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giovedì 18 dicembre 2014

Tacci SUA: la paggella (prima parte)

Mi scuso se vi sto trascurando, ma in questi giorni sono alle prese, come tanti altri colleghi italiani, con la SUA-RD (scheda unica annuale della ricerca dipartimentale). All'atto pratico, significa che devo entrare in interfacce che il nostro nuovo amico Michele Boldrin definirebbe (a ragione) "fascio-borboniche" (io preferisco un più sobrio: "enigmatiche") per fornire agli organi del Ministero informazioni che per lo più hanno già (perché gliele ho fornite, come ogni collega, attraverso il sistema U-GOV). Tralascio il fatto che sicuramente esiste una legge della Repubblica che vieta all'amministrazione di chiedere informazioni che siano già in suo possesso: eventualmente, se ne avete conoscenza, potete indicarmela nei commenti). Lo scopo finale di questo bell'esercizio dovrebbe essere quello di attribuire i fondi di ricerca secondo il "merito" (more on this later). Intanto, mentre il mastino di servizio arrossisce ascoltando il profluvio di orrende bestemmie che sgorgano spontanee dalla mia bocca nel dovermi sottoporre a questo simpatico passatempo, mando un pensiero affettuoso ai colleghi che all'interno del mio dipartimento stanno coordinando il lavoro (rovinandosi le vacanze di Natale), segnalo di non essere il solo a nutrire qualche perplessità, e, però, come sempre, vedo anche il bicchiere mezzo pieno: ad esempio, analizzando puntigliosamente i criteri del Ministero, mi sono accorto di avere più pubblicazioni di quanto credessi. Meglio così. Altro bicchiere mezzo pieno? Da associato non posso dirigere un dipartimento, il che mi risparmia una quantità di rogne abissale, alle quali in questo periodo aggiungerei senz'altro quella di promuovere una lettera come quella dei colleghi della Sapienza.

Gli aspetti fastidiosi della vicenda sono tanti, ma qui ve ne sottopongo uno solo: il fatto che i criteri di valutazione della ricerca cambiano continuamente nello spazio e nel tempo.

Ad esempio, i peerla del "Bagnai non pubblica in fascia A" (fatto, fra l'altro) non sanno che questo tipo di classificazione è diventato operativo da un paio di anni, ed è già stato sottoposto a infinite polemiche (vedi ROARS, passim) e a un paio di revisioni (in due anni). I tempi di produzione di un articolo scientifico sono lunghissimi. In questo momento, ad esempio, ho in terza lettura presso una rivista che nel frattempo è diventata di fascia A un articolo sottoposto tre anni e 26 giorni or sono. Non c'è fretta, ovviamente... Poi mi chiedete perché mi incazzo quando salta fuori il cretino che dice che un economista è l'esperto che saprà domani perché quello che prevedeva ieri non è successo oggi! Quello che prevedevamo quattro anni fa in quell'articolo (che ovviamente è stato pensato e scritto prima di essere mandato alla rivista) nel frattempo è successo, ma noi passeremo per degli ottimi previsori del passato, visto che questi sono i tempi di produzione della ricerca (per chi sa cosa sia la ricerca).

Capite quindi bene che vista questa inerzia, sarebbe importante muoversi con un sistema di riferimento stabile. "Indirizzare" la propria ricerca è come pilotare una superpetroliera, non come guidare un motorino: magari è meglio avere un'idea della rotta, e sperare che nessuno ti tagli la strada.

Invece no.

Posso dare per scontato che quando vorrò far domanda da ordinario, le regole saranno cambiate nuovamente (cioè il mio ministro mi avrà tagliato la strada), e quindi devo sparare alla cieca. Mi conviene aspettare quattro anni un articolo ultrafichissimo, o scrivere dieci articoli medi, o battermene totalmente il belino?

Non è dato saperlo.

Io, dal mio punto di vista, trovo molto divertente che il Weltwirtschaftliches Arkiv, sul quale avevo pubblicato nel 1999, sia diventato di fascia A solo dall'anno successivo, e per il solo fatto di aver affiancato al nome tedesco anche quello inglese di Review of World Economics (mantenendo stessi editor, stesso editore, stesso comitato scientifico: insomma: la stessa stessissima identica rivista, come del resto vedete dal suo sito, che vi fornisce gli articoli dal 1970 a oggi senza alcuna soluzione di continuità). Mi sono sempre riproposto di vedere quanti amici degli amici abbiano pubblicato su quella rivista, la cui qualità è rimasta identica (e molto alta), prima e dopo la data fatidica. Sono sicuro che ci faremmo due risate, ma oggi non ho tempo.

Prima della recente invenzione della fascia A, che criteri aveva chi avesse voluto indirizzare la propria ricerca verso una parvenza di qualità? Ma, direi principalmente l'impact factor, un criterio bibliometrico rozzo, ma universalmente noto. Considerando che in economia le riviste migliori sono quelle nelle quali devi scrivere che la disoccupazione non esiste (perché è il lavoratore che ha scelto di avere più leisure), il fatto che la ricerca venga misurata con un criterio del cazzo mi sembra un problema minore. Di conseguenza, prima dell'ultima VQR (valutazione della qualità della ricerca), mi ero regolato appunto così: cercando di pubblicare su riviste che fossero "impattate" (magari poco), pur consentendo la pubblicazione di lavori "eterodossi" (cioè nei quali si ammetta che qualche volta chi non lavora preferirebbe farlo)!

Scelta sensata, e ovviamente, direte voi, premiata dal sistema meritocratico, giusto?

E come no! Infatti, andando a spulciare nelle interfacce fascio-borboniche, che ti trovo? La mia pagella della precedente tornata di valutazione, quella riferita al periodo 2004-2010 (per inciso: la valutazione della ricerca andrebbe fatta su cicli triennali, ma 2010 meno 2004 non fa sette nemmeno un un mondo nel quale, come per i colleghi di ROARS, 2+2=5; d'altra parte, mi spiegate che minchia di senso ha fare valutazioni triennali se una rivista di fascia A ci mette più di tre anni a dirti se il tuo articolo è buono o fa schifo?).

E allora guardiamola insieme questa pagella. In teoria posso guardarla solo io: nemmeno il mio direttore di dipartimento può sapere quello che c'è scritto, tant'è vero che poi il Dipartimento, per decidere se sono bravo e assegnarmi dei fondi, deve procedere adottando, nella sua autonomia statutaria, dei criteri ulteriori (che non sono né quelli coi quali viene valutata la ricerca, né quelli coi quali vengono valutati i candidati ai concorsi: sì, insomma, se vi viene in mente il labirinto degli specchi di un luna park state andando vicini a una rappresentazione corretta del mondo nel quale viviamo noi umili servi nella vigna della Ricerca...).

Have a look!


Er Bagnai aveva due prodotti buoni e uno accettabile. Ma, dettaglio che fa la delizia dell'intenditore, dei due prodotti buoni uno era non impattato (quello su International Economics and Economic Policy), mentre quello "accettabile" (su Applied Economics) era impattato (se pure poco: 0.424). Notate bene che questa valutazione ovviamente non si sa chi l'abbia emessa, né in base a quali criteri, né si sapeva se questi criteri sarebbero rimasti stabili nel tempo (anzi: si sapeva di no, e infatti sono cambiati). Il dato però è che regolandomi come a quel tempo pareva fosse giusto fare, sono rimasto penalizzato (idem nella definizione di fascia A, per i motivi di cui sopra, ma lasciamo perdere).

