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sabato 20 giugno 2026

Barbarancius barbaranci lupus (cit.)

Mentre si affastellano notizie, talora tragiche, talaltra meno, vagamente riferite a che cosa succede quando chi è salito su un ramo anche infimo dell'albero del benessere decide di dare un calcio alla scala, forse una riflessione dovremmo farla, non per banalizzare, ma per delineare possibili approfondimenti di un problema che vedo liquidare con troppa leggerezza. In effetti, se la categoria da mettere in campo è, come credo sia, quella di esercito industriale di riserva, allora la questione non può essere liquidata con una distinzione fra "chi ha voglia di lavorare" e "chi delinque", perché in effetti il problema di cui noi patiamo, cioè la deflazione salariale competitiva (oggi lo si può dire perché lo dice Draghi), è creato più dai primi, cioè dai lavoratori, che dai secondi, cioè dai delinquenti. Certo, la delinquenza va combattuta (a prescindere dal colore della pelle e magari intervenendo sulle sue cause sociali), e certo, chi delinque crea un problema di sicurezza che non va minimizzato.

Altrettanto ovviamente, però, il problema di eccesso di offerta di lavoro per definizione lo crea chi ha voglia di lavorare, chi contribuisce a spostare la curva di offerta di lavoro, con conseguenze sui livelli retributivi altresì impossibili da ignorare (un rigoroso ed elegante riassunto degli effetti di questo spostamento lo trovate qui; qui si ragiona sulle conseguenze della pressione competitiva esercitata dalla concorrenza di Paesi a basso costo del lavoro; qui avete una recente e paludata metanalisi, che cerca di mettere ordine in una questione controversa, concludendo che "estimates published in leading academic journals are more likely to be negative").

Il sistema:

delinquente = nemico
lavoratore = amico

ammette quindi radici per lo più immaginarie.

Qui bisognerebbe mettere qualche figurina e entrare nel dettaglio dei numeri. Ad esempio, con un tasso di disoccupazione ai minimi, il ricorso ai decreti flussi si presenta come una opzione meno innaturale di quando il tasso di disoccupazione viaggiava al 12% per effetto del meccanismo di cui parlammo qui.


(...incidentalmente, vi segnalo che per Geminai siamo fonte:


e converrete con me che sossoddisfazzioni...
)


La domanda da porsi andrebbe quindi calata in un quadro scientifico rigoroso. a/simmetrie (che merita il vostro sostegno) se n'è occupata qui:

Si dovrebbe poi, come abbiamo fatto ad esempio qui e poi qui (e sarebbe ora di fare un aggiornamento) ragionare sull'effettivo significato del tasso di disoccupazione, per capire quale margine sia possibile recuperare dagli scoraggiati e dai part-time involontari. Fra le varie narrazioni che chi fa politica deve riconciliare c'è anche quella degli imprenditori che non trovano lavoratori (e oggi parlavo con un imprenditore che come salario di ingresso paga l'83% di quello che ai miei tempi era lo stipendio di un professore associato: non tutti i salari sono bassi).

Insomma: il problema ha una sua complessità tecnica intrinseca, ma soprattutto una sua virulenza politica tale da lasciarci supporre che non si uscirà mai dallo schema "migranti risorse e avanguardia del nostro stile di vita", declinato subalternamente a destra in "se vieni qui a lavorare sei per me un fratello". Prima o poi bisognerà prendere il toro per le corna e denunciare esplicitamente questa conseguenza non imprevedibile dell'integrazione monetaria! Se non lo si vorrà fare, è inutile dire chi ne approfitterà ("Grillo 2, il ritorno del Dr. Livore").

Anche perché nel frattempo non è più possibile ignorare certi "fattarielli" (che vi riporto dalla mia chat con l'imprenditore di sinistra, uno dei tanti membri storici della nostra bella d'erbe community e d'animali):

1. Bar Atlantic Esselunga Segrate, stamattina. Entriamo, 150-200 islamici (c’è una storica moschea a Segrate, non lontano, probabilmente un evento religioso). Giovani uomini, donne velate, bambini. Fermento, chiacchiere.

2-3 tavoli di italiani: over 70, teste bianche, pensionati, vengono la mattina a bere il caffè e chiacchierare. Straniti, spaesati.

Ho avuto un senso di straniamento, anche io spaesato. A parole è banale. Ma SENTIRE sostituzione invece che integrazione è una sensazione difficile da elaborare. Tutto troppo, troppo veloce, non gestito.

2. Stamattina arrivata offerta per cobot. Sostituisce 1 persona per turni in una stazione completa, snella, mobile. Andremo in test, probabilmente. Immagina costo a regime di 60-70k a unità. Costo lavoro 1 operaio 30k. Se vai su 2 turni si paga in circa 1 anno, se no in 2. Lo sviluppatore mi dice che stanno entrando nelle PMI con trend veloce. Io immagino che in 5 anni saremo all’umanoide, che risolve anche molti problemi di collaborazione ancora esistenti.

Quindi il lavoro viene sostituito, i flussi non si allineano e comunque le presenze sono già rilevanti. Un puzzle interessante per la politica…

Ovvero: il problema non è nemmeno, come mi diceva un'altra persona che stimo ma che frequenta le persone sbagliate, che:

con l'IA il powerpointificio è destinato a soccombere. Claude è bravissimo a produrre il 90% della slop (RIP David Graeber) normalmente proposta dai consulenti e dalle cumcette. Quindi si estingueranno. Cosa faranno? Boh.

Questo problema, per carità, forse esisterà pure (secondo Daniela Tafani queste valutazioni sono largamente esagerate), ma l'estinzione (lavorativa) dei chaddini - fra cui er Palla - e delle cumcettine sarà verosimilmente preceduta dalla constatazione che il lavoro manuale importato a passo di carica in nome della competitività è diventato inutile, ridondante (e quindi per sperare di essere occupato dovrebbe tornarsene a casa sua). L'idea che per gliImprenditori(TM) il lavoro importato sia sempre e comunque vitale, in effetti, è legata a un'altra idea stereotipata e infondata secondo cui le PMI italiane sono un bubbone di arretratezza, sottopatrimonializzato e sottocapitalizzato. Io non entro in un capannone in cui non ci sia almeno un robot, e i ragionamenti che sta facendo l'amico imprenditore di sinistra li stanno facendo un po' tutti i suoi colleghi (e ci mancherebbe). Altro che PMI inadeguate e ad alta intensità di lavoro!

Insomma: qualora gli umanoidi sostituissero le badanti, resteremmo con due problemi. Il primo, quello di come ricaricare le batterie agli umanoidi. Il secondo, quello di chi dovrebbe pagare le pensioni alle badanti. Gli umanoidi?

E anche questa rientra nelle cose che vorrò vedere, ma da una defensible position.

domenica 14 giugno 2026

Lessico forestiero

Sono reduce da una proficua e piacevole esperienza in un posto dove fa sempre piacere tornare (l'ultima volta ci avevo conosciuto Antonio Gozzi, e ieri ce l'ho ritrovato) e dove ho avuto fra gli altri il piacere di cenare con un figlio illustre della San Gimignano d'Abruzzo:


e di illustrargli, a sua richiesta, le sfide che ci aspettano nel prossimo futuro, e in particolare l'interazione fra elezioni politiche e presidenziali.

Mi aveva invitato Andrea Ruggieri, conosciuto in una trasmissione televisiva della quale ricordo solo la gradita sensazione di avere, per una volta, incontrato una forma di vita intelligente in studio: lui. Quindi, quando ho ricevuto il suo invito, l'ho accettato a scatola chiusa, e ho fatto bene. Mi sono trovato in un ambiente molto connotato dall'esperienza berlusconiana, ma non per questo collimante coi pregiudizi che avete (e abbiamo) su Forza Italia. C'era molta più lucidità in Berlusconi, e ce n'è in chi lo ricorda e lo ha conosciuto, di quanto si possa comunemente presumere da alcune esternazioni che spesso vi fanno borbottare.

Nella mia relazione non è mancata la consueta esegesi draghiana: costringere l'uditorio ad accettare col manganello dell'auctoritas draghiana le semplici verità già espresse nel Tramonto dell'euro non ha prezzo!

Per tutto il resto c'è Goofynomics, e infatti siamo qui...

