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lunedì 17 luglio 2017

De piddinitate juridica



Egregio Professore,

Ho indugiato molto prima di scriverle queste righe e rimango tuttora nel dubbio se la mia piccola testimonianza – di certo simile a tante altre che quotidianamente le giungono – valga anche solo qualche minuto del suo tempo prezioso. Tuttavia, l’immensa stima che ho maturato per lei e per il lavoro che ha portato avanti in questi anni – a tratti nella più totale solitudine – mi impone, anche solo per la riconoscenza civile che debbo al principale responsabile del mio rischiaramento intellettuale, di lasciare traccia scritta di queste riflessioni. Ovviamente ne faccia ciò che crede, compreso cestinarla dopo aver letto le prime righe.

So che ci tiene molto alle presentazioni. Condivido con lei la passione per questa spesso trascurata consuetudine e faccio immediatamente una full disclosure, come direbbero “quelli bravi” tra i suoi colleghi. Mi chiamo Guidubaldo Sforza Pallavicini (lo so, i doppi cognomi sono sempre sospetti, ma sono in buona compagnia, tra gli altri, di Luciano Barra Caracciolo), e sono – ancora per poco – un dottorando in diritto presso l’Università degli Studi di Piddinopoli. Sono da circa un anno e mezzo un avido lettore – sebbene non commentatore – del suo blog, di cui ho letto tutti i post e i materiali didattici iniziatici. Ho acquistato e letto i suoi libri, e ho deciso quest’anno di devolvere il 5x1000 ad a/simmetrie. Spero di potere contribuire anche in altre e più tangibili forme in futuro, sebbene la precarietà reddituale di un borsista non mi consenta di fare sicure previsioni a lungo.

Come vede “non sono un economista ma…” (incipit canaglia!) mi occupo di temi non del tutto estranei al nucleo della sua riflessione economica e politica, specie con riferimento alle questioni tecnico-giuridiche che riguardano i rapporti tra il nostro ordinamento e quello dell’UE in tutte le sue manifestazioni istituzionali. Come molti, sono arrivato al capezzale del suo blog e alla lettura dei suoi libri – così come di quelli di LBC – poiché nel corso degli studi mi sono progressivamente reso conto che molte cose non tornavano nella “grande narrazione” euro-europeista; narrazione di cui le discipline giuridiche – specie il diritto costituzionale – sono state in questi anni, salvo qualche isolata eccezione, una costola fondamentale, nel contesto di un miope ed a tratti asfissiante conformismo intellettuale.

Sebbene grazie alla familiarità con la grande dottrina classica di diritto internazionale, tradizionalmente attenta ai profili della sovranità e della statualità, avessi già alcuni strumenti per decrittare i messaggi impliciti nella monodia del mainstream globalista, eurista e post-nazionale, difettavo degli strumenti analitici propri della scienza economica per comprenderne a fondo le implicazioni sociali e politiche, in ultima analisi tendenti al ri-orientamento strategico del conflitto distributivo a danno del potere contrattuale del lavoro (complessivamente inteso, senza sterili distinzioni pubblico/privato; dipendente/autonomo; ecc.) e a beneficio del capitale (rectius, di alcuni capitalisti e creditori dei Paesi del Nord mercantilista, evidentemente “più uguali degli altri”). La lettura del suo blog e dei suoi libri mi ha fornito i tasselli mancanti del quadro concettuale, complementare a quello giuridico, assolutamente indispensabili ad affrancarmi dalle piaghe del luogocomunismo e dell’autorazzismo purtroppo dilaganti anche nel mondo accademico e professionale del diritto.

Nei suoi scritti lei ha molto spesso posto in evidenza la necessità di tornare a coltivare “le basi” della scienza economica, contrastando in modo frontale l’atteggiamento di molti suoi blasonati colleghi che hanno contribuito al sistematico pervertimento di quelle acquisizioni scientifiche che avrebbero consentito di prevedere il disastro a cui ci ha condotto il disegno politico della moneta unica. Quello che vorrei aggiungere – senza peraltro pretendere di dire nulla di molto originale – è che quella stessa battaglia per la “dignità della professione” è assolutamente necessaria anche nel campo, l’unico in cui sento di potermi esprimere secondo la massima benedetta “ognuno parli di ciò che sa”, delle scienze giuridiche. Come sottolineato più volte da LBC nei suoi scritti, il deficit di coscienza critica o, se si preferisce, l’apostasia di una professione rispetto ai cardini dello statuto metodologico e scientifico della propria disciplina, non è un problema esclusivo della scienza economica ma è appunto comune anche al mondo del diritto.

Ritengo che questa deprecabile situazione sia frutto di un cosciente disegno di destrutturazione della formazione giuridica, evidente fin dalla organizzazione dei corsi di studio delle nostre facoltà di giurisprudenza. Guardando in retrospettiva la mia carriera di studente credo di poter individuare alcuni momenti fondamentali di trasmissione del “dispositivo ideologico” globalista ed europeista acritico. Ricordo, ad esempio, che quando al corso di diritto costituzionale si arrivò a trattare della parte della Carta sui rapporti economici, questa fu sostanzialmente liquidata nelle lezioni e nei manuali con un discorso del tipo: “Questa parte della Costituzione, che prevede ampie facoltà e persino obblighi di intervento dello Stato nell’economia a tutela di diritti fondamentali nella sfera economica, risulta oggi in larga misura superata dagli sviluppi del diritto comunitario”, con buona pace del profondo dibattito in seno alla Costituente sui temi del lavoro e dei diritti sociali che aveva animato i lavori preparatori della Carta. Molti si sono sinceramente convinti che le norme della Costituzione possano essere soggette al fenomeno della desuetudine, in spregio alla banale constatazione che la forza precettiva di un testo normativo non dipende dal tempo trascorso dalla sua entrata in vigore o dalla frequenza della sua applicazione, bensì dal rango che quelle norme rivestono nell’ordinamento e che gli interpreti sono chiamati a riconoscere (tanto per capirci il fatto che le condanne per incesto si contino sulle dita di una mano dal codice Zanardelli ad oggi non toglie che l’incesto sia un delitto e non rende – fino ad abrogazione o dichiarazione di incostituzionalità – l’articolo 564 del codice penale “meno legge”. Così l’articolo 47 della Costituzione in tema di tutela del risparmio non diviene norma costituzionale minoris generis per il mero fatto dell’adozione di norme europee ad es. in tema di bail-in). Parallelamente, nei corsi di “diritto costituzionale dell’Unione Europea” (ricordo che con una certa onestà il mio professore diceva di insegnare “una cosa che non esiste”), si tratteggia agli studenti l’epopea progressista dello sviluppo di principi quali il primato del diritto dell’Unione sui diritti nazionali o della diretta applicabilità delle direttive non attuate dallo Stato, quasi fossero sviluppi “naturali” ed inevitabili del rapporto tra ordinamenti, senza analizzarne compiutamente le implicazioni pratiche o i necessari contrappesi nell’ottica del diritto interno degli Stati. Le pur timide resistenze delle corti costituzionali nazionali sono spesso viste come pericolosi esempi di “patriottismo e nazionalismo costituzionale”. Nei corsi avanzati di diritto internazionale, laddove si parla di tutela sovranazionale dei diritti umani – peraltro spesso ricostruiti nell’ottica limitata dei soli diritti civili e politici – si tende a dipingere univocamente lo Stato come il principale ostacolo alla loro realizzazione, anziché come il primo e principale baluardo istituzionale della loro tutela (certo, eventualmente assoggettabile su basi multilaterali ad istanze esterne di controllo, ma sempre in chiave estensiva dei diritti soggettivi e di assicurazione di uno standard minimo convenzionale sotto al quale gli Stati non possano scendere). Qualche responsabilità la portano persino gli storici del diritto i quali, nel pur lodevole intento di mostrare come siano storicamente esistiti ordinamenti giuridici effettivi anche in assenza di un’organizzazione accentratrice di carattere statuale (come avveniva prima del consolidamento degli Stati nazionali) finiscono implicitamente per fornire una impropria giustificazione “storiografica” ai disegni di diluizione ed espropriazione progressiva delle sovranità statali ad opera dei processi di globalizzazione e di espansione delle competenze degli ordinamenti sovranazionali (e non propriamente inter-nazionali) come l’UE. Per non parlare poi delle cose che si sentono dire per bocca di certi giuslavoristi fautori di proposte scimmiottanti la flexicurity (ovviamente quella di Paesi extra-euro come la Danimarca). E si potrebbe proseguire oltre con esempi tratti da altre discipline.

Così vanno stratificandosi in ogni direzione i pregiudizi e la diffidenza verso lo Stato e le sue tradizionali attribuzioni sovrane, preparando terreno fertile per l’impianto della ideologia della cessione di sovranità sotto la pressione del vincolo esterno. Tutto ciò che limita e costringe la capacità di disposizione-decisione della sfera politica nazionale è automaticamente percepito come buono, auspicabile, progressivo. Qualunque processo che si opponga a tale liquidazione coatta dell’autonomia istituzionale dello Stato, o che semplicemente esiga che tali limitazioni siano poste in essere “in condizioni di parità con gli altri Stati” e con adeguate compensazioni di carattere democratico, è invece considerato cattivo, deprecabile, regressivo.
Il tutto è poi aggravato dalla deriva verso la de-nazionalizzazione degli studi giuridici: ovunque sorgono corsi di laurea – perlopiù in inglese – nei quali non si studia, almeno in prima battuta, uno dei tanti diritti nazionali come base imprescindibile per l’apertura internazionalistica o la comparazione giuridica, bensì un’accozzaglia di sedicenti common core principles comuni ai diritti nazionali (che pure in alcune aree esistono), senza alcuna contestualizzazione storica, culturale, geografica. Siamo cioè di fronte al tentativo, ormai in via di compiuta realizzazione, di creare il perfetto “giurista europeista” che sa poco di tutti i settori materiali del diritto e di tutti gli ordinamenti nazionali, ma ha completamente introiettato i dogmi del globalismo e dell’europeismo, che nulla hanno a che vedere con un sano internazionalismo che presuppone, senza negarlo, il pluralismo delle soggettività statali sovrane. Siamo così di fronte a una figura di tecnocrate del tutto fungibile e organico alla riproduzione di una burocrazia impersonale e lontana dalla percezione della legittima pluralità – e del relativo conflitto – tra diversi interessi sociali tanto sul piano dei rapporti interni, tanto su quello dei rapporti internazionali. In questo senso l’ideologia dominante presso buona parte delle cattedre delle facoltà di giurisprudenza sta in rapporto simbiotico con le altre euronarrazioni “politiche” fondate su un virulento anti-statalismo, in tutte le loro grottesche e metamorfiche varianti: quella “de destra” (liberismo ingenuo e caricaturale dello statoladro); quella pseudocolta dominante e “de sinistra” (gli Stati nazionali brutti causano la guerra quindi…ci vogliono gli Stati Uniti d’Europa) e quella “ortottera” (Stato corotttto e partitocratico da abbattere a favore della rete/democrazia diretta e via concionando).

