giovedì 13 dicembre 2018

Ai confini della surrealtà


Questo grafico riporta, per ogni anno, il valore del saldo di bilancio pubblico del nostro paese rinvenibile nello scenario tendenziale calcolato nel DEF dell'anno precedente (in blu), dello scenario programmatico proposto dalla NADEF sempre dell'anno precedente (in arancione), e effettivo, tratto dall'ultima edizione del World Economic Outlook (in grigio: il dato del 2018 è stimato, visto che l'ultima edizione del WEO è di ottobre 2018, cioè di quando ancora non si poteva sapere come sarebbero andate a finire le cose, e il dato del 2019 non l'ho proprio riportato, perché le proiezioni dell'IMF fanno già sufficientemente schifo per l'anno in corso).

Tanto per capirci, cominciando da sinistra per finire a destra (un percorso naturale): con riferimento all'anno 2014 vedete che ad aprile 2013 il DEF (varato da Monti) supponeva che a politiche invariate il saldo sarebbe stato negativo per -1.8 (percentuale del Pil), poi la NADEF (redatta da Enrico "stai sereno" Letta) ipotizzava che si sarebbe fatta una politica espansiva fino al -2.3% del Pil, ma a conti fatti il risultato fu un -3.0% tondo (peggiore di 1.2 rispetto al tendenziale e di 0.7 rispetto al programmatico).

In ogni singolo anno questa dinamica si ripete in modo più o meno accentuato. Il saldo programmatico è peggiore del tendenziale (e ci sta, perché il programmatico incorpora gli effetti della manovra, che, laddove sia espansiva, prevederà un maggior deficit rispetto allo scenario tendenziale o "a politiche vigenti"), e, soprattutto, l'effettivo è peggiore del programmatico, il che significa che i governi tendono a sottostimare sistematicamente l'impatto delle loro politiche sul deficit, cioè dichiarano di fare meno deficit con le loro manovre di quanto poi effettivamente ne facciano.


In questo grafico ho aggiunto alle variabili già descritte lo scarto fra deficit programmatico e deficit tendenziale, che misura lo sforzo espansivo dichiarato dalle singole manovre (questa affermazione necessita di una precisazione che faccio più avanti, nell'ultimo grafico). Se consideriamo, ad esempio, il 2018, vediamo che nel DEF 2017 Gentiloni si aspettava per il 2018 un deficit di -1.2, portato nello scenario programmatico della NADEF a -1.6: un -0.4 che si riflette nella barra gialla.

Vi faccio vedere solo le barre gialle, così capiamo di cosa stiamo parlando:


Il DEF del quale sono stato relatore prevedeva un tendenziale di 0.8 (non so se ve lo ricordate). Ora siamo finiti al 2, cioè a -1.2 di deficit addizionale. Fra il 2014 e il 2018 lo scarto fra tendenziale DEF e programmatico NADEF è stato in media di -0.4. Nel 2019, dopo la "ritirata" del Governo, è tre volte tanto.

La mia dichiarazione di voto è qui:


ed ho quindi detto in modo sufficientemente chiaro cosa ritenevo auspicabile. Rispetto a quanto ho dichiarato in quella sede pare che le cose stiano andando in modo diverso. Il Presidente del Consiglio, che è stato così gentile da apprezzare il mio discorso, pare abbia ritenuto di comportarsi in modo diverso, più affine a quanto sembrava anche a me opportuno fare quando vedevo emergere "le contraddizioni di un progetto articolato sulla svalutazione del salari", ma queste contraddizioni non erano ancora esplose. Voi, che avete meno informazioni di me, siete liberi di leggere questo risultato come una mia sconfitta: quando si dà un parere, può darsi che non venga ascoltato, e questo, certo, in linea di principio potrebbe ulcerare la vanità di qualche eguccio debole. D'altra parte io, che ho meno informazioni di Conte, non me la sento di esprimere un giudizio sulla sua scelta. Come ho detto in un'altra occasione, suscitando i lazzi della nostra stampa più autorevole, per me essere in squadra significa portare a termine il compito che mi è stato assegnato senza pretendere di avere l'immediata visione d'insieme e senza volermi sostituire né fare lezioncine a chi ne sa più di me.

So bene che molti di voi immaginano che io passi, o debba passare, il tempo a dare lezioni di politica a Salvini: lo so, perché per sette anni avete dato su questo blog lezioni di economia a me. Ora, non è che Salvini abbia un carattere peggiore del mio, anzi! Ha semplicemente meno tempo, e io, che me ne rendo conto, vedendo quanto sia scarso il tempo di cui dispongo da quando rivesto una carica infinitamente meno impegnativa della sua, cerco di limitare allo stretto essenziale le interazioni. Lo stesso vale, con maggior forza, per il Presidente Conte.

L'acquiescenza a richieste che in termini economici sono del tutto surreali (lo confermo, perché, come detto in dichiarazione di voto, lo confermano gli uffici tecnici della Commissioni) viene vista da molti di voi come una inopportuna arrendevolezza. Può darsi. D'altra parte, ora il signor Moscovici è politicamente in lieve difficoltà. Se continua a dire che non gli basta mai, certificherà il fatto che "l'Europa" ha come ragion d'essere quella di imporre politiche procicliche a chi se le lascia imporre, cioè farà campagna elettorale per noi, non solo qui, ma anche negli altri paesi europei (e infatti le ultime agenzie dicono che abbia smesso, anche perché alla Francia, che ora ha alle calcagna la Germania, non conviene isolarsi politicamente dall'Italia, ma il contrario non è necessariamente vero, finché un francese ci spara addosso!). Se la mossa del Governo eviterà la procedura di infrazione, permetterà di portare a casa i risultati della manovra in termini sostanzialmente invariati (per i dettagli, come ha ricordato Claudio Borghi, dobbiamo aspettare le carte), confinando la Francia nel ruolo del cattivo. Se invece ci sarà procedura d'infrazione, si confermerà quell'atteggiamento bullistico del quale parlavo in dichiarazione di voto. Mi direte che non c'era bisogno di questa ulteriore dimostrazione, e potrei anche concordare con questa analisi: di Nein! è costellata la storia di questo blog. Mi direte che non esiste solidarietà europea, che abbiamo visto macellare nazioni nella totale indifferenza degli elettori (soprattutto progressisti) delle nazioni altrui, e vi potrei anche dare ragione. Tuttavia, sono stati quei macelli a far sorgere in molti di voi la consapevolezza che vi ha spinto a sostenere politicamente chi contrastava questo sistema iniquo, e ogni giorno si allarga sui media internazionali il fronte di chi critica il modus operandi della Commissione.