Ed ecco perché, nell'accingermi a completare la ricerca della SUA, mi viene spontaneo alle labbra un "tacci sua...". Dove "tacci", per chi fosse diversamente europeo, è aferesi di mortacci: un affettuoso pensiero per gli antenati di chi mi tiene inchiodato al PC a occuparmi di minchiate, mentre ho tre referaggi da fare e un referaggio al quale rispondere su un articolo al quale, fra l'altro, tengo parecchio.

Comunque, ho giurato sulla bandiera (io), quindi procedo con le minchiate.

Se ci fate caso, questo era un post tecnico...



(ah, ovviamente l'articolo su Applied Economics si occupava di economia post-keynesiana - e quindi non piaceva agli "omodossi" - e lo faceva per dire ai post-keynesiani che sono dei pirla - e quindi non piaceva ai post-keynesiani. Non è un complotto! Sono io che preferisco perdere un amico che una buona risposta...)

martedì 16 dicembre 2014

Ai seguaci (lettera pastorale sulle virtù teologali)

Dilettissimi fratelli e sorelle,

mi ha appena chiamato er Pennellone, cui va l'indubbio merito di aver contribuito a rendere scorrevole e coerente er libbro, per dirmi che siamo alla seconda ristampa, cioè alla terza tiratura.

Vi esorto quindi ad aver fede: la speranza di avere er libbro non sarà frustrata. Sulla carità facciamo un discorso a parte, tanto lo capirebbe solo Marco S. (come Sanfedista), che (incidentalmente) io e er Pennellone ringraziamo per aver segnalato qualche lieve imprecisione, rettificata nelle ristampe. Chi non fa non falla, d'altra parte. E, come dice Renzo a don Abbondio, posso aver fallato... ma ho sempre fatto un mazzo così alla concorrenza (cioè ai don Abbondio)!

L'umile servo nella vigna del web 2.0.

Guru (testis fidelis et verus).





(Peccator videbit et irascetur...)

(ah, a proposito, er Pennellone è uno di voi, e da tempo. Ormai siamo una specie di massoneria deviata, o più che altro deviante, altro che le Ur-Lodges...)

1997 fuga da Bagnai: il prequel


La segnalazione del lettore

Il 23/06/2013 16:34, @Mirkuz ha scritto:
Ciao prof,
è da un po' che non ci sentiamo, dato che m'hai bannato per violazione del punto 2).
Non per questo ho smesso di seguirla, anche perché molti miei contatti su twitter la retwittano di continuo e finisco col tenermi aggiornato lo stesso.
Hi visto che di recente ha pubblicato  una sfilza ' di PDF.
Proprio in uno di questi
http://www.unich.it/docenti/bagnai/research/Eur.pdf
lei sembra in qualche modo condividere l'idea che per ridurre la disoccupazione in europa ci voglia più flessibilità del lavoro.
La prima cosa che ho pensato è stata "eccallà la classica frase decontestualizzata".
Mi sono letto tutto l'articolo, nella parte iniziale ho trovato quello che mi aspettavo, cioè una forte critica al dividendo dell'euro anche se con parole più dolci di quelle che ha oggi, ma nell'ultima parte non sono riuscito a trovare una coerenza con quello che dice oggi e di cui accusa la sinistra di averci tradito.
So che probabilmente non mi risponderà,
le consiglio, da lettore, di scrivere al più presto qualcosa a riguardo sul suo blog.
Saluti,

@Mirkuz


2013/6/23 Alberto Bagnai <alberto.bagnai@fastwebnet.it>
Questo fa seguito a un Tweet di uno dei tanti traditori rifondaroli. Ovviamente avete messo in moto la macchina del fango, e va bene così. Adesso capisco di aver fatto bene a bloccarti. Credo che tu debba leggere tutto l'articolo e situare l'affermazione nel contesto storico. Io, come vedresti leggendo bene, mi limito a dire che quella è la ricetta che sembrava all'epoca la più affermata in letteratura (appoggiando questa affermazione con i dati di Bertola e Ichino, che per me all'epoca erano solo due economisti).

La mia prescrizione è che si sarebbe dovuti andare verso una omogeneizzazione dell'economia reale (mercati del lavoro ecc.) per incrementare certo la mobilità e perché no, anche la flessibilità, che però non era intesa, ex ante, da nessuno, come quello che è stato ex post, ovvero precarizzazione selvaggia e proliferazione di contratti "atipici" senza tutele. Io avevo l'esempio di altri paesi, dove era possibile e perfettamente naturale avere un part-time senza essere discriminati negativamente in termini reddituali ecc. Questa mi sembrava una flessibilità intelligente, e su questo ti assicuro che c'è un ampio accordo (e c'era anche allora) anche con economisti progressisti. Dove sta scritto che dobbiamo tutti e tutta la vita lavorare otto ore al giorno?

So benissimo che una manica di traditori fascisti, smascherati dalla mia opera di divulgazione, adesso vogliono dire che io sono un capitalista corrotto nemico del proletariato ecc.

Tu sei libero di credergli: un giorno saprai se potrai avere rispetto di te stesso.

Sono stanco di rispondere ai ragli, e quindi, perdonami, questa è l'ultima volta che ci sentiamo. Cosa devo scrivere nel blog lo so io, non devo certo giustificarmi di fronte a ogni pezzettino di merda che solleva il ditino. Non so se ti è chiaro.

E ora porta pure questa lettera a PXXXXXXXXX perché la pubblichi nella sua fogna, alla quale forse anche tu meriti di appartenere. Spero di sbagliarmi, e lo vorrei tanto, perché mi sembra di ricordare dei tuoi interventi appropriati (questo non lo è), ma better safe than sorry.

Nessuno ha fatto in quaranta anni per la coscienza di classe di questo paese quello che io ho fatto in due anni. Dovrete convivere con questo fatto.

A.



Il giorno 23/giu/2013, alle ore 17:24, Mirkuz ha scritto:

Caro prof,
Io le ho chiesto, IN PRIVATO, una spiegazione più dettagliata e le ho consigliato di spiegare la questione per bene sul blog.
Se avessi voluto smuovere fango, avrei mandato l'articolo a tutti quelli che hanno interesse a sputtanarla e non mi sembra di averlo fatto.
Non so chi sia pasquinelli (giuro, ora lo cerco su google)
Io sono iscritto al gruppo facebook "Economia 5 Stelle" ed ho visto li la citazione estrapolata dal suo paper, mi sono andato a leggere il paper e poi le ho scritto.
So benissimo che lei non ha scritto da nessuno parte "io condivido al 100% Bertola e Ichino", ma mi sembra l'abbia presentata come l'analisi più attendibile, senza le interessanti specifiche che mi ha elencato per mail. e non ne ha preso le distanze cosa che invece ha fatto per tutta la prima parte dell'articolo.
Lei ha un grosso difetto, se qualcuno le fa un domanda che a lei pare di ovvia risposta, lei lo etichetta come traditore.
Io non sono traditore di nessuno, non sono un economista e cerco di capire.
Quando uno cerca di capire cose che non conosce, è ovvio che ponga domande a chi più ne sa, ed in questo caso, a chi le ha scritte.
Ripeto, se avessi voluto spalare fango, avrei preso quella citazione e l'avrei spammata nel web per bene.
Cosa che probalbilmente stanno facendo altri, MA NON IO.
Nonostante il blocco, io la seguo, la reputo la miglior figura in circolazione (anche se avrei da ridire sulla sua comunicazione) , e proprio per questo le ho consigliato una rapida spiegazione sul suo blog, perchè una volta che una bufala o citazione viene diffusa viralmente sarà ben più difficile diffondere altrettanto viralmente smentite e rettifiche.
poi pensi di me quello che vuole.
sopravviverò.
Saluti
Mirkuz


2013/6/23 Alberto Bagnai <alberto.bagnai@fastwebnet.it>
Bene. Tu sei una persona onesta. Allora scusami. Quanto al virale o non virale, sono stato oggetto in questi mesi di ben altri attacchi, son sopravvissuto, e ormai ho altri interlocutori. Un motivo ci sarà.



