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giovedì 21 maggio 2026

Il tre per cento

Col ravvivarsi dell’attenzione sulle incongruenze del Patto di stabilità si riaccende l’interesse per la logica dei parametri di bilancio. Ora, l’analisi di come si sia arrivati ai parametri non dico sia priva di interesse storico: distoglie tuttavia l’attenzione da qualcosa che ci riguarda molto di più, cioè sulle implicazioni di quei parametri, e in particolare della loro coerenza interna, per il nostro presente!

Si, capisco: la storia di Guglielmo Ape (Guy Abeille) che avrebbe proposto il 3% per la sua efficacia comunicativa (o per riferimenti teologici?) ha un suo crunch (come direbbe un foodblogger), se non fosse che l’abbiamo sentita mille volte, e che è sostanzialmente irrilevante rispetto al nocciolo del problema. Anche questo, qui, lo abbiamo affrontato mille volte, ma possiamo fare mille e uno, mentre solchiamo gli altipiani d’Abruzzo in compagnia di membri di Governo trafitti da mille telefonate, a mo’ di San Sebastiano.

Ricordo (a me stesso, ça va sans dire) tre cose:

  1. Che la governance europea prevede che il rapporto debito/Pil non superi il 60%;
  2. Che il tasso di crescita di un rapporto dipende di tassi di crescita di numeratore e denominatore;
  3. Che il deficit definisce la crescita del debito, cioè  del numeratore del rapporto debito/Pil.

Breve intermezzo per parlarvi di un altro rapporto: la velocità, che, come credo sappiate, si misura in km/h (i fisici usano il m/s, ma sempre un rapporto è…). Ora, il fatto è che se partite alle ore 10 dallo svincolo di Settebagni e viaggiate verso nord alla velocità di 100 km all’ora, quando arriverete al casello di Orvieto, il vostro orologio non potrà indicare le nove del mattino, perché ci sarebbe quella storia del fatto che il tempo indietro non torna (ma non vi annoio con la termodinamica), così come non potrà indicare le 10:15, o le 17, o qualsiasi altro orario diverso dalle 11, per il semplice motivo che fra lo svincolo di Settebagni e quello di Orvieto ci sono 100 km, per cui, se viaggi a 100 km all’ora, quando, partendo da Settebagni, arrivi a Orvieto, necessariamente è passata un’ora.

Forse questo lo avete capito (ma non poniamo limiti alla divina provvidenza). Ma già se dicessi che quando fissi il valore di un rapporto e quello del suo numeratore, necessariamente hai fissato anche quello del denominatore, perderei per strada i tre che sono rimasti (e questo mi farebbe riflettere su quanto orribili siano le altre forme di governo, visto che la democrazia secondo Churchill è meno peggiore di loro). Eppure, dire che se fissi la velocità e lo spazio percorso hai automaticamente fissato anche il tempo in cui lo hai percorso è esattamente la stessa cosa!

Ora, il problema vero delle regole di Maastricht è esattamente questo: che fissano il valore del rapporto (60%) e il tasso di crescita del numeratore (3%), senza specificare qual è il tasso di crescita del denominatore (cioè del Pil nominale) che necessariamente ne consegue. Come abbiamo visto a tempo debito, questo tasso di crescita è approssimativamente del 5% annuo (l’aritmetica che conduce a questo risultato è leggermente macchinosa ma alla portata di chi sa le quattro operazioni). E qui comincia a incespicare l’asino europeo, perché siccome nella sua insondabile autonomia e indipendenza la Banca centrale ha deciso che l’inflazione in Europa deve essere dove lei non riesce a tenerla, cioè al 2%, questo 5% di crescita nominale si può ottenere solo con un 3% di crescita reale (perché siccome la crescita nominale è pari alla somma di inflazione e crescita reale, la differenza fra crescita nominale e inflazione è la crescita reale).

Credo comprendiate l’assurdità!

Stiamo avendo minacce (così le chiamano) di inflazione superiore al 2% con un tasso di crescita del Pil inferiore all’1%, figuratevi a quanto potrebbe salire l’inflazione se la domanda aggregata, cioè il Pil, crescesse in termini reali al triplo della velocità! Bisogna essere veramente molto imbecilli o completamente digiuni di economia per poter immaginare un sistema economico attuale in cui nel lungo periodo una crescita reale così sostenuta sia associata ad una inflazione così contenuta. Una roba simile non si è osservata mai, e se questo è successo possiamo immaginare che ciò dipenda dal fatto che ci sono caratteristiche strutturali delle moderne economie occidentali che impediscono anche una crescita simile avvenga con una dinamica di prezzi così contenuta.

Questo per ragionare in termini astratti sulla coerenza del modello sottostante alle regole (perché i parametri possono anche essere dati a caso, ma la legge che governa la crescita di un rapporto è sempre quella, indipendentemente da quanto estemporanei siano gli ingredienti che ci metti dentro).

Se invece vogliamo ragionare in termini concreti sull’esperienza attuale, e vedere in che modo ottenere terne coerenti di rapporto debito/Pil, rapporto deficit/Pil, e crescita nominale, allora dobbiamo scegliere quale parametro considerare costante. La crescita nominale dell'Italia dall'entrata nell'euro a oggi è stata pari al 2,6%, quindi, se volessimo tenere buono il parametro del debito, per ottenere un rapporto debito/Pil al 60% con una crescita del denominatore così bassa, pari a circa la metà di quella implicita nei parametri di Maastricht, il rapporto deficit/Pil non dovrebbe essere al 3%, ma più basso, pari a circa la metà del parametro del deficit, cioè all'1,56%. Purtroppissimo invece è stato più alto, pari a circa il 3,7%. Se invece volessimo tenere fermo il parametro del deficit al 3%, allora, con una crescita così bassa del denominatore, il rapporto in equilibrio dovrebbe essere più alto, pari al 115% (anche qui, quasi il doppio del parametro di Maastricht). Ancora una volta, capita che questo rapporto dal 1999 a oggi sia stato mediamente più alto, pari a circa il 124% (un po' più del doppio del parametro di Maastricht).

Che cosa avremmo dovuto fare, allora?

Per gli economisti da bar la risposta è semplice: più che dimezzare il deficit storico, portandolo dal 3,7% all'1,56%. Insomma: se i tagli non funzionano, ci vogliono più tagli! Peccato però che con tagli simili difficilmente il tasso di crescita sarebbe potuto restare vicino al 2,6%: verosimilmente sarebbe stato inferiore!

Un'alternativa sarebbe quella (praticata nei primi dieci anni di vita dell'euro) di non prendere sul serio il parametro del 60%, e in effetti finché non l'abbiamo preso sul serio, questo rapporto, non abbiamo imposto politiche eccessivamente restrittive nel vano tentativo di raggiungerlo, e così il rapporto debito/Pil è calato (dal 113% nel 1999 al 103% nel 2007). I problemi sono iniziati quando per abbattere il rapporto debito/Pil abbiamo tagliato il deficit e quindi la crescita, che sarebbe un po' come se per andare meno veloci ci proponessimo di percorrere la metà dello spazio, ma in un quarto del tempo! Non credo che funzionerebbe, non trovate?

Eppure, c'è gente che la pensa così...

