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domenica 31 maggio 2026

Frenkel goes to Bulgaria?

(...per qualche imperscrutabile motivo sui social impazza un nuovo trend: quello del giovincello di bell'aspetto che viene a spiegarci negli anni '20 da sinistra quello che abbiamo spiegato negli anni '10 alla sinistra. Qui un esempio dalla palette molto azzeccata. Ora, come è noto io non sono un comunicatore, ma ho un discreto orecchio musicale - non assoluto, relativo... Se veramente questo lavoro servisse a far sorgere un dubbio in tante giovani menti tutte clima e distintivo non sarebbe male. In fondo, ne va della loro pelle, non della mia. Non so perché, però, forse perché sono, da brutta persona, molto diffidente - e ho orecchio!, il che, vorrei far notare, mi ha consentito di arrivare vivo a 63 anni e mezzo pur avendo maneggiato sostanze piuttosto esplosive, ma insomma: non so perché ma tutta questa roba mi sembra un fumogeno il cui scopo è non tanto quello di coinvolgere, ma quello di deresponsabilizzare la sinistra. E, se dovessi dirvi, la cosa, per quanto eticamente sordida, non mi sembrerebbe poi così negativa, atteso che solo assolvendo se stessa dai vari round di crimini perpetrati - l'ultimo rilevante all'epoca di Monti - la sinistra potrebbe ricominciare a guardare in faccia la realtà. Ora, va da sé che urta i nervi vedere che chi ci ha sterminato viene a farci la lezioncina, e che sarebbe molto più liberatorio pensare che se loro ci hanno frantumato, possano essere "gli altri" a guidarci in un percorso di riscatto. Ma qui si torna a due temi portanti di questo blog. Il primo è il rifiuto del paternalismo, il rifiuto di Aristide, insomma! Se il partito euroscettico in Italia non ha mai avuto più del 17%, evidentemente, come aveva intuito il pescarese Flaiano, agli italiani la merda piace - del resto, è tiepida, il che in certe stagioni può essere visto come un vantaggio. Il secondo è il rifiuto del "norimberghismo". L'esperienza storica ci dimostra che la Germania postbellica è stata ricostruita coi e dai nazisti - ne abbiamo parlato infinite volte, l'ultima qui, e i Rosenburg files sono sempre lì che vi aspettano - motivo per cui non sarebbe ultroneo che l'Italia post-UE venisse ricostruita coi e dai piddini. Semplicemente, è così che funziona, e qui come funziona ce lo siamo sempre detto. E a questo proposito...)


Dilettissimi fratelli e sorelle, oggi il vostro ecclesiarca (o guru che dir si voglia) torna a occuparsi della nostra amica Bulgaria (o Bolgheria), di cui ci eravamo occupati qui con gran dovizia di dettagli, appoggiandoci a quella autentica miniera di early warnings che sono i MIP scoreboard indicators del sito di Eurostat.

L'occasione di tornare sul tema mi viene data da questa breve di cronaca segnalatami dal mio solerte staff (SS):


Se avrete la bontà di leggervi l'articolo troverete passaggi che non suoneranno totalmente inediti al vostro orecchio: l'accusa di aver truccato i conti (pubblici) per entrare nell'euro, i fondi bloccati per ricattare il Governo bulgaro che non avrebbe fatto le riforme (sulla ricattocrazia europea si è espresso oggi Claudio qui), ecc. Ci troverete insomma quasi tutte le cose che abbiamo già sentito, tranne una, questa:


Eh già! Perché in Bolgheria (come nell'attigua Ruritania) siamo ancora al 2 a.G. (ante Goofynomics): è tutto un debbitopubblico, e ovviamente un castacriccacoruzzione, signora mia! Ma forse le cose non stanno proprio così, o non solo così, o non principalmente così...

Per darvi succinta evidenza di cosa intendo, vi produco un grafico che ho elaborato come case study da sottoporre agli studenti del master di Pescara:


dove la fonte è il WEO database di aprile 2026, le unità di misura sono punti percentuali di Pil, e il messaggio è abbastanza chiaro. Tralasciando per un momento l'inverosimiglianza di quel deficit pubblico inchiodato al 3% fisso per tre anni (forse era ver, ma non però credibile), vi faccio notare due cose: la discesa tendenziale dal 2014 a oggi del saldo del settore privato, che nel 2025 va in deficit, e la correlata ascesa del saldo del settore estero, che dal 2022 va in surplus, diventando prestatore netto dell'economia bulgara (perché quando -CAB è positivo, questo significa che CAB è negativo, cioè che FAB è negativo, cioè che [il settore privato del] la Bulgaria sta importando capitali, ovvero che si sta indebitando con l'estero).

La dinamica è quella del ciclo di Frenkel, ma naturalmente è appena accennata: non siamo al caso eclatante della Spagna di Zapatero visto qui. Tuttavia questo quadro collima con quello che era emerso analizzando il cruscotto della MIP: erogazione di credito al settore privato, crescita dei prezzi delle case, crescita delle retribuzioni nominali, apprezzamento del tasso di cambio reale, deficit delle partite correnti, tutti fuori scala!

C'è da chiedersi in che cosa una correzione del saldo del bilancio pubblico aiuterebbe questi squilibri a ricomporsi. Se inducesse un minimo di recessione, potrebbe in effetti riportare verso l'equilibrio (cioè giù) il saldo dell'estero, ma quanto al settore privato, abbiamo visto che non sempre un "risanamento" della finanza pubblica lo aiuta a generare più risparmio, e questo lo si vede bene anche nel grafico. D'altra parte, che la Bulgaria fosse da attenzionare ce lo eravamo detto, anche se non per i motivi su cui si ostina a puntare il suo occhio strabico la Commissione Europea. Per chi volesse farsi un'idea delle possibili dinamiche, rinvio all'articolo in cui parlavo dell'ingresso nell'euro della Lettonia. Poi la Lettonia fece il miracolo, e tre anni dopo l'ingresso vi spiegai di che lagrime grondasse e di che sangue.

Vediamo questa volta come va a finire. Prevedo un esodo di bulgari. Ne riparleremo nel 2029 (se non prima)...

giovedì 27 marzo 2025

La Croazia due anni dopo

Ce l'avete Instagram?

E allora guardatevi questo reel


Oibò! Che starà mai succedendo? Quale inaudita e inattesa vicissitudine porta i croati, un tempo fornitori di servizi di turismo a buon mercato, ad accaparrarsi merci a buon mercato nel capoluogo italiano?

Ripartiamo da quello che ci eravamo detti due anni fa: la variabile da tenere d'occhio era il tasso di inflazione:


Il motivo credo lo sappiate: un tasso di inflazione superiore alla media dei partner commerciali determina un incremento del tasso di cambio reale (cioè del prezzo dei beni nazionali rispetto a quelli esteri, cioè una diminuzione di competitività), e quindi un aumento delle importazioni di merci, e conseguentemente (non spiaccia a Barisoni) di quelle di capitali. Si vive così al disopra dei propri mezzi, cosa che accade non quando si fa debito pubblico, ma debito privato, e ci si avvita nel ciclo di Frenkel (che descrivemmo qui in modo scherzoso come Romanzo di centro e di periferia, e qui in modo un po' più tecnico), fino all'inevitabile botto finale.

La moneta unica che cosa c'entra in questo deterioramento della competitività? C'entra attraverso i noti canali: se è troppo forte per l'economia che la adotta, incentiva i consumi (in particolare quelli di prodotti esteri) e quindi gli afflussi di capitale estero che alimentano la bolla del credito al consumo e quella immobiliare, favorite anche dal fatto che moneta forte implica che il tasso di interesse sia più basso del suo ipotetico valore di equilibrio, il che costituisce un ulteriore incentivo all'indebitamento di imprese e soprattutto famiglie. Che cosa potrà mai andare storto alla fine di questa storia risaputa?

