lunedì 27 giugno 2022

QED99: senatori a disagio e altre storie

Fedeli al nostro principio di non occuparci dell'attualità, che è l'unico modo per anticiparla (come mi accingo a dimostrarvi), tralascio il commento del fatto del giorno (l'esito del voto amministrativo), che per quel che mi riguarda può essere riassunto da questo tweet:



(ovviamente su questa antropologia ci sarebbe molto da discutere e altrettanto ovviamente in questo blog se n'è ampiamente discusso) per tornare sul nostro ultimo post, quello in cui ci si interrogava sui misteri della fede contabile.

Tre giorni fa, cioè quattro giorni dopo il nostro post, l'ANSA ci informa che:



i senatori provano "disagio" (vedi il dizionario).

Ci sarebbero molte considerazioni da fare, per chi il Dibattito lo ha seguito. Potremmo ad esempio chiederci perché colleghi che hanno plaudito all'austerità quando qui, fedeli al nostro compito di essere inattuali, annunciavamo come sarebbe andata a finire, ora si dissocino in disordine e senza speranza dal metodo di governo che hanno rivendicato con tanta orgogliosa sicurezza. Potremmo anche ricordare che l'applicazione di questi occhiuti controlli non ha impedito al debito di esplodere proprio a partire dall'approvazione della legge che nel 2012 che ha introdotto il cosiddetto "pareggio di bilancio" in Costituzione (e se una legge non funziona, forse andrebbe cambiata - dico forse, eh!).

Per aiutarvi ad anticipare, però, vorrei svolgere con voi due considerazioni forse meno ovvie, ragionando brevemente con voi di teoria lamarckiana delle élite, e di marchettificio. Sono considerazioni che ho avuto modo di esporre nel corso dell'ultimo weekend a diversi imprenditori e professionisti del mio collegio territoriale, saggiandone la resistenza dialettica, e qui ve le offro, a voi che siete il mio collegio digitale.

Partiamo dalle élite.

Dato l'argomento, potreste legittimamente supporre che l'aggettivo "lamarckiano" si riferisca a Roberto IV de La Marck, duca di Bouillon, conte di Braine, signore di Sedan e di vari altri luoghi, nonché maresciallo di Francia e capitano dei cento svizzeri della guardia reale (questo e altri dettagli sulla sua famiglia qui). Più élite di lui! Scelto per comandare un corpo scelto: se élite viene da eligere, cioè da scegliere, non potremmo trovare esempio migliore!

Ha un solo difetto: non c'entra nulla con quello che volevo dirvi. La mia personale teoria delle élite non è lamarckiana nel senso di Robert ma in quello di Jean-Baptiste, il Lamarck del collo delle giraffe, per capirci, quello che: "l'uso sviluppa l'organo".

Ecco, appunto: se l'uso sviluppa l'organo, un Paese colonizzato fatalmente avrà élite di qualità scadente, per il semplice motivo che a mano a mano che si restringono i suoi spazi decisionali, compressi da condizioni e condizionamenti (quelli che voi chiamate "condizionalità") della più svariata natura, cioè a mano a mano che diminuiscono le scelte da fare (perché sono fatte altrove), l'organo che deve farle, cioè l'élite, si atrofizza. Le élite italiane sono ampiamente atrofizzate. Episodi come quello stigmatizzato da Liturri su La Verità di ieri:

(la tardiva notifica alla DG COMP della misura "Decontribuzione sud") sono all'ordine del giorno e sono sintomatici di questa atrofia (si potrebbe ragionare sul caso MPS, ad esempio...).

Ci viene detto che se non siamo in grado di difendere i nostri interessi in "Europa" è colpa nostra, perché non andiamo in quelle sedi a difendere i nostri interessi. Ma si dimentica sempre di dire che chi per lavoro dovrebbe difenderli, questi interessi, non ha alcun incentivo, neanche economico o di carriera, a farlo, perché appartiene a un blocco di potere che trae la propria legittimità dal compiacere i voleri del podestà straniero.

Capite bene che la sfida intellettuale, culturale, antropologica che questo stato delle cose pone si situa a un livello sideralmente distante dalla pur comprensibile ottusità di chi "voto PD perché la punturina" (vedi la prima figura di questo post). Vorrei solo ricordare, per far capire ai petulanti di che cosa stiamo parlando, che i contratti sul noto siero della discordia sono contratti europei, fatti e segretati in Europa. Ora che i petulanti hanno capito che stiamo parlando anche dell'unica cosa che interessa loro, nella loro tardiva presa di coscienza, possiamo riprendere il nostro cammino, lasciando che i bambini continuino a prendere a calci la gamba del tavolo sul cui spigolo hanno sbattuto la testa perché erano distratti (da trent'anni, ma va bene così).

Per cambiare questo stato di cose occorre un lavoro lento e paziente. Se i tempi di questo lavoro non sono compatibili con gli umori dell'elettorato, questo lavoro non arriverà a compimento. Non è un mio problema: sono anni che qui descriviamo le più varie sfaccettature politiche, sociologiche, antropologiche, perfino neurologiche del fenomeno! E conseguentemente sono anni che qui ci siamo rassegnati a un dato: se uno stato delle cose insostenibile è anche irreversibile (così ci è stato detto) la transizione verso uno stato sostenibile sarà necessariamente traumatica. Ci siamo anche raccontati più volte che per attenuare le conseguenze di quel trauma sarebbe stato meglio se ci fosse arrivati con (i) una presa di coscienza più ampia possibile e (ii) una presenza minima di senzienti (cioè di persone in grado di capire le dinamiche profonde in atto e quindi di anticipare gli eventi) nelle istituzioni. Tuttavia, dal bilancio degli ultimi due anni traiamo due considerazioni relativamente nuove: intanto, per quanto ampia possa essere la presa di coscienza, non potrà mai esserlo abbastanza in un contesto in cui il controllo dei media è della controparte e i social media sono sempre più soggetti a censure e inquinamenti di vario tipo (un bel pezzo dei "nonvivotopiuuuh", come vi ho più e più volte dimostrato su Twitter, sono parte di questo  inquinamento, trattandosi per lo più di gente che non ci ha mai votato - tralascio anche il fatto che non avendo mai voluto il consenso non ho nemmeno più "e sti gran cazzi!?" da offrire loro in risposta...). Aggiungo, sul tema "presa di coscienza", che l'autentica presa di coscienza è quella promossa da solidarietà: insisto sul fatto che chi si sveglia perché sono venuti a mettergli le mani addosso sotto questo profilo è e resta totalmente inutile. Sul tema "contenuto minimo di senzienti", l'esperienza fatta dentro la macchina ha luci ed ombre. Le persone consapevoli sono un po' ovunque e nei ruoli più svariati, ma metterle in rete è un compito arduo se non impossibile, in primo luogo perché una visione alternativa del Paese, quella di un Paese non colonizzato, è soggetta ovunque a uno stigma sociale di fronte al quale quello di cui tanti ultimi arrivati si lamentano è poca cosa (e qui dovreste saperne qualcosa, e forse dovreste aver finalmente capito che declassare il patriottismo a sovranismo non è stata un'idea geniale, come spiegato a suo tempo). Aggiungo che è difficile anche solo quantificare il contenuto minimo di senzienti organizzati necessario per fare un lavoro che vada oltre la dimensione testimoniale, che possa incidere sulle scelte cruciali. Certo, in alcune situazioni anche un singolo uomo può fare la differenza, nelle piccole come nelle grandi cose (esempio recente: se non mi fosse venuto in mente di farvi leggere la bozza di relazione finale della Commissione amore, con tutte le cose che ho da fare, sarebbe passato un documento che esortava ad assoggettare i fondi europei alla "lotta contro l'odioh" e propugnava l'istituzione di una authority "contro l'odioh"). Resta il fatto che la trasmissione efficiente di un indirizzo politico richiede il coinvolgimento di una quantità sterminata di persone, il che ci riporta a una considerazione qui più volte svolta: con buona pace del racconto moralizzante e irenico di quelli che si vantano di aver vinto una guerra che il Paese aveva perso, l'Italia è stata ricostruita coi e quindi (anche) dai fascisti, e così la costruzione di una nuova autonomia strategica non potrà prescindere dall'apporto di quelli che stavano tanto bene in un paese ad autonomia ridotta. Vedo che invece sui social continua a prevalere l'atteggiamento sillano-grillino della "lista di proscrizione". A Silla non è andata bene e a Grillo non sta andando meglio, ma si sa che la storia insegna ecc. Qui però qualcosa abbiamo imparato, e quindi, oltre a proseguire nell'ammagliare la rete sparsa di chi è consapevole, impariamo a relazionarci con gli inconsapevoli, nell'attesa di doverli coinvolgere.

Sempre sperando che a quel punto il loro collo si allunghi, cioè, fuor di metafora (altrimenti i norimberghisti equivocano), che dovendo prendere finalmente delle decisioni, maturi rapidamente in loro l'orgoglio e la capacità di farlo.

Proseguiamo (rapidamente) col marchettificio.

Nessuno può sospettarmi di antipolitica: tutta la battaglia culturale (persa) di questo blog è stata indirizzata a mettervi in guardia contro una cosa ovvia: in una democrazia parlamentare chi scredita il Parlamento lo fa per privare il popolo della capacità di incidere sull'indirizzo politico del Paese. Al termine di questo degrado ci siamo trovati con un Governo che esplicitamente indirizza il Parlamento e esplicitamente rifiuta di accettare gli indirizzi parlamentari. Il giochino dell'antipolitica, oltre a essere ovvio, è anche del tutto scoperto: si squaderna ogni giorno davanti ai vostri occhi, ma sono pochi, veramente pochi quelli che non si lasciano distrarre, e sarei tentato, se non mi fossi imposto per metodo di non farlo, di pensare che siamo oltre il punto di non ritorno. Fatta questa premessa, vorrei dire che la levata di scudi contro la Ragioneria a campagna elettorale iniziata (ma come? Non è finita? No, è iniziata! Visto che siete sempre in ritardo?...) si presta in effetti a essere interpretata come una difesa strumentale del "marchettificio", e forse, per essere totalmente onesti, lo è. Se il Parlamento fosse effettivamente favorevole a una (o più) misure cui il Governo oppone la mancanza di risorse, potrebbe anche decidere di votare contro il parere del Governo, come più volte ha fatto. Del resto, il grafico del post precedente ci chiarisce il mistero per cui in assenza di uno scostamento di bilancio degno di questo nome si siano però trovati "nelle pieghe del bilancio" svariati miliardi per sovvenire alle più varie esigenze (in particolare, all'aumento dei costi dell'energia). Le risorse se si vuole si trovano. Ma allora, perché il Parlamento non si impone?

