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lunedì 30 maggio 2016

Un (vecchio?) dibattito coi comunisti francesi

(...siccome su Twitter mi sta trollando la qualunque - dai compagni di Rifondazione di Padova a simpatici anonimi area Wu Ming per i quali io ovviamente sono un servo del capitale nonché un fascista che si pavoneggia ai convegni con il diavolo biondo - e siccome nel frattempo, invece, pare che Paris XIII - l'università dei post-keynesiani parigini - mi voglia invitare per un visiting, e Dany Lang è stato così cortese da sollecitare un mio paper sull'uscita dall'euro per questa conferenza, segnalando così apertamente che del tema pare si possa parlare anche in Francia senza essere tacciati di lepenismo [del resto, Arsène mi aveva detto che gli économistes atterrés si erano divisi su questo tema], vi ripropongo un vecchio dibattito, la presentazione del mio libro al CEPN, nel quale ebbi un simpatico siparietto con un ideologo del vecchio Partito Comunista Francese. Per motivi assolutamente imponderabili e incomprensibili, mentre in Italia i comunisti di Rizzo sono per uscire dall'euro, i comunisti francesi sono su posizioni che in Italia sarebbero selline. Da qui la simpatica dialettica con l'anziano collega, che raggiunse un punto culminante in una mia domanda che ricordo, ma che lascio ai francofoni il piacere di andarsi a trovare da soli, nel terzo filmato. Credo che quel dibattito abbia contribuito ad aprire una piccola crepa negli atterrés, che da posizioni monoliticamente sbilifestine hanno cominciato a evolvere. Naturalmente, se la crepa si è aperta, e se ora si possono quindi presentare paper scientifici sull'uscita dall'euro anche a conferenze "de sinistra", lo si deve anche a voi, e al sostegno che avete dato ad a/simmetrie. Tornerò a chiedervelo fra un paio di giorni, dopo avervi parlato di quanto abbiamo fatto nell'ultimo anno, e di quanta strada ci resta ancora da fare, ma intanto grazie: puntare sulla ricerca non è, certo, risolutivo, ma non è inutile. Spero di avervelo dimostrato finora, e di poter continuare a dimostrarvelo. Del resto, a/simmetrie non fa solo ricerca. Presto potrò preannunciarvi il programma del nostro convegno annuale. Sono sicuro che vi piacerà. In effetti, uno dei relatori già dovreste sapere chi è, perché ve l'ho detto, ma non mi pare che ve ne siate accorti...)













(...ah, naturalmente il fatto che io prima sia andato a parlare dai comunisti, non servirà a convincere i fascisti per i quali "coi fascisti non si parla" che io non sono un fascista. Però, sinceramente, in questo momento ho altri problemi, e se anche non ne avessi, avrei altre priorità. Rilevo comunque il fatto che nessun fascista mi ha mai detto: "con te non parlo perché sei andato a parlare coi comunisti". Ovviamente ai fascisti di cui sopra questa cosa sembrerà normale: loro infatti pensano di essere migliori, e quindi, perché mai uno dovrebbe parlare coi peggiori? Sono stato educato così anch'io, a ritenermi migliore perché ero nato dalla parte giusta. Poi ho capito che il mondo è talmente ingiusto che una parte giusta non c'è, e ho cominciato a spogliarmi dalla logica dell'appartenenza. Non è semplice, ma se ce l'ho fatta io possono farcela anche quelli che vengono a darmi ripetizioni di purezza etnica marziana su Twitter, e a spiegarmi che il problema non è l'euro ma... Continuo a non capire perché dovrei impegnarmi in faticosi esercizi dialettici con chi ignora la differenza fra condizione necessaria e sufficiente, ma ora vi lascio, e poi torno con qualcosa di meno francofono...)

giovedì 26 maggio 2016

Sinistra e Europa: storia di uno spiaggiamento

Non riprendo il discorso dall'inizio. Sappiamo che uno strumento di deflazione salariale non può essere "di sinistra". Spero anche che sappiate la differenza fra articolo indeterminativo (uno) e determinativo (lo), come pure, per dire, quella fra condizione necessaria e condizione sufficiente. Molti miei colleghi ignorano queste distinzioni per SMS (squallidi motivi strumentali), ma appunto non voglio riavvolgere il nastro qui e ora (sto per entrare in aula a fare esami).

Voglio solo segnalarvi due contributi che ci aprono prospettive sulla storia dello spiaggiamento della sinistra (contributi che, peraltro, mi avete segnalato voi).

Il primo è la tesi di dottorato di Carlo Giuseppe Cirulli, intitolata La sinistra italiana e il processo di integrazione europea: la transizione del PCI attraverso il suo discorso sull'Europa. Sicuramente un lavoro di qualità, dato anche il prestigio dell'istituzione dalla quale proviene. Non ho avuto tempo se non di scorrerla. Avrò tempo di leggerla quando sarò morto, temo, ma forse anche prima, e nel frattempo mi saranno gradite le vostre osservazioni e segnalazioni di passaggi cruciali. La parabola dall'antieuropeismo acritico all'europeismo acritico mi sembra una chiave di lettura sensata. Se la accettassimo, il dato sarebbe che la sinistra italiana in equilibrio tende ad essere acritica, e dall'equilibrio si scosta solo a calci nel sedere. La cosa non mi fa affatto piacere, anche se per me, come sapete, non è un'assoluta novità.

Il secondo è una serie di articoli pubblicati da Alessandro Mustillo su Senza tregua (l'organo del Fronte della Gioventù), e riassunti qui, nei quali si descrive ottimamente il punto di partenza di questa parabola: il periodo che Cirulli liquida come antieuropeismo acritico. In effetti, mi pare che di pensiero critico, all'epoca, ce ne fosse. Quanto meno, un'idea su quali fossero gli interessi da difendere traspare. La differenza rispetto a oggi è tanto abissale quanto desolante, come pure lo è la totale assenza di memoria storica di tanti che pure si piccano di "fare politica"...

(...ovviamente parlo di questo Fronte della Gioventù...)

mercoledì 25 maggio 2016

Manuale di logica eurista: il contante (quarto addendum)

(... per i contributi precedenti potete cliccare qui...)

Ricevo da un amico questa lettera:

Ti prego di meditare - ovviamente dopo cose più serie!!! - sul concetto di contanti:

1) 100 euro contanti dopo 50 passaggi sono sempre 100 euro. 100 euro pagati con credit card al 2% a passaggio finiscono in buona parte a VISA e Mastercard!!
2) non hai bisogno di nessuna autorizzazione per pagare ( nè governativa nè bancaria) 
3) chiedi ad un argentino come è andata con le carte di credito ( bloccate)  e come è andata con il contante ( rimasto US dollars cash)
4) La libertà è un valore, anche se spesso è usata male
5) la mafia non usa i foglietti da 500 ma bonifici bancari e gli evasori fanno fatture false 
6) se tolgono i contanti torna l'oro e l'argento oppure le conchiglie perchè un mondo Owelliano non regge, non ha mai retto e non reggerà
etc etc etc

Un saluto da un ottimista

che immediatamente promuove in me questa riflessione:

non è strano che quelli che "grazie alla moneta unica abbiamo abolito le commissioni sui cambi, che prima, quando c'erano le valute nazzzzzzzionali, ti si mangiavano tutto il tuo contante mentre passavi da un paese europeo all'altro..." siano anche quelli che "dobbiamo abolire i contanti per combattere l'evasione e pagare tutto con moneta elettronica!"?

Ma come?