Lo sapete (anzi: lo risapete)!

In effetti, non si può dire che le autorità croate siano riuscite a tenere l'inflazione sotto controllo. Se ricostruiamo i tassi di inflazione tendenziale mensile (mese su stesso mese dell'anno precedente) usando l'HICP (Harmonised Index of Consumer Prices) fornito da Eurostat, otteniamo questo:


e indubbiamente mentre l'Italia è riuscita a contenere il proprio picco inflattivo, tornando abbastanza rapidamente sotto la media europea, lo stesso non può dirsi della Croazia. Se usiamo i dati annuali del WEO (il solito database) vediamo questa situazione:


Nel biennio 2023-2024 (cioè nei suoi due anni di permanenza nell'euro, cioè da quando ne abbiamo parlato l'ultima volta) la Croazia ha cumulato 5,2 punti di differenziale di inflazione nei riguardi dell'Italia (cioè: in media oggi i beni croati costano un po' più del 5% in più rispetto a quelli italiani...), che con i dati Eurostat (più aggiornati) diventano 5,4 punti.

Dato che buona parte del commercio della Croazia avviene verso l'Italia (siamo il secondo partner commerciale a poca distanza dalla Germania, lo potete verificare qui), possiamo supporre che questo differenziale si sia tradotto in un apprezzamento del tasso di cambio della Croazia intorno a quell'ordine di grandezza. In effetti, guardando i dati Eurostat sul monitoraggio degli squilibri macroeconomici


vediamo che per quanto riguarda il tasso di cambio reale l'apprezzamento sugli ultimi tre anni è stato pari al 5,4% (6% nell'ultimo biennio). Siamo lì. In Italia i numeri sono rispettivamente 0,7% (nel triennio) e 2,2% (nel triennio), a indicare una perdita di competitività di prezzo molto più lieve.

Un pezzo di questa persistenza dell'inflazione è senz'altro attribuibile a una caratteristica strutturale della Croazia, quella di avere una bilancia dei pagamenti vicina all'equilibrio come risultante di due forze (vi ripropongo il grafico di due anni fa):


forti esportazioni di servizi (turismo), controbilanciate da forti importazioni di merci. Le forti importazioni di merci determinano una forte importazione di inflazione in un contesto di shock internazionale di offerta, ma naturalmente oltre a questo c'è dell'altro, ed è quello che ci aspettiamo ci sia. Ma prima di dirvelo, vi rimetto qui la teoria del ciclo di Frenkel, altrimenti quando in Croazia i giornali intitoleranno "požuri se!" il forestiero verrà qui a dire che ho solo avuto fortuna e che l'economia non è una scienza. La teoria, esposta qui, ci dice questo:


I primi due punti sono assorbiti dalla appartenenza all'Unione Economica e Monetaria. Circa il terzo punto, la diminuzione dei tassi di interesse c'è stata (in effetti, dal 2018 la Croazia ha tassi di interesse più bassi dell'Italia), l'aumento dei prezzi l'abbiamo visto nel grafico, l'aumento del tasso di crescita c'è stato:

(dati qui), anche se, naturalmente, trattandosi di un Paese che parte da un livello di reddito pro-capite inferiore al nostro questo scarto è veramente difficile da distinguere da quello determinato dal fisiologico processo di catch-up (di cui abbiamo parlato qui), e l'aumento dell'occupazione pure (la disoccupazione è scesa dal 6,8% del 2022 al 5% del 2024, un minimo storico, dati qui).

Tutto questo però non dà sufficienti segnali di allarme, a mio avviso. I dati più significativi sono quelli riferiti alla fase 4, e lì in effetti qualche problema si riscontra. Ad esempio questo:


cioè il tasso di crescita del credito erogato alle famiglie, che sta crescendo molto rapidamente verso la soglia di attenzione del 14% (qui ho considerato i cinque Paesi più vicini alla soglia nel 2023: solo la Bulgaria è oltre la soglia, ma solo la Croazia è in crescita così rapida), ma anche un indicatore che possiamo immaginare collegato al credito, e indicativo di potenziali bolle, cioè questo:


il tasso di crescita dei prezzi degli immobili. La Croazia sta messa bene anche sul flusso di credito alle imprese, ma va detto che il rapporto debito delle imprese/Pil è basso e in lieve calo, come pure che il saldo delle partite correnti sta tenendo, nonostante l'apprezzamento del cambio reale:


C'è la solita fragilità strutturale (il turismo che compensa un saldo merci in sprofondo rosso), ma il saldo complessivo (barre) resta in equilibrio.

Resta da capire come andrà avanti questa cosa:

perché se la spezzata grigia dovesse cominciare a scendere, si tirerebbe giù le barre blu, e allora si arriverebbe al punto 4.b dello schema qua sopra.

Non ci siamo ancora, naturalmente, e non è detto che ci si arrivi. Il primo ciclo di Frenkel dei Paesi periferici dell'Eurozona si avviò quando la sorveglianza macroeconomica praticamente guardava solo il rapporto deficit pubblico/Pil. Ora tutti possono guardare gli indicatori che nel 2010-2011 guardavamo solo noi, e a nessuno va di fare la fine della Grecia. Quindi può benissimo darsi che una saggia classe politica croata decida di anticipare un po' di medicina amara, tirando i remi in barca prima di andare a sbattere, aiutata in questo dalla prudente supervisione europea. Può benissimo darsi, giusto?

Ci rivediamo fra un paio d'anni...

mercoledì 25 dicembre 2024

Romania: i mercati hanno fatto anche cose buone

Partiamo dal grafico che sta alle nostre diagnosi come le analisi del sangue stanno a quelle di qualsiasi medico:

La Romania è un paese strutturalmente dipendente dall'estero (il saldo dell'estero nei riguardi della Romania, in verde, è positivo, il che significa che il saldo della Romania nei confronti dell'estero è negativo), e negli ultimi anni vediamo due cicli di "espansione" di questo deficit: il primo iniziato più o meno verso il 2002 e culminato nell'anno dell'ingresso nell'Unione Europea (il 2007), dove in tutta evidenza il deficit con l'estero (cioè il surplus dell'estero) era guidato dal settore privato (cioè: dall'insufficienza dei risparmi rumeni rispetto agli investimenti rumeni che portava il Paese a indebitarsi con l'estero - la linea blu sprofondava simmetricamente all'innalzarsi di quella verde). C'è poi stato un reversal, sulle cui cause non mi soffermo, e ora siamo in un nuovo ciclo di espansione del deficit estero (il surplus dell'estero verso la Romania, linea verde, sta nuovamente crescendo), questa volta trainato dall'indebitamento pubblico (la spezzata arancione simmetricamente sprofonda), a fronte di un sostanziale equilibrio fra risparmio e investimento privato.

Un'occhiata agli stock, anche se, come i medici sanno "frazionare" a mente il colesterolo in buono e cattivo con la formula di Friedewald, qui sappiamo, naturalmente, che quando cresce il debito cattivo (quello privato), il debito pubblico scende, e quindi ci immaginiamo benissimo che le cose stiano come in effetti stanno:


Dal 2000 al 2007 abbiamo la classica fenomenologia del "ciclo di Frenkel": il debito pubblico scende perché quello privato sale. Poi le cose cambiano. I dati mostrati fin qui vengono dal World Economic Outlook del Fmi. Usiamo la External Wealth of Nations per vedere cosa succede allo stock di debito estero netto:


(e i conti più o meno tornano).

