Ginevra Cerrina Feroni, costituzionalista a voi nota, si è fatta venire qualche dubbio sul Dubbio a proposito di quanto il Governo abbia rispettato le prerogative delle Camere, così come stabilite dalla L. 234/2012 ("Norme generali sulla partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea") durante l'affaire MES (che non è ancora concluso), e più in generale di come queste prerogative possano essere esercitate e tutelate.
La risposta breve alla domanda su come tutelarle è ovvia (e altrettanto ovviamente nota a Cerrina Feroni): col voto di fiducia.
Infatti, è così che sono andate le cose, come vi ho spiegato, con gli esiti, perfettamente legittimi, che state sperimentando (il periclitante governo Pinocchio). In altri termini, una violazione di questa legge pone un problema politico, o se volete, di converso, mancando strumenti che garantiscano una "effettiva giustiziabilità" della legge 234, cioè mancando un Tribunale cui adire nel caso di violazione, "molto è legato alla forza politica del Parlamento nel far valere il rispetto, sostanziale e non meramente procedurale, degli obblighi di informazione" (sempre nelle parole di Cerrina Feroni). La sanzione può venire solo dal Parlamento, ed è la sfiducia, ma come per tutte le pene non sempre l'implicita funzione rieducativa va a buon fine, e come sempre prevenire sarebbe meglio che curare!
Fatta questa considerazione generale, penso sia utile aggiungere agli spunti offerti da Cerrina Feroni e da Alessandro Mangia sul Sussidiario qualche precisazione e qualche riflessione tratta dalla pratica parlamentare e del dibattito.
Intanto, il Trattato sul MES è decisamente un accordo (intergovernativo) in materia monetaria e finanziaria. Come tale, non ricade nell'ambito dell'art. 4 della L. 234/2012, rubricato "Consultazione e informazione del Parlamento", ma in quello dell'art. 5 della stessa legge, rubricato appunto "Consultazione delle Camere su accordi in materia finanziaria o monetaria".
Cambia qualcosa? Direi di sì.
Va ricordato che l'art. 5 venne aggiunto durante la discussione in Senato (relatrice la collega Boldi, ora deportata alla Camera bassa) del testo approvato in prima lettura alla Camera. In effetti, la discussione in Commissione partì da due testi, l'AS (che non significa Associazione Sportiva ma Atto Senato) 2646 (Buttiglione e altri) e l'AS 2254 (Marinaro e altri). Il 2646 era la versione approvata in prima lettura dalla Camera (Buttiglione era deputato), che trovate qui, e in cui l'articolo 5 manca (nel senso che si occupa di altro). Durante la discussione in Commissione la relatrice assorbi nel 2646 il testo del 2254, che trovate qui, e dove altresì manca un trattamento specifico degli accordi in materia finanziaria o monetaria. Fatto sta che alla fine della trattazione nel testo approvato apparve l'articolo 5 come oggi lo conosciamo.
Voci di Palazzo (non ho sentito sul punto la collega Boldi, se vi interessa chiederò) dicono che questa aggiunta fosse stata fortemente voluta dal PD, proprio ad esito di un certo scontento per il modo opaco in cui il negoziato sul MES era stato condotto. L'aver dovuto sganciare i famosi 14,3 miliardi sull'unghia non aveva suscitato un unanime entusiasmo, e per quanto convincenti potessero essere in certi ambienti i richiami retorici a quell'ossimoro che è il patriottismo europeo, alcuni funzionari mi dicono che proprio la Marinaro abbia lavorato perché venisse inserito l'articolo 5, il cui nome era mai più (cioè: mai più ci faremo dare una fregatura simile).
In virtù di un certo bruciore causato dai succitati 14,3 miliardi, il dispositivo dell'art. 5 è piuttosto esplicito: "Il Governo informa tempestivamente le Camere di ogni iniziativa volta alla conclusione di accordi tra gli Stati membri dell'Unione europea che prevedano l'introduzione o il rafforzamento di regole in materia finanziaria o monetaria...".
Possiamo così accantonare una delle obiezioni con cui Cerrina Feroni, facendo l'avvocato del diavolo (cioè l'avvocato dell'avvocato del popolo), circoscrive le responsabilità del Governo, ovvero il fatto che "l’art. 4 della legge 234 del 2012 non copre eventuali negoziati informali che il governo tiene al di fuori delle riunioni del Consiglio europeo". Certo, questo è vero, ma quando si tratta di soldi vale l'art. 5 (e anche l'articolo quinto, ma questa è un'altra storia), per cui "il Governo informa" su ogni iniziativa volta alla conclusione di accordi. Ogni iniziativa, per me, e per ogni fiorentino, significa anche l'avvio di un qualsiasi negoziato informale. Va da sé inoltre che "informa" non significa "menziona", per cui il lungo fascicolo portato dal presidente Giuseppi in aula non vale un gran che: di menzioni ne sono state fatte tante, ma di informative vere e proprie nessuna.
Le parti meno disoneste intellettualmente della squadra di Governo hanno sostanzialmente ammesso questo vulnus, rinviando a un altro argomento avanzato da Cerrina Feroni per delimitare le responsabilità del Governo, ovvero il fatto che "l’art. 34 del Trattato MES... obbliga i Ministri coinvolti nei lavori dell’organo al segreto professionale". In realtà all'obbligo di segreto professionale sono tenuti tutti quelli che abbiano lavorato col MES a qualsiasi titolo, e quindi anche il membro del Consiglio direttivo che mi oppose questo segreto dopo aver detto di fronte al presidente Conte (l'avatar del Presidente Giuseppi) che avrebbe messo a mia disposizione il testo. Il tema, pertanto, non riguarda solo i ministri, ma ci sono due obiezioni da fare, oltre a quella che correttamente fa Cerrina Feroni (ovvero, che "tale obbligo di segretezza non è, tuttavia, coerente con i principi fondanti il sistema parlamentare di governo").
La prima obiezione è che andrebbe chiarito che cosa si intenda per "segreto professionale". La professione degli organi di governo del MES (Consiglio dei Governatori, Consiglio dei Direttori, Consiglio di amministrazione) è gestire il MES, non normare il MES. Quindi, ho qualche dubbio che una proposta di revisione del Trattato possa essere sottoposta allo stesso segreto cui sono sottoposte decisioni quali, ad esempio, se finanziare o meno, e con quanti milioni, un determinato Stato.
Ma la seconda obiezione credo ci permetta di fare a meno della prima, ed è molto più semplice. L'art. 4, comma 7 della L. 234/2012 infatti stabilisce che:
"Gli obblighi di segreto professionale, i vincoli di
inviolabilità degli archivi e i regimi di immunità delle persone
non possono in ogni caso pregiudicare le prerogative di informazione
e partecipazione del Parlamento, come riconosciute ai sensi del
titolo II del Protocollo n. 1 sul ruolo dei parlamenti nazionali
nell'Unione europea, allegato al Trattato sull'Unione europea, al
Trattato sul funzionamento dell'Unione europea e al Trattato che
istituisce la Comunità europea dell'energia atomica, e dell'articolo
13 del Trattato sulla stabilita', sul coordinamento e sulla
governance nell'Unione economica e monetaria, ratificato ai sensi
della legge 23 luglio 2012, n. 114".
Nota: in ogni caso (cioè anche quando non si parla di soldi, e infatti questo è un comma dell'art. 4).
Sembra proprio che il legislatore conoscesse i suoi polli (cioè che prefigurasse la deriva antiparlamentare che un'Europa intergovernativa necessariamente porta con sé).
Ci sarebbe poi da aprire il discorso di come la Germania, che gli europeisti tanto ammirano, salvo poi preferire le cose all'italiana quando a loro fa più comodo (vedi ad esempio il caso della governance di Banca d'Italia...), abbia gestito il rapporto fra il suo Parlamento e il MES. Per chi non se la ricordi, la storia è qui.
Ma ora ho un amico a cena, e quindi vi lascio con questa riflessione: per come abbiamo visto svolgersi la vicenda, il caso del MES è anche un'applicazione del metodo Juncker. Ricordate?
"Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere che succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché la maggior parte della gente non capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno".
Questa volta le proteste ci sono state, e come per magia la trattativa si è riaperta! A mio parere si è riaperta per finta, ma questo è un altro discorso. Il punto è che questa esperienza ha convinto molti di due punti: (i) applicare la legge è sempre utile, oltre che doveroso, e (ii) quando si combatte, in condizioni di inferiorità numerica, un sistema irrazionale, la cosa migliore da fare è seguire le sue regole.
Si apra la discussione (leggete però prima Mangia e Cerrina Feroni)...
(...la cosa importante, se proprio non è possibile andarsene, è arrivare prima. In altre parole, per i lettori più esperti (dichiarazione di Meseberg):MES = (dichiarazione di Scholz):EDIS. Per i meno esperti aggiungo il disegnino: la mia esperienza del dibattito mi dice che sul tema ponderazione del sovrano è già stato raggiunto un accordo di massima, ma non avendo mai avuto un "nostro" ministro dell'Economia non siamo in grado di accertarne il contenuto. Sarò troppo malizioso, nel qual caso mi scuso, ma nel frattempo ho la sensazione che il "loro" ministro ci prenda sostanzialmente in giro, come già il suo predecessore. Ma a questo, di vulnus, rimedieranno i cittadini dell'Emilia-Romagna...)
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
domenica 5 gennaio 2020
sabato 4 gennaio 2020
Più Europa! Ma che cosa significa?
(... questo blog è un'opera corale. Quando non ho tempo di contribuire io, potete farlo voi, ed è spesso stato così. Ormai non ho molto tempo neanche per trascrivere i vostri contributi, ma oggi vorrei sottoporvene uno, di Charlie Brown, che come i non turisti del dibattito sanno non sono io, perché lui non è me, e quindi io non sono lui. Il suo breve intervento riprende un tema del quale ci siamo occupati spesso, quello del rapporto fra Europa e democrazia, un tema che ha diversi risvolti, che potremmo per semplicità classificare in interni e esterni. Fra i risvolti interni annoveriamo senz'altro il fatto che il rapporto con le istituzioni europee venga materialmente gestito da persone prive di legittimazione democratica e quindi di responsabilità politica, anche perché, non si sa bene per quale motivo, sembra siano destinate a restare per sempre anonime, in modo tale che se il loro comportamento negoziale causa danni al Paese, nessuno potrà mai chiederne loro conto (ultimi di questa serie, i membri italiani dell'High Level Working Group sull'Unione Bancaria che ha negoziato i dettagli di quella cosa cui il ministro dice di essere contrario, cioè la penalizzazione dei titoli di Stato nei bilanci bancari, perché sarebbe oggettivamente catastrofica per le banche del nostro Paese: avrete notato che in audizione si è rifiutato di dire chi ci stia lavorando, il che, a mio modo di vedere, significa che sono già andati un pezzo avanti...). Di questi risvolti interni abbiamo parlato, ad esempio, qui e qui. Fra i risvolti esterni il più rilevante è senz'altro il deficit di democrazia connaturato al concetto stesso di istituzione sovranazionale, sul quale ci siamo intrattenuti, ad esempio, qui. Oggi Charlie Brown interviene, con rude sintesi, appunto sul tema dei risvolti esterni. Buona lettura...)
Il cosiddetto progetto europeo si è sempre basato sulla assuefazione
progressiva.
È il metodo Monnet, alias metodo della rana bollita (o
della piscina).
Ora però, come Fra Iacopone, siamo giunti al paragone. Dopo
molti decenni la rana è stracotta, ma
quel metodo si è scontrato con la dura realtà fattuale di storie,
culture, assetti politici e strutture economiche molto diversi.
Il nuovo mantra è pertanto “serve più Europa”, cioè a dire
“serve una piena unione politica”.
È lapalissiano. Solo con una vera unione politica si può
avere una vera unione fiscale (“no taxation without representation”), e quindi
una funzionante e stabile unione monetaria e doganale. L’unione politica è
condizione necessaria (anche se non sufficiente) per la sopravvivenza
dell’Eurozona e del “progetto europeo”.
Fin qui tutti d’accordo; europeisti e sovranisti: un quarto d’ora prima di morire
si è in vita. E anche:
Ma cosa implica esattamente una piena unione politica?
