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domenica 10 maggio 2026

Il campo di concentrazione

In tanti anni che seguo (o meglio, precedo) il dibattito mi ero perso un dettaglio: uno spirito particolarmente irriguardoso potrebbe argomentare (e temo l'abbia fatto) che l'inconsulta gragnuola di giornate nazionali, europee, mondiali, galattiche, ci regala l'emozione di festeggiare nello stesso giorno la sconfitta e la vittoria del nazismo!

A scanso di equivoci, preciso che questo non è (ancora) il mio pensiero, per vari motivi. Intanto, perché è giusto lasciare alle buone intenzioni il loro spazio e il loro ruolo (che è quello di lastricare la via dell'inferno, di cui il nazismo è stata una buona approssimazione), riconoscendone la genuinità! L'UE non è certo il Quarto Reich (o non ancora), e Schuman non era certo un nazista, per quanto fosse sodale di quello che rivendicava esplicitamente la natura antidemocratica del progetto europeo come "somma delle risposte alle crisi" (e quindi come somma di soluzioni sottratte allo scrutinio democratico dalla logica dell'urgenza), o di quell'altro che serenamente ammetteva che il progetto europeo per consolidarsi avesse bisogno di un conflitto con l'allora Unione Sovietica (e quindi invocava nemmeno troppo implicitamente il riarmo del continente).

Probabilmente il fatto di averne viste di tremende li rendeva un po' di manica larga (anche se è in effetti controintuitivo che chi è scampato alla più terribile delle guerre ne proponga con nonchalance un'altra come soluzione di un problema politico che peraltro si poneva solo lui...), come è probabile che noi, che grazie ai nostri padri abbiamo vissuto una vita comoda e sicura, siamo diventati un po' troppo schizzinosi, un po' troppo sospettosi verso la logica della ragion di Stato. Certo è, però, che la letteratura scientifica da tempo evidenzia alcune assonanze fondamentali fra la logica di due regimi che ci vengono proposti come così distanti l'uno dell'altro: pensiamo ad esempio all'esteso ricorso alle privatizzazioni. D'altra parte, è pur vero che l'ordoliberismo (cioè l'idea che lo Stato debba intervenire per creare un level playing field su cui poi lasciar competere gli agenti economici secondo il libero gioco delle forze di mercato), che è il nucleo della costruzione concettuale europea, pare fosse avversato a suo tempo dal regime nazista (ma qui l'autorità indiscussa è Luciano e quindi non mi addentro).

Insomma: nonostante la retorica bellicista e la corsa al riarmo, nonostante le progressive intrusioni nelle libertà individuali più elementari come quella di riservatezza della corrispondenza, si potrebbe argomentare che sia troppo presto per dire se la storia si stia ripetendo, o stia almeno facendo rima con se stessa.

C'è però una cosa del progetto europeo attuale che sinceramente deve preoccuparci, ed è la sua ansia più o meno consapevole verso la concentrazione dei mercati, in particolare di quelli di approvvigionamento.

Come avrete visto, Putin ha suggerito Schröder come mediatore per la soluzione del conflitto in Ucraina, argomentando che di lui si fida. Ci mancherebbe altro! Le relazioni dell'ex-cancelliere con importanti imprese russe sono ben note: qui potremmo anche limitarci a considerarle fatti suoi, ma in realtà sono un po' anche fatti nostri, per il semplice fatto che, a un occhio malizioso, potrebbero configurarsi come una ricompensa per aver messo il continente (noi compresi) in mano a un unico fornitore (la Russia). Voglio subito chiarire un punto: certo che, visto che la Spagna il gas russo lo compra (e non è una novità), non si vede perché non dovremmo comprarlo noi, ma il punto non è questo, è un po' più grave di così. Non si tratta cioè di discutere se il gas russo sia a buon mercato, se la politica suicida di concentrarsi su un unico mercato di approvvigionamento sia frutto di corruzione o di miopia, ecc.

Per chiarire il mio pensiero, vi chiedo di analizzare quale soluzione l'UE ci stia proponendo per affrancarci dalla dipendenza dalla Russia: le fonti rinnovabili, cioè... la dipendenza dalla Cina!

Da una concentrazione del mercato di approvvigionamento all'altra, senza particolare soluzione di continuità, così come magari fra cinque anni vedremo senza particolare sorpresa Merz o la von der Leyen diventare consiglieri di amministrazione di Jinko Solar! Di incoraggiare la diversificazione degli approvvigionamenti non mi pare se ne parli, e nel caso delle rinnovabili, quand'anche se ne parlasse, sarebbe evidentemente troppo tardi: la filiera è per oltre il 70% in mano a chi si è mosso prima, per cui oggi dire "rinnovabili" significa dire "Cina".

Non c'è nemmeno bisogno di evidenziare la fragilità industriale e geopolitica di un approccio simile. Del resto, è parente stretta della fragilità che consiste nell'articolare il proprio modello di crescita sulla domanda estera, cioè sulle esportazioni: una politica che, come abbiamo sempre fatto notare e come ora è difficile ignorare, espone dal lato della vendita di prodotti a una criticità simile a quella che stiamo sperimentando dal lato dell'acquisto delle materia prime. Chi esporta beni importa problemi, diceva un saggio economista scolarizzato nel XX secolo: i problemi "domestici" (cioè interni, nazionali) dei Paesi di sbocco. Ed è per questo che un modello di sviluppo equilibrato dovrebbe comunque partire dal sostegno della domanda interna, come sta cercando di fare il Governo attuale da noi, affrontando vincoli di matrice europea che ben conoscete.

Ma la domanda è: com'è possibile che si passi dal mettersi in mano a un fornitore geopoliticamente "sensibile" come la Russia, con cui evidentemente eravamo in rotta di collisione (e non mi interessano qui i torti e le ragioni), al mettersi in mano a un altro fornitore geopoliticamente "sensibile" come la Cina, con cui evidentemente siamo in rotta di collisione (e non mi interessano qui i torti e le ragioni)!?

Per ritagliare al merito un piccolo spazio, preciso che io non vorrei collidere con nessuno. Il problema gigantesco però, qui come altrove (e con tanta buona pace di chi non lo capisce, soprattutto se ha vinto un bel biglietto alla lotteria della vita!), è di metodo! Ma come!? L'Unione Europea non doveva nascere per "combattere efficacemente tutte le tendenze monopolistiche", e poi che fa? Ci mette in mano a un monopolista "scomodo" dietro l'altro, anziché incoraggiarci attivamente sull'unica strada che sarebbe razionale, non essendo esportatrice ma importatrice netta di energia: diversificare le fonti di approvvigionamento!

Considerando che il declino demografico non si applica, per le note ragioni, ai cretini, permettetemi di ripetere a prova di cretino lo stesso concetto: io non sto né dichiarando né auspicando che né Russia né Cina debbano essere per sempre nostre nemiche né nostre amiche. Sto solo facendo notare che quella stessa istituzione che ci ingiunge oggi di considerare nemica la Russia (e domani la Cina), prima ci ha messo in mano alla Russia, e ora ci sta mettendo in mano alla Cina.

Si capisce che c'è qualcosa che non va?

Degli aneddoti (#castacriccacoruzzione) si occuperanno storici, o magistrati (questi ultimi non credo avranno interesse a farlo). A me interessa la logica del sistema. Come è possibile che, quando da decenni sappiamo come il principale strumento di gestione del rischio economico sia la diversificazione, l'Europa si costituisca in campo di concentrazione ogni volta che le viene permesso di dare un indirizzo di politica industriale (implicitamente o esplicitamente)? Può forse dipendere dal fatto che avendo fatto del mercato il pilastro fondante del nostro patto sociale, ma non riuscendo a immaginare altra efficienza se non quella che scaturisce delle economie di scala (i "giganti europei"), le élite europee si condannino a ragionare comunque in termini monopolistici? Questo ovviamente non solo contraddice le nobili aspirazioni alla rottura dei monopoli espresse dai noti deportati, ma contraddice anche la logica della concorrenza in nome della quale, però, si sono perpetrati tanti abusi riconosciuti dalla stessa Unione Europea nei suoi tribunali.

Io ho veramente difficoltà a capire il perché di questo ennesimo suicidio annunciato. Una cosa però temo di saperla: nemmeno queste evidenti cantonate prese a danno nostro e di tutta la famiglia europea riusciranno a convincere gli eurolirici che nel progetto da loro con tanta passione vagheggiato c'è qualcosa che non torna. E finché questo riguarda gli eurolirici di sinistra, sarei anche rassegnato (lo sono, com'è noto, da oltre otto anni)! Ma quando vedo conservatori, persone educate all'idea che non ci sono pasti gratis, continuare a considerare un pasto gratis questo gigantesco cumulo di una cosa che non è, perché non può esserlo, cioccolata (altrimenti non sarebbe gratis), ecco, lì sinceramente mi cadono le braccia. C'è insomma un ghradhuidhamendhe "de destra", quello di chi considera l'euro e l'Europa comunque un free lunch, come c'è e c'è stato un ghradhuidhamendhe "de sinistra", che quelli "de destra" scorbacchiano, senza rendersi conto di commettere essi stessi il medesimo errore concettuale.

Non sarà un Blitzkrieg, ma questo so che lo avevate capito...

lunedì 4 maggio 2026

La transizione verde e quella digitale sono incompatibili

(...sempre sul filone delle cose che non entrando in testa entreranno altrove...)


Qualcuno (credo fosse un alchimista, insomma, un ciarlatano, un cultore delle pseudoscienze) lo aveva detto tempo addietro. Gli OI 'ndernescional non pare se ne siano ancora accorti. Il loro problema infatti è: "Ma che ci facciamo con tutta questa potenza di calcolo?" Domanda pertinente, ma lievemente subordinata rispetto alla domanda fondamentale: "Dove troviamo l'energia necessaria per farla girare?"

Guardiamo il bicchiere mezzo pieno (o rotto, se volete): se anche "gli idioti di Düsseldorf" imboccano la strada dell'AI, questa è la smoking gun che si tratta in effetti di una bolla, vent'anni dopo quella dei subprime! Abbiamo trovato qualcuno cui lasciare il cerino in mano, e sarà, come al precedente giro di valzer, l'Eurozona (vedo sfide ma anche opportunità...).

Che di bolla si tratti, del resto, ce lo hanno detto in tutte le salse Daniela Tafani e Juan Carlos De Martin (potete trovarvi i loro interventi sul sito di asimmetrie.org), e, udite udite, se n'è accorto perfino Servaas Storm, che per quanto sia un negazionista dell'euro (e per questo molto simpatico a tutti quelli che vogliono salvare la sinistra dalla vergogna di aver sponsorizzato un progetto di deflazione salariale), non è certo un cretino, come questo suo divertente pezzo sulla teiera di Russell dimostra (per noi non è una novità: è come sempre la sinistra che arriva dove Goofynomics era un paio di anni fa...).

