Sono troppo semplici perché i miei colleghi ci si sporchino le mani, e troppo complesse perché i gazzettieri le capiscano. Ma questi ultimi, lo abbiamo visto per tutta lagiornata di ieri, sono colti, hanno fatto er classico, mica sono straccioni come gli incauti elettori britannici. Saranno quindi in grado di leggere queste parole:


πρῶτον οὖν τοῦτο θεωρητέον, ὅτι τὰ τοιαῦτα πέφυκεν ὑπ᾽ ἐνδείας καὶ ὑπερβολῆς φθείρεσθαι, δεῖ γὰρ ὑπὲρ τῶν ἀφανῶν τοῖς φανεροῖς μαρτυρίοις χρῆσθαι ὥσπερ ἐπὶ τῆς ἰσχύος καὶ τῆς ὑγιείας ὁρῶμεν: τά τε γὰρ ὑπερβάλλοντα γυμνάσια καὶ τὰ ἐλλείποντα φθείρει τὴν ἰσχύν, ὁμοίως δὲ καὶ τὰ ποτὰ καὶ τὰ σιτία πλείω καὶ ἐλάττω γινόμενα φθείρει τὴν ὑγίειαν, τὰ δὲ σύμμετρα καὶ ποιεῖ καὶ αὔξει καὶ σῴζει. οὕτως οὖν καὶ ἐπὶ σωφροσύνης καὶ ἀνδρείας ἔχει καὶ τῶν ἄλλων ἀρετῶν.

(...ma non di capirle, e questa sarà la loro fine...)

(...questo è il momento di spingere. Due cose: [1] estrema cautela nel linguaggio; [2] contribuite ad a/simmetrie. Se qui trovate queste semplici verità, è perché c'è uno staff che mi sostiene. Se non ci fosse, voi sareste al buio, prede inconsapevoli del cetriolo globale. Inutile scrivermi lettere lacrimevoli se poi non vi frugate le vostre cazzo di tasche. Non è vero che non avete un euro al giorno da darmi: lo date a chi vi mente perché la verità ve l'offro gratis. Non fatemi pensare che questo sia un errore: un secondo dopo spegnerei la luce, e il cetriolo globale troverebbe la sua strada dentro di voi...)

venerdì 24 giugno 2016

A British requiem


(...which is neither British, nor a Requiem...)

(...linea editoriale della giornata: [1] oggi Obama è veramente nero; [2] ora vediamo er Rotella cosa fa: come al solito la Germania si è messa in una situazione nella quale può solo perdere - vedi alla voce "il problema è la democrazia"; [3] un abbraccio a Pier Carlo che ora ha un'ottima scusa per buttarla in caciara; [4] io continuerò a bere whisky; [5] la Gran Bretagna ha trovato un modo molto scaltro di fare una cosa di cui aveva bisogno - svalutare - senza nemmeno stampare un penny in più (anche se sulla svalutazione ho dei dubbi: presto si capirà che la sterlina è bene rifugio ora più di prima); [6] ci toccherà andare in televisione più spesso; [7] con il Remain vinceva Cameron e perdeva la sinistra, con il Leave perde Cameron e perde la sinistra; [8] sarò sempre grato all'euro di avermi fatto conoscere uomini come Claudio Borghi e Mentana: quest'ultimo ha dato prova di grandissima professionalità, imparzialità, e resilienza ai sassi e dardi dell'avversa fortuna, mi dicono, che poi è quello che tutti ci aspettavamo dal nostro Federico. Io ne ero tanto sicuro che ci ho dormito benissimo sopra...)

(...e ora inizia la staffetta: il testimone lo prendo io, e ci vediamo a Uno Mattina dalle 7:30, poi da Pancani con Andrea Romano [chi?]...)

(...al #goofy5 il promotore del referendum per l'uscita della Finlandia. Just so you know...)


Improbabile

...non vuol dire impossibile. 

martedì 21 giugno 2016

Consigli di lettura

(...da... bè, da chi si capisce, no? Lo stile è inconfondibile! Insomma: da lui ricevo questo consiglio di lettura, che immediatamente condivido con voi. Non siamo qui solo per fare o per divulgare scienza. Siamo qui anche per condividere esperienze di vita. Enjoy...)


Vengo dalla Cechia dove si è svolto il quarto convegno partito dai margini della comunità scientifica. Tante volte ti ho pensato …

1) Quanto costa noleggiare una Golf per una settimana a Praga?

2) Di quanto crescono i salari cinesi rispetto a quelli di Taiwan? (courtesy il collega dell’Accademia delle Scienze di Pechino).

3) Dopo aver presentato Hans Maier (uno dei maggiori matematici della nuova generazione) gli ho spiegato cosa sta facendo il suo governo. Mi ha guardato piuttosto strano. Non hanno capito niente. Non vogliono capire niente.

4) Ma mi sono consolato leggendo la Arendt in “Eichmann in Jerusalem”: nella sua pacatezza e linearità un libro terribile. Terribile.


E’ già successo. Succederà. 

Per questo non ci assumono al FMI come Fassina: non siamo abbastanza ottimisti.


