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sabato 21 marzo 2026

La bilancia dei pagamenti fluisciue (BPM6)

In questo mondo a misura di cretino (il dibattito sul referendum ci lascia poche speranze in merito) capita anche che si sia deciso di reimpostare in termini economico-patrimoniali un documento che, registrando pagamenti, era tradizionalmente stilato in termini di cassa. L'argomento sarebbe piuttosto tecnico e quindi in teoria non appassionante (un comunicatore prontamente interverrebbe a reprimermi al grido di "la signora Maria non lo capisce!", e in effetti va detto che la mia spiegazione della riforma era oscura e contraddittoria - per non parlare di quanto fosse "divisiva", altro motivo di censura da parte dei comunicatori - motivo per cui c'è da rallegrarsi che io non sia stato mandato a diffonderla), ma siccome la bilancia dei pagamenti (di questo stiamo parlando) è nei fatti lo strumento analitico cardine del nostro discorso, avviato il 16 novembre del 2011 proprio per affermare il principio, allora eretico e ora mainstream, che sono gli squilibri esteri a determinare le crisi finanziarie, temo che dovremo occuparcene, anche in vista dei prossimi incontri (a titolo di esempio, il 28 marzo sarò a Genova e il 12 aprile a Roma in varie scuole della Lega per parlare di international finance).

Questo post quindi rettifica il precedente post in cui ci occupammo di bilancia del pagamenti, e la necessità di questa rettifica scaturisce dal fatto che a partire dalla sesta edizione, pubblicata nel 2009, sono cambiati i criteri di registrazione delle transazioni finanziarie (cioè della compilazione del financial account, del conto finanziario della bilancia dei pagamenti), il che comporta che questo grafico:


e quindi l'analoga Figura 7 del Tramonto dell'euro:


non siano più corretti, perché il segno del saldo finanziario è cambiato. Intendiamoci: i fatti economici restano, e quindi vale sempre l'ovvio principio che chi è esportatore netto di beni (merci e servizi) è anche esportatore netto di capitali, cioè che il risparmio "fluisciue" dai Paesi esportatori netti di beni verso i Paesi importatori netti di beni (ricordo che "fluisciue" non è un errore di ortografia, ma di contabilità nazionale...). Quello che cambia è la loro rappresentazione.

Vi spiego rapidamente come e perché è cambiata, non prima di segnalarvi come questa innovazione comporterà, probabilmente, la necessità di riscrivere alcune pagine del Tramonto, e quindi di fare una vera e propria riedizione, dato che, lo ripeto, la bilancia dei pagamenti e la sua corretta comprensione sono centrali nel nostro ragionamento, e lasciare il testo così com'è obbligherebbe il lettore a uno sforzo di storicizzazione che secondo me frustrerebbe l'intento didattico del testo (ad esempio,  la Figura 7 e la sua spiegazione andranno riscritte). Già la contabilità non è materia ovvia: se in più ci si aggiungesse anche la necessità di confrontare con le fonti attuali (aggiornate al nuovo sistema) dei grafici redatti secondo il vecchio sistema si manderebbe in confusione il lettore, e si darebbe a un infinito stuolo di esperti à la Zamponi l'opportunità di dire che "Bagnai ha sbagliato segno!".

Come è cambiata la rappresentazione degli scambi finanziari?

Fino al quinto manuale della Bilancia dei pagamenti, la registrazione delle transazioni fra unità residenti e non residenti seguiva un criterio di cassa piuttosto ovvio: le transazioni che davano luogo ad un afflusso di cassa (l'esportazione di un bene, la vendita di un titolo - e quindi l'accensione di un debito) venivano registrate con segno positivo, mentre le transazioni che davano luogo a un deflusso di cassa (l'importazioni di un bene, l'acquisto di un titolo - e quindi l'accensione di un credito) venivano registrate con segno negativo. Lo trovate scritto a pagina 7:


Di conseguenza:


che è appunto quanto vedete nei due grafici sopra riportati: a un surplus delle partite correnti corrisponde un deflusso di capitali, cioè un aumento di crediti (claims) verso i non residenti (capitale degli operatori residenti che "fluisciue" all'estero per acquistare carta non residente).

A partire dal sesto manuale della bilancia dei pagamenti (che trovate qui) le cose cambiano, perché la rappresentazione degli scambi finanziari non avviene più secondo la logica credits/debits (afflussi o deflussi di valuta), ma secondo la logica dell'acquisizione o cessione netta di attività finanziarie. Lo trovate scritto a pag. 9:


dove, come vedete, non si parla di segno cambiato, com'era prima. La conseguenza pratica è spiegata nel box 2.1 dello stesso manuale:


ovvero: per rendere la presentazione dei dati a prova di idiota, la rappresentazione aggregata segue un criterio economico-patrimoniale, cioè evidenzia il fatto che quando da un Paese fuoriescono capitali quel Paese è più "ricco" (perché ha acquisito attività finanziarie estere: ad esempio, titoli del Tesoro statunitense), anziché il criterio di cassa, quello che evidenzia che per acquistare attività finanziarie estere occorre che dal Paese escano soldi. La logica attuale è esemplificata (data la necessità di venire incontro agli idioti che non capirebbero per quale motivo un incremento delle attività finanziarie veniva registrato con segno negativo) in un semplice esempio numerico, la Table 2.1 che vi mostro:


dove noterete che anche nelle partite correnti si abbandona il criterio di cassa, per cui le importazioni non sono registrate con segno meno (pur rappresentando una fuoriuscita di valuta) ma col segno più (come in contabilità nazionale), dal che consegue che il saldo delle partite correnti non è più una somma algebrica ma la differenza fra voci "a credito" e "a debito" (cioè, appunto, X-M), e conseguentemente il conto finanziario cambia in modo ancor più radicale, perché i flussi di nuove attività e passività finanziarie sono riportati in termini netti e anch'essi entrambi con segno positivo, per cui il loro saldo non si ottiene per somma algebrica come prima, ma sottraendo alle attività le passività (57 - 47 = 10) ed è uguale alla somma algebrica dei saldi delle partite correnti e del conto capitale non cambiata di segno (ovviamente, stiamo immaginando che non ci siano errori ed omissioni, che nello schema sono poste a zero, altrimenti dovremmo tenerne conto: ricordo che questi errori ed omissioni derivano sostanzialmente dal fatto che le statistiche doganali e quelle finanziarie seguono logiche diverse e non immediatamente riconciliabili).

Questo è spiegato anche nelle fuck, pardon: FAQ, sulle differenze fra i due sistemi, segnatamente nella domanda 3 dell'allegato I sulle convenzioni circa i segni adottati dal BPM6:


ma anche, prima, da questo simpatico schemetto:

e direi che con questo le spiegazioni su come è cambiata la rappresentazione possiamo dichiararle concluse (salvo vostre domande).

Perché è cambiato il criterio di rappresentazione?

Beh, è spiegato nel manuale: per riconciliare la contabilità degli scambi con l'estero con la contabilità nazionale (spiegazione "alta"), ma anche per venire incontro a due categorie di idioti: quelli che non capiscono che sottrarre M a X è del tutto equivalente a sommare -M a X (cioè gli ignari di algebra, che dobbiamo supporre essere piuttosto numerosi nell'anglosfera, soprattutto fra gli scolarizzati nel XXI secolo), e quelli che non capiscono che per acquistare un titolo estero devi far uscire capitali dal Paese.

Qui si apre un interessante spaccato ermeneutico. Posto che la sostanza dei fatti non cambia, nel senso che alla base delle registrazioni c'è sempre il criterio della partita doppia, la scelta di abbandonare un criterio in cui la correttezza delle registrazioni veniva verificata controllando che la somma algebrica dei vari saldi sommasse a zero ovviamente influisce (anzi: influisciue) sulla rappresentazione e quindi sulla narrazione della realtà (che resta identica).

Banalmente, nella rappresentazione precedente, dato che a un saldo delle partite correnti attivo corrispondeva un saldo finanziario negativo, era immediatamente percepibile, anche dal più sprovveduto dei lettori, che quando le partite correnti sono in attivo il risparmio nazionale "fluisciue" verso l'estero: il segno meno era la più chiara indicazione del fatto che quei soldi venivano sottratti al finanziamento di attività nazionali. Nella rappresentazione attuale, dove a parità di condizioni (cioè di saldo delle partite correnti attivo) il saldo finanziario è positivo, si evidenzia invece che quando il risparmio nazionale "fluisciue" all'estero il Paese è più ricco perché accumula attività finanziarie emesse da non residenti, e questo di per sé sembra (e in una certa misura è) un dato positivo, ma è anche una fuga di capitali, cioè esattamente quella cosa di cui l'establishment europeo, a partire da LVI, si lamenta, pur continuando a gonfiarci le zampogne col mantra della competitività, che significa maggior surplus delle partite correnti, che significa maggior deflusso di capitali (perché significa maggiore disponibilità di risorse finanziarie, raccolte anche esportando, rispetto a quelle impiegate per sostenere gli investimenti nazionali).