Onestamente, non sappiamo che cosa avrebbe fatto il PD se fosse rimasto al potere. Se dobbiamo imparare dal passato, forse avrebbe fatto uno 0.8+0.4=1.2 di deficit. Per scrupolo aggiungo che se il confronto fra tendenziale DEF e programmatico NADEF ha un senso quest'anno (per il semplice motivo che noi il DEF l'abbiamo ereditato), l'entità della manovra va correttamente valutata confrontando il tendenziale NADEF (aggiornato rispetto a quello DEF) con il programmatico NADEF. Il confronto lo trovate qui:


Notate che nel 2013 (per il 2014) e nel 2014 (per il 2015) le manovre rispettivamente di Letta e Renzi prevedevano un deficit programmatico NADEF inferiore al tendenziale NADEF, cioè una stretta di bilancio rispetto al quadro a legislazione vigente. E così, nel 2014 la crescita del Pil fu dello 0.1%, e nel 2015 dello 0.9%. Poi, negli anni successivi, i saldi programmatici della NADEF divennero lievemente più espansivi di quelli tendenziali. In media, nel favoloso quinquennio del PD lo scarto fra programmatico e tendenziale NADEF fu di -0.2. Quest'anno, dopo la mediazione del governo, di -0.8 (da -1.2 a -2.0), cioè quattro (4) volte tanto. Diciamo che il sentiero stretto di Piercarlo "sparecchiavo" Padoan è diventato a quattro corsie: diminuisce il rischio di cadere di sotto.

Intrendiamoci: in squadra ci sono entrato io, non voi. Quindi io me ne sto zitto e lavoro, e voi, giustamente, dovete esprimere le vostre critiche. Tutti, me compreso, stiamo aspettando i risultati. Io devo anche concorrere ad essi per la mia parte. Il meraviglioso mondo dei social fa da lente di ingrandimento del nostro scontento, ma ci offre anche l'opportunità di condividere quello che avete trovato e vi ha trattenuto qui: i dati. Il mondo di prima, del quale vi parlai a suo tempo, era un mondo in cui l'IVA sarebbe aumentata, nessuno avrebbe usufruito di quota 100, nessuno avrebbe avuto né reddito né pensione di cittadinanza, non era stata rafforzata la detassazione dell'IMU sugli immobili strumentali, non era stato esteso il regime forfetario (sì, lo so, non è la "vera" flat tax: non ricordo di aver mai detto che avremmo fatto tutto il primo anno, e se l'ho detto lapidatemi pure), ecc.

Certo che dobbiamo volere di più!

Però, perdonatemi, una cosa devo dirvela: così come mi sembrano surreali le richieste "europee" di fare una politica meno espansiva all'inizio di un ciclo recessivo (richieste che si sbricioleranno quando la recessione globale colpirà i buoni come i cattivi), altrettanto surreali mi sembrano certe rampogne che vedo circolare sui social. Per giustificarle, per carità, le giustifico: i grafici di questo post sono una spiegazione sufficiente! Ma per capirle dovrei pensare che abbiate la memoria di un moscerino, o che siate atterrati oggi in Italia provenendo dall'iperuranio dei testi di macroeconomia keynesiana, dove, in effetti, è scritto che bisognerebbe fare ben altro (credo di saperlo, ma ringrazio comunque chi me lo ricorda).

Il fatto è che nel mondo reale non basta che capiamo noi qual è la cosa giusta. Devono capirlo anche loro. Alla fine lo capiranno, perché i fatti hanno la testa dura e qui avete imparato ad apprezzarlo. Cerchiamo di non dimenticarceli, questi fatti: altrimenti la testa ce la romperemo noi.

Con immutato affetto e riconoscenza.

mercoledì 12 dicembre 2018

La diagnosi del Sassaroli

(...certe volte penso che tante inutili polemiche in campo "amico" - dagli amici mi guardi Iddio - non insorgerebbero se tutti noi avessimo piena contezza di alcuni grandi classici della nostra cultura. Segue esempio, tratto da un'opera che già ci è stata utile per arricchire il lessico della crisi...)


Alfeo Bagnai: "Diagnosi: un'Europa così tu non la reggi."

Rambaldo Macron: "No!"

Ecc.


(...perché non vi date una bella calmata? Quello che c'era da dire s'è detto, e forse dovreste rileggerlo - magari, fra le righe trovate qualcosa che in diretta vi era sfuggito. Siete proprio sicuri che non se ne terrà conto? E perché mai, di grazia? Perché ve l'ha detto il Corriere? O Repubblica? Ah, capisco... Ma allora, perdonatemi: a che cosa vi è servito leggermi? Perché siete qui? Perché tante smancerie, tanti complimenti, tante lettere d'amore, se poi, quando c'è bisogno di mantenere la lucidità, cadete in tutti i tranelli che i nostri nemici politici vi tendono? Ad esempio, sono settimane che state parlando del nulla, nonostante vi abbia detto che era il nulla. Poi magari le cose cambieranno, ma ce lo dirà la "cartaceità" - conio del mio capogruppo di opposizione preferito. Fino a che qualcosa di diverso non sarà stato "versato in atti", io riterrò che quel qualcosa sia il nulla. La carta dei giornali non ha valore di legge, nonostante su di essa vengano emesse molte sentenze inappellabili e con unico grado di giudizio: il titolone in prima - non credo che sia menzionato nei codici di procedura, ma insomma, funziona così...

Ecco, a me dispiace di non esservi stato utile quanto avrei voluto, di non avervi dato gli strumenti di lettura della realtà che mi illudevo di darvi, e anche, scusatemi - intervengo per fatto personale - di non aver stabilito con voi quel rapporto di leale scambio, di fiducia, che mi pareva in tanti anni avessimo costruito, condividendo anche più del necessario, e confrontandoci su tutto. Mi dispiace anche perché voi a me siete stati molto utili: mi avete portato in un posto in cui sto apprendendo molto, e magari, chissà, col tempo e stando al posto mio potrò anche ambire a concorrere a influenzare minimamente i destini del paese che amo. Che peccato scoprire che tutto quanto vi ho detto per anni non vi è servito a nulla. La prima cosa che credevo di avervi insegnato è quella che Emiliano Brancaccio pensava di dover insegnare a me: certe tendenze sono oggettive. Certo, poi occorre gestirle. Il modo più efficace per farlo mi sembra che rimanga quello di non farsi addossare la colpa dei fallimenti altrui, ma, certo, mi rendo conto, voi di politica ne capite più di me, e anche di comunicazione, di ricerca, e di divulgazione scientifica. Parlano per voi, come per me, i miei risultati. Ma, nonostante siate tanto migliori di me, mamma non mi ha fatto invidioso, e quindi continuo a volervi bene, e a tenere aperto il dialogo con voi, nella speranza che possiate insegnarmi il mio mestiere - di politico, comunicatore, ricercatore e divulgatore! Si può sempre migliorare, tranne quando si è perfetti, e voi lo nasceste, a giudicare da come trinciate giudizi. Un brutto vizio che qualcuno deve avervi attaccato, ma che vi prego di togliervi...)

