(...chiedo scusa: vi ho trascurato per vari motivi, fra cui la necessità di intervenire in un dibattito molto locale, che però, come vedrete, ha anche qualcosa da insegnarci sui temi che qui ci convocano...)
Come credo di aver già raccontato a molti di voi, e oggi racconto a tutti gli altri, quando si decise, contro la mia volontà espressa in segreteria politica, di dare la fiducia al Migliore (LVI), io, lasciato passare il tumulto iniziale, e predispostomi con sana e leninista rassegnazione a mangiare il mio cucchiaino di cioccolata quotidiana (certo di non essere solo ma in ottima compagnia), un giorno (era il 2 febbraio del 2022) andai dal capo e gli dissi: "Scusa, ma visto che abbiamo deciso di buttare al cesso il voto di opinione, mi dai il permesso di andare nel collegio a recuperare un po' di voto di territorio?" Avevo infatti idea che i voti ci sarebbero serviti prima di quanto si potesse pensare, e la sensazione si dimostrò corretta. Risposta (accompagnata da un sorriso di ironica solidarietà): "Ma certo! Vai, e ricordati: quella è casa tua, non camminare sempre sulle uova!"
I tempi da cui venivamo non erano dei migliori: i vari confinamenti avevano limitato molto la mia possibilità di recarmi nel mio collegio, che all'epoca (ma di fatto ancor oggi) era l'intero Abruzzo, una Regione non grandissima (la tredicesima per superficie territoriale) ma impervia (terza per prevalenza delle aree montane) e quindi impegnativa da solcare in lungo e in largo. Erano i tempi in cui fummo costretti a limitare a 200 persone anche gli accessi al #goofy. Tra l'altro, l'infausta circostanza della limitazione degli incontri pubblici aveva determinato anche una perniciosa illusione ottica nei colleghi del Nord, i quali, abituati a fare politica sul territorio, cresciuti nel mito della militanza (intesa naturalmente come colla), attribuivano il calo di consensi cui andavamo incontro non alla sconsiderata scelta di sostenere un nemico della nostra Patria e delle nostre imprese, ma al fatto che la scellerata gestione Conte della pandemia ci aveva strappato dal contatto vivificante col terroir, un po' come Ercole callidamente aveva fatto col figlio di Gea, Anteo. Che ci crediate o no, quelli che avevano fortemente voluto suicidarsi sostenendo Draghi si raccontavano questa storia per razionalizzare le conseguenze e spogliarsi della responsabilità di un gesto che aveva sì una sua logica ed era servito senz'altro a evitare il peggio, ma naturalmente, come ogni cosa della vita, portava con sé un prezzo da pagare (e infatti alla fine non poterono non prendere atto del fatto che il problema era un altro: il tradimento delle attese di cambiamento di una vasta parte dell'elettorato, quella la cui coscienza di classe era stata destata principalmente da questo blog che non esiste...)!
Ma insomma, non è di questo che volevo parlarvi.
