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giovedì 27 novembre 2025

Qualche appunto sulla crescita

Domani escono i dati del Pil nel terzo trimestre (per ora abbiamo solo il provvisorio) e capiremo un po' meglio che aria tira. Intanto, vi fornisco qualche dato utile per inquadrare la situazione. Il Pil trimestrale nelle tre principali economie europee, fatto 100 l'ultimo trimestre del 2022 (quello in cui è arrivato il fasheesmo, per capirci) finora si è mosso così:


dove l'ultimo dato italiano è provvisorio (domani avremo il definitivo; la fonte di questi dati è Eurostat).

Diciamo bene ma non benissimo, nel senso che ovviamente sarebbe stato meglio crescere quanto la Francia.

Su cosa sostenga la crescita della Francia penso di poter fare un paio di educated guess. Senz'altro gioca un ruolo la spesa pubblica corrente, ma anche questo dato di fatto:


Il minor aumento del Pil in Italia è indubbiamente legato alla maggiore esposizione del nostro Paese verso la Germania, con un rapporto fra interscambio commerciale e Pil inferiore di oltre un punto.

Quindi il Pil tedesco è diminuito, mentre quello italiano è aumentato. Macabro dettaglio, i consumi delle famiglie sono però aumentati ovunque, anche in Germania dove i redditi diminuivano:


il che, così, a lume di naso, mi farebbe pensare che in Germania sia aumentato il debito delle famiglie (ma bisognerebbe approfondire l'analisi, ad esempio considerando il reddito disponibile delle famiglie ecc.).

Ci stiamo deindustrializzando?

Questo è l'indice della produzione industriale nel settore manifatturiero, base 2020 = 100, per Italia e Germania:

e non è difficilissimo vedere che in Germania la produzione è tendenzialmente cresciuta nell'ultimo trentennio, mentre in Italia scesa (il fatto che gli indici verso la fine coincidano ovviamente non significa nulla se non che la base degli indici è convenzionalmente posta al 2020: quello che va guardato di un indice è la dinamica.

Si vede anche abbastanza bene quand'è che le cose cominciano ad andare storte, e in effetti anche in questo caso il fasheesmo c'entra poco. Se ci soffermiamo sul periodo dal 2017 a oggi le cose vanno così:


e si vede bene dov'è il problema: dopo lo shock del COVID l'Italia è rimbalzata, la Germania no. Se restringiamo lo zoom vediamo una roba simile:


La discesa dell'indice della produzione industriale italiana comincia al tempo di LVI e tutto sommato il fasheesmo (insomma: noi) riesce a frenarla più che ad accelerarla.

Vero è che in Italia il peso del manifatturiero sul valore aggiunto totale si è andato riducendo a partire dagli anni '90:

A metà anni '90 il manifatturiero pesava per il 20% dell'economia sia in Germania che in Italia, ora pesa ancora per il 20% in Germania e in Italia per il 16%, un calo di quattro punti. Al #goofy12 l'amico Münchau ci ha insegnato a leggere questo dato non solo, o non necessariamente, come una funesta deindustrializzazione dell'Italia, ma forse come una altrettanto funesta strozzatura dell'offerta di servizi all'economia tedesca: non sarebbe cioè tanto il nostro manifatturiero a essere sottodimensionato, quanto il loro settore dei servizi ad esserlo (ricorderete l'aneddoto del figlio che chiede al padre: "Babbo, perché il telefonino non funziona?"):

Inutile dire che, come sempre, la verità è probabile che sia nel mezzo, ma sicuramente, qualsiasi cosa sia, non è difficile vedere quando è successa, e anche qui il fasheesmo c'entra poco (come c'entra poco con la crisi dei salari, come c'entra poco col fiscal drag, insomma: come c'entra poco con tutto, o come non c'entravano niente con la crisi da debito estero del 2011 le abitudini sessuali di Berlusconi - cosa che vi dicevo da sinistra e vi ripeto senza problemi da destra!). Basta vedere come si muove lo scarto fra le quote del manifatturiero in Italia e Germania:


Questo scarto si divarica in modo pressoché lineare fra il 1996 e il 2011, poi si ferma lì (e eventualmente dal 2022 a oggi si sta lievemente richiudendo, ma è presto per dire se si tratta di un cambiamento strutturale).

Voi direte: ma come fa il Pil italiano a crescere se la produzione industriale diminuisce? Perché nel Pil ci sono anche agricoltura e servizi, e poi perché l'indice della produzione industriale è un indicatore congiunturale basato sulla quantità fisica di prodotto, che è un concetto di misurazione relativamente facile a intervalli mensili, ma non è economicamente raffinato come il valore aggiunto, che misura il prodotto netto sottraendo al volume della produzione quello degli input intermedi (e quindi risente di elementi quali la struttura del processo produttivo e i costi degli input produttivi). Ovviamente nel lungo periodo le due misure sono correlate, e infatti se prendete le serie del valore aggiunto nel manifatturieri espresso come indice ritrovate un profilo simile a quello dell'indice della produzione industriale:


Simile, ma non identico, come si vede confrontando le due serie separatamente nei due Paesi, cioè in Italia:

e in Germania:


da cui vedete un paio di cose: che lo scollamento fra le due serie è maggiore in Germania che in Italia, e che a fine corsa, cioè con l'avvento del fasheesmo, la serie del valore aggiunto penalizza più la Germania che l'Italia. I motivi tecnici di queste differenze, se interessano, li trovate qui.

La sintesi estrema è che, pur non essendoci un gran che da stare allegri con l'andamento del nostro indice della produzione industriale, se invece di questo indice congiunturale guardiamo un indice più strutturale come il valore aggiunto la situazione è leggermente migliore da noi (per il semplice fatto che è leggermente peggiore in Germania ora che non può più fare dumping energetico col gas russo), e comunque rispetto a quanto accade in Germania, che, come sapete, non è la locomotiva ma la zavorra dell'Eurozona, quello che accade qui non dico che ci debba far stare tranquilli, ma sicuramente non giustifica gli alti lai disfattisti del PD, perché se non stiamo facendo molto meglio (e dentro un'unione monetaria è concettualmente difficile riuscirci), non stiamo nemmeno facendo peggio.

venerdì 31 ottobre 2025

Produzione e salari (la gnagnarella del PD)

Sono reduce dalla registrazione di una tavola rotonda che andrà in onda su Rete8 questa sera (poi vi fornirò il video su FB e Twitter), e per l'ennesima volta mi sono affettuosamente confrontato con il local hero del PD, tal senatore Michele Fina (non so se lo conosciate, ambito Orlando, uno che quello che è successo lo sa... intendo dire Orlando lo sa!).

Il gentile collega ha inanellato una serqua di lievi imprecisioni che mi hanno lasciato letteralmente tramortito, facendomi ovviamente imbelvire al secondo giro di tavolo. Voi queste cose le sapete, ma ribadirle può essere utile, nel caso incontriate uno di questi grammofoni rotti.