In parte credo dipenda dalla natura esageratamente ibrida di questa maggioranza, che rende sostanzialmente impossibile trovare un tema comune sufficientemente forte da giustificare un'opposizione trasversale, o comunque la creazione di una maggioranza alternativa, tant'è che quando si è riusciti a mandare sotto il Governo lo si è fatto su temi che avevano una  loro trasversalità geografica... L'idea di farsi dare la croce addosso da tutti i giornali per un atto di ribellione non sufficientemente "resistente" spiace ai gruppi, e quindi invece di prendere in mano la situazione ci si lamenta. Fatto sta che quando queste critiche vennero espresse più di due anni or sono dal nostro capogruppo, non si riuscì a trovare un gran consenso, anzi!

Ci sarebbero poi altre considerazioni da svolgere sulla disciplina di partito e sul PNRR. Ma le faremo più tardi: ora iniziano le riunioni...

martedì 21 giugno 2022

Non ci sono i soldi

Questo:


è un grafico che mi tengo aggiornato utilizzando i dati, che vengono pubblicati qui. L'interpretazione non è immediata. Certo, nel primo anno di pandemia (marzo 2020) la liquidità del Tesoro ha fatto un pericoloso tuffo verso il basso. Da agosto 2020 in poi, però, ci siamo trovati quasi sempre oltre i risultati dei due anni precedenti, e in crescendo (anche nel 2022), il che ovviamente è coerente col fatto che le entrate tributarie, diminuite del 5.3% nel 2020, sono poi aumentate del 10,8% nel 2021.

Ovviamente la liquidità non è fatta solo da quanto entra, ma anche da quanto (non) esce. Quando mi dicono che "non ci sono i soldi" annuisco compunto. La liquidità che vedete magari non c'è, nel senso che è impegnata per sussidi che poi non verranno dati perché non vengono fatti i decreti per erogarli (anche se l'ultima relazione sull'attuazione del programma di Governo, che risale a gennaio, indica una cospicua diminuzione dello stock di provvedimenti inattuati), dopo di che magari si deciderà che ci si è dimenticati degli annunci fatti e quindi "nelle pieghe del bilancio" si annuncerà come sussidio t+n quanto non è stato speso dell'annunciato sussidio t.

La contabilità di Stato resta per me una materia misteriosa, in qualche modo sacerdotale: ha la sua Chiesa, che è la RGS, e il suo clero, austero e autoreferenziale come si conviene.

Intanto, i numeri sono questi.

domenica 19 giugno 2022

Reati d'opinione

"Che cos'è la destra, che cos'è la sinistra?" canticchiava quello (alla fine, esaminandolo bene, scopriremo che era un antesignano della psyop grillina...).

I reati d'opinione una volta erano tendenzialmente "di destra", nel senso che si riteneva, quando la sinistra rappresentava "er popolo", che reprimere il dissenso convenisse appunto alla destra. La lettura del documento conclusivo della Commissione Segre ci fa capire che al cambiare del blocco sociale di riferimento del PD, i reati d'opinione sono diventati "di sinistra", nel senso che è del tutto evidente come la sinistra odi il web perché non riesce a controllarlo, le imputi quindi di aver perso tre elezioni fondamentali per lei (il referendum sulla Brexit, le elezioni USA del 2016 e il referendum di Renzi), e voglia censurarlo in ogni e qualsiasi modo possibile.

Da qui tutte le fumisterie sui "discorsi d'odio" e sull'introduzione di un reato d'opinione ad esse afferente.

Eppure molti auditi, sia nelle loro relazioni che rispondendo alle domande, hanno chiarito che in effetti contro le fattispecie che si vogliono far ricadere sotto l'ombrello del discorso d'odio esistono già presidi civili e penali.

L'elenco degli auditi è qui e le mie domande in tal senso sono state formulate soprattutto qui.

Potreste dare un'occhiata e eventualmente segnalarmi qua sotto qualche passo che avvalora questa ovvia realtà: già oggi istigare qualcuno a delinquere, o ingiuriarlo, o aggredirlo, o lederne la dignità (ecc. ecc. ecc.) sono fattispecie sanzionate dall'ordinamento?

Grazie.

(... dovrei occuparmi di altro...)


venerdì 17 giugno 2022

Unione bancaria: a che punto siamo?

Uno de passaggio ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il debito di Schrödinger":

Nel pressoché completo disinteresse del dibattito pubblico, ieri una decisione importante è stata assunta – col consueto tocco felpato - dall’Eurogruppo (che, d’altro canto, non essendo un organo previsto dai Trattati europei, non decide nulla e quindi non deve rendere conto a nessuno di quello che non decide…).

In uno slancio exoterico, provo a volgarizzarne i principali contenuti:

  • il terzo pilastro dell’unione bancaria, quello ancora mancante, è rinviato sine die: non ci sarà dunque nessuna assicurazione europea sui depositi;
  • si interverrà sul secondo pilastro, quello relativo alla gestione delle crisi bancarie. Nello specifico, in ossequio alla logica del level playing field, la Commissione europea presenterà una proposta per estendere l’applicazione della normativa sulla risoluzione e sul bail-in anche alle banche di dimensione medio-piccola, finora di fatto esonerate.

Questo significa che, mentre fino ad oggi le banche medio-piccole, in caso di crisi, non vengono sottoposte alla procedura europea di risoluzione e alla conseguente applicazione del bail-in, ma alla meno penalizzante procedura italiana di liquidazione coatta amministrativa, presto non sarà più così. 

Certo, la procedura europea che si applicherà a queste banche non sarà esattamente la stessa di quella prevista per le banche più grandi, ma saranno apportati correttivi e adattamenti, che saranno oggetto del negoziato europeo che seguirà la proposta della Commissione. Chi, però, “come quei c’ha mala luce”, legge “le cose che ne son lontano”, già può intravedere nel comunicato stampa dell’Eurogruppo la direzione in cui andrà la nuova legislazione:

1. sarà allargata la platea dei creditori bancari chiamati ad assorbire le perdite in caso di dissesto della banca: fino ad oggi, in caso di liquidazione coatta amministrativa, hanno pagato solo gli azionisti e i creditori subordinati, da domani – in ossequio alla logica del bail-in – forse saranno chiamati a contribuire anche i creditori chirografari (gli obbligazionisti ordinari) e chissà, magari … pure qualche titolare di depositi di importo superiore alla soglia di assicurazione di 100 mila euro;

2. come alle grandi banche, anche a quelle medio-piccole sarà richiesto di emettere un’adeguata quantità di obbligazioni (subordinate e ordinarie) su cui poter scaricare le perdite in caso di crisi, in ossequio alla logica del MREL. Mentre però le grandi banche possono dotarsi di questo cuscinetto di obbligazioni sopportando costi di finanziamento relativamente contenuti (certo, per le grandi banche italiane meno contenuti che per le grandi banche tedesche o francesi), per quelle medie e piccole, abituate a finanziarsi con depositi e altri fondi raccolti presso la clientela al dettaglio, presentarsi sui mercati dei capitali all’ingrosso sarà presumibilmente un massacro che ne incentiverà l’aggregazione, ossia l’acquisizione da parte di qualche player più grosso, magari straniero;

3. sarà prevista la possibilità di contribuire al ripianamento dei dissesti bancari da parte dei due fondi mutualistici finanziati dagli istituti di credito, ossia il fondo di risoluzione europeo e i fondi nazionali di assicurazione dei depositi. Il primo, benché finanziato da tutte le banche europee, è gestito arcignamente dal Single Resolution Board a Bruxelles, che lo ritiene utilizzabile solo nell’eventualità di un dissesto a rilevanza sistemica (ossia, di una grande banca francese o tedesca) e quindi presumibilmente non sarà accessibile nel caso di fallimento di una banchetta italiana (non lo è stato quando fallirono le due banche venete e dovette pagare lo Stato, figuriamoci in caso di banche più piccole). I secondi sono proprio loro, i fondi nazionali che sono intervenuti finora spesso e volentieri nell’ambito delle recenti crisi domestiche (Carige, Popolare di Bari, etc.) nonostante il contrario avviso della Commissione europea (che, come poi accertato dai giudici europei, erroneamente li assimilava agli aiuti di Stato), e che avrebbero dovuto essere messi in comune nell’ambito della mai realizzata assicurazione europea sui depositi. In ossequio alla logica del minor costo, tuttavia, anche il margine di intervento di questi fondi sarà ridotto rispetto allo status quo, il che ci riporta sopra ai punti 1. e 2.;

4. sarà ulteriormente ridotta la possibilità per lo Stato di intervenire in un’ultima istanza per ripianare un dissesto bancario in ossequio alla logica del divieto di aiuti di Stato.

Insomma, soventi le oneste e ben create coscienze non vedono la frode: vigilate.

Pubblicato da Uno de passaggio su Goofynomics il giorno 17 giu 2022, 15:53


(...tranquillovigiliamo anche su questo...)

giovedì 16 giugno 2022

Gli emendamenti

Non posso nascondervi la mia preoccupazione, ma prima desidero ringraziarvi per i molti spunti che mi avete dato con la lettura delle conclusioni della Commissione amore. Queste 45 pagine uscite dal nulla (in molti sensi) e piene di insidie me le sarei dovute leggere mentre studiavo gli emendamenti alla riforma della Giustizia, le relazioni del seminario istituzionale sul disegno di legge "anti-Mediobanca" (spiegazioni qui), ecc. Molte cose che avete visto voi erano sfuggite a me e ai miei colleghi, tutti distratti da mille incombenze (che diventeranno duemila nel Parlamento dimidiato) e vi sono grato di avermele evidenziate.