Si viene in questo modo a creare, nelle menti dei giovani giuristi e indipendentemente dalla professione che verranno a svolgere (probabilmente nessuna nel prossimo futuro considerata la situazione delle professioni liberali già descritta nella recente lettera di un altro suo lettore…), un frame concettuale che non esiterei a chiamare piddinitas juridica, sostanzialmente refrattario ad ogni prospettazione fattuale o valoriale alternativa e quasi inscalfibile anche per mezzo di una accurata opera di persuasione razionale. Costoro, così come il piddino generico, reagiscono con riflessi pavloviani e altri meccanismi di protezione (ad esempio tramite “insulti” quali antieuropeista, nazionalista, sovranista, ecc.) a qualsiasi tentativo di insidiare i dogmi giuridici che delimitano il perimetro della loro comfort zone intellettuale. Capisco la sua frustrazione nei confronti dei colleghi e di una parte del pubblico più vasto che crede alle loro scempiaggini e ne ho tratto un importante insegnamento esistenziale. Costoro, salvo qualche rara eccezione, non possono essere convinti razionalmente, anzitutto perché rifiutano la prima regola del dibattito argomentativo: l’essere disposti a ritirare un argomento o un set di credenze di fronte ad altri argomenti ampiamente suffragati dai dati e che soddisfino – a differenza dei loro pseudoargomenti con annesso campionario di fallacie logiche – il principio di non contraddizione e del terzo escluso. In subordine, la pavidità e mancanza di coraggio intellettuale impedisce loro di prendere atto di “essere stati sempre presi per il culo” (come direbbe Fantozzi), e di ripartire da capo una volta elaborato il lutto (il che comporta anche rivedere la propria posizione verso quei “padri nobili” che godono ancora di un credito politico intoccabile, oggetto di un vero e proprio tabù). Insomma, inutile perder tempo con soggetti del genere, salvo che gli si voglia così bene da provare a convincerli per puro spirito di altruismo. Peraltro, ho riscontrato che i non frequentissimi casi di resipiscenza sono frutto di epifanie “artistiche” più che di ragionamento, da cui l’importanza di veicolare il messaggio – come lei fa in modo magistrale – attraverso ogni possibile suggestione letteraria, artistica e musicale.

            Tornando al mondo del diritto, una plastica dimostrazione di come l’atteggiamento che ho descritto si annidi ai vertici dell’auctoritas accademica giuridica, la ho trovata recentemente guardando il video di in una lectio magistralis tenuta ad alcuni studenti da Sergio Bartole, notissimo giurista e professore emerito di diritto costituzionale. Stiamo parlando di un peso massimo tra i costituzionalisti (verrebbe da dire “vile razza”…), senza dubbio un maestro degli studi giuridici italiani. Ebbene, rispondendo a una domanda sui vincoli esterni ed impliciti alla potestà legislativa dello Stato, imposti a suo dire dalle dinamiche della globalizzazione, l’augusto professore si è lanciato in una vibrante critica alla prospettiva di ritorno alla valuta nazionale inanellando uno dopo l’altro i classici topoi euristi: svalutazioni competitive (la liretta); la credibilità su cui peserebbe il debbbbito pubblico; l’inflazione nemica dei salari; l’aumento del costo dei beni importati (“la sua auto giapponese e il suo viaggio all’estero diverrebbero molto più cari”); spingendosi fino a dire a un giovane di vent’anni anni “chieda ai suoi nonni o genitori cosa accadeva ai loro risparmi quando svalutavamo”, per chiudere sulla solita storia della incapacità degli italiani di governarsi da soli. Nihil sub sole novi, vista la quasi totale organicità di questa categoria di professionisti del diritto rispetto alla narrazione europeista. E tuttavia, di fronte a un tale fuoco di fila, cui nessuno ha ovviamente osato controbattere alcunché (un bel “ma lei che ne sa?” ci sarebbe stato tutto), v’è da chiedersi cosa spinga queste persone autorevoli a deformare il passato in modo così grossolano, trasmettendone una immagine falsata ai giovani, nel tentativo di convincerli che oggi le cose vanno tanto meglio di allora.

Io non so a quale passato faccia riferimento il Prof. Bartole, ma so che limitandomi all’esperienza dei miei cari posso testimoniare di come al tempo della liretta i miei nonni, contadini da parte di madre e operai da parte di padre – certo con molti sacrifici – hanno potuto garantire ai loro figli un avvenire sicuro, lasciando loro anche qualche bene in dote. So che i miei genitori, pur non avendo fatto studi universitari, hanno potuto sposarsi e mettere su famiglia attorno ai venticinque anni, il tutto senza trascorrere un giorno da disoccupati e garantendo a me la stabilità e la possibilità di fare studi universitari e post-universitari. So che mio zio, col solo diploma di perito meccanico, è diventato apprezzato dirigente e poi capo struttura di un importante impianto termoelettrico. Al contrario, so che nell’era dell’eurone mio padre ha dovuto chiudere a quasi 60 anni una piccola attività manifatturiera vocata all’esportazione, rimanendo in una situazione reddituale ai limiti della povertà, tirando avanti con qualche lavoro saltuario. So che la sua attuale compagna lavora per una cooperativa come assistente in una casa di riposo con turni assurdi e ad uno stipendio misero. So che mia madre, essendo passata attraverso più lavori di segreteria presso diversi enti pubblici e privati, ha paura a far conteggiare i costi della riunione delle sue posizioni contributive e anche solo a vedere calcolata una previsione su quando potrà andare in pensione (grazie a riforme la cui inutilità è certificata financo dalla Commissione europea). So che il suo secondo marito aveva costruito una solida posizione come avvocato e oggi, pur tenendo botta grazie ad una clientela selezionata, si trova con un reddito drasticamente decurtato da quella stessa crisi che spinge migliaia di persone a non cercare tutela giudiziaria dei propri diritti perché non può permetterselo. So che l’80% dei coetanei con cui ho mantenuto contatti si barcamena tra impieghi precari o comunque lontani dai propri studi, spesso con scarsa soddisfazione economica e professionale. Quei pochi che hanno una posizione stabile – salvo rare eccezioni – sono quelli che non hanno proseguito negli studi universitari o che si sono trasferiti all’estero, portando via non solo competenze ma, com’è ovvio, anche la loro buona fetta di domanda aggregata. Non mancano tuttavia quelli che nemmeno oltreconfine hanno trovato fortuna e sono tornati con le pive nel sacco. La cosa avvilente è che molti tra coloro “che ce l’hanno fatta”, purtroppo anche tra gli amici più stretti e sedicenti “de sinistra”, hanno perso qualsiasi afflato di solidarietà verso i propri simili e vanno in giro a sostenere che i mali che ci affliggono come Paese sono tutti e soltanto di natura endogena e che i disequilibri economici continentali, di cui l’euro è stato il detonatore, non vi hanno nulla a che vedere. Ora, di fronte a questa narrazione da universo parallelo – considerato che ormai gli strumenti per un’analisi non miope della realtà sono ampiamente disponibili – le ipotesi sono due, entrambe ugualmente gravi: o costoro non sanno di cosa parlano (e allora bisognerebbe astenersi dal parlarne, specie per coloro che godono del credito di autorevolezza discendente dalla propria posizione accademica o professionale), oppure vi è vera e propria malafede nel distorcere artatamente i fatti (e allora emerge chiaramente l’intenzione di inquinare i pozzi che sta dietro a queste narrazioni). L’alternativa insomma è ormai tra “stupidità o tradimento”. Tertium non datur.

Per concludere sul punto, mi sembra ultroneo ricordare come nel “grembo accogliente” delle nostre comunità accademiche – anche nel campo giuridico – non vi sia quasi spazio per voci realmente dissonanti, le quali vengono sistematicamente emarginate o derubricate a “esotismo” intellettuale. Solo il dissenso cosmetico e di facciata, ossia quello di chi prima critica norme e istituzioni disfunzionali o eversive salvo poi formulare diagnosi di irrefragabilità di tali assetti per asserita mancanza di alternative percorribili, è tollerato e anzi incoraggiato come manifestazione di arricchente pluralismo.