Ho passato la vigilia del Santo Natale col Prof. Santarelli, personaggio noto ai frequentatori del blog e in fondo vero, ancorché involontario, fondatore della community, come qualcuno ricorderà. L'idea di aprire il blog in effetti nacque da lunghe conversazioni con lui fra il 2010 e il 2011. Per motivi personali facilmente intuibili il Prof. ha una conoscenza piuttosto approfondita della Romania, e ha attirato la mia attenzione su un dettaglio che mi era sfuggito, vittima come sono del mio scetticismo radicale nei riguardi dei media, che mi porta a essere disinformato per non essere male informato. Preferisco non sapere che sapere una balla, insomma, e in questo sono in bella compagnia:


Ci vuole però un pizzico di sale, altrimenti si rischia di perdere dettagli interessanti.

Quello che è successo in Romania lo sappiamo tutti e forse chi come me si aspettava da tempo roba simile è in posizione svantaggiata: non riesco a indignarmi (avendo da tempo evidenziato la natura inevitabilmente totalitaria del progetto europeo) più di quanto mi indignerebbe veder cadere dall'albero la famigerata mela di Newton (cioè zero)! 

In estrema sintesi, la Corte suprema ha annullato le elezioni presidenziali per sospette influenze filorusse che si è poi scoperto essere state finanziate da un partito europeista! Insomma: pare che gli europeisti abbiano pagato una campagna "filorussa" per poi poter dire che il candidato "filorusso" aveva vinto le elezioni con mezzi illeciti e chiederne l’annullamento. La verità la sapremo col tempo, o mai, ma intanto vi ho dato apposta il link del braccio secolare piddino (Fanpage), perché se sono costretti ad ammettere loro la possibilità di un'enormità simile potete essere certi che dietro c'è del vero. Qui il problema è evidente: l'Unione Europea, la difensrice (cit.) dello "Stato di diritto", cerca di affermare l'idea che le elezioni sarebbero veramente libere solo in assenza di propaganda. Naturalmente quello che l'UE vuole è il monopolio della propaganda, che esercita attraverso mille canali e istituzioni (come i Centri di documentazione europea). Altrettanto ovviamente, questa linea argomentativa evidenzia il totalitarismo europeo, consistente nel ritenere che gli elettori siano degli imbecilli condizionabili con spot da un minuto su TikTok! Ma se anche fosse, il rimedio sarebbe a portata di mano: invece di fare spot "filorussi" per poi poter dire che il dibattito era stato inquinato, gli europeisti avrebbero potuto fare spot "filoeuropei"!

Insomma: vogliono che l'unica propaganda sia la loro, proprio perché sanno che essa sarebbe inefficace, cioè proprio perché sanno che le persone votano con la testa, e non con TikTok.

Questo è quello che sapevate anche voi, ma lo sapevate da anni: non è un caso se il tag più in risalto nel tagcloud qui sotto (per chi legge da PC) è: "Propaganda". Quello della propaganda, delle sue dinamiche, della sua relazione inestricabile con la libertà di espressione, e via dicendo, è sempre stato un tema centrale nella nostra riflessione, se non altro perché essendo noi partiti da dove Draghi è arrivato, cioè dal fatto che l'Unione Europea è un progetto di compressione dei salari, ci era ben chiaro che per tenere sedati gli elettorati avrebbe dovuto fare un massiccio sforzo propagandistico e anche un massiccio sforzo repressivo.

Quello delle elezioni presidenziali rumene quindi è un gigantesco QED.

C'è però un problemino, questo:


Dopo l'alzata d'ingegno degli europeisti, Fitch ha rivisto al ribasso, considerandole negative, le prospettive dell'economia rumena (che ad agosto erano state confermate stabili), argomentando che:


Insomma, la prima motivazione della decisione è l'incertezza politica determinata dall'annullamento dell'elezione presidenziale!

Certo, dopo c'è la litania standard di tutte le cose che sappiamo: erdeficitdebbilancio, erdebbitopubblico, ecc. Ma in questo caso, come nel caso francese, il key driver della decisione è politico. I mercati sono preoccupati dall'aumento del rischio politico, e, forse (non sono nelle loro stanze), anche dal modo in cui viene gestito da Leuropa, perché non sembra il modo migliore per  ridurlo: caso mai, il rischio è di aumentarlo!

L'agenzia Fitch è stata fondata 111 anni fa a New York.

(...magari con calma approfondiamo il quadro macro: stiamo però constatando che per quanto esso continui a essere utile, gli investitori ormai guardano - giustamente! - ad altro, cioè alla stabilità. Quindi... stiamo fermi!...)

lunedì 21 agosto 2023

Pe' malati c'è la china (ancora sull'Albania)

brina82 ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Frenkel goes to Albania":

Gentile Prof., spero non mi "banni" per questo mio commento.

Capisco l'indebitamento estero e il ciclo di Frenkel, però sarebbe come dire che l'Albania riuscirebbe a fare prezzi "stracciati" grazie ad un'economia drogata dal credito estero, come se vi fosse una concorrenza sleale, scorretta, al pari del Marco convenzionalmente sottovalutato grazie al sistema Euro (mi permetta il paragone, anche se legato, ovviamente, a dinamiche completamente diverse).

Tuttavia, facendo i conti, il reddito procapite è parente a 1/4-1/5 (o roba del genere) di quello italiano, quindi a mio avviso il prezzo concorrenziale che si rileva col turismo è più legato a ciò (si ha di fatto un'economia "povera"), che ad un discorso legato all'importazione di capitali dall'estero (e anche in considerazione del fatto che, a differenza della vicina Grecia, le spiagge albanesi non se l'è proprio mai filate nessuno, probabilmente poichè mai "spinte", mai sponsorizzate).

A questo punto però dovremmo assistere ad una bolla, e cioè i prezzi dovrebbero impennarsi, se Frenkel è arrivato in Albania...

Grazie.

PS a questo punto, verrò bannato?

Pubblicato da brina82 su Goofynomics il giorno 21 ago 2023, 06:59































GNOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!














Scusate: va bene tutto, tuttissimo, ma il piantarellino vittimistico su Bagnai che banna anche sinceramente no!

A parte che non si dice "bannare" ma bandire, dal che consegue etimologicamente che le persone che eventualmente vengano mandate a stendere sono bandite, non bannate, cioè sono dei banditi, non dei bannati, vorrei insistere su un punto: in questo blog i commenti sono moderati, e moderazione non è censura. La censura è quella che secondo alcuni dovrebbe subire Vannacci: una restrizione pregiudiziale della libertà di espressione. Tendenzialmente la censura difende (o prova a difendere) gli interessi del sistema. La moderazione è una cosa molto diversa: il non pubblicare, dopo averle lette, idiozie o cose non pertinenti, e va nell'interesse di chi si è espresso in modo diversamente intelligente o pertinente. Se lo capite va bene, se no va bene uguale perché almeno qui comando io, e quindi potete farci poco. Il vittimismo è veramente degradante per chi lo esprime, se non altro perché dimostra di non aver capito dove si trova. A valle di questa radicale incomprensione se ne riscontrano altre, inevitabilmente. 

Che cosa non capisce il nostro nuovo caro amico?

Semplice!

Che in un Paese la cui soglia di povertà relativa è il 14% della nostra (qui):


(ma può essere utile anche questo), con i tassi di risparmio irrisori che abbiamo visto nel post post precedente, se non fossero arrivati i capitali esteri semplicemente non ci sarebbero state le strutture per accogliere i turisti esteri! Il Paese non avrebbe generato abbastanza risparmio da investire nella costruzione di queste strutture! Ci può arrivare anche chi non conosca, come io conosco, imprenditori che hanno fatto questa scommessa.