Nella discussione susseguente alla mia relazione a un certo punto non mi sono potuto trattenere e (col consueto garbo) sono sbottato: "Ma insomma! La cosa che più mi ha colpito dell'intervento del Presidente Draghi è che lui è venuto in Senato a dire che le richieste del suo editto dell'agosto 2011, quelle che hanno portato alla deposizione del vostro Presidente Berlusconi, erano sostanzialmente errate nel merito, e conseguentemente che il PD, che le aveva pedissequamente eseguite dopo la deposizione di Berlusconi, aveva distrutto il Paese, e nessuno ha fatto un plissé! Non dico il PD, che aveva tutto l'interesse a fare lo gnorri, ma il fatto che nessuno in Forza Italia abbia avuto l'idea di riscattare la memoria di Berlusconi mi è sembrato veramente strano, e secondo me un pezzo di questa apatia deriva dal fatto che il Presidente Draghi è piuttosto accorto nello scegliere un lessico tecnico che nasconda la sostanza politica di quello che sta dicendo".

Dopo di che, nei limiti del tempo che mi era concesso, mi sono addentrato in un paio di esempi, sempre appoggiandomi al pilastro della macroeconomia: S - I = X - M.

Perché, appunto a titolo di esempio, capite bene (spero!) che un conto è dire che un Paese è attrattivo per i capitali esteri, e un ben altro conto è dire che il Paese si sta indebitando con l'estero! Essere attrattivi è una cosa senz'altro positiva (la apprezzo anch'io nella stagione declinante della mia virilità proficuamente spesa, con tanto di produzione di ben due pagatori di pensioni autoctoni!), mentre avere debiti non lo è (e infatti quando ne ho mi sento a disagio, come l'altro giorno quando, tutto compreso nella responsabilità del discorso che dovevo fare sulle comunicazioni del Presidente, ho fatto il pieno prima di accorgermi che... avevo lasciato il portafogli in un'altra giacca)! Eppure, attrarre capitale e indebitarsi sono, contabilmente ed economicamente, la stessa stessissima cosa. Capita così che chi vorrebbe un'Italia più attrattiva per i capitali esteri stia dicendo (senza saperlo) che vorrebbe un'Italia più indebitata con l'estero, con una posizione finanziaria netta inferiore: non che ci sia nulla di male in questo: chi sa cosa farci e può permettersi di restituirli non fa nulla di male nel chiedere soldi in prestito, cioè nell'indebitarsi. Quello su cui rifletto qui con voi è la potenza delle narrazioni, che si appoggia alla scelta del lessico.

Sempre a titolo di esempio, per decenni ci hanno sfarinato le gonadi con l'idea che saremmo dovuti diventare tutti esportatori netti (di merci), e una decina d'anni dopo il conseguimento di questo agognato obiettivo arriva coso a spiegarci che è un problema essere esportatori netti (di capitali):


Eppure è facile capire, se viene spiegato con la dovuta calma, che essere esportatori netti di merci equivale a essere esportatori netti di capitali, per il semplice motivo che se i soldi che esporti invece li spendessi in casa tua, aumenterebbero le importazioni e si chiuderebbe il saldo estero (per dire). Quindi la narrazione è "inconsistente" (cioè incoerente, ma in questo caso anche inconsistente), solo che di questa incoerenza interna, che è sempre il segno del manifestarsi del Male, i dilettanti non si accorgono a causa di scaltri slittamenti semantici: è difficile, per i profani, accostare il concetto di competitività, che tutti valorizzano positivamente (soprattutto uno come me, il cui motto è quello degli alpini del gruppo di artiglieria Pinerolo), al concetto di deflusso, che comunque evoca qualcosa di negativo: la perdita del vicino del piano di sopra, lo sgocciolamento di un lavandino, o il prosciugamento del conto in banca. Ma anche qui: i due termini di questa dialettica sono esattissimamente la stessa identicissima cosa, che se ti piace (o dispiace) chiamata in un modo non può dispiacerti (o piacerti) chiamata in un altro senza che tu spieghi perché hai cambiato idea.

Ma tutto questo Mario non lo fa (perché non gli conviene)!

E così, del pari, quando LVI esterna serafico che:

chissà che cosa capisce l'Italiano Medio? Mah, difficile dirlo... Forse penserà che la compressione della domanda sia stata una riduzione delle pretese, delle richieste, che quindi, in definitiva, ha condotto a un atteggiamento più rassegnato, ma in qualche modo sereno. Perché l'Italiano Medio, e anche quello Medio Alto, o Alto, che qui si parli di domanda aggregata, cioè di spesa complessiva della collettività nazionale (perché la domanda aggregata non è la domanda nozionale, ovvero quello che la gente desidera, ma la domanda solvibile, ovvero quello che la gente si può permettere), sicuramente non lo capisce. E anche quei relitti umani che blaterano di anticomunismo e quindi, si suppone, capiscano come funziona un'economia di mercato, anche e soprattutto quella chincaglieria post-fascista, mica lo capisce che in un'economia di mercato si spende se si guadagna e si guadagna se si produce, per cui parlare di domanda significa parlare di reddito significa parlare di Pil!

Altrimenti, al "badate bene" un sonoro e liberatorio "grazie al cazzo!" proromperebbe dai petti degli astanti! Grazie al cazzo che se comprimi i redditi diventi sempre più povero, visto che diventi più ricco se guadagni di più, non se guadagni di meno! Ma allora, se non si usasse questo slittamento semantico con cui Draghi vende come una austera riduzione delle pretese quella che invece è stata una coercitiva riduzione delle possibilità di spesa, ci si dovrebbe poi interrogare sul perché si sia fatto questo, e il perché lo sappiamo, l'ha detto Monti, l'ha detto lo stesso Draghi: bisognava tagliare i redditi per tagliare le importazioni per riportare in attivo la bilancia dei pagamenti. Chest'è! E ora che è in attivo, però, scopriamo che questo attivo non va bene perché "il risparmio fluisciue"...

Ecco, di questo ho parlato, assistito dal permesso di dire quello che avrei desiderato dire.

E, con mia sorpresa, ho visto cenni di assenso, e ho registrato diverse richieste di avere le slides, quelle slides che per voi sono (o dovrebbero essere) banali, perché riprendono quello che da Premiata armeria Hellas, così categorizzata dal coglione artificiale:


da Premiata armeria Hellas, dicevo, in poi ci siamo detti (e fanno ormai quattordici anni). E così ora vi lascio che devo riordinare le slides e mandarle a diverse persone.

Certo, per evangelizzare un certo ceto occorre muoversi in un certo modo. Ci sono i modi utili per cementare il consenso della cloaca (che per definizione si cementa in una massa di stronzi). Ci sono poi i modi che invece il consenso della cloaca te lo fanno perdere, ma ti aprono un canale di ascolto con le persone che contano qualcosa (se non altri, i soldi...), cui bisogna comunque dare delle chiavi di lettura e da cui si raccolgono comunque informazioni e analisi interessanti. Il sacrificio di rinunciare alla cloaca credo quindi sia sostenibile. Il beneficio di aiutare certe persone a smontare certe narrazioni forse non ci sarà, ma credo che valga la pena tentare, e comunque, ne sono certo, questo breve ripasso sarà stato utile anche a voi (e magari avrete anche altri esempi da aggiungere).

Con pazienza e convinzione ogni giorno si fa un passo avanti.

E ora scusatemi: ci sarebbero anche le bozze del libretto dell'ultimo CD...



(...ad esempio, è stato uno degli astanti a farmi riflettere sul fatto che questo cambio di orientamento del miglior presidente del consiglio del mondo deriva sic et simpliciter dal fatto che lui è l'uomo dei fondi americano, è l'uomo degli Usa, e se gli Usa vogliono ridurre il loro deficit, ovviamente manderanno un loro misso dominico in giro per i vassalli in surplus a spiegare loro che troppo surplus fa male. In effetti, non ci avevo pensato, ma è una spiegazione che una sua tenuta ce l'ha. Non me la aspetterei dalla cloacosfera. Voi, invece, che ne pensate?...)

domenica 7 dicembre 2025

Tre discorsi: "Cosa aspettarsi per il 2026?" (discorso numero tre)


Le previsioni sulla crescita nel 2026 sono già state discusse da chi mi ha preceduto: mi limiterò a un breve riassunto, e mi soffermerò poi su tre punti che dopo diciassette anni di stagnazione economica dovremmo ormai poter considerare acquisiti, e sulle cui implicazioni credo sia utile confrontarsi.