(...è già successo. Succederà. Il nostro unico vantaggio è quello di sapere chi dobbiamo ringraziare...)

lunedì 20 giugno 2016

La filosofia nei luoghi del silenzio (15-17 luglio)

Suscita in me un moto di umana pietà la reazione di certi gazzettieri i quali, avendo per anni soffocato la voce del buon senso, tentano ora di screditarla accusandoci di violenza, solo perché per farci sentire siamo costretti a urlare, violentando, eventualmente, solo la nostra natura. Abbiamo visto che non succede solo qui: è una tendenza internazionale, pare, è l'ultimo sussulto della bestia della Menzogna, tanto più pericolosa perché ferita dal dardo della storia. Se semplicemente questi individui avessero obbedito alla deontologia della loro triste professione, l'unica a uscire più infamata della mia dalle devastanti vicende della crisi, e avessero accordato nel dibattito pari dignità a tutte le posizioni (facendo già una forzatura, poiché la verità scientifica in realtà era dov'è sempre stata e dove sempre sarà: dalla nostra parte, ed è quindi solo a noi, e non alle varie Vanne Marchi dell'euro, che avrebbero dovuto dare spazio), non sarebbe stato necessario adottare toni tanto incisivi (la cui incisività, peraltro, era dettata semplicemente dall'urgenza di scongiurare tutte le sciagure che noi, come avete visto, prevedevamo, e delle quali chi ha soffocato la nostra voce reca intera la responsabilità professionale e politica).

Non è la prima volta che un messaggio di buon senso, cioè, in definitiva, di umanità, deve essere urlato. Temo che i gazzettieri senza tetto né legge né Dio non abbiano mai sentito queste parole:

sicut scriptum est in Esaia propheta ecce mitto angelum meum ante faciem tuam qui praeparabit viam tuam vox clamantis in deserto parate viam Domini rectas facite semitas eius.

Uno dovrebbe chiedersi: ma perché bisogna urlare l'ovvio?

Evidentemente la necessità di urlare (invano?) l'ovvio fa parte della nostra eredità culturale, come ne fanno parte, appunto, le parole che ci suggeriscono di amare il nostro prossimo (che non è il nostro distante).

Perché chi vuole fare il bene non sogna, ma opera, cominciando, sempre, qui e ora.

Poi ci sono i farisei.

Poveri gazzettieri! L'evento sul quale richiamo ora la vostra attenzione non rende facile la loro operazione di spin. Mi riferisco alle giornate di studio su:




che si svolgeranno all'Eremo di Montecastello, situato a Tignale sul Garda (in provincia di Brescia), da venerdì 15 luglio a giovedì 21 luglio.

La presentazione del corso avrà luogo venerdì 15 luglio, in serata, una volta raggiunto l'eremo.

Terrò poi tre lezioni, nelle giornate di sabato 16 luglio e domenica 17 luglio:

Sabato 16 luglio, 9:30-11:30: Disuguaglianza e povertà: tendenze globali e sviluppi locali.

Sabato 16 luglio, 16:30-18:30: Terza globalizzazione e ciclo della disuguaglianza.

Domenica 17 luglio, 9:30-11:30: Globalizzazione e dottrina della Chiesa: riflessioni di un economista.

Il corso proseguirà poi con l'intervento di padre Marco Tommaso Reali, e l'intero programma lo trovate qui. Sabato, alle 21, suonerò con Musica Perduta un programma di musica dell'oratorio di S. Filippo Neri, con brani tratti dal nostro primo disco. Saranno con me Mauro Borgioni (sul cui cosmopolitismo mi sento di rassicurare i gazzettieri) e il violoncellista neoborbonico, Renato Criscuolo (lui, sì, un pericoloso nazionalista)!

Cosa io abbia da dire lo sapete, credo, e in parte l'ho scritto in uno dei miei lavori in corso di pubblicazione:

Bagnai, A. (2016) “Austerità, democrazia e dottrina della Chiesa: riflessioni su una crisi evitabile”, cap. 4 in Lucchese, V. (a cura di), Quale Europa? Crisi economica e partecipazione democratica, Todi: Tau editrice, pp. 71-119. 

Tuttavia, se vorrete venire, sarà un'occasione per stare un po' insieme in un posto meraviglioso, in alto, in solitudine, lontano dal rumore dei gazzettieri.

Rimangono alcuni posti. Dettaglio venale (ma determinante, perché siamo in crisi, e se non lo fossimo non ci saremmo mai conosciuti): la pensione completa per i due giorni (che naturalmente comprende la partecipazione a tutti gli eventi che vi ho descritto) vi costerebbe 246 euro in camera singola e 216 euro in camera doppia.

E ora lascio ai gazzettieri l'arduo compito di travestire da pericoloso nazionalista xenofobo uno studioso che dialoga coi teologi, che si preoccupa della crescente ingiustizia sociale, e che legge Frescobaldi dalle intavolature. Certo, loro, che hanno una proiezione internazionale, al polveroso Frescobaldi preferiscono il rutilante Springsteen: born in the USE. Eppure, come potrò meglio illustrarvi se vorrete venire, i tempi di Frescobaldi erano così simili a quelli che siamo chiamati a vivere! Mentre gli USE non hanno un presente né avranno un futuro, fra l'altro anche perché proprio chi ce li propone in realtà ha messo nero su bianco che non li vuole...

Ma questa semplice verità tecnico-giuridica esula, evidentemente, dall'orizzonte mentale particolarmente angusto dei gazzettieri, ai quali, come dicevo, va tutta la mia umana pietà: che spettacolo orribile quello di chi fa attivamente il male per cecità!

Ma potrebbe l'uomo fare il male sapendo di farlo? Ci sarebbe quel problemino dell'immagine e somiglianza... Questa però non è una domanda da fare a me, perché io non sono un teologo, quindi...

Ci vediamo all'eremo.


(...la mia vita è già abbastanza complicata: in questo evento io intervengo, non organizzo. Le informazioni organizzative chiedetele agli organizzatori, i quali avendo organizzato sanno come sono organizzati. Chiaro?...)

domenica 19 giugno 2016

Sechiular staghgnieiscion (the unpleasant Keynesian arithmetic of secular stagnation)

Oggi desidero parlarvi di un tema che si intreccia per vari fili alle vicende della cronaca recente, nonostante il nome con il quale è stato introdotto nel dibattito alluda a dinamiche di lunghissimo periodo, remote dalle contingenze del quotidiano.