Questo è stato il principale motivo che ha finora precluso lo sviluppo di un certo tipo di turismo: il fatto che precedenti stagioni di incertezza politica non avevano incoraggiato l'afflusso di capitali necessario perché si creassero le infrastrutture richieste dai turisti "spiaggia&lettino" (un altro elemento potrebbe essere il pregiudizio verso gli abitanti di quel Paese, che in una certa fase della loro integrazione in Europa hanno lasciato da noi qualche brutto ricordo).

Quindi sì, si può anche argomentare che dietro al battage piddino a favore dell'Albania c'è sfruttamento del lavoro povero, questo è ovvio! Dobbiamo veramente dircelo? Non c'è nulla di quanto i piddini sostengano che non sia intimamente connesso a un progetto di sfruttamento, dalla moneta unica (di cui qui abbiamo a sufficienza esplorato tutte le implicazioni), alla rivoluzione green (che altro non è che una torsione in senso neocoloniale del nostro rapporto con l'Africa), alle vacanze al -248%, che possono anche essere lette come l'approfittare del lavoro povero di uno dei pochi Paesi messi peggio di noi (qui):


Solo che senza capitali esteri non ci sarebbero le strutture dove portare a termine questo nobile progetto tipicamente europeo!

Vorrei anche far notare che di per sé non c'è nulla di male nel fatto che da un lato i consumatori si orientino in base ai segnali di prezzo (a parità di qualità...), né che Paesi meno sviluppati siano in grado di offrire forza lavoro a un costo inferiore. In particolare, il turismo è un'esportazione, che però, come abbiamo visto, non basta e possiamo ritenere che non basterà a correggere il mostruoso eccesso di importazioni dell'Albania (e quindi a ripagare i capitali a vario titolo investiti in quel Paese).

La dimensione di sfruttamento, a mio avviso, si palesa più nelle dinamiche finanziarie, che non nel fatto che un Paese con un percorso e una situazione socioeconomica radicalmente diversa dalla nostra offra prezzi più bassi perché ha costi più bassi. Da quest'ultima dinamica, in teoria, potrebbe scaturire un'equalizzazione dei redditi nei due Paesi, idealmente col catching-up del Paese inizialmente meno avvantaggiato. Vedremo se finirà così. A me viene da dire da un lato che se la qualità dei servizi proposti è vagamente assimilabile a quella italiana, è perché lì sono andati a investire tanti italiani. Dall'altro, visto che il turismo difficilmente riequilibrerà una bilancia dei pagamenti così insostenibilmente deficitaria, che il momento dello sfruttamento arriverà col redde rationem, quando i capitali andranno restituiti come ho spiegato nel post precedente: austerità, crollo della quota salari, ecc.

Insomma: ora siamo nella fase in cui va bene. Quella in cui va male (per gli albanesi, intendo) arriverà dopo, e in questo, come in tante altro cose, il ponte fra l'oggi e il domani è la finanza.

Quanto alla tua curiosa presunzione secondo cui questo non è un ciclo di Frenkel perché non c'è una bolla, sei almeno andato a controllare prima se la bolla c'è o non c'è?

Gli albanesi la vedono così:


ma tu sarai sicuramente più informato di loro!

Del resto, è per questo che Bagnai ti "banna"! Perché tu non possa smentirlo dall'alto della tua superiore scienza ed esperienza del mondo!

Che persona meschina questo Bagnai: "bannandoti" si qualifica per quello che è, e quindi, simmetricamente, non "bannandoti" ti qualifica per quello che sei: un caro amico.

Basta così?

Se no ce n'è ancora: ma già questo sarà stato utile a molti per approfondire alcuni risvolti del dibattito sul -248% (posto che interessi ancora: ma come vi ho spiegato, prima o poi tornerà di attualità: nessuno sopravvive a deficit così sostenuti della bilancia dei pagamenti... e a una bolla nel mercato immobiliare!).


(...sia chiaro: io non ho nulla contro nessuno, né tantomeno contro gli albanesi. Sono dinamiche oggettive, e oggi è facile documentarsi...)

(...vittimismo? No, grazie...)

domenica 20 agosto 2023

Addendum sull'Albania

Torno un momento sul miracolo lettone. Vi avevo detto qui che il sito dell'Eurostat non consente di analizzare il Pil albanese dal lato del reddito, ma solo da quello della produzione e della spesa. In altre parole, non è possibile, consultando l'Eurostat, analizzare l'evoluzione di questa identità:

 Y = W + GOS + TS

quella che scompone il Pil Y nella somma dei redditi da lavoro W (compensation of employees), più i redditi da capitale/impresa (il risultato lordo di gestione, gross operating surplus, cui si aggiunge il reddito misto, mixed income, che è il risultato dell'attività economica svolta dalle famiglie: li ho indicati con GOS), più il saldo fra tasse pagate su produzione e importazioni e sussidi ricevuti (TS).

Per fortuna però c'è il sito dell'INSTAT. Lavorandoci un po' ho tirato fuori questa tabella:


(dovete scusarmi se non ho compilato la parte coi conti del reddito dal 2013 al 2015 ma andava fatto numero per numero e ci avrei messo troppo tempo: il quadro è comunque chiaro e stabile), che ha la stessa struttura di quella del miracolo lettone:


Non ve la faccio tanto lunga perché ho poca batteria e poco campo. Diciamo che il miracolo albanese somiglia molto alla Lettonia "pre-miracolo", quella del 2008: un Paese con una propensione al risparmio pressoché nulla (cioè con una propensione al consumo fuori scala, nel caso albanese oltre il 90%), che ha un tasso di investimento sostenuto (oltre il 20% del Pil), e che quindi campa di capitale estero, importando capitali per oltre il 10% del Pil all'anno. Nel caso albanese queste dinamiche sono evidenti ed esasperate.

Notate bene: il fatto di risparmiare poco, cioè di consumare molto, è ovviamente legato al fatto di guadagnare poco, cioè di avere salari molto vicini al livello di sussistenza. Capite così qual è il segreto dietro il famoso -248% (notate però che in termini distributivi la quota dei salari sul monte redditi aumenta).

Come sapete, il bel gioco del campare coi soldi degli altri non può durare per sempre (ed è già strano che ora vada avanti a ritmi simili: ma la spiegazione di questa anomalia risiede da un lato nelle dimensioni irrisorie dell'Albania, che attenuano la rischiosità sistemica del prestarle soldi incautamente, e dall'altro nell'ovvia pulsione geopolitica verso l'annessione dei fratelli balcanici al "progetto" europeo). Credo sappiate anche che prima si proporrà alle aquile albanesi un aggancio valutario, millantandolo come elemento di progresso e di promozione sociale ("anche noi avere monetona pesantona"!). Ottenuta così la certezza di essere ripagati in moneta "forte", l'eurone, poi si chiederà il conto. A quel punto la tabella del miracolo albanese diventerà sovrapponibile a quella del miracolo lettone: crollo della propensione al consumo, della propensione all'investimento, e rientro del deficit estero, accompagnati da un ridimensionamento della quota salari.

Di tutta questa bella storia cogliamo l'unico lato positivo: non ci riguarda troppo (anche se ogni tanto conosco qualche imprenditore attratto da questo nuovo Eldorado: e fa bene ad andarci, per intercettare i soldi dei piddini disposti a pagare il -248%, purché sappia quando tornare!).

