domenica 7 gennaio 2018

Il saccheggio del Made in Italy

(...prosegue qui un dibattito serio su una cosa seria, mentre i gazzettieri si occupano in modo ridicolo di cose serie, o in modo serio di cose ridicole, seguendo il naturale corso degli eventi, che naturalmente li avvia all'estinzione: quell'estinzione che qui abbiamo con forza affermato essere condizione necessaria ma non sufficiente per l'affermarsi nel nostro paese di un processo politico realmente democratico...)





Caro Alberto,

l’intervento di Brazzale ed il tuo successivo post (che non era mio, ma di uno de passaggio; comunque, ormai ci ho rinunciato: fra un po' penserete che io sono il CEO di Google perché il mio blog è su blogspot...NdC) sono un invito a nozze per me. Non posso non intervenire su temi che mi vedono coinvolto ormai da 25 anni in veste di professionista prima ed imprenditore poi.

Cercherò di non cadere nell’errore tipico di noi aziendalisti, così efficacemente riassunto dalle parole del professor Cesare Pozzi durante il suo intervento al goofy6:


Dalla mia credo di avere un lungo periodo di esperienza in diversi settori industriali, in aziende di diverse dimensioni (un paio anche grandi, le altre medie), situate in diverse zone del nostro Paese. Tutte queste aziende hanno sempre operato sui mercati esteri, da quando c’era la Lira e bisognava fare il benestare bancario per esportare (astenersi Millenials). Insomma, si tratta di qualcosa in più, spero, del micugginismo e di qualcosa in meno di una ricerca condotta con rigoroso metodo scientifico.

Un'altra premessa di metodo. Parlare di Made in Italy, senza differenziare tra settori (moda, agroalimentare, ecc..) e comparti di uno stesso settore (lattiero-caseario, pasta, prodotti da forno, giusto per fermarsi all’agroalimentare) comporta l’elevatissimo rischio di trarre conclusioni appropriate per un settore ma completamente fuori luogo per un altro. Le dinamiche competitive sono molto diverse, la struttura e la concentrazione dei settori altrettanto diverse. Mi sforzerò, tuttavia di cercare un minimo comune denominatore.

Dopo la premessa di metodo, vengo al merito:


Come sottolineato in un tweet, Brazzale si concentra quasi esclusivamente sul tema della provenienza dei fattori produttivi e, da lì, prendendo atto della provenienza dalle più disparate nazioni, conclude che il Made in Italy non esiste. Al netto della volontà di provocare un dibattito, Brazzale manca proprio il fulcro del problema.

Si focalizza infatti, in particolare, sul tema della provenienza delle materie prime, soffermandosi su una lotta di retroguardia che tanti danni sta facendo all’agroalimentare italiano.

Il fattore differenziale non risiede infatti nella provenienza delle materie prime, quanto nella capacità di lavorarle, di arricchirle di un “saper fare” unico e molto spesso legato al territorio, di trasformarle con ricette tramandate da secoli e migliorate con la tecnologia. Tutte queste attività sono inscindibilmente legate al Territorio, con la T maiuscola, ed è proprio questo legame che il consumatore, soprattutto estero, apprezza e compra.

Intestardirsi, come continuano a fare Coldiretti e molte associazioni dei consumatori, sulla provenienza della materia prima come condizione essenziale per fregiarsi del titolo Made in Italy, è un errore, contro cui giustamente Brazzale si scaglia. Le migliori mozzarelle e burrate pugliesi sono fatte con latte proveniente in uguale misura dalla Germania (su questo ci sarebbe da aprire un fronte su cosa potrebbe accadere col cambio Lira/DEM a 1.200, ma perderemmo il filo del discorso) e dalle colline della Murgia. È importante che il consumatore lo sappia, ma non è un fattore discriminante, anche perché gli imprenditori pugliesi del settore mi confermano che la carica batterica e le qualità organolettiche del latte tedesco sono eccellenti. Ciò che conta è dove viene eseguita la trasformazione di quelle materie prime ed il risultato di tale trasformazione. Che è tale solo perché delle persone ci mettono decenni di esperienza, di gusto, di creatività. Tutte caratteristiche che non trovi in altre parti del mondo.