Almeno tre cose:
1) una
radicale riscrittura costituzionale in
tutti gli stati aderenti, con piena cessione di sovranità ad un nuovo
soggetto che rappresenti
democraticamente tutti i popoli coinvolti nel “progetto”;
2) una
normativa europea, primaria e secondaria, non basata su trattati (e men che meno su accordi intergovernativi) ma
sull’attività diretta di un unico legislatore europeo democraticamente eletto.
Fermiamoci qui. Il punto (1) richiede una verifica di legalità
costituzionale in ogni stato interessato (a cominciare dalla Germania, paese
egemone retto da una rigida “legge
fondamentale”).
Il punto (2) richiede una piattaforma legale e
costituzionale comune.
Ambedue i punti richiedono una verifica preliminare della
loro pratica fattibilità. In ogni caso sono obiettivi che richiederebbero almeno 30-50 anni di
sforzo continuo ed assiduo per avere una
minima chance di riuscita. Poi c'è il terzo punto:
(3) serve poi un referendum popolare in ogni stato coinvolto. Un referendum che
non chieda di votare documenti sterminati ed incomprensibili come l’abortita
“costituzione europea” ma che invece
ponga la semplice e diretta domanda “vuoi una piena unione politica con
i seguenti Paesi? ”.
Il punto (3) richiede chiare regole, tra le quali: (i) soglie di maggioranza; (ii) il
divieto di referendum a catena
sino a che il risultato desiderato dai governanti sia raggiunto, (iii) regole
per la verifica periodica in itinere visti l’inevitabile lunghezza del
processo. Tali regole fondamentali
devono essere uguali in ogni stato coinvolto per assicurare uguale forza del
mandato popolare.
Riscontro che i
suddetti temi sono del tutto assenti dalla narrativa e dai progetti degli
europeisti, con il risultato che l’Europa continentale tira a campare di
giorno in giorno, di crisi in crisi, inseguendo un obiettivo immaginifico e
rendendosi sempre più vulnerabile.
(... si apra la discussione fra i vari costituzionalisti di turno. A proposito, sto sempre aspettando che gli epistemologi di turno intervengano sui contributi citati nel post precedente. Io due o tre cosette da far notare ce le avrei, in tema di metodo...)
(...per gli addetti ai lavori: il nostro amico constata il fallimento del metodo comunitario, sancito ad esempio da dinamiche come quelle del negoziato sul MES. Se i Trattati importanti vengono gestiti in ottica intergovernativa, l'Unione Europea a che cosa ci serve? L'ho chiesto in aula e nessuno mi ha risposto....)
venerdì 3 gennaio 2020
Ci sono.
...scusate: per una somma di motivi sto rileggendo alcuni post precedenti. Sono capitato su questo, e volevo solo ricordare a chi si sente solo che non lo è: io ci sono, noi ci siamo, e siamo sempre di più. Io so che voi ci siete, e da questo traggo la mia forza. Voi dovete sapere che io ci sono, che non sono solo (non solo perché ho voi, ma anche perché ho scelto di entrare in una squadra) e che se non mi vedete non dovete preoccuparvi. Voi no.
Per il resto, vale quello che ci siamo sempre detti: l'importante è desistere, e grazie!
(...i QED si accavallano, ma non ho tempo di commentarli. I più esperti lo faranno da sé. Intanto, segnalo agli interessati che dopo il paper del semiologo Acquarelli (2018) "Goofynomics: tra economia, politica, e gestione del senso dell'imminenza" - paper datato, non per colpa dell'autore ma di una certa viscosità del processo di peer review, la nostra community è oggetto di un altro lavoro peer-reviewed, questa volta ad opera del politologo (se è tale, perché non si capisce bene) Brandmayr (2019) "Public Epistemologies and Intellectual Interventions in Contemporary Italy", pubblicato sull'International Journal of Politics, Culture and Society, che è una rivista scientifica recensita su Scopus, senza impact e non di classe A. L'autore è a due gradi di separazione dal nostro caro amico Awanagana, il nodo intermedio essendo tal Federico D'Onofrio, autore di questo post e del suo seguito (che non ho mai avuto agio di commentare, posto che sia utile). La lettura del Brandmayr è più estesa di quella dell'Acquarelli, anche se l'impostazione del suo paper vi farà fremere, e se temo gli sfugga qualche dettaglio. Ma "network comprendere è tutto perdonare", come diceva la principessa Maria. Vale comunque la pena di spenderci qualche minuto per capire come ragiona certa gente, e come pensa di (b)analizzare quanto sta succedendo in Italia fondamentalmente grazie a voi, cioè a noi. Buona lettura e buon divertimento!...)
Per il resto, vale quello che ci siamo sempre detti: l'importante è desistere, e grazie!
(...i QED si accavallano, ma non ho tempo di commentarli. I più esperti lo faranno da sé. Intanto, segnalo agli interessati che dopo il paper del semiologo Acquarelli (2018) "Goofynomics: tra economia, politica, e gestione del senso dell'imminenza" - paper datato, non per colpa dell'autore ma di una certa viscosità del processo di peer review, la nostra community è oggetto di un altro lavoro peer-reviewed, questa volta ad opera del politologo (se è tale, perché non si capisce bene) Brandmayr (2019) "Public Epistemologies and Intellectual Interventions in Contemporary Italy", pubblicato sull'International Journal of Politics, Culture and Society, che è una rivista scientifica recensita su Scopus, senza impact e non di classe A. L'autore è a due gradi di separazione dal nostro caro amico Awanagana, il nodo intermedio essendo tal Federico D'Onofrio, autore di questo post e del suo seguito (che non ho mai avuto agio di commentare, posto che sia utile). La lettura del Brandmayr è più estesa di quella dell'Acquarelli, anche se l'impostazione del suo paper vi farà fremere, e se temo gli sfugga qualche dettaglio. Ma "network comprendere è tutto perdonare", come diceva la principessa Maria. Vale comunque la pena di spenderci qualche minuto per capire come ragiona certa gente, e come pensa di (b)analizzare quanto sta succedendo in Italia fondamentalmente grazie a voi, cioè a noi. Buona lettura e buon divertimento!...)
lunedì 25 novembre 2019
Ratifica
Avrei preferito andare un'oretta in palestra, anziché dedicarla a insultare la vostra intelligenza. Tuttavia, l'ameno dibbbattito su Twitter mi lascia intendere che c'è del vero nelle querimonie piddine sull'analfabetismo funzionale. Evidentemente, il vostro non sapere come funziona è talmente pervasivo che contamina di sé anche il lessico, sovvertendo il senso delle parole, che, di per sé, basterebbero a descrivere, e rendervi quindi pienamente intelligibile, la realtà dei fatti. Potevo aspettarmelo? Sì. Siete decine di migliaia, e conosco personalmente svariate centinaia di voi. Non ne ho trovato uno che abbia chiaro che cosa sia la bilancia dei pagamenti (ogni riferimento a Nat è puramente intenzionale), nonostante gli sforzi qui profusi per spiegarvene sia il meccanismo che la rilevanza (la crisi dell'Eurozona è una crisi di debito estero, cioè di bilancia dei pagamenti, e il dibattito di questi giorni, quello sul MES, ne è in qualche modo la conferma definitiva...). Eppure la bilancia dei pagamenti è una cosa semplice: se entrano soldi nel Paese, il segno è positivo, se escono dal Paese è negativo. Ma... ggnente!
Certe volte mi chiedo perché siate così tanti a seguirmi e così pochi a capirmi. La risposta che mi do è che probabilmente intuite, dietro al mio sforzo (vano) di farmi capire una virtù un po' démodé: l'amore per il prossimo (anche per chi non capisce la bilancia dei pagamenti: so di non capire tante cose anch'io), e quello per il Paese, condite con una sorta di illuministica fiducia nelle virtù della ragione e della ragionevolezza umana, e quindi della democrazia. Per motivi che non riesco a capire, sapere che qualcuno ancora ci crede vi rassicura e vi appaga.
Male!
Non dovrebbe appagarvi: dovreste anche studiare (almeno, Gramsci la pensava così).
E allora, provo a spiegarvi una cosa che evidentemente, a giudicare dal dibbbattito, sfugge: stranamente, i trattati intergovernativi vengono negoziati dai governi.
So che può sembrare paradossale, misterioso, so che questo concetto rinvierà nelle menti di molti di voi a oscuri complotti, a Bilderberg, o ai rettiliani (ma anche a Nibiru). Invece è solo etimologia: "inter" non è una squadra di calcio (la squadra è l'Inter, con la maiuscola), ma una preposizione latina che significa "tra". I Trattati intergovernativi quindi sono trattati tra governi, il che significa che chi li negozia sono i... rettiliani? Bilderberg? La Trilaterale? La Spectre? No: i governi.
Ci siamo fino a qui?
Bene.
Rinuncio a spiegarvi cosa sia un Governo (appellandomi alla prima legge della termodidattica: "Ci sono cose che se potessero essere capite non andrebbero spiegate").
Facciamo un passettino avanti, volete?
Perché mai ai Governi viene in mente di fare un negoziato? Chi li legittima a farlo?
Mettetevi nella testa di un grillino, per dire. Diventi ministro, accedi al potere: il tuo primo pensiero ovviamente è godere dei privilegi della casta, e abbandonarti insieme alla cricca alle mollezze della corruzione. Questa è la loro visione della politica: una visione che li qualifica (pensa male chi l'ha nel cuore) e che però non quadra col fatto di svegliarsi alle cinque di mattina per prendere un aereo e andare a Bruxelles dove i fratelli europei ti chiudono in una stanza e ti ci tengono finché non gli dici di sì, alle cinque della mattina dopo! I Governi non negoziano Trattati per sport o per prescrizione del medico (che probabilmente consiglierebbe attività meno malsane), ma in virtù di un mandato conferito loro direttamente o indirettamente dal Parlamento, che a sua volta è eletto dal popolo, che sareste (molto evidentemente a vostra insaputa) voi.
Certo, una volta i negoziati erano più diretti: se un popolo voleva qualcosa da un altro, andava in massa a chiederglielo. Sono quelle che i libri di storia una volta chiamavano invasioni barbariche, e che ora nei libri di testo degli accoglioni si chiamano migrazioni (Enea era un migrante, quindi anche Attila...). Viceversa, non credo che sia mai successo che un intero parlamento si sia spostato per negoziare qualcosa! Evidentemente, però, su Twitter c'è qualcuno che pensa che le cose funzionino così (sono tutti quelli che con accorati accenti ci chiedono di fare "qualcosa", o di fare "di più"). Tanto per esser chiari: a noi è sempre apparso evidente che il precedente Governo non ne volesse sapere mezza di essere fedele al mandato conferitogli (come ha detto Molinari in aula: loro sapevano di essere un governo espresso da una maggioranza "sovranista", ma ovviamente facevano finta di non saperlo), tant'è vero che prima di sfiduciarlo ci siamo anche posti il problema se fosse tecnicamente possibile affiancare le delegazioni italiane con esponenti della maggioranza parlamentare. Non è tecnicamente possibile: a negoziare ci va il Governo.
Riassumo: i trattati fra Governi li fanno i Governi.
Mi fate una cortesia? Tornate su di un rigo e rileggete tre o quattro volte, poi andiamo avanti.
Ora, siccome anche in un sistema che, a differenza di quello europeo, non abbia fatto del waterboarding il suo principale strumento di mediazione politica, i Governi, nel negoziare un Trattato, possono avere mille e un motivo, lecito o illecito, per deviare dal mandato che il Parlamento gli ha direttamente o indirettamente conferito, in pressoché tutti gli ordinamenti è previsto l'istituto della ratifica parlamentare (vi esorterei a leggere il significato sul vocabolario).
Quindi, ricapitolando. Voi eleggete il Parlamento, che dà la fiducia al Governo, e che poi gli conferisce un mandato a negoziare (tecnicamente, un simile mandato viene conferito con un atto di indirizzo definito risoluzione). Il Governo negozia, poi firma il trattato, poi torna a casa e lo presenta al Parlamento, che a quel punto, se lo trova conforme all'interesse del Paese, lo ratifica.