Mi riferisco alla cosiddetta stagnazione cosiddetta secolare.

Non mi interessa in questa sede affrontare il merito o il demerito teorico delle argomentazioni di chi propone questa tesi (noto solo che visibilmente si sta arrampicando sugli specchi), quanto descrivere i dati, fare qualche semplice esercizio aritmetico, e soprattutto evidenziare due punti politicamente rilevanti.

Il primo è facilmente desumibile dal post precedente. Dopo aver avallato, in totale subalternità alla Bce, un programma economico il cui fondamento era sconfessato dalla stessa Bce ancor prima che Monti cominciasse ad applicarlo (spettacolo!), un programma cioè che era destinato a fallire rispetto all'obiettivo dichiarato (la crescita) secondo le stesse analisi di chi ce lo imponeva, ecco che a Melisenda Mascetti, attonita nel contemplare il desolante spettacolo del campo di macerie che questo programma inevitabilmente ha prodotto, non resta altro che appellarsi a un fatto esogeno: l'arrivo (da dietro) del sottohoho Giovannone, aka secular stagnation.

Il secondo punto ha a che vedere con l'argomento secondo il quale "sì, l'euro è stata una scelta sbagliata, ma non possiamo correggerla perché ci sarebbero conseguenze sistemiche". Insomma: l'euro sarebbe TBTF (too big too fail). Con la "f" di fuck, ovviamente. Argomento prediletto dai piddini di fascia "alta" (quelli informati, come il nostro amico dombas), il quale, come tutti i loro argomenti, è una spada a doppio taglio (che loro, per non sbagliare, impugnano dalla lama).

I dati
Allora, cominciamo dai dati, che vengono da qui (per chi vuole divertirsi).

Questo è l'andamento del Pil mondiale per grandi paesi o macroregioni:



e queste sono le quote dei paesi/macroregioni sul Pil mondiale:


Solo su questi due grafici ci sarebbero da fare altri 1400 post, ma non voglio abusare della vostra pazienza. Notate alcune cose che sapete: la stagnazione del Giappone a partire dalla fine degli anni '80, dopo gli accordi del Plaza (che poi è il motivo per il quale Krugman preconizzò che l'Eurozona sarebbe diventata giapponese); molto evidente (anche perché in giallo: scelta di Excel!) l'espansione della Cina; molto evidente anche la stagnazione dell'Eurozona dall'inizio della crisi e la relativa compressione della sua quota di mercato.

Nota bene: vi esorterei a rifuggire da interpretazioni causali affrettate, del tipo "l'Eurozona s'è ristretta perché la Cina si è allargata". Sarebbe così, come ci siamo detti mille volte, se il mondo fosse una torta di formato predefinito, dove chi allarga la propria fetta lo fa necessariamente a scapito di quella altrui. Ma la fetta cinese si è allargata perché hanno prodotto di più, non perché ci hanno "rubato" quanto producevamo, e così, forse, anche la nostra fetta potrebbe essersi ristretta perché potremmo (uso il condizionale) esserci dati delle regole che ci strangolano. Sono solo ipotesi, per ora, e, come vedremo, non è facile valutarle nemmeno partendo dai dati (mentre è facilissimo farlo partendo dalle ideologie: ma per questo ci sono i demagoghi dalle mille verità in tasca, quelli per i quali l'euro ci protegge).

Possiamo analizzare in dettaglio l'andamento delle quote dei due attori principali: Stati Uniti ed Eurozona:


Se vi conosco, credo che vi aspettaste un tuffo catastrofico in seguito alla crisi. Ma ovviamente non può essere così, e perché? Ma per il semplice motivo che se un'area che è fra un quinto e un quarto dell'economia mondiale va a picco, il totale mondiale si restringe anche lui, o comunque cresce di meno, e quindi il rapporto fra il Pil dell'area considerata e quello globale non va drammaticamente a fondo (perché si riducono sia numeratore che denominatore). Qui una cosa è chiara: la tendenza per noi è decrescente (il che significa che cresciamo meno della media mondiale), e lo è più o meno dalla fine degli anni '70 (diciamo, dall'inizio della terza globalizzazione). Altro dettaglio: si vede che negli ultimi tempi le cose progressicamente peggiorano, e che dopo un periodo di relativa stabilità, fra 1997 e 2001, in cui la quota del Pil dell'eurozona sul totale mondiale è stabile, dal 2002 inizia un declino piuttosto marcato, che precede la crisi, e che non accelera con essa (contrariamente a quanto ci si potrebbe aspettare).

Qui ci sarebbe, certo, molto da studiare, ma i primi due elementi salienti che mi vengono in mente rispetto a quel periodo sono le riforme Hartz (cioè la sterzata deflazionistica impressa dalla Germania a proprio beneficio), e, per altri versi, l'entrata della Cina nel WTO. Quest'ultima però non sembra affliggere particolarmente gli Usa, che erano più interconnessi di noi alla Cina. Credo quindi che anche con noi c'entri meno di quanto comunemente si vuol far credere.

In ogni caso, andiamo a vedere come si è evoluto nel tempo il contributo dell'Eurozona alla crescita dell'economia mondiale. Il metodo lo abbiamo descritto qui, parlando del contributo (inesistente) della Germania alla crescita europea.

Vi fornisco intanto qualche statistica descrittiva, partendo dai tassi di crescita reale:


Cominciando dall'ultima colonna, negli anni '60 il mondo cresceva al 5.5%, con Giappone, Europa (qui rappresentata dai paesi che poi sarebbero entrati nell'Eurozona, quindi esclusa in particolare la Gran Bretagna), e resto del mondo (ROW) più veloci degli Usa: rispettivamente, 10.4%, 5.8%, 4.8% e 4.7%. Come sapete, non c'è nulla di strano: è la convergenza, bellezza! Sì, proprio quella cosa ignorata dai cialtroni che pubblicano grafici come questi!