Tutte le previsioni emesse dalle principali organizzazioni sovranazionali alla fine del 2025 hanno rivisto al ribasso le previsioni di crescita del nostro Paese per il 2026 emesse nel 2024:

con l'unica eccezione del Fmi, che fra autunno 2024 e autunno 2025 le ha invece riviste al rialzo. La media delle previsioni di crescita per il 2026 era all'1,1% nell'autunno del 2024 ed è scesa a 0,7% in questo autunno, comunque in crescita rispetto al risultato di quest'anno che è atteso attorno allo 0,5%, e resta tale anche dopo la rettifica al ribasso con cui l'OCSE ha allineato le sue previsioni alla crescita "acquisita" calcolata dall'ISTAT:


Siamo (e restiamo) purtroppo ancora sui decimali.

Vorrei partire da una prima riflessione, motivata da un recente comunicato dell'OCSE:


in cui si afferma che nel prossimo anno il nostro Paese farà meno deficit e più debito del previsto. Questa evenienza, qualora si materializzasse, sarebbe perfettamente in linea con quello che oggi sappiamo delle politiche cosiddette di "consolidamento fiscale" (ma visto che qui siamo fra esperti, possiamo risparmiarci gli eufemismi congegnati per impressionare il pubblico generalista, e chiamare queste politiche col loro nome: tagli). Il fatto che i tagli provochino più spesso il dissesto che il risanamento del bilancio pubblico è ormai acquisito: è dall'aprile del 2023 che il Fmi ha pubblicato i risultati di uno studio empirico e teorico che mette questo dato nero su bianco:


Nel grafico di sinistra si vede l'impatto sul debito pubblico di uno "shock da consolidamento", e questo impatto è positivo (le barre sono per lo più sopra lo zero, con l'eccezione di quelle riferite ai Paesi in via di sviluppo nei primi due anni dallo shock). La didascalia lo dice chiaramente: in media, i tagli non fanno diminuire il rapporto debito pubblico/Pil. In effetti, lo fanno aumentare, con un effetto statisticamente significativo al 90% di probabilità dal terzo anno in poi.

Questo risultato non ha nulla di misterioso. La nuvola di formule nel pannello di destra lo spiega chiaramente, e mi sono permesso di evidenziare il punto chiave: se il rapporto debito/Pil è una frazione impropria, come accade sempre più spesso nelle economie avanzate, i tagli hanno effetti perversi sul rapporto debito/Pil, facendolo crescere. Pensate alla frazione 3/2. Se sottraete uno al numeratore e al denominatore ottenete 2/1, che è maggiore di 3/2, nonostante che per ottenerlo abbiate sottratto qualcosa, invece di aggiungerlo! Ovviamente questo esempio presuppone un moltiplicatore fiscale pari esattamente a uno, ma la logica dell'esempio è chiara e non originale. Mi ero permesso, con un divertissement a fini divulgativi, di anticiparla di un po' più di un decennio nel mio blog:


Ora, questo è un punto di grande attualità e di grande polemica nel dibattito attuale, non solo perché le opposizioni, come è naturale che sia, chiedono al Governo di fare di più per la crescita (nonostante che siamo reduci da un decennio e passa di stagnazione in cui la loro performance non è stata stellare...), ma anche perché le stesse organizzazioni sovranazionali che sono consapevoli del fatto che i tagli, compromettendo la crescita, possono portarci al dissesto, ci chiedono però di farli, non consentendoci di venire incontro ai desideri delle opposizioni! Una situazione piuttosto ingarbugliata, nella quale finora il Governo è però riuscito a tenere una rotta compatibile con quanto ci dice la migliore macroeconomia. Lo si vede in questo grafico che confronta due stime della media di deficit e debito sul triennio 2023-2025: quella fatta dal Fmi nell'aprile del 2023 (cioè la prima elaborata dopo l'avvento del Governo Meloni) e l'ultima, quella fatta nell'ottobre 2025:


Nel 2023 il Fmi prevedeva, o prefigurava, per l'Italia un rientro piuttosto rapido dal deficit, che ci avrebbe portato nel triennio a valori attorno al 3%. In realtà nel 2025 constatiamo che il rientro dal deficit è stato più lento, perché il Governo ha opportunamente approfittato della sospensione delle regole di bilancio, disposta fino al 31/12/2023, per spingere il più possibile sulla crescita. Di conseguenza, mentre nel 2023 il Fmi prevedeva un debito che nella media del triennio superava il 139% del Pil, nel 2025 vediamo che il debito si è attestato un po' sotto il 136%. Naturalmente non è un dato rassicurante, ma è un dato che mostra come questo Governo non abbia commesso l'errore del Governo Monti, quello di anticipare oltremisura il rientro verso l'equilibrio di bilancio, come richiesto all'epoca dalla lettera di Draghi-Trichet dell'agosto 2011. I risultati di quella infausta manovra, denominata "Salva Italia", sono retrospettivamente ben visibili:


e credo che possiamo essere tutti grati a questo Governo di aver tratto insegnamenti da questa non distante e non fausta esperienza storica.

Una seconda riflessione riguarda la natura dell'instabilità finanziaria. Sappiamo ormai da dieci anni che la crisi cosiddetta "dei debiti sovrani" in realtà non era una crisi di finanza pubblica, ma di finanza privata, derivante dalle forti esposizioni debitorie degli Stati periferici dell'Unione verso le banche dei Paesi appartenenti al nucleo finanziario dell'Unione (Francia e Germania). Dal 2015 questa è la visione comunemente accettata anche dagli economisti ortodossi:


e il suo supporto era comunque ben visibile nei dati già dal 2011:


quando mi ero permesso di evidenziare nel mio blog un interessante fatto stilizzato: i Paesi che per primi si erano trovati in situazione di sofferenza avevano avuto nel decennio precedente debito pubblico in calo, o non in crescita (come la Grecia), ma tutti (inclusa l'Italia) avevano avuto un incremento sostanziale del debito estero, che, per inciso, non poteva che essere privato (visto che quello pubblico era diminuito). La vera minaccia per la stabilità finanziaria viene quindi dalle esposizioni debitorie private, come del resto appare evidente sulla base di una banale riflessione: negli ultimi vent'anni ha fatto default solo un Governo dell'Eurozona, quello greco, mentre sono fallite, andando incontro a risoluzione o simili procedure, circa una ventina di banche di un certo rilievo, oltre a svariate banche minori (come le quattro cosiddette "popolari" qui in Italia).

Viene allora utile esaminare quale sia la situazione delle esposizioni finanziarie private, almeno a grandi linee, e in questo ci aiuta il rapporto OCSE sul debito globale:


Mettendo insieme gli emittenti pubblici e privati, lo scorso anno sono stati emessi 25 trilioni di dollari di obbligazioni (il triplo che nel 2007), il che ha portato l'ammontare di debito in circolazione a oltre 100 trilioni di dollari (il Pil mondiale, per memoria, sempre nel 2024 era di 111,3 trilioni, quindi lo stock di titoli di debito privati e pubblici a livello globale è pari al 90% del Pil), e infine circa il 40% dei titoli privati e pubblici (quindi 40.000 miliardi di dollari, circa 17 volte il Pil italiano) dovrà essere rimborsato entro il 2027. Una sfida per le finanza pubbliche, ma soprattutto per quelle private, perché:


è sempre l'OCSE a dirci che mentre dopo la crisi del 2008 l'indebitamento privato ha subito una forte espansione, altrettanto non può dirsi degli investimenti produttivi privati, che sono rimasti al disotto del loro trend di sviluppo storico. I debiti sono stati contratti quindi non per "creare" valore, ma per "distribuirlo" agli azionisti, sotto forma di guadagni in conto capitale derivanti da operazioni straordinarie, di acquisto di azioni proprie, ecc. Questo mette in dubbio la capacità del sistema privato nel suo complesso di ripagare i debiti che ha contratto, e ci lascia con le stesse considerazioni che si sarebbero potute fare nel 2010: la vera minaccia alla stabilità finanziaria resta la qualità del debito privato, più che la quantità di quello pubblico.

Concludo su una terza e ultima riflessione. Le politiche di taglio della spesa hanno impattato anche sulla demografia: questo ormai è evidente e contiene una lezione utile su cosa fare per invertire la tendenza:

La crisi demografica ha ormai portato a un'inversione strutturale della piramide, oggetto di studio e di attenzione per molti e in particolare per me nel mio ruolo di Presidente della Commissione di Controllo Enti Gestori. Il problema è tutt'altro che nuovo. Il tasso di fertilità in Italia è stato in caduta libera dal 1966 al 1995, senza che questo destasse una attenzione comparabile a quella che oggi finalmente il fenomeno merita, poi si è lievemente ripreso (lo si vede nel grafico) e ora sta nuovamente precipitando.