Potrei fare l’esempio della pasta. È noto che la produzione di grano duro nazionale è insufficiente per il fabbisogno dell’’industria di trasformazione (anche qui potremmo aprire un’ampia parentesi sulle cause di lungo periodo, politiche UE soprattutto, che hanno determinato questo deficit strutturale) e che poco meno della metà del grano duro proviene dall’estero (USA, Canada, Australia, Francia, Kazakistan...). Accertato che i parametri fisico-chimici di questa merce sono rispondenti alle norme che tutelano la salute dei consumatori, e vi assicuro che i controlli nei porti e nei pastifici sono capillari, la pasta prodotta è il risultato di sapienti miscele di grani di diverse provenienze, di diagrammi di produzione frutto di decenni di esperienza di persone appassionate e competenti. In una parola, la pasta De Cecco potrebbe essere prodotta solo a Fara San Martino, non in Moldavia.

In Turchia, il settore della pasta sta avendo un forte sviluppo negli ultimi anni.  Stanno comprando gli stessi macchinari per la pastificazione che abbiamo in Italia, stanno comprando il grano dagli stessi fornitori e stanno offrendo prodotto sugli stessi mercati internazionali su cui vendono i nostri marchi più prestigiosi. I risultati in termini qualitativi non sono paragonabili ma, soprattutto, il posizionamento di prezzo è nettamente inferiore al nostro. Il consumatore vuole mangiare italiano, a prescindere.

Non voglio dire che Brazzale solleva un problema inesistente, ma che non è un problema centrale. Il punto che Brazzale manca di cogliere è purtroppo un altro.

Negli ultimi 20 anni (ma potremmo andare anche indietro nel tempo) la politica industriale del nostro Paese ha sistematicamente indebolito quella spina dorsale di migliaia di piccole e medie imprese agili, ricche di competenze, rette da persone che trascorrevano 200 giorni l’anno in giro per il mondo a fare conoscere i nostri prodotti. Quanti proclami contro il nanismo delle nostre imprese abbiamo dovuto ascoltare da chi ha creato le condizioni affinché la dimensione aziendale fosse una discriminante e penalizzasse i piccoli?

Quanti studi farlocchi che dimostravano la insufficienza delle spese in ricerca e sviluppo delle nostre aziende? Ignorando che tutte le PMI, per risparmiare imposte sul reddito, nascondevano tra i costi tali voci, anziché capitalizzarli e renderli visibili nello stato patrimoniale? Se tutte le PMI capitalizzassero le spese in ricerca, sarei proprio curioso di sapere dove saremmo nelle classifiche che tanto piacciono ai vari Zingales, per dimostrare il mancato aggancio delle nostre imprese alla rivoluzione ITC degli anni ’90 e spiegare così il declino cominciato proprio in quegli anni.

Quanti fondi di private equity abbiamo visto all’opera in gioielli del nostro agroalimentare? Li abbiamo visti arrivare, tagliare personale, introdurre SAP, burocratizzare le aziende e privarle della agilità decisionale, quella che gli consentiva di impostare una strategia in mezza giornata e bruciare i concorrenti tedeschi che, nel frattempo, erano ancora intenti a riunire i loro consigli di amministrazione?

Un’ultima riflessione, non specificamente legata al tema del Made in Italy. In tanti anni di attività solo nelle PMI ho visto sensibilità ed attenzione alle persone ed al loro destino. Può apparire una inopportuna generalizzazione che si presta a facili obiezioni, perché gli atteggiamenti predatori non sono mancati, anche tra le PMI. Ma la facilità con cui in una grande impresa si tagliano teste che nemmeno conosci è cosa ben diversa dal travaglio che vive l’imprenditore che conosce ad uno ad uno tutti i suoi dipendenti, conosce i loro problemi, il mutuo da pagare. Per molti è l’unico patrimonio della vita e ne ho visti tanti resistere fino all’ultimo, distruggendo le loro residue capacità patrimoniali, pur di non lasciare per strada persone con cui lavoravano fianco a fianco da decenni.







