mercoledì 28 gennaio 2026

QED 115: la (non) vana rincorsa...

Ricorderete le alate parole del migliore di tutti i vigilanti possibili:


A maggio 2022, cioè quando c'era ancora LVI, Visco aveva lanciato un monito, una cosa vagamente quirinalizia, del tipo "non si invochi la difesa del potere d'acquisto per richiedere l'adeguamento dei salari ai prezzi". E fin qui tutto ovvio: dai migliori amici dell'euro non ci possiamo aspettare la richiesta di contrastare la deflazione salariale! Fatto sta, però, che a più riprese vi avevo fatto presente che questo Governo se ne era... diciamo, aveva ignorato, le alate parole del migliore di tutti i vigilanti possibili, registrando il più elevato tasso di crescita dei salari reali, e quindi la più riuscita rincorsa (e superamento) dei prezzi da parte dei salari nominali. Lo avevamo visto qui e qui, facendo notare che con un tasso di crescita simile saremmo addirittura tornati ai livelli pre-Monti entro l'estate 2026, e avevamo comunque sostanzialmente recuperato l'impatto dell'ultimo shock inflazionistico.

Due giorni fa ci è arrivata anche la Banca d'Italia, la migliore vigilanza nazionale fra tutte le vigilanze nazionali possibili, che ci fa sapere quello che qui sapete da un po', ovvero che:


l'ultimo shock inflazionistico è ormai sostanzialmente riassorbito, per i motivi qui più volte evocati (gli interventi di taglio del cuneo, la spinta ai salari nominali data dalla diminuzione del tasso di disoccupazione, ecc.).

Per capirci, quando Visco emetteva il suo vaticinio eravamo nel puntino azzurro evidenziato qui:


e il miglior amico dell'euro ci faceva sostanzialmente sapere che secondo lui non c'era niente da fare, e in effetti non venne fatto niente. I salari reale (il potere d'acquisto) scesero ancora, poi è cambiata la musica e abbiamo raggiunto e superato la sua comfort zone (che non era la nostra).

Naturalmente la narraffione terribilista della sinistra prosegue, ma le indagini dell'ISTAT rivelano che:


la fiducia delle famiglie e delle imprese sale, e questo, non la narraffione terribilista, è coerente col fatto che i salari reali crescano e la disoccupazione diminuisca.

Per chi si fosse connesso in questo momento: quindi sto dicendo che va tutto bene?

Beh, no, direi proprio di no. Non va bene, perché i salari sono piatti dagli anni '80, come qui sappiamo bene:


(ne abbiamo parlato una delle ultime volte qui, dove cito anche la prima volta che ne abbiamo parlato),  e la produttività non c'entra, perché si è appiattita dopo. Quale sarà mai la causa? Quella indicata dai libri di testo, cioè l'integrazione monetaria, che per un Paese a valuta ritenuta debole implica naturalmente una politica del cambio forte, strumento standard di disciplina salariale, come ci ricorda il manuale di Acocella:


Ma di questo abbiamo parlato tante volte qui: chi lo voleva capire lo ha capito, e chi non voleva capirlo non lo capirà nemmeno quando (non) lo rileggerà nella ristampa del Tramonto dell'euro (a fine ottobre).

Dichiaro aperta la discussione generale, io scappo che ho un ministro non per cena, ma per aperitivo...

23 commenti:

  1. Insieme ad un incremento dei salari nominali (occupazione e politiche fiscali) anche una decelerazione dei prezzi che dal 8% é passata al 2% circa ha inciso molto su recupero dei salari reali. Intanto Ursula continua a promuovere deflazione interna con accordi inutili e ridicoli di libero scambio (per apporto alla crescita) con economie che hanno salari medi 25 volte più bassi di quelli europei.

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  2. Io avrei una domanda senza polemica: a chi conviene la repressione finanziaria (recentemente evocata in un post del blog)?

    A naso mi viene da pensare che ai risparmiatori non conviene, ma potrei sbagliarmi.

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    1. Perché? Quale sarebbe il ragionamento? Per me dipende dal patrimonio, non solo dal reddito. Se hai tanto patrimonio liquido e ti parte una fiammata inflazionistica con repressione finanziaria la prendi sui denti.

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    2. Il "Mercato" semplicemente non esiste, quindi pensare che nel "Mercato" tutto possa essere più efficiente e profittevole è un argomento ingannevole. La totale liberalizzazione dei movimenti di capitale conviene a chi possiede capitali, sicuramente non ai lavoratori e neppure ai risparmiatori (che possiedono risorse finanziarie non commensurabili a quelle dei capitalisti e quindi diamo per assunto non abbiano "capitali"). E se la liberalizzazione finanziaria non è per i lavoratori, allora ben venga la repressione. L'accorata difesa di Powell della indipendenza della Banca Centrale dovrebbe essere il segno che davvero si sia sulla strada giusta.

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    3. Innanzitutto conviene al governo, che si finanzia a tassi di interesse più bassi. Di riflesso, conviene a chiunque beneficia di una maggiore stabilità delle finanze e degli investimenti pubblici, tra cui includerei tutti i cittadini che usano servizi come scuole, ospedali, strade, etc...