Resterà un QED di un futuro non troppo prossimo, ma nemmeno troppo remoto. Sempre, naturalmente, che non intervengano fattori più rilevanti in Paesi più rilevanti. Mi riferisco, ovviamente, ai termini dimensionali! Non si adontino eventuali fratelli albanesi qui presenti, cui non voglio assolutamente portare sfortuna, né dare consigli. Sorrido solo pensando alla singolare idiozia di quelli che, dopo avercela menata per anni con la storia che lo Statone gigantone ci avrebbe consentito di essere competitivi e di difendere il nostro tenore di vita, per potersi permettere una vacanza, da cittadini orgoglioni dello Statone gigantone, devono andare nel più minuscolo degli Stati europei degni di questo nome (escluse quindi le "città stato"), che si trova quindi ad essere più competitivo dello Statone gigantone.

Ma tanto a loro, come ad altri, in testa non entra. Il caso della Germania però dimostra che la Storia sa trovare i propri percorsi. Restiamo in contatto.

mercoledì 16 agosto 2023

Frenkel goes to Albania

In rapida continuità col post precedente, diamo una spolverata al nostro palantìr, l'identità dei saldi settoriali, per mettere nel corretto contesto la notizia del giorno: il prezzo di una vacanza in Albania è pari al -248% di quello di una vacanza in Italia. Non ci credete? Malfidati! Lo dicono la Stampa e il Messaggero:



e apprezzerete che il Messaggero ha interiorizzato la regola principe della "comunicazzione credibbile": non dare mai cifre tonde, che trasmettono un senso di approssimazione. Bisogna sempre dare il numero esatto: 248, non 250!

(...la Stampa poi ha corretto il tiro, sputtanando la legione di sciagurati imbecilli che si erano affrettati, con lo zelo del neofita, ad avvalorarne la fantasiosa tesi secondo cui esisterebbero prezzi negativi - se non la capite, siete in buona compagnia, e ve la spiego dopo - mentre il Messaggero ad oggi mi risulta ancora attestato su questa bislacca posizione: tenete presente che questi vi informano sulle dinamiche economiche, e questo, come ci siamo sempre detti, spiega tante cose...).

Lascerei per un attimo da parte questo folklore (ma, ripeto, poi dovremo tornarci) e andrei allora a vedere che cosa succede in Albania, quale sia la spiegazione del miracolo albanese, di questo nuovo giardino dell'Eden dove ti pagano per andare. In effetti, la nostra "legge di Lavoisier", come l'ho chiamata nel post precedente, cioè l'identità dei saldi settoriali, ci fa immediatamente capire che, tanto per cambiare, a pagare siamo noi, e, come al solito, non v'è certezza di rivedere i soldi indietro.

Mi piacerebbe potervela fare corta, e basterebbe questo grafico:


ma siccome oggi sono generoso, vi regalo un altro grafico:


Ecco: ora i più anziani dovrebbero essere in grado di spiegarci che cosa sta succedendo in Albania. I meno esperti potrebbero aiutarsi con questo post, che (ri)spiega come funziona il primo grafico (e quindi aiuta, ad esempio, a capire come mai il fatto che la linea rossa superi quella nera nel secondo grafico è coerente col fatto che la linea azzurra sia negativa nel primo).

Aggiungo un dettaglio. Come tutti i miracoli, anche quello albanese può essere letto in diversi modi. Avrei voluto leggerlo come lessi a suo tempo quello lettone, ma... purtroppissimo Eurostat non fornisce i dati su salari e profitti necessari per esplicitare i riflessi distributivi di questa dolce vita coi soldi altrui. Cercherò nelle statistiche nazionali, se avrò tempo, oppure potrete farlo voi. La dinamica della quota salari però diventerà interessante dopo, quando la riga azzurra dovrà tornare positiva.

E ora vi lascio: chi ha capito spieghi, chi non ha capito chieda, di percentuali parliamo un'altra volta: si sono svegliati tutti e mi saturano la banda, devo (per fortuna) smettere...

domenica 1 gennaio 2023

Sono tornato (sulla Croazia, l'euro, i differenziali di inflazione, e poco altro)...

Dilettissimi fratelli e sorelle, oggi la famiglia felice dell'Eurozona accoglie un nuovo membro: la Croazia. Questo fatto, di cui avevamo parlato a tempo debito, ha suscitato una, anzi, due ondate di emozioni contrastanti. Da un lato, l'inevitabile entusiasmo di circostanza:

cui, da quella brutta persona che sono, non mi sono potuto trattenere dal rispondere in tono amletico:

Dall'altro, un serie di profeti di sventura, capitanati da un nostro vecchio e caro amico:

ma lo stesso concetto è stato espresso in forma più raffinata e criptica anche da altri:

Ci sarebbe da chiedersi quanti capiscano che cosa sia il ciclo di Frenkel, soprattutto oggi, considerando che questo blog non è mai esistito, che voi non esistete (sì, inutile darsi un pizzicotto sul braccio: non esistete, ma di questo parleremo dopo...)... Ma soprattutto, visto che nessuno me l'ha chiesto, vi fornisco il mio "chennepenZa". Non è molto difficile, e magari potrà essere istruttivo, soprattutto per i pandemici (quelli che si sono svegliati nel 2020).

Ormai mi avrete capito: tendenzialmente sono un contrarian. Quando tutti la pensano in un modo è più facile: basta pensarla in modo opposto. Ma anche quando, come in questo caso, gli altri la pensano in due modi opposti (dall'entusiasmo frivolo di Madame, per cui l'ingresso della Croazia nell'euro risolverà i problemi della Croazia, al cupo sarcasmo di Fabio, per cui l'ingresso della Croazia nell'euro risolverà i nostri problemi), non è troppo difficile essere contrarian. Basta ispirarsi ai classici: come in una vecchia vignetta di Altan, è facile dimostrare che entrambi questi sentimenti sono immotivati.

Partirei dai catastrofisti. Per smontare la loro Schadenfreude faccio notare che la Croazia è da tempo un Paese eurizzato, come sottolinea Timpone in questa sua breve nota. Non solo debiti e crediti erano già definiti per circa la metà in valuta estera (euro), come potete vedere qui:


(tratto da qui), ma il rapporto di cambio fra valuta nazionale ed euro era sostanzialmente stabile, come si riscontra facilmente qui:


dove, dato l'elevato tasso di niubbi, mi preme ricordare che i tassi di cambio sono quotati incerto per certo, cioè che un loro aumento significa una svalutazione rispetto all'euro (ovvero, significa che occorrono più unità di valuta nazionale per acquistare un euro). Si vede bene che pur non essendo agganciata all'euro come il lev bulgaro (che era già legato al marco da un currency board prima dell'era eurista), la kuna croata non ha manifestato né una tendenza alla svalutazione come lo zloty polacco, né alla rivalutazione come la corona ceca, ma si è tenuto in un range piuttosto ristretto (fra 7 e 8 kuna per euro).

Per questo motivi i timori dell'avvio di un ciclo di Frenkel, cioè, per i nuovi arrivati, degli effetti potenzialmente destabilizzanti dell'afflusso di capitali esteri che un aggancio valutario normalmente favorisce (quando non causa), determinando grazie al credito facile l'accumulazione di posizioni debitorie insostenibili nel settore privato, sembrano per ora fuori luogo.

Il principale indicatore dell'avvio di una simile fase è il saldo delle partite correnti (che, se negativo, misura l'indebitamento estero del Paese e quindi, appunto, l'innesco di un ciclo di Frenkel). In Croazia la situazione è questa:


Le barre blu indicano che la Croazia, per ora, è in una posizione di accreditamento (non indebitamento) netto, come risultato di un saldo merci negativo, più che compensato da un saldo servizi positivo (possiamo immaginare che in questo saldo giochi un ruolo il turismo).