Le commissioni non vanno bene se le paghi a un ufficio cambi per andare da un paese a un altro, ma vanno bene se le paghi a una banca standotene a casa tua? Di norma, all'estero ci vai se vuoi (sì, sappiamo che in un'unione monetaria in realtà spesso devi...), mentre effettuare pagamenti nel paese in cui vivi non è facoltativo, ma obbligatorio.

E poi, soprattutto visto che il contante è tanto brutto perché porta con sé i microbi di malattie importanti, come la coruzzzzzzzione e l'evasione, chi ti obbliga a girare per l'Europa, e più in generale per il mondo, col contante? Io col mio Bancomat prelevo anche in Ciiiiiiiiiiina (da quando c'è, cioè da oggi). Semplicemente, se le commissioni (e il loro cumularsi al passaggio di ogni frontiera) fossero state il vero problema, lo si sarebbe potuto risolvere come lo si risolve quando si gira nei paesi dotati di valuta nazionale (scusate la parolaccia), che, lo ricordo, sono quelli in grigio:


(con un grazie a Mauro Lisanti che mi ha segnalato questa immagine su Twitter)

cioè praticamente tutti tranne le colonie europee della Germania (Francia incluse) e le colonie africane della Francia (Guinea Equatoriale inclusa, anche se è anglofona), ovvero pagando con le carte, o usandole per prelevare nel luogo in cui ci si trova. In questo modo, guarda un po', si paga in ogni luogo una sola commissione sulla somma prelevata (il che mi sembra molto più logico di ricaricare sullo stesso ammontare di contante una commissione a ogni passaggio di frontiera).

Insomma: se le carte sono la soluzione, perché puoi disinfettarne la plastica con l'Amuchina a ogni impiego, allora forse possiamo prenderle in considerazione anche quando viaggiamo. E se il contante è il demonio, chi ci obbliga a portarcelo dietro in vacanza?

Non so, non capisco...

Voi mi direte (giustamente): "Sì, nessuno ti obbliga a ricaricare venti commissioni sullo stesso ammontare di cash, come lo chiama il tuo amico, però resta il fatto che le commissioni le paghi".

Per carità, sono d'accordissimo: quello della "diecimilalire" che si liquefà passando di frontiera in frontiera è un evidente espediente retorico, che tende a dare una visione esasperata, in modo comunicativamente efficace (spin), di un problema che comunque esiste (chi ti cambia la valuta ti fa un favore e quindi deve essere pagato). D'altra parte, questo non spiega perché dovremmo essere costretti a sostenere lo stesso tipo di costi (in misura peraltro maggiore) per effettuare transazioni a casa nostra.

Io ricordo solo che One market one money diceva che abolendo le commissioni su cambi negli scambi intraeurozona avremmo risparmiato lo 0.5% (zero virgola cinque per cento del Pil; a pag. 21), mentre il Fmi ci dice che ci vorrà un altro decennio (se va bene) perché il nostro Pil torni ai livelli precrisi (gli scenari sono qui e il titolo è eloquente: Too slow for too long). Alla fine avremo perso quasi venti anni di progresso economico. Una generazione. Forse ora è chiaro cosa intendeva dire Eichengreen quando nel 1993 diceva: "This hardly seems an adequate return on a project riven with uncertainties and risks".

Per quanto, dire che i risultati fossero incerti a me sembra una lieve imprecisione...

lunedì 23 maggio 2016

Brexit: uno scenario

(...da uno di voi ricevo e pubblico, perché mi sembra piuttosto verosimile...)

Buonasera professore,

Sono molto curioso di vedere come andrà a finire, ma un'idea me la sono fatta. E voi?
Nella remota ipotesi che la domanda fosse rivolta anche a me, here's my answer.

Il referendum sara' il capolavoro di Cameron, che ha la faccia di una figurina di pongo, ma evidentemente sa scegliere chi gli scrive i testi. Con la sconfitta del Brexit avra' fatto piazza pulita, e questo nel giro di pochi anni:

- questione indipendenza scozzese: kicked in the long grass
- proportional representation: ditto
- Tory Eurosceptcis: annihilated

E come bonus, che e' davvero il dettaglio che delizia l'intenditore, avra' annientato il Labour per almeno una generazione. Per chi appartiene alla working class (quella che c'e' ancora) un Corbyn che si schiera per il Remain (dopo una vita da oppositore dichiarato) e' un tradimento che non si perdona. Per gli altri, e' la dimostrazione che il partito di Corbyn non e' diverso dai Tories (il Labour di Blair non lo era per definizione, ma Corbyn sembrava diverso), quindi tanto vale scegliere the real thing.

Con i Lib Dem gia' annientati da tempo, dell'opposizione resteranno soltanto macerie.

Buona notte.


(...e buona notte sì! A me sinceramente Corbyn non è mai sembrato un'aquila, ma capire che fosse un pollo non era poi così difficile. Se sei di sinistra non puoi essere per l'euro, per la contradizion che nol consente - il famoso schiacciamento dei salari del quale oggi ci informa il Sole 24 Ore! Quindi, come dire: viviamo in tempi molto difficili, ma orientarsi è molto semplice...)

domenica 22 maggio 2016

Brexit: una semplice considerazione

Questo l'articolo della Stampa, che poi è tutto nel titolo. Questo lo studio tecnico dell'OCSE, che è anche lui tutto nel titolo. Con calma possiamo discutere i contenuti, che, come potrete vedere, sono spesso contraddittori (capita quando il discorso diventa, ahimè, ideologico). Questo il video della campagna "Leave". Addendum delle 12:40: questo lo studio condotto da Capital Economics (avete presente Roger Bootle?) per Woodford Investment Fund (grazie a Lorenzo Marchetti). Siccome si avvicina l'estate e poi farà caldo, ora vado a correre, e mi limito per il momento a fare una semplice osservazione non tecnica. Il Trattato di Lisbona prevede la possibilità per un paese di lasciare l'Unione Europea: è il diritto di recesso unilaterale sancito dall'art. 50. Le vere e proprie minacce che la popolazione inglese sta subendo da parte di personaggi che vanno dal presidente degli Stati Uniti in giù mostrano che l'esercizio di questo diritto è puramente teorico. Se da una parte ciò risolve la contraddizione evidenziata da Majone ("come mai, se si dice di dovere e volere evolvere verso un'Europa federale, poi si inserisce una clausola di recesso che è tipica di un sistema confederale?" Risposta: la si inserisce perché si sa che non la si farà applicare...), dall'altro ciò aggiunge un altro elemento alla lunga lista di promesse che l'Europa ha fatto e non ha mantenuto: quella di promuovere una crescita economica equilibrata (favorendo l'esplosione degli squilibri macroeconomici globali tramite l'euro?), quella di mirare alla piena occupazione (creando un sistema in cui la disoccupazione è l'unico meccanismo di aggiustamento macroeconomico?), quella di promuovere la coesione economica e sociale e la solidarietà fra gli Stati membri (rifiutando sistematicamente di mutualizzare i rischi del progetto comune?), quella di combattere l'esclusione sociale (riducendo sul lastrico intere nazioni?).

A questa lista di promesse disattese si aggiunge ora anche quella di potersene andare se le promesse precedenti non sono state mantenute, nel momento in cui diventa evidente che non potranno esserlo mai.

Sono molto curioso di vedere come andrà a finire, ma un'idea me la sono fatta.