(...la vita è strana. Vi ricordate di Pittella? Qualche tempo fa, forte del fatto che se qui siamo in maggioranza, in Europa siamo all'opposizione, lo levai di terra con un intervento di inizio seduta che effettivamente era molto veemente, diciamo anche troppo. Poteva sembrare un attacco personale, e non lo era: era un attacco politico. Qualche tempo dopo, incontrandolo, mi sono scusato e ho chiarito la mia posizione. Cerco di avere rapporti cordiali con tutti perché questa, anche se ogni tanto lo sembra - ed è anche giusto che lo sembri - non è una arena di gladiatori, ma un posto dove bisogna scambiarsi idee. Ieri, parlando a braccio, ho commesso un errore - lo trovate nel resoconto di seduta. Oggi mi sono avvicinato ai banchi del PD e scherzando ho detto: "Ma insomma! Dovreste essere un'opposizione costruttiva, che ci aiuta a migliorarci cogliendoci in fallo, e poi non vi siete nemmeno accorti che ieri ho detto ecc." (non vi dico cosa, vediamo chi indovina...). E Pittella, con un sorriso placido e tagliente: "Ma Alberto, noi sappiamo che tu sei perfetto, quindi non ci pensiamo a controllarti!" Colpito e affondato da Pittella. Ve lo sareste mai immaginato? Ci vuole rispetto per le persone, e non bisogna sottovalutare nessuno. Da tutti si può imparare, da tutti si può avere una lezione di umiltà, e tutte le lezioni di umiltà vanno accettate. E ora riprendete pure a trinciare giudizi su Twitter: vi osservo sempre con molto affetto e molta partecipazione, voi, e i vostri amici dei giornali influenti: quelli dove una diagnosi simile non è ancora stata pubblicata - nemmeno ex post!...)

lunedì 10 dicembre 2018

56 (cinquantasei) sfumature di NPL

(...non è un QED...)

Non sto a farvi la solita solfa, tipo: è un numero abbondante, è un numero di Tetranacci (che fa rima con Fibonacci, naturalmente), è un numero del triangolo di Pascal, ecc. Wikipedia è un posto meraviglioso, quando si parla di proprietà dei numeri. Quando si parla di economia è solo il posto dove si informano i professori associati di discipline non affini (come qualche collega divertito mi faceva notare)! Oggi 56 sono gli anni, e per festeggiarli mi sono regalato l'unanimità della Commissione VI su questa risoluzione. Ci sono molte cose che sapete, e che era opportuno "versare in atti".

E ora vado a versare del vino.


(...un punto volevo sottolinearvelo ma mi manca tempo. Magari colpisce qualcuno di voi...)

domenica 9 dicembre 2018

QED 89: Macron, un anno dopo...

"Seminate odio!"

Questo mi ha detto poco fa un simpatico frequentatore di quella cloaca che è Twitter. Se lo dicesse perché ci credeva, o perché gli avevano detto di dirlo, e se nel primo caso ci credesse perché gli avevano detto di crederci, e nel secondo caso fosse retribuito o meno per eseguire il suo compitino, non saprei dirvelo. Questo raglio, però, mi ha fatto venire voglia di tornare qui a fare quello che ho fatto per anni e che, con gran cordoglio di una infinita sequenza di mediocri, mi ha portato dove voi avete voluto portarmi: in un posto in cui capire le cose può essere più utile al paese che in una direzione del PD!

Seminare odio? Piuttosto, seminare conoscenza, fornendovi alcuni strumenti utili per interpretare il reale, o almeno la sua dimensione macroeconomica (il che, in tempi di crisi, ha la sua importanza). Credo che una parte del legame che qui ci unisce sia dovuta al fatto che, lasciando al tempo fare il suo lavoro, quello del galantuomo, avete potuto apprezzare quanto efficaci fossero le analisi che vi proponevo. Certo, dopo essere arrivati qui per voi il mondo è diventato più noioso. Ad esempio, quanto è successo in Francia difficilmente vi avrà stupito. Dopo quanto ci siamo detti qui (e fra un po' ripasseremo, a beneficio degli ultimi arrivati) il fallimento di Macron non dovrebbe tornarvi come una sorpresa.

Ma su questo blog non ci siete solo voi! Questo blog, non dimentichiamolo, è letto anche da brutta, anzi: bruttissima gente! Pensate: lo leggono addirittura iMercati! Suppongo quindi che queste parole siano lette anche da chi, qualche mese fa, a Londra, ha visto dipingersi sulle mie labbra un cortese ma esplicito sorriso di compatimento mentre, come vi raccontai a suo tempo, una strapagata mentecatta proveniente dall'Europa del Sud e impiegata da qualche grossa banca di investimenti del Nord mi faceva l'elogio di Macron e del suo staff, e di come si fossero presentati con delle belle slides, e di che bel cronoprogramma le avessero fatto vedere, e di come fossero credibili... Il mio argomento fu semplice (chi c'era se lo ricorderà): "Se farà un quinto di quello che ha promesso, il paese esploderà!" (non ricordo se le parole fossero proprio queste, ma il senso era e non poteva che essere questo).

Incredulità degli astanti, come immaginerete... ma nella mia agenda ci sono tutti i loro nomi, quindi più tardi gli scriverò!

Ora che è tutto chiaro, vale la pena di tornarci sopra non tanto per guardare indietro e prendersi la solita, sterile soddisfazione degli economisti ("io l'avevo detto!"), quanto per guardare avanti e apprezzare come sia cambiato il panorama. Gli ultimi arrivati impareranno qualcosa, ma anche i più esperti avranno le loro soddisfazioni.

Senza annoiarvi troppo con la teoria, che è esposta in dettaglio qui a beneficio di chi non è allergico alle formule, vorrei richiamarvi il punto principale, che è questo: come ognuno di noi, così anche la collettività nazionale può trovarsi in una situazione di surplus finanziario (e quindi avere soldi da prestare) o di deficit finanziario (e quindi avere bisogno di prestiti per coprire l'eccedenza delle proprie spese sui propri introiti). In macroeconomia, questa analisi viene spesso condotta considerando tre settori: quello privato (famiglie e imprese), quello pubblico (Stato, enti territoriali, enti previdenziali) e estero. Ognuno di questi settori può generare o assorbire risparmio: fatto sta, che in termini contabili nessuno può prendere in prestito del denaro se qualcuno non glielo presta (altrimenti è furto, e si esce dalla contabilità nazionale per entrare nel codice penale). Ne consegue che se un settore (ad esempio il settore pubblico) ha un "meno uno" perché si è fatto prestare un euro (era in deficit), gli altri settori registreranno complessivamente un "più uno" perché hanno prestato un euro (erano in surplus). In termini tecnici si dirà che "la somma algebrica dei saldi settoriali (cioè dei surplus/deficit dei settori privato, pubblico e estero) è necessariamente nulla".

Nelle economie avanzate normalmente il settore pubblico è in deficit. Resta allora il problema di chi lo finanzi, questo deficit. Può darsi che il settore privato generi sufficiente risparmio: ma ci sono anche casi in cui per finanziarsi il settore pubblico, e quando va male anche quello privato, devono ricorrere a finanziamenti esteri. In quei casi, il settore estero è in surplus (presta) verso uno o entrambi i settori interni, cioè il paese (inteso come collettività nazionale) si sta indebitando con l'estero. Per una somma di motivi che ho spiegato più volte, e che non sono difficilissimi da capire, la situazione in cui un paese (e in particolare il suo settore privato) si indebita verso l'estero, è molto, ma molto più esplosiva di quella in cui uno stato (cioè il settore pubblico) si indebita col settore privato nazionale. Basta pensare ai due casi di Grecia e Giappone, che qualche economista incauto aveva in passato accostato con una certa leggerezza...