La crescita mondiale poi si smorza in modo più o meno monotòno (altra cosa che "er modello" tutto sommato prevede). La Cina, quando può (cioè dalla fine degli anni '70) comincia a convergere pure lei, con una fiammata di crescita al 10% che naturalmente compensa il rallentamento dei paesi "avanzati".

La tabella vi propone anche due scomposizioni per sottoperiodi. La prima considera il periodo precedente alla terza globalizzazione (1960-79), poi quello precedente all'avvio dell'unione monetaria (1980-1997), e infine il periodo dell'unione monetaria (1997-2014; do per scontato che voi sappiate perché scelgo il 1997 come anno d'inizio). La seconda suddivide ulteriormente la storia dell'Unione Economica e Monetaria, dal 1997 al 2001, dal 2002 (riforme Hartz) al 2008 (inizio della crisi), e poi dal 2009 all'ultimo dato disponibile (crisi). Non entro nel commento di ogni dato, se non per notare che nel periodo della crisi l'unica zona afflitta da crescita negativa è quella che ha adottato la moneta che porta la pace e la prosperità (l'euro). I motivi vi sono noti, quindi sorvolo.

Naturalmente, a questi scarti fra tassi di crescita corrispondono evoluzioni delle quote di mercato delle singole aree sul Pil globale, che vedete riassunte qui:


Qui parto, col vostro permesso, dal basso: nell'ultima sezione si vede come l'Eurozona sia quella che ha subito la perdita più pesante di quota di mercato: meno cinque punti fra 1997 e 2014, a un tasso sostanzialmente costante (quello che avevamo visto nell'ultimo grafico). Negli anni '90 l'Eurozona era ancora un quarto dell'economia mondiale (il 25%), mentre ora è un quinto (il 20%). Gli Stati Uniti hanno tenuto botta (dal 27% al 26% in media di decennio).

Ora vorrei analizzare con voi il contributo della crescita dell'Eurozona alla crescita mondiale. Il contributo di una parte alla crescita (o alla recessione) del tutto dipende da due elementi: quanto è rapida la crescita (o la decrescita) della parte, e qual è la sua quota rispetto al totale.

Vi è mai capitato di sentirvi dire da una donna (o da me): "Mi sono messa a dieta ma mi sono dimagriti solo i lobi delle orecchie?" Capite bene che siccome i lobi dell'orecchio, se va bene, saranno uno 0.01% del peso totale, il fatto che essi si riducano poniamo del 30% non fornisce un risultato apprezzabile...

Ora, con l'Eurozona le cose stanno esattamente all'opposto. L'Eurozona è un pezzo piuttosto grosso dell'economia mondiale: era un quarto, resta comunque un quinto nonostante un paio di decenni di supremazia germanica. Quindi quello che le succede influisce sulla crescita totale. Vi propongo prima di esaminare cosa è successo, e poi di studiare un paio di controfattuali (cioè: cosa sarebbe potuto succedere se fossimo stati meno autolesionisti). I dati sono incontrovertibili. Le simulazioni hanno i loro limiti: evidenzierò quelli di cui sono consapevole, e ovviamente chi sapesse fare di meglio è bene accetto.

Partiamo dai dati, che sono questi:


Spiegazione: negli anni '60 il mondo cresceva in media di cinque punti percentuali all'anno, dei quali uno attribuibile agli Usa, due all'Eurozona, uno al Giappone, e due al resto del mondo (il contributo della Cina era virtualmente nullo). A beneficio dei sadici anali feticisti del decimale, in fondo al post riporto la tabella senza arrotondare all'intero più vicino: è meno leggibile, ma perché privare di questa innocente perversione i nostri cortesi lettori?

Notate un paio di cosette: il contributo dell'Eurozona alla crescita mondiale va a zero sostanzialmente in questo secolo (era ancora pari a un punto nel periodo 1997-2001, quindi prima facie dovremmo concludere che il cambio fisso da solo non è bastato a castrarci); il contributo del Giappone va a zero prima, negli anni '70, ma anche questo non ci stupisce, perché nonostante una dinamica di crescita a quei tempi pari alla nostra (il 4.1% in media annuale), la quota del Giappone era circa la metà di quella dell'Eurozona: insomma, il contributo a livello mondiale del Giappone appare solo se cresce almeno a due cifre, come succedeva negli anni '60; la Cina invece all'inizio era talmente piccola, in termini di valore aggiunto, da non contribuire significativamente nemmeno quando cresceva a due cifre, come ha fatto sostanzialmente dagli anni '80 in poi (negli anni '80 la media è solo 9.8%, ma ci siamo capiti...).

La cosa più interessante è però analizzare il contributo percentuale delle singole aree alla crescita totale. Ovvero: fatta 100 la crescita del mondo, le singole aree per quanto hanno contribuito?

La risposta è qui:


Negli anni '60 e '70 l'Eurozona (capiamoci: l'area che poi sarebbe diventata l'Eurozona: se lo fosse già stata le cose sarebbero state diverse!), l'Eurozona, dicevo, dava un contributo alla crescita mondiale superiore a quello di Stati Uniti e Giappone. Circa il 28% della crescita economica del mondo era spiegato dalla futura Eurozona (un terzo, per capirci). Questo contributo crolla dall'inizio di questo secolo (passando al 12% nel primo decennio e al 5% nel decennio attuale). Più precisamente, l'Eurozona, che aveva contribuito per il 28% alla crescita mondiale fra 1960 e 1979, contribuisce per solo il 19% fra 1980 e 1997, e poi per il 12% fra 1997 e 2014. Tuttavia, questo 12% è il risultato di andamenti piuttosto diversificati nel tempo. Fra 1997 e 2001 l'Eurozona ha una performance non così disprezzabile, e vicina ai risultato storici, contribuendo al 22% della crescita mondiale (contro il 20% registrato negli anni '80). Poi, fra le riforme Hartz e lo scoppio della crisi, il contributo scende di quasi 10 punti, al 13%. Dallo scoppio della crisi, diventa negativo: -2%.