E voi?

venerdì 20 maggio 2016

Il referendum, lo SCUORUM, e la guerra civile

Premessa

Vorrei cominciare con una cosa che col titolo (già di per sé criptico per molti) apparentemente non c'entra nulla. Un grande classico, questo:

"Our export industries are suffering because they are the first to be asked to accept the 10 per cent reduction. If every one was accepting a similar reduction at the same time, the cost of living would fall, so that the lower money wage would represent nearly the same real wage as before. But, in fact, there is no machinery for effecting a simultaneous reduction. Deliberately to raise the value of sterling money in England means, therefore, engaging in a struggle with each separate group in turn, with no prospect that the final result will be fair, and no guarantee that the stronger groups will not gain at the expense of the weaker."

che a beneficio dei diversamente familiari con la lingua dell'Impero potrei tradurre così:

"Le nostre imprese esportatrici stanno soffrendo perché sono le prime alle quali si chiede di accettare una riduzione del 10% [dei salari, NdC]. Se ognuno accettasse una simile riduzione allo stesso tempo, il costo della vita diminuirebbe [perché i prezzi diminuirebbero di altrettanto, NdC], e quindi un salario inferiore in termini monetari equivarrebbe più o meno allo stesso salario reale [potere d'acquisto, NdC] di prima. Ma, in effetti, non c'è alcun meccanismo che possa mettere in pratica una simile riduzione simultanea. In Inghilterra, innalzare deliberatamente il valore della sterlina significa, quindi, impegnarsi a lottare separatamente con ciascun gruppo di interessi, senza alcuna prospettiva che il risultato finale sia equo, né alcuna garanzia che il gruppo più forte non prevarrà a spese del più debole".

Inutile dire (a voi) che la stessa cosa si otterrebbe, in Italia, innalzando deliberatamente il valore della lira. Cioè, scusatemi: la stessa cosa la si è ottenuta, in Italia, innalzando deliberatamente il valore della lira, ovvero adottando una moneta per noi sopravvalutata, l'euro, che ha costretto prima gli operai delle imprese esportatrici a tagliarsi i salari (vedi alla voce Electrolux, per citare un caso emblematico), nell'indifferenza, se non nell'ostilità, di chi si sentiva protetto. Poi, via via, la cancrena del cambio sopravvalutato risale: dagli operai alle professioni intellettuali, fino a che anche i ricchi piangono...

Alcuni di voi hanno apprezzato questo mio tweet: "La differenza fra un cambio fisso e una guerra civile non salta all'occhio. Perché non c'è".

Naturalmente non è farina del mio sacco, non nel senso che sia farina del sacco di Francesco, ma perché è il solito John Maynard, che nel passo citato prosegue così:

"The working classes cannot be expected to understand, better than Cabinet Ministers, what is happening. Those who are attacked first are faced with a depression of their standard of life, because the cost of living will not fall until all the others have been successfully attacked too; and, therefore, they are justified in defending themselves. Nor can the classes which are first subjected to a reduction of money wages be guaranteed that this will be compensated later by a corresponding fall in the cost of living, and will not accrue to the benefit of some other class. Therefore they are bound to resist so long as they can; and it must be war, until those who are economically weakest are beaten to the ground."

ovvero, per i diversamente suscettibili di emanciparsi dal dominio del capitale:

"Non possiamo aspettarci che i lavoratori siano in grado di capire meglio dei consiglio del ministri cosa sta succedendo. Quelli che vengono attaccati per primi subiscono una depressione del loro stile di vita, perché per loro il costo della vita non diminuisce fino a che tutti gli altri non sono stati a loro volta attaccati con successo; e, quindi, sono giustificati se difendono se stessi. D'altra parte, le classi che sono soggette per prime a una riduzione dei salari monetari non hanno alcuna garanzia che questa sarà compensata in seguito da un calo corrispondente nel costo della vita, piuttosto che andare a beneficio di qualche altra classe [NdC: cioè non sanno se i lavoratori degli altri settori accetteranno un taglio del salario proporzionale a quello subito da loro, e soprattutto non sanno se i capitalisti degli altri settori sceglieranno di diminuire di conseguenza i prezzi, o di intescarsi la differenza]. Ne consegue che sono costretti a resistere quanto più a lungo possibile; e deve essere guerra, fino a quando gli economicamente più deboli non siano totalmente sconfitti"

Ecco, vedete?

It must be war.

(...per inciso, visto che questo post è dedicato agli insegnanti: vero che Keynes è uno splendido scrittore?...)

Che un cambio fisso (sopravvalutato, s'intende) equivalga a una guerra civile non è un'idea del guru Bagnai: è un'idea di Keynes (che non significa, purtroppo, un'idea "keynesiana"). Lo scoppio di una guerra civile (per lo più fra poveri) è l'ovvia conseguenza del fatto che la sopravvalutazione del cambio colpisce selettivamente e progressivamente i vari corpi sociali. Si parte dal settore manifatturiero esportatore, ma poi devono essere colpiti via via tutti gli altri settori, semplicemente perché se gli operai del settore che normalmente è quello trainante vengono pagati di meno, il calo della loro domanda costringe tutti gli altri ad abbassare i prezzi (cioè i salari). Anche quelli che pensavano di essere protetti, come gli insegnanti, per dire, o, su una scala sociale totalmente diversa, Veneto Banca. La finanziarizzazione dell'economia, cioè l'esasperata possibilità di ricorrere al credito (che per chi lo contrae è un debito) per finanziare le proprie spese, può solo posticipare, ma mai scongiurare, l'inevitabile redde rationem.

E attenzione, visto che sto per rivolgermi ai lettori di sinistra, cioè ai miei cosiddetti simili: non venite a ripetermi il mantra totalmente insensato secondo cui "l'euro è solo una moneta, il problema è il capitalismo". Certo che il capitalismo è un problema! (a proposito: se qualcuno ha la soluzione mi citofoni perché mi interessa).

Ma nessuna moneta (nemmeno l'euro) è solo una moneta: ogni moneta è un'istituzione che regola la distribuzione del reddito prodotto, come intuisce Streek (per citarne uno), grazie al quale ho capito che neanche la mia frase: "la scelta politica di privarsi dello strumento del cambio [cioè di adottare l'euro] diventa strumento di lotta di classe" è mia. In effetti è di Max Weber, per il quale la moneta non era "solo una moneta" (come per Ferrero e per la coorte degli utili tsiprioti): la moneta "è principalmente un'arma di questa lotta" (dell'uomo contro l'uomo).

E quindi, come dice Keynes:

"This state of affairs is not an inevitable consequence of a decreased capacity to produce wealth. I see no reason why, with good management, real wages need be reduced on the average. It is the consequence of a misguided monetary policy."

cioè, per i diversamente capaci di resistere alla propaganda:

"Questo stato delle cose non è la conseguenza inevitabile di una diminuita capacità di produrre ricchezza. Non vedo le ragioni per le quali, con una buona amministrazione, i salari reali dovrebbero diminuire in media. Ciò è conseguenza di una politica monetaria fuorviata".

Politica che, quando Keynes scriveva, si traduceva nella decisione di Churchill di rientrare nel gold standard (sistema di cambi fissi a parità aurea) con un cambio sopravvalutato del 10%, mentre oggi,  quando io lo copio, si è tradotta nella decisione di entrare nell'euro con un cambio che è ormai sopravvalutato di una cosa fra il 10% e il 20% (se interessano le stime della sopravvalutazione, le trovate nella Table 6 di questo noto documento, il cui autore sarà al #goofy5). La stessa cosa, lo stesso ordine di grandezza.

Dell'euro hanno sofferto gli operai, poi i lavoratori dei servizi destinati alle imprese, poi i lavoratori dei servizi non destinati alle imprese, poi i pubblici dipendenti, a cominciare dal settore sanitario, passando per la scuola...

Ecco, fermi: sono arrivato dove volevo arrivare.

