giovedì 12 settembre 2013

Tre brevi di cronaca

(anzi, quattro...)

(preparando il discorso di oggi pomeriggio - ore 17, aula dei gruppi parlamentari della Camera dei deputati, e prima di svolgere qualche breve considerazione su ieri sera...)

Se vi piace l'informazione basata sui fatti (come questa, o questa, o questa, o questa, o questa, o questa, o questa...), se volete sostenere chi vi sta aiutando a unire i puntini, se volete puntare sull'unico progetto di informazione che ha dimostrato di essere realmente in grado di cambiare i termini del dibattito, e quindi di aprire la strada ad una alternativa politica, vi ricordo che avete tre modi per farlo (e due sono gratis).

  1. votate Goofynomics ai Macchia Nera Awards
  2. boicottate e fate boicottare senza pietà le trasmissioni #PUDE (inutile guardarle e poi lamentarsi: i vostri tweet contano, lo capite o no? Vale soprattutto per Lameduck: sei una donna giovane, ma non durerà per sempre: perché perdere tempo davanti alla TV? D'accordo che l'amante del genere si trova sempre, però sono nicchie di mercato...)
  3. sostenete a/simmetrie
  4. partecipate al compleanno del blog (attenzione, i posti si stanno esaurendo in fretta e non siamo più in tempo per cambiare sala, e... occhio, perché il programma non è chiuso e ci saranno delle sorprese. Chi non verrà si morderà le mani, ma saranno anche fatti suoi...)

Una volta chiedevate sempre "che fare? Che fare?". Ora ve lo sto dicendo. E voi, lo state facendo?


(come riconoscere una trasmissione #PUDE? Semplice: sono quelle che invitano cialtroni e mi lasciano parlare un minuto per ora lavorata. Non posso permettermi una produttività così bassa, e nemmeno voi...)

mercoledì 11 settembre 2013

Convergiamo? In tanto tempo forse ci riusciamo...

(canzonetta sull'aria...)

(nel frattempo, vi invito ad aggiungere nomi alla lista che stiamo costruendo nel post precedente...)



Per capire di cosa stiamo parlando, o anzi, di cosa stanno parlando gli aedi del "più Europa".

Ricevo da un amico americano, vicepresidente di una banca del Federal Reserve System (non posso dirvi quale), questi due grafici, di fonte Bureau of Economic Analysis:




Il primo grafico riporta l'indice del reddito pro-capite in termini reali, misurato ponendo uguale a uno la media statunitense. Visto che gli Stati sono tanti, il grafico fa riferimento a macroaree, relativamente omogenee, illustrate dalla cartina. Chi era povero è rimasto povero, chi era ricco è rimasto ricco, a grandi linee, ma comunque, in un sacco di tempo, la differenza fra ricchi e poveri si è ridotta. Un abitante del Sud-Est, per dire, è passato dal guadagnare la metà del reddito medio statunitense, a guadagnare solo il 10% in meno. C'è voluto più o meno un secolo.

Questo è il commento del mio amico, ve lo do testuale, tanto siete uomini di mondo:



Perhaps you will find the charts to be of interest to you with your theses regarding common currency areas.  Convergence in the U.S. took place very slowly over a long period, with most of the convergence taking place only after and during the rise of expanding central government fiscal activities.  In particular, the federal government undertook explicit national infrastructure programs, while the emergence of the national income tax tended to smooth out region-specific shocks ( a mechanism that was wholly un-noticed by the public).

Ecco. La convergenza prende tempo, ed è favorita da politiche fiscali espansive, e naturalmente dall'effetto "cuscinetto" assicurato dal federalismo fiscale, del quale tante volte abbiamo parlato (anche per dire che in Europa è ovviamente improponibile).

E nell'Eurozona?

Il grafico ve l'ho fatto io (tutto gratis, fonte WEO come al solito):




La scala verticale è la stessa che nel caso degli Stati Uniti, per facilitarvi il confronto. Per capire, un greco o un portoghese oggi hanno un reddito pari a metà di quello medio europeo (o poco più). Cioè stanno, rispetto all'Eurozona, dove stava un abitante del Sud Est americano, rispetto alla media americana, un secolo fa. Grande convergenza non se ne vede, la dispersione fra i redditi nazionali rimane più o meno costante, ovvero negli ultimi tre decenni la situazione non è molto cambiata, con un'unica eccezione, quella dell'Irlanda, dove però non mi pare che le cose siano ancora andate del tutto a posto (ma glielo auguriamo). Nota: anche negli Usa dagli anni '80 non si registrano enormi progressi, ma lì il "corridoio" va dal 90% al 120% della media Usa, mentre da noi va dal 50% al 130% della media Eurozona. La dispersione è molto maggiore.

