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martedì 8 aprile 2025

TTIP

Dunque, da quello che sono riuscito a capire la storia sta andando avanti così: arriva il poliziotto cattivo e dice di voler mettere dazi ritorsivi contro Paesi che da 10 anni il suo Paese denuncia come manipolatori di valuta. Ci sta, verosimilmente una manovra simile è ammessa anche dal WTO, che infatti (non so se ci avete fatto caso) nella disputa che si è sollevata è il grande assente, o quantomeno, se è intervenuto, non ha avuto da parte degli operatori informativi alcun particolare risalto. Strano, perché questa è proprio materia sua! Forse lo sberlone dato dal poliziotto cattivo all’OMS ha insegnato alle fallimentari istituzioni della globalizzazione ad abbassare le penne, o forse mi sono semplicemente distratto…

Partono dotte disquisizioni sulla fine della globalizzazione e sul desiderio del capitalismo di schierarsi dalla parte dei lavoratori (qui abbiamo aggiunto a questa pozione un discreto mestolo di punti interrogativi, ma noi siamo brutte persone…).

Poi arriva il poliziotto buono, che con accenti degni del miglior John Lennon ci dice: “Immagina un mondo senza dazi!”

Last but not least, arriva la causa degli squilibri a dire: “Ci piace un mondo senza dazi! Facciamolo, o altrimenti la nostra vendetta sarà terribile!”

E a questo punto il poliziotto cattivo si fa una risata omerica di fronte alle minacce del minacciato e si frega le mani soddisfatto per aver portato il risultato a casa.

Che ne dite, il ragionamento tiene?

In questo caso, buon Parmesan a tutti!


(… non metto link perché tanto non li leggete, e quando ci servirebbero, fra una decina d’anni, per capire a chi mi sto riferendo - nell’ordine: Trump, Musk, von der Leyen - i link sarebbero inevitabilmente corrotti, impedendoci di ricostruire questo esilarante momento storico caratterizzato, come tutti i momenti storici, dal fatto che a fare più rumore sono quelli con meno argomenti…)

(…a tanta raffinatezza non credo neanche io, ma vedo che in questo periodo si tende a perdere la bussola con una certa facilità. Se si parla di tattica, il nemico del mio nemico è necessariamente un mio amico. Se si parla di strategia, bisogna avere la capacità di guardare qualche mossa avanti. Inutile dire che, pur con tutti i condizionamenti che abbiamo imparato a leggere storicamente in testi come “Sorvegliata speciale“, se il Paese godesse di una maggiore autonomia la situazione sarebbe meno complessa da gestire e soprattutto da interpretare. L’obiettivo strategico è e resta chiaro…)

sabato 5 aprile 2025

La fine della globalizzazione?

Mi ricordo che una volta chiamai il professor Canfora, che avevo incrociato in una trasmissione televisiva e che volevo invitare nuovamente al nostro convegno annuale, ed esordii, dopo i convenevoli di rito, con questa domanda: “Caro professore, lei che è uno storico, sa dirmi quante probabilità ho di riuscire ad attuare politiche di sinistra militando in un partito di destra?“.

Prima che iniziate a subissarmi con le vostre stronzate rispettabili opinioni su che cosa voi crediate siano la destra e la sinistra, sul fatto che non esistono più, e via bardellosporteggiando, sminuzzandomi le gonadi con argomenti triti e ritriti (come appunto le mie gonadi) è opportuno che vi segnali che questa domanda, che a qualcuno di voi sembra probabilmente mal posta, al limite dell’incomprensibile, venne invece perfettamente compresa dal mio interlocutore. Il senso ne era in effetti piuttosto chiaro: era ragionevole concepire che l’inevitabile contraccolpo di un’epoca in cui i diritti economici e sociali dei lavoratori erano stati compressi all’inverosimile da partiti che si richiamavano agli ideali della sinistra storica (quelli appunto di difesa del lavoro) potesse essere gestito da partiti che si richiamavano a ideali storicamente conservatori (la difesa del capitale, la proprietà privata, della libertà, del risparmio)?

Gli argomenti a sostegno di questa tesi erano a mio avviso di due ordini.

