martedì 24 marzo 2026

La ricchezza esterna dell'Eurozona

Proseguo dall'ultimo post sulla bilancia dei pagamenti investigando le conseguenze dei flussi, deflussi, e reflussi di capitali sugli stock di ricchezza, cioè sulla quantità complessiva di attività estere (extra Eurozona) detenute dai residenti dell'Eurozona, e di attività emesse nell'Eurozona detenute dal residenti esteri (che sono quindi passività per l'Eurozona: se uno statunitense comprasse per qualche motivo un Btp, sarebbe un'attività per lui, ma per noi sarebbe sempre debito pubblico).

I cambiamenti di struttura nel saldo finanziario (cioè, al netto di errori ed omissioni, nella somma algebrica del saldo delle partite correnti e del conto capitale) sono sostanzialmente due. Il primo, fra 2011 e 2012, è il passaggio da una situazione di sostanziale pareggio, con un saldo in media nullo, a una situazione di surplus, cioè di deflusso di capitali/accreditamento estero netto a una media di oltre 300 miliardi di dollari l'anno. Il secondo, localizzato nello stesso punto, riguarda la composizione del saldo finanziario: questo incremento medio di 300 miliardi di dollari è spiegato principalmente dalla componente di investimenti di portafoglio (che sono, lo ricordo, quelli fatti a scopo di gestione della liquidità, non di controllo di aziende). Il flusso di investimenti di portafoglio passa infatti da un deficit di circa 150 miliardi di dollari l'anno (afflusso di capitali/indebitamento netto) a un surplus di oltre 100 miliardi di dollari l'anno (deflusso di capitali/accreditamento netto), spiegando in buona sostanza quasi tutto l'incremento di 300 miliardi dell'accreditamento estero netto complessivo.

In termini di stock quindi ci aspettiamo che la posizione finanziaria netta (attività meno passività) cominci a migliorare dal 2012, e che questo dipenda in particolare dagli investimenti di portafoglio, il cui stock (netto) dovrebbe aumentare (nel senso che dovrebbero aumentare i titoli esteri nei portafogli europei, al netto dei titoli europei nei portafogli esteri).

L'andamento degli stock è in effetti più o meno coerente con queste considerazioni:

anche se non mancano discrepanze, su cui ci soffermeremo. Nel grafico vedete le attività e le passività lorde dell'Eurozona verso il resto del mondo (scala di sinistra) e la posizione netta (attività meno passività, scala di destra). In effetti la posizione netta comincia a migliorare (dal 2014 anziché dal 2012) fino a tornare positiva nel 2024. Dato che le passività crescono sempre, questo miglioramento è dovuto al fatto che le attività crescono più in fretta, come avevamo visto anche in questo grafico, riferito ai flussi, presentato nel post precedente:

La dinamica degli stock è quindi coerente con quella dei flussi: se l'accreditamento è più alto dell'indebitamento, i crediti crescono più dei debiti e la posizione netta migliora.

Circa la composizione della posizione netta, questo grafico:

chiarisce che, in effetti, a essere migliorata è soprattutto la posizione netta degli investimenti di portafoglio, che nel complesso è e resta debitoria (cioè sono più i titoli - azioni e obbligazioni - europei collocati all'estero che i titoli esteri acquistati da europei), ma dal 2013 si riduce in valore assoluto, cioè "migliora" (o peggiora: questo tipo di evoluzione può anche significare che all'estero hanno meno voglia di prestarci soldi, ma non entro ora in questo tema).

Nei dati di stock, ripeto, vediamo quindi riflessa in modo abbastanza fedele la dinamica di quelli di flusso, con una significativa eccezione: perché mai dal 1999 al 2013 la posizione creditoria netta sull'estero (NIIP) diminuisce, nonostante che il flusso di accreditamento netto verso l'estero sia in media sostanzialmente nullo?

Questa cosa in realtà non è difficile da capire sulla base delle nostre esperienze personali: quelli di noi che riescono ad avere un flusso di risparmio lo investono in strumenti finanziari, e in linea di principio la somma lungo gli anni di questi risparmi è la ricchezza individuale, ma naturalmente il valore di questa ricchezza non si traduce nella mera somma algebrica dei risparmi accumulati, ma risente anche del valore degli investimenti fatti: 100 euro di risparmi investiti in azioni nell'anno t (flusso di risparmio) possono diventare alla fine dell'anno 120 o 80 a seconda che l'azione sia salita o scesa. La posizione netta sull'estero misura la ricchezza, non il risparmio, del Paese, e quindi risente del valore degli investimenti, motivo per cui può muoversi in su o in giù a seconda di come si muovono i tassi di interesse, i corsi azionari, e i tassi di cambio, anche se il saldo finanziario (FAB) è sostanzialmente nullo. Eh già, perché trattandosi di investimenti internazionali, ovviamente contano anche i tassi di cambio!

