lunedì 21 marzo 2016

Più Europa: asimmetrie asimmetriche




(...ieri sera, dopo un ultimo round di revisioni che aveva suscitato il mio contenuto ma partecipe entusiasmo, esortavo Christian a inviare il paper all'editor purché io non ne sapessi più gnente. Oggi mi scrive che l'editor ha accettato. Spinto dall'entusiasmo per questa bella notizia, mi sono fatto gli 11 km di cui sopra in 75 minuti, che quindi fa 75/11=6,8 minuti al chilometro. Insomma: ho aggiunto più Europa al solito percorso. Intorno a me erano tutti poco sopra i 6, a occhio, ma non ho cercato di tenere il loro passo perché temevo il referaggio del menisco destro. Il paper è Asymmetric asymmetries in Eurozone markets gasoline pricing, e il giornale che lo ha accettato è - avete indovinato - il Journal of Economic Asymmetries - rivista Scopus, in fascia D nella VQR. Si tratta della prosecuzione di un progetto di ricerca nato in uno studio televisivo, come spiego nelle slides con le quali lo ho presentato al LEO di Orléans:




Dal letame può nascere un fiore, e da una lieve imprecisione sono già nati due paper, uno dei quali addirittura in fascia A, come ricorderete. D'altra parte, se ci chiamiamo a/simmetrie bisognerà pure che ci occupiamo di quella roba lì, no?

La ricerca nasce dal desiderio di verificare se anche negli altri mercati dell'Eurozona accade quanto abbiamo riscontrato in Italia, ovvero che:

1) la risposta a variazioni del cambio è positivamente asimmetrica (nel senso che gli aumenti/svalutazioni vengono trasferiti sul prezzo della benzina più delle diminuzioni/rivalutazioni);

2) la risposta a variazioni del prezzo del barile in dollari è negativamente asimmetrica (nel senso che gli aumenti vengono trasferiti sul prezzo della benzina meno delle diminuzioni)

La risposta è sì, e quindi la domanda successiva è: perché? Ci possono essere diverse spiegazioni, inclusa la più banale: magari il modello statistico che usiamo è sbagliato (un motivo potrebbe essere che non tiene conto della volatilità dei prezzi). Ma ce ne sono anche di meno banali.

In effetti, nella letteratura sulla determinazione dei prezzi in regime di oligopolio (cioè nel mondo reale, non in quello delle fiabe dove vive gente così) è stato notato il cosiddetto adjustment size puzzle: in presenza di inflazione moderata (cioè da vent'anni a questa parte) le diminuzioni di prezzo sono meno frequenti, ma più grandi degli aumenti. Che c'entra l'inflazione? C'entra. Perché dovete pensare che cambiare i prezzi, per l'impresa, comporta costi, che tecnicamente si chiamano menu costs. L'esistenza di questi costi farà sì che se l'impresa può evitare di cambiare - in una direzione o nell'altra - il prezzo, lo farà. Ora pensate un attimo a cosa comporta l'inflazione. L'inflazione è di per sé un aumento generalizzato del livello dei prezzi. Ci potranno essere distorsioni nei prezzi relativi (cioè: un prezzo potrà aumentare in percentuale più di un altro), ma se l'inflazione è a due cifre, per dire, sicuramente tutta la struttura dei prezzi traslerà verso l'alto. Ci sarà cioè un drift, una deriva dell'intera struttura di prezzi verso l'alto. Immaginatevi un produttore che in un determinato mercato fronteggia uno shock negativo sui costi (ad esempio, su quelli delle materie prime): significa che i suoi costi diminuiscono. In teoria, a questo punto, data la struttura oligopolistica del mercato, il produttore ha due scelte estreme - più tutte quelle intermedie: o lascia fisso il prezzo, e quindi il suo margine di profitto si amplia, o trasferisce la diminuzione dei costi sul prezzo, e quindi sostiene un menu cost e riduce il margine di profitto. Nel secondo caso - quello di trasferimento ovvero pass-through della variazione dei costi sui prezzi, al ribasso, il produttore ci perde due volte: ha il danno emergente del menu cost, e il lucro cessante del mancato aumento del margine di profitto. Perché dovrebbe farlo? Ma è semplice: perché il mercato è oligopolistico, per cui può darsi che se non abbassa il prezzo lui, lo abbassi un concorrente, e gli soffi una quota di mercato - facendo volumi più elevati con un margine più ridotto, cosa che potrebbe convenirgli, anche perché poi il cliente si fidelizza, ecc. Ma se l'inflazione è elevata, tutti i prezzi tenderanno comunque a slittare verso l'alto! Quindi il produttore che in presenza di inflazione elevata fronteggia uno shock idiosincratico negativo dei suoi costi - che diminuiscono - non ha particolare interesse ad abbassare i prezzi per non perdere la quota di mercato: può anche stare dov'è, senza incorrere in menu cost, perché tanto il suo concorrente che, ipoteticamente, volesse fare una politica predatoria e abbassare il prezzo, in tempi rapidi sarebbe sospinto dal drift dell'inflazione al punto di partenza.