Gli insegnanti e l'euro
Ricorderete le tante volte in cui ho polemizzato con la professione degli insegnanti, in particolare di quelli delle superiori, che sono i miei fornitori di materia prima. Deprecavo, nella maggioranza rumorosa della professione, il maledetto virus del ragionamento per appartenenza, e del "sapere di sapere", che faceva collassare qualsiasi interpretazione delle dinamiche economiche alla solita reductio ad Berlusconem, o, peggio ancora, al più stantio "sesomagnatitutto". Il mantra insensato di chi, sentendosi sotto attacco (per i motivi che Keynes ci illustra), non riesce ad articolare altra risposta che non sia l'odio sociale verso chi ancora non è stato attaccato (o sconfitto): che sia l'artigiano col SUV, o il barista senza scontrino (che poi, cortesemente, se me ne indicate uno, così vado a controllare, perché io rigurgito di pezzettini di carta inutili: possibile che solo io sia così fortunato?).

Non sto dicendo che si debba evadere, e che chi non può farlo (come me) non debba giustamente risentirsi verso chi lo fa (come io mi risento) e chiedere che non lo faccia (come io chiedo). Sto dicendo che l'appartenenza non dovrebbe offuscare un ragionamento sereno e pacato sulle cause, su quale sia la contraddizione principale, e quali le secondarie. Soprattutto se uno insegna storia, non gli dovrebbe essere così difficile rendersi conto del fatto che quanto stiamo vivendo non è cosa particolarmente nuova. Ho fatto un parallelo storico, ma ce ne sono altri. E se uno insegna aritmetica, dovrebbe capire che 2+2=4. E se uno insegna letteratura, dovrebbe ricordarsi che al sistema dei media conviene invece spiegare che 2+2=5. E se uno insegna filosofia, dovrebbe ricordarsi di Marx (anche in classe, non solo nelle sue preghiere). E se uno insegna...

La chiudo qui.

Invece, come ci siamo più e più volte detti, gnente! Da quando poi di euro parlano Le Pen e Salvini (come da me ampiamente previsto nel lontano 2011), peggio che andar di notte. La repulsione che si prova per i rettili, o per gli insetti! Dire che l'euro è oggettivamente un problema, cosa che ormai ammette perfino il Sole 24 Ore, tramite un ottimo Riccardo Sorrentino (mai visto prima: ma fa piacere che per cambiare musica il Sole cambi anche i suonatori, mi sembra segno di maturità e di decenza), fare la lista dei politici comunisti o degli economisti progressisti che l'avevano visto per tempo, e quindi cercare di far capire quello che a sinistra altri grazie (anche) a noi hanno capito, cioè che l'euro è un problema di sinistra e per la sinistra, significa incontrare un muro di ostilità e di ribrezzo, da parte di persone che mai ammetterebbero di essere state condizionate dalla propaganda, e che per tirare corto preferiscono trincerarsi dietro la certezza che chi cerca di attivare un pensiero critico (nella fattispecie, il sottoscritto) sia un fascista.

Ma fascista è l'euro: "i salari, che risentono anche del processo di riequilibrio interno di Eurolandia, impossibile attraverso i cambi e realizzabile solo attraverso retribuzioni e prezzi" (Sorrentinus dixit).

L'euro è l'austerità (il taglio dei redditi), e l'austerità è fascista (storicamnte e lessicalmente, nel senso che la introdusse, chiamandola così per la prima volta, il governo Mussolini, per inchinarsi alla comunità finanziaria internazionale).

Si assiste così al paradosso, anche questo previsto da questa comunità, secondo cui ormai il giornale dei padroni è a sinistra dei lavoratori, e di questi lavoratori quelli più scolarizzati, e anzi, più "scolarizzanti", si ostinano a essere nostri nemici (nota: nostri a prescindere da chi noi siamo, cioè anche se siamo loro colleghi!), perché questo esige da loro la logica della guerra civile che l'euro (come qualsiasi cambio sopravvalutato) necessariamente scatena.

Se Salvini dice che piove, questo non è necessariamente un buon motivo per lasciare a casa l'ombrello, soprattutto se sei di sinistra (e quindi pensi di essere più smart, perché così ti hanno insegnato). Magari, nel dubbio, un'occhiata alla finestra uno la dà. Ma anche qui, far notare questa semplice precauzione, cioè il fatto che perfino un orologio rotto (per chi legittimamente vuole considerarlo tale) potrebbe dire due volte al giorno l'ora esatta, significa scatenare l'inferno, essere stigmatizzati come nemici, come leghisti.

Non sono leghista (mi sembra anche stupido doverci tornare). Ma non voglio bagnarmi. Posso?

È molto difficile non reagire con ostilità all'ostilità altrui, soprattutto se l'unica cosa che hai fatto per meritarla è cercare di far riflettere chi ti aggredisce su quali siano i suoi reali interessi. Ma credo sia giunto il momento di fare questo sforzo.

Una telefonata
Una ascoltatrice: "Detto questo, volevo sensibilizzare sul tema della buona scuola. Sono impegnata nella raccolta di firme contro la buona scuola, di cui non si parla. C’è un referendum che si spera si potrà avere in Italia per abrogare una legge, quattro punti di questa legge, che è una legge terrificante, fatta appunto da un governo sedicente di sinistra che ha finito di uccidere quel poco che rimaneva di scuola pubblica. A questo riguardo, vorrei sottolineare che mentre nelle scuole ci si sta azzannando per una miseria, la cosiddetta premialità, che sono quattro spiccioli messi in pasto alla categoria perché si scannasse, laddove invece avevamo bisogno di un contratto da anni e anni, le scuole superiori sono anche massacrate da questa alternanza scuola lavoro, di cui non si parla, ma che di fatto sta riducendo quel po’ di tempo scuola che rimaneva. Cioè, i nostri ragazzi vengono sparpagliati in visite molto poco significative, in luoghi cosiddetti di lavoro, parlo anche dei licei classici che si inventano una professionalizzazione che non capiamo dove sta andando, e la risultanza di tutto questo è che ai nostri ragazzi viene ulteriormente ridotto il tempo scuola proprio perché invece c’è un disegno organico. Voi parlavate di una mancanza di disegni organici stamattina, io credo che questo governo abbia un disegno organico, e sia quello di ridurre completamente qualunque forma di welfare, e soprattutto di ridurre qualunque possibilità di libero pensiero e di pensiero critico, perché quel po’ che rimaneva, io sono in un liceo classico, di pensiero critico che si consuma nelle classi, lavorando, nella didattica... "

Norma Rangeri: "Be’, nel liceo classico ci sono ancora i ragazzi con cui l’insegnante parla..."

Una ascoltatrice: "Allora, noi parliamo con i ragazzi, però intanto le dico che ce li tolgono sempre di più, proprio fisicamente, nel senso che io per esempio ho una terza quest’anno che ha iniziato questa alternanza e l’ho vista..."

Norma Rangeri: "Però non possiamo prolungare troppo la telefonata perché ce ne sono altre."

Una ascoltatrice: "No, va bene, io volevo sottolineare questo e comunque avvisare che c’è una campagna referendaria, stiamo raccogliendo le firme contro la buona scuola."

Norma Rangeri: "Ssssì, certo, grazie."

Era il 18 maggio, stavo tornando dall'aver accompagnato a scuola er Palla, e qui trovate il podcast.

Qui si apre un caso di coscienza.

Questa persona ha capito un pezzo importante del problema.

L'aumento della disuguaglianza, conseguenza necessaria e voluta dall'accresciuta mobilità del capitale (che l'euro favorisce, come ci siamo detti mille volte), mira a una polarizzazione sociale il cui fine, forse non consapevole, certo non confessato, è l'eutanasia della classe media, cioè di quelle persone che non stanno abbastanza bene da non dover lottare per star meglio, ma non stanno così male da non capire perché stanno male. Sì, sto parlando della borghesia, della classe composta da quelle persone che hanno letto un paio di libri, perché non erano né abbastanza povere da doversene dispensare, né abbastanza ricche da potersene dispensare.