In tutto questo discorso, sperando che non vi abbia fatto addormentare, c'è da ricordare un'ultima cosa: se io sono in surplus con te, tu sei in deficit con me. L'essenza della "goofynomics" è questa: una discesa, vista dal basso, somiglia molto a una salita. Un surplus dell'estero, visto dall'interno, somiglia molto a un deficit con l'estero ("di" e "con" sono due preposizioni ben diverse). Quindi, quando vi dico che l'estero è in surplus col paese (cioè che il paese si finanzia con capitali esteri), vi sto dicendo che il paese ha la bilancia dei pagamenti in deficit (cioè che il paese si sta indebitando, che poi è la stessa cosa che finanziarsi col capitale di un altro, no?).

Si parla di "deficit gemelli" quando un paese ha simultaneamente un deficit del settore pubblico, e un deficit di bilancia dei pagamenti. La Francia è esattamente in questa situazione. Non ci si è sempre trovata, ma ora ci si trova, e uscirne non sarà facile, anzi: per come è messo ora Macron, lo scenario più probabile è che entrambi i deficit si accentuino, e vale la pena di ricordare perché.

Il resto dell'articolo è dedicato a spiegarlo a chi non ci è già arrivato da solo.

Cominciamo dal grafico che vi avevo mostrato l'anno scorso, quello dei saldi settoriali francesi riportati dal Fmi nell'edizione del World Economic Outlook di aprile 2017 (immediatamente precedente all'elezione del novello Napoleone):



Il grafico riporta i saldi settoriali francesi in rapporto al Pil (la scala di sinistra indica punti percentuali), inizia nel 2002, e termina nel 2022 (gli scenari di previsione del Fmi sono a cinque anni e 2017+5=2022). Il saldo finanziario del settore privato è in blu, quello del settore pubblico in arancione, quello del settore estero in verde. A inizio periodo, il settore privato era in surplus (spezzata blu sopra lo zero), mentre quelli pubblico e estero entrambi in deficit. Le cifre erano, rispettivamente: 5.2% di saldo privato (surplus), -3.1% di saldo pubblico (deficit), -2.1% di saldo estero (deficit del settore estero, cioè surplus di saldo estero francese). Insomma, nel 2002 la Francia violava i parametri di Maastricht (perché il suo deficit era superiore al 3%: e questo non fa notizia, come vedete dal grafico...), ma aveva un surplus di saldo estero (2.1%) perché il suo settore privato aveva un rilevante surplus finanziario.

(Piccola nota metodologica ad uso degli eventuali operatori informativi presenti: un saldo - in inglese: "balance" - può essere positivo o negativo. Se è positivo è un surplus, se è negativo è un deficit. Se invece parlo di deficit sto già considerando una grandezza negativa, e quindi non devo esplicitare algebricamente il segno meno. Insomma: dire "un saldo pubblico di -3.1%" o dire "un deficit pubblico di 3.1%" è la stessa cosa. Sì, certo, naturalmente: so che lo sapevate, ma better safe than sorry...).

(Altra nota metodologica: 5.2-3.1-2.1=0, e così deve essere, per i motivi che vi ho spiegato sopra. Chiaro?)

Qual è la principale differenza fra la situazione nel 2002 e quella nel 2017, all'elezione di Macron?

Per capirla dovete seguire non tanto la linea rossa (saldo pubblico: è sempre stato in deficit - come in ogni paese civile - e praticamente sempre oltre il 3%). Quella che fa la differenza è la linea verde, il saldo del settore estero, settore che è il vero vincitore di questa breve storia triste (lo sconfitto essendo la Francia). Noterete come dal 2002 in poi (ma in realtà, estendendo la serie, dal 1999 in poi) il saldo dell'estero cresce (quello con l'estero quindi diminuisce), passando da territorio negativo (la Francia presta soldi all'estero) a territorio positivo (la Francia prende soldi in prestito dall'estero) nel 2008, per poi restare lì, graniticamente (nel 2015 il saldo scende a 0.2, ma resta positivo).

Dato che il saldo dell'estero è il contrario del saldo con l'estero, questa situazione può essere letta in un modo complementare, assolutamente isomorfo dal punto di vista algebrico, ma che arricchisce l'analisi dal punto di vista economico: il saldo dei conti esteri (rectius: saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti) francese è positivo fino al 2007 e negativo dal 2008, ovvero fino al 2007 in Francia le esportazioni eccedevano le importazioni, e dal 2008 accade il contrario. Insomma, quello che la linea verde vi racconta è un serio, serissimo problema di competitività: in Francia le importazioni sono cresciute più delle esportazioni, il che significa che il ricavato di queste ultime (le esportazioni) non è più stato sufficiente per finanziarie le prime (le importazioni). Detto ancora in un altro modo: dal 2008 l'economia francese, e in particolare il suo settore privato, hanno smesso di reinvestire all'estero i saldi finanziari realizzati vendendo all'estero più di quanto compravano dall'estero, e hanno cominciato a prendere soldi in prestito per finanziare l'acquisto di beni esteri non coperti dal ricavato delle esportazioni francesi all'estero.

Lo so: è una filastrocca tediosa, pressoché incomprensibile: eppure se volete capire prima cosa succederà dopo vi toccherà apprenderla (basta cliccare sull'etichetta "saldi settoriali" qui in fondo alla pagina - se siete in visualizzazione web).

Comunque, nel 2017, all'avvento di Macron, la Francia era nella situazione dipinta dal grafico: un rilevante deficit pubblico, finanziato in parte dal settore privato e in parte dal settore estero. Notate che nel grafico i dati del 2017 sono le previsioni a fatte ad aprile (non i dati a consuntivo). Quello che è interessante, però, è vedere come il Fmi si immaginava che Macron avrebbe funzionato: esattamente come Hollande. Le linee tratteggiate, che rappresentano le previsioni quinquennali, convergono tutte verso zero. Per il Fmi Macron avrebbe "chiuso" tutti gli squilibri della Francia: portando a zero il saldo di bilancio pubblico avrebbe risolto (?) il problema di competitività riportando in surplus il saldo con l'estero (cioè in deficit il saldo dell'estero).

E come?

Come ci si aspettava che avrebbe fatto Hollande: con "le riforme"!

Un anno fa avevamo ironizzato su quanto fosse semplice fare le previsioni al Fmi: sembrava che bastasse avere un righello e essere in grado di tirare una retta verso l'asse delle ascisse. Al tempo di Hollande infatti avevano fatto la stessa cosa:

(questo il grafico costruito coi dati del 2012), ma poi le cose erano andate in modo diverso e gli squilibri non si erano chiusi.

Credo però che gli ultimi rovesci della fortuna abbiano riavvicinato il Fmi alla durezza del vivere. In effetti, quello che colpisce negli scenari previsionali pubblicati a ottobre di quest'anno è...