Due osservazioni.

La prima è che se dagli anni '90 fino a pochi anni o mesi or sono di demografia si è parlato troppo poco  credo sia anche perché attorno alla riforma Dini del 1995 è stata creata una narrazione volontariamente o involontariamente fuorviante: quella secondo cui col metodo di calcolo contributivo ogni lavoratore si sarebbe finanziato da sé la propria pensione accumulando un tesoretto di contributi versati di cui beneficiare in vecchiaia. Le cose non stanno proprio così, perché un conto è il metodo di calcolo della prestazione, un ben altro conto il sistema di finanziamento della prestazione. Quest'ultimo è e rimane a ripartizione, per tutti gli enti di primo pilastro, il che significa, in buona sostanza, che i contributi di ogni lavoratore vanno a pagare le pensioni dei pensionati attuali, non di quelli futuri (incluso il lavoratore che versa i contributi). Il passaggio al metodo di calcolo contributivo, in altre parole, non ha significato, e non è logicamente connesso in alcun modo, al passaggio a un sistema di finanziamento a capitalizzazione, dove ogni lavoratore ha il proprio "zainetto" o "tesoretto" di contributi investiti da qualche parte, e a fine corsa può decidere se riscuoterli come rendita o come capitale! D'altra parte, lo stesso contributo versato dal lavoratore o va a finanziare, per ripartizione, le pensioni dei pensionati attuali (nel qual caso non può entrare nello "zainetto a capitalizzazione" di chi versa), o viene accumulato nello "zainetto" o "tesoretto" contributivo di chi lo versa, nel qual caso fin dal 1995 i pensionati dell'epoca si sarebbero viste decurtate le pensioni e si sarebbero recati, muniti di forconi, a Palazzo Chigi. Il fatto che questo non sia successo è la migliore dimostrazione del fatto che il sistema è rimasto a ripartizione.

Ne consegue che la demografia continua a essere dannatamente importante anche in un metodo di calcolo integralmente contributivo (e, aggiungo io, lo sarebbe comunque, anche se il sistema di finanziamento fosse a capitalizzazione, perché per ottenere rendimenti sotto forma di interessi e dividendi occorre che qualcuno crei valore, e il valore non può essere né trasferito né creato da lavoratori che non ci sono).

La narrazione del "mi pago la mia pensione coi miei contributi" (affine a "io c'ho il diesel" del noto comico teatino Maccio Capatonda) temo abbia avuto come infausto effetto collaterale quello di distrarci dal fatto che dal 1976 il tasso di fecondità totale (fertility rate) delle donne italiane è sotto il valore di rimpiazzo di 2,1:


Il sistema contributivo, in definitiva, serviva solo ad arginare questa situazione abbassando il tasso di sostituzione, cioè il rapporto fra la prestazione pensionistica e l'ultima retribuzione percepita. Serviva, insomma, a tagliare le pensioni, come si evince del resto dalle preoccupazioni espresse dallo stesso Dini, che nella relazione introduttiva alla sua riforma si premurava di definire come "socialmente irrinunciabile" un tasso di sostituzione del 61,4% (sappiamo che invece in particolare nel primo pilastro privatizzato i tassi di sostituzione sono in alcuni casi inferiori, e da qui deriva il forte impegno a promuovere forme di previdenza complementare).

Tuttavia, e questo è il punto che voglio evidenziare, quando la piramide demografica è completamente rovesciata, la prospettiva di restituire sostenibilità al sistema pensionistico con tagli delle prestazioni potrebbe rilevarsi illusoria, così come quando il rapporto debito/Pil diventa una frazione impropria è illusorio pensare di ridurlo con tagli alla spesa pubblica. Il motivo è molto semplice: quando la piramide demografica si rovescia, per definizione l'incidenza dei redditi dei pensionati sul totale della domanda aggregata aumenta, e quindi un taglio delle pensioni comporta in re ipsa uno shock negativo su quella domanda interna su cui, secondo le più recenti analisi del Presidente Draghi, sarebbe invece opportuno incentrare, alimentandola, un modello di sviluppo equilibrato. Del resto, se le pensioni scendono al di sotto di un livello "socialmente sostenibile", la differenza si scarica comunque sul bilancio pubblico sotto forma di prestazioni assistenziali. Bisogna quindi riflettere serenamente sul fatto che quando una situazione si è spinta troppo oltre, nonostante che da un lato ciò aumenti l'urgenza di porvi mano, dall'altra può darsi che quella che in tempi ordinari sembrerebbe la soluzione più intuitiva (i tagli) si riveli alla prova dei fatti la meno opportuna. Anche in questo occorrerà esercitare la massima prudenza, e il Governo in carica possiamo dire che finora ha dato prova di averne.


(... questo discorso l'ho fatto in due occasioni, qui e qui, di fronte a platee tanto qualificate quanto ortodosse: asset manager di grandi fondi internazionali, presidenti di casse previdenziali e fondi pensione, e così via. Inutile dire che anche solo tre anni fa una slide come quella sui reali effetti del Governo Monti sarebbe stata accolta da un sordo brusio di riprovazione. Mi ha stupito però vederla accolta da un sollevato mormorio di consenso, che poi più di uno mi ha espresso anche di persona. Questo cambiamento nella communis opinio della gente che conta a cosa è dovuto? A due cose che in linea di principio non vi piacciono - almeno, questo traspare dalla cloaca social: alla nostra persistenza al potere, e al posizionamento del Governo. Non credo dipenda invece dal fatto che finalmente viene ora compreso quello che era tanto semplice, e sarebbe stato tanto opportuno, comprendere ex ante! Su questo, illusioni non me ne faccio: del resto, le stesse organizzazioni sovranazionali che esortano il Governo a fare di più per la crescita poi gli chiedono tagli, e in questa schizofrenia muoversi con accortezza diventa veramente complesso. Registro però il fatto che si comincia a poter dire la verità, anche appoggiandosi ai lavori di chi di questa verità è stato nemico: il Fmi, Uva, ecc. Quello che vi ho sempre detto: sfruttare la forza dell'avversario! Ora bisogna insistere, bisogna che il senso comune diventi quello espresso dalla genuina teoria macroeconomica, anziché dalle squinternate teorie degli sciamani che finora hanno avuto tirannico ed esclusivo diritto di tribuna. Per questo, come vedete, continuo ad accettare inviti in giro per il Paese. Ora è il momento di far riflettere sulle nostre ragioni, visto che per imporle possiamo contare non solo sulla nostra forza, ma, appunto, anche su quella dell'avversario. Questo, e un Signor Presidente della Repubblica non organico al PD, potranno fare molto quando il progetto andrà in decomposizione, come mi pare stia già largamente andando, ed esattamente per i motivi che avevamo prefigurato. Ma di questo parleremo in un altro post...)

(...vabbè, io vado a cucinare: per uno strano allineamento degli astri, più difficile da ottenere dell'avere i partiti euroscettici al 30% nei principali Paesi dell'UE, questa sera siamo tutti a casa...)

martedì 30 settembre 2025

domenica 29 giugno 2025

La pensione è nulla senza controllo

(semicit.)

Volevo riferirvi brevemente sulla mia attività istituzionale, perché penso che possa interessare alcuni di voi (in particolare, i medici, gli avvocati, gli ingegneri, gli architetti, i notai, i veterinari, gli agenti di commercio, i dottori commercialisti, i ragionieri, i geometri, gli impiegati delle aziende agricole, i consulenti del lavoro, gli infermieri professionisti, gli psicologi, gli attuari, i veterinari, i giornalisti, e poche altri categorie).