Quindi la Schadenfreude può attendere ancora un po'.

D'altra parte, l'entusiasmo beota è sempre fuori luogo, lo è, direi, per definizione. Partendo dall'ultimo grafico, si vede bene che l'equilibrio dei conti esteri (barre blu in territorio positivo) dipende dal bilanciarsi di due tendenze, di cui una preoccupante: la tendenza negativa del saldo merci (linea arancione), che indica un sempre maggior ricorso della Croazia a merci importate. Quale sia il rischio lo si è visto bene nel 2020: quando il COVID ha bloccato tutto, la Croazia, nonostante che il saldo merci fosse migliorato (una conseguenza positiva del blocco del commercio mondiale, che ha significato anche blocco delle importazioni croate), è andata in territorio negativo col saldo complessivo (barra blu lievemente al di sotto dell'asse delle ascisse) a causa del crollo del saldo servizi (dovuto verosimilmente allo stop al turismo).

Ci sarebbe allora da chiedersi perché la Croazia dipenda così tanto dai beni esteri, e la risposta non sembra essere, almeno per ora, nel tasso di cambio reale, cioè nel rapporto fra i prezzi dei prodotti croati con quelli del resto del mondo:


dato che finora è rimasto piuttosto stabile, a differenza di quanto è successo ad esempio in Repubblica Ceca. L'anomalia ceca si riscontra facilmente nei tassi di inflazione. Possiamo immaginare che se i beni cechi diventano più costosi rispetto a quelli del resto del mondo (e quindi il tasso di cambio reale cresce, si apprezza) questo dipenda dal fatto che in Repubblica Ceca c'è più inflazione. Infatti, è stato così, soprattutto ultimamente:


Ma ultimamente è successa anche un'altra cosa, che si vede bene se restringiamo lo zoom all'ultima legislatura (giusto per avere un termine di riferimento temporale a voi noto):


Come vedete, l'Italia, grazie ai cinque milioni di poveri made in Monty, negli ultimi anni ha sempre avuto un tasso di inflazione inferiore alla media europea. La stessa cosa non si può dire né della Cechia né della Croazia, soprattutto negli ultimi mesi.

Ci sarebbe un lungo discorso da fare su quanto quest'ultimo Paese abbia quindi rispettato i criteri per l'ammissione all'Eurozona, che fra l'altro, come saprete, richiedono un differenziale di inflazione molto contenuto rispetto alla media degli altri Paesi membri, ma non entro in questo: per oggi vi ho annoiato fin troppo, e del resto lo si era capito già con noi che la decisione di far entrare un Paese nella tonnara non dipende dai fondamentali economici ma è di natura squisitamente politica (e anche qui aiutano le considerazioni di Timpone nel breve articolo che vi ho citato sopra: il vantaggio per la Germania di avere un altro vassallo nel governing council della Bce).

Quei due punti di inflazione in più in Croazia però sono una variabile da tenere sott'occhio: è da lì che potrebbero venire sorprese, è quella la variabile che potrebbe spegnere l'entusiasmo di Madame e avvalorare il sarcasmo di Fabio.

Ma questo è un discorso che può essere generalizzato, che riguarda in generale i rapporti fra Nord e Sud dell'Eurozona. I grafici li ho fatti ieri, e ve li farò vedere domani o dopo. Dobbiamo riprendere le fila di un discorso che per molti non è mai stato fatto e che quindi non ha mai portato a eventi come questo, che non si sono mai svolti, e dove quindi queste persone non sono mai state.

Ma, appunto, ne parleremo con più calma, con voi, che non siete mai esistiti, e di cui quindi non è nemmeno possibile dire che non esistiate più...


(...nell'ultima riunione di redazione ad a/simmetrie si è deciso che quest'anno avrà luogo un mid-term goofy. L'ultimo fu nel 2014, come qualcuno ricorderà, ma ora che l'attività dell'associazione è ripresa possiamo sostenere anche un evento simile, per il quale abbiamo già una data: il 15 aprile, nel weekend fra Pasqua e il ponte del 25 aprile. Ci occuperemo, appunto, del ribaltamento di alcune asimmetrie europee, e di che cosa questo implichi per l'euro e per le regole europee, con ospiti da tutta Europa. Ma oltre a questo gradito - spero! - ritorno, quest'anno avremo anche una novità, il primo goofy off, un nostro personale rave party che si svolgerà in tempi, luoghi e modi che vi saranno comunicati. A presto!...)

martedì 7 novembre 2017

La cicala e la formica

...fra atroci sofferenze sto facendo la peer review del libro di due colleghi euristi, cui voglio molto bene nevertheless, e che si occupa dell'uscita dall'euro. Di libri così ce ne vogliono, comunque, perché occorre che dell'argomento si parli. Oggettivamente, dire qualcosa di più di quanto dissi nel Tramonto dell'euro è impossibile. Però si può sempre dire qualcosa di meno... anche se forse non si dovrebbe esagerare!

Quello che mi stupisce e mi costerna nel modo in cui i miei colleghi affrontano l'argomento euro è la stupefacente leggerezza con la quale si dispensano dall'osservare due principi cardine della nostra, anzi: della loro, scienza: quello secondo cui "non ci sono pasti gratis", e quello secondo cui la flessibilità del prezzo garantisce l'equilibrio sui mercati.

Per l'economista standard, quello del credito è un mercato come quello di val Melaina, dove, invece delle patate, si scambia un bene chiamato "risparmio". Contro questa teoria, la teoria dei fondi mutuabili, ci ha messo in guardia (facendo l'errore di credere che io ne avessi bisogno) Sergio Cesaratto nel suo bel libro (poco male: è ancora vivo)! Avrei quindi molte riserve circa la sua rilevanza, ma resta il principio generale che per loro, cioè per gli euristi, il mondo funziona così: domanda, offerta, equilibrio a un dato prezzo (e se si scambia denaro, a un dato tasso di interesse).

Ora, a fronte di questi due ovvi principi, è veramente delirante l'ossessione psicotica con la quale, dopo tutte le catastrofi cui il credito facile ci ha condotto, certi colleghi continuino a dirci che i bassi tassi di interesse sono stati una grande opportunità che abbiamo sprecato bla, bla, bla... Finché cose simili le dice un giornalista, transeat: non è competente, e comunque è pagato per seguire una linea editoriale, quindi a lui, al gazzettiere, non puoi chiedere di capire che se un prezzo viene spinto (in qualsiasi modo e per qualsiasi motivo) al disotto dell'equilibrio, ciò provocherà fatalmente uno spreco del bene prezzato, un sovraconsumo, e, nel caso del credito, un sovraindebitamento. Insomma: è antieconomico, ma soprattutto è stupido, dire che un sistema nel quale il capitale è troppo a buon mercato avrebbe favorito un uso più efficiente del capitale, o dire che un sistema nel quale indebitarsi ha costi irrisori avrebbe favorito comportamenti virtuosi, astensione dal credito. Bisogna essere proprio ottusi per non rendersi conto di quanto anti-economico sia questo ragionamento. Puoi anche pensare che il risparmio sia un bene come le patate, ma per pensare addirittura che sia un bene di Giffen ci vuole una mente molto mal congegnata.

Ed è qui (riallacciandomi al post precedente) che si vede quanto i gazzettieri siano squallidi, nel loro insistito abuso di metafore trite e ritrite, prive di aderenza con i precedenti letterari cui si ispirano!

Prendiamo il caso della cicala del sud e della formica del nord. Quante volte abbiamo sentito ripetere questa solenne stronzata! Ma... qualcuno ha letto La Fontaine? Cosa dice, La Fontaine, della formica?