Tra le tante cose che ho imparato leggendola, forse la più preziosa riguarda il disvelamento del ruolo autenticamente regressivo e deformante di tutti i media mainstream nel plasmare le categorie politiche ed esistenziali del nuovo homo œconomicus europeo denazionalizzato, soprattutto nella sua variante (anti)italiana. Peraltro, chi viaggia molto per lavoro e per studio come lei sa che questa scientifica opera di disinformazione viene parallelamente condotta in tutti i Paesi europei secondo specifiche varianti “municipali”, attraverso il consolidamento di luoghi comuni funzionali alla conservazione dello status quo proprio di ciascuna realtà sociale, economica e produttiva considerata. Il messaggio dei media tedeschi o olandesi (come mostrato grazie al pregevole lavoro di vocidallagermania e prospettivearancioni) per esempio è calibrato per sostenere l’idea che ogni cosa storta dipenda unicamente dalla dissolutezza dei Paesi del Sud e che il voler mantenere in piedi la baracca europea sia segno di una generosa e disinteressata “responsabilità” da parte di quei Paesi. Di come questo messaggio possa distruggere qualsiasi forma di solidarietà le vorrei dare un esempio paradigmatico che traggo da una recente conversazione avuta con un giovane olandese. Mi trovo da alcuni mesi in Olanda per motivi di ricerca. Una domenica di qualche mese fa – prima delle elezioni politiche olandesi – decido di fare una pedalata a una ventina di chilometri a nord di Amsterdam, dalle parti di un ameno villaggio di nome Broek in Waterland. Giunto sul posto siedo in un caffè e dopo aver mangiato qualcosa, noto che un ragazzo, anche lui seduto solo al tavolo e di poco più vecchio di me, mi guarda con viva curiosità. Dopo qualche decina di minuti, mi invita cortesemente a sedere con lui e ci ritroviamo allo stesso tavolo a parlare dei più vari argomenti davanti a una fetta di torta di mele (unica nota positiva della conversazione). Scopro che sua moglie è siciliana e che lui lavora nel campo della finanza. La discussione entra presto nel vivo della situazione politico-economica dei nostri rispettivi Paesi ed emergono alcune divergenze di opinione su questioni quali la moneta unica, il rispetto dei vincoli di bilancio europei, il bail-in e il salvataggio delle banche, i diritti economici e il welfare, ecc. Inevitabilmente si finisce a parlare di austerità, di Monti e della Grecia. Il mio interlocutore, con il tradizionale pragmatismo olandese, concede che la situazione greca è nei fatti irrimediabilmente compromessa e che i Paesi del Nord (più la Francia) o per meglio dire il loro irresponsabile sistema bancario, pesantemente esposto verso quel Paese, rischiano di “segare il ramo su cui sono seduti” nel proseguire con l’accanimento terapeutico a base di tagli e austerità. Tuttavia chiosa con queste parole: The Greeks deserved to be punished anyway. La frase mi è rimasta impressa per la sua brutale carica di violenza moralistica e manichea, che suonava come l’inappellabile sentenza pronunciata da un giudice legittimato in forza di superiori doti umane ad apporre un sigillo di infamia su un intero popolo. Di lì a poco, si finisce a parlare di migrazioni connesse alla logica deflazionistica del progetto eurista e mi permetto di sottolineare il caso di scuola della Lettonia, dove si è assistito all’esilio forzato di circa il 10% della popolazione. Il mio interlocutore di fronte all’ineluttabilità dei numeri e al mio argomento secondo cui non può essere considerato sano un modello economico che considera “naturali” movimenti forzosi di popolazione di tale portata, ribatte dicendo “I see your point, but isn’t it as it has always been and as it should be?”. Tralascio il resto della discussione sul governo Monti, da lui percepito come un’autentica benedizione per l’Italia e il suo sbigottimento al sentirmi apostrofare l’esperienza dei governi tecnici come “criminale”. Inutile dire che ho sempre gentilmente declinato i suoi cortesi e ripetuti inviti a cena nelle settimane successive, per quanto il pensiero di un piatto di sarde a beccafico e arancini promessi dalla moglie sicula ogni tanto m’abbia perseguitato in sogno. Peraltro, trattandosi di un sostenitore del partito socialdemocratico (PvdA) spazzato via alle urne, i nostri contatti si sono bruscamente interrotti quando mi sono scherzosamente complimentato via sms per il brillante esito elettorale del suo partito…Da questa conversazione, di cui non intendo generalizzare in modo indebito la portata, ho però tratto la consapevolezza che l’ethos di un giovane olandese (ma avrebbe potuto essere tedesco, finlandese, ecc.) di buona cultura, con un buon lavoro e una famiglia, va inequivocabilmente nel senso di dividere il mondo in creditori buoni e produttivi (loro) e debitori cattivi e fancazzisti (noi dei garlic states) e in quello di considerare demodé pretese sociali come la sanità pubblica (in Olanda è totalmente privatizzata), un sistema previdenziale garantito dallo Stato, ecc. Insomma una visione del mondo in frontale contrasto con i fatti (molti dei quali distorti o piegati unilateralmente dai media) e soprattutto con i valori che ispirano, ad esempio, il tessuto dell’ordinamento costituzionale italiano.

Per aggiungere un aneddoto nostrano alla teoria dei tanti che si potrebbero raccontare, recentemente ho avuto una discussione con un amico, persona molto preparata ed aliunde estremamente razionale, che vive e lavora in Spagna (Paese del miracolo economico al 20% di disoccupazione…) a proposito della grave minaccia incombente sull’Europa in relazione ai progetti di creazione di una difesa comune. A fronte dei miei argomenti è stato obiettato che sarei entrato in un pericoloso delirio di euroscetticismo antitedesco, e che bisogna credere (sic!) nell’idea di un’Europa più unita. Non finirò mai di stupirmi come persone del genere, che spesso eccellono in vari campi del sapere scientifico e spesso si professano orgogliosamente atei, possano accettare di credere (mai verbo fu più freudianamente rivelatore) ciecamente ai dogmi euristi come l’indissolubilità dell’euro o l’indipendenza della banca centrale. Con intento provocatorio ho detto a questa persona, notoriamente anticlericale, che tale atteggiamento non mi sembrava molto diverso dal credere alla verginità della Madonna o alla Risurrezione con una sostanziale differenza, in favore ovviamente della superiorità dei dogmi religiosi ossia che essi possono almeno vantare duemila anni di ricca tradizione teologica, filosofica, letteraria, musicale ed artistica radicata nella cultura europea; quella stessa cultura che i suddetti dogmi economici stanno progressivamente annientando.

La lezione che traggo da queste esperienze aneddotiche – anche e soprattutto grazie al filtro dei suoi scritti e dei suoi interventi pubblici – è che non esiste alcuna via di rigenerazione del tessuto sociale, civile ed economico del nostro Paese senza che ciascuno, pur nel legittimo perseguimento del proprio bene individuale e familiare, torni a dare un senso concreto, alimentato da una prassi attiva, alle parole “politica” e “solidarietà”. Ho capito che la politica è una cosa troppo importante per lasciarla nelle mani di politici che hanno delegato ogni scelta ad economisti che hanno abdicato ai principi della propria scienza, con la benedizione di giornalisti che hanno rinunciato al fondamentale dovere deontologico di dire la verità. Ho capito che nessuna speranza è possibile senza un rifiuto frontale della mistica dell’assenza di alternative e una ribellione fattiva – ossia attraverso il voto a tutti i livelli delle istituzioni rappresentative – verso tutte le proposte politiche vecchie e nuove che hanno dilapidato (e dilapideranno) il patrimonio di valori, competenze ed esperienze che hanno reso grande questo Paese nel mondo nonostante i suoi molti limiti. Ho anche capito che purtroppo molti italiani, forse più per stanchezza che per mancanza di volontà o umiltà intellettuale, questa lezione l’hanno imparata solo sbattendo la testa contro fatti dalla testa incomparabilmente più dura e che molti altri faranno la stessa fine senza accorgersene se non al momento dell’impatto.

            Non voglio però chiudere su note così pessimistiche. Ci sono anche motivi per avere un minimo di speranza, sia sul piano macro sia su quello micro. Sotto il primo profilo e a prescindere dalle ingenue pulsioni famoerpartitiste, la comunità che si è aggregata attorno al suo blog mi sembra un segno tangibile della voglia di resistenza civile ancora presente nel Paese, con ramificazioni che vanno ben al di là della cerchia dei frequentatori abituali. Il seme del pensiero critico che è stato piantato e i frutti che esso ha prodotto non disseccheranno facilmente. Sotto il secondo e assai più trascurabile profilo personale, devo considerarmi relativamente fortunato. In questi anni ho avuto, oltre a varie tegole relazionali, qualche incoraggiante segno di complicità intellettuale ed umana. La benedizione di compagna totalmente estranea al veleno del politicamente corretto, con cui parlare di queste cose senza timore d’esser preso per matto o fascioleghista. Un vecchio professore di liceo, finissimo grecista ed ebraista (e poi dicono che la cultura classica non serve!) che nel suo a tratti ingenuo ma intuitivo conservatorismo reazionario aveva sempre messo in guardia sui rischi della spogliazione di sovranità e sull’imbroglio eurista. Qualche amico disposto ad ascoltare o a fare da avanguardia, qualche volta con evidenti eccessi e sviamenti teorici, nel “pensare altrimenti”. Insomma, a lei è andata molto peggio, caro Professore. Ma con tutto il carico di fatica e sofferenza di questi anni, che certo le avrà fatto pensare spesso “chi me l’ha fatto fare, era meglio se me ne stavo a suonare il clavicembalo in santa pace”, rimango profondamente convinto, insieme a tanti altri che la seguono, che la sua sia la buona battaglia. Quando verrà il redde rationem sarà un onore essere stato dalla parte di chi almeno ha provato a vincerla.

            Un carissimo saluto e un augurio sincero per il futuro.

Guidubaldo


(...bene: ci sono anche giovini con la schiena dritta, ancorché consapevoli dei rischi che corrono. D'altra parte, quelli con la schiena - o la dura madre - molle abbiamo visto che durano poco: finiscono in pasto a chi li disprezza. Solo una brevissima chiosa: vorrei sapere cosa penserebbe l'illustre cattedratico de cujus se io mi addentrassi sproloquiando nel suo campo, come lui fa nel mio, magari discettando sul fatto che "ci vuole la pena di morte per ristabilire la certezza del diritto", o cazzata similare. E notate bene, qui c'è un'asimmetria, perché le abominevoli scemenze che il caro emerito profferisce con una laevitas, una naturalezza, così, de plano, come stesse constatando che oggi c'è il maestrale, sono smentite dai numeri. Prendete la scemenza del risparmio che si liquefà: Oscar Giannino può permettersi di esternarla, essendo un simpatico uomo di spettacolo pagato un tanto al nastro, e fra l'altro molto efficace nel suo campo di azione - lo show business - ma un uomo di scienza no: nel farlo getta discredito su se stesso e su tutta una disciplina. Come faccio a fidarmi di un settore disciplinare che manda in cattedra uno che ragiona come Giannino, confondendo il potere d'acquisto della moneta sul mercato interno con quello sui mercati internazionali? Lo faccio solo perché sono costretto: purtroppo succede anche nel mio. Non so dirvi cosa sia più grave: se l'ansia di persone incompetenti - nel preciso, specifico e incontrovertibile significato di: prive di esperienza di insegnamento e ricerca specifica nei campi in cui si addentrano, nonché incapaci di fornire evidenza empirica non aneddotica a supporto delle loro strampalate affermazioni - di avventurarsi in campi altrui, o l'incapacità di persone competenti di purgare il proprio settore da chi procede per aneddoti, avendo (lui) gli strumenti concettuali e le basi statistiche per sapere che sta dicendo una scemenza - cosa che invece ai temerari incompetenti necessariamente manca. Sono stanco di vedere il metodo scientifico vilipeso e mortificato da illustri vegliardi che, forti della loro auctoritas - o meglio auctoritass - abusano del principio di autorità per pervertire le menti facilmente impressionabili dei giovani. Questo è, oggettivamente, essere cattivi maestri. Se i giornalisti sono il cancro della democrazia italiana, queste persone, che contribuiscono a diffonderne i "sentito dire" avvalorandoli come verità "scientifiche", sono oggettivamente la metastasi: non se ne può più. La crisi arriverà anche a casa loro: i loro figli, i loro nipoti resteranno senza lavoro. Assisteranno, blaterando di liretta, alla decadenza delle loro famiglie, della quale,  nell'incapacità di elaborare un quadro razionale di analisi, attribuiranno con pericolosa deriva irrazionale la colpa agli altri: se di buona famiglia, agli altri italiani, se di umili natali, agli altri non italiani. Invece la prima colpa è di chi, esercitando il mestiere della scienza, si accontenta di aneddoti e li propala. Questa crisi è in primo luogo il fallimento della missione civile degli intellettuali. Ho per questa persona la compassione di fra Cristoforo per Don Rodrigo, che però una scusante ce l'aveva: lui, dal male che faceva, traeva un tornaconto...)