Primo, come più volte fatto notare in questo blog, e come finalmente è diventato argomento di dominio pubblico, il desiderio del capitale di allargare la sua fetta di torta si è inevitabilmente tramutato in un restringimento della torta. Certo, naturalmente il Pil mondiale continua a crescere, soprattutto per effetto del miglioramento del tenore di vita delle sterminate e crescenti popolazioni dei paesi emergenti. Certo, naturalmente i valori borsistici continuano a crescere, principalmente per effetto del pompaggio nel circuito finanziario di quantità cospicue di denaro da parte delle banche centrali, in un disperato e perennemente frustrato tentativo di tenere insieme i cocci di un sistema che non funziona. Ma, appunto, messo da parte il dettaglio non trascurabile (naturalmente) di questo aumento intrinsecamente fragile della ricchezza finanziaria di pochi, il punto è che la creazione del valore, che classicamente correliamo agli effetti del lavoro, si è allontanata, è stata dislocata altrove, e questo fa sì che una zona un tempo prospera e tuttora dotata di una certa capacità di fare opinione come l’Europa si sia scoperta da un giorno all’altro in una condizione di arretramento inconcepibile. Forse la scoperta degli ultimi due o tre anni, per noi che siamo qui, sta proprio nell’aver toccato con mano che questo arretramento non riguarda più solo l’Italia, ma riguarda tutti i paesi europei, perché si è finalmente compiuto quanto avevamo detto aprendo questo blog: la Germania ha segato il ramo su cui era seduta. C’è poi una scoperta, o meglio una decisione, più recente, che non mi sembra sia oggetto di commento in questi giorni, mentre secondo me è centrale: la decisione di Trump di nominare vicepresidente Vance, il figlio degli sconfitti statunitensi di questa battaglia internazionale del capitale contro il lavoro.

Ora, come spiegammo a suo tempo commentando le bislacche teorie di Draghi sul perché in Europa i rendimenti del capitale fossero bassi, il punto è molto semplice: se il valore non viene creato non può essere distribuito, né come salario, né come profitto. La guerra del capitale contro il lavoro è quindi una guerra del capitale contro il profitto. Questo dato di fatto direi aritmetico può emergere in vari modi: difficilmente con un consapevole gesto di resipiscenza, più frequentemente con un conflitto (bellico). Sono insomma sufficientemente consapevole del fatto che una enorme fallacia di composizione impedisce a questo elemento oggettivo di promuovere una risposta deliberata e consapevole delle élite. I “ricchi” sono tali, anche perché ciascuno pensa al suo portafogli senza essere tenuto necessariamente ad avere una visione olistica. Potrebbe tuttavia capitare, e forse sta capitando, che da quello che siamo abituati a considerare uno dei mali dell’attuale organizzazione dei rapporti economici, cioè l’estrema concentrazione della ricchezza, possa scaturire, paradossalmente, il bene di una decisione presa non collettivamente, ma singolarmente, da una persona, o da un paio di persone, in grado di cambiare da soli le regole del gioco. Non so, e non affermo, se sia questo ciò a cui stiamo assistendo, ma certo il fatto che uno dei più convincenti e appassionanti narratori della sconfitta della classe media sia in un posto così sopra la media è in qualche modo suggestivo, e ci conduce all’altro ordine di argomenti che mi portavano a immaginare che il luogo più ovvio per combattere una battaglia di sinistra oggi fosse la destra.

Lo introduco con un altro ricordo, il ricordo dei tempi in cui ero libero e passavo un po’ di tempo in Francia a insegnare. Un giorno il mio amico Arsène mi condusse dal preside della facoltà di Rouen e nel parlare del più e del meno questi mi espose la sua visione, secondo cui ci stavamo orientando verso una società che lui definiva di tipo neofeudale. Sono considerazioni che poi abbiamo sentito fare da tanti , e che non mancano di appigli nella realtà. Fra i meno ovvi, pensate ai dazi e alle gabelle che dobbiamo pagare in moneta sonante o cedendo i nostri dati ai moderni imperatori per avere il diritto di esercitare tramite cellulare alcuni nostri diritti fondamentali, incluso il diritto all’identità, quello di essere noi stessi e non altri. Una situazione non molto diversa da quando i conti di Borrello, nobile famiglia di origine franca, controllavano una strettoia della Val di Sangro esigendo il pedaggio (ma poi ti lasciavano passare, mentre oggi la situazione è leggermente più ingarbugliata: questo però ci porterebbe a parlare di altro). Fatto sta però che questo neofeudalesimo, proprio per dissimulare se stesso, per non palesarsi, tiene molto alle forme della democrazia, e quindi bisognerà pure che da qualche parte si vadano a cercare i voti. La strategia della sinistra è sufficientemente evidente: quella di appellarsi a una serie di minoranze attive e rumorose, in nome di principi condivisibilissimi e normalmente ricompresi nei diritti fondamentali che ogni democrazia liberale rispetta, ma di cui si millanta la soppressione per chiamare alla rivolta i sette colori dell’iride, sperando che messi insieme proiettino un fascio di luce sull’orizzonte cupo di chi, tradendo i lavoratori, ha tradito la maggioranza. In questo contesto, alla destra resta una strategia ovvia: occuparsi appunto della maggioranza silenziosa! La strage e il grande scempio fatto dalla sinistra rendono questa strategia, oltreché piuttosto ovvia, anche relativamente poco costosa: a chi è stato tolto tutto, compreso il diritto di lamentarsi, basta restituire il diritto al mugugno (che è gratis) per dare la percezione che qualcosa stia cambiando. Se poi ci metti anche un minimo sindacale (anzi scusate, mi dicono che non devo dire parolacce, quindi togliete sindacale), un minimo ragionevole di politica dei redditi, ecco che porti l’obiettivo a casa.