La preoccupazione però c'è ed è tanto maggiore quanto più mi addentro nelle pieghe del documento.

In un periodo in cui i presidi costituzionali sono stati intaccati, quando non sbriciolati, dal principio della pretesa primazia del diritto comunitario (un principio che altri Paesi ben si guardano dall'applicare, come dimostrano le ricorrenti vicende tedesche), in un periodo in cui i nostri sistemi basati sul diritto romano si stanno metamorfosando, ad opera delle "termiti comunitarie" di cui ci parlava Giachetti, in sistemi di common law in cui la giurisprudenza di corti cui si accede non si sa bene come fa premio sui nostri codici, anche atti di soft law apparentemente innocui come le conclusioni di un'indagine "conoscitiva" sono potenzialmente tossici: possono creare precedenti, indicare direzioni, essere presi a riferimento per la stesura di norme di rango superiore, essere cioè interpretati come atti di indirizzo non essendolo (non essendo cioè né mozioni né risoluzioni, elaborate secondo certi principi e certi presidi regolamentari).

Se vogliamo, formalmente è quello che è successo con la delega fiscale, dove il famoso "documento delle Commissioni" è stato spesso citato come atto di indirizzo (non essendolo) solo perché convalidato da un voto finale. Ma c'è una differenza sostanziale, e, come tutte le differenze sostanziali, è stata l'uomo a farla. Per elaborare quell'atto di indirizzo che non era un atto di indirizzo il presidente Marattin, che qui abbiamo criticato in lungo e in largo per tanti anni, ha avuto la correttezza e lo scrupolo di creare un percorso condiviso, articolato in tempi congrui, iniziato a fine marzo dalla condivisione dell'indice della relazione finale (che qui invece è arrivato per ultimo), documento essenziale utile per individuare i nuclei tematici da vagliare politicamente, e proseguito a partire dal 13 aprile con la discussione in Commissione di ogni singolo punto dell'indice (previamente condiviso in Commissione), una discussione che dal 13 aprile si è prolungata fino al voto del 29 giugno.

Per la riforma del fisco, che incide solo sulle nostre tasche, ci sono stati dati 77 giorni di riflessione, con la volontà di giungere a una soluzione condivisa. Questa io la chiamo onestà intellettuale. Per temi che incidono su libertà primordiali come quella di espressione del pensiero e puntano pericolosamente verso la criminalizzazione del dissenso politico (come molti di voi hanno correttamente sottolineato) ce ne vengono dati 7, con l'evidente volontà di giungere a una soluzione non condivisa, cui si punta per il mero scopo tattico di strumentalizzare un nostro eventuale dissenso: "Avete visto? I fasheesti leghisti si astengono perché sono a favore dell'odioh!". Questa io non la chiamo, chiamatela voi, ma non ditemi come la chiamate, perché il tema non è questo.

Il tema qui è il seguente: al termine di un faticoso dialogo fra sordi, con una presidenza arrogante che continuamente interrompeva i colleghi che intervenivano e imponeva (senza recupero) tempi che poi essa stessa non rispettava, siamo riusciti ad aprirci uno spazio fino a lunedì 20 alle ore 13 onde depositare degli "emendamenti" che poi dovrebbero essere discussi in una seduta notturna alle 20 del 20. Cercherò di recepire e trasformare in emendamenti puntuali i vostri suggerimenti, e se volete provare a farlo voi ben venga (tipo: alla pagina X capoverso Y le parole da "sempremente" a "qualunquemente" sono soppresse; alla pagina Z capoverso W dopo le parole "i fascisti odiano e sono cattivi" aggiungere le parole "per fascisti si intendono ovviamente anche i leghisti e chiunque metta in dubbio la supremazia del diritto comunitario", ecc.).

Ma prima di farlo aspettate che vi metta a disposizione la versione definitiva, quella con l'indice, perché credo che i numeri di pagina in essa siano slittati (ripeto: Marattin aveva cominciato dall'indice, in Commissione antidiscriminazione ce lo hanno dato ieri sera).

Di tutti i sentimenti quello che prevale è la tristezza. In un blog nato all'insegna della carità, non si può non considerare con una profonda, immedicabile tristezza un'operazione che svilisce, strumentalizzandolo a fini di soppressione del dibattito democratico, un venerato simbolo che a tutti noi è caro, il simbolo di tutto quello che non vorremmo rivedere, e che sotto i nostri occhi impotenti e attoniti vediamo riproporsi, vediamo avanzare a passo dell'oca lungo una strada lastricata di buone intenzioni e agghindata di buoni sentimenti.

Tristezza e orrore.

Ma non bisogna mai arrendersi.

Vi giro più tardi il testo "definitivo". Occhio al tema dei gruppi target...


Aggiornamento delle 16:04: il testo (provvisoriamente) definitivo.


(...e già il fatto che questo documento sia infarcito di anglicismi la dice lunga, ma lasciamo stare...)

mercoledì 15 giugno 2022

Le conclusioni

Abbiamo parlato spesso dei lavori di una certa Commissione speciale da noi con affettuosa antifrasi definita "Commissione amore". Lo abbiamo fatto quiqui, qui e qui e su altri canali in altre occasioni. Dopo poco meno di un anno di lavori condotti come ho spiegato qui, la Commissione ha prodotto il suo documento finale, che dobbiamo esaminare in una (1) settimana, e trovate qui.

Pregherei chi avesse un po' di tempo a disposizione, magari perché disoccupato, o perché sospeso dal lavoro per i noti motivi, o (ma saranno pochi) perché in vacanza, di dare un'occhiata al documento e di dirmi che cosa ne pensa entro le 19 di oggi.

Alle 20 avremo la discussione (l'unica seduta di discussione in un anno di lavoro su un tema così controverso, a testimonianza del fatto che quello che interessa alla Commissione è semplicemente avvalorare una petizione di principio), e il 22 dovremo votare.

Non aggiungo altro.

Se ci siete, battete un colpo, e fatemi qui la vostra dichiarazione di voto.

lunedì 13 giugno 2022

Il debito di Schrödinger

Oggi le agenzie riportano questa esternazione del professor Giavazzi (un vecchio amico del blog):


Dice: "E qual è il problema? Sono affermazioni sbagliate?"

No, tutt'altro! Sono quasi tutte giuste, soprattutto per la parte che distingue fra inflazione da offerta e da domanda, che qui avevamo chiarito quasi quattro mesi fa.

Dice: "E allora? Vuoi insinuare maliziosamente che è strano che il professor Giavazzi dica una cosa giusta!?"

No, assolutamente no, non è affatto strano. Ogni tanto gli capita (come del resto capita anche a me), e un altro famoso esempio è questo:


(ma potrei anche citare questo, di cui purtroppo non si parla più: vedi infra).

Dice: "Embè? Allora vuoi solo farci capire che tu sei più fico perché ci arrivi prima di lui? Mi sembra un atteggiamento un po' immaturo, poteva andare bene qualche anno fa, quando il blog aveva un'intonazione goliardica, ma ora...".

Figuriamoci! Anzi! Ho altro da fare che affermare una mia presunta supremazia intellettuale su colleghi accademici. Purtroppo ho abbandonato, temo per sempre, le fatine dell'ANVUR e della VQR (ieri mi sono dovuto intrattenere con loro, forse per l'ultima volta, in compagnia dello sherpa Romeo: gli addetti ai lavori capiranno...). Ora, purtroppo o per fortuna, ho altri obiettivi: penso positivo e propositivo, perché questo deve essere lo spirito del bravo parlamentare di maggioranza.

O no?

Comunque, i conti sono presto fatti, linearizzando. Se 2471 giorni fa il professor Giavazzi ci ha messo 1391 giorni per arrivare da dove eravamo partiti (cioè dalla constatazione che la "crisi del debito sovrano" da tutto  dipendeva tranne che dal debito sovrano), e oggi (cioè 2471 giorni dopo) ci ha messo solo 113 giorni per raggiungerci sulla constatazione che una politica monetaria restrittiva è inefficace e controproducente contro l'inflazione da offerta, vuol dire che ogni 2471 giorni il professor Giavazzi colma di 1391-113 = 1278 giorni il gap che ci separa, il che significa che fra 218 giorni saremo perfettamente in sincrono, e dal 18 gennaio 2023 dovrò rassegnarmi ad essere io il follower (quello che arranca).

Me ne farò una ragione: l'importante non è chi arriva primo a dire la cosa giusta, ma che si limiti il numero di lievi imprecisioni in circolazione.

A questo proposito, purtroppo, devo però far notare che un problemino c'è.

Sarebbe trascurabile, potremmo e forse dovremmo passarci sopra, ma qui abbiamo sempre avuto scrupolo di attenerci alla verità dei fatti, quindi una sottolineatura dobbiamo farla. Il Giavazzi che a settembre 2015 "il problema non è il debito pubblico" (e infatti non lo era stato) era però lo stesso che nel 2011 "dobbiamo mettere un'imposta progressiva sui redditi da capitale perché il debito pubblico è un problema":


e credo sia anche lo stesso che oggi ci dice che il PNRR (che è debito) farà scendere lo spread che è causato... dal debito (!), che quindi... è di nuovo un problema:


Questa cosa del debito di Schrödinger, che fa calare lo spread mentre lo fa crescere, è oggettivamente bellissima. Siamo all'economia quantistica, che è, lo ammetto senza remore, qualcosa di esteticamente superiore alla piatta e grigia economia quantitativa cui qui siete stati avvezzi in tanti duri anni di (vostro) apprendistato!

E quindi?

E quindi ho come la sensazione che su alcune questioni veramente di sostanza, come questa:


(che poi non era lontana dalle posizioni del compianto David Sassoli) non si voglia o non si riesca ad incidere, a causa di rapporti di forza sfavorevoli da cui nessuno scudo reputazionale vero o presunto può proteggerci, e che questa contraddizione di fondo si riverberi, giù per li rami, rampollando di fronda in fronda una pletora di altre contraddizioni che, se la situazione del Paese non fosse disperata, sarebbero anche divertenti.

