...ma non ha allievi.
Al termine di una giornata tecnicamente molto faticosa, quella in cui abbiamo redatto la fatidica lista dei "segnalati" alla legge di bilancio (ne abbiamo parlato qui), fra mille e uno sclero in cui evito di addentrarmi, sia per rispetto dei ruoli istituzionali, che per rispetto del vostro tempo (ma sarebbe anche divertente intrattenersi a descrivere le mille astuzie degli avversari e le diecimila degli alleati), vorrei riprendere con voi il filo del discorso, perché intuisco che ce n'è bisogno. Voi direte: quale discorso? Qui si è parlato delle cose più disparate: della pittura di El Greco, delle tattiche militari medioevali, di Rabelais, Proust, Tolstoj, Dostoevskij, e altri minori, e naturalmente siccome si è parlato di letteratura, si è parlato anche di giornalismo, e siccome si è parlato di giornalismo si è parlato di conflitti di interessi, ma si è parlato anche di politica, sia nella sua dimensione più concreta, quella delle tecniche parlamentari, che in quella più astratta, la fantapolitica (e se non del tutto giusto, quasi niente era sbagliato); si è parlato anche di processi stocastici, di sostenibilità del debito pubblico, di teorema di Balassa-Samuelson, di bilancia dei pagamenti, di saldi settoriali, e quindi di Francia, ma anche di Spagna, ma anche di Slovenia, e via discorrendo, e poi si è parlato di retorica musicale (un po' in fondo, ma se n'è parlato...), di referendum, di montagna: insomma, di tante cose.
Mi rendo conto quindi che possa essere difficile trovare un filo in questo discorso tumultuoso e apparentemente sconnesso. Eppure, un filo deve esserci stato, in questo profluvio di mie e vostre parole, altrimenti ci saremmo tutti persi per strada (e invece si è perso solo qualcuno).
Il filo è presto trovato, ed è nel post zero, quello che non uscì qui, ma sul Manifesto: era l'indignazione verso l'atteggiamento di oligarchico disprezzo verso il popolo (in particolare, quello italiano) di una certa sinistra, era la constatazione di quale sbalorditiva mancanza di empatia, di compassione, sorreggesse una certa visione politica, quella che qui abbiamo sempre criticato e sempre criticheremo, era, in buona sostanza, l'amore per i penultimi, dato che gli ultimi, come sappiamo, sono appannaggio de iBuoni, che però non si fermano mai a parlare con loro, altrimenti imparerebbero qualcosa...
Ora, c'è una cosa che dovrebbe stupirmi, ma non credo riesca a farlo, del percorso che abbiamo fatto insieme, e cerco di illustrarvela partendo da una constatazione: il dibattito che oggi tanto vi interessa, e che mi guardo bene dal nominare, per il semplice motivo che siamo in un regime e non voglio far tirare giù questo blog (regolatevi anche nei commenti), altro non è che una pallida ripetizione del Dibattito che qui si è svolto per quasi un decennio.
Potrebbe venire da pensare che il dibattito attuale esista anche perché nel Dibattito precedente siamo stati sconfitti, come ci ha ricordato con affascinante veemenza Nello Preterossi al #goofy10, ma non sarebbe del tutto esatto. Mi sembra indubitabile che non abbiamo (ancora) vinto, ma, come ho cercato di spiegare qui, in tanti anni dovremmo aver imparato a diffidare dei miti irenici gemelli, quello dell'età dell'oro e quello dell'apocalisse. Non c'è mai stato un periodo privo di conflitti, e non ci sarà mai una disclosure della verità rivelata (quale?) che ricomponga i conflitti attuali e futuri. La vita è lotta nel piccolo, anzi, nel piccolissimo (non siamo tutti diventati esperti di anticorpi?) come nel grande, anzi, nel grandissimo. Disponiamoci quindi serenamente a una vita di conflitto, ricordando che se esistessero sconfitte (e quindi vittorie) definitive la storia sarebbe finita nel quarto capitolo della Genesi: consurrexit Cain adversus Abel fratrem suum et interfecit eum.