78 commenti:

  1. Sul merito dell'articolo non entro, il Guidobaldo ha detto tutto ciò che si doveva dire ed anche in ammirabile prosa. Manca forse un po' di prospettiva storica: gli sproloqui nelle aule di diritto costituzionale (almeno nella allora sovraffolatissima aula magna della Sapienza) datano già alla metà degli anni '90, quando sedevo in primissima fila a fare il tifo per le istituzioni europee (ero giovane, ignorante nel senso primo della parola e voglioso di Erasmus in chiave di.. ummm.. allargamento delle mie conoscenze culturali comparate).

    Insomma, il processo di smantellamento culturale delle menti dei giovani giuristi va vanti da un quarto di secolo (ahimè), precedendo e, probabilmente scientemente, preparando l'arrivo dell'euro. Mi duole constatare che i miei compagni di corso di allora sono quelli che oggi, quando non siedono direttamente in posizioni politiche di rilievo, preparono i testi delle leggi quali assistenti parlamentari o siedono nei comitati UE come medi-funzionari italiani/europei (scelti senza concorso in entrambi i casi). Quale può essere il risultato?

    Comunque " non esiste alcuna via di rigenerazione del tessuto sociale, civile ed economico del nostro Paese senza che ciascuno, pur nel legittimo perseguimento del proprio bene individuale e familiare, torni a dare un senso concreto, alimentato da una prassi attiva, alle parole “politica” e “solidarietà”. "

    Vero. Ma il problema è che, sempre da metà degli anni '90, senza alcun dubbio in modo intenzionale, sono stati demoliti tutti, e dico tutti, i corpi intermedi in cui quella prassi attiva si espletava.

    Sezioni di partito? Andate. Tanto ci sono le primarie per decidere i leader e per favore non rompano i coglioni gli iscritti nel voler metter bocca alle risoluzioni congressuali o sulla linea.

    Sindacati? Delegittimati, in particolare quelli di livello aziendale, quali protettori di fancazzisti e furbetti del cartellino, quando non lo siano loro stessi (l'ultima ieri sul corriere, con i "i sindacalisti che hanno la pensione aumentata del triplo!!!").

    Associazionismo attivo? Disperso nei gruppi parolai di social network o assorbito nei filoni assistenzialisti e/o "dei diritti".

    Circoli culturali? Chiusi o trasformati in bar. Non ho mai frequentato i centri sociali, ma amici che insistono a fare i ventenni avendone quaranta mi dicono che non se la passano bene neanche quelli.

    Tanto i corpi medi sono evaporati che l'organo costituzionale dove questi si sarebbero dovuti incontrare sarebbe dovuto essere eliminato dall'ultima riforma, tanto per metterci una bella pietra tombale, con annessa damnatio memoriae ("inutile spreco che nulla di buono ha mai fatto"), sopra: il CNEL.

    Insomma, anche volendo, il cittadino volenteroso dove la pratica questa politica? Nelle riunioni di condominio?

    Si accettano suggerimenti.

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    1. Mettiamo dunque i piedi nel piatto, grazie a un'ennesima dimostrazione di quante persone di valore ci siano là fuori, e di come questo blog e il suo animatore abbiano meriti che un giorno, forse, saranno riconosciuti con la dovuta forma.

      Il famoerpartitismo è stato giustamente stigmatizzato: il desolante spettacolo di vipponzi "liberi&giusti" che, tra un Martini, un'esegesi dei Grundrisse e una comprensibile fretta dovuta all'aver lasciato il SUV in doppia fila, si beccano come i polli di Renzo alle loro convenscions, chiude il dibbattito sul punto, infatti.
      Il "vincere le elezioni", inoltre, è un interessante effetto secondario, ma forse nemmeno strettamente necessario, di qualcosa di un filo più importante.
      Noi siamo in guerra: una guerra di nuovo tipo, come sempre accade, ma pur sempre guerra. Siamo in guerra a livello internazionale, e siamo in stato di guerra civile all'interno. La lettera, oltre all'esistenza stessa di questo blog e alla banale "durezza del vivere", lo dimostra ampiamente.
      A la guerre comme à la guerre, dunque. A mio avviso, non si deve fare un partito. Si deve fare un'organizzazione rivoluzionaria che, come la storia ci insegna, non potrà che essere leninista, dal punto di vista del proprio funzionamento. Per l'organizzazione, invece, si possono applicare nuovi modelli. Il fine è quello di combattere e vincere questa guerra di nuovo tipo. Mi pare che la realtà stessa delle cose stia già spingendo in questa direzione. E, francamente, mi pare che la comunità in fieri rappresentata dal blog, da a/simmetrie ecc. ne sia già l'embrione. La strada è tracciata, il cammino è già molto avanzato, e la direzione è quella giusta...

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    2. E che dire della classe pensante, i docenti universitari di area umanistica? Svenduti, ignorantozzi e novelli promoter di Erasmus. Pronti a dichiarare che la nostra vocazione e' emigrare, pronti a affossare nei giovani qualsiasi spirito critico a fargli credere che in fondo studiare e' inutile ed e' meglio fare esperienze, sprezzatori del passato. Li odio e cerco di fare tutto il contrario del loro squallido esempio.

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    3. Ci dev'essere stato un brain washing anche lì.
      E tutto dev'essere avvenuto in modo estremamente rapido.

      Io ricordo invece un prof. di latino che spiegava Seneca tragico attraverso Pasolini - e proprio il Pasolini cui oggi tutti darebbero addosso (oggi?).

      Da humanae litterae toccherà espungere il primo termine.
      Tutto questo ha nome barbarie.

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    4. Comincia dal '68. Colleghi inqualificabili, svenditori di materie. Gli ultimi venti anni sono stati catastrofici. A Pasolini preferisco Leopardi 1000 volte.

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    5. Buon giorno, ė la prima volta che scrivo sul blog, non perchè non ho niente da dire....anzi...ma per adesso preferisco studiare bene e "digerire" tutte le informazioni del Prof. Bagnai (io non sono un economista né una giurusta.....sono un infermiere).
      Vorrei però rispondere al sig. Guido che termina il suo intervento "Insomma, anche volendo, il cittadino volenteroso dove la pratica questa politica? Nelle riunioni di condominio?". Ebbene gentile sig. Guido io e tanti come me abbiamo capito che "Attuare la Costituzione (dal basso) un dovere inderogabile", percorso iniziato da Paolo Maddalena-ex giudice della Corte Costituzionale e autore di "Gli inganni della finanza. Come svelarli, come difendersene"- è l'unico modo che abbiamo per difenderci. La nostra Costituzione, infatti, affida al popolo sovrano compiti importantissimi di partecipazione diretta al governo del Paese....e Guidubaldo lo saprà sicuramente meglio di me.
      ...bisogna solo rimboccarsi le maniche, tutti

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    6. @adele: Mi spiace ma, volendo fare un parallelo, "attuare la costituzione dal basso" sta alla prassi attiva della politica quanto l'esame di coscienza e le preghiere della sera fatte a casa stanno alla partecipazione attiva alla vita della Chiesa.

      Certo, leggersi la costituzione, insegnarla ai nostri figli e discuterne con chi ci è vicino, andare alla manifestazione contro questo o quel provvedimento è importante, è formante, è nobile... ma è solo superficialmente prassi attiva. Non c'è partecipazione alla anto il tifoso allo stadio partecipi allformazione della volontà politica più di qua vittoria o sconfitta della propria squadra. E osservazione, preparata e consapevole certo, ma esterna.

      C'è un motivo per cui per i due secoli in cui una repubblica come la conosciamo noi (quella nata dalla rivoluzione francese, per intendersi) le persone che volevano fare politica si aggregavano in caffè, circoli, partiti strutturati, sindacati, gruppi di interesse (si, anche): perchè è l'unico modo in cui il cittadino può partecipare, nel suo piccolo e per gradi, alla vita politica del paese. Ed è il motivo per cui tutto ciò è stato sistematicamente smantellato e tutto ciò non può essere sostituito dalle microassociazioni, assolutamente prive di massa critica e delle più disparate varianti ideologiche, su cui, alla fine, anche l'"attuare la costituzione dal basso" di Maddalena si basa (almeno finora, vedi le riunioni di Roma e Latina).

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    7. Quanto vorrei si potessero correggere i commenti... mi scuso, scritto su tablet ed evidentemente ho toccato qualcosa di sbagliato.

      " Non c'è partecipazione alla formazione della volontà politica più di quanto il tifoso allo stadio partecipi alla vittoria o sconfitta della propria squadra. E' osservazione, preparata e consapevole certo, ma esterna."

      e

      "C'è un motivo per cui per i due secoli in cui una repubblica come la conosciamo noi (quella nata dalla rivoluzione francese, per intendersi) esiste"

      Colgo l'occasione per aggiungere una cosa: il fatto che io viva a Roma sicuramente mi da una visione un po' distorta del tessuto civico italico. Sono diposto a credere (in realtà, sperare) che in realtà più piccole esista forse una possibilità maggiore di svolgere una prassi democratica attiva in qualche forma, ma (nella mia esperienza, certo), questo non vale per le grandi città, dove il tessuto sociale è ormai estremamente rarefatto e l'associazionismo, di nuovo, mi sembra ridotto a quello para-assistenziale (nobilissimo, in alcuni casi, si intende) o di piccoli interessi.