L'auspicabile transito dal mantra della competitività al mantra della crescita richiederebbe che si deprecasse il modello di sviluppo basato sul surplus estero, e si riflettesse sulla necessità, per un'ordinata convivenza fra i popoli, di immaginare un insieme di regole che conduca a scambi internazionali equilibrati, nello spirito della proposta di Keynes a Bretton Woods, che sostanzialmente prevedeva un demurrage sui saldi attivi. Capite bene che una riflessione di questo genere è difficile da proporre se la rappresentazione dei fatti economici suggerisce ai decisori politici che fomentando gli squilibri diventeranno più ricchy!

Aggiungo, con l'occasione, una precisazione tecnica a beneficio dei tanti amici secondo cui "tu attacchi la Germania per il suo gigantesco surplus ma ci hai spiegato che il modello di crescita post-Keynesiano è trainato dalle esportazioni e quindi sei incoerente!". Poveri cocchi, non vogliategli male! Non sono cattivi: semplicemente, non sanno leggere. Il modello di crescita export-led post-Keynesiano si fonda infatti sulla relazione X = M, cioè sull'ipotesi che nel lungo periodo i conti con l'estero siano in equilibrio (come vi spiegai a suo tempo qui). In altri termini, non c'è nulla nel modello post-Keynesiano che suggerisca l'opportunità di fomentare squilibri macroeconomici globali (altrimenti non sarebbe un modello post-Keynesiano, ma un modello post-Colbertiano, per dire).

E quindi?

E quindi nella rappresentazione attuale, quella introdotta dalla sesta e mantenuta dalla settima versione del manuale sulla bilancia dei pagamenti, nei due grafici sopra riportati il saldo delle partite correnti e quello finanziario anziché muoversi a specchio coinciderebbero. Questo ovviamente comporterebbe che se fosse nullo (cioè in equilibrio) il primo sarebbe nullo (cioè in equilibrio) anche il secondo, cioè non si registrerebbero deflussi (o afflussi) netti di capitale, con l'osservazione che i deflussi di capitale ora avrebbero segno positivo, e gli afflussi segno negativo.

Tutto chiaro?

Bene.

Se siamo tutti a bordo, vediamo allora da quanto i capitali hanno iniziato a defluire (anzi, a defluisciuere) dall'Eurozona. Ci aiuta il Fondo monetario internazionale, e la risposta la sapete già...

I dati si presentano così:


Estraendoli possiamo riordinarli in questa tabella:


dove noterete che in virtù dell'innovazione metodologica apportata per calcolare il totale a pareggio il FAB (financial account balance) va sottratto e non sommato, e rappresentandoli graficamente si ottiene questo:


Come vedete, ora partite correnti e conto finanziario non si muovono più a specchio ma in parallelo. In un certo senso, questo facilita l'intuizione: sia le esportazioni nette di beni (merci e servizi) che quelle di capitali ora hanno segno positivo. Basta ricordarsi, però, che le prime sono soldi che entrano, e le seconde soldi che escono (e di cui non bisogna lamentare ipocritamente la dipartita, se ci si felicita dell'ingresso dei proventi delle esportazioni).

Naturalmente i dati raccontano quello che sapete, e in particolare che abbiamo sviscerato il 5 marzo scorso, cioè che l'esportazione verso l'estero degli squilibri dell'Eurozona coincide con l'adozione delle politiche di austerità. La distruzione del mercato interno ha costretto la potenza egemone a cercare mercati di sbocco altrove, e la depressione delle economia europee ha spinto a cercare altrove opportunità di investimento (le due cose viaggiano di pari passo per ovvi motivi).

Qui siamo ancora nel mondo dei flussi, cioè dei nuovi debiti (importazione di capitali) o crediti (esportazione di capitali) accesi nel corso dell'anno.

Le linee di approfondimento sono almeno due: la prima consiste nel distinguere, all'interno dei movimenti di capitali, quale sia la componente di investimenti di portafoglio (cioè con finalità di gestione della liquidità) e quale quella di investimenti diretti (cioè con finalità di gestione di un'azienda). La seconda consiste nel vedere in che modo questi flussi determinano l'evoluzione degli stock, cioè la IIP (International Investment Position) del Paese.

Le domande che possiamo porci quindi sono diverse. Ve ne elenco un paio, quelle cui penso ragionevolmente di poter rispondere prima di arrivare a Milano:

  1. l'esplosione nell'acquisizione netta di attività estere dipende da un incremento nell'acquisizione di attività estere/rimborso dei debiti versi l'estero da parte dei residenti (aumento dei deflussi di capitale) o da un decremento nell'acquisizione di attività nazionali/aumento dell'indebitamento con l'estero da parte dei non residenti (aumenti degli afflussi di capitali)?
  2. quale componente (di portafoglio, diretta, altri investimenti) in particolare, se ce n'è una, è stata responsabile del visibile cambiamento di struttura che si verifica nel 2012? Ad esempio: sono esplose le acquisizioni di titoli esteri (aumento degli investimenti di portafoglio), o magari sono crollate le vendite di aziende all'estero (diminuzione degli investimenti diretti), o qualsiasi altra combinazione di questi elementi?

Circa la prima domanda, la risposta è questa:


Il vistoso incremento dei deflussi di capitale dal 2012 in poi dipende decisamente da un aumento delle acquisizioni di attività estere (la linea blu), a fronte di una dinamica delle passività verso l'estero sostanzialmente stabile. Insomma: il saldo è migliorato (cioè sono usciti più soldi) perché abbiamo acquistato più titoli esteri, non perché abbiamo rimborsato più debiti esteri.

Ma quali sono le attività cui ci siamo rivolti in particolare?

La risposta è in questo grafico, che mostra l'andamento del saldo finanziario come somma algebrica delle sue componenti (diretta, di portafoglio, derivati, ecc.):


L'occhio allenato vede la risposta al volo, all'occhio meno allenato fornisco un aiutino:


La componente del saldo finanziario che cambia decisamente struttura fra prima e dopo l'austerità è quella degli investimenti di portafoglio. Prima dell'austerità questa componente era passiva, cioè l'Eurozona importava capitali, cioè in giro per il mondo c'era gente disposta a comprare carta europea per differenziare il proprio portafoglio. Dopo l'austerità questa componente diventa attiva, cioè l'Eurozona diventa esportatrice di capitali perché gli europei si rivolgono alla carta emessa da non residenti per diversificare il rischio del (proprio) Paese (l'Eurozona). Le altre componenti sono tutte mediamente in crescita nel secondo sotto periodo considerato (2012-2024), ma un vero e proprio cambiamento di struttura c'è solo nei flussi di investimenti di portafoglio.

E del resto voi, che sapete tante cose, comprereste i titoli emessi da un insieme di Paesi che dopo aver suicidato il proprio sistema bancario ha suicidato le proprie imprese e si accinge a suicidare i propri risparmiatori?

Direi di no.

Quindi non dovete stupirvi se gli altri non lo fanno!

Concludendo...

Bene: ci siamo fatti un bel ripasso su come vedere, nel nuovo sistema di conti con l'estero, se e perché il risparmio "fluisciue". Ovviamente a questa analisi di flusso sarebbe utile affiancare una analisi di stock, magari differenziando il tutto geograficamente (perché ci sarebbe anche da capire dove "fluisciue", chi ha più titoli europei in portafoglio, da quale Paese o Paesi vengono emessi i titoli nei portafoglio degli europei, quante aziende nostre sono in mano altrui e quante aziende altrui in mano nostra, ecc.). Ma abbiamo ancora tanta strada da fare insieme e non voglio togliervi oggi tutte le curiosità. Intanto, lunedì ci toglieremo una curiosità più pressante (io me ne toglierò due, ma l'altra non vi riguarda). Buona domenica!

lunedì 3 gennaio 2022

Le bollette secondo ECON102 (e gli científicos)

Non che io abbia una grande stima dei miei precedenti colleghi (gli economisti): la storia di questo Dibattito illustra sufficientemente come, con le eccezioni indispensabili per confermare la regola, la categoria non abbia dato un grande contributo alla comprensione dei problemi attuali, essendo divisa fra persone che nascondevano la testa sotto la sabbia e persone che guardavano fissamente dalla parte sbagliata. In fondo, anche la vicenda delle "bollette" (l'aumento dei costi dell'energia), ce lo conferma. Quando a marzo di due anni fa (2020), in questo blog paventavamo l'ipotesi che la pandemia potesse causare una fiammata di inflazione a causa di strozzature dal lato dell'offerta, la communis opinio degli esperti vedeva per lo più all'orizzonte rischi di deflazione, determinata dal calo della domanda (si dice il peccato ma non il peccatore: qui uno...). 

Tuttavia, anche se del loro avviso possiamo fare normalmente a meno (lo spirito natalizio mi induce a risparmiarvi altri esempi), in questo mondo di científicos (come venivano chiamati i tecnici ai tempi così lontani e così vicini di Porfirio Diaz) non è del tutto inutile sapere in che modo gli economisti la pensino. Chiarisco: quasi mai sapere come ragionano gli economisti ci servirà per capire direttamente come andranno a finire le cose, ma molto spesso ci servirà a capire che cosa gli científicos sanno di sapere e quindi quali saranno le loro future mosse, consentendoci indirettamente di capire come potrebbero andare a finire le cose (male, ovviamente, in coerenza con la raffinatezza del loro pensiero científico).

