lunedì 20 agosto 2012

Comunicazione di servizio

Scusate, so che non ve l'ho detto: sto scrivendo un libro.

Se ve lo avessi detto, visto che tutti voi avete già scritto almeno un libro, sapreste che mazzo mi sto facendo e mostrereste un minimo di solidarietà, ne sono certo.

Mica siete degli animali come me!

Ma purtroppo mi sono dimenticato di dirvelo, e quindi devo scusarvi se continuate a lamentarvi: "Ma perché non intervieni nella discussione? Non ti interessiamo? Ma perché non pubblichi il mio messaggio? Non un messaggio qualsiasi, il messaggio mio, di io esso me medesimo, che era il messaggio risolutore dei problemi del mondo. Eh già! Ma tu i problemi del mondo non vuoi risolverli! In un anno di divulgazione non ci hai mai detto niente di costruttivo, non ci hai mai detto cosa vorresti fare dopo, non ci hai mai detto come immagini il sistema finanziario e creditizio del dopo euro, non ci hai mai detto come immagini il sistema di trattati europei dopo l'euro, non ci hai mai detto da dove ha origine e come si risolve il problema del debito. Eh già! Tu sei buono solo a criticare..."

Ragazzi, io sono tanto buono e caro, ma comincio a rompermi i coglioni (detto con affetto). Di questo blog credo alcuni abbiano letto poco: suggerisco di tornare un po' indietro a dare un'occhiata, e di leggere (soprattutto le istruzioni per l'uso). Farò del mio meglio per rendervi più facile la lettura, lo prometto, rivedendo le istruzioni per l'uso, mettendovi a disposizione contenuti off-line. Mi rendo conto che la colpa è mia: ho scritto troppo, e quello che c'è nei post è meno della metà del tutto. Non sarà tutto di ottima qualità, ma ho come la sensazione che certe petulanti querimonie vi abbiano ampia risposta. Certo, poi sta a me mettere in evidenza i contenuti più importanti, e magari non sempre ci si riesce, anche perché non sempre quello che io ritengo importante lo è per voi, e, se permettete, viceversa.

Che colleghi molto impegnati o poco leali possano fare osservazioni del genere,dal vago sapore donaldiano, posso capirlo (lo tollero solo perché non ho tempo di non tollerarlo).

Ma da voi! Mica mi sarò allevato un migliaio di serpi in seno? Tutto è scritto e ora lo sto mettendo in bella copia. E preciso subito, e lo preciserò anche nella bella copia, che molto è vostro.

Fra mille rotture di scatole di qualsivoglia tipo (l'allergia, la mancanza di campo, il computer che si spegne quando gli pare, forse perché lui, meno scemo di me, si è seccato di lavorare dodici ore al giorno) sto cercando di fare qualcosa di utile: utile a me, per chiarirmi le idee, per sistematizzare i mille stimoli, i mille spunti, le mille informazioni che ho ricevuto da voi, e quel poco che ho capito studiando. Utile magari anche a voi, alle bambine con le treccine e ai bambini coi calzoncini corti che continuano a chiedere "Ma come fa il debito privato a diventare pubblico?", "Ma dopo l'euro che facciamo?", ecc.

Chi si impegna in una attività di divulgazione, soprattutto se proviene da un'esperienza di insegnamento, sa che dovrà ripetersi, ed è disposto a farlo, ed accetta la sfida di essere sempre più chiaro, il più chiaro possibile. Va anche detto che il gioco è asimmetrico. Capire pare non sia obbligatorio, mentre pare che lo sia essere chiari. Distribuiamoci però lo sforzo. Lo sapete: io nel mondo di dopo vorrei praticare politiche redistributive. Ecco: la prima è questa: io cerco di fare uno sforzo per farmi capire, e voi però fate uno sforzo per capirmi.

Vi chiedo di capire solo questo: sto lavorando come un mulo. Posso gestire commenti e discussioni nei ritagli di tempo e di banda (stretta). Quindi non mi scadete al livello di quell'imbecille di un povero coglione di un troll che mi aveva preso per la sua segretaria. Sto lavorando per voi: preferite che risponda ai vostri commenti, o che mi dedichi al libro?

Io preferirei rispondere ai commenti, vi assicuro, perché a voi ci tengo.

Su, un po' di pazienza, che stiamo andando avanti... Il meglio deve ancora arrivare, e l'autunno, ci dicono i bene informati, sarà caldo... E dopo l'uscita dall'euro faremo...

giovedì 16 agosto 2012

Da non perdere (e non commentare)

Mi hanno detto che su un certo quotidiano on-line è arrivata una persona che con uno stile originale sostiene tesi non originali, e che questo approccio ha avuto un certo successo. Sì, sto parlando di me.

Puntuale arriva il contrattacco: se qualcuno ha successo, vuol dire che i suoi lettori sono una massa di deficienti che si lasciano infinocchiare da argomenti insulsi. Sì, sto parlando di voi.

E secondo me (ma io, si sa, sono complottista e malizioso), forse ne sta parlando anche lui, in un post che, pur sollevando un problema reale e interessante, in realtà non dice molto, tranne insinuare che chi legge post molto commentati è un potenziale fan di Checco Zalone, che non so bene chi sia (lui però lo sa). Povero Zalone! Perché disprezzarlo? Credo sia uno bravo, visto che, a quanto capisco, fa un sacco di soldi. E io, da buon economista, devo credere che chi fa i soldi sia bravo, o no? E soprattutto, da keynesiano, devo pensare che la domanda crei l'offerta...

Cari lettori, darvi dei decerebrati, dei groupies, dei fanatici, sta diventando uno sport trasversale: dai lettori del FQ ai seguaci del cavallo morto tutti vi si dedicano con passione, e con risultati talora involontariamente esilaranti (non è questo il caso, beninteso, e sono certo non fosse questa l'intenzione).

Lasciamoglielo fare: noi sappiamo cosa siamo, e abbiamo anche qualche idea su cosa siano loro... Fatevi due risate e, mi raccomando: no comment! Rimanga fra noi...

mercoledì 15 agosto 2012

Due anniversari


Esattamente un anno e una settimana fa, l’8 agosto 2011, inviavo alla redazione di sbilanciamoci, per pubblicazione sul sito di sbilanciamoci, un articolo intitolato “L’Europa e l’euro”. Si trattava dell’articolo che poi sarebbe stato pubblicato sul Manifesto on line, cosa della quale non ero stato minimamente informato, e che mi avrebbe magari fatto piacere sapere, perché se sbilanciamoci lo leggevano dieci persone, il Manifesto lo leggevano in venti, e in un paese nel quale la Natura è particolarmente matrigna magari avrei cercato di essere più chiaro.

Il giorno successivo la redazione mi inviava un cortese cenno di riscontro:

caro alberto
grazie per il tuo articolo
lo pubblichiamo volentieri, procediamo con un inserimento al giorno fino a ferragosto. c'è solo un dettaglio, la tua frase qui sotto ci sembra inutilmente "scortese" verso la Rossanda
Irreversibile?
Ma tutto questo Rossanda non lo sa. Sa che la svalutazione non sarebbe risolutiva, e che le procedure di uscita non sono previste, quindi... Quindi cosa? Veramente Rossanda è così ingenua da non vedere che la mancanza di procedure di uscita è solo un espediente retorico ....
Ti proporremmo di sostituirla cosi (o come vuoi tu)
Irreversibile?
Si dice che la svalutazione non sarebbe risolutiva, e che le procedure di uscita non sono previste, quindi... Quindi cosa? Chi è così ingenuo da non vedere che la mancanza di procedure di uscita è solo un espediente retorico ....
mi fai sapere se sei d'accordo?
un caro saluto

al quale io altrettanto cortesemente rispondevo:

a una lettura a freddo me ne ero accorto anch'io e sono pienamente d'accordo con te. Non voglio mancare di rispetto. Vorrei dirti buone vacanze, ma data la situazione: buon lavoro!

Dopo di che, passa un giorno, passa un altro, e l’articolo non usciva. L’11 agosto arriva una lettera che mi rassicura:

per evitare uscite nel mezzo di ferragosto con pochi lettori sbil e il manif interrompono per qualche giorno le uscite dei contributi i vostri testi usciranno dopo il 20 agosto

Nel frattempo, però, uscivano altri fondamentali contributi, che un anno dopo nessuno ricorda. Ne approfittavo per chiedere alla redazione una modifica. Il titolo “L’Europa e l’euro” mi sembrava da un lato molto ambizioso, e dall’altro poco focalizzato sul problema che intendevo sollevare, quello dell’intrinseca ademocraticità dell’euro. Un problema che, credo lo noterete, nel dibattito italiano comincia ad essere timidamente affrontato solo ora, e che personalmente mi ero permesso di sollevare un anno prima, nel 2010, scrivendo sempre per sbilanciamoci un articolo che si concludeva con questa domanda:

La teoria delle zone monetarie ottimali implica che l’euro è stato una vittoria politica di chi desiderava che in Europa gli aggiustamenti macroeconomici si scaricassero integralmente sul mercato del lavoro (traducendosi in “lacrime e sangue”). Vi sembra una vittoria della sinistra?
Un’analisi seria delle vie di uscita parte anche dalla risposta a questa domanda.

Se ci fate caso, è esattissimamente quello che due anni dopo è diventato palese a tutti, grazie a un articolo del Guardian, che ha impressionato tanto alcuni economisti poco familiari con la teoria delle aree valutarie ottimali (ma molto familiari con grano, tela, ferro e porci di sraffiana memoria), ai quali evidentemente è stato necessario il gossip di Greg Palast per capire quale fosse lo scopo del gioco (per inciso: ringrazio leprechaun che mi ha segnalato per primo l’articolo. Credo gli sia ora chiaro perché non ho tenuto immediato conto della sua segnalazione). Eppure bastava conoscere la teoria delle aree valutarie ottimali studiandosela su un buon manuale, e conoscere la semplice aritmetica del 2+2=4. Ma si sa: un conto è se una cosa è scritta sul Guardian due anni dopo: allora se ne deve parlare. Un conto se la dico io due anni prima: allora se ne può tacere. Il che la dice lunga su degli economisti che mentre ritengono di dover prendere in considerazione certi argomenti (“m’ha detto Mundell che ce l’ha con gli operai italiani perché non ha potuto mettere la tazza del cesso dove voleva lui e quindi ha propugnato l’euro per vendicarsi...”) d’altra parte preferiscono, nella misura del possibile, evitare di rispondere a una precisa domanda, questa: perché una torma di Fognatori, di mediatori da 30 denari, di politicanti marci e decotti della pseudosinistra di destra, di arrivisti o di imbecilli, di traditori dei propri ideali e del proprio paese, ha fatto propria, dichiarandola di sinistra, una scelta di politica economica a causa della quale, come perfino il giornale dei padroni ammette (ma il giornale dei servi ancora non ammette), per un paese in crisi “Non ci sono alternative: o si svaluta la moneta (ma nell'euro non si può più) o si svaluta il salario”?

Svalutare il salario è di sinistra?

Una domanda alla quale allora nessuno rispose, perché era e resta una domanda imbarazzante, e perché io ero, ma non sono restato, un personaggio di scarso rilievo nel panorama degli intellettuali della sinistra italiana (quella di destra dello sbilifesto, e quella di sinistra). No, aspettate, sono ingiusto: una risposta ci fu, quella di un collega, al quale fui molto grato e che reputo tuttora molto interessante per capire quale problema stiamo affrontando. Andatela a leggere...