E questo quello che sta succedendo?

Non lo so, non lo sa nessuno. Dobbiamo però concentrare la nostra attenzione su questo tipo di dialettica, se vogliamo tentare di comprendere questa fase, anticiparne gli sviluppi, e valutare quanto sia favorevole per noi.

Parlare di “fine della globalizzazione“ infatti vuol dire tutto e niente. Come ho detto ieri, sicuramente incompreso, in una delle tante trasmissioni radiofoniche cui sono stato invitato, decuplicare il dazio medio sui prodotti in entrata negli Stati Uniti (da circa il 2% a circa il 20%) non significa abbandonare o rinnegare le tecnologie che hanno consentito, abbattendo i costi di trasporto dei beni materiali e immateriali, di promuovere il commercio, non significa propugnare l’autarchia e neanche il mercantilismo. La globalizzazione, che forse dovremmo chiamare glebalizzazione, ovviamente non può essere ricondotta al fenomeno dello scambio di merci fra paesi che commerciano fra loro da millenni: il problema non è la tecnologia che ha velocizzato questi scambi, ma la riorganizzazione che questa rapidità ha determinato nei rapporti sociali di produzione. Dove eventualmente si vede qualche cosa di simile a una volontà di cambiare rotta è nell’atteggiamento dell’amministrazione americana verso le istituzioni che hanno gestito la globalizzazione, a partire dalle banche centrali, passando per l’OCSE, l’OMS, il WTO, e via discorrendo. 

Non credo di dire una cosa particolarmente originale (ma di questi tempi non si sa mai): ribadisco che Trump non è esattamente “uno di noi“! Se tatticamente il nemico del nostro nemico è necessariamente un nostro amico, strategicamente dobbiamo chiederci quanto restituire il diritto al mugugno sia dare reale voce agli oppressi da un regime totalitario, su quanto restituire qualche briciola significhi riequilibrare i rapporti sociali di produzione e organizzarli in un modo più razionale e meno suscettibile di condurre all’emersione di nuove tensioni, su quanto implichi rendere nuovamente le persone e i territori arbitri del loro destino. Insomma, prima di dire che qualcosa è finito, bisognerebbe accertarsi che stia cominciando qualcos’altro. O, se volete, per metterla in un altro modo, la fine della globalizzazione, se è arrivata, esattamente come la fine dell’euro, quando arriverà (vi ho promesso che sarà Draghi ad annunciarla esplicitamente, perché implicitamente lo ha già fatto, e così sarà), non ci consegna a un periodo di pace, ma a un periodo di conflitto potenzialmente ancor più difficile da gestire, perché soggetto all’illusione che i nostri avversari siano nostri alleati.

Ma esattamente come le nostre aziende, sopravvissute a un trentennio di cambio strutturalmente sopravvalutato e alla distruzione del 25% della domanda interna del paese in cui hanno sede, sopravviveranno a un dazio del 20%, soprattutto quando gli fornisce vantaggi comparati a doppia cifra su paesi con i quali finora la competizione era acerrima, anche noi, con l’arma della consapevolezza, riusciremo a difenderci nel nuovo contesto.

E così sia.