      In secondo luogo, conviene a chi vuole prendere in prestito i risparmi nazionali per investirli all'interno dell'economia nazionale: ovviamente lo Stato, di cui sopra, ma anche privati che vogliano investire nell'economia reale locale.

      Non conviene a chi ha grandi capitali finanziari: non può strozzinare lo Stato con lo spreeead, non può investire all'estero, non può giocare con le criptovalute, etc...

      Non è detto che non convenga ai risparmiatori: avere salari reali crescenti ti consente di risparmiare soldi! Devi prima metterli da parte, i soldi, e poi puoi preoccuparti del tasso d'interesse. I tassi d'interesse alti non ti giovano se i risparmi non ce li hai.

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    4. Se da una parte i soldi non possono uscire, dall'altra non possono neanche entrare, quindi non si può giovare di finanziamenti esterni.
      Poi mi verrebbe da dire che chi ha tanti tanti soldi un modo per farli uscire lo trova. Rimarrebbero fregati in caso di botte inflazionistiche i piccoli risparmiatori (tra l'altro se hai da parte 50 mila euro e ne perdi la metà è un problemone, se hai 50 milioni e ne perdi la metà sei ancora ricco). E ancora, se il tuo salario cresce meno dell'inflazione ci rimetti due volte, sia sul reddito che sul capitale, quindi quel ragionamento non tiene. Se poi il meccanismo auspicato è quello della monetizzazione del debito per tenere bassi gli interessi l'inflazione potrebbe salire, e a quel punto avresti comunque instabilità finanziaria oltre che dei mercati reali. Infine c'è un problema di efficienza di allocazione del capitale: non sempre i tassi bassi, soprattutto se artificialmente bassi, portano ad efficienza allocativa e crescita economica.
      Se il sistema economico funziona e porta crescita la repressione finanziaria non serve, anzi ti svantaggi perché impedisce ai soldi di entrare, se non funziona per qualsiasi motivo, a quel punto saresti cornuto e mazziato.
      In un sistema bancario come quello italiano di oggi, dove già abbiamo commissioni altissime, a me non sembra per nulla ovvio che i tassi d'interesse sarebbero così vantaggiosi per gli imprenditori. Se la banca sa che non puoi andare da nessun'altra parte potrebbe anche farti un tasso alto. Che poi l'ultimo problema che abbiamo oggi è la liquidità per finanziare investimenti, se l'obiettivo è quello chiudere il mercato dei capitali mi sembra l'ultima cosa da fare. Se ci si chiude e tutto il credito va trovato all'interno, non è ovvio che ci siano i soldi per fare scuole, ospedali e strade.

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    5. Innanzitutto, per preoccuparti del risparmio, prima devi essere in grado di risparmiare. Se in un mondo dominato dalla finanza il risparmio spicciolo dei lavoratori è diminuito (la famosa concentrazione della ricchezza di cui tutti ci lamentiamo), la repressione finanziaria avvantaggia o svantaggia i piccoli risparmiatori? Le bilance hanno due piatti, le monete due facce, lavoratore e risparmiatore non sono due persone diverse!

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    6. Il ragionamento è semplice, ed è che concentrarsi sull'effetto di brevissimo periodo ha molto poco senso. Quando ci sono shock o crisi sono necessari aggiustamenti, non ci sono pasti gratis ok? Quindi intanto è necessario interiorizzare il concetto di ciclo economico e di shock. Qualcuno deve pagare. L'assenza di regolamentazione sul trasferimento dei capitali (se vogliamo usare "repressione finanziaria" allora dismettiamo il concetto di "flessibilità del lavoro" e cominciamo a chiamarla "repressione salariale" ok?) serve a una sola cosa: imporre il costo di riallineamento sempre e solo sul lavoro. Quindi, citando te, se sei un rentier (cioè campi grazie alle rendite del tuo grande patrimonio) e lo shock inflazionistico arriva, certamente prendi una mazzata sui denti, perché non ci sono pasti gratis, ma come dici tu stesso poi rimani ricco. E se l'inflazione viene fatta crollare con la "repressione salariale" o "repressione fiscale" che dir si voglia, tu sei ancora più contento. Se invece sei un lavoratore, e campi cioè grazie al reddito, e la tua capacità di risparmio dipende dal tuo reddito, nel caso di "repressione salariale" ti trovi con i tuoi risparmi dimezzati e senza lavoro (cioè il tuo tasso di risparmio va a 0), nel caso di "repressione finanziaria " ti trovi con i tuoi risparmi ridotti del 60% ma il tuo salario protetto dall'inflazione e il tuo tasso di risparmio alto.

      Quindi a chi conviene è evidente, e se la vogliamo porre in termini meno "mangerecci" (perché vogliamo elevarci dalla nostra bassezza morale di porci) possiamo chiederci a chi conviene politicamente. Cioè quale delle due politiche distribusce il necessario costo del riallineamento nel modo più equo?

      Non esiste un caso in cui il riallineamento è gratis (beh se hai un impero coloniale forse) e quindi come dividiamo il conto?