Insomma: la classe che fa le rivoluzioni.

Questa classe deve scomparire, come giustamente intuisce l'insegnante ascoltatrice, perché è l'unica che nella lotta di classe saprebbe individuare il nemico giusto. Devono restare solo i sottoproletari, quelli che è facile neutralizzare facendoli combattere tra loro.

Ecco: questo la persona che parla l'ha capito. Non è vero che non c'è un disegno: il disegno c'è, e la distruzione, la mortificazione della scuola ne è un pezzo importante, ne è chiave di volta.

Certo, voi a questo punto mi chiederete: "Ma questa persona ha capito che la "buona scuola" è solo un modo per tagliarle il salario del famoso 10% (vedi sopra), se non proprio pagandola di meno, quanto meno dandole compiti sempre più gravosi, o lasciandola ogni tanto a spasso, e che il bisogno di tagliarle il salario del 10% deriva dalle cause che Keynes individuava così precisamente e descriveva in modo così limpido, cioè, hic et nunc, dall'euro? Non sarà anche lei una che, come la gentile Marta Fana - che io ricordo sempre nelle mie preghiere e che sta facendo un ottimo lavoro sul jobs act (senza capirne i motivi, ma descrivendone ottimamente le conseguenze) - se dici "euro", ti risponde "Salviniiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiiii!"?

Io vi dirò: non lo so, e a questo punto me ne frego. Qui è in gioco la vita dei nostri figli, che poi è anche la nostra. Non entro nel merito di tutti i punti del referendum:


Ne evidenzio solo due, quelli dispari.

Il primo motivo per promuovere il referendum a me sembra evidente: chi crede nel mercato sia affidato al mercato, e chi invoca austerità, l'assaggi per primo. Troppo facile fare la scuola privata coi soldi pubblici.

Il terzo mi sembra anch'esso evidente, e, preciso, mi sembrava tale prima ancora che constatassi de visu l'assurdità del sistema di cosiddetta "alternanza scuola-lavoro". La scuola non deve preparare al "mondo del lavoro". La scuola deve preparare alla vita. Chi è pronto alla vita, sarà poi pronto anche a lavorare. Questo, attenzione, vale tanto più quando, come oggi, il lavoro non c'è: perché se il lavoro non c'è devi inventarlo, e se sei stato programmato per fare l'utile idiota esecutore passivo di compiti meramente tecnici, è difficile che tu sia in grado di mettere a frutto la tua creatività, la tua scintilla di umanità. Quindi la retorica del "prepariamo al lavoro perché non c'è lavoro" è intrinsecamente fallace, come dimostra il fatto che la si realizza distruggendo il lavoro degli insegnanti.

La scuola deve aprire orizzonti culturali, che significa, poi, dare chiavi interpretative della realtà, aiutare a leggere (cominciando dai libri e dalle carte geografiche), aiutare a pensare (cominciando dall'analisi logica, e arrivando, magari, alla logica), aiutare quindi a conoscere per deliberare, aiutare a organizzare il mondo.

Oh, quanto erano utili a questo scopo i fottuti libri senza figure! L'antitesi di questo posticcio e fittizio conato verso un sapere pratico che nel migliore dei casi sarà obsoleto il giorno del diploma, e nel peggiore è obsoleto già oggi!

Oh, quanto inutilmente devastante è questo ennesimo facciamocome! Facciamo come la Germagna, che ha anche lei l'anternanza scuola lavoro! Certo! Ma in Germagna, come in Francia, è all'esame di scuola media che si decide se lo studente andrà all'università, e spesso anche in quale (di quale livello e orientamento). Vi sembra un sistema auspicabile? E allora potevamo tenerci l'avviamento! Se lo abbiamo eliminato, peraltro in pieno boom economico, e prima del fatidico 1968, ci sarà stato un perché!

E questo senza contare che la vita è una, le ore sono quelle, e quindi l'alternanza scuola-lavoro è, in pratica, la devastazione del tempo naturaliter destinato all'insegnamento, con la necessità, per gli insegnanti, di correre come delle lepri, e l'impossibilità, per gli studenti, di recuperare in caso rimangano indietro. La riduzione del tempo scuola di cui parla l'insegnante che mi ha colpito, con la sua allocuzione.

Poi, magari, sarà antropologicamente piddina: sarà una discepola di Etarcos, il filosofo che noi qui aborriamo (la sua vita e le sue opere sono analizzate qui).

Ma la battaglia che ci chiede di combattere è giusta.

E allora, anche se appartiene a un ceto che, oggettivamente, ha dimostrato e tuttora dimostra minore capacità di analisi dei processi sociali di quanta sarebbe stato lecito aspettarsi, a un ceto che si è illuso di essere inattingibile e si è svegliato solo quando è stato leso nei propri interessi (debolezza umana scusabile nel "meccanico" ma molto meno nell'"intellettuale"), io vi esorto, toto corde, a considerare di darle una mano. Informatevi sul referendum, e, se lo ritenete, firmate. La "buona scuola" è una porcata. Una fra le tante, direte voi. Sì, ma tocca i nostri figli. Uno dei miei ci sta passando, l'altra ci arriverà fra due anni. Se non arriviamo prima noi.

Ci viene offerta una possibilità di dimostrare che siamo migliori di chi ci è stato pregiudizialmente ostile per difetto di logica, cioè di umanità, aiutandolo.

Approfittiamone.

Si apra la discussione (perché qui credo che ci sarà, e mi interessa).

mercoledì 18 maggio 2016

Debito e deflazione

(...sono cose banali e sono state già spiegate. Se vi perdete, seguite i link. Se non vi interessano, siete euristi...)


Mi è capitato di doverne parlare spesso ultimamente, ad esempio qui. Forse vale la pena di fare una piccola integrazione tecnica sull'argomento. Come sapete:

dove:



sono i rapporti al PIL nominale Y del debito D e del fabbisogno F, mentre:

è il tasso di crescita nominale, cioè la variazione percentuale del PIL a prezzi correnti, che, vi ricordo. è uguale a:


ovvero, linearizzando, a:

dove le "ondine" significano "approssimativamente uguale a", e il puntino sopra la variabile indica il tasso di variazione, per cui l'ultima formula significa che il tasso di crescita nominale è approssimativamente uguale al tasso di crescita del PIL reale (cioè la "crescita" tout court) più il tasso di crescita del deflatore del PIL (cioè l'"inflazione", anche se quest'ultima, per la precisione, viene misurata più spesso con riferimento all'indice dei prezzi al consumo).

Come come come!?

Non lo sapevate?

Bè, sapevatelo!

Vorrei ribadire che questa comunità ha seguito un percorso. Aiutare chi è rimasto indietro non può significare restare indietro, altrimenti non si andrà mai avanti...

Torniamo all'equazione [4], che è quella che ci interessa, e facciamo una semplice operazione algebrica: sottraiamo il valore ritardato di d a entrambi i membri.

Per capirci, è come se dall'equazione (che è un'identità):

2 = 2

sottraessimo 1 a destra e a sinistra. Otterremmo:

1 = 1

che è ancora una volta una proposizione vera, come 2+2=5 (nell'aritmetica di Repubblica)... Dai, che questo lo sa fare anche Uga!

Allora, la cosa funziona così:
(per i passaggi potete far riferimento al solito post).