(…oggi il duro mestiere di ecclesiarca mi ha condotto nella Piddinia inferiore a conoscere una persona che non avrà l’opportunità di sapere come va a finire questa storia. Quando ho deciso che saremmo stati una comunità, ho deciso di condividere le vostre gioie e i vostri dolori. Contrariamente alle mie aspettative, è stato uno dei rari casi in cui a un dolore immenso, che l’avrebbe comunque resa impercettibile, non si è aggiunta la bruttezza: non c’erano chitarre, e il coro era intonato - lo dico a beneficio di chi non ha potuto percepirlo. Del resto, il treno che sto aspettando è in ritardo “per l’intervento dei vigili del fuoco”, e possiamo immaginare facilmente altro dolore. Domani a Firenze cercherò di spiegare che cosa la fine della globalizzazione implica per il partito nel quale sono riconoscente e orgoglioso di essere stato accolto…)

(…incidentalmente, la mozione congressuale di Claudio Durigon propone qualcosa di molto simile a un meccanismo di scala mobile. Con quelli che erano qui nel 2012 abbiamo avuto modo di discuterne. Immagino lo shock della sinistra, quella “griffata” a spese del lavoro minorile del Sud-Est asiatico…)









domenica 10 aprile 2016

Ecuador (preparando un QED...)

(...da "Uno de passaggio", che non sono io, perché io sono Alberto Bagnai e quando ho qualcosa da dire la firmo perché posso farlo - mentre "Uno de passaggio" usa uno pseudonimo per giustificati motivi - ricevo questo breve pezzo che riassume la situazione di un paese che verosimilmente si avvia a sganciarsi - come sempre troppo tardi - da un accordo di cambio fisso. Vorrei farvi notare che qui non siamo esattamente nel caso del ciclo di Frenkel, per un dettaglio. Qui il paese è messo in crisi dal fatto che esporta un bene a domanda inelastica il cui prezzo è fortemente sceso, e quindi le difficoltà vengono da una svalutazione, più che da una rivalutazione, in termini reali (petite et dabitur vobis).

Vi ricordate cosa succede nei paesi esportatori di petrolio? Le condizioni di Marshall-Lerner non valgono, come abbiamo visto nel caso dell'Azerbaijan. Insomma: se la tua merce viene venduta a un prezzo più basso, guadagni di meno - e vai in deficit di bilancia dei pagamenti. Come abbiamo altresì visto, tutti i paesi esportatori di petrolio hanno reagito a questo increscioso fenomeno svalutando - peraltro, la svalutazione estremamente aggressiva portata avanti da Draghi con lo stabile eurone non ha ovviamente aiutato questi paesi, e anzi li ha costretti a reagire (nota bene: l'euro svalutato li ha fatti rivalutare verso di noi, e quindi mentre sono scesi i ricavi delle esportazioni di petrolio - perché è sceso il prezzo - si sono anche contratti quelli delle esportazioni nette di altre merci...). Hanno svalutato tutti tranne i più sfigati: i paesi dollarizzati, come l'Ecuador, e quelli "eurizzati" de facto, come i paesi della zona franco CFA - agganciati all'euro. Inutile dire che solo un diamante e una verruca sono per sempre.

Un cambio fisso no.

Naturalmente, dal fatto che questo post sia di "Uno de passaggio", cioè sia un guest post, discende il fatto che esso non sia mio. Scommettiamo che qualche amico qua sotto dirà: "Bravo, professore!" Che frustrazione! Lo scopo del gioco, per me, non è sentirmi dire bravo: quello lo faccio da me, e so perché lo faccio più di quanto non lo sappiate voi quando lo fate. Lo scopo è che leggiate i dati. Ma la triste realtà è che spesso - sarà la fretta? - dimostrate di non voler ammettere nemmeno che se una cosa l'ha scritta un altro, non l'ho scritta io. Un uso un po' estemporaneo del principio di realtà, per il quale però non mi sento di censurarvi più di tanto: se posso riassumere il senso del post di "Uno de passaggio" - che, indovinate un po'? Sono io?... No, è lui! - se posso riassumerlo, direi che è proprio quello di denunciare una sfaccettatura particolarmente insidiosa del pensiero magico eurista: quella della "valuta stabile che ti protegge". Stabile una sega, se per tenere i cocci insieme la si è dovuta svalutare in fretta e furia del 40%! Tirati su a botte di pensiero magico, non posso aspettarmi che dall'oggi al domani tutti ammettano che Alberto, per quanto transeunte (come tutti voi e dopo molti di voi) non è "Uno de passaggio" e ne tengano conto. So che è un esempio banale, so che è antipatico metterlo in evidenza, soprattutto nel modo in cui l'ho fatto, ma trovo sia anche un esempio rivelatore del modo in cui siamo stati educati ad avvicinarci alla pagina scritta.