Ai tempi gloriosi di Samuelson (1941) per deridere gli economisti li si descriveva come pappagalli cui è stato insegnato a ripetere "domanda e offerta". Nel frattempo, un pochino anche per colpa di Samuelson (o almeno così la pensa Paul Davidson, e se interessa sono d'accordo con lui) il compito di deridere gli economisti è diventato molto, troppo più semplice.

Questo particolare ordine di científicos si è infatti diviso in due famiglie: i parrocchetti della domanda e i cacatua dell'offerta.

Sì, oggi per lo più (cioè escludendo i post-keynesiani) gli economisti sono pappagalli che ripetono una parola sola. I parrocchetti "keynesiani" ripetono "domanda, domanda,..."; i cacatua "neoclassici" (quelli che voi chiamate neoliberisti, per intenderci) ripetono "offerta, offerta,...". Eppure, voi lo sapete bene, per Adam Smith (l'autore che i neoclassici citano senza averlo letto) la domanda era importante, tanto da determinare, fra l'altro, una caratteristica importante dell'offerta, forse la più importante: la produttività (cosa di cui sono ancora oggi consapevoli i post-keynesiani, mentre i keynesiani la ignorano: qui c'è tutta la spiegazione, se interessa). Di converso, per Keynes (l'autore che i keynesiani citano senza averlo letto) le condizioni dell'offerta erano essenziali nel determinare l'equilibrio del sistema: basta rileggersi la sua analisi della Grande Depressione, o ricordare che nel tirare le fila del ragionamento il Capitolo XVIII della Teoria Generale parte dall'elencare i fattori che influenzano la forma della curva di offerta aggregata.

Ma agli idiots savants che popolano i nostri dipartimenti La ricchezza delle nazioni o la Teoria generale oggi non sembrerebbero libri científicos, perché sono privi di formule matematiche, ed è anche per questo che non li leggono: non appagano il loro inesausto e inesauribile bisogno di sentirsi intelligenti facendo cose che a loro sembrano difficili. Nell'epoca dell'iperspecializzazione accademica, piuttosto che gestire un mondo fatto di due pezzi, è pagante concentrarsi su uno, e solo uno, di questi pezzi, coltivandolo con sterile e maniacale accanimento. Capita così che se sei un parrocchetto e arriva uno shock di offerta (come nel 2020), ti aspetterai che le conseguenze siano quelle di uno shock di domanda, mentre se sei un cacatua e arriva uno shock di domanda (come nel 2009) lo gestirai come se fosse uno shock di offerta.

Ora, simili "errori" dipendono naturalmente da una quantità enorme di motivazioni storiche, sociologiche, epistemologiche, deontologiche, e chi più ne ha più ne metta. Le più rilevanti sono anche le più nobili: il desiderio di attaccare l'asino dove vuole il padrone, e la smania di far carriera. Queste motivazioni sono trasversali a molti campi e quindi non esito a immaginare che ne comprenderete immediatamente l'importanza. Certe "cantonate", insomma, sono più apparenti che reali, nel senso che magari, ricordandosi che cosa era scritto nei libri del primo anno, e che cosa insegnano a ECON101, molti colleghi, come abbiamo più volte evidenziato in questo blog, potrebbero (e avrebbero dovuto) fare a meno di consigliare con fastidiosa regolarità la ricetta sbagliata (ad esempio, l'austerità durante uno shock negativo di domanda). Fatto sta che in certe contingenze storiche se non dici quello che devi dire non fai carriera: non ti pubblicano (con me ci hanno provato, come ricorderete), non entri nel network giusto, ecc.

En passant segnalo che questi meccanismi che abbiamo visto tante volte all'opera nella professione economica (fatta di macroeconomisti, microeconomisti, economisti del lavoro...) sono esattamente quelli che vediamo oggi all'opera nella professione medica (fatta di virologi, epidemiologi, immunologi...).

Niente di più, niente di meno.

Ma oltre questa miseria umana, che tutti ci accomuna (non sono umani solo gli economisti e i medici - forse in questo periodo loro lo sono un po' meno degli altri - siamo tutti umani, anzi: umanƏ), oltre questa umana fragilità c'è anche un altro motivo, più "tecnico", che spiega la strana difficoltà di parrocchetti e cacatua nel ritenere in testa le due paroline magiche: domanda e offerta. Questa difficoltà in parte credo dipenda dalla straordinaria rozzezza del modello che tutti noi professionisti utilizziamo per tenere i due pezzi insieme. Oggi voglio spiegarvi com'è fatto questo modello, il modello AS/AD (aggregate supply, aggregate demand), e che cosa, utilizzandolo, gli científicos si aspettano che accadrà in seguito all'aumento dei prezzi dell'energia. Se arriverete in fondo, sarete anche voi degli científicos. La spiegazione che vi darò farà a meno delle formule: a chi vuole sentirsi intelligente suggerisco di rileggersi un canto di Dante. Sarà però indispensabile usare dei grafici. Spiace. D'altra parte, questo è un blog tecnico e nessuno vi obbliga a leggerlo, soprattutto in una settimana in cui ben altre preoccupazioni incombono su tutti noi.

Le unità di misura

Per cominciare, è utile che capire bene quali variabili sono rappresentate dal modello. Non è difficile, sono due:

sull'asse delle ascisse, il volume del prodotto (interno lordo), indicato dalla lettera Y, e su quello delle ordinate il livello dei prezzi, indicato dalla lettera p. 

Prima osservazione: Y è il Pil, non la crescita del Pil (la crescita economica), e p è il livello dei prezzi, non la crescita del livello dei prezzi (l'inflazione). Il modello quindi è statico, il che significa, come vedremo meglio "riempiendo" questa scatola, che il modello più usato dagli economisti non rappresenta le due cose che agli economisti più interessano: la dinamica del prodotto (la crescita) e la dinamica dei prezzi.

Eggnente, fa già piangere così, ma questo è solo il primo gradino della vostra discesa verso l'abisso...

L'offerta di lungo periodo

In economia (micro) la curva di offerta indica quale quantità q di un determinato bene l'imprenditore trova conveniente produrre dato un certo livello dei prezzi. Normalmente all'aumentare del prezzo l'imprenditore è incentivato a produrre di più, e quindi la curva di offerta ha inclinazione positiva, cioè è una cosa di questo tipo, dove a prezzi più alti corrispondono quantità maggiori:

Il modello AS/AD non considera la quantità q di un singolo bene ma l'aggregato Y di tutti i beni prodotti da un determinato Paese, e lo fa ipotizzando che nel lungo periodo l'offerta di beni, intesa come quantità massima di beni che è possibile produrre, dipenda solo dalla tecnologia e dall'offerta di fattori produttivi (capitale e lavoro). L'offerta aggregata di lungo periodo, cioè il potenziale produttivo del Paese, che dipende da tutte queste belle cose (che nel modello non sono rappresentate, cioè sono esogene), di converso non dipende dall'altra cosa che nel modello c'è, ovvero dal livello dei prezzi. In altre parole, la curva di offerta di lungo periodo è fatta così:

Una retta verticale posta al livello (esogeno) del Pil potenziale, che è lo strano oggetto di cui vi ho parlato ad esempio qui e su cui abbiamo tenuto questo convegno. Volendo prendere per buone le stime di questa gigantesca puttanata (scusatemi: tale è e come tale va definita) fornite dal Fmi, per dare un po' di concretezza al grafico, supponendo che Y sia misurato in miliardi di euro, potremmo scrivere:


ovvero: la curva di offerta di lungo periodo nel 2021 è verticale al livello di 1749,17 miliardi di euro, corrispondenti appunto al Pil potenziale (stimato).

A proposito, siccome vi ho detto che non avrei usato formule, allora le uso. Il Fmi non fornisce direttamente il valore del Pil potenziale, ma quello dell'output gap (lo trovate in questo foglio Excel), definito come scarto fra il Pil effettivo e quello potenziale espresso in percentuale del Pil potenziale:


per cui il Pil potenziale può essere ottenuto invertendo la formula:


e con i dati del 2021 ottenete appunto:


cioè secondo il Fmi nel 2021 saremmo 85,78 miliardi al di sotto del nostro potenziale produttivo (io credo lo scarto sia molto più grande, come sapete, ma chiudiamo qui la parentesi).

Qual è il significato di questa curva verticale, cioè "rigida" rispetto al livello dei prezzi? Possiamo leggerla così: nel lungo periodo non importa quale sia il livello di prezzo prevalente, perché il sistema non potrà andare oltre il livello di produzione reso possibile dalle tecnologie, dal numero di lavoratori e dallo stock di capitale fisico (macchine, attrezzature, capannoni, ecc.) disponibili. Ad impossibilia nemo tenetur.