(...bene: a molte di queste cose, come sapete, ero arrivato per via accademica partendo da una riflessione sviluppata con voi cinque anni or sono, che ha condotto a svariati articoli pirreviùd: questo, sul declino dell'Italia, questo, che mette a confronto spiegazioni alternative del declino nei paesi del Sud dell'Eurozona, e infine questo, che spiega e misura attraverso quali canali l'adesione alla moneta unica sta allargando il divario fra le economie del paesi membri. L'autore del contributo odierno sta assistendo coi suoi occhi al saccheggio del nostro Made in Italy da parte di fondi di private equity. Saranno impazziti, questi investitori esteri, nel comprarsi marchi non particolarmente noti al grande pubblico in settori non particolarmente innovativi come l'agroalimentare? Credo di no, credo che si stiano semplicemente appropriando della nostra capacità di creare valore - salvo poi dilapidarle, come il nostro amico spiega. Il risultato sarà la fuoriuscita di profitti e competenze dal nostro paese, la desertificazione di quel poco di vitale che è rimasto. Di questo risultato saranno stati artefici i governi PD - e in generale europeisti (leggi: Berlusconi) - e i loro aedi - e in particolare, il Sole 24 Ore, che più e più volte ha vilipeso dalle sue colonne i piccoli e medi imprenditori, spina dorsale del nostro paese, come, del resto, dell'economia tedesca, e più in generale di ogni economia funzionante. Il discorso puramente ideologico contro le nostre PMI, condotto dalle nostre élite e dai loro giornali non può avere altro fondamento razionale che non sia la loro subalternità agli interessi esteri, o la connivenza con essi. D'altra parte, non si vede perché un governo che disprezza il proprio popolo debba apprezzarne la capacità imprenditoriale. Un pezzo del delirio europeista è l'idea lievemente fuori tempo massimo che il piccolo e medio imprenditore sia il nemico di classe, da combattere con tutti i mezzi a disposizione, incluso il manganello del cambio sopravvalutato. Certo, questo suicidio fa male soprattutto ai lavoratori, ma, come abbiamo visto in anni di dibattito, il fatto che faccia male anche agli imprenditori serve a dare a questo tradimento dell'interesse del paese un piacevole retrogusto "de sinistra" (fra l'altro sollevando quest'ultima dal compito gravoso di individuare il vero nemico... che spesso, guarda caso, si trova fra i di lei finanziatori: il grande capitale finanziario internazionale!). Credo sia ora di sfrattare dall'Italia chi la disprezza e la vende a chi vuole parassitarla. Ancora un paio di mesi di pazienza, e ne avremo l'opportunità: un'opportunità che è solo il primo passo di un lungo percorso. Ma proprio perché il percorso è lungo, occorre che il primo passo sia mosso nella direzione giusta...)

giovedì 4 gennaio 2018

The second Greek genocide

(...this email was originally written in Italian. I decided to translate it for the benefit of the international reader...)



Dear Professor,

I am John Smith, a lawyer from WAKDJUHLK. This is the first time I write to you and I swear to Beelzebub not to do it again. I do not wish to discuss economics, numbers and graphs; I lack the preparation. I just want to share what happened to me last night in a pizzeria.
I am at a table with friends of my girl friend, whom I do not know well. A fellow sitting next to me tells me that he lives in Athens and works for the European Commission. His working group is helping the Greek government apply the agenda of the Troika (don’t worry prof, I am not going to recount the economic “reasons” that I had to hear, you know them better than I).
I was dismayed to learn that the operation is much more sophisticated and ideologically complex than the political-economic version. By the way, I have bonds with Greece and consider it my second home. I know it quite well, and whenever I can, I return to see various friends. At home I grew up on epos and Hellenism and I did classical studies.
To return to my story: the substance of what I heard was that the Greeks do not have the right to complain. To the contrary, they should thank the west (a concept I hate, but that I report) for its very existence. Greece, the Greek nation, is in fact a geopolitical invention, artfully created in 1800 by France and England to favour implosion of the Ottoman empire. “Greece was the Israel of the 19th century” [cit.]. My zealous neighbour did not say that France and England were content just to sustain the Greek revolts against the Turks, but claimed that the Greek people do not exist. The Greeks are only Orthodox Turks! Modern Greek was forged ad hoc to give them a sense of community. Greece was created as a buffer state to arrest Muslim expansion. A military outpost full of people who just happened to have the same religion: “exactly like the state of Israel” (addendum: for brevity and coherence I shall not go into what the state of Israel is or is not).
I tried to bring my stubborn dining companion back to earth, starting with linear B of the Mycenaean period, the Persian wars, Hellenism and the Byzantine empire, down to the war between Greece and Turkey and the mass deportations of Greeks from Anatolia in the early 1900s. To no effect.
For him my arguments were sophisms because the history of the Mediterranean and the mobility of the populations that lived and sailed it for thousands of years make it impossible to identify the starting points in history of peoples and nations.
On the basis of “The Baltic Origins of Homer's Epic Tales” (a wonderful book by Felice Vinci), I conceded that the “blond Achaeans” of the Iliad could indeed have originated from Scandinavian populations that descended the Vistola and Danube in ancient times (a hypothesis to take with a grain of salt), but that from that moment the Greeks had always been there. Nothing. The Greeks do not exist, they are an artifice.
In the end, disconsolate and exhausted by the effort to remain polite, I gave up.
But I learned something.
The narrative of power is attempting a noteworthy qualitative leap. It is no long denigrating the nation state with the story of lazy, unproductive, corrupt and wasteful Greeks. It is trying to cancel three thousand years of history with the rhetoric of the ipse dixit of “experts”. The subjects in question (and their zealous young recruits like my dining companion) are not just sharks and mystifiers, but much worse: manipulators of history, geography, anthropology, philology and the like.
Denying the origins of a people, its history, traditions and ethnic-linguistic homogeneity (ignoring dialects) means denying the existence of that people. And where there is no people, where there is no dèmos, there cannot be democracy, but only despotism and barbarity.
In conclusion, if it is possible to manipulate Greek history, one of the oldest in Europe, with such facile impunity, then it is even easier to manipulate the history of much younger and more heterogeneous nations like Italy.
We should watch out for this because as you say, we are next.
I trust I have not abused your patience. Thank you for your attention and your time.
All the best for your work.
P.S. If you decide to publish this, please do not disclose my name.
John Smith