Questo è quello che intendevo quando dicevo che l'Europa stava diventando il buco nero della domanda mondiale (un paio di anni fa). Come avrebbe detto Berlusconi: noi stiamo remando contro.

Le tesi sulla sechiular staghgnieiscion vanno valutate against this backdrop, cioè tenendo conto di questo fatto statistico (il suicidio dell'Eurozona), e considerando il dato politico che questo suicidio non è dovuto a una grande moria delle vacche (la tesi preferita dalla stampa di regime, e da Melisenda Mascetti), ma al fatto di esserci dati delle regole economiche per cui l'unico meccanismo di aggiustamento che ci rimane rispetto a shock macroeconomici globali è tagliarci i redditi (che quindi calano), come abbiamo spiegato e rispiegato (qui una spiegazione a prova di idiota, almeno nelle intenzioni). Detto in altre parole, non ha alcun senso invocare la secular stagnation come spiegazione di quanto ci sta accadendo se prima non teniamo conto dell'impatto che la deliberata distruzione di domanda (cioè di redditi da spendere) da parte dei politici dell'Eurozona ha avuto sull'economia globale. Se, al netto di questa distruzione di domanda, assistessimo a un effettivo rallentamento del mondo, allora potremmo parlare di "secular stagnation" (o di grande moria delle vacche, o whatever...). Ma se non teniamo conto di (i fighi dicono: controlliamo per) questo evento, allora dobbiamo applicare il rasoio di Occam. Dichiarare che il reddito del mondo cala per motivi esoterici quando un quarto del mondo si è amputato per propria decisione il reddito in effetti è moltiplicare le spiegazioni praeter necessitatem.

Chiaro?

Questa valutazione può essere effettuata in diversi modi, più o meno sofisticati, e necessita comunque di un modello, con tutti i limiti metodologici del caso. D'altra parte, anche ignorare l'esistenza del problema che l'Eurozona pone al mondo presenta dei limiti, e non solo astrattamente metodologici: anche concretamente politici.

Vi propongo due esercizietti fatti al volo (o più esattamente: in volo. Il primo l'ho fatto andando a Parigi e il secondo tornando da Barcellona).

Il primo controfattuale
Nel primo controfattuale verifico dove saremmo oggi se l'Eurozona avesse reagito dopo la crisi del 2008 come reagì dopo la crisi del 1992. Vi ricordo che anche in quelle circostanze ci fu una crisi a settembre (nel 1992 la crisi dello Sme, nel 2008 la crisi Lehman), seguita da un anno di recessione (nel 1993 fu il -0.6%, nel 2009 il -4.5%). Nei cinque anni successivi al 1994, però, l'Eurozona crebbe al 2.45%. Viceversa, fra 2010 e 2014 la crescita media è stata dello 0.6%. Il perché lo sappiamo: a causa delle politiche di austerità rese necessarie dall'euro. La simulazione che vi propongo è meramente aritmetica, e risponde alla domanda: dove saremmo oggi (noi, e il mondo), se l'Eurozona avesse reagito alla crisi del 2008 come reagì a quella del 1992? Cioè: se nei cinque anni successivi all'ultima recessione la crescita dell'Eurozona fosse stata pari a quella sperimentata dopo la penultima?

Va da sé che questo esperimento ha degli ovvi limiti metodologici: intanto, anche nel 1992 era partito un impulso recessivo dagli Stati Uniti, ma era stato di proporzioni molto inferiori rispetto allo shock del 2009 ((-0.1% nel 1991 contro -2.7% nel 2009). Non c'era stata una crisi finanziaria globale, i mercati erano meno interconnessi, viceversa c'era uno stress finanziario locale determinato dalla necessità di finanziare la felice riunificazione tedesca, ecc. Questo significa che ipotizzare una ripresa con valori del tasso di crescita simili a quelli sperimentati storicamente è probabilmente esagerato: anche senza le politiche suicide di austerità, probabilmente oggi saremmo cresciuti un po' di meno. D'altra parte, se questa ipotesi distorce i risultati al rialzo (nel senso che esagera l'impatto recessivo sull'economia mondiale della nostra mancata crescita), il fatto di condurre un esperimento puramente aritmetico, in cui si modifica solo il sentiero di crescita europeo, senza tener conto del fatto che l'economia europea è un volano per l'economia mondiale (perché una nostra maggiore crescita avrebbe significato maggior domanda di beni, e quindi maggiori redditi, nel resto del mondo), distorce i risultati al ribasso.

In ogni caso, il risultato sarebbe stato questo (espresso come scarto del controfattuale dallo scenario storico):


Vi presento i risultati "tagliati" per decenni, perché lo "shock" (la maggior crescita europea rispetto allo scenario storico) viene analizzato a partire dal 2010 (primo anno dopo la recessione). Ovviamente in tutti i decenni precedenti lo scostamento del controfattuale dallo storico è nullo. Nel decennio in cui viene applicato lo shock, cioè, rectius, nel quinquennio fra il 2010 e il 2014 (fino a dove arrivano i dati), risulta che se l'Eurozona fosse cresciuta allo stesso ritmo sperimentato nel quinquennio 1994-1998 avrebbe avuto 1.8 punti percentuali di crescita in più, e il mondo 0.4 punti di crescita in più (arrivando a una crescita del 3.2%, pari a quella degli anni '80, o del periodo 2002-2008). Tutto questo senza considerare gli spillover (come dicono i fichi) sulle altre economie.