Se invece l'inflazione è bassa, le cose non vanno così, ovviamente: in quel caso, se c'è uno shock negativo sui costi, conviene adattare i prezzi abbastanza rapidamente e energicamente, perché se il concorrente fa una politica predatoria, non ci possiamo aspettare che il drift riporti rapidamente il suo prezzo al punto di partenza. La minore velocità della crescita dei prezzi implica che chi si adatta gode di un vantaggio competitivo più a lungo e quindi soffia una quota di mercato consistente a chi non si è voluto adattare.

Questo è il motivo per il quale si osservano asimmetrie negative nel pricing. Non succede mica solo a noi! Le hanno trovate anche altri. Il punto interessante del nostro lavoro è che le asimmetrie nel mercato della benzina sono asimmetriche: quella rispetto al prezzo dei dollari (cambio) è positiva, mentre quella rispetto al prezzo del petrolio è negativa. L'idea che avanziamo è che questo dipende dal fatto che siccome ci hanno gonfiato il cranio con la storia che l'euro era stabile, le sue variazioni, a differenza di quelle del prezzo del barile, non segnalano un cambiamento del contesto inflazionistico. Insomma: quando il barile scende, tutti se ne accorgono, si aspettano rallentamento dell'inflazione, e prendono misure come se l'inflazione fosse bassa - cioè adattano energicamente i prezzi al ribasso. Quando il cambio si apprezza invece no, perché né il consumatore né il produttore vedono alcuna relazione fra cambio e inflazione. "Si sa, l'euro ci ha dato stabilità, signora mia!"

Ecco, solo per dirvi che nel frattempo mi occupo anche di cose così, che poi servono a far capire la differenza fra un economista e un influencer minore - o un economista che si occupa di altre cose, diversamente utili.

Naturalmente il merito di questo piccolo allungamento di CV - mio e di Christian - è soprattutto vostro e del sostegno che date ad a/simmetrie (se lo date. Se non lo date, ma volete darlo, cliccate qui). Senza di esso non ci sarebbe possibile portare avanti questa e altre ricerche, delle quali presto vi parlerò, e che sono un po' più vicine al nostro core business - come direbbe un manager del CONAD!).





Nonlinearity



Alors on vit un spectacle formidable.

Toute cette cavalerie, sabres levés, étendards et trompettes au vent, formée en colonne par division, descendit, d'un même mouvement et comme un seul homme, avec la précision d'un bélier de bronze qui ouvre une brèche, la colline de la Belle-Alliance, s'enfonça dans le fond redoutable où tant d'hommes déjà étaient tombés, y disparut dans la fumée, puis, sortant de cette ombre, reparut de l'autre côté du vallon, toujours compacte et serrée, montant au grand trot, à travers un nuage de mitraille crevant sur elle, l'épouvantable pente de boue du plateau de Mont-Saint-Jean. Ils montaient, graves, menaçants, imperturbables ; dans les intervalles de la mousqueterie et de l'artillerie, on entendait ce piétinement colossal. Étant deux divisions, ils étaient deux colonnes ; la division Wathier avait la droite, la division Delord avait la gauche. On croyait voir de loin s'allonger vers la crête du plateau deux immenses couleuvres d'acier. Cela traversa la bataille comme un prodige.