Bè: non vi rovino la sorpresa: ve li faccio direttamente vedere:


Guardate? Non è meraviglioso? Non è fantastico? Ma come cosa!? Ma il fatto che perfino quei primatisti mondiali di wishful thinking cui il Fmi affida la definizione degli scenari previsionali non se la sono sentita di dare a Macron sufficiente credito, quello che gli avevano dato nel 2017, e che avevano dato prima a Hollande nel 2012: non se la sono cioè sentita, per la prima volta da che io possa ricordare, di emettere una previsione dove i saldi settoriali del paese convergono a zero, verso una situazione di preteso equilibrio almeno contabile (se non macroeconomico)!

Intendiamoci: le previsioni del Fmi sono comunque fasulle e incoerenti (ma anche questa non è una sorpresa, come non lo è il fatto che la Francia violi le regole). Ad esempio, quel -2.8% del Pil di saldo pubblico che secondo loro la Francia raggiungerebbe nel 2023, in realtà verrà ampiamente superato già dall'anno prossimo, come ormai tutti ammettono (ed era già sufficientemente chiaro ad ottobre). E ovviamente è impossibile che (in assenza di un riallineamento del tasso di cambio reale) il saldo estero si "chiuda" mentre l'atteggiamento di politica fiscale diventa più espansivo. Un'espansione del deficit comporta una crescita del Pil e quindi delle importazioni: fra cinque anni quindi vedremo che non solo la spezzata arancione sarà andata più in basso di dove la dipinge oggi il Fmi (ci sarà stato un ben maggiore deficit pubblico), ma anche che la spezzata verde sarà andata più in alto (maggiori importazioni, quindi maggiore necessità di finanziamenti dall'estero, quindi maggior surplus del settore estero verso la Francia, cioè maggiore deficit della Francia verso l'estero).

Le previsioni emesse sono quindi incoerenti in termini di elementare ragionamento macroeconomico, e questo ne sancisce la fasullaggine, ma il messaggio politico che davano a ottobre, prima che cominciasse la rivolta dei gilets jaunes era già devastante: secondo il Fmi, Macron avrebbe fallito nel suo proposito di consolidare i conti pubblici francesi, intrappolato dalla stringente logica economica dei deficit gemelli. Nessuno pare essersene accorto, e non me ne ero accorto nemmeno io, semplicemente perché ultimamente devo occuparmi di altre cose (la direttiva antielusione, quella sul mercato secondario delle esposizioni deteriorate, la riforma del codice fallimentare, il decreto fiscale, la legge di bilancio, ecc.).

Naturalmente, dopo i gilets jaunes il quadro si complica, e di molto!

Da un lato, infatti, sarà necessario spingere molto più in giù il saldo pubblico (cioè aumentare molto di più il deficit) per cercare di far star buona tutta questa gente (e infatti, ad esempio, l'aumento delle imposte sui carburanti è già storia passata). Ma dall'altro sarà impossibile ricorrere alle "riforme strutturali", cioè alla precarizzazione del mercato del lavoro a scopo di riduzione dei salari, per ottenere quel riallineamento del cambio reale del quale la Francia ha bisogno da ormai più di un decennio, e avrà ancor più bisogno se le politiche di bilancio sosterranno i redditi (cosa inevitabile, a meno che non si voglia veramente far aumentare la tensione sociale), e quindi spingeranno le importazioni (aumentando l'esposizione della Francia sui mercati esteri). Detto in altre parole, i francesi hanno dimostrato di essere sufficientemente nervosi, e quindi, se già è impossibile pensare che qualcuno proponga oggi a noi una cura Monti, è impossibilissimo pensare che la si proponga ai francesi, i quali, negli attuali assetti di regole europee, ne avrebbero molto, ma molto più bisogno di noi. Altro che ridurre il numero dei fonctionnaires (dipendenti pubblici) per ridurre la spesapubblicabbrutta! Altro che flessibilizzazione (sempre in uscita, sempre al ribasso) del mercato del lavoro (su cui peraltro si andrebbero a riversare i suddetti fonctionnaires)!

Le cose andranno in un altro modo: tutte le ricette "liberiste" che tanto mandavano in brodo di giuggiole i commentatori autorevoli (incapaci di vedere a un palmo dal proprio naso) finiranno nella pattumiera della storia insieme a chi le ha proposte e a chi le ha commentate. Le regole europee si dimostreranno per l'ennesima volta insostenibili anche per un vaso di ferro (la prima volta accadde per la Germania, che era il malato d'Europa nel 2000 come la Francia lo è nel 2018), e quindi dovranno cambiare, a meno che il vaso di ferro non scopra di essere anche lui di coccio, nel qual caso non credo che si andrebbe incontro a uno scenario molto più stabile (e comunque anche la Germania non è più quella di una volta...).

Qui finisce la lezioncina di macroeconomia. Chi già la sapeva, è soddisfatto. Chi ancora non la sapeva, l'apprenderà. Chi non vuole proprio apprenderla, la imparerà dalla storia.

Io il mio dovere credo di averlo fatto, e se qualcuno lo chiama seminare odio, me ne farò una ragione e risponderò con un cortese ma esplicito sorriso di compatimento: lo stesso riservato a marzo alla gentile ancella dei mercati che mi narrava le mirabilia di Macron...

Rinnovo quindi l'invito a stare saldi (in senso morale, non settoriale), e a non discutere con gli imbecilli: è noto che vi trascinano al loro livello e vi battono con l'esperienza. Di "competenti" che hanno imparato l'economia da uno dei tanti variopinti guitti millantatori di titoli la sfera social rigurgita. Nessuno di loro ha mai azzeccato una previsione né è stato in grado di capire perché non l'avesse azzeccata: sono, se possibile, peggiori dell'economista standard (quello che capirà domani perché le cose previste ieri non sono successe oggi). Loro, invece, non capiranno: sono quelli che oggi se la prendono col popolo ingrato che non apprezza la grandezza di Macron ("c'è tanta invidia e tanta cattiveria signora mia...": le prefiche del capitale mi ricordano molto le amiche barbute di mia nonna, incubo della mia infanzia...).

Noi ci vediamo qui alle prossime presidenziali francesi, fra quattro anni, salvo imprevisti!


(...solo per caso a questo QED è toccato il numero 89, un numero difettivo, di Markov, altamente cototiente, ma soprattutto un numero cui i francesi sono, o dovrebbero essere, affezionati per motivi storici...)

domenica 2 dicembre 2018

Le regole

Come sapete, i Trattati europei attualmente prevedono che il rapporto deficit pubblico/Pil non debba eccedere il 3%. Su questa regola si innesta dal 1997 il Patto di stabilità e di crescita (la crescita come sapete si è persa per strada, ma passons), secondo cui il deficit pubblico deve tendere a situarsi in una posizione vicina all'equilibrio o in surplus: potremmo chiamarla la regola dello 0%. Non mi dilungo sulle assurdità di un mondo a deficit zero, che nel lungo periodo è necessariamente un mondo a debito zero (sembra una bella cosa, ma non lo è per tanti motivi che qui abbiamo discusso e che ora non ho tempo di ridiscutere). Sapete anche che in vigenza della regola dello 0%, Germania e Francia decisero di violare la regola del 3% (i motivi della violazione da parte della Germania ve li spiegai a suo tempo qui: sostanzialmente, finanziare la madre di tutte le violazioni della concorrenza - sul mercato del lavoro). Non entro qui nemmeno sul diverso rango giuridico delle due regole (ci ha lavorato Giuseppe Guarino, magari con calma facciamo un'analisi di quel tipo: ora mi interessa darvi una prospettiva più economica).