Confortato dalle parole del capo, mi predisposi immediatamente ad attuarle di buona lena a metà, perché certo andai, ma naturalmente continuai a camminare sulle uova. Il motivo è semplice: da scolarizzato nel XX secolo, conosco fin troppo bene la vera carta politica dell'Abruzzo, che da 3000 anni è questa e questa sarà per altri 3000 anni (a meno di conflitto nucleare importante):
All'epoca non ero ancora, come poi diventai a causa di un colpo di fulmine il 6 settembre del 2022, un Carecino, stanziato leggermente a Sud-Ovest di Iuvanum. La mia identità era più plurale: un po' Safino (collocato nella porzione a Nord-Ovest dell'areale dei Pentri, attorno ad Aufidena), un po' Pretuzio, a Nord di Interamnia, e soprattutto Vestino, in riva al mare, avendo per lo più frequentato la Budapest dell'Adriatico (scegliete voi se considerare Castellammare Adriatico come Buda o come Pest). Molti di questi confini, di cui è stupefacente la persistenza antropologica attraverso i millenni, non riuscivo a percepirli, ma di una cosa ero certo: la complessità cui mi accostavo per dovere di rappresentanza era significativa e a me largamente ignota, stavo entrando con una torcia accesa in una polveriera, ed era essenziale per la mia incolumità non inciampare. Eh, sì, perché, come potete immaginare (a meno che non siate proprio dei tontoloni), in questo mio percorso di avvicinamento al territorio dovevo fronteggiare un nemico formidabile: ovviamente, la Lega locale! Nulla di sconcertante, di imprevisto, o di patologico. La politica funziona così: è inevitabile che, per quanto possano volerti bene (poco) e riconoscere il contributo che dai al partito (non molto), in un contesto di recessione del consenso saranno per primi i tuoi amici a vederti necessariamente come un soffocante coperchio sulle loro lecite ambizioni. Menschliches, Allzumenschliches. Io in realtà andavo, o mi lusingavo di andare, per allargare il consenso nei modi che le circostanze mi concedevano, e quindi non innalzando il fiammeggiante vessillo dell'ideologia, smerdato dal sostegno tattico dato al nostro peggior nemico, ma è chiaro che soprattutto chi non sapeva come quel consenso si era formato (cioè chi non era mai stato a un #goofy, quindi praticamente tutto l'Abruzzo) non poteva vederla così. La mia presenza, che lo volessi o meno, veniva comunque vissuta come un'illecita intrusione finalizzata a dare consapevoli o peggio ancora inconsapevoli segnali politici di consenso all'una o all'altra delle tante tribù, e quindi, simmetricamente, a erodere il consenso dell'altra o dell'una, suscitando lecite perplessità o preoccupazioni di cui dovevo tenere conto per disinnescarle. Cosa andavo girando io nella regione dove lavoravo da vent'anni? La cosa appariva sospetta!
Ribadisco: nulla di strano, di anormale, di sbagliato in questo. Dinamiche umane, e la politica si fa con gli uomini, cioè con superbia, avarizia, lussuria, invidia, gola, ira e accidia (io quindi partivo svantaggiato, perché di tutte queste virtù tre me ne mancano di sicuro: vediamo chi indovina?). Il mio rispetto per l'umanità tutta (compresa quella che mi aveva eletto), e il discorsetto che ci aveva fatto Calderoli il 9 marzo 2018 al Palazzo delle Stelline (in sintesi: "voi eletti siete al servizio del territorio, non siete i padroni del territorio, le strategie sul territorio le gestisce la struttura territoriale del partito, cioè i segretari regionali e provinciali, non mettetevi a fare inutile casino..."), si era forse spinto un po' troppo oltre, nel senso che, per dirne una, quattro anni fa non avevo chiara in mente nemmeno la geografia antropica del mio partito, cioè non sapevo nemmeno a quale responsabile provinciale e cittadino chiedere il visto per accedere al suo territorio! Era un rispetto estremo per dinamiche di supremazia locale che mai avevo preteso di influenzare, un rispetto che però forse travalicava lo spassionato disinteresse per sconfinare in una colpevole indifferenza o in una trasandata inconsapevolezza: un conto è non voler influenzare, un conto è ignorare, ma certo che da presidente di Commissione permanente le cose da sapere, all'epoca dello spread, della banking union, della riforma del MES, del "non ti vaccini, ti ammali, muori", e via dicendo, erano un po' troppe perché potessi aggiungerci un crash course in antropologia politica delle nobili stirpi italiche...