(...I kindly advise the interested reader to have a look at the Cultural genocide entry in Wikipedia. By the way: welcome to Europe!...)

Chi guida contromano? Una critica al complottismo dei tedeschi sul tasso di cambio.



Cominciamo da una nota barzelletta: un vecchietto guida sul Grande Raccordo Anulare di Roma, ascoltando la radio, quando la musica viene interrotta da un’allerta sul traffico: “Un’auto sta guidando contromano sul Raccordo, fate molta attenzione. La polizia sta accorrendo sul posto”. E il nostro anziano amico commenta: “Come, una macchina sola? Ma sono tantissime!”

Adesso, diamo uno sguardo al tweet di questo giornalista tedesco:


“Italia e Francia erano solite risolvere i loro problemi svalutando. Ora dovranno imparare a fare diversamente”.

Prima di qualsiasi commento, guardiamo questo grafico, basato sui dati del PACIFIC Exchange Rate Services:



Sintesi: quando si tratta di economia, nei media ci sono bugiardi, giornalisti, e giornalisti tedeschi (sì, è un crescendo).

Segue disegnino, per quelli che ne hanno bisogno (sperando siano una minoranza sempre più ristretta).

La favoletta corrente sull’Eurozona è radicalmente viziata, perché si basa sull’interpretazione unilaterale di un comune fenomeno economico: l’aggiustamento di un prezzo relativo. I tassi di cambio sono prezzi relativi: il costo di una valuta rispetto a un’altra valuta. Che questo aggiustamento sia una rivalutazione o una svalutazione dipende ampiamente dal punto di vista. Non vorrei ora avventurarmi nell’affascinante campo di cosa sia un tasso di cambio di equilibrio e di come lo si stimi (ne abbiamo parlato un po' qui). Voglio solo osservare che una valuta non può svalutarsi se nessun’altra valuta si rivaluta: in altre parole, ogni svalutazione, vista dall’estero, è una rivalutazione, e viceversa. In termini puramente descrittivi, una svalutazione della lira rispetto al marco tedesco coincide con una rivalutazione del marco rispetto alla lira. Ogni singolo aggiustamento di un prezzo relativo può essere descritto in due modi opposti ma identici.

Non serve però aggiungere che quanto è ovvio in termini puramente descrittivi non necessariamente vale in termini economici.

Occorre un’attenta analisi delle forze economiche sottostanti per capire, ove possibile, quale sia fra, i due movimenti uguali e contrari, il motore dell'aggiustamento di prezzo, e quale delle due valute si stia avvicinando all'equilibrio, o se ne stia allontanando. Potrebbe essere che la valuta forte sia vicina all'equilibrio, mentre quella debole se ne allontani. Ma, a priori, è ugualmente probabile che la valuta forte sia lontana dal suo equilibrio, e la rivalutazione l'avvicini ad esso. Nel primo caso (chiamiamolo caso A), la svalutazione della valuta debole sposta anche quella forte lontano dell'equilibrio: quest'ultima in effetti si trova ad essere eccessivamente forte (penalizzando il paese che la adotta) perché la prima è stata resa artificialmente debole. Questa situazione quindi può effettivamente essere descritta come un tentativo di alterare la competitività attraverso un “dumping valutario” da parte del Paese più debole. Anche nel caso B si osserva una svalutazione della valuta debole, ma questa deriva dal movimento al rialzo della valuta forte per avvicinarsi al proprio equilibrio. In questo caso resistere all’aggiustamento equivarrebbe, per il paese più forte, a praticare un dumping valutario: invece di svalutare il cambio rispetto al valore di equilibrio, si impedirebbe a un cambio sottovalutato di rivalutare per tornare ad esso.
Ci possono, ovviamente, anche essere altri casi.