Ci siamo? Tutto chiaro?
Bene.
Per maggiore chiarezza, vi esorterei, anzi, vi scongiurerei di leggere gli articoli dal 4 al 7 della Legge 234 del 2012 (legge Moavero).
Leggeteli ora, se li avete già letti rileggeteli, se non li avete letti non venite a seccarmi con astruse teorie: a ogni giorno basta la sua pena e chi non si documenta non è previsto nel menù.
La legge Moavero venne concepita dopo l'approvazione di MES e Fiscal compact (avvenuta a luglio 2012), proprio come reazione a un certo scontento che perfino lo stesso PD provava per la porcata fatta (ci sono tante brave persone anche là dentro). L'articolo 5, che prevede un obbligo di informativa rafforzata in caso di trattati in ambito monetario e finanziario, è una chiara conseguenza di questo disagio. Leggendolo vedi in filigrana la sigla MES.
Questo è come funzionano le cose in teoria: la dinamica mandato parlamentare-negoziato intergovernativo-ratifica in Italia è normata, per quanto attiene alle sedi europee (ma in caso di trattati monetari o finanziari anche al di fuori da queste sedi) da una specifica legge.
E ora veniamo alla pratica.
In pratica, l'unico dispositivo di questa legge applicato coerentemente è il primo periodo del primo comma dell'art. 4: "Prima dello svolgimento delle riunioni del Consiglio europeo, il Governo illustra alle Camere la posizione che intende assumere, la quale tiene conto degli eventuali indirizzi dalle stesse formulati." Mi riferisco alla mesta liturgia delle comunicazioni del premier al Parlamento prima del Consiglio Europeo (quello dei capi di Stato e di Governo), liturgia che si svolgerà la prossima volta l'11 dicembre in vista del Consiglio del 12. Trattandosi di comunicazioni, e non di informativa, è previsto che dopo il discorsetto del premier (dimo, famo, faremo, ecc.) ci sia, oltre a una discussione generale, anche il voto di una risoluzione (che non ci sarebbe nel caso di informativa). Il secondo periodo del primo comma ("su loro richiesta, esso riferisce altresì ai competenti organi parlamentari prima delle riunioni del Consiglio dell'Unione europea") non era mai stato applicato prima che arrivassi io (a testimonianza del grande interesse dei piddini per l'Europa), e il terzo periodo ("Il Governo informa i competenti organi parlamentari sulle risultanze delle riunioni del Consiglio europeo e del Consiglio dell'Unione europea, entro quindici giorni dallo svolgimento delle stesse") non è altresì mai stato applicato, perché è sì vero che sono riuscito, dopo estenuanti negoziati, ad avere un paio di volte Tria in Commissione dopo l'Ecofin, ma è anche vero che non sarei stato io a doverlo chiamare, ma lui a venire: "il Governo informa", dice la legge, non "il presidente dell'organo parlamentare competente, facendo ricorso a una enorme dose di pazienza e profondendosi in lusinghe, supplica il Governo di concedergli l'insigne e immeritato favore di informarlo su quali impegni vada prendendo alle spalle degli italiani in giro per l'Europa".
Chiaro?
Questo è il primo punto: intanto, se ora c'è un dibattito su questa roba qui è perché qualcuno si è impuntato a seguire le regole. Apro e chiudo una parentesi: e io che ne sapevo, di queste regole? Niente, ovviamente, non essendo un esperto di diritto parlamentare. E allora? E allora sono degli europeisti convinti che hanno attirato la mia attenzione su di esse. Bisogna parlare con tutti, ed esistono anche europeisti in buona fede (probabilmente esistono anche degli oceanisti, o degli antartidisti, in buona fede, ma ancora non ne ho incontrati).
Secondo punto: per un parlamentare è tecnicamente impossibile sapere quale sia l'iter di una trattativa in Europa. Tanto per essere chiari, noi presidenti di Commissione non riceviamo le relazioni e le note informative predisposte dalla Rappresentanza e menzionate al comma 3 dell'articolo 4 (più precisamente: questi documenti in qualche caso arrivano in Parlamento e giungono - credo - alla mia Commissione, ma sotto vincoli di riservatezza strettissimi che, a quanto capisco, comportano l'obbligo di consultarli solo presso la Presidenza di Commissione, e non possono essere citati nei resoconti di seduta). Inoltre, delle riunioni svolte nelle sedi europee, e in particolare dell'Eurogruppo, non esistono verbali: non si può sapere, se non de relato dalla Rappresentanza nel caso in cui un'anima buona ti mandi le note informative, quali siano le posizioni espresse dal nostro Governo, non ci sono votazioni formali, non ci sono né resoconti sommari né tanto meno stenografici.
Quindi, in sintesi: delle riunioni dell'Eurogruppo, dove si decide, non si sa nulla. Delle riunioni dell'Euro working group, che è in qualche modo il preconsiglio, quello dove si fissano i dettagli tecnici delle decisioni da prendere, si sa meno di nulla. Delle riunioni dell'Ecofin, che viene a valle dell'Eurogruppo, ed è quello dove ci si fa la foto di gruppo, si sanno le scemenze dette in europeese nei comunicati stampa: "la sfida ambiziosa, i significativi progressi, ecc.", senza che sia mai ben chiaro quando si è firmato cosa o comunque chi abbia preso quale impegno.
Questa mancanza di trasparenza non è lamentata solo da Bagnai: se vi andate a vedere i lavori delle conferenze interparlamentari, vedrete che tutti lamentano la mancanza di trasparenza dell'Eurogruppo.
Terzo punto: in tutta evidenza il Governo precedente ha disatteso completamente la Legge Moavero. Il considerando 5A della bozza di revisione del Trattato chiarisce che in Europa se ne è cominciato a parlare all'Eurogruppo di dicembre 2018. Secondo la legge Moavero, qualcuno sarebbe dovuto venire in aula a spiegarci che cosa si stesse per fare. Se lo ha fatto, nessuno se ne è accorto. Non mi ricordo se a quell'epoca conoscessi già la legge Moavero. Quello che so è che stavo lottando contro il muro di gomma dei soliti noti per difendere le banche di credito cooperativo da un destino evitabile, riuscendoci solo in parte (ma una parte significativa): purtroppo, noi siamo pochi e loro sono molti. Dietro a tutto non si può stare.
E veniamo al punto in cui siamo ora. A quanto pare di capire, la riforma del MES non è stata ancora siglata. Non è invece chiaro se il governo si sia attenuto all'impegno preso il 19 giugno 2019 (quindi non "tempestivamente", come vorrebbe la legge) a:
"non approvare modifiche che prevedano condizionalità che finiscano per penalizzare quegli Stati membri che più hanno bisogno di riforme strutturali e di investimenti, e che minino le prerogative della Commissione europea in materia di sorveglianza fiscale; a promuovere, in sede europea, una valutazione congiunta dei tre elementi del pacchetto di approfondimento dell'Unione economica e monetaria - la riforma del trattato del Meccanismo europeo di stabilità (MES), dello Schema europeo di garanzia sui depositi (EDIS), e del budget dell'area euro -, riservandosi di esprimere la valutazione finale solo all'esito della dettagliata definizione di tutte le varie componenti del pacchetto, favorendo il cosiddetto "package approach", che possa consentire una condivisione politica di tutte le misure interessate, secondo una logica di equilibrio complessivo; a rendere note alle Camere le proposte di modifica al trattato ESM, elaborate in sede europea, al fine di consentire al Parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, a sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato."
Ci sono due passaggi parlamentari prima della riunione in cui la riforma dovrebbe essere approvata da Conte in sede europea: uno è l'affare assegnato in merito all'A.S. 322 (proposta di modifica del MES), che prevede, in fase istruttoria, l'audizione del ministro Gualtieri mercoledì prossimo, prima dell'Eurogruppo del 4 dicembre (dove si prendono le decisioni). Poi ci sono le già citate comunicazioni del premier Conte l'11 dicembre prima del Consiglio Europeo del 12 (dove si firmano le decisioni).
A quanto pare di capire, a quel punto saremmo arrivati alla fase "il Governo firma il Trattato" (avendo sostanzialmente eluso, o comunque non attivato tempestivamente, la fase "il Parlamento conferisce un mandato").
Ad oggi non sappiamo se il Governo firmerà, perché la sua maggioranza è divisa su questo, essendo composta da un partito che il MES voleva liquidarlo, e da un partito che il MES lo ha invece fortemente voluto.
Poi, certo, resterà la fase "il Parlamento ratifica".
Se state seguendo il ragionamento, dovreste capire quali siano le criticità di arrivare alla fase "ratifica".
Intanto, una mancata ratifica è equivalente, in termini politici (non in termini procedurali) a un voto di sfiducia. Il Governo, certo, non è obbligato a dimettersi, ma se su un Trattato così importante viene sconfessato dal Parlamento, è chiaro che per non prenderne atto occorre portare la faccia di bronzo a un livello ancora superiore rispetto a quello dimostrato finora (a partire da quando il partito di maggioranza relativa abbandonò l'aula in occasione delle comunicazioni sulla TAV).
Poi, si crea un problema a livello internazionale, perché giustamente i partner europei (quelli del waterboarding) potrebbero legittimamente porsi delle domande sull'attendibilità di un Paese che manda un Governo a dire una cosa quando evidentemente il Parlamento ne pensa un'altra. Non sono un grande fan dell'argomento "in Europa dobbiamo essere credibbbili" (a renderci tali basta un qualsiasi museo diocesano), ma è indubbio che, mettendosi nei panni della controparte, avere una posizione e mantenerla (o modificarla per chiari e giustificati motivi) è essenziale perché negoziare abbia un senso. Un Governo che venisse sconfessato dal proprio Parlamento in Europa non verrebbe guardato con gli stessi occhi. Va anche detto che se la sarebbe cercata! Dopo aver visto come vengono trattati i Parlamenti (con la tecnica del mushroom management), le lamentele dei diversi funzionari che ho incontrato circa il fatto che "eh, noi abbiamo fatto il possibile, ma da Roma non ci arrivavano segnali chiari..." mi sembrano molto meno credibili: è un dato di fatto che alcuni di quelli che mi hanno fatto questo discorso sono poi gli stessi che mi hanno impedito di leggere un testo che, peraltro, avevo già letto per altre vie, impedendomi cioè di acquisire gli elementi necessari per fornire loro quei segnali della cui mancanza si lamentavano!
La sede per fare un sano gioco delle parti fra Parlamento e Governo quindi non è la ratifica, ma il negoziato, cioè l'Eurogruppo. In quella sede i paesi civili mandano ministri in grado di dire ai loro pari: "cari amici, quello che mi proponete è tanto bello, vi sono sinceramente grato dell'aiuto che volete dare allevostre nostre banche, ma purtroppissimo il Parlamento da noi è sovrano come da voi, e io non ho mandato a concludere prima di ulteriori approfondimenti sul pacchetto che forse è un pacco".
La Germania lo fa sistematicamente: perché noi no?
Mistero.
Sono quasi nove anni che ci poniamo questa domanda: non siamo riusciti a trovare la risposta, e forse non la troveremo mai. Intanto, ripetete con me: gli elettori eleggono il Parlamento, che dà un mandato negoziale al Governo, che conclude un Trattato, che il Parlamento è chiamato a ratificare.
E ora ripetetelo senza di me, e cercate di ricordarvi a che punto di questa storia siamo. Io vado ad occuparmene.
Certe volte mi chiedo perché siate così tanti a seguirmi e così pochi a capirmi. La risposta che mi do è che probabilmente intuite, dietro al mio sforzo (vano) di farmi capire una virtù un po' démodé: l'amore per il prossimo (anche per chi non capisce la bilancia dei pagamenti: so di non capire tante cose anch'io), e quello per il Paese, condite con una sorta di illuministica fiducia nelle virtù della ragione e della ragionevolezza umana, e quindi della democrazia. Per motivi che non riesco a capire, sapere che qualcuno ancora ci crede vi rassicura e vi appaga.
Male!
Non dovrebbe appagarvi: dovreste anche studiare (almeno, Gramsci la pensava così).