Quello che a me faceva, e fa, veramente paura, era il paternalismo insito nel processo decisionale: le parole di Aristide, chi non le ricorda le può rileggere, sono autentiche (il nome no, ovviamente) ed eloquenti:

“caro Alberto, i costi dell’euro, come dici, sono noti, tutti i manuali li illustrano. Li vedevano anche i nostri politici, ma non potevano spiegarli ai loro elettori: se questi avessero potuto confrontare costi e benefici non avrebbero mai accettato l’euro. Tenendo gli elettori all’oscuro abbiamo potuto agire, mettendoli in una impasse dalla quale non potranno uscire che decidendo di fare la cosa giusta, cioè di andare avanti verso la totale unione, fiscale e politica, dell’Europa.” Insomma: “il popolo non sa quale sia il suo interesse: per fortuna a sinistra lo sappiamo e lo faremo contro la sua volontà”. Ovvero: so che non sai nuotare e che se ti getto in piscina affogherai, a meno che tu non “decida liberamente” di fare la cosa giusta: imparare a nuotare. Decisione che prenderai dopo un leale dibattito, basato sul fatto che ti arrivo alle spalle e ti spingo in acqua. Bella democrazia in un intellettuale di sinistra!

Per questo motivo il 14 agosto scrissi alla redazione:

posso chiederti una cortesia? Preferirei che il pezzo si intitolasse "La democrazia della piscina". Così si capisce meglio dove voglio andare a parare. Ti ringrazio per l'attenzione.

e la risposta fu un piccolo capolavoro di umorismo involontario:

caro alberto
i titoli li fa di solito la redazione, con l'obiettivo di far capire meglio il contenuto degli articoli
cosi abbiamo fatto
Se vuoi evitare di sbilanciarti cosi sulla fine dell'euro facci sapere, puoi ancora modificare il testo ma "La democrazia della piscina" non ci sembra efficace

cui replicai con un ovvio:

veramente sbilanciamoci mi sembrava il posto adatto per sbilanciarmi. Fate voi.

Non sapevo ancora che al mio pezzo era stato attribuito un titolo molto scaltro, da autentici professionisti della disinformazione: “L’uscita dall’euro prossima ventura”. Un titolo che mi infastidì oltremodo, per due motivi. Il primo, ovvio, che il “prossima ventura” echeggiava, voleva echeggiare, “Il medioevo prossimo venturo” di Roberto Vacca, veicolando così subliminalmente un messaggio di sconclusionato catastrofismo da un lato, e di “euro o barbarie” dall’altro. Ma io non sono un catastrofista, sono un economista che sa l’economia, quella che serve in queste circostanze (con buona pace del ferro e soprattutto dei porci, che sono utilissimi in molte altre circostanze). E poi, fuori dall’euro c’è meno barbarie di quanta ce ne sia dentro, come tutti vedono. Questa operazione squallidamente sleale, tra l’altro, fuorviava il lettore, perché io non intendevo dire che dall’euro si sarebbe dovuti uscire: dicevo che ne saremmo inevitabilmente usciti (e i fatti mi daranno ragione) per lo stesso motivo per il quale è giocoforza che un cadavere venga a galla (e allenandomi sul Tevere qualcuno ne ho visto, come la povera Samantha, vittima anche lei di un sogno... ma non credo fosse un sogno europeo). L’uscita era ed è un banale fatto tecnico. Se ti butti dalla finestra, ti schianti al suolo: dov’è l’originalità, la materia per una discussione? Qualcuno crede nella pillola antigravità di Archimede Pitagorico? Be’, forse sì, considerando che c’è ancora chi crede nel “più Europa”... Se ti butti da ponte Milvio, riaffiori a ponte Matteotti: dopo quanto tempo e in che condizioni dipende da tanti parametri, dalla temperatura dell’acqua, dalla velocità della corrente, dal contenuto del tuo stomaco, ecc. Una previsione certa non si può dare, ma che tu riaffiori è certo (e i pompieri coi loro raffi ti tirano sulla banchina, e ti coprono con un lenzuolo).

Il vero problema, in questi due casi, come nel caso dell’euro, è: perché ti sei buttato?

A me premeva soprattutto far riflettere le persone sul perché non ci saremmo dovuti mai entrare. Perché solo se la gente capirà bene questo ci libereremo degli imbecilli e dei Giuda e potremo pensare a un’Italia più civile e democratica.

Il mio orecchio musicale avvertiva una nota stonata, ma decisi di lasciar perdere. Nel frattempo, come al solito, come ovunque, il mio articolo era il più letto e commentato: 51 commenti, dovuti al fatto che io dicevo cose e non parole (“neoliberismo selvaggio, deriva neocapitalistica...” e via luogocomuneggiando), e anche al fatto che a differenza di tanti improvvisati maitres à penser mi "abbassavo" a rispondere ai miei lettori. Eh sì, perché certe volte mi chiedo: ma cosa avranno mai da fare certi miei colleghi, così restii a stabilire un dialogo con i lettori? Lo considerano una diminutio, una perdita di tempo. Evidentemente. Eppure io quante cose imparo da voi (e anche loro, lo so, da voi imparano molto: dedichiamo loro questa esternalità positiva)...

Poi, però, il dibattito sullo sbilifesto prese una strana piega. Già il suo articolo di apertura, quello nel quale la Rossanda, facendo finta di porre delle domande, in realtà dava delle risposte, quelle che aveva dentro di sé, e che erano tutte sbagliate, mi aveva causato una lieve torsione. Come sempre, facit indignatio, ed era proprio sull’onda di quella torsione che avevo scritto il mio pezzo, per mettere le cose in chiaro. Ma il peggio non è mai morto. Seguì un’intervista a Giuliano Amato (Giuliano Amato!), così stomachevole, per il tono da allegri compagnoni di merende, che perfino i compassati lettori della sinistra per bene e decotta reagirono con commenti da stadio, del resto pienissimamente condivisibili (“Ma ancora dobbiamo sentire questi squallidi personaggi che hanno contribuito a rovinare l'Italia? Una sfilza di cazzate dette da uno per cui le bugie sono come l'aria che respira e che senza vergogna ancora rivendica il furto fatto ai C/C degli italiani. E la Rossanda che gli fa da zerbino! Vergogna!”). Poi quella a un certo Gallino (non so chi sia, non è su ideas, non è su Econlit, e io non seguo il pollaio della politica italiana) che faceva il più squallido terrorismo mediatico sull’ipotesi di uscita, con argomento che nemmeno il Bersy (del resto, una faccia una razza).

Alla fine uscì l’ammissione tardiva e ormai inutile (perché era chiaro come stavano le cose): il dibattito non era aperto, era stato pilotato in senso pro-euro. Parola di Norma Rangeri. E quello che mi fece veramente incazzare di questa ammissione non era tanto il fatto di essere stato strumentalizzato: il mio commento era l’unico motivatamente e apertamente critico verso l’euro, ed era quindi, come dire, la foglia di fico che serviva per dare al dibattito parvenza di apertura e di equilibrio. L’equilibrio, certo, c’era ugualmente, perché è vero sì che io ero il solo pienamente critico verso l’euro (senza se, senza ma, e con molti argomenti), ma è anche vero che il mio articolo era il più letto e commentato. Però, come dire, dopo aver letto le parole della direttora mi sentivo un po’ sporco. Ma quello che veramente mi faceva imbestialire era la stolida ingenuità di una simile ammissione. Ma come? Noi siamo la sinistra, dovremmo essere aperti e critici, dovremmo avere voce e ascolto, e invece censuriamo le voci che non ci fanno comodo (Badiale), orientiamo i dibattiti su tesi preconcette e riconosciute false dall’operaio come dal premio Nobel, e lo diciamo pure! Lo diciamo! Ma come si fa! Capisco censurare, ma dirlo...

Così, mi scappò, il 16 ottobre, un commento un po’ risentito, che postai sotto il mio articolo, e con il quale li mandavo pulitamente a fare in culo:

Le cose semplici non si capiscono perché non le si vuole capire. E allora ci pensa la storia a farle capire. Noi vorremmo che questa volta non succedesse, ma succederà perché è sempre successo, e perché... lo vedi tu perché: la prima signorina di buona famiglia e buoni salotti pensa di poter montare sulle spalle a Keynes, Dornbusch, Feldstein, Krugman, Stieglitz, ecc., e nessuno se ne preoccupa! Brava, Rangeri, complimenti! Aspettiamo la tua terapia miracolosa per il cancro, la tua formula per la fusione a freddo, e la tua soluzione per l'impasse politica della sinistra. Anzi, quella l'abbiamo capita: farla diventare di destra!
Grazie per averci aperto gli occhi!
Cari amici e cari nemici, non mi interessa più confrontarmi in una sede simile. Per fortuna posso accedere ad altre sedi, e per fortuna ho anche altri interessi. Mi interessava lasciare una testimonianza, e l'ho fatto. Ma ora basta così. Le mie tesi ora voglio difenderle nelle sedi scientifiche. Questa esperienza mi ha aperto gli occhi, mi ha fatto capire molte cose di chi avevo intorno, ne ho tratto le conseguenze, è stata utile, e ora si chiude.

Voce dal sen fuggita... Mi cancellai subito dalla mailing list, la cosa non mi interessava (vedo con stupore che continua ad interessare qualcuno di voi).

Rincarai il 7 novembre con un commento a un intervento di Mario Pianta che in qualche modo si poneva il vero problema, quello del deficit di democrazia (e di questo gli va dato atto).

Caro Mario,
sì, sono d'accordo con te: il problema è proprio il deficit di democrazia. E il primo deficit, come ho cercato di evidenziare nel mio intervento su "La rotta d'Europa", è stato proprio quello di fornire (e continuare a fornire) agli elettori notizie distorte sui costi dell'entrata nell'euro, e anche dell'uscita dall'euro. Basta vedere quante idiozie si continuano a dire in Italia sull'Argentina!
A proposito: non a tutti è sfuggito che una certa Rangeri sul Manifesto ha scritto di aver promosso questo dibattito per "smascherare la follia del ritorno alle monete nazionali". Quello che non sembra follia a Krugman (per dirne uno), sembra follia a questa altra giovane collega... ooops, forse non è un'economista... ma allora chi è? E perché confessa con tanta ingenuità di aver organizzato un dibattito distorto in favore di una tesi (sbagliata, aggiungo io e dimostreranno i fatti)?
Anche questa (non) è democrazia. O sbaglio?