Si dà il caso che l’intera narrazione della moneta unica europea e del suo preteso fondamento razionale ruoti intorno alla svalutazione delle monete deboli, e alla necessità di bloccarla per restaurare un ambiente sanamente competitivo. Nessuno però presta mai attenzione al suo complemento necessario, la rivalutazione delle valute forti. Siamo immersi nel “caso A”, e per far funzionare questo racconto, nascondendone la natura arbitrariamente unilaterale, è necessario che alla svalutazione venga associato un giudizio morale. Questo giudizio è riassunto da un singolo aggettivo: “competitiva”. Nella favola dell’Eurozona non sentirete mai la parola “svalutazione” senza l’aggettivo “competitiva”, a tal punto che, come sapete, ho coniato un neologismo: svalutazionecompetitiva. Enfatizzando il fatto che ogni svalutazione sia in effetti una svalutazionecompetitiva, i volenterosi narratori dell’Eurozona insinuano che le svalutazioni riflettano l’intento malvagio di governi perversi di alterare la competitività guidando artificialmente le loro valute (e di conseguenza quelle dei loro concorrenti) fuori dall’equilibrio. Insomma: un gombloddone dei paesi piccoli, sporchi, pigri e tanto invidiosi (signora mia!), contro il leale partner del nord. Nessuno sembra notare l'ovvio, ovvero che i paesi deboli sono appunto, per definizione, deboli, e che quindi il loro tasso di cambio è destinato a indebolirsi naturalmente: un aggiustamento che è molto più probabile rifletta il fisiologico operare delle forze di mercato, piuttosto che un malvagio complotto dei paesi viziosi, i quali, accantonando quanto li divide in termini di istituzioni, ciclo economico, interessi commerciali, strategie geopolitiche, retaggio culturale, deciderebbero, con singolare perizia ed efficacia (per dei cialtroni del Sud) di coordinarsi contro quelli virtuosi. In questo frame (nel senso di Lakoff), ignorare la parola “rivalutazione” offre un grande vantaggio retorico. Se ogni svalutazione è per definizione una vergognosa svalutazionecompetitiva, il suo opposto, la rivalutazione, dovrà essere glorioso. Si dà il caso, però, che tutti i paesi tendano a resistere all’apprezzamento delle proprie valute. Se i volenterosi narratori dell’Eurozona dovessero mai menzionare la rivalutazione, sarebbero costretti a spiegare perché nessuno voglia raggiungere una gloria immortale attraverso di essa.

Date queste premesse teoriche, torniamo a leggere il tweet del giornalista tedesco. Il suo senso è estremamente chiaro: Francia e Italia hanno alterato il mercato, danneggiando la Germania. In altre parole, i due maggiori partner dell’Eurozona hanno svalutatocompetitivamente le loro monete per anni (come da caso A), finché l’euro non ha impedito loro di trucccare le carte. Contro questo argomento potremmo sollevare molte obiezioni, e potremmo discutere per ore su come calcolare i tassi di cambio di equilibrio, ma per farla breve preferisco distinguere fra caso A e caso B applicando quella che potremmo definire la “regola del GRA” (Grande Raccordo Anulare).

I dati riportati nel grafico mostrano che nel corso dei decenni non solo le valute “deboli” dell’Eurozona (quelle menzionate dal tweet tedesco), ma più in generale le principali valute mondiali, inclusa l’ancora di fatto del non-sistema monetario globale (il dollaro) e la valuta del secondo centro finanziario globale (la sterlina), e anche quelle dei cosiddetti paesi “virtuosi” dell’Eurozona (ad esempio, il franco belga), hanno perso terreno rispetto al marco tedesco. L’interpretazione data dalla Germania di questa impressionante regolarità empirica è senza dubbio che, tranne lei, tutti stanno guidando contromano nel sistema monetario mondiale. In altre parole, secondo i tedeschi, piuttosto che la forza relativa dell’economia tedesca, i trend discendenti di tutte le maggiori valute mondiali rispetto al marco tedesco (e alla sua triste eredità) rifletterebbero una cospirazione globale contro la nazione ariana tedesca, lo sforzo coordinato degli altri paesi di svalutarecompetitivamente per fottere la Germania. Un atteggiamento che suona sinistramente familiare.