Il gentile collega ha avuto la faccia di dire che secondo l'OCSE i salari reali sono diminuiti dell'8%! Questo è il più classico espediente descritto ne "La fabbrica del falso": fornire una variazione senza dire a quale intervallo temporale si riferisce. La diminuzione c'è stata, ma è dal 2021, banalmente perché il Governo Draghi è quello che ha registrato il record storico di caduta del salari reali (come abbiamo fatto vedere qui):


(ma allora il PD stava muto e subalterno), mentre il Governo Meloni è in testa alle classifiche non solo in termini diacronici, ma anche in termini sincronici, perché l'OCSE qui ci dice questo:


cioè che nell'ultimo anno meglio di noi come crescita dei salari reali (cioè del potere d'acquisto dei salari) ha fatto solo la Corea del Sud. Ma questo gli imbonitori da sagra paesana ovviamente non lo dicono.

La produzione è in caduta libera? Sì, e sapete da quando? Da quando c'era lui, perché i dati dicono questo:


l'ultimo massimo della produzione industriale in Italia è stato ad aprile del 2022 (quando c'era Uva), e in Germania a novembre del 2017. La produzione industriale tedesca è in caduta libera da otto (8) anni, con una evidente accelerazione nell'ultimo paio d'anni, ed è evidente che, se pure non in crescita, la nostra produzione industriale sta tenendo botta.

Ma gli imbonitori da sagra paesana non vogliono (o non sono in grado di) collocare i dati nel contesto, e da parte loro è perfettamente razionale non farlo, perché questo contesto lo hanno creato loro, nei lunghi anni in cui da qui abbiamo criticato la loro folle subalternità all'Unione Europea, prevedendo punto per punto i disastri che questa avrebbe provocato.

Ne parliamo a Montesilvano fra una settimana (ultimi venti posti)...

mercoledì 19 marzo 2025

Altre domande


Come si dice, domandare è lecito, rispondere è cortesia.

Da due giorni in qua pongo delle domande e nessuno mi risponde (oddio, nel caso di Draghi in effetti una risposta c'è stata...). Ma soprattutto la cosa sorprendente è che, come scrivevo a un amico di Torino durante l'audizione, "per la seconda volta in un giorno sento accusare la politica di scelte (l’austerità, l’elettrico) che sembravano fatte apposta per far perdere consenso e che quindi, verosimilmente, la politica spontaneamente non avrebbe preso!"

Perché il punto è questo! Il PD che ha chiamato Draghi in audizione è quello che ha eseguito le politiche di Draghi (lettera della BCE), quelle stesse che lo hanno spazzato via, e questo è piuttosto flagrante. Ma anche, di converso, la Stellantis che oggi chiede di essere protetta dall'UE è la stessa che chiedeva a gran voce il full electric a passo di carica, dettando l'agenda della politica, salvo poi accusare la politica di averla messa in opera.

Se ci pensate, sono due cortocircuiti molto simili, con un'altra cosa in comune: in entrambi i casi io (e, per quello che vale qui, il mio partito) eravamo contrari.

E avevamo ragione.

lunedì 17 febbraio 2025

Le prefiche

Questo è l'indice della produzione industriale (settore manifatturiero) in Germania, Francia e Italia da quando esiste sul sito Eurostat (gennaio 1991) e fino a quando esiste (dicembre 2023, siamo indietro di un anno...):


Molti di voi hanno già gli strumenti per leggere le vicissitudini di questa variabile, chi è incuriosito da queste dinamiche chieda e gli sarà dato.

Questo invece è lo stesso indice da quando la Germania ha raggiunto il suo massimo (novembre 2017) in qua:


(n.b.: in entrambi i casi ho fatto pari a 100 il primo mese rappresentato. Ovviamente la soluzione più raffinata è fare pari a 100 la media dell'anno di riferimento, ma non cambierebbe assolutamente il profilo della serie, dato che si tratterebbe sempre di dividerla per una costante).

A dicembre del 2023 la Germania aveva perso il 14.7% rispetto al novembre 2017, la Francia il 3.6%, l'Italia il 3.9%.

Il manifatturiero è importante, ma non è tutta l'economia. In un'economia avanzata conta per una roba che va da circa un quinto a circa un decimo del valore aggiunto:


(è la parte arancione della barra), una quota che sta diminuendo un po' dappertutto, ma in Germania, ovviamente, di più: -3.3 punti, contro -0.9 in Francia e -1.0 in Italia. Ci stiamo deindustrializzando un po' tutti, ma è anche il riflesso del fatto che stiamo evolvendo verso un'economia di servizi, e comunque la Germania si sta deindustrializzando più di noi.

Dato che la produzione industriale non è tutto il Pil, ma una cosa che va, come dicevo, da un quinto a un decimo del Pil (a spanne), ci può stare che questo cresca mentre quella cala: basta che aumentino i servizi (l'agricoltura nemmeno si vede, come avrete notato, il che non vuol dire che non debba essere praticata e tutelata...). Se osserviamo il Pil trimestrale dall'ultimo trimestre del 2017, quello in cui la manifattura tedesca ha iniziato a derapare, vediamo infatti una cosa così:


E la domanda che ci si dovrebbe porre è: ma invece di stracciarsi le vesti sui dazi di Trump, le prefiche del PD se la pongono una domanda su quanto ci sia costata la stasi economica (autoinflitta) del nostro principale partner commerciale?

Mi piacerebbe cominciare ad articolare una risposta, ma nel viaggio fra Roma e Milano ho rilasciato un'intervista a La Verità, e fra un po' sarò a Cologno Monzese da Del Debbio (prima volta che lo incontro!), e mentre vado in studio ho un'intervista in diretta con Radio Libertà (sono tutti segni del mio declino intellettuale e politico, come la doppia intervista di ieri su Stampa a Tempo), quindi ora vi lascio e proseguiamo domani...


martedì 16 agosto 2022

Produzione industriale

 …torniamo al mesto ufficio e pio di mettere le cose in prospettiva. È uno sporco lavoro, ma qualcuno dovrà pur farlo: lo abbiamo fatto qui per anni, scatenando l’inseguimento scomposto di una serie di sguarniti epigoni, come gli Econofagiany del Volkischer Beobachter salmonato. Dedichiamogli un affettuoso sorriso e andiamo al sodo.

Qualche giorno fa l’ISTAT ha pubblicato il dato mensile della produzione industriale di giugno (con poco più di un mese di fisiologico ritardo: per costruire statistiche attendibili occorre tempo). Il dato è in flessione, cosa da noi ampiamente prevista (perché è roba da ECON102, da corso introduttivo di macro), così come avevamo ampiamente previsto il consequenziale “Silvia moment” del Governo Draghi: “all’apparir del vero tu misero cadesti”:


(i lettori un po’ più esperti mi scuseranno per qualche ripetizione, ma vedo un certo numero di niubbi e devo essere molto didascalico).

I giornaloni si sono trovati in grandi ambasce, perché a giugno c’era ancora Lui (caro lei!), ed era quindi complicato raccontare che nonostante che ci fosse Lui la produzione industriale stava derapando da due mesi! Quando a ottobre ci saranno i dati di agosto si potrà dire (se saranno, come penso, non brillanti) che la colpa sarà stata del vile agguato perpetrato a luglio dalla Lega, che ha interrotto un’emozione (quale? Quella di veder scivolare giù la produzione industriale? Ma no! Quella di essere governati dal migliore…). Ma dire che a giugno #hastatoSalvini è un po’ più difficile. Ne scaturiscono esilaranti equilibrismi, come quello di Repubblica, secondo cui sì, il dato è negativo, ma se lo riportiamo in base trimestrale allora è positivo

Vabbè…

Il grafico riportato dall’ISTAT chiarisce la natura truffaldina di questa impostazione:


È ovvio che il secondo trimestre 2022 sembri in crescita: dipende dal fatto che il primo trimestre era stato in calo, con un -3,3 a gennaio (preceduto da un -1,1 a dicembre). Ma anche il grafico dell’ISTAT, nel mostrarci solo gli ultimi cinque anni, qualcosa ci nasconde. Questo:


Siamo ancora del 21% sotto all’ultimo massimo pre-crisi finanziaria globale (aprile 2008). La ripresa avviata nel2009 dall’ultimo governo di centrodestra venne stroncata dalla stagione dell’austerità. I numeri sono lì. Un decennio di PD ha fatto il resto, cioè niente, lasciandoci dove i volenterosi carnefici di Bruxelles ci avevano gettato.