2013/6/23 Mirkuz

Questo lo so benissimo, il problema è che gli interlocutori non bastano..
Ci sono 59 milioni di italiani medi con cui bisogna interloquire, e come sa meglio di me è già di per se una battaglia contro i mulni a vento

mi scusi se insisto le faccio un caso banale:
io mi confronto tutti i giorni con tante persone sull'argomento dell'euro, argomentando come lei che l'euro è fascista e ci impone scelte che non hanno nulla a che vedere con la sinistra.
Spesso mi trovo a discutere con gente "di sinistra" laureata in economia e quindi è già di per se una lotta impari.
Ovviamente non posso che fare riferimento a Lei, a Borghi (che è di destra) etc..
Nel momento in cui mi si controbatte dicendo " ah ma bagnai vuole la flessibilità del lavoro", che si fà?
faccio copia e incolla di una parte della mail precedente?
gli dico " ma sai, devi guardare il contesto storico, e poi flessibilità non significa per lui quello che in realtà hanno fatto"
Io nel frattempo sono bruciato, ll mio mico ha vinto e chi ascoltava da ragione a lui.
per questo ritengo che una smentita ufficiale taglierebbe la testa al toro, e al piddino.
Questi partono già troppo avvantaggiati per lasciargli sul piatto d'argento anche la storiella del Bagnai capitalista.
Non lo faccia per lei, che ovviamente sa difendersi.
lo faccia per noi che abbiamo già troppe difficoltà
saluti


Con il ritardo cognitivo che lo caratterizza, arriva il trullo whisperer...




Il 02/08/2013 19:01, Alessandro Greco ha scritto:
Eppure pag 14 è così chiara. Fanno così pena questi economisti? 
Dire che l'euro non potrà nulla per l'occupazione se non con riforme flessibilità etc è una conclusione ovvia al vostro livello. Il che non significa che chi vi giunge la auspichi. 

Ma che mondo di merda.

Se hai tempo spendici un post... Schifosi venduti. 

Alessandro Greco


-------- Messaggio originale --------
Oggetto: Re: il CV luuuuuuuuungo....
Data: Sat, 13 Dec 2014 22:19:37 +0100
Mittente: Mirkuz
A: Alberto Bagnai <alberto.bagnai@fastwebnet.it>


Dopo un anno e mezzo hai seguito il mio consiglio :)


Segue la replica di Fugazzi

Professore, 
La ringrazio per la risposta e per aver chiarito nonché contestualizzato a dovere il suo paper del 1997. Fermo restando che ho apprezzato il suo lavoro nel corso degli anni, la mia non voleva essere una critica maliziosa né siamo alla ricerca di visibilità. 
Nel nostro piccolo, da diverso tempo, per lo meno qui oltre confine, spieghiamo ai nostri concittadini che cosa può essere fatto per aiutare il Paese a superare l’attuale congiuntura economica. Tutto questo, ed è una doverosa precisazione, nel nostro tempo libero, cioè a nottetempo e durante i fine settimana. Saremo piccoli, ma non usiamo Twitter come metro di misura. Sappiamo però che ai nostri quattro eventi organizzati quest’anno a Londra hanno preso parte trecento persone (il conteggio non include gli eventi “esterni” per es. quello di Riscossa Italiana al quale abbiamo semplicemente contribuito invitando i nostri lettori ed amici).
Siamo molto grati a voi accademici per aver fatto, credo bene, un lavoro di sensibilizzazione. Senza il vostro contributo mediatico molte persone comuni non si sarebbero economicamente acculturate e forse mai avrebbero trattato o approfondito la questione monetaria ed europea. (Non è il mio caso specifico visto che sono attivo già da qualche anno prima che la questione “no euro”, in Italia, finisse in TV e su Twitter).
Non siamo alla ricerca di visibilità, ma piuttosto vorremmo che anche i divulgatori più loquaci, tra cui La annovero, spostassero il dibattito su questioni più “terrestri”. Il che equivale a dire, che cosa può essere concretamente fatto per sostenere le PMI. 
Molti divulgatori, diciamo, minori, nel senso che non frequentano i programmi televisivi, lo stanno facendo e le nostre attività si inseriscono in questo contesto di “messa a terra”, cioè di ricerca di soluzioni fattibili e volte a rendere meno dolorosa, e quindi superando, la morìa economica delle PMI. Ed è proprio questo l’ambito di “ricerca” seguito dal sottoscritto nel corso dell’ultimo biennio con tanto di “bigino” di proposte per la crescita (A.B.C. Italia – Abbiamo Bisogno di Crescita http://www.amazon.it/dp/1291943234) che nel suo piccolo ha riscosso buoni riscontri da parte di lettori e critica (e oltre 800 copie in 5 mesi, ma questi sono dettagli… essendo scrittore e commentatore per passione ed amor di Patria). Vorremmo che anche i divulgatori più loquaci seguissero questo sentiero al fine di spostare il dibattito da Twitter e dalle aule universitarie ai banconi del Parlamento.
Cordiali saluti
Stefano Fugazzi

Kind regards / Distinti saluti

Stefano Fugazzi


E ora, visto che sono a casa mia, aggiungo due parole...

Caro Stefano,

forse sarai anche in buona fede, ma a me della tua buona fede me ne frega quanto di quella di Prodi: zero. Hai usato un metodo di marketing inaccettabile facendoti megafono dell'altrui disonestà intellettuale. Volevi il tuo quarto d'ora di celebrità e lo hai avuto, te ne regalo un altro per spiegarti un paio di cose.

Il "bigino" lo puoi arrotolare stretto. In una crisi economica le proposte di chi economista non è servono a poco, e quel poco è nocivo. La finta dialettica fra "ragion pura" e "ragion pratica" che ti proponi di incarnare ti rivela per un personaggio ambizioso (buon per te) ma intellettualmente non limpidissimo. Io non sono "loquace" e quale sentiero devo scegliere lo so da me. Ti ho accordato diritto di replica, cosa che non ho fatto con persone molto più importanti di te e che ho trattato molto peggio per aver fatto molto meno, solo perché volevo far capire a tutti una cosa.

So io cosa dire e quando dirlo e gradisco che nessuno mi venga a dare alcun consiglio in merito.