A me pare che, paradossalmente, argomentando in questo modo i giornalisti tedeschi minimizzino i meriti del loro paese. Per definizione, paesi forti devono avere monete forti (è il mercato, bellezza!). Accusando gli altri di indebolire artificiosamente le proprie valute, i volenterosi narratori dell’eurozona stanno in realtà negando la forza naturale della Germania. Un’altra interpretazione possibile è che essi cerchino di distogliere l’attenzione dei lettori dalle politiche praticate in Germania per guadagnare questo vantaggio competitivo. Indipendentemente dalle intenzioni, il suprematismo tedesco ha dimostrato di essere un vicolo cieco alcuni decenni fa e porterà di nuovo la Germania a una rovinosa sconfitta. Se tutte le valute hanno perso terreno rispetto a quella tedesca, è tempo di invertire la favoletta, riconoscendo che da decenni è la Germania che sta rivalutando rispetto al resto del mondo.
Dipingere l'agire delle forze di mercato come un complotto non migliora la comprensione dei fenomeni. Tuttavia, i volenterosi narratori dell’Eurozona persistono nella loro versione palesemente errata, nel raccontino del “caso A”, del dumping valutario da parte dei più deboli. Una simile ottusa visione unilaterale non è razionale: è puramente etnica. E allora lasciamo che la storia segua il suo corso, meglio prima che dopo, e tanto peggio se sarà crudele. Per la terza volta in un secolo, il resto del mondo dovrà cooperare per restituire alla leadership tedesca un minimo di buon senso. Con le buone maniere (o con una guerra mondiale) si ottiene tutto.

Nel frattempo, dobbiamo cominciare a dirlo forte e chiaro: i dati mostrano che l’economia della Germania non può sostenere la leale competizione del resto del mondo senza praticare qualche forma di dumping.


Il dumping valutario, ottenuto progettando un sistema che impedisce la rivalutazione della valuta tedesca verso il proprio equilibrio (il che equivale a produrra una continua svalutazionecompetitiva), è solo l’esempio più evidente. Ma ce ne sono molti altri: dumping tecnologico (pensiamo allo scandalo Volkswagen), dumping ecologico (pensiamo alla Germania che inquina spregiudicatamente il resto d’Europa con il suo carbone), dumping regolatorio (pensiamo alle regole di sorveglianza europee, fatte su misura per nascondere la grande quantità di crediti spazzatura nelle piccole banche tedesche). Per far sì che l’economia globale funzioni, tutto questo deve avere una fine. Gli italiani e francesi (e i britannici, e gli americani) possono anche educatamente ammettere il loro status di esseri inferiori se paragonati al popolo tedesco (in particolare, ai giornalisti tedeschi). Ma è comunque evidente che i tedeschi non sono superuomini. Quando certe forme di dumping furono rimosse, la loro economia ne soffrì enormemente (pensiamo a cosa accadde quando collassò il Sistema Monetario Europeo, un altro meccanismo messo su per ostacolare la fisiologica rivalutazione del marco). Meno di un secolo fa un simile mix di austerity (con lo scopo di ottenere moderazione salariale) e retorica suprematista consegnò la Germania nelle mani dei nazisti. È soprattutto nell’interesse di tutti i tedeschi di buona volontà ricordare questo semplice fatto e comportarsi di conseguenza prima che accada di nuovo.

La prima mossa è semplice: dovrebbero diffidare dei loro giornalisti come noi diffidiamo dei nostri. Solo la libertà ci renderà liberi, e non possiamo aspettarci che la verità arrivi da un sistema mediatico dominato da interessi economici disfunzionali.

PS: Per i cialtroni del "Bagnai fa cherry picking!", ecco un quadro più completo dell’andamento dei tassi di cambio nominali dal 1948 al 1998 (fonte: FMI; i cambi nominali bilaterali sono espressi come indice con base 1948=100). In mezzo secolo, solo le valute di Giappone e Svizzera sono riuscite ad apprezzarsi rispetto al marco (e ora rispetto all’euro), e i motivi spero siano sufficientemente ovvi. Tutte le altre hanno avuto una tendenza decrescente, almeno finché è stato loro possibile. Nell'autostrada monetaria internazionale, il vecchietto sclerotico che guida contromano è uno, ed è la Germania. L’euro non è stato concepito per evitare la svalutazione italiana. È stato concepito per impedire la rivalutazione tedesca.