Seguì risposta risentita della redazione:

Norma Rangeri è stata la direttrice del manifesto fino a qualche settimana fa. Il fatto che non sia un'economista non rende simpatici i toni sprezzanti che usi, pur nel linguaggio libero e sciolto dei post sul web. Come hai visto, su sbilinfo non filtriamo i commenti e pubblichiamo (quasi) tutto, ma da un collaboratore ci aspetteremmo... collaborazione

che Marco Basilisco commentò con un sapido e lapidario: “a questi bisognerebbe spiegare che chi collabora con gente che non collabora con lui non è un collaboratore, ma un collaborazionista”. Io replicai con questa lettera il 9 novembre (forse la ricordano Marco Basilisco e Marino Badiale, che la ricevettero fra gli altri):

posso aver sbagliato e quindi mi scuso. Se lo ritieni fuori luogo, elimina pure il commento (se non lo hai già fatto). Se ritieni che non sussistano più le condizioni per una collaborazione, elimina pure gli articoli.
Fatta questa sincera e doverosa ammenda, dato che, anche se non si vede, mi ritengo una persona umile e aperta al dialogo, ti chiedo dialogo. Ti sarò grato sia se me lo darai, sia se non me lo darai, perché in entrambi i casi mi aiuterai a capire.
In questo episodio spiacevole si confrontano due punti di vista. Credo tu possa capire che da economista trovo inaccettabile che si liquidino come folli Krugman, Stiglitz, Thirlwall, ecc. E io naturalmente posso capire che a te, da giornalista, dia fastidio che io faccia notare a una tua collega che non sa di cosa sta parlando.
Ma l'affermazione di Rangeri, secondo me, dovrebbe dare molto più fastidio a voi che a me. Rossanda aveva posto il dibattito in termini (apparentemente) aperti. Venire liquidati come quelli che gestiscono dibattiti "a tesi" dovrebbe allora infastidirvi, intanto perché se anche fosse vero ammetterlo sarebbe una grossa ingenuità, e poi perché la tesi, purtroppo... è sbagliata, e ormai lo vedono quasi tutti. Io vorrei tanto avere torto, sto cercando persone che me lo dimostrino, ma da luglio, quando ho scritto quel dannato articolo, ad oggi, vedo solo accadere a scadenze puntuali tutto quello che avevo previsto, compreso il tentativo di sorpasso "a sinistra" da parte delle destre, che si interrogano ora (loro) su quanto l'euro sia democratico, e compreso l'ormai spudorato dichiararsi dell'imperialismo tedesco. Lo so bene che l'uscita dall'euro non sarà una passeggiata e sono terrorizzato per me e per la mia famiglia. Ma la storia insegna che gli agganci a ancore nominali troppo forti falliscono. Sempre. E poi si riparte. Vogliamo gestirla noi, questa ripartenza, o vogliamo che Berlusconi si affacci a palazzo Venezia (ce l'ha dirimpetto) e gridi "euro merda", facendo l'80% di maggioranza?
So che continui a non essere d'accordo, non voglio convincere nessuno, volevo solo lasciare una testimonianza e l'ho fatto. Credo che sia evidente quanto questa testimonianza ha contribuito a dare visibilità al sito e ne sono contento per voi e per me. Ti lascio con due domande.
COLLABORATORE?
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Inizialmente mi avete segnalato riunioni di redazione e altre iniziative. Da quando è uscito l'articolo contro l'euro (che, tra l'altro, non sapevo sarebbe uscito sul Manifesto), black out. Il 3 ottobre mi è giunta una circolare nella quale chiedevate agli autori degli interventi sul forum di far sapere se intendevano rivedere i loro interventi prima della pubblicazione in un ebook. Il giorno stesso ho risposto di sì e vi ho chiesto una piccola modifica. Non ho avuto alcuna ulteriore comunicazione. Collaboratore?
COLLABORATORE A COSA?
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Ma ammettiamo che io sia un collaboratore. A cosa? Sono rimasto profondamente indignato delle parole della Rangeri, perché io non voglio collaborare a un tentativo di disinformazione. Io vorrei collaborare con l'"area" sbilanciamoci, che identifico con una sinistra meno di destra dei bersanioti. Vorrei, perché credo ancora nella virtù della moderazione (so che non si vede) e sono quindi scettico verso certe proposte "troppo" alla sinistra dei bersanioti. In questa collaborazione non mi preoccupa affermare la mia verità (che poi è quella di Krugman, ecc.). Quella, temo, si affermerà da sola. Mi interessa il dialogo, il dibattito. Ma un dibattito equilibrato, non orientato, e basato sui dati.
Vi prego, aprite gli occhi. Non vi fate sorpassare a sinistra da Feltri! Non prendetevi questa responsabilità. La sinistra ha bisogno di voi, la sinistra ha bisogno di sinistra. In tutto il resto del mondo si vede chiaramente quello che sta succedendo. Voxeu.org afferma chiaramente che il non aver previsto vie di uscita dall'euro è un colossale errore. Il dibattito sulle exit strategies è il prossimo dibattito. Io stesso sto organizzando incontri scientifici sul tema, e trovo ascolto e interesse ovunque, tranne che dove vorrei trovarne, cioè presso la redazione di sbilanciamoci.
Ma con i lettori la situazione è diversa, lo vedete, no? E questo non vi dice niente? All'amarezza di non riuscire a farmi capire da voi fanno riscontro decine e decine di attestazioni di stima quotidiane dagli ambienti più impensati.
E allora: vogliamo collaborare? Lo chiedo a voi. Io ho tanti modi (e poca voglia) di dire quello che penso. Mi inorgoglisce vedere che trovo ascolto, ma so che è merito delle mie letture più che mio. So anche che non posso fermare il vento con le mani, o per lo meno non da solo. Non vi chiedo di pensarla come me. Chiedo solo un dialogo più equilibrato. O per lo meno di non vantarsi di aver organizzato un dialogo squilibrato! Non c'è nulla di cui vantarsi. Siamo a una svolta della storia, una svolta probabilmente violenta e autoritaria. E in queste circostanze la storia chiede il conto a chi ha distorto i fatti. E tra l'altro chi se ne è vantato, a una mia verifica, mi risulta sia già stato sconfitto dalla storia, come mi risulta, anche, che ormai molti siano infastiditi dall'aggettivo "comunista" del quale si fregia il quotidiano che ha diretto (perché lo ritengono usurpato). E le vendite crollano. Scusate, ma anche questi sono dati. Non dicono niente?
Se queste mie parole vi sembrano insincere o semplicemente fastidiose, allora prendete pure in considerazione, come dicevo all'inizio, l'idea di ritirare i miei contributi. "bagnai euro uscita" dà 40 pagine di link su Google. Voce dal sen fuggita più richiamar non vale. L'articolo è stato tradotto perfino in greco! E io la visibilità nemmeno la volevo, forse chi mi conosce lo sa. Ma deve proprio finire così? Perché?
Rimango in attesa del dialogo o del non-dialogo.
Alberto

Ovviamente fu non dialogo. Del resto, come avrebbe detto il barone di Charlus, j'avais vu tout de suite qu'ils n'avaient pas l'habitude... Pensavano di essere qualcosa, ed erano il niente.

Continuo quindi a non capire e a disapprovare i colleghi che per la soddisfazione sterile di esser letti da quattro gatti legittimano, con la loro dignità scientifica, come io ho fatto per errore e vergognandomene, lo sbilifesto, la cui squallida ipocrisia ha raggiunto ormai apici inarrivabili, che ci spingono a chiedere in prestito ad Angela Merkel la nota stampante (quella che stampa sui rotoloni Regina). Cosa altro fare, se non nettarsi le terga, con un appello contro il furto di informazioni firmato da uno dei terroristi del “l’uscita sarebbe una catastrofe”! Certo che ci vuole una faccia... da rotolone Regina, appunto.

Con questo credo di aver risposto anche a un lettore che qualche tempo fa mi ha scritto sulla mia email privata per chiedermi come mai a sinistra non esiste un forum come lavoce.info. Non è chiaro? Adesso lo spiego meglio. Qualche settimana fa ho ricevuto questa lettera (ma non mi ero cancellato dalla mailing list? Neanche quello sanno gestire?)

Cari amici di sbilinfo,
siamo nel pieno di una crisi che interroga nel profondo la scienza economica. Peccato che quest'ultima, però, non mostri  alcuna intenzione di farsi interrogare né mettere in discussione! Ma noi di sbilanciamoci.info ci proviamo, è per questo che, quattro anni fa, abbiamo messo su un sito di informazione economica. Proviamo adesso a fare con voi, collaboratori e autori di sbilanciamoci.info, un breve bilancio.
Le 157.077 visite a “sbilinfo” nel 2010 sono divenute 215.224 nel 2011, con una media mensile di 17.935 visitatori diversi. La crescita del numero di lettori/utenti dimostra che sbilanciamoci.info è un utile strumento di informazione e di approfondimento per chi è interessato all’analisi critica del sistema economico e all'elaborazione di idee sulle possibili alternative.
(omissis)
Dunque vi chiediamo di entrare in un gruppo di supporto. Un gruppo di “amici di sbilinfo”, che sostengono l'attività del sito versando una quota annuale di 100 euro. Il nostro obiettivo è arrivare a un gruppo di “100 x 100” (cento persone che versano cento euro ciascuna) entro il 31 luglio. Questo risultato ci consentirebbe di pianificare l'attività del sito almeno per un anno, con la garanzia di poter pagare alcune spese minime: la cura del sito da parte del webmaster, il lavoro del desk redazionale, la stampa di materiale in occasione di eventi pubblici.

Caspita! 200000 visite in un anno! Io ne faccio 300000 in un mese. Vedi, forse conveniva essere un po’ meno ristretti, un po’ meno orientati, dai, diciamola tutta: anche un po’ meno gelosi (come certe prime donne che passano da una gaffe all'altra perché sentono insidiato il loro futile primato), dire un  po’ di più la verità, ora che non è più possibile nasconderla, e magari qualcosa si combinava, no? Ma quello che non l’ha voluto non sono certo io. Carta canta e villan dorme, cari compagni... (nel senso di compagni di merende di Amato, che avete capito! Mica volevo offendervi, supponendovi una fede marxista...).

E tu, caro lettore, capisci ora perché non può esserci un lavoce.info di sinistra? Perché manca qualità. Perché lavoce.info di “destra” ha lo spessore scientifico per pubblicare contributi che siano anche critici riguardo al mainstream: esempio, il mio intervento critico sulle conseguenze che l’estrema liberalizzazione dei movimenti di capitale aveva avuto per l’Irlanda (e come al solito, anche lì seguì ampio dibattito). Questo a sinistra non può succedere per un motivo molto semplice: la sinistra ha mentito e ora non sa come gestire le conseguenze della sua spregevole menzogna. Una menzogna talmente enorme, che nemmeno i volenterosi colleghi che più o meno in buona fede e con maggiori o minori competenze stanno cercando di tirarla fuori dal guano riusciranno nell’intento. Ricordiamo sempre questo: uscire dall’euro per tenerci il Fognatore, la ‘zdora, lo sbilifestume vario, significa fare il lavoro meno che a metà. Questa gente deve dire che ha sbagliato, e poi deve scomparire con dignità. Oppure, se preferisce, può scomparire come ha mentito: senza dignità. L’importante è che scompaia, perché questo paese ora deve essere di chi lo capisce, lo ama, e vuole servirlo.

E questo è solo l’inizio. Sono in montagna, e i sassolini bisogna toglierseli dalle scarpe. E poi, sapete, la mattina... 

Torno al libro, ci sarà tempo per un'altra scarica di napalm (mi dispiace per Torny e per Basilisco, ma la morale della favola la sapete: so che vi fa pena, ma qui bene amat bene castigat).


E l’altro anniversario? Il solito, me lo dimentico ogni anno. Per favore, l’anno prossimo mi mettete un post voi il 9 agosto? Se lo fate, poi vi spiego perché ho tendenza a rimuovere il giorno più bello della mia vita, quello della mia prima liberazione. Il secondo... be’, so che sta arrivando, ma quando non lo so. Altrimenti comprerei titoli greci...

martedì 14 agosto 2012

Estote parati...

...e non aggiungo altro, o meglio, qualcosa sì: quelli che "faremo la spesa con la carriola". Ci siamo capiti, no?

Buon Ferragosto, io torno a scrivere il libro, e salutatemi ConteZero...


P.s.: a scanso di equivoci, vi ricordo che ammettendo un pass through del 20%, una svalutazione del 30% aggiungerebbe all'inflazione qualcosa come 0.2x0.3=0.06=6 punti percentuali. Se la baseline (come diciamo noi tecnici) è 3%, si arriva al 9%. Ma questa è una valutazione estremamente pessimistica. Comunque, prendendola per buona, si ottiene 1.2x1.09=1.3. Lo so, questi numeri non vi dicono niente... Ma presto capirete! Non illudetevi però che i troll capiscano. Del resto, non sarebbe professionale da parte loro: sono pagati per non capire.



And the winner is.... Simone Previti!

