Sono capitato sulla home page dell'Istat, sulla cui evoluzione ci eravamo soffermati in un post precedente, e ho trovato questo grafico:
in cui ho notato immediatamente un dettaglio, questo:
cioè che ci sono voluti sedici anni, ovvero 64 trimestri, per superare (di poco) l'ultimo massimo storico del Pil trimestrale, pari a 483,3 miliardi di euro ai prezzi del 2020, conseguito nell'inverno del 2008. Questo è successo due inverni fa, nell'inverno del 2024, quando il Pil trimestrale ha raggiunto i 483,4 miliardi. Lo stesso risultato lo si ottiene considerando i dati annuali, ma in questo caso l'ultimo massimo era stato pari a 1913,6 miliardi nel 2007, superato nel 2007+16 = 2023 con un risultato pari a 1924,5. Il motivo per cui se si considerano i dati annuali il massimo si sposta al 2017 è che nel 2008, dopo il picco raggiunto in inverno, il Pil precipitò, tirando giù il risultato annuale. La colpa, com'è noto, fu della crisi Lehman che scoppio versò la fine dell'estate. I due massimi trimestrali riportati in tabella li vedete qui:
Questo grafico mi ha fatto venire un'altra curiosità, che compartisco seco voi. Come vedete, il grafico trimestrale evidenzia, dall'inizio del secolo, quattro episodi di crescita mediamente sostenuta, che vi evidenzio partendo dal minimo locale iniziale fino al massimo locale raggiunto: 2003-Q3 - 2006-Q4; 2009-Q2 - 2011-Q1; 2014-Q4 - 2019-Q2; e infine 2022-Q4 - 2025-Q4, episodi quindi rispettivamente di 14, 8, 19 e 13 trimestri (ovviamente escludo il rimbalzo post-COVID, che è di per sé un'anomalia, e escludo, come vi ho detto, gli episodi di crescita che iniziano prima del secolo).
Gli episodi sono evidenziati in questo grafico:
e si vede immediatamente come siano caratterizzati da tassi di crescita media alquanto differenziati:
con le cose che vanno decisamente peggio nell'ultimo periodo (che è, ahimè, il nostro!), in cui il tasso di crescita trimestrale medio è un po' meno della metà di quelli cui eravamo abituati prima dell'austerità, e circa due terzi di quelli della lenta ripresa post-Letta.
Mi è venuta quindi la curiosità di verificare se ci sia stato un cambiamento strutturale percepibile nel contributo alla crescita delle diverse componenti di domanda in questi quattro periodi:
e in effetti c'è. Non entro in tutta la ricchezza di informazioni di questo grafico e mi limito a osservare l'ultimo periodo. I numeri dicono che, nonostante che in questo periodo le esportazioni tirino molto, a causa della competitività che la macelleria sociale piddina ci ha fatto recuperare sulla vostra pelle, il contributo della domanda estera netta fra il 2022 e il 2025 è stato negativo per un importo inusitato (quasi lo 0,1% su base trimestrale), come lo è stato quello del ciclo delle scorte (per un importo analogo), per cui lo scarso 0,2% di crescita media trimestrale in realtà è determinato dalla somma algebrica di un +0,2% di consumi, un +0,2% di investimenti (in entrambi i casi i valori più alti del periodo considerato) cui vanno sottratti circa uno 0,1% di variazione delle scorte e uno 0,1% di domande estera netta (in entrambi i casi i valori più bassi del campione considerato).
Non c'è molto di più di quello che vi ho detto in altre sedi, anche se è spiegato meglio: avere fatto più del 2% di crescita cumulata in un contesto locale recessivo (e quindi con un contributo della domanda estera netta negativo) è una performance non disprezzabile. Diciamo che se la Germania non fosse in recessione e la Francia non arrancasse dallo zero virgola potremmo sperare di raggiungere lo uno virgola. In ogni caso, questo argomento va preso per quello che vale: certo, siamo bravi a resistere alle condizioni avverse, ma non possiamo sperare che gli altri salvino noi salvando se stessi, perché dubito che siano in grado di salvare se stessi senza tirare giù noi (ad esempio, in un conflitto mondiale), e quindi dovremmo ragionare su come salvarci da soli.
Resta da interpretare il ciclo delle scorte, ma ne parliamo domani: ora devo dormire, che domani la giornata inizia presto.
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