Credo che sia il caso di cambiare musica.

Voi no?







lunedì 10 febbraio 2020

Il bisconte dimezzato

Oggi sono usciti i dati ISTAT sulla produzione industriale, che ho commentato così. Per voi, che ve lo meritate, uno sguardo un po' più approfondito ai dati, che sono qui. Per motivi che vi ho spiegato altrove conviene sviluppare l'analisi del dato italiano in relazione a quello tedesco (in sintesi: la produzione industriale tedesca è fortemente legata a quella italiana, quindi ha senso vedere quanto del crollo italiano sia causato da un crollo tedesco, o sia invece dovuto ad altre cause).

Intanto, prendiamoci i dati trimestrali dall'inizio della legislatura (primavera 2018), ricordando che fra la proclamazione degli eletti (23 marzo) e l'elezione dei Presidenti di Commissione (21 giugno) passò quasi un mese, per cui il Governo inizio in effetti a operare in estate:


Vi propongo la tabella così come la restituisce il database Eurostat, con l'unica aggiunta della riga in giallo, che fornisce lo scarto fra Italia e Germania. Fino a quando il governo Conte I non inizia ad operare, questo scarto è negativo: la produzione industriale italiana cresce meno di quella tedesca. Ad esempio, nella primavera del 2018, mentre si cercava di capire chi dovesse governare il Paese, visto che si era deciso che la maggioranza di centrodestra non dovesse farlo, perché questo avrebbe significato dare il paese in mano a Salveenee (orrore!), l'Italia decrebbe dello 0.4% mentre la Germania crebbe dello 0.6%, col risultato che lo scarto (negativo) fra le due crescite fu dell'1%.

Quando il governo Conte I divenne operativo, lo scarto si rovesciò, e da allora l'Italia è sempre cresciuta di più (come nell'inverno 2019) o decresciuta di meno (come in tutte le altre stagioni) della Germania. Possiamo dividere questo periodo in due, riferiti al Conte I e al Conte II. Nel periodo dall'estate 2018 (2018Q3) e la primavera 2019 (2019Q2), lo scarto medio fra la crescita della produzione italiana e quella tedesca è stato dell'1% (1.025% per gli scemi).

Nel periodo dall'estate/autunno 2019, con l'avvento del Conte II, la media passa a un bel (0.3+0.5)/2=0.4. Tanto per fugare subito ogni dubbio, il coronavirus arriva dopo (e quindi ne vedremo delle brutte, perché anche se è lecito porsi domande sull'effettiva dimensione della minaccia, fatto sta che la psicosi si è diffusa, e in Cina fabbriche e università hanno prolungato le vacanze...).

Quindi sì, in effetti il Bisconte ha dimezzato la distanza fra la crescita della produzione italiana, e quella della produzione tedesca. Sarebbe un bel risultato, se non fosse che quella tedesca, nel periodo che stiamo considerando, fa così:



Accorciare le distanze da uno che sta precipitando non è proprio un'ottima cosa, e infatti, se invece degli scarti guardiamo direttamente i tassi di crescita, quello dell'industria in senso stretto è stato in media trimestrale -0.3% col Conte I, e -1.1% col Bisconte, il quale, poverino, non può nemmeno dire che ci sia stata una gran moria delle vacche, come voi ben sapete. Se la performance relativa dell'Italia fosse rimasta quella del Conte I, cioè se la produzione industriale italiana avesse continuato a crescere almeno un punto percentuale sopra quella tedesca, il Bisconte avrebbe fatto -0.5% in media (sui suoi due trimestri di vita finora). Un risultato non ottimo, ma meno catastrofico. Insomma, il Bisconte ci ha messo del suo, accelerando la caduta dell'Italia. La dimensione terroristica della manovra di bilancio non ha aiutato. Un'analisi accurata, però, richiede più informazioni, e un primo pezzo importante arriverà venerdì coi dati sul commercio estero.

Resta il punto di fondo.

Io guardo con tanto affetto chi su Twitter mi spiega che aspettare che l'UE crolli sotto le sue contraddizioni interne è replicare in peggio la dimensione palingenetica del marxismo più sciatto, così come, più in generale, chi continua a darmi lezioni di politica, sopravvalutando non tanto la propria intelligenza, quanto, il che è più grave, il ruolo dell'intelligenza nell'attività politica, che è attività di sintesi e di coinvolgimento, non di analisi e di distanziamento (sempre tutti protesi a enfatizzare la propria purezza e durezza... di comprendonio). Più che intelligenza, a noi miserabili politici, per portare a casa almeno qualcosa del tanto che vi abbiamo promesso, servono tempra e tenacia. Qualcosa di molto distante dalla volatilità uterina degli intelliggenti (sic) di Twitter, che bipolarmente oscillano fra esaltazione e depressione, entrambe di intensità inversamente proporzionale all'effettiva rilevanza del fatto che le ha provocate (esempio: magari capire con la propria testa che le posizioni politiche di un gruppo parlamentare, quale esso sia, le esprime il capogruppo, e che lui decide come si vota, aiuterebbe molti a non farsi bloccare su Twitter per eccesso di demenza ad ogni stormir di peone...).

Certo, me ne rendo conto, e vi sono vicino: so bene anch'io che le cose non sono così semplici, e che occorre lottare.

E quindi?

Molti di voi sembrano credere che la lotta più efficace, una volta capito che Conte non ne voleva mezza di difendere il Paese dalla riforma del MES, sarebbe stata buttarsi in terra in mezzo all'aula urlando frasi sconnesse, o magari darsi fuoco di fronte a Palazzo Chigi (col rischio di far ulteriormente corrucciare Greta). Molti di voi, si sa, voterebbero secondo coscienza, o magari andrebbero nel gruppo misto per preservare la propria purezza ideologica. Ah, che gran cosa la purezza! Peccato che da parlamentare del gruppo misto avere le uniche due cose che un parlamentare può avere: informazioni, e tempo di parola, è molto, ma molto più complesso che appartenendo a un gruppo numeroso.