(Il primo commento su FQ è il suo... torno a lavorare a un post per voi, un altro po' di napalm sulla sinistra di destra...).

giovedì 9 agosto 2012

Roubini vs. Prodi: l’euro (non) ci ha salvato


(Oggi per voi un’autentica chicca per palati raffinati. Qualcuno se la ricordava? Era un po’ che l’avevo sul telaio, aspettavo che ve lo meritaste: e ve lo siete meritato, oh, quanto ve lo siete meritato. rockapasso si rotola in terra dalle risate ogni volta che apre la pagina del FQ...)


Lasciamo da parte l’ironia, il sarcasmo. Dimentichiamoci Swift e Sterne (e pure quante cose ho imparato dal gesto dello zio Tobia).  Ci potrà tornare utile, come sempre, il Gaddus, quello che diceva di non avere “a' numeri, ai chiari e veri e istruttivi numeri della statistica [...], quell'orrore che hanno taluni sofi o sofoni solo immersi nella categoria qualitativa” (Eros e Priapo, VIII). E sì che i sofoni sono sempre in eccesso di offerta (nomen omen)...

Qui si tratta di arbitrare un incontro che fa tremar le vene e i polsi, lo scontro finale fra due autentici colossi dai piedi di balsa, inventori di una storia falsa (anzi, in realtà di due storie false, ma così non farebbe rima). Facciamo così: organizziamolo come il classico duello alla pistola: un colpo a distanza di cinque... passi? No, anni: comincia Roubini nel 2006.

Lo spettacolo è cruento e se ne sconsiglia la visione ai piddini non accompagnati dai padri e dalle madri nobili del Manifesto (esiste ancora?), nonché alle merlettaie cerchiobottiste e bandwagoner. Si tratta infatti dell’ennesima dimostrazione del fatto che come sarebbe andata a finire (tagli dei salari) era chiaro, a tutti e da sempre, e che quindi “comunisti” (inclusi i quotidiani) e “sindacalisti” che hanno appoggiato questo progetto o sono persone dalla limitata capacità di comprensione, o sono assi da 30 denari (lascio decidere a loro, il problema non mi appassiona: sono comunque politicamente morti. Quanto mi piaccio quando esercito la sapiente arte della mediazione! Ma qual è il termine medio fra un fesso e un Giuda? Schneider, hai un’idea?)

Attacca Roubini (2006)

Il 30 gennaio 2006, su lavoce.info, Nouriel Roubini preconizzava per l’Italia la fine dell’Argentina. Dopo aver fatto le sue scontate devozioni dicendo che lui alla moneta unica gli aveva sempre voluto bene (e ci mancherebbe!), che la moneta unica aveva avuto finora successo determinando convergenza nominale (questa è ovviamente un’affermazione opinabile e voi sapete perché, visto che ve l’ho spiegato a Cesena, e del resto che le cose non stiano così è chiaro anche a omodossi come Zingales), dopo queste superflue abluzioni rituali, sciacquatasi ben bene la bocca con una sorsata di scemenze, il nostro entrava in medias res dichiarandosi preoccupato perché vedeva che alcune economie, fra le quali quella italiana, crescevano molto poco. Alla convergenza nominale si associava così, guarda un po’, divergenza reale (del prodotto). Ohibò! Ma chi se lo sarebbe aspettato (a parte il buon Tony e uno sparuto stuolo di premi Nobel?).

Diceva quindi il buon Nouriel:

“Il divario nella crescita è anche una grave minaccia per l’Unione monetaria. Sempre più commentatori notano come i diversi paesi reagiscano in modo diverso a queste sfide. Daniel Gros ha mostrato che la Germania ha reagito con ristrutturazione industriale, taglio del costo del lavoro e "deflazione competitiva". Per parte mia, sostengo che l’Italia ha fatto poco e sperimenta una "stagdeflazione", ovvero una combinazione di stagnazione e deflazione. In Italia il costo del lavoro, come ha dimostrato Gros, è cresciuto del 20 per cento se paragonato a quello tedesco, mentre la quota italiana nel commercio è caduta del 20 per cento, sempre in confronto alla Germania. Problemi di competitività simili riguardano Grecia, Portogallo e Spagna.”

(by the way, vedete che non mi sono inventato nulla, e vedete che questa è esattamente la spiegazione che danno i dati riportati in questo blog: che la Germania abbia praticato una deflazione competitiva è cosa chiara ai massimi economisti europei di più stretta ortodossia. Se i troll del FQ non sono d’accordo, ce ne faremo una ragione: non impediremo certo ai nostri avversari di dare ripetuta prova della propria scemenza! Caso mai, vedete, i miei colleghi non arrivano a capire che questa deflazione è stata finanziata con spesa pubblica, e che quindi la Germania è stata sleale due volte: la prima, perché ha fatto le riforme senza coordinarsi con noi, cioè per fotterci, alla faccia della retorica dell’‘uniti si vince contro la Cina’; la seconda perché per fotterci ha fatto strame delle regole europee, e in particolare del Patto di stabilità, come vi ho spiegato qui).

E proseguiva, Nouriel, l’angelo del default:

“la mancanza di serie riforme fa crescere il rischio che l’Italia possa finire come l’Argentina. Non è inevitabile, ma se l’Italia non intraprende le riforme necessarie, non si può escludere una sua uscita dall’Unione monetaria nei prossimi cinque anni.
Come l’Argentina, l’Italia affronta infatti una crescente perdita di competitività dovuta a una moneta sopravvalutata, con rischio di caduta delle esportazioni e crescita del deficit di parte corrente. Il rallentamento della crescita peggiorerà deficit e debito pubblico e lo renderà potenzialmente insostenibile nel tempo. E se la svalutazione non può essere usata per ridurre i salari reali, la sopravvalutazione del tasso reale di cambio sarà annullata attraverso un lungo e penoso processo di deflazione di salari e prezzi. La deflazione, però, manterrà alti i tassi reali e renderà più acuta la crisi di crescita e di bilancio. Senza le necessarie riforme, il circolo vizioso della stagdeflazione imporrà all’Italia l’uscita dall’Unione monetaria, il ritorno alla lira e il ripudio del debito denominato in euro.
Alcuni sostengono che l’Italia o altri paesi dell’Unione monetaria nella sua stessa situazione non usciranno dal sistema <...> Ma basta guardare a quello che è successo in Argentina: ha svalutato e dati gli effetti di bilancio del deprezzamento sul debito in dollari, è stata costretta a "pesizzare" il suo debito in dollari. Allo stesso modo, l’Italia sarebbe costretta a "lirizzare" il suo debito in euro. Se l’Italia dovesse uscire dall’Unione monetaria il ripudio interno e verso l’estero, privato e pubblico, del debito denominato in euro sarebbe inevitabile. E uno Stato sovrano può fare tutto ciò – uscita dall’Unione monetaria, ritorno alla valuta nazionale e ripudio del debito in euro – senza tener conto dei vincoli legali e formali imposti dal Trattato dell’Unione monetaria con le clausole sulla non ammissibilità di una uscita dall’Unione.
Non è fantascienza, l’Argentina lo dimostra.”

A parte che queste clausole non mi risulta ci siano, e a parte il solito, eterno, stantio, risaputo, stomachevole, insulso, richiamo alle riforme (che non si sa mai quali siano, perché nessuno lo dice, ma ormai abbiamo capito di cosa si tratti...), a parte il richiamo al debitopubblico, senza alcun cenno a quello privato (ma Roubini, da buon economista di sinistra americano, non può attirare troppo l’attenzione sul debito privato, altrimenti sarebbe costretto ad ammettere che l’esplosione di questo debito nell’era Clinton non è stata un fatto positivo, e anche lì, sai, bisogna dire che la colpa è sempre e comunque di B., come da noi... solo che lì B. sta per Bush!), bene, a parte questi dettagli, direi che un bel 29 se lo merita, no? In fondo, lui è solo un economista, e non è mica colpa sua se l’economia gliel’hanno insegnata così...

Risponde Prodi (2011)

Il 31 dicembre 2011 in un articolo apparso sul Messaggero, intitolato (spero a sua insaputa) “L’euro ci ha protetti” Romano Prodi afferma che l’euro ci ha protetto per otto anni, poiché la discesa dei tassi di interesse ha reso possibile “il mantenimento dell’equilibrio finanziario anche nei paesi pesantemente indebitati” (e sui tassi di interesse vedi sopra alla voce Cesena). L’euro quindi si salverà perché “la sua caduta non conviene a nessuno <...> Mentre la Germania perderebbe ogni vantaggio commerciale con una valuta in salita verso le stelle, l’Italia si ritroverebbe di nuovo nel gorgo dell’inflazione e dell’oppressione di insostenibili tassi di interesse nominali”.

Un po’ apodittico (in senso retorico), ma vedete il lato positivo: almeno è conciso. E poi l’apodeixis funziona con l’elettore mediano, che di numeri non ne vuole sapere perché “nun c’è portato...”

L’esito dello scontro

Non c’è partita: il duello lascia a terra un’ottantina di chili del noto salume, affettato sottile sottile (mi dispiace per chi lo preferisce a dadetti). Il motivo è evidente: l’attacco di Roubini, pur con i limiti analitici e politici evidenziati, non solo preconizza chiarissimamente quello che sta succedendo oggi, ma descrive con efficacia il motivo per il quale l’euro non solo non ci ha difeso, ma anzi ci ha messo in crisi. Lo so, ci sono tanti sempliciotti che ancora vanno ripetendo “dove andremmo con la nostra liretta”, e che si spingono perfino a dire (quanta tenerezza fanno): “certo, abbiamo problemi, ma con la lira sarebbe peggio”. Che sarebbe come dire: certo, non so nuotare, ma se mi togliessi questa pietra dal collo andrei prima a fondo... Sono quelli che hanno studiato economia guardando Carosello, quelli che pensano che una valuta venga attaccata dalla speculazione perché è “piccola e nera” (come il pulcino Calimero), e che di converso pensano che il rimedio contro la speculazione sia quello di dotarsi di una valuta “grande” (come il pennello di un altra nota pubblicità, ricordate: “per dipingere una parete grande ci vuole un pennello grande...”). Di economisti di questo spessore intellettuale e culturale ne abbiamo una caterva. Perdonatemi se io, per carità di patria, non ne farò i nomi (che del resto, oltre ad essere troppi, non sono sempre eufonici). Voi nei commenti fate come vi pare.

L’inconsistenza di questi argomenti però è palese, e chi poteva (o voleva) capirlo lo ha già capito. Intanto, se la lira fosse stata attaccata perché era “piccola” (la “liretta”, blaterano), rimane da capire come mai nel 1992 valute più “piccole” in termini di massa monetaria circolante e di stock di riserve ufficiali non vennero attaccate: perché non è stato attaccato il fiorinuccio olandese, che anzi si rivalutò, a settembre, del 3.5%? Nel secondo trimestre del 1992 (quello precedente alla crisi) la massa monetaria del fiorinuccio era il 38% di quella della liretta (rispettivamente, 183 e 484 miliardi di Ecu, fonte International Financial Statistics, edizione dicembre 2010). Non solo: le riservuccie ufficialine del fiorinuccio, alla fine del 1991, erano il 46% di quelle della liretta: rispettivamente 33 e 72 miliardi di dollari (fonte: WorldDevelopment Indicators, dove trovate anche la massa monetaria, ma a cadenza annuale, non trimestrale: vedrete che cambia poco). Allora, se la forza di una valuta si identifica con le sue dimensioni, perché non scatenare un attacco sul fiorinuccio? Ricordate come si fa? Chi non se lo ricorda può ripassarlo qui. Visto che la Banca centrale olandese aveva meno riserve per difendere il cambio, l’attacco sarebbe stato più semplice, no? Si sarebbe fatto prima. Tutti a vendere fiorinucci (invece di lirette), e in metà del tempo (visto che le riserve ufficiali erano meno della metà di quelle italiane) la Banca centrale olandese sarebbe stata costretta a svalutare.