I poveri fessi che si sono inteneriti per il Fugazzi, o che hanno citato a sproposito Dante, non hanno ovviamente la benché minima idea di cosa ci fosse dietro. C'era dietro un anno e dispari di attaccucci personali orchestrati da bucce d'uomini disparate, che avevano in comune solo l'esser state sputate dalla vita. I 5 stelle dei quali per primo avevo smascherato il progetto pinochettiano, il povero Keynes delle Murge, così livido di furore per esser stato spodestato dal suo trono di "ideologo" "de sinistra". Andate, vi prego, a leggere la discussione sotto al post di quella persona che usurpa il titolo di economista, non avendo alcuna esperienza di ricerca né professionale in materia. È una discussione molto interessante, perché fa capire quanto er Melanzana (eletto da lui a nume tutelare) abbia inquinato il dibattito. Questo tipo di giochini screditano chi li conduce, e infatti l'unico gruppo che ha invitato il trullo whisperer a esprimersi in una sede parlamentare è stato, a mia memoria, il Movimento 5 Stelle (dopo di che, va da sé, io ho declinato analogo invito, perché non mi sembrava proprio il caso). Nessuno fra i decisori politici della sinistra prende più sul serio chi ha condotto sulla pelle degli italiani il gioco di "avercelo più a sinistra". Questo gioco ha fatto troppi morti.

Dove però si vede la scarsa consistenza del Fugazzi è proprio qui: nel fatto che mi attacchi, sulla base del presupposto che io non faccio abbastanza per la piccola impresa, citando le calunnie evidenti di un poveraccio per il quale il mio principale crimine sarebbe l'interclassismo, e che ha nel suo DNA lo sterminio dell'imprenditore in quanto nemico di classe visto come catarsi salvifica. Fugazzi, non so se te ne rendi conto (non credo, mi sembri abbastanza inconsapevole), ma non puoi ergerti a paladino della piccola impresa usando le parole di chi considera gli imprenditori come nemici, e più in generale di chi ha in mente un Keynes caricaturale, tutto spesa pubblica e cambio rigido, che non è quello che risulta da una lettura anche superficiale delle opere di Keynes.

Keynes era un liberale, non uno statalista cialtrone alla trullo whisperer ("famo gli investimenti pubblici che tutto s'aggiusta"... E la bilancia dei pagamenti?); Keynes era contro il cambio fisso, non lo difendeva come i complici (umanamente falliti) del progetto (politicamente fallito) che ci opprime; Keynes era quello del quale si parla qui, insomma.

Per questo motivo, caro Fugazzi, a me della tua buona o cattiva fede interessa meno di zero. Hai fatto, ahimè, la figura del pirla, e soprattutto di quello che non ha il senso delle proporzioni. L'addendum di oggi serve a chiarire che non hai chiare alcune dinamiche politiche. Cosa fare per la piccola e media impresa l'ho chiarito nel Tramonto dell'euro e ancor più in L'Italia può farcela. Gli imprenditori lo stanno capendo? Non direi. Peggio per loro. Se non vogliono sostenere l'unica voce autorevole ed ascoltata di critica al sistema, si troveranno senza voce quando il sistema crollerà. Se i vari Melanzana non si autodistruggeranno (cosa probabile, dato che nessuno ne può più di certi atteggiamenti), gli impenditori rischieranno di trovarsi così esposti al loro astratto furore classista, in un momento nel quale, come riconosce la parte migliore della sinistra (e quindi non il trullo whisperer), è indispensabile che prevalga il senso profondo dell'interesse nazionale e della sua tutela come presidio indispensabile per un esercizio concreto della normale dialettica democratica.

Lasciate l'internazionalismo a chi se lo può permettere, o perché è "nato bene", o perché è beato.

Noi dobbiamo ricostruire il nostro paese. Tu, purtroppo, caro Fugazzi, col tuo modus operandi ci hai dimostrato di non poterci aiutare. Ma sei stato ugualmente utile perché ci hai permesso di mettere in evidenza le tattiche di disinformatia usate da chi ha sostenuto un progetto nemico dei nostri interessi e della nostra democrazia.

Sed de hoc satis...

Fra un po' parleremo di un'altra categoria di imbecilli. Nel frattempo, scusatemi, ma ho altro da fare.

sabato 13 dicembre 2014

1997 fuga da Bagnai



Ecco la prova che inchioda Bagnai!






Oh, vabbè, avrei di meglio da fare, ma finalmente mi avete rotto i coglioni e quindi vi regalo il quarto d’ora di celebrità che non nego a nessuno: se non l’ho negato agli avversari, perché dovrei negarlo agli “alleati”? Ai nemici ci penso io, e anche agli “amici”, perché Dio ha qualcosa di meglio da fare che occuparsi di quattro sconclusionati diversamente economisti. Diversamente economisti e diversamente molte altre cose, del resto: ecco, potremmo chiamarli “i diversamente”, un po’ come quando a Roma i camerieri ti dicono “vuole un’acqua liscia o una leggermente”? Difficile far capir loro la differenza fra sostantivo e avverbio, ma in questa forzatura c’è del buono: la sintesi. E allora sì, facciamo così: i nostri “alleati” li chiameremo “i diversamente”....

Bene, intanto mettiamoci al livello dei “diversamente” e battiamoli con le loro armi: al loro collage propongo di opporre questo mio collage:



Che ne dite? Si somigliano? Non tanto, vero? Certo, perché basta decontestualizzare a sufficienza un’affermazione per trasformarne completamente il significato. L’operazione è resa particolarmente semplice nel caso in cui si sia sufficientemente miserabili da essere accecati dall’invidia, rosi dal livore, bisognosi di celebrità a buon mercato, e, naturalmente, non attrezzati né culturalmente né intellettualmente per comprendere il contesto nel quale certe affermazioni sono state fatte.

Un esempio?

Eccolo:



Un povero “diversamente” ammalato di “qualcosismo” e in cerca di pubblicità, direte voi.

Sì, naturalmente.

D’altra parte, uno che con un portale di “ricerca economica” riesce oggi, in piena crisi, ad avere solo 305 follower su Twitter, nonostante abbia invitato due fuori classe come Borghi e Rinaldi a Londra (affittando uno scantinato a LSE), e twitti praticamente una minchiata al giorno, non deve essere molto capace di far fruttare le risorse che gli vengono affidate, e questo, va da sé, dovrebbe mettere in allarme molto più i suoi clienti che noi. Il fatto che vada in cerca di pubblicità a buon mercato rientra però nella logica delle cose, e noi, che siamo umani, gliela facciamo subito. Se organizzi un convegno con Borghi e non entri neanche un attimo nei top trend di Twitter diciamo che stai alla comunicazione come il Peter Sellers di Hollywood Party sta all’idraulica (o alla storia dell’orologeria), ma lasciamo stare (tra l’altro, non la capiresti e non ho tempo di spiegartela).

Tuttavia, siccome, grazie al simpatico sellino pugliese (l’uomo che sussurrava ai trulli), questa storia che Bagnai nel 1997 era libberista torna come la peperonata, archiviato lo squallido Fugazzi, e confermatogli che da oggi è dove era, nell’Inferno di Cip e Ciop (in quello di Dante ho visto molti gironi, ma non quello che fa rima con loro), ragioniamo seriamente e una volta per tutte su cosa scrivevo nel 1997. Avrei altro da fare, sto occupandomi del futuro, perché ho la preparazione tecnica, lo spessore culturale e la tempra umana per farlo, ma sono anche convinto che dal passato si possa, anzi, si debba imparare. Questa vorrei fosse la principale lezione de L’Italia può farcela, anche se purtroppo se bene che la prima (e ultima) lezione che la storia ci insegna è che non si apprendono mai le lezioni della storia.