Ed ora godetevi il mio post.

Ah, non è mio: è di "Uno de passaggio", che non sono io, perché ego sum quis sum, e casualmente mi trovo ad essere Alberto Bagnai...

Eh? Come? Questo discorso vi sembra di averlo già sentito?... Bè, è probabile. Se ve lo ricordate, vuol dire che siamo a buon punto, e che presto potrò evitare di farlo: avrete imparato a leggere!)

Caro Alberto,



Ricorderai certamente la situazione dell'Ecuador della quale ti inviai testimonianze: esportatore principalmente di petrolio e frutta, dollarizzato, con pesante squilibrio della bilancia commerciale dovuto al forte calo del prezzo del greggio, dopo aver già nel 2014 introdotto una corposa serie di certificazioni e controlli doganali praticamente su tutti i prodotti di provenienza estera (eccetto i beni di prima necessità) che sostanzialmente impedisce le importazioni provenienti da soggetti non sufficientemente strutturati per far fronte alle numerosissime formalità, nella primavera del 2015 ha applicato, d'accordo con la WTO, in deroga agli accordi precedentemente sottoscritti, vari tipi di sovrattassa all'import ("Leggi di Salvaguardia") che hanno portato mediamente al 60%, dal precedente 15%, i dazi doganali [NdC per quelli che “i dazzziiiiii....”: come vedete – e come insegno ai miei studenti perché è scritto nei libri di testo – si può fare!].
Così facendo, hanno migliorato un po' la situazione (il ritaglio di giornale allegato parla di 900 milioni di $ di maggiori entrate), ma ovviamente i consumi ne hanno risentito, a seconda dei settori, fino ad una riduzione del 40%. 
A gennaio di quest'anno, sotto pressione da mesi da parte della WTO, hanno approvato una legge che prevedeva la progressiva riduzione dei dazi extra, fino al ritorno, previsto per giugno, alla situazione precedente l'introduzione delle leggi di Salvaguardia.  
Ovviamente il prezzo del petrolio non è risalito, né sembra avviato a risalire in tempi brevi, al break even che consentirebbe loro almeno di avvicinarsi al pareggio della bilancia commerciale. Non so esattamente quale sia l'obiettivo per il pareggio, ma devo dedurre, dai dati scaricabili da questo sito e dalla concomitante evoluzione storica dei prezzi del greggio, che, come nella prima parte del 2014, avrebbero bisogno di oltre 120$ al barile per recuperare col petrolio la gran parte del deficit generato dalla differenza fra l'export e l'import in tutti gli altri settori. Forse mantenendo qualche dazio importante ma non pesantissimo potrebbero cavarsela con un petrolio a 100$ al barile, ma certamente, senza leva valutaria, con un greggio a nemmeno 40$, sono proprio nelle peste. 
Infatti prontamente il loro parlamento ora inizia a discutere su come affrontare il problema (va considerato che, nel caso dell'Ecuador vi sono molti settori per i quali proprio non esistono strutture produttive locali, quindi sono totalmente dipendenti dall'import).
Ora, come vedi dal ritaglio di giornale che ci hanno inviato, il Presidente Correa ribadisce che, a differenza di quanto approvato e programmato, potrebbero non cessare gli extra dazi della Salvaguardia ed allo stesso tempo giudica anche interessante la proposta del "Timbre cambiario"  che, se non intendo male, è una sorta di messa all'asta dei dollari destinati alle importazioni, da aggiudicare, in un quantitativo massimo prestabilito, al miglior offerente.
Ricordo per esperienza lavorativa diretta, che un sistema simile fu applicato circa 8-10 anni fa nel Venezuela di Chavez (che però contava su una valuta nazionale - il "bolivar" - non liberamente convertibile in USD) e che, prima che in questo Paese venissero operate scelte davvero distruttive del tessuto sociale, ancor più che di quello economico, tale sistema sembrò, almeno parzialmente, funzionare.
Resta il fatto che ora il Venezuela è un Paese verso il quale, a meno di non essere davvero ammanicati con i militari (che, anche se non ufficialmente, gestiscono de facto "la cosa pubblica") è quasi impossibile esportare, per la generalizzata mancanza di valuta estera in tutti i settori commerciali (in effetti anche le importazioni gestite dai militari sono comunque molto inferiori ai consumi standard del Paese, tant'è che sistematicamente si verificano le interminabili code e gli scaffali vuoti che accompagnarono gli ultimi anni di vita dell'U.R.S.S.).  
Mentre in Ecuador, qualunque soluzione verrà adottata, credo vada nel senso "montiano" di distruzione della domanda interna, visto che, per ora, sembra che nessuno, nemmeno il Presidente Correa, che lo aveva ipotizzato nella sua prima campagna elettorale (la sua opinione in proposito si ritrova nella risposta alla prima domanda di questa intervista dell'epoca), mentre nel 2013 ha adottato una posizione molto più sfumata sul tema, proprio nessuno pensi di proporre il ritorno al "sucre", ovvero alla situazione precedente all'anno 2000.
Insomma caro Alberto, scusa la prolissità, ma per l'azienda in cui opero l'Ecuador è un paese che rappresenta un mercato importante che, nel solo anno scorso, si è contratto di oltre il 25% e nella cui evoluzione ritrovo, purtroppo, molti riscontri di quanto da te spiegato e divulgato in questi anni.     
Un abbraccio da uno de passaggio.