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  2. 1) "Dire la verità non fa fare carriera",

    tweet by Prof. Alberto Bagnai.

    2) Nella seconda metà del xx secolo improvvisamente il grande mondo degli affari scopre che la verità non è importante, ciò che conta è l'attrazione. Una volta creata l'informazione-attrazione, possiamo venderla ovunque. Più è attraente, più denaro possiamo guadagnare... Il passaggio dal criterio della verità a quello dell'attrazione è la grande rivoluzione culturale di cui tutti siamo i testimoni, i partecipanti e le vittime"
    by Ryszard Kapuscinsky, scrittore polacco.

    Fonte: "Il cibo dell'Uomo. La via della salute tra conoscenza scientifica e antiche saggezze", Dott. Franco Berrino, Franco Angeli, 2015.

    3) "Per mezzo di tre metodi noi apprendiamo la saggezza:
    Primo, con la riflessione, che è il più nobile.
    Secondo, con l’imitazione, che è il più facile.
    Terzo, con l’esperienza, che è il più amaro", Confucio.

    A proposito del terzo metodo, molta gente comune in Italia ha stracapito che l'euro per loro è stato solo una fregatura, già segnalati su questo blog tre significativi links a tale proposito, se li trovo li riposto.

    Insomma, la saggezza dell'uomo comune derivante dall'esperienza sulla propria pelle vale più di mille parole del giovinastro fighetto intellettuale in carriera e delle mille parole del vecchiardo prof di turno che ha fatto carriera non dicendo verità fondamentali!!



    Cordiali saluti.

    Fabrice

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  3. "Non finirò mai di stupirmi come persone del genere, che spesso eccellono in vari campi del sapere scientifico e spesso si professano orgogliosamente atei, possano accettare di credere (mai verbo fu più freudianamente rivelatore) ciecamente ai dogmi euristi..."

    Perché stupirsi? L'intelligenza è per sua natura selettiva. Senza eccezioni.

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    1. Non è selettiva, è settoriale.

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    2. Qual e' la definizione di intelligenza? Saper fare cose o saper capire chi si e'?

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  4. Concordo sulla completa e totale disgregazione di circoli di aggregazione ai quali il cittadino volenteroso possa rivolgersi. Riunioni di condominio? perche no? Io avevo dei dubbi e bisogno di capire, e sono arrivata qui. Ed è stato solo il punto di partenza, non di approdo. Quotidianamente incontro persone che sentono lo stesso bisogno di comprensione (dal cartolaio sotto casa che non conosce la lex monetae a mio figlio che chiede perché la guardia del supermercato parli solo una lingua straniera. "A causa della deflazione salariale" rispondo. Lui mi chiede cos è, io glielo spiego. Perché L economia, non è colpa nostra, ma si mastica da piccoli).
    Ditemi che sono un'ottimista, ma noi valiamo di più di come ci descrivono. Ed è nostro dovere, ognuno a proprio modo, democraticamente dimostrare quanto si sono sbagliati e ci hanno sottovalutato. Grazie quindi a tutti coloro che non si arrendono. Mary

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  5. Caro Guidobaldo, ti sono vicino per tutta una serie di ragioni, in particolare perché sono un laureando in giurisprudenza e un po' conosco l' ambiente...ambiente che, diciamocelo, non è esattamente il posto dove uno andrebbe a cercare persone con acume o senso critico: se c'è una facoltà che si presta a solleticare il piddino che è in noi, quella è sicuramente giurisprudenza. Il mio professore di diritto dell' Unione Europea, Giacomo di Federico, in un intervista che potete trovare facilmente in rete, si definisce "figlio di Schengen"...solo per dirtene una. Ma potrei raccontarti di quella volta che, preparando l' esame di diritto finanziario, lessi, su del materiale di studio consigliatoci dal professore, che nell' € il vincolo esterno non esisteva più. Oppure, potrei farvi ridere e parlarvi di Andrea Morrone, professore ordinario di diritto costituzionale, che, nello scrivere un libretto (Trasformazioni costituzionali, Giappichelli) sull' ultima riforma costituzionale -libretto che costituiva materiale d' esame- si lascia andare a affermazioni del tipo: "Ricerche accreditate hanno dimostrato che sistemi politici bloccati e forme di governo di tipo consociativo sono più propensi ad aumentare i livelli di spesa e di debito pubblico", per poi rincarare la dose subito dopo con un bella equazione "crisi dei piigs=crisi da debito pubblico". Questi sono tre brevi aneddoti che mi sono venuti in mente di getto. Chi studia giurisprudenza riceve costantemente messaggi subliminali di questo genere e, in genere, in questa merda ci sguazza abbastanza allegramente, allo stesso modo del simpatico barbaro olandese del racconto: chi studia, non lo fa per capire, lo fa per sentirsi migliore, allo stesso modo di chi, votando PD, non lo fa per cambiare in meglio le cose, ma per sentirsi più pulito di chi vota Lega.
    Questa esperienza di Guidobaldo non fa che confermare la mia idea: attualmente una svolta positiva non può esserci proprio a causa di questa maledetta classe di semicolti, dato che è stata la più efficacemente plasmata dalla propaganda. Se ci sarà una svolta, ci sarà perché qualcuno inizierà a fare dei discorsi di segno opposto alla gente sporca e ignorante...il problema è che in genere le maniere della gente sporca e ignorante non sono proprio garbate.
    Scusate per la lunghezza dello sfogo.

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    1. 1) scusate per l' apostrofo mancante
      2) mi associo alla campagna lanciata da Roberto Buffagni qua sotto: qualcuno salvi la moglie siciliana dell' olandese!

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    2. Io, da laureando in Giurisprudenza, la critica ai miei professori, magari prossimi commissari di laurea, usando il mio nome in chiaro la eviterei.

      Per esperienza personale, la rete è letta (twitter più che i commenti del blog, ma tant'è).

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    3. Guido, lei ha ragione. Ma dubito che i soggetti da me nominati leggano Goofy. E poi una commissione di laurea passa, mentre certe imprecisioni, magari scritte in un libro consigliato agli studenti, restano. La Sstoria è il mio pastore, non manco di nulla;-)

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  6. "Quando verrà il redde rationem sarà un onore essere stato dalla parte di chi almeno ha provato a vincerla."

    Sottoscrivo parola per parola e condivido tutto della bellissima lettera.

    Pero' l'esperienza storica ci suggerisce che quando un regime finisce per sterminare ogni forma di opposizione e/o di pensiero critico (e siamo oggettivamente in pochissimi ad aver preso coscienza dei 25 anni di sterminio EU del pensiero critico) succede immancabilmente che 'il dopo' viene gestito dagli stessi responsabili del disastro.

    Classico esempio e' quello della de-stalinizzazione: alla morte di Stalin gli unici rimasti in vita per condurre la de-stalinizzazione furono proprio gli stalinisti (e manco tutti, visto che almeno un buon 30% di loro spari' nel gorgo delle fucilazioni).

    Quindi mettiamoci l'anima in pace, e' piu' che probabile che un Draghi o un Visco (cioe' dei moderni Einaudi) ci traghetteranno fuori dalla melma sanguinolenta lasciata dal progetto imperiale EU.

    Gli storici del futuro (di nuovo immancabilmente liberali/liberisti) parleranno del pensiero critico che oggi ruota intorno a questo blog con lo stesso tono liquidatorio con cui ormai trattano Lenin (era un rivoluzionario tanto bravo, purtroppo come filosofo era una pippa, e comunque fece troppi errori e poi non c'era neppure bisogno di fare la rivoluzione).

    La storia procede a spirale e nella dialettica delle aswpirazioni egoismo-eguaglianza quest'ultima tende sempre a rimanere indietro.

    Sant'Agostino filosofava che la creazione fu fatta con la parola (cioe' Dio creo' parlando) e che la prima parola pronunciata dal primo uomo probabilmente fu 'Dio'.

    Viste le dinamiche storiche successive penso invece che la prima parola fu invece 'IO', il pronome che sintetizza al meglio l'essenza del liberismo.

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  7. Per una prospettiva giuridica critica dell'integrazione europea, leggete European Law Journal (e gli autori che normalmente contribuiscono)

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  8. Grazie all'Autore per questa bella lettera. Una noterella. Egli si chiede: "tradimento o stupidità?" e ne conclude che "tertium non datur". Ammaestrato dagli anni, dissento: il tertium datur, datur eccome, ed è: "tradimento E stupidità", perchè il traditore non è sempre un genio del male, ma può benissimo essere, e spesso in effetti è, un imbecille; magari un imnbecille profondo, a volte accademico e luminare nel suo campo specialistico, ma sempre imbecille. Concludo con un suggerimento del quale il giovane G. farà quel che vorrà. Previo consenso informato della "compagna" esente dal politically correct, egli potrebbe avviare una campagna volta al riscatto della moglie siciliana dal vincolo esterno (imbecille) olandese, così vendicando l'onor patrio. Lo attenderebbe il premio delle sarde a beccafico, più eventuali altri premi che la voce del sangue mediterraneo potrebbe suggerire alla signora (di questi ultimi meglio tacere con la compagna, benchè totalmente estranea al veleno del politicamente corretto).

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    1. In nome del KPO deploro, stigmatizzo e condanno questo consiglio avventato e il suo autore (da cui pur ho tanto imparato, avendolo letto sempre con molto interesse). Rifiutare il politically correct non significa abbandonarsi a un rivoltante machismo.

