domenica 7 gennaio 2024

Demografia ed educhescion (che sarebbe l'istruzione)

 (...alla fine la risorsa più preziosa del blog siete voi. Parliamo allora di risorse...)

Ciao Alberto

Il grafico è quello degli studenti per anno scolastico e livello scolastico, compilato con i dati dei rapporti statistici annuali del Ministero, dal 2013/14 (che viene assunto come base=100) fino al 2023/24.


Si vede un forte calo delle iscrizioni alla primaria che inizia nel 2017-18 (ragionevole, visto che i bambini la iniziano a 6 anni e quelli che la iniziavano nel 2016 avrebbero dovuto essere concepiti nel 2010-11 e magari "messi in cantiere" almeno un anno prima).

Dopo 3 anni, nel 2020-21, il forte calo comincia a trasferirsi sulla media, ragionevole visto che un po' di calo c'era stato anche prima del 2017-18 e dopo una metà del ciclo della primaria ci si può aspettare che l'effetto in uscita si avverta sul ciclo successivo.

I dati sono reperibili nei rapporti disponibili qua https://www.miur.gov.it/web/guest/pubblicazioni. Non sono dati consolidati, perché i rapporti vengono stilati all'inizio dell'anno scolastico, ma se ci sono errori o approssimazioni, è ragionevole assumere che si ripercuotano nello stesso modo su tutti gli anni, per cui le tendenze non dovrebbero essere alterate.

La domanda: perché non si vede un calo sulla superiore? Da dove vengono gli studenti che non ci sono più nel sistema negli anni precedenti? Non ho un'ipotesi ma è certamente un fatto curioso.

La constatazione agghiacciante: se togliamo dal conto degli studenti quelli con cittadinanza non italiana, che in questo periodo di tempo sono aumentati, abbiamo perso in 10 anni 600 mila studenti italiani, la dimensione di una città tipo Genova o Palermo.

Ovviamente è un fenomeno che conosci bene, ma volevo condividere il dolore di aver toccato con mano la misura di questo (ennesimo) orrore (tra l'altro, si tratta di una cosa in cui mi sono imbattuto abbastanza per caso, perché cercavo sul sito del Ministero tutt'altri dati...).


In effetti in quel grafico qualquadra non mi cosa. Le superiori, fino a prova contraria, sono ancora scuola dell'obbligo, quindi non è pensabile che ad esse acceda una "clientela" schermata dalle conseguenze economiche della crisi, e in quanto tale capace di riprodursi!

Voi avete un'idea di che cosa significhino queste tendenze? In particolare, forse sarebbe utile aggiungerci il dettaglio della cittadinanza, ma anche qui non si capirebbe come mai il livello delle iscrizioni alle superiori sarebbe sostenuto da studenti non italiani, mentre alle medie e alle elementari no. Io però devo occuparmi di altro. Se il tema interessa, ci torniamo con più calma.

sabato 6 gennaio 2024

Ancora su Pil e tendenze...

Solo due ulteriori chiose all'annosa vicenda del grafico della vergogna, quello che documenta lo scostamento del Pil italiano dal suo tendenziale.

La prima è che, in effetti, qualcuno si ricordava (io no) che lo avevo pubblicato anche sul Fatto Quotidiano, quando collaboravo con quel giornale (il 17 agosto 2016):


(inutile dire che io gli avevo fornito i dati corretti, ma loro non erano riusciti a disegnare una tendenza rettilinea: quindi non lamentatevi degli epigoni, in giro c'è di molto peggio!).

Segnalo pertanto che qualcuno si è trovato sotto l'ombrellone questo bel grafico, ma a quanto pare nessuno ci ha riflettuto sopra: una cosa che vi invito a considerare, ove mai voleste iscrivervi al PUV (il Partito Unico della Verità, quello delle persone giuste che fanno la cosa giusta, e che va a finire invariabilmente nel modo che vi ho raccontato).

La seconda chiosa riguarda il sito dell'ISTAT. Siccome invecchio (quest'anno saranno 62, se ci arrivo) tendo a diffidare della mia memoria, ma, come la querelle col sor Fiorenzo dimostrerà, mi aiuto con gli archivi. Ora mi raccomando: non abbandonatevi al complotto! Vi ho detto in un post precedente che il sito dell'ISTAT per lungo tempo ha riportato (con mio enorme stupore, a dire il vero...) la serie storica secolare del Pil. Sono andato a verificare sulla wayback machine se fosse vero, perché in effetti mi pareva strano (ma purtroppo non lo è) che un fatto stilizzato così catastrofico, esposto nella homepage dell'Istituto Nazionale di Statistica, non avesse attirato l'attenzione di nessuno!

Magari me l'ero sognato io, che sono un po' ossessionato dalla crescita e dall'austerità...

Invece no!

Questo è uno snapshot del primo luglio 2019:


questo del primo marzo 2022:


e quindi, come vedete, il grafico è stato lì per almeno tre anni!

Poi da aprile 2022 ci si è spostati su un registro forse più rassicurante e forse più informativo, nel senso che non lasciava intuire (se non agli esperti) la gravità della situazione, ma forniva però una serie di utili dettagli congiunturali (che poi è forse quello che un istituto di statistica deve fare, ma non sta a me valutarlo - io so solo che negli anni zero mi misi a studiare l'economia cinese perché prima dell'arrivo di Giovannini mi era più facile trovare i dati della Cina che quelli dell'Italia: poi la situazione migliorò...):


Per completezza, oggi ci trovate questo:


che è comunque un colpo d'occhio rassicurante (credo che Cimaglia o Barelli ve ne parleranno più tardi al Tg).

E così abbiamo confermato una virtù del Cavaliere nero: non perdona, ma dimentica.

Qualche volta.

Fate i bravi!

giovedì 4 gennaio 2024

Pei malati c'è la china, pe' mattoni non c'è medicina

 (...a orecchio mi pare che fosse così, forse potrei sbagliarmi, ma certamente di poco...)

(...non voglio farla troppo lunga, ma ci sono alcuni punti che secondo me vale la pena di approfondire. Ovviamente quelli che "senatore, ma perché perde tempo con questi personaggi?" sono già stati bloccati su Twitter e saranno sbloccati solo se si recheranno di persona al giubileo del 16 novembre...)

Riassunto delle puntate precedenti

Nel post su "Gli epigoni" vi avevo fatto vedere che un tale Matteo Brandi aveva ripreso, con una didascalia inadeguata, un grafico del nostro post di fine anno:


Il perché una simile didascalia sia inadeguata è ovvio: qualsiasi eurista di passaggio potrà facilmente obiettare che nel grafico lo scostamento del Pil dalla sua traiettoria tendenziale diventa apparente dal 2009, per cui non si capisce che diavolo c'entri l'euro. Per la sciura Maria l'euro è iniziato da quando se l'è trovato in tasca (nel primo gennaio 2002), per i midwit è iniziato nel 1999, e per gli esperti nel 1997 (per i motivi esposti ad esempio qui: il percorso verso l'euro prevedeva nei due anni precedenti la valuta nazionale mantenesse il proprio cambio con l'ECU/EUR entro una banda di oscillazione estremamente ristretta, sicché de facto nell'euro ci siamo dal 1997). Questa totale mancanza di correlazione conduce a un autogol facilmente evitabile (sotto ve ne darò una dimostrazione). Del resto, un disastro simile sarebbe tranquillamente potuto succedere anche ai tempi della lira, se si fosse deciso di tagliare del 33% gli investimenti pubblici. Il problema è far capire come mai in un regime di cambi fissi, e quindi, a fortiori, in una unione monetaria, l'aggiustamento degli squilibri esterni si scarichi sull'assorbimento, cioè sulla domanda interna. Ma questo con quel grafico non lo fai capire e quindi ti metti inutilmente in una posizione dialettica debole. La posizione dialettica forte la conquisti se intitoli il grafico "Il successo dell'austerità". Che l'austerità sia iniziata durante la Grande crisi finanziaria se lo ricordano un po' tutti, ma che danni abbia fatto non lo sa quasi nessuno.

Ricordate il concetto più volte espresso che se si è in condizioni di inferiorità numerica bisogna scegliere con attenzione il campo di battaglia? Ecco: il simpatico film maker vi forniva un esempio di come fare il contrario!

Per motivi imprecisati il dibattibecco su Twitter ha però preso un'altra strada, che a me interessava molto meno: quella sulla paternità del grafico. A me i dibattibecchi divertono quando so come vanno a finire, e questo è andato a finire come vi illustro rapidamente.

Brandi dice che la fonte non ero io ma un post di tal Trombetta del 13 luglio 2023, questo:

dove noterete il commento, che esemplifica la cosa che mi infastidiva (l'autogol).

Io facevo notare due cose:

  1. che il commento a questo grafico era molto dilettantesco (ci torno dopo);
  2. che comunque, visto che il tema della proprietà intellettuale appassionava, questo grafico era ripreso da un mio post del 22 maggio.
E fino a qui per la puntata precedente. Poi la cosa è andata avanti (si fa per dire) su due filoni: proprietà intellettuale e interpretazione del grafico. Che è come dire Dumb and Dumber.

Fermate l'inutile strage!

Ribadito (e dopo ve lo proverò) che la proprietà intellettuale non era il tema, dopo questa sportellata una persona normale si sarebbe fermata. Ma qui abbiamo a che fare con individui eccezionali! Il Trombetta a questo punto accusava me di aver plagiato un lavoro dell'amico Gennaro Zezza risalente al 2019 e che Trombetta aveva citato, riportandone la fonte, il 24 luglio di quell'anno:


A questo punto non potevo che rispondere così:


citando un mio antecedente post del 2018 che effettuava questa analisi "a futura memoria", e specificando che molto probabilmente Gennaro non mi aveva copiato! Purtroppo a questi qui mancano #lebbasi, e una delle basi è che NIHIL EST IN INTELLECTU QUOD PRIUS NON FUERIT IN GOOFYNOMICS.

A scanso di equivoci ricordavo anche che la prima analisi del genere di cui mi ricordassi l'avevo fatta per criticare il compianto Saccomanni nel 2013, e che quindi forse potevamo anche piantarla lì.

A questo punto il Trombetta poteva squillare solo fuori tema, e quindi la risposta diventava "gnegnegnè hai votato la fiducia a Draghi!":


(...e meno male, altrimenti oggi sarebbe Presidente della Repubblica!...).

Appurato il fatto che il Trombetta i grafici non li sa scrivere, restava da appurare l'altro punto, quello più rilevante, ovvero il fatto che non li sa leggere. Fatto gravissimo perché ha indotto all'errore il fratello Brandi!

Interludio "matematico"

Qui sotto vi metto due serie di dati: una che cresce linearmente, e l'altra che cresce a tasso di crescita costante del 5%. Vi ricordo che il tasso di crescita si calcola sempre nello stesso modo:

Date un po' un'occhiata:


e qui c'è il grafico:


Che cosa notate? Dovreste notare una cosa su cui ho sempre attirato la vostra attenzione: 1 è il 10% di 10, ma anche il 5% di 20, ma anche l'1% di 100. Cosa intendo dire? Intendo dire che se una serie cresce con incremento costante, cioè aumenta linearmente (nell'esempio, aumenta di 1 in ogni intervallo temporale, per cui passa da 20 a 21, da 21 a 22, ecc.), il suo tasso di crescita è decrescente perché la stessa grandezza costante x(t) - x(t-1), nell'esempio uguale a 1, viene divisa per un x(t-1) progressivamente crescente.

Viceversa, se una serie cresce a tasso di crescita costante, i suoi incrementi sono via via più grandi, perché il 5% di 20 è sempre 1, ma il 5% di 40 è 2, il 5% di 100 è 5, ecc. Ci arrivate, voi, vero? Perché siete persone normali, quindi capite che:

  1. una serie che segue una tendenza lineare avrà un tasso di crescita decrescente;
  2. una serie che ha un tasso di crescita costante segue una tendenza esponenziale.

Non è un'enorme novità. Qui, ad esempio, abbiamo notato spesso che il tasso di crescita di pressoché tutte le economie europee è stato decrescente, come conseguenza di un fisiologico processo di convergenza (catch up). Lo avevamo fatto notare ai cialtroni del declino, e la conseguenza di questo dato fisiologico è che il Pil reale delle economie europee segue una tendenza? Lineare! Bravi! (grazie).

E infatti, nel post sulla crescita negata abbiamo visto in particolare che una tendenza lineare offre un'approssimazione (descrittiva) sufficientemente accurata per il Pil di Francia, Germania e Italia, col solo problema che in Italia nel 2009 la tendenza si spezza e diventa piatta (e abbiamo visto che questo dipende sostanzialmente da un crollo degli investimenti pubblici). Ma finché le serie rimangono in tendenza lineare, questo non significa che il loro tasso di crescita sia costante: significa che è decrescente. Se invece il tasso di crescita restasse costante, necessariamente osserveremmo un esponenziale.

Jim Carey e Jeff Daniels

...e torniamo al dibattibecco di ieri.