La regole dello 0% in realtà è temperata dal fatto di riferirsi ai saldi di bilancio strutturali. Cosa sono questi saldi strutturali? Senza entrare (per ora) nelle formule, potremmo definirli come saldi corretti per la fase del ciclo economico. Un primo "spiegone" non troppo tecnico lo trovate qui. L'idea (di per sé sensata) è che se si è in fase recessiva, il riferimento allo 0% è controproducente: occorre che lo stato intervenga per sostenere l'economia. La soluzione adottata è quella di considerare ai fini del rispetto delle regole non il saldo nominale, ma quello corretto sottraendo la componente ciclica.

Quest'ultima, a sua volta, è il prodotto di due elementi: il primo è l'output gap, cioè lo scarto fra Pil effettivo e Pil potenziale (in percentuale del Pil potenziale). Cos'è il Pil potenziale? Viene variamente definito come il livello di prodotto raggiungibile in condizioni di piena occupazione delle risorse, o raggiungibile senza creare tensioni sui prezzi. Quindi, è una stima. Il secondo numeretto è anch'esso una stima: la stima della semielasticità del saldo di bilancio all'output gap (cioè: la stima di quanto reagisce "automaticamente" il deficit pubblico al rallentamento o all'accelerazione del ciclo economico, ad esempio per effetto dei cosiddetti stabilizzatori automatici: banalmente, il fatto che se l'economia gira, crescono gli imponibili, cresce la raccolta fiscale e quindi il deficit cala, come pure diminuiscono i sussidi di disoccupazione e quindi il deficit cala, mentre il contrario accade se l'economia non gira).

Il secondo numeretto (la semielasticità) è sempre positivo, mentre l'output gap può essere positivo o negativo.

Se l'output gap è positivo, il Pil effettivo è superiore al potenziale, cioè c'è rischio di tensioni sui prezzi (surriscaldamento dell'economia). In questo caso al saldo di bilancio nominale viene sottratto il prodotto di due numeri positivi (l'output gap e la semielasticità), il che significa che il saldo strutturale è inferiore a quello nominale. In altre parole, in queste circostanze il deficit valutato in termini strutturali è più ampio di quello registrato contabilmente, il che significa che le regole fiscali, tarate sui saldi strutturali, imporranno un percorso più restrittivo.

Se l'output gap è negativo, cioè se il Pil effettivo è inferiore al potenziale (insomma: se siamo in condizioni recessive), il saldo strutturale si ottiene sottraendo a quello nominale il prodotto di un numero positivo (la semielasticità) per un numero negativo (l'output gap), cioè sottraendo una grandezza negativa. Dato che meno per meno fa più, in caso di output gap negativo il deficit (saldo negativo) valutato in termini strutturali sarà inferiore (in valore assoluto) al deficit "contabile", e quindi le regole consentiranno di adottare una politica di bilancio più espansiva.

Per un esempio, vi fornisco un estratto del WEO del 2014 (il primo che mi sono trovato fra le mani), da cui vi mostro output gap e saldo nominale e strutturale dell'Italia (in rapporto al Pil):






Nel 2008 l'output gap era positivo (secondo loro) e quindi nonostante noi rispettassimo la regola del 3% in termini contabili (-2.67), la stavamo violando in termini strutturali (-3.99): insomma: avremmo dovuto essere più formichine, più buon padre di famiglia, e via scemenzando secondo lo stantio repertorio neoliberista (la medicina fa bene solo se è amara, il tetto va riparato prima che piova, ecc.).

Nel 2009 l'output gap era negativo, e quindi, anche se in termini nominali stavamo violando la regola del 3% (-5.41), in realtà in termini strutturali la violazione era più contenuta (-4.2). La famosa "flessibilità" di cui si parla entra in gioco in questo ragionamento. Dato che nel 2009 le condizioni congiunturali erano seriamente compromesse, con un Pil effettivo sotto al potenziale, fra saldo strutturale e saldo nominale c'era un "gioco", un "lasco", uno "spread" di circa 1.2 punti di Pil: una certa flessibilità di bilancio poteva essere tollerata.

Spero che la logica del gioco sia chiara: imporre regole rigide (0%) con applicazione flessibile a seconda delle condizioni del ciclo economico.

Il problema, però, è che, come i veri tecnici sanno (cioè quelli con un minimo di preparazione in econometria e in particolare in analisi spettrale) la determinazione di quale sia la fase congiunturale presente è estremamente complessa sia in termini concettuali che in termini pratici. Le procedure che Bruxelles sceglie per calcolare l'output gap sono tali che, come avrete notato nel documento che vi ho linkato sopra, perfino i documenti della Commissione ne prendono le distanze, e think tank (o più esattamente  yes thank) ultraeuropeisti come il Bruegel se ne fanno apertamente beffe. Il fatto che il concetto di output gap (e, a valle, quello di "flessibilità") sia così gelatinoso (wobbly) non impedisce a una simpatica corte di miracoli di politici trombati qui o altrove, di opinionisti da un soldo al mazzo, di esperti di varia estrazione, di articolare su di esso inqualificabili rodomontate contro l'attuale governo italiano. La flessibilità, insomma, per come viene calcolata, è una stima basata sul prodotto fra una stima e una stima, e su nessuna di queste stime (o, più esattamente, delle metodologie su cui si basano) esiste un consenso scientifico nemmeno all'interno del fronte di chi le sta usando per imporci un'agenda politica.

E già qui ci sarebbe da dire.

Peraltro, ho sempre dato atto, anche in aula, a Padoan di aver sollevato questo problema, se pure con eccessivo garbo e quindi con risultati scarsi (dell'ordine dei pochi decimali).

Tanto per farvi capire di cosa si sta parlando, vi propongo il grafico del Pil effettivo e potenziale dal 1980 al 2007 tratti dal WEO di aprile 2007:


e dall'ultimo WEO (quello dell'ottobre 2018):

Notate nulla? Nell'aprile 2007, cioè quando si sarebbe dovuto stilare il DEF per i tre anni successivi, il Pil effettivo risultava inferiore a quello potenziale. L'indicazione che il Pil potenziale forniva nel 2007 era quindi quella di stimolare l'economia. Vista dal 2018, invece, la situazione sembra completamente diversa: il 2007 appare come un anno "sopra" potenziale, in cui l'economia la si sarebbe dovuta rallentare, il che, alla luce della catastrofe che è venuta dopo (nel 2008, con Lehman) sembra quantomeno paradossale.