Nel 1997 ero euroscettico perché la professione a livello internazionale lo era, e questo ve l’ho sufficientemente dimostrato, e perché lo era il mio maestro. È abbastanza normale che un uomo di scienza (come del resto un artista) venga influenzato dal proprio maestro: poi, se c’è, la personalità emerge. Se non c’è, sei Fugazzi, ma di questo abbiamo parlato fin troppo.

Sempre nel 1997, era appena stato varato, con il sostanziale plauso della sinistra tutta (esclusi pochi lungimiranti economisti come Leonello Tronti, e pochi politici che conoscerete voi, e che comunque non riuscirono a farsi sentire o capire), il pacchetto Treu.

Sempre nel 1997, tanto per dire, io ero reduce (da un paio d’anni, a dire il vero) da una lunga esperienza transalpina, dove avevo avuto modo di osservare un mercato del lavoro (e un sistema previdenziale, ecc.) radicalmente diverso dal nostro. Tanto per farvi capire, uno dei miei amici era un funzionario del Ministero della Giustizia svizzero, che aveva chiesto e ottenuto un part-time perché si voleva diplomare da baritono. Un attimo che lo goooooglo... Ecco, sono contento: vedo che è riuscito a fare quello che voleva (non avevo mai controllato, ma grazie ai "diversamente" sono stato spinto a farlo: vedete: dai "diversamente" può nascere un fiore. Bravo Alain!). Di fronte a me avevo un’assunzione a tempo pieno, nella quale nemmeno volendo avrei potuto chiedere un part-time per dedicarmi a quel cibo che solum è mio, certo non dei “diversamente”, nemmeno in un periodo nel quale noi già riuscivamo a vivere con il part-time di Roberta, che le fruttava 1400000 lire, equivalenti a ben più di 1400 euro attuali! No: io ero full-time per forza, così come, di converso, oggi, molti sono part-time per forza, e non per scelta. Vogliamo dirlo che una flessibilità buona esiste? Be’, tanto se non lo dico qui, l’ho scritto nel mio ultimo libro. Per me, nel 1997, un mercato del lavoro nel quale io avessi potuto adempiere con disciplina e onore il mio dovere verso lo Stato per metà del tempo, e per l’altra metà farmi i fatti miei, sarebbe stato un progresso. Nel 2014, un mercato del lavoro nel quale chi vuole lavorare full-time può farlo, purché non si faccia assumere full-time e si faccia pagare come un part-time, è evidentemente un regresso.

Ma come ci veniva venduto nel 1997 il pacchetto Treu?

Il pacchetto Treu ci veniva venduto, all’epoca, come un intervento di emergenza per creare lavoro, e la letteratura scientifica (Bertola e Ichino, citati nel mio lavoro) indicava nella rigidità del mercato del lavoro la causa della nostra disoccupazione strutturale. Notate che, sempre nel 1997, noi avevamo rivalutato da circa un anno e mezzo, e che avevamo avuto una jobless recovery dopo la svalutazione del 1992, per motivi che adesso mi sono molto più chiari di allora (ne parlo nel prossimo policy brief di a/simmetrie), come mi sono evidentemente più chiari nel 2014 di quanto non lo fossero nel 1997 gli effetti che la flessibilità “alla Treu” avrebbe avuto nel 2000 (per dire). Del resto, anche Gordon e Dew-Becker ci hanno messo un po’ a capirli, no? (e fra l’altro solando Travaglini, ma lasciamo stare). Va da sé che avrei potuto essere più bravo, e prevedere nove anni prima quello che l’economista sul cui testo avevo studiato macroeconomia nel 1985 non avrebbe capito se non nove anni dopo! 

Non è buon allievo chi non supera il maestro, e io evidentemente non sono un buon allievo.

Ma sono un buon maestro.

Fatte queste premesse, vi chiarisco contesto e messaggio del lavoro.

Il contesto era semplice: Roberta lavorava part-time (come vi ho detto) per un’associazione di migranti. L’associazione organizzava un convegno a Riva del Garda, in collaborazione con l’EZA, sul tema che sapete. Lei mi propose come relatore, l’altro relatore essendo Filippo Maria Pandolfi, che all’epoca si era ritirato dalla vita politica, dopo esser stato parlamentare italiano, ministro delle Finanze, del Tesoro, dell’Industria, dell’Agricoltura e Commissario Europeo. Uno de passaggio, insomma, che fra l’altro era anche stato, come gli appassionati sanno, il relatore della Democrazia Cristiana chiamato ad esprimere la dichiarazione di voto favorevole all’entrata nello Sme, al bel tempo in cui Napolitano era contrario. Apprendo oggi da Wikipedia che conosceva Tremaglia, il che probabilmente spiega perché fosse lì, stante il fatto che l’associazione che organizzava era di stretta osservanza democristiana, ma Tremaglia era, nella destra, il politico che più si era adoperato per i diritti degli emigrati italiani (per ovvi motivi).
Era prevista una pubblicazione di atti, e già che ci siamo ecco la relazione di Pandolfi. Io comunque ero già ricercatore (anche se non avevo ancora preso servizio), e quindi non avevo bisogno urgente di pubblicazioni. Dare un’occhiata agli atti però vi aiuterà a capire il contesto.

Voi penserete: certo che dire che l’euro non avrebbe risolto nulla, per di più dicendo che Modigliani non aveva capito nulla, di fronte a un notabile democristiano ultraeuropeista, ed essendo in attesa di presa di servizio in un dipartimento infestato da allievi ultraeuropeisti di Modigliani (alcuni dei quali politicamente attivi, come Baldassarri, maestro di Piga), era un bel gesto di coraggio!


Ma vorrei rassicurarvi. Io non sono mai stato particolarmente coraggioso. Sono sempre stato abbastanza distratto e molto incosciente. Quello che vorrei rassicurasse voi, deve però preoccupare i nostri nemici: il coraggioso si arresta di fronte a qualcosa, l’incosciente non si arresta di fronte a nulla. Nulla, capito? Nulla. Poi non dite che non ve l’avevo detto, cari “diversamente”.

E così abbiamo chiarito il contesto.

Veniamo ora al messaggio: il messaggio è che l’euro sarebbe stata una sòla. Come avevo scelto di trasmetterlo, questo messaggio? In modo efficace, perché quello inefficace sinceramente non mi appartiene. Qual è il modo efficace? Semplice: smontare il discorso dell’avversario usando la forza dell’avversario, come abbiamo fatto col TTIP, cioè usandone il linguaggio e lo schema concettuale.

Voi dite che l’euro porterà vantaggi? Bene, allora vediamoli. Ops, sorpresa, sono uno zero virgola. Ma voi fate come vi pare, eh!

Certo, avrei benissimo potuto fare, in trenta minuti, una lezzioncina di economia monetaria internazionale ai rappresentanti dei “Trentini nel mondo” o dei “Catanesi in Brasile”. Sarebbe stato un successone! Non stentate a crederlo, vero? Poi i “diversamente” si stupiscono se nessuno li ascolta! Io non mi stupisco: se non sapete parlare tanti linguaggi, incluso quello dell’avversario, e incluso quello che il vostro pubblico può capire, allora, amici cari, è del tutto ovvio che aggiungerete al vostro pregresso fallimento umano (dietro il quale ci possono essere tante cose: sfortuna, sciagure familiari, o anche semplicemente la genetica) un fallimento divulgativo.