La domanda aggregata

In microeconomia la curva di domanda generalmente ha un'inclinazione negativa, perché riflette il dato dell'esperienza comune a tutti noi che di norma e in media se un bene costa di più tendiamo ad acquistarne di meno (se non altro perché finiamo i soldi). Quindi la curva di domanda microeconomica è una cosa di questo tipo:

e riflette il fatto che quando aumenta il prezzo p di un bene diminuisce la quantità q che desideriamo consumarne. Trasponendo il discorso sul piano macroeconomico, quello che ci interessa rappresentare è la domanda aggregata, cioè, in buona sostanza, il potere di acquisto a disposizione dell'intera collettività nazionale (immaginando un'economia chiusa, senza scambi con l'estero, altrimenti dovremmo considerare anche il potere di acquisto dei cittadini residenti altrove). A differenza dell'offerta aggregata, che non dipende dai prezzi per i motivi su esposti, la domanda aggregata ovviamente dipende dai prezzi in modo inverso: se aumentano i prezzi, diminuisce il potere di acquisto dei saldi monetari a disposizione dei cittadini (consumatori, imprenditori) e quindi la loro spesa (per consumo, investimento) necessariamente dovrà diminuire. La curva di domanda aggregata quindi è una cosa di questo tipo:

dall'andamento vagamente iperbolico (in effetti, la derivazione analitica più semplice produce un ramo di iperbole equilatera, ma non vi annoio anche con questo), a significare che quando i prezzi tendono a infinito (cioè quando si va verso l'alto) la quantità di beni che i residenti possono acquistare tende a zero, mentre se i prezzi tendessero a zero la quantità di beni teoricamente acquistabili tenderebbe a infinito.

Non è così difficile, se ci pensate un attimo...

Assemblaggio: l'equilibrio di lungo periodo

Naturalmente ora da bravi psittacidi dobbiamo mettere insieme la domanda e l'offerta: così facendo individueremo un punto di equilibrio. Viene fuori una cosa di questo tipo:

Il punto E è l'equilibrio. In quel punto il livello dei prezzi (p soprassegnato) è tale da permettere ai residenti di acquistare un livello di prodotto esattamente pari al prodotto potenziale. Se i prezzi fossero più bassi, la domanda sarebbe maggiore del Pil potenziale. Ma siccome il Pil potenziale è, come ricorderete, il livello al quale si può spingere la produzione senza generare aumenti dei prezzi, qualsiasi tentativo di spingere la domanda a destra della barriera della curva di offerta verticale, spingendo i prezzi in basso, farebbe aumentare i prezzi, riportandoci a E. Se i prezzi fossero più alti, la produzione potenziale eccederebbe la domanda, il che spingerebbe i prezzi verso il basso.

Rifletteteci un po' sopra, ma intanto considerate due cose: la prima è che il punto E, punto di equilibrio, in un modello statico è un punto morto. In E non c'è crescita (il prodotto è esattamente uguale al potenziale e lì resta), in E non c'è inflazione (il livello dei prezzi è esattamente quello che permette ai residenti di comprare tutto il prodotto potenziale coi soldi che hanno, e lì resta). Un punto di crescita zero e inflazione zero abbastanza irrealistico.

La seconda cosa è che se nel 2021 fossimo stati in equilibrio di lungo periodo il nostro Pil sarebbe stato 1749,17 miliardi. Invece è stato di 1663,39 miliardi (secondo il Fmi). A prendere per buone queste cifre, si direbbe che nel 2021 non fossimo nel punto di equilibrio di lungo periodo, ma un po' al disotto (e ci mancherebbe anche, visto la sberla che ci siamo presi)! Ora, non entro in come andrebbe rappresentato in questo modello lo shock causato dal COVID (vi anticipo che se vi interessa una spiegazione scolastica chiara è qui ma naturalmente la questione non è semplice, dato che il COVID è un fenomeno complesso per un modello così semplice). Vorrei prima spiegarvi come si rappresenta in questo modello il fatto che il sistema economico possa non essere sempre in una posizione di equilibrio di lungo periodo, una posizione stabile in cui nessuna variabile manifesta una tendenza a spostarsi: lo si fa introducendo la curva di offerta di breve periodo.

Il breve periodo

L'equilibrio di breve periodo nel modello AS/AD (almeno, nelle versioni più "scolastiche" di esso) è situato all'intersezione della curva di domanda aggregata con la curva di offerta aggregata di breve periodo (SRAS, short-run aggregate supply). Come è fatta questa curva? L'ipotesi è che nel breve periodo, cioè a prezzi dati (perché l'aggiustamento dei prezzi richiede tempo e quindi ci proietta nella dimensione del lungo periodo), sia possibile produrre qualsiasi quantità di prodotto. In altre parole, come dicono gli economisti, l'ipotesi è che nel breve periodo l'offerta aggregata sia infinitamente elastica al prezzo (mentre nel lungo è rigida). Ora, detto così suona assurdo, ma questa ipotesi non è altro che la rappresentazione stilizzata di una miriade di situazioni che effettivamente in pratica possono verificarsi. Faccio un esempio: se per qualche motivo la domanda aggregata aumenta, per un po' (aka nel breve periodo) è possibile espandere la produzione aumentando l'utilizzo della capacità produttiva esistente, pagando qualche straordinario, ma senza aumentare i salari e quindi i prezzi. La stessa cosa vale in caso di una riduzione imprevista della domanda, come quelle dovute a un lockdown: si produce di meno, ma allo stesso prezzo.

In termini grafici, questo significa che la SRAS è orizzontale:

Assemblaggio: l'equilibrio di breve periodo

Proviamo a mettere insieme tutti e tre i pezzi. Per come sono fatte, le curve di lungo periodo necessariamente si incontreranno in un punto, e solo in quello (che quindi è, per costruzione, l'equilibrio di lungo periodo). Che tre curve si incontrino nello stesso punto invece richiede un po' più di fortuna.

Siccome siamo científicos, facciamo come gli científicos, cioè facciamo finta di averla, questa fortuna.  Il grafico si presenterebbe così:


In questo caso il punto E sarebbe di equilibrio sia di lungo che di breve periodo, cioè al livello di prezzi p soprassegnato il Pil effettivo coinciderebbe con quello potenziale. Per usare un termine che a qualcuno di voi è noto, questa è una situazione in cui l'output gap è nullo: non c'è inflazione, non occorre fare politiche espansive (altrimenti l'inflazione partirebbe), né politiche restrittive (altrimenti si entrerebbe in deflazione).

Ovviamente questa situazione non è molto realistica, anche se le statistiche del Fmi ci dicono che la raggiungeremo nel 2024 (quando secondo loro l'output gap sarà zero). Possiamo però usarla come conveniente punto di partenza per esaminare gli effetti di un tipico shock di offerta di breve periodo: un aumento esogeno dei prezzi, causato dall'aumento dei costi dell'energia (le famose "bollette"). Che cosa succede se le "bollette" aumentano del 50% (come sta accadendo)? Il modello che cosa ci dice che accadrà? E quindi gli científicos che cosa pensano che accadrà?

Pil e bollette

Consideriamo intanto che l'aumento delle "bollette" non è uno shock di offerta di lungo periodo: non modifica né la tecnologia, né la forza lavoro disponibile, né la quantità di macchinari disponibili. La curva AS quindi non si sposterà. Non è nemmeno uno shock di domanda: l'aumento dei prezzi è esogeno rispetto alla domanda, non siamo noi ad averli tirati su in un inverno così caldo (a Capodanno ero a Saracinesco a prendere il sole in maglietta 908 metri sopra il livello del mare, cosa non ovvia da quelle parti...). Non si sposterà nemmeno la curva AD. Nel modello l'aumento "delle bollette" determina uno spostamento verso l'alto (cioè verso prezzi più alti) della curva di offerta di breve periodo.

Succede cioè una cosa così:


dove, per facilitare (spero) la vostra lettura ho aggiunto qualche frecciona:

E quindi? E quindi che cosa si aspettano che succederà i nostri científicos in seguito all'aumento dei costi dell'energia? Semplice: nel loro modello la curva di offerta di breve periodo SRAS si sposterà verso l'alto in SRAS', semplicemente perché l'aumento del costo dell'energia farà aumentare i prezzi di ogni bene e servizio. Il livello generale dei prezzi aumenterà quindi fino a p', cioè ci sarà inflazione (lungo il tragitto da p a p'). Conseguentemente il nuovo equilibrio non sarà più in E. La curva di offerta di breve periodo intersecherà la curva di domanda in E', in corrispondenza di un livello di Pil più basso, Y', cioè ci sarà recessione (lungo il tragitto da Y soprassegnato a Y').

Uno shock di offerta di questo tipo provoca quindi simultaneamente due cose che a nessuno piacciono molto, almeno non in questa combinazione: inflazione (cresce p) e recessione (cala Y). L'inflazione, come saprete, c'è già. La recessione va interpretata. In questo modello molto semplice assistiamo a un calo del livello del Pil. In effetti, però, il mondo è più complicato. In questo momento siamo ancora in una fase di rimbalzo dopo la sberla del 2020-2021, per il 2022 si parla di una crescita del 4%. Ecco, diciamo che magari a conti fatti nel 2022 la crescita potrebbe non essere del 4%, ma inferiore, con tutto quello che ne consegue ad esempio per la sostenibilità del debito. Del resto, abbiamo già visto che il weekly tracker dell'OCSE dimostra qualche segno di affaticamento, quindi: sta già succedendo.