Come disse il merlo al tordo, quando salterà questo tappo (cioè quando l'esercito statunitense deciderà di non sovvenzionare più questa industria, se deciderà di farlo: ma a un certo punto si raggiungeranno i rendimenti decrescenti anche qui, no?) vedrai che l'ultima delle nostre priorità saranno le girandole o i pannelli cinesi...

martedì 4 novembre 2025

Meno quattro: "noi credevamo..."


(...ieri a Pollutri, in un'atmosfera serena e costruttiva, con oltre un centinaio fra militanti Lega e operai del distretto Val di Sangro. Un'occasione per mettere i puntini sulle "i". Sempre grazie a durezza del vivere, che da otto anni a questa parte ci ha aperto gli occhi su tante cose. Lo vedremo, appunto, al #goofy14...)

(...P.s.: la slide su chi ha votato cosa ve la metto qui, perché secondo me è utile per farsi un'idea:


e il foglio Excel ve lo ingrandisco qui:


perché voglio bene ai vostri occhi, ricordando che il codice colore è quello dell'aula: verde favorevole, bianco astenuto, rosso contrario. I risultati sono cromaticamente controintuitivi, per chi crede ai giornali: la Lega è molto rossa e il PD molto verde! Seguitemi per altri trucchetti!...)



 

giovedì 30 ottobre 2025

In memoriam (il reddito di transumanza)

Ho un'oretta per raccogliere le idee prima di andare a sentire lo slovacco Maroš Šefčovič, che forte della legittimazione conferitagli dall'essere espresso da un Paese che ha meno abitanti della Campania è incaricato di seguire in Commissione Europea il dossier del commercio internazionale. Potrebbe essere l'occasione per chiarire qualche equivoco. Un'altra occasione ce l'ho immediatamente a ridosso, perché alle 16:15 intervengo in questo convegno... da cui il titolo di questo post!

Qui abbiamo commemorato tante persone: di alcune non avete mai nemmeno sospettato l'esistenza, di altre, come Tony Thirlwall, o Alberto Alesina, o, per altri versi, Gustav Leonhardt, ci era capitato di parlare e avevano comunque una loro notorietà, quando non un ruolo centrale nell'elaborazione del nostro pensiero. Ma la cara memoria che celebrerò oggi, portando la mia solidarietà alle afflitte prefiche, è quella del green, perché, ove mai non fosse chiaro, che lu grìn s'ha mort ora l'ha detto anche il capo dei capi, in un post scritto un paio di giorni fa, da cui emerge un desiderio evidente di smarcarsi dal suicidio dell'occidente, con un minimo investimento di comunicazione volto essenzialmente a salvare la faccia.

Il vostro amico ci dice che la narrazione catastrofistica sul green è infondata:


raggiungendoci sulle nostre posizioni storiche. Quindi basta con idiozie come "il Pianeta in ebollizione" e simili. Ora, è purtroppo un dato che la narrazione sulla transizione o è catastrofistica o non è, per il semplice motivo che l'insieme di soluzioni che vengono proposte sono talmente irrazionali che solo la minaccia di uno stato di eccezione può costringere gli elettorati ad accettarle.

Sull'irrazionalità c'è poco da discutere, ma vorrei documentarvela con due elementi sufficientemente noti a tutti, non senza fare una premessa: l'attuale paradigma della climatologia, sostanzialmente articolato sull'effetto serra come unica spiegazione di quanto sta (forse) accadendo, farà la fine di tutti i paradigmi, quella di cui abbiamo parlato qui, ma a noi non serve contestarlo, per il semplice motivo che le soluzioni che vengono prospettate per abbattere la CO2 passano per una maggiore produzione di CO2. Il dato sulle emissioni dal 1990 (la data di riferimento) è questo:


Unione Europea e Stati Uniti sono già su un trend discendente, e sul trend di Cina e India le nostre fisime possono agire solo in senso peggiorativo, per il semplice motivo che rivolgersi a prodotti cinesi (i pannelli solari, le auto elettriche, ecc.) significa far girare a pieno regime una macchina in cui la produzione di energia ha un'intensità di emissioni doppia della nostra (se pure declinante):

Ai tanti imbecilli che ci parlano di una Cina "campione delle rinnovabili" va ricordato che per quanto le rinnovabili possano espandersi rapidamente in termini assoluti in un Paese la cui superficie è quasi 32 volte quella dell'Italia e la cui popolazione è circa 24 volte quella dell'Italia, in termini relativi il mix energetico cinese resta dominato da un caro, vecchio amico:


quindi averci spinto verso l'elettrificazione senza aver preventivamente fatto un ragionamento sulle filiere e sulle tecnologie significa averci spinto verso la carbonizzazione, non la decarbonizzazione.

Ma i due elementi che volevo offrirvi erano altri.

Primo, mentre un chilo di benzina contiene oggi, come un secolo fa, 43 MJ di energia chimica, corrispondenti a 12kWh, che con una macchina normale ti fanno fare 15 Km, un chilo di batterie al litio contiene 0.3 kWh di energia. Vi lascio trarre le vostre conclusioni. Tenuto conto della superiore efficienza del motore elettrico, ecc. ecc., alla fine la minore densità energetica delle batterie si traduce nella necessità di caricarsi un peso oltre dieci volte superiore per percorrere lo stesso tratto di strada. La densità energetica resta un elemento chiave, che poi è quello che spiega perché per certe esigenze (aerei di linea, veicoli off road, rimorchiatori, ecc.) la semplice idea della conversione all'elettrico fa sorridere, e quindi il dogma della decarbonizzazione deve necessariamente essere ossequiato in altro modo che mettendosi in mano alla Cina.

Secondo, l'energia elettrica va trasportata. Il rame per allacciare alla rete (e anche per costruire) una miriade di impianti di generazione "rinnovabile", nonché per disseminare di colonnine la rete stradale, ecc., pare non esiste in tutta la crosta terrestre, e in ogni caso la sua estrazione non è a costo zero.

Sono le cose che abbiamo appreso da Sergio Giraldo e da Gianclaudio Torlizzi: la cosiddetta transizione energetica non è necessariamente decarbonizzazione (quando consideri tutta la filiera) e non è semplicemente affrancamento dai "fossili", ma più correttamente transizione dai "fossili" a una diversa classe di materie prime: i minerali critici, la cui estrazione, raffinazione, ecc., è ampiamente inquinante (anche in termini di emissioni: e quindi non comporta necessariamente decarbonizzazione).

Sulla base di queste premesse fattuali possiamo rapidamente goderci insieme i tre chiodi che Gates pianta sulla bara de lu grìn.


L'umanità ha altri problemi rispetto a quelli di non morire di caldo domani, e il non morire di fame oggi, come umilmente sottolineato da chi vi scrive:


rientra a pieno titolo e con maggiore priorità fra essi. Se c'ero arrivato io un mese fa, un genio come Bill Gates poteva arrivarci anni fa, giusto?


La temperatura non è tutto, perché non ci informa sulla qualità della vita, che dipende dal progresso tecnologico e dalle misure prese per mitigare gli effetti del "cambiamento". Concentrarsi solo sul "raffreddamento" anziché sulla mitigazione è un tragico, grottesco errore (altra cosa che potreste averci sentito dire).


Come corollario, dopo aver finanziato il coro di Erinni bercianti che al grido di "bolliremo tutti!" ci hanno costretto a suicidare il nostro modello di sviluppo (l'unico al mondo che si stesse muovendo nella direzione giusta), ora il vostro amico viene a dirci che in effetti dovremmo avere a cuore la nostra prosperità, che, in ogni caso, è nodale, dato che per raffreddare o mitigare ci vogliono tanti dindi, e non è suicidando la nostra economia, come abbiamo fatto, che li metteremo da parte.

Peraltro, l'amico ci spiega che anche se continuassimo a suicidarci, dovremmo comunque fronteggiare un certo grado di riscaldamento. Per questo motivo le politiche che insistono solo sulla decarbonizzazione, assistita da una narrazione terroristica, sono fuorvianti.

Pensate un po'!

Lo dice lui ora, ma, come mi faceva notare l'amico Sergio, lo hanno sempre saputo persone come Warren Buffet, che "ha progressivamente aumentato la sua quota in  Occidental Petroleum fino a oltre il 28% del capitale mettendoci 15 miliardi. In più mantiene una quota robusta in Chevron (25 miliardi), che i fondi ESG avevano scaricato. Infine, non ha fatto nessun investimento significativo  in green tech né ne ha mai parlato", e lo hanno appreso da poco altri personaggi "de passaggio" come Larry Fink, quello di Blackrock, che "dopo aver gonfiato la bolla ESG, nella sua lettera annuale 2025 non ha usato le parole “net zero”, “sostenibilità”, “ESG”. Ha parlato piuttosto di «energy pragmatism», dicendo persino a marzo scorso che “il pendolo era oscillato troppo a sinistra”. «Fermiamoci un attimo. Chiariamo subito che il gas giocherà un ruolo importante negli Stati Uniti per decine di anni. Forse 50 anni»".

Pensa che a me lo aveva detto tre anni fa un amico che verrà al #goofy14...

Perché tanta simultanea resipiscenza?

Beh, per due fattori concomitanti: l'ondata di fallimenti delle aziende grìn, che ha fatto decine di migliaia di disoccupati diretti (cioè escluso l'indotto) negli ultimi due anni, e la fine del reddito di transumanza, cioè dell'illusione di poter gonfiare per sempre di sussidi la bolla grìn, come del resto si è dovuto dismettere l'illusione di poter gonfiare di sussidi la panza degli indivanados. La seconda cosa spiega la prima e la prima la seconda: se l'inefficienza è troppa, il sussidio diventa suicidio, e se il suicidio scompare, l'inefficienza chiede il conto.