Si può lottare in tanti modi. C'è chi lo capisce, e c'è chi non lo capisce. Noi continuiamo a lottare per gli uni e per gli altri, perché abbiamo ben chiaro il punto di fondo, che è questo: le politiche mercantilistiche tedesche, basate sull'atteggiamento parassitario di chi desidera finanziare la propria crescita con le esportazioni (cioè coi soldi altrui), fragilizzano il sistema in almeno due dimensioni. La prima è che rendono l'economia che pratica questa strada molto più fragile, comparativamente, di quelle meno sbilanciate sul settore delle esportazioni. Quanto più campi di esportazioni, tanto più, se l'economia mondiale rallenta, ti fai del male. E quindi, come disse il merlo al tordo, possiamo dire anche noi alla Germania: vedrai che botto, se non sei sordo... La seconda è che per campare a spese altrui la Germania non può non truccare le carte. In altre parole, come più e più volte abbiamo ricordato, l'unico modo che la Germania ha per continuare il suo giocherello è tenere l'euro molto basso, e questo non perché serva direttamente a lei, ma perché altrimenti crollerebbero paesi come il nostro, essenziali per le sue catene del valore. Ma un euro basso, oltre a propellere le esportazioni tedesche oltre il limite accettabile dagli Stati Uniti (causando quindi le ovvie ritorsioni in termini di dazi), richiede tassi di interesse zero o negativi nell'Eurozona. Richiede cioè che le autorità di politica monetaria non attraggano, con tassi di interesse più alti, flussi di capitale alla ricerca di attività denominate in euro, perché questo (cioè: il comprare euro per comprare titoli denominati in euro) farebbe salire il tasso di cambio dell'euro, schiantando innanzitutto noi, ma poi anche i tedeschi. Solo che, e anche questo qui lo sapete, i tassi negativi sono nefasti per il sistema bancario e pensionistico tedesco.

E allora?

E allora questo, per esempio. La simpatica delfina della Merkel, AKK, non ci ha dato nemmeno il tempo di memorizzare il suo nome particolarmente cacofonico, che è andata dove la sua sigla la mandava (battuta riservata ai germanofoni, s'intende). Sono le contraddizioni del capitalismo, bellezza! C'è da stare allegri? No. Ma non credo possiate negare che lo scenario prefigurato dal Manifesto di solidarietà europea, e ripreso dal programma elettorale della Lega, sembri ogni giorno meno utopistico (con buona pace degli editorialisti di quotidiani in serie difficoltà). Poi, per carità, noi siamo anche rassegnati all'eventualità (invero non remota) che pur di non dire "abbiamo sbagliato" una classe politica particolarmente ottusa e autoritaria ci porti tutti verso una catastrofe. Se è già successo, perché non potrebbe succedere di nuovo? Ma bisogna essere particolarmente piccini per non vedere la differenza fra il dibattito sul bail in e quello sulla riforma del MES, per limitarmi a quello che chi vuole può vedere da fuori. Per chi vuole vederlo, un progresso c'è stato: ad esempio, ora in Parlamento c'è un parlamentare che, per la prima volta, chiede trasparenza all'Eurogruppo. Certo, non è risolutivo: immagino che voi, se foste al posto mio...

Ma, appunto, resta la domanda: perché al posto mio ci sono io, e non voi? Chi vuole capire, ha capito, e chi non vuole, continui pure:

quant'è bella adolescenza,
che continua tuttavia:
chi vuol esser Mori sia,
ma conservi la decenza.

Il che non si può dire di alcuni di voi.

L'uomo può fare la differenza, ma l'intelligenza non è tutto. E, come disse in una nota trasmissione Claudio (oggi il Presidente Borghi): abbiamo bisogno di patrioti, non di vermi. Per quanto intelliggenti (sic) essi siano, e per quanto ci divertano su Twitter, aggiungo io.

Yours.

venerdì 1 marzo 2019

Produzione industriale


Compitino: la figura rappresenta il tasso di variazione tendenziale (mese su corrispondente mese dell'anno precedente) dell'indice della mensile produzione industriale nell'industria in senso stretto (escluse le costruzioni) nei quattro principali paesi dell'Eurozona.

1) indichi il candidato quale lettera indica nel grafico l'"Italietta corrotta dove da sempre tutto va male perché popolata da individui ontologicamente inferiori in quanto affetti da tare morali inemendabili e ora tutto va peggio perché sono arrivati i barbari", quale "la Germania dove tutto va bene perché loro sono incorrotti e superiori", quale "la Spagna che è abitata da Untermenschen che però hanno fatto i compiti a casa e quindi hanno una produttività che cresce a tassi stellari" e quale "la Francia che ha i suoi problemi ma comunque non bisogna guardare a casa dei vicini ma a casa nostra".

2) indichi il candidato in quale data (numero in ascissa) sono arrivati i barbari, determinando un evidente, subitaneo, visibile, drastico peggioramento della situazione del paese rispetto a quella degli altri paesi europei dove invece tutto va bene perché si comportano come si deve, non come noi, che ci vorrebbe che la Svizzera ci invadesse e saremmo il paese più bello del mondo, signora mia!

Buona fortuna (se andate a casaccio). Se invece volete un aiutino è qui.

Tanto per capirci, i coefficienti di correlazione dell'Italia dove tutto va male perché siete delle merdacce (voi, naturalmente: mai l'editorialista di turno che ve lo rinfaccia) con gli altri paesi dove tutto va bene perché regna l'onestà (tranne per quella palettata di scandali che l'editorialista di turno con sempre maggior fatica nasconde sotto il tappeto - ex multis qui, qui, qui, qui, qui, qui...), sono i seguenti: con la Germania 0,71, con la Spagna 0,63, con la Francia 0,52. Tutti piuttosto sostenuti se consideriamo che stiamo parlando di correlazioni fra tassi di crescita, e del resto che le produzioni industriali di un'area fortemente integrata in termini economici e commerciali si muovano insieme oltre a essere evidente dal grafico dovrebbe anche essere piuttosto ovvio. Naturalmente non è un caso che la correlazione maggiore sia con la Germania: l'Italia e la Germania sono le due potenze manifatturiere europee e quindi condividono le stesse vicissitudini, sia perché le rispettive catene di creazione del valore sono fortemente integrate (aziende italiane producono per quelle tedesche e viceversa), sia perché condividono i mercati di riferimento (quelli interessati alla manifattura di qualità).

Ma naturalmente adesso arriverà l'esperto a dirci che correlazione non è causazione e che quindi se le cose vanno male da noi quando vanno male in Germania la colpa è comunque nostra perché siamo ontologicamente e a prescindere delle merdacce, o, al massimo, se proprio vogliamo essere magnanimi, perché condividiamo entrambi una grandinata che arriva dai mercati internazionali (ma noi comunque siamo delle merdacce, o almeno noi che abbiamo votato Lega: quegli altri sono gli aristoi, che ci hanno regalato un paese in perfetto ordine e con performances economiche stellari).

Allora aggiungiamo un piccolo input di tecnica, che qui, in questo blog, chi c'era ha già incontrato (e per gli altri mi dispiace tantissimo): un test di causalità. Sapete che dietro questo titolo un po' altisonante si nasconde semplicemente l'analisi del potere predittivo di una variabile nei riguardi di un'altra: se la produzione tedesca non ci aiuta a prevedere quella italiana, diremo che non la causa (nel senso di Granger); viceversa se quella italiana non ci aiuta a prevedere quella tedesca diremo che non la causa (supercazzole filosofiche e statistiche sono come sempre le benvenute, ma ricordatevi a casa di chi siete entrati...).

Allora vediamo che cosa ci dicono i testi di causalità:

Ci dicono che la probabilità che l'andamento della produzione industriale tedesca non influisca su quella italiana è molto bassa (0.0431), inferiore alla soglia convenzionalmente adottata per indicare la significatività statistica (0.05, cioè il 5%). In altri termini, è statisticamente respinta l'ipotesi che i nostri guai non dipendano da quelli tedeschi, mentre non è statisticamente respinta l'ipotesi che i guai tedeschi non dipendano da quelli italiani (è abbastanza probabile - 0.1395 - che noi coi guai loro non c'entriamo).