Ma purtroppo la situazione del Paese non induce all'allegria.

E allora?

E allora niente: ne abbiamo parlato per un decennio, non fatemi ricominciare da capo...

Good night and good luck!

sabato 11 giugno 2022

Disastro Brexit

Eggnente... la ruota gira, e ci riporta esattamente a 10 anni fa: stessa battaglia, stessa retorica, stessi protagonisti. Piccola differenza: qualcuno ha avuto (grazie a voi) l'opportunità di crescere e di progredire nella conoscenza dei fatti e delle cose. Altri no. Non sarà molto, ma non è solo una soddisfazione personale: è anche un progresso politico.

Ci pensavo leggendo questo tweet, risalente a tre anni fa, di un nostro caro amico:


Qualcuno me lo ha portato nel flusso del discorso (onestamente, non ricordo chi: era tre giorni fa a Palermo) e io mi ci sono fatto una risata sopra. A seguire, si è innescato un simpatico dibattito:


che ha molto il sapore di quelli di dieci anni or sono. Ovviamente sono andato a controllare, e:


Ops! Una iscritta pandemica!

Non l'ho ancora schiantata, non perché creda particolarmente convincente o rilevante la sua spiegazione:


(che pure sarebbe un interessante caso di studio da sottoporre a Twitter in Commissione amore - se Twitter rispondesse alla convocazione, cosa che non fa per motivi che vi ho spiegato altrove), ma perché credevo fosse più utile, visto che è passato un po' di tempo, andare a vedere insieme che cosa è successo alla Gran Bretagna ora che, oltre allo "shock" della Brexit, abbiamo avuto anche quello della pandemia.

Per farlo utilizzo il Pil pro capite a parità di potere d'acquisto, estratto dai conti nazionali trimestrali dell'OCSE, reperibili qui. Per la precisione, la variabile utilizzata è questa: HVPVOBARSA - Per Head, US dollars, volume estimates, fixed PPPs, OECD reference year, seasonally adjusted (Pil pro capite in dollari Usa ai prezzi costanti con anno base OCSE, espressi in parità di potere d'acquisto con coefficienti fissi e destagionalizzati).

I dati sono questi:


e ci dicono quello che è ovvio: ha fatto molto meno male la Brexit agli inglesi che l'austerità a noi! Infatti, mentre in occasione del 2016 non si nota alcuna visibile flessione del Pil pro capite britannico (la spezzata gialla), è immediato verificare che dal 2012 in poi, cioè dall'inizio della stagione dell'austerità, l'Italia e la Francia subiscono una flessione del Pil mentre il Regno Unito se ne va dritto per i fatti suoi. Quindi, se nel 2010 il Pil pro capite a parità di potere d'acquisto in UK e Francia sostanzialmente coincideva ed era praticamente identico alla media dell'Eurozona, con l'Italia poco sotto e la Germania molto sopra, dal 2013 si vede che l'Italia ha fatto un tuffo, tirandosi dietro la Francia e quindi la media dell'Eurozona, mentre il Regno Unito tira dritto. Si approfondisce così un divario che non viene più recuperato fino allo shock pandemico e oltre.

La possiamo mettere anche in un altro modo, rapportando alla media dell'Eurozona i Pil pro capite nazionali (tanto sono espressi nella stessa unità di misura). Otteniamo questo risultato:


che ci racconta le stesse cose in modo forse più espressivo. Cominciando da casa nostra, noi nel 2010 partivamo da un Pil pro capite vicino al 97% del valore dell'Eurozona, e da allora abbiamo perso posizioni in modo pressoché costante, con una specie di plateau fra 2015 e 2016 (rimpiangeremo Renzi?). UK e Francia erano vicini al 100%, poi UK ha decollato quando è iniziata l'austerità. Esprimendo il suo Pil pro capite in rapporto a quello dell'Eurozona vediamo che in effetti nel 2017 una flessione c'è stata: nel trimestre del referendum il Pil pro capite inglese era attorno al 104% di quello dell'Eurozona, per poi scendere attorno al 102% nel 2017, e stabilizzarsi. Si vede però che dopo lo shock pandemico la Germania ha cominciato a flettere, mentre UK ha recuperato con una relativa scioltezza (il rimbalzo della Francia però è stato più pronunciato). Sintesi: uno shock si vede (misurato in termini di Pil dell'Eurozona), ma non è così rilevante e la capacità di ripresa dell'economia britannica sembra lievemente superiore a quella di altre economie (come la nostra e forse anche la francese).

Vediamo allora i dati in un altro modo, cioè fatta pari a 100 la prima osservazione:


Qui conviene partire dalla fine: il Regno Unito (linea gialla) è il secondo Paese per crescita nel periodo fra il primo trimestre del 2010 e il primo trimestre del 2022. Quello che è rimasto più indietro è il nostro, poi c'è la Francia, poi la media dell'Eurozona, poi il Regno Unito, poi la Germania (che negli ultimi tre trimestri arranca).

I dati espressi sotto forma di indice permettono di apprezzare meglio la lieve flessione della crescita nel 2017, quella che determina l'arretramento dal 104% al 102% della media dell'Eurozona visto nel grafico precedente. Ma mi sembra chiaro come i problemi in termini di crescita siano altrove.

Povera Favoletta! La sua favoletta coincide (chissà perché?) con le esternazioni di un importante economista italiano, che però, a loro volta, non coincidono con i dati forniti da un'importante organizzazione internazionale.

Credo che scegliere non sia molto difficile, e ricordate: fino a un anno dopo la fine dello stato di emergenza (e quindi fino a tutto marzo 2023) gli iscritti a Twitter dopo il gennaio 2020 conviene bloccarli... e il termine è prorogabile!

venerdì 10 giugno 2022

QED 98: i tassi schizzano

Nel QED 97 avevamo ricordato che l'inflazione da offerta esiste e stava tornando a mordere (come da noi preconizzato nel 2020), sottolineando che le élite un po' scadenti di cui siamo dotati l'avrebbero gestita come fosse inflazione da domanda. In un contesto simile, dicevamo, la politica monetaria può solo creare problemi, non risolverli:


Avevamo ribadito la stessa ovvietà la settimana scorsa, ricordando che l'indicizzazione dei salari è uno degli strumenti di gestione dell'inflazione da offerta, ma naturalmente la strada percorsa sarebbe stata del tutto diversa, cioè quella giusta per altri e sbagliata per noi:


(perché bisogna sempre ricordare che "errori" come l'austerità o il rialzo dei tassi del 2008 - ma soprattutto quello del 2011 - non sono assolutamente errori: sono attacchi deliberati alla nostra economia).

La storia si ripete la prima volta come Trichet, la seconda come Lagarde, e quindi quanto da noi ampiamente anticipato da ieri è realtà:


cioè è l'ennesimo QED (quod erat demonstrandum), l'ennesima previsione azzeccata di questo blog.

Le conseguenze di certe dichiarazioni avventate premeditate non si sono fatte attendere:


(il tasso sui BTP a dieci anni rappresentato in figura lo trovate qui), e sono apprezzabili anche in una prospettiva di legislatura:


Il decennale è sopra a dove era arrivato quando "Borghi innalza lo spread" (ricordo che quello fu l'anno in cui l'Italia ebbe i conti pubblici più in ordine - nostro malgrado! - dell'ultimo decennio)! E ci siamo arrivati con una lenta ma costante ascesa, a testimonianza di quanto ricordavo a febbraio in un'intervista: quando le cose si mettono male, non c'è scudo reputazionale che tenga, soprattutto se esiste la ferma intenzione di metterle peggio. E qui le cose sono state messe male dall'inadeguatezza della risposta europea alla crisi, tutta green e distintivo, e le si vuole mettere peggio perché a differenza di quando venne fatto il primo tentativo di darci una spallata, con la famosa frase sul "chiudere gli spread", ora gli altri Paesi si percepiscono in sicurezza dalla pandemia, mentre percepiscono noi come sotto tutela e incapaci di reagire.

Inutile dire quale sia l'unica possibilità per difendersi: tenere duro per abbattere le élite che ci vogliono abbattere. Ci siamo andati molto vicini, negli ultimi anni (lo ricordate?): non è un obiettivo fuori portata. Ma naturalmente richiede che non vi affidiate a gentaglia, come il nostro amico Cotenna o altre comparse (come lui) di questo blog. Su questo, però, sono piuttosto fiducioso: credo che lunedì potremo scrivere un altro QED, e ho già in mente un titolo appropriato.

P.s.: ricordatevi dei referendum!

(...sullo schizzo dei tassi vi ricordo, se non l'avete studiata, la Peternomics...)

giovedì 9 giugno 2022

50 sfumature di...

Sei un caro amico.

Sai usarlo con appropriatezza?

Saprai utilizzare certe armi.

Sarà una cena amichevole.

Sarà utile condividere amicizie.

Sarebbe utile coinvolgere Ablerto.

Se unisci certe allusioni…

Se utile, considera altro.

Se utilizzi certe astuzie…

Se utilizzi certi agganci…

Segnalo una criticità apparente.

Sei un allocco certificato.

Sei un cazzaro assurdo.

Sei un cretino assoluto.

Sei un coglione allucinante.

Sei un coordinatore abile.

Sei un critico accanito!

Sembra una congettura azzardata.

Sembrerebbe un crudele accanimento…

Sento una certa arguzia.

Serenità, umiltà, curiosità, allegria.

Serve un consiglio accorto.

Serve una completa abiura!

Siamo una compagine agguerrita.

Siamo uniti con affetto.

Siamo uniti, compatti, agguerriti.

Siate uomini con audacia.

Sicuramente usi certe accortezze…

Siete umiliati, conculcati, abbattuti.

Siete una certezza, asini!

Siete unici, cari amici!

Sii uomo con ardimento.

Simpatia, umanità, competenza, affidabilità.

Simuli un contrasto assurdo.

Simuliamo un cortese apprezzamento.

Soffia una certa aria…

Soffro una crudele assenza.

Sollevi un conflitto apparente.

Sono un coriaceo antagonista.

Sono utili, concreti, appropriati.