E gli científicos lo sanno.

La morale della favola

Ora è veramente tardi, devo avviarmi a concludere con la morale della favola, che è questa:

L'intervista a Borghi oggi sulla Verità (a proposito: vi siete abbonati?) spicca per contenuti e per corredo iconografico. La foto scelta riassume perfettamente la morale della favola, che è più o meno questa: quando la SRAS slitta verso l'alto, se sei uno científico vorrai stare ovunque, tranne che al Governo.

Se sono riuscito a farvi capire perché, ne sono lieto.

Se non ci sono riuscito, sono qui per rispondere.

Buenas noches!

lunedì 14 ottobre 2019

Cosa sapete del gnudyl (per gli amici: New Deal)?

(...avevamo cominciato parlando di produttività, di slealtà, di Grecia...)

...oggi è tutto un gran parlare di Grignudyl: Grignudyl di qua, Grignudyl di là, Grignudyl risolverà tutti i nostri problemi, Grignudyl ci darà la pace e la prosperità.

Forse influenzato dalle inquietanti apparizioni della bambina scandinava "che i potenti la temono" (tant'è che la invitano ai loro convivi, forse per riavvicinarsi alla consapevolezza della propria caducità, un po' come Erodoto racconta che nei loro banchetti gli antichi egizi lasciassero circolare l'immagine di una mummia...), fuorviato dalle treccine, istintivamente associavo Grignudyl a qualche personaggio della mitologia norrena: Grignudyl...

Grignudyl...

Mi ricorda qualcosa...

Ma certo!

Grignudyl, il figlio di Gautrekr e di Ingibjörg, cioè il cugino primo di Pdor...

Quanta poesia!

Ma la realtà è più prosaica. Pare che il Grignudyl di cui si grugnisce (rectius: si grignudisce) in giro sia un Green New Deal, cioè una versione green del noto New Deal.

A cosa serva la sverniciata di green credo lo abbiate capito: a far digerire al popolo bue (che sareste voi) una bella scarica di tasse, perché c'è la crisi climatica, signora mia, dobbiamo fare presto (tanto per cambiare), e quindi... Avendo capito a che cosa servirà il green da qui in avanti (sintesi: a riorientare i profitti verso le aziende tedesche, questa volta del manifatturiero, ma sempre a spese vostre), resta una domanda che può apparire superflua se non inopportuna: ma che cosa fu il New Deal?

Cosa sapete, voi, del New Deal?

La vulgata

Quello che tutti voi credo sappiate del New Deal potrei riassumerlo più o meno così: in America nel 1929 c'era stata una crisi per colpa della "finanza speculativa bbrutta". Purtroppo il presidente era un repubblicano, cioè uno "de destra", quindi un cattivo, non un buono come sono i democratici, quelli "de sinistra". Il presidente, che si chiamava come un aspirapolvere (non Folletto: Hoover), essendo cattivo, cioè non essendo "de sinistra", fece ovviamente la cosa sbagliata, cioè l'austerità, trasformando la crisi in una profonda depressione. Ma poi, per fortuna, a testimonianza del fatto che gli Usa sono la più grande democrazia del mondo, ci furono le elezioni, e a fine 1932 gli americani elessero un democratico, cioè uno bravo, in quanto "de sinistra": Franklin Delano Roosevelt (FDR). Questi, dotato di quel talento tutto particolare che si ha solo a sinistra per apprezzare la libertà di pensiero e ascoltare pensatori originali (qui più volte sperimentato e descritto), si fece ispirare da Keynes, e appena prese il potere, nel 1933, fece le politiche giuste, cioè tanta spesa pubblica, invece dei tagli di Hoover, perché Keynes è quello che dice che se l'economia è in depressione allora lo Stato può anche far scavare buche per poi farle riempire, giusto? Ah, e naturalmente bisognava anche regolamentare le banche brutte e cattive, per impedir loro di fare nuovamente del male. E così, quello "de sinistra" rimise in piedi il paese, appena in tempo per farlo entrare, secondo la migliore tradizione democratica, in un devastante conflitto (il quale, a sua volta, derivava non dalle dinamiche del capitalismo europeo, ma dal fatto che Adolfo era tanto cattivo perché la sua mamma, come quella di Proust, gli negava il bacino della buona notte).

Questo è quello che sapete voi, anzi, quello che sanno tutti, della storia del XX secolo, ed è una storia che si capisce, che tutti capiscono: i buoni fanno la cosa giusta, i cattivi fanno la cosa sbagliata, e sono cattivi per il più ovvio dei motivi: perché la mamma non gli voleva bene da piccoli.

Se sei di sinistra, oggi tutto quanto oltrepassi questa articolata analisi rientra nell'hic sunt leones del complottismo, un terreno sul quale, come si sa, è meglio non avventurarsi. L'amore della mamma, o la sua mancanza, a sinistra sono diventati causa efficiente di ogni processo storico: ma questo gliel'ho già detto in faccia in aula, e siccome non possono capirlo non glielo ripeterò più...

Voglio rassicurarvi: se non ne sapete molto di più, del gnudyl, non è colpa vostra. Sapete quello che dovete sapere, di questa, come di tutte le altre cose che, se sapute in modo diverso, potrebbero consigliarci di indirizzare diversamente la nostra società.

Un buon riassunto di questa vulgata, cioè di quello che i miei colleghi vogliono sentirsi dire a proposito del New Deal, lo trovate su studenti.it (e dove se no?): controlli (non meglio specificati) alle banche, e sostegno della domanda interna, cioè aumento della spesa pubblica e diminuzione delle imposte. Del resto, in qualsiasi testo di macro il New Deal, o comunque la Crisi del 1929, vengono evocati proprio quando si introduce il modello keynesiano standard (che non è il modello di Keynes, ma non vi voglio portare oggi su questa strada), per argomentare su quanto sia importante, ma solo in circostanze eccezionali, si badi bene!, la domanda aggregata...

Il New Deal è descritto così anche nel blog del Keynes redivivo (un nostro vecchio amico): e "l'avidità dei banchieri", e "il capitalismo accecato dal profitto", e i risparmiatori tranquillizzati con una frase: "Nothing to fear but fear itself" (una specie di "whatever it takes" ante litteram)... Poi, esaurita questa liturgia, daje de spesa pubblica: Emergency Relief Administration, Civilian Conservation Corps, ecc.

Anche la fonte delle fonti, se la leggete un po' distratti, vi lascia con la stessa impressione: Hoover (il presidente, non l'aspirapolvere) sarebbe stato una specie di Monti dei tempi suoi, e per ripararne i danni Roosevelt avrebbe fatto il keynesiano, da intendersi ovviamente secondo la migliore dottrina gianniniana come quello che spende e spande ad libitum (per essere corretti)...

Ma Keynes era questa roba qui? E Hoover era veramente un folle sadico? E nel New Deal ci fu solo questo?

Big debt crises

Un altro nostro vecchio amico, che voi conoscete solo col suo nome de plume: Charlie Brown, mi ha fatto recapitare agli Staderari un libro molto interessante: Big Debt Crises, di Ray Dalio, uno "de passaggio" che amministrando Bridgewater ha messo da parte diciotto miliardi di dollari. La caratteristica spocchia "de sinistra", eredità del mio recente passato, in un primo momento mi aveva portato a dire: "Ma che cosa vuoi che io abbia ancora da imparare su come un'economia entra in una crisi di debito...".

Ma la Divina Provvidenza vegliava su di me: tre giorni a letto con trentotto di febbre, ed ecco che Dalio mi è toccato leggerlo, e la lettura, vi assicuro, è stata molto istruttiva.

Intanto, mi sono trovato subito in sintonia con l'impianto generale del testo, col suo principio metodologico, che è sostanzialmente quello di insistere sul fatto che stiamo vedendo un film già visto: le crisi di debito sono fenomeni ciclici ricorrenti, il cui schema si ripete in modo sostanzialmente identico nelle varie repliche. Qui lo abbiamo chiamato ciclo di Frenkel, e descritto come romanzo di centro e di periferia, Dalio lo chiama il template, altri lo chiamano instabilità minskiana (di cui in effetti il ciclo di Frenkel è un caso particolare), altri parlano di esuberanza irrazionale: insomma, è quella roba lì. Quindi, non è vero che "Questa volta è diverso!". Non c'è niente di particolarmente nuovo sotto il Sole, quello che ora si fa col computer una volta si faceva col telegrafo, ma era sostanzialmente quella stessa roba lì, dal che consegue che se sappiamo com'è andata (e com'è finita) le altre volte, abbiamo anche buone probabilità di prevedere come andrà a finire questa volta. Lo testimoniano, nel caso di Dalio, i diciotto miliardi che si è messo in tasca vedendo quello che gli altri non vedevano.

Poi, ci sono i dettagli, che, come sempre, fanno la delizia dell'intenditore.