      Roni Amaui, che scrive sul giornale della bocconi, quindi non è un pericoloso porco fascista, ma un illuminato tecnico, dice che la lotta all'inflazione è "lotta di classe".

      PS. Lo stesso vale anche a livello nazionale: la "più iniqua delle tasse" che porta tassi reali negativi e svaluta il debito pubblico può essere affrontata in 2 modi: costringendo i bilanci nazionali a contrarsi e tagliare servizi, oppure facendo "pagare" ai titolari di debito un prezzo per tenere gli ospedali aperti, continuare a finanziare le università, asfaltare strade ecc ecc. A chi conviene questo? Al fondo americano o alla banca francese che ha in portafoglio i nostri titoli o ai piccoli risparmiatori cioè lavoratori italiani che hanno qualche BTP?

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    7. Eppure stranamente l'Italia tra il 1948 ed il 1990 aveva la repressione finanziaria, e fino a prima del divorzio tra Banca d'Italia e Tesoro del 1981 a me sembra che lo Stato era capace di costruire autostrade, sanità pubblica, scuole, rete elettrica nazionale; il settore manifatturiero italiano i capitali li investiva; i risparmiatori i soldi li risparmiavano e la gente metteva su famiglia e si comprava case.

      Sull'ingresso di capitali esteri: mah, sarà, in teoria suonano come una panacea fantastica e meravigliosa, eppure se le cose fossero migliorate invece che peggiorate non staremmo qui a parlarne.

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    8. I capitali esteri hanno un problema: per ogni euro che entra deve uscirne almeno uno virgola qualcosa, altrimenti l'investitore non fa margine. Dunque o creano lavoro, mercato o indotto duraturo nel territorio, o sono una operazione matematicamente a perdere. Ed invece tante volte lo scopo dell'investimento è acquistare la società, tenerla in vita qualche anno perché senò fa brutto, nel mentre trasferire all'estero la proprietà intellettuale sulla tecnologia e la titolarità dei brand e poi chiudere la baracca per andare a produrre in Vietnam, vendendo agli stessi clienti gli stessi prodotti allo stesso prezzo (ma facendo un margine molto più alto).

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  3. Non riesco però a comprendere come a fronte di un aumento degli stipendi reali e dell'occupazione, oltre che un aumento degli investimenti, non corrisponda un aumento del PIL, che rimane allo 0,...

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    1. L'aumento degli stipendi potrebbe essere un gioco a somma zero col reddito da capitale, più che altro il tema è sull'occupazione. A livello di banale aritmetica, se cresce l'occupazione (con tutto il resto costante) ma il PIL rimane fermo è perché la produttività oraria di chi entra è bassa. Una teoria interessante secondo me è che la recente inflazione ha colpito molto i beni capitali, rendendoli relativamente più costosi rispetto al lavoro. Le aziende stanno assumendo ma lavorano a minore intensità di capitale, facendo scendere la produttività del lavoro.

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    2. Un valore aggiunto che sposta una parte di profitti verso i salari compensando in parte un fenomeno opposto che si era verificato nel 2022? Probabile. Un aumento di occupazione che riguarda lavori poco remunerati? Probabile. Investimenti pubblici, gran parte dei quali con il PNRR, con moltiplicatore fiscale molto basso? Quasi certo. Prova ne è anche la recente frana a Nisceni, dove, nonostante i preoccupanti precedenti, non vi erano destinati investimenti. Ciò dimostra per l'ennesima volta che non basta spendere ma occorre spendere bene: non è un discorso ideologico ma pragmatico, che può essere anche misurato (il moltiplicatore fiscale), misura che spesso coincide con il maggior benessere della popolazione. Non possiamo più permetterci spese per accontentare qualcuno senza avere una visione strategica, cosa che purtroppo abbiamo sempre fatto, aggravando il danno fatto dall'anomalia monetaria.

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    1. ...però ( a seconda del ministro) tanto digestivo si....

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  5. Nella sua diretta odierna ha espresso il problema Eu. Un tedesco almeno uno di quelli veri, non seconde generazioni, penserà "Deutshland über alles"...
    Mi chiedo come possa fare interessi italiani. Chiaramente finché un tedesco sarà alla guida Eu difficilmente si faranno accordi/politiche a favore dei paesi periferici.

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    1. L'unico accordo politico a favore dei paesi "periferici" sarebbe tornare alla CEE.

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  6. Il NAIRU è sempre nella mente e nel cuore degli euristi 😍

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  7. Ho un manuale di acocella che si chiama politica economica e strategie aziendali, è lo stesso della foto? (Ce lo diede il nostro prof di politica economica Giovanni di Bartolomeo non so se lo conosce)

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  8. mi chiedo se la scarsa produttività non sia soprattutto causata dal mancato sviluppo del mercato interno che, come Bagnai ha giustamente posto in evidenza, è stato forse il più grande errore strategico della UE. Il cambio fisso ha sicuramente inciso ma dopo qualche anno di assestamento, la produttività sarebbe dovuta tornare a crescere, invece la distruzione del mercato interno non ha consentito la ripresa della piena produzione e, di conseguenza, della produttività

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