E allora, provo a spiegarvi una cosa che evidentemente, a giudicare dal dibbbattito, sfugge: stranamente, i trattati intergovernativi vengono negoziati dai governi.
So che può sembrare paradossale, misterioso, so che questo concetto rinvierà nelle menti di molti di voi a oscuri complotti, a Bilderberg, o ai rettiliani (ma anche a Nibiru). Invece è solo etimologia: "inter" non è una squadra di calcio (la squadra è l'Inter, con la maiuscola), ma una preposizione latina che significa "tra". I Trattati intergovernativi quindi sono trattati tra governi, il che significa che chi li negozia sono i... rettiliani? Bilderberg? La Trilaterale? La Spectre? No: i governi.
Ci siamo fino a qui?
Bene.
Rinuncio a spiegarvi cosa sia un Governo (appellandomi alla prima legge della termodidattica: "Ci sono cose che se potessero essere capite non andrebbero spiegate").
Facciamo un passettino avanti, volete?
Perché mai ai Governi viene in mente di fare un negoziato? Chi li legittima a farlo?
Mettetevi nella testa di un grillino, per dire. Diventi ministro, accedi al potere: il tuo primo pensiero ovviamente è godere dei privilegi della casta, e abbandonarti insieme alla cricca alle mollezze della corruzione. Questa è la loro visione della politica: una visione che li qualifica (pensa male chi l'ha nel cuore) e che però non quadra col fatto di svegliarsi alle cinque di mattina per prendere un aereo e andare a Bruxelles dove i fratelli europei ti chiudono in una stanza e ti ci tengono finché non gli dici di sì, alle cinque della mattina dopo! I Governi non negoziano Trattati per sport o per prescrizione del medico (che probabilmente consiglierebbe attività meno malsane), ma in virtù di un mandato conferito loro direttamente o indirettamente dal Parlamento, che a sua volta è eletto dal popolo, che sareste (molto evidentemente a vostra insaputa) voi.
Certo, una volta i negoziati erano più diretti: se un popolo voleva qualcosa da un altro, andava in massa a chiederglielo. Sono quelle che i libri di storia una volta chiamavano invasioni barbariche, e che ora nei libri di testo degli accoglioni si chiamano migrazioni (Enea era un migrante, quindi anche Attila...). Viceversa, non credo che sia mai successo che un intero parlamento si sia spostato per negoziare qualcosa! Evidentemente, però, su Twitter c'è qualcuno che pensa che le cose funzionino così (sono tutti quelli che con accorati accenti ci chiedono di fare "qualcosa", o di fare "di più"). Tanto per esser chiari: a noi è sempre apparso evidente che il precedente Governo non ne volesse sapere mezza di essere fedele al mandato conferitogli (come ha detto Molinari in aula: loro sapevano di essere un governo espresso da una maggioranza "sovranista", ma ovviamente facevano finta di non saperlo), tant'è vero che prima di sfiduciarlo ci siamo anche posti il problema se fosse tecnicamente possibile affiancare le delegazioni italiane con esponenti della maggioranza parlamentare. Non è tecnicamente possibile: a negoziare ci va il Governo.
Riassumo: i trattati fra Governi li fanno i Governi.
Mi fate una cortesia? Tornate su di un rigo e rileggete tre o quattro volte, poi andiamo avanti.
Ora, siccome anche in un sistema che, a differenza di quello europeo, non abbia fatto del waterboarding il suo principale strumento di mediazione politica, i Governi, nel negoziare un Trattato, possono avere mille e un motivo, lecito o illecito, per deviare dal mandato che il Parlamento gli ha direttamente o indirettamente conferito, in pressoché tutti gli ordinamenti è previsto l'istituto della ratifica parlamentare (vi esorterei a leggere il significato sul vocabolario).
Quindi, ricapitolando. Voi eleggete il Parlamento, che dà la fiducia al Governo, e che poi gli conferisce un mandato a negoziare (tecnicamente, un simile mandato viene conferito con un atto di indirizzo definito risoluzione). Il Governo negozia, poi firma il trattato, poi torna a casa e lo presenta al Parlamento, che a quel punto, se lo trova conforme all'interesse del Paese, lo ratifica.
Ci siamo? Tutto chiaro?
Bene.
Per maggiore chiarezza, vi esorterei, anzi, vi scongiurerei di leggere gli articoli dal 4 al 7 della Legge 234 del 2012 (legge Moavero).
Leggeteli ora, se li avete già letti rileggeteli, se non li avete letti non venite a seccarmi con astruse teorie: a ogni giorno basta la sua pena e chi non si documenta non è previsto nel menù.
La legge Moavero venne concepita dopo l'approvazione di MES e Fiscal compact (avvenuta a luglio 2012), proprio come reazione a un certo scontento che perfino lo stesso PD provava per la porcata fatta (ci sono tante brave persone anche là dentro). L'articolo 5, che prevede un obbligo di informativa rafforzata in caso di trattati in ambito monetario e finanziario, è una chiara conseguenza di questo disagio. Leggendolo vedi in filigrana la sigla MES.
Questo è come funzionano le cose in teoria: la dinamica mandato parlamentare-negoziato intergovernativo-ratifica in Italia è normata, per quanto attiene alle sedi europee (ma in caso di trattati monetari o finanziari anche al di fuori da queste sedi) da una specifica legge.
E ora veniamo alla pratica.
In pratica, l'unico dispositivo di questa legge applicato coerentemente è il primo periodo del primo comma dell'art. 4: "Prima dello svolgimento delle riunioni del Consiglio europeo, il Governo illustra alle Camere la posizione che intende assumere, la quale tiene conto degli eventuali indirizzi dalle stesse formulati." Mi riferisco alla mesta liturgia delle comunicazioni del premier al Parlamento prima del Consiglio Europeo (quello dei capi di Stato e di Governo), liturgia che si svolgerà la prossima volta l'11 dicembre in vista del Consiglio del 12. Trattandosi di comunicazioni, e non di informativa, è previsto che dopo il discorsetto del premier (dimo, famo, faremo, ecc.) ci sia, oltre a una discussione generale, anche il voto di una risoluzione (che non ci sarebbe nel caso di informativa). Il secondo periodo del primo comma ("su loro richiesta, esso riferisce altresì ai competenti organi parlamentari prima delle riunioni del Consiglio dell'Unione europea") non era mai stato applicato prima che arrivassi io (a testimonianza del grande interesse dei piddini per l'Europa), e il terzo periodo ("Il Governo informa i competenti organi parlamentari sulle risultanze delle riunioni del Consiglio europeo e del Consiglio dell'Unione europea, entro quindici giorni dallo svolgimento delle stesse") non è altresì mai stato applicato, perché è sì vero che sono riuscito, dopo estenuanti negoziati, ad avere un paio di volte Tria in Commissione dopo l'Ecofin, ma è anche vero che non sarei stato io a doverlo chiamare, ma lui a venire: "il Governo informa", dice la legge, non "il presidente dell'organo parlamentare competente, facendo ricorso a una enorme dose di pazienza e profondendosi in lusinghe, supplica il Governo di concedergli l'insigne e immeritato favore di informarlo su quali impegni vada prendendo alle spalle degli italiani in giro per l'Europa".
Chiaro?
Questo è il primo punto: intanto, se ora c'è un dibattito su questa roba qui è perché qualcuno si è impuntato a seguire le regole. Apro e chiudo una parentesi: e io che ne sapevo, di queste regole? Niente, ovviamente, non essendo un esperto di diritto parlamentare. E allora? E allora sono degli europeisti convinti che hanno attirato la mia attenzione su di esse. Bisogna parlare con tutti, ed esistono anche europeisti in buona fede (probabilmente esistono anche degli oceanisti, o degli antartidisti, in buona fede, ma ancora non ne ho incontrati).
Secondo punto: per un parlamentare è tecnicamente impossibile sapere quale sia l'iter di una trattativa in Europa. Tanto per essere chiari, noi presidenti di Commissione non riceviamo le relazioni e le note informative predisposte dalla Rappresentanza e menzionate al comma 3 dell'articolo 4 (più precisamente: questi documenti in qualche caso arrivano in Parlamento e giungono - credo - alla mia Commissione, ma sotto vincoli di riservatezza strettissimi che, a quanto capisco, comportano l'obbligo di consultarli solo presso la Presidenza di Commissione, e non possono essere citati nei resoconti di seduta). Inoltre, delle riunioni svolte nelle sedi europee, e in particolare dell'Eurogruppo, non esistono verbali: non si può sapere, se non de relato dalla Rappresentanza nel caso in cui un'anima buona ti mandi le note informative, quali siano le posizioni espresse dal nostro Governo, non ci sono votazioni formali, non ci sono né resoconti sommari né tanto meno stenografici.
Quindi, in sintesi: delle riunioni dell'Eurogruppo, dove si decide, non si sa nulla. Delle riunioni dell'Euro working group, che è in qualche modo il preconsiglio, quello dove si fissano i dettagli tecnici delle decisioni da prendere, si sa meno di nulla. Delle riunioni dell'Ecofin, che viene a valle dell'Eurogruppo, ed è quello dove ci si fa la foto di gruppo, si sanno le scemenze dette in europeese nei comunicati stampa: "la sfida ambiziosa, i significativi progressi, ecc.", senza che sia mai ben chiaro quando si è firmato cosa o comunque chi abbia preso quale impegno.
Questa mancanza di trasparenza non è lamentata solo da Bagnai: se vi andate a vedere i lavori delle conferenze interparlamentari, vedrete che tutti lamentano la mancanza di trasparenza dell'Eurogruppo.
Terzo punto: in tutta evidenza il Governo precedente ha disatteso completamente la Legge Moavero. Il considerando 5A della bozza di revisione del Trattato chiarisce che in Europa se ne è cominciato a parlare all'Eurogruppo di dicembre 2018. Secondo la legge Moavero, qualcuno sarebbe dovuto venire in aula a spiegarci che cosa si stesse per fare. Se lo ha fatto, nessuno se ne è accorto. Non mi ricordo se a quell'epoca conoscessi già la legge Moavero. Quello che so è che stavo lottando contro il muro di gomma dei soliti noti per difendere le banche di credito cooperativo da un destino evitabile, riuscendoci solo in parte (ma una parte significativa): purtroppo, noi siamo pochi e loro sono molti. Dietro a tutto non si può stare.
E veniamo al punto in cui siamo ora. A quanto pare di capire, la riforma del MES non è stata ancora siglata. Non è invece chiaro se il governo si sia attenuto all'impegno preso il 19 giugno 2019 (quindi non "tempestivamente", come vorrebbe la legge) a:
"non approvare modifiche che prevedano condizionalità che finiscano per penalizzare quegli Stati membri che più hanno bisogno di riforme strutturali e di investimenti, e che minino le prerogative della Commissione europea in materia di sorveglianza fiscale; a promuovere, in sede europea, una valutazione congiunta dei tre elementi del pacchetto di approfondimento dell'Unione economica e monetaria - la riforma del trattato del Meccanismo europeo di stabilità (MES), dello Schema europeo di garanzia sui depositi (EDIS), e del budget dell'area euro -, riservandosi di esprimere la valutazione finale solo all'esito della dettagliata definizione di tutte le varie componenti del pacchetto, favorendo il cosiddetto "package approach", che possa consentire una condivisione politica di tutte le misure interessate, secondo una logica di equilibrio complessivo; a rendere note alle Camere le proposte di modifica al trattato ESM, elaborate in sede europea, al fine di consentire al Parlamento di esprimersi con un atto di indirizzo e, conseguentemente, a sospendere ogni determinazione definitiva finché il Parlamento non si sia pronunciato."
Ci sono due passaggi parlamentari prima della riunione in cui la riforma dovrebbe essere approvata da Conte in sede europea: uno è l'affare assegnato in merito all'A.S. 322 (proposta di modifica del MES), che prevede, in fase istruttoria, l'audizione del ministro Gualtieri mercoledì prossimo, prima dell'Eurogruppo del 4 dicembre (dove si prendono le decisioni). Poi ci sono le già citate comunicazioni del premier Conte l'11 dicembre prima del Consiglio Europeo del 12 (dove si firmano le decisioni).