Ricordo ancora di quando il 16 ottobre del 2022 l'allora segretario regionale mi chiamò in urgenza per dirmi che la mia decisione di recarmi alla giornata FAI di Monteodorisio (luogo dantesco, come forse non sapete, perché Carlo d'Angiò, quello che nel 1273 aveva disegnato i confini amministrativi del mio collegio elettorale, lo aveva dato in feudo a quel tale che non diceva alcuna cosa, ma lasciavane gir, solo sguardando, a guisa di leon quando si posa: mai avreste immaginato che l'anima lombarda avesse finito i suoi giorni nel mio feudo, che all'epoca era suo, vero? Visto quante cose si imparano su Goofynomics?...), dicevo, la mia decisione di assistere alla giornata FAI aveva scatenato un importante terremoto politico con tanto di minaccia di dimissioni, perché il nostro rappresentante locale si era giustamente risentito di non essere stato preavvisato della mia presenza. Inutile dire che i vetri del Palazzo di Vetro non tremarono, ma sarebbe sciocco liquidare così, con supponenza, la questione, perché in effetti... aveva ragione il nostro esponente locale (e non lo dico perché nel frattempo siamo diventati amici e ci sentiamo spesso): in fondo, io ero il suo parlamentare, e lui aveva ben il diritto di accogliermi e di starmi vicino (ed era anche mio interesse per motivi di immagine e di sostanza essere accolto e accompagnato), quand'anche la segnalazione dell'evento e il relativo invito lo avessi avuto dal sindaco (e non da lui, come forse sarebbe stato auspicabile)! La verità è che anche con l'esperienza parlamentare, come in altre circostanze della mia vita, la mia appercezione in nulla era stata modificata dall'assunzione di un nuovo ruolo. Insomma, io sono stato sottotenente, professore associato, senatore, deputato, e varie altre cose, continuando a sentirmi Alberto (come sono e fui), e senza rendermi conto, ad esempio, che per quanto io possa voler obbedire alla mia albertità (e quindi fuggire gli uomini, inseguire il silenzio, intrattenermi con voi, ecc.), in Abruzzo sono l'onoré, e da onoré devo comportarmi, proprio per essere compliant con la mia albertità, che è anche e soprattutto un anelito inesauribile verso la perfezione (del resto, anche questo fa parte del genius loci). Sono ancora grato a chi (come nell'episodio che vi ho riferito) mi ha messo in guardia contro certe dinamiche, e mi ha aiutato a gestirle: ogni giorno si impara qualcosa.
Diverso è l'atteggiamento di quelli che sanno tutto, quelli che "siccero io eravamio esciti dall'euro ieri!". Da una parte ci sono loro, e dall'altra ci sono i voti, al termine di un percorso la cui complessità è inimmaginabile per chi non abbia deciso di intraprenderlo sforzandosi di lasciare qualche guscio d'uovo intatto! Non vi annoio oltre con questo discours de la méthode: molto avrei da dire su quanto l'esperienza del territorio mi abbia arricchito in termini di comprensione dei rapporti politici (cioè umani), ad esempio aiutandomi a capire quanto certe dinamiche fossero appunto politiche e non personali, e quindi a non prenderle sul personale ma a gestirle politicamente; in termini di conoscenza di un territorio affascinante, la cui ricchezza misconosciuta continua a stupirmi ogni giorno di più; ma anche, e di questo volevo parlarvi, in termini di accresciuta comprensione di quanto siano perverse le dinamiche in cui la sovrastruttura europea ci avviluppa, dinamiche che possono essere comprese a fondo solo quando cominci a porti delle domande concrete, quali: i soldi per riparare questa strada (o questa scuola, o questo acquedotto) da dove arrivano? Perché qui stiamo facendo una pista ciclabile invece di una strada decente? Perché ho i soldi per un asilo nido se mi serve una casa di riposo?
Ecco: di questo volevo parlarvi.
Volevo cioè condividere con voi una riflessione che stavo svolgendo a margine del convegno sulla montagna organizzato a Gamberale:
un convegno che ha avuto molto successo, che è stato visto come un'opera di buona volontà politica, e che mai e poi mai mi sarebbe venuto in mente di organizzare se il 2 febbraio del 2022 non si fosse svolto quel breve dialogo di cui vi ho riferito, semplicemente perché mai e poi mai avrei saputo chi invitarci!