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    2. Con il permesso del padrone di casa vorrei chiederti di prendere in considerazione quanto segue.
      A proposito di tradimento-stupidita' vorrei valutare la posizione di Einaudi.
      Durante la Costituente egli avverso' strenuamente l'impostazione scaturita dalla Resistenza e riuscì a lasciare diverse porte aperte sul retro che sono state poi utilizzate (divorzio banca centrale governo, impossibilità di adire direttamente la Consulta, e altre).
      Einaudi non era certo stupido, era un traditore?
      Direi di no. Solo voleva un'altra Costituzione diversa da quella che si andava formando.
      Poi è diventato Presidente della Repubblica ed ha giurato sulla Costituzione.
      Era un traditore?
      Direi ancora di no.
      Lo diventa quando tace a seguito delle prese di posizione della Corte di cassazione che,in assenza della Consulta di là da venire dichiara «soltanto programmatiche molte norme costituzionali per privarle di efficacia immediata, a far salve le norme del codice penale e di polizia, a mantenere in vita interpretazioni retrive della legislazione fascista, ad annullare le condanne dei maggiori responsabili del regime fascista o ad elargire ad essi generose riduzioni di pena» (“I corpi separati” di Giangiulio Ambrosini in “L'Italia contemporanea 1945-1975”)?
      Al tempo la domanda non venne neanche posta.
      Possibile che, quando tutti potranno "vedere" lo stato delle cose qualcuno porrà finalmente la domanda fatidica: ma questi sono traditori della Patria e della Costituzione?
      Per tutti quelli che, non avendo dovuto giurare fedeltà alla Costituzione ed essendo cittadini italiani, la avversano dentro di sé e nelle loro azioni quotidiane ho queste poche parole: per gli stupidi non c'è paradiso.

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    3. Gentile Nat,
      mi scuso se ti ho infastidita. Tanto tempo fa, però, in una galassia lontana lontana, c'era una cosa che si chiamava "senso dell'umorismo", peccato che non ci sia più...

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    4. Gentile Roberto, statisticamente il senso dell'umorismo non appartiene all'altra metà del cielo.

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    5. @a perfect world

      In quanto (donna media) priva (come sono) di senso dell'umorismo, tale precisazione mi fa ridere :-)


      Mi spiace il leggero contrasto (o malinteso?) tra Buffagni e Nat, che sempre trovo assai interessanti.
      "Gli è" che quando sento due opposti che mi piacciono entrambi, non so "da che parte (del discorso) stare.

      Ops, sono proprio carente anche di "ratio" - diciamolo :-)
      Ero approdata, pur con una certa fatica, all'interpretazione umoristica, ma può darsi che uno spirito più fine di me, cioè @Nat, non si accontenti dell'umorismo di cui mi accontento io.
      E considero molto più fine di me an che @Buffagni.

      Ecco che almeno su un punto ho ragione, non so da quale parte (del discorso) stare, è evidente.

      E ora non vorrei diventare l'involontario pretesto per una dibattuta riflessione sull'umorismo :-)

      Mi ci manca anche questo.

      Saluti!








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    6. Ma via, Adriana, è ovvio che il mio rilievo era scherzoso... se qualcuno non l'ha colto, vuol dire che il senso dell'umorismo difetta a lui. Quanto all'altra osservazione - di originalità straordinaria, anche e soprattutto nella formulazione - come giustamente hai fatto notare, fa più che altro ridere. D'altra parte è da un po' che lo penso: il KPO dovrebbe essere eliminato come ente inutile, vista la strabiliante capacità dei maschietti di mettersi in ridicolo da soli.
      Un abbraccio. (Hai già votato ai #MIA17? Mi raccomando!)

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  9. In riferimento al mio primo post in attesa di eventuale pubblicazione e in particolare:

    "A proposito del terzo metodo, molta gente comune in Italia ha stracapito che l'euro per loro è stato solo una fregatura, già segnalati su questo blog tre significativi links a tale proposito, se li trovo li riposto."

    Li ho trovati, eccoli arrivano!!

    Si trovano all'interno dei miei due post by "FabFarn"( con firma finale "Fabrice" e sono circa a metà della sezione post) al seguente articolo:

    http://goofynomics.blogspot.it/2017/06/tristezza.html

    Cordiali saluti.

    Fabrice

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  10. Bellissima lettera, e crudele nelle sue evidenze.
    Voglio credere anche al finale "quasi" ottimistico ... ed osservo:
    ma perché chi scrive così bene (bene come il nostro anfitrione, non c'è che dire) pensa così chiaramente? Credo sia una verità segreta esposta in evidenza (cit.)
    Grazie.

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  11. Lettera meravigliosa, grazie.

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  12. Lettera meravigliosa, grazie. Lottare contro la rassegnazione instillata dal mainstream è una delle ultime cose che ci restano da fare. E credo che a/simmetrie sia il luogo giusto dove farlo.

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  13. [...Insomma, anche volendo, il cittadino volenteroso dove la pratica questa politica? Nelle riunioni di condominio?...]
    Mah, da quello che ho potuto personalmente constatare, al bar, a suon di gratta e vinci, lotto e bigotto, bingo e spingo etc.
    Quanta tristezza nel vedere, tra gli altri, anche pensionati. provate ad entrare on un bar e ditemi se in un qualche momento non vedete qualcuno intento a bruciarsi lo stipendio/pensione in gratta e vinci. E' una piaga sociale e la cosa che più disturba è questo delegare alla fortuna, ipotecare al fato, il proprio futuro.
    E questo succede, di norma, quando la speranza si e spenta per sempre, e con essa i sogni. Amen.

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  14. "Patria o morte!", un noto nazifascista di nome Ernesto "Che" Guevara. Discorso all'ONU sulla sovranità nazionale (11 dicembre 1964).

    https://m.youtube.com/watch?v=8cgtvaMhqJo

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  15. Ho preceduto l'autore della lettera, negli studi giuridici, di qualche lustro, credo. Già allora bastava sfogliare un libro di "diritto delle comunità europee" (così si chiamava, al tempo) per comprendere - d'istinto - che c'era qualcosa che non funzionava, in quella costruzione, qualcosa di intrinsecamente contrario ai grandi principi (di sovranità, di gerarchia delle fonti giuridiche) che tanto ci avevano fatto studiare in diritto Costituzionale (ho studiato nella facoltà dove insegnava Bartole, a proposito, pur non avendolo avuto come professore). L'indeterminatezza di quella costruzione, la sua poca chiarezza, la contraddittorietà di quello che era scritto in quei libri, dovevano essere chiaro monito che dietro ci stava l'inchiappettata. E così è stato. Di recente ho partecipato a un convegno dove Zagrebelsky (Vladimiro) osannava la giurisprudenza della Corte dei diritti umani, e il fatto che, per il tramite dell'art. 117 Cost., essa entri sostanzialmente nella nostra Costituzione senza alcun controllo democratico (questo non l'ha detto, naturalmente, non ci arriva). Gran risultato: abbiamo seppellito i morti da cui è nata la nostra carta costituzionale sotto la lapide delle decisioni assunte da un collegio di pseudo esperti di diritto, oltretutto per maggior parte stranieri. Bella lettera, comunque, penso rappresenti molto bene il percorso di molti noi "giuristi". Così bella che gli perdono anche quell'avvocatesco "ultroneo"!

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  16. Mi permetto di sottolineare un passo della lettera, quello in cui si dice che l'epifania è molto più spesso "artistica" che "razionale". Credo che questo sia molto vero, e da tenere bene a mente, e penso anche che sia molto preoccupante.

    Ringrazio molto l'autore di questa lettera, ed ancora una volta Bagnai, soprattutto perché oltre ai contenuti del blog (Macchia Nera awards? direi che è vinto a priori indipendentemente dal risultato finale) ha davvero pazienza a filtrare lo schifo che emerge da ogni direzione non appena si affronta il tema immigrazione (ovviamente mi riferisco ai post precedenti).

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    1. Perché preoccupante? L'uomo è mosso dalle emozioni più che dalle cognizioni. Non deve stupire, né smarrire.

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  17. Grazie di tutto Prof. anche per averci fatto conoscere Guidubaldo (!). Anche lui non si capacita del fatto che persone altrimenti insospettabili grufolino compiaciute nella melma luogocomunista-eurista. Ma in effetti c'è poco da meravigliarsi. Sono gli stessi meccanismi psicologici che portavano tanti intellettuali organici al PCI a fingere di non vedere quale mostruoso inganno, per le classi lavoratrici, fosse l'URSS, a cui per molti versi somiglia il loro attuale Fogno degli Stati uniti d'Europa.

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  18. Posso confermare in toto, citando la mia esperienza. Da studente alla Statale di Milano, ho sostenuto un esame di diritto che comprendeva il modulo "Istituzioni di Diritto Pubblico". Il docente non aveva nessun problema a dichiarare soavemente che "i trattati europei sono sovraordinati gerarchicamente alla costituzione, grazie alla sentenza Granital".
    All'obiezione che
    1) la Germania e la sua corte costituzionale non si sognerebbero MAI di proferire una tale corbelleria riguardo a sè stessi, e lo hanno scritto, quindi è violato l'art. 11 Cost. II comma, riguardo alla limitazione di sovranità "in condizioni di parità"
    2) quello che sta accadendo in Grecia viola il medesimo articolo quando parla di "un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni"
    3) che la sentenza Granital tratta di diritto commerciale, e
    4) che la dottrina (vedi LBC, non esattamente un portiere della facoltà di Legge) non è univoca

    Rispondeva:

    "Ma l'unione ci ha dato la pace".

    Non dico altro, se non che ho sofferto come solo chi sa che sta venendo tradito.

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    1. Almeno tu hai gli occhi aperti. Pensa a quanti ottusi si crogiolano nella beata ignoranza, e si bevono a cervello scollegato le fesseria di queste persone!

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    2. La pace degli (utili) idioti.

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  19. Innanzitutto complimenti al nostro amico per la prosa molto piacevole (da quasi ex studente di giurisprudenza ho notato subito, nella scrittura, la forma mentis del giurista). In linea generale non posso che confermare e sottoscrivere quanto scritto; il conformismo tra i professori è dilagante, e (almeno nella mia facoltà) centra molto di più con la volontà di mantenersi accondiscendenti verso il Governo di turno che con la mera pigrizia intellettuale. Non riguarda tutti, per carità, ma negli anni (senza fare nomi) ho avuto diretta esperienza di questo fatto. Aggiungerei una nota triste e al tempo stesso banale: questo piattume intellettuale finisce inevitabilmente per riversarsi sugli studenti, anche (e soprattutto) quelli in fin dei conti più bravi e talentuosi (e ne ho conosciuti tanti), ai quali viene impartito un insegnamento monolitico, standardizzato, che non ammette spirito critico e letture alternative. In parole povere, un immenso sacrificio di cervelli sull'altare dell'europeismo senza se e senza ma.