Già! Questo 0.4, come vedete, riporterebbe le lancette della crescita indietro di un trentennio, cioè a un periodo nel quale né a Melisenda, né tantomeno a Larry, sarebbe mai venuto in mente di parlare di sechiular staghgnieiscion.

Chiaro, no, perché mi girano?

Altri due controfattuali (col modello globale)
Bene: ora facciamo un altro esperimento. In questo caso, utilizzo il modello dell'economia mondiale che ho costruito per il mio studio sugli squilibri globali. Sì, mi rendo conto che fa pensare a questa cosa qui:


ma in realtà è una cosa molto meno seria: è solo il risultato di un percorso di ricerca iniziato con il modello dell'Unione Europea, proseguito aggiungendo un modello degli Stati Uniti, e infine un modello della Cina.

#cosedilavoro, come dice quello.

Il modello attualmente è dormiente, per un motivo molto semplice: non abbiamo abbastanza risorse per tenerlo aggiornato, cioè per fare con un minimo di criterio quelle ricerche che nessuno vuole fare (perché "nun se pubblicheno bbene" o semplicemente perché sono contrarie ai desiderata della dominant social force behind the authority), ovvero per rispondere a quelle domande alle quali nessuno vuole rispondere e che quindi nessuno si pone, come ad esempio: "Ma siamo veramente sicuri che sia un problema di stagnazione "secolare", e non il risultato di una scelta politica a caso (l'euro)?". Sul discorso delle risorse però torniamo un'altra volta, se volete: tanto per dire, ho anche un modello dell'India nel cassetto (veramente, ce l'ha Christian), ma se passo le giornate a spiegarvi che 2+2=4 chiaramente anche lui fa la muffa. Eppure sarebbe interessante utilizzarlo...

In ogni caso, il database è aggiornato fino al 2006, e quindi me ne son potuto servire per simulare l'impatto sul tasso di crescita globale di un taglio della spesa nell'Unione Europea considerando un orizzonte di sei anni, dal 2001 al 2006, che corrisponde come durata a quello lungo il quale abbiamo sperimentato l'austerità (dal 2011 al 2016).

Il problema, qui, come in ogni scenario di simulazione (compreso il precedente), è quello di quantificare lo shock. Nel primo controfattuale ho agito direttamente sul tasso di crescita dell'economia europea. Avendo a disposizione un modello che prevede fra le variabili la spesa pubblica europea (diverse voci di spesa, in effetti), posso simulare direttamente l'austerità europea (cioè il taglio della spesa) per vedere come agisce sul tasso di crescita dell'economia europea, e poi, a valle, su quello dell'economia mondiale.

A questo scopo, ho fatto due ipotesi: una, standard, di riduzione della spesa pubblica nominale in proporzione pari all'1% del Pil nominale, e una più ambiziosa, applicando al modello lo scostamento dal trend della spesa pubblica nominale durante gli anni dell'austerità (ve lo spiego meglio dopo). Negli esperimenti di simulazione ho tagliato solo la componente "consumi intermedi" dei consumi collettivi, ovvero gli acquisti di beni e servizi da parte delle amministrazioni pubbliche. Non è una scelta ideologica: è semplicemente che Barcellona e Roma sono piuttosto vicine, quindi non avevo tempo per implementare scenari più complessi e realistici (ad esempio: taglio della spesa per beni e servizi più blocco dei salari pubblici più...).

Veniamo alla prima simulazione (shock standard, riduzione dell'1% della spesa pubblica nominale). L'impatto sul mondo è riassunto da questo grafico:

Nota bene: questi sono scostamenti percentuali delle variabili dal loro livello "non perturbato". Il grafico ci dice quindi che un taglio alla spesa pubblica nominale dell'Unione Europea parì all'1% del Pil europeo riduce il Pil mondiale (linea blu) di circa lo 0.2% (dato compatibile col fatto che l'Europa, nel periodo campionario utilizzato per la simulazione, è pari a circa il 20% del mondo). Per confronto con il discorso fatto finora, vi faccio vedere anche cosa succede in termini di tassi di variazione delle variabili (cioè del Pil reale: GDPV indica il Pil, in inglese GDP, in volume, V, cioè a prezzi costanti, cioè in termini reali):


Per capire come interpretare questi risultati, che sono espressi, appunto, in tassi di variazione, facciamo riferimento al dato mondiale (variabile WLDGDPV, quella tracciata in blu nel grafico), e ricordiamoci due cose, che potrebbero sono normalmente di ostacolo alla comprensione dei risultati anche per i colleghi più esperti (o espertoni):

1) la differenza fra livelli e variazioni;
2) il fatto che i prezzi esistono (e si muovono per riportare il mondo in equilibrio).

Se:

a) abbasso dell'1% la spesa pubblica in Europa,
b) il moltiplicatore non è lontano da uno (per cui anche il Pil europeo scende più o meno dello stesso ammontare)
c) l'Europa è il 20% dell'economia mondiale,

allora il Pil mondiale scenderà dello 0.2%. Ai livelli delle variabili succederà cioè questa cosa qui:


dove la riga "% deviation" è appunto quella rappresentata nella figura "Percent deviation" (non è che ci volesse molto...). Vedete quindi che nell'anno dello shock (qui il 2001) il Pil europeo si contrae dello 0.91%, quello mondiale dello 0.18%, ecc. Questa riduzione dello 0.18% nel primo anno corrisponde a una minore crescita di pari importo (la tabella precedente ha qualche sfasamento dovuto a minimi errori di arrotondamento, e vi indica 0.19% di minore crescita per il mondo). Nel secondo anno (il 2002) lo scostamento in europa tende impercettibilmente a chiudersi: 0.90 invece di 0.91, mentre si propaga alle altre parti del globo (Usa, Cina), e quindi a livello mondiale lo scostamento rispetto al livello aumenta (in valore assoluto) da -0.18 a -0.19. Questo significa una ulteriore minore crescita, ma solo di -0.01 (come vedete dalla tabella precedente).