Insomma, per dirla con un hashtag: #hastatolaGermania (ma certo non per colpa sua: avrebbe sicuramente preferito continuare a correre e non metterci nei guai...).

Qui entro in modalità nerd statistico.

Dice: ma hai messo troppo pochi ritardi e quindi il test è inefficiente perché viziato da correlazione dei residui (se non avete capito non preoccupatevi: non ha capito nemmeno l'interlocutore "esperto" che ha fatto in corde suo o su Twitter questa domanda). Risposta: no, mi dispiace, aumentando i ritardi il risultato non cambia: è la Germania che inguaia noi.
 

Dice: ma hai usato troppi pochi dati, un periodo di soli tre anni corrispondenti a 36 osservazioni mensili, quello che vediamo è un mero accidente statistico! Risposta: no, mi dispiace, se aumentiamo i dati, prendendo in considerazione il periodo dal gennaio 1999, il risultato si rafforza:

Diventa praticamente impossibile sostenere che la Germania non influenzi l'Italia, mentre l'ipotesi che l'Italia non influenzi la Germania ha una probabilità alta in termini statistici (14%).

D'altra parte, non è strano che sia il paese più grande a determinare le sorti del più piccolo. Può anche darsi, in astratto, che in questo momento la mia massa, un po' aumentata nella recente campagna elettorale (l'Italia è tutta meravigliosa, la Sardegna meravigliosissima, e come si fa a resistere a certe tentazioni?), stia esercitando una certa attrazione sulla massa terrestre, ma se per qualche motivi decidessi di buttarmi dalla finestra (evento con probabilità inferiore al 5%) non direi che la Terra mi è caduta in testa.

Chiaro?

Ora ci sarebbe da chiedersi perché la Germania stia rallentando, e la risposta la sapete e l'avevamo prevista: perché c'è un rallentamento dell'economia mondiale, e perché l'esposizione dell'economia tedesca a quella mondiale non è fisiologica: è patologica. Il più grande surplus commerciale al mondo fa della Germania un paese pericoloso a se stesso e ai propri vicini. Quella che loro, con una spettacolare invidia penis collettiva, continuano a leggere come loro potenza (l'impennata del surplus commerciale), in realtà è la loro fragilità (l'accresciuta dipendenza della loro crescita dalle vicende altrui). Ma questo non c'è verso di farglielo intendere, ai nostri cari fratelli tedeschi, e ce ne dispiace per loro, perché, purtroppo (e preciso che sinceramente mi addoloro per questo dato di fatto) quello che non si capisce con le buone, alla fine, lo si capisce con le cattive. Agli Stati Uniti questo atteggiamento dà fastidio, e quando avranno regolato la situazione con la Cina sicuramente si volgeranno verso di noi.

La manovra economica di dicembre è in deficit perché prevedevamo che questo sarebbe successo (nel grafico si vedeva molto bene già allora), e i suoi effetti, stranamente, non si esplicheranno prima che essa sia stata adottata, ma dopo, cioè a partire dai prossimi mesi. I dati ISTAT di oggi li leggo in questa prospettiva.

Tanto vi dovevo come post tecnico, dopo tanti anni di assenza. E ora vado a preparare la mia prossima missione in Leuropa...


(...a proposito di missioni: questa sera sono a Otto e mezzo...)

venerdì 27 ottobre 2017

La crisi è finita

(...sto lavorando come una bestia, ma almeno con un minimo di comfort. Nella nuova sede di a/simmetrie ho una stanza, una scrivania, un tavolo, e un clavicembalo. A proposito...


[...bbona la prima, anche se in un disco non la metterei: ma tanto voi siete fascioleghisti, quindi...]
 
...dunque, dicevamo: lavorando come una bestia. Esempio: due giorni fa ero a Brescia per un incontro dal titolo "L'Europa tra sogno e realtà", promosso da APINDUSTRIA Brescia. Nel suo intervento, il presidente della Confapi, Maurizio Casasco, ha fra le altre cose invitato a tener conto, oltre al sogno, della dimensione dell'interesse. Io ho fatto una breve presentazione, della quale cercherò di darvi conto appena possibile, e dalla quale vorrei estrarre tre slides che non ho presentato per motivi di tempo. Sono cose che sapete, è un lavoro che siamo stati i primi  fare e abbiamo rifatto tante volte, ma ripetersi male non vi farà, e ci permetterà anche di porre su solide basi alcune precisazioni che intendo fare nei prossimi post.

Dice: "Perché lavorando come una bestia?"

Bè, perché poi, il giorno dopo, mi sono svegliato alle 5 per prendere il volo da Orio al Serio a Pescara, dove avevo un consiglio di dipartimento, nel corso del quale mi sono addormentato, cosa che non mi è riuscita in aereo, a causa della presenza di un adorabile frugoletto, e dove dovevo vedere i campioni del merchandising per il #goofy6.. eh già, perché quest'anno abbiamo anche qualche oggettino da proporvi, oltre a tante altre cose... poi sono andato a prendermi un bus per tornare a Roma - avrei voluto mettere il Doblò nel bagaglio a mano, ma Ryanair è molto fiscale, come sapete - e poi, arrivato a Roma, sono andato a mettermi in mano a #lascienza, che deve decidere, in base ad alcuni valori di alcune sigle arcane, cosa devo fare per veder passare di fronte a me i cadaveri di tutti i miei nemici. E siccome questi sono tanti, io mi prosterno a #lascienza ed eseguo pedissequamente, anche perché, per motivi che non vi posso dire, quest'anno proprio non posso permettermi di arrivare sul palco del #goofy6 sfasciato nel fisico. A proposito: se non vi siete ancora iscritti, il modulo è qui...)

Ce l'abbiamo fatta! Siamo fuori dalla crisi! Questo ci raccontano i giornali, e su queste basi gli economisti laureati, quelli che si muovono solo fra le piante dai nomi poco usati: bossi, ligustri, acanti, liquidano con spallucce la nostra pretesa di voler ancora dibattere di integrazione europea. Un dibattito che non ha senso, un dibattito che si sarebbe esaurito con la fine della crisi, dicono loro:



La ripresa "persistente e pervasiva" è come la granata "penetrante e dilacerante", quella del Gaddus, sapete, nella Cognizione del dolore (l'azione di quota 131...). Pervasivo... Ma! A me sembra tanto un anglicismo, però un suo perché, lessicalmente, ce l'ha. La ripresa ci pervade... verrebbe quasi da dire che "tutta si transferisce in noi", per citare un altro dei due o tre libri che ho letto.

Ora, c'è però un problema: noi siamo penetrati e dilacerati, anzi, no, scusate: pervasi da questa ripresa persistente, ma... resta il fatto che proprio non vogliamo accorgercene! Come spiegare questo paradosso?

La spiegazione più semplice è che i giornali mentano. Che sui fatti economici (fatti, non opinioni) i giornali "sbaglino" qui lo abbiamo accertato più volte (mi limito a ricordare il caso più eclatante). Abbiamo anche appurato che la colpa non è sempre loro. Spesso, purtroppo, è di miei colleghi un po' smemorati e diversamente inclini a verificare le proprie fonti (questo e questo sono due esempi eloquenti). Ma in questo caso le cose non stanno così. I dati, i migliori amici dell'uomo, ci dicono che la ripresa c'è:


Dalla seconda metà del 2015, con una certa buona volontà, possiamo vedere un decollo che poi si rafforza, diventando più visibile ed esplicito negli ultimi mesi.

