(
poi se mi date una
mano a completare questa lista, magari, ve ne sarei grato. Ricordate, niente
fiori, ma opere di bene. Questa potrebbe essere una, e questa un’altra...)
Ricevo da Simone
Previti e volentieri pubblico una piccola lista:
(apro e chiudo una
parentesi: rileggete la riga sopra. Che c’è scritto? Ricevo da Simone Previti.
Simone Previti è lui, non sono io,
quindi quello che segue, fino a indicazione del contrario, non l’ho scritto io.
Non è per prendere le distanze, anzi! È solo per onestà intellettuale, e anche
perché c’è sempre qualcuno che quando ospito post di amici non se ne accorge e
poi fa osservazioni strane...)
1999
Algida (
Unilever,
e
naturalmente...;
n.b.: impossibile verificare in rete la data dell’acquisizione: mi date una
mano?)
2000
Emilio Pucci (Arnault, Francia)
Fiat Ferroviaria (
Alstom,
Francia)
2001
Bottega Veneta (Francia)
Fendi (Francia)
2003
Peroni (Sudafrica)
Sps Italiana Pack Systems (Usa)
2005
Acciaierie Lucchini (Russia)
Benelli (Cina)
2006
Carapelli Sasso e Bertolli (Spagna)
Galbani (Francia)
2008
Osvaldo Cariboni (Alstom, Francia)
2009
Fiat Avio (divisione Fiat per il settore aerospaziale) (Usa,Inghilterra)
2010
Fastweb (Svizzera, aveva già parte delle azioni dal 2007)
Belfe (Sud Corea)
Lario (Sud Corea)
Boschetti alimentare (confetture) (Francia)
2011
Gancia (Russia)
Fiorucci (salumi) (Spagna)
Parmalat (Lactalis, Francia)
Bulgari (Francia)
Brioni (Francia)
Wind (Russia, prima Egitto)
Edison (Francia)
Mandarina Duck (Sud Corea)
Loquendo (leader nelle tecnologie di riconoscimento vocale)
(Usa)
Eridania (zucchero) (Francia)
2012
Star (Spagna) Controlla i marchi RisoChef, Pummarò, Sogni
d'Oro, GranRagù Star, Orzo Bimbo ed Olita
Ducati (Germania)
Eskigel (produzione gelati per varie catene di supermercati)
(UK)
Valentino (Qatar)
Ferretti (nautica) (Cina)
AR Pelati (pomodori) (Giappone)
Coccinelle (Sud Corea)
Sixty (Cina) Proprietaria dei marchi Miss Sixty e Energie
2013
Richard Ginori (venduta a Gucci, Francese)
Loro Piana (Francia)
Pernigotti (Turchia)
Chianti Gallo Nero Docg (Cina)
Pomellato (Francia)
Scotti Oro (Spagna per il 25%)
Per il discorso acquisizioni bloccate è un po' problematico
trovare informazioni, in aiuto mi è arrivata questa pagina di
Wikipedia, con un
elenco di acquisizioni bloccate. Una in particolare ci riguarda: nel 2006,
l'Enel ha cercato di acquisire la Suez, azienda francese operante nel settore
energetico. L'operazione è stata però bloccata dal governo francese, il quale,
tramite l'intervento diretto del primo ministro Dominique de Villepin, ha
portato avanti una controproposta riuscendo a fondere insieme nel 2008 la Suez
con la GDF, società, sempre francese, specializzata nella gestione del gas
naturale. La cosa simpatica è che l'Unione Europea non vedeva di buon occhio
questo stop francese con tanto di intervento governativo, ma evidentemente alla
fine qualcuno gli ha fatto cambiare idea...
Nel 2010 la "franceserrima" GDF Suez ha comprato
il 70% dell'inglese International Power, acquisendo poi il restante 30% nel
2012. La multinazione è diventata così un colosso da 90 miliardi di fatturato
ed è considerata "
the
world's largest independent power producer" .. nazzzzzionalisti!
(
daje Simo’, te la sei meritata la cena
ar tavolo co’ Ggiulia. A Pif ce penZa mi fijo, hanno tante cose da dirsi,
loro...)
(ah, e comunque una
cosa: l’informatica è un’ottima scerta. Per quella sei abbastanza preciso. Per
l’economia bisognerebbe da esserlo mooooorto de ppiù... Ma sei ‘n’amico...)
Economisti molto preparati (ma forse non in economia
internazionale, come spesso capita nel dibattito italiano) hanno sostenuto che
dovremmo tenerci l’euro, perché questo, con la sua forza, ci protegge dal
rischio di una massiccia acquisizione delle nostre imprese da parte dell’estero.