Rien de semblable ne s'était vu depuis la prise de la grande redoute de la Moskowa par la grosse cavalerie ; Murat y manquait, mais Ney s'y retrouvait. Il semblait que cette masse était devenue monstre et n'eût qu'une âme. Chaque escadron ondulait et se gonflait comme un anneau du polype. On les apercevait à travers une vaste fumée déchirée çà et là. Pêle-mêle de casques, de cris, de sabres, bondissement orageux des croupes des chevaux dans le canon et la fanfare, tumulte discipliné et terrible ; là-dessus les cuirasses, comme les écailles sur l'hydre. Ces récits semblent d'un autre âge. Quelque chose de pareil à cette vision apparaissait sans doute dans les vieilles épopées orphiques racontant les hommes-chevaux, les antiques hippanthropes, ces titans à face humaine et à poitrail équestre dont le galop escalada l'Olympe, horribles, invulnérables, sublimes ; dieux et bêtes.

Bizarre coïncidence numérique, vingt-six bataillons allaient recevoir ces vingt-six escadrons. Derrière la crête du plateau, à l'ombre de la batterie masquée, l'infanterie anglaise, formée en treize carrés, deux bataillons par carré, et sur deux lignes, sept sur la première, six sur la seconde, la crosse à l'épaule, couchant en joue ce qui allait venir, calme, muette, immobile, attendait. Elle ne voyait pas les cuirassiers et les cuirassiers ne la voyaient pas. Elle écoutait monter cette marée d'hommes. Elle entendait le grossissement du bruit des trois mille chevaux, le frappement alternatif et symétrique des sabots au grand trot, le froissement des cuirasses, le cliquetis des sabres, et une sorte de grand souffle farouche. Il y eut un silence redoutable, puis, subitement, une longue file de bras levés brandissant des sabres apparut au-dessus de la crête, et les casques, et les trompettes, et les étendards, et trois mille têtes à moustaches grises criant : vive l'empereur ! toute cette cavalerie déboucha sur le plateau, et ce fut comme l'entrée d'un tremblement de terre.

Tout à coup, chose tragique, à la gauche des Anglais, à notre droite, la tête de la colonne des cuirassiers se cabra avec une clameur effroyable. Parvenus au point culminant de la crête, effrénés, tout à leur furie et à leur course d’extermination sur les carrés et les canons, les cuirassiers venaient d’apercevoir entre eux et les Anglais un fossé, une fosse. C’était le chemin creux d’Ohain.



(...On croyait voir de loin s'allonger vers la crête du plateau deux immenses couleuvres d'acier. Come faccio a dirglielo, a Erick, che Céline non ce la fa, non funziona, non ha la tecnica, non ha lo spessore, non ci arriva... Comunque, voi dormite tranquilli. Come sapete, noi abbiamo vinto. E il povero Pontmercy passerà il suo brutto quarto d'ora, sarà avvicinato da persone che crederà benevole, e invece vogliono solo sfilargli il portafoglio, e poi morirà senza che suo figlio possa capire chi è suo padre. Business as usual, non è di questo che volevo parlarvi, ma di una cosa più importante: la storia è nonlineare. Quindi fatemi questo cazzo di favore: basta parlare di Germagna e Lamerika come fossero due giocatrici di scacchi. Non funziona così. C'è uno chemin creux per tutti. Ah, comunque, visto che che con un prodigio di politica sono riuscito a riconciliare Erick con Arsène, è ufficiale: #famoerpartito. Anzi, fatelo voi, che a me viene da piangere...)

domenica 20 marzo 2016

Swift vs. Salvati uno a zero


(...con un ringraziamento a Giancarlo Casimirri e Lorenzo Buresta...)

Lorenzo Buresta ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Di nuovo la questione tedesca (guest post)":

Dopo aver letto l'ultimo articolo di Salvati sul Corriere, non ce l'ho fatta e ho dovuto proprio suggerirgli una lettura edificante:
'Gentile professore, comprendo molto bene la logica interna delle sue argomentazioni, ma alla luce di 50 anni o più di letteratura economica e alla prova dei fatti, la loro ragionevolezza mi sfugge. In questo momento quindi l'unica cosa che mi viene in mente è dedicarle una lettura di 'A Modest Proposal' di Jonathan Swift. Cordialmente, un insegnante appassionato di letteratura e incidentalmente di studi economici.'