Da cosa dipende questo paradosso? Lo capiamo se allarghiamo lo zoom prendendo il grafico del Pil effettivo e potenziale fino al 2023, calcolato nell'ottobre scorso (2018):



Le metodologie di calcolo del Pil potenziale sono tali da rendere questa misura una specie di media del Pil effettivo (tecnicamente si parlerebbe di "filtraggio" della serie, e chi è addentro sa che in Europa un pezzo del discorso è l'uso del filtro di Kalman, usato per depurare dal rumore "ciclico" il segnale "strutturale"). I paradossi di questo modus operandi sono molti, e il primo è che, come vedete dall'ultimo grafico, la misura di quale sia il potenziale produttivo di un'economia dipende in modo cruciale da quali siano stati i suoi andamenti passati. In altri termini: se l'economia viene colpita da un forte shock di domanda mondiale (come è accaduto nel 2008-2009), a partire dall'anno successivo la stima di quale sarebbe il potenziale di offerta del paese viene ridotta al ribasso, senza che vi siano, di per sé, particolari motivi per farlo, almeno nel quadro ideologico di riferimento di chi adotta queste regole. Questo quadro di riferimento è, ve lo ricordo, offertista (l'offerta crea la domanda, l'offerta non è condizionata dalla domanda), e fondato sulla razionalità individuale (l'economia è guidata dalle aspettative sui comportamenti futuri degli agenti economici, aspettative che mediamnte risultano corrette). Il paradosso è che i nostri amici razional-offertisti, quando vanno a concepire regole di politica economica, si appoggiano a un quadro statistico che contraddice completamente il loro approccio ideologico, perché in esso la domanda influisce sull'offerta (il Pil potenziale cala se c'è una crisi di domanda) e le valutazioni sono backward looking (la stima del potenziale produttivo futuro cala se in passato è calata la produzione/reddito dell'economia).

Capite perché a me viene da ridere quando mi chiedono (come mi chiederanno): "ma sarà 2.4 o 2.2?".

Il vero problema, qui ed ora, è che è completamente assurdo considerare il 2018 e gli anni ad esso successivi come anni in cui il gap è chiuso (e quindi non può essere concessa al nostro paese flessibilità di bilancio, perché altrimenti finiremmo "sopra potenziale" surriscaldando l'economia). Insomma: è assurdo considerare come strutturale una disoccupazione prossima alle due cifre, che è poi l'ovvio risultato che si ottiene se si vuole portare vicino allo zero un saldo strutturale costruito con riferimento a simili stime del potenziale, stima che incorporano, perpetuandola, quella divergenza dal percorso di lungo periodo di cui vi ho parlato qui.

Notate bene: visto che il Pil potenziale è così influenzato dai risultati passati, ne consegue che chi rispetta le regole, riportando rapidamente il saldo di bilancio sotto controllo (come noi abbiamo fatto in particolare con Monti), si fa male due volte: una subito (cioè nel 2012, e ce ne siamo tutti accorti), e una in futuro (cioè oggi), quando nel suo "potenziale" di crescita verrà incorporato lo shock negativo che il rispetto delle regole non ha consentito di attutire. Chi ha fatto il furbo, come la Francia, invece ora è avvantaggiato, perché il suo potenziale sembra più alto del nostro, il che significa che a parità di recessione qui e lì, a loro può essere concessa maggiore flessibilità oggi perché se la sono presa ieri.

Chiaro?

Ecco: spero di avervi avvicinato meglio al fantastico mondo delle regole. Ora sapete con chi avete a che fare.

State saldi (in senso morale, non strutturale). La storia non perdona l'irrazionalità. Non cedete alle provocazioni, non credete alla propaganda, e sostenete chi porta una voce di razionalità nel dibattito.

giovedì 29 novembre 2018

A braccio...

(...la dichiarazione di voto di ieri. Potreste leggerla al posto suo, nei resoconti di seduta, ma lì non potreste commentarla. Qui sì. A proposito: alle migliaia di persone che ci hanno inondato di lettere tutte sostanzialmente identiche a proposito di un problema che le affliggeva vorrei dire che le ringrazio perché evitano di inondarci di lettere ugualmente identiche per ringraziarci di averlo risolto. Non lo abbiamo fatto perché ci hanno inondato di lettere, ma perché pensavamo che fosse giusto farlo. Quindi lo avremmo fatto anche se l'inondazione non ci fosse stata....)