I cosiddetti fire sales. Quindi, come
dire, quanto più è costoso l’euro, tanto più noi saremmo protetti dalle
incursioni dei capitani di ventura esteri, i quali, dovendo pagare caro l’euro,
si guarderebbero bene dall’acquistare le nostre aziende (che poi sono
tecnologicamente arretrate e popolate da cialtroni corrotti e improduttivi, una
vera metastasi: accipicchia che sòle che si sono presi Unilever, Alstom,
Arnault... Se il nostro capitalismo è
fatto di piccoli cialtroni, evidentemente quello estero è fatto di grandi fessi!).
Sono di rigore due considerazioni.
Prima considerazione:
IDE e conflitto di interessi
La prima è che i
colleghi molto preparati fanno benissimo a
preoccuparsi: il fatto che l’acquisizione massiccia di aziende italiane da
parte estera sia un rischio concreto per il paese viene ammesso, oggi, perfino dall’onorevole
Prodi (sul Messaggero
del 17 agosto). Sentite cosa dice il decano degli economisti
industriali italiani: “Un caso analogo riguarda i consumi di lusso: è vero che
essi sono fabbricati in Italia in grande quantità ma molta parte del loro
valore aggiunto si dirige verso le imprese straniere che hanno
acquistato le nostre aziende e ne incassano perciò i
margini commerciali e i profitti, in generale assai superiori ai ricavi che
vanno alla produzione.” Fischia! Allora avevo ragione io, o meglio: ha ragione
il
Manuale
della bilancia dei pagamenti, questo sconosciuto, quando mette gli
investimenti diretti esteri in entrata al passivo.
E qui apro una parentesi: voi mi direte: ma c’è
un espertone,
un intellettuale della Magna Grecia, che continua a pontificare dal blog del Fatto
Quotidiano che gli investimenti diretti esteri in entrata (afflusso di capitali
con finalità di acquisizione di aziende italiane) sono cosa buona e giusta, che
ci salveranno, che sono un’attività (
asset),
e non una passività (
liability) nella
posizione patrimoniale netta sull’estero del paese (cosa non direbbe un
provinciale pur di sembrare originale!). La stessa cosa, del resto, fa il
nostro governo:
avete
presente Saccomanni?
Qualsiasi fenomeno appaia contraddittorio (come ad esempio
un economista che ignori la contabilità, o un membro del governo che si
proponga di svendere le aziende del proprio paese), si ricompone in un quadro
coerente se visto in prospettiva storica.
Leggete questo:
“Le voci "vasso", "vassus" e
"vassi" nei secoli X-XI indicavano i domestici, soltanto più tardi
indicarono i vassalli, perciò la denominazione "Campus vassorum"
indicò un tempo la località dove risiedevano i dipendenti del signore e quindi
gli artigiani, i coloni, le famiglie dei funzionari del Castello degli
armigeri. Col tempo "campus vassorum" si trasformò in "Campus
vassi" e per una certa assonanza: Campobasso, che solo per caso
corrisponde alla posizione della città rispetto al castello.”
Ora, vedete, l’economista di Campobasso, guarda caso, è proprio un
dipendente di un signore (Goldman Sachs) che dalla svendita del
patrimonio italiano ha tanto da guadagnare (pensate solo ai compensi per le
varie attività di consulenza e di intermediazione legate a quella cosa non
semplicissima che è la vendita di un’azienda). Che un domestico, insomma, o
addirittura (titolo onorifico) un maggiordomo del capitale internazionale sia
fedele agli interessi del suo signore è cosa commendevole. Verremo scusati, a
nostra volta, se noi però difendiamo i nostri, di interessi, quelli del nostro
paese, e se a Scacciasestesso preferiamo (beninteso, in termini esclusivamente analitici) il prof. Prodi. Concludiamo con quest’ultimo
che sì, la svendita delle nostre aziende è un problema (cosa che stiamo dicendo
da qualche tempo, direi da
prima
di tutti gli altri, ma visto che nessuno ci è stato a sentire questo non
credo sia motivo di vanto). E su questo gli economisti molto preparati, lo ribadisco, hanno senz’altro ragione.
Seconda
considerazione: l’euro ci protegge?
La seconda considerazione è la seguente. La lista sopra
riportata ha l’importanza che ha, cioè zero: è una mera collezione di aneddoti.
Certo, osserviamo che le acquisizioni aumentano durante la crisi, ma questo
dato ha effettivamente un qualche valore? Potrebbe anche essere solo che Simone
ha avuto meno difficoltà a trovare notizie recenti che notizie remote, no?
No.