E a proposito di dispersione, per chi sa cos'è, qui c'è lo scarto quadratico medio degli indici riportati nel grafico precedente:



cioè l'indicatore usato per calcolare la cosiddetta "convergenza sigma". Dalla metà degli anni '80 al 1998 la dispersione fra i redditi europei è andata diminuendo in modo più o meno stabile. Insomma, c'era convergenza (anche se nel grafico precedente si vede poco). Dall'entrata nell'euro il processo si arresta, e con la crisi la dispersione fra i redditi dei diversi paesi sale di colpo a livelli mai sperimentati prima.

Mi sembra abbastanza chiaro il perché: se l'amico ci ha appena fatto notare che negli Usa la convergenza ha accelerato in periodi di politiche fiscali espansive, è ovvio che l'austerità usata in risposta alla crisi abbia fatto aumentare la disuguaglianza fra i redditi dei paesi membri dell'Eurozona. Chi era povero (greci, portoghesi...) è diventato più povero. Chi era ricco è diventato più ricco in un unico caso (la Germania), ma sappiamo che questo aumento della media è accompagnato a un enorme aumento della disuguaglianza, che non lascia presagire nulla di buono per la Germania, e quindi per noi.

Forse qualcuno si aspettava che una politica sbagliata potesse avere effetti giusti?





(...chissà cosa ne penserà stasera la corte dei miracoli...)





 

martedì 10 settembre 2013

Smoke sales



(poi se mi date una mano a completare questa lista, magari, ve ne sarei grato. Ricordate, niente fiori, ma opere di bene. Questa potrebbe essere una, e questa un’altra...)


Ricevo da Simone Previti e volentieri pubblico una piccola lista:

(apro e chiudo una parentesi: rileggete la riga sopra. Che c’è scritto? Ricevo da Simone Previti. Simone Previti è lui, non sono io, quindi quello che segue, fino a indicazione del contrario, non l’ho scritto io. Non è per prendere le distanze, anzi! È solo per onestà intellettuale, e anche perché c’è sempre qualcuno che quando ospito post di amici non se ne accorge e poi fa osservazioni strane...)

1999
Algida (Unilever, e naturalmente...; n.b.: impossibile verificare in rete la data dell’acquisizione: mi date una mano?)

2000
Emilio Pucci (Arnault, Francia)
Fiat Ferroviaria (Alstom, Francia)

2001
Bottega Veneta (Francia)
Fendi (Francia)

2003
Peroni (Sudafrica)
Sps Italiana Pack Systems (Usa)

2005
Acciaierie Lucchini (Russia)
Benelli (Cina)

2006
Carapelli Sasso e Bertolli (Spagna)
Galbani (Francia)

2008
Osvaldo Cariboni (Alstom, Francia)

2009
Fiat Avio (divisione Fiat per il settore aerospaziale) (Usa,Inghilterra)

2010
Fastweb (Svizzera, aveva già parte delle azioni dal 2007)
Belfe (Sud Corea)
Lario (Sud Corea)
Boschetti alimentare (confetture) (Francia)

2011
Gancia (Russia)
Fiorucci (salumi) (Spagna)
Parmalat (Lactalis, Francia)
Bulgari (Francia)
Brioni (Francia)
Wind (Russia, prima Egitto)
Edison (Francia)
Mandarina Duck (Sud Corea)
Loquendo (leader nelle tecnologie di riconoscimento vocale) (Usa)
Eridania (zucchero) (Francia)

2012
Star (Spagna) Controlla i marchi RisoChef, Pummarò, Sogni d'Oro, GranRagù Star, Orzo Bimbo ed Olita
Ducati (Germania)
Eskigel (produzione gelati per varie catene di supermercati) (UK)
Valentino (Qatar)
Ferretti (nautica) (Cina)
AR Pelati (pomodori) (Giappone)
Coccinelle (Sud Corea)
Sixty (Cina) Proprietaria dei marchi Miss Sixty e Energie

2013
Richard Ginori (venduta a Gucci, Francese)
Loro Piana (Francia)
Pernigotti (Turchia)
Chianti Gallo Nero Docg (Cina)
Pomellato (Francia)
Scotti Oro (Spagna per il 25%)


Per il discorso acquisizioni bloccate è un po' problematico trovare informazioni, in aiuto mi è arrivata questa pagina di Wikipedia, con un elenco di acquisizioni bloccate. Una in particolare ci riguarda: nel 2006, l'Enel ha cercato di acquisire la Suez, azienda francese operante nel settore energetico. L'operazione è stata però bloccata dal governo francese, il quale, tramite l'intervento diretto del primo ministro Dominique de Villepin, ha portato avanti una controproposta riuscendo a fondere insieme nel 2008 la Suez con la GDF, società, sempre francese, specializzata nella gestione del gas naturale. La cosa simpatica è che l'Unione Europea non vedeva di buon occhio questo stop francese con tanto di intervento governativo, ma evidentemente alla fine qualcuno gli ha fatto cambiare idea...