Nel mio post avevo fatto notare che la descrizione che l'amico Trombetta (sed magis amica veritas) fornisce del "suo" grafico è profondamente ingannevole. Lui dice infatti testualmente:

Il tasso di crescita medio annuale del PIL reale dell'Italia è stato del 5,7% tra il 1946 e il 1991, dello 0,6% dall'ingresso nell'Unione Europea e dello 0,4% dall'adozione dell'euro. Se il tasso di crescita [da quando? Dall'ingresso nell'UE, sembra di capire...] fosse rimasto quello precedente all'ingresso nella UE e nell'Eurozona [cioè al 5.7%, sembra di capire], oggi il PIL dell'Italia sarebbe più grande di quasi 500 miliardi di euro.

(lo potete controllare sopra).

Questa, mi spiace farlo notare all'amico Trombetta, è una gigantesca sciocchezza! Se il tasso di crescita fosse stato costante dal 1992 al 5.7% avremmo infatti osservato l'andamento della spezzata arancione:


per gli ovvi motivi descritti sopra. Non si doveva quindi dire "Se il tasso di crescita fosse rimasto quello precedente", ma "se il Pil fosse rimasto sulla sua tendenza precedente" (e quindi avesse continuato a svilupparsi con tasso di crescita decrescente, non costante e uguale al valore precedente all'ingresso nell'UE).

Questo voi lo avete capito, perché sarete anche poco preparati, ma almeno non siete di sinistra! Siete quindi immuni dalla filosofia del piddino, il sapere di sapere, senza sapere una beneamata, quella filosofia che avevamo descritto qui, confrontandoci con un sesquipedale cretino secondo cui un aumento del 200% equivaleva a un raddoppio. Non so se ricordate:


Incredibile dictu, ieri sera, a margine di questo dibattibecco futile, ma non inutile (sono sicuro che qualcuno di voi ha capito un po' meglio la differenza fra lineare ed esponenziale), è arrivato uno quasi peggio!

Il fenomeno, questo qua, prima ha esordito burbanzoso con un tweet di questa fatta:


poi cancellato. Puzza un po' di ricottina del rigurgitino, di studentello di qualche tipo di fainans, non credo di grandi letture né di studi classici (che comunque non esistono più, quindi in questo è assente giustificato). Lo si capisce dal fatto che invece di tasso di crescita parla di "tasso di rendimento composto annuo" (il rendimento del Pil? Come parli, frate?), ma la domanda non c'entrava nulla, e la potenziale sinistrosità del tipo trapelava dal suo ritenersi portatore della verità, a fronte dell'oscurantismo rappresentato dal coglione fascio legaiolo (io):


Siccome non ho mai visto una persona non capire un cazzo con così tanta intensità, ho ritenuto che fosse interessante per voi vedere lo sviluppo (o meglio, l'inviluppo) del ragionamento di questa anima persa (non filato neanche dai suoi parenti più stretti, va detto):




Delirio purissimo, ma indicativo della temperie culturale "mattonista" e del livello di degrado del cesso nero! Anche da qui, però, un insegnante sa trarre insegnamenti utili. Premesso che a questo delirante saputello era stato chiarito più volte che doveva leggersi il blog e che così avrebbe capito che il profilo esponenziale era quello che scaturiva dal controfattuale dilettantesco del Trombetta (ricordate: "Se il tasso di crescita fosse rimasto quello precedente...):


mi sembra chiaro come qui manchino le basi di qualsiasi cosa: della matematica, della statistica, ma anche della capacità di lettura di un testo!

Lo dimostra il fatto che il porello cerca di interpolare il Pil con un'esponenziale (femminile: funzione esponenziale) dal 1950, il che presupporrebbe che il tasso di crescita del Pil fosse stato costante dal 1950 a oggi (per gli ovvi motivi esposti sopra). E a chi glielo faceva notare, il povero bimbo rispondeva così:


Una cosa però è certa: se lui è intelligente io sono un coglione. Però furbo, perché senza esperienza di studi di funzione sono riuscito a farmi abilitare da ordinario. Non so se il degrado dell'università italiana sia dimostrato meglio dalla mia impreparazione o dalla preparazione di Federico: lascio decidere a voi!

La morale della favola

In trenta minuti scarsi (devo uscire con mia moglie).

Intanto: questi sono irrecuperabili. Hanno però il pregio di essere pochi.

Poi: è sempre la stessa storia. La gente parla ma non ascolta. A me che dicevo chiaramente che non mi importava che si usasse materiale mio purché lo si usasse bene, il film maker rispondeva:


Ora: non lo faccio notare a lui (perché non potrebbe capirlo), ma a voi sì: ovviamente come si fa a rendere un grafico riconoscibile lo so, e per un po' di tempo l'ho anche fatto. Guardatevi ad esempio questo, tratto da qui:


(...per inciso: post applauditissimo all'epoca, ma testimonianza di un analfabetismo politico a livello quasi mattonista: solo che io avevo speranza di crescere...).

Secondo voi, se usavo i watermark e ho smesso di farlo, mi interessa rivendicare la mia proprietà intellettuale o no? Direi di no, giusto?

E secondo voi, perché ho smesso di farlo?

Qui si entra in un discorso politico che poi è anche un déjà-vu. Molto, molto tempo fa litigai con un amico. Ve ne ho parlato qui. Alla base di quel litigio c'era la sua idea, maturata verso dicembre 2012, di convertire il lavoro del mio blog in un volantino snello, di pochi punti (il puntinismo, malattia infantile della divulgazione), magari con qualche grafico di quelli espressivi (non mi ricordo quale dei grafici del blog lui considerasse espressivi), che poi si sarebbe dovuto diffondere con una specie di operazione di guerrilla marketing per attirare consenso su non so quale partituncolo in vista delle elezioni politiche del 2013.

Quindi: col mio lavoro divulgativo (e col nucleo di lettori del blog) si sarebbe dovuto fare un lavoro politico dai contorni non ben specificati, a beneficio non si sa bene di chi.

La mia posizione all'epoca era molto semplice: siccome il blog era, all'epoca, una fonte terza e quindi in qualche modo relativamente credibile, e siccome, non se ne dolgano gli ottoni e le spade, all'epoca certe cose solo io ero in grado di farle capire in modo convincente (lo dimostrava il consenso del blog, che era poi il branco di pesci attorno cui ruotavano tanti pescicani più cani che pesci), secondo me se c'era da diffondere del materiale, quel materiale andava reso riconoscibile come proveniente da Goofynomics, per portare più gente possibile al Dibattito, e non anonimizzato come se originasse da una galassia di improbabili sfigati (mi ricordo che li chiamavo "i marxiani scalzi della Valnerina", per una serie di motivi che vi risparmio e che chi c'era ricorda...). Non mi sembrava il caso di associare al  mio lavoro scientifico e divulgativo il discredito di una affiliazione politica folcloristica ed improbabile!

Ovviamente su questo non eravamo d'accordo: da una parte c'ero io, che sono quello che vedete e che dovreste conoscere, dopo tredici anni di colloquio assiduo in cui mi sono aperto a voi, e dall'altra parte c'era la solita storia: l'ambizioncella politica, la fretta, l'urgenza, l'incapacità di elaborazione propria, ecc. Tutte cose che avrebbero comunque condotto al disastro, da cui il mio motto preferito in quel periodo: divisi si vince.

E diviso ho vinto, almeno se valutiamo il mio percorso con la metrica di quelli che avrebbero desiderato farlo loro!

Ora, in effetti, il problema non si pone più, per un motivo molto semplice. Per chi non mi conosce, io sono "er senatore da 'a Lega", quindi sono una fonte a priori inaffidabile perché di parte. Se rendessi i "miei" contenuti identificabili come tali, li renderei ipso facto inutilizzabili, perché la persona cui vorreste sottoporli si chiuderebbe a riccio in una corazza di pregiudizi antileghisti. Questo è il motivo razionale per cui non uso più da tempo i watermark (ho smesso in realtà da molto prima di entrare in politica, perché già da quando era un personaggio pubblico visibile ovviamente qualsiasi coglione riteneva di potermi giudicare sulla base delle mie pretese appartenenze ideali).

Ma questo non significa che i materiali, i punti di vista, le elaborazioni di dati che vi metto a disposizione debbano essere usati in modo dilettantesco! Chi lo fa danneggia non solo se stesso, cioè il nulla: danneggia tutti noi, insinuando il discredito verso chi difende certe posizioni. E noi questo non possiamo permettercelo.

Come diceva qualche giorno fa Giulia, e come del resto avevamo previsto, di tutti i "mijoni" autoproclamatisi tali in pandemia è rimasta solo un po' di morchia antipolitica, i temi veri (la distribuzione del reddito, quindi l'euro, la compatibilità dell'UE con il nostro ordinamento democratico, ecc.) si stanno riaffacciando con prepotenza, e ovviamente i tanti orfani del virus, che non sono solo Burioni e Bassetti, ma anche gli antiBurioni e gli antiBassetti, si riposizioneranno su questi temi facendo un sacco di danni! L'adrenalina dei 100 like sotto al tweet è irrinunciabile: ci si posiziona sui temi che tirano... a rischio di tirarli a fondo!

Vedrete che quanto vi prefiguro qui succederà. Dovremo essere molto bravi a tenere la barra e a ricordare che dietro le nostre conclusioni c'è letteratura e rigore scientifico. Di converso, dalle cialtronate che faranno gli altri potremo retrospettivamente intuire quanto accurato fosse il loro modo di informarci su altri temi.

Il tempo è sempre un utile setaccio, anche se non sempre arreca le trasformazioni che auspicheremmo portasse.

Bisogna sapersi accontentare!

L'inizio e la fine

Il mio post di ieri ha suscitato un esilarante dibattito su Twitter. Esilarante, certo, ma come ogni dibattito anche fecondo. Ad esempio, nel fuoco (fatuo) di accuse incrociate sono stati menzionati, come prova del fatto che la Lega, e specificamente il vostro guru, hatraditooooh, il mio intervento del 17 febbraio 2021 in discussione generale sulla fiducia a Draghi (lo stenografico lo trovate qui), e l'intervento di Massimiliano Romeo tenuto il 20 luglio 2022 in discussione sulle comunicazioni del Presidente Draghi (lo stenografico lo trovate qui).

Il minimo che si possa dire è che questi discorsi non sono stati perfettamente compresi dai più, ma il fatto che li si continui a citare a vanvera ci dà una preziosa opportunità per riascoltarli e rileggerli col senno di poi (che per alcuni era anche il senno di prima).

Per quel che riguarda il mio, lo trovate qui:


e va detto che in questo caso, purtroppo, avrei dovuto sorvegliare con maggiore attenzione il lavoro abitualmente ottimo degli stenografi del Senato, che per uno scrupolo senz'altro mal riposto, pensando forse che io avessi perso il filo, hanno rimosso il punto culminante del discorso, i miei tre "se":


(duole constatare che la maggioranza degli ascoltatori fosse - e ancora sia - meno lucida di Anastasia e Genoveffa). Riascoltando il mio discorso del 17 febbraio 2021 ci troverete il mio post del 31 dicembre 2023 e la mia convinzione che la persona cui eravamo costretti a dare la fiducia fosse più parte del problema che della soluzione. "Se riuscirà" voleva dire: non riuscirai. L'interessato lo ha capito benissimo, i famoerpartitisti un po' meno, i punturini peggnente, ma... so is life! Mi accontento del risultato e di aver fiducia in chi mi ha condotto ad esso.

Quanto a Romeo, il suo è stato senza paragoni il discorso più bello della legislatura, o almeno così lo visse chi lo capì, e lo potete riascoltare qui:


Ne facemmo a suo tempo l'esegesi parlando della coloncardia, una malattia rara che colpisce i cretini politici: il loro colon sbocca nel ventricolo destro, al posto della vena cava inferiore, sicché si trovano, poverini, col cuore pieno di merda, e "ragionano" di conseguenza. Con questa malformazione rara (ma non troppo) si può convivere (purtroppo), ma guarirne è impossibile (purtroppo). Pare colga con maggior frequenza chi ha bevuto l'acqua avvelenata nei pozzi dell'antipolitica, e quindi prevenirla dovrebbe essere impegno di tutti.

E voi, questi discorsi, li avevate capiti?


(...p.s.: a proposito dell'antropologia di certi social: il più cretino fra i cretini che hanno cercato di spiegare a me, che lo avevo detto in segreteria politica il 4 febbraio del 2021 - come riportato dalle agenzie, che sostenere Draghi ci avrebbe fatto perdere consenso, era un cretino che mi voleva folgorare con questa sua brillante intuizione nel marzo 2022, e che continuamente mi citava il fatto di essere una specie di padreterno su LinkedIn...)

mercoledì 3 gennaio 2024

Gli epigoni

Il mondo dei nani e delle ballerine giganti del pensiero "antisistema" è in subbuglio!

Pare che abbiano trovato il grafico definitivo, quello che inchioda l'euro alle sue responsabilità. Una smoking gun che non ammette repliche. Meno male! Era ora! Tutti noi che intuivamo confusamente come ci fosse qualcosa che non andava, siamo grati ai pensatori indipendenti che con le loro elaborazioni originali hanno raggiunto questo importante risultato. Finalmente abbiamo uno strumento che ci consentirà di prevalere in ogni dibattito e di corroborare con una robusta evidenza la nostra intuizione che l'euro ci abbia messo in seria difficoltà, o meglio, per i pipperiani popperiani, di falsificare l'ipotesi tuttora molto accreditata che l'euro sia stata l'ancora di salvezza al collo della nostra economia.