Perché non è andata così?

L’obiezione più divertente mi è stata fatta da togarossa (voi non lo conoscete): dice: “be’, però l’Olanda proprio perché è un paese piccolo offriva scarsi guadagni agli speculatori, noi siamo sfortunati perché non siamo abbastanza grandi per difenderci, ma nemmeno abbastanza piccoli per passare inosservati”. Ma scusate? La virtù non si trovava a metà strada fra due vizi? E l’aurea mediocritas? Che facciamo, Aristotele e Orazio li gettiamo così, nel cesso!? Non credo proprio. Scusate: se gli speculatori si comprano 33 miliardi di dollari di riserve a prezzi stracciati (vi ricordo che i governatori delle banche centrali, per difendere il cambio, sono praticamente costretti a svendere valuta pregiata a un prezzo calmierato), e poi li rivendono dopo la svalutazione, bene, poniamo che la svalutazione sia del 20%: alla fine ci guadagnano pur sempre 6.6 miliardi di dollari. Ti sembra poco? Ho capito che con l’Italia ce ne guadagnerebbero di più (il 20% di 72 miliardi è 14.4 miliardi), ma per farlo dovrebbero mobilitare più capitali, affrontare più rischi, e ci vorrebbe forse più tempo. Quindi l’argomento “ci attaccano perché siamo medi” non funziona: ci sono state crisi valutarie in paesi che avevano un Pil minore di un decimo del nostro. Gli speculatori sono oculati: non buttano via niente: un miliarduccio di dollari qua, una sessantina di milionucci là, tutto fa brodo, perché lasciarlo ad altri? Soprattutto non ai cittadini del paese aggredito.

Quindi in questo discorso c’è qualcosa che non torna.

Un aspide è più piccolo di una pecora, ma dovendo scegliere a chi pestare la coda credo che non avremmo esitazioni, no? Pensate che perfino er Palla ha capito subito che non gli conveniva pestare un marasso (che poi lui, il marasso, ma cosa cavolo ci faceva a 2300 metri? Lo vedi che c’è il global warming...) Eppure er palla è più grosso del marasso (e pure di me, bello de papà).

Quindi le dimensioni c’entrano poco. D’altra parte, se adottare una “grande” valuta aiutasse a dipingere pareti grandi... no, pardon, a sfuggire alla speculazione, adesso non saremmo in crisi, giusto? Sì, lo so, qualche sempliciotto (o qualche venduto) continua a ripetere che potrebbe andar peggio. Certo: potrebbe piovere. Scherzi a parte: è ormai evidente a tutti che rinunciare alla valuta nazionale per dotarsi di un pennello, pardon, di una valuta “grande”, non rende un paese meno aggredibile dagli speculatori. Quello che rende aggredibile un paese è la quantità di debiti accumulati verso l’estero: e l’adozione di una valuta troppo forte per le condizioni del proprio paese è la strada maestra per accumulare debiti con l’estero, come ci siamo detti milioni di volte: si importa troppo, si esporta poco, e per coprire la differenza ci si indebita.

E questo Roubini, se pur non chiarissimamente, però lo dice.

D’altra parte, se gli speculatori avessero attaccato il fiorinuccio, cosa sarebbe successo? Semplice! Qualcuno avrebbe venduto, ma qualcun altro (semplicemente, un altro speculatore) avrebbe subito acquistato e la banca centrale non sarebbe dovuta intervenire. Perché? Ma perché i fondamentali del fiorino erano buoni, e quindi non c’erano aspettative di svalutazione: se Tizio avesse venduto, facendo scendere il prezzo, Caio avrebbe comprato, aspettandosi che il prezzo tornasse su. Siccome questo non lo avrebbe pensato solo Caio (ma anche Sempronio, Mevio, ecc.), il prezzo effettivamente sarebbe tornato su, Caio avrebbe guadagnato (poco), e Tizio sarebbe passato a divertirsi in un altro modo. In circostanze simili non occorre nemmeno l’intervento “a sostegno” della Banca centrale (nella fattispecie, quella olandese), e le dimensioni non c’entrano: c’entrano i fondamentali, che determinano se è plausibile o meno che il fiorino (o chi per lui) si trovi in eccesso di offerta. Ragazzi, alla fine è come dicono a Roma: “la robba bbona piace a tutti!”. E quindi il fiorino, acquirenti, li trovava, perché era bbono, aveva dei buoni fondamentali. Perché invece la lira non trovava altri acquirenti oltre la sua Banca centrale? Perché l’Italia aveva i fondamentali sballati, aveva un cambio troppo elevato. Da cosa si vedeva? Dal fatto che era in persistente deficit con l’estero (non pubblico: con l’estero). E il fiorino? Il fiorino no: nei cinque anni precedenti a quello della crisi (cioè dal 1987 al 1991), l’Olanda era stata in persistente surplus delle partite correnti della bilancia dei pagamenti (una media di 2.7 punti di Pil), contro il persistente e crescente (la dinamica conta!) deficit dell’Italia (da -0.3 a -2.4 punti di Pil, con una media di -1.4). Per questo il fiorino si rivalutò, come era naturale che facesse, e la lira si svalutò, come era naturale che facesse. Era innaturale che gli fosse stato impedito di farlo fino a quel momento. Ma sapete, ai difensori del libero mercato che il mercato funzioni dà fastidio, perché quando il mercato funziona bene le opportunità di speculazione diminuiscono (sta scritto in qualsiasi manuale), dato che il prezzo non si discosta sufficientemente dai fondamentali per permettere ai furbi di guadagnare a spese dei gonzi.

E infatti: perché l’Italia aveva un cambio troppo forte? Ma è semplice: perché aveva deciso, come al solito, istigata dai soliti noti, di essere la prima della classe, mantenendo (per i soliti motivi) una parità sopravvalutata all’interno dello Sme, senza che questo riuscisse a ridurre il suo differenziale di inflazione con la Germania (nonostante le profezie di Solone).

La “liretta” quindi non è stata attaccata perché era troppo “debole”, ma perché era troppo forte. Del resto, scusate, se la speculazione gioca al ribasso, non andrà a cercare qualcosa che sta troppo giù: cercherà qualcosa che sta troppo su, no? Questa è logica, il resto è fuffa.

Che poi questo è l’esattissimo motivo per il quale l’euro non ci ha difeso, cioè perché per noi è troppo forte: e infatti, come abbiamo visto più e più volte, la sua adozione ha coinciso con l’accumulazione di importanti quantità di debito privato e pubblico verso l’estero. Si capisce quando parlo? Devo fare un disegnino? No, perché voi avete già capito. E gli altri sono pagati (ancora per poco) per non capire e non far capire. Né Dio né i mercati pagano ogni sabato.

Prendiamo il buono

Che poi, a ben vedere, tornando al duello, il problema non è tanto nell’efficacia dell’attacco di Roubini, quanto nella scarsità della difesa di Prodi, che è evidentemente un autentico autogol. Del maiale non si butta niente, e forse anche dell’economista si può utilizzare qualcosa. A chi ricorda le tante discussioni avute su questo e altri blog con i fessi (scusate: mi dispiace: non è fair, ma la colpa non è mia: è loro) che proprio non vogliono capire che l’euro ha avvantaggiato la Germania, ai Tafazzi di destra e di sinistra col mito della razza ariana, faccio notare che Roubini e Prodi sono d’accordo su una cosa: l’euro ha avvantaggiato la Germania. Più esattamente, Roubini nota che ha svantaggiato l’Italia, ma dato che la Germania è il principale partner commerciale dell’Italia, è chiaro che se l’Italia ha peggiorato la propria posizione, cioè, al netto, ha importato di più, è migliorata la posizione dei partner che gli vendono prodotti, i quali, al netto, hanno esportato di più. E il principale partner è la Germania. Quindi ci possiamo aspettare che sia questa a “piombare” il saldo estero dell’Italia, portandolo giù. Ed è così. Volete vedere? Ecco:


La figura riporta i saldi commerciali bilaterali dell’Italia verso Germania, Francia, Spagna, altri paesi dell’Eurozona (AEZ), Usa, Gran Bretagna, Cina, altri paesi mondiali (ALT), insieme con il saldo commerciale complessivo, cioè verso il mondo (WLD). Il saldo complessivo è la somma algebrica dei saldi bilaterali. I dati vanno dall’adozione dell’euro al 2007 (anno di inizio della crisi e ultimo anno nella versione del database CHELEM che ho qui a disposizione, se qualcuno ha altri dati o mi manda 3000 euro per acquistare uno CHELEM più recente sarò grato; se avete più banda di me connettetevi all’OCSE, e potrete fare un grafico simile che arriva al 2010). Appare evidente come la tendenza negativa del saldo commerciale complessivo (in azzurro, tratto largo) sia dominata da quella del saldo verso la Germania (in nero, tratto largo). I due peggiorano di un ammontare molto simile (-24 il saldo tedesco, -26 quello complessivo).

Contenti? Fidarvi no, vero? Ma se vi dicessi di non buttarvi dalla finestra perché c’è la forza di gravità, cosa fareste, amici fessi? Credo proprio che vi buttereste, vero? Bagnai è comunista (ma comunista de che?), mi vuole ingannare, quasi quasi mi butto. Mi sa che se vi incontro ve lo dico. Ma vediamoci al quinto piano. Se ci vedessimo al secondo potrebbe non bastare. Non fatemi assistere al pietoso spettacolo della vostra agonia. Anche perché certamente spirereste dicendo: “io l’avevo detto che c’era la forza di gravità!”.

Quindi che l’euro ha avvantaggiato la Germania non lo dico io perché sono un bolscevico, un Donald Duck, un “antagonista” (di chi? C’è qualcosa dall’altra parte? C’è un’idea, una persona, una forma di vita che non sia la muffa che cresce sulla parola “riforme”? Ma io con le crittogame non competo). Che l’euro ci ha messo in crisi perché ci ha costretto ad accumulare ingenti quantità di debiti verso l’estero, per finanziare un crescente deficit commerciale, per lo più verso i paesi del Nord, non lo dico perché sono “antitedesco”, come farfuglia qualche traditore. Lo dico perché, come accuratamente ripeto, nella mia totale, vacua, desolante assenza di qualsiasi originalità, mi limito a riportare le parole di tanti saggi e illustri colleghi, inclusi i padri dell’euro. Sono un nano sulle spalle di giganti. Dai piedi di balsa.


Epilogo




(e che non si dica che cito solo Goethe).

(cito pure Sterne, che in effetti è abbastanza di nicchia, ma da Foscolo a Tolstoj se lo sono studiati un po' tutti, e allora perché non farlo anche noi? Ho corretto il link, rinviava a una stampa che sta al Met, ma il link è morto. Lo ho corretto rinviandovi al testo:

—Go—says he, one day at dinner, to an over-grown one which had buzzed about his nose, and tormented him cruelly all dinner-time,—and which after infinite attempts, he had caught at last, as it flew by him;—I'll not hurt thee, says my uncle Toby, rising from his chair, and going across the room, with the fly in his hand,—I'll not hurt a hair of thy head:—Go, says he, lifting up the sash, and opening his hand as he spoke, to let it escape;— go, poor devil, get thee gone, why should I hurt thee?—This world surely is wide enough to hold both thee and me.