Sosteniamo un candidato apprezzato.

Sostieni una cazzata allucinante.

Sostieni una cretinata assoluta.

Spero una concreta apertura!

Supereremo una congiuntura avversa.

Supereremo uniti crudeli avversità.

Superiamo uniti certe avversità.

Suscettibile un cazzo, amico!

Suscita una certa avversione.

Susciti una certa apprensione.


(...nello spirito sempre vivo del dizionario, alcune risposte utili per i tanti intelliggenti, pandemici, e gentaglia varia assortita che incontriamo su Twitter...)

(...ma soprattutto oggi queste alate parole vanno all'ANSA, che ci riporta così la vicenda occorsa ieri:

Si tratta ovviamente di una fake news, perché il ricorso della Lega non era contro "le circolari che raccomandano fortemente", ma contro la circolare che imponeva l'obbligo, cioè questa:


Alle 19:10 il nostro ricorso, cioè questo - che vi invito a leggere - è stato depositato al TAR. In tutta evidenza un'anima pia ha chiamato dal TAR i ministeri interessati, consigliando pro bono pacis di venire a più miti consigli, perché stavano per farsi del male inutile, e dopo circa un'oretta la circolare dell'obbligo è stata sostituita da questa:

Non credo ci sia molto altro da aggiungere. Simuliamo un cortese apprezzamento per i ministri che si sono arresi non tanto al buon senso, quanto alla competenza dei nostri amministrativisti, mentre ai migliori amici dell'uomo che si vuole informare rivolgiamo il nostro consueto augurio: siate unilaterali con attenzione, perché non può sempre andarvi bene, e questa volta vi è andata male...).

martedì 7 giugno 2022

Friendshoring

 Un paio di giorni dopo l'ultimo post, il Wall Street Journal prestigiosamente ci conferma che il "reshoring" costituisce una forma di pressione inflazionistica strutturale, aggiungendo un pezzo che nel nostro ragionamento avevamo dato per scontato, ovvero il fatto che uno dei motori del "reshoring", forse il più potente, non è tanto la constatazione dell'oggettiva fragilità "tecnica" di catene logistiche lunghe (quello che abbiamo chiamato l'effetto Ever Given), quanto la constatazione della loro fragilità geopolitica.

L'approccio sanzionatorio adottato in occasione del noto conflitto ha spaccato il mondo in due, credo deliberatamente, il che pone l'ovvio problema di comprare dagli amici e non dai nemici, per finanziare i primi e non i secondi:

Non si tratta quindi solo di riportare a casa le catene di produzione, ma anche, in subordine, di dislocarle presso Paesi "amici" (amici per quanto non è dato saperlo, ma questa è ovviamente un'altra questione), e un discorso analogo vale (ed è molto più evidente), anche per gli approvvigionamenti di materie prime.

Comunque, il Wall Street Journal è proprio preoccupato del fatto che con questo andazzo i Paesi occidentali rischiano di non poter più importare deflazione (dei prezzi) dalla Cina (non la nominano, ma sappiamo che parlano di lei):


il che ci pone di fronte alla solita domanda, quella che dovreste porvi tutti e sempre, e che invece non si pone nessuno, quasi mai: se preoccupa loro, dovrebbe preoccupare anche noi?

La risposta è nei grandi classici dell'economia, quella con la "E" maiuscola, a partire da altri dibattiti con la "D" maiuscola (bisogna risalire di almeno un secolo per trovarne), come questo. Grattando la deflazione dei prezzi si trova sempre quella dei salari. Ma senza andare tanto indietro, senza interrogarci su quanto la legge ferrea dei salari sia ancora attuale, e su quanto l'importare deflazione sia eventualmente stato funzionale a implementarla, basterebbe ricorrere al buonsenso: se una cosa preoccupa loro, non credo debba preoccupare noi.

E, del resto, qui ci siamo detti tante volte che non è forse un caso che il boom economico si sia avuto quando eravamo divisi da una cortina di ferro (oggi di seta), essendo ovviamente (questo va detto) dal lato relativamente fortunato della cortina.

Quello dei Friends, of course...

sabato 4 giugno 2022

Indicizzazione

 (...i "fatti di Genova" hanno avuto una certa rilevanza:


Personalmente non solo perdono e compatisco i "fattoni" che li hanno animati, ed esprimo loro vicinanza, nella loro consapevolezza, confusa e inesprimibile, di essere stati fottuti da chi avevano scelto come riferimento ideologico (l'asinistra), ma sono anzi profondamente grato loro per il successo che hanno assicurato alla nostra iniziativa politica, dandole il meritato risalto (siamo a oltre 18.000 visualizzazioni del mio intervento nella diretta Twitter del "deputato Borghi").

Ha avuto molto meno risalto, anche per mancanza di una diretta streaming, il discorso di Omegna, che  ai fatti di Genova era strettamente connesso, e che vi riassumo qui di seguito...)


To put things in perspective

Se lo scopo della politica fosse intercettare il consenso, questo blog non sarebbe mai stato un progetto politico, perché, come sa chi ci è passato e soprattutto chi ci è rimasto, il vostro consenso di lettori mi interessava quanto il vostro consenso di elettori: zero. Per questo motivo vi ho sempre parlato con onestà intellettuale, il che ad alcuni è piaciuto e ad altri no, ma non si può dispiacere a tutti.

Se però lo scopo della politica, invece che andare a brucare bovinamente le praterie del presunto consenso (oggi rappresentato da "il grande centro..."), fosse quello di indicare una direzione, di prefigurare scenari e di indicare le possibili strategie per gestirli, allora questo blog è, dalla sua nascita (cioè da quando previde il fallimento del Governo Monti) e senza averlo minimamente desiderato, praticamente l'unico laboratorio politico del nostro disastrato Paese, o almeno io non ne conosco altri dove una serie di sviluppi economici e politici siano stati anticipati con tanta inesorabile precisione.

Ve ne cito solo tre, e poi svilupperò l'ultimo: il primo è appunto il fallimento di Monti, previsto nel giorno in cui questi si insediò, il secondo è l'alleanza fra 5 Stelle e PD, prevista nel settembre 2016 (e tutti mi prendeste per matto), il terzo è il ritorno dell'inflazione, previsto a marzo 2020 e per i motivi che il Fmi ci ha poi spiegato col consueto ritardo nel 2022.

Stiamo parlando, ne converrete, di tre fatti marcanti di questo scorcio di secolo, se pure a diversi livelli di importanza.

Il fallimento dell'austerità, che ora tutti ammettono compunti mentre si apprestano giulivi a reiterarlo (old wine in sustainable bottles), è un fatto di rilevanza innanzitutto europea: fuori dall'Unione Europea nessuno è stato così tanto autolesionista, e i motivi oggettivi di questa strana torsione suicida sono qui stati discussi in lungo e in largo (non possiamo ogni volta ricominciare da capo, se qualcuno è interessato a recuperare ci sono delle buone letture, purtroppo sempre attuali). Certo, questo fatto europeo ha avuto rilevanza globale in quanto ha trasformato un pezzo un tempo florido di terre emerse nel buco nero della domanda mondiale (definizione qui introdotta a gennaio 2016 e qui illustrata a giugno 2016). Quello che nessuno vi ha detto (tranne i numeri che qui vi ho mostrato) è che la "stagnazione secolare" è in buona parte spiegata dal fatto che l'Eurozona abbia deciso di camminare col freno tirato...

La prevedibilissima (ma solo qui prevista!) fusione fra il partito delle banche e quello degli "useful idiots" è un fatto di rilevanza innanzitutto italiana, ma molti sembrano aver dimenticato quanto questa fusione sia stata determinante, anzi: "decisiva" (cit.) per le dinamiche politiche europee. Quelli che "votare non serve, non vi voto piuuuh!" mi pare abbiano dimenticato che se è grazie alla Lega che il talebano della decrescita, Timmermans, non è diventato presidente de jure della Commissione, d'altro canto è grazie ai 5 Stelle che ne è diventato il presidente de facto, per interposta signora von der Leyen. È stato quel pugno di voti "decisivi" a consegnare le nostre imprese, le nostre case, le nostre vite al delirio di una ideologia green a misura di sistema industriale franco-tedesco, che non a caso tante ferite sta portando al tessuto industriale del nostro martoriato Paese, è stato quel pugno di voti "decisivi", quel tradimento dell'interesse nazionale, a restringere seriamente il nostro raggio di azione politica. I voti sono numeri, il resto sono illazioni.

Il ritorno dell'inflazione, infine, è un problema di rilevanza globale. Lo abbiamo previsto in anticipo, e ora che tutti ci hanno raggiunto stacchiamoli di nuovo ragionando su cosa esso comporti in termini di scenari futuri, dividendo il tema in due: come andrebbe gestito, e come verrà gestito. Prima di affrontare questi due aspetti, però, vorrei spendere qualche parola su come e perché è lecito attendersi che l'inflazione sia destinata a essere un fenomeno se non strutturale, almeno molto persistente.

La persistenza dell'inflazione

A Genova, dopo il momento "fronte del porto", ho potuto godere di un più piacevole e altrettanto istruttivo momento "jet set" (ovviamente fuori dalle telecamere), incontrando a un evento privato alcuni imprenditori, fra cui alcuni lettori di questo blog (apro e chiudo una parentesi per farvi notare che in quella caricatura de "er popolo" incontrata al porto nessuno sapeva di questo progetto - altrimenti non sarebbe stato lì a fare il ragazzo pon pon del PD - mentre nella classe imprenditoriale vera qualcuno ci legge: lascio a voi le interpretazioni). Caso vuole che mi sia trovato seduto accanto a un illustre commentatore dei fatti economici e politici, uno di quelli abbastanza manovrieri da riposizionarsi per tempo su tanti temi. Ma la differenza fra "manovriero" e "anticonformista" c'è, e salta all'occhio: il manovriero passa tempestivamente da un conformismo al successivo! L'attuale conformismo è: "tranquilli, ora i prezzi delle materie prime scenderanno, e tutto tornerà come prima". L'amico manovriero cercava di convincermi, e io non cercavo di "sconvincerlo": la ragione, a Roma, sappiamo di chi sia, e per questo l'elargiamo a mani piene!