Non possiamo che essere grati a chi ci ha procurato un simile strumento.

Quale?

Questo!


E chi ha addotto cotali elementi probanti?

L'epigono dell'Istituto Luce (epigono riuscitissimo, a mio avviso):


Vi potrebbe sembrare di averli già visti da un'altra parte?

Avreste ragione, ma nella sua cristallina e indefettibile onestà intellettuale il filmografo lo ammette e cita la fonte:

A produrre cotanta compelling evidence sarebbe stato er sor Trombetta, un altro nostro vecchio amico e frequentatore dei #goofy (dove probabilmente, impressionato dal concorso di popolo, maturò l'insano progetto di fare una "operazione politica", che nelle sue idee doveva essere una sottrazione del nostro consenso, ma che nei fatti è stata una divisione del suo).

Una minima ricerca conferma che in effetti le cose stanno così.

La scoperta è risalente:


L'eureka anti-euro risalirebbe niente meno che a luglio di quest'anno!

E qui, oltre che la cristallina e indefettibile onestà intellettuale, si apprezza anche la magnanima e lungimirante nobiltà d'animo con cui questi giganti del pensiero lasciano correre su un episodio sinceramente spiacevole: un vile tentativo di appropriarsi della loro proprietà intellettuale compiuto da un tizio che dice di essere un docente di ruolo di economia (in aspettativa per motivi imprecisati). Questo personaggio squallido avrebbe utilizzato i risultati altrui per dare risalto a un suo progetto didattico tanto irrilevante quanto dilettantesco, che per questo motivo gli ha meritatamente rovinato la carriera universitaria facendolo diventare presidente di una Commissione bicamerale! Questo tentativo, tanto più meschino in quanto il vero autore di una simile ponderosa ricerca aveva firmato il risultato del suo lavoro, è stato perpetrato col favore delle tenebre nella notte di San Silvestro.

Il Bagnai ha cercato di farsi bello con le penne del Trombetta, ma il Brandi, brandendo l'originale sicut "spada de foco" (cit.), ha fatto giustizia di questo sleale tentativo di clickbait, ricacciando nelle tenebre del polveroso palazzo San Macuto (un palazzo dove questi fulgidi araldi dell'ideale antieuropeo, queste avanguardie della revolución, mai entreranno perché mai vorrebbero entrare, se non muniti di apriscatole, loro, che disdegnano i "lauti stipendi" e le "poltrone"), ricacciando nell'ombra, dicevamo, il dilettante che ha insozzato il loro lavoro associandolo a un progetto marginale e ininfluente come Goofynomics!

Poi dicono che non esiste giustizia al mondo!

Non è così. I cazzari e i fregnacciari alla fine vengono ripagati con la loro stessa moneta: Bagnai, avvilito e oppresso dalla vergogna per essere stato sbugiardato in pubblico, in questo momento starà distruggendo i suoi post. Ma non servirà a nulla: abbiamo gli screenshot che lo inchiodano, e l'associazione a/simmetrie ha anche un filmato che documenta un suo precedente tentativo, compiuto a fine novembre, di farsi bello con le penne del pollo, come Apelle figlio di Apollo.

Vergogna!

Al dolo del plagio si aggiunge l'aggravante della sua reiterazione!

In che mondo siamo, signora mia...

Un mondo in cui chi incontra il genio, invece di riconoscerlo e di prosternarsi non tanto alle sue ragioni, quanto proprio alla sua persona, si diverte a fare obiezioni capziose di questo tipo:


Vergogna!

Non si interrompe così, con il banale richiamo a un dato fattuale, un'emozione! Non si getta una secchiata di acqua gelida sulla fervida passione civile del coraggioso e originale Trombetta!

Anche se...

In effetti...

Il tracciato del Pil si appiattisce nel 2008, e l'euro entra in vigore nel 1999...

Questo fastidioso dettaglio, purtroppo, è ineludibile...

Ma approfondiamo bene l'argomento del Maestro Trombetta. Musica, Maestro!


Ehm...

Non trovate anche voi che qui ci sia più di una stecca? Eh, ma voi non avete studiato musica! Vi faccio un breve elenco:

  1. sì, fra il 1946 e il 1991 il tasso di crescita è stato circa del 5.7% l'anno (in realtà, secondo Banca d'Italia, del 5.5%), ma questa media così elevata risente del rimbalzo post bellico. Nel 1946 il tasso di crescita fu del 30% e nel 1947 del 18%. Già eliminando questi due anni, come sarebbe corretto fare (altrimenti ragioniamo come Conte, che dopo aver chiuso arbitrariamente mezzo Paese si imputa come successo un tasso di crescita strabiliante, dovuto semplicemente al fatto che il Paese era stato riaperto!), la media scenderebbe al 4.6%;
  2. sì, è vero, dall'ingresso nell'Unione Europea (1992) al 2022 (alla fine del grafico) il tasso di crescita dell'Italia è stato dello 0.6%, così come dall'adozione dell'euro nel 1999 al 2022 è stato dello 0.4%, ma allora perché, con un salto di cinque punti verso il basso della crescita, nel 1992 o nel 1999 non si nota alcun cambiamento di struttura? La crescita, in quelle date, procede sulla tendenza lineare (di cui non si dice con che dati è calcolata: quelli fino al 1992? Quelli fino al 1999?);
  3. ma soprattutto, se il tasso di crescita, immagino dopo l'entrata nell'UE, fosse stato quello medio precedente all'entrata, le cose non sarebbero andate come è indicato nel grafico. Con un tasso di crescita del 5.7% dal 1992 le cose sarebbero andate così:


Non ci credete? E allora fate il conto voi, ricordando che tasso di crescita del 5.7% significa che ogni anno il Pil è uguale a quello dell'anno precedente moltiplicato per 1.057:


Per un'altra razza di cretini, quelli che non sanno distinguere fra dati reali e nominali e non leggono i post, quindi non capiscono che in questa tabella i dati sono espressi in milioni di euro a prezzi 2010 perché così vengono forniti dalla Banca d'Italia nella sua ricostruzione storica, e quindi ragliano su Twitter "i dati non sono quelli giustih-oh, ih-oh!", agevolo anche la simulazione partendo dai dati WEO:



Ovviamente non cambia nulla! Il profilo della serie nell'ipotesi del sor Trombetta (tasso di crescita ai valori precedenti all'entrata nell'Unione Europea) è ugualmente assurdo, c'è solo un minimo slittamento della serie dovuto alla diversa base dei prezzi (2015 invece di 2010).

Ora...

Io voglio bene a tutti, anche a chi non sa di cosa stia parlando. Che il sor Trombetta non lo sappia è evidente! Sapendolo, avrebbe detto la cosa corretta: non che "se il tasso di crescita fosse rimasto quello precedente all'ingresso nella UE" oggi il Pil sarebbe di circa 500 miliardi più alto (perché se lo avesse fatto sarebbe di circa 5800 miliardi più alto), ma che "se il Pil fosse rimasto sul suo tendenziale dal 1950 al 2007" oggi ecc. E fra le due cose, come vi ho fatto vedere, c'è una bella differenza!

Bene.

Forse cominciate a intravvedere dov'è il problema.

Solo una persona totalmente digiuna non dico di economia, ma di buon senso, potrebbe aspettarsi che un'economia avanzata come quella italiana potesse tenere negli anni '90, o peggio ancora dagli anni '90, tassi di crescita da economia emergente! In effetti di Paesi cresciuti al 5.7% di media il 1992 e il 2022 ce ne sono due:


(i conti, se volete, potete rifarli partendo da qui). Insomma, er sor Trombetta pensa di fare un accorato elogio del modello di sviluppo dell'Italia "sovrana" (qualsiasi cosa ciò voglia dire), e invece sta facendo l'elogio di un modello di sviluppo basato sull'esportazione di risorse naturali o sullo sfruttamento della manodopera a basso costo!

Cose che capitano quando non si è del mestiere...

Ma...

Ma visto che quella cifra di 500 miliardi in più rispetto al valore storico non è coerente con il discorso del sor Trombetta, qualcuno di malizioso potrebbe pensare che l'abbia tratta da un'altra fonte, e potrebbe googlare 500 miliardi, e magari potrebbe arrivare qui:


Ops...

E qui finisce l'ironia (forse), e cominciamo a parlare chiaro, partendo da una premessa, la solita: dovrebbe essere chiaro fin dal tredicesimo post di questo blog che a me di intestarmi idee mie o altrui non me ne frega assolutamente niente e conseguentemente che l'oggetto del mio sfottò non è minimamente il fatto che i sullodati giganti del pensiero non abbiano citato la fonte delle loro elaborazioni. Ho sempre insistito sulla assoluta non originalità dei contenuti della mia divulgazione, che sono assolutamente banali e devono la loro apparente originalità solo al fatto di essere diffusi in un contesto politico-istituzionale che, lui sì, è piuttosto, come dire, originale! La mia ricerca originale c'è ma è pubblicata in riviste scientifiche che sono legittimamente fuori portata per molti di voi e comunque verte su aspetti di nicchia, dato che sui temi di fondi dell'unione monetaria, come sa chi studia, aveva già detto tutto (inascoltato) James Meade nel 1957! Io vi ho dimostrato che della proprietà intellettuale delle mie idee non me ne fotte niente, quindi il problema non è quello, e vi ho altresì dimostrato che di essere stato il primo a intervenire in un dibattito che in realtà si era chiuso cinque anni prima che io nascessi altresì non me ne fotte niente (altrimenti, banalmente, non vi avrei insegnato quello che non avreste mai avuto modo di sapere se non ve lo avessi insegnato io, cioè, appunto, che il dibattito si era chiuso cinque anni prima che io potessi intervenirci)!

Quindi il problema non è "non hai citato la fonteeeeh!", o "l'ho detto prima i-oh!", come alcuni volenterosi, ma un po' sciroccati membri di questa community (eggnente!) hanno rimproverato ai  summenzionati giganti del pensiero. Il problema, insomma, non è che non avete portato traffico su Goofynomics (mi sembra sufficientemente ovvio che io ho meno bisogno di voi di quanto voi abbiate bisogno di me!), anzi, se mai è il contrario: il problema è che citando cose a organo genitale esterno di carnivoro caniforme rischiate di attirare sul nostro lavoro un'attenzione sbagliata! Insomma: io non vorrei mai che qualcuno credesse che le scemenze sopra evidenziate le abbia dette io, perché io ho detto cose totalmente diverse e non ho nessuna intenzione di farmi screditare da chi, parassitando un lavoro in cerca di clickbait, ne fornisce un'immagine distorta e caricaturale.

E già capisco l'obiezione: "Vabbè, me sò sbajato, ma tanto basta che sse capimo...". No, caro Trombetta, te lo dico come puoi capirlo tu, scusandomi con gli altri: basta che sse capimo un cazzo! La battaglia ideale che qui stiamo combattendo, e che tu dici di combattere, non è un gioco da dilettanti, non tollera cialtronate, semplicemente perché non ha alcun senso screditarsi con analisi così farlocche e controvertibili. I midwit di osservanza bocconiana, i seguaci del laureato, non vedono l'ora che qualcuno dica delle sesquipedali cretinate per massacrarlo e per attirare su tutto il movimento euroscettico il discredito che un certo modo di argomentare onestamente merita: ma lo merita chi lo mette in pratica perché parla di cose di cui non capisce nulla, non chi invece si adopera per divulgare nel più scrupoloso rigore metodologico, fottendosene del consenso.

Cioè io.

Insisto su un punto: sono anni che tirate avanti coi contenuti di Goofynomics, e a me questo fa solo piacere. Intanto, non essendo voi economisti, non avendo cioè i presupposti professionali, culturali, intellettuali per proporre dati e analisi economiche, è chiaro che volendo impicciarvi di economia da qualcuno dovrete pur fornirvi, e sinceramente non vedo nulla di male nel fatto che abbiate scelto un buon fornitore! Meglio rifornirsi qui che dal laureato, per dire. Ma il punto è un altro: non mandate in giro roba che non avete capito, altrimenti gettate il discredito della vostra scusabile ignoranza sul lavoro che qui stiamo facendo con serietà e competenza. Ripeto: la vostra ignoranza è scusabile, non è colpa né merito vostro se non siete economisti. Aggiungo: la vostra buona volontà è commendevole, e lo sarebbe anche di più se la aveste usata per aiutare anziché per danneggiare (non riuscendo a fare né l'una né l'altra cosa).

Io ve lo dico con  affetto. Quando Goofynomics è partito portavate ancora i calzoncini corti, vi ricordo ai nostri convegni, con la vostra freschezza e il vostro entusiasmo. Non siete cattive persone, e se voleste aiutare, senza smanie, con perseveranza, potreste essere senz'altro utili. Questa è l'ultima chiamata. Deponete la porca tigna del vostro narcisismo sterile e autodistruttivo, provate a immedesimarvi un minimo in quello spirito di servizio, servizio al Paese, ai nostri concittadini, alla verità del dato, alla serietà delle analisi, all'ambito delle proprie competenze, che qui abbiamo sempre osservato ed esemplificato, e provate a lavorare per il progetto, non contro il progetto.