A quanto pare di capire, a quel punto saremmo arrivati alla fase "il Governo firma il Trattato" (avendo sostanzialmente eluso, o comunque non attivato tempestivamente, la fase "il Parlamento conferisce un mandato").
Ad oggi non sappiamo se il Governo firmerà, perché la sua maggioranza è divisa su questo, essendo composta da un partito che il MES voleva liquidarlo, e da un partito che il MES lo ha invece fortemente voluto.
Poi, certo, resterà la fase "il Parlamento ratifica".
Se state seguendo il ragionamento, dovreste capire quali siano le criticità di arrivare alla fase "ratifica".
Intanto, una mancata ratifica è equivalente, in termini politici (non in termini procedurali) a un voto di sfiducia. Il Governo, certo, non è obbligato a dimettersi, ma se su un Trattato così importante viene sconfessato dal Parlamento, è chiaro che per non prenderne atto occorre portare la faccia di bronzo a un livello ancora superiore rispetto a quello dimostrato finora (a partire da quando il partito di maggioranza relativa abbandonò l'aula in occasione delle comunicazioni sulla TAV).
Poi, si crea un problema a livello internazionale, perché giustamente i partner europei (quelli del waterboarding) potrebbero legittimamente porsi delle domande sull'attendibilità di un Paese che manda un Governo a dire una cosa quando evidentemente il Parlamento ne pensa un'altra. Non sono un grande fan dell'argomento "in Europa dobbiamo essere credibbbili" (a renderci tali basta un qualsiasi museo diocesano), ma è indubbio che, mettendosi nei panni della controparte, avere una posizione e mantenerla (o modificarla per chiari e giustificati motivi) è essenziale perché negoziare abbia un senso. Un Governo che venisse sconfessato dal proprio Parlamento in Europa non verrebbe guardato con gli stessi occhi. Va anche detto che se la sarebbe cercata! Dopo aver visto come vengono trattati i Parlamenti (con la tecnica del mushroom management), le lamentele dei diversi funzionari che ho incontrato circa il fatto che "eh, noi abbiamo fatto il possibile, ma da Roma non ci arrivavano segnali chiari..." mi sembrano molto meno credibili: è un dato di fatto che alcuni di quelli che mi hanno fatto questo discorso sono poi gli stessi che mi hanno impedito di leggere un testo che, peraltro, avevo già letto per altre vie, impedendomi cioè di acquisire gli elementi necessari per fornire loro quei segnali della cui mancanza si lamentavano!
La sede per fare un sano gioco delle parti fra Parlamento e Governo quindi non è la ratifica, ma il negoziato, cioè l'Eurogruppo. In quella sede i paesi civili mandano ministri in grado di dire ai loro pari: "cari amici, quello che mi proponete è tanto bello, vi sono sinceramente grato dell'aiuto che volete dare alle
La Germania lo fa sistematicamente: perché noi no?
Mistero.
Sono quasi nove anni che ci poniamo questa domanda: non siamo riusciti a trovare la risposta, e forse non la troveremo mai. Intanto, ripetete con me: gli elettori eleggono il Parlamento, che dà un mandato negoziale al Governo, che conclude un Trattato, che il Parlamento è chiamato a ratificare.
E ora ripetetelo senza di me, e cercate di ricordarvi a che punto di questa storia siamo. Io vado ad occuparmene.
domenica 24 novembre 2019
Per farvi capire come funziona...
Come sapete, al termine di una lunga e faticosa trattativa con il dottor Conte, prima che questi si trasformasse nel signor Giuseppi, ero riuscito, col sostegno di autorevoli esponenti del Movimento 5 Stelle, a fargli prendere l'impegno di trasmettere alle Camere la proposta di modifica del Trattato istitutivo del Meccanismo Europeo di Stabilità. Di questa riforma, come già del Trattato, nulla si doveva sapere, e coerentemente, come vedete, i giornali fanno il possibile per ignorare la notizia. Tuttavia, visto che ora purtroppo in applicazione della Legge Moavero, che qualcuno ha testardamente cercato di riportare in vita, se ne dovrà parlare, sul sito del Senato finalmente trovate i testi in questa pagina.
Giusto così, per farvi capire come funziona: se cliccate sul primo link ottenete un documento in italiano che reca le sole proposte emendative, cioè le modifiche apportate alle singole parti del trattato originale, esposte con la tecnica del rinvio. Naturalmente, lette così, senza coordinarle col testo originale, molte modifiche non sono di immediata comprensione. Se invece cliccate sul secondo link ottenete un documento in inglese, inizialmente rubricato come A.S. 322, ora A.S. 322-bis, che reca il testo del Trattato come modificato dagli emendamenti proposti (o approvati? Questo non è chiaro). Insomma: quello che in italiano si chiamerebbe un "testo coordinato". Naturalmente, se non si conosce a memoria il trattato, risulta difficile individuare nel testo coordinato quali siano le innovazioni.
Affrettandomi a dire che in questo i funzionari della mia Commissione non c'entrano nulla (il testo in inglese fu trasmesso dal ministro Tria mentre scoppiava la crisi di governo, cioè quando lui pensava che ormai nessuno potesse metterci la testa, quello in italiano inviato pochi giorni fa dal ministro Gualtieri), si potrebbe maliziosamente pensare che qualcuno stia facendo di tutto per impedire una lettura agevole del Trattato di cui non si deve parlare! Si potrebbe anche ironizzare sulle due strategie seguite per confondere le idee nella testa dei parlamentari, che di tempo per lo studio ne hanno poco, purtroppo: al Nord, dare un testo che fila, nella cui scorrevolezza le più insidiose fra le modifiche rischiano di passare inosservate; al Sud, dare i soli emendamenti, destinati a restare criptici se avulsi dal contesto.
In termini sostanziali, poco male. Chi segue il dibattito non ha certo bisogno di leggere i testi per sapere di che cosa si tratta: la sostanza era già nell'editto di Meseberg! E poi, volendo, il Senato ha ottimi uffici studi dove si lavora a predisporre testi a fronte.
Tuttavia, in Parlamento anche la forma è sostanza.
Supponiamo che qualcuno voglia discutere formalmente il testo ed evidenziare quali siano le sue novità, per poi discuterle. Bene, una di queste, come sapete, è la possibilità di usare il MES come common backstop (dispositivo di sostegno comune) al Fondo di risoluzione unico (chi non sa che cosa sia, trova qui una spiegazione). Proprio per questo, cioè perché entra in materia di salvataggi bancari, mi è stato possibile chiedere l'assegnazione del documento alla mia Commissione. Senza entrare nei dettagli, vi faccio osservare una cosa. Nel testo coordinato inglese, questa innovazione è introdotta nel comma 2 dell'art. 12. Negli emendamenti (in italiano) la stessa modifica è rubricata come comma 1-bis. Diverse tecniche legislative, o forse, chi sa, magari anche un diverso testo, perché nonostante il dottor Conte avesse promesso di aspettare che il Parlamento si esprimesse, il signor Giuseppi certamente ha lasciato che le cose andassero avanti: tanto poi arriva dicembre, la finanziaria, le vacanze di Natale, il Trattato passa e buonanotte! Certo, in altri Parlamenti sarebbe andata a finire così, non lo metto in dubbio. Ora le cose sono un po' cambiate. Mi dispiace...
Tuttavia, al di là dell'attenzione che cerchiamo di mettere in quanto succede, il punto è che se un parlamentare italiano volesse dire che questa cosa gli sta, o non gli sta, bene, allo stato dell'arte, cioè data la disinvoltura con cui i Governi trattano il Parlamento, gli sarebbe materialmente impossibile farlo in modo preciso. Cosa mettiamo a verbale? Il dissenso (o consenso) con il comma 2 o con il comma 1.bis?
Bene. Credo che abbiate capito come funziona. Tatticucce, mezzucci... Provano a prenderti per sfinimento, asserragliati come sono nella prima classe del Titanic, dove, a giudicare da certe dichiarazioni, mi sembra che si cominci a sentire un po' di umidità (l'accordatura dell'orchestrina ne risente). Ma mentre è indubbiamente possibile fermare un transatlantico con un iceberg (abbiamo esempi), ritengo altamente improbabile fermare la Storia con le mani: non possono riuscirci loro, e, naturalmente, non possiamo riuscirci nemmeno noi.
Mantenete la calma e state saldi.
Giusto così, per farvi capire come funziona: se cliccate sul primo link ottenete un documento in italiano che reca le sole proposte emendative, cioè le modifiche apportate alle singole parti del trattato originale, esposte con la tecnica del rinvio. Naturalmente, lette così, senza coordinarle col testo originale, molte modifiche non sono di immediata comprensione. Se invece cliccate sul secondo link ottenete un documento in inglese, inizialmente rubricato come A.S. 322, ora A.S. 322-bis, che reca il testo del Trattato come modificato dagli emendamenti proposti (o approvati? Questo non è chiaro). Insomma: quello che in italiano si chiamerebbe un "testo coordinato". Naturalmente, se non si conosce a memoria il trattato, risulta difficile individuare nel testo coordinato quali siano le innovazioni.
Affrettandomi a dire che in questo i funzionari della mia Commissione non c'entrano nulla (il testo in inglese fu trasmesso dal ministro Tria mentre scoppiava la crisi di governo, cioè quando lui pensava che ormai nessuno potesse metterci la testa, quello in italiano inviato pochi giorni fa dal ministro Gualtieri), si potrebbe maliziosamente pensare che qualcuno stia facendo di tutto per impedire una lettura agevole del Trattato di cui non si deve parlare! Si potrebbe anche ironizzare sulle due strategie seguite per confondere le idee nella testa dei parlamentari, che di tempo per lo studio ne hanno poco, purtroppo: al Nord, dare un testo che fila, nella cui scorrevolezza le più insidiose fra le modifiche rischiano di passare inosservate; al Sud, dare i soli emendamenti, destinati a restare criptici se avulsi dal contesto.
In termini sostanziali, poco male. Chi segue il dibattito non ha certo bisogno di leggere i testi per sapere di che cosa si tratta: la sostanza era già nell'editto di Meseberg! E poi, volendo, il Senato ha ottimi uffici studi dove si lavora a predisporre testi a fronte.
Tuttavia, in Parlamento anche la forma è sostanza.
Supponiamo che qualcuno voglia discutere formalmente il testo ed evidenziare quali siano le sue novità, per poi discuterle. Bene, una di queste, come sapete, è la possibilità di usare il MES come common backstop (dispositivo di sostegno comune) al Fondo di risoluzione unico (chi non sa che cosa sia, trova qui una spiegazione). Proprio per questo, cioè perché entra in materia di salvataggi bancari, mi è stato possibile chiedere l'assegnazione del documento alla mia Commissione. Senza entrare nei dettagli, vi faccio osservare una cosa. Nel testo coordinato inglese, questa innovazione è introdotta nel comma 2 dell'art. 12. Negli emendamenti (in italiano) la stessa modifica è rubricata come comma 1-bis. Diverse tecniche legislative, o forse, chi sa, magari anche un diverso testo, perché nonostante il dottor Conte avesse promesso di aspettare che il Parlamento si esprimesse, il signor Giuseppi certamente ha lasciato che le cose andassero avanti: tanto poi arriva dicembre, la finanziaria, le vacanze di Natale, il Trattato passa e buonanotte! Certo, in altri Parlamenti sarebbe andata a finire così, non lo metto in dubbio. Ora le cose sono un po' cambiate. Mi dispiace...
Tuttavia, al di là dell'attenzione che cerchiamo di mettere in quanto succede, il punto è che se un parlamentare italiano volesse dire che questa cosa gli sta, o non gli sta, bene, allo stato dell'arte, cioè data la disinvoltura con cui i Governi trattano il Parlamento, gli sarebbe materialmente impossibile farlo in modo preciso. Cosa mettiamo a verbale? Il dissenso (o consenso) con il comma 2 o con il comma 1.bis?