E la morale della favola qual è? Che il problema del 3% non è quello che ci dice, ma quello che non ci dice, e non è come è stato escogitato, ma che conseguenze ha sulla crescita di equilibrio, e che se proprio volessimo continuare a basarci su questa idea molto anni '80 della governance basata su regole, forse dovremmo rivedere radicalmente i parametri. Si accettano proposte...

giovedì 30 aprile 2026

Per maggior chiarezza: crisi e scostamento

Questo è quello che ho detto oggi in aula:


(...poveri operatori informativi, come ci sono rimasti male! Ma di loro su questo blog abbiamo parlato fin troppo. Oggi si sono esibiti in tutto il loro repertorio: inventando balle, storpiando nomi, inseguendomi coi loro microfonini... Eh, porelli! Gli era proprio piaciuta la bozza che avevano in qualche modo estorto agli uffici! Ma il mondo è di chi si sveglia presto, e di chi ha il dono del kairòs. Loro, pore stelle, non hanno né l'uno né l'altro, e così il risultato finale gli è spiaciuto, perché è un risultato che riflette l'interesse del Paese, di quel Paese che loro odiano, perché loro vi odiano, e mica si nascondono dietro un dito! A proposito, se vi pungesse vaghezza di ringraziarli per tutto il bene che ci hanno fatto in questi anni, qui avete un'opportunità da cogliere, non fosse che come valore segnaletico: Basta soldi ai giornali! Si tratta dell'ennesima opportunità che vi viene offerta per fare un gesto significativo contro nemici del Paese e della vostra prosperità, ma sarà anche l'ennesima opportunità che vi lascerete sfuggire, naturalmente... dando la colpa a #aaaaabolidiga! Che ci volete fare? Io ormai vi conosco. Se mi guardo indietro, se penso a quando ho aperto questo blog, come grido di disperazione, mai e poi mai avrei pensato di esercitare un giorno la mia concinnitas in simili aule. Invece è successo. Succedono, in effetti, anche cose inattese. Basta lasciar lavorare la vita, e la morte...)

martedì 28 aprile 2026

Ancora sul patto di stabilità: il debito

Poco fa abbiamo ragionato sui possibili effetti sulla produttività dell'Eurozona del Patto di stabilità, della sua natura prociclica, della sua tendenza a reprimere gli investimenti. I dati sono impietosi.

Ma il Patto è almeno servito a farci indebitare di meno? E quali sono stati i Paesi più virtuosi?

Anche in questa dimensione, come sapete, le prestazioni del Patto lasciano a desiderare. Se facciamo pari a 100 il debito nel 1995, negli ultimi 30 anni le cose sono andate così:


Va da sé che non ha molto senso esaminare nello stesso grafico la dinamica di Paesi che hanno avuto traiettorie storiche e hanno tuttora dimensioni molto diverse. L'esplosione del debito in Estonia, per dire, non suscita particolare preoccupazione, date le dimensioni infime del Paese rispetto all'aggregato dell'Eurozona, e dato il punto di partenza particolarmente basso del debito pubblico (che è arrivato a poco più del 23% in rapporto al Pil). Ha più senso confrontare il contributo dei singoli Paesi alla crescita del debito totale, magari dal 1998 (cioè dall'anno successivo alla stipula del Patto di stabilità) ad oggi. Il risultato è questo:


e non ci riserva grandi sorprese. I Paesi piccoli hanno dato un piccolo contributo alla crescita del totale, che è stato di circa il 200% (cioè il debito in valore assoluto è triplicato), e fra i Paesi grandi quello che ha contribuito di più alla crescita complessiva è stato la Francia, il cui incremento spiega il 27% dell'incremento totale (cioè poco più di un quarto). L'Italia, che pure ereditava una situazione molto più preoccupante, spiega solo il 19%, che certo non è poco (poco meno di un quinto), ma è poco distante dal 17% della Germania (poco più di un sesto).

Ne avevamo parlato anche qui e qui, quindi per voi non sono novità. Aggiungo, a beneficio dei perfettini, che so bene che il problema non è il debito pubblico, ma quello privato estero. D'altra parte, se voi lo sapete è perché ve l'ho insegnato io nel 2011 (o dopo il 2011 ve l'ha insegnato qualcuno che l'ha imparato da me): quindi, se ve lo ricordate voi, perché dovrei essermene dimenticato io che ve l'ho insegnato?

Bene.

E ora, visto che a voi la politica interessa tanto: quali sono secondo voi le implicazioni politiche di questo freddo dato statistico?

Il patto di stabilità ha funzionato?

Dal dibattito sul Patto di stabilità e crescita è assente una domanda fondamentale: il Patto ha funzionato?

Perché prima di chiedersi se e quanto difenderlo perinde ac cadaver, o se e quanto sospenderlo (e per fare cosa), magari sarebbe utile sapere se e quanto esso ci abbia garantito crescita e sostenibilità. A questa domanda si può rispondere solo con una analisi di medio-lungo periodo. La risposta voi la sapete, ma ve la rimetto qui, visto che il tema è diventato di attualità.


La figura rappresenta la produttività oraria nella zona Euro e negli Stati Uniti. La spezzata tratteggiata marca la data dell'adozione delle regole pro-cicliche note come "Patto di stabilità". Prima dell'adozione di queste regole i Paesi europei stavano recuperando il loro gap tecnologico rispetto agli Stati Uniti: era cioè in atto un processo di catch-up che aveva portato i livelli di produttività a coincidere. Dopo l'adozione di queste regole l'Eurozona ha cominciato a falling behind, a perdere terreno rispetto agli Stati Uniti. I numeri sono abbastanza eloquenti:


Il tasso medio di crescita della produttività nell'Eurozona è passato dall'essere il doppio all'essere meno della metà di quello degli Stati Uniti. L'impossibilità per i bilanci nazionali di svolgere una funzione di stabilizzazione anticiclica, e la compressione degli investimenti pubblici netti:


(di cui abbiamo parlato qui), conseguenza del non aver mai voluto escludere le spese produttive dal computo dei parametri di bilancio (cioè dell'aver sempre rifiutato la golden rule), spiegano questi risultati deludenti, che non sono conseguenza del destino cinico e baro, ma di precise scelte di politica economica incorporate nel quadro istituzionale europeo.

Vale la pena di difendere queste regole?

Per quanto queste parole possano sembrare forti, l'alternativa non è fra derogare al Patto o applicarlo rigorosamente. L'alternativa è fra derogare al Patto (e possibilmente abrogarlo) o scomparire.

Ricordo infatti che il Patto viola una delle caratteristiche fondamentali del progetto di moneta unica così come era stato a suo tempo concepito e proposto in One market, one money: la capacità dei bilanci nazionali di rispondere a shock nazionali e regionali (cioè che colpissero l'intera zona) attraverso i meccanismi dello stato sociale e altre politiche:

Privando i bilanci nazionali di questa flessibilità, il Patto di stabilità è stato un tradimento fondamentale del progetto di moneta unica. Quali siano i motivi che hanno portato a proporre e accettare un simile tradimento ora poco importa: a distanza di trent'anni dobbiamo guardare avanti e riportare le cose in un alveo di razionalità, ponendo fine al lento suicidio europeo.

Tutto qua.

sabato 17 gennaio 2026

Un grafico, tre lezioni

 

Poi naturalmente noi, come Marietta nella favola, facciamo scenari, fantastichiamo… e rischiamo di inciampare! Questo grafico contiene molte lezioni. Ve ne evidenzio tre, dalla più alla meno recente:

1) l’ultimo incremento di debito corrisponde alla pandemia (2020), è stato gestito pressoché ovunque con politiche anticicliche (qui da noi ad esempio sospendendo il Patto di stabilità), ed è già stato riassorbito;

2) il penultimo incremento di debito corrisponde alla crisi finanziaria globale (2008), è stato gestito con politiche procicliche (qui da noi Six pack e Fiscal compact) che lo hanno amplificato, e in vent’anni non sarà riassorbito;

3) il debito aveva raggiunto un minimo verso la fine degli anni ‘70, poi si è affermato il dogma dell’indipendenza della banca centrale, con le sue politiche di alti tassi di interesse e quindi la necessità di indebitarsi per ripagare il costo del debito, ed è iniziata una crescita inesorabile.

Il dibattito sulle regole monetarie (indipendenza della Banca centrale) e fiscali (austerità) va fatto considerandone i risultati. In oltre un secolo abbiamo ampi esempi di cosa funzioni e cosa fallisca. Trump non è un pazzo: sta solo difendendo l’occidente (come lo chiama lui) dal default (ovviamente non per idealismo ma per pragmatismo).