Ora, giusto perché sappiate: il tema della legge sulla montagna ha sollevato infinite polemiche a livello locale, tutte accomunate dal fatto che siccome la legge è stata voluta da Calderoli, chi si sentiva "de sinistra" si è anche sentito in dovere di darle contro aprioristicamente, senza nemmeno leggerla (cosa facilmente dimostrabile e dimostrato nelle sedi opportune, inclusa la stampa locale). Una delle tante accuse mosse è che i comuni "declassati" da montani a non montani si sarebbero viste precluse alcune linee di finanziamento regionali, ovviamente articolate su fondi europei. Le cose in realtà stanno così:
e quindi, in estrema sintesi, i Comuni si stavano lamentando del fatto che non avrebbero più avuto dei soldi che non avevano mai chiesto. Ho però evitato di sbattere in faccia agli interlocutori questi numeri, perché secondo me il problema è più ampio. Quante volte, girando per il mio collegio, mi sento dire: "avrei questo progetto [o questo problema, o questa esigenza]: onoré, mica sai se c'è un bando?", e quante telefonate ricevo, ora che mi sono acquistato con la presenza (e camminando sulle uova) la fiducia degli amministratori locali, per richieste di assistenza tecnica sui bandi, sulle loro rendicontazioni, sulle piattaforme informatiche che li gestiscono e che non parlano le une con le altre, e via dicendo?
Ma è sempre stato così?
No, questa è una delle tante cose (la prossima sarà l'euro digitale, nonostante i miei tentativi da voi disertati di attirare l'attenzione su questa materia troppo arida) che sono successe inavvertitamente, col consueto meccanismo dello slittamento inesorabile e silenzioso lungo un piano inclinato. Non ricordo se questo libro:
che abbiamo tenuto colpevolmente in secondo piano rispetto agli altri su cui abbiamo formato la nostra coscienza politica, da Titanic Europa, a Il tramonto dell'euro (che tornerà ad ottobre), a Anschluss, a L'Italia può farcela, a Euro e (o?) democrazia costituzionale, a La fabbrica del falso, a Io sono il potere, a Vent'anni di sovranismo, analizzasse storicamente i meccanismi di attribuzione dei fondi europei. Fatto sta che col procedere degli anni, questi fondi, che inizialmente venivano intermediati da amministrazioni centrali e regionali, e quindi venivano convogliati alle amministrazioni locali tramite trasferimenti, sono sempre più stati attribuiti con un meccanismo di bandi "competitivi". Questo ha generato negli amministratori locali un'illusione ottica simile a quella cui soggiacciono i miei colleghi accademici: l'illusione che quella che loro chiamano "Europa" sia generosa e li finanzi perché loro sono bravi! Ora, le cose non stanno così ad almeno due livelli: il primo, che ormai avete assimilato, è che i soldi che per i superficiali vengono dalla cosiddetta "Europa" in realtà in Europa sono arrivati dalle nostre tasche (e quindi di generosità non si può parlare); il secondo, che la "competitività" introdotta dal meccanismo dei bandi non presuppone nei vincitori una particolare "bravura" scientifica o amministrativa. La compilazione del bando è ormai diventata una scienza a sé, che alimenta un'economia parassitaria della consulenza, e che scardina profondamente il senso e la logica di una sana scienza dell'amministrazione. Col meccanismo dei bandi, infatti, non sono le risorse a mettersi al servizio di una programmazione razionale, ma è la programmazione a mettersi di volta in volta a disposizione delle risorse astrattamente disponibili. Sei in un comune montano di ultrasettantenni non servito da quelle deprecabili infrastrutture non green che sono le strade provinciali? Quindi forse avresti bisogno di una strada o di un ospizio: ma se il bando è per gli asili nido, il "bravo" amministratore farà domanda (magari ritoccando un po' le statistiche demografiche) e se avrà fortuna (o un bravo consulente, lautamente remunerato) dovrà poi costruire a tamburo battente un bell'asilo nido nel deserto demografico, salvo scoprire poi (o sapere fin dall'inizio) di non avere i fondi per manutenerlo.