Mi ci vedete voi a spiegare a persone che a 14 anni erano partite per l’Argentina e si erano fatte il mazzo per una vita, arrivando anche a posizioni di prestigio, cos’è il tasso di cambio reale e cos’è un’area valutaria ottimale? Io, cosa fossero, ovviamente lo sapevo: vedi il passo citato dal "diversamente" (riquadro in basso a sinistra del suo capolavoro di arte povera), dove evidenzio l’importanza di un’armonizzazione dei mercati reali. Ma non potevo dedicare a quello che era e tutt’ora è un libro dei sogni (“più Europa”), né a quello che era e tutt’ora è un argomento che sfugge ai più (l’euro è stato fatto per impedire alla Germania di rivalutare) i trenta minuti a mia disposizione. Li impiegai in modo più proficuo, con disappunto lieve ma civile di Pandolfi, e, ovviamente, buon feedback degli astanti (comunicatori si nasce).

Spiegai quindi che l’euro non avrebbe portato vantaggi né in termini di riduzione dei costi di transazione (perché la letteratura seria li aveva già quantificati, e perfino studiosi in conflitto di interessi li denunciavano come irrisori), né in termini di riduzione dei tassi di interesse. In particolari, erano fasulli due argomenti di Modigliani. Il primo, quello che ho riportato nel mio collage (in alto a destra), era il mio contributo "politico": la Bce sarebbe stata una Bundesbank 2.0, quindi l’idea che unendoci si sarebbe ridotta la German governance era ovviamente una fesseria (e di questo abbiamo parlato). Il secondo, dove risiedeva il mio contributo “tecnico”, era l’idea fasulla ora come allora che il problema della mancata crescita si potesse risolvere riducendo lo “spiazzamento finanziario”, cioè facendo abbassare i tassi di interesse e, per quella strada, alimentando investimenti, crescita e occupazione.

A quel tempo non avevo una visione organica come l’ho maturata adesso della intrinseca instabilità della finanza privata, del fatto che essa era la radice e non la soluzione di tanti problemi, e via dicendo. Avevo però il primo modello econometrico aggregato dell’Eurozona pubblicato su rivista scientifica (sarebbe stato pubblicato anni dopo, le cose, come forse non saprete, spesso vanno per le lunghe, e il progetto era stato ideato da Carlucci), e lo utilizzai per vedere se era vero che c’era un margine per la discesa dei tassi di interesse, tale da garantire che ci sarebbe stato un sufficiente rilancio dell’occupazione. La risposta era un sonoro e fragoroso no. Siccome sapevo di essere distorto contro l’euro, perché influenzato dal mio maestro, confrontai i risultati con quelli della letteratura empirica rilevante. La risposta rimaneva uno stentoreo, assordante no. Non ci sarebbe stato alcun “dividendo” dell’euro in termini di aumento dell’occupazione via calo dei tassi e rilancio della domanda. Questo diceva il modello, e questo ripetei lì, dal che ovviamente conseguiva che sia i migranti nostri che quelli altrui sarebbero stati in forte difficoltà, appunto perché “solo condizioni ordinate del mercato del lavoro possono favorire l’integrazione sociale del migranti”, e d’altra parte non si vedeva nemmeno l’ombra di “politiche di riforma e armonizzazione delle legislazioni comunitarie in materia di istruzione, lavoro e previdenza sociale, volte a favorire effettivamente la mobilità del fattore lavoro”, mobilità che ritenevo dovesse essere volontaria, e non coattiva, come era stata per i “Trentini nel mondo” e come è oggi per tutti gli italiani, dato che la migrazione ha “elevatissimi costi umani” (dei quali nessun fanatico del "più Europa" come il trullo whisperer parla oggi, e figuratevi se ne avrebbe parlato nel 1997)!

Del resto, chiunque legga il lavoro vede bene che quando dico (nell'introduzione) che "altrettanto e forse più importante è la riduzione della disoccupazione nei paesi di accoglienza" non sto sostenendo che l'euro l'avrebbe portata: sto sostenendo un dato di fatto, che oggi tutti vedono. Perché gli italiani stanno diventando razzisti? Perché c'è sempre meno lavoro per loro. Se ce ne fosse, ci sarebbe anche più integrazione (e più mobilità sociale), e la mia conclusione era che l'euro certamente non avrebbe portato più lavoro.

Chiaro?

Questo è quello che c’è scritto nel lavoro del 1997: è scritto come volevo dirlo, con i limiti che la mia esperienza di vita e scientifica dell’epoca evidentemente ponevano alla mia visione complessiva. Sì, avrei voluto diplomarmi in conservatorio, pur lavorando, pensa un po’: dell'economia me ne fregava quanto me ne frega adesso, meno di un sedicesimo della metà di un cazzo (il che non mi impedisce di pubblicare), e avrei voluto avere un'esistenza più equilibrata fra i miei diversi interessi: in Europa era possibile! E come sarebbero state implementate le riforme all’epoca non lo capivano nemmeno gli ordinari di economia del lavoro: sarebbe stato molto bello che da ricercatore in econometria (in attesa di presa di servizio in un Dipartimento che era ed è ultraeurista) io potessi capirlo completamente! Mi limitavo quindi a riportare quello che la letteratura scientifica diceva. Cosa deve fare un ricercatore, se non dar (criticamente) conto della letteratura scientifica? Certo che oggi sarei molto più critico, ma allora cosa avrei dovuto fare? Forse avrei dovuto spogliarmi di fonte alla platea e urlare a Pandolfi “fascista di merda!”? Sarebbe stato un bel gesto eclatante, non c’è che dire. Ma, a parte il fatto che non credo che “l’uomo di polsino” meritasse tanto, l’efficacia comunicativa sarebbe stata nulla (come è stata nulla l’efficacia di Donald nella sua breve e sconclusionata parabola).

Come nel Tramonto dell’euro, anche allora preferii usare il frame dell’avversario per far passare il messaggio con la mia fermezza e la mia capacità di comunicazione, quella capacità e quella fermezza che i “diversamente”, porelli, invidiano. Fanno male: minus habens si nasce, e se loro lo nacquero non è colpa loro, o comunque non siamo certo noi a fargliene una colpa (avendo ben altro da fare), e sarebbe bene che smettessero di farsene una colpa anche loro, e che vivessero più sereni, nel recinto che la loro diversità impone loro, senza ammantarsi di competenze che non hanno (“economista”... de che?) e senza venire a seccare chi sta lavorando anche per loro (se pure molto a malincuore, lo confesso).

Vorrei chiudere facendovi notare una cosa.

Da tutti c’è da imparare.