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  20. Testimonianze (rare) come questa data dal giovane e valoroso in tutti i sensi Guidubaldo rafforzano la mia speranza di riscattare la nostra lingua il nostro Ius la nostra identità.

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  21. Questo "dottorando" in diritto, credo che farà moltissima strada ancora. Sembra talmente preparato ed in particolare nell'analisi della tematica costituzionale con riferimento alla materia internazionale ed europea, che mi ricorda qualcuno. Ma mi sbaglio di sicuro!

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  22. Risposte
    1. Certo, eliminare chi potrà testimoniare contro quando tutto sarà finito, è prassi consolidata.
      Già utilizzata nei casi Saddam, Gheddafi, etc.
      Abbiamo distrutto un paese: diamo la colpa ai giornalisti.

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    2. Ma testimoniare cosa? Il paese, la sua coscienza civile e democratica, è stato largamente distrutto da un certo giornalismo. La prova è documentale (le loro menzogne e le loro analisi tendenziose, verificabili per tabulas) e non occorrono testimoni. Non ci sarà, naturalmente, un processo, perché questa responsabilità, salvo casi specifici, non è penale ma politica. Resta il fatto che l'idea di far testimoniare i colpevoli mi sembra piuttosto barocca.

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    3. Poi, tutto finito cosa? Qui non finisce proprio niente, forse l'Euro - ma il neoliberismo non mi pare accusi colpi. Quindi non ci sarà una liberazione, non vedo i liberatori. Se sbaglio corrigetemi..

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    4. La sera del 24 aprile 1975, precipitando la situazione, Mezzasoma mi diede l'ordine di recarmi in macchina a Salò per congedare il personale [...] e distruggere l'archivio riservato del Ministero. Quest'ultimo ordine era sbagliato, tra le carte riservate era tutta la documentazione, oltremodo edificante, relativa alle bustarelle del regime ai giornalisti, agli scrittori, agli artisti che chiamammo 'canguri giganti' per la loro rapidissima e monetata conversione all'antifascismo [...] tutto fu bruciato fino alle quattro di mattina del 25 aprile.

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  23. La bellissima lettera evidenzia, tra gli altri, un fatto semplice ed ovvio: un mondo basato sulla competitività non può contemplare la solidarietà, poiché competitività non la contiene. Se non come "mancia" elargita dal ricco al povero.

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    1. Condivido pienamente. Ormai siamo in pieno darwinismo sociale.

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    2. Io tutta questa competitività non la vedo.
      Non mi sembra che abbia COMPETUTO
      - Monti per diventare rettore della Bocconi (con un decimo delle pubblicazioni di tanti professori che conosco io)
      - la figlia della Fornero per avere due posti fissi in época di diffuso precariato
      - Michel Martone per diventare professore a 32 anni.
      Se volete posso fornire altri esempi, ma non vorrei essere maleducatamente prolisso in questo sito che mi ospita

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    3. Infatti, caro Tenerone, hai giustamente citato persone che fanno della solidarietà un loro punto fermo! È proprio l'amore per il prossimo a contraddistinguerli.
      E da questo tuo elenco, potremmo anche aprire una riflessione sul concetto di meritocrazia, altra panzana del mondo liberista.

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    4. E pensare che solidarietà sociale e di interessi personal - privati ce l'hanno eccome.

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  24. L'apostasia della professione è comune anche fra i medici, molti dei meno dotati e molti di coloro che vedevano nella professione un compenso alle proprie carenze di testosterone, hanno reagito alla parola manager come un carcerato reagirebbe alle pagine di Playboy.
    Il risultato reparti vuoti ( di medici ) direzioni piene. Prestazioni poche, chiacchiere tante. Controllo informatico sui nostri dati sensibili tale da far invidia a Walter Ulbrict.

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  25. Grazie sinceri a Guidubaldo per il suo post, che ho apprezzato particolarmente per il "taglio" giuridico seppur i miei studi universitari di legge ormai siano distanti nel tempo qualche lustro e seppur non abbia poi continuato un lavoro in tale ambito. Mi ha allietato la giornata leggere tale scritto stamane in ufficio e mi ha dato un po' di speranza. Grazie soprattutto a lei prof. anche per aver creato un luogo d'incontro come questa community. A tal proposito sono " corso" sul sito macchianera a votare secondo istruzioni. Buon lavoro e complimenti ancora a Guidubaldo che mi auguro di poter leggere ancora in futuro.

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  26. Era da un bel po' che non scrivevo, anche perché non avendo molto da aggiungere di mio, preferisco il silenzio alla banalità. Però come dice gio pelli "ma perché chi scrive così bene pensa così chiaramente?". Già. Le cose si possono capire, sapere, ma spiegarle ad altri è molto più complicato. E soprattutto mi rendo conto che (come molti) intorno a sè su certi argomenti "c'è il vuoto". Nada. Niente. Non riesci a parlare con nessuno che ti capisca. Anzi qualche amico in cui speravi e che invece si è rivelato più ottuso degli altri lo senti sempre meno, un po' come per te che non fumi frequentare un fumatore diventa sempre più fastidioso. E come diceva una famosa pubblicità "se lo conosci lo eviti".
    Mi fa male vedere come sia stato facile irretire persone che invece di rimanere un faro diventano dei buchi neri, probabilmente senza neanche doversi sforzare troppo. Ma quello che mi lascia veramente sconvolto dentro è come sia stato così facile stravolgere non solo l'intera società, ma sovvertire l'intero sistema educativo verso un sistema che non fa altro che trattarci da pecore. E le pecore in tempo di pace si tosano, in tempo di guerra si mandano al macello. I giovani sono il nostro futuro, e spero tanto che tra loro ci sia più consapevolezza; certo non possono fare confronti tra la scuola di oggi e quella di 30-40 anni fa, ma almeno che qualche dissonanza cognitiva accenda qualche lampadina. Grazie a internet se uno vuole informarsi le fonti le trova. Qui.

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  27. In molti settori, più o meno blasonati e più o meno accademici, girano individui con nomi importanti e influenza non trascurabile che sproloquiano a vanvera sui benefici dell'unione monetaria e non. Quasi tutti questi soggetti condividono determinate caratteristiche:

    1) Non hanno problemi economic, anzi, spesso li causano ad altri.
    2) Hanno posizioni pressoché sicure, per quanto possiamo definire sicura una posizione oggigiorno.
    3) Dovesse venir meno per questi individui la principale fonte di reddito, hanno tutti una serie di vie alternative che non porrebbero problemi alla vita loro e dei loro familiari.

    In pratica hanno il culo nel burro come si dice da queste parti.
    Ho avuto modo di interloquire con due soggetti del genere e alle obiezioni più basilari si rifugiavano dietro il banale, ma vincente tris di silenzio, sorrisetto e cambiamento di discorso.

    Io mi sono detto che devo partire dal basso, perché dall'alto se ne occupa qualcuno più bravo di me ed è lì che cerco di contribuire. Parlo solo con coloro che vogliono ascoltare, bastano pochi concetti per spiegare cosa si può fare per uscire dal pantano e che curiosamente coloro che ci hanno mandati nelle fogne sono gli stessi che ci dicono che ce lo meritiamo e che non c'è alternativa.

    Funziona, io ho convinto una dozzina di persone a cambiare idea, nel senso che li ho spronati a non fidarsi dei mainstream media e a cercare le risposte altrove, per esempio qui.
    Con quelli che mi dicono che senza l'euro ci servirebbe una carriola di monete per comprare le chewing gum non parlo neppure, spreco di tempo, fiato e di calma interiore.

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  28. Io penso che sia molto importante considerare le parole: "lavora nel campo della finanza". A parte che il lavaggio del cervello è cominciato tanti anni fa fin dall'infanzia (mi ricordo una pubblicità su Topolino quando ero piccolo della allora CEE con la faccia di un cavaliere medievale, di Napoleone e di Hitler con cerotti e bende, messaggio implicito bambini, l'Europa vi ha dato la pace), chi è dentro un certo tipo di ambiente, sia per interesse economico che per paura di perdere il lavoro, è costretto ad esternare un certo modo di vedere le cose. A me piacerebbe tanto sapere cosa molti economisti "mainstream" pensano sul serio, in privato, della situazione in cui ci troviamo. Siamo in un momento politico e culturale che nelle cose che realmente contano è molto simile per certi versi al conformismo del Ventennio, nonostante sembri che ci sia un'entropia mediatica frastornante. L'essenza del liberismo è che tutto deve essere mercato, perché su tutto il capitale deve fare profitti, ed anche la verità è diventata una merce venduta dalle c.d. "agenzie di comunicazione".

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  29. In realtà nell'accademia italiana qualche fortunata eccezione al conformismo europeista si trova.
    Mi riferisco - quanto agli studi giuridici - in particolare ad Alessandro Somma, un comparatista molto critico rispetto al disegno europeista, che - ricordo - criticava aspramente Maastricht e lo spirito mercatista che lo pervadeva sin dalla sua entrata in vigore, da una prospettiva "di sinistra".
    Quando lo ascoltavo ai convegni alla fine degli anni '90 il suo pensiero mi sembrava quasi archeologia giuridico-politica, ma dopo diversi anni ho dovuto constatare come avesse ragione.

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  30. lo strano caso del prof dott henry bartole jekyll e mister edward serge hyde

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    1. C'è un problema diffuso di mancato rispetto delle competenze. Non è perché abbiamo tutti un euro in tasca che possiamo parlsre tutti di moneta ex cathedra, così come prendere una multa non fa di noi un amministrativista. Perché io quando non so chiedo?

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    2. "Per l'uomo che non deve chiedere. Mai". Ammettere la propria ignoranza e' severamente vietato dal manuale dell'ottimato. Non sia mai che un parvenu qualunque osi contraddire, c'e' il rischio di innescare temibili reazioni a catena. Nelle persone, quasi sempre il gene dell'ottimato vince su quello dello scienziato. E' primitivo.