Notate l'ironia: i fondi che seguono questa trafila sono principalmente quelli che vengono definiti "fondi di coesione", eppure non c'è niente di più disgregante di questo meccanismo, per il semplice ed evidente motivo che solo comuni di grandi dimensioni possono partecipare con un minimo di speranza alla lotteria dei bandi, al "Giochi senza frontiere" dei fondi di coesione. I comuni piccoli, infatti, semplicemente non hanno le risorse umane per compilare i bandi e rendicontare nelle cervellotiche piattaforme informatiche di impostazione "europea", e quindi o si affidano all'economia parassitaria della consulenza (una delle tante economie parassitarie che la cosiddetta "Europa" alimenta nel suo anelito di travestire da "mercato" quello che in molti casi sarebbe naturaliter "Stato", cioè decisione politica...), o soccombono, vedendosi sfuggire i fantomatici fondi europei a beneficio di realtà più "attrattive" semplicemente perché più grandi. La famosa "Europa" che secondo lo stupefacente Spinelli doveva efficacemente combattere le "tendenze monopolistiche" è diventata in realtà uno strumento pervasivo di concentrazione del potere, anche attraverso le logiche perverse delle sue politiche "di coesione".
Quando è successa questa cosa?
Stabilire un punto preciso è difficile. La logica europea è quella del sorite: quand'è che l'ultima assurdità introdotta trasforma l'ordinamento in un mucchio di assurdità ingestibili? A quanto ho potuto ricostruire, l'introduzione del "bando" (cui partecipano i singoli beneficiari) anziché del trasferimento (intermediato dalle autorità centrali) come meccanismo di attribuzione dei fondi dovrebbe risalire addirittura alla programmazione 1994-1999, ma la sua prevalenza si sarebbe affermata a partire dalla programmazione 2000-2006: è da quel momento che le Regioni sarebbero diventate enti di gestione dei bandi, cui partecipano Comuni, Unioni di comuni, Province, ecc. Dal punto di vista legislativo, questo sarebbe accaduto con il Regolamento (CE) n. 1260/1999 del Consiglio del 21 giugno 1999 recante disposizioni generali sui Fondi strutturali, e con i successivi Regolamenti che assistono i Quadri finanziari pluriennali. Ma devo confessarvi di non aver fatto un'analisi sufficientemente approfondita, né di aver trovato testi che descrivano questa evoluzione: il tempo per studiare manca, ormai mi resta solo quello per constatare.
Mi terrei quindi a un livello più generale di analisi, per evidenziarvi due elementi.
Il primo, è la doppia disintermediazione della politica nazionale che si realizza con questo meccanismo: una disintermediazione degli obiettivi, che sono quelli definiti altrove (la "concorrenza", il "green", ecc.), e una disintermediazione della gestione. Il rappresentante del territorio, in questo simpatico gioco, non è più in grado di far valere, nel bene e nel male, la sua conoscenza dei problemi, né di affermare, in qualsiasi sede, una propria valutazione di priorità, in virtù del mandato che gli elettori gli hanno conferito. Ripeto: se "il bando", questa nuova entità metafisica che esercita la sua sovranità sui nostri amministratori, impone piste ciclabili, saranno piste ciclabili, e non strade provinciali, e l'eletto locale, quale che sia il suo livello, non può far altro che assecondare, se vuole apparire rilevante. Ora, questo meccanismo, naturalmente, poteva essere visto con favore in un'ottica antipolitica, quella che vedeva nell'intervento pubblico sempre e solo una fabbrica di consenso clientelare, che in quanto tale andava sottratto nella misura del possibile all'ambito di azione della classe politica locale, che lo avrebbe usato solo per perpetuare se stessa, e affidato a istanze altre, sovraordinate non solo in senso amministrativo, ma anche e soprattutto in senso morale (come le vicende della Commissione Santer, o il Qatargate, per fare due esempi, non dimostrano)! Purtroppo, anche l'accettazione di un meccanismo così assurdo e farraginoso è un frutto perverso della grillanza...