Alla fine il conto è arrivato, e ora andiamo a divertirci con chi non vuole prenderne atto...

sabato 30 agosto 2025

La triplice e i trilemmi

Ieri sono sceso a Roma per un incontro con i sindacati metalmeccanici. La richiesta veniva dalle tre sigle FIM-CISL, FIOM-CGIL e UILM ed era rivolta ai capigruppo parlamentari. Il capogruppo Molinari ha delegato me in quanto vicecapogruppo più vicino ai temi economici (gli altri sono Iezzi, in Commissione Affari Costituzionali, Bruzzone, in Commissione Agricoltura, Coin, in Commissione Affari Esteri, e Furgiuele, in Commissione Trasporti). L'incontro è stato molto costruttivo e le preoccupazioni espresse dai sindacati sostanzialmente condivisibili. Il punto tecnico, che credo conosciate, è che la "decarbonizzazione", cioè il passaggio a forni alimentati con energia elettrica prodotta emettendo CO2 (perché alternative per il momento non ce ne sono!), comporta la necessità di produrre "preridotto" (il cosiddetto DRI, che in qualche modo possiamo immaginare come l'alternativa alla ghisa prodotta nel ciclo tradizionale in altoforno), gli impianti per il preridotto richiedono altra energia, da produrre usando altro gas e quindi producendo altra CO2, e quindi per farla breve il piano dei commissari di governo prevedeva lo stazionamento a Taranto di un rigassificatore che però il sindaco di Taranto, interpretando l'opinione dei suoi elettori, non vuole assolutamente. L'alternativa sarebbe fare il preridotto da un'altra parte (Gioia Tauro?), il che comporterebbe, oltre alla perdita di posti di lavoro a Taranto, il simpatico paradosso che per decarbonizzare si dovrebbe trasportare il preridotto da Gioia Tauro a Taranto, ovviamente via nave, e quindi, altrettanto ovviamente, producendo altra CO2. Il dato positivo è che i sindacati trovano congruo il piano del Governo, il dato spinoso è che il problema ce l'hanno a sinistra, non a destra, perché che io sappia il sindaco di Taranto leghista non è. Va da sé che le elezioni imminenti non aiutano un ragionamento razionale, e vedremo quindi come andrà a finire.

Avrete comunque capito, da questo breve resoconto, che la CO2 è esattamente come l'altro idolo polemico dei piddini, erdebbitopubblico: tutte le strategie proposte per combatterla la fanno aumentare, o almeno non diminuire quanto si dice, il che pone la questione del perché mai un Paese che conta per lo 0,83% delle emissioni globali:


dovrebbe innescare bombe sociali come quella di Taranto e condannarsi all'irrilevanza, considerando che i rimedi proposti se non peggiori, non sono molto migliori del male. Ma su questo so che siete d'accordo con me (tranne il Comico, che però ci ha prematuramente abbandonato lasciando un vuoto colmabile dal buonsenso).

Ovviamente io ho ascoltato con rispetto e non ho polemizzato su nulla, anche perché non ne vedevo sinceramente il motivo, evitando qualsiasi tipo di sottolineatura politica tranne una, necessaria, al fatto che il partito in cui mi onoro di militare era stato il primo e l'unico fra quelli italiani a opporsi a tutte le follie del Green Deal per esattamente gli stessi motivi per i quali chi ce le ha proposte ora ci sta ripensando (fra cui, appunto, l'impatto sociale).

Resta il fatto però che mentre svolgevo rispettosamente il mio ruolo con la triplice, non potevo togliermi dalla testa il trilemma.

Quale?

Non quello di Mundell e Fleming, che gli economisti conoscono:

secondo cui non puoi avere contemporaneamente libertà dei movimenti di capitale, tassi di cambio fissi e controllo della tua politica monetaria, ma devi rinunciare a una di queste tre cose:

a) se hai tassi di cambio fissi e libertà dei movimenti di capitale, non puoi controllare il tuo tasso di interesse, perché se lo fissi a un livello inferiore a quello prevalente sui mercati finanziari internazionali subirai una fuga di capitali che renderà insostenibile il cambio fisso, forzandone il deprezzamento (questo è in qualche modo il mondo dell'euro, e prima quello del gold standard);

b) simmetricamente, se hai libertà dei movimenti di capitale ma manovri il tuo tasso di interesse, ovviamente devi lasciare che fluttui il tuo tasso di cambio (questo era in qualche modo il mondo dello SME, con la sua fluttuazione controllata);

c) quindi, per controllare il tuo tasso di cambio e il tuo tasso di interesse, devi controllare i movimenti di capitale (questo era in qualche modo il mondo di Bretton Woods).

Non pensavo nemmeno al trilemma "aumentato" di Rodrik, che trovate qui e che conoscono (spero) anche i politologi:



nella parte inferiore della figura (quella superiore riporta il trilemma standard di Mundell-Fleming), secondo cui non puoi avere simultaneamente completa integrazione economica (vista come sviluppo dell'integrazione dei mercati finanziari, cioè della mobilità dei capitali), stati nazionali, e democrazia, ma puoi solo avere due di queste cose (una spiegazione esauriente la fornisce Orizzonte48):

a) se vuoi integrazione economica mantenendo gli Stati nazionali devi accettare che questi siano ingabbiati da una camicia di forza che circoscriva l'ambito delle loro politiche (e questo è lo stato attuale dell'UE), rinunciando quindi alla democrazia in favore delle "regole";

b) puoi avere integrazione economica e democrazia se rinunci allo Stato nazionale e ti sposti verso una prospettiva federale come quella statunitense (qui da noi impraticabile per ovvi motivi storici e culturali): a tendere si avrebbe un mercato mondiale governato dagli Stati Uniti del Mondo (ma resta da chiedersi quale sia il significato che Rodrik dia alla democrazia in assenza di demos: questo non mi è affatto chiaro...);

c) poi, naturalmente, puoi avere (come in qualche modo, imperfettamente, avevamo) democrazia e Stati nazionali se rinunci alla piena integrazione economica, e questo è ovviamente il compromesso di Bretton Woods, in cui i vincoli ai movimenti di capitali (e quindi la libertà dal ricatto dei mercati) dava qualche grado di libertà in più ai governi nazionali.

No, io pensavo a un trilemma analogo, ma di tipo diverso, un trilemma di Bagnai che sostanzialmente dice che non puoi avere insieme Europa, decarbonizzazione, e posti di lavoro (posto che queste tre cose prese singolarmente abbiano un senso, e secondo me lo ha solo l'ultima), ma puoi avere solo due di queste cose:


Come potrete constatare qui, questo trilemma non ha tantissimo a che vedere con il "nuovo trilemma" proposto da Rodrik nel 2024, che si riferisce alle prospettive di sviluppo dell'economia mondiale, ma ha un significato molto più circoscritto, facilmente sintetizzabile:

a) la "decarbonizzazione" proposta dall'"Europa" col green deal distrugge posti di lavoro (e produce CO2), quindi se vuoi "Europa" e "decarbonizzazione" devi rinunciare al lavoro (prova ne sia che la Germania sta pensando di creare posti di lavoro nell'esercito!);

2) l'"Europa" potrebbe tornare a produrre occupazione solo se adottasse un approccio pragmatico, che comporterebbe il rinunciare all'obiettivo ideologico della "decarbonizzazione" (lanciato per favorire la riconversione dell'automotive tedesco, ma sostanzialmente fallito);

3) un vero balzo in avanti tecnologico (chiamiamolo "decarbonizzazione", per capirci) compatibile con la creazione di posti di lavoro richiederebbe livelli di investimenti pubblici incompatibili con le regole europee (fiscali e monetarie) e quindi con l'"Europa".

Per me è abbastanza chiaro da che parte dovremmo stare in questo grafico: da quella del "Bretton Woods (compromise)" e quindi della rinuncia alla cosiddetta "Europa", che in un modo o nell'altro ci condanna a un progressivo e inarrestabile slittamento verso l'irrilevanza economica, tecnologica, politica. La mia sensazione, che ovviamente mi sono tenuto per me, è però che qui in Italia i sindacati vogliano tutto, e tutto non si può avere, né secondo Mundell-Fleming, né secondo Rodrik, né secondo quanto abbiamo sotto gli occhi, di cui vi ho offerto una personale e discutibile sintesi.

Voi a che cosa rinuncereste?

martedì 15 luglio 2025

La caccia alle streghe

Forse lo avrete capito: da sempre mi affascina la spudorata presunzione dell’uomo contemporaneo di essere superiore cognitivamente, moralmente, ontologicamente, a chi lo ha preceduto. So di essere in buona compagnia in questo mio sentimento: in compagnia, per esempio di Giacomo Leopardi, ma anche di autori meno noti (o suppostamente noti) al grande pubblico, come Michéa. La mia (non ardisco dire: la nostra) maledizione è quella di ritenere che l’essere umano debba concentrarsi più sul metodo che sul merito. Il merito, l’oggetto del ragionamento, è alla portata di qualsiasi bestia. Non c’è animale che non sappia distinguere fra ciò che è commestibile e ciò che non lo è. Questo è il merito delle questioni. L’intelligenza comincia dove finisce il merito e comincia il metodo. Devo allora confessarvi una mia profonda inquietudine. È dal momento in cui, nella stanza dell’allora presidente Marattin, un collega di sinistra alla mia affermazione: “io vorrei meno tasse!“, rispose: “e io voglio meno CO2!“, che ho capito che qualcosa non stava andando per il verso giusto, e che le cose, che fino allora non erano andate proprio bene, anzi, erano andate decisamente male, erano destinate ad andare peggio. Detta stretta, in sintesi, perché domattina dovrò parlare di dazi in non so più quante trasmissioni fra radiofoniche e televisive, vi dico che quando cerco di pormi nell’ottica in cui si porrà un uomo del XXV secolo, e guardo retrospettivamente ai nostri tempi confusi e martoriati, ho la netta sensazione che i nostri posteri ci guarderanno come noi oggi guardiamo Jonathan Corwin o Samuel Sewall. So che dovrete “googlarli”, e non vi metto neanche il link (tanto i link non li seguite) ma vi rassicuro: forse fino a stasera avrei dovuto googlarli anch’io, e certamente nel XXV secolo i nostri posteri dovranno googlare Greta Thunberg. Di tanta irrazionalità, di tanta ferocia, in sintesi, di tanto Male, la storia non lascerà traccia. Sì, mi sto dicendo che nel merito non so chi abbia ragione: può darsi che se sulla Maiella la neve è un evento eccezionale questo dipenda dall’odiata molecola, ma d’altra parte chi è in grado di garantirmi che le convulsioni della povera Abigail Williams non dipendessero dagli incantesimi dell’odiosa Sarah Good? Il problema è il metodo, e il metodo, a ben vedere, è oggi lo stesso di cinque secoli fa, e sarà inesorabilmente lo stesso fra cinque secoli, perché dieci secoli non sono abbastanza per cambiare l’uomo (e quindi non lo sono neanche cinque, che è la metà di dieci). Come ho cercato di spiegarvi a Venezia (chi lo desidera può trovarsi il video) la scienza non si nutre di dubbio, ma di certezze. Fatto sta che i detentori pro tempore delle certezze tendono a rivelarsi nemici dell’umanità. Non c’è alcuna catastrofe, non c’è alcuna efferatezza, che possa essere da monito per chi fissa imperturbato il sole dell’avvenire, per chi non si distoglie dalla rettilinea traiettoria del progresso. La vita è fatta di cicli: quello del carbonio, quello dell’azoto, quello di Krebs… La morte è rettilinea, è l’estremo (destro) di un segmento sull’asse dei tempi, e mortifero è chi ragiona in termini rettilinei, chi non ha il coraggio di volgersi indietro, chi distoglie lo sguardo dall’orrore nell’illusione che tanto basti per non essere chiamato a ripeterlo.