La verità è che le dinamiche cui assistiamo oggi nel nostro Paese, e più in generale nell'Unione cui apparteniamo, sono, in vario grado, comuni alla maggior parte dei Paesi dell'orbe terraqueo (con alcune felici, mitiche eccezioni quali la Svezia... di cui qui ci siamo occupati per altri motivi, che forse sono lo stesso motivo). E visto che un po' ovunque i termini del dibattito attuale sono gli stessi, quand'anche noi avessimo (già) vinto, e fossimo quindi (già) dotati di una maggiore autodeterminazione, dubito che saremmo in grado di gestire la situazione in modo più razionale o meno irrazionale.
Torno quindi al punto: il dibattito di oggi altro non è che una pallida ripresa del Dibattito, un eterno ritorno dell'uguale. Sono tutte cose che abbiamo già visto: abbiamo già visto la scienza, quella vera, proporre e argomentare inascoltata tesi interiormente coerenti e intimamente consonanti con il buonsenso e con la nostra esperienza diretta; abbiamo visto questa scienza conculcata su media dalla sua cugina puttana, Lascienza, con argomenti totalmente sconclusionati, fragili, labili, contraddittori; abbiamo visto i sullodati media vilipendere (o in un caso, il mio, tentare senza riuscirci di vilipendere) intellettuali portatori di visioni scientificamente fondate, e li abbiamo visti, questi media, alterare tendenziosamente i dati statistici per occultare verità scientifiche a vantaggio di messaggi propagandistici; abbiamo visto denigrare le vittime, così come, simmetricamente, abbiamo visto esaltare i carnefici.
Tutto già visto.
La cosa che dovrebbe stupirmi, ma purtroppo non riesce a stupirmi, è quindi: perché voi, che siete qui, che avete avuto l'opportunità di veder già accadere tutto questo tante e tante volte, che avete avuto il privilegio di prendere prima degli altri coscienza dell'ordine di grandezza di certi problemi, ora vi stupite di quanto sta accadendo? E perché non riuscite a gestire il dibattito, avendo partecipato al Dibattito?
Che si stupisca qualche cotonata giornalista di provincia, giungendo oggi all'inaspettata conclusione cui Balzac era giunto un paio di secoli fa (ovvero, che la stampa orienta il dibattito compiacendo i grandi interessi economici) ci può anche stare: ognuno ha i suoi tempi e non tutti hanno gli stessi libri senza figure in giro per casa. Ma che voi, proprio voi, cui ho dedicato ore e ore del mio tempo, di cui ho raccolto e ricambiato le confidenze più intime e dolorose, che ho cercato di sorreggere con l'esempio e con la parola nei tanti momenti difficili che abbiamo attraversato da quando ci siamo conosciuti, che proprio voi non riusciate a orientarvi, ecco: questo dovrebbe stupirmi, ma in fondo non mi stupisce.
Ho ormai capito che la forza del messaggio di questo blog sta, come dialettica vuole, nella sua debolezza. Per arrivare ai vostri 1300 grammi di cervello spesso sono passato dai vostri 300 grammi di cuore, e in tanti casi il messaggio è rimasto ingolfato lì, fra un atrio e un ventricolo, senza riuscire a perforare la vostra riverita dura madre. Capita. Probabilmente vi siete accontentati della vostra percezione istintiva, quella di avere di fronte una persona che, in effetti, aveva più da perdere che da guadagnare a esporsi come si stava esponendo, che aveva un interesse genuino e sincero a far crescere consapevolezza e coinvolgimento, perché credeva sinceramente nella democrazia. Mi sembra sufficientemente ovvio che chi arriva ora qui, partendo dal presupposto di avere davanti "er senatore d'a a Lega", non sia minimamente in grado di rendersi conto di queste dinamiche: ma di chi vive di preconcetti non devo occuparmi io, bastano i giornali. Io devo occuparmi di voi, di voi che nella maggior parte dei casi avete preferito fidarvi di me piuttosto che capirmi, per il semplice motivo che fidarsi era l'opzione meno faticosa. Paradossalmente, vi siete fidati di me proprio perché avete visto che io desideravo che capiste e ve lo dimostravo cercando di guidarvi attraverso gli argomenti tecnici più impervi. In fondo, vi siete affezionati a questo blog anche perché i suoi post tecnici vi offrivano gratis quel bene tanto prezioso, così prezioso che le migliori università lo mettono in vendita a caro prezzo: l'appagante (tanto più quanto più infondata) sensazione di aver capito tutto!