Preferiamo l’idealismo delle regole tedesche, o il pragmatismo americano?


martedì 29 aprile 2025

Produzione di eccezioni a mezzo di regole

Secondo gli operatori informativi, il dibattito oggi è riarmo sì, riarmo no (la terra dei cachi). Insomma, una versione riveduta e corretta del grande classico “burro o cannoni”, dove i cannoni sono quella roba indefinita che ormai solo loro (gli operatori informativi) chiamano Rearm EU (nel frattempo, la Commissione gli ha dato un altro nome, ancora più ridicolo), e la Lega, per buttarla un attimo in politica, sarebbe pro-burro e anti-cannoni. Chiusa la parentesi politica, specificando che in realtà la posizione della Lega è “burro e cannoni” (e mi sembra una posizione stranamente razionale, considerando chi sono i consiglieri di Salvini! 😉), vorrei fare una rapidissima riflessione con voi sul perché stiamo parlando di questa roba.

Perché stiamo parlando di riarmo?

E qui voi penserete: “Ma questo è scemo! Non lo vede che i cosacchi sono alle porte!?”

No: confesso che i cosacchi non li vedo, anche se, a tendere, vedo a sud del nostro Paese qualcosa di più pericoloso, perché potenzialmente più interessato a destabilizzare il Mediterraneo. Ma il punto non è questo. Il punto è che noi stiamo parlando di guerra e di riarmo perché per tenere insieme un sistema basato su regole che non funzionano abbiamo un disperato bisogno di violare queste regole costruendo delle eccezioni sempre più persuasive perché sempre più “eccezionali”.

Ora, il fondamento delle regole era la diffidenza dei paesi del Nord, che si credevano invincibili (e sono stati sconfitti dalla storia), nei riguardi dei paesi del Sud, che si riteneva fossero dei cialtroni (ma in questo momento noi siamo gli interlocutori privilegiati della potenza imperiale). I risultati delle regole, che ci dovevano garantire da un eccessivo incremento del debito al Sud, perché quelli del Nord non volevano pagarlo, li abbiamo visti nel post precedente, e sono stati un accumulo di debito paragonabole su scala storica solo a quello necessario a finanziare un conflitto mondiale (del resto, un conflitto mondiale c’è stato, anche se è stato un conflitto distributivo e non bellico).

Le regole avevano dei presupposti inconsistenti perché moralistici, non razionali, e quindi hanno avuto dei risultati disastrosi. Ma più in generale, è irrazionale pensare che l’azione di governo di una realtà complessa come uno Stato possa essere basata su regolette. In altre parole, altre regole (così come altre unioni europee) non sono possibili. Non è quindi strano che per tenere insieme un sistema simile si cerchi di aggirarlo indicando (come peraltro qui da tempo avevamo prefigurato) una serie di eccezioni sempre più assurde e distruttive a regole sempre più smentite dalla realtà fattuale.

Insomma: il problema non sono i cosacchi o gli houthi (che potenzialmente sono un problema). Il problema sono le regole, perché sono loro a richiedere la produzione di eccezioni. E finché non risolveremo il problema, saremo costretti ad andare di eccezione in eccezione (eccezione climatica, eccezione bellica, eccezione spaziale…) nel tentativo di giustificare caso per caso la necessità di restituire allo Stato e alla politica quella centralità che nel mondo delle regole gli si voleva togliere, ma che è indispensabile riaffermare in termini generali per una ordinata convivenza civile negli Stati e fra gli Stati.

Dixi.


venerdì 14 febbraio 2025

QED 105: Le regole! (sipario)

 (...venerdì pomeriggio al sesto piano di San Macuto c'è il deserto. Che meraviglia! Un caffettino al bar - la signora aveva appena pulito la macchina, ma mi ha odiato poco - ed eccoci qui per tornare a una delle consuetudini caratterizzanti di questo blog, il QED, il "quod erat demonstrandum", cioè un post scritto per far notare che una cosa di cui avevamo affermato l'inevitabilità si è finalmente palesata! Non sarà elegante, ma è scientifico: bisognerà pure testare le proprie ipotesi, no? Ultimamente avevamo intermesso questa pratica, ma solo perché la gragnuola di QED era così vivace da impedirci di star dietro a tutti. Bisognerà però che almeno i più importanti continuiamo a verbalizzarli, e quello di oggi è importante, oh, se lo è!...)

Al minuto 13:30: "Per noi era assolutamente chiaro già un anno e mezzo fa che Francia e Germania erano in grosse difficoltà. Questo che cosa determina dal punto di vista delle regole? Determina una cosa molto semplice: che a violarle o a chiederne un allentamento saranno come sempre Francia e Germania. Saranno loro a crearci spazio fiscale." (musica in sottofondo).

153 giorni dopo:


(qui).

Solo una cosa: quale che sia il racconto che vi verrà fatto, sappiate che alla riunione di dicembre 2023 in cui decidemmo di mandare a stendere il MES ci era assolutamente chiaro che dei due no che erano sul tavolo (no al MES, no alle regole) quello da dire era il no al MES, perché interessava solo noi, e quindi se noi non l'avessimo detto non l'avrebbe detto nessun altro, mentre il no alle regole lo avrebbero detto gli altri, perché interessava più a loro che a noi.

Guarda caso, sta andando proprio così.

Questo si chiama pensiero strategico, e comunque tu la pensi, caro lettore, dovresti essere rassicurato dal fatto di sapere che in Italia c'è ancora qualcuno che ne è capace.

E ora divertiamoci: ce n'est qu'un début.

(...e ora faccio la spesa e torno a casa: ho un disco da montare, e spero che vi piacerà...)

giovedì 5 settembre 2024

Il sorpasso (a futura memoria)

Bonjour!

Riprendo e applico un'osservazione del post precedente ("la bussola che ci ha condotto fino a qui, cioè fino al punto in cui la Germania ha segato il ramo su cui è seduta (come prefigurato nel 2011 sul manifesto), può essere usata per guardare oltre l'orizzonte"), e guardo con voi oltre l'orizzonte:

"Secondo me in cinque-sei anni la Francia ci supera" (al minuto 17:06, il tema era il debito pubblico).

Il verbale del Dibattito è questo blog, non i parterre televisivi, e nemmeno le auguste aule parlamentari: ci tenevo quindi a mettere a verbale questa affermazione fatta in una sede autorevole, ma non formale. L'affermazione, che ribadisco, è questa: nell'arco di poco più di un lustro il rapporto debito pubblico/Pil della Francia potrebbe superare il nostro.

Spendo due parole (in realtà le avevo già spese: ma adeguiamoci per un istante al modello "giorno della marmotta" caro al collega Borghi - che quando parla o suggerisce qualcosa lo fa a ragion veduta!), spendo due parole, dicevo, per chiarire perché questo non è un guess, ma un educated guess, per chiarire cioè quali teorie e quali evidenze empiriche pongo a supporto di questa mia congettura. Lo faccio non solo a edificazione vostra, ma anche a tutela mia. Del doman non v'è certezza: ogni congettura ha un margine di errore, e affinché l'errore sia fecondo, aiuti cioè a migliorare il modello analitico sottostante, occorre che questo modello sia esplicitato, così da mettere in evidenza quale rotellina dell'ingranaggio logico si è (eventualmente) inceppata.

Il primo elemento ve lo ripropongo qua: se osserviamo la dinamica del debito pubblico nominale (il numeratore del rapporto debito pubblico/Pil) constatiamo come essa in Francia sia stata molto più sostenuta che in Italia e Germania, subendo una ulteriore accelerazione post-Covid:


Fatto 100 il debito nel 2000, quello italiano e tedesco nel 2022 erano raddoppiati, quello francese più che triplicato (350). In questo grafico non consideravo il 2023 perché quei dati a febbraio non erano ancora consolidati quindi l'Eurostat non li riportava (sotto vi fornisco un aggiornamento).

Abbiamo poi visto che l'incremento del rapporto debito pubblico/Pil in Italia è dovuto interamente all'effetto denominatore: la ridotta crescita del Pil nominale. Se si ipotizza che dal 2009 in poi la crescita italiana fosse proceduta al tasso medio realizzato fra 2000 e 2008 oggi avremmo infatti un rapporto debito/Pil inferiore a quello del 2008:


Purtroppissimo (per loro) in Francia le cose non stanno così:


Nello scenario controfattuale, immaginando cioè che la Francia avesse mantenuto dal 2009 in poi lo stesso tasso di crescita del Pil nominale realizzato dal 2000 al 2008, il rapporto debito pubblico/Pil sarebbe oggi comunque consistentemente più alto di quello del 2008 (86% invece di 68%).