Voi, con Paragone, avete in comune solo una cosa: il fatto che lo spazio politico del "vostro" dissenso si sta prosciugando, e non solo perché la Lega è stata coerente sul MES, ma anche perché l'altra vostra grande battaglia identitaria, quella sulla punturina, si sta svuotando di significato come chi sa analizzare la realtà aveva previsto:


(e anche lì, la partenza della Commissione d'inchiesta renderà istantaneamente poco interessanti tutti quelli che ringhieranno da fuori, senza poter vedere le carte, senza poter interrogare i protagonisti di quella vicenda).

Ma fra voi e Paragone c'è una grossa differenza: Gian è bravo, e tornando a fare l'autore guadagnerà un multiplo sostanzioso di quanto guadagnava in Parlamento (non è nemmeno da escludere che dietro le sue ultime decisioni ci sia anche la razionale e condivisibile scelta di smettere di rovinarsi la vita con beneficio scarso o nullo). Voi, pur avendo senz'altro talento e intelligenza, non avete le stesse possibilità di trovarvi un altro stagno in cui sguazzare, quando quello del vostro attuale consenso "di nicchia" sarà riassorbito dalla Lega. Qui non parla il politico: i vostri numeri già non sono interessanti per un politico. Qui parla quello che ha messo su questa community dove siete stati accolti e di cui avete fatto parte. Per quanto piccolo, quello che state perpetrando col vostro atteggiamento è uno spreco. Non solo: è un film già visto! Me li ricordo solo io quelli che pensavano di avere un consigliere comunale a Pescara e che da lì avrebbero cambiato er monno? Me lo ricordo solo io quello che a La Spezia ha preso sette voti? Non potete non fare la stessa fine, se aveste avuto modo di crescere sareste cresciuti, ma purtroppo non avete modo di crescere e questo post alla fine spiega bene perché.

Povertà non è vergogna, ma perseverare è diabolico, e soprattutto ridicolo.

Questo ramoscello di ulivo si autodistruggerà in tre, due, uno...

martedì 2 gennaio 2024

Crescita e apertura

Vi sottopongo un problema di metodo e un problema di merito.

Nel metodo, come sapete io sarei per riaccorciare la filiera, riportando qui il dibattito che da quando sono in Parlamento è stato delocalizzato nel cesso ora nero (e prima azzurro) per una serie di motivi oggettivi (principalmente la mancanza di tempo, da cui consegue la necessità di interlocuzioni rapide, e il bisogno di monitorare in modo snello i temi del giorno).

Nel merito, come studio di un caso (cioè come quella cosa che gli aziendalisti chiamano caso di studio, perché in inglese case viene prima di study), vorrei parlarvi della relazione fra apertura al commercio e crescita economica.

Che cosa lega due argomenti così distanti? Li lega l'osservazione interessante fatta a un precedente post di #goofynomics da un utente Twitter (sì, lo so, il brand è cambiato, ma il mio educated guess è che a differenza di Röntgen, che lo fece per umiltà, Musk non riuscirà a imporre questo brand al mercato...):



Parto dal metodo.

Un vantaggio del cesso nero è che consente di interagire fornendo, quando lo si desidera (cioè quando non si è Critica Climatica, per capirci) fonti e soprattutto rappresentazioni dei dati con una certa scioltezza. Su questa piattaforma, viceversa, per i commentatori inserire link attivi è un'operazione un po' laboriosa (molti non la sanno fare, anche se è spiegata nella sezione "Per cominciare"), e inserire grafici è impossibile. Peccato però che alla facilità di introdurre materiale non corrisponda la possibilità di analizzarlo in modo approfondito. La sintesi è che io preferisco che commentiate qui, nella misura del possibile, e che se dovessi imbattermi in qualcosa di interessante lì lo riporterò comunque qui per discuterne, laddove necessiti di una discussione strutturata.

Veniamo al merito.

fabio fa un'affermazione e una domanda: l'affermazione è che il drammatico rallentamento della crescita sperimentato dal nostro Paese è correlato al rallentamento del grado di apertura; la domanda, che in realtà è un diverso modo di proporre l'affermazione, è come mai, nonostante un atteggiamento da tempo piuttosto restrittivo della politica fiscale, il crollo del Pil si sia verificato solo dopo la GFC (per i laici: Global Financial Crisis).

Anche se per voi ci deve essere un solo hashtag: #goofynomics, il ragionamento di fabio può essere condensato in un diverso hashtag: #hastatolapertura. Nel ragionamento di fabio non c'è praticamente nulla che funzioni, ma siccome è proposto in modo civile ed è argomentato vale la pena di discuterlo in dettaglio.

Parto dai fondamenti.

L'ideologia della globalizzazione, cioè, ricordiamolo sempre, l'ideologia che propugna la necessità di assicurare una incondizionata libertà di movimento internazionale ai capitali (la globalizzazione questo è), viene sostenuta nel dibattito pubblico e in quello scientifico con alcuni fatti o fattoidi. Due fattoidi ricorrenti sono che una maggiore apertura commerciale porti la pace (un esempio qui), e che porti la crescita (una rassegna qui).

Quindi: viva la globalizzazione (anche se pressoché ovunque gli elettorati, consciamente o meno, la respingono)!

Su "Lapace" (nota per i nuovi del blog: da sempre noi qui, e quindi a valle nel dibattito social gli altri, usiamo la crasi fra articolo e sostantivo per sottolineare i luoghi comuni, o comunque l'usura di certi termini), su Lapace, dicevo, le evidenze sembrano relativamente univoche, ma questo non vuol dire che siano particolarmente convincenti. Confesso di essere radicalmente allergico a qualsiasi ragionamento irenico, perché la rimozione (psicanalitica) del conflitto generalmente è l'arma usata da chi pensa di avere la forza di imporre la propria soluzione del conflitto. La desiderabilità di un mondo senza conflitto viene infatti argomentata sulla base, appunto, dell'assenza di conflitto e basta, mentre sarebbe utile saperne un po' di più: ad esempio, quale sarebbe la distribuzione del reddito in questo Paradiso terrestre? Prendete ad esempio Leuropa che ci dà Lapace: dobbiamo commentare ulteriormente? La vita, quella biologica come quella sociale, è conflitto. La democrazia è gestione, non rimozione, del conflitto. Chi ignora questo dato a me appare subito un po' losco, e infatti, tornando al punto, la "convincente evidenza" sul fatto che l'apertura commerciale (o più in generale l'integrazione economica) porti Lapace sconta una serie di problemi logici non da poco: il fatto che per definizione si confligge con quelli con cui si hanno relazioni, non con quelli con cui non se ne hanno; il fatto che ovviamente il conflitto deprime l'attività economica e le relazioni commerciali, il che però non significa che lo sviluppo delle relazioni commerciali riduca la probabilità di conflitti; e via dicendo, attraverso una serie infinita di problemi di endogenità e causalità inversa su cui peraltro si sono addentrati tanti studiosi: strano come una "convincing evidence" vista dal lato della letteratura spesso sembri un problema aperto! Alla fine, in questa letteratura domina la legge di Murphy: guardate ad esempio com'è andata fra Germania e Russia, due Paesi che erano così legati! La mia conclusione provvisoria, anche alla luce di quanto ci siamo detti qui, è che non è detto che un aumento dei volumi del commercio porti Lapace, mentre è abbastanza inevitabile che uno squilibrio di questi volumi porti a un conflitto.

Sulla relazione fra apertura al commercio e crescita in qualche modo partiamo avvantaggiati, nel senso che neanche il mondo degli yes men accademici riesce a proporne una visione univoca. La risposta in media è "più sì che no", ma molti studi evidenziano una relazione bidirezionale (un esempio è qui), per cui sarebbe la crescita a causare l'apertura commerciale tanto quanto questa causerebbe la crescita, e  altri studi si chiedono addirittura se una simile relazione esista (e rispondono: più no che sì).

A questo punto, forse, sarebbe opportuno, per aiutare il lettore, chiarire di che cosa stiamo parlando. Stiamo parlando di un indicatore secondo me abbastanza inutile che differisce di pochissimo da quella che forse è la variabile più importante per attestare lo stato di salute di un'economia (secondo me e The Economist), cioè il saldo delle partite correnti (qui per semplicità consideriamo il saldo commerciale):


Mentre il saldo commerciale CA è dato dalla differenza fra esportazioni e importazioni, il grado di apertura O è dato dalla loro somma. Normalmente queste variabili vengono normalizzate rapportandole al Pil, come nelle due formule qua sopra.

Ora, voi capite che già qui c'è un problema.

Infatti, da un lato le esportazioni aggiungono domanda (estera) all'economia nazionale, tant'è che entrano nella definizione del Pil con segno positivo, dall'altro le importazioni sono per definizione domanda nazionale che se ne va all'estero, che crea posti di lavoro e reddito all'estero, tant'è che entrano con segno negativo nella definizione del Pil:

Y = C + G + I + X - M.

Questa non è né un'esaltazione dell'autarchia né un manifesto a favore del mercantilismo: è un mero fatto contabile ed economico, da cui non si devono trarre conclusioni idiote. Ad esempio, non avrebbe alcun senso dire che "siccome le importazioni sottraggono reddito, allora per promuovere la crescita bisogna azzerarle", semplicemente perché un Paese come il nostro, che è (o in alcuni casi vuole essere) privo di materie prime, se non importasse dovrebbe chiudere i battenti! Tuttavia, nonostante alcuni generosi ed estremi tentativi condotti su casi disperati, l'idea che siano le importazioni di per sé a promuovere la crescita nessuno l'ha mai presa veramente sul serio, mentre l'idea che debbano essere le esportazioni a promuovere la crescita è iscritta, come abbiamo visto, perfino nei Trattati europei.

Il minimo che si possa dire quindi del grado di apertura O (come openness) è che somma mele e lavatrici, e infatti esiste un'ampia e dettagliata letteratura su possibili misure più adeguate dell'integrazione economica fra Paesi, letteratura promossa dal fatto che la variabile O ha un solo pregio: è facile da calcolare, ma per il resto presenta diverse criticità (vedetevele nell'articolo). Intanto però una cosa va detta, perché è immediatamente evidente all'occhio esperto: fabio questa variabile la calcola nel modo sbagliato, considerando le grandezze espresse in termini reali, mentre è uso calcolarla partendo da dati a valori correnti (in termini nominali). Per la precisione, la situazione è questa:


(tratta da qui): le statistiche ufficiali sul grado di apertura pubblicate dalla Banca Mondiale (e disponibili qui), che poi sono quelle generalmente utilizzate, si basano su grandezze nominali, mentre solo Alcala e Ciccone (2004), sul prestigioso QJE, usano una misura calcolata con variabili reali per argomentare un impatto positivo sulla produttività: un esempio prestigioso ma isolato, di cui fabio non so quanto fosse consapevole.

La questione non è di lana caprina.

Io non credo che fabio abbia agito con malizia, ma il fatto è che se invece della sua originale misura di apertura (calcolata con variabili reali) si usa quella consueta (calcolata con variabili nominali) il suo ragionamento (il disastro del Pil italiano post-2009 è dovuto al rallentamento dell'apertura) va in cocci subito:


basterà osservare che dal 1981 al 1991, quando il Pil cresceva del 2.3% in media all'anno (spezzata grigia), la misura di apertura corretta (spezzata arancione) diminuiva dal 45% al 33%. Difficile quindi argomentare che sia stato il ben più lieve rallentamento dell'apertura dopo la crisi globale a causare o concausare il disastro del Pil italiano dopo il 2009.

Se invece usiamo la misura "fabio", cioè quella calcolata in termini reali, il ragionamento di fabio va ugualmente in cocci, ma dopo un po'. Basta osservare che questa misura non aumenta molto più negli anni '80 (quando il Paese cresceva) di quanto aumenti dopo la GFC: fra l'81 e il '91 passa dal 26% al 32% (sei punti), esattamente come fra il 2007 e il 2017 passa dal 53% al 59% (sei punti). Abbiamo avuto quindi due rallentamenti nella crescita del grado di apertura in presenza di due contesti di crescita molto diversi, il che avvalora l'ipotesi che questa variabile non c'entri molto con il disastro illustrato dal post di San Silvestro e che riporto qui per vostra comodità:

Alla domanda "perché, pur avendo fatto avanzo primario positivo per 30 anni, solo dopo la GFC si sono avuti effetti devastanti sul Pil?" non è difficile rispondere. Certo, avanzi primari importanti sono stati realizzati ben prima della crisi e senza effetti immediatamente apparenti sulla traiettoria del Pil:


Al massimo dell'avanzo primario, attorno al 6% nel 1997 (questa fonte riporta il 6.5%, mentre questa il 5.6%), non corrisponde un minimo del tasso di crescita. Il problema non è il saldo del bilancio pubblico, ma la sua composizione. Quello che ha fatto male ai piddini, che infatti su Twitter non riescono a trovare di meglio che farfugliare idiozie sul fatto che i miei dati sarebbero falsi (sono a prezzi costanti, come deve essere quando si analizzano fenomeni come la crescita dell'economia in termini reali!), è stato farsi sbattere in faccia il loro taglio degli investimenti pubblici:


Questo ha fatto la differenza. L'openness non c'entra niente, e le dimensioni del saldo primario c'entrano, ma poco.