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  31. Colgo l'occasione per ringraziare il Prof. Bagnai per la sua importante divulgazione scientifica e lo ringrazio anche per averci fatto conoscere Guidubaldo.
    Ringrazio Guidubaldo per la preziosa testimonianza, in particolare per gli aspetti psicologici contenuti a me necessari per lo studio del carattere psicologico del piddino.
    Troppo interessante il finale del video. Mi ha ricordato il piddino contro-fobico Hitler che si presentava anche come un eroe ribelle nei confronti della debolezza della Repubblica di Weimar lui, e un eroe ribelle contro la debolezza della Liretta e del Debito della Repubblica Italiana, l'altro.
    Ad Hitler i piddini tedeschi gli hanno creduto, sono stati traditi dal loro desiderio di una guida forte.
    I piddini italiani invece hanno bisogno di appartenere ad un gruppo per sentirsi al sicuro. Spesso mancano del senso di un sostegno interiore e cercano un sostegno all'esterno per supplire a questo potente bisogno interno.
    Mi accorgo, studiando il carattere psicologico del piddino, che questo tipo è stato studiato e usato da vari poteri quale arma di distruzione di istituzioni e non solo.

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  32. Per rispondere a Guidubaldo, direi che si tratta indubbiamente di tradimento ai livelli alti e di incompetenza ai livelli inferiori (quelli svegli si accorgono del giochino, questo spiega anche la cronica mancanza di meritocrazia).
    E' un po' che rifletto sul fatto che mi sembra ci sia stata una generazione di italiani (ad occhio e croce i sessantottini) che ha odiato la generazione dei propri figli, considerandoli incapaci, mammoni, bamboccioni, ecc. e che avessero bisogno della lezione, di alzare l'asticella. Trovo questa posizione particolarmente odiosa perche' sopratutto ipocrita: la loro generazione e' stata grandemente aiutata dal welfare statale sia durante gli studi che durante la vita lavorativa (il miracolo italiano e' stato fatto quando le istituzioni, a partire dalla moneta, funzionavano a dovere).
    Il fatto che questi giovani italiani, orfani di Stato (che e' poi il mio sentimento: "Hit the road Jack!") stanno andando all'estero in numeri record dimostra senza ombra di dubbio che mammoni non erano, anzi.

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  33. Questo è un commento che nulla c'entra col post.

    Oggi ricorre l'anniversario dell'assassinio di Borsellino.
    Ho seguito l'ultima parte del film mandato in onda da Rai su quel tragico e vergognoso evento.
    Dal film, così come i fatti reali dimostrano, si ha la percezione di un atteggiamento opaco e, forse, in qualche caso ostruzionistico da parte dei diversi organi dello Stato tale da suscitare la sensazione un voluto o tentato insabbiamento.
    Sapete cosa ha linkato tutto questo nella mia mente?
    Alla stessa sensazione che ho provato durante un altro importante e drammatico evento della nostra storia italiana contemporanea: la tragedia di "Ustica".
    La cosa che mi ha colpito è stata la stessa sensazione: un qualcosa della quale non se ne riesce avenire a capo (in termini di verità) osteggiata da testimoni o presunti tali, prove e controprove, elementi fondamentali all'indagine andati persi, quali l'"agenda rossa" di Borsellino.
    Ho ascoltato le interviste seguite al film mandato in prima serata dalla Rai, fra le quali mi ha colpito una dichiarazione, quella di Grasso (attuale Presidente del Senato): "la mafia prima di allora non aveva mai agito in quella maniera, aveva sempre cercato accordi con la classe politica per trarne profitto. Si tratto di un atto di aggressione allo Stato, un atto di terrorismo: era un atto politico".

    Ora cerchiamo di rimettere insieme i pezzi.
    La mafia era già stata utilizzata dagli Stati uniti per lo sbarco in Sicilia del '43, grazie all'accordo col famigerato "Lucky Luciano".

    Negli anni fra il '92 e il '94 scoppia "Tangentopoli" con l'inchiesta "mani pulite".

    Nel 1993 si arriva alla firma di Maasrticht.

    Coincidenza, paroania, eventi che non c'entrano l'uno con l'altro, casualità?

    Non lo so'. Sicuramente un punto di riflessione, o comunque, un dubbio che qualcuno potrà aiutarmi ad estirpare.

    Ringrazio per lo spazio accordatomi.

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    1. Dimentichi l'assassino di Aldo Moro....

      Comunque adesso fanno propaganda usando la mafia e quel senso di insicurezza che crea nell'immaginario collettivo.
      Sul Fatto parlano di Mafie "Europee" e di come sarebbe auspicabile una unione più stretta (i giudici europei) e la creazione di una polizia europea....
      Fateci caso ;-)

      http://www.ilfattoquotidiano.it/longform/mafie-europa/focus/

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    2. L'attore, al mattino, presentando il film diceva che la morte di Borsellino è servita a sconfiggere "quella" mafia. Aggiungeva che "poi" la mafia è cambiata diventando quella dei colletti bianchi e della finanza.
      Ho pensato: questo è spin e, leggendolo in negativo, ho capito quel che queste "celebrazioni" ci ripetono da 25 anni: chi combatte la "nuova" mafia muore senza avere giustizia.
      Vedo solo questo avvertimento mafioso nell'osceno vilipendio che il "giornalismo" ci propina.

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    3. Che le mafie siano internazionali lo dimostra l'esistenza del Bilderberg e della Trilateral, che stranamente nessuno sembra voler combattere.
      Quanto alle nostre mafie, devo dare ragione ad Alessandro Ale: servono solo a far approvare leggi liberticide spesso di natura fiscale e quindi a rendere più agevole la predazione dei nostri risparmi a tutto vantaggio degli amici alemanni (amici loro ovviamente)
      PS Chi conosce il dlgs 231/07 legga il sesto comma dell'articolo 36 e troverà conferma

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    4. Achille il Greco
      Dopo l'esposizione delle più importanti cause, secondo le sue convinzioni, dello sviluppo industriale Brertrand Russel invitava a stare attenti alla scelta di singoli eventi e alla loro concatenazione nella interpretazione del divenire storico:
      "La storia può essere vista in molte maniere, e si possono trovare molte formule generali abbastanza vaste da apparire esatte se i fatti sono stati accuratamente scelti.
      Io suggerisco, non troppo sul serio però, la seguente teoria alternativa sulle cause della rivoluzione industriale:
      l’industrialismo è dovuto alla scienza moderna,
      la scienza moderna è dovuta a Galileo,
      Galileo è dovuto a Copernico,
      Copernico al Rinascimento,
      il Rinascimento alla caduta di Costantinopoli,
      la caduta di Costantinopoli all’emigrazione dei Turchi,
      l’emigrazione dei Turchi al prosciugamento dell’Asia centrale.
      Perciò lo studio fondamentale nella ricerca delle cause storiche è l’idrografia!"

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  34. Questa lettera, scritta da un collega (studio per l'orale dell'esame di abili alla professione forense: ahimè) è la consolidazione a parole di tutto ciò che ho percepito da quando sono entrato all'Università di Trento a quando lessi "Le lievi imprecisioni del Corsera".
    Voglio solo aggiungere alcuni "pensieri sparsi", che voglio condividere con Voi che considero fratelli nella Resistenza, da chi è giovane praticante:
    1. l'indottrinamento eurista nelle università è ormai assoluto: dico solo che presso l'ateneo tridentino Diritto U€ è nelle mani di un professore tedesco che sostiene che i trattati abbiano lo scopo di sottomettere la Cemania a vantaggio dell'Oiropa: il che da un lato dimostra la tesi di Guidobaldo secondo cui "provincia che vai, propaga che trovi", dall'altro testimonia come l'accademia d'italia (il minuscolo è voluto) sia ormai mentecatta - nel senso proprio di "dalla mente rapita";
    2. anche nella formazione dell'avvocato la propaganda è ormai assoluta: nei manuali di costituzionale per l'esame, che sono i "romanzi d'appendice" Gramsciani della professione forense, l'idea della disapprovazione consuetudinaria dei diritti sociali costituzionali è data come fatto compiuto - e come tale è interiorizzata nei giuristi, non fosse altro che quello è ciò che il commissario chiederà loro all'esame;
    3. l'odierna classe forense è ontologicamente la miglior discepoli di simile religione: in fila all'UNEP dopo la vittoria dell'#exit ho assistito con sgomento a due colleghi che, presi dal panico parossistico, sostenevano di aver sperato in in golpe reale contro il referendum; conoscendo uno dei figuri (praticante a €150 in un mega-studio specializzato e ben collegato con l'imprenditoria l€uropea che svende le fabbriche e compra le autostrade) mi sono permesso di sottolineare il fascismo palese delle loro argomentazioni.
    La loro risposta è un QED di quanto detto finora: "ma la ggggggente queste cose non le capisce, deve lasciar fare a chi ne sa", ovvero loro.
    Perché i "colleghi" di noi quattro gatti di giuristi sparsi tra qui e 48, per professione liberale, intendono professione dei liberi rispetto agli schiavi: che professione liberale può esserci senza schiavi?

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    1. Queste cose, ancor più che la svalutazione dei salari a favore del capitale e la progressiva distruzione del welfare, fanno capire che il disegno dell'eurozona è pilotato da forze occulte, sovranazionali e potentissime. Parimenti, si servono di schiavi imbecilli in quantità industriali.

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  35. Risposte
    1. Mi consola che i commenti all'articolo del Guardian siano più contro che a favore del 'prof"-redattore - ammetto però di averli letti di fretta... qualcuno può darmi conferma?

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    2. "Blanchflower has totally missed the point and as an economist he should know better, unless of course he has an axe to grind and so is economical with the truth, just like MPs. Yes the pound fell, just like it could tomorrow, that certainly triggered this inflation. However the underlying problem is that we simply import far too much and export little. Our annual trade deficit with the EU is a staggering £68 billion - this single market benefits them not us and it costs us dear, as this shortfall is paid for by debt.
      Our economy has become massively imbalanced... the service sector @ 80%, manufacturing in decline. What he failed to point out is that the Brexit vote and resulting fall in sterling has done more than any Govt in trying to address these problems. Exports have been boosted and the added cost of imports may actually reduce their number and boost home production. A hard Brexit would further enhance this process by adding tariffs. The single market has NOT been working for us.
      He also chooses to ignore another benefit of Brexit, the fall of sterling and the rise in inflation. Prior to this the country was under the threat of stagflation and economists were deeply concerned that deflation could take hold (-have you forgotten Danny?). Neither are easy to deal with, so a return to normal moderate inflation has been most welcome. Yes there will be hardships along the way, but our situation and prospects have improved. But if you had told this side of the story, perhaps your article would not have been printed in the Gaurdian" tipo...

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