Come potete facilmente immaginare, il libro considera come caso da studiare quello della crisi del 1929. Vediamo allora in dettaglio come si comportò il malvagio Hoover, l'hayekiano liberista della vulgata per animucce belle. Dalio lo segue praticamente giorno per giorno dal giovedì nero in poi, assistendo al sua ricostruzione con una serie di estratti dai giornali e dai bollettini della Federal Reserve (la crisi del 1929 è studiata a pag. 49 del secondo volume, cioè a pag. 117 del pdf che vi ho linkato).

Dunque...

Il 13 novembre (cioè quindici giorni dopo il martedì nero), Hoover ridusse di un punto percentuale le aliquote di tutti gli scaglioni dell'imposta sul reddito, approvò un piano di spesa per costruzioni pubbliche dall'importo di 175 milioni di dollari (non un'enormità: lo 0.1% del Pil, ma non un taglio!), e incoraggiò la Fed a ridurre il costo del denaro (dal 6% al 4.5%). L'economia ripartì in tromba, ma poi un nuovo precipizio... Nel 1930 approva un incremento della spesa sociale di circa un miliardo (più dell'1% del Pil), in modo tale che nel 1931, considerando anche il calo del gettito, il deficit arriva al 3% del Pil (noi non potremmo arrivarci). I mercati reagirono positivamente, ma anche questa volta durò poco... Nel 1932, col Banking Act (il suo, non quello di Roosevelt), Hoover inaugurò di fatto un quantitative easing ante litteram (vi ho detto che è un film già visto), consentendo alla Fed di emettere moneta per acquistare titoli di Stato. Ne vennero rapidamente acquistati quasi due miliardi, i tassi scesero, l'economia ripartì, ma poi un nuovo tonfo...

Insomma: se ragionassimo secondo la vulgata (Keynes = deficit), dovremmo concludere che Hoover era anche lui un keynesiano, se pure timido, se pure con ripensamenti (che del resto, com'è noto, ebbe anche Roosevelt nel 1936). Ma allora perché ogni volta che Hoover faceva una cosa giusta, e l'economia ripartiva, poi arrivava un nuovo tonfo che portava un po' più giù, sempre più giù, in una spirale inarrestabile?

La ragione non ve la dico: non posso mica fare tutto il lavoro io! Chi vuole leggerla se la trova scritta in grassetto a p. 132 del pdf.

Io invece vorrei dirvi un'altra cosa, quella che nessuno vi dice, e che spiega perché dopo il 1933 i tonfi verso il basso si fermano. So che i più svegli l'hanno già capita, ma ci tengo a dirvela io. Insomma: se la spesa era stata aumentata, le imposte abbassate, i tassi di interesse anche, ecc., se tutto le cose "keynesiane" erano state già fatte con i risultati che vedete sopra (un nuovo giro di vite), ma come fece Roosevelt a spezzare la spirale della depressione?

La storia

Domenica cinque marzo 1933, il giorno dopo aver assunto il suo incarico, Roosevelt chiuse le banche per quattro giorni e sospese le esportazioni di oro, uscendo dal gold standard: questo fu il New Deal, questa la nuova partenza di cui l'economia americana aveva bisogno.


Il danno politico ormai era fatto (vedi la notizia di spalla a sinistra): ma i risultati sull'economia si videro subito:

Come dice Dalio: "Leaving the gold peg was the turning point; it was exactly then that all markets and economic statistics bottomed... Leaving the gold standard, printing money, and providing guarantees were by far the most impactful policy moves that Roosevelt made" (p. 154 del pdf, con i grafici che dimostrano questa asserzione). Provate a tradurlo in italiano (o anche in dauno), e vedete se somiglia alla vulgata che "Roosevelt salvò la situazione con la spesa pubblica"...

La morale (anzi, il moralismo)...

Ecco: il gnudyl fu quella roba lì, quel dettaglio che tutti omettono e che quando non viene omesso passa inosservato nella retorica giornalistica del "Keynes=spesapubblica" (dettaglio che, leggendo bene, trovate anche nella fonte delle fonti): leaving the gold standard. Naturalmente non ci fu iperinflazione, i tassi di interesse scesero, il debito (complessivo) scese di quasi 60 punti percentuali di Pil in tre anni, ecc.

Non credo che occorra aggiungere molto altro. Lo sganciamento dalla parità consentì alla Fed di emettere moneta e di ricapitalizzare le banche stabilizzando il sistema. Tutta roba che noi "moderni", oggi, ci sogniamo, perché siamo ancora nella fase del moralismo, quella in cui ci si preoccupa di punire i banchieri cattivi e i loro comportamenti avidi o negligenti (il moral hazard), quella in cui si stabilisce una distinzione del tutto incongrua fra contribuente e risparmiatore, ecc.

Cose che sapete.

E quindi?

E quindi niente, qui tutto è già stato detto.

Abbiamo trasformato quella che era l'area più prospera e pacifica del mondo nel buco nero della domanda mondiale, creando un sistema più rigido del gold standard e che può sostenersi solo con la deflazione competitiva, per qualche anno siamo andati avanti a dire che non era colpa nostra, che c'era stata la grande moria delle vacche, cioè la secular stagnation, ma ormai non ci crede più nessuno, ormai è chiaro che è stato il riportare al XIX secolo la zona più prospera del pianeta a porre una seria ipoteca sulla crescita mondiale, e tuttavia proseguiamo a vele spiegate sulla medesima strada, e va bene così, i motivi li capivo da fuori, e li capisco anche meglio da dentro. La storia ci insegna che prima o poi le correzioni arrivano, e il buon senso suggerisce che questa sarà particolarmente drastica. Uno dei motivi che la renderanno tale è proprio la natura particolarmente irrazionale dell'ordinamento che ci siamo dati. Qui non c'è una persona che da sola possa decidere, come FDR, e questo credo che dovreste sempre tenerlo presente (ma so che per molti è impossibile).

Proprio per questo, vi faccio una domanda semplice semplice, cui vi prego di rispondere anche alla luce del lieve scarto fra "fatti" e "narraFFione" che il resoconto appena fatto credo evidenzi (fra aumento della spesa pubblica - che aveva fatto Hoover - e uscita dal gold standard - che si evita di attribuire a Roosevelt - c'è una differenza, no!?): ma secondo voi, in tutta onestà, sapendo che deve succedere quello che non può non succedere, vale proprio tanto la pena di prendersene la responsabilità politica, per essere "narrati" come gli egoisti, incoscienti, nazixenofascioleghisti truci e barbari? Noi stiamo semplicemente dicendo che le cose non funzionano molto bene, e sfido chiunque a dimostrare il contrario alla luce dei numeri. Qualcuno sa come migliorare le cose continuando a seguire regole procicliche? Siamo qui per ascoltarlo e cooperare (collaborare no: quello lo fa il PD). Ma poi, non ce n'è nemmeno bisogno: ora quelli che sanno, gli ottimati, i buoni, i democratici, gli onesti, sono al Governo: lasciamo che ci stupiscano con effetti speciali!

Certo, purtroppo noi sappiamo come andrà a finire (cioè come non può non andare a finire), e lo abbiamo detto in tutte le possibili sedi, e siamo anche abbastanza svegli da capire quando le cose cominceranno a mettersi male. Non sarà certo per colpa nostra: dieci anni senza recessione negli Usa sono un unicum: non credo che dovremo aspettare molto. La cosa importante è che di questo inutile sperpero di risorse, di questo episodio particolarmente cupo della nostra storia, si prenda la responsabilità (come sta facendo con un'incoscienza che non è onestà intellettuale), e paghi il costo politico, chi questo sistema lo ha voluto e difeso contro ogni ragionevole evidenza, non chi come noi non lo ha voluto e ne ha argomentato scientificamente l'irrazionalità.

Paesi più accorti, meglio governati, più democratici, stanno ragionando su ogni possibile scenario, e discutono apertamente i rischi degli attuali assetti. I nostri governanti se lo impediscono, e vorrebbero impedircelo. La loro dolorosa elaborazione del lutto è ancora nella fase del rifiuto, della negazione psicotica della realtà, cui vorrebbero che ci associassimo. Ma allora la cosa migliore da fare è lasciarli lavorare e seguire le regole. Dureranno poco, per motivi oggettivi. Il resto sono chiacchiere da bar e di chi ignora i fondamentali sapremo fare facilmente a meno.

Il mondo è fuori, ed è con noi...


(...il libro leggetelo, ne vale la pena: ci trovate tutto quello che sta succedendo oggi, e quindi, insisto, anche quello che succederà domani...)

mercoledì 4 ottobre 2017

Le leggi razziali

Il padrenobilismo è una malattia ben diffusa qui a sinistra.