Quindi in Francia l'effetto "numeratore" (cioè la crescita del debito pubblico nominale, molto più rapida che da noi) spiega una parte significativa, se pure non preponderante, dell'incremento del rapporto debito pubblico/Pil del Paese dopo il 2008: 17 punti percentuali di Pil su 42 complessivi. Questo evidenzia una fragilità strutturale della finanza pubblica francese, da noi più volte constatata sulla base di considerazioni inoppugnabili, a partire dal numero di violazioni della regola del tre per cento (17 in Francia contro 11 in Italia), di cui parlammo qui:


Ciononpertanto, le previsioni dei previsori, quelli che nel caso della Brexit tante soddisfazioni ci hanno dato (toppando sempre) sono comunque favorevoli alla Francia.

A ottobre 2023 il Fmi la vedeva in questo modo:


con un rapporto debito pubblico/Pil italiano superiore di 29 punti a quello francese nel 2028, ad aprile 2024 la vedeva così:


con uno scarto di addirittura 30 punti al 2029 a causa di un innalzamento del rapporto italiano superiore a quello francese (che a ottobre 2023 veniva invece dato per stabile).

Può anche darsi che le cose vadano così (nel qual caso avrei platealmente sbagliato), ma intanto aggiungiamo un'altra informazione: che cosa succederebbe se il rapporto debito pubblico/Pil dei due Paesi si comportasse da qui in avanti come durante il periodo di sospensione delle regole (2020-2023)? Succederebbe questo:


cioè, appunto, nel 2029 (fra cinque anni) saremmo tornati sotto la Francia (102% invece di 103%).

Intendiamoci bene! Questo controfattuale non ha alcun significato se non, forse, quello di darci un ordine di grandezza molto approssimativo di quale sia il "costo delle regole" per un'economia come la nostra, un'economia che è stata massacrata dal taglio degli investimenti pubblici voluto da Bruxelles e perpetrato da Monti, come abbiamo dettagliato qui:


(anche in Francia, che partiva da un volume più alto di investimenti pubblici, c'è stato un taglio, ma di entità proporzionalmente minore e sostanzialmente recuperato a fine 2022).

Non mi aspetto quindi che le cose vadano in quel modo. Quello che mi aspetto, invece, è che le cose vadano in Francia peggio di come il Fmi le vede, e direi anche lievemente peggio di come andarono con Hollande (dal 2012 al 2017 il rapporto debito/Pil aumentò in Francia di circa otto punti), e simmetricamente che in Italia vadano meglio di come il Fmi le vede, e direi anche lievemente meglio di come andarono prima della crisi finanziaria globale (dal 1995 al 2000 il rapporto debito/Pil italiano calò di 10 punti). Un recupero del genere colmerebbe in cinque anni 18 dei 26 punti di distacco che davamo alla Francia nel 2023. Non sarebbe un sorpasso da parte della Francia, ma ci andrebbe vicino, e attenzione: ci sono due elementi di rischio politico che vanno inseriti in questo ragionamento: uno favorevole all'ipotesi del sorpasso, uno di lettura più incerta.

Il primo è quello su cui attiro la vostra attenzione da ormai dodici anni: la Francia è (perennemente) a un bivio che gli accorti previsori del Fmi caparbiamente si ostinano a non voler prendere in considerazione! Ricordate l'esaltazione dei piddini domestici e 'ndernescional per la vittoria di Hollande? Qui ce ne facemmo beffe (in uno dei post essenziali del blog), i fatti ci diedero quasi subito ragione. La popolarità di Hollande crollò immediatamente a picco, come, ma molto più, quella di tutti i presidenti eletti da quando il mandato è quinquennale, cioè dal 2000, cioè più o meno da quando la Francia è nell'euro, cioè da quando anche un Presidente francese non può fare per i francesi molto più di quanto un Primo ministro italiano possa fare per gli italiani:


(fonte: interessante leggere le loro considerazioni sull'"effetto quinquennio" alla luce di quello che noi sappiamo dell'effetto euro). Ne avevamo parlato fra l'altro qui, a proposito del consenso di cui sembrava godere Conte dopo lo scoppio della pandemia, e che altro non era che un fisiologico effetto di ricerca di rassicurazione da parte dell'elettorato, come quello sperimentato da Hollande nei due casi Charlie Hebdo e Bataclan (visibili nel grafico).

Col senno di poi, però, possiamo apprezzare anche un'altra sfumatura di questo fallimento annunciato (annunciato all'epoca solo da noi, ma comunque annunciato)! I previsori, all'epoca, si aspettavano che il nuovo governo francese avrebbe risanato i conti pubblici. Per darvi un'idea, qui confrontiamo con la realtà le previsioni Fmi dell'autunno 2011 (prima dell'elezione di Hollande):


(nel 2016 il rapporto debito pubblico/Pil fu superiore di dieci punti a quello che il Fmi si aspettava nel 2011), e qui quelle dell'autunno 2012 (dopo l'elezione di Hollande):


(alla fine del quinquennio, nel 2017, prevedevano quasi dodici punti di rapporto debito pubblico/Pil in meno di quelli che poi Hollande realizzò, tenendosi ben al disopra delle previsioni).

Ora, prima di andare sul politico vi faccio una sottolineatura tecnica: un errore attorno al 10% in uno scenario di previsione macroeconomica a cinque anni potrebbe anche essere tranquillamente compatibile con l'incertezza del modello. Le previsioni, in effetti, andrebbero sempre formulate come intervalli e accompagnate da un valore di probabilità. Dire: "nel 2017 il rapporto debito pubblico/Pil sarà 86%" non è come dire "nel 2017 il rapporto debito pubblico/Pil si situerà fra 80% e 92% con una probabilità del 95%" (metto cifre a caso: per metterle giuste dovrei avere lo scarto quadratico medio delle previsioni del modello del Fmi, se esiste e se è usato in modo neutro e trasparente, cioè senza interventi "redazionali", per effettuare queste previsioni). Fatto sta che le previsioni intervallari non interessano a nessuno, i politici capiscono solo quelle puntuali, e quindi i previsori forniscono quelle puntuali, pensando che tanto i politici hanno memoria corta, e le loro castronerie verranno dimenticate.

E in effetti tutti le dimenticano, tranne uno: io.

Questa sottolineatura vale a evidenziare che l'ordine di grandezza dell'errore potrebbe anche essere scusabile, ma la sua sistematicità un po' di meno! Era evidente il tentativo del Fmi di alimentare aspettative positive su un governo "amico" (l'antagonista essendo l'antieuropea Marine Le Pen), a dispetto di una semplice considerazione di ordine politico: per non infiammare la polveriera sociale delle banlieues, Hollande non aveva che una possibilità, quella di spendere. Altro che rientro del debito! Questo era prevedibile, i risultati li vedete, e i problemi sono ancora tutti lì, ma amplificati: c'è più debito pubblico, ma c'è anche più debito estero, ma c'è anche meno crescita economica (perché la Germania non tira giù solo noi: tira giù anche i francesi, considerando che le esportazioni verso la Germania contano per il 12,7% delle nostre, ma contano anche per l'11,7% di quelle francesi!), ma c'è, anche e soprattutto, molta più tensione sociopolitica, come evidenziato dal risultato delle elezioni, dalla difficoltà di formare un Governo, dai continui, incresciosi fatti di cronaca.