Bene. Credo che abbiate capito come funziona. Tatticucce, mezzucci... Provano a prenderti per sfinimento, asserragliati come sono nella prima classe del Titanic, dove, a giudicare da certe dichiarazioni, mi sembra che si cominci a sentire un po' di umidità (l'accordatura dell'orchestrina ne risente). Ma mentre è indubbiamente possibile fermare un transatlantico con un iceberg (abbiamo esempi), ritengo altamente improbabile fermare la Storia con le mani: non possono riuscirci loro, e, naturalmente, non possiamo riuscirci nemmeno noi.
Mantenete la calma e state saldi.
martedì 19 novembre 2019
Pausa
...solo per dirvi che mi piacerebbe molto dedicarvi più tempo, che poi è esattamente quello che sto facendo, ma senza avere il tempo di raccontarlo, e so che lo sapete. A riprova, credo che ai tempi in cui parlavamo qui, fra pochi iniziati, di metodo Juncker, sarebbe stato difficile per ognuno di noi immaginare che, per una volta, se pure in extremis, si sarebbe riusciti ad attivare un dibattito mediatico e parlamentare prima, e non dopo, dell'ennesima tagliola europea.
Se questo sta succedendo è anche grazie a voi, e quindi... grazie!
Se questo sta succedendo è anche grazie a voi, e quindi... grazie!
sabato 2 novembre 2019
Sovranismo
Intervengo sull'ordine dei lavori (chi era al #goofy7 sa che cosa significhi) per riportare brevemente un minimo di razionalità in un dibattito che ne ha grande bisogno.
Premetto che io non ho niente contro i volenterosi, soprattutto se in buona fede, se non fosse per il dato oggettivo che questa categoria di persone ha la spiacevole tendenza a far più danni della grandine, e che la difesa è sempre legittima. Do quindi alla buona volontà e alla buona fede di chi ha introdotto e propugnato nel dibattito la categoria di "sovranismo" il giusto peso, cioè zero, e mi limito a fare due brevi considerazioni.
La prima è che in termini comunicativi è sempre un errore fornire agli avversari un bersaglio polemico, ed è un errore ancora più grande accettare di condurre il dibattito all'interno del recinto in cui l'avversario ti costringe. Con l'invenzione della categoria di sovranismo sono stati fatti entrambi gli errori. Pochi mesi di esperienza politica mi consentono di affermare con assoluta certezza che solo la stupidità, mai la perfidia, consente di centrare con tanta precisione un simile bersaglio!
Mi spiego.
Insistendo sulla categoria di sovranismo si è fornito ai media del grande capitale, quello finanziario, e alla pletora dei suoi utili idioti, un'unica etichetta da applicare come bersaglio sulla schiena di chi, da fronti diversi, con percorsi culturali e argomentativi differenziati, con obiettivi politici non sempre coincidenti, ha "messo a tema" (come dicono quelli fichi) un problema evidente: la crisi del sistema di integrazione europeo. In questo modo si è facilitata la denigrazione di un dibattito che ha radici culturali profonde e nobilissime, e si è consentito ai cialtroni dei media di appiattirlo sulle esternazioni di qualcuno dei tanti squinternati che in democrazia hanno comunque diritto di esprimersi, ma verso i quali la saggezza popolare da sempre ci esorta a usare prudenza: "dagli amici mi guardi Iddio". Peraltro, se dopo aver affrontato nelle sedi pubbliche e in quelle scientifiche un dibattito che era oggettivamente pericoloso da affrontare sono ancora vivo (con gran dispetto di Annaberta) è perché dagli "amici" mi sono guardato io, per un atto di solidarietà verso una persona che, ancorché trina (solo Giuseppi era bino), ha senz'altro da fare più di me (è successo coi memmetari, con gli ortotteri, coi decrescisti, ecc.).
Non solo.
Il genio che ci ha regalato il sovranismo ha anche compiuto un'altra operazione perversa e deleteria: quella di creare un recinto al cui interno vengono ricondotte, per assoggettarle a un biasimo acritico e preconcetto, una quantità di fattispecie che col dibattito sull'integrazione europea, e, per altri versi, col dibattito sulla sovranità, nulla hanno a che fare: dal legittimo fastidio di Trump per la svalutazione competitiva dell'euro praticata da Draghi, all'affermazione del capitalismo di Stato nei paesi emergenti (sapete gli idioti che "il mondo è pieno di sovranismi!..."?). Negli ambienti che una volta furono intellettuali, se vuoi sembrare intelligente (nella - vana - speranza di chiudere la serata con la tipa che ti piace, e che non sai più come corteggiare senza cadere in fattispecie plurime di reato!), per criticare qualcosa devi dire che è sovranista. "C'è tanto sovranismo, signora mia", si sente dire in quelli che ancora si credono salotti, e forse non sono più nemmeno portierati, perché gli umili, i semplici, quelli che nostro Signore ha deciso di esaltare, ci sono arrivati prima degli istruiti, dei potenti, che in tutta evidenza vengono oggi deposti nell'umido della Storia...
Questo per quanto riguarda la prima considerazione, che potremmo riassumere così: la promozione della categoria di sovranismo all'interno del dibattito è stato un gigantesco autogol comunicativo (andrebbe anche capito una volta per tutte che politica non è tanto avere idee - quelle utili sono già tutte lì, come mi accingo a esemplificarvi - quanto condividerle, e chi comunica male condivide peggio...).
La seconda considerazione ve la riassumo prima di svilupparla: la promozione della categoria di sovranismo all'interno del dibattito è stato un gigantesco errore in termini sostanziali, tematici, concettuali.
Mi spiego.
Altro è la sovranità, e altro il sovranismo. La categoria di sovranità risponde a una domanda semplice, ma essenziale per l'ordinato funzionamento di qualsiasi comunità umana composta da un numero n>1 di persone: chi comanda? Le persone si associano per realizzare obiettivi, dai più ovvi (riprodursi) ai più complessi. Il perseguimento di questi obiettivi richiede che qualcuno prenda decisioni.
La Repubblica Italiana nasce con la Costituzione antifascista e si propone in particolare un obiettivo: quello di "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese" (art. 3). Per inciso, questo è l'umanesimo di cui abbiamo bisogno, e a che ci propone il "nuovo" umanesimo suggerirei di riservare il trattamento abitualmente riservato ai venditori del noto elettrodomestico o ai proverbialmente petulanti apostoli della nota fede. Ma torniamo al punto: chi comanda? Chi prende cioè le decisioni necessarie per traghettare questo compito della Repubblica, esplicitamente indicato come tale dall'art. 3 ("è compito della Repubblica...") dal regno delle buone intenzioni a quello dei risultati? Il popolo, perché "la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione" (art. 1, secondo comma).
Le categorie per affrontare i temi dell'attualità, quindi, già esistevano, a patto di fare quella quasi mai semplice, ma quasi sempre proficua operazione che consiste nel ribaltare completamente i termini del problema (Copernicus docet). Non è sovranista chi afferma il diritto del popolo ad esercitare la propria sovranità nelle forme e nei limiti della Costituzione: è fascista chi nega questo diritto (agevolo un noto contributo dalla regia):
(e nel mondo dei mass media poco cambia se la negazione dei principi fondamentali della nostra Costituzione risponda a una consapevole volontà di propugnare un modello politico antidemocratico, o sia espressione inconsapevole di pura e semplice ignoranza: ignoranza e fascismo hanno diritto di cittadinanza in democrazia, ma entrambi sono una minaccia esistenziale per i nostri diritti politici e come tali vanno contrastati "nelle forme e nei limiti della Costituzione").
La categoria di sovranismo quindi andrebbe serenamente archiviata: per descrivere i nemici della Costituzione repubblicana antifascista, cioè i nemici del vostro diritto di concorrere alla determinazione dell'indirizzo politico del vostro paese, è più che sufficiente la categoria di fascismo, che riassume in sé tutti gli attacchi quotidianamente subiti dalla nostra democrazia, a partire da chi sempre più esplicitamente nega il più fondamentale dei diritti politici, il suffragio universale, per arrivare a chi vuole istituire tribunali politici dai nomi altisonanti per fattispecie di reato che o sono indefinite (e allora il pericolo per la democrazia di sanzionarle a maggioranza dovrebbe essere evidente!), o sono già normate dal codice penale (e allora a che servono leggi speciali?).
Lo dico ancora in un altro modo: la categoria di sovranismo ha oggettivamente ribaltato i corretti termini del problema, costringendo sulla difensiva chi semplicemente afferma i principi fondamentali della democrazia costituzionale italiana e la necessità di difenderli da nemici interni ed esterni.
Naturalmente , visto che la categoria di sovranismo è inutile (e quindi dannosa), credo le si debba applicare il noto aforisma del Pedante: se non serve a niente, serve a qualcos'altro.
Il qualcos'altro non è difficile da individuare: dare una bandiera a movimenti dello zero virgola, cui poco importa di portare il degrado nel dibattito politico, pur di rinsaldare la bollicina del proprio consenso, dare un minimo di visibilità a attori del dibattito cui sarebbe il caso che qualcuno finalmente dicesse che la somma di n insuccessi politici non sarà mai un successo politico per n tendente ad infinito, e, naturalmente (e il pericolo è qui), dare agli odiatori autorizzati, ai volenterosi carnefici del politicamente corretto, rigorosamente a norma CE, un utile sfogatoio, un punto dialettico su cui focalizzare i quotidiani due minuti di odio, banalizzando una riflessione politica che ha coinvolto pensatori di cui i sullodati carnefici, in quanto letame, nulla sanno, ma che invece qui abbiamo imparato a leggere e ad ascoltare.
Casualmente nessuno di questi pensatori, né Streek, né Majone (autore di Rethinking the Union of Europe), né Galli, né Canfora, né Zielonka (e la lista potrebbe continuare) ha mai usato la categoria di sovranismo (se sbaglio mi correggerete), limitandosi ad usare quella di sovranità. Ci sarà pure un motivo! Quando ho sete bevo, ma non per questo sono un bevista; senza farci troppo caso respiro (e spero altrettanto di voi), ma non per questo sono un respirista. Perché fare un'ideologia dell'ovvio, cioè del fatto che in democrazia l'indirizzo politico deve essere espresso dal popolo? Quando ideologia rima con tautologia il dibattito va in cortocircuito e il peso delle idee viene sostituito senza possibilità di riscatto da quello dei rapporti di forza.
Siamo sicuri che questa operazione ci avvantaggi?
Le ideologie servirebbero.
La loro mancanza, anch'essa frutto di un'operazione culturale portata avanti col volenteroso contributo di tante brave persone in buona fede (vedi alla voce: più danni della grandine) è la vera radice del degrado in cui il dibattito politico si trova. La morte (presunta) delle ideologie non solo ha lasciato spazio a un'unica di esse (il neoliberismo), come ci ricordava Carlo Galli a Pescara, ma, soprattutto, non ha reso meno ideologica (nel senso di acritica, fideistica, basata sulla logica dell'appartenenza) la conduzione del dibattito. Le ideologie sono, sarebbero utili se basate su qualcosa, non se basate sul niente. Raccogliere le persone sotto la bandiera della CO2, ad esempio, è barbarie, una barbarie le cui motivazioni, la cui political economy, per usare un termine della mia disciplina, abbiamo imparato qui a riconoscere molto presto. Trasformare in ideologia una molecola, anziché una proposta di organizzazione della società, ha un unico ovvio scopo, talmente ovvio che sfugge, pur essendo il proverbiale "ornitorinco nello spritz" (come direbbe Bersani): lo scopo ovvio è ovviamente quello di evitare che la discussione verta sulle proposte di organizzazione della società. Il circuito del risparmio deve essere totalmente privatizzato, come vuole e attivamente coopera a realizzare l'unica ideologia rimasta in vita, con tutto quello che ne consegue in termini di instabilità finanziaria, o deve essere almeno parzialmente socializzato, cioè gestito anche da istituzioni pubbliche (prima fra tutte il sistema del welfare, ma anche istituti di credito, ecc.)? Di questo non si deve parlare: ma si deve invece parlare di quello che serve a farci accettare modelli di organizzazione sociale della produzione precostituiti e definiti altrove, al di fuori di un normale scrutinio democratico.