Direte cinici: bè, per forza, i padri nobili sono un serbatoio di voti! Sì, avete ragione, ma non è tutto qui. Questo può spiegare il caso Bersani (tanto per non far nomi), e perché politici (uno, in particolare) perfettamente consapevoli del fatto che "noi siamo quelli dell'euro" è un suicidio politico (prima di essere una vergogna), se lo tengono ancora stretto. Ma un padrenobilismo simile, di matrice meramente opportunistica, lo trovereste anche a destra, e anche al centro. A noi, a sinistra, ne è toccata in sorte una forma più radicale e perversa. Certo, fa strano che quelli del "vietato vietare", i dissacratori, oggi girino coi santini col cruscotto, come un qualsiasi "operatore logistico" (suppongo che oggi camionista si dica così) "diversamente settentrionale" (ovvero di S. Giovanni Rotondo). Eppure, ogni volta che viene evocato Ventotene, ve ne sarete accorti, si viene proiettati oltre la liturgia, dal rituale si transita nella superstizione, nella religio di Lucrezio, in una sfera prerazionale, prepolitica, sciamanica...

Non a caso scelgo il termine "sciamanico": perché solo una dimensione tribale, o meglio, più esattamente: solo il bisogno di ritrovare, di ricostruire, le dinamiche di appartenenza tribali, così cogenti, così vincolanti perché dettate dalla necessità di sopravvivere in contesti ancora non domesticati dalla civilità, può spiegare per quale dannato motivo persone come noi istruite, e spesso più di noi capaci di fare i propri interessi con la sordida meticolosità degli avari di Balzac (ma sempre conservando una patina a modo suo balzacchiana di rispettabilità - in questo caso, però, non borghese, ma "de sinistra"), soggiacciano poi nel ragionamento politico a logiche elementari, anzi, a logiche illogiche, che li portano ad assumere come un dato di natura, un dato prepolitico, ordinamenti che non sono naturali, ma umani, e ad appoggiare nei fatti esattamente quel tipo di politiche che a parole dicono di voler combattere, e questo perché "glielo chiede l'Europa", che, beninteso, non è "quella di Ventotene" (questo si affrettano ad aggiungerlo), ma potrebbe forse esserlo: e a questo "poter forse essere" (che non è non dico l'embrione, ma nemmeno il gamete di un "dover essere") essi si inchinano.

Il bisogno di appartenenza, del resto, alimenta un prepotente bisogno di auctoritas. Ed è qui che interviene il padrenobilismo: come scusa per nobilitare (appunto), per riscattare, un atteggiamento sostanzialmente gregario e passivo verso la politica, atteggiamento del quale lo pseudocolto di sinistra non potrebbe non vergognarsi, se dovesse limitarsi a leggerlo per quello che è: una manifestazione di scarso spirito critico e di nulla passione civile. Insomma: il prezzo dell'identità, dell'appartenenza a un gruppo, è naturalmente quello di venire a compromesso con se stessi, di dire o fare cose che non si approverebbero. In cambio hai protezione (sotto forma, a seconda dei casi, di una scodella di sorgo o di un ruolo sociale). Tradire se stessi è la strada maestra per tradire tutti gli altri, e viene certo molto più facile se puoi farlo sotto l'ombrello di una autorità presentata come inconfutabile: "i Padri Fondatori" (con le maiuscole), leggevo oggi in uno sconclusionato sproloquio padrenobilista, nel quale, ovviamente, si lamentava che questa Europa ecc... ma! (Ma ce la teniamo, ovviamente. Perché? Perché sì...).

D'altra parte, se i farabutti non ambissero a rappresentarsi e sentirsi dei paragoni di nobiltà d'animo, ci sarebbero molto più simpatici e sarebbero molto meno dannosi. Invece questa ambizione non la depongono, e ad essa è funzionale il padrenobilismo.

Certo, anche il padrenobilismo i suoi rischi li presenta. Spesso il padre nobile scelto è francamente improponibile (ogni riferimento a padri nobili sopra citati è puramente intenzionale), anzi, direi che lo è di norma, perché i motivi della scelta, quando non sono venali ("quello dice un sacco di fregnacce ma porta voti!") sono comunque estemporanei, illogici.

Prendiamo ad esempio Franco Modigliani.

Mi piace ricordarlo oggi che una certa sinistra, farfugliando cose che visibilmente non è in grado di capire, riscopre la natura keynesiana e lavorista della nostra costituzione. Sarebbe utile che chi può si legga Post Keynesian theory and policy di Paul Davidson, e in particolare il Capitolo 5: "Why traditional mainstream Keynesian theory is not Keynes's theory". Servirebbe a capire quale opera di tradimento e "sterilizzazione" del messaggio keynesiano sia stata fatta da Modigliani (sotto l'impronta intellettuale del suo coautore Samuelson), per il tramite di quella che noi istruiti chiamiamo "la sintesi neoclassica". Viene da Samuelson l'idea che ogni modello economico possa essere ricondotto, come caso particolare, al modello di equilibrio economico generale di Walras, l'idea insomma che la Teoria generale di Keynes non sia, appunto, una teoria generale, ma il caso particolare, a salari fissi, del modello walrasiano. Il corollario di questa impostazione, ovviamente, è che tutti i problemi si possono risolvere con le riforme strutturali (cioè favorendo la flessibilità verso il basso dei salari). Un'idea, voi lo capite bene, perfettamente compatibile col jobs act del cattivo Renzi, ma certo non che la liturgica invocazione dell'art. 1 fatta non ricordo più se da Fassina o da D'Attorre (o da chi?).

Voi direte: "Stai rimbecillendo come un certo editorialista della domenica (che però ha la scusa di avere alcune decine di anni più di te): divaghi, divaghi,... Ma dove vuoi arrivare? Che c'entra Modigliani con i nostri problemi, con la Catalogna, con la ripresa economica?"

Calma, ci arrivo. Modigliani ci interessa per due motivi, che vi enuncio prima di spiegarveli (o rispiegarveli):

1) perché è un esempio, uno dei tanti, di economista di destra diventato padre nobile della sinistra;
2) perché nonostante non fosse un genio (e ci tenne a certificarlo con un Nobel), salvò la pelle (del che siamo lieti).

Entrambe queste cose ci riguardano, e la seconda più della prima.

Intanto, che uno per cui tutti i problemi si risolvono tagliano i salari non possa ragionevolmente essere considerato di sinistra credo che voi lo capiate! Bene. Allora vorrei ricordarvi che questo caro, simpatico vegliardo, proprio lui che aveva firmato insieme a un altro padre nobile di figli d'arte di sinistra questo appassionato manifesto a favore di politiche supply-side (aka riforme strutturali, aka taglio del vostro, non del suo, salario...), proprio lui aveva guadagnato sul campo i galloni di padre nobile, perché... aveva battibeccato con Berlusconi durante una diretta televisiva! Qualcuno ricorderà questo episodio, e se riuscisse a ritrovare lo spezzone video glie ne sarei molto grato. Per me, che ero ricercatore di fresca nomina, assunto nel dipartimento dove ero stato cresciuto ed educato allo spirito critico (oggi invaso dagli ultracorpi, ma tant'è: non è che altrove le cose vadano meglio...) ricordo che la scena fu surreale! Col senno di poi, devo dire che il Berlu, del quale mi farebbe molto piacere che si dedicasse ai suoi hobby, e che non ho mai votato, aveva un certo istinto: lo stesso che dimostrò dando del kapò a quel politico tedesco fallito...

Ecco, questo lo mettiamo in conto "paradossi del padrenobilismo": adottare come padre nobile un economista sostanzialmente reaganiano nell'approccio... e questo perché? Perché per motivi estemporanei ha avuto un diverbio con il simbolo del Male (essendo però stato lui un Male ben più profondo e radicale in termini di snaturamento dell'unico pensiero rivoluzionario partorito nel XX secolo - nel XIX non era andata molto meglio...).

E del salvare la pelle?

Parliamone. Vi ricordo che Modigliani fu quello che, mentre invocava politiche supply side (costituendosi propagandista dell'approccio al mercato del lavoro elaborato e poi imposto dall'OCSE, come abbiamo visto qui grazie ad Agénor, quello basato sul concetto di occupabilità, anziché di occupazione...), andava anche petulando in giro che l'euro era buona cosa, perché la Bce sarebbe stata un organo collegiale, marcando un progresso rispetto alla situazione degli anni '80. Negli anni '80, infatti, per evitare fughe di capitali verso la Germania i paesi satellite dovevano scegliere il tasso di interesse che la Germania praticava, quello che faceva comodo a lei. Non di meno (altrimenti i capitali sarebbero scappati in Germania), non di più (altrimenti gli investimenti sarebbero stati troppo compressi). Il grande vantaggio di passare alla Bce sarebbe stato quello di evolvere dalla situazione in cui si adottava il tasso di interesse che faceva comodo solo a uno, a quella in cui si adottava un tasso di interesse che non faceva comodo a nessuno! Vi ho descritto, faustianamente, questa vicenda in uno dei miei post preferiti (voi lo preferirete quando lo capirete: se ci volete provare è qui).

Uno che ragiona così, evidentemente, non è un gran genio. Perfino io, nel 1997, ero stato in grado di obiettargli che la Bce sarebbe stata egemonizzata dai paesi dell'ex area del marco, come poi fu,  e come Modigliani stesso lamentò nel 2002: e fu il suo canto del cigno. Ci voleva una testa discretamente vuota, vuota come le quinte del Doppelgänger, per non capire l'ovvio cinque anni prima che questo bussasse alla porta...