Questo per tutti quelli che parlano di ghigliottine, tribunali del popolo, e via dicendo - e quindi finiscono diretti nello spam! Non siamo amerikani, ragazzi, qui queste cose non si usano più.

lunedì 6 agosto 2012

Unhappy families: il Portogallo

Come stiano le cose lo sapete: le crisi fotocopia, delle quali vi ho descritto il meccanismo qui, qui, e qui, prevedono una fase espansiva, nella quale la periferia si indebita coi soldi del centro per comprare i beni del centro, e una recessiva, nella quale la bolla scoppia. Questa fase, come sapete se avete letto Frenkel, si conclude generalmente con una crisi valutaria. Gli speculatori, seguendo il meccanismo che ho descritto qui e qui, giocano al ribasso sulla valuta del paese fragilizzato dal debito estero, vendendone grandi quantitativi. La Banca centrale prova a "difendere" il cambio assorbendo l'eccesso di offerta di valuta nazionale, cioè vende, di fatto, valuta estera a un prezzo calmierato (il cambio fisso) agli speculatori, per sostenere il prezzo della valuta nazionale. Quando le riserve di valuta estera nelle casse della Banca centrale (le riserve ufficiali) finiscono, si è costretti a svalutare, e gli speculatori, tutti contenti, rivendono la valuta estera per comprare valuta nazionale a un prezzo molto inferiore (ricevendone quindi molta di più).

L'entrata nell'euro ha scongiurato questo tipo di crisi, ovviamente: le valute nazionali non ci sono più. I debiti però ci sono sempre, e il vincolo della bilancia dei pagamenti pure. I paesi che l'euro ha costretto al deficit si sono indebitati, hanno collocato all'estero titoli, e quindi i mercati hanno un potere di ricatto molto forte: invece di vendere valuta nazionale (che non c'è più), vendono i titoli nazionali in loro possesso (sono denominati in euro, certo, ma sono sempre un'attività emessa dal paese). Il crollo del corso dei titoli (o l'impennata degli spread) mette in difficoltà i mercati e in generale l'economia locale, e quindi i capitalisti del Nord, venduti i titoli, possono comprare in cambio tante belle aziende private o pubbliche a prezzi stracciati. Va da sé che i sagaci governanti locali, opportunamente insufflati dai capitalisti del Nord, provvedono a promuovere grandi politiche di liberalizzazione e di compressione dei diritti, onde rendere più facile l'acquisto delle imprese nazionali da parte degli investitori esteri, e renderne anche più profittevole l'esercizio. Nelle crisi tradizionali lo stock di riserve valutarie prima o poi finiva, ma oggi, prima che un intero paese venga venduto, ce ne vuole, e la crisi può durare praticamente ad libitum. Questo è il gioco che Monti fa in Italia, com'è evidente e come abbiamo detto più volte, ma non è il solo. Guardate cosa succede in Portogallo...



Ricevo da Massimo De Maria di  Informação Incorrecta e molto volentieri pubblico perché capiate meglio (ma voi avete già capito benissimo):



Nel corso dell'ultima settimana il governo ha ufficializzato l'intenzione di vendere la ANA (gestione aeroportuale) e la TAP, la compagnia aerea di bandiera. Ed é di oggi la notizia (ancora non confermata ma giá da tempo "nell'aria") per cui anche il secondo canale televisivo pubblico, RTP 2, sará venduto ai privati.

Ció é frutto della quarta revisione da parte della Commissione Europea del memorandum firmato dal governo portoghese e dalla cosí chiamata "troika" (gli inspettori dell'Unione, del FMI e della BCE). Le nuove privatizzazione si sommano all'anteriore disimpegno dello Stato nell'area dell'elettricitá (imprese REN e EDP, inizio di quest'anno).

Ma il caso TAP é interessante: utili di 7.3 milioni di Euro nel corso del 2007, 32.8 milioni nel 2008, 57 milioni nel 2009, 62 nel 2010, 3.1 milioni nel 2011.
Fernando Pinto, Presidente Esecutivo della compagnia, recentemente ha affermato che l'impresa tornerá ad un risultato positivo nel corso del 2012. Ció significa che il governo privatizza una impresa che ha fornito utili nel corso degli ultimi anni (malgrado la "frenata" del 2011) e che vedrá gli stessi aumentare nuovamente al termine del presente anno.

Previste per l'anno prossimo la vendita della CTT (Poste), CP Carga (trasporto merci delle Ferrovie), Águas Potáveis (acque) e l'apertura ai privati nel settore dei trasporti pubblici (giá parzialmente privatizzati).

Interessante anche notare che la privatizzazione non é una novitá in Portogallo. Giá i precedenti governo Cavaco Silve (economista e attuale Presidente della Repubblica), Guterres (ora Alto Commissario per le Nazioni Unite), Durão Barroso (Presidente della Commissione Europea) e Sócrates (ora in Francia) privatizzarono numerose imprese pubbliche, ottendendo un utile di 28.039 milioni di Euro e senza que questo apportasse evidente benefici: nello stesso periodo (1987-2008) la divida pubblica portoghese passava da 18.049,4 milioni a 110.346,6 milioni.

L'attuale governo, che mira ad eseguire alla lettera le indicazioni della troika perché "é importante l'idea che all'estero hanno di noi", ha intenzione di proseguire sulla strada delle privatizzazioni con la vendita di INAPA (carta), Edisoft (hardware e software), EID, Empordef (industria pesante), Sociedade Portuguesa de Empreendimento, parte da Caixa Geral de Depósitos (banca), e la privatizzazione parziale di Galp (energia, una impresa molto nota nel Paese, con utili che sono cresciuti del 56.7% nel primo semestre, raggiungendo 178 milioni di Euro:), Companhia de Seguros Fidelidade-Mundial (assicurazioni), Império Bonança (banca) e Emef (ferrovie). Oltre alle imprese citate in apertura.

L'idea é sempre la stessa: uno Stato piú "magro" significa uno Stato piú efficiente, anche se ció implica rinunciare ad alcune imprese che forniscono utili, sembra di capire.
D'altronde, il mantra che si trova alla base del pensiero unico dominante é quello secondo cui i Portoghesi hanno vissuto al di sopra delle proprie possibilitá nel corso degli ultimi anni (o decenni, non é ben chiaro), cosa che ha provocato una spesa incontrollata dello Stato e l'aumento del debito pubblico.
Ora é necessario fare sacrifici per poter stare meglio in seguito (parole del Primo Ministro). E fare sacrifici significa distruggere lo Stato, rinunciare ai sussidi delle ferie (13ª e 14ª dei dipendenti pubblici giá tagliata), chiudere ospedali (diverse decine fino ad ora, se ricordo bene), servizi pubblici a pagamento (teoria dell'utilizzatore-pagante).

Questo é quanto.




(Chiaro, no? Chissà come si chiama il Giavazzi portoghese? Devo fare una telefonata a Coimbra: uno ce l'avranno pure loro, stai sicuro...).

domenica 5 agosto 2012

Le aporie del più Europa

Per vostra e mia comodità ri-posto qui il mio pezzo per il saggio Oltre l'austerità...


La crisi

Che l’Eurozona (EZ) sia in una profonda crisi di sistema è ormai chiaro. Secondo le ultime previsioni del Fondo Monetario Internazionale (Fmi), dall’inizio del 2008 alla fine del 2012 l’Europa avrà perso l’1% del suo prodotto in termini reali, e l’Italia il 6,3%. Sempre secondo il Fmi, l’EZ, nel suo complesso, potrebbe tornare ai livelli di reddito pre-crisi nel 2016, mentre l’Italia non ci sarà ancora tornata nel 2017. Da qui al 2017 la Germania avanzerà di una posizione nella graduatoria mondiale del reddito pro-capite, ma l’Italia ne perderà quattro, ritrovandosi al 33° posto (quello occupato dalla Grecia nel 2000). Sintesi: con la crisi l’EZ ha perso otto anni, e il nostro paese verosimilmente più di una decina, arretrando relativamente ai suoi principali partner, sempre che le cose non cambino in meglio. Ma un cambiamento in peggio è purtroppo più probabile.

La natura della crisi è descritta da Sergio Cesaratto in questo e-book: un film già visto, il cui titolo potrebbe essere tratto da un lavoro di Taylor (1998): “Liberalizzazione, rigidità del cambio, e destabilizzazione guidata dai mercati”. Due i protagonisti: un paese sviluppato (il “centro”), con una forte base finanziaria e industriale, e un paese, o un gruppo di paesi, relativamente arretrato (la “periferia”). Il centro “suggerisce” alla periferia la liberalizzazione dei movimenti di capitale e l’adozione di un tasso di cambio fisso. Ottiene così due vantaggi: intanto, visto che in periferia i tassi di interesse sono più alti, il centro può prestarle i propri capitali (i movimenti di capitali sono liberalizzati), lucrando la differenza senza patire rischio di cambio (il cambio è fisso). Per la periferia questa liquidità è relativamente a buon mercato, e qui subentra il secondo vantaggio: drogando coi propri capitali la crescita dei redditi della periferia, il centro si assicura un mercato di sbocco per i propri beni, che i cittadini della periferia possono ora acquistare grazie agli effetti diretti e indiretti di un più facile accesso al credito. La periferia si gonfia come una bolla, perché i mercati, allettati dalla sua crescita, convogliano verso di essa capitali in misura sempre maggiore, tanto più che la crescita drogata dal debito privato (i capitali esteri prestati a famiglie e imprese) causa un miglioramento delle finanze pubbliche: il rapporto debito pubblico/Pil si stabilizza o scende. I grulli (o i furbi?) per i quali “l’unico debito è quello pubblico” sono così rassicurati. Ma nell’economia drogata sale la febbre: l’accesso al credito facile fa salire l’inflazione, e se all’inizio ci si rivolgeva all’estero per comprare beni di lusso, col tempo i prodotti esteri diventano competitivi anche sulle fasce più basse, il deficit commerciale si approfondisce, e occorrono nuovi capitali esteri per finanziarlo.

Trovare impieghi produttivi per masse enormi e crescenti di capitali non è facile, e gli afflussi di capitali, dei quali i nostri politici tanto lamentano la carenza in Italia, sono, per il paese che li riceve, debiti esteri, che occorrerà rimborsare. Chi presta questo lo sa. A un certo punto, per un motivo x (ad esempio lo scoppio di una recessione), il centro comincia a dubitare della capacità della periferia di rimborsarlo: esige il pagamento di interessi più alti a copertura del rischio, lo spread decolla, la periferia si avvita nella spirale del debito estero, e per sapere il seguito basta aprire un giornale. Non è un happy end.

La destabilizzazione, Taylor docet, è guidata dai mercati, perché questi ci guadagnano: nel periodo delle vacche grasse incassano begli interessi, e se poi alla fine qualche banca rimane col cerino acceso in mano, a ripianarne i bilanci ci pensano i contribuenti, attraverso l’austerità loro imposta, e gli Stati, accollandosi il debito privato via salvataggi bancari. Nella  favola dei media il cattivo è il bilancio pubblico. In realtà sono le banche private che hanno prestato molto e male: ma la soluzione ideologica viene additata nella riduzione dell’“impronta dello Stato”, che deve fare un passo indietro, così che al prossimo giro le banche possano prestare troppo e peggio! Anche gli industriali del centro e della periferia hanno il loro tornaconto: quelli del centro lucrano profitti vendendo beni alla periferia, e quelli della periferia, ci ricorda Acocella (2005), ricorrono allo spauracchio del vincolo esterno per “disciplinare” i sindacati: compressione dei salari più aumento della produttività uguale aumento dei profitti. Quante volte, dal 1979, cioè da quando l’Italia ha iniziato il suo percorso in quella che Carlucci (2008) chiama l’area del marco allargata (prima come Sistema Monetario Europeo – SME – poi come EZ) ci siamo sentiti dire “l’Europa lo vuole”? Come resistere a questo richiamo patriottico?

Le opportunità di profitto, a ben vedere, dipendono dalle diversità fra i protagonisti: diversi tassi di interesse e di inflazione, diversi livelli di reddito, ecc. La morale del film già visto quindi è molto semplice e ognuno la comprende: non è una buona idea aggiogare sotto una moneta comune paesi diversi. Più esattamente: non è una buona idea per i più deboli (anche se è un’ottima idea per alcune classi sociali di questi paesi, come di quelli più forti).