Mentre siamo qui in trepida e fiduciosa attesa del prossimo immancabile shock finanziario (nel frattempo Repo-satevi...), forse dovremmo porci qualche domanda su questo modus operandi, e in particolare sull'opportunità di trasformare in "-ismo", cioè in ideologia, e quindi in tema di dibattito, e di dibattito gestito in modo strumentalmente divisivo, un'altra ovvietà: il diritto di una comunità di autodeterminare i propri indirizzi politici nel rispetto della propria legge fondamentale. Siamo proprio sicuri di voler (involontariamente?) trasformare questo diritto, che è il respiro della democrazia, in materia di dibattito?
Torno a dire che lo trovo inopportuno.
Era un po' che volevo dirvelo, e ora ve l'ho detto. E adesso scatenatevi: io mi studio l'ennesima bozza della legge di bilancio. Al testo definitivo ormai ci ho rinunciato, e comunque l'esercizio provvisorio non è poi così male, se consideri l'alternativa: una manovra fatta da disperati che stanno usando qualsiasi strumento possibile per raschiare il fondo del barile, comprimendo i diritti del contribuente, giocando sugli effetti immediati dell'alterazione di alcune scadenze, ammantando di nobili motivazioni l'equivalente odierno della tassa sul macinato. Il Signore abbia pietà di loro. Per quanto riguarda noi, ci vediamo il 26 gennaio...
Premetto che io non ho niente contro i volenterosi, soprattutto se in buona fede, se non fosse per il dato oggettivo che questa categoria di persone ha la spiacevole tendenza a far più danni della grandine, e che la difesa è sempre legittima. Do quindi alla buona volontà e alla buona fede di chi ha introdotto e propugnato nel dibattito la categoria di "sovranismo" il giusto peso, cioè zero, e mi limito a fare due brevi considerazioni.
La prima è che in termini comunicativi è sempre un errore fornire agli avversari un bersaglio polemico, ed è un errore ancora più grande accettare di condurre il dibattito all'interno del recinto in cui l'avversario ti costringe. Con l'invenzione della categoria di sovranismo sono stati fatti entrambi gli errori. Pochi mesi di esperienza politica mi consentono di affermare con assoluta certezza che solo la stupidità, mai la perfidia, consente di centrare con tanta precisione un simile bersaglio!
Mi spiego.
Insistendo sulla categoria di sovranismo si è fornito ai media del grande capitale, quello finanziario, e alla pletora dei suoi utili idioti, un'unica etichetta da applicare come bersaglio sulla schiena di chi, da fronti diversi, con percorsi culturali e argomentativi differenziati, con obiettivi politici non sempre coincidenti, ha "messo a tema" (come dicono quelli fichi) un problema evidente: la crisi del sistema di integrazione europeo. In questo modo si è facilitata la denigrazione di un dibattito che ha radici culturali profonde e nobilissime, e si è consentito ai cialtroni dei media di appiattirlo sulle esternazioni di qualcuno dei tanti squinternati che in democrazia hanno comunque diritto di esprimersi, ma verso i quali la saggezza popolare da sempre ci esorta a usare prudenza: "dagli amici mi guardi Iddio". Peraltro, se dopo aver affrontato nelle sedi pubbliche e in quelle scientifiche un dibattito che era oggettivamente pericoloso da affrontare sono ancora vivo (con gran dispetto di Annaberta) è perché dagli "amici" mi sono guardato io, per un atto di solidarietà verso una persona che, ancorché trina (solo Giuseppi era bino), ha senz'altro da fare più di me (è successo coi memmetari, con gli ortotteri, coi decrescisti, ecc.).
Non solo.
Il genio che ci ha regalato il sovranismo ha anche compiuto un'altra operazione perversa e deleteria: quella di creare un recinto al cui interno vengono ricondotte, per assoggettarle a un biasimo acritico e preconcetto, una quantità di fattispecie che col dibattito sull'integrazione europea, e, per altri versi, col dibattito sulla sovranità, nulla hanno a che fare: dal legittimo fastidio di Trump per la svalutazione competitiva dell'euro praticata da Draghi, all'affermazione del capitalismo di Stato nei paesi emergenti (sapete gli idioti che "il mondo è pieno di sovranismi!..."?). Negli ambienti che una volta furono intellettuali, se vuoi sembrare intelligente (nella - vana - speranza di chiudere la serata con la tipa che ti piace, e che non sai più come corteggiare senza cadere in fattispecie plurime di reato!), per criticare qualcosa devi dire che è sovranista. "C'è tanto sovranismo, signora mia", si sente dire in quelli che ancora si credono salotti, e forse non sono più nemmeno portierati, perché gli umili, i semplici, quelli che nostro Signore ha deciso di esaltare, ci sono arrivati prima degli istruiti, dei potenti, che in tutta evidenza vengono oggi deposti nell'umido della Storia...
Questo per quanto riguarda la prima considerazione, che potremmo riassumere così: la promozione della categoria di sovranismo all'interno del dibattito è stato un gigantesco autogol comunicativo (andrebbe anche capito una volta per tutte che politica non è tanto avere idee - quelle utili sono già tutte lì, come mi accingo a esemplificarvi - quanto condividerle, e chi comunica male condivide peggio...).
La seconda considerazione ve la riassumo prima di svilupparla: la promozione della categoria di sovranismo all'interno del dibattito è stato un gigantesco errore in termini sostanziali, tematici, concettuali.
Mi spiego.
Altro è la sovranità, e altro il sovranismo. La categoria di sovranità risponde a una domanda semplice, ma essenziale per l'ordinato funzionamento di qualsiasi comunità umana composta da un numero n>1 di persone: chi comanda? Le persone si associano per realizzare obiettivi, dai più ovvi (riprodursi) ai più complessi. Il perseguimento di questi obiettivi richiede che qualcuno prenda decisioni.
La Repubblica Italiana nasce con la Costituzione antifascista e si propone in particolare un obiettivo: quello di "rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese" (art. 3). Per inciso, questo è l'umanesimo di cui abbiamo bisogno, e a che ci propone il "nuovo" umanesimo suggerirei di riservare il trattamento abitualmente riservato ai venditori del noto elettrodomestico o ai proverbialmente petulanti apostoli della nota fede. Ma torniamo al punto: chi comanda? Chi prende cioè le decisioni necessarie per traghettare questo compito della Repubblica, esplicitamente indicato come tale dall'art. 3 ("è compito della Repubblica...") dal regno delle buone intenzioni a quello dei risultati? Il popolo, perché "la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione" (art. 1, secondo comma).
Le categorie per affrontare i temi dell'attualità, quindi, già esistevano, a patto di fare quella quasi mai semplice, ma quasi sempre proficua operazione che consiste nel ribaltare completamente i termini del problema (Copernicus docet). Non è sovranista chi afferma il diritto del popolo ad esercitare la propria sovranità nelle forme e nei limiti della Costituzione: è fascista chi nega questo diritto (agevolo un noto contributo dalla regia):
(e nel mondo dei mass media poco cambia se la negazione dei principi fondamentali della nostra Costituzione risponda a una consapevole volontà di propugnare un modello politico antidemocratico, o sia espressione inconsapevole di pura e semplice ignoranza: ignoranza e fascismo hanno diritto di cittadinanza in democrazia, ma entrambi sono una minaccia esistenziale per i nostri diritti politici e come tali vanno contrastati "nelle forme e nei limiti della Costituzione").
La categoria di sovranismo quindi andrebbe serenamente archiviata: per descrivere i nemici della Costituzione repubblicana antifascista, cioè i nemici del vostro diritto di concorrere alla determinazione dell'indirizzo politico del vostro paese, è più che sufficiente la categoria di fascismo, che riassume in sé tutti gli attacchi quotidianamente subiti dalla nostra democrazia, a partire da chi sempre più esplicitamente nega il più fondamentale dei diritti politici, il suffragio universale, per arrivare a chi vuole istituire tribunali politici dai nomi altisonanti per fattispecie di reato che o sono indefinite (e allora il pericolo per la democrazia di sanzionarle a maggioranza dovrebbe essere evidente!), o sono già normate dal codice penale (e allora a che servono leggi speciali?).
Lo dico ancora in un altro modo: la categoria di sovranismo ha oggettivamente ribaltato i corretti termini del problema, costringendo sulla difensiva chi semplicemente afferma i principi fondamentali della democrazia costituzionale italiana e la necessità di difenderli da nemici interni ed esterni.
Naturalmente , visto che la categoria di sovranismo è inutile (e quindi dannosa), credo le si debba applicare il noto aforisma del Pedante: se non serve a niente, serve a qualcos'altro.
Il qualcos'altro non è difficile da individuare: dare una bandiera a movimenti dello zero virgola, cui poco importa di portare il degrado nel dibattito politico, pur di rinsaldare la bollicina del proprio consenso, dare un minimo di visibilità a attori del dibattito cui sarebbe il caso che qualcuno finalmente dicesse che la somma di n insuccessi politici non sarà mai un successo politico per n tendente ad infinito, e, naturalmente (e il pericolo è qui), dare agli odiatori autorizzati, ai volenterosi carnefici del politicamente corretto, rigorosamente a norma CE, un utile sfogatoio, un punto dialettico su cui focalizzare i quotidiani due minuti di odio, banalizzando una riflessione politica che ha coinvolto pensatori di cui i sullodati carnefici, in quanto letame, nulla sanno, ma che invece qui abbiamo imparato a leggere e ad ascoltare.
Casualmente nessuno di questi pensatori, né Streek, né Majone (autore di Rethinking the Union of Europe), né Galli, né Canfora, né Zielonka (e la lista potrebbe continuare) ha mai usato la categoria di sovranismo (se sbaglio mi correggerete), limitandosi ad usare quella di sovranità. Ci sarà pure un motivo! Quando ho sete bevo, ma non per questo sono un bevista; senza farci troppo caso respiro (e spero altrettanto di voi), ma non per questo sono un respirista. Perché fare un'ideologia dell'ovvio, cioè del fatto che in democrazia l'indirizzo politico deve essere espresso dal popolo? Quando ideologia rima con tautologia il dibattito va in cortocircuito e il peso delle idee viene sostituito senza possibilità di riscatto da quello dei rapporti di forza.
Siamo sicuri che questa operazione ci avvantaggi?
Le ideologie servirebbero.
La loro mancanza, anch'essa frutto di un'operazione culturale portata avanti col volenteroso contributo di tante brave persone in buona fede (vedi alla voce: più danni della grandine) è la vera radice del degrado in cui il dibattito politico si trova. La morte (presunta) delle ideologie non solo ha lasciato spazio a un'unica di esse (il neoliberismo), come ci ricordava Carlo Galli a Pescara, ma, soprattutto, non ha reso meno ideologica (nel senso di acritica, fideistica, basata sulla logica dell'appartenenza) la conduzione del dibattito. Le ideologie sono, sarebbero utili se basate su qualcosa, non se basate sul niente. Raccogliere le persone sotto la bandiera della CO2, ad esempio, è barbarie, una barbarie le cui motivazioni, la cui political economy, per usare un termine della mia disciplina, abbiamo imparato qui a riconoscere molto presto. Trasformare in ideologia una molecola, anziché una proposta di organizzazione della società, ha un unico ovvio scopo, talmente ovvio che sfugge, pur essendo il proverbiale "ornitorinco nello spritz" (come direbbe Bersani): lo scopo ovvio è ovviamente quello di evitare che la discussione verta sulle proposte di organizzazione della società. Il circuito del risparmio deve essere totalmente privatizzato, come vuole e attivamente coopera a realizzare l'unica ideologia rimasta in vita, con tutto quello che ne consegue in termini di instabilità finanziaria, o deve essere almeno parzialmente socializzato, cioè gestito anche da istituzioni pubbliche (prima fra tutte il sistema del welfare, ma anche istituti di credito, ecc.)? Di questo non si deve parlare: ma si deve invece parlare di quello che serve a farci accettare modelli di organizzazione sociale della produzione precostituiti e definiti altrove, al di fuori di un normale scrutinio democratico.
Mentre siamo qui in trepida e fiduciosa attesa del prossimo immancabile shock finanziario (nel frattempo Repo-satevi...), forse dovremmo porci qualche domanda su questo modus operandi, e in particolare sull'opportunità di trasformare in "-ismo", cioè in ideologia, e quindi in tema di dibattito, e di dibattito gestito in modo strumentalmente divisivo, un'altra ovvietà: il diritto di una comunità di autodeterminare i propri indirizzi politici nel rispetto della propria legge fondamentale. Siamo proprio sicuri di voler (involontariamente?) trasformare questo diritto, che è il respiro della democrazia, in materia di dibattito?