Vi faccio notare che se la crescita nominale (crescita più inflazione) è sufficientemente piccola, ad esempio perché, come ora, siamo in deflazione, allora il denominatore 1 + gamma sarà sufficientemente uguale a uno, e quindi la formula diventa ancora più semplice:

L'approssimazione è motivata dal fatto che se gamma è piccolo:

Riflettiamo un momento sulla penultima formula (a voi comunque già nota). L'abbiamo usata ad esempio per determinare l'ammontare della manovra di bilancio che stabilizza il rapporto debito/PIL, cioè che annulla la variazione di d. Oggi vorrei semplicemente farvi osservare che la variazione del rapporto debito/PIL è pari al rapporto fabbisogno/PIL meno il prodotto del tasso di crescita nominale per il valore precedente del rapporto debito/PIL.

Perché quel termine col meno?

Perché quanto più in fretta cresce il PIL nominale Y (quindi quanto più crescita reale o inflazione abbiamo) tanto più il rapporto D/Y diminuisce. Questa diminuzione è proporzionale al valore iniziale del rapporto (cioè a quello precedente, misurato alla fine dell'anno precedente, cioè all'inizio dell'anno in corso).

Questo cosa significa?

Ma, ad esempio (tiro dritto), che siccome nel 2015 pare che abbiamo chiuso con un rapporto debito/PIL pari a 1,327, se nel 2016 l'inflazione fosse al 2%, anziché sotto allo 0%, come pare sia per ora, già questo, a parità di altre condizioni, basterebbe a far diminuire il rapporto debito/PIL del 2016 di 1,327x0,02 = 0,02654, cioè del 2,7% del PIL.

Chiaro?

Per cui ora capirete come mi sento io quando sento dire che l'Europa, che non riesce a darci la promessa inflazione al 2%, è molto generosa perché ci permette di spendere lo 0,85% del PIL di soldi nostri (peraltro, spesi in parte per difendere le frontiere sue). Questo 0,85 che ci viene concesso è meno di un terzo della diminuzione del rapporto debito/PIL che avremmo fisiologicamente se solo l'ambiente macroeconomico europeo fosse quello che ci era stato garantito.

Ora devo andare, poi magari vi aggiungo qualche disegnino, ma il senso politico di queste formule credo sia abbastanza chiaro. Ovviamente i liberisti del "macignodeldebitopubblico" vi diranno che la matematica non è una scienza...


martedì 17 maggio 2016

Autorazzismo e lotta di classe

(...da mikez73 ricevo e volentieri pubblico. mikez73 non sono io, per la proprietà riflessiva, cioè perché lui non è me, e infatti ha un figlio che ha l'età che vorrei avesse il mio, mentre il mio non potrà più avere l'età che ha il suo. Quindi qualcuno qui sotto scriverà: "complimenti per il post, professore!". Peché alla fine, anche se mikez73 nella lettera di accompagnamento mi comunica "lo sconcerto che ho provato di fronte all'odio che i sacerdoti della cultura hanno riversato, e continuano a riversare, sul resto del paese da ormai più di due secoli (e oltre, come vedrà)", va anche detto che alla fine #iostocoisacerdotidellacultura. Se laggente leggessero i pezzi che hanno davanti, cominciando da titolo, autore e data, staressimo tutti meglio, perché quello che ci volevano fare ce l'hanno detto in faccia...)


LETTURE PER SERVIRE ALLA STORIA DELL'AUTORAZZISMO ITALIANO

"Gli Italiani sono senza carattere, è il grido di scrittori e politici tra Sette e Ottocento. Carattere, cioè qui, con significativa opzione semantica, tempra, fibra morale."

Così scrive Giulio Bollati nel testo "L'Italiano", apparso nel 1972 nel primo volume ("I caratteri originali") della "Storia d'Italia Einaudi".
Qual è il carattere degli Italiani, si chiede Bollati, e dove se ne possono trovare le origini? Nel suo testo la parola "autorazzismo" non compare mai, però emerge in filigrana abbastanza facilmente, ai nostri occhi, dai passi degli autori che si trovano citati man mano nel testo:

"Insensati che siamo!… Eppure tra questo popolo noi viviamo, questo popolo forma la parte più grande della nostra patria, da cui dipende, vogliamo o non vogliamo, la nostra sussistenza e la difesa nostra; e noi abbiamo core di dormir tranquilli affidando la nostra sussistenza e la difesa nostra a colui che noi stessi reputiamo pieno di ogni vizio ed incapace di ogni virtù?"

Così scrive Vincenzo Cuoco, nel 1802 in uno dei primi articoli del "Giornale Italiano", pubblicato a Milano all'epoca della Repubblica Italiana (ex Cisalpina), quando uno dei primi problemi che si pongono, di fronte alle armate di Napoleone, è quello della coscrizione, cioè della formazione di un esercito, o, nelle parole di Bollati, "come si possa armare il popolo per le necessità della difesa esterna e interna senza che quelle armi si rivolgano contro i committenti."

Ancora Bollati: "La verifica di quello che i liberali-romantici intendevano per 'nazione' e 'popolo' si ebbe in occasione dei moti del 1821 e dei processi che seguirono. Una quota notevole dell'energia dei cospiratori guidati dal Confalonieri fu spesa nell'evitare che il popolo partecipasse alla progettata liberazione di Milano e della Lombardia. Il terrore di una sollevazione popolare li indusse perfino a predisporre 'una legge repressiva sui delitti che si poteano commettere con la stampa'. Il rischio paventato era che gli austriaci e gli aristocratici (proprietari) fossero travolti da una sola ondata di rancore e violenza. Il Borsieri, ideatore del progetto di censura, aveva 'una poco favorevole opinione del carattere morale degli italiani'. Più precisamente pensava che gli italiani

per effetto delle varie forme di governo a cui soggiacquero in breve tempo erano assolutamente così difformi tra loro, così destituiti da ogni forza fisica e morale, che non solo sarebbero incapaci di procacciarsi l'indipendenza, ma abbandonati a se stessi non avrebbero fatto che cadere negli orrori della guerra civile. "

Sounds familiar?

Facciamo un passo indietro, riassumendo e inquadrando il ragionamento di Bollati, il che ci permetterà poi di affondare il coltello nelle carni dell'autorazzismo.

Premessa metodologica: fin dalle prime pagine del suo saggio, Bollati rifugge da una ricerca sulla presunta essenza del "carattere" degli italiani, come fosse un oggetto astorico, immutabile nei secoli. Inutile cercarlo nello sguardo degli stranieri, per esempio, perché la "supposta natura dell'italiano cambia secondo i tempi, i luoghi e, certo non ultima, l'inferenza dell'osservatore." Piuttosto, Bollati si appella alle scienze umane, a metà tra etnografia e psicologia sociale, nel cui ambito "l'essenza, la natura, il carattere, è la forma in cui un gruppo etnico tende a rappresentarsi a se stesso rispondendo al bisogno di costruire e difendere la proprio identità." […]

"Da questo punto di vista sono le caratterizzazioni dell'italiano fornite da italiani quelle che acquistano un valore di gran lunga preminente", non solo per il loro valore sintomatico ma ancor di più per l'incidenza pratica sulla vita di coloro che vengono di volta in volta compresi o esclusi. Bisognerà quindi seguire "il filo conduttore della volontà soggettiva di 'fare gli italiani', secondo la celebre frase di Massimo D'Azeglio posta, non senza ragione, a coronare il fastigio del Risorgimento unitario."