Il paradosso della moneta unica

Eppure in teoria la moneta unica un beneficio ce l’ha: la riduzione dei costi di transazione dati dall’incertezza del cambio. Un vantaggio che per l’elettore poco a suo agio con le tabelline è facile da percepire, ma il cui impatto macroeconomico è minimo, al punto da rendere contraddittoria l’idea stessa di unione monetaria[1]. Pensateci: se un gruppo di paesi avesse istituzioni, politiche, e fondamentali macroeconomici perfettamente allineati e stabili, sarebbero tali anche i rispettivi tassi di cambio, la cui incertezza diventerebbe trascurabile. Il vantaggio dell’unificazione monetaria emerge laddove i sistemi economici coinvolti non sono omogenei e non esistono forze che tendono a farli convergere, per cui i tassi di cambio sono relativamente incerti o divergenti. In altre parole, l’unificazione monetaria si rende necessaria solo laddove è dannosa, cioè solo laddove implica la rinuncia a un elemento di flessibilità (quella del cambio) utile per assorbire shock o compensare divergenze strutturali. Tanto è vero che la teoria delle aree valutarie ottimali (AVO) è tutta impostata in termini di riduzione del danno causato dalla rigidità del cambio, e da Mintz (1970) in poi gli economisti riconoscono che la scelta dell’unificazione monetaria risponde a logiche di tipo politico, le sole in grado di giustificarla, nonostante essa sia spesso presentata (slealmente) agli elettori come una scelta di carattere “tecnico”.

La teoria delle AVO insegna che per evitare problemi l’abbandono della flessibilità del cambio deve essere compensato introducendo altre flessibilità: una maggiore mobilità dei fattori di produzione (come sa bene il Sud dell’Italia, dal quale tanti lavoratori son dovuti emigrare), una maggiore flessibilità dei salari (come sta imparando il Sud dell’Europa), una maggiore diversificazione produttiva (che aiuta a superare difficoltà specifiche in un determinato settore industriale – un criterio che, guarda caso, sfavorisce ancora una volta le piccole economie periferiche). Se questo manca, occorre almeno che i tassi di inflazione fra i paesi membri convergano, altrimenti il deteriorarsi della competitività nei paesi ad alta inflazione causerà deficit esteri, con le conseguenze viste sopra (afflusso di capitali ecc.). Infine, se manca anche questa convergenza, bisogna che le istituzioni siano progettate per ovviare “a valle” agli squilibri, sostanzialmente in due modi: (a) vuoi invitando chi ha accumulato risorse tramite i surplus esteri ad agire da “locomotiva”, tramite politiche espansive che sostengano l’unione nei momenti di crisi: si chiama coordinamento delle politiche fiscali; (b) vuoi prevedendo un sistema efficiente e politicamente condiviso che in caso di crisi trasferisca risorse dalle zone in espansione a quelle in recessione: si chiama integrazione fiscale, ed è quanto ha contribuito a tenere in piedi per 150 anni un’altra unione non particolarmente felice dal punto di vista economico, quella italiana. Al prezzo, si badi, di ovvie tensioni politiche: in economia l’altruismo non è obbligatorio.

Dalla teoria alla pratica

Che in Europa non vi fosse nulla di tutto questo è evidente. Ne consegue che l’adozione della moneta unica è stato uno schiaffo dato dal potere politico alla dottrina economica. Gli economisti hanno reagito secondo le loro personali inclinazioni: c’è chi si è seduto lungo la riva del fiume ad aspettare il cadavere dell’euro, e c’è chi, in un generoso tentativo di salvare l’onore della professione, ha argomentato che però i politici, facendo la cosa sbagliata, avevano fatto la cosa giusta, perché la moneta unica avrebbe creato da sé le condizioni per la propria sostenibilità. Si chiama teoria delle AVO “endogene”, e si basa su due argomenti che vale la pena di ricordare.

Il più antico risale a Giavazzi e Pagano (1986), e afferma che fissando il cambio della periferia a quello di un centro a bassa inflazione, i politici della periferia acquisiscono quella credibilità che consente loro di effettuare con successo politiche deflazionistiche. Quale impegno più credibile dell’irrevocabile unione monetaria? E quindi, unendo le monete, i tassi di inflazione si sarebbero facilmente allineati a quelli del paese più virtuoso.
Il più recente afferma che l’unione monetaria provocherebbe un aumento notevole del commercio fra i paesi aderenti, che addirittura triplicherebbe (Rose, 2000). L’accresciuto interscambio sarebbe benefico, perché realizzerebbe un “coordinamento” di fatto fra paesi membri. Il paese in espansione, acquistando più merci dai partner (grazie alla moneta unica), agirebbe da locomotiva, tirando fuori “chi è rimasto indietro” dalle secche della recessione.

Quello che è successo in pratica lo sappiamo: per i motivi su esposti (sale la febbre nell’economia drogata...), l’unione monetaria ha favorito una divergenza, anziché una convergenza, dell’inflazione (dato tranquillamente ammesso dalla Bce); d’altra parte, l’aumento dell’interscambio commerciale è stato ridotto (attorno al 9%; Baldwin, 2006) e totalmente squilibrato a favore della Germania, che invece di essere la locomotiva dell’Eurozona, è andata a rimorchio, come spiegato da Cesaratto e da De Nardis su lavoce.info.
In altre parole: l’illusione che la strada sbagliata portasse nel posto giusto si è infranta per l’ennesima volta contro la realtà dei fatti. E non è una novità.

Più Europa: il prequel

In questi giorni i media ci propongono con grande enfasi il trailer di un altro film dal titolo molto incisivo: “Più Europa!”. Si tratta, anche in questo caso, di un film già visto, ed è importante ricordarne al lettore la trama, che poi si basa sullo stesso meccanismo retorico che abbiamo appena evidenziato, quello del paradosso: “la strada sbagliata ci porterà al posto giusto”!

Siamo a metà degli anni ’90. L’esperienza di rigidità del cambio avviata con lo Sme si era rivelata catastrofica. Intanto, essa aveva condotto alla crisi del 1992, risolta lasciando fluttuare il cambio, senza che ciò avesse alcun impatto sull’inflazione, come lo stesso prof. Monti all’epoca ammetteva. Inoltre, il meccanismo dello Sme aveva costretto la periferia a seguire la politica monetaria della Bundesbank, poiché qualora in periferia i tassi fossero scesi rispetto a quelli tedeschi, ci sarebbero state fughe di capitali verso la Germania. Ma i tassi tedeschi si erano progressivamente innalzati, fra l’altro anche allo scopo di attirare dall’estero capitali per finanziare la ristrutturazione della Germania Est, e così la periferia era stata costretta ad adottare a sua volta tassi di interesse troppo alti per le proprie esigenze, con conseguenze negative su crescita e occupazione, come notavano già dal 1993 i soliti premi Nobel (Blanchard et al., 1993), e anche sulla sostenibilità del debito (Acocella, 2005). Tuttavia pochi anni dopo, nel 1997, Franco Modigliani tornava alla carica, sostenendo che la strada (sbagliata) della rigidità del cambio andava percorsa fino in fondo, cioè fino alla completa unione monetaria. Questo paradosso veniva giustificato affermando che con l’euro la Bundesbank, così come tutte le banche centrali nazionali, avrebbe fatto un passo indietro per lasciare la conduzione della politica monetaria alla Banca Centrale Europea (Bce), un organo collegiale nella quale la Germania avrebbe espresso un parere importante, ma non determinante. Insomma: “più Europa” (monetaria) avrebbe salvato la situazione, portando a una politica monetaria più attenta agli interessi della periferia (Modigliani e Baldassarri, 1997).

Qualcuno tentava di far notare che verosimilmente nel Governing council della Bce i paesi dell’area del marco (Austria, Belgio, Finlandia, Germania, Lussemburgo, Olanda) avrebbero fatalmente avuto il sopravvento: più Europa avrebbe quindi significato ancora più Germania. I fatti hanno (purtroppo) confermato questa ipotesi: è ancora Cesaratto a far vedere come la politica monetaria della Bce, sia stata giusta o sbagliata, ha tenuto principale se non esclusivo conto dell’andamento di inflazione e crescita nei paesi del nucleo. In particolare, i tassi sono stati tenuti troppo bassi proprio quando in periferia la febbre stava salendo e una politica restrittiva avrebbe giovato.

Il ritorno del “più Europa”

Si arriva così al tormentone di questi travagliati giorni, il ritorno del “più Europa” nella duplice veste di una Bce “prestatore di ultima istanza” accoppiata ad una unione fiscale/politica. Una richiesta prospettata come unica soluzione possibile e quindi doppiamente fuori discussione perché ovvia (?) e perché inevitabile (?). Eppure, reduci da un cambiamento istituzionale (l’adozione dell’euro) che sta facendo i suoi morti, credo sarebbe bene, prima non dico di adottarne, ma anche semplicemente di chiederne un altro, riflettere con serietà. Se “più Europa” (monetaria) ha fallito, perché “più Europa” (fiscale) dovrebbe avere successo? Qualcuno dirà: ma proprio perché le due unioni non sono andate di pari passo! Sarà, ma c’è sempre qualcosa che non torna: se la soluzione era così ovvia, perché nessuno ci ha pensato prima? Bisognava arrivare al quarto anno di una crisi devastante?

Il fatto è che la teoria delle AVO di unione fiscale non parla (come del resto non pone particolari requisiti sulla struttura della banca centrale): come abbiamo visto, la teoria delle AVO parla di coordinamento fiscale e di integrazione fiscale, visti come strumenti potenzialmente utili per compensare le rigidità imposte dall’unione monetaria, ma non di unione fiscale. Quindi la colpa è, come al solito, degli economisti che non hanno capito, non hanno previsto, ecc.? O forse è il dibattito che sta cedendo a un’ondata di apparente irrazionalità e di reale demagogia, sull’impulso di parole d’ordine tanto eloquenti quanto vuote? Come abbiamo visto, non sarebbe la prima volta. Un’analisi più cauta porta in effetti a concludere che nel panorama attuale le proposte di “più Europa” possono essere classificate in tre categorie: quelle inefficaci, quelle assurde, e quelle irrealizzabili.

Sono chiaramente inefficaci nel lungo periodo, quale che possa essere il loro effetto di breve (ancora tutto da sperimentare), certe proposte di un cambiamento di statuto della Bce, che dovrebbe diventare “più simile” alla Fed americana, intervenendo come lender of last resort nei riguardi degli Stati in difficoltà. Comenotavo a gennaio, ci sarebbe intanto da capire perché l’opera di prestatore di ultima istanza debba svolgersi a beneficio degli Stati sovrani, dopo che questi si sono indebitati per salvare le banche private, anziché rivolgersi direttamente a queste ultime. L’ultimo summit europeo riconosce questo circolo vizioso, ma non sembra ne tragga le corrette conseguenze. Tralasciando questo aspetto congiunturale, rimane il fatto strutturale: se il ciclo perverso, come abbiamo mostrato sopra, è innescato dalla divergenza fra i tassi di interesse e di inflazione dei singoli paesi, nessuna politica monetaria centralizzata potrà porvi rimedio. L’idea che moneta unica significhi inflazione unica è figlia di una concezione datata dell’inflazione, quella secondo la quale è la moneta a “causare” il livello dei prezzi. Le analisi teoriche ed empiriche a partire dal secondo dopoguerra hanno confermato il ruolo cruciale del mercato del lavoro nel determinare la dinamica dei prezzi. E con un mercato europeo del lavoro segmentato per motivi culturali e istituzionali la Bce, da Francoforte, può fare molto poco per comporre i differenziali di competitività che hanno messo in ginocchio la periferia. Ma al di là di questo dato oggettivo, che dovrebbe essere facilmente comprensibile agli abitanti di un paese come l’Italia, lacerato da un dualismo territoriale che 150 anni di politica monetaria comune non hanno potuto, in tutta evidenza, comporre, rimane il dato politico: anche se nelle circostanze attuali il rischio di inflazione è remoto, in termini generali i creditori del centro non intendono accettare qualcosa che somigli a una “socializzazione” delle perdite, realizzata tramite un meccanismo che consenta di fatto ai debitori della periferia di restituire somme decurtate dagli effetti dell’inflazione. Questo spiega perché gli interventi della Bce sono finora stati “irrazionalmente” tardivi.