Aggiungo che l'esperienza italiana ha una lezione importante per quella francese. Anche la Francia, infatti, ora ha un rapporto debito/Pil superiore al 100%. Questo significa che per la Francia c'è una cosa peggiore del non riuscire a fare austerità onde evitare rivolte di piazza, ed è riuscire a farla! Nel primo caso, infatti, avremmo uno scenario Hollande, e quindi, per capirci, le previsioni a cinque anni andrebbero tirate su di almeno una dozzina di punti, ma nel secondo caso, ove mai veramente la Francia decidesse di suicidarsi seguendo leRegoleTM, il potenziale upside della previsione è analogo a quello che si ebbe qui da noi con Monti, e sapete quanto fu? Questo:


(quasi 14 punti percentuali in cinque anni, ma con un decorso iniziale molto più rapido). Se il problema è "battere" la previsione Fmi, diciamo che siamo in una posizione win-win: al competitor andrà male rispetto alle previsioni se non fa austerità, e peggio se la fa.

In questo quadro, invece, noi dobbiamo (e politicamente possiamo) solo stare fermi, e mandare gli altri a schiantarsi: esattamente come le previsioni francesi sono imbellettate dagli amici del Fmi, le nostre sono imbruttite, ma i fatti hanno la testa dura.

Resta il secondo elemento di incertezza, quello che invece potrebbe giocare a nostro sfavore, nelle condizioni attuali, e che comunque rende un po' futili (per quanto servano a fissare le idee) esercizi come quello compiuto in questo post. Prima o poi una crisi finanziaria arriverà, temo. Non mi metto qui e ora a ricordarne e analizzarne gli indicatori, non posso dedicarvi un'intera giornata e già metà è andata dispersa, ma sarei molto, molto, molto sorpreso se nell'arco dei prossimi cinque anni non arrivasse una schicchera come quella del 2001 o del 2007. I presupposti ci sono: tanta liquidità immessa nel mercato, e indirizzi di politica industriale sorretti da un boderoso (cit.) ottimismo della volontà! Lu grìn potrebbe essere il nuovo dot-com, per dire, ma non mi interessa qui entrare nella granularità delle cause. Per quanto gli autorevoli banchieri centrali si sciacquino la bocca con le macroprudential policies, la regulation, ecc., il primo e più caratteristico segno di un idiota è quello di pensare di essere nel 2024 più furbo di tutti quelli che lo hanno preceduto nei lunghi millenni decorsi da quando qualcuno (Gurz, come ricorderete) decise di comprare qualcosa a credito! Questo libro è un gigantesco monumento alla stupidità umana, una forza che potrebbe lottare a nostro favore, come a nostro sfavore.

Qui si aprono vari dilemmi, che non esploriamo tutti.

Nonostante che noi si sia ancora il Paese messo peggio rispetto all'indicatore fuorviante che i mercati osservano maniacalmente (il debito pubblico), lo scoppio di un casino generale (traduzione di global financial crisis) oggi, con il Paese creditore netto verso l'estero e in surplus di bilancia dei pagamenti, con un Governo tutto sommato stabile (a parte i noti fatti di cronaca), difficilmente potrebbe portare a un'aggressione come quella del 2011, anche perché attaccando noi è chiaro oggi più che mai che rischierebbero di venir giù anche loro. Quindi si potrebbe andare verso uno scenario general escape clause (formale o informale), e comunque verso un atteggiamento accomodante delle banche centrali. Scenari che tutto sommato ci favoriscono, come in parte abbiamo documentato sopra. Se così non fosse, salterebbe tutto per aria, ma alla fine siamo sicuri che questo scenario (che abbiamo analizzato qui) sia il peggiore degli scenari possibili? Dopo aver vissuto la recessione da COVID, quello che sappiamo della recessione da ridenominazione ci sembra ampiamente sopportabile!

Per fortuna la decisione non spetta a noi. La decisione spetta ad altri, e alcuni si sono già chiaramente espressi, giungendo alla conclusione giusta, se pure per un percorso sbagliato!

Quindi calma!

Tornando alla previsione da cui siamo partiti: il mio "secondo me" è dichiaratamente un po' avventuroso, ma molto meno di quanto i benpensanti possano credere, ed è già molto che oggi, a differenza di dodici anni fa, certe cose si possano dire in TV senza suscitare risolini di scherno: in parte è merito nostro, dell'autorevolezza che abbiamo saputo conquistare, e in parte loro, dell'assurdità del sistema che hanno costruito, le cui crepe sono sempre più evidenti.

Au revoir!


(...sintesi: i previsori mandateli a cagare, e aiutateci a tenere sui binari il Paese. Solo questo può sbriciolare i nostri avversari esterni e strozzare nella loro bile i nostri nemici interni. Il resto seguirà...)

giovedì 2 maggio 2024

Le regole in tre diapositive

(... mi avete tolto la voglia di scrivere. Vedo il lato positivo: un soft landing nell'aldilà prevede un fisiologico attutimento dei desideri e delle ragioni dell'aldiqua. Altro lato positivo: voi non volete vincere, e io non voglio perdere, quindi non siamo esattamente fatti l'uno per gli altri - né io l'ho mai sostenuto, a differenza dei tanti che "ah ma che bel commento!" o "ah ma che bella la mia community!". La favola del bobolo giusto è santo è semplicemente l'antipolitica in disguise. Io so quello che vi ho dato, so quello che mi avete tolto, so a cosa è servito e so quello che ci aspetta. Io so. Quindi non scrivo, né scriverò, più per voi: scriverò per me, sicut erat in principio...)

Nello scorrere il comunicato stampa dell'ISTAT riferito alle ultime stime preliminari del Pil mi è balzata all'occhio una cosa, questa:


Il discorso per me potrebbe chiudersi qui. Aggiungo però una chiosa a beneficio dei lettori futuri (dei presenti sinceramente faccio a meno). 

Quello che dovrebbe essere evidente al lettore che non c'è (ma forse un giorno, fra dieci anni, ci sarà) è questo:


Dopo lo shock COVID, che situo dove è storicamente situato, cioè nel primo trimestre del 2020, ci sono voluti solo sette trimestri per tornare abbastanza vicini alla tendenza "storica" (calcolata sui cinque anni antecedenti allo shock), e dieci trimestri per tornarci sostanzialmente sopra.

Chi è qui da un po' dovrebbe sapere che cosa è successo, invece, dopo lo shock GFC (Great Financial Crisis), che situo dov'è storicamente situato, cioè nell'ultimo trimestre del 2008 (il crollo Lehman avvenne alla fine del trimestre precedente). Accadde questo:


Notate che per rendere i grafici a prova di coglione ho usato esattamente la stessa scala verticale, e già questo dovrebbe contenere una lezione importante, che affido ai commenti di un ipotetico lettore futuro.

Qual è la differenza fra la reazione allo shock COVID e la non-reazione allo shock GFC? Semplice! Questa:


Lo shock GFC (2008 e seguenti) è stato gestito applicando le regole, lo shock COVID è stato gestito sospendendo le regole, applicando la general escape clause che esisteva nel 2009 come nel 2020, ma che nel 2009 non si volle applicare perché c'erano dei conti da regolare, come abbiamo visto infinite volte. La differenza fra gestione dello shock con le regole o senza le regole possiamo vederla anche in una singola diapositiva, questa:


Chiaro, no? Se non è chiaro, siamo qui per delucidare. Ma c'è ancora bisogno di delucidazioni, ora che quello che noi sapevamo e avevamo denunciato con tanta forza è stato confessato dal suo principale ispiratore?


Come vi ho sempre detto, l'austerità è stata un'aggressione deliberata (lo dice LVI) al nostro Paese, ai vostri risparmi, al nostro stile di vita. I motivi di quella aggressione sono chiari e vi furono spiegati. Ora non ci voglio perdere altro tempo. Si dovrebbe parlare solo di questo, e se non lo si fa di un'unica cosa sono certo: che la colpa non è mia, perché io non solo l'avevo detto tredici anni prima:


(se interessa, l'articolo è ancora qui, e suggerirei di stamparlo), ma l'ho anche ripetuto in aula, nell'indifferenza generale:


Non c'è salvezza per un "bobolo" che si lascia fare impunemente una cosa simile. Questa cosa gli era stata spiegata prima, con tutta la lucidità e la forza della disperazione, sormontando tutti gli ostacoli che oggi diventano, in altri, ridicoli contesti, casi nazionali (le aule universitarie negate, il libro rifiutato dal Salone di Torino, la censura nei dibattiti a sinistra: tutte cose condivise a suo tempo qui facendoci una bella risata sopra). Ma non mi deludono i coglioni di sinistra: ci siamo soffermati per più di un decennio, ormai, sulla loro antropologia minore, costruita sulla falsa pretesa antisocratica di "sapere di sapere" e sulla sicumera di essere "dalla parte giusta della Storia" (o almeno, della storia di cui hanno il monopolio), quella che li porta a negare, col fascismo che gli è congenito, la parola agli altri, legittimando questo fascismo autentico in nome di un antifascismo posticcio (altra grande scoperta di questi giorni, pare: eppure sono tredici anni che qui ci combattiamo)!