A me sembrava di averlo chiarito, e quindi l'obiezione di fabio rientra nel novero di quelle fatte da chi il post di San Silvestro forse dovrebbe rileggerlo. Però, ripeto, avendo portato dei dati, poteva valere la pena di esaminarne il merito, e così abbiamo fatto.

E ora torniamo a divertirci su Twitter coi piddini smarriti per essere stati messi di fronte alla catastrofe che hanno combinato...

lunedì 1 gennaio 2024

Un dato significativo

 (…su di voi…)

Vi vedo su Twitter tutti pervasi da sacro furore per il post precedente, tutti animati da un nuovo spirto guerrier che entro vi rugge, o, data la contingenza gastronomica, rutta, tutti invasati da un frenetico ottimismo della volontà, il cui sbocco is the new “Americano, facce Tarzan!”, ovvero: “Borghi, facce li dieci punti!”, e tutta questa frenesia, questo entusiasmo, questa sovrabbondanza di maschio vigore, per aver riletto cose che qui dovreste aver letto decine di volte (o almeno dovreste averle guardate come una mucca guarda un cartello stradale, che in questo caso sarebbe anche sufficiente, perché alla fine si tratterebbe in primis et ante omnia di capire che la direzione è sbagliata!), e questo entusiasmo è senz’altro positivo (forse!)…














ma…






































…com’è che su Twitter non c’è nessuno, letteralmente un [REDATTO] di nessuno che abbia fatto la più semplice e ovvia delle operazioni: usare l’hashtag #goofynomics nel citare il precedente post di Goofynomics?

Se il problema è avvicinare le persone alla consapevolezza, allora rendiamo virale la fonte della consapevolezza, no? O almeno proviamoci? O almeno citiamola?

No, troppo difficile!

Aspettiamo invece che Claudio, novello Tarzan, sguazzi “ne la marana” di Twitter coi dieci punti (modulo comunicativo che io esecro, e lui molto più di me: immagino la sua sofferenza interiore nel vedere che purtroppo funziona! 😂), così di dieci punti in dieci punti fra dieci anni dovremo ancora rispiegare da capo il divorzio fra Tesoro e Banca d’Italia!

Per carità, io vi capisco, ormai vi conosco meglio dei vostri genitori: voi avete tanto bisogno di un John Keating, di qualcuno che sappia affidare alla plastica catarsi “der gesto eclatante” eversivo il compito di mettervi in pace con l’idea di aver fatto qualcosa: vi vedo lì, tutti bellini, coi calzoncini corti in piedi sul banco. Perché alla fine non avete esattamente bisogno di com-battere, ma piuttosto di com-muovervi. Per poi andare a nanna tranquilli.

Ma non funziona così. Qui c’è il sergente Foley, è un altro film, e a quanto pare voi non siete esattamente Zack Mayo, che è quello di cui da inquadratore avrei tanto bisogno io (ma mi accontenterei anche del pinguino Private). Quando vedo una simile devastante assenza de #lebbasi mi viene da pensare che siamo ancora lontanucci, e che in fondo siamo sempre alle prese coi soliti atavici mali: il gestoeclatantismo, l’attesa che qualcuno, dopo, faccia qualcosa di decisivo, attesa il cui fine ultimo è dispensarci dal fare noi, ora, qualcosa di utile: utilizzare un [REDATTO] di hashtag: #goofynomics.

A proposito: buon anno [REDATTISSIMO]!


(…volevate combattere? Benvenuti all’AOCS. Alla prossima che fate siete fuori, ovviamente…)




domenica 31 dicembre 2023

Il PD, ovvero la crescita negata (il mio discorso di fine anno).

Quest'anno, oltre alla consueta presenza degli sciroccati, la platea del #goofy12 registrava anche una ristretta ma qualificata presenza di esponenti della classe dirigente del nostro Paese. Il "laboratorio nero":

Il pubblico del convegno internazionale Euro, mercati, democrazia 2023

nel corso degli anni ha prodotto qualcosa.

Tornando a Roma in compagnia di uno di questi manager, gli chiedevo quali impressioni aveva tratto dal convegno, quali cose lo avessero colpito, e i suoi main takeaways erano due: questo:

(tratto dalla relazione di Daniela Tafani), e questo:

Il grafico della vergogna nazionale

tratto dalle mie considerazioni conclusive: il grafico recante l'andamento del Pil italiano dal 1950 a oggi, insieme alla sua tendenza calcolata dal 1950 al 2007, ed estrapolata dal 2008 a oggi.

L'anomalia evidenziata da questo grafico è così vistosa, lo scostamento del Pil effettivo dal suo andamento tendenziale è così pronunciato, così apparentemente incolmabile, la cicatrice inferta al percorso di crescita del Paese così profonda e visibile, da condurre a una conclusione: qualsiasi ragionamento sul presente e sul futuro del nostro Paese che non parta esplicitamente da questo dato,  che non lo ponga al centro dell'attenzione, che non ne proponga una spiegazione, che non illustri un possibile percorso di ripresa, non può aspirare al rango di discorso, ma resta confinato nell'ambito delle chiacchiere. Detto in altre parole, mi sembra che per fare credibilmente politica in Italia si dovrebbe innanzitutto sapere che è successo questo (e vi assicuro che quasi nessuno lo sa), poi tentare di capire perché è successo (e oggi vi proporrò qualche linea di indagine), e infine valutare se e come sia possibile recuperare (e fino ad oggi, mi spiace, ma posso solo indicare quali sono, alla prova dei fatti, delle false soluzioni). La necessità, per un politico, di confrontarsi con questo fenomeno non scaturisce tanto dal fatto che i cittadini, e quel loro sottoinsieme sempre più ristretto che sono gli elettori, sappiano che è successa una roba simile. Anch'essi vivono, come chi li rappresenta, nell'ignoranza di questo dato mostruoso. Schiacciati come sono, come siamo, nella dimensione quotidiana, non gli si può chiedere quella memoria e quella prospettiva storica che può avere chi, come me, per mestiere ha studiato e insegnato l'analisi di lungo periodo delle serie storiche, e quindi sa dove trovarle e come leggerle!

Ma il fatto è che l'entità del disastro è tale che i cittadini non possono non soffrirlo nella loro carne viva. L'ignoranza di questo fatto economico, che è un dato politico, è la fonte principale di una serie di abbagli politici. Il più ricorrente è il mitologema delle sconfinate praterie della moderazione, che si troverebbero al "centro", e pullulerebbero di elettori. Nessun popolo cui è stata fatta una cosa simile può essere moderato, e questa non è una mia ubbia, ma è il risultato di analisi pubblicate su prestigiosissime riviste scientifiche. L'altro è il mitologema della "sciura Maria", che, indubbiamente, di processi stocastici integrati ne sa poco, ma che, ripeto, non può non avvertire (e nei discorsi di tutti i giorni, ve lo assicuro, avverte) che qualcosa si è rotto, e che in tasca ha il 30% in meno di quanto avrebbe se questo qualcosa non fosse stato rotto!

Non è consigliabile, per un politico, ignorare questo fatto, e ignorare quelle che la letteratura scientifica  ci indica come sue conseguenze più probabili (ad esempio, la tendenza alla polarizzazione del discorso politico, ovvero, in altri termini, la scomparsa del centro).

Oggi parleremo di questo.

Partiremo dal mettere in evidenza le dimensioni assolutamente anomale del fenomeno che stiamo vivendo dal 2009 e che, come vi ricordavo in un post precedente, qui già nel 2015 definivamo come la crisi più grave nella storia dell'Italia unita. Poi cercheremo di individuarne le cause prossime. Infine, ragioneremo su qualche possibile soluzione.

La crisi più grave nella storia dell'Italia unita

La crisi da cui ci stiamo a fatica riprendendo è senza ombra di dubbio la più grave nell'intera storia dell'Italia unita: è una crisi che lascerà una cicatrice duratura, visibile per i lunghi secoli a venire, un episodio sul quale gli storici non potranno non interrogarsi, e sul quale sarebbe opportuno che cominciassimo a interrogarci anche noi, tanto più che vi siamo direttamente coinvolti.

Per apprezzare la veridicità di questa affermazione vi propongo il grafico del Pil italiano dall'unificazione ai giorni nostri:

Figura 1

La serie rappresentata è quella del Pil in milioni di euro ai prezzi del 2010 (il Pil reale, cioè quello depurato dall'inflazione), ricostruita partendo dai dati forniti dalla Banca d'Italia (li trovate qui). Due cose colpiscono: la brusca accelerazione della crescita dopo la Seconda guerra mondiale, e l'altrettanto brusco arresto della crescita dopo il 2007, molto più pronunciato e visibile di quello determinato dalla Seconda guerra mondiale.

Questo dato, però, va però analizzato criticamente, anche per evitare futili contestazioni. Nel leggere un grafico simile va sempre ricordato che 1 è il 10% di 10 ma l'1% di 100. Il dato assoluto conduce i meno esperti a pensare che l'ultima crisi finanziaria globale, in seguito alla quale il Pil è diminuito di 146 miliardi di euro, dal massimo assoluto del 2007 al minimo relativo del 2013, sia stata più distruttiva della Seconda guerra mondiale, che ha fatto diminuire il Pil di 84 miliardi di euro dal massimo relativo del 1939 al minimo relativo del 1945 (tutti i dati sono a prezzi 2010). La lettura corretta è un'altra: nel 1939 il Pil era pari a 191 miliardi di euro (ai prezzi 2010), e quindi il calo di 84 miliardi in sei anni determinato dalla guerra era pari al 43% del valore di partenza; nel 2007 il Pil era pari a 1687 miliardi (ai prezzi 2010) e quindi il calo di 146 miliardi in sei anni corrisponde all'8.6%. Insomma: è ovvio che in termini percentuali l'intensità della crisi attuale è meno profonda di quella determinata da un conflitto che coinvolse l'intera penisola (a differenza della Grande guerra, che infatti nel grafico nemmeno si vede).

Per apprezzare la dimensione relativa, cioè in termini percentuali, della recessione, bisogna usare la scala logaritmica:

Figura 2

che rende subito evidente come la Seconda guerra mondiale di danni ne abbia fatti molti di più (e ci mancherebbe)!

Ma il punto è un altro: all'epoca della Seconda guerra mondiale ci vollero solo dieci anni per tornare al punto di partenza: già nel 1949 il Pil era lievemente superiore a quello del 1939. Oggi, nel 2023, sedici anni dopo l'inizio della crisi (ricordate i subprime?), il nostro Pil è ancora inferiore al valore del 2007, e secondo il Fmi non tornerà al valore del 2007 prima del 2026. Ho inserito le linee tratteggiate orizzontali appunto per facilitarvi questa lettura. Insomma: se definiamo, in modo riduttivo, l'uscita da una crisi come recupero del livello di reddito antecedente, la crisi attuale, nelle previsioni abitualmente rosee del Fmi, durerà il doppio di quella causata dall'ultimo conflitto mondiale.

Questa cosa non è banale, per almeno due motivi.

Primo, è discutibile che l'uscita da una crisi possa essere definita semplicemente come il ritorno alla casella di partenza: ragionare così significa ipotizzare implicitamente che se la crisi non ci fosse stata, cioè se il Pil non fosse diminuito, ci sarebbe però stata crescita zero, per cui il Pil sarebbe stato fermo- Non ci sono motivi per pensare che questa ipotesi sia ragionevole: il controfattuale rispetto al quale valutare l'impatto della crisi non può essere un controfattuale "a crescita zero", ma su questo torneremo dopo.

Secondo, il Pil è un flusso, il flusso di redditi prodotti e distribuiti in una unità di tempo (un anno, negli esempi di questo post). Chiedo: è peggio perdere 50 per un anno o 10 per 10 anni? Il prolungarsi della crisi è comunque il prolungarsi di un lucro cessante. In altri termini, anche ammettendo che il controfattuale "a crescita zero" sia quello adeguato, in ogni caso le cose andrebbero viste così:

Figura 3

considerando come "lucro cessante" della crisi le aree che abbiamo evidenziato in rosso, cioè la somma degli scostamenti (negativi) del Pil dal valore cui era arrivato prima della crisi. Se ragioniamo in questi termini, la distanza fra le due crisi si avvicina di molto: il "lucro cessante" (cioè la somma delle perdite di Pil rispetto al valore iniziale lungo gli anni della crisi) della Seconda guerra mondiale fu pari al 154% del valore del Pil nel 1939, ma con lo stesso criterio ad oggi la crisi in corso ci è costata il 91% del Pil del 2007, e non è finita. Sto poi trascurando il fatto che oggi almeno in teoria non siamo in guerra, che le nostre fabbriche e le nostre infrastrutture di trasporto non vengono bombardate, ecc. Che in un contesto non bellico si sia riusciti a distruggere il 91/154 = 59% del Pil distrutto nel più feroce contesto bellico sperimentato dal nostro Paese dovrebbe essere un dato eloquente, no?