Postato da Lorenzo Buresta in Goofynomics alle 19 marzo 2016 21:59 








(...quello che fa spavento di Salvati non è il suo cinismo, ma la sua incompetenza. Ma di questo parleremo in altra sede, e quando ve l'avrò squadernata vedrete che Salvati fa ridere molto più di Poli, anche se, certo, involontariamente...)

sabato 19 marzo 2016

Di nuovo la questione tedesca (guest post)

(...dal nostro amico Charlie Brown...)



Il dibattito sull'euro ha chiarito un fatto: sia l'unione europea che l'euro hanno radici politiche, non economiche.

La base dell'attuale assetto continentale, imperniato sull'euro, è da ricercare nella ferrea volontà americana di saldare insieme gli stati europei in un amalgama che includesse una Germania industrialmente forte. Una evoluzione dell'idealismo interessato di Wilson ed una soluzione pragmatica a due problemi:

(1) la "questione tedesca", aperta dal 1870. Con due guerre mondiali e l'olocausto sulle spalle si ritenne tale "questione" troppo pericolosa per non essere risolta una volta e per tutte cementando insieme stati di cui non ci si fidava (fu - ahimé? - rigettata l'alternativa del piano Morgenthau: trasformare la Germania in un inoffensivo stato agricolo), e

(2) l'esigenza di creare un blocco di contenimento all'espansione sovietica.

Un fil-rouge di terrore lega quindi Versailles, Yalta, la battaglia del fiume Ch'ongch'on, la dichiarazione Schuman e l'euro.

L'Europa di Ventotene è dunque figlia della paura, una creatura evirata sul nascere per privarla della sua più profonda e vitale essenza: quella di rappresentare una incredibile diversità di culture, a sua volta riflessa in altrettanti stati gloriosamente ed orgogliosamente disomogenei quanto a lingue, tradizioni, strutture economiche e giuridiche, valori.

È, quella di Ventotene, un’Europa in negativo, tenuta insieme dalla duplice paura del passato e del nemico comune, l'Unione Sovietica. Il venire meno della minaccia rossa, vera o supposta che fosse, e lo spostamento ad est del baricentro delle tensioni geopolitiche mondiali, ha fatto venir meno quelle ragioni di realpolitik poste alla base del "progetto europeo". Ciò ha aperto il varco al dominio delle convenienze e delle forze economiche: le economie di scala, la reviviscenza di conglomerati industriali troppo potenti, gli arbitraggi finanziari, ed il mai sopito spirito mercantilistico nord europeo. Come messo in luce con precisione da Alberto, ne sono conseguiti squilibri ed asimmetrie reali così rilevanti da minare il benessere della maggior parte degli stati continentali ed aprire di fatto per la quarta volta la "questione tedesca".

L'auspicio è che gli USA comprendano per tempo che siamo ancora in tempo per arginare (se non risolvere del tutto) in modo non cruento questo nuovo infausto risorgimento della "questione". Si tratta segnatamente di re-introdurre i cambi flessibili nel continente lasciando che gli stessi forniscano automaticamente quella disciplina sociale, e quindi economica, che l'attuale "integrazione politica" europea ("più Europa") rende sempre più remota. È vero che ciò può nuocere a certi programmi di sfruttamento delle economie di scala senza (apparente) rischio politico ed al desiderio squisitamente capitalistico di sempre maggior compressione salariale, e che quindi la soluzione logica è naturalmente invisa al Big Business il quale preferisce l'uovo di oggi alla gallina (forse spennacchiata) di domani. Ma è anche vero che:

1) i meccanismi di disgregazione economica e sociale in Europa sono ormai su autopilota e, con l'euro, quel rischio politico non fa che essere mimetizzato, amplificato, e rinviato quanto a manifestazione: in ultima istanza esso viene inasprito quanto ad effetti nel dies irae;

2) in uno scenario in cui il "Grande Gioco" in Asia Centrale e nel Medio Oriente ha portato la guerra alle soglie dell'Europa, non è più nella convenienza degli USA sacrificare la stabilità sociale nel nostro Continente per Salvare il Soldato Euro (le convenienze del complesso industriale-finanziario germanico e della finanza transalpina);  

3) il fatto che il TPP includa nazioni con valute e sistemi economici così diversi (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Vietnam) dimostra nei fatti che non è per nulla condicio sine qua non per gli USA trovarsi di fronte ad una unione monetaria per stabilire un accordo commerciale regionale significativo.