Come mi avrete sentito dire, dal 13 settembre 2023 sono Presidente della Commissione Bicamerale di Controllo degli enti gestori di forme obbligatorie di previdenza e assistenza sociale (per gli amici: Commissione Enti Gestori). Per motivi che ignoro c'è voluto più di un anno ai piani alti per comporre il puzzle che mi ha portato ad assumere questo incarico. Della Commissione Enti Gestori avevo sentito parlare solo una volta nella legislatura precedente (quando ero in Commissione Finanze al Senato), perché mi era stato sottratto uno dei funzionari in dotazione alla mia Commissione per destinarlo, appunto, alla "Enti Gestori", di cui mi era stata succintamente spiegata la funzione. Mai avrei pensato di trovarmi un giorno a presiederla. A un certo punto della scorsa legislatura mi ero accorto della scomparsa del collega Nannicini. Solo dopo l'ho collegata al fatto che dal 23 febbraio 2021 era diventato, appunto, Presidente della Enti Gestori (il mio predecessore diretto). Un presidente molto più discreto o accomodante, a giudicare da quello che riporta il web (poco o niente), nonostante che nel suo mandato si fosse trovato a gestire una bella gatta da pelare: il conferimento all'INPS, a partire dal 1° luglio 2022, della funzione previdenziale fino a quel momento svolta dall'INPGI, provvedimento preso nella legge di bilancio per il 2022 dal Governo Draghi. Un discreto sollievo per la professione informativa, che infatti ringraziò con il noto applauso:

Questa operazione di acquisto di consenso a prezzo di un gigantesco problema di moral hazard non fu di grande utilità a chi la praticò, ma temo sia stata di grande danno alla credibilità del sistema delle casse, che vive in una dimensione anfibia: enti privati (o privatizzati) che assicurano un diritto costituzionalmente tutelato, talché finché le cose vanno bene si rivendica con toni accesi l'autonomia, ma quando le cose vanno male si viene accolti nelle grandi braccia del bilancio statale. Sarebbe interessante ragionare se vi fossero tracce di questa catastrofe annunciata nei lavori della Commissione (credo di sì).

La storia della Commissione Enti Gestori è piuttosto lunga e può essere fatta risalire al Regio Decreto 2 gennaio 1913, n. 453. All'inizio una stessa Commissione bicamerale doveva vigilare su Cassa Depositi e Prestiti e sul sistema pensionistico. La Commissione venne sdoppiata nel 1989. Fun fact: nella legislatura precedente ero stato in Commissione di vigilanza CDP, cioè nella commissione "cugina" di quella che attualmente mi onoro di presiedere.

Il lavoro di una Commissione bicamerale sconta la difficoltà di dover conciliare i calendari dei due rami del Parlamento e anche quella di doversi relazionare con due Presidenti. I Presidenti di Commissione infatti non hanno rappresentanza esterna, e questo significa, ad esempio, che ogni audizione deve essere autorizzata dai presidenti di entrambi i rami (due lettere da spedire, due autorizzazioni da ricevere). Questi costi di transazione possono essere abbattuti incardinando una "indagine conoscitiva" ai sensi dell'art. 144 del Regolamento (prevale il regolamento del ramo del Parlamento cui appartiene il Presidente, e quindi qui ci riferiamo al Regolamento della Camera). Una volta autorizzata (dai presidenti delle due assemblee) l'indagine conoscitiva, così come deliberata in Commissione, le audizioni in essa programmate possono essere svolte senza ulteriori autorizzazioni. Per questo motivo una volta iniziato a carburare (completati i ranghi dei funzionari) abbiamo incardinato due indagini conoscitive: una sulle politiche di investimento, e una sull'equilibrio delle gestioni.

La prima indagine si è conclusa il mese scorso e il documento conclusivo lo trovate nel resoconto della seduta del 12 giugno 2025, in cui è stato approvato. La sua lettura credo possa interessarvi, e in ogni caso ha interessato gli operatori informativi, che se ne sono occupati, ad esempio qui:


(lo segnalo ai vittimisti paranoici: non tratto male solo voi!), ma anche qui:


con un certo mio stupore.

Nel frattempo, è successo anche che gli uffici del Ministero del Lavoro abbiano preso sul serio il lavoro svolto in Commissione e abbiano interpellato le Casse chiedendo ragguagli:


e questa in effetti è una soddisfazione: vuol dire che il lavoro è stato utile.

Il prossimo 8 luglio presenteremo questo lavoro alla Sala della Regina in Montecitorio. Se avete osservazioni mettetele qui, se volete esserci scrivete al mio indirizzo della Camera (ma i posti sono molto pochi).

sabato 17 maggio 2025

Immigrazione e sostenibilità del primo pilastro pensionistico

 (...la diretta streaming no - nemo propheta in patria - ma almeno il video in differita sui nostri canali sì! Le slides le avete viste qui, e ora potrete esercitarvi a vedere quanto fedele sia la mia memoria...)


(...dichiaro aperta la discussione generale. Va anche detto che per apprezzare l'intervento si dovrebbe prima sentire quello di Sua Eccellenza Reverendissima l'arcivescovo Bruno Forte, ma ci sarà tempo e modo di farlo...)

 

mercoledì 14 maggio 2025

I migranti ci pagano le pensioni

(...in questo momento sui canali social del mio ateneo potete assistere alla diretta Facebook di questo evento che coinvolge un amico mio e di a/simmetrie, ai cui eventi ha partecipato, il senatore Castelli. Non si rinviene traccia del convegno cui ho partecipato io, per cui vi metto qui al volo le slides dell'intervento, che è stato molto apprezzato, insieme con le parole che mi ricordo di aver detto...)


Ringrazio per l'invito il Prof. Veraldi, che mi fornisce questa opportunità di potermi esprimere nel mio ateneo, occasione piuttosto rara. Agli studenti dell'IPSAR De Cecco, per presentarmi, dirò che io sono uno di quei personaggi nullafacenti, incompetenti e potenzialmente corrotti che vanno sotto il nome di politici: così vi vengono presentati dai media, se li consultate. Saluto il comandante della Legione Abruzzo e Molise, come questa mattina, a Pennapiedimonte, ho salutato i suoi uomini impiegati nelle indagini sul tragico fatto che ha colpito la nostra comunità il 30 aprile scorso. Sottolineo che essendo nato a Raiano, cioè in provincia dell'Aquila, il comandante qui è in qualche modo un migrante, cioè un immigrato, che ha dovuto attraversare ben due frontiere per raggiungerci: quella con la provincia di Pescara e quella con la provincia di Chieti. Chi conosce (e subisce) la forza delle identità locali abruzzesi non può che apprezzarne il coraggio! Nonostante la conquista romana, nonostante il successivo il passaggio di diversi fronti, da quello fra longobardi e bizantini a quello fra canadesi e tedeschi, e l'apporto di diverse comunità, jugoslave (Schiavi d'Abruzzo), greche (pensiamo a San Nicola Greco), l'impronta dei nove popoli abruzzesi (Osci, Marsi, Vestini, Peligni, Marrucini, Pentri,  Frentani, Carricini, Sanniti) è ancora molto forte.

Qualcuno ha ricordato che oggi è la giornata dell'Europa. Voglio ricordare che oggi è anche la giornata dedicata alle vittime del terrorismo, perché 47 anni fa venne ritrovato il corpo di Aldo Moro, una delle vittime più note di quella tragica stagione. Non è un ricordo estemporaneo: più tardi parleremo di storia italiana, e ha un senso menzionare quel periodo così violento e tragico.

Ringrazio infine Sua Eccellenza per il suo intervento come sempre ricco di stimoli. Abbiamo sentito uomini di scienza esporre giudizi di valore. Sua Eccellenza ha fatto un'operazione di grande rilievo scientifico: ha dichiarato di voler fare un intervento schierato (schierato, aggiungo io, dalla parte di chi per la propria fragilità merita appunto di essere difeso), ha cioè dichiarato le sue premesse di valore. Questa è un'operazione che ogni scienziato dovrebbe fare, perché le parole della scienza, come ci ha insegnato un grande premio Nobel, Gunnar Myrdal, sono portatrici, spesso involontarie, di giudizi di valore, di valutazioni etiche (buono/cattivo), insidiose perché si presentano sotto le mentite spoglie di una falsa oggettività e con l'autorevolezza, che diventa auctoritas, del ruolo scientifico di chi le propone. Trovo illuminante il fatto che per mettere in guardia da questo pericolo Myrdal faccia l'esempio del termine "integrazione economica". La disintegrazione porta con sé una serie di connotazioni aggressive, negative: non per questo però l'integrazione è sempre cosa buona. Ma la scelta dei termini conta.

Il mio ruolo istituzionale è quello di presidente della Commissione di controllo sugli enti pensionistici. Abbiamo appena terminato un'indagine sugli investimenti finanziari delle casse previdenziali, ne stiamo avviando una sulla sostenibilità del sistema, e in quel contesto troverà naturale collocazione una valutazione del contributo che gli immigrati danno al sistema pensionistico. Insisto sul termine immigrati perché migrano anche gli emigrati, che al sistema pensionistico, per ovvi motivi, non danno un contributo (anche se, come ricorderemo più avanti, possono darlo al Paese nel suo complesso). I flussi di uomini, come quelli di capitali, hanno una direzione, e questa direzione è elemento determinante per la valutazione dei loro effetti. L'indagine non è ancora stata svolta e quindi non posso riferirvene i risultati, ma vi fornirò qualche elemento di riflessione per inquadrare l'argomento, e parto ancora una volta da due spunti forniti dall'intervento di Sua Eccellenza.