C'è un altro modo per rendere l'idea di quanto sia eccezionale la situazione che stiamo vivendo, ed è tentare di esaminarla con gli occhi di uno storico del XXII secolo. Immaginiamo che da ora in avanti il Pil italiano cresca a quello che è stato il suo tasso medio di crescita dall'entrata nell'euro, lo 0,5% annuo (non abbiamo particolari motivi per credere che senza un'alterazione profonda del contesto istituzionale il nostro Paese in media riesca a fare di più).

Uno storico del 2123 osserverebbe questa situazione:

Figura 4

e a meno di non essere molto distratto non potrebbe non porsi una domanda: "Ma fra il 2007 e il 2026 che diavolo è successo?" Un buco di 20 anni, in effetti, rimane appariscente su un'estensione di oltre due secoli e mezzo di storia! Il nostro amico storico andrà a vedere se c'è stata una guerra (io farei così), e non la troverà, o non la capirà...

Una crisi italiana

Vorrei a questo punto scansare un altro equivoco: quello che un risultato così eccezionale dipenda dalla natura eccezionale dello shock che ha colpito l'economia italiana a seguito della bancarotta Lehman e della crisi finanziaria globale. Se osserviamo il tasso di crescita del Pil mondiale notiamo in effetti che dal 1950 a oggi il primo valore negativo corrisponde alla crisi del 2009:

Figura 5

Tuttavia, anche dopo gli shock petroliferi del 1973 e del 1979 avevamo assistito a una decelerazione del Pil mondiale molto pronunciata. Inoltre, la crisi globale (in effetti, le crisi globali, comprendendo anche quelle del 1973 e del 1979) hanno colpito tutti. Solo in Italia, però, gli effetti dell'ultimo shock globale sono stati così persistenti. Ciò suggerisce che il problema non sia stato lo shock, ma il modo in cui si è deciso di gestirlo.

Per dare un'idea di cosa intendo, ho replicato per Francia, Germania e Italia lo stesso esperimento: partendo dal 1950, ho calcolato la tendenza di crescita del Pil fino al 2007 e l'ho estrapolata dal 2008 al 2022, confrontando questa previsione ex post con i valori storici del Pil dal 2008 al 2022. Dico subito, a beneficio degli eventuali esperti, che a questo esperimento attribuisco un valore puramente descrittivo. So bene che una tendenza lineare non necessariamente è il miglior modello esplicativo della crescita di un Paese, semplicemente perché il paper scientifico più letto dagli economisti della mia generazione l'ho letto anch'io, ma a me qui interessa un modo semplice ed espressivo per evidenziare un possibile cambiamento di struttura.

I risultati sono questi:

Figura 6

Figura 7

Figura 8

(l'ultimo grafico coincide, ovviamente, con quello da cui siamo partiti).

Il confronto è piuttosto eloquente: nei primi 57 anni i tre tracciati sono indistinguibili: nei tre Paesi il Pil reale si sviluppa secondo una traiettoria pressoché lineare, con scostamenti di modesta entità e persistenza. Dopo lo shock del 2009 le cose però cambiano. In tutti e tre i Paesi il tracciato del Pil passa in modo persistente al di sotto della tendenza 1950-2007, ma solo in Italia si registra un arresto della crescita delle dimensioni evidenziate in figura 8.

Ha stato il debbitopubblico!

Questa dimensione comparatistica è utile, perché ci aiuta a sfrondare il dibattito da alcune spiegazioni semplicistiche del fenomeno. Tipicamente, la reazione del collega evoluto cui faccio vedere il grafico riferito all'Italia è: "Beh, ma per forza, prima crescevamo facendo debito pubblico!" Una spiegazione che si coniuga con l'idea (errata) che l'austerità sia stata necessaria e abbia fatto diminuire il debito pubblico (mentre i dati dicono che è andata al contrario). Per capire che la soluzione non può essere cercata in quella direzione basta dare un'occhiata ai dati, accostando a ogni tracciato quello del rapporto debito/Pil:

Figura 9

Figura 10

Figura 11

Da questi grafici desumiamo a colpo d'occhio:

  1. che il debito pubblico non esiste solo in Italia (molti giornalisti nostrani ne sembrano convinti) e che negli ultimi anni è andato crescendo un po' ovunque, quindi, se la crescita fosse sospinta dal debito, non lo sarebbe solo da noi;
  2. che il Pil un po' ovunque è rimasto sulla sua traiettoria tendenziale di crescita anche nei periodi in cui il debito pubblico anziché crescere diminuiva, come ad esempio in Francia e in Italia fra la metà degli anni '50 e la metà degli anni '60, o in Italia dalla metà degli anni '90 al 2007, il che smentisce l'idea che la crescita del Pil in Italia fosse sostenuta solo da quella del debito;
  3. in particolare, che in Italia non solo il Pil è rimasto sulla sua traiettoria anche quando il debito scendeva (vedi sopra) o restava sostanzialmente stazionario (come dal 1974 al 1982), ma è addirittura cresciuto bruscamente quando il Pil ha smesso di crescere, per cui l'idea che dietro alla tenuta della crescita italiana prima del 2007 ci fosse l'espansione del debito è smentita radicalmente: non si capirebbe infatti perché all'ultima impennata del debito corrisponda una tombale stagnazione!

Le spiegazioni "debitopubblicocentriche" di queste dinamiche direi quindi che non ci aiutano. Non c'è, nella traiettoria del debito pubblico italiano, una frattura di intensità pari a quella che vediamo nel Pil, qualcosa che ci possa dire che la crescita si è interrotta perché il debito ha smesso di sostenerla: anzi, con l'ultimo decollo del debito la crescita si è interrotta! In definitiva, non c'è nemmeno una particolare eccezionalità italiana nel panorama europeo: certo, il nostro debito è più grande, ma la sua dinamica di fondo è analoga a quella degli altri Paesi. In altri termini, non c'è nulla nella dinamica del nostro debito che ci aiuti a spiegare ictu oculi perché si è rotta la dinamica della nostra crescita, in un periodo in cui, dopo lo shock Lehman, quella degli altri Paesi rimaneva relativamente imperturbata.

Nel caso dell'Italia, poi, basta mettere le cose in prospettiva:

Figura 12

per cogliere immediatamente che la relazione fra debito e crescita non è così meccanicistica come si vuole far credere, e in particolare che il nesso di causalità non è così banale (cioè non va necessariamente dal debito alla crescita). Basta vedere che dal 1897 al 1913, così come dal 1995 al 2007, il rapporto debito/Pil era avviato su una solida traiettoria decrescente, interrotta nel primo caso dalla Grande guerra, e nel secondo dalla Grande austerità. In entrambi gli episodi di consolidamento non traumatico il Pil ha continuato a crescere e la diminuzione del rapporto debito/Pil è stata di oltre un punto percentuale l'anno, a testimonianza del fatto più volte citato dal ministro Giorgetti che le "salvaguardie" tedesche (cioè la regola che il rapporto debito/Pil debba comunque diminuire di un punto all'anno) l'economia italiana se le è sempre potute permettere. Aggiungo che in entrambi i casi si sono alternati governi "de destra" e "de sinistra" (che un secolo fa venivano qualificate dell'aggettivo di "storiche"). Non è quindi supportata dall'evidenza storica la consueta idea che la disciplina fiscale sia di destra e la dissolutezza di sinistra, né la sua versione più moderna ma altrettanto idiota che la disciplina fiscale sia di sinistra e la dissolutezza di destra. Piuttosto, quello che questo grafico dimostra è che se non le si rompono troppo i coglioni l'Italia riesce a generare sufficienti risorse da servire e ripagare il proprio debito, e infatti in tutti questi anni formalmente non ha mai fatto bancarotta (dico formalmente perché l'iperinflazione immediatamente successiva alla Seconda guerra mondiale fu una bancarotta de facto, come qui abbiamo più volte ricordato).

L'ultima parte del grafico, viceversa, suggerisce come il debito esploda quando l'applicazione di regole idiote comprime la crescita. Ma a beneficio di chi, intossicato da anni di lettura di ponderosi editoriali zero tituli, sia convinto del contrario, sarà utile sostenere questa intuizione con ulteriori elementi probanti. Entriamo quindi in dettaglio.

Le componenti della (non) crescita

Dato che prima del 2007 i grafici di Francia, Germania e Italia sono sostanzialmente indistinguibili, mentre dopo il 2007 l'Italia sperimenta la catastrofe che abbiamo descritto, potrebbe essere utile scomporre la crescita del Pil di questi tre paesi nel contributo delle rispettive componenti: i consumi privati (C), i consumi collettivi (G), gli investimenti (I) e le esportazioni nette (NX), in modo da vedere quale di queste componenti spieghi l'arresto della crescita italiana o, per altri versi, la persistenza della crescita degli altri Paesi.

Vi spiegai molto tempo addietro come si fa questa scomposizione. Forse qualcuno di voi ricorda questa tabella:

Tabella 1

la cui spiegazione è qui. In sintesi, il contributo alla crescita del Pil di ognuna delle sue componenti:

Y = C + G + I + NX

è dato dal prodotto del tasso di crescita della componente per la sua incidenza sul totale al tempo precedente (ad esempio, nella tabella, il contributo di x alla crescita di z è dato dal prodotto del tasso di crescita di x, 0.25, per l'incidenza di x su z, 0.4, cioè a 0.1). Il senso di questa semplice regola matematica è che una componente contribuisce di più alla crescita del totale se cresce molto in fretta o se esprime una grande percentuale del totale.

Nell'effettuare questa analisi incontriamo una difficoltà pratica, determinata dal fatto che le serie del Pil suddiviso nelle sue componenti non sono disponibili a partire dal 1950. I dati più recenti sono sul database dell'OCSE e partono dal 1980. Utilizzando questi dati e considerando due sottocampioni, uno dal 1980 al 2007, e l'altro dal 2007 al 2019 (ho lasciato fuori la crisi Covid), la scomposizione della crescita del Pil nelle sue componenti porta a questo risultato:

Figura 13

che, oltre a dirci cose che sappiamo (vediamo subito quali) ci evidenzia anche un'anomalia di dimensioni tali da costituire un buon indizio su cosa possa essere successo in Italia dal 2007 in poi.

Cominciamo dalle cose che sappiamo: sono riassunte dalle prime tre barre, quelle che si riferiscono al periodo 1980-2007. In quel periodo l'anomalia è costituita dalla Germania, la cui crescita è trainata per quasi il 40% dalle esportazioni nette (in giallo), una componente che in Francia e Italia dà invece un contributo trascurabile. Come altresì sappiamo (ne abbiamo parlato per tutto il post precedente), a questa dipendenza dalle esportazioni corrisponde, per via della relazione X - M = S - I, una repressione degli investimenti. Questi, in effetti, fra il 1980 e il 2007 contribuiscono ad appena il 13% della crescita tedesca, contro il 25% della Francia e il 24% dell'Italia. Un'altra differenza più sottile (ma altresì nota) fra i percorsi di sviluppo di questi tre Paesi risiede nell'incidenza dei consumi collettivi (spesa pubblica in stipendi e consumi intermedi), che mentre offrono un contributo molto contenuto alla crescita in Germania (l'11% del totale), danno una spinta piuttosto vigorosa alla crescita in Francia (spiegando il 21% della crescita), con l'Italia in posizione intermedia (intorno al 16%).

Nel periodo 1980-2007 insomma le differenze fra i percorsi di crescita seguiti fra i vari Paesi ci sono, ma per leggerle occorre una certa attenzione.

La scomposizione del tasso di crescita nel periodo 2007-2019 invece ci fornisce un quadro molto più differenziato e netto. Notiamo a prima vista tre cose:

  1. in Francia il contributo delle esportazioni nette diventa negativo, in conseguenza dello sprofondare del saldo della bilancia dei pagamenti;
  2. in Germania il contributo delle esportazioni nette sostanzialmente si azzera (il saldo estero fra 2007 e 2019 rimane sui 200 miliardi di euro);
  3. in entrambi i Paesi questa dinamica avversa viene compensata da un aumento del contributo dei consumi collettivi (spesa pubblica) alla crescita;
  4. in Italia gli investimenti crollano, contribuendo alla crescita dell'economia per il -117%, mentre esplode il contributo delle esportazioni nette, che sale al 65%. Tuttavia, dato che anche i consumi (privati e collettivi) danno un contributo negativo, fra 2007 e 2019 l'economia si contrae (come abbiamo visto nei grafici precedenti).

Per facilitarvi la comprensione di questi risultati vi riporto qui l'impianto dei calcoli per l'Italia:

Tabella 2

dove vi segnalo che, per aiutare l'intuizione del lettore, nell'ultima riga, quella che riporta la scomposizione percentuale del tasso di crescita fra 2007 e 2019, ho moltiplicato tutto per -1, altrimenti, dato che il tasso di crescita in quel periodo è negativo, le componenti che lo hanno tirato giù (e quindi hanno segno meno) sarebbero apparse con segno positivo (perché meno diviso meno fa più). Ma il punto è che fra 2007 e 2019 i consumi collettivi sono diminuiti di 14 miliardi e gli investimenti di 83 miliardi: si capisce che una mano in discesa l'hanno data, mentre non si capisce come si faccia a dire che in questo Paese "non è stata fatta austerità"...