Nel 2010 la "franceserrima" GDF Suez ha comprato il 70% dell'inglese International Power, acquisendo poi il restante 30% nel 2012. La multinazione è diventata così un colosso da 90 miliardi di fatturato ed è considerata "the world's largest independent power producer" .. nazzzzzionalisti!


(daje Simo’, te la sei meritata la cena ar tavolo co’ Ggiulia. A Pif ce penZa mi fijo, hanno tante cose da dirsi, loro...)

(ah, e comunque una cosa: l’informatica è un’ottima scerta. Per quella sei abbastanza preciso. Per l’economia bisognerebbe da esserlo mooooorto de ppiù... Ma sei ‘n’amico...)









Aggiungo qualche parola, e qui parlo io, io me, er cavajere nero.

Economisti molto preparati (ma forse non in economia internazionale, come spesso capita nel dibattito italiano) hanno sostenuto che dovremmo tenerci l’euro, perché questo, con la sua forza, ci protegge dal rischio di una massiccia acquisizione delle nostre imprese da parte dell’estero. I cosiddetti fire sales. Quindi, come dire, quanto più è costoso l’euro, tanto più noi saremmo protetti dalle incursioni dei capitani di ventura esteri, i quali, dovendo pagare caro l’euro, si guarderebbero bene dall’acquistare le nostre aziende (che poi sono tecnologicamente arretrate e popolate da cialtroni corrotti e improduttivi, una vera metastasi: accipicchia che sòle che si sono presi Unilever, Alstom, Arnault... Se il nostro capitalismo è fatto di piccoli cialtroni, evidentemente quello estero è fatto di grandi fessi!).

Sono di rigore due considerazioni.

Prima considerazione: IDE e conflitto di interessi

La prima è che i colleghi molto preparati fanno benissimo a preoccuparsi: il fatto che l’acquisizione massiccia di aziende italiane da parte estera sia un rischio concreto per il paese viene ammesso, oggi, perfino dall’onorevole Prodi (sul Messaggero del 17 agosto). Sentite cosa dice il decano degli economisti industriali italiani: “Un caso analogo riguarda i consumi di lusso: è vero che essi sono fabbricati in Italia in grande quantità ma molta parte del loro valore aggiunto si dirige verso le imprese straniere che hanno acquistato le nostre aziende e ne incassano perciò i margini commerciali e i profitti, in generale assai superiori ai ricavi che vanno alla produzione.” Fischia! Allora avevo ragione io, o meglio: ha ragione il Manuale della bilancia dei pagamenti, questo sconosciuto, quando mette gli investimenti diretti esteri in entrata al passivo.

E qui apro una parentesi: voi mi direte: ma c’è un espertone, un intellettuale della Magna Grecia, che continua a pontificare dal blog del Fatto Quotidiano che gli investimenti diretti esteri in entrata (afflusso di capitali con finalità di acquisizione di aziende italiane) sono cosa buona e giusta, che ci salveranno, che sono un’attività (asset), e non una passività (liability) nella posizione patrimoniale netta sull’estero del paese (cosa non direbbe un provinciale pur di sembrare originale!). La stessa cosa, del resto, fa il nostro governo: avete presente Saccomanni?

Qualsiasi fenomeno appaia contraddittorio (come ad esempio un economista che ignori la contabilità, o un membro del governo che si proponga di svendere le aziende del proprio paese), si ricompone in un quadro coerente se visto in prospettiva storica.