A titolo di esempio, immaginate il caso in cui un residente europeo emette un titolo denominato in euro e lo vende a un residente statunitense a un cambio ipoteticamente pari a 1. I 100 euro di debito europeo verso gli Usa corrispondono quindi a 100 dollari di debito europeo verso gli Usa. Se poi l'euro si rivaluta, salendo ad esempio a 1,2 dollari per euro (quotazione certo per incerto: un euro compra 1,2 dollari), il debito è sempre di 100 euro, ma nel frattempo purtroppissimo è diventato di 120 dollari, e quindi la posizione finanziaria netta espressa in dollari peggiora. Nel primo decennio del secolo in Europa è successo proprio questo, e ve lo spiega in modo limpido la BCE in questo riquadro esplicativo del 2010, mentre in questo successivo Occasional paper del 2017 chiarisce che questi effetti non sono stati invece determinanti nella fase di rientro dalle posizioni nette negative (cioè dalle esposizioni debitorie nette), operazione per la quale il vecchio metodo di tirare la cinghia (cioè di portare in terreno positivo il CAB e quindi il FAB, le partite correnti e quindi il saldo finanziario) si era dimostrato insostituibile.

E così abbiamo messo un'altra piccola tessera nel mosaico della nostra comprensione.

Ovviamente, seguitemi per altri trucchetti... perché ora bisogna tornare sul discorso di LVI, di cui non credo che tutti abbiano colto ogni sfumatura (e vale senz'altro la pena di approfondirle)...

14 commenti:

  1. Alcuni degli strumenti finanziari che investono in titoli denominati in valuta straniera prevedono la tutela contro il rischio cambio (cioé sono "EUR hedged" in gergo) e gli investitori europei più strutturati raramente investono senza, salvo quando vogliono speculare sul cambio. La copertura viene ottenuta con dei derivati e implica un leggero aumento dei costi di gestione dello strumento. Mi chiedevo se questo ha conseguenze sul discorso di cui sopra.

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  2. Scusate, per le vostre elucubrazioni sul referendum c'è un altro post, il precedente. Qui si parla di economia. Grazie!

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  3. E quali aspetti hanno contribuito di più al saldo negativo delle attività di portafoglio, tra il 1999 e il 2013, tra quelli indicati? Forse i tassi d'interesse BCE che si sono abbassati facendo aumentare i valori di mercato degli investimenti in euro?

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  4. Caro Alberto, grazie ancora per le tue "lezioni".
    come ben sai disaggregando i dati sui singoli apesi dell'Euroarea le cose non sono così omogenee.
    La crescente divergenza della NIIP in rapporto al PIL fra Germania +62,9% e Francia -27,9% (dati 2024, ma credo che poco cambi nel 2025) è il "tallone d'Achielle" dell'Area Valutaria Unica.
    C'è da aggiungere un dato tendenziale importante: quanto pesa il pagmento degli interessi sul bilancio pubblico. Fino ad oggi la Francia ha potuto permettersi deficit primari anche significativi perché aveva un saldo da interessi "sostenibile" (per i bassi tassi ed il modesto Debito accumulato in scadenza). La musica sta cambiando (anche) per loro e siccome non riusciranno a fare surplus primario la vedo dura..... I Mercati per un pò aspettano, ma poi ti presentano il conto...

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  5. https://ec.europa.eu/eurostat/statistics-explained/index.php?title=Foreign_direct_investment_-_stocks#FDI_positions_in_EU_countries

    Qui si vede bene chi fa investimenti netti diretti all’esterno. (Il Lussemburgo è un paradiso fiscale franco-tedesco.)

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  6. Intervengo per motivo personale. Qui si continua a glissare su un fondamentale punto di analisi, che esemplifico. Se un francese compra una FIAT 500e, si tratta chiaramente di un'importazione francese dall'Italia: ma il governo francese si può lamentare dello squilibrio della bilancia commerciale con l'Italia e delle auto italiane che invadono il mercato francese? [per il politico centrosinistro SÌ] O se il turista statunitense compra a Roma una borsetta Louis Vitton, ha ragione Trump a voler imporre ritorsioni sul Parmiggiano Reggiano? [per il politico centrodestro SÌ]

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    1. "No, compagni, amici, io disapprovo il passo
      Manca l'analisi e poi non c'ho l'elmetto"
      Grazie per il sorriso che mi hai strappato con la citazione (spero volontaria ;) )

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  7. un po' disonesto: chi chiede di correggere lo sbilancio della bilancia commerciale non è che vuole difendere il surplus italiano verso gli USA e denunciare il deficit con la Cina.
    Chiede e promuove scelte che vadano verso l'equilibrio.
    Gli altri fanno cagnara

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  8. Buongiorno, domanda laconica: la competitività è un dato quantitativo misurabile solo da prezzo?
    Le definizione è "misura di un vantaggio comparato di un Paese (o entità) nel vendere i propri beni sui mercati internazionali", è semplicemente osservabile dal REER o RER se analisi bilaterale, REER<1 a significare competività?