(...siccome mi amo molto, ma non fino al punto di scrivermi lettere d'amore, avrete desunto che questo testo non è mio. Giusto? Bene. Ora passiamo a cose più interessanti. Questi sono i saldi settoriali dell'Ecuador:

qui trovate il foglio Excel col quale ho costruito il grafico, e la fonte dei dati dovrebbe esservi nota, ma ovviamente se non distinguete Alberto Bagnai da "Uno de passaggio" non posso dare nulla per scontato.

Dal tracciato si desume una certa tendenza delle importazioni nette - equivalenti alle importazioni di capitali, cioè al saldo finanziario del settore estero, cioè alle esportazioni di capitali del settore estero verso l'Ecuador - a crescere nel tempo, a un ritmo piuttosto accelerato dal 2015. Al contempo il risparmio netto del settore privato sta diminuendo, il che indica che i maggiori afflussi di capitali vanno a finanziare questo settore, a fronte di una situazione dei conti pubblici piuttosto deteriorata. Dato che i tre valori devono sommare a zero, per tirare giù la linea grigia - ridurre le importazioni di capitali - il governo può, nelle sue condizioni attuali, fare una cosa sola: tirare su la linea arancione, cioè fare una politica di bilancio restrittiva, aka austerità. Oppure può fare subito quello che tanto alla fine sarà costretto a fare. Si apre... la discussione? No! Ma che vuoi discutere!? Non c'è discussione. Si aprono le scommesse! Quanto reggerà? Io non ne ho idea. Ma che possa reggere molto a lungo non lo credo, a meno che il petrolio non recuperi.

Vedremo...

Ah, a proposito, già che ci siamo:


questo è un altro esempio di caso in cui da discutere ci sarebbe poco, come c'è stato poco, anzi, pochissimo da discutere (e quindi molto da ragionare) al seminario molto interessante organizzato dall'Astril - qui l'intervista che ho rilasciato in chiusura. Vi immaginate quanto mi sia simpatica l'impostazione: di fatto, è un processo del lunedì! Però mi sta simpatico Franzini, col quale mi sento anche in colpa, e quindi ho accettato senza difficoltà.

Qualcuno mi ha fatto notare che la locandina non riporta l'indirizzo: non è un mio problema, ma a voi comunque posso dirlo: è alla facoltà di economia della Sapienza, a via del Castro Laurenziano.

Giuseppe De Arcangelis è un collega allievo di Gandolfo, che conosco da anni, convinto, come D'Alema, che siccome nemmeno gli USA sono un'area valutaria ottimale, allora il dollaro dovrebbe frazionarsi, ma dato che non lo sta facendo, non lo farà nemmeno l'euro. Non è un sillogismo, nel caso qualcuno di voi fosse tentato di considerarlo tale! Comunque, personalmente non ho un grande feticismo per il numero 3, ma posso dirvi che a Roma 3 questa fase l'hanno superata, anche se alcuni sembravano anelare agli Stati Uniti del Mondo, mentre altri capivano, e argomentavano con grande dottrina storica, che la stabilità del dollaro era stata costruita su alcuni milioni di morti, ma lo facevano con grande leggerezza, con quella simpatica nonchalance da "fine della Storia" che è esattamente il concime del quale la storia si serve per far prosperare i suoi fiori più letali: le guerre.

Insomma: se venite mi fa piacere, e ne sentirete certamente di ogni, ma attenzione: la sala delle lauree è piccola. Quindi vi tocca alzarvi presto!