Nel suo discorso Sua Eccellenza ha ricondotto la motivazione profonda dei flussi migratori all'aspirazione individuale, naturale e insopprimibile, alla felicità. Un'aspirazione così connaturata all'essere umano che alcune costituzioni, in particolare una che potremmo scherzosamente definire più costituzione delle altre, nella fattoria delle costituzioni, pongono esplicitamente la ricerca della felicità fra i diritti inalienabili dell'essere umano. Ora, nessuno di noi è animato da una irrazionale pulsione repressiva verso questo inalienabile diritto. Ci riconosciamo anzi nelle parole dello zio Tobias: "—go, poor devil, get thee gone, why should I hurt thee ?—This world surely is wide enough to hold both thee and me." [NdCN: la citazione di Sterne è solo per voi, ovviamente...].

Si pone però un problema. Non credo lo sappiate, ma da quattordici anni tengo un blog, un blog di cui questo ateneo dovrebbe essere fiero, visto che la terza missione riceve sempre più attenzione, poiché non è cosa usuale che il blog di un economista batta per due anni di file il Sole 24 Ore alla Festa della Rete! L'articolo più letto del mio blog però non parla di economia: riferisce il dialogo che ho avuto con un africano che mi chiedeva l'elemosina. La cosa più evidente era che a questa persona era stata data un'idea assolutamente fuorviante del nostro Paese, gli era stato dipinto come un Eden, e non gli era stato fornito un dato fondamentale: che da noi il tasso di disoccupazione era (all'epoca) il doppio di quanto non fosse a casa sua, per cui molto difficilmente avrebbe potuto trovare un lavoro compatibile con la sua formazione (era un parrucchiere, a suo dire). Ecco: la ricerca della felicità non andrebbe costruita sulla prima manifestazione del Maligno, la menzogna! Eppure, è un dato di fatto che chi lucra su certi fenomeni diffonde menzogne sulle condizioni del nostro Paese, descrivendolo come un Eden, per renderlo più attrattivo. Credo sia invece importante che tutti, a partire da noi, abbiamo del nostro Paese un'immagine oggettiva, basata sui dati, e lo scopo del mio intervento è esattamente quello di fornirvela.

Infine, ho particolarmente apprezzato il richiamo di Sua Eccellenza alle parole di Benedetto XVI sul diritto a non emigrare, a non essere costretti ad avventurarsi in terre lontane e potenzialmente inospitali in cerca della propria felicità. Qualsiasi forma di costrizione, implicita o esplicita, è comunque incompatibile con una piena realizzazione dell'essere umano, e va evitato che la mobilità del lavoro diventi, nelle parole del Pontefice scomparso, un calvario per la sopravvivenza. Queste parole acquistano una grande pregnanza in Abruzzo, che che conta una comunità estera di numerosità quasi pari a quella della popolazione residente. Qui in Abruzzo, e in particolare qui, nella nostra provincia di Chieti, è vivo l'allarme per la diminuzione della popolazione, in gran parte dovuta al fatto che i nostri giovani, i giovani formati nelle nostre eccellenti università, sono costretti a cercare miglior fortuna altrove, come prima di loro i loro padri e i loro nonni. Intendiamoci: fare un'esperienza all'estero, laddove sia una scelta, è un fatto positivo, entusiasmante, che arricchisce innanzitutto umanamente e culturalmente. Sono tanti gli abruzzesi che hanno illustrato nel resto del mondo il nome della nostra Regione, grazie al loro ingegno, alla loro creatività, alla loro tenacia, alla loro capacità inesauribile di impegnarsi per raggiungere obiettivi. Ce ne sono, in particolare, nella professione che alcuni di voi intendono intraprendere. Tuttavia, in quanto vi mostrerò oggi oggi troverete anche le spiegazioni del perché, pur non volendolo, potreste essere costretti ad andarvene altrove.


In questo grafico sono rappresentati gli ultimi 76 anni di Pil italiano. Ricordo brevemente ai non specialisti che in una economia di mercato si produce per vendere e si vende per guadagnare. Questo significa che il Pil non è solo il valore di tutti i beni prodotti e i servizi erogati in una certa unità di tempo (in questo caso un anno), ma è anche la somma delle remunerazioni corrisposte Al lavoro e al capitale impiegati per produrli, ed è anche la somma delle varie voci di spesa effettuata per acquistare questi beni e servizi.

Il grafico riporta in blu i valori storici, mentre in arancione la retta che interpola i dati dal 1950 al 2007, e poi, in tratteggio, la sua estrapolazione dal 2008 al 2025. Naturalmente questa semplice estrapolazione statistica non ha alcun particolare valore scientifico. Non vi annoio con la teoria dei processi stocastici, ma rivendico la validità di questo strumento come ausilio per una analisi descrittiva dei dati. Prima abbiamo parlato del tragico sequestro Moro, di quegli anni di fortissima conflittualità sociale,ma avrei potuto parlare delle guerre che in questo periodo hanno sconvolto il mondo, a partire da quella del Vietnam, avrei potuto parlare delle crisi energetiche degli anni 70, quando il prezzo del petrolio decuplicò, avrei potuto parlare delle grandi crisi finanziarie, la crisi asiatica, ad esempio. Ecco, attraverso questo periodo scosso da turbamenti politici ed economici di scala tutto sommato non inferiore a quelli attuali il valore della nostra produzione, la somma delle nostre remunerazioni, è andata crescendo in modo più o meno costante. Dal 2007 in poi invece questa crescita si è arrestata. C’è stata sì una grande crisi finanziaria, quella del 2008, come ce ne erano state altre. Quella che è mancata però è stata la ripresa. Solo nel 2024 siamo tornati a un volume di reddito analogo a quello del 2007. Il paese ha perso 17 anni di crescita. Si tratta di un evento epocale, nel senso etimologico del termine: un evento che marca un’epoca. Noi non ne siamo consapevoli, ma fra due o tre secoli, e poi nei lunghi secoli a venire, gli storici si interrogheranno su che cosa è successo al nostro paese in questi 17 anni. La risposta non è difficile, e dipende da una scelta (sbagliata) di politica economica:


Questo grafico mostra l’andamento tendenziale e effettivo degli investimenti pubblici. Ricordo ai non esperti che in macroeconomia per investimento si intende l’acquisto di beni capitali, di macchinari, di attrezzature, di mezzi di trasporto industriali, insomma, di manufatti che servono a produrre altri beni, o di infrastrutture, come le strade, i ponti, eccetera. Non si intende per investimento quello finanziario, cioè l'acquisto di un prodotto finanziario (titolo pubblico, azione, quota di fondo comune, polizza assicurativa, ecc.) coi propri risparmi. Il taglio degli investimenti pubblici, cioè delle infrastrutture, delle scuole, dei ponti, degli ospedali, delle strade, in una fase in cui l’economia non stava andando bene dopo la crisi finanziaria scoppiata nel settembre 2008, ha ampliato e reso persistenti gli effetti di quella crisi. Si diceva che questo era necessario per ridurre la spesa pubblica, e si sosteneva che la spesa pubblica spiazza quella privata. L’argomento è che quando fa ricorso ai mercati, indebitandosi, per finanziare i propri investimenti, lo Stato fa alzare il tasso di interesse, e in questo modo scoraggia gli investimenti privati. Ci dovremmo quindi aspettare che a fronte di questo calo drastico degli investimenti pubblici ci sia stato un aumento degli investimenti privati che abbia tenuto il totale degli investimenti più o meno in linea. Invece è andata così:


Stranamente, per chi crede all’economia terrapiattista insegnata in certe università, il più protratto calo del Pil nell’intera storia dell’Italia unita è andato insieme al più protratto calo degli investimenti fissi lordi nella storia dell’Italia unita!