Se queste parole arriveranno al XXV secolo, qualcuno saprà che qualcun altro si era posto il problema, esattamente come oggi noi sappiamo che Samuel Sewall se l’era a posto. Sappiamo anche, però, che questo non era servito a nulla, e quindi scusatemi se vi ho disturbato

Buonanotte!


sabato 7 giugno 2025

Rapallo (sul green e l’Europa)

Qui c’è il motivo per cui non sono riuscito a rispondervi (e ora sto per imbarcarmi):


Dovevo preparare questo intervento. Sono sempre le stesse cose, ma non negli stessi tempi e non alle stesse persone. Il risultato si è visto, il messaggio è passato (ascoltate i commenti degli altri, nei loro interventi tutti molto interessanti), stiamo portando la nostra voce in altri ambienti e piano piano ci costruiamo spazi di ascolto e di reputazione che ci saranno utili.

Ci vediamo più tardi per i commenti a questo e agli ultimi post, ma intanto volevo condividere un’osservazione che mi è venuta in mente lavorando a questo intervento: è strano come quelli secondo cui lo Stato è come una famiglia (una tribù variopinta che a quanto abbiamo visto annovera anche miliardari “visionari”) chiedano allo Stato di non comportarsi come si comporta una famiglia quando deve acquistare un bene capitale (un’automobile, una casa)! Le famiglie (o le aziende) per acquistare macchinari o edifici si indebitano. Secondi i gianninizzeri, lo Stato, invece, non dovrebbe indebitarsi mai, nonostante che sia ormai chiaro come chi sta alimentando una pericolosa catena di Sant’Antonio sia il settore privato: è quest’ultimo a indebitarsi per pagare dividendi, non il settore pubblico, e lo dice l’OCSE!

Questa è la consistenza dei nostri interlocutori social. Sono decisamente migliori e fortunatamente più rilevanti quelli in carne ed ossa. Spiaze per Serendippo! 😢

mercoledì 19 marzo 2025

Altre domande


Come si dice, domandare è lecito, rispondere è cortesia.

Da due giorni in qua pongo delle domande e nessuno mi risponde (oddio, nel caso di Draghi in effetti una risposta c'è stata...). Ma soprattutto la cosa sorprendente è che, come scrivevo a un amico di Torino durante l'audizione, "per la seconda volta in un giorno sento accusare la politica di scelte (l’austerità, l’elettrico) che sembravano fatte apposta per far perdere consenso e che quindi, verosimilmente, la politica spontaneamente non avrebbe preso!"

Perché il punto è questo! Il PD che ha chiamato Draghi in audizione è quello che ha eseguito le politiche di Draghi (lettera della BCE), quelle stesse che lo hanno spazzato via, e questo è piuttosto flagrante. Ma anche, di converso, la Stellantis che oggi chiede di essere protetta dall'UE è la stessa che chiedeva a gran voce il full electric a passo di carica, dettando l'agenda della politica, salvo poi accusare la politica di averla messa in opera.

Se ci pensate, sono due cortocircuiti molto simili, con un'altra cosa in comune: in entrambi i casi io (e, per quello che vale qui, il mio partito) eravamo contrari.

E avevamo ragione.

martedì 7 gennaio 2025

Shock di offerta e come produrli (il fallimento del green)

Sono molto contento di essere tornato qui, a passare un po’ più di tempo con voi. La cloaca nera non consente di organizzare un dibattito, elaborare un pensiero, ritrovare e referenziare nei suoi gorghi tumultuosi il materiale utile che pure vi si troverebbe, ma che viene immediatamente travolto da ondate e ondate di sterco. Gli scambi sono troppo estemporanei e rapidi, lo spazio è comunque compresso, anche dopo l’allargamento del vincolo sul numero dei caratteri (allargamento di cui non sono mai stato un granché entusiasta, come di altri allargamenti, perché trovavo interessante la dimensione epigrammatica, mentre trovo snervante "er microblogghinghe"...).

Poche settimane di lavoro qui hanno riattivato il dibattito fra di voi, consentendoci di mettere a fuoco i nostri argomenti e permettendo ai più curiosi di sottoporci tanto materiale interessante. Hanno anche messo in evidenza, queste poche settimane di lavoro, un fenomeno abbastanza peculiare e solo apparentemente paradossale. Accade infatti che, con una certa regolarità, siano proprio gli interlocutori teoricamente più favorevoli al “mercato”, al “liberismo”, a trovarsi completamente digiuni dei rudimenti di quella cosa che gli “studiati“ chiamerebbero basic economic reasoning. Non una grande scienza: semplice buon senso, quello di qualsiasi massai*. Non a caso qui coniammo la definizione di "spaghetti-liberisti": perché questi araldi del libero mercato nulla sanno né di libertà, né di mercato, e sprecare per loro una categoria tutto sommato dotata di una sua dignità intellettuale come quella di "liberismo" ci sembrava un insulto alla storia del pensiero economico, ma anche, più semplicemente, un insulto al pensiero.

Fra gli adepti di questo orientamento, che ha in Oscar Giannino il suo esponente più rappresentativo, abbiamo qui fra noi l'amico Marco, che mi dispiace di aver deluso. Fatto sta che il suo ragionamento secondo cui "una moneta è migliore di un'altra se ha i tassi più bassi" proprio non tiene! Quale che sia il mercato, il prezzo migliore è quello di equilibrio, non "il più basso". Un prezzo troppo basso infatti incentiva una domanda eccessiva da un lato, e deteriora la qualità del prodotto dall'altro (perché per soddisfare l'eccesso di domanda bisogna necessariamente abbassare gli standard di produzione: lavorare più in fretta, utilizzare materie prime meno pregiate, ecc.).

Questo vale in modo particolarmente plateale nel mercato del credito!

Dal lato della domanda, cioè di chi chiede un mutuo, tassi di interesse troppo bassi incentivano le famiglie a indebitarsi in modo eccessivo per sostenere i propri consumi ("Prendi oggi e paghi in 36 rate a partire da Natale prossimo!") e i propri investimenti immobiliari (con la creazione di bolle immobiliari cui abbiamo assistito in Spagna, ma non solo). Inoltre, tassi troppo bassi sui depositi o su altri strumenti tradizionali a basso rischio di investimento del risparmio spingono le famiglie ad assumere rischi eccessivi (perché la loro ricerca di prodotti finanziari più remunerativi li porta ad acquistare prodotti molto più rischiosi). Il pensionato di Civitavecchia è stato ucciso precisamente da questa distorsione del mercato.

Ma anche dal lato dell'offerta (cioè delle banche) un tasso troppo basso crea problemi: intanto, crea un incentivo a recuperare sui volumi quello che si perde sul margine, e quindi in definitiva a elargire credito in modo non particolarmente accurato (e deriva da qui, cioè dal tentativo di arginare questa distorsione, l'onere regolatorio che l'Unione Bancaria impone agli istituti di credito). Poi, a tendere sposta l'attività delle banche da quella di intermediazione del risparmio (raccolta di depositi, erogazione di prestiti) a quella di outlet di prodotti finanziari (rischiosi), rendendo piuttosto complicata la vita alle tante medie, piccole e microimprese per le quali il credito bancario potrebbe ancora essere una (fisiologica) fonte di finanziamento. Non c'era nulla di buono nel fatto che i tassi greci o italiani fossero uguali a quelli tedeschi, e chi non ha capito prima che questa era una gigantesca distorsione del mercato l'ha, in molti casi, dovuto capire dopo.

Poi c'è anche chi non lo capirà mai, come Marco, ma noi gli vogliamo comunque bene.

Oggi però volevo parlarvi di un'altra cosa che Marco credo non capirà (il che non ci impedirà di continuare a volergli bene). Ci riflettevo oggi,


mentre scendevo verso Roma dai non abbastanza gelidi altopiani d'Abruzzo, sotto un cielo livido, frustato da una pioggerellina puntuta e gelida. Continuavo a rimuginare uno dei grafici che avevo commentato con voi:

(qui), un grafico tutto sommato sorprendente perché mostra come il pass-through fra costi internazionali dell'energia e inflazione nazionale non sia poi stato alterato in modo drammaticamente significativo dall'entrata nell'Unione economica e monetaria: negli anni '70 inflazione al 20% con un incremento dei prezzi dell'energia del 200%, negli anni '20 inflazione all'8% con un incremento dei prezzi dell'energia dell'80%...

Da questa riflessione sugli shock di offerta e su come le loro conseguenze nel tempo tutto sommato non siano cambiate, nonostante la continua e profonda evoluzione delle tecnologie e delle istituzioni, il mio pensiero andava a una considerazione svolta da Blanchard nel suo commento al rapporto Draghi.

Ve la copio qui sotto:

Nel suo compitino Draghi deve naturalmente dire che il "green" sarà (o dovrà essere) un motore di sviluppo ecc. ecc. Blanchard gli spiega asciuttamente perché non potrà esserlo. Non potrà esserlo perché la lotta al cambiamento climatico condotta all'interno del paradigma predominante (quello degli effetti climalteranti della CO2), equivale a trasformare la CO2 da prodotto di scarto (in quanto risultato della combustione) in una materia prima come il petrolio (in quanto i produttori devono acquistare il "permesso" di emetterla, o devono spendere in altro modo per non emetterla), imponendo su di essa un prezzo artificialmente alto al preciso scopo di contenerne l'utilizzo.

Ne consegue che il green è un gigantesco shock di offerta, che in quanto tale non può che avere effetti recessivi.

Insomma: il "green" è uno spostamento dall'equilibrio E all'equilibrio E' nel modello keynesiano standard:


modello che vi spiegai qui, non a caso a proposito dell'incremento delle bollette (segnalo che, come il post prevedeva, lo científico non volle restare al governo...).

Nota bene: non mi interessa, e non deve interessare neanche a voi, in questa sede, confutare o contestare il paradigma! Ci inchiniamo, ci prosterniamo, ci prostriamo ai piedi del paradigma! A me sta benissimo (no!) pensare che le cose stiano esattamente così, che ogni mio atto espiratorio comprometta gli equilibri del globo.