Ora, con riferimento alla tabella dei tassi di crescita, vedete che dopo sei anni l'impatto complessivo del taglio di un punto di Pil della spesa pubblica europea è negativo per tutte le aree mondiali, con la possibile eccezione degli Stati Uniti, dove la cumulata degli scarti della crescita è 0.04 (e infatti dal grafico si vede che gli Usa "rimbalzano" sopra l'asse orizzontale, che indica il punto in cui il sentiero controfattuale è uguale - scostamento zero - a quello simulato). In termini di crescita complessiva però non è un bagno di sangue: solo uno 0.07% in meno, pari (nel 2006) a circa 27.3 miliardi di dollari ai prezzi del 2000 su un Pil mondiale di 37777.3 miliardi di dollari. Il risultato teorico c'è (le scelte politiche dell'Eurozona influenzano l'economia mondiale con moltiplicatore positivo, per cui se noi tagliamo, il mondo cala anziché crescere), ma la rilevanza pratica no.

Solo che questo non è quello che è successo.

Quello che è successo è più simile a quanto vediamo in questo grafico:


Spiegazione: in azzurro la spesa pubblica complessiva dell'Eurozona, tratta dalla solita fonte (sono miliardi di euro). In rosso, la stessa variabile, se dal 2010 in poi fosse rimasta sul trend sperimentato nel decennio precedente, con una crescita del 4% all'anno (per gli ingengngnieri: 3.93%). Naturalmente fino al 2010 si vede solo la linea rossa, perché ricopre esattamente quella azzurra. Poi la storia è quella azzurra (la spesa pubblica si ferma), e in rosso c'è il controfattuale (cosa sarebbe successo se la spesa non si fosse fermata, se non si fosse "distrutta domanda"). In nero lo scostamento fra storico e controfattuale. Dopo sei anni, nel 2015, la spesa pubblica effettiva a livello di Eurozona è di circa 1000 miliardi inferiore a quanto si sarebbe avuto in caso di mantenimento della tendenza storica.

Uno shock non indifferente, che corrisponde a uno scarto dal sentiero storico che va da -0.8% del Pil nominale nel primo anno (entità non dissimile al -1% che abbiamo simulato prima) fino a -8.9% nel sesto anno. E qui la differenza è abbastanza notevole, come notevole è l'impatto sula crescita.

Vi fornisco la tabella in termini di tassi di crescita:


Gli impatti, come vedete, sono meno trascurabili.

A livello europeo, dato che ogni anno ci si scosta un po' di più dal valore tendenziale, ogni anno si ha un po' meno crescita aggiuntiva. L'impatto massimo è nel secondo anno, in cui si hanno addirittura 2.01 punti di crescita in meno. La cumulata della mancata crescita sui sei anni della simulazione è -6.35 punti, che diviso sei fa -1.06. Un risultato quasi uguale e contrario rispetto a quello della prima simulazione, quella senza modello, dalla quale risultava che se l'Europa fosse cresciuta dopo lo shock del 2008 allo stesso tasso sperimentato dopo la crisi del 1992 la crescita media nei cinque anni dopo la crisi sarebbe stata superiore di 1.8 punti. Più sotto discuto in dettaglio i pro e i contro dei due metodi, fornendo elementi per valutare se i metodi adottati sottostimano o sovrastimano l'impatto dell'austerità. Intanto, il fatto è che fra 2009 e 2014 la crescita cumulata dell'Eurozona è stata di circa -0.1%. Se in questi sei anni l'Eurozona fosse cresciuta alla media del periodo 1993-2008 (cioè al 2%), avremmo avuto una crescita cumulata di oltre 12 punti percentuali. In altre parole, rispetto al risultato ottenuto il modello fornisce un impatto sulla crescita pari a circa la metà di quello effettivamente sperimentato, il che in parte dipende dal non considerare le altre fonti di stress macroeconomico che si sono presentate (la crisi globale), e in parte da una probabile sottostima degli effetti dell'austerità.
Il messaggio, comunque, non cambia di molto: buona parte della mancata crescita (cioè dell'appiattimento della linea arancione nel primissimo grafico di questo post) è senz'altro un male che ci siamo fatti da soli, rispondendo con l'austerità, cioè in modo prociclico, a una crisi esogena.

Al mondo questa nostra bella idea di tagliarci le palle per far contenta la Merkel costa un -1.28% di crescita cumulata, cioè, in termini di media annuale, circa un -0.2%. Anche qui gli ordini di grandezza sono simili a quelli visti nella prima simulazione (quella "aritmetica"). Diciamo che senza austerità saremmo cresciuti al 3% tondo, nonostante lo shock "epocale".