Leggete questo:

“Le voci "vasso", "vassus" e "vassi" nei secoli X-XI indicavano i domestici, soltanto più tardi indicarono i vassalli, perciò la denominazione "Campus vassorum" indicò un tempo la località dove risiedevano i dipendenti del signore e quindi gli artigiani, i coloni, le famiglie dei funzionari del Castello degli armigeri. Col tempo "campus vassorum" si trasformò in "Campus vassi" e per una certa assonanza: Campobasso, che solo per caso corrisponde alla posizione della città rispetto al castello.”
Ora, vedete, l’economista di Campobasso, guarda caso, è proprio un dipendente di un signore (Goldman Sachs) che dalla svendita del patrimonio italiano ha tanto da guadagnare (pensate solo ai compensi per le varie attività di consulenza e di intermediazione legate a quella cosa non semplicissima che è la vendita di un’azienda). Che un domestico, insomma, o addirittura (titolo onorifico) un maggiordomo del capitale internazionale sia fedele agli interessi del suo signore è cosa commendevole. Verremo scusati, a nostra volta, se noi però difendiamo i nostri, di interessi, quelli del nostro paese, e se a Scacciasestesso preferiamo (beninteso, in termini esclusivamente analitici) il prof. Prodi. Concludiamo con quest’ultimo che sì, la svendita delle nostre aziende è un problema (cosa che stiamo dicendo da qualche tempo, direi da prima di tutti gli altri, ma visto che nessuno ci è stato a sentire questo non credo sia motivo di vanto). E su questo gli economisti molto preparati, lo ribadisco, hanno senz’altro ragione.

Seconda considerazione: l’euro ci protegge?

La seconda considerazione è la seguente. La lista sopra riportata ha l’importanza che ha, cioè zero: è una mera collezione di aneddoti. Certo, osserviamo che le acquisizioni aumentano durante la crisi, ma questo dato ha effettivamente un qualche valore? Potrebbe anche essere solo che Simone ha avuto meno difficoltà a trovare notizie recenti che notizie remote, no?

No.

Le evidenze macroeconomiche ci dicono che le cose stanno esattamente come i dati riportati le lasciano intuire. L’entrata nell’euro prima, e la crisi poi, hanno determinato un’impennata delle acquisizioni di aziende italiane da parte dell’estero. Basta guardarsi le serie storiche, non è che ci voglia molto.

Questa è la serie degli IDE in entrata (i famosi afflussi di capitali) in milioni di dollari:


Due osservazioni: i valori negativi si riferiscono ad anni nei quali gli investitori esteri hanno smobilitato partecipazioni in Italia più di quanto non ne abbiano acquisite. Questo è successo in modo massiccio nel 2008. Ma anche tenendo conto di questa osservazione anomala, il tracciato è piuttosto eloquente. Il flusso medio di IDE in entrata è stato di 2593 milioni di dollari all’anno dal 1979 al 1998, e di 16912 milioni di dollari dal 1999 al 2011.

Qualcuno dirà: be’, però questi sono valori nominali, risentono dell’inflazione. Giusto: allora vediamo il rapporto al Pil:


Il quadro non cambia molto, ma in più si vedono alcuni eloquenti dettagli. Ad esempio, prima dell’euro il picco delle acquisizioni non si è avuto dopo la svalutazione del 1992, come dicono quelli dei fire sales, ma nel 1988, in pieno Sme “credibile”, quando cioè la lira era “forte” perché si manteneva in un rapporto di cambio rigido con l’Ecu, cioè col marco (lo abbiamo raccontato tante volte).

Ooooooops!

C’è qualcosa che non torna nel discorso di quelli che “la valuta forte protegge l’operaio dalla perdita di potere d’acquisto – si è visto come – e anche l’azienda nazionale dalla svendita”. E quello che non torna è sempre la stessa cosa: la mancanza delle basi dell'economia internazionale, e in particolare la scarsa conoscenza della letteratura teorica ed empirica sul commercio internazionale.

Mi spiego: qui c’è gente che continua a credere e a raccontare che l’euro sia stato messo su per rendere la vita facile ai turisti, o alle ditte di import/export. Ma noi sappiamo, e lo si sapeva anche prima, che i vantaggi dell’euro misurati in questa dimensione sarebbero stati irrisori: lo aveva detto lo stesso studio della Commissione Europea! Le transazioni commerciali risentivano (e risentono) del rischio di cambio in modo molto limitato perché i mercati finanziari consentono efficaci coperture a breve da questo rischio (del resto, metà del nostro commercio vi è ancora soggetto, no? E quando il sistema di Bretton Woods crollò non vi fu alcun crollo del commercio mondiale, no? E l’euro non  ha particolarmente spinto il commercio intraeuropeo, come ora tutti sanno, giusto?).