Quindi?

Quindi i giornali non mentono, ma non dicono nemmeno la verità. C'è infatti un problema di tassi di crescita, e un problema di livelli, un problema di dinamica e un problema di statica. Se allarghiamo lo zoom la situazione, come voi ben sapete e gli operatori informativi ben ignorano, si presenta così:


La slide precedente corrisponde al quadratino rosso riportato in questa slide: un lasso di tempo in cui si è materializzata una ripresa al tasso dello 0.16% mensile. Certo, meglio di una decrescita, ma il rettangolo azzurro ci ricorda che dopo lo shock Lehman, imperante Abberlusconio, il rimbalzo dell'Italia era stato ben più vigoroso: 0.35% in media mensile, fino all'arrivo del killer della nostra economia, Mario Monti.

Sì, stiamo ripartendo, ma a una velocità che è meno di metà di quella dell'ultima ripartenza, e da un livello inferiore di oltre il 20% a quello pre-crisi.

Quindi le cose non vanno proprio bene. Eh, no, direi proprio di no: direi che vanno peggio. Lo si capisce se si allarga ulteriormente lo zoom, cosa che giornalisti e colleghi diversamente familiari coi dati non possono fare (almeno, non senza ricorrere al dottorando di turno, che però, di questi tempi, è facile che sia a sua volta diversamente familiare con l'alfabeto... il che non semplifica le cose!). Io, invece, sono da sempre economista applicato, e in tale veste mi pregio di sottoporvi questo disegnino:


Questo è l'indice della produzione industriale in termini annuali dal 1958 a oggi (59 anni). Vi ricordo che gli indici descrivono la dinamica di un fenomeno, non il suo livello. Insomma: quando osservate un indice, quello che conta non è se vale 10 o 100, ma la velocità alla quale cresce (o cala). Si vede bene, dal grafico, che dal 1958 alla metà degli anni '90 la produzione industriale italiana si è sviluppata a un tasso di crescita leggermente superiore a quello della produzione industriale tedesca. Infatti, partiamo più bassi (la linea arancione è sotto quella blu) ma arriviamo insieme a metà degli anni '90. Arrotondando, i rispettivi tassi di crescita sono del 4% e del 3% fra 1958 e 1996, poi del -1% e del 2% dal 1997 a oggi. I motivi vi sono noti, sono stati discussi in questo blog, e poi sono diventati una pubblicazione scientifica.

Naturalmente anche in questo grafico il riquadro rosso isola l'ultimo pezzo della storia, quello descritto con dati mensili nella prima slide, l'unico che i giornalisti vedano o di cui comunque vi parlino. Potete valutare da voi in quale considerazione prendere le parole di chi parla di persistenza e pervasività: senza voler influenzare le vostre considerazioni, mi limito a dire forse sarebbe meglio riflettere su un concetto più familiare: quello di dimensione. Con una ripresa di queste dimensioni, non raggiungeremo mai più la Germania, nonostante anche questa sia rimasta invischiata nella trappola in cui ha attirato i suoi concorrenti...


(...se vi interessa uno che Froberger lo suona bene, naturalmente è un italiano, ed è qui...)



venerdì 3 marzo 2017

Produzione: industria e costruzioni

Alcuni dati che non avevo mai controllato.

L'indice della produzione nel manifatturiero e nelle costruzioni:

Il valore aggiunto nelle costruzioni (milioni di euro):

L'indice del valore aggiunto nel manifatturiero e nelle costruzioni:


Sono dati che dovrebbero essere facili da interpretare alla luce di quanto sapete sugli agganci valutari. Il cambio forte deprime la produttività del manifatturiero, ma porta tassi bassi che incentivano la produzione nelle costruzioni. Poi c'è il redde rationem (crisi di bilancia dei pagamenti), il manifatturiero riparte, ma le costruzioni per un po' si fermano. Anche in questo caso la crisi del 1992 (preceduta dall'aggancio valutario 1987-1992) è una prova generale, su scala molto inferiore, di quello che vediamo succedere oggi, con un paio di differenze: non abbiamo recuperato ancora il livello pre-crisi, e lo scivolone post-crisi delle costruzioni è durato molto, molto più a lungo.

Chissà perché...

lunedì 8 agosto 2016

64 anni di produzione industriale

(...riprendendo una nostra vecchia tradizione, vi fornisco una serie lunga della produzione industriale, di quelle che i media non vi faranno mai vedere, e che senza essere professionisti è difficile andarsi a cercare. Lo abbiamo fatto ad esempio con la disoccupazione, con lo spread, col cambio cinese... Si impara sempre qualcosa...)



(...fonte: dal 1951 al 1990 le International Financial Statistics del FMI, serie 13666...ZF..., estratta dall'edizione dicembre 2010. Dal 1990 in poi il sito ISTAT...)

A quelli che "io pè li grafichi nun ce sò portato..." agevolo la tabella:


sempre utile per farsi un'idea, che, onestamente, senza essere professionisti, non è immediato farsi ictu oculi. Le due diminuzioni più rilevanti dell'indice della produzione industriale si sono avute nel 2009 (-18.7%) e nel 1975 (-9.2%). Non è quindi che le recessioni non ci siano mai state: c'erano anche negli anni '70. Quello che oggi manca però sono le riprese. Se confrontate gli anni '70 con il periodo dall'inizio del secolo, vedete subito che quest'ultimo è un bagno di sangue: praticamente tutti valori negativi, con l'unica eccezione del rimbalzo "tecnico" del 2010 (dopo il crollo del 2009), che, come si constata, sarebbe arduo considerare come un'autentica ripresa.

Se preferite una visione più sintetica, ve la do per decenni, fino all'ultimo dato annuale disponibile:


L'indice della produzione industriale, fatta base 100 il 2010, nel 1955 era a 22 (il che significa che nel 1955 il volume della produzione industriale era poco più di un quinto rispetto al 2010). Nel decennio 1955-1965 l'indice è più che raddoppiato (passando da 22 a 46). Nel decennio successivo è aumentato di un altro 52%. Poi arrivano gli anni '80 (svolta della politica americana, divorzio, ecc.) e l'aumento scende al 25%. Si mantiene al 24% nel decennio fino 1985-1995. Poi si azzera sostanzialmente (solo il 3% nel decennio 1995-2005), e poi collassa (-18% nel decennio 2005-2015).

La storia la sapete: qualcuno c'era, qualcuno no. Credo che commentare sia superfluo.

sabato 6 agosto 2016

Indice della produzione industriale

Oggi invece è toccato all'ANSA, uno dei tanti media dei quali nel corso degli ultimi anni abbiamo imparato ad apprezzare l'equidistanza, di regalarci un momento di franca ilarità del quale le siamo sinceramente grati, con questo lancio spettacolare:


Dunque, cerchiamo di far chiarezza in questo corrusco lacerto di prosa marinettiana. Aiutiamoci con un altro house organ dell'eurismo italiano (eh, quanto sarà tragicomico l'imminente otto settembre!): la Treccani. Mi permetto di trarne alcune definizioni:

frenare v. tr. [lat. frenare, der. di frenum «freno»] (io fréno, ecc.). – 1.  Moderare la velocità di un corpo [...] 2. fig. Cercare di impedire o rallentare o disciplinare un moto, una tendenza [...]