Aggiungiamo una premessa storica: come argomenta Bollati, una delle architravi della coscienza italiana, della sua identità, è l'essere la depositaria della grande civiltà classica (via romanità cristiana, e con tutto il forte etnocentrismo implicato nell'opposizione tra greci-latini e barbari). Ma il primato culturale si deve confrontare con la decadenza sociale e politica, e addirittura, nel '500 (la seconda invasione dei barbari! con buona pace dei moderni manuali di storia), con la perdita della libertà. Nelle parole di Bollati: "Durano ancora oggi gli estremi effetti di questa forma patologica della coscienza italiana (il cui terreno di cultura fu costituito dagli intellettuali, addetti alla conservazione di quella universalità disancorata) e li ritroveremo più avanti. Ora vorrei osservare che nella simultaneità di primato e decadenza, di inferiorità oggettiva ipercompensata da un senso invitto di superiorità, si istituisce uno degli schemi più caratteristici e più stabili dell'intera storia italiana."

Possiamo considerare queste due direttrici, formate da una parte dalla coppia interno/esterno, dall’altra dalla coppia primato/decadenza, come la trama e l’ordito con cui viene tessuto il telo dell’identità italiana. O, per usare un’altra metafora, i poli magnetici attorno a quali oscilleranno e graviteranno  le riflessioni di politici e intellettuali di fronte ai problemi posti dal contesto internazionale (il progresso sociale e politico, la rivoluzione industriale) e da quello interno (come gestire la modernizzazione di una società ancora fondamentalmente agricola, nella produzione e nella struttura sociale, e come, e se, far partecipare il popolo alle magnifiche sorti e progressive?).

Diamo di nuovo la parola a Bollati: "La coscienza collettiva presunto specchio del carattere originario del popolo, diventa un'astrazione mitologica […] e le manifestazioni della coscienza etnica non possono essere ricondotte semplicemente al 'popolo', ma dipendono in misura decisiva da un rapporto interno ad esso: tra liberi e servi, tra governanti e governati, tra dominatori e dominati, tra consapevoli e ignari."

Si potrà osservare allora "la tendenza a produrre industrialmente i sentimenti popolari, a coltivare la 'spontaneità' nella gradazione e secondo gli orientamenti desiderati, tendenza il cui primo avvio si può far risalire al fabbisogno di consenso indispensabile alle rivoluzioni borghesi e alla trasformazione dei vecchi Stati dinastici in nazioni di massa.”
“Da questo punto di vista ogni discorso sull'indole, la natura, il carattere di un popolo appare come una equivoca combinazione di conoscenze e di prescrizione, di scienza e di comando. Quello che un popolo è (o si crede che sia) non si distingue se non per gradi di dosaggio da ciò che si pretende che sia.
Nel caso dell'italiano c'è un momento storico preciso in cui il bisogno di constatarne l'esistenza e di definirlo, non bene distinto dall'altro bisogno di crearlo ex novo secondo parametri dati, si manifesta con la maggiore evidenza, ed è all'immediata vigilia e durante il processo di formazione dello Stato nazionale. In quel punto 'italiano' cessò di essere unicamente un vocabolo della tradizione culturale, o la denominazione generica di ciò che era compreso nei confini della penisola, per completare e inverare il suo significato includendovi l'appartenenza a una collettività etnica con personalità politica autonoma. La definizione dell' 'italiano', della 'italianità', divenne in quel punto, tra Settecento e Ottocento, un problema politico dalla cui soluzione dipendeva se lo Stato-nazione Italia avrebbe avuto una identità e un cittadino, e quali, o se sarebbe rimasto una nuda struttura giuridico-diplomatica."

Riassumendo, sono due i metodi per utilizzare, controllandola, la forza naturale del popolo oltre che i suoi servigi (per la produzione e la difesa): le concessioni politiche e l'educazione popolare. Che poi sono uno solo: ottenerne il consenso mediante un'adeguata opera di persuasione.
Ergo, il carattere italiano è frutto, anche e soprattutto, della prospettiva, della pedagogia e della retorica (pre) risorgimentale DI UNA PARTE dell'Italia, alle soglie (e durante) le grandi trasformazioni indotte dalla Rivoluzione Francese prima e dalla Rivoluzione Industriale poi.
Quale parte? Quella che ha facoltà di parola. La Ruling Class, per usare un termine caro ai Merikani: proprietari, letterati, sacerdoti. Nobili e dotti. I signori della terra e della cultura. Infatti, come mostra bene Bollati, il problema sarà sempre traghettare l'Italia verso la modernità, ma conservando le antiche strutture di potere, concedere al popolo quel tanto che basta di libertà politiche e costituzionali per farlo diventare un esercito, una nazione (di lavoratori), ma evitando allo stesso tempo ogni pericolo eversivo. Il problema sarà "educare gli italiani a essere italiani. Essi avranno una loro identità, e un loro carattere, nella misura in cui impareranno dai loro maestri."

Ma perché bisogna educarli, e perché da questa pedagogia e da questa retorica si sedimenterà nella mente di ogni italiano ciò che oggi noi possiamo chiamare autorazzismo?
Bisogna educare il popolo italiano perché in realtà:

è un desiderio e non un fatto, un presupposto e non una realtà, un nome e non una cosa, e non so pur se si trovi nel nostro vocabolario. V'ha bensì un'Italia e una stirpe italiana congiunte di sangue, di religione, di lingua scritta ed illustre; ma divisa di governi, di leggi, d'istituti, di favella popolare, di costumi, di affetti, di consuetudini.

scriverà nel 1844 l'abate Vincenzo Gioberti (Del primato morale e civile degli italiani).

"Nel Primato si manifesta infatti in modo esemplare l'attitudine a considerare astratti gli italiani reali, e reale un'idea astratta dell'Italia, culla della civiltà universale, di cui sono depositari principi e prelati, nobili e borghesi colti, cioè le classi dirigenti e proprietarie e gli intellettuali; il che equivale a stabilire due gradi di italianità, quello unicamente qualificato delle classi alte e quello soltanto oggettuale e vegetativo delle classi popolari. […] Il fatto stesso che ci sia qualcuno che, detentore dell'italianità, stabilisce le norme di appartenenza e amministra le promozioni o le esclusioni, conferma che non tutti sono immediatamente italiani, anche se in teoria possono diventarlo."

Ancora fino a tutto il '700 il popolo italiano non esisteva. Non almeno negli occhi di chi deteneva le chiavi della coscienza italiana:

"Nella sua Descrizione de' costumi italiani (1727), Pietro Calepio" descrive "un'Italia universale e perenne abitata essenzialmente da nobili e dotti […], chi cerchi tra le sue pagine gli altri italiani, non nobili e non dotti, ne troverà scarse e futili notizie: 'Tutto questo [circa i veneziani] appartiene alle famiglie nobili: delle ignobili non dico se non che qui non s'usa, come altrove, occupar le donne nelle botteghe." […] Nel libro di Calepio, le persone plebee recitano se stesse in 'volgari commedie' che muovono le 'risa in eccellenza'. Ne Gl'Italiani di Giuseppe Baretti (1768-69), le troviamo invece affollate in un teatro veneziano dove 'i nobili hanno l'usanza di sputare dai palchetti nella platea'. Il commento del Baretti, che vorrebbe essere di riprovazione, perfeziona ulteriormente l'insulto:

Quest'usanza odiosa e infame non può derivare se non dal disprezzo che ha l'alta nobiltà pel popolo; nondimeno esso tollera con molta pazienza tale insulto; e ciò che più reca sorpresa, si è che esso ama coloro che lo trattano in un modo sì villano: se qualcuno sente sulle mani e sul volto gli effetti di questi oltraggi, non monta sulle furie, ma se ne vendica facendo qualche breve ed arguta esclamazione.