Austerità e investimenti

Che gli investimenti (intesi come investimenti fissi lordi, come formazione di capitale fisso, cioè come acquisto di macchinari, attrezzature, immobili e automezzi industriali) siano un motore della crescita nessuno può negarlo. Meno che meno possono contestarlo gli "offertisti", cioè gli "economisti" che negano il ruolo della domanda nello stimolare la crescita in un'economia di mercato, perché convinti che sia l'offerta a creare la domanda, cioè che sia l'aumento dello stock di capitale produttivo a stimolare la capacità di spesa. Teoria un po' astrusa (la vita di ogni singolo imprenditore vero - cioè non da talk show - testimonia il contrario!), ma di cui qui apprezzeremo un pregio: rende incontestabile l'idea che la spesa in capitale fisso (gli investimenti di contabilità nazionale) siano un motore della crescita!

Il lato positivo delle idee sbagliate è che si possono usare nel modo giusto, fornendo argomenti difficilmente controvertibili da chi le propugna: se dimostriamo che c'è stato un problema con gli investimenti, sarà difficile per gli economisti ottocenteschi (quelli tutti offerta e distintivo, insomma!) contestare che questa sia la radice del problema di crescita che finora abbiamo documentato!

Un'analisi di lunghissimo periodo di questa variabile non è particolarmente agevole: ricordo, per inciso, che l'esigenza di tenere una contabilità nazionale si manifestò dopo la crisi del 1929 e in particolare dopo la sua soluzione (la Seconda guerra mondiale), una soluzione che per un po' suggerì alle opinioni pubbliche quanto oggi sembra abbiano dimenticato, ovvero che per quanto l'intervento pubblico nell'economia potesse sembrare indesiderabile, la sua assenza conduceva ad alternative peggiori! Bisognò attendere quindi il 1947 perché i primi conti nazionale venissero pubblicati negli Usa e il 1952 perché venisse elaborato dalle Nazioni Unite uno standard internazionale, lo SNA (System of National Accounts), tale da rendere le statistiche confrontabili fra Paesi. Aggiungiamo il fatto che il lodevole scrupolo di fornire una rappresentazione dei fatti sempre più aderente alla realtà spinge gli istituti di statistica nazionali e sovranazionali a frequenti revisioni dei criteri di calcolo. Ne consegue che non per tutti i Paesi sono disponibili serie omogenee a partire almeno dal Secondo dopoguerra (che è poi il motivo per cui nella sezione precedente abbiamo utilizzato i dati a partire dal 1980).

Con questi caveat, vediamo se è possibile rispondere alla domanda che ci siamo posti: la vistosa anomalia documentata dalle Figure 1 e 8 è almeno in parte spiegabile con una dinamica particolarmente avversa degli investimenti? La domanda in parte è oziosa perché la risposta viene dalla Tabella 2 ed è sì, ma dare un'occhiata ai dati e in particolare entrare nel dettaglio di che cosa abbia fatto il Governo (cioè esaminare l'andamento degli investimenti pubblici) qualcosa aggiungerà.

Cominciamo con l'esaminare la dinamica degli investimenti nei tre principali Paesi dell'Eurozona, utilizzando tutti i dati annuali disponibili sul sito dell'OCSE (che presto passerà qui):

Figura 14 - Fonte: OCSE.

La Figura 14, come anticipato, non può che essere coerente con i risultati della Figura 13 (visto che i dati sottostanti sono gli stessi), ed evidenzia che per l'Italia la situazione è grigia, anche in senso figurato: il calo anomalo degli investimenti è in effetti vistoso. L'anomalia è più chiara se a ogni tracciato associamo la propria tendenza dall'inizio della serie al 2007, facendo per gli investimenti un'operazione analoga a quella fatta per il Pil nelle figure dalla 6 alla 8. Per comodità lo faccio in un'unica figura: 

Figura 15 - Fonte: OCSE.

Come era facile aspettarsi, solo in Italia si manifesta un vistosissimo scostamento dalla tendenza degli investimenti verso il basso, scostamento che comincia a ricomporsi solo dal 2021, lasciando comunque i valori storici un centinaio di miliardi al disotto di quelli tendenziali. Francia e Germania (quest'ultima, a dire il vero, con qualche difficoltà in più) riescono invece a mantenere la traiettoria.

Ora, visto così il fenomeno è già eloquente e potrebbe contribuire a spiegare l'anomalia della Figura 8. Tuttavia, anche qui vale la pena di allargare lo zoom, e possiamo farlo utilizzando la base dati della Banca d'Italia da cui abbiamo tratto la serie secolare del Pil. Quella degli investimenti si presenta così:

Figura 16 - Fonte: https://www.bancaditalia.it/statistiche/tematiche/stat-storiche/stat-storiche-economia/index.html

Ecco, forse (dico forse) così si capisce meglio di che cosa stiamo parlando.

Una roba come quella successa dopo il 2007 non si era mai vista, e anche qui, ovviamente, valgono i caveat che abbiamo espresso per la Figura 1: il problema non è (solo) l'entità del crollo degli investimenti, ma (anche e soprattutto) la persistenza di questo crollo, che "mèccia" (dall'inglese to match: quelli bravi parlano così) perfettamente con la persistente stasi della crescita italiana. Poi si può parlare di debito pubblico, qualcuno mi parlava di società signorile di massa, le spiegazioni possono essere tante: se siete bravi, trovatemi una spiegazione che "mècci" ugualmente bene e mi farete un favore! Dico sempre che se rinasco voglio essere inutile: se si scoprisse che la contabilità nazionale e ECON102 sono irrilevanti forse riuscirei a coronare il mio sogno in questa vita!

A scanso di ulteriori equivoci, siccome so che i dati della Figura 15 sembrano diversi da quelli della Figura 16, ve li metto insieme, così vi rendete conto meglio:

Figura 17 - Fonte: Banca d'Italia e OCSE.

Lo scarto che vedete fra il dato OCSE e il dato Banca d'Italia è spiegato esclusivamente dalla diversa base dei prezzi (i dati OCSE sono ai prezzi 2015 e quelli Banca d'Italia ai prezzi 2010), ma il profilo temporale delle serie è assolutamente identico.

Per dare evidenza numerica a quanto è successo, per aiutarvi a quantificare (oltre che visualizzare) il buco degli investimenti che ha determinato il buco della crescita, vi fornisco anche un grafico con gli scostamenti fra la traiettoria storica e quella tendenziale (scostamenti che in Italia ovviamente sono sempre negativi):

Figura 18 - Elaborazione su dati OCSE.

e visto che sono una brutta persona e voglio rovinarvi il veglione, vi fornisco anche una tabella coi numeri e la loro somma cumulata, così è più chiaro:

Tabella 3 - Gli scostamenti degli investimenti dal rispettivo tendenziale e la loro somma cumulata.

Insomma, pare che dal 2009 a oggi abbiamo lasciato sul terreno una roba tipo 1587 miliardi di euro di mancati investimenti rispetto alla tendenza statistica, laddove la Francia ne ha fatti 145 in più e la Germania, che come sappiamo non se la passa benissimo, 592 in meno (risultato negativo, ma pari a un terzo del nostro disastro).

Gli investimenti pubblici

A questo punto un offertista potrebbe rifugiarsi in corner facendo un'osservazione in linea di principio corretta: è difficile stabilire un nesso di causazione univoco fra investimenti e Pil, perché gli investimenti sono almeno in parte endogeni, cioè dipendono dal livello generale dell'attività economica. L'imprenditore, quando decide di acquistare una macchina o di edificare un capannone, lo fa considerando vari fattori fra cui la ragionevole aspettativa di vendere quello che intende produrre, cioè le aspettative di domanda a lungo termine. Se le aspettative non sono formate razionalmente, ma risentono degli ultimi dati storici, in presenza di una recessione un imprenditore si aspetterà che la domanda sia bassa anche in futuro e posporrà gli investimenti.

Per i più raffinati, faccio notare che per fare questa obiezione il solito sbarbatello awanagana col pieiccdì (che tanto si affaccerà, vedrete) dovrebbe rinunciare a due caposaldi del suo "pensiero": l'idea che l'offerta sia esogena rispetto alla domanda, e l'idea che le aspettative si formino razionalmente. Ma siccome gli sbarbatelli awanagana hanno il pieiccdì, ma non hanno Aristotele, facilmente, per amor di polemica, possono contraddire se stessi, pur di negare l'evidenza. Fine della chiosa per i raffinati.

Tornando al punto: l'obiezione, di per sé, è ragionevole. C'è però un "ma": non tutti gli investimenti sono endogeni, cioè affidati agli animal spirits dei lettori del Sole 24 Ore (cioè di quelli che all'epoca di questo disastro credevano che Giannino fosse un economista)! Gli investimenti pubblici sono in mano al decisore pubblico, e quindi esogeni. Più esattamente: in un modello particolarmente raffinato dell'economia ci potremmo aspettare che essi dipendano dal Pil attraverso una "funzione di reazione" dell'autorità politica, tramite la quale questa reagisce ai segnali che provengono dall'economia. In questo caso, tipicamente, ci si dovrebbe aspettare che a un calo dell'attività economica debba corrispondere un incremento degli investimenti pubblici, con funzione anticiclica. Questo, ovviamente, non in Europa, dove le regole sono procicliche. Inoltre, la teoria economica di ECON102 (che è meglio del nulla di cui dispongono media e magistrature, ma non è un gran che) racconta che gli investimenti pubblici, dovendo essere finanziati, spiazzano gli investimenti privati (perché per pagarli lo Stato o alza le imposte o si indebita, esercitando una pressione al rialzo sui tassi, producendo in entrambi i casi effetti depressivi sugli investimenti privati), ma la vita di tutti i giorni ci dicono che in pratica invece di crowding-out (spiazzamento) si ha crowding-in, ovvero gli investimenti pubblici favoriscono quelli privati. Basti pensare a quale incentivo possa avere un'azienda a investire in un distretto industriale dove magari la manodopera è anche preparata e relativamente conveniente, ma che è isolato dal resto del mondo a causa di una rete infrastrutturale fatiscente! In questo caso prima viene l'investimento pubblico, rigorosamente non digital e non green, cioè la strada, e poi viene l'investimento privato. E di esempi simili se ne potrebbero fare a centinaia.

Per dirimere quindi il nodo, vediamo che cosa hanno fatto gli investimenti pubblici. Nel sistema dei conti nazionali, gli investimenti che entrano nella definizione di Pil (cioè la I nell'identità Y = C+I+G+X-M) non possono essere facilmente scomposti in pubblici e privati per i motivi descritti qui. Per scorporare la componente pubblica bisogna quindi far riferimento ai conti dei settori istituzionali. C'è poi una ulteriore difficoltà, consistente nel fatto che questi conti sono in valori nominali, quindi occorre deflazionare i dati per depurarli dall'inflazione (operazione che ho fatto utilizzando il deflatore degli investimenti lordi e con cui non vi tedio ulteriormente). Vediamo allora i dati, almeno quelli che riporta il sito dell'OCSE:

Figura 19

Direi che almeno per quanto riguarda l'Italia la situazione è piuttosto chiara: si vede bene come fra 2009 e 2014 si siano persi per strada quasi 24 miliardi di euro di investimenti pubblici, e come la tendenza si sia invertita solo con l'arrivo dei cattivi (noi) nel 2018. Qui non ci sono storie: non credo sia contestabile che l'andamento degli investimenti pubblici risente di precise scelte di politica economica. Inutile che veniate qui a dirmi che #hastatoabberluscone perché la serie comincia a scendere dal 2010. Lo so benissimo e sono con quelli che considerano che fare come il PD sia stato, da parte di Berlusconi, un errore gravissimo. Fatto sta che finché c'era lui la flessione era rimasta nell'ambito di altre sperimentate storicamente, come quella fra 1991 e 1994 o quella fra 2001 e 2002. Dopo inizia qualcosa di molto diverso: un serious fiscal overkill che è suscettibile di spiegare l'anomalia osservata in Figura 1 (o Figura 8).

Ma il grafico, che è un po' più confuso degli altri perché per la prima volta non vediamo la Germania in posizione di preminenza (ci avevate fatto caso?) ha anche altro da dirci. Effettuiamo la stessa analisi descrittiva applicata agli investimenti privati, analizzando gli scostamenti delle serie dalle rispettive tendenze:

Figura 20 - Fonte: OCSE.

E qui troviamo una sorpresa (relativa): la Germania, che nel periodo precedente alla crisi, aveva represso gli investimenti per promuovere le esportazioni, è l'unico Paese a reagire in modo anticiclico, con investimenti pubblici superiori al tendenziale. La Francia, invece, condivide, in qualche modo il percorso dell'Italia, con investimenti inferiori al tendenziale.

Ma allora?

Si torna ai bei tempi! Qui è quando arrivava lo scemotto simpatizzante di FARE per fermare il declino a dire: "Ecco, lo vedi, Bagnai, che le tue spiegazioni non tengono? Hai fatto tutta questa storia per dimostrare che l'austerità ha ucciso il Paese, ma poi la Francia ha tagliato pure lei gli investimenti pubblici e in Francia non si vede una cosa nemmeno lontanamente simile a quella successa da noi, e quindi il nostro disastro ce lo meritiamo perché dipende dai nostri mali atavici, il debito pubblico, la coruzzione (si scrive così), il familismo amorale, la tabaccaia scalabile e i camion di faldoni!"