Qui fra noi, però, nel chiuso di questa stanza virtuale, approfittando del fatto che nessuno ci vede né ci ascolta, possiamo dirci almeno due motivi per cui l'inflazione sarà persistente, più uno per cui potrebbe esserlo: asimmetrie, transizione, reshoring.

Asimmetrie

Il primo motivo per cui l'inflazione da offerta tenderà a essere meno volatile (cioè più persistente) di quanto alcuni sperano è stato qui oggetto di tante ricerche: l'asimmetria della risposta dei prezzi, in particolare di quelli energetici, a shock nei costi delle materie prime. Semplificando, il noto fenomeno secondo cui quando il costo del petrolio sale il prezzo della benzina sale, e quando il costo del petrolio scende il prezzo della benzina non scende. Non è né una leggenda metropolitana né un discorso da bar: è un dato di fatto che abbiamo discusso qui, prima di pubblicarlo in fascia A qui:


Sempre con l'aiuto dell'associazione a/simmetrie (che con l'occasione vi invito a continuare a sostenere) abbiamo anche dimostrato che questo fenomeno non riguarda solo l'Italia, ma si presenta, in vario grado, in Europa, e negli Stati Uniti. La letteratura scientifica sul tema è vastissima, ma il nostro contributo non è stato lavoro inutile, visto che su questo tema le posizioni non sono del tutto univoche, come deve essere quando si parla di posizioni scientifiche, perché la scienza è democratica (i coglioni non lo sono, ma questo è un altro discorso).

Tornando a noi, questa asimmetria implica che anche qualora i costi delle materie prime tornassero alla casella di partenza, l'indice dei prezzi al consumo, che è il riferimento per il calcolo dell'inflazione, continuerebbe a crescere. Non è una novità: è quello che è sempre successo e che succederà anche secondo gli scenari come sempre rosei e (necessariamente) stilizzati del Fmi, che mi pregio di sottoporvi:


Come vedete, si prevede che l'indice dei prezzi al consumo continuerà a crescere nei prossimi cinque anni a una media del 2%, nonostante il prezzo al barile sia previsto in diminuzione a una media del 7% . Lo si vede meglio esprimendo gli stessi dati in tassi di variazione:


Da che dipende questo "strano" fenomeno? Se il reale è razionale, una spiegazione ci sarà, e in effetti non è difficile da comprendere. I motivi sono due:
  1. come ricordato sopra, quello che sappiamo della dinamica dei prezzi dell'energia ci dice che essi non scendono altrettanto rapidamente di quanto i costi calino (quando cala il barile, non cala subito il prezzo alla pompa),
  2. quello che sappiamo della formazione dei prezzi in mercati oligopolistici ci dice che un aumento dei costi variabili non viene immediatamente traslato sui prezzi per il consumatore finale. Una parte dell'aumento dei costi (inclusi quelli dell'energia) viene assorbita da riduzione dei margini: gli imprenditori si rassegnano a guadagnare di meno per non perdere quote di mercato.

Di conseguenza, quando il prezzo del barile scende, siccome quello della benzina scende meno, le imprese continuano a traslare progressivamente sui prezzi al consumo quella parte di aumento dei loro costi che non hanno traslato interamente e immediatamente a seguito dello shock. La combinazione di questi due effetti rende persistenti gli effetti sull'inflazione al consumo di uno shock di offerta anche transitorio. Non è una novità: è sempre andata così e si vede nei dati.

Guardate ad esempio l'andamento del prezzo al barile e dell'indice dei prezzi al consumo del nostro Paese:


Si vede molto bene come l'indice dei prezzi abbia continuato a crescere (inflazione positiva) anche mentre il prezzo del petrolio smetteva di crescere o addirittura scendeva in modo più o meno brusco. Lo si vede meglio, anche qui, se usiamo i tassi di variazione (che fra l'altro ci aiutano a confrontare correttamente gli ordini di grandezza):

La figura rappresenta la variazione percentuale tendenziale (mese su stesso mese dell'anno precedente) del prezzo al barile (in blu, scala di sinistra) e dell'indice dei prezzi al consumo (in arancione, scala di destra). Si individuano molto bene i noti shock del 1973 (guerra dello Yom Kippur) e del 1979 (rivoluzione iraniana). Si vede anche bene come l'attuale shock, quello che ha portato il prezzo al barile a 62 dollari nell'aprile 2021 dai 16 dell'aprile 2020, in termini percentuali è stato di gran lunga il più rilevante della serie (tralascio le varie considerazioni sul fatto che oggi il mix energetico è cambiato, il gas è molto più importante che negli anni '70, per cui un confronto fra l'entità dei due shock di offerta andrebbe condotto in modo molto più articolato). Volevo però attirare la vostra attenzione su come a seguito degli shock l'inflazione sia andata decrescendo in modo meno che proporzionale rispetto al decremento dei prezzi del greggio.

Quindi, ricapitolando: non è detto che se il costo delle materie prime energetiche torna alla casella di partenza, quello delle fonti di energia (benzina, gasolio, gas) faccia altrettanto, e non è detto che la traslazione dell'aumento di questi costi sui prezzi finali cessi immediatamente (dovendo gli imprenditori ricostituire gradatamente i margini che hanno compresso). Quindi è lecito aspettarsi un po' di persistenza dell'inflazione.

Transizione (ecologica)

Qui non si discute del fatto che sia meglio respirare aria pulita piuttosto che particolato e bagnarsi in acque limpide piuttosto che torbide (con l'occasione ricordo agli analfabeti da talk show che "piuttosto che" è locuzione con valore avversativo, non disgiuntivo). Affermazioni di questo tipo sono non politiche, per il semplice motivo che non trovereste nessuno disposto a sostenere il loro contrario (il modo migliore per capire se qualcuno parla senza dirvi nulla è verificare se il contrario di quanto vi sta dicendo abbia senso...).

Qui ci si limita a ricordare quanto ampiamente discusso ad esempio in Materia rara, ovvero il fatto che la transizione ecologica, per i tempi e i modi con cui è stata imposta, implica una enorme pressione sulla domanda di una variopinta tavolozza materie prime, per lo più metalli. Non c'è solo il litio, di cui tutti si ricordano: c'è anche l'acciaio (nelle torri e nelle turbine eoliche, ad esempio), c'è naturalmente tanto rame (per ovvi motivi, visto che si parla di elettricità), c'è tanto silicio (e non un silicio qualsiasi  ma quello di grado solare, visto che si parla di fotovoltaico), ci sono polimeri e fibre di varia natura.

Oltre al fatto che nessuno si chiede da dove possano venire e dove possano andare a finire queste materie prime (ad esempio: quali Paesi ne controllano il mercato? Come sarà possibile riciclare questi materiali?), resta il fatto che nessuno sembra preoccuparsi di un dato economicamente ovvio: questa enorme pressione della domanda non potrà non riflettersi sui prezzi per lunghi anni a venire. Non è solo perché non abbiamo il nucleare che l'energia in Italia costa così tanto: ci sono anche i simpatici oneri di sistema, che sono, appunto, il finanziamento della transizione


(su cui l'Italia era già autolesionisticamente avanti rispetto ad altri Paesi europei asseritamente "verdi", come qui abbiamo sempre fatto notare).

Ora, è molto difficile che con l'aumento dei costi della transizione (in termini di aumento delle materie prime necessarie per realizzarla) possano diminuire gli oneri per cittadini e imprese, non trovate? Quindi anche da questa parte avremo pressioni strutturali sui prezzi.

Reshoring

La pandemia dovrebbe averci insegnato molte cose. Dico "dovrebbe" perché la memoria del cittadino/elettore è corta, ancor più di quanto siano effimeri i proclami degli influencer/politici. Dovremmo aver capito che tanti diritti che davamo per acquisiti in realtà non lo sono, ma questo era scritto sulla quarta di copertina del Tramonto dell'euro e ora è inutile tornarci (spiace per i "punturini", che certi passaggi se li sono persi e a giudicare da come si comportano sui social sono destinati a diventare i nuovi "onestih").

Dovremmo soprattutto aver capito che il fallimento della globalizzazione non è solo quello del modello che abbiamo descritto qui:


un modello in cui le crisi finanziarie sono strumento di gestione via "riforme" e "fate presto" del conflitto sociale derivante dalla compressione della quota salari, a sua volta innescata dalle delocalizzazioni e dall'allungamento delle catene del valore, a sua volta reso possibile da una sregolata mobilità internazionale dei capitali. Certo, da questo modello deriva una minaccia esistenziale per ognuno di noi (che si traduce nel progressivo scadimento del nostro tenore di vita, nella fornitura insoddisfacente di servizi pubblici essenziali come la scuola e la sanità, ecc.), ma è inutile girarci intorno: molti, soprattutto nelle fasce tutelate (dipendenti pubblici con stipendi relativamente congrui) di tutto questo non se ne sono minimamente accorti e se ne sono ampiamenti battuti la ciolla mentre chi ci andava di mezzo erano altre fasce sociali (i lavoratori autonomi, i dipendenti privati). 

Ma c'è un altro fallimento della globalizzazione difficile da ignorare anche per i tutelati (o supposti tali): se la logica delle economie di scala ti porta a concentrare tutte le produzioni nei luoghi in cui il costo del lavoro è più basso, poi magari capita che quando dalla Cina parte un virus (o vairus che dir si voglia) e hai bisogno (o credi di aver bisogno) di mascherine, improvvisamente realizzi che queste sono tutte prodotte in Cina, e che questa non è un'ottima cosa, perché le agognate mascherine da lì non riescono ad arrivare, vuoi perché i porti di partenza sono chiusi causa vairus, vuoi perché tutte le merci del mondo, in omaggio a questo bel modello di organizzazione della produzione, per arrivare qui passano da un budello largo 200 metri dove una nave lunga 400 metri si è intraversata...

Ora: la lezione della slide non credo che l'abbiano capita in molti (sicuramente non i fregnoni di Genova, o la gentaglia che "non ti voto piuuuh perché l'infame lasciapassare verdeeeh"). Soffermiamoci allora sull'altra lezione, quella della Ever Given. Questa lezione l'ha capita qualcuno? E le sue implicazioni sono chiare?