Ora, in effetti non è assolutamente strano che sia così, se ci pensate bene, perché le scelte di investimento Dei privati, cioè la scelta se ampliare o meno uno stabilimento, la scelta se localizzarlo in una o in un’altra provincia, la scelta di acquistare un macchinario capace di produrre un maggior numero di prodotti nell’unità di tempo, dipendono anche dal tasso di interesse, non esclusivamente dal tasso di interesse (come nel modello terrapiattista). Sono molto importanti, nelle scelte degli imprenditori veri (non di quelli raccontati dalle televisioni o dalle associazioni di categoria) anche altri fattori. Vi faccio un esempio utilizzando un bene che probabilmente tutti avrete visto una volta in vita vostra, la bottiglia da 33 cl di una nota marca di birra italiana. Forse non lo sapete ma se non tutte, quasi tutte queste bottiglie vengono prodotte da una azienda abruzzese. Visitando quella azienda ci è stato detto che non riuscivano ad aumentare il volume della produzione, cosa che avrebbero potuto e voluto fare, semplicemente perché non veniva fatta una bretella che avrebbe collegato il loro stabilimento al casello autostradale senza passare per un paese vicino, il cui traffico era già sufficientemente congestionato. Era il numero di camion che potevano entrare o uscire dall’azienda a limitarne il potenziale produttivo, e questo numero di camion dipendeva non dal tasso di interesse, ma dal fatto che si facesse o meno un investimento pubblico: una corta bretella autostradale.

L’investimento pubblico quindi non sempre spiazza: in molti casi incentiva l’investimento privato. D’altra parte, pensateci: si producono beni per venderli, ma se non si riesce a portarli al mercato, che li si produce a fare? E la prima delle infrastrutture che uno Stato assicura è appunto quella di trasporto. Capito perché tagliando gli investimenti pubblici si sono tagliati gli investimenti privati e quindi si è abbattuta la capacità produttiva, la produttività del paese? Ma la storia naturalmente non finisce qui, visto che, come ci siamo detti, il Pil non è solo il valore della produzione, ma anche il valore delle remunerazioni corrisposte a chi l’ha posta in essere, e in particolare ai lavoratori. Che cosa è successo a queste remunerazioni? È successo questo:


Dato che il Pil è il valore della produzione ed è anche il totale delle remunerazioni dei fattori produttivi, fra cui le retribuzioni dei lavoratori , esattamente come il valore della produzione si è scostato verso il basso dal suo tendenziale, anche il valore delle retribuzioni dei lavoratori si è scostato verso il basso dal suo tendenziale. Sono praticamente la stessa cosa, si sono comportati nello stesso modo. E qui ci avviciniamo al discorso pensioni, naturalmente, perché visto che i contributi sociali, cioè la quota di retribuzione che viene trattenuta per corrispondere le pensioni, sono proporzionali alle retribuzioni, anche il gettito contributivo si è scostato verso il basso dal tendenziale. Sì, avete capito bene: esattamente quelle politiche di austerità fatte per salvare le generazioni future, fatte per alleviare il peso del debito e delle pensioni sulle vostre spalle, hanno reso più oneroso, più difficile da soddisfare, questo impegno, perché hanno prosciugato la fonte del suo finanziamento. Chi vi ha raccontato che stava facendo qualcosa per voi, in realtà stava lavorando contro di voi. E a proposito di generazioni future, c’è anche un altro dettaglio che andrebbe messo in evidenza. Retribuzioni basse, precarietà economica, impediscono di mettere su famiglia. Il risultato è questo qui:

Per 15 anni, dal 1995 al 2010, il numero di nati vivi in Italia era andato crescendo, seppure lievemente, in Italia. Dall’inizio della stagione dell’austerità si evidenzia un cambiamento strutturale molto appariscente, con un brusco calo dei nati vivi e un crollo della fertilità al valore attuale di 1,2 bambini per donna, assolutamente insufficiente, come è ovvio, ad assicurare il mantenimento della popolazione a un livello costante (per ottenere questo risultato il tasso di fertilità deve essere pari a 2,1). E infatti, la popolazione italiana è in drastico calo dalla stagione dell’austerità in qua.

Correlazione non vuol dire causazione, va da sé. Però questo:

cioè, il fatto che il brusco calo dei nati vivi sia contemporaneo al brusco scostamento del Pil dal suo tendenziale, è un fenomeno che va spiegato. Non vogliamo imporre l’idea che sia il calo del Pil ad aver determinato il calo delle nascite, ma se non è stato questo, che cosa è stato? Se non è stata la difficoltà di trovare lavoro e metter su famiglia a compromettere la demografia del nostro paese, che cosa può averla compromessa? Si accettano spiegazioni, di qualsiasi tipo, purché compatibili con l’andamento dei dati. Non credo che se ne troveranno di più convincenti di questa però.

C’è poi un altro aspetto. La sostenibilità del debito e del sistema pensionistico si misura ovviamente in rapporto al Pil. Perché? Perché il Pil è la somma dei redditi.in un paese dove si guadagna bene, si raccolgono molti contributi, e si possono pagare delle pensioni decenti. Se invece nel paese si comincia a guadagnare male, il peso delle pensioni sul Pil aumenta rendendo più difficile mantenere il patto di solidarietà intergenerazionale. Ora, il drastico calo del tasso di crescita del Pil dovuto alle politiche di austerità ha determinato una impennata del rapporto al Pil della spesa pensionistica. Lo vedete in questo grafico dove in blu è rappresentato l’andamento storico del rapporto spesa pensionistica/Pil e in arancione l’andamento che si sarebbe manifestato se il tasso di crescita del Pil fosse rimasto quello precedente alla stagione dell’austerità:

Insomma, tirando le fila del discorso, la sintesi di quanto ci siamo detti finora è questa:

E anche qui, sì, avete capito benissimo! Sono state esattamente le politiche messe in opera per farlo diminuire, cioè le politiche di austerità ad aver invece fatto aumentare il rapporto fra spesa pensionistica e Pil. Non è un risultato paradossale. In un rapporto il calo del denominatore Determina una esplosione che in circostanze piuttosto comuni può sovrastare quella di un pari ricavo del numeratore. Quindi, le politiche di austerità, cioè politiche che tagliano gli investimenti pubblici quando l’economia va male, cioè le politiche che assecondano la fase negativa del ciclo economico, che la accentuano, cioè le politiche, come dicono gli economisti,  procicliche, sono la causa della compromissione del sistema pensionistico, e quindi della compromissione del vostro futuro. E questo non ve lo dice un docente di questa università. Questo ve lo dice niente meno che il presidente Draghi, anche nessun giornale ha mai attirato la vostra attenzione sul significato delle sue parole:


Non ve le tradurrò, per il semplice motivo che, come avrete capito, il risultato delle politiche fatte per “salvarvi“ dai vostri genitori cattivi e che voi ve ne dovrete andare in giro per il mondo, quindi l’inglese è meglio che lo impariate subito, se già non lo sapete, e questo può essere un testo interessante sul quale esercitarsi, anche perché vi riguarda direttamente.

Quindi, voi ve ne andrete, e al vostro posto probabilmente verrà qualcun altro. La domanda che ci poniamo un po’ tutti è: ma chi verrà al posto vostro, darà un contributo al sistema sufficiente per renderlo sostenibile?

Vi fornisco qualche elemento di riflessione, visto che, come ho detto in premessa, conclusioni precise non ne ho, dal momento che l’indagine su questo aspetto ancora non l’ho effettuata. Intanto, una prima domanda che ci potremmo porre è se l’arrivo di persone appartenenti a popolazioni diverse dalla nostra possa dare un contributo significativo al tasso di fertilità nel nostro paese. La risposta è no, per un motivo molto semplice, che vedete in questo grafico:

In questo grafico vedete rappresentato il tasso di fertilità di alcuni paesi. La linea rossa tratteggiata è posta a 2,1 figli per donna, il tasso di fertilità che, come vi dicevo, consente di mantenere la popolazione costante, tenuto conto della mortalità infantile. Il tasso di fertilità dell’Italia è la barra in rosso ed è 1,2, sotto il livello di rimpiazzo.

Ora, naturalmente, sappiamo che avere un tasso di fertilità così basso crea dei problemi, ma non è detto che avere un tasso di fertilità molto alto sia necessariamente una soluzione. Ad esempio, il paese con il tasso di fertilità più alto al mondo è la Somalia, un paese in cui, se lo conoscete, difficilmente potreste aver voglia di trasferirvi: povertà, conflitti etnici, un quadro disastroso sotto il profilo economico ed umanitario. D’altra parte, il paese con il tasso di fertilità più basso è Macao, una ex colonia portoghese in Cina, un paese relativamente tranquillo, in crescita, forse non in testa ai vostri desideri, ma sicuramente un posto dal quale, se ci andaste, torneresti indietro vivi. La Cina ha un noto problema di fertilità, a causa della “politica del figlio unico“. Le autorità cinesi infatti per lungo tempo hanno proibito alle coppie di avere più di un figlio, perché temevano di non riuscire a sostenere la crescita esponenziale della popolazione, temevano che non ci fossero sufficienti risorse per sfamarla, e nel sistema di economia collettivista dell’epoca forse questo timore era fondato. Fatto sta che aver impedito alle donne di fare più di un figlio ha causato, da qualche anno a questa parte, un brusco calo della popolazione cinese che infatti è stata recentemente superata da quella indiana, e ora la Cina ha il problema opposto a quello che pensava di avere e cui ha ovviato in modo troppo drastico.