Sono pecore che temono il lupo, chiamandolo "ordoliberismo", "neoliberismo", "neoqualcosismo"), e vengono, come da copione, portate al macello dal loro pastore: il PD. Disprezzarle sarebbe dar troppa importanza a queste fetecchie, ma compatirle sarebbe certamente inappropriato...

Mi deludete voi, per diversi motivi, di fatto riconducibili a uno: il vostro consenso, i vostri complimenti, il vostro encomio era servo perché era falso. In verità, nel vostro cuore albergava e tuttora alberga la convinzione superba e sciocca di saperne più di chi vi ha aperto gli occhi (e continua a farlo) ed è a contatto con le cose (che a voi giungono solo dai giornali), e la sua gemella scema, la fuuuuuuuuuuuurbizia, quella forma particolare di narcisismo autolesionistico consistente nel non affidarsi a chi in tanti anni ha dimostrato non solo preveggenza (rileggetevelo, il mio articolo sul Manifesto: c'era tutto!), ma anche spirito di servizio (pensate che i convegni si organizzino da soli? Potreste essere riavvicinati alla durezza del vivere...), disinteresse (lo stesso col quale vi sto mandando affanculo, ad esempio), e soprattutto aderenza alla logica elementare.

Ai puri e duri (de coccia), a chi si abbandona alla tentazione della desinenza in "-etta", ripeto qui quello che ho detto su Facebook. Siamo in democrazia, e questo implica due cose: primo, che esista un dibattito; secondo, che le decisioni si prendano a maggioranza. 

Declino qui alcuni corollari.

Il primo è che, anche aderendo alla versione oleografico-complottista del nostro dibattito interno, quella che voi (che vi credete fuuuuuuuuuuuuuurbi) vi bevete a garganella da giornali che sono vostri nemici, che vi odiano, che hanno sponsorizzato l'aggressione deliberata al nostro Stato sociale, anche aderendo alla leggenda nera di Giorgetti (su cui avrei molto da dire: partirei dal dato banale che chi descrive il nostro partito come spaccato in due ha interesse a spaccare in due il partito), anche dando per buone le cazzate che vi lasciate propinare, presumere che io non sappia che cosa succede nel mio partito equivale a darmi del coglione! Serendippo può tranquillamente dire che io non conto un cazzo, esattamente come diceva che non sarei stato ricandidato (perché Giorgetti ecc.). Fatto sta che il claim della nostra campagna elettorale l'ho creato io sette anni fa (quando non era nel partito) e se viene ripreso ora questo qualcosa vorrà dire, no? Ma senza che ve ne rendiate conto, dentro molti frinisce un piccolo Serendippo.

Il secondo corollario parte da qui: nel momento in cui vedete che nel partito, pur con un dibattito interno che esiste ovunque (ma perché non mi parlate un po' del PD, anziché di Giancarlo?), la linea presa è quella nella quale avete creduto e avete dato consenso, e che proprio perché potrebbe non essere l'unica linea andrebbe sostenuta col vostro consenso, che cosa fate? "Ah, no, io non ti voto perché tu non conti niente e poi il partito va da un'altra parte perché la punturina, il green pass, la rava e la fava...".

Ma siete veramente così cretini, o vi piace solo sembrarlo?

Lo avete capito sì o no che ci sono temi minoritari, perché sono temi che non interessano o sui quali non si è costruito, e che quindi tatticamente vanno gestiti in altro modo, per evitare quello che sta succedendo col tweet di Claudio sull'OMS, che non è esattamente un enorme successo, nonostante le aspettative dei semomijoni, almeno se lo confrontiamo con quello sul MES, che invece è stato un successo perché non toccava un tema minoritario e perché c'erano anni di consapevolezza costruita qui!

Ma a che serve creare consapevolezza, se quando ci dovete essere la vostra grillanza, di cui siete tutti fradici, come io sono fradicio della bava dei complimenti di persone che mi elogiavano prendendomi in cuor loro per un cojone, vi porta a essere altrove?

Prima su Twitter qualcuno ha detto "ah, sì, a Vergate sul Membro ci vengo perché mi torna comodo!" Ecco: a me non torna comodo, e avrei anche altro da fare, anzi: l'ho sempre avuto. Ma voi all'impegno preferito il divano e alla logica Serendippo.

Che cosa può andare storto?

Avete trentasette giorni per dimostrare di aver capito, per restituire a chi ve l'ha fatto quello che vi è stato fatto, di cui sopra avete una diapositiva, per assestare una bella mazzata al PD ed evitare che torni sul suo trend storico. Perché il PD da due cose trae alimento: dalla gestione del potere (e dalla greppia delle lottizzazioni lo abbiamo staccato, e se non foste quello che ahimè avete dimostrato di essere dovreste godere e rafforzarvi nelle vostre convinzioni ascoltando le sue querimonie) e dall'UE.

E ora avete la possibilità di dare una raddrizzata anche all'UE.

Lo farete?

Sapete che c'è?

Ma anche chi se ne frega! Purtroppo, e sottolineo purtroppo, questi quattordici anni di impegno, a partire dai primi articoli su sbilanciamoci, sono stati una grande lezione sul rapporto fra individuo e storia, sulla logica della rappresentanza e della democrazia. Torno su quello che ho capito nei tanti anni di studio e di esperienza. Ricorderete i cretini che "la fine delle unioni monetarie porta alla guerra". I fatti e la logica indicano che è il contrario, ovviamente: le sconfitte determinano la fine delle unioni monetarie (basta pensare agli effetti sull'impero austroungarico della sconfitta nella Prima guerra mondiale). Per questo motivo, e per altri di cui abbiamo parlato tante volte, fra non molti anni (non credo che ne abbiamo altri tredici davanti, come quelli che ci separano dall'articolo sul manifesto) le nostre decisioni, le nostre aspirazioni, le nostre convinzioni, e anche le nostre istituzioni, si sgretoleranno contro qualcosa di tanto tremendo quanto inevitabile. Io so che continuerò a combattere fino a quel momento, perché questa è la mia natura: non c'è pace per chi vuole pace!

Per chi vuole divano, invece, c'è divano, e per chi vuole sentirsi furbo c'è l'egemonia del PD, inevitabile se il proprio narcisismo cretino porta a non sostenere l'unico partito che contende questa egemonia perché ha trovato qui una visione alternativa del mondo cui attingere, la visione di cui ora perfino Draghi, perfino LVI, confessa cinicamente la fondatezza.

Ma sto facendo quello che non volevo fare: parlare a delle piante grasse nel deserto.

Vado a San Macuto, che è meglio.

(...la lista dei miei appuntamenti in campagna elettorale verrà data forse sui social...)

lunedì 22 maggio 2023

Zooming out: la storia del Pil italiano

 (...un aggiornamento di questo post, per darvi un'idea degli ordini di grandezza...)

Dilettissimi fratelli e sorelle (versione più risalente e nobile del "tutti e tutte", da pronunciarsi rigorosamente tuttetùtte, à la Schlein, con Sforzando sulla seconda "u"...), torno a intrattenervi sulla nostra storia, il cui ruolo, in questo blog, è quello consueto di insegnarci lezioni che nessuno impara, nemmeno noi.

La storia del Pil italiano, ad esempio, è molto, molto istruttiva, e la sua lezione sarebbe anche facile da apprendere. Peccato che pochi la raccontino e ancor meno la ascoltino. Oggi mi recherò all'università di Salerno a raccontarla agli studenti di Preterossi, insieme a un protagonista di spicco di questo blog: Stefano Fassina. Metto qui due appunti che potrebbero servire.