In altre parole: qualcuno si sta interrogando sul fatto che la pandemia ha rivoluzionato il concetto di "bene strategico", richiamando la nostra attenzione sul dato che anche prodotti "a basso valore aggiunto" come le mascherine (o i tubi per i respiratori, o le siringhe, o quel che è), possono diventare strategici, e che quindi il mantra secondo cui noi dovevamo concentrarci sull'economia della conoscenza e sui segmenti di produzione ad alto valore aggiunto, quel mantra, è una solenne scemenza? Dal grano ai ventilatori meccanici, sono infiniti i beni per cui l'illusione di poterli reperire immediatamente a buon prezzo in quel grande ed efficiente mercato che è il globo è molto pericolosa. Detto in altri termini: se la lezione della Ever Given fosse stata capita, dovremmo disporci a produrre di nuovo in casa nostra le cose che ci illudevamo di poter in ogni caso comprare in giro per il mondo grazie alla nostra monetona fortona.

Ma se (dico: se) questa lezione è stata compresa, e conseguentemente ci si dispone a un periodo di accorciamento delle catene del valore, cioè di reshoring, dobbiamo renderci conto che anche da questa parte derivano pressioni strutturali sui prezzi. La mascherina, il ventilatore meccanico, la siringa, il cavatappi, il lanciagranate, quel che l'è, prodotto in Italia da un italiano ha il vantaggio di non dover viaggiare (inquinando) per migliaia di chilometri, ma lo svantaggio (per il consumatore) di essere prodotto da persone il cui reddito medio pro capite è ancora 2,9 volte quello dei cinesi (se calcolato in dollari nominali), o 2,3 volte se calcolato a parità di potere d'acquisto.

Quindi, il reshoring, l'accorciamento delle catene del valore, implica che alla corsa al ribasso della globalizzazione (ti pago poco, tanto puoi comprare i beni a basso prezzo prodotti in Cina) si sostituisca una corsa al rialzo (produco in Italia, quindi devo pagarti abbastanza altrimenti non riesci a comprare i beni prodotti). Indipendentemente da come lo si vorrà gestire, cioè indipendentemente da chi sarà chiamato a pagarne il conto, se avverrà il reshoring comporterà necessariamente anch'esso una pressione strutturale sui prezzi finali dei beni.

Sintesi

Tre forze (l'adeguamento dei prezzi al consumo a shock di offerta asimmetrici, il costi della transazione energetica e i costi del reshoring) lasciano supporre che il fenomeno inflattivo possa essere persistente. Come dovremmo gestirlo e come sarà gestito?

Come dovremmo gestire l'inflazione strutturale

"Chi ha le comodità e non se ne serve, non trova confessore che l'assolva". Partiamo dalla saggezza popolare. Nel capire che cosa dovremmo fare beneficiamo di una bussola infallibile: la Banca d'Italia. Approfittiamone!

Certo, c'è quel dettaglio che il suo ago indica costantemente il Sud: ma non è un problema. Per fortuna abbiamo avuto, nella lunga sequenza di fallimenti bancari e di riforme pensate male e peggio fatte, un segnale importante. Siamo stati avvertiti, e quindi sappiamo che se vogliamo andare a Nord, basta fare il contrario di quello che questo autorevole organo di indirizzo politico privo di responsabilità politica e di legittimazione democratica ci esorta a fare. Per farla corta: se la Banca d'Italia ci esorta a non indicizzare i salari:


la risposta corretta all'inflazione strutturale sarà certamente una qualche forma di indicizzazione dei salari. A me basterebbe anche questo, ma siccome a molti di voi probabilmente e legittimamente no (soprattutto perché per metodo rifiuto di parlare al grillino che è in tutti voi facendo notare che se guadagni mezzo milione l'anno non è sorprendente che la rincorsa dei salari ti sembri futile...), sarà il caso di sviluppare il ragionamento, per far capire bene come mai questa è la soluzione che chiunque crei valore (sia esso un dipendente o un imprenditore) dovrebbe considerare con attenzione (e quindi chiunque sia un rentier ovviamente guarda con sfavore).

Anche qui, articolerei il ragionamento in passi successivi: perché in questa fase storica è cruciale adeguare i salari, e quale può essere lo strumento più efficiente per farlo.

Le ragioni per un adeguamento dei salari

Può essere utile sgombrare il campo dall'argomento "anni '70" secondo cui siccome l'adeguamento dei salari va a vantaggio dei dipendenti, allora esso sarà necessariamente a svantaggio dell'imprenditore. Le cose non stanno esattamente così, per almeno due ordini di motivi:
  1. l'instabilità del quadro geopolitico mondiale suggerisce nell'interesse delle imprese di riequilibrare le politiche commerciali restituendo centralità al mercato interno, il che comporta passare da un modello di crescita export-led a un modello di crescita wage-led;
  2. le pressioni inflazionistiche strutturali determinate da transizione ecologica e reshoring, se non riflesse adeguatamente nei salari, implicano che per sostenere i propri consumi le famiglie dovranno ricominciare a indebitarsi, determinando un nuovo ciclo di instabilità finanziaria causata dal debito privato.

Sul primo punto, ribadisco un concetto qui espresso tante e tante volte: chi campa sulla domanda altrui (esportando) si espone agli altrui problemi. Qualsiasi fonte di instabilità politica o economica nei Paesi "clienti" si riflette inesorabilmente sugli esportatori (ne abbiamo anche parlato recentemente qui). In un periodo che si preannuncia come piuttosto instabile dal punto di vista geopolitico, alimentare la domanda interna, quella dei residenti, con adeguati livelli retributivi è una mossa strategicamente avveduta, che va in primo luogo a beneficio delle imprese. Ne sono testimoni in negativo le imprese vittime delle sanzioni, quelle che oltre al problema di dover fronteggiare i costi elevati delle fonti di energia importate, hanno anche il problema di non poter più fatturare esportando nei Paesi sottoposti a sanzioni. Forse adesso queste imprese preferirebbero potersi rivolgere alla domanda dei lavoratori residenti: peccato che dopo decenni di stagnazione dei salari questi ultimi non arrivino a fine mese neanche acquistando prodotti di primo prezzo cinesi!

I dati ci confermano che il nostro Paese è sempre più dipendente dalla domanda estera:


la cui quota sul Pil cresce lentamente ma inesorabilmente (dal 26% del 2001 al 33% del 2021), mentre la Cina ha dimezzato la quota delle esportazioni sul Pil dal massimo del 36% raggiunto nel 2006 (dopo l'ingresso nel WTO avvenuto nel 2001) al 18% del 2020. Sono dati su cui occorrerebbe riflettere.

D'altra parte, la posizione secondo cui i costi "della guerra" (perché c'è ancora chi racconta che l'aumento dei prezzi delle materie prime sia dovuto alla guerra, cosa che abbiamo dimostrato non essere vera) devono essere sostenuti da "tutti" (cioè dai dipendenti) è particolarmente irrazionale. In un momento in cui la domanda estera è caratterizzata da volatilità di natura geopolitica, la domanda interna diventa un elemento essenziale di crescita, e se non sostenuta da retribuzioni adeguate può essere finanziata solo a debito, aprendo a nuove crisi finanziarie, anche queste negative per le imprese perché prima o poi si traducono in una fiscalità più aggressiva e in restrizioni al credito.

C'è poi un altro problema, di ordine più generale: il trade-off fra due parole d'ordine europee, sostenibilità e inclusività. Come qui abbiamo fatto notare da subito, la transizione ecologica costa, perché costano i prodotti "green", e quindi richiede (e produce) crescita del Pil, non decrescita. Resta da capire come questa crescita venga distribuita tra salari e profitti. Ecologia e reshoring alla fine si risolvono entrambi nella stessa cosa: costringere i lavoratori ad acquistare beni più costosi. Chi promuove queste rivoluzioni dovrebbe essere esplicito su come intende gestirne le conseguenze: vogliamo tirarceli a bordo, i lavoratori, ad esempio mettendo anche loro in condizione di acquistare un'auto elettrica? Oppure vogliamo scegliere la scorciatoia secondo cui "non si comprano le auto ma la mobilità", così se per qualche motivo vuoi scappare da qualche parte magari non puoi farlo perché ti disattivano la app che compra "mobilità" (mentre ovviamente l'upper class avrà le sue auto e andrà dove gli pare)? Vogliamo ridurli o esasperarli divide di questo genere? Vogliamo raccontare di essere "inclusivi" mentre escludiamo, o vogliamo includere (e la prima delle inclusioni è quella economica)?

Chiunque abbia interesse a vivere in una società stabile, in cui una platea ampia di consumatori possa accedere senza difficoltà a prodotti di consumo durevole, dovrebbe riflettere su questo.

Le ragioni per l'indicizzazione dei salari

Oggi l'adeguamento delle retribuzioni passa principalmente per il rinnovo dei contratti (qui trovate le principali statistiche sui rinnovi). I CCNL (contratti collettivi nazionali di lavoro) di solito hanno durata triennale e non sempre il loro rinnovo è agevole. Lo dimostrano le statistiche sulla "vacanza contrattuale media" (il periodo in cui i lavoratori restano "scoperti" prima del rinnovo successivo), che è di 17 mesi, che salgono a 30 se la si calcola sui soli dipendenti in attesa di rinnovo, i quali sono, a loro volta, il 55,4%, fra cui il 100% dei dipendenti pubblici. Si può intuire che non sia facile mettersi d'accordo su come disciplinare rapporti economici per un periodo così lungo. L'economia è caratterizzata da incertezza, e nessuno ha particolarmente voglia di rimanere fregato. Naturalmente, con l'incertezza aumentano le difficoltà nel mettersi d'accordo. Immaginate, ad esempio, come debba essere complesso mettersi d'accordo oggi sui livelli retributivi dei prossimi tre anni! Se già lo era al tempo della "stabilità", ora che siamo di fronte a un'inflazione potenzialmente diretta verso le due cifre, molto elevata ma soprattutto molto variabile e quindi molto incerta, ragionare su come chiudere un contratto non deve essere semplice. Mi sembra chiaro quindi che la conflittualità tenderà ad aumentare, per il semplice motivo che i lavoratori tenderanno a voler incorporare le loro aspettative di inflazione nei livelli delle retribuzioni nominali.