Va bene.

Fatto sta che, se ragioniamo così, in termini economici stiamo trasformando uno scarto in una materia prima, stiamo insomma rendendo la CO2 una cosa analoga al petrolio, e quindi il suo desiderato, auspicato incremento di prezzo di fatto equivale a uno shock petrolifero, come quelli degli anni '70.

Ne derivano alcune conseguenze piuttosto ovvie: intanto, per questi motivi il green avrà un impatto inflazionistico sulla nostra economia, impatto difficile da quantificare (perché non credo che esistano ad oggi le basi statistiche per farlo, dato che lo stesso quadro normativo è in continua evoluzione), ma che si può prevedere sarà molto protratto nel tempo. Siamo in mano, come nota Blanchard, a un elemento imprevedibile: la rapidità del progresso tecnologico. Finché questo non ci condurrà nell'Eldorado di tecnologie superiori e a buon mercato, la conseguenza dello shock di offerta autoinflitto sarà un clima economico recessivo, una perdita di potere d'acquisto delle famiglie e di competitività delle imprese, mentre il vasto resto del mondo, fottendosene del paradigma, prospererà e ci inonderà dei suoi prodotti "sporchi".

Basic economic reasoning.

Quanto occorrerà ancora per capire che questo progetto politico danneggia la nostra libertà (come oggi gli ha rinfacciato perfino Pan di Zucchero!) perché distorcendo le più elementari regole economiche provoca inevitabilmente un malcontento che può essere gestito solo in chiave repressiva?

Le due cose vanno insieme: distorsione del mercato e censura del pensiero sono due forme di coartazione della libertà e sono l'una la causa dell'altra, in una spirale al ribasso di cui non si vede la fine, nonostante le evoluzioni che segnalavamo nel post precedente.

Ci vorrà molta pazienza e molta attenzione...

venerdì 5 aprile 2024

Chi di sussidio ferisce, di sussidio perisce

Cominciamo da un disegnino, questo:


Tutto questo rosso, il colore del sangue e degli ipocriti, trasferisce una certa inquietudine, vero? Non diminuirà quando vi avrò spiegato che cosa significa.

LOLE è Loss Of Load Expectation, definita come numero atteso di ore all'anno in cui una quota parte della domanda attesa di energia elettrica non è coperta dal sistema, per vincoli dal lato della produzione o del trasporto (la rete elettrica).

Lo standard di affidabilità (reliability standard) del sistema, fissato dal DM 28/10/2021, è definito come LOLE<3:


ovvero la rete viene considerata affidabile se il numero atteso di ore in cui non tutta la domanda viene soddisfatta resta inferiore alle tre ore in un anno.

La figura è riferita all'anno 2028 e indica che in tutte le regioni italiane si avranno valori di LOLE superiori a 100, cioè che nel 2028 la rete sarà pericolosamente inaffidabile, con elevato rischio di black out. Attenzione: è uno scenario, e dopo vi dirò quali siano le ipotesi e chi ne sia l'autore. Prima però permettetemi una considerazione. L'ultimo black out serio in Italia lo ricordiamo tutti: Uga aveva un mese esatto! Ventuno anni dopo la nostra vita dipende molto più intensamente da una fornitura stabile di energia elettrica, e questo perché siamo diventati tutti "digitali". Una quantità di funzioni di estrema rilevanza pratica, come comunicare, effettuare pagamenti, entrare in casa (o uscirne), utilizzare elettrodomestici ecc., dall'analogico sono state trasferite al digitale, il che ci rende enormemente vulnerabili a un distacco di corrente.

La figura qua sopra è tratta dal Rapporto Adeguatezza Italia 2023 di Terna, uscito a dicembre e ampiamente commentato sulla stampa specializzata. Vi consiglio di leggere l'originale, perché i commentatori, ovviamente, ne hanno colto i messaggi che i paraocchi dello Zeitgeist consentivano, o imponevano, loro di cogliere. Così, ad esempio, per Energia Italia il rapporto dice (e in effetti lo dice) che il sistema elettrico italiano "risulta essere a oggi ‘adeguato’" (oggi sì!), e poi sottolinea la "necessità di una più forte crescita delle rinnovabili in un momento in cui il cambiamento climatico pone davanti delle sfide importanti da affrontare". Quindi: ci vogliono più rinnovabili! Per Energia Oltre il sistema elettrico italiano è "adeguato, ma attenzione alle temperature estreme" (il colpevole è quindi il global warming, e in effetti il rapporto descrive molto bene i problemi che le temperature estreme creano: scarsa disponibilità di acqua, superamento delle soglie di temperatura ammissibili per l'immissione in natura delle acque di raffreddamento, ecc.). Uno sguardo un po' più libero lo offre la rivista più autorevole del settore, Staffetta Quotidiana, secondo cui "Terna conferma rischi da caldo/siccità e dismissione impianti a gas".

Ecco, qui ci avviciniamo al punto. La "dismissione della generazione economicamente non sostenibile" di cui parla la didascalia della Figura 17 qua sopra...

Perché in effetti qualcuno (tipicamente il mio nuovo amico Il Comico) potrebbe chiedersi: "ma perché mai, visto che stiamo procedendo a vele spiegate sul glorioso percorso delle rinnovabili, visto che le ingentirisorsedelpienneerreerre  finanziano la transizione ecologica, e che quindi nel 2028 si stima che la potenza rinnovabile raddoppi a 71 Gw dai 35 Gw e spicci attuali, perché mai dovremmo trovarci in simili difficoltà, con oltre 100 ore all'anno di fabbisogno elettrico non coperto dalla "bodenza di vuogo" rinnovabile installata?"

In effetti, lo scenario tecnico al 2028, rappresentato nella Figura 13, dice che non ci troveremo in difficoltà:


e ci restituisce l'immagine di un mondo in verde, con LOLE ovunque sotto soglia. Ma allora il catastrofico scenario della Figura 17 da dove salta fuori?

Salta fuori da questo:


All'aumentare delle FRNP (fonti rinnovabili non programmabili), in teoria aumenta la capacità installata complessiva, ma in pratica la capacità programmabile, cioè quella da fonti fossili, viene messa fuori mercato. Le centrali termiche dovranno essere dismesse perché quando operano a regimi ridotti e intermittenti il loro esercizio diventa antieconomico, non consentendo la copertura dei costi fissi. Nel medio periodo (al 2028) si stima che circa 15 Gw di capacità termoelettrica dovrebbero andare in decommissioning, il che, considerando che la CDP (capacità disponibile in probabilità) da rinnovabili all'epoca sarà intorno 10,6 Gw (Figura 8 del rapporto), spiega facilmente perché lo scenario tecnico-economico al 2028 ci dice che il LOLE esploderà. Fra chiusure già previste e chiusure prevedibili la capacità termica scenderà da circa 60 Gw a circa 40 Gw, quindi dismetteremo o dovremo dismettere più generazione termica di quanta generazione rinnovabile potremo installare, e buona notte ai suonatori!

Naturalmente ogni problema ha una soluzione.

Se sei un europeista, la soluzione ovviamente è aggravare il problema in base al noto schema "ci vuole più...": ci vogliono più rinnovabili, o bisogna disporne più in fretta (congestionando i mercati e aggravando i costi), o roba del genere (in effetti il Fit for 55 obbedisce a una logica simile)...

Tuttavia, se il problema è economico, è facile che la soluzione, nella mente di alcuni, prenda spontaneamente la forma di un sussidio.

La scelta, così, non sarà più fra pace o condizionatori, ma fra sussidiare la generazione termica o boccheggiare dal caldo.

E quindi sussidieremo l'inquinante generazione termica!

Del resto (e sotto ve ne do una testimonianza diretta) mica crederete che gli Usa abbiano investito tanto nel gas per non venderlo? E meno male! Dovendo scegliere fra due imperialismi, per restare a galla meglio non lasciare la via vecchia per la gialla...

Spero apprezziate l'ironia del paradosso: dopo aver sussidiato, per lo più a vostra insaputa, le rinnovabili attraverso il meccanismo degli oneri di sistema, una volta raggiunto il paradiso degli ingenui, quel mondo tutto rinnovabile dove in teoria sole e vento ci liberano dal Male e ci consegnano al Paradiso dell'energia gratuita, in pratica continuerete a sussidiare. Solo che questa volta invece del rinnovabile "pulito" dovrete sussidiare il termico, che è sì "sporco", ma senza la cui stabilità e programmabilità la rete elettrica diventerebbe pericolosamente inadeguata. Dovremo farlo perché il "ci vogliono più rinnovabili", nella totale assenza di un ragionamento complessivo sulla gestione delle reti, nel frattempo avrà messo fuori mercato un elemento essenziale per la stabilità delle reti stesse.

Potremmo insomma concludere che mentre un investimento genera un rendimento, un sussidio genera un altro sussidio, magari di segno opposto, perché ogni distorsione della razionalità economica, e qui ne abbiamo viste tante, è sempre foriera di squilibri e di sventure.

Le retorica del green, che per affermare se stessa ha usato l'arma del sussidio, verrà maciullata dalla stessa arma, che non potrà che rivolgersi contro di lei. Triste destino per i tanti "verdi" che imperversano nei parterres televisivi essere costretti a finanziare in bolletta l'odiato fossile!

Il merito immediato di tutto questo, ovviamente, è della geniale von der Leyen, eletta grazie ai voti grillini, e destinata all'oblio a una velocità ancora superiore a quella della sua mentore Merkel. Un'anatra (o altro volatile) zoppa che verrà tenuta ancora un po' sulla graticola aspettando che bruci (destino inevitabile delle candidature precoci, come ben sa chi si occupa di nomine).

Ma il problema non è circoscritto a noi, non dipende solo dalla pessima qualità della nostra leaderhip, ha anche una dimensione più ampia, e coinvolge una nostra vecchia amica, la governance sovranazionale. Guardate ad esempio che letteraccia si è visto arrivare il direttore dell'International Energy Agency (l'OMS dell'energia) Faith Birol da due di passaggio:


"Perché fai propaganda, invece di fare il tuo lavoro?", gli chiede il presidente della Commissione Energia e Commercio, Cathy McMorris Rodgers. Saremo curiosi di vedere la risposta, e credo che in ogni caso convenga leggersi bene le domande poste da questa parlamentare statunitense (anche perché, come vi annunciavo sopra, spiegano molto bene perché lu grin s'ha mort, cioè perché non è nelle cose che noi si rinunci ex abrupto al fossile: non lo è per motivi fisici, e non lo è per motivi geopolitici).