Ora, però, avete dieci anni, e un po' di capacità di astrazione credo vi possa essere chiesta.
Vorrei allora attirare io, visto che voi da soli non ci riuscite, su due lezioni che dovreste aver tratto dal Dibattito.
La prima è che la Verità, e in particolare quella sua declinazione ammantata di oggettività spesso posticcia che va sotto il nome di "i Dati", non è di alcun aiuto in un dibattito. Quello che governa le sorti dei dibattiti, piaccia o no, non è "la Verità", ma sono i rapporti di forza. Ne consegue, in particolare, che la Verità che avete in tasca voi non vi serve proprio a nulla, atteso che voi siete una minoranza soccombente.
Qui abbiamo riportato tutti tuttissimi i dati del Dibattito, quelli che vengono oggi riscoperti dagli economisti "bravi" con i consueti quattro o cinque anni di ritardo. A che cosa ci è servito? Perché non ci pensate un attimo su? Certe verità si affermano quando è il momento, arrivare prima è più un limite che un vantaggio, occorre molta pazienza e molta determinazione. Questo non significa esortare al cialtronismo metodologico o al relativismo culturale. Tutt'altro! Approfondire l'analisi, alla luce del Dubbio, è sempre un'operazione opportuna di igiene mentale e spirituale che qui vi ho insegnato a compiere e insieme abbiamo compiuto decine e decine di volte. Significa però che esultare perché il Chattanooga Journal of Clinical Fuffology ha pubblicato lo studio definitivo ("ma come, Alberto? Non ci credi? Qui ci sono le prove! Questo lavoro è una bomba, è de-fi-ni-ti-vo!"), che come lo scudo di Perseo lascerà medusés i vostri avversari, ecco, questo sinceramente potreste risparmiarvelo e dovreste risparmiarmelo, così come vi pregherei di evitare di intasarmi il telefonino (e le gonadi) con i soliti grafici delle solite curve che dimostrano... ecco, appunto: che dimostrano?
Tenete per voi i vostri fottuti pdf: se è roba buona, mi è già arrivata da altri (da Ioannidis in giù), e se è letame ne posso fare a meno: non ho rose da concimare. Quante volte vi ho visto, nel mio campo di indagine scientifica, esaltarvi per articoli di "scienziati" inesistenti? Per quale motivo adesso dovrebbe essere diverso? Il confirmation bias scorre potente in voi, cari amici, e credo sia giunto il momento di scrollarselo di dosso.
Vengo ora alla seconda lezione che il Dibattito dovrebbe avervi appreso: uniti si perde.
Se io sono sopravvissuto, mentre tanti cari amici si sono persi (grazie a Dio) per strada, non è solo perché sono nato a Firenze, parlo qualche lingua incluso l'italiano (vedi alla voce: Firenze), suono un paio di strumenti e ho un h-index dignitoso per il mio ruolo e il mio settore scientifico-disciplinare. Credo sia anche perché il mio orecchio musicale mi ha messo in guardia dalle cattive compagnie. Vi ricordate, vero, quanta gente che "la pensava come noi", quanta gente che "Alberto, non devi essere divisivo perché queste è una battaglia trasversale", quanta gente che "famo er comitato de libberazzione nazzionale", mi esortava a non essere divisivo? Eppure, in questi bei ragionamenti, che apparentemente collimano con quanto vi dicevo sopra (i rapporti di forza, la forza dei numeri) c'era qualcosa che non mi tornava.
Io mi ricordavo che c'era un tipo, un blogger del primo secolo dopo se stesso, CEO di un'azienda che macina consensi e profitti da due millenni, che vedeva il tema del proselitismo in un modo un po' diverso: non veni pacem mittere sed gladium.