Ed è esattamente per questo che in circostanze simili sarebbe utile reintrodurre un meccanismo di indicizzazione!

Come dice Mario Nuti qui: "In times of rapid inflation, especially of accelerating inflation, wage indexation defuses inflationary expectations and allows the negotiation of a lower nominal wage than would have to be fixed if there was no protection from future inflation", ovvero: "quando l'inflazione cresce rapidamente, e in particolare quando accelera, l'indicizzazione disinnesca le attese di inflazione e consente di chiudere il contratto a un livello di salario inferiore a quello che si sarebbe dovuto concordare se non ci fosse stato un meccanismo di protezione dall'inflazione futura".

Chiarisco il punto con un esempio. Se al momento del rinnovo il salario è 100, e l'inflazione è in rapida crescita verso il 10%, il lavoratore idealmente cercherà di chiudere da qualche parte verso 130, per evitare di trovarsi fra tre anni col 30% del salario in meno in termini di potere d'acquisto, ma naturalmente il datore di lavoro cercherà di tenersi molto più basso, per evitare uno squilibrio immediato dei propri conti economici. Se però da qualche parte sta scritto che l'eventuale inflazione viene recuperata, allora si può tranquillamente chiudere da qualche parte fra 100 e 110 (ripeto: sono dati del tutto di fantasia), sapendo che poi, ex post, il salario si potrà tranquillamente adeguare, preservando il potere d'acquisto del lavoratore. I vantaggi per il datore di lavoro ci sono e sono di due ordini: si garantisce minore conflittualità, ed evita uno squilibrio dei conti economici. Il meccanismo di indicizzazione infatti recupera l'aumento dei prezzi solo quando si verifica. Ma se si è verificato un aumento dei prezzi, di norma e in media si sarà verificato anche un aumento dei ricavi, cioè il datore di lavoro avrà la liquidità con cui provvedere ad adeguare le retribuzioni.

Per questo motivo, ricorda sempre Nuti: "when wage indexation was first introduced in Italy in 1947, the President of Confindustria (the Confederation of Italian Industrialists) shipowner Angelo Costa actually greeted it as a major anti-inflationary measure", ovvero: "quando l'indicizzazione dei salari venne introdotta in Italia per la prima volta nel 1947, il presidente di Confindustria, l'armatore Angelo Costa, la salutò come una misura decisiva contro l'inflazione". Un dato che ci ricordano anche Cassani e Craveri qui:

Era, ovviamente, un'altra Confindustria...

Quindi l'indicizzazione è una panacea? Ovviamente no: ho aperto questo blog per dimostrarvi che in economia non ci sono free lunch, e questo vale anche per l'indicizzazione, che ha una controindicazione: ratificando lo shock inflattivo (traslandolo sui salari), contribuisce a renderlo persistente (perché consente ai lavoratori di continuare ad acquistare beni, sostenendo la domanda). L'adozione di un meccanismo di indicizzazione si aggiungerebbe quindi alle altre forze che oggi stanno rendendo persistente l'inflazione. Ma anche qui bisogna avere una visione equilibrata. Certo, il rischio di una spirale "prezzi-salari" esiste, ma questo meccanismo viene spezzato dalla logica dei rinnovi contrattuali. Sempre seguendo Nuti: "nominal wages are not fixed forever but are normally re-negotiated periodically. Inflation-proofing through indexation, if triggered by a shock after negotiation, will exhaust its effects completely at the next wage settlement. The new nominal wage will be determined by the relative negotiating strength of employees and employers and other fundamentals prevailing at that later time, regardless of how much the nominal wage might have risen in the intervening period thanks to wage indexation", cioè: "i salari nominali non sono fissati per sempre ma normalmente vengono rinegoziati periodicamente. Il meccanismo di difesa del potere d'acquisto tramite l'indicizzazione, se attivato da uno shock inflattivo successivo al rinnovo del contratto, esaurirà completamente i suoi effetti al prossimo rinnovo. Il nuovo salario nominale sarà determinato dal potere negoziale di datori di lavoro e dipendenti e da altri fondamentali prevalenti in quel momento, indipendentemente da quanto i salari nominali siano cresciuti nel frattempo grazie all'indicizzazione".

Aggiungerei un'altra osservazione: quello che negli anni '80 poteva sembrare un problema (la persistenza dell'inflazione), oggi sarebbe un'opportunità. Il mancato rispetto da parte della Bce dell'obiettivo di crescita dei prezzi al 2% è stato, per il nostro Paese, come per altri Paesi debitori, una pesante zavorra sul rapporto debito/Pil. Con un banalissimo calcolo si può verificare che se la Bce avesse mantenuto la sua promessa fin dal 1999, assicurando un'inflazione media del 2%, invece dell'1,7% realizzato, oggi il rapporto debito/Pil sarebbe inferiore di 10 punti percentuali. Questo con solo lo 0,3% in più di inflazione. Non è una bufala né una verità scandalosa: è un mero dato di fatto, tant'è che anche il direttore del debito pubblico, Davide Iacovoni, lo ammette al minuto 10:50 di questo podcast (suggerirei di tenerlo da parte). 

E allora?

E allora mentre da una parte dobbiamo ammettere che la Bce, col perenne fallimento delle sue promesse e delle sue previsioni (qui):

ha di fatto messo a rischio la stabilità finanziaria dell'Eurozona generando un contesto deflattivo assolutamente avverso ai debitori (e quindi anche ai creditori) pubblici e soprattutto privati, d'altra parte quello che sappiamo dei grandi processi storici di rientro dal debito ci suggerisce che l'unica soluzione non traumatica a disposizione è quella di favorire un contesto di crescita stabile e moderatamente inflazionistica: è quello che abbiamo imparato leggendo questo working paper, suggeritomi da uno di voi al tempo in cui questa era una community (qui):



Insomma: per assicurare stabilità finanziaria e sociale non abbiamo bisogno di più Europa (e della sua austerità suicida), ma di più inflazione: un'inflazione stabile, che sia favorevole a una gestione ordinata dell'economia e a un rientro graduale del debito, come quello che si verificò dopo la Seconda guerra mondiale:



L'indicizzazione dei salari servirebbe anche a questo: a rendere il processo inflattivo ordinato, evitando strappi e favorendo un rientro ordinato anche dagli squilibri finanziari causati dalla terza globalizzazione. Ve lo dico in un altro modo: senza un'inflazione moderata, attorno al 4%, e quindi una crescita nominale attorno al 5%-6%, rientrare dalla montagna di debito che ci sta franando sotto sarà impossibile. Le altre possibilità sapete quali sono (se avete letto il working paper): iperinflazione o default. Nessuna delle due mi sembra particolarmente attraente. Quindi l’indicizzazione non solo ci dà stabilità finanziaria attraverso un processo inflazionistico meno volatile che facilita il rientro dal debito, ma ci dà anche stabilità macroeconomica assicurando un mercato interno alle nostre PMI. Se vogliamo il reshoring, questo è un pezzo del pacchetto. O pensiamo che gli operai possano comprare beni italiani con gli stessi stipendi con cui a malapena resistevano comprando paccottiglia cinese!?

Come gestiremo l'inflazione strutturale

Ecco, questo è un altro discorso. Per capire come andrà a finire (male) basta leggere i giornali, o seguire certe dinamiche su Twitter. Non appena abbiamo cominciato a toccare questo tema, i vecchi utili idioti, e i loro nuovi volenterosi assistenti (i punturini, quelli che Claudio chiama "stronzi" e io "gentaglia") si sono scatenati. Il nervo scoperto è lì: l'idea di evitare una crisi trovando un punto di equilibrio meno irrazionale fra capitale e lavoro ovviamente infastidisce chi è consapevole che, con un po' di armi di distrazione di massa, potrà far pagare a lavoratori e PMI il costo della prossima crisi!

Si andrà così di luogo comune in luogo comune, cercando l'incidente che consenta ai nostri cari alleati di metterci definitivamente sotto tutela. Quindi, in primo luogo per controllare un'inflazione da offerta si reprimerà la domanda alzando i tassi di interesse. In questo modo si paleserà che il reshoring interessa solo a chiacchiere: ai guardiani di certi equilibri in realtà la globalizzazione va ancora benissimo così com'è, visto che il conto è per voi... Se si volessero veramente riordinare le catene del valore, accorciandole per motivi di sicurezza strategica, occorrerebbe un contesto creditizio espansivo (bassi tassi) non restrittivo (alti tassi), per il semplice motivo che questa operazione richiede una mole massiccia di investimenti. L'innalzamento dei tassi sarà quindi non solo il segno dell'attacco al nostro Paese (incidentalmente), ma soprattutto il segno che mentre ci viene proposta un'immagine del mondo fatta di due blocchi contrapposti, l'imperatore del Bene non ne vuole sapere mezza di smettere di fare affari con quello del Male! Non è una grande novità, ed è sotto i nostri occhi, ma non è inutile ricordarlo.

Naturalmente ricominceranno i discorsi economicamente infondati, riappariranno i pagliacci dell'economia (e i meno brillanti di voi saranno contenti, perché i pagliacci della virologia scompariranno), questa volta sotto forma di spirale prezzi-salari, anziché di spirale svalutazione-inflazione. Nonostante il grande uso di spirali, la madre dei coglioni è sempre incinta, ma anche qui non c'è nulla di nuovo. Se il 2021 è stato un altro 2011 (con molti personaggi in comune), è ovvio che il 2022 sia un nuovo 2012 (e lo si vede dai troll che stanno riapparendo), e così via. Piccolo problema: qui abbiamo sempre giocato in un altro campionato, e ora siamo attrezzati per imbastire un minimo di difesa. Molto dipenderà anche da voi, ma di questo parleremo quando sarà il momento.

Intanto, benvenuti nel prossimo dibattito...