Sono chiaramente assurde le proposte di “rafforzamento” del “Patto di stabilità” implementate nel cosiddetto Fiscal compact. Il rafforzamento di una regola già discreditata, disapplicata fin dal 2002 da chi oggi fa la voce grossa, serve solo a renderla ancora meno credibile e fondata nella razionalità economica. Questa vorrebbe che il bilancio pubblico possa muoversi in senso anticiclico, andando in deficit nei momenti di recessione (quando gli introiti fiscali calano e lo Stato interviene a sostegno dei redditi) e consolidandosi in quelli di espansione. Questa flessibilità, evidentemente, è tanto più necessaria quando il sistema è reso rigido dall’imposizione di una moneta unica. Oggi, invece, nei momenti di recessione gli Stati sono costretti a imporre nuove tasse o a tagliare spese, sottraendo ulteriore domanda al sistema, in un avvitamento perverso il cui unico risultato (voluto o meno) è stato finora quello di indebolire e rendere più aggredibili le economie periferiche (le cui migliori aziende infatti stanno cadendo una dopo l’altra in mano estera). Ma questa palese deroga alla razionalità economica, con le connesse cessioni di sovranità, viene presentata come il necessario (?) sacrificio da compiere per rassicurare (?) la Germania e farle accettare l’unione fiscale, che non le sarebbe gradita qualora prima la periferia non facesse i compiti a casa.

Il fatto è che queste proposte di “più Europa”, quelle che passano attraverso l’idea di una maggiore “unione” fiscale, in particolare nel senso sopra specificato di “integrazione fiscale”, sono palesemente irrealizzabili, pur non essendo insensate teoricamente. Certo, lo sappiamo, e lo sapevamo anche prima: l’integrazione fiscale è uno dei motivi di tenuta dell’unione monetaria statunitense. Ce lo avevano detto fin dal 1991 Sala-i-Martin e Sachs, dai cui studi risulta che negli Usa il bilancio federale compensa in media per più di un terzo, mediante riduzioni di imposte o aumenti di trasferimenti, gli shock avversi ai redditi individuali, contribuendo così a bilanciare gli squilibri fra gli Stati dell’Unione. Ma meccanismi di questo tipo, che intervengano “a valle” degli squilibri, mancavano e mancano in Europa per un semplice motivo: anche essi sono politicamente improponibili, in un contesto condizionato dall’atteggiamento falsamente moralistico dei paesi del centro. Per la classe politica di questi paesi è ormai impossibile richiedere all’elettorato atteggiamenti cooperativi con chi finora è stato additato, per motivi di bottega politica interna, come responsabile della crisi: i fannulloni del Sud.

Del resto, pensateci: se ci fosse una volontà politica di cooperare, questa potrebbe tradursi in pratica immediatamente, senza alcuna modifica istituzionale. Basterebbe che la Germania coordinasse le proprie politiche economiche con quelle degli altri paesi membri: un coordinamento che, del resto, è esplicitamente richiesto dal Trattato di Maastricht  (art. 3 e 103), ma che è stato regolarmente disatteso. Lo prova il fatto che dal 1999 al 2007 la Germania è stato il secondo paese a crescita più lenta dell’Eurozona dopo l’Italia (la crescita reale è stata dell’1.7% in Germania e dell’1.5% in Italia, contro una media del 2.7% nell’EZ): questo perché, nonostante le esportazioni crescessero, la domanda interna per consumi e investimenti veniva sistematicamente repressa per evitare di far crescere le importazioni. Ma per cooperare con il resto dell’Europa la Germania dovrebbe comportarsi in modo esattamente opposto: orientare il proprio modello di crescita sullo sviluppo della domanda interna (per consumi e investimenti), dando così ossigeno, via importazioni, alle economie dei suoi partner. E potrebbe farlo da subito, conservando la propria sovranità di bilancio, senza alcuna modifica istituzionale, e nel pieno rispetto dei trattati europei (che ha anzi compromesso violando il Patto di stabilità e adottando una politica beggar-thy-neighbour). Ma evidentemente un certo capitalismo tedesco rimane affezionato a un modello di crescita che, contando sulla domanda estera e sulla moderazione salariale, gli consente di lucrare profitti cospicui.

Bisognerà pure arrendersi all’evidenza. Dopo aver privatizzato questi profitti, che il vantaggio accordatole dall’euro le ha consentito di realizzare (come ammesso pacificamente dal Fmi, dalla Confindustria tedesca, e perfino dallo stesso on. Prodi), la Germania è giustamente (dal suo punto di vista) restia a socializzare le perdite, accollandosi una parte dello sforzo necessario. E le dinamiche leghiste del gioco politico tedesco fanno disperare, come nota Cesaratto, che un rinnovamento della classe politica tedesca alteri la situazione. Queste dinamiche condizionano anche il dibattito degli altri paesi, nei quali si è ormai completamente perso il senso del termine “unione”. tutto il dibattito verte ormai su come recuperare competitività nei riguardi della Germania, senza che nessuno sembri cogliere l’assurdità di questo obiettivo: tutti sembrano dare per scontato che lo scopo dell’EZ sia quello di favorire una competizione fratricida, anziché il coordinamento e la cooperazione per il conseguimento di obiettivi comuni. In questo contesto è difficile sfuggire al dubbio che chi dice “unione” abbia in realtà in mente “annessione”.

Conclusioni

Capisco che questa disamina sia deludente, ma temo non ci si possa sottrarre al fatto che si è voluto usare la moneta (o meglio, il feticcio della rigidità del cambio) come strumento di dominio e sopraffazione, anziché di cooperazione e integrazione. E in mancanza di volontà politica, la tecnica ha il fiato corto. Forse l’unico accorgimento che potrebbe contribuire a tenere insieme i cocci è quello proposto da Farholz e Wojcich (2011): dotare l’Unione di regole di uscita.

Ma siamo sicuri che tenere insieme i cocci sia un obiettivo degno di essere perseguito? Non vorrei, nel trarre le conclusioni, essere offuscato dall’atteggiamento mentalmente ristretto del “tecnico” che vede offesi dai “politici” i principi della propria disciplina. Il rischio di soggiacere a questa mancanza di visione, certo, esiste. Ma, ripeto, dove ci ha portato il magnanimo disprezzo di una certa classe politica verso gli umili suggerimenti della tecnica economica? Col senno di poi, non sarebbe stato meglio avviare la costruzione europea su basi diverse, quelle suggerite dalla “tecnica”, e quindi procedere dalla (vera) integrazione dei sistemi educativi, dei mercati del lavoro, dei sistemi previdenziali, passare quindi a un bilancio federale che gestisse politiche infrastrutturali, di ricerca e redistributive comuni, progressivamente più ambiziose, e, poi, dopo, eventualmente, passare alla moneta unica (che avrebbe nel frattempo palesato la propria inutilità)? È questo forse “difetto di visione”?

Ma ora ci viene detto dagli stessi autori del progetto europeo (une per tutti: Jacques Attali) che questo percorso, quello suggerito dalla teoria economica, è stato accantonato di proposito, scegliendo la strada sbagliata sulla base della convinzione che solo spinti dall’urgenza dell’inevitabile crisi gli elettori europei si sarebbero risolti a fare la cosa giusta, il fatidico “più Europa”. Sta ora a questi elettori decidere se accettare o meno un simile ricatto, se avallare un metodo politico paternalistico che li costringe ad affrontare riforme politiche di ampia portata e di lungo periodo sotto la mannaia dello spread e nell’urgenza di una crisi economica globale. Sarebbe follia, se non vi fosse in essa il metodo che i suoi autori confessano.
E allora, forse, la conclusione è che la cosa più onesta e meno distruttiva da fare è riconoscere l’errore, pagare per esso, sopportando i costi dell’uscita dall’euro, per poi eventualmente riprendere su basi più corrette il percorso verso di esso. Posto che se ne abbia nostalgia.

Postfazione

A proposito: l’infatuazione di Franco Modigliani per la moneta unica non durò a lungo. Bastarono tre anni, al nostro Nobel, per capire che la strada sbagliata (“più Europa!”) conduceva nel posto sbagliato. Intervenendo il 10 aprile del 2000 alla presentazione del libro “L’Europa legata: i rischi dell’euro” di Giorgio La Malfa, Modigliani affermava che “la Bce è un obbrobrio, perché crea erroneamente un alto tasso di disoccupazione… è un mostro che ha solo una funzione: la stabilità dei prezzi, e messa in mano ai tedeschi della Bundesbank”. Quanti anni occorreranno a chi ora chiede “più Europa fiscale” per capire che ciò significa mettere nelle mani dei paesi del “core” (di fatto, sempre i “tedeschi della Bundesbank”) le nostre politiche di riequilibrio regionale e di rilancio degli investimenti? Significa, insomma, affidare somme di denaro sempre più ingenti ad organismi politici ancora più remoti da qualsiasi possibilità di effettivo controllo democratico? Ecco: impostiamo bene il calcolo: i costi economici dell’uscita dall’euro, spesso gonfiati ad arte dai media, vanno confrontati coi costi economici e politici (in termini di perdita di democrazia), della permanenza nell’euro.

Per vedere questo film già visto, noi e i nostri figli rischiamo di pagare un biglietto troppo salato.

Per approfondire

Acocella, N. (2005) La politica economica nell’era della globalizzazione, Roma: Carocci.
Baldwin, R. (2006) In or out: does it matter? An evidence-based analysis of the euro’s trade effect, London: Centre for Economic Policy Research.
Blanchard, O., Dornbusch, R., Fischer, S., Modigliani, F., Samuelson, P., Solow, R. (1993) “Why the EMS deserves an early burial”, Financial Times, 29 luglio.
Carlucci, F. (2008) L’Italia in ristagno, Milano: Franco Angeli.
Eichengreen, B. (1993) “European monetary unification”,  Journal of Economic Literature, 31, 1321-1357.
Giavazzi. F., Pagano, M. (1986) “The advantages of tying one’s hands: EMS discipline and central bank credibility”, CEPR Discussion Papers, N. 135 (October).
Mintz, N.N. (1970), “Monetary Union and Economic Integration”, The Bulletin, New York University Graduate School of Business Administration, Institute of Finance, No.64, April 1970.
Modigliani, F., Baldassarri, M. (1997) “A Euro minus the D-Mark”, Financial Times, 14 marzo 1997.
Taylor, L. (1998) “Capital market crises: liberalisation, fixed exchange rates and market-driven destabilization”, Cambridge Journal of Economics, 22, 663-676.


[1] Eichengreen (1993) ricordava che secondo la Commissione Europea il risparmio di costi di transazione sarebbe ammontato ad appena lo 0.4% del Pil europeo, una cifra “inadeguata per un progetto così incerto e rischioso”




Concludendo: già lo vedo nel 2020 Solone, arricchito da ricche prebende (lui e tutti i suoi), recriminare che però in Italia ormai comanda la Germania, perché tutti i nostri asset strategici son finiti in mano loro...