Ora, per carità: spero sia chiaro che non mi sto avventurando in un confronto blasfemo! Sto solo cercando di riflettere, e invitarvi a riflettere, sulla Parola (quella vera). Forse la "divisività" ha un suo valore che gli "inclusivi" non capiscono, e questa riflessione meriterebbe di essere sviluppata. Ma non facciamola difficile e atteniamoci semplicemente alla storia del Dibattito. Vi ricordate di quando presi le distanze da Donald? Era qui. Vi ricordate di quando presi le distanze dagli ortotteri? Era qui. E vi ricordate come è andata a finire? Siete proprio sicuri che la nostra causa comune avrebbe tratto beneficio da una simile compagnia? E non vi vergognate un pochino per avermi tanto esortato a restare in buoni rapporti con quelli che si sono rivelati decisivi, e se ne sono vantati?
Non so se io avessi ragione a prendere le distanze: sicuramente avevate torto voi a rimproverarmi di essere divisivo. Se non lo fossi stato, non sarei qui. E siccome ho intenzione di esserci anche fra dieci anni, non ho alcuna intenzione di cambiare un metodo che finora ha funzionato.
Perché c'è una cosa che riconcilia l'apparente contraddizione fra la mia serena obbedienza ai rapporti di forza e la mia totale noncuranza verso posizioni che spezzano il fronte "comune", ed è questa: da che parte si sta è meno importante del perché ci si sta, o, se volete, come cerco (invano) di farvi capire, il motivo per cui si acquista (o si crede di acquistare) consapevolezza non è irrilevante. Detta ancora in un altro modo: il fatto che uno la pensi "come noi" non è tanto importante quanto il perché la pensa come noi. Il collante ideologico che lega un gruppo di persone, la nitidezza della loro visione, conta quanto e più della loro massa critica. Con tutto il bene che posso voler loro, e con tutta la vera e profonda solidarietà umana, con la comprensione anche scientifica delle loro ragioni, e con la ferma determinazione di tutelare i loro diritti nel modo che mi sembrerà più efficace e che non necessariamente sarà quello che i Soloni da tastiera verranno a suggerirmi, mi permetto di dirvi qui quello che vedo da qualche mese e che voi vedrete fra qualche anno: con quelli che si svegliano perché arriva l'aghetto sul braccino non si farà molta strada. Banalmente, quando questa vicenda finirà (e nonostante tutta la buona volontà per tenerla in piedi sconfiggerla i precedenti ci insegnano che ormai siamo agli sgoccioli), quando l'aghetto si sperderà nel pagliaio della storia, tutti i fieri oppositori del grande complottone globale, tutti i profeti dell'Aggendaaah, torneranno a farsi i fatti propri, tutta la dolorosa e indignata protesta contro questa insanabile "rottura" di sistema svaporerà, tutti questi accorati appelli al presidio permanente sfumeranno, lasciando solo un po' di morchia antipolitica di cui qualcuno si approprierà. E quindi, scusatemi, ma continuo a pensarla come l'ho sempre pensata e come vi ho già detto di pensarla: la minaccia esistenziale è un collante molto labile per la costruzione di una coscienza di classe, e se anche non fosse labile, dobbiamo ricordarci che la gestione delle emozioni è in mano al potere, non a noi. Se un intellettuale evoca paure, è un terrorista o un cattivo maestro. Se lo fa un telegiornale, è informazione. A questo gioco saremo sempre perdenti, su questo campo di battaglia siamo svantaggiati, ed è quindi interesse nostro sottrarcene, sceglierne un altro, e soprattutto scegliere bene gli alleati.
"Sì, vabbè, però non puoi essere divisivo!"
Ecco, appunto: buonanotte!
(...il mucchio di lettere di quelli che mi hanno scritto dopo che avevo ragione prima è alto quanto un fascicolo di emendamenti della legge di bilancio. Non significa che dobbiate darmi ragione subito: mi diverto di più quando mi date torto. Ma non pubblicherò alcun commento che contenga parole sanitarie, semplicemente perché, come vi ho già detto, voi regolatevi come credete, ma io non voglio farmi tirare giù. Ri-buonanotte!...)