Di questo e di altre cose parleremo al midterm, di cui è uscito il programma.


(...ecco: quando vi chiedevo qualche grafico significativo da commentare in effetti pensavo più a roba così. Ma evidentemente non riesco più a farmi capire...)

(...a poche settimane dalle elezioni europee a/simmetrie propone, a Roma, un incontro sui vari eurodisastri, e la risposta, devo dirvelo, è fiacca. Credo sia la prima volta che non andiamo subito in sold out. Sono sorpreso? Forse no. Il precedente del 28 luglio 2021 era stato, a modo suo, eloquente. Quando avevamo chiesto sostegno, non l'avevamo avuto, e se non l'avevamo avuto, verosimilmente, è perché non c'era, e che non ci fosse in quel caso potevamo aspettarcelo, ascoltando i colleghi più esperti che ci ammonivano su come certe battaglie fossero "minoritarie". In effetti, i numeri e l'evidenza di tutti i giorni, all'epoca, mostravano una schiacciante maggioranza di persone che correvano a fare (salvo poi pentirsene) quello che una minoranza non voleva fare. Non entro nel merito delle scelte: la mia battaglia, condivisa con pochi altri che conoscete e molti che non conoscete, era per tutelare la libertà di tutti, ma era, in tutta evidenza, una battaglia persa, perché era innanzitutto una battaglia di ragionevolezza in un mondo di persone possedute da una simmetrica e simmetricamente irrazionale paura. In tanta simmetria, purtroppo, erano i numeri a essere asimmetrici. La nobile difesa del nobile principio era quindi destinata a schiantarsi. Ovviamente si combatte perché ci si crede. Se fossi della razza di quelli che combattono solo per vincere non avrei mai aperto questo blog: ex post mi ha portato in Parlamento, ma ex ante poteva solo stroncarmi la carriera accademica! Quindi il punto non è tanto, per me, che la battaglia fosse "minoritaria" o maggioritaria. Le mie riflessioni erano concentrate su altri punti. Ad esempio: com'è possibile, mi chiedevo, che la nostra, di noi insider, e la vostra percezione di quale fosse un momento decisivo per manifestare, per manifestarsi, fossero così disallineate? Certo, voi non vedevate tutto quello che vedevamo noi, non potevate cogliere nelle sfumature del dibattito interno l'incrinarsi di certe certezze, non potevate vedere le crepe del dubbio, e quindi non potevate intuire che quello fosse il momento per insinuarvisi. Le nostre informazioni erano asimmetriche. Ma il punto era un altro: se non rispondevate alla nostra chiamata era perché evidentemente non vi fidavate di noi. Non ho difficoltà né a capirlo, né ad accettarlo. Non mi offendo di certo, anche perché ormai sapete che nemmeno io mi fido di voi: la prima forma di rispetto è la reciprocità! Del resto, stiamo appunto discutendo di quanto i fatti mi diano ragione... E poi c'è il tempo, che è un fattore importante, non solo nella sua dimensione puntuale (è sufficientemente ovvio che per segnalare l'importanza del tema europeo il momento giusto sono le elezioni europee: se il segnale non lo si dà probabilmente è perché non lo si vuole dare, e ci sta), ma anche nella sua dimensione estensiva. Passano gli anni e immagino che aumenti la stanchezza. E anche qui c'è reciprocità: sono stanco io, capisco benissimo che possiate essere stanchi voi! Forse potrebbe aiutarci a resistere la constatazione dei progressi che pure ci sono stati. La loro comprensione, tuttavia, è offuscata da tanti elementi oggettivi, inclusa la stessa durata del percorso, il tempo, appunto. Dato per assodato l'obiettivo, che è quello di liberarci, alcuni progressi, come il fatto che persone di cui pensavate che mai vi avrebbero avuto accesso ora sono all'interno delle istituzioni, per chi non ha vissuto quella fase, ma anche per chi l'ha vissuta, può sembrare un progresso meramente personale (er senatore d'a a Lega voleva a portrona), non politico (stiamo creando classe dirigente con esperienza di legislativo e magari anche di esecutivo). Questo, ovviamente, perché se non si sa come funzionano le istituzioni (ma per spiegarvelo abbiamo fatto tanto) non si può apprezzare l'importanza di avere con sé persone che sanno come funzionano e che hanno una reputazione all'interno di esse. Eppure, i risultati si vedono, o almeno che volesse vederli potrebbe facilmente farlo. Ad esempio, fra questo e questo:


sono passati 1611 giorni, 38664 ore, che non sono state facili per voi come non lo sono state per noi, ma che hanno portato dove volevamo che si arrivasse. Lo vedete o no il progresso fra queste due posizioni? Intuite o no che dietro c'è stato tanto lavoro paziente, tanta prudenza, ma tanta tenacia, per non perdere di vista l'obiettivo, e per ricordarlo al momento giusto a chi di dovere? Ricordate, o no, quando tutti davano il nostro migliore amico per Presidente della Repubblica? Capite, o no, che quella sarebbe stata una pietra tombale sul nostro anelito di libertà? Ecco, qui si situa una particolare insidia, che mina alla radice il meccanismo di rappresentanza: l'incapacità di ragionare per scenari alternativi, assistita dalla scarsa memoria storica, che porta regolarmente a dimenticare quale fosse lo scenario
ex ante più probabile, soprattutto in chi più ha strepitato per scongiurarlo. Difficile accontentare i professionisti dello strepito! Nel momento in cui scongiuri quello per cui strepitavano, fatalmente essi dimenticano cosa fosse... D'altra parte, pericolo scampato? Non ancora. Obiettivo raggiunto? Sì. Prezzo? Altissimo, per voi, lo so. Ma le nostre divisioni erano quelle schierate a Piazza del Popolo il 28 luglio del 2021, non altre, e con quelle abbiamo fatto quanto potevamo in questa che è e resta una guerra di logoramento. In un combattimento di questo tipo la nostra unica speranza, per influire sui rapporti interni ed esterni, era aspettare che il tempo ci desse ragione. E, mi spiace dirlo, con tutta la compassione che provavo per voi, purtroppo in termini politici se eravate troppo pochi, o vi palesavate - come state facendo - in pochi, la colpa non era degli altri, era vostra! A noi non restava altra tattica che quella del logoramento, l'alternativa essendo quella di diventare una meteora come un Pancho Pardi o una Sara Cunial qualsiasi! Massimo rispetto umano, ma la battaglia politica si combatte non abbandonando la posizione. Certo, questo esigeva tanta persistenza, e in tutti questi anni, dal 2011 a oggi, è nella vostra presenza, nella vostra vicinanza che ho trovato la forza e la motivazione di continuare a combattere, anche nei momenti più bui - che non sono stati quelli della mia vita parlamentare. Ve ne ringrazio. Di converso, immagino che anche voi abbiate trovato forza e motivazione nella mia presenza, che ora non potete più avere, perché se al momento buono vorrete contare su qualcuno che sappia come comportarsi e a chi rivolgersi, dovete dargli il tempo di fare l'uomo macchina, di entrare negli ingranaggi, possibilmente senza restarne schiacciato, e il tempo richiesto è tanto, tantissimo, e così per voi ne resta poco, pochissimo. Soffro nel non poter sempre ricambiare, restituendovi la motivazione che avete dato a me. Il dibattito fra noi si sfilaccia e si degrada, lo si vede dalla qualità dei commenti, che è direttamente proporzionale al tempo che vi dedico. Ma la soglia di tempo necessaria per attivare un dibattito che sia fruttuoso, che aiuti voi a capire, che mi arricchisca con le vostre segnalazioni, è sempre più inattingibile. In questo preciso momento dovrei fare altro, purtroppo. Recupererò domattina. Ma più di una vita non riesco a vivere, e forse questa esperienza, che tanto mi ha dato e nella quale ho cercato di darvi il massimo, è anche giusto che giunga, come sta fatalmente e fisiologicamente giungendo, a un termine. Da questa esperienza esco trasformato in un modo che mai avrei potuto sospettare: per il fatto di essermi così a lungo confrontato con voi, di aver dovuto gestire le vostre paure e le vostre rabbie, di essere stato partecipe delle vostre gioie, dei vostri dolori, delle vostre vicende familiari (dei vostri matrimoni, dei vostri battesimi,...), ne esco trasformato in animale sociale. Ma ora la comunità che riesco a seguire, cui riesco a dedicarmi, cui è giusto che mi dedichi, perché è mio dovere istituzionale, con cui mi sento più in contatto, e in un contatto più vero, progressivamente non siete voi, ma sono i miei elettori, i miei sindaci, i giovani del mio partito. Persone che spesso ignorano chi io sia - c'è anche qualcuno che guarda la televisione meno di me, vivaddio! - persone con cui ho condiviso infinitamente meno di quanto ho condiviso qui con voi, ma anche persone per cui posso fare qualcosa, qualcosa di concreto, nel mio nuovo ruolo, e farlo in tempi umani, e alle quali, in mancanza, spesso, di una comune visione ideologica, mi lega qualcosa di meno identitario ma più forte: la comune appartenenza all'umanità. Forse, è un'ipotesi, in questa fase della mia vita mi appaga di più bermi un bicchiere di vino con un pastore o un operaio che di me non sa niente (non sa chi sono, che lavoro faccio, e se lo sapesse non saprebbe in che cosa consista...) che estenuarmi per tenere unita, per alimentare una fiammella di speranza in voi, che invece, a sentirvi, sapete tutto, di me e del mondo, e venite a spiegarmelo. Non vi offendete, vero, se però a me interessa più quello che non so (ad esempio, quando e come si seminano le patate in montagna) di quello che già so e accanitamente tornate a insegnarmi (o anche di quello che mi accanisco a spiegarvi e risolutamente non volete comprendere)! Non posso affermarlo con certezza, ma ho qualche dubbio sul fatto che chi ha firmato la Pace di Vestfalia abbia anche dichiarato la Guerra dei Trent'anni (lo svedese senz'altro no, aveva sette anni quando è iniziata!). Forse una conseguenza talmente ovvia da sfuggire all'attenzione delle guerre lunghe è che difficilmente chi le dichiara può vederne la fine. Anche questo, che vale per voi come per me, è un dato da tenere in considerazione. Insomma, anche per l'energia politica c'è un problema di programmabilità - o, se volete, di intermittenza - e di costi! Certo, a fronte di risposte così scarse, non credo sia più ergonomico per me né di qualche beneficio per voi che io mi sbatta tanto per escogitare eventi di qualità, per portare avanti una battaglia culturale. L'esperimento che mi tentava, perché abbiamo visto che funziona, era quello di mostrare a una certa classe dirigente che cosa interessa "ar popolo", e quello di mostrare "ar popolo" che cosa sa la classe dirigente. In autunno era riuscito, sono certo che la strada sarebbe utile e feconda, ma se non volete percorrerla io non voglio costringervi. Ai miei amici, a quelli con cui condivido il cruccio per il nostro Paese conculcato, né più né meno di sempre, da potenze fisiologicamente ostili, dico sempre che non possiamo rimproverarci di non aver avuto successo dove Keynes aveva fallito! "Le conseguenze economiche di Mr. Churchill" restano la migliore descrizione della nostra situazione, ma non servirono, appunto, a evitare le conseguenze economiche di Mr. Churchill, così come non sono servite, oggi, ad aprire tante menti. Capisco quindi il vostro disamoramento e non vi chiedo di forzare la vostra natura. Almeno questo, a sessantadue anni, cioè quando sono stato costretto, l'ho capito: la natura va assecondata. D'altra parte, però, se riunirvi come community non vi interessa più, se a/simmetrie o questo blog non riescono più a motivarvi e a coinvolgervi, non posso che conformarmi a quel principio di realtà cui auspico che si conformino i miei avversari politici! Ne prenderò atto, e mi risparmierò tanto lavoro inutile. Volevo riscrivere ad Ashoka Mody per il Goofy13, ma prima volevo sentire il segretario della Farnesina per sapere la data del G20 dello sviluppo (che si terrà a Pescara), ecc. Dietro ogni evento c'è lavoro, e quel lavoro non si vede. Organizzare cose per un po' mi è piaciuto. Ma se non c'è risposta, posso fare altro: ricominciare a suonare, ricominciare a leggere, fare una passeggiata... Mi tocca perfino organizzare gli eventi che organizzate voi! Non più tardi di un paio d'ore fa Claudio mi ha detto di non sapere nulla di uno dei nostri prossimi incontri, forse perché quello di voi che mi aveva coinvolto mi vedeva più come suo segretario che come relatore! Succede anche questo, e succedono tante altre cose: possiamo anche prenderci un sabbatico. Succede anche che è tardi, e me ne vado a dormire. Questo post, per la parte in tondo, stampatelo: è il nuovo "I salvataggi che non ci salveranno". Potremmo chiamarlo "L'energia pulita che ci inquinerà". Tenetelo da parte, perché non ce ne saranno più molti. Lavorerò perché il midterm abbia la qualità di sempre, e poi passerò ad altro, come state facendo voi...)