Bene. Quindi, par di capire, l'economia va avanti, ma in modo meno veloce, più disciplinato. Insomma: c'è meno crescita, ma non dobbiamo preoccuparci, perché negli ultimi mesi va meglio. Fino a qui, nulla di nuovo sotto il sole: "Improntare il giornale a ottimismo, fiducia e sicurezza nell’avvenire.Eliminare le notizie allarmistiche, pessimistiche, catastrofiche e deprimenti". Oggi come ieri i giornalisti tengono famiglia: non sia mai gli tocchi fare la fine degli intellettuali scomodi alla Berlinguer (Bianca)!

Passata la velina renziana, si può inserire la dissonanza, della quale nessuno si accorge: "indicatore in ulteriore calo". Indicatore? Quale? Calo? Come? "Con intensità più contenuta".

Ah, vabbè...

E il lettore gira pagina.

Ottimo lavoro, cari informatori. Ora, col vostro permesso, chiarisco come stanno le cose, partendo dalla fine. Oggi sono usciti gli ultimi dati sull'indice della produzione industriale dell'ISTAT. L'indicatore del quale l'ignoto prosatore oscuramente farnetica (senza nominarlo) è appunto questo, del quale vi ricordo la definizione (dal glossario del sito ISTAT):


Chiaro, no? (Per i dettagli, è utile questo).

Il lancio dell'ISTAT, oggi in homepage, è anch'esso piuttosto chiaro:

e non parla di un'economia che frena (cioè che diminuisce una velocità positiva), ma di un'economia che va a marcia indietro (cioè che ha una velocità negativa, cioè che cala: sia rispetto al mese precedente, che rispetto a dodici mesi or sono).

Ci auguriamo tutti che almeno in autostrada l'ignoto titolista riesca a distinguere la differenza fra frenare e andare a marcia indietro. Ci e gli auguriamo di non confondere i due concetti, soprattutto in corsia di sorpasso. Nel caso lo faccia, possiamo solo auspicare, nel caso ci si trovi a passare per lì, di essere al volante non di un'utilitaria ma di un TIR (magari a pieno carico, perché...).

Sbagliarsi è lecito. Coinvolgere le vite altrui nei propri errori, molto di meno. Il segno di una derivata prima può costare una bocciatura a un esame di analisi, e la vita quando si guida un'automobile...

Detto questo, cerchiamo di capire come stanno le cose.

Non mi riferisco al mondo dell'informazione: quello è roba da stomaci forti, come voi grazie a me ormai avete imparato a capire (ad esempio: avete visto questa storia che mi hanno raccontato in molti e che oggi Foa rende nota sul suo blog?). Mi riferisco alla produzione industriale, che conviene esaminare con due strumenti ottici, partendo dal telescopio, come spesso facciamo qui, cioè esaminandone le tendenze nel lungo periodo. Non è la prima volta che lo facciamo, ma  vale la pena di fare un ripasso allargando lo zoom.

Eccovi serviti:


Qui avete 35 anni (1980-2015) di indice della produzione industriale (ma se volete ne ho di più). Il dato sul quale nessun giornalista renziano (o montiano) farà mai un titolo è che nel 2014 la produzione industriale italiana era scesa al livello del 1986, cioè di 28 anni prima. Nel 2015 siamo cresciuti: titoloni "l'Italia riparte", per leccare il grullo del contado, ma la sostanza è che l'indice del 2015 si situa ai livelli di quello del 1987, cioè, appunto, di 28 anni prima. Quindi riparte una sega: abbiamo perso un quarto di secolo in due tranche: una grazie allo shock Lehman, e una grazie all'austerità di Monti (come abbiamo già visto partitamente qui), e non c'è versi di recuperare questo distacco. I due fenomeni sono evidentissimi nel grafico, come pure è evidente il calo della produzione industriale durante lo SME credibile (cioè dal 1988 al 1993 circa), ovvero nel periodo in cui, in una sorta di prova generale dell'euro, i paesi aderenti al Sistema Monetario Europeo (SME) decisero di bloccare i rispettivi tassi di cambio, ed è altresì evidente la ripartenza nel 1993, dopo l'uscita dalla gabbia dello SME.

Una piccola precisazione sui dati. Il sito ISTAT, per motivi che saprà lui e che certamente sono giustificatissimi da apprezzabilissime questioni di scrupolo metodologico, non riporta serie così lunghe. Il fatto è che se ci fosse un giornalista non renziano, magari potrebbe consultarle, e allora salterebbe fuori il titolone (che qualcuno, vedrete, farà dopo aver copiato da questo post: magari, ci scommetto, il solito Vito Lops...): "L'Italia è tornata indietro di 28 anni!" (e apriti cielo). Per ottenere una serie così lunga ho utilizzato due fonti: le International Financial Statistics nell'edizione del 2011, e il sito ISTAT, confrontando, in quest'ultimo, le serie con la vecchia base (2005) e quelle con la  nuova (2010).

Sì, perché un indice, come potrete approfondire qui, se vi serve, è un numero che serve ad apprezzare l'intensità di un fenomeno, e la sua evoluzione nel tempo. In quanto tale, esso prende un dato anno come riferimento (base), e in quell'anno, per convenzione, l'indice viene normalizzato al valore di 100. Questo permette di apprezzare a colpo d'occhio di quanto varia l'intensità del fenomeno considerato. Ad esempio: siccome l'indice che vi ho proposto in figura ha base 100 nel 2010, e nel 2014 era sceso a circa 90, vediamo subito che fra 2010 e 2014 la produzione industriale era diminuita del 10%. Mica male, eh!

La base però è convenzionale: gli istituti di statistica la aggiornano regolarmente, per il semplice motivo che quando ci si allontana dalla base i numeri diventano meno facilmente confrontabili. Non tutti infatti capiscono che mentre 10 è il 10% di 100, non lo è di 200. In un'economia che cresce è quindi utile rivedere periodicamente le basi. Questo però, almeno in teoria, non altera i tassi di variazione degli indici: semplicemente, altera la scala (convenzionale), cioè l'anno in cui l'indice vale 100.

Tanto per capirci: la serie che vi ho mostrato sopra è stata costruita partendo da questi tre ingredienti:


la serie fornita dall'IMF nelle sue International Financial Statistics (in blu), quella fornita sul sito dell'ISTAT con la vecchia base (2005, in arancione), e la serie più recente, quella a base 2010 (sempre reperibile sul sito dell'ISTAT, in grigio). Vedete che le due serie a base 2005 praticamente si sovrappongono: nel periodo di overlap la correlazione fra i rispettivi tassi di crescita è di 0.99. Le due serie ISTAT (a base 2005 e 2011) si sovrappongono per soli tre anni, con una buona correlazione in livelli (0.98).

(...non avrebbe senso calcolarla fra i tassi di variazione perché ce ne sono solo due su dati annuali, ma i dati mensili vi mostreranno che l'andamento è identico...)

In definitiva, quindi, per ottenere la serie a base 2010 dal 1980 al 2015 ho retropolato la serie grigia coi tassi di variazione della serie a base 2005 (ISTAT finché c'era, poi IMF). Un minimo di sforzo, ma ne valeva la pena, per darvi questa bella notizia: siamo più giovani di 28 anni! Anzi: più giovani no: solo più poveri...