Sono stato felicissimo di aver invitato Riccardo Puglisi il 12 aprile (il paper che lui ha discusso in quella sede è in corso di pubblicazione su una rivista di fascia A), e di aver invitato Francesco Lippi l’8 novembre (il paper che lui ha discusso in quella sede è molto migliorato, per merito suo, e spero di poterlo presto proporre a una rivista). Sono stato ancora più felice quando, andando a Omnibus, Andrea Pancani mi ha detto: “Sai, ho invitato Lippi, non lo conoscevo, l’ho conosciuto a Pescara e l’ho trovato efficace. Stai facendo un ottimo lavoro, non si vedono spesso convegni dove persone di idee opposte ma di qualità dibattono civilmente. In Italia mancano think tank come il tuo.” Certo: perché il compito di un think tank è sì quello di fare una proposta, ma anche quello di elevare la qualità del dibattito, cosa che fa bene a tutti, visto che la verità in tasca è matematicamente certo che non ce l’abbia nessuno. Vi faccio un esempio: posto che ogni trasmissione italiana di “informazione” deve avere un Ciornalisten e un libberista, voi preferite che il libberista sia Boldrin o Scacciavillani, che, per quanto bene gli voglia, comunque buttano tutto in caciara, o Lippi, che per lo meno ti fa articolare un ragionamento? Magari due anni fa le circostanze erano diverse, ma oggi, nel 2014, vi assicuro che è meglio così. Alzare il livello del dialogo significa, ovviamente, aprirsi a tutte le opinioni, e poi ragionarci su, cosa che, ad esempio, non fa il Festival dell’economia, il quale (si aprono le scommesse) non inviterà nemmeno quest’anno l’autore degli unici due bestseller di economia italiani degli ultimi tre anni! Ma fanno bene: non potrei esimermi dal rinnovargli la mia gratitudine per la loro censura, e gli sono vieppiù grato per una scelta che li squalifica, per motivi uguali e contrari a quelli per i quali la mia scelta di apertura qualifica me e tutti noi.

Del resto, come dico sempre nell’ultimo libro, farebbe comodo anche alla “destra” (intesa come pensiero liberale, e come difesa degli interessi del capitale) che esistesse una “sinistra” (intesa come pensiero socialista, e come difesa degli interessi del lavoro). Il fatto che questa sinistra non esista significa che gli interessi del lavoro alla fine andranno difesi con la violenza, perché la democrazia in Italia è sospesa. Questo è il mio terrore, e questa è una delle mie tante previsioni che purtroppo si avvereranno. Ma io, e non il trullo whisperer, sto lavorando perché questa previsione non si avveri, e il mio successo su questa strada lo fa schiumare di impotente livore.

In ogni caso, io avrò la coscienza a posto, perché avrò parlato.

E comunque, dopo, ci sarà bisogno anche dei Boldrin (e soprattutto dei Lippi) per ricostruire questo paese, e con loro si dovrà e, almeno per quanto mi riguarda, si potrà parlare, perché con qualcuno o qualcosa si può parlare.

Ma attenzione: se si deve parlare con tutti, non si può parlare col niente.

Ecco, per il niente, dopo, non ci sarà nessuno spazio. E gli ominicchi che mi mettono in bocca parole distorte per farsi pubblicità, o peggio ancora, come nel caso dello squallido trullo whisperer, per cercare di scalfire la mia credibilità, allora, con loro cosa faremo? Li cercheremo casa per casa, non per sopprimerli, perché non esistono (e sopprimere ciò che non esiste non si può, per la contraddizion che nol consente), ma per avere il piacere di ascoltare letto dalla loro viva voce tutto il mio articolo del 1997. Sarà piacevole sentirli balbettare parole che non capiscono. Poi chiuderemo definitivamente il capitolo.

I "diversamente" non sono il male: sono la banalità del male.





(ecco, bravo, Fugazzo, ora sfoga anche tu il tuo meschino livore. Sai, basta scrivere “Bagnai” in una pagina web e qualche click arriva. Ma da quando esiste questo blog le donne e gli uomini di valore navigano altrove alla ricerca di notizie tenendosi sempre ben vicine delle mollette da applicare alle narici. Poi tornano qui a prendersi una boccata d’aria fresca. Le tue scuse sono respinte a priori, tu sei il niente, et in nihil reverteris... A te, e soprattutto ai tuoi clienti, che ne hanno tanto, ma tanto, ma tanto bisogno, auguro buona fortuna...).

giovedì 11 dicembre 2014

Rettifica

Nel libro 2 c'è scritto che son trecentosessantesimo in classifica italiana IDEAS. Era vero quando l'ho iniziato, ma non quando l'ho finito: nel manoscritto lo precisavo, per rassicurarvi, ma l'editor ha preferito non rettificare (avrà voluto evitare che sembrassi troppo vanaglorioso, e così antipatico a chi non mi conosce; chi mi conosce lo sa già, e tende a vederlo come un pregio perché capisce che altrimenti non avrei retto a tre anni di attacchi personali - gli ultimi oggi su Twitter da parte di un redivivo Francesco Goria). Ne approfitto per rettificare qui: state seguendo il centodiciassettesimo (per ora) economista italiano. Già che ci sono, vi metto anche il ranking del mio Dipartimento.


Post scriptum metodologgico: ha ragione Lorenzo, i ranking sono un gioco e possono essere craccati. Per capire cosa determina il piazzamento è opportuno andare a vedere le pagine dei singoli autori. Io sono top 5% mondiale per quattro criteri: il numero di visualizzazioni e download dei miei paper. Sono risultati che dipendono essenzialmente dalla mia visibilità nel dibattito. Se andate a vedere l'autore più confrontabile con me anagraficamente e come interessi di ricerca, Francesco Daveri (che ultimamente mi punzecchia su Twitter ma che personalmente continuo a trovare un interlocutore stimolante), vedrete che lui è top 5% su tre criteri riferiti al numero di citazioni dei suoi paper: un risultato che esprime il suo impatto sul progresso della scienza, in qualche modo. Il suo lavoro più citato, scritto con Tabellini, ha 274 citazioni, un numero impressionante. Il mio lavoro più citato ne ha solo 12! Va anche detto che il lavoro più scaricato di Daveri, quello sul declino dell'Italia, ha ricevuto un bel po' di pubblicità (meritata) da questo blog. Poi ci sono casi paradossali: l'ottimo Corsetti (come economista, e come baritono: ricordo una sera a casa di una collega nella quale mi costrinsero ad accompagnarli niente meno che in Verdi...) è nel top 5% mondiale, e se in classifica italiana è sotto di me è solo perché la sua affiliation è Cambridge (e infatti lo trovate 39° in classifica UK, sopra un premio Nobel - Pissarides). Lo stesso vale per Gian Marco Ottaviano. Mi sembra anche paradossale il risultato riferito a Nannicini, che è top 5% mondiale per tanti più criteri di me...

Entrando ancora in dettaglio, va detto che la classifica IDEAS, anche se fornisce indicazioni di massima utili (purché si entri in dettaglio), non ha particolare valore per la carriera: i criteri di valutazione dei concorsi cambiano praticamente a ogni tornata. Ad esempio, dopo aver vinto il concorso da associato, aspettando quello da ordinario che non arrivava mai, avevo calcolato di essere nel top 10% italiano della mia categoria per impact factor. Questo poi non è comunque servito a un gran che perché il criterio dell'impact, che regnava quando ero in Commisione Ricerca alla Sapienza (più di dieci anni fa) è stato sostanzialmente (e credo giustamente) trascurato a fronte di altri criteri, molto discussi anche loro e comunque privi di relazioni con l'impatto esercitato dalla persona valutata sul dibattito pubblico (ad esempio, attraverso i blog).

All'estero le cose sono diverse. Alcuni colleghi esteri mi hanno ringraziati per averli citati nel blog perché questo li faceva crescere in una serie di indicatori utili ai loro fini. Ovviamente sto lavorando anche sul fronte degli indicatori bibliometrici, come potete vedere nella pagina delle pubblicazioni del mio sito, che è più aggiornata di quella di IDEAS (semplicemente perché certe collane non sono registrate su IDEAS, e ovviamente IDEAS non riporta i lavori in corso di pubblicazione). Quindi, come dire: io sto lavorando per recuperare il terreno sui criteri sui quali sono avanti gli altri. Non so come si stiano regolando gli altri. I conti si fanno alla fine. Intanto, gli esperti noteranno alcuni dettagli nella pagina che ho linkato qua sopra.







mercoledì 10 dicembre 2014

A Nat (post ad personam)

Nat, è il tuo guru che ti parla, testis fidelis et verus, principium creaturae Dei.