Partiamo da un controllo di routine: a che punto è la notte? Siamo tornati almeno a dove eravamo prima della crisi finanziaria (subprime, Lehman, austerità,...)? La risposta è dentro l'ISTAT ed è "sbagliata":


No. Siamo ancora del 2,8% sotto al livello del 2007, il che significa che da oltre 15 anni siamo letteralmente al palo. Segue disegnino:


(i più attenti  noteranno che l'ordine di grandezza dei due grafici è diverso, semplicemente perché sono diversi i prezzi base: nell'ultima edizione dei Conti nazionali ISTAT sono quelli del 2015, nelle serie che userò per i grafici sono quelli del 2010. Ovviamente nulla cambia in termini di variazioni percentuali: anche la serie a prezzi 2010 nel 2022 è del 2,8% sotto al livello del 2007).

Chi non sa che cosa sia il Pil potrebbe anche trovare normale un andamento di questo tipo. Chi crede di saperlo, cioè i decrescisti e gretineria cantante, viceversa, potrebbe trovarlo auspicabile. Fatto sta che con un po' di prospettiva ci rendiamo conto del fatto che esso è alquanto anomale. Non basta, tuttavia, allargare lo zoom fino all'inizio dell'Unione monetaria:


Bisogna fare uno sforzo in più, tornare fino a "O partigiano, portami via!", per capire quanto ci è costato tradire lo spirito di indipendenza che aveva animato la Liberazione, quanto ci è costato mettere la nostra politica in mano ai nostri avversari di allora, per alimentare l'illusione che essi non siano i nostri avversari di oggi (se pure in forme meno cruente):


Tanto per essere chiari: siamo passati attraverso crisi energetiche con quadruplicazione del prezzo del petrolio:


(non le cazzatine che stanno facendo sclerare quelle pappemolli del millennials), attraverso autunni caldi (non Landini bolliti), attraverso shock finanziari con aumenti del tasso di interesse reale dell'ordine di svariati punti percentuali:


(tratto da un articolo che chi non ha letto dovrebbe leggere), attraverso gli anni di piombo, quando come è noto l'odio non c'era, o almeno certi senatori non lo vedevano dai loro appartamenti in centro, ma se eri vestito in un certo modo e passavi per la strada sbagliata non tornavi a casa, o ci tornavi molto malconcio (altro che la vernice "lavabile" sui monumenti, fregnoncini miei...), ne abbiamo passate di ogni e di più, andando sempre dritti come un fuso attorno a una tendenza lineare di circa 27 miliardi di euro in più all'anno. Siamo proprio sicuri che poi sia bastato un crack negli Stati Uniti (peraltro, non il maggiore che la storia registri) a determinare tutto questo casino?

Ovviamente non è plausibile: quello che ha inciso è la mancanza di un meccanismo di aggiustamento agli shock esterni (l'aggiustamento del cambio nominale) e la presenza di regole fortemente procicliche. Può venire (ed è giusto che venga) la curiosità di vedere dove saremmo ora se avessimo proseguito la nostra traiettoria, che non è stata perturbata da un grande shock, ma da una grande (e sbagliata) riforma della nostra modalità di reazione agli shock. Saremmo qui:


cioè saremmo su del 30% rispetto a dove siamo (a spanne, saremmo su di quasi 500 miliardi di euro).

Vi propongo un controesempio basato su uno scenario fatto tre anni fa e dichiaratamente paradossale: il calcolo degli anni che sarebbero occorsi per risalire la china del COVID se avessimo mantenuto la crescita registrata dall'inizio dell'Eurozona (escludendo dal computo, ovviamente, lo shock del COVID):


Lo avevamo fatto qui commentando il decreto "Rilancio", e se andate a rileggere troverete questa frase: "in realtà, penso che le cose andranno un po' meglio, ma solo se ci libereremo delle regole europee".

Il 10 maggio 2020, quando facevo questo esercizio, le regole erano sospese da 58 giorni. Un po' poco per vedere il benefico effetto della loro sospensione. Ora possiamo vederlo bene:


Invece che nel 2050, il ritorno al livello del 2007, usando le previsioni del DEF aggiornate con gli ultimi risultati dell'ISTAT, è previsto per il 2025. Buttare al cesso pseudoregole fondate unicamente sulla diffidenza verso il nostro Paese di un popolo di bancarottieri ci ha consentito di recuperare 25 anni di vita economica (ovviamente questa analisi spannometrica andrebbe validata con modelli più raffinati, e gli ordini di grandezza probabilmente cambierebbero: ma anche avessimo recuperato solo 10 anni, questo renderebbe più sensato perderli sulla base di verità sciamaniche?).

Aggiungo i soliti caveat: il grafico in unità naturali poco ci dice delle dimensioni percentuali dei diversi shock. Messo così, sembra che il COVID sia stato uno shock superiore alla Seconda guerra mondiale. Invece no, ma per apprezzarlo occorrono i logaritmi:


Si vede bene che la Seconda guerra mondiale è stata una schicchera più forte della psicopandemia, e la cosa non dovrebbe stupirci: il piombo ne ha fatti fuori più del virus.

Prevengo anche il solito gnegnegnè di quelli che Luciano chiama "gli espertologi", quelli che dicono "Ma la crescita si stava esaurendo fin dagli anni '60, l'Italia era un paese già malato, perché la cricca, la casta, la corruzione, le auto blu, le piccole imprese familiari, la tabaccaia scalabile e il camion di faldoni...". Come vi ho spiegato, il grafico spesso usato dai cialtroni del declino:


nulla ci dice del nostro Paese (anche perché si riferisce a un altro Paese, ma questo non cambia nulla, dato che in ogni Paese è stato così per via della convergenza neoclassica).

Un conto è la fisiologia economica della crescita, che tende allo stato stazionario, un conto la patologia psichiatrica della decrescita, un conto la cialtroneria politica delle regole.

Ma ora devo lasciarvi: fra un po' sono di scena, e devo raccogliere le idee...

sabato 29 aprile 2023

Pagateci i danni!