Compagni, rassegnatevi: l’euro che difendete (apertamente, o gesuiticamente, con distinguo vari, dai fire sales alla moneta comune...) è stato fatto per proteggere i movimenti di capitale a medio-lungo termine dal rischio di cambio, cioè per favorire la circolazione indiscriminata dei capitali all’interno dell’Eurozona. L’euro è un pezzo importante (anche se “locale”) del progetto di globalizzazione, che così, a occhio, non mi sembra esattamente una cosa “di sinistra” (per lo meno, non quella basata sul fatto che il capitale vada liberamente dove gli pare a far quello che gli pare in assenza di qualsiasi controllo dello Stato – ah, compagni, scusate se ho detto Stato: sono evidentemente anche un po’ nazionalista...).

Attenzione: come ho detto più volte, questo ovvio dato di fatto non esclude che ci potessero anche essere buone intenzioni e che ci siano magari anche stati sporadici buoni risultati. Ma il punto è che un progetto fatto per favorire la circolazione (cioè i deflussi e gli afflussi) di capitali crea evidentemente, in re ipsa, un ambiente favorevole all’acquisizione di aziende da parte di capitali esteri, e proprio non si vede come sia logicamente possibile sostenere il contrario! Attenzione: ovviamente la cosa vale nei due sensi, si intende: anche noi abbiamo avuto più facilità nell’acquistare aziende estere. Ma qui subentra la mens rea di Bruxelles: chissà perché, quando ci muoviamo noi per acquistare, se tentiamo di farlo nei paesi del Nord, son sassate nei denti (l’episodio citato da Simone è uno dei tanti, gli altri ve li ricordate).
E allora, per favore, basta con questa storia che l’euro ci protegge dai fire sales.

L’euro è i fire sales.

Perché quando acquisti un bene all’estero, i prezzi rilevanti sono due: quello della valuta estera, e quello del bene estero. L’euro, distruggendo la redditività delle aziende italiane (attraverso la chiusura dei mercati di sbocco, attraverso il collasso del mercato interno favorito dalle riforme a base di flessibilità, attraverso mille canali) ha fatto crollare il prezzo delle aziende italiane. Chiaro? Il prezzo delle aziende è crollato molto più di quanto il prezzo della valuta (l’euro) sia aumentato.

E non mi riferisco solo al prezzo di quelle quotate in borsa: mi riferisco anche alle aziende non quotate, che a fronte di cali importanti del fatturato sono ben liete di accettare offerte di liquidazione sottoprezzo.
Un crollo della quotazione di un’azienda del 20% la rende del 20% più conveniente per l’investitore estero ma non aumenta la sua competitività di prezzo e quindi non le dà strumenti per resistere a offerte di acquisizione. Una svalutazione del 20% rende l’azienda più conveniente del 20% per l’investitore estero, ma al contempo rilancia la sua competitività di prezzo, la sua capacità di generare fatturato e profitti, e quindi di resistere. In Italia sta succedendo la prima cosa ma non può succedere la seconda.

Chi vuole l’euro vuole lo sterminio e la vendita a saldo di quello che resta delle nostre aziende. Visto che le aziende sono proprietà dei loro proprietari, che siccome hanno usato per acquistarle dei capitali sono dei capitalisti, se vogliamo pensare che il capitalista è cattivo ed è un nemico del proletario “a prescindere”, la svendita può anche essere vista come una cosa di sinistra, e così può essere visto l’euro.

Possiamo poi illuderci che il capitalista straniero sia necessariamente più bravo di quello italiano e che quindi per difendere il posto di lavoro di chi ce l’ha (magari fottendosene un po’ delle prospettive di chi non ce l’ha) il compito del sindacato debba essere quello di favorire le varie svendite (salvo poi pentirsene quando i lavoratori italiani vengono licenziati e gli stabilimenti chiusi, con il trasferimento in altri lidi di tecnologie e marchi). Mi avete raccontato centinaia di storie simili, e sono venuti qui anche sindacalisti a confessarci il loro disagio a fronte di questa linea, lo ricordate?

Io sarei per una visione lievemente più organica, anche perché, vedete, c’è un dettaglio.

Finché l’Italia usa una moneta straniera (l’euro), se un entità residente in Italia (ad esempio, un’azienda di proprietà estera) deve fare pagamenti all’estero (ad esempio per corrispondere alla casa madre estera dei profitti conseguiti in Italia), prima bisogna che la valuta straniera (l’euro) utilizzata sia entrata in Italia in qualche modo. Chiaro? Il deficit di pagamenti con l’estero determinato dalla necessità di rimpatriare i profitti all’estero deve essere compensato da un surplus da qualche altra parte. E come si corregge il saldo delle partite correnti lo sapete: con l’austerità.