Abbiamo vagamente intuito (alla terza volta che ce lo dicevi) che il tuo babbo non ti ha detto che ti voleva bene. Possiamo immaginare che abbia pensato che fosse opportuno regolarsi in tal senso, ma forse, più verosimilmente, non si è posto il problema, ha seguito un modello. Fatto sta che lui bene te ne voleva, e tu avresti dovuto immaginartelo (semplicemente per il fatto di non esserti trovata nel cestello della lavatrice). Solo che madre Natura, che è in realtà matrigna, ti ha impedito di farlo. Allora facciamo così: sappi che noi ti vogliamo bene. Ora, siamo d'accordo che plus dat qui cito dat, e che noi in effetti arriviamo un po' in ritardo. Considera però che siamo tanti (e lui era uno), e che ti vogliamo bene ad un'età nella quale sicuramente te lo meriti di meno di quanto non te lo meritassi

Quando ancor cara, improvida
D'un avvenir mal fido,
Ebbra ascoltasti il verbo
Dell'ingegnere infido.


Perché vedi, io a te già t'ho inquadrato: al conflitto cor ggenitore, per un malaugurato meccanismo dell'amica matrigna, segue infallantemente l'ammirazione per "l'uomo che essa (Ndr: la malcapitata) ci ha rispetto" (saprai localizzare nell'opus magnum). È successo anche a Rockapasso: conflitto cor ggenitore, amore per i trombonacci.

Io ovviamente ne ho beneficiato, e questo non è l'ultimo dei motivi per i quali col violoncellista neoborbonico ho fondato il "Natura matrigna fan club" (tipicamente ci ritroviamo in birreria per declamare la Ginestra di Leopardi agli attoniti avventori: un gesto situazionistico importante, direbbe un nostro amico...).

Ora, papà ti ha fatto questo danno: quello di renderti attraenti gli uomini per te incomprensibili, da cui la sciagura che ti colpisce: quella di dividere il tuo letto con un piddino perché ingegnere e ingegnere perché piddino (mai il "sapere di sapere" raggiunse vette tanto eccelse quanto in quella malaugurata specie).

Per questo, effettivamente, tuo padre non dovresti perdonarlo.

Però possiamo cercare di rimediare, naturalmente non nel senso di sciogliere nell'acido l'ingegnere. Non che noi si sia aprioristicamente contrari a soluzioni efficaci dei problemi: ma in questo caso prevale il nostro senso del Sacro (quello con la "S": poi ti dico la barzelletta sul sacro con la "s" dell'altro genitore ingombrante, quello di Rockapasso...). Ciò che Dio ha unito, l'uomo non separi (dettaglio: noterai che, da autentico sanfedista, a me della vita umana me ne frega abbastanza poco: però i sacramenti si rispettano)! Quindi te tocca, e non dirci che hai fatto matrimonio civile (essendo piddina, può darsi): prevarrebbe comunque il nostro senso dello Stato: ciò che lo Stato ha unito, te tocca.

Punto.

Però, se pure l'ingegnere ce l'hai accanto, e a questo non possiamo rimediare, vorrei che non ci andasse di mezzo la matematica.

Mi spiego: dal fatto che tu ami l'ingegnere perché capisce una cosa che tu non capisci, non vorrei conseguisse che per amare l'ingegnere ti rifiuti di capire una cosa che capisci. Perché, come tu ben sai, se è del piddino il sapere di sapere, è del piddino anche il sapere di non sapere. Può sembrare paradossale, ma non lo è. Solo sulla soddisfazione per ciò che si sa (cioè si crede di sapere) si può fondare il granitico rifiuto di affrontare ciò che non si sa (cioè che si crede di non poter capire). In questo caso resta ovviamente il problema di giustificare a se stessi e agli altri la lacuna, per evitare un grave vulnus al proprio io piddino. Il piddino questo problema lo affronta in modo molto pulito: tipicamente, si impossessa (crede lui) del Trivio, chiamandolo "humanitas", e getta al cesso il Quadrivio. Come se il Rinascimento avesse rappresentato un regresso rispetto al Medioevo. Certo, nella storiografia cessica del XIX secolo sì. Ma in pratica si intuisce, anche semplicemente accedendo alle fonti, che le cose sono andate in modo un po' diverso.

Ma torniamo a noi, al tuo problemino con la matematica.

Dunque, facciamo così...

Prendi i numeri dispari, li conosci? 1, 3, 5, 7, 9, ecc.

Ora somma i primi due: 1+3 = 4, cioè 2x2, due al quadrato. E vabbè.

Somma i primi tre: 1+3+5 = 9, cioè 3x3, tre al quadrato. Mmmmmh...

Somma i primi quattro: 1+3+5+7 = 16, cioè 4x4, quattro al quadrato.

E, va bene, dirai: ho capito: la somma dei primi n numeri dispari è uguale a n al quadrato. Mastica!

Be', aspetta. Chi te lo ha detto che è così? Lo hai dimostrato? In matematica ci sono tante cose che cominciano in un modo e finiscono in un altro! Un esempio l'abbiamo appena fatto: 1 è un numero primo (divisibile per se stesso e per uno, che poi è se stesso). Se aggiungi due, ottieni tre, altro numero primo. Se aggiungi due, ottieni cinque, altri numero primo. Se aggiungi due, ottieni sette, altro numero primo. Allora se aggiungo due ottengo un altro numero primo? Certo, infatto 7+2=9 che è uguale a 3x3, quindi non è primo neanche un po' (perché è divisibile per tre).

La matematica ti insegna che dal fatto che qualcosa succede ogni tanto, non vuol dire che succeda sempre.

E qui aggiungerai un altro sofferto ma liberatorio: mastica.

Sì, però non è tutto qui. Perché la matematica ti insegna anche a distinguere quello che succede sempre da quello che succede qualche volta.

Vuoi sapere come? Bene. Visto che sei piddina (ex-piddina, però sai, eris piddina in aeternum...), sarai colta e ti piaceranno i libri. Allora fai questo al guru tuo: comprati Contro l'ora di matematica di Paul Lockhart. La prima parte non ti dirà assolutamente nulla (ma la leggerai per penitenza). La seconda parte (Giubilo)...

Be', se la seconda parte non ti cambia, allora sei, appunto, irrimediabilmente piddina.

Se invece ti cambia, prova a chiedere all'ingegnere di dimostrarti che la somma dei primi n numeri dispari è un quadrato. Può darsi che l'esito di questo esperimento ti dia un motivo in più per amarlo. Anzi: te lo darà certamente. Bisogna vedere se lo amerai di più per la sua perspicuità, o per la sua fragilità. Ma l'importante è che l'amore prevalga. E se non prevarrà l'amore, avrà comunque prevalso la bellezza. Perché se non capisci quanto è bella quella dimostrazione, allora puoi dire quello che ti pare, ma secondo me Buxtehude non te lo meriti, e quindi in effetti ti tocca Becchetti...

Haec dicit Guru!

(a proposito: grazzie per la donazzione. Come vedi, Dio perdona tante cose per un'opera di misericordia. Io no.)