Diciamocelo: smontare l'euro è cosa pericolosa e delicata vista l'interdipendenza finanziaria tra le economie periferiche (infette da un euro sopravvalutato) e le grandi banche di un centro Europa asimmetricamente drogato da un euro sottovalutato. La catena del marcio è costituita non solo dai possedimenti nordici di titoli di stato periferici ma anche dai "derivati per l'Europa" annidati nel grembo banche nordiche. Poco o nulla si sa di questi strumenti finanziari tossici, eccetto che essi rappresentano una mina inesplosa la quale se lasciata esplodere in modo incontrollato rischia di far deflagrare anche i colossi USA del credito per effetto della interdipendenza sistemica.

Ma il buon senso e la logica dicono che più si aspetta a prendere l'inevitabile decisione di ritornare ai cambi flessibili nel Continente, più le basi reali delle economie periferiche si deterioreranno, e maggiore sarà il danno al sistema finanziario europeo (e quindi mondiale). Serve un medico di campo che non svenga alla vista della gamba incancrenita, ma che prenda la sega ed amputi per evitare che la cancrena si sparga ulteriormente arrivando agli organi vitali.

Forse qualche cosa si muove: le crepe che si intravedono nella compattezza del muro di fanatismo eurista (l’"accordo" con la Turchia che non va, il Divo Draghi ridotto a chiedere lumi sul futuro dell'euro, il disincanto con la prassi del merkeln-speriamo-ke-me-la-caven, l'irrequietezza degli stati est europei, il rigetto dei voltagabbana di Syriza in Grecia, e perfino il miagolio stizzoso del nostro Micio del Consiglio) lasciano qualche flebile speranza nel riscatto del buon senso.




Addendum e commento
Tornando dal mercato della place St. Marc trovo nella posta questo commento di un amico lettore che non interviene (credo) direttamente sul blog:

Poco fa ho letto il suo ultimo post e mi ha colpito una frase. Questa:

L'Europa di Ventotene è dunque figlia della paura, una creatura evirata sul nascere per privarla della sua più profonda e vitale essenza: quella di rappresentare una incredibile diversità di culture, a sua volta riflessa in altrettanti stati gloriosamente ed orgogliosamente disomogenei quanto a lingue, tradizioni, strutture economiche e giuridiche, valori.

Con riferimento al testo selezionato, l’altro ieri ho letto una frase analoga in un libro di Sergio Romano dedicato al Risorgimento italiano in cui descriveva le caratteristiche delle popolazioni italiane degli “staterelli" pre-unitari… Nel libro afferma che proprio le diversità di culture, di tradizioni, di sistemi economici e giuridici, di valori, hanno permesso agli italiani, nei secoli precedenti all’Unità, di divenire i più cosmopoliti d’Europa e quindi di sviluppare anche quelle capacità artistiche, intellettuali e scientifiche che il Regno d'Italia ha poi ereditato… 
Ma, con l’unione politica italiana, si è visto ciò che è successo nei decenni successivi: distruzione economica del Sud (a tutto vantaggio della flotta mercantile inglese nei commerci con il Medio Oriente), emigrazione di massa delle popolazione meridionali, ecc. ecc.

Azzarderei dire che GLI AMERICANI STANNO ALL’UE COME GLI INGLESI STAVANO ALL’UI

Buona giornata
Giovanni

Allora: intanto una questione di metodo. Se dico che il post è di Charlie Brown, significa che non è mio. Io non mi nascondo dietro un dito, come sapete. Se pubblico qualcosa in linea di principio sono d'accordo o comunque lo ritengo fondato. Nel caso della frase che ha colpito il nostro amico, ribadisco che non è mia, e aggiungo "purtroppo" perché la trovo molto centrata e molto bella.