Quindi chi vuole l’euro vuole un lavoratore licenziato dall’investitore che ha acquistato l’azienda italiana (perché questo accade spesso e volentieri), e tartassato, a valle, dallo Stato italiano, perché bisogna fare sacrifici per onorare i vari impegni con l’estero, fra i quali anche quello di remunerare il capitale del capitalista (estero) che ti ha licenziato.

Il danno e la beffa.

Sono sicuro che molti di voi si riconoscono in questa situazione. E quindi, purtroppo, non riusciranno più, come non ci riesco più io, a riconoscersi nella sinistra che in questa situazione li ha messi, ci ha messi. Preciso, a beneficio degli imbecilli, che questa non è una dichiarazione di voto per la destra, ma solo l'auspicio che prima o poi si apra a sinistra una riflessione seria, basata non dico sulla teoria economica, ma almeno sulla contabilità nazionale. Certo però che se partiamo dal presupposto che la contabilità nazionale è di destra perché l'ha usata Keynes che non era marxista non andremo da nessuna parte, o meglio non ci andrete voi...

 

(Certo, per unire questi due puntini bisogna sapere un po’ di economia internazionale, e rinunciare al manicheismo, una religione molto antica, come Belli spesso sottolinea nei suoi sonetti. Oggi la vedo molto praticata nell’Illinois. Attenti, ragazzi: esagerando col manicheismo rischiate di perdere - oltre al lavoro - anche la vista. Anzi, direi che la vista l’avete già persa: continuate ad attaccare chi difende gli interessi dei lavoratori, chi spiega qual è il meccanismo che li opprime. Be’, su, un po’ di invidiuzza vi si può anche perdonare. Però ora basta, eh? Va bene? Ricordatevi di Donald. Donald chi? Appunto...)

lunedì 9 settembre 2013

Riposo





(ho sempre amato questo Lied ma non credo di averlo mai veramente capito fino ad oggi. Sarà un lunghissimo viaggio d'inverno. Ci riposeremo quando saremo morti, cioè nel lungo periodo...)

(mercoledì da Paragone, naturalmente...)


venerdì 6 settembre 2013

Random sentences (3)

(devo smettere di aprire libri a caso, però ammetterete che...)



Il padre Poemen disse: "Non abitare in un luogo nel quale vedi alcuni gelosi di te, altrimenti non progredirai"



(l'avessi letto prima, non avrei mandato un certo articolo a un certo giornale... Dovrò rassegnarmi a traslocare, perché di strada da fare ce n'è, oh, quanta ce n'è...)

(sono in modalità "risposta a padre nobile": uno ve lo presento fra un po', l'altro non sono fatti vostri. Mica ci sono solo i giornalettisti dei quali occuparsi...)

AfD: la parola all'espertone

(scusate, ho cambiato titolo perché il precedente era politicamente scorretto. Faceva riferimento alla figura materna, e mi hanno spiegato che invece bisogna dire genitore 1, o forse genitore 2. Io, come sapete, sono abbastanza amico dell'aritmetica, ma anche abbastanza nemico del metterla dove non c'entra una sega, e quindi ho preferito cambiare, tanto il senso è quello: la rima è sempre in espertone... Che anno difficile...)



Sulla prestigiosa testata Giornalettismo Andrea Mollica, noto commentatore di fatti economici, scrive un articolo di circa 11000 battute per contestare il contenuto dell'articolo di 5200 battute che il Fatto Quotidiano mi aveva chiesto di scrivere circa il ruolo di Alternativa per la Germania.

Il Mollica, nel suo articolo, mi imputa di essere un lettore superficiale e disattento, e anche di essere un mediocre analista, talmente mediocre da non essere nemmeno in grado di fare un errore: avrei fatto, secondo il Mollica, solo un "mezzo errore"! Mannaggia, nemmeno un errore intero son riuscito a fare, che sfiga!

Una critica costruttiva (?), alla quale è giusto rispondere, regalando a lui e alla testata che lo ospita il meritato quarto di minuto di celebrità.

I punti sui quali verte la critica del Mollica son essenzialmente due.


La prima critica del Mollica

Il primo è che, sostenendo che AfD desidera l'espulsione dei paesi del Sud, io avrei male interpretato la posizione di AfD, ovvero, più precisamente, avrei attribuito ad AfD la posizione personale di Lucke, dal momento che AfD non avrebbe al momento una posizione ufficiale in merito.

Questa affermazione del Mollica è ridicola per due motivi, uno di ordine generale e uno di ordine particolare.