domenica 31 marzo 2024

Unione o transizione? La radice del fallimento europeo.

Dieci anni fa tentammo per la prima volta l'esperimento del #midterm, e ci radunammo a Roma per parlare di Un'Europa senza euro. Dieci anni, e due elezioni europee, dopo, ci ritroveremo a Roma il 13 aprile prossimo per parlare di Un'Europa senza Euro 6.


I tempi cambiano, ma, come vedrete, non cambiano i temi. Semplicemente, la loro lista si allunga perché ad essa si aggiungono ulteriori declinazioni di un tema, quello della transizione, che è il tema fondante e cruciale del progetto europeo.

Su questo vorrei condividere qualche riflessione con voi, anche per raccogliere vostri stimoli e suggerimenti.

Giandomenico Maione, che abbiamo avuto ospite nove anni fa,  nel suo libro del 2014, Rethinking the Union of Europe post crisis, fa un'osservazione determinante, che deve essere compresa bene, nelle sue implicazioni, se si vuole capire in che razza di vicolo cieco ci siamo cacciati. Osserva Maione che la costruzione europea si caratterizza, più esattamente che i Trattati la caratterizzano, come un processo di transizione perenne verso una "unione sempre più stretta" (ever closer union, art. 1 secondo comma del Trattato sull'Unione Europea). Non è però chiaro quando questa unione potrà essere considerata abbastanza stretta da sancire il compimento di questo processo, di questa transizione, né, correlativamente, che forma dovrebbe prendere un’unione per essere considerata abbastanza stretta.

Basta un collier o occorre proprio una garrota?

Questo essere un processo di eterno avvicinamento asintotico ad un asintoto che non c’è, o non si vede, è un elemento particolarmente tossico per la conduzione di un ordinato dibattito democratico sulla costruzione europea. L'inesistenza di un chiaro obiettivo, che, se ci fosse, andrebbe iscritto nella Costituzione che non c'è (quella europea), genera vari livelli di problemi di delega e in particolare di moral hazard, quella forma di comportamento opportunistico del delegato (il politico) che sorge, appunto, quando il delegante (l'elettore) è nell'impossibilità di accertare la negligenza, o addirittura il dolo, del delegato nel definire il suo compito. Se questo compito è indefinito, è definito come una transizione, non come un obiettivo, accertare l'impegno di chi dovrebbe realizzarlo, accertare se e quanto si sia avvicinato al risultato, diventa intrinsecamente impossibile.

Il problema è duplice. Da un lato, evidentemente, il non sapere verso dove, verso cosa, si stia andando, rende impossibile giudicare se ci si stia andando. Di conseguenza, la concettualizzazione del progetto come eterna transizione rende logicamente impossibile valutare la qualità della leadership europea, e quindi la deresponsabilizza. Qualsiasi cosa essa faccia è sottratta alla critica, pour la simple et bonne raison che se si ignora l'obiettivo se ne ignorano distanza e direzione, e quindi resta impossibile valutare se chi è in quel momento al governo abbia compiuto passi nella direzione di guida e con la giusta velocità. Si aggiunga che questa radicale indeterminatezza apre alla possibilità  che la definizione dell’obiettivo finale sia dettata da umori estemporanei, come quelli determinati dallo stato di eccezione implicitamente causato da eventi eccezionali (non a caso, secondo Jean Monnet, l'Unione Europea sarebbe stata "la somma delle soluzioni trovate alle crisi": perché queste soluzioni, dettate dalla violenza dei fatti, avrebbero imposto la concretezza di un obiettivo definito: risolvere, appunto, la crisi. Inutile dire, e lo si sta vedendo ora col PNRR, che una panoplia di strumenti creati in condizioni di emergenza non necessariamente costituisce l'ossatura di una Costituzione in grado di assicurare i necessari pesi e contrappesi in condizioni di normalità). L'obiettivo volta a volta perseguito, o presentato come perseguendo, poi, è anche alla mercé di rapporti di forze altrettanto estemporanei e transitori fra i singoli Stati membri, rapporti soggetti all'alea dei singoli processi politici nazionali.

Si trova forse scritto da qualche parte che l’obiettivo sia l’elezione diretta del Presidente degli Stati Uniti d’Europa? No. Però se ne sente parlare come di un obiettivo legittimo, lo si dà per assodato e pacifico, ignorando che un simile obiettivo non è stato né sottoposto a un vaglio democratico né, quindi, tantomeno iscritto in un Grundgesetz condiviso.

D’altra parte, il fatto che non si sappia e non si voglia, in fondo, sapere, che cosa l'Unione Europea debba essere, il fatto che non si sappia a che cosa debba condurre questa transizione, rende non solo impossibile valutare se ci si stia avvicinando all’obiettivo finale (e su questo ci siamo intrattenuti fin qui), ma anche se questo obiettivo sia sensato. Se non sai dove stai andando, ovviamente non puoi sapere se ci vuoi andare. Nel dibattito hanno corso solo le valutazioni implicite e scombiccherate di natura comparativa, riferite a esperienze federali sul cui successo ci si potrebbe interrogare da diversi punti di vista (come più volte ricordato, nella creazione degli Stati Uniti d'Europa a noi sarebbe riservata la sorte non brillante dei nativi) e il cui percorso storico è comunque stato totalmente diverso dal nostro, procedendo, per lo più, da una operazione di tabula rasa delle popolazioni o comunque delle culture autoctone che qui in Europa non c'è stata, nemmeno con tutto il male che ci siamo inflitti, e difficilmente ci potrebbe essere. Questa indeterminatezza del punto di arrivo apre allo sgradevole fenomeno per cui, nel momento in cui i cittadini si accorgono che le cose non stanno funzionando come promesso, che la transizione verso una Unione sempre più stretta non sta "deliverando", come dicono quelli bravi, basta dirgli che se il processo non funziona è solo perché non è ancora compiuto, cioè che ci vuole più Europa. Naturalmente ciò che rende possibile argomentare impunemente il progetto non sia ancora compiuto è il semplice motivo che nessuno sa quale dovrebbe esserne il compimento! In altre parole, la natura di eterna transizione verso l’ignoto del progetto europeo è esattamente ciò che fornisce un fondamento logico all’argomento che altrimenti apparirebbe fallace, ma che tante volte sentiamo ripetere con apoditticamente: quello che attribuisce i fallimenti dell’Europa al fatto che ce ne vorrebbe di più!

Incidentalmente, questo schema logico, lo schema del "ci vuole più", nato e messo in campo nel dibattito sull’Unione europea, è poi stato applicato anche ad altre situazioni di transizione verso l’ignoto. Pensate ad esempio alla gestione della pandemia! Quando era assolutamente acclarato che un certo approccio terapeutico non aveva le proprietà che gli erano state date attribuite, cioè quelle di immunizzare e sterilizzare i pazienti (nel senso di: renderli incapaci di contagio), la risposta, come ricorderete, è stata che ce ne voleva di più ("ci vogliono più dosi" era la declinazione sanitaria del "ci vuole più Europa").

Essendo l’Unione Europea ontologicamente una transizione, non stupisce che la transizione sia la cifra della sua azione politica. Nei fatti, quello che l’Europa ci propone oggi è un florilegio di transizioni: la transizione ecologica (o ambientale, o energetica, che si voglia); la transizione digitale; il sostegno a una serie di altre transizioni di cui l’Unione si fa paladina, nella dimensione che ha assunto di stato etico, e che riguardano la sfera più intima di ogni singolo individuo. L’importante è il processo, la fluidità, e non il punto di arrivo, l'identità. Questo, se ci pensate, è il motivo per cui identità e democrazia sono logicamente connesse. Naturalmente un pezzo di questa storia è che è il processo, e non il punto di arrivo, a giustificare l’esistenza di un clero sterminato e opaco di burocrati, il cui compito è appunto quello di farci transitare, di farci transumare. Sono loro i Pastori di questa eterna e indefinita transumanza, e come tutti i Pastori essi rivendicano un ruolo di guida e pretendono un rispetto sacrale.

Restano da mettere a fuoco alcune visibili asimmetrie, o incoerenze che dir si voglia.