Le evidenze macroeconomiche ci dicono che le cose stanno
esattamente come i dati riportati le lasciano intuire. L’entrata nell’euro
prima, e la crisi poi, hanno determinato un’impennata delle acquisizioni di
aziende italiane da parte dell’estero. Basta guardarsi le serie storiche, non è
che ci voglia molto.
Questa è la serie degli IDE in entrata (i famosi afflussi di
capitali) in milioni di dollari:
Due osservazioni: i valori negativi si riferiscono ad anni
nei quali gli investitori esteri hanno smobilitato partecipazioni in Italia più
di quanto non ne abbiano acquisite. Questo è successo in modo massiccio nel
2008. Ma anche tenendo conto di questa osservazione anomala, il tracciato è
piuttosto eloquente. Il flusso medio di IDE in entrata è stato di 2593 milioni
di dollari all’anno dal 1979 al 1998, e di 16912 milioni di dollari dal 1999 al
2011.
Qualcuno dirà: be’, però questi sono valori nominali, risentono dell’inflazione.
Giusto: allora vediamo il rapporto al Pil:
Il quadro non cambia molto, ma in più si vedono alcuni eloquenti
dettagli. Ad esempio, prima dell’euro il picco delle acquisizioni non si è
avuto dopo la svalutazione del 1992, come dicono quelli dei
fire sales, ma nel 1988, in pieno Sme “credibile”,
quando cioè la lira era “forte” perché si manteneva in un rapporto di cambio
rigido con l’Ecu, cioè col marco (
lo
abbiamo raccontato tante volte).
Ooooooops!
C’è qualcosa che non torna nel discorso di quelli che “la
valuta forte protegge l’operaio dalla perdita di potere d’acquisto –
si
è visto come – e anche l’azienda nazionale dalla svendita”. E quello che
non torna è sempre la stessa cosa: la mancanza delle basi dell'economia internazionale, e in particolare la scarsa conoscenza della letteratura teorica ed empirica sul commercio internazionale.
Mi spiego: qui c’è gente che continua a credere e a raccontare che l’euro
sia stato messo su per rendere la vita facile ai turisti, o alle ditte di
import/export. Ma noi sappiamo, e lo si sapeva anche prima, che i vantaggi
dell’euro misurati in questa dimensione sarebbero stati irrisori: lo aveva
detto lo stesso
studio
della Commissione Europea! Le transazioni commerciali risentivano (e
risentono) del rischio di cambio in modo molto limitato perché i mercati
finanziari consentono efficaci coperture a breve da questo rischio (del resto,
metà del nostro commercio vi è ancora soggetto, no? E quando il sistema di
Bretton Woods crollò non vi fu alcun crollo del commercio mondiale, no? E
l’euro non ha particolarmente spinto il commercio
intraeuropeo, come ora tutti sanno, giusto?).
Compagni,
rassegnatevi: l’euro che difendete (apertamente, o gesuiticamente, con
distinguo vari, dai fire sales alla
moneta comune...) è stato fatto per proteggere i movimenti di capitale a
medio-lungo termine dal rischio di cambio, cioè per favorire la circolazione
indiscriminata dei capitali all’interno dell’Eurozona. L’euro è un pezzo
importante (anche se “locale”) del progetto di globalizzazione, che così, a
occhio, non mi sembra esattamente una cosa “di sinistra” (per lo meno, non
quella basata sul fatto che il capitale vada liberamente dove gli pare a far
quello che gli pare in assenza di qualsiasi controllo dello Stato – ah,
compagni, scusate se ho detto Stato: sono evidentemente anche un po’
nazionalista...).
Attenzione: come
ho detto più volte, questo ovvio dato di fatto non esclude che ci potessero
anche essere buone intenzioni e che ci siano magari anche stati sporadici buoni
risultati. Ma il punto è che un progetto
fatto per favorire la circolazione (cioè i deflussi e gli afflussi) di capitali
crea evidentemente, in re ipsa, un
ambiente favorevole all’acquisizione di aziende da parte di capitali esteri, e
proprio non si vede come sia logicamente possibile sostenere il contrario!
Attenzione: ovviamente la cosa vale nei due sensi, si intende: anche noi
abbiamo avuto più facilità nell’acquistare aziende estere. Ma qui subentra la mens rea di Bruxelles: chissà perché, quando
ci muoviamo noi per acquistare, se tentiamo di farlo nei paesi del Nord, son
sassate nei denti (l’episodio citato da Simone è uno dei tanti, gli altri ve li
ricordate).
E allora, per favore, basta con questa storia che l’euro ci
protegge dai fire sales.
L’euro è i fire sales.