Sechiular staghgnieiscion?
Le simulazioni del modello sono più sofisticate di quelle condotte col primo controfattuale, ma hanno anch'esse una serie di limiti, che evidenzio solo per far capire ai cretini che ne sono consapevole (rinuncio a sperare che qualche persona intelligente voglia contribuire in modo costruttivo: dopo cinque anni so cosa aspettarmi dalla mia professione: qualche furtiva stretta di mano nei corridoi di dipartimento, qualche cenno clandestino di solidarietà, e poi il vuoto pneumatico - o qualche simpatica coltellata alla schiena: sì, insomma, è una professione come le altre, come la vostra!):

1) una parte consistente del mondo (circa il 47%, quasi la metà) è considerata esogena, il che smorza gli effetti di retroazione del moltiplicatore (cioè non considera il fatto che l'Europa faccia da volano alla crescita altrui, con retroazioni sull'economia europea quando gli altri crescono di più). Verosimilmente, questo distorce verso il basso l'entità dei risultati, anche considerando che consideriamo esogeni mercati per noi importanti, come molti emergenti;

2) sono esogene anche le quote di mercato dei diversi paesi/blocchi considerati (anche se nel medio periodo è difficile che queste varino drammaticamente);

3) il campione considerato non è quello storico, ma, come vi ho detto, è anticipato di circa 10 anni (la simulazione inizia nel 2001 anziché nel 2010). Dato che il modello è nonlineare, ciò può condizionare i risultati (per capire cosa intendo, potreste rileggervi questo post);

4) l'entità dello scostamento rispetto al trend potrebbe non essere una misura sensata dell'austerità intesa come "taglio", come "manovra": una parte della riduzione di spesa rispetto al trend potrebbe essere determinata da dinamiche endogene (ad esempio, visto che la spesa è quella nominale, dalla riduzione dell'inflazione). In questo senso la misura che sto considerando potrebbe sopravvalutare l'entità effettiva dello shock. Va però detto che la spesa pubblica è naturaliter anticiclica: in condizioni di recessione gli stabilizzatori automatici tendono a farla crescere (sussidi di disoccupazione, misure di integrazione dei redditi, politiche attive sul mercato del lavoro), e quindi l'ipotesi di mantenimento del trend storico è un'ipotesi di per sé prudente;

5) l'austerità non è stata implementata solo riducendo le spese per l'acquisto di beni e servizi, ma anche e soprattutto le spese per stipendi, e inasprendo la pressione fiscale (non considerata dalle mie simulazioni): nelle simulazioni non si considerano quindi effetti di composizione che potrebbero amplificare gli effetti sistemici delle scellerate manovre piddine.

6) varie ed eventuali.

Se avessi abbastanza risorse, farei un lavoro più accurato. Direi che l'ordine di grandezza dell'impatto dell'eurodelirio sulla crescita mondiale, alla luce di quanto abbiamo visto e considerati i vari caveat, potrebbe non essere molto lontano dal mezzo punto (il risultato del controfattuale "semplice"), ma se anche fosse lievemente inferiore la cosa non cambierebbe molto: in effetti, quello che questi risultati mostrano è che le politiche deflazionistiche europee esercitano un significativo impatto globale, e che prima di formulare astruse congetture sarebbe opportuno dedicarsi a calcolare con maggiore precisione qual è il conto che il complesso finanziario-industriale alemanno sta facendo pagare all'economia mondiale. Se aspettiamo che lo capiscano i nostri alleati, poi potrebbe essere Dresda, e sarebbe un vero peccato.

Too big to what?
Concludo con una nota di attualità. Avrete tutti visto i cialtroneschi scenari catastrofisti sul Brexit. Scenari per lo più basati sul nulla, come abbiamo avuto modo di apprezzare in alcuni post precedenti, e animati solo dalla smania ideologica di dimostrare che l'esperimento nel quale ci hanno coinvolto non può essere arrestato: dobbiamo morire tutti, uno dopo l'altro, con certezza, per l'ottima ragione che fermare questa macchina forse ci ucciderebbe! Oh, quanto avversi al rischio sono (dopo) i governanti che con tanto sprezzo del pericolo ci hanno messo (prima) in questo pasticcio! Non è strana questa brusca virata?

Il fatto è che, a prescindere dal csao Brexit, l'argomento secondo cui "non si può rimettere il tubetto nel dentifricio" (espressione particolarmente cretina), cioè non si può smontare l'Unione Europea (e prima l'Eurozona) perché ci sarebbero effetti sistemici, perché l'Unione Europea è troppo grande perché il mondo possa sostenerne il fallimento, è del tutto illogico. Il punto è un altro: l'Unione Europea sta già fallendo, ed è troppo grande perché il mondo possa sostenerne il fallimento, per cui dobbiamo smantellarla! Da quando è iniziata la stagione dell'austerità abbiamo sottratto al resto del mondo qualcosa come un po' meno di mezzo punto di crescita reale all'anno (stimato per difetto nel modo che abbiamo visto).

Quanto pensiamo di poter continuare così?

Peraltro, il piddinissimo argomento del tubetto e del dentifricio offre una sponda razionale a chi voglia prospettare costruttivamente un mondo più stabile dal punto di vista politico e finanziario. Semplicemente, il fatto che l'Unione Europea sia percepita come "too big to fail" sta creando il tipico problema che la letteratura scientifica evidenzia in questi casi: un problema di moral hazard. I governanti europei, invece di perseguire la crescita nell'interesse della comunità internazionale, perseguono obiettivi propri, riferiti alle dinamiche politiche interne, confidando nel fatto che il loro giocattolo (l'Unione Europea), che tanto li ha aiutati a risolvere a casa loro il conflitto di classe (schiacciando i salari) non si potrà rompere, perché gli americani non lo vorranno, dato che "sarebbe una catastrofe".

Creare "superstati" (esattamente come creare megabanche) rende la classe politica (il management) meno responsabile, non più responsabile. E i risultati si vedono, sono sotto i nostri occhi. A contrario, questo potrebbe essere il motivo, o uno dei motivi, per cui da Hume a Jones a Diamond a Majone tanti studiosi ci ricordano come il frazionamento della sovranità politica sia stato (ma temo dovrò dire: fu) fra le cause del passato splendore europeo.

Questo dicono i numeri, questo dice la logica.

Gli stolti dicono "più Europa contro la sechiular staghgnieiscion".


Non praevalebunt.




Appendice
La tabella dei contributi alla crescita con millemila decimali (dedicata agli ingengngnieri):