 (...oggi vado all'Aquila, c'è il giuramento del corso di allievi sottufficiali della Finanza, io sono uomo del XX secolo, ho fatto il militare, e rispetto le istituzioni, quindi, quando posso, assicuro la mia presenza. Cerco di assicurarla anche qui. Mi sto sforzando di dare continuità al nostro discorso: il nemico è sempre lo stesso - quello che ci aggredisce, perché noi i nemici non ce li costruiamo: sono loro che cercano noi! - ma dobbiamo avere tutti l'intelligenza di capire che la trincea non può essere la stessa: quella precedente è stata piallata da un bombardamento senza precedenti e soprattutto da una cosa che qui è sempre stata evidente, ma che, per qualche strano motivo, un terzo degli italiani non ha capito, perché non era interessato a capirlo: il tradimento degli ortotteri. Ce ne dobbiamo fare una ragione e dobbiamo praticare quello che abbiamo sempre predicato: estote ergo prudentes sicut serpentes et simplices sicut columbae. Gli squilli di Trombetta - per parlare di un amico, assiduo frequentatore dei nostri convegni dove veniva ad acquistare idee - o le convulsioni di guittology, non vanno esattamente in quella direzione. Il vantaggio, per noi, è che a differenza del progetto ortottero, la cui potenza di fuoco mediatica si appoggiava su aziende private di cui non ho mai capito fino in fondo la genesi e il business model, né so se esistano ancora, il "progetto" zerovirgolista si basa solo sul ripetere fuori tempo e con voce chioccia le stesse identiche cose che qui sono state dette a tempo e con la voce tonante dei dati - quella voce che un ottoncino padroneggia con meno agilità di un economista. Non vale quindi la pena di mettere in guardia gli uomini di buona volontà dalla minaccia dei #semomijoni, non solo perché non è comunque servito a niente metterli in guardia dal pericolo - reale - costituito dagli ortotteri, ma anche perché questa minaccia non è tale: erode, forse, impercettibilmente, la base elettorale, consegnando qualche babbeo alla palude dell'astensione, ma, come i fatti hanno dimostrato  - e anche questo vi era stato detto! - non supera la soglia di sbarramento, non è in grado di esprimere, sullo scacchiere della politica, non dico un alfiere, ma nemmeno un pedone del "sacro ideale puro e incorrotto" che tutto vincerebbe e tutti convincerebbe - nella narrazione farlocca dei #semomijoni. Narrazione farlocca perché - ahimè! - per quanto anche noi possiamo essere convinti delle nostre ragioni, la maggioranza degli italiani ha la testa altrove, ed è per il fatto che questo non ci è entrato in testa che - purtroppo - ci è entrato da un'altra parte. Dobbiamo ammetterlo: per essere maggioranza occorrono le televisioni, e per avere le televisioni, o almeno provare ad averle, occorre essere maggioranza, ed esserlo a lungo. Non entro poi nel merito di altre ovvie considerazioni: l'idea che "cominciamo da un parlamentare, poi cresceremo perché lui dirà laveritah e tutti ci seguiranno fino a conseguimento della maggioranza del 51%!" credo che chi è qui possa apprezzarla nei suoi ovvi limiti, visto il lavoro che facciamo per tenervi aggiornati sulla concretezza delle dinamiche parlamentari. Qui, ormai, dovreste aver capito che solo un partito con almeno il 10% può avere sufficiente tempo di parola e sufficiente personale per presidiare tutti i tavoli critici, opporsi alle principali porcate, e denunciarle in aula! Dice: ma voi avete l'8%! No, cari: noi abbiamo il 66/400 = 16,5% - cioè 17% se arrotondato all'intero più vicino - in Parlamento. E anche questo dovrebbe far capire come stanno le cose a chi disperde onanisticamente il seme del suo voto in mille rivoletti: questo esercizio è sterile, può partorire al massimo un personaggetto più o meno folcloristico che dovrebbe da solo reggere tutte le Commissioni non riuscendo a presidiarne neanche una, invece di andare a integrarsi in una struttura che grazie ai suoi tecnici riesce ad amplificare in tale misura sui seggi parlamentari il consenso ottenuto nelle urne. Detto in altre parole: Calderoli può piacere o non piacere - il blog che non esiste non è un organo di partito e parla a una community che non c'è, quindi può essere equanime! - ma il mio punto è che se gli zerovirgolisti ne avessero uno, di Calderoli - e non possono averlo! - al massimo riuscirebbero a portare da uno a due la loro presenza in Parlamento. Potere di controllo zero, potere di interdizione zero, tempo di parola tre minuti in dichiarazione di voto. Volete questo? Chiaro il concetto? Quindi, venendo al punto e concludendo questa premessa: se non contano una mazza, perché parlarne? Certamente non perché gli spruzzettini di fango con cui cercano puerilmente di offuscare la nostra immagine sperando di trarne indiretto beneficio possano attingerci: non capisco, a questo proposito, le reazioni indignate di molti di voi alle esternazioni diffamatorie delle bollicine di metano nella palude di Twitter! Certamente non perché si possa cercare insieme la chiave per recuperare un consenso che non c'è: di zerovirgola ne occorrerebbero mijoni (veri) per arrivare a costruire un punto percentuale vero, qualcosa di percettibile, non credo che uno sforzo in tal senso valga la pena di farlo partendo da basi inesistenti! Il senso è un altro: vedere come ragionano i falliti può aiutarci a evitare un altro fallimento. Scambiare i like su Twitter per voti, ripetere a pappagallo parole altrui, restringere, anziché allargare, i destinatari del proprio messaggio: questi tre pilastri del pensiero zerovirgolista ce li dobbiamo e ce li possiamo evitare. Quindi andiamo avanti e... scaviamo!...)

C'è un grafico presentato al #midtermgoofy che vale la pena di riproporre e illustrare qui: questo


La spezzata blu descrive l'andamento storico del rapporto debito/Pil, compresa l'ultima impennata durante la pandemia, col rapido rimbalzo verso il basso. Le spezzate arancione e grigia descrivono due controfattuali: cosa sarebbe successo se?

Cominciamo dalla spezzata arancione. Il controfattuale descritto è la traiettoria che il rapporto debito/Pil avrebbe seguito dal 2009 a oggi se il tasso di crescita del Pil nominale (cioè a prezzi correnti, comprensivo dell'effetto dell'inflazione) si fosse attestato sulla media 1999-2008, pari al 3,7%:


Un tasso di crescita non stellare, inferiore a quello del 5% implicito nei parametri di Maastricht (la spiegazione tecnica è qui), ma comunque superiore di tre punti a quello che abbiamo avuto dal 2009 in poi a causa delle politiche di austerità:


Quindi, partendo dai 1637 miliardi del 2008, se avesse mantenuto un tasso di crescita del 3,7% il Pil nominale oggi sarebbe a 2628, invece di 1775, miliardi di euro.

Di conseguenza, immaginando la stessa traiettoria del debito, il rapporto di quest'ultimo al Pil oggi sarebbe molto, molto più basso:


La colonna "rapporto storico" (sottinteso: debito/Pil) corrisponde alla spezzata blu del grafico, la colonna "rapporto controfattuale" a quella arancione, e la sintesi è che praticamente tutto l'incremento del rapporto debito/Pil dal 2009 a oggi è dovuto a un effetto di denominatore (la distruzione del Pil a causa dell'austerità).

Sono molto grato in anticipo a chi verrà a spiegare all'autore di questo, questo o questo i limiti metodologici di una simulazione di questo tipo, che peraltro non è farina del mio sacco, ma è stata presentata da un funzionario di Banca d'Italia a un seminario a porte chiuse. Mi è sufficientemente chiaro (e probabilmente lo era anche al funzionario di Banca d'Italia) che alterare il sentiero di crescita del Pil considerando esogeno quello del debito è un esercizio contabile, più che economico. Ma intanto ci aiuta a ragionare sugli ordini di grandezza, e poi ha una sua plausibilità, tratta dal fatto che il sentiero controfattuale 2009-2021 in fondo è cugino del sentiero storico 1995-2008: anche dal 1995 al 2008 il rapporto debito/Pil era andato diminuendo al ritmo di circa un punto percentuale all'anno (dal 119% al 106%), così come nel controfattuale 2009-2021 diminuisce dal 106% al 101%.

Cosa hanno in comune questi due scenari (lo storico 1995-2008 e il controfattuale 2009-2021)?

Semplice: l'assenza di politiche di austerità.

Non è impossibile argomentare in modo più raffinato, se lo si desidera, che è stata l'austerità, cioè l'adesione pedissequa alle "regole" europee, ad averci danneggiato portando a livelli preoccupanti il nostro rapporto debito/Pil. A fronte di questo, ora che tutti riconoscono che le regole sono sbagliate (e quindi implicitamente ammettono che hanno danneggiato qualcuno: noi), non vedo perché non chiedere che di questo si tenga conto.

Ne parlavo con un collega parlamentare francese, che mi diceva: "Ma allora vorreste chiedere i danni?". E la mia risposta è stata molto semplice: "Pretendere i danni di guerra dalla Germania non ha mai portato fortuna. Tuttavia, visto che le nuove regole prevedono un trattamento di sfavore per chi ha un rapporto debito/Pil elevato, visto che noi un rapporto debito/Pil elevato lo abbiamo per colpa delle vecchie regole, visto che i dati storici dimostrano che se lasciati in pace riusciamo a mettere il rapporto debito/Pil su una traiettoria di rientro, forse non sarebbe assurdo chiedere che nel primo ciclo settennale di applicazione delle regole il nostro Paese non venisse considerato fra quelli ad alto rischio di sostenibilità e gli si consentisse un rientro più morbido".

Non vi stupirà sapere che il collega francese è rimasto positivamente interessato, perché questo gli veniva detto in un francese passabile, ma soprattutto, ovviamente, perché, come sapete, questo problema riguarda anche e soprattutto loro...

(...buona domenica! Io la passerò su Sky con la compagna Camusso...)