Questo può accadere perché, come si ricava da altri luoghi del libro, gli italiani del popolo sono 'creduli', 'ignoranti', 'superstiziosi'; ma soprattutto perché

naturalmente docili al giogo che loro impone il governo, soffrirebbero le più dure esazioni senza pensar a far tumulto: credo che non vi sia nazione in Europa più sommessa, più pronta ad obbedire e più soggetta a' suoi padroni. Non mi ricordo di aver mai inteso parlare di sedizione popolare in Italia."

Sounds familiar?

E ancora:

“… nell’Antichità non vi è che un solo popolo; nel tempo moderno la società si compone invece di due popoli: l’uno è il Popolo Antico, nel quale il pensiero moderno è costume, abito, sentimento; l’altro è il vero Popolo Moderno, nel quale il moderno pensiero non è che pensiero, ed egli è perciò il Popolo Sovrano… Il secondo popolo pensa il sentimento del primo popolo; ed è perciò il suo sovrano legittimo e naturale.”

Ecco cosa ci dice il De Meis (Il Sovrano, saggio di filosofia politica con riferenza all’Italia, 1868), ovvero, di nuovo, che il popolo italiano “non sussiste, essendo nient’altro (quello Antico) che materiale spento e inerte finché non lo penetrano la luce e l’attività dell’elite pensante (il Popolo Moderno, Sovrano).”

E mentre invochiamo Totò e Eduardo De Filippo per una grande, sonora pernacchia all’elite pensante di allora e di oggi, siamo pronti a scavare l’ultima vena aurifera dell’autorazzismo italico.

Sì perché, tenuto conto “che ‘popolo’, fino a tempi relativamente vicini a noi, indica in Italia essenzialmente, anche se non solo, i contadini, il doppio popolo può ancora presentarsi nella contrapposizione tra città e campagna […] così che la classe più duramente sfruttata e oppressa è anche quella che gli sfruttatori hanno per secoli più ferocemente schernita e quotata a livelli pressoché subumani.”

Una sintesi per tutte le calunnie in danno dei contadini le possiamo trovare nella Piazza universale di tutte le professioni (1587) del Garzoni:

…il contadino o villano è da meno che un plebeo, perché il plebeo riposa pur la domenica, et esso molte volte anco la festa è sforzato a sudare intorno al frumento… Il villano è sordido quanto dir si possa… si muta camiscia se non allo spuntar delle lustre… la qual cosa avviene una volta l'anno… I villani hanno la coscienza grossa et massime nel pigliar la robba del padrone, servendosi di quella ordinaria ragione che son troppo aggravati et angariati da lui. Questa è quella che gli fa diventar furbi et ladroni, che gli induce a fornicar con le mogli dei vicini, a tornar Gomorra in piedi, a partir da messa innanzi all'ite missa est.”

Sounds familiar? Furbi e ladroni. Anno di grazia 1587.

Potremmo concludere quindi che l'autorazzismo non è dovuto al senso di inferiorità nei confronti degli altri popoli (conflitto esterno) ma al senso di superiorità di una razza italiana sull'altra (conflitto interno). In realtà abbiamo detto che di autorazzismo Bollati non parla mai (com’è giusto che sia, trattando un’epoca in cui il concetto non aveva senso), MA una sua citazione viene in soccorso, quando parla dei “due popoli”:

“Tutto il discorso può essere trascritto nella metafora delle due ‘razze’, nel senso in cui la impiega Gramsci quando scrive:

Negli intellettuali italiani l'espressione 'umili' indica un rapporto di protezione paterna e paternale, il sentimento 'sufficiente' di una propria indiscussa superiorità, il rapporto come tra due razze una ritenuta superiore e l'altra inferiore. (Letteratura e vita nazionale)

Ecco, Gramsci sì che può parlare di “razze”, essendo pensatore novecentesco. Inoltre, due piccioni con una fava, abbiamo guadagnato il suo suggello pure  al concetto di “paternalismo”. Amen.

Ite missa est.



P.S.
Il saggio di Bollati venne poi pubblicato in volume nel 1983 con lo stesso titolo, L’Italiano – il carattere nazionale come storia e come invenzione, per le edizioni Einaudi. Una nuova edizione uscì nel 2011, anno delle celebrazioni per il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. Per l’occasione, la casa editrice organizzò un convegno, durante il Salone Internazionale del Libro di Torino, a cui parteciparono nomi di spicco della cultura italiana e i cui interventi (o almeno un loro estratto) si possono trovare sul sito dell’Einaudi.
Il primo, visto che sono presentati in rigoroso ordine alfabetico, è di Asor Rosa, critico letterario famoso non solo per il cognome palindromo ma anche per aver scritto il saggio “Scrittori e popolo”.
Ebbene, ho trovato il suo intervento francamente allucinante, soprattutto alla luce della lettura del libro di Bollati. Si sa, era il tempo in cui Abbelluscone era la fonte di ogni male…

Gli italiani a loro volta si dividono in due specie nettamente distinte, anzi, più esattamente, contrapposte: quelli che troverebbero opportuno fondere le due cose, l’alto e il basso, l’identità culturale e l’identità nazionale, la cultura e la politica, e a questo fine lottano, si battono ed eventualmente sono disposti a morire; e quelli ai quali nulla importa di meno che raggiungere tali obiettivi. Chiamo i primi italiani, i secondi non italiani.
 […]
Gli italiani non sono mai stati capaci di una normalità nobile, elevata, produttiva. In Italia la normalità produce mediocrità e la mediocrità produce decadenza. E nella decadenza il potere passa o resta più facilmente nelle mani dei non italiani; e i non italiani contagiano più facilmente gli italiani.
 Oggi che il governo del paese è nelle mani dei non italiani, e non c’è un forte ceto politico, e non c’è una forte classe intellettuale, bisognerà lavorare sodo e a lungo, e con grande pazienza, perché, diversamente dal passato, questa maggioranza torni a essere, e per le vie normali, una maggioranza di italiani.

Sembra scritto nel 1802. O nel 1587. Con lo stesso schema concettuale reperito da Bollati.
Oggi, quando ci si può sciacquare la bocca con termini più alla moda, come “opinion makers”, “propaganda”, stupefà la persistenza secolare non solo di modi di dire, di frasi fatte, ma di un medesimo atteggiamento: come non pensare alla Lucia Annunziata che rivendica il suo dovere non di informare ma di educare il popolo italiano (purtroppo cito a memoria, non riesco a trovare la citazione esatta); come non pensare ai fondatori di giornali che sputano sul resto del paese dal loro palchetto della domenica, ogni domenica?



(...ma infatti noi ci pensiamo, e ogni giorno li raccomandiamo a Dio nelle nostre preghiere. Ora capite quello che del resto Vladimiro Giacchè ha espresso benissimo nel suo Anschluss, in un brano che riprendo ne "L'Italia può farcela". Con buona pace della sinistra subalterna, che va in deliquescenza appena vede apparire lo spettro dei nazionalismi - i cretini lo dicono al plurale - la distruzione dell'identità di un popolo è uno strumento di dominio e di controllo sociale da parte delle élite. Vale fra paesi (Germania Ovest e Germania Est, Germania unificata e Grecia, ecc.) e vale dentro i paesi, dove il problema di come armare le persone per combattere le guerre del capitale senza che le stesse persone rivolgessero quelle armi contro il capitale è stato brillantemente risolto anche grazie, guarda un po', all'autorazzismo! Credo che di questo Marx fosse consapevole, e ne abbiamo già parlato. Peraltro, come avrete notato, prima che sparisse il contante è sparita la leva obbligatoria: ora gli eserciti sono fatti di "contractors". Non si vuole usare il termine italiano: mercenari, per il semplice motivo che se lo si usasse sarebbe troppo evidente che stiamo tornando a quel periodo della storia dal quale gli stati nazionali ci hanno fatto uscire: il medioevo...)