E anche qui, a me, che ero persona istruita (dai baccelloni), colpiva una cosa: ma come diamine aveva fatto un fenomeno simile ad andarsene per tempo dall'Italia, a non finire, come tanti altri, nei campi tedeschi, uno incapace di vedere pochi mesi al di là del proprio naso?

Alla risposta ci sono arrivato da poco, e ve ne ho parlato qui: c'era stato un bel segnale di discontinuità, c'erano state le leggi razziali: non occorreva essere un genio per capire, se eri ebreo, che era il momento di cambiare aria. Bastava non essere un bandierista, e avere i mezzi materiali per farlo...

Ora, noi siamo un pochino più lungimiranti del buon Franco. Sarà perché siamo nani sulle spalle di un gigante (Keynes, decisamente non Franco), ma intanto riusciamo a capire che un sistema nel quale l'unica valvola di sfogo è la compressione dei salari si condanna alla deflazione, e poi intuiamo anche che siccome i salari sono il reddito della maggioranza, se vuoi comprimerli poi devi comprimere la democrazia, e in fondo a questo percorso c'è la guerra. Ho cominciato a far notare questo sgradevole dettaglio prima di Maidan. Ma Maidan è in Ucraina, quelli sò strani, sò cosacchi, da noi ste cose nun succedeno... Ora vi state godendo (si fa per dire) lo spettacolo della Catalogna, che qualcuno ha definito una Maidan a bassa intensità: chissà che domani una cosa simile non possa succedere anche da noi, per un pretesto qualsiasi (non necessariamente le pulsioni autonomiste di un territorio)? Solo per dirvi che molti di voi credo abbiano cominciato a prendermi un po' più sul serio.

Resta il fatto che, come vi dicevo un paio di anni or sono, oggi mi sembra difficile ricevere un segnale come quello che il buon Franco ricevette e seppe interpretare. In altre parole: quando è che dovremo andarcene per salvare la pelle? Quando è che il potere ci userà l'inaudita accortezza di segnalarci il suo irreversibile scadimento verso il fascismo?

Io che sarebbe il caso di andarsene lo dico da un po'. Non a voi, naturalmente! Perché, sapete, l'economia funziona così: se un'idea buona la dici a tutti, poi diventa cattiva. E io a voi voglio bene, ma a me di più... Molti hanno capito ugualmente, e ogni tanto ci salutano: chi dalla Nuova Zelanda, chi dalla Norvegia... Ma, insomma, a Rockapasso che questa storia finirà, ma finirà nella violenza, non lo dico da domani. L'argomento era sempre: "Ma i genitori?", e la mia replica: "Ma i figli?". Alla fine, siamo giunti alla conclusione che ove mai si dovesse costituire l'esercito europeo, ce ne andremmo (a proposito: devo ricordarmi di controllare i passaporti). Tuttavia, mi sto chiedendo se sia veramente il caso di aspettare questo snodo, che effettivamente sarebbe piuttosto esplicito. Perché già oggi stanno succedendo cose abbastanza preoccupanti, ma delle quali, per qualche strano motivo, fino a ieri mi preoccupavo praticamente da solo: e mi riferisco, come avrete capito, alla censura, altro fiore all'occhiello di ogni regime totalitario.

Vi lascio con due lettere che ho ricevuto, e che mi inducono a pensare che forse non è proprio il caso di aspettare che arrivi l'Eurogendfor a prenderci a casa.

La prima è mi arriva da "uno de passaggio"(che in realtà sono due: uno va nei paesi emergenti a vendere casseforti, e l'altro ci va a svuotarle - via crisi finanziarie. Ho begli amici, vero? Diciamo che sono il lato piacevole di questa esperienza per altri versi un po' usurante. Comunque, questo è quello che le casseforti le vende...):




Caro Alberto,

oggi a Piddinia è la festa del patrono San Culazio (patrono dei posteggiatori), per cui ho passato una giornata dedicata alla famiglia... e alla lettura.

I tuoi tweets, e quelli che rilanci, offrono sempre spunti interessanti. 
Mentre ammiravo lo sguardo smarrito di Rajoy, ritwittato da lemasabachthani (a proposito, la partita ispano-catalana sembra venga gestita da ambo le parti per ottenere i peggiori risultati possibili!) mi è caduto l'occhio sul promoted tweet appena sotto, la cui immagine ti allego.


Penso sia stata deformazione professionale causata dall'uso del termine "Blockchain", che mi ricorda tanti articoli da hardware shops; e forse anche la presenza del colosso (dalla salute malferma) assicurativo/cooperativo bolognese Unipol.

Sta di fatto che ho cliccato sul link e ho trovato questo. Di recentissimi esempi di quanto stia diventando sempre più orwelliana e distopica la nostra società, oggi ne hai rilanciati molti (come questo, questo, e questo:  follie che per uno spirito libertario (ed anche per chiunque riconosca il valore dello Stato di diritto) sono vere e proprie pugnalate inferte ai cittadini, sempre più avviati a tornare sudditi (i più fortunati) o schiavi; ma la naturalezza con cui tale Elena Comelli scrive ciò che scrive, ed anche il fatto che qualcuno paghi perché il suo articolo venga promosso su Twitter, mi riempiono di sentimenti contrastanti (nessuno dei quali però teso alla gioia).

Davvero chi propala tali concetti non si rende conto delle implicazioni che la loro applicazione avrebbe/avrà sulla vita, sulla privacy, sui diritti e, in sostanza, sulla "libertà dal bisogno" delle persone? Con un'iperbole (forse) mi chiedo quante anime il diavolo abbia comprato nel mondo della comunicazione.

Penso di dover accelerare i miei proposti intercontinentali.

Un forte abbraccio

Uno de passaggio

...e l'altra lettera mi è arrivata dal vicepresidente (di asimmetrie): oggetto "Questa è davvero grave", e contenuto un solo link, questo.

Alla domanda se ci sia qualcuno disposto a fare una battaglia per la libertà di opinione, io posso dare solo i nomi di due che certamente non sono disposti, perché gliel'ho chiesto quando per combattere c'erano margini maggiori di quelli attuali: li conoscete e non vale la pena di ripeterli. Ho dovuto elaborare il lutto di  veder crollare il sistema di valori al quale ero stato educato: quello secondo cui, siccome la sinistra era antifascista, e il fascismo aveva conculcato la libertà di pensiero, la sinistra avrebbe difeso la libertà di pensiero. Sapete che fin da subito, fin dalla pubblicazione del mio primo articolo sul manifesto, mi ero dovuto ricredere.

Ma il punto è che oggi credo a nessuno questa battaglia interessi, e il motivo temo sia ovvio: si avvicina (forse) un cambio della guardia, e sono in molti a poter legittimamente pensare che sia delle leggi sulla censura quello che è delle leggi elettorali: fatte per blindare la posizione di chi è al governo, diventano poi lo strumento col quale chi è all'opposizione blinda se stesso, una volta raggiunto il potere. La libertà di pensiero, che in tempi meno malsani fa paura solo al potere, oggi mi sembra faccia paura anche all'opposizione, e penso che anche qui il motivo sia evidente. Se la sinistra sta pagando, come prevedibile, il prezzo di aver fatto politiche di destra (inutile citare l'articolo nel quale lo annunciai, tanti anni fa), questo però non significa che la destra sia necessariamente disposta a fare politiche di sinistra (cioè il contrario delle politiche che i padri nobili Modigliani e Sylos Labini auspicavano). Una riflessione sul fallimento delle riforme, e più in generale sul fallimento del mercato, e sulla necessità di ritornare a un modello di economia mista, non fa comodo credo a nessuno, perché a sinistra è stata cancellata dall'orizzonte del dicibile, e a destra è oggettivamente in contrasto con gli umori di una parte non indifferente dell'elettorato. Meglio non pensarci, meglio non pensare...

Io proverò a combattere, ma temo di sapere come andrà a finire questa storia: finirà in nulla, e ci terremo questa ulteriore violazione delle nostre libertà, abituandoci. Quando ci volgiamo indietro, al XX secolo, vediamo Auschwitz, questo culmine di orrore. Si impone alla vista per la sua enormità, e anche perché è più vicino, ma così facendo, questa vetta di abominio, ci nasconde l'abisso che la precedette. Come si arrivò ad Auschwitz? Non credo che il percorso sia stato molto ripido: penso che sarà stato graduale, e che poco a poco si sia scivolati nell'orrore, così, banalmente, ogni volta pensando che alla fine quello che stava succedendo era poca cosa, era sopportabile, e comunque sarebbe toccato prima da altri. Mi sembra abbastanza paradossale che si dia il nome di liberismo a un sistema sociale che in realtà si muove su un percorso preordinato, il cui punto di arrivo è ciclicamente quello e solo quello. La libertà dov'è, in questo sistema che ci costringe a ripetere gli stessi errori?

Ecco: oggi ho potuto dirlo.

Domani potremo sperimentarlo.

Buona notte e buona fortuna...