Il secondo è che siamo sempre al "pappagallo europeo". Mentre Samuelson (ma forse era Fisher) ci ricordavano che per fare un buon economista basta prendere un pappagallo e insegnargli a ripetere "domanda e offerta", voi ormai avrete capito che per fare un buon europeista basta molto meno: per l'europeista la domanda non esiste, esiste solo l'offerta, e, coerentemente, la spesa corrente non ha alcun valore, solo la spesa per investimenti fissi lordi va promossa in quanto accresce la capacità produttiva (salvo tagliarla selvaggiamente in modo prociclico, ma questo è un altro discorso). Ora, se ci fate caso, tutta la retorica della coesione, ma anche delle ripresa e resilienza, è basata sull'offertismo, un offertismo che spesso assume caratteristiche assurde, paradossali. L'esempio degli asili nido è sufficientemente eloquente. Per quanto sia plausibile che in molte realtà ce ne possa essere bisogno, resta il fatto che non è l'offerta di asili nido a far aumentare la domanda di figli (che se proprio vogliamo ricondurla a logiche economiche, magari dipende molto di più dalla stabilità delle prospettive di occupazione). Più in generale, la formazione di capitale fisico, se fosse depurata dalle scorie tossiche dell'ideologia green, avrebbe senz'altro un impatto sulla produttività in un Paese come il nostro, selvaggiamente devastato da un decennio di distruzione di capitale pubblico. Ma quello che manca sempre, in questa retorica dell'offerta, è il riconoscimento del ruolo della spesa corrente per la manutenzione e per l'esercizio del capitale fisico. Siamo sempre alla stessa storia: non è mettendo dieci trattori su un campo che lo rendi produttivo. Servono anche i contadini, e quelli sono spesa corrente. Ma dalla retorica della "spesa corrente improduttiva" nessuno sembra disposto a uscire.
Qual è la sintesi di questo lungo discorso che mette insieme cose che sapevate, e cose che forse vi e ci erano sfuggite? La sintetizzerei così: siamo in una fase in cui paradossalmente possiamo permetterci l'euro, ma non l'Unione Europea. Il primo, dopo la svalutazione interna portata avanti dal PD, in tutta evidenza non è un ostacolo alla nostra competitività, anche se ovviamente resta un freno alla nostra crescita (in quanto vincolo esterno). La seconda, però, continua a determinare distorsioni allocative e a imporre indirizzi politici fallimentari (limitandosi al campo dell'economia). Restituire al popolo la sua sovranità significa anche e soprattutto sottrarla ai bandi. Ma se mi giro intorno, sono veramente pochi, pochissimi, quelli che come me considerano assurdo questo meccanismo per cui i nostri soldi ci vengono restituiti solo se decidiamo di farci quello che altri decidono per noi. A fronte di un'assurdità simile il problema di quali sia l'unità di conto passa in secondo piano. Riprendere in mano il nostro destino è un compito più complesso di come vi viene presentato da intellettuali inesperti ed avventizi, e in questo l'esperienza del "territorio", nel bene e nel male, è una scuola imprescindibile.
(...io ho una memoria pessima, ma annoto tutto. Non vedo l'ora di pubblicare il mio diario. Ma intanto ristampiamo Il tramonto dell'euro, e rileggiamo Finanziamenti comunitari...)
(...la libertà di scrivere su un blog che nessuno legge non ha prezzo: ma anche qui proprio tutto non è il caso di scriverlo!...)
I vizi come ogni uomo li hai tutti; FORSE in maniera ridotta hai l'avarizia,l'invidia, l'ira.
RispondiEliminaInteressante prospettiva, però secondo me va ritoccata: sono senz’altro iracondo.
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