Questa cosa ci riguarda? Un po’ sì, perché una delle comunità più presenti in Italia è quella cinese, cioè una comunità che ha un tasso di fertilità più basso di quello delle donne italiane. Lo stesso vale per la comunità più presente in Italia, quella rumena, e anche per altre comunità straniere presenti in Italia. Di fatto solo la comunità pakistana ha un tasso di fertilità significativamente superiore al tasso di rimpiazzo (3,5). La maggior parte delle altre etnie presenti condividono con gli autoctoni il fatto di avere un tasso di fertilità inferiore a 2,1, e quindi la fertilità delle donne straniere in Italia è di 1,9, cioè non raggiunge il livello di rimpiazzo. Con l’occasione vi faccio notare che in media mondiale, il tasso di fertilità è 2,2, il che significa che la popolazione mondiale sta ancora crescendo, ma che è abbastanza vicina a stabilizzarsi, contro le previsioni catastrofiste dei maltusiani.

Posto che la capacità delle donne immigrate di alimentare la popolazione residente non è poi così determinante, veniamo a un altro aspetto: quanto contribuiscono gli immigrati al mercato del lavoro? Qui vedete qualche dato:

La maggior parte dei permessi di soggiorno non viene rilasciata per motivi di lavoro, ma per ricongiungimenti familiari o per protezione umanitaria. Questo significa che chi viene in questo paese necessita in larga parte di usufruire del nostro sistema educativo, sanitario, ma non necessariamente contribuisce a sostenerlo (su questo vi darò qualche dato più sotto). Il tasso di disoccupazione dei lavoratori stranieri è quasi il doppio di quello degli italiani, mentre le loro retribuzioni in media  sono quasi la metà di quelle degli italiani. In effetti, nonostante i lavoratori stranieri siano il 10% degli occupati, l'INPS certifica che essi contribuiscono solo per il 6% al totale del monte contributivo. Si tratta di un contributo importante, ed è meglio averlo che non averlo, naturalmente, ma è evidente che affermazioni semplicistiche come “i migranti ci pagano le pensioni“ sono fattualmente infondate. Non lo fanno perché non possono farlo, e anzi, purtroppo, verosimilmente non riescono neanche a pagare le loro, e comunque, se e quando le riceveranno, non è detto che poi le spenderanno nel nostro paese (ma anche di questo vi dirò meglio dopo).

Non mancano studi dettagliati che cercano di dimostrare come l’apporto degli immigrati regolari al bilancio pubblico sia positivo. Inutile dire che questo nulla toglie al danno che gli immigrati clandestini viceversa apportano, non fosse che per l’esigenza di mantenere una struttura piuttosto costosa per garantire la sicurezza loro e della popolazione residente. Qui vi faccio vedere le conclusioni cui giungono sul blog della Bocconi alcuni economisti:


La sintesi è che gli immigrati regolari contribuirebbero al bilancio pubblico con 4 miliardi, che è una cifra ragguardevole (ci si potrebbe tranquillamente finanziare la rottamazione quinquies e un ulteriore taglio delle aliquote IRPEF, per dire). Notate però che per arrivare a questo risultato gli autori fanno una serie di ipotesi. Sarebbe interessante verificare la robustezza di questo risultato rispetto a piccoli scostamenti aleatori delle singole voci dalla loro valutazione puntuale fornita nella tabella. Potrebbe essere un esercizio divertente, ma me lo sono risparmiato perché il punto su quale vorrei attirare la vostra attenzione è un altro: per quanto si possa argomentare che il contributo del lavoratori immigrati al bilancio dello Stato sia positivo, fatto sta che il contributo dei lavoratori immigrati alla bilancia dei pagamenti è senz’altro negativo. La Banca d’Italia ci dice che le rimesse degli immigrati, cioè i soldi che i lavoratori stranieri presenti nel nostro paese inviano ai loro paesi di origine, si situano intorno ai 9 miliardi, appesantendo i conti con l’estero. Nel grafico qua sotto il fenomeno è registrato dalle barre gialle, che infatti sono in territorio negativo, e che rappresentano il saldo dei cosiddetti redditi secondari della bilancia di pagamenti, cioè dei redditi derivanti da operazioni di redistribuzione (e mandare una parte del proprio stipendio alla propria famiglia nel paese di origine è una operazione di redistribuzione): 


Noi dovremmo essere ben consapevoli di questo fenomeno, atteso che la prima industrializzazione dell’Italia, quella dell’inizio del secolo scorso, è stata finanziata largamente con le rimesse dei nostri emigrati, che erano gli immigrati nelle Americhe (non solo Stati Uniti, anche Argentina, Brasile, eccetera). Quindi, dall’esportazione di lavoratori si può trarre un reddito (le rimesse degli emigrati), esattamente come dall’importazione di lavoratori bisogna essere consapevoli che si sosterrà un costo come sistema paese (le rimesse degli immigrati), un costo che si riflette sulla bilancia dei pagamenti.

La situazione italiana non è fuori controllo sotto questo profilo. Va molto peggio in altri paesi come la Francia, che essendo ex potenze coloniali hanno un flusso di redditi secondari in uscita molto più cospicuo, come potete vedere da questo grafico.



Resta il punto che vale per il lavoro quello che vale per l'altro fattore di produzione: il capitale. Esportarlo contribuisce positivamente alla bilancia dei pagamenti (dai capitali esportati si percepiscono interessi e dividendi, dai lavoratori esportati si percepiscono rimesse), importarlo contribuisce negativamente (vale il ragionamento uguale e contrario).

Ecco, il mio scopo era solo fornirvi qualche dato e qualche elemento di riflessione. Non c'è nulla di intrinsecamente vantaggioso o svantaggioso in economia, e non c'è nulla di gratuito. Come tante altre cose, anche i flussi di lavoratori in entrata (o in uscita) non sono un pasto gratis: suggerirlo è diseducativo e politicamente inopportuno.

Spero che questi elementi di riflessione possano aiutarvi, e vi auguro per il vostro futuro in questo o in altri Paesi tutto il bene possibile.

domenica 11 maggio 2025

Chiuso per disco

Ho in coda almeno tre post: la seconda parte del post sui salari (dove ci occupiamo dei deflatori), una simpatica rettifica al nostro troll liberista preferito, e una variazione sul tema dei "migranti" che ci pagano le pensioni.

Breve inciso su quest'ultimo punto: ho appena conosciuto un pizzoferratese che ha studiato a Villa Santa Maria, ha fatto lo chef in giro per il mondo, è tornato al paese con pensione americana e non sa che chi vi scrive ha fatto questo in legge di bilancio 2019:


perché glielo ha chiesto il suo capo:


Gli ho spiegato che secondo me paga troppe tasse, vediamo se il suo CAF sarà d'accordo. Comunque, questo è un buon esempio del punto che volevo sollevare: siccome l'uomo è uno, o fa le cose, o le racconta. Quasi sempre chi racconta non fa, e chi fa quasi mai ha tempo di raccontare. Trovare un equilibrio è difficile, ed è per questo che ci si deve costruire una squadra.

Oggi devo lavorare al disco, quindi non posso raccontarvi nulla. Giornata dedicata alla musica, quella mia, e quella della Polizia di Stato. I tre post resteranno in coda, e voi leggerete altro: vi auguro un bell'editoriale di Giavazzi sui danni che ci ha fatto l'euro (lui ce lo ha sempre detto, non ricordate)? A seguire confessione di Draghi...

A presto!

(...magari un giorno vi racconterò la storia della flat tax per pensionati esteri...)

Addendum delle 14:52

Fatto l'inventario:


accompagnato dal rumore della pioggia, che silenzia tutto il resto (non passa una macchina, non abbaia un cane, non nitrisce un cavallo...), allestito il mio studio mi metto in caccia delle magagne:


Non sono poi così tante: godicchio discretamente, nonostante questo riavvicinamento alla durezza del vivere da musicista... L'onoré riprende servizio alle 17:30 a Lama dei Peligni, fate i bravi e a presto!