(...ai nuovi del blog che non capissero questi riferimenti di alta dottrina economica suggerisco questa esilarante disamina dei mali italiani fatta da uno che se ne intende...)

E lo scemotto awanagana si prendeva, di prassi, una bella sportellata, altrimenti non sareste qui in tanti!

La sportellata dov'è? Beh, è hidden in plain sight nella Figura 13! Ma prima ricordiamoci di una cosa: se siamo arrivati qui è perché il nostro amico awanagana ha ammesso che gli investimenti dipendono dalle aspettative di domanda, e queste a loro volta dipendono dall'andamento attuale della domanda aggregata (insomma: del Pil). Ora, vi ricordo che le componenti del Pil determinate dall'azione di Governo sono due: oltre agli investimenti pubblici, ci sono anche i consumi pubblici o collettivi che dir si voglia, che in larga parte corrispondono al consumo di beni e servizi pubblici da parte dei cittadini, valorizzato presuntivamente con la remunerazione corrisposta a chi questi beni o servizi li fornisce: medici, poliziotti, ecc. Sì, forse non lo ricordate ma i consumi collettivi coincidono in larga parte con la spesa per stipendi della PA. Comunque, poco importa: fatto sta che sono una componente di domanda e che vengono controllati dal Governo. Per accertare se sia vero o meno che l'austerità non c'entri nulla col disastro italiano (tesi ardita, ma c'è chi la sostiene) dobbiamo allora completare il quadro.

L'analisi, condotta col metodo consueto, è in questa figura:

Figura 21 - Fonte: OCSE.

e, come vedete, ci fornisce un quadro coerente con quello della Figura 13: la principale differenza fra il nostro e gli altri Paesi è che qui da noi dopo la crisi del 2008, e in particolare a partire dal 2011 (quindi dalla legge di bilancio 2010, quindi ancora una volta è stato Berlusconi, per capirci, lo so benissimo, ed è una lezione per la destra, non per me...), sono stati repressi anche i consumi collettivi, che invece in Francia sono rimasti sostanzialmente sul tendenziale, e in Germania hanno progressivamente superato il tendenziale. Per capirci, verso il 2014 (cioè quando noi scrivevamo questo, o questo, per dire...), fra minori investimenti e minori consumi pubblici rispetto ai rispettivi tendenziali ballavano circa 85 miliardi. Se consideriamo l'effetto di spiazzamento determinato da questi tagli sulle aspettative di domanda e sullo stato delle infrastrutture (Pubblica Amministrazione inclusa), se poi ci aggiungiamo gli ulteriori effetti finanziari via accumulazione di NPL e applicazione delle sagge regole bancarie europee alla nostra economia, ecco, allora cominciamo a spiegarci la Figura 1...

Confessio regina probationum

Che poi, per chi è qui da un po', e quindi, tornando a bomba, non per le persone serie, per la classe dirigente, per quei bravi "practical men, who believe themselves to be quite exempt from any intellectual influences", e che invece "are usually the slaves of some defunct economist", come ci ricorda un defunct economist, per noi, insomma, tutti questi ragionamenti, più che scontati, sono inutili. A che ci serve un simile apparato probatorio, quando abbiamo la regina delle prove, la confessione!? Quello che vediamo negli innumerevoli grafici che vi ho proposto è il risultato di una scelta deliberata: la scelta di distruggere la domanda interna italiana per recuperare competitività:


Il ragionamento di Monti è limpido, a meno di un piccolo salto logico. In effetti, visto che, come sappiamo, in contabilità nazionale sarà sempre:

S - I = X - M

(ne abbiamo parlato tante volte, ad esempio qui), il modo più spiccio per recuperare non la competitività (qui sta il salto logico), ma la sua apparenza, cioè un miglioramento del saldo commerciale X - M positivo, è tagliare la componente pubblica di I, o i consumi collettivi (perché S = Y - C - G, e quindi tagliando i consumi collettivi G ragionieristicamente innalzi S... se non fosse che economicamente Y cala, ma il discorso sarebbe lungo).

Insomma, fra le tante cose che non vanno delle politiche di austerità, oltre al fatto di distruggere il Paese, c'è anche quello che non risolvono nessuno dei problemi che vorrebbero risolvere: non abbattono il rapporto debito/Pil, perché il Pil cala più del debito (e di questo rischio Monti, se lo ascoltate bene, è perfettamente consapevole); non migliorano la competitività del Paese, perché il taglio degli investimenti pubblici e del numero e delle retribuzioni dei funzionari pubblici va in direzione esattamente opposta, ma consentono di fingere che la competitività sia migliorata, perché tagliando i redditi si tagliano le importazioni, e il saldo commerciale va su. Monti dice che ci sarebbe voluta una "demand operation" europea, insomma, che si sarebbe aspettato che la Germania aprisse i cordoni della borse per remunerare, via maggiori acquisti di beni italiani, la nazione che era stata "prima della classe" (in autolesionismo). Lo credeva veramente? Come al solito, come sempre, insisto su un punto: a me non interessa se c'era o ci faceva (come dicono a Roma): a noi deve interessare quello che ha fatto.

Ha fatto quello che vedete in Figura 1.

La sintesi estrema di quanto ci siamo detti fino a questo punto è che il disastro rappresentato in Figura 1 è frutto di deliberate scelte politiche compiute dai governi a trazione PD (con qualche timido accenno da parte di Berlusconi, che venne spazzato via subito perché non sufficientemente convinto, come vi dissi fin dall'agosto del 2011).

I non-rimedi

Mi sia concessa una brevissima divagazione politica.

Ieri commentavamo la decisione dell'amico Gianluigi di uscire dal proprio partito per essere libero di dire quello che desiderava, per tornare ad essere una voce critica. Doveva essere proprio una caserma, Italexit, se nemmeno il suo leader riusciva ad esprimersi liberamente nel suo ruolo! Noi qui siamo aiutati dal fatto che, come sapete, questo blog non esiste, il che offre due vantaggi immediati: nessuno viene a disturbarci, in un luogo che non c'è, e quindi qui possiamo dire quello che ci pare, per quanto politicamente scorretto o politicamente inopportuno. In particolare, possiamo dire quello che abbiamo sempre detto, ad esempio questo (con l'occasione, registro un simpatico plagio del titolo che mi rassicura: siamo decisamente più letti, o meno originali, di quanto crediamo di essere, ed entrambe le cose sono positive).

Vado al punto. So che può sembrare politicamente contraddittorio sottolinearlo, e aggiungo quanto è  forse scontato aggiungere (ma better safe than sorry), cioè che anche qui, dove posso dire quello che mi pare, ritengo che il lavoro fatto da questo Governo per raddrizzare il legno storto del PNRR sia meritevole, se non altro perché scongiura che al danno di esserci entrati si aggiunga la beffa di non ricevere i soldi (quanto a rendicontarli, non ci riuscirà nessuno, per cui direi di stare tranquilli...). Fatta questa doverosa quanto superflua premessa, arrivo al punto che immaginate: sì, il PNRR, anzi, scusatemi: leingentirisorsedelPnrrr (detto alla grillina, tutto d'un fiato), non è una soluzione. Non lo dico io e non lo direi comunque per animosità politica verso chi ha mal concepito e peggio gestito il nostro ingresso in questo meccanismo (la "bioggiadimiliardi" non poteva che essere la sorella gemella del "graduidamende"). Lo dice la Commissione Europea perché lo dicono i dati, di cui vi fornisco fonte e diapositiva:

Figura 22 - Fonte: https://www.consilium.europa.eu/media/65610/ip253_en.pdf

Figura 23 - Fonte: https://economy-finance.ec.europa.eu/system/files/2023-12/ip258_en.pdf

Il recupero degli investimenti rispetto al livello del 2019, visibile a fine periodo nelle Figure 15 e 16, dovrebbe proseguire, ma si prevede (lo prevede la Commissione) che nel 2024 e nel 2025 le ingentirisorsedelpnrr saranno una componente sostanzialmente minoritaria (fra un terzo e un quarto) del recupero di investimenti pubblici rispetto al livello del 2019. Insomma: l'UE ci ha aiutato a scavarci la fossa, ma ci lascia da soli a riempirla. Operazione che, ne converrete, sarebbe più semplice se intanto ne uscissimo (che avete capito!? Ovviamente intendevo dalla fossa!).

Concludendo

Qui si dovrebbe aprire una lunga discussione, ma devo chiuderla perché la famiglia, Capodanno, gli auguri, ecc. ecc. ecc. Va bene così. Ovviamente nessuno, includendo in questo nessuno anche tu che mi stai leggendo, ha realmente colto la gravità della situazione in cui ci troviamo. Ci vuole un po' per afferrarne i contorni: un quarto del Pil che se ne va giù per il tubo, a beneficio sostanzialmente di nessuno (perché a tutti, e più che agli altri ai debitori diffidenti, sarebbe convenuto lasciare intatta la capacità di generare valore del nostro Paese)! Non c'è miglior esempio dei danni che può arrecare la schiavitù degli uomini pratici dalle idee di qualche economista defunto! Ma per quanto sia un fatto che segnerà per sempre (ovvero: fino a quando si misurerà il Pil) la storia del nostro Paese, non è certo un buon motivo per rovinare la festa agli altri. Quindi ora vi lascio. Ma c'è un impegno che dovremmo prenderci per il 2024: diffondere consapevolezza.

La Figura 8, se presentata col dovuto garbo, è suscettibile di scuotere le coscienze.

Basterà dire, con la vostra congeniale delicatezza, al vostro piddino di riferimento:

Figura 24 - Mappa illustrata della crisi.

"Tesoro di papà, noi eravamo in A, da A siamo arrivati in B, saremmo quindi dovuti arrivare in C, giusto? Ma invece siamo in D. Secondo te, che cosa è successo? Visto che fra C e D ballano 400 miliardi sarebbe utile farsela una domanda, non credi?"

Arriveranno i camion di faldoni, arriverà er debbitopubblico, arriverà la società signorile di massa, arriverà #aaaaacoruzzione, arriveranno i costidellapolitica, arriverà la qualunque, statene certi: arriverà di tutto, tutto tranne la macroeconomia, la contabilità nazionale, e i dati. E alla fine della processione, però, mancheranno sempre 400 mijardoni de euri! Sarà quindi lecito ripetere, lasciato passare un po' di tempo, la domanda, smontando con delicatezza, uno dopo l'altro, i preconcetti dei vostri amici che "sanno di sapere" (li chiamammo così, ricordate?).

Ci vorrà molta pazienza, ma bisognerà insistere, perché, purtroppo, tutto passa da lì: il problema della natalità, quello del debito pubblico, quello del riscatto del Paese. Perché 


e quindi mettere al centro della riflessione politica la Figura 1 conduce naturalmente a una rivoluzione copernicana: da "abbattere il debito per liberare risorse" (il mantra che ci siamo sentiti ripetere mentre Monti portava il debito dal 120% al 132% del Pil) a "liberare risorse per abbattere il debito".

Liberare le risorse da cosa?

Mi sembra abbastanza chiaro: da un insieme di regole quanto meno inutili (perché quello che prescrivono siamo stati in grado di realizzarlo prima che esse ci venissero imposte) ma più verosimilmente dannose (perché la loro applicazione ci ha portato dal punto B al punto D).

Insisto: non fate l'errore del cattivo insegnante! Non pensiate che chi vi sta intorno sappia quello che è successo. La Figura 8 non l'ha vista nessuno: solo voi! La Figura 1 è stata per anni nella homepage dell'ISTAT, ora sostituita dal questa versione più anodina:


(abbiamo parlato qui dell'importanza di avere un buono zoom), ma nessuno ha fatto un plissé! Quei numeri, in fondo (dico quelli della Figura 8) non vuole vederli nessuno. Non li vuole vedere chi ne è stato causa, ma, ripeto, forse nemmeno chi ne è stato vittima vuole capire l'intensità della nostra crisi. Eppure è da lì che dovremo ripartire. La domanda che mi pongo, che vi pongo, che ci poniamo da tempo è: sarà possibile costruire una coscienza collettiva di questo problema senza l'intervento di un fatto traumatico (intendo: veramente traumatico)?

La risposta che mi do, che vi do, da quando ho iniziato a rivolgermi a voi, è sempre la stessa: dipende da noi.

Buon anno!

(...portato a termine sotto una gragnuola stordente e insensata di messaggi di auguri, e ci sono anche quelli che si incazzano se non gli rispondi subito! Per fortuna che ci sono, aggiungo, così capisci chi si rende conto e chi no - e purghi la rubrica. Voglio bene a tutti, ma credo che invece di 4038 "anche a te e alla tua famiglia" sia stato più utile scrivere queste brevi note sull'unico problema che abbiamo. Risolto questo, si risolve tutto il resto. Sul come e perché sia difficile risolvere questo, credo di aver scritto qualcosa tempo addietro, e siccome la situazione non è cambiata, se non per confermare quanto prefiguravamo - cioè che il Paese era nelle sabbie mobili - posso tranquillamente rinviare agli scritti di undici anni fa. Per il resto:


senzadubbiamente...
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