La Fourmi n'est pas prêteuse ;
C'est là son moindre défaut.

Ecco: ora a voi sembra che la Germania non sia stata  prêteuse? Ganz im Gegenteil! Da un'altra favola sappiamo che il centro presta largamente, inonda di liquidità la periferia (e sappiamo anche il per come e il perché di questo fiotto di capitali: quelli, sì, una droga, quelli, sì, che schizzano...), e così ha fatto la Germania.

Quindi la narraFFione (non è un errore di pronuncia: è un errore politico), oltre ai profili di squallore delineati nel post precedente, ne ha uno che secondo me supera e travolge tutti gli altri: nella maggior parte dei casi denota una sesquipedale ignoranza del narratore. Ignoranza dei fatti economici (e fino a qui transeat), ma anche, e soprattutto, ignoranza delle verità letterarie. Non puoi definire "formiche" quei cialtroni vili e corrotti che hanno prestato senza alcun scrupolo e senza alcuna attenzione al sud il saldo finanziario slealmente accumulato col loro triplice dumping valutario, salariale e ambientale. Non puoi. Se i tedeschi fossero veramente stati formiche non avrebbero prestato: la formica non presta. La crisi non ci sarebbe stata.

Provate a chiedere a un gazzettiere di dirvelo con parole sue! Non ce la farà nemmeno se lo pagaste. E questo è un pezzo non irrilevante del nostro problema...

sabato 22 luglio 2017

I danni del pensiero magico

Ricevo da un imprenditore:

"Siamo azienda a zero debito. Proponiamo a nostra banca finanziamento per investimenti industriali, coperto all'80% -tra garanzie regionali e nostre dirette- e cofinanziato al 50% da fondi di natura pubblica. Risposta: Non sappiamo se ci convenzioneremo con il progetto regionale. Dove, quando è finita la razionalità economica e è iniziato il mondo magico?"

Semplice. È iniziato quando un populista (Romano, con la maiuscola) ha lanciato il messaggio demagogico che l'euro avrebbe risolto i nostri problemi. Da allora lui ha risolto effettivamente i suoi (forse il "nostri" era un plurale majestatis), mentre i nostri sono iniziati, prima in modo subdolo, col troppo credito che ha allentato il vincolo di bilancio di tutti gli operatori economici, incentivando comportamenti inefficienti e concausando fra l'altro la stagnazione della produttività, e poi in modo esplicito (vedi il virgolettato) con la inevitabile crisi bancaria e il conseguente credit crunch. 

Nel frattempo, veniamo nutriti di pensiero magico, di soluzioni illusorie dai veri populisti: quelli che propugnano l'integrale abolizione delle frontiere (i compagni dell'Economist), quelli che vogliono curarci con più tumore, pardon, più Europa. 

Di questi ultimi parliamo dopo: questo è un post breve, da aifòn, e anche per questo non ci trovate link (ma se siete qui, vi sarebbero inutili, e comunque non li leggereste)...








domenica 10 aprile 2016

Ecuador (preparando un QED...)

(...da "Uno de passaggio", che non sono io, perché io sono Alberto Bagnai e quando ho qualcosa da dire la firmo perché posso farlo - mentre "Uno de passaggio" usa uno pseudonimo per giustificati motivi - ricevo questo breve pezzo che riassume la situazione di un paese che verosimilmente si avvia a sganciarsi - come sempre troppo tardi - da un accordo di cambio fisso. Vorrei farvi notare che qui non siamo esattamente nel caso del ciclo di Frenkel, per un dettaglio. Qui il paese è messo in crisi dal fatto che esporta un bene a domanda inelastica il cui prezzo è fortemente sceso, e quindi le difficoltà vengono da una svalutazione, più che da una rivalutazione, in termini reali (petite et dabitur vobis).

Vi ricordate cosa succede nei paesi esportatori di petrolio? Le condizioni di Marshall-Lerner non valgono, come abbiamo visto nel caso dell'Azerbaijan. Insomma: se la tua merce viene venduta a un prezzo più basso, guadagni di meno - e vai in deficit di bilancia dei pagamenti. Come abbiamo altresì visto, tutti i paesi esportatori di petrolio hanno reagito a questo increscioso fenomeno svalutando - peraltro, la svalutazione estremamente aggressiva portata avanti da Draghi con lo stabile eurone non ha ovviamente aiutato questi paesi, e anzi li ha costretti a reagire (nota bene: l'euro svalutato li ha fatti rivalutare verso di noi, e quindi mentre sono scesi i ricavi delle esportazioni di petrolio - perché è sceso il prezzo - si sono anche contratti quelli delle esportazioni nette di altre merci...). Hanno svalutato tutti tranne i più sfigati: i paesi dollarizzati, come l'Ecuador, e quelli "eurizzati" de facto, come i paesi della zona franco CFA - agganciati all'euro. Inutile dire che solo un diamante e una verruca sono per sempre.

Un cambio fisso no.

Naturalmente, dal fatto che questo post sia di "Uno de passaggio", cioè sia un guest post, discende il fatto che esso non sia mio. Scommettiamo che qualche amico qua sotto dirà: "Bravo, professore!" Che frustrazione! Lo scopo del gioco, per me, non è sentirmi dire bravo: quello lo faccio da me, e so perché lo faccio più di quanto non lo sappiate voi quando lo fate. Lo scopo è che leggiate i dati. Ma la triste realtà è che spesso - sarà la fretta? - dimostrate di non voler ammettere nemmeno che se una cosa l'ha scritta un altro, non l'ho scritta io. Un uso un po' estemporaneo del principio di realtà, per il quale però non mi sento di censurarvi più di tanto: se posso riassumere il senso del post di "Uno de passaggio" - che, indovinate un po'? Sono io?... No, è lui! - se posso riassumerlo, direi che è proprio quello di denunciare una sfaccettatura particolarmente insidiosa del pensiero magico eurista: quella della "valuta stabile che ti protegge". Stabile una sega, se per tenere i cocci insieme la si è dovuta svalutare in fretta e furia del 40%! Tirati su a botte di pensiero magico, non posso aspettarmi che dall'oggi al domani tutti ammettano che Alberto, per quanto transeunte (come tutti voi e dopo molti di voi) non è "Uno de passaggio" e ne tengano conto. So che è un esempio banale, so che è antipatico metterlo in evidenza, soprattutto nel modo in cui l'ho fatto, ma trovo sia anche un esempio rivelatore del modo in cui siamo stati educati ad avvicinarci alla pagina scritta.

Ed ora godetevi il mio post.

Ah, non è mio: è di "Uno de passaggio", che non sono io, perché ego sum quis sum, e casualmente mi trovo ad essere Alberto Bagnai...

Eh? Come? Questo discorso vi sembra di averlo già sentito?... Bè, è probabile. Se ve lo ricordate, vuol dire che siamo a buon punto, e che presto potrò evitare di farlo: avrete imparato a leggere!)