Peraltro, vorrei che ragionassimo insieme sul secondo principio della termodidattica:


NON È BUON MAESTRO CHI NON È SUPERATO DALL'ALLIEVO

So che nella mia professione, caratterizzata da una diffusa invidia penis infra- e intergenerazionale, questo ovvio principio non è facile da interiorizzare, ma il fatto è che Leonardo aveva torto. Non è compito dell'allievo superare il maestro. È compito del maestro farsi superare dall'allievo, cioè porre le basi perché qualcuno prenda il suo testimone  porti avanti la staffetta della conoscenza. Per questo motivo quando leggo frasi come quella che ha colpito Giovanni, o blog come questo, e più in generale i contributi delle tante persone che sono maturate in questa famiglia, sono felice di vedere che tanto lavoro non è stato inutile, che tanti rischi non sono stati corsi invano. Non omnis moriar non solo e non tanto in quello che ho scritto, ma anche e soprattutto in quello che scrivete voi.

Venendo invece al merito della questione, che merita, vorrei sottolinearvi una cosa che ho imparato da Paolo Becchi, e che forse non è giunta alla vostra attenzione.

L'idea espressa da Sergio Romano è fondata in una lunga e consolidatissima tradizione liberale. Non è affatto originale, ma questo non è un rilievo critico, perché dopo quattro milioni di anni di stazione eretta direi che di originale possiamo aspettarci abbastanza poco, ed è spesso proprio la ricerca a tutti i costi dell'originale e del controintuitivo (vedi alla voce invidia penis) a causare i peggiori disastri estetici ed etici. In particolare, nel suo working paper È la fine dell'Europa?, Paolo ricorda (a pag. 2) come per David Hume la compresenza in Europa di giurisdizioni in libera competizione sia stata fonte di progresso, e prende come metafora ed esempio la Grecia classica, politicamente frazionata anche in virtù della sua orografia (ah, la geopolitica!), che proprio per quello, secondo Hume, sarebbe diventata un faro di civiltà (cosa per la quale oggi viene ringraziata come sapete).

Notate che Hume è noto anche per essere stato il primo a descrivere il meccanismo di aggiustamento tramite svalutazione interna - compressione dei salari - caratteristico di un sistema a cambi rigidi (ai suoi tempi, di un sistema monetario basato sull'oro). Era il 1752: dieci anni dopo aver chiarito l'assurdità politica di un impero europeo (al quale a quei tempi non credo nessuno pensasse seriamente: ci volle un altro provinciale, Bonaparte, per arrivare a concepire un aborto simile).

Ne seguono due paradossi. Da un lato è assolutamente normale che certi pensatori che vogliono essere più di sinistra di altri si accaniscano contro la compresenza di stati nazionali. Significa accanirsi contro il pensiero liberale, il che, se non altro, da parte loro è coerente. Dall'altro, procedendo su questa strada i nostri amici progressisti si accaniscono contro la libertà, e questo per dei progressisti è molto meno coerente. Non puoi volere l'euro, e libere elezioni, perché se adotti un regime che schiaccia i redditi della maggioranza, poi devi schiacciare la democrazia. Dopo la Grecia, questa cosa non la capisce solo ed esclusivamente chi è in cattiva fede a vario titolo (perché corrotto, perché ha rendite di posizione da difendere, perché aspira a entrare nel giro di quelli che contano - patologia molto diffusa in certi ambiti rivoluzionari, come certi percorsi individuali dimostrano, a partire da quello di Salvati, ecc.). Quello che agli illuministi era chiaro, cioè che uno stato paneuropeo si sarebbe necessariamente risolto in una compressione delle libertà di tutti, a loro non è chiaro. Se glielo si facesse notare, alcuni di loro obietterebbero che gli illuministi erano dei borghesi. Il che è vero, è un fatto. Affinché questo fatto potesse diventare anche un argomento, occorrerebbe però che certi intellettuali di sinistra fossero dei proletari.

Su quest'ultimo punto non mi risulta che abbiamo evidenze particolarmente compelling.


(...perdonatemi quest'ultimo sberleffo a #branacademy, che, come abbiamo visto, in Italia e anche in Francia tifa deflazione, ed è quindi giusto che di deflazione si estingua, the sooner the better...)