Ad esempio, perché per ogni singola transizione al dettaglio (ecologica, ambientale...) la governance europea ci propone obiettivi quantitativi e tempi specifici, veri e propri benchmark in base ai quali si riserva il diritto di dichiarare il successo o l’insuccesso dei suoi singoli Stati, mentre per la sua propria transizione, quella verso unione sempre più stretta, l’Unione Europea non si propone né un obiettivo definito né dei tempi precisi, sottraendosi quindi alla possibilità di vaglio democratico degli elettori? I politici, e i burocrati, europei non possono sbagliare, non sono accountable, non tanto perché sono loro a fissare a se stessi l'asticella, quanto perché questa asticella è evanescente, non c'è! Sì, certo, Ursula, che sia stata o meno corrotta dai cinesi, con il "grande balzo green" ci ha mandato a sbattere, esattamente come 65 anni fa il compagno Mao mandò a sbattere la Cina, e questo lo pagherà, gli elettori avranno voce in capitolo. Un errore simile, però, alla fine è meno disastroso del non sapere dove si stia andando e in quanto ci si debba arrivare. Alla fine, aldilà di tutti i fronzoli e gli accidenti o incidenti di percorso (come quelli che hanno colto impreparati i poveri punturini, ma non che, come noi, li aveva visti arrivare), al di là quindi di epifenomeni come la censura, il controllo manu militari dei social, lo sforzo profuso per condizionare l'opinione pubblica, ecc., più di tutto questo (che è comunque "tanta roba"), la natura antidemocratica, anzi direi ademocratica del progetto europeo risiede in questo: nel suo essere un processo ontologicamente refrattario alla valutazione da parte di un qualsiasi circuito democratico per il semplice fatto di essere un processo verso l’ignoto, verso un obiettivo non specificato se non come work perennemente in progress.

Questo in qualche modo è anche l’aspetto più nuovo e più inquietante. La censura è sempre esistita, il potere ha sempre ristretto con violenza più o meno esplicita il diritto di critica (e qui ne sappiamo qualcosa: ricordate quando ci negavano le aule a Tor Vergata, per dirne una (l'incontro annunciato qui non si è svolto, e non perché io avessi judo)? Ricordate come è nato questo blog?). Il controllo sociale è sempre esistito anche quando non veniva esercitato in forma digitale: può piacere o dispiacere come considerazione, ma si può ragionevolmente argomentare che alcuni aspetti del fenomeno religioso siano stati agiti con funzioni di controllo sociale, un controllo forse più pregnante di quello esercitato dall’Unione europea ma, attenzione, basato sostanzialmente sugli stessi meccanismi simbolici e archetipici. Vogliamo parlare, ad esempio, del tema della colpa, agilmente sostituito da quello del debito pubblico, o della redenzione, che nella religione europea conserva la "r", quella di "riforme"? La mistica dell'espiazione, della purificazione, del percorso verso la redenzione, insomma: di quella transitio Crucis che sono "le riforme" (altro concetto indefinito, peraltro...), permea tutto il discorso politico europeo, per il semplice motivo che chi lo gestisce ha avuto la scaltrezza di fare proprio un armamentario archetipico che in tutti noi, atei compresi, tocca corde profonde. Censura, controllo sociale, compressione del dibattito, linguaggio sacrale, però sono sempre esistiti: fanno un po' tenerezza i punturini che se ne accorgono oggi, e che forse, per accorgersene prima, invece di leggere per finta Orwell, avrebbero dovuto leggere sul serio Balzac. Il dato radicalmente nuovo, e quindi difficilmente gestibile, del momento storico in cui viviamo è che oggi essi vengono esercitati in nome di un’autorità che non si sa cosa sia, e quindi che cosa possa garantire in cambio (a parte il ciarpame propagandistico sui decenni di pace e di prosperità). Chi ci restringe non è "lo imperatore", non è un monarca vestfaliano, non è una Repubblica liberale borghese: è un po’ di tutte queste cose, senza essere in realtà nessuna di esse.

Ed è appunto questo l’elemento che dovrebbe allarmarci.

Oggi le miserevoli vicende della rivoluzione "green" lo hanno fatto capire ad una certa fascia di pubblico, quello particolarmente attaccato al proprio autoveicolo: a Bruxelles ti dicono di andare da una parte prima di aver capito, e senza avere la volontà di capire, da che parte ti stanno dicendo di andare.  Al #midterm ne parleremo con Riccardo Ruggeri, un altro amico che ci ha accompagnato nel nostro percorso (lo ricorderete al #goofy9 parlarci di CEO capitalism). Purtroppo, se l’automobile è un concetto concreto, tangibile, esattamente come lo era il dischetto di metallo chiamato euro, la libertà, la democrazia, l’ordinamento giuridico, la legge fondante di uno Stato o di una comunità, peggio ancora la necessità che una comunità si aggreghi attorno a una norma fondante, sono concetti molto più impalpabili ed evanescenti, appartengono a quella categoria di concetti che nella mente del grande pubblico possono essere definiti solo per negazione. Ci sono infatti cose che, per qualche strano meccanismo di psicologia delle masse (materia a me totalmente ignota), i popoli tendono a rimpiangere quando li hanno persi, molto più che a difenderli quando li hanno ancora. Questo significa che la battaglia che qui da tempo stiamo compiendo per destare a razionalità il maggior numero di interlocutori possibili è oggettivamente una battaglia ardua.

Alle difficoltà appena enunciate se ne aggiunge una fondamentale, di metodo, consistente nel fatto che dobbiamo tutti chiederci quanto il fare il bene degli altri contro la volontà degli altri non coincida poi esattamente col ributtante paternalismo dei Padoa Schioppa, dei Ciampi, e via discendendo.

Bisognerebbe insomma chiedersi che senso abbia lottare per la libertà e l'autodeterminazione di persone che forse preferirebbero restare schiave! Non è un tema secondario, tutt’altro. Il fatto che in Italia esista ancora uno zoccolo duro, apparentemente inscalfibile, di persone che si riferiscono al partito che ha fatto un investimento politico massiccio su questo progetto di "depowerment" e di "unaccountability", cioè il PD, ci deve incutere non solo e non tanto scoraggiamento, quanto rispetto. Non è escluso, e comunque non va escluso, che siamo noi dalla parte del torto e che invece le magnifiche sorti e progressive di questo processo storico rettilineo verso lo stringersi sempre di più intorno a una cosa che non si sa cosa sia, possa essere effettivamente l’uovo di Colombo, quello che ci mancava e ci manca per ottenere pace e prosperità (e quindi che ce ne voglia "di più"). Certo, la posta in gioco è elevatissima, e quindi ognuno di noi ha il diritto di portare avanti una visione alternativa rispetto a quello che scarnificato dai cascami di una propaganda lezza e putrida ci appare come un’ossatura logicamente incoerente. In questa, come in tante altre cose, si potrebbe argomentare che la gravità delle conseguenze sia tale da determinare una sorta di stato di eccezione, ma qui si entra in una circolarità che è etica prima ancora di essere logica: non possiamo combattere quelli che legittimano se stessi affermando di essere migliori di noi, affermando a nostra volta di essere migliori di loro. Questo modo di fare si attaglia a un un asilo infantile, ma se applicato al mondo degli adulti è, come infiniti esempi anche recenti dimostrano, il germe di sanguinosi e sterili conflitti.

Nel nostro appuntamento di metà anno ci occuperemo quindi non tanto della transizione dell'Unione, del suo punto di arrivo (Stati Uniti d'Europa? Confederazione?... per citare due degli slogan che in modo ricorrente vengono riproposti a vanvera nel dibattito), quanto delle transizioni che l'Unione ci propone, e in particolari di due di esse: quella digitale, di cui la transizione monetaria è un sottoprodotto, e quella ecologica. Due transizioni, si badi bene, che oltre ad avere delle rilevanti contraddizioni interne, tant’è che la transizione ecologica si sta già accartocciando su se stessa, sono anche contraddizione reciproca. La transizione digitale infatti, come del resto la stessa transizione ecologica, richiede una enorme quantità di energia e di materie prime, che non possono essere estratte dalle viscere della terra senza causare un impatto ambientale. Esiste quindi un trade off piuttosto evidente fra digitale e green, e la narrazione che dice di voler portare avanti in parallelo queste due rivoluzioni è un’altra narrazione intrinsecamente truffaldina. Oggi, per fare un esempio, il Bitcoin è uno stato grande quanto la Malesia, e una singola transazione in Bitcoin impiega tanta acqua da riempire una piscina da giardino. L’energia necessaria per alimentare la tecnologia a registri distribuiti sottostante al Bitcoin assorbe una quantità di energia stimata attorno ai 159 TWh (a mezza strada fra i consumi elettrici dell'Egitto e della Malesia: l'Italia è a circa 296 TWh). Non tutte le tecnologie digitali sono così impattanti, naturalmente. Ma l’idea che il "digital" sia amico dell’ambiente perché sostituirebbe la carta che è cattiva perché uccide i nostri amici alberi è totalmente infondata e caricaturale! Non è certo per merito del "diggital" che la superficie dei boschi italiani è in aumento. Un’idea che appartiene appunto a quell’argomentario demagogico, emotivo, basato su sollecitazioni archetipiche, cui ricorre sapientemente il clero europeo per giustificare le proprie decisioni, concepite astrattamente nelle stanze di Bruxelles, tanto impermeabili alla democrazia quanto permeabili dalle lobby. Questo è tanto più vero in un paese in cui, come ben sa chiunque faccia qualcosa, qualsiasi cosa, e da questa eletta schiera tiriamo ovviamente fuori i commentatori televisivi e i giornaloni, in un paese in cui ogni processo amministrativo digitale deve essere replicato in cartaceo perché tale è la volontà della pubblica amministrazione.

Del fondamento, della natura, e delle contraddizioni di queste rivoluzioni parleremo con due esperti che avete conosciuto all'ultimo goofy, dove hanno avuto uno spazio troppo ristretto: Gianluca Alimonti e Michele Governatori. A commentare il loro confronto, e questa è una novità metodologica che sottopongo alla vostra sagace attenzione, avremo un panel di amministratori di società del settore, cioè di uomini pratici, quelli di cui Keynes un po' diffidava, ma senza i quali, vi garantisco, non sarebbe possibile mandare avanti la baracca. Sarà utile per voi capire se e quanta consapevolezza dei limiti di certe retoriche esista nelle classe dirigente, come sarà utile per la classe dirigente capire quanto interesse esiste per certi temi, e quanta attenzione le ordinary uninstructed persons pongono al loro lavoro.

E questi sono solo alcuni dei temi che tratteremo. Per gli altri (euro incluso), ci leggiamo domani (cioè oggi), o forse dopodomani, cioè a Pasquetta. Il link per la registrazione è qui.