Caro Alberto,



Ricorderai certamente la situazione dell'Ecuador della quale ti inviai testimonianze: esportatore principalmente di petrolio e frutta, dollarizzato, con pesante squilibrio della bilancia commerciale dovuto al forte calo del prezzo del greggio, dopo aver già nel 2014 introdotto una corposa serie di certificazioni e controlli doganali praticamente su tutti i prodotti di provenienza estera (eccetto i beni di prima necessità) che sostanzialmente impedisce le importazioni provenienti da soggetti non sufficientemente strutturati per far fronte alle numerosissime formalità, nella primavera del 2015 ha applicato, d'accordo con la WTO, in deroga agli accordi precedentemente sottoscritti, vari tipi di sovrattassa all'import ("Leggi di Salvaguardia") che hanno portato mediamente al 60%, dal precedente 15%, i dazi doganali [NdC per quelli che “i dazzziiiiii....”: come vedete – e come insegno ai miei studenti perché è scritto nei libri di testo – si può fare!].
Così facendo, hanno migliorato un po' la situazione (il ritaglio di giornale allegato parla di 900 milioni di $ di maggiori entrate), ma ovviamente i consumi ne hanno risentito, a seconda dei settori, fino ad una riduzione del 40%. 
A gennaio di quest'anno, sotto pressione da mesi da parte della WTO, hanno approvato una legge che prevedeva la progressiva riduzione dei dazi extra, fino al ritorno, previsto per giugno, alla situazione precedente l'introduzione delle leggi di Salvaguardia.  
Ovviamente il prezzo del petrolio non è risalito, né sembra avviato a risalire in tempi brevi, al break even che consentirebbe loro almeno di avvicinarsi al pareggio della bilancia commerciale. Non so esattamente quale sia l'obiettivo per il pareggio, ma devo dedurre, dai dati scaricabili da questo sito e dalla concomitante evoluzione storica dei prezzi del greggio, che, come nella prima parte del 2014, avrebbero bisogno di oltre 120$ al barile per recuperare col petrolio la gran parte del deficit generato dalla differenza fra l'export e l'import in tutti gli altri settori. Forse mantenendo qualche dazio importante ma non pesantissimo potrebbero cavarsela con un petrolio a 100$ al barile, ma certamente, senza leva valutaria, con un greggio a nemmeno 40$, sono proprio nelle peste. 
Infatti prontamente il loro parlamento ora inizia a discutere su come affrontare il problema (va considerato che, nel caso dell'Ecuador vi sono molti settori per i quali proprio non esistono strutture produttive locali, quindi sono totalmente dipendenti dall'import).
Ora, come vedi dal ritaglio di giornale che ci hanno inviato, il Presidente Correa ribadisce che, a differenza di quanto approvato e programmato, potrebbero non cessare gli extra dazi della Salvaguardia ed allo stesso tempo giudica anche interessante la proposta del "Timbre cambiario"  che, se non intendo male, è una sorta di messa all'asta dei dollari destinati alle importazioni, da aggiudicare, in un quantitativo massimo prestabilito, al miglior offerente.
Ricordo per esperienza lavorativa diretta, che un sistema simile fu applicato circa 8-10 anni fa nel Venezuela di Chavez (che però contava su una valuta nazionale - il "bolivar" - non liberamente convertibile in USD) e che, prima che in questo Paese venissero operate scelte davvero distruttive del tessuto sociale, ancor più che di quello economico, tale sistema sembrò, almeno parzialmente, funzionare.
Resta il fatto che ora il Venezuela è un Paese verso il quale, a meno di non essere davvero ammanicati con i militari (che, anche se non ufficialmente, gestiscono de facto "la cosa pubblica") è quasi impossibile esportare, per la generalizzata mancanza di valuta estera in tutti i settori commerciali (in effetti anche le importazioni gestite dai militari sono comunque molto inferiori ai consumi standard del Paese, tant'è che sistematicamente si verificano le interminabili code e gli scaffali vuoti che accompagnarono gli ultimi anni di vita dell'U.R.S.S.).  
Mentre in Ecuador, qualunque soluzione verrà adottata, credo vada nel senso "montiano" di distruzione della domanda interna, visto che, per ora, sembra che nessuno, nemmeno il Presidente Correa, che lo aveva ipotizzato nella sua prima campagna elettorale (la sua opinione in proposito si ritrova nella risposta alla prima domanda di questa intervista dell'epoca), mentre nel 2013 ha adottato una posizione molto più sfumata sul tema, proprio nessuno pensi di proporre il ritorno al "sucre", ovvero alla situazione precedente all'anno 2000.
Insomma caro Alberto, scusa la prolissità, ma per l'azienda in cui opero l'Ecuador è un paese che rappresenta un mercato importante che, nel solo anno scorso, si è contratto di oltre il 25% e nella cui evoluzione ritrovo, purtroppo, molti riscontri di quanto da te spiegato e divulgato in questi anni.     
Un abbraccio da uno de passaggio.



(...siccome mi amo molto, ma non fino al punto di scrivermi lettere d'amore, avrete desunto che questo testo non è mio. Giusto? Bene. Ora passiamo a cose più interessanti. Questi sono i saldi settoriali dell'Ecuador:

qui trovate il foglio Excel col quale ho costruito il grafico, e la fonte dei dati dovrebbe esservi nota, ma ovviamente se non distinguete Alberto Bagnai da "Uno de passaggio" non posso dare nulla per scontato.

Dal tracciato si desume una certa tendenza delle importazioni nette - equivalenti alle importazioni di capitali, cioè al saldo finanziario del settore estero, cioè alle esportazioni di capitali del settore estero verso l'Ecuador - a crescere nel tempo, a un ritmo piuttosto accelerato dal 2015. Al contempo il risparmio netto del settore privato sta diminuendo, il che indica che i maggiori afflussi di capitali vanno a finanziare questo settore, a fronte di una situazione dei conti pubblici piuttosto deteriorata. Dato che i tre valori devono sommare a zero, per tirare giù la linea grigia - ridurre le importazioni di capitali - il governo può, nelle sue condizioni attuali, fare una cosa sola: tirare su la linea arancione, cioè fare una politica di bilancio restrittiva, aka austerità. Oppure può fare subito quello che tanto alla fine sarà costretto a fare. Si apre... la discussione? No! Ma che vuoi discutere!? Non c'è discussione. Si aprono le scommesse! Quanto reggerà? Io non ne ho idea. Ma che possa reggere molto a lungo non lo credo, a meno che il petrolio non recuperi.

Vedremo...

Ah, a proposito, già che ci siamo:


questo è un altro esempio di caso in cui da discutere ci sarebbe poco, come c'è stato poco, anzi, pochissimo da discutere (e quindi molto da ragionare) al seminario molto interessante organizzato dall'Astril - qui l'intervista che ho rilasciato in chiusura. Vi immaginate quanto mi sia simpatica l'impostazione: di fatto, è un processo del lunedì! Però mi sta simpatico Franzini, col quale mi sento anche in colpa, e quindi ho accettato senza difficoltà.

Qualcuno mi ha fatto notare che la locandina non riporta l'indirizzo: non è un mio problema, ma a voi comunque posso dirlo: è alla facoltà di economia della Sapienza, a via del Castro Laurenziano.

Giuseppe De Arcangelis è un collega allievo di Gandolfo, che conosco da anni, convinto, come D'Alema, che siccome nemmeno gli USA sono un'area valutaria ottimale, allora il dollaro dovrebbe frazionarsi, ma dato che non lo sta facendo, non lo farà nemmeno l'euro. Non è un sillogismo, nel caso qualcuno di voi fosse tentato di considerarlo tale! Comunque, personalmente non ho un grande feticismo per il numero 3, ma posso dirvi che a Roma 3 questa fase l'hanno superata, anche se alcuni sembravano anelare agli Stati Uniti del Mondo, mentre altri capivano, e argomentavano con grande dottrina storica, che la stabilità del dollaro era stata costruita su alcuni milioni di morti, ma lo facevano con grande leggerezza, con quella simpatica nonchalance da "fine della Storia" che è esattamente il concime del quale la storia si serve per far prosperare i suoi fiori più letali: le guerre.

Insomma: se venite mi fa piacere, e ne sentirete certamente di ogni, ma attenzione: la sala delle lauree è piccola. Quindi vi tocca alzarvi presto!