Quello generale è abbastanza ovvio: quando un partito fortemente identificato con un leader carismatico a tre mesi dalle elezioni ancora non ha una posizione condivisa, va da sé che per gli elettori (che poi sarebbero quelli che contano) la posizione del partito si identifica con quella del leader carismatico! Lo abbiamo visto anche in Italia, dove come al solito la tragedia si è trasformata in farsa, a mano a mano che si capiva che il leader carismatico di turno (Grillo) a sua volta non aveva una posizione.

Il motivo di ordine particolare è più semplice. Se io ho letto male l'articolo, il Mollica temo non lo abbia letto per nulla. Son cose che capitano nell'ansia da prestazione (sindrome tipicamente giovanile).

Guardate la precisa domanda della Nzz e la precisa risposta di Lucke, riportate dalla traduzione italiana:



Herr Lucke, "Alternative für Deutschland" propone la fine dell'unione monetaria. Questo significa che è la Germania a dover uscire quanto prima dall'Euro, oppure dovrebbero essere i paesi in crisi del sud Europa a farlo?


La nostra proposta prevede che siano i paesi del sud Europa ad uscire dall'Euro e che l'Euro venga mantenuto solo nei paesi del centro. Tale separazione dovrebbe avvenire gradualmente nel corso dei prossimi anni.

Ora, visto che l'intervistatore menziona Alternative, è chiaro che il "noi" di Lucke non è né un plurale majestatis, né un plurale di modestia (talvolta si usa il noi per evitare l'io, il più lurido dei pronomi). Semplicemente, Lucke sta dicendo quello che riporto nel mio articolo e che tutti sanno. Tanto più che subito sotto:


Quindi secondo lei la Germania non dovrebbe decidere in maniera unilaterale di tornare al D-Mark?


No, esattamente il contrario. Noi diciamo chiaramente che non vogliamo un'immediata uscita unilaterale della Germania dalla zona Euro, e soprattutto in assenza di un fondamento giuridico.




Notate che qui l'intervistatore chiede un parere personale, ma la risposta è ancora un noi, ed esprime due concetti: che AfD non vuole un'uscita unilaterale della Germania, e che (in modo a mio avviso molto sensato) vorrebbe comunque che prima venisse definito un quadro giuridico. Questa richiesta, razionale, temo sia politicamente improponibile a livello europeo, ma la condivido: l'idea che uno smantellamento concordato sarebbe meno dannoso di un evento traumatico è ovvia e in quanto tale recepita anche dal Manifesto di Solidarietà Europea. Ma il punto è che AfD non insiste sull'uscita della Germania, ma dei paesi in crisi.

Dove nasce quindi l'equivoco del Mollica (equivoco scusabile con la giovane età e con il desiderio di rettificare "l'economista anti-euro")? Dall'interpretazione superficiale di un'altra risposta, questa:




Anche la posizione ufficiale del partito è quella di non volere un'uscita immediata dall'Euro?

Come partito non abbiamo ancora una posizione ufficiale sul modo concreto in cui gli stati dovranno uscire dall'Euro.


Non so se notate la sfumatura. Qui la domanda non è sul "chi", ma sul "come". Faccio un disegnino per il Mollica: chi? I paesi del Sud. Come? Non si sa, perché non lo sa nessuno, e giustamente (non è affatto uno stupido) Lucke dice che non è certo compito del suo partito decidere le modalità. Quello che una forza politica (ma anche un movimento di opinione, come il nostro) può fare è attivare un dibattito.

Chiara la differenza, Mollica? Guardi, io la scuso, lei è giovane, chissà che scuole, anzi, sQuole, ha fatto, allora le spiego: "chi" è un pronome (e sta per "Piigs"), "come" un avverbio (e sta per "non ne ho la più pallida idea"). Parta da qui, e vedrà che possiamo venirci incontro.

La seconda critica del Mollica

Più sotto, il Mollica contesta la mia idea che il programma di AfD sarebbe espressione di una visione asimmetrica e opportunistica della ripartizione del costo dell'aggiustamento, e questo sulla base del fatto che (vale la pena di citarlo):

Il programma di Alternativa per la Germania però sostiene la necessità di tagliare il debito agli stati che non riescono più a ripagarlo. «Noi sosteniamo che gli Stati schiacciati dal debito in modo ormai senza speranza beneficino di un taglio del debito. »

Troppa grazia S. Antonio! Ai paesi in crisi AfD avrebbe la magnanimità di concedere il default. Appare evidente che ci sono alcuni dettagli che sfuggono al nostro giornalettista. Ve ne dico solo tre, anche se voi li conoscete già, non essendo lettori di giornaletti.