Va precisata una cosa. La manifattura è solo una delle componenti del PIL. L'industria è il settore trainante per tanti motivi, ma la maggior parte del valore aggiunto si produce nei servizi. Ne conseguono un paio di cose. Intanto, che in una certa misura è fisiologico che l'IPI perda terreno rispetto al PIL. Lo vediamo in questo grafico, dove ho espresso sia il PIL che la produzione industriale come indici con base 100 nel 1980:

Il cuneo che si allarga fra le due grandezze è determinato, ad esempio, dalla terziarizzazione dell'economia, ecc., ed è appunto in questo senso che quindi è in parte fisiologico. Il dato patologico, però, è che la divaricazione si accentua sempre quando fissiamo il cambio: fra 1987 e 1992, e poi dal 1999 (a spanna). In un paese manifatturiero come il nostro il cambio rigido non è certo l'unica causa della deindustrializzazione. Ma negare che la favorisca è impresa piuttosto ardua: credo possa riuscire solo a un traditore o a un imbecille, ma sono ovviamente aperto ad altre possibilità. Come avete visto nel post precedente, quello del disallineamento del cambio viene percepito come problema dagli economisti veri. Se me ne trovate uno che dice che il cambio sopravvalutato fa bene a un'economia come la nostra vi sarò molto grato.

Un altro dato fisiologico è che siccome l'industria è una parte di un tutto, ed è la parte più esposta alle fluttuazioni dei mercati internazionali (i beni manufatti sono tradable, commerciabili internazionalmente, mentre i servizi molto meno - a parte per i cretini da talk show che vanno a tagliarsi i capelli a Duisburg e a parcheggiare la macchina a Amiens: da cui discende la loro preoccupazione per una eventuale svalutazione della liretta...), accade che l'indice della produzione industriale fisiologicamente sia più volatile. La sua variazione ha una maggiore varianza, insomma, come si vede da qui:

Per i tecnici: lo s.q.m. del tasso di crescita del PIL nel periodo considerato è 1.9, quello del tasso di crescita della produzione industriale 4.5 (se vede a occhio...).

Detto questo, passiamo al microscopio, cioè ai dati mensili recenti. Eccoli qui:

...e purtroppissimo non ci si capisce niente! Il signal della tendenza di lungo periodo è quasi completamente offuscato dal noise del ciclo stagionale. Vedete ad esempio che bel tonfo in ogni agosto, quando le fabbriche ancora aperte (sempre di meno) chiudono per ferie (sperando di riaprire)?

Ora, mi piacerebbe molto parlarvi del ciclo stagionale, delle oscillazioni armoniche, delle radici complesse dell'unità, della formula di Eulero, dei filtri passa-banda: insomma, riprendere il discorso che avevo iniziato a Tignale, condividendo con voi quel cibo che solum è mio, certo prendondola un pochino larga (partendo da Pitagora...), ma che proprio non vi interessava, perché a voi non interessano le cose interessanti.

"Professore, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, 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"Bene, caro, parliamo dell'euro. Ma tu chi sei?"



"Non importa, professore, io non sono nessuno, ma la prego, mi parli dell'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro, l'euro..."

























































Un incubo...





















































A parte il fatto che preferisco la vera superbia (la mia) alla falsa modestia (la vostra: fate tanto gli umili de sta ceppa, ma appena vi gratto con l'unghietta trovo molto spesso dei piddini a 24 carati, tutti convinti di essere mooooolto fuuuurbi, salvo poi incavolarvi con gli altri se non siete in grado di spiegargli le cose che non avete capito...), a parte il fatto che presentarsi è EDUCAZIONE, ovvero rientra nell'insieme delle cosiddette #lebbasi, senza le quali sarebbe buon senso non arrischiarsi in società, e a parte il fatto che l'ultimo al quale hanno risposto "sono Nessuno" è finito molto male - e io non ho nessuna intenzione di finire altrettanto male, quindi quando mi incontrate:

1) o mi evitate;
2) o mi dite chi cazzo siete;
3) o vi stronco finché ho almeno un occhio sano;

a parte tutto questo, se c'è una singola cosa che dovreste aver capito da me in questi cinque anni è che se c'è una cosa poco interessante per un vero economista è l'euro (e la sfilza di QED di questo blog dovrebbe provarlo a sufficienza).

Ma passons. In fondo ci si affeziona a tutti, e anche voi, con le vostre strane patologie, siete di compagnia. Quindi, invece delle perle, vi do il buon pastone dell'ISTAT. Ingrassatevi con i suoi dati destagionalizzati (dai quali Carlucci mi insegnò illo tempore a diffidare: e sì che chi li produce alla fine sono suoi allievi...):



Ecco: qui avete il destagionalizzato mensile vecchia base (in blu) e nuova base (che parte dal gennaio 2010). Potrete constatare dal periodo di overlap che le due serie hanno dinamica sostanzialmente identica. Se le aggiuntiamo, otteniamo questa serie (base 2010):



di cui qui vi mostro i tassi di variazione tendenziale (mese su stesso mese dell'anno precedente):


e qui vi mostro cosa è successo da quando ho aperto questo blog (cioè dal novembre 2011, che incidentalmente è anche la data in cui Monti ha preso servizio):

Non so se è chiaro: dei tre governi che dovevano salvarci (Monti, Letta, Renzi) solo il primo ha lasciato un qualche segno apprezzabile in termini statistici: il primo. Peccato che fosse un segno meno. Il grullo del contado, con tutto il rispetto per alcuni dei suoi tecnici che conosco, ma che sono impastoiati per i noti motivi, non è riuscito a far gran che. Ha trovato l'indice della produzione industriale a 91.6 nel febbraio 2014, e ce lo rende a 91.8 nel giugno 2016, in calo da un massimo di 93.2 a gennaio 2016 (non esattamente un Everest).

Ben 2 decimi di crescita, da 91.6 a 91.8, in due anni!

Data questa prestazione, #iostocolgiornalistachedeveobbedireallavelina!

Porello!

Deve essere veramente difficile far passare per un successo, o comunque per un miglioramento ("meglio ultimi mesi"), o almeno non far passare per un totale insuccesso, una roba simile. Sulla tomba di questo ignoto milite, sulla tomba di questo Pulitzer misconosciuto, riverenti porremo la stele che ricorda gli sconfitti di una battaglia meno ignobile, combattuta da un regime non meno ignobile: "Mancò la fortuna, non il valore"!

E comunque, amico giornalista, resisti. Presto le cose cambieranno, e potrai tornare a dire cose più sensate.

Quelle che ora, chi volesse leggerle, dovrebbe venire a farlo qui...


(...la morale della favola è che siamo incartati come una caramella, e non possiamo aspettarci alcuna ripresa fino a quando non usciremo dall'euro. Secondo me nei prossimi mesi molti si sfileranno da Renzi e lo lasceranno a prendersi in faccia l'esplosione di MPS, sperando di poter poi rientrare a gestire la bonanza del dopo euro. Ne abbiamo parlato più volte, ma queste dinamiche ormai sono palesi e a questo proposito vi consiglio di seguire sempre assiduamente Dagospia, che, per quanto posso verificare, è sempre molto attendibile...)