Perché quando acquisti un bene all’estero, i prezzi rilevanti
sono due: quello della valuta estera, e quello del bene estero. L’euro,
distruggendo la redditività delle aziende italiane (attraverso la chiusura dei
mercati di sbocco, attraverso il collasso del mercato interno favorito dalle
riforme
a base di flessibilità, attraverso mille canali) ha fatto crollare il
prezzo delle aziende italiane. Chiaro? Il prezzo delle aziende è crollato molto
più di quanto il prezzo della valuta (l’euro) sia aumentato.
E non mi riferisco solo al prezzo di quelle quotate in
borsa: mi riferisco anche alle aziende non quotate, che a fronte di cali
importanti del fatturato sono ben liete di accettare offerte di liquidazione sottoprezzo.
Un crollo della
quotazione di un’azienda del 20% la rende del 20% più conveniente per l’investitore
estero ma non aumenta la sua competitività di prezzo e quindi non le dà
strumenti per resistere a offerte di acquisizione. Una svalutazione del 20%
rende l’azienda più conveniente del 20% per l’investitore estero, ma al
contempo rilancia la sua competitività di prezzo, la sua capacità di generare
fatturato e profitti, e quindi di resistere. In Italia sta succedendo la prima
cosa ma non può succedere la seconda.
Chi vuole l’euro vuole lo sterminio e la vendita a saldo di
quello che resta delle nostre aziende. Visto che le aziende sono proprietà dei
loro proprietari, che siccome hanno usato per acquistarle dei capitali sono dei
capitalisti, se vogliamo pensare che il
capitalista è cattivo ed è un nemico del proletario “a prescindere”, la svendita
può anche essere vista come una cosa di sinistra, e così può essere visto l’euro.
Possiamo poi illuderci che il capitalista straniero sia
necessariamente più bravo di quello italiano e che quindi per difendere il
posto di lavoro di chi ce l’ha (magari fottendosene un po’ delle prospettive di
chi non ce l’ha) il compito del sindacato debba essere quello di favorire le
varie svendite (salvo poi pentirsene quando i lavoratori italiani vengono
licenziati e gli stabilimenti chiusi, con il trasferimento in altri lidi di
tecnologie e marchi). Mi avete raccontato centinaia di storie simili, e sono
venuti qui anche sindacalisti a confessarci il loro disagio a fronte di questa
linea, lo ricordate?
Io sarei per una visione lievemente più organica, anche
perché, vedete, c’è un dettaglio.
Finché l’Italia usa una moneta straniera (l’euro), se un entità
residente in Italia (ad esempio, un’azienda di proprietà estera) deve fare
pagamenti all’estero (ad esempio per corrispondere alla casa madre estera dei
profitti conseguiti in Italia), prima bisogna che la valuta straniera (l’euro)
utilizzata sia entrata in Italia in qualche modo. Chiaro? Il deficit di
pagamenti con l’estero determinato dalla necessità di rimpatriare i profitti
all’estero deve essere compensato da un surplus da qualche altra parte. E come
si corregge il saldo delle partite correnti lo sapete:
con
l’austerità.
Quindi chi vuole l’euro
vuole un lavoratore licenziato dall’investitore che ha acquistato l’azienda italiana
(perché questo accade spesso e volentieri), e tartassato, a valle, dallo Stato
italiano, perché bisogna fare sacrifici per onorare i vari impegni con l’estero,
fra i quali anche quello di remunerare il capitale del capitalista (estero)
che ti ha licenziato.
Il danno e la beffa.
Sono sicuro che molti di voi si
riconoscono in questa situazione. E quindi, purtroppo, non riusciranno più,
come non ci riesco più io, a riconoscersi nella sinistra che in questa
situazione li ha messi, ci ha messi. Preciso, a beneficio degli imbecilli, che questa
non è una dichiarazione di voto per la destra, ma solo l'auspicio che prima o poi si apra a sinistra una riflessione seria, basata non dico sulla teoria economica, ma almeno sulla contabilità nazionale. Certo però che se partiamo dal presupposto che la contabilità nazionale è di destra perché l'ha usata Keynes che non era marxista non andremo da nessuna parte, o meglio non ci andrete voi...
(Certo, per unire
questi due puntini bisogna sapere un po’ di economia internazionale, e rinunciare
al manicheismo, una religione molto antica, come Belli spesso sottolinea nei
suoi sonetti. Oggi la vedo molto praticata nell’Illinois. Attenti, ragazzi:
esagerando col manicheismo rischiate di perdere - oltre al lavoro - anche la
vista. Anzi, direi che la vista l’avete già persa: continuate ad attaccare chi
difende gli interessi dei lavoratori, chi spiega qual è il meccanismo che li
opprime. Be’, su, un po’ di invidiuzza vi si può anche perdonare. Però ora
basta, eh? Va bene? Ricordatevi di Donald. Donald chi? Appunto...)