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    1. Domanda assolutamente pertinente. Esiste una letteratura sulla “non-price competitiveness”, originata fra gli altri da:

      Fagerberg, J. (1988). International Competitiveness. The Economic Journal, 98(391), 355-374.

      su cui lavorai niente meno che con Padoan, il quale, da piddino avveduto, avendo capito benissimo quale disastro sarebbe stato per l’Italia l’adozione di una moneta sopravvalutata, cercava una via di fuga (o di giustificazione) nella nota favola dell’innovazione che rende competitivi ecc. Fatto sta che, come ha ricordato Draghi, nell’UE la competitività è stata ottenuta andando al ribasso sui salari (per svalutare il REER), e questo non per sadismo, ma perché è il modo più rapido ed efficace. Nonostante la relativa fondatezza e il grande successo accademico del lavoro di Fagerberg, non mi pare esistano indicatori sintetici e comunemente accettati di non-price competitiveness, che resta un affascinante tema speculativo e un mitologema adattabile con versatilità alle narrazioni del capitalismo finanziario, ma non sembra avere implicazioni di policy immediate e praticabili. Comunque ottima domanda! Su Scholar partendo dai 1999 lavori che citano Fagerberg ti puoi fare un’idea degli sviluppi recenti.

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    2. Sicuramente per certe fattispecie il prezzo non è la determinante, si pensi ai prodotti Apple o certe leccornie italiane, che poi, analogamente a come si può fare con alcuni prodotti o categorie merceologiche che oltre ad un incremento di prezzo hanno anche visto incrementi di qualità con i quali si possa quantificare e convertire l’aumento di qualità in una diminuzione di prezzo, esistano metodi per convertire il “fattore differenziazione” (brand, storia, passato, certificazioni di origine, ecc.) in prezzo, diminuzione nel caso del parmigiano reggiano contro l’analogo sloveno, immagino di si.

      Nell’aggregato però mi sembra di capire che il criterio chiave sia quello della competitività di prezzo tout court, quindi mi conferma che l’oggetto di osservazione della competitività di prezzo è il REER (o RER) e che questo deve essere minore a 1 per segnalare competitività?

      Un ottima palestra sarebbe guardare i dati bilaterali sia di RER che di partite correnti e vedere se quando il RER è minore di 1 allora il surplus di C.A aumenta. La risposta immagino sia positiva, almeno per Paesi medi-medio grandi. Sicuramente positivo se prendiamo il REER.

      Sui fattori che compongono la competitività di prezzo, in generale, sono molto curioso e apprezzerei molto un post didattico. Certo in Eurozona il costo del lavoro, disinnescato il tasso di cambio, è componente fondamentale se non unica. Anche perché la produttività latita, anche come spesso da lei indicato, proprio a causa (quantomeno primigenia) dei bassi salari reali.

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    3. Ci sono decine di grafici qui e altrove che mettono in relazione l'andamento del saldo delle partite correnti con quello del tasso di cambio reale, ma c'è un errore concettuale dal quale devo metterti in guardia: il tasso di cambio effettivo reale è un indice, quindi il suo valore non ha un particolare significato, quello che conta è la sua dinamica. Non esiste insomma una regola secondo cui sopra a uno si sia non competitivi e sotto competitivi, perché questo valore dipende dalla scelta dell'anno base. Se come riferimento si prende un anno in cui il Paese aveva una valuta fortemente svalutata in termini reali, allora anche valori sopra uno negli anni successivi indicherebbero il permanere di una discreta competitività di prezzo.

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    4. Si, mi sono eccessivamente soffermato sul valore del RER =1 che ho tralasciato l'importanza della fissazione dell'anno di riferimento.

      Il RER è però dato predittore dei saldi, prima uguali e contrari, ora solo uguali, delle partite correnti+ conto capitale e del conto finanziario. Sarebbe utile trovare un anno in cui, ad esempio, Italia e Germania hanno avuto un tasso di cambio reale corretto e da lì analizzare eventi e variazioni dell indice, cosa comunque già da lei fatta, non saprei identificare un anno, forse il "95, dopo le svalutazioni a seguito dei differenziali cumulati di inflazione in regime di cambio fisso?

      Un passo indietro, quando una valuta si definisce ad un valore "corretto" per un economia, e di conseguenza quando il suo tasso reale è corretto?

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    5. Dunque: corretto non è un termine economico. Un prezzo può essere di equilibrio, e probabilmente ti riferisci a questo, non all’aggiunta del noto liquore all’anice (quella riesce meglio col caffè). Anche questa domanda è senz’altro ben posta, ma l’ultima volta che ho aperto il Gandolfo una risposta univoca non c’era. Il punto è capire quale domanda e quale offerta si pensi che il tasso di cambio debba tenere in equilibrio. Comunque, visto che contabilmente il saldo delle partite correnti e quello finanziario sono sostanzialmente identici, in teoria il tasso di cambio (nominale) di equilibrio dovrebbe essere quello che si manifesta in coincidenza di un saldo nullo. La questione comunque non è così semplice da risolvere, come dimostrato dalla complessità degli studi (che qui abbiamo analizzato più volte) che cercano di quantificare di quanto sia fuori dall’equilibrio il tasso di cambio. Questo è un esempio:

      Coudert, V., Couharde, C., & Mignon, V. (2013). On currency misalignments within the euro area. Review of International Economics, 21(1), 35-48.

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