Il primo è che mentre la ridenominazione degli asset nazionali non sarebbe necessariamente considerata un credit event, un default verosimilmente sì, con le rogne che ne conseguono (meno tragiche di quanto si raglia in giro, ma pur sempre tali da richiedere un po' di attenzione).

Il secondo è che mentre un taglio (del debito, dei salari, di qualsiasi cosa) è forzatamente asimmetrico, una ridenominazione con riallineamento è simmetrica. Se io ti "taglio" il debito, è vero che come creditore ricevo meno soldi. Questo sembrerebbe generare una certa simmetria, che però non c'è, perché nel "concedere" l'haircut al contempo sancisco che la colpa è tua, e infatti per "accordarti" il taglio generalmente ti impongo "condizionalità" (cioè, in sintesi, come nota Krugman, in pessima compagnia, distruzione dello Stato sociale), eventualmente fottendomene del fatto che questa condizionalità distruggerà la tua economia e ti impedirà di risarcirmi. Perché non so se lo avete capito (il Mollica temo di no): qui siamo arrivati al punto in cui non interessa nemmeno riprendersi i soldi: interessa prendersi gli Stati. Se invece riallineo la moneta, tanto svaluto io e tanto rivaluti tu. Quindi se esce il paese "forte", tanto più il nuovo marco si rafforza, tanti meno nuovi marchi riceve, a fronte di debiti Piigs che restassero definiti in euro. Questo è l'aspetto "solidale" della proposta del Manifesto. Ma non è quello che ha in mente Lucke.

Infatti (e questo è il terzo dettaglio) Lucke sta ben attento a specificare (nell'intervista a Nzz) che lui comunque vorrebbe mantenere nel Sud l'euro in parallelo accanto alle nuove valute nazionali del Sud (del Sud, capito Mollica? Dove sta la Germania? A Nord! Bravo...), proprio perché così in questi paesi:

i debiti Target dei paesi del sud sarebbero preservati, in quanto il paese resterebbe all'interno dell'Eurosistema.

Chiaro? Ora, cosa sono i debiti Target voi lo sapete, il Mollica forse no, ma il punto è che questi debiti sono il nocciolo del problema (per chi volesse spiegazioni c'è quest'ottimo e sintetico contributo) e che Lucke dice chiaramente che la piattaforma che il suo partito sta elaborando prevede che i debiti Target rimangano in oro-euro, in euro del Nord, insomma, non in euro del Sud svalutati a fronte di una corrispettiva rivalutazione del nuovo marco. Lucke vuole il bimetallismo, inevitabile complemento del non compianto gold standard.

E questa, per il Mollica, sarebbe solidarietà, e sulla base di questa sua comprensione del fenomeno il giovane si sente in dovere di farci la lezioncina.

Qui c'è anche un problema di stile, di senso dell'opportunità, delle proporzioni, dell'estetica, chiamatelo come volete (forse semplicemente buona educazione? Stile?). Mollica, scusa se te lo dico sai, ma un "a noi pare...", un "forse bisognerebbe considerare che...". Cazzo, ti hanno dato 11000 caratteri, a me meno della metà: avevi spazio per concederti qualche sfumatura! Ma invece no, tu ci vai giù bello spavaldo. Eppure ci sono più dettagli fra te e quella notizia che anni fra la mia e la tua data di nascita: qua sopra ne trovi solo alcuni.

E a noi piace ricordarti così.

Concludendo


Di questo modo di fare giornalismo, anzi, come correttamente in questo caso si segnala, giornalettismo, ne abbiamo piene le tasche. Se volete continuare a disinformare fatelo, ma lasciateci in pace. Il mondo è abbastanza grande per me e per te, Mollica. Ignorarmi, me ne rendo conto, è sempre più difficile, ma sempre meno pericoloso che darmi lezioncine fondate, ahimè, sul nulla. Per le critiche costruttive qui c'è sempre stato spazio. Sono cresciuto grazie ai miei lettori. Pensa che con quello che mi ha permesso di capire quanto poco valgano i tuoi commenti ho iniziato litigando. Poi ho capito che aveva ragione lui. Può anche darsi che un giorno capisca che hai ragione tu (il mondo può cambiare), ma la vedo onestamente un po' difficile...

(ragazzo, lasciaci lavorare...)

(e, a proposito, vado a riaccordare, che lo Young col basso di violino non funziona: ci ri-Vallottizziamo...)