BAGNAI (L-SP-PSd'Az). Signor Presidente, gentili colleghi, ho accettato con gratitudine l'incarico del Capogruppo di esprimere la dichiarazione di voto del mio Gruppo sul decreto-legge fiscale: un provvedimento che ho accompagnato nel suo percorso in VI Commissione al Senato.
Ringrazio i colleghi che hanno generalmente espresso un apprezzamento per il modo con cui abbiamo cercato in quella sede di dare alle nostre opposizioni la possibilità di esprimere il loro contributo.
Voglio anche esprimere un ringraziamento non di circostanza agli Uffici, che ci hanno aiutato nel compito complesso di affrontare un provvedimento che, per le sue sfaccettature, necessitava di un supporto consistente, anche sotto il profilo tecnico. (Applausi del senatore D'Alfonso).
Quando mi sono affacciato al mondo della politica, l'ho fatto portando con me le parole di un amico, Giorgio La Malfa, che mi aveva detto che questa esperienza mi avrebbe arricchito culturalmente. Credo che volesse dirmi che avrei visto tante cose strane. In effetti, questo, in qualche modo, sta succedendo. Una l'ho vista oggi, quando mi sono sentito rimproverare la mancanza di autonomia valutativa dall'erede del partito che ha eretto a sistema il metodo del centralismo democratico. (Applausi dai Gruppi L-SP-PSd'Az e M5S). Questa è stata per me una sorpresa e per discolparmi, in un certo senso, da questa accusa, e anche perché - devo dire - il mestiere di Presidente di Commissione che sto provando ad apprendere è piuttosto impegnativo, per dare prova di autonomia, se non valutativa quantomeno discorsiva, non ho con me un foglio (perché non ho avuto il tempo di scriverlo, essendo tante le questioni da affrontare).
Voglio quindi soffermarmi, con spontaneità, sincerità e con lo spirito di confronto che ha caratterizzato un po' tutta la genesi del provvedimento in Commissione, su tre punti che mi sembrano essenziali, sui quali mi piacerebbe veramente che, posatasi la polvere e attenuatisi i toni, che sono necessariamente accesi in Assemblea, si possa riflettere con calma. Un punto è il contesto; un altro è il metodo e un terzo punto sono i contenuti.
Il contesto nel quale questo decreto-legge nasce è stato evocato dalla collega Conzatti, relatrice di minoranza, facendo, però, riferimento alle informazioni giornalistiche degli ultimi giorni e delle ultime settimane, che dipingono un'Italia completamente allo sbando; un Paese sull'orlo della bancarotta per colpa di noi, i barbari. Vi proporrei, tuttavia, un esercizio diverso.
Per apprezzare il tipo di operazione che è stata fatta con questo decreto-legge, vi proporrei di allargare un po' lo zoom e magari di non rifarci alle fonti della stampa, che necessariamente esprime un ampio ventaglio di opinioni, ma, come sapete, citando - visto che qualche giorno fa abbiamo commemorato un grande classico del nostro cinema - un classico del cinema statunitense, l'ispettore Callaghan, le opinioni ognuno ha le sue. Io vorrei piuttosto soffermarmi sui dati - guardiamo cosa ci dicono - secondo cui ci vorranno ancora cinque anni perché il livello del reddito in Italia ritorni a essere quello pre-crisi. Questa frase ve l'ho già detta in altre circostanze, quindi rischia di diventare un ritornello un po' stantio. Per arricchirla di icasticità, mi sono permesso di mettere il grafico sul mio blog così chi vuole può andare a vederlo, sta lì.
Ci vorranno altri cinque anni, e questo non significa che fra cinque anni la crisi sarà finita: significa che fra cinque anni avremo quindici anni di ritardo sulla nostra storia. Significa che, nella storia del prodotto interno lordo di questo Paese, la crisi appena terminata ha aperto una cicatrice che si vedrà per i prossimi secoli, se qualcuno fra secoli avrà voglia di registrare ancora il PIL come oggi lo concepiamo.
L'evento nel contesto del quale ci muoviamo in termini economici ha la dimensione di un evento bellico. Questo per dire che, quando sento porre questioni pregiudiziali rispetto all'urgenza d'intervenire in campo fiscale, non posso resistere alla tentazione di considerare queste eccezioni come strumentali o come derivanti da un non completo apprezzamento della tragicità della situazione nella quale siamo, della drammaticità della situazione del nostro Paese. Questo per il contesto.
Vorrei ricordare che altri Paesi, i quali a differenza di noi non hanno ritenuto di fare i primi della classe obbedendo a tutte le regole dettate dai loro concorrenti, hanno già raggiunto - e anche questo lo trovate oggi sul mio blog - il sentiero di crescita di lungo periodo. Fra il sentiero di crescita pre-crisi e quello sul quale siamo adesso c'è un gap di 400 miliardi di euro, che non so se riusciremo mai a recuperare. Teniamo conto di questo quando parliamo di un atteggiamento condonistico.
Vorrei poi intervenire brevemente sul metodo, dopo aver individuato il contesto. Ci è stato detto che quello in esame è un provvedimento omnibus, che non era il sedime normativo adeguato. Peraltro devo dire, a titolo di cronaca, che per me è stato, è tutt'ora e sarà un grande piacere avere come Capogruppo del PD in Commissione finanze il senatore D'Alfonso, del quale anche in questa sede abbiamo potuto apprezzare l'eloquenza, che comunque è sempre pregna di contenuti e ci permette di approfondire l'analisi. Egli ha parlato di sedime normativo inadeguato. Beh, io non desidero fare il facile gioco di dire che avete cominciato voi, però voglio notare che nelle pieghe del provvedimento in esame, che era molto complesso, siamo dovuti intervenire anche perché c'è una storia di provvedimenti di struttura presi in un sedime normativo inadeguato. Noi abbiamo cercato di rimediare ad alcune criticità emergenti da riforme del credito fatte per decreto-legge, senza una necessaria adeguata attività istruttoria ed eccependo un'urgenza che in quei casi invece non c'era. Infatti, se prendiamo ad esempio il comparto del credito cooperativo e andiamo a vedere cosa ne dicono le relazioni della Banca d'Italia, noteremo che da nessuna parte emerge una necessità ed un'urgenza d'intervento complessivo in quel comparto. E quando poi si interviene sull'onda di una emotività o di circostanze contingenti, accadono cose come quella che abbiamo dovuto gestire nel provvedimento in discussione. Non so se fosse la sede opportuna per affrontare il tema, ma vi ricordo che una riforma, quella delle banche popolari, adesso è sub iudice alla Corte di giustizia dell'Unione europea per il semplice motivo che qualcuno ha riflettuto sul fatto che neanche i regolamenti europei sono così draconiani da prevedere che chi affida i propri risparmi a un istituito non venga rimborsato mai, che è l'interpretazione data qui in Italia di una regola europea. Ci sarebbe quindi da aprire anche un dibattito sul metodo, su questa nostra velleità di applicare sempre ciò che viene dall'estero in modo estremamente penalizzante per noi stessi. Fino a che noi non apriremo un dibattito sereno - e lo chiedo in questo senso all'opposizione di sinistra - su questo tema, qualsiasi richiamo a regole esterne verrà visto dai nostri concittadini, dai lavoratori italiani, più come una volontà di aggressione nei loro riguardi, che come una volontà di aderire a un progetto di ordine superiore. (Applausi dai Gruppi M5S e L-SP-PSd'Az). Questo, se posso sommessamente dirvi dal mio punto di vista, che è settoriale, limitato, di avversario politico, è il principale problema che dovete risolvere.
Passando ai contenuti, perché noto che mi devo avviare alla conclusione (ma in questa sede sul serio perché non è come nelle conferenze dove poi si parla per mezz'ora), ci è stato detto che noi, con misure condonistiche, avremmo in qualche modo intaccato ed eroso il patto sociale. Occorre però ragionare su quale riteniamo sia lo scopo della vita. A mia figlia a scuola hanno insegnato che gli articoli più importanti della prima parte della Costituzione sono il decimo e l'undicesimo, perché sono quelli che ci hanno consentito di entrare in Europa. Questo le è stato detto, poverina. Io non l'ho contestato, perché per carità! Non sia mai per me entrare nei percorsi didattici degli insegnanti. Però anche l'articolo 3 non è male. Lo vogliamo leggere insieme? «È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese». (Applausi dai Gruppi L-SP-PSd'Az e M5S). Ce lo ricordiamo. L'austerità, intaccando questi inderogabili doveri di solidarietà, ha messo, quella sì, a rischio il patto sociale del Paese.
E che al termine di un periodo in cui abbiamo visto aumentare i poveri si ricorra a interventi di rottamazione che, a differenza dei precedenti, sono più accessibili (perché prevedono una maggiore dilazione delle rateizzazioni), quindi offrono un effettivo ristoro, non mi sembra che ci possa essere imputato come una grave violazione del patto sociale o come un aggiramento dei doveri che il contribuente ha nei riguardi dello Stato.
Dobbiamo capire a che punto siamo: siamo in una situazione di estrema, tragica recessione, della quale - ahimè - non riusciamo a vedere effettivamente la fine. E proprio per questo motivo riteniamo parlando di una cosa della quale qui oggi non si tratta - che l'impianto espansivo della legge di bilancio abbia una piena legittimità di essere e possa contribuire a risolvere il problema.
È per questi motivi che dichiaro il voto favorevole del Gruppo Lega-Salvini Premier-Partito Sardo d'Azione. (Applausi dai Gruppi L-SP-PSd'Az e M5S. Congratulazioni).






(...nota: io però ho dettp Psdàz, con l'accento sulla "a"...)

(...avrei avuto delle cose un po' più strutturate da dire circa il provvedimento, ma siccome rigore è quando arbitro fischia e legge è quando esce in Gazzetta, prima portiamo a casa, e poi commentiamo. Non me ne vogliano gli operatori informativi: un modo per tutelarsi dalla loro tanto inesausta quanto certamente involontaria attività distorsiva è mantenere un minimo di décalage rispetto a quello che loro chiamano il "notiziabile": qui lo abbiamo sempre fatto, per metodo, e non sussistono motivi per deflettere proprio ora da questa bestpràctis...)