Torno a dire che lo trovo inopportuno.
Era un po' che volevo dirvelo, e ora ve l'ho detto. E adesso scatenatevi: io mi studio l'ennesima bozza della legge di bilancio. Al testo definitivo ormai ci ho rinunciato, e comunque l'esercizio provvisorio non è poi così male, se consideri l'alternativa: una manovra fatta da disperati che stanno usando qualsiasi strumento possibile per raschiare il fondo del barile, comprimendo i diritti del contribuente, giocando sugli effetti immediati dell'alterazione di alcune scadenze, ammantando di nobili motivazioni l'equivalente odierno della tassa sul macinato. Il Signore abbia pietà di loro. Per quanto riguarda noi, ci vediamo il 26 gennaio...
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lunedì 14 ottobre 2019
Cosa sapete del gnudyl (per gli amici: New Deal)?
(...avevamo cominciato parlando di produttività, di slealtà, di Grecia...)
...oggi è tutto un gran parlare di Grignudyl: Grignudyl di qua, Grignudyl di là, Grignudyl risolverà tutti i nostri problemi, Grignudyl ci darà la pace e la prosperità.
Forse influenzato dalle inquietanti apparizioni della bambina scandinava "che i potenti la temono" (tant'è che la invitano ai loro convivi, forse per riavvicinarsi alla consapevolezza della propria caducità, un po' come Erodoto racconta che nei loro banchetti gli antichi egizi lasciassero circolare l'immagine di una mummia...), fuorviato dalle treccine, istintivamente associavo Grignudyl a qualche personaggio della mitologia norrena: Grignudyl...
Grignudyl...
Mi ricorda qualcosa...
Ma certo!
Grignudyl, il figlio di Gautrekr e di Ingibjörg, cioè il cugino primo di Pdor...
Quanta poesia!
Ma la realtà è più prosaica. Pare che il Grignudyl di cui si grugnisce (rectius: si grignudisce) in giro sia un Green New Deal, cioè una versione green del noto New Deal.
A cosa serva la sverniciata di green credo lo abbiate capito: a far digerire al popolo bue (che sareste voi) una bella scarica di tasse, perché c'è la crisi climatica, signora mia, dobbiamo fare presto (tanto per cambiare), e quindi... Avendo capito a che cosa servirà il green da qui in avanti (sintesi: a riorientare i profitti verso le aziende tedesche, questa volta del manifatturiero, ma sempre a spese vostre), resta una domanda che può apparire superflua se non inopportuna: ma che cosa fu il New Deal?
Cosa sapete, voi, del New Deal?
Questo è quello che sapete voi, anzi, quello che sanno tutti, della storia del XX secolo, ed è una storia che si capisce, che tutti capiscono: i buoni fanno la cosa giusta, i cattivi fanno la cosa sbagliata, e sono cattivi per il più ovvio dei motivi: perché la mamma non gli voleva bene da piccoli.
Se sei di sinistra, oggi tutto quanto oltrepassi questa articolata analisi rientra nell'hic sunt leones del complottismo, un terreno sul quale, come si sa, è meglio non avventurarsi. L'amore della mamma, o la sua mancanza, a sinistra sono diventati causa efficiente di ogni processo storico: ma questo gliel'ho già detto in faccia in aula, e siccome non possono capirlo non glielo ripeterò più...
Voglio rassicurarvi: se non ne sapete molto di più, del gnudyl, non è colpa vostra. Sapete quello che dovete sapere, di questa, come di tutte le altre cose che, se sapute in modo diverso, potrebbero consigliarci di indirizzare diversamente la nostra società.
Un buon riassunto di questa vulgata, cioè di quello che i miei colleghi vogliono sentirsi dire a proposito del New Deal, lo trovate su studenti.it (e dove se no?): controlli (non meglio specificati) alle banche, e sostegno della domanda interna, cioè aumento della spesa pubblica e diminuzione delle imposte. Del resto, in qualsiasi testo di macro il New Deal, o comunque la Crisi del 1929, vengono evocati proprio quando si introduce il modello keynesiano standard (che non è il modello di Keynes, ma non vi voglio portare oggi su questa strada), per argomentare su quanto sia importante, ma solo in circostanze eccezionali, si badi bene!, la domanda aggregata...
Il New Deal è descritto così anche nel blog del Keynes redivivo (un nostro vecchio amico): e "l'avidità dei banchieri", e "il capitalismo accecato dal profitto", e i risparmiatori tranquillizzati con una frase: "Nothing to fear but fear itself" (una specie di "whatever it takes" ante litteram)... Poi, esaurita questa liturgia, daje de spesa pubblica: Emergency Relief Administration, Civilian Conservation Corps, ecc.
Anche la fonte delle fonti, se la leggete un po' distratti, vi lascia con la stessa impressione: Hoover (il presidente, non l'aspirapolvere) sarebbe stato una specie di Monti dei tempi suoi, e per ripararne i danni Roosevelt avrebbe fatto il keynesiano, da intendersi ovviamente secondo la migliore dottrina gianniniana come quello che spende e spande ad libitum (per essere corretti)...
Ma Keynes era questa roba qui? E Hoover era veramente un folle sadico? E nel New Deal ci fu solo questo?
Ma la Divina Provvidenza vegliava su di me: tre giorni a letto con trentotto di febbre, ed ecco che Dalio mi è toccato leggerlo, e la lettura, vi assicuro, è stata molto istruttiva.
Intanto, mi sono trovato subito in sintonia con l'impianto generale del testo, col suo principio metodologico, che è sostanzialmente quello di insistere sul fatto che stiamo vedendo un film già visto: le crisi di debito sono fenomeni ciclici ricorrenti, il cui schema si ripete in modo sostanzialmente identico nelle varie repliche. Qui lo abbiamo chiamato ciclo di Frenkel, e descritto come romanzo di centro e di periferia, Dalio lo chiama il template, altri lo chiamano instabilità minskiana (di cui in effetti il ciclo di Frenkel è un caso particolare), altri parlano di esuberanza irrazionale: insomma, è quella roba lì. Quindi, non è vero che "Questa volta è diverso!". Non c'è niente di particolarmente nuovo sotto il Sole, quello che ora si fa col computer una volta si faceva col telegrafo, ma era sostanzialmente quella stessa roba lì, dal che consegue che se sappiamo com'è andata (e com'è finita) le altre volte, abbiamo anche buone probabilità di prevedere come andrà a finire questa volta. Lo testimoniano, nel caso di Dalio, i diciotto miliardi che si è messo in tasca vedendo quello che gli altri non vedevano.
Poi, ci sono i dettagli, che, come sempre, fanno la delizia dell'intenditore.
Come potete facilmente immaginare, il libro considera come caso da studiare quello della crisi del 1929. Vediamo allora in dettaglio come si comportò il malvagio Hoover, l'hayekiano liberista della vulgata per animucce belle. Dalio lo segue praticamente giorno per giorno dal giovedì nero in poi, assistendo al sua ricostruzione con una serie di estratti dai giornali e dai bollettini della Federal Reserve (la crisi del 1929 è studiata a pag. 49 del secondo volume, cioè a pag. 117 del pdf che vi ho linkato).
Dunque...
Il 13 novembre (cioè quindici giorni dopo il martedì nero), Hoover ridusse di un punto percentuale le aliquote di tutti gli scaglioni dell'imposta sul reddito, approvò un piano di spesa per costruzioni pubbliche dall'importo di 175 milioni di dollari (non un'enormità: lo 0.1% del Pil, ma non un taglio!), e incoraggiò la Fed a ridurre il costo del denaro (dal 6% al 4.5%). L'economia ripartì in tromba, ma poi un nuovo precipizio... Nel 1930 approva un incremento della spesa sociale di circa un miliardo (più dell'1% del Pil), in modo tale che nel 1931, considerando anche il calo del gettito, il deficit arriva al 3% del Pil (noi non potremmo arrivarci). I mercati reagirono positivamente, ma anche questa volta durò poco... Nel 1932, col Banking Act (il suo, non quello di Roosevelt), Hoover inaugurò di fatto un quantitative easing ante litteram (vi ho detto che è un film già visto), consentendo alla Fed di emettere moneta per acquistare titoli di Stato. Ne vennero rapidamente acquistati quasi due miliardi, i tassi scesero, l'economia ripartì, ma poi un nuovo tonfo...
Insomma: se ragionassimo secondo la vulgata (Keynes = deficit), dovremmo concludere che Hoover era anche lui un keynesiano, se pure timido, se pure con ripensamenti (che del resto, com'è noto, ebbe anche Roosevelt nel 1936). Ma allora perché ogni volta che Hoover faceva una cosa giusta, e l'economia ripartiva, poi arrivava un nuovo tonfo che portava un po' più giù, sempre più giù, in una spirale inarrestabile?
La ragione non ve la dico: non posso mica fare tutto il lavoro io! Chi vuole leggerla se la trova scritta in grassetto a p. 132 del pdf.
Io invece vorrei dirvi un'altra cosa, quella che nessuno vi dice, e che spiega perché dopo il 1933 i tonfi verso il basso si fermano. So che i più svegli l'hanno già capita, ma ci tengo a dirvela io. Insomma: se la spesa era stata aumentata, le imposte abbassate, i tassi di interesse anche, ecc., se tutto le cose "keynesiane" erano state già fatte con i risultati che vedete sopra (un nuovo giro di vite), ma come fece Roosevelt a spezzare la spirale della depressione?
Il danno politico ormai era fatto (vedi la notizia di spalla a sinistra): ma i risultati sull'economia si videro subito:
Come dice Dalio: "Leaving the gold peg was the turning point; it was exactly then that all markets and economic statistics bottomed... Leaving the gold standard, printing money, and providing guarantees were by far the most impactful policy moves that Roosevelt made" (p. 154 del pdf, con i grafici che dimostrano questa asserzione). Provate a tradurlo in italiano (o anche in dauno), e vedete se somiglia alla vulgata che "Roosevelt salvò la situazione con la spesa pubblica"...
Non credo che occorra aggiungere molto altro. Lo sganciamento dalla parità consentì alla Fed di emettere moneta e di ricapitalizzare le banche stabilizzando il sistema. Tutta roba che noi "moderni", oggi, ci sogniamo, perché siamo ancora nella fase del moralismo, quella in cui ci si preoccupa di punire i banchieri cattivi e i loro comportamenti avidi o negligenti (il moral hazard), quella in cui si stabilisce una distinzione del tutto incongrua fra contribuente e risparmiatore, ecc.
Cose che sapete.
E quindi?
E quindi niente, qui tutto è già stato detto.
Abbiamo trasformato quella che era l'area più prospera e pacifica del mondo nel buco nero della domanda mondiale, creando un sistema più rigido del gold standard e che può sostenersi solo con la deflazione competitiva, per qualche anno siamo andati avanti a dire che non era colpa nostra, che c'era stata la grande moria delle vacche, cioè la secular stagnation, ma ormai non ci crede più nessuno, ormai è chiaro che è stato il riportare al XIX secolo la zona più prospera del pianeta a porre una seria ipoteca sulla crescita mondiale, e tuttavia proseguiamo a vele spiegate sulla medesima strada, e va bene così, i motivi li capivo da fuori, e li capisco anche meglio da dentro. La storia ci insegna che prima o poi le correzioni arrivano, e il buon senso suggerisce che questa sarà particolarmente drastica. Uno dei motivi che la renderanno tale è proprio la natura particolarmente irrazionale dell'ordinamento che ci siamo dati. Qui non c'è una persona che da sola possa decidere, come FDR, e questo credo che dovreste sempre tenerlo presente (ma so che per molti è impossibile).
Proprio per questo, vi faccio una domanda semplice semplice, cui vi prego di rispondere anche alla luce del lieve scarto fra "fatti" e "narraFFione" che il resoconto appena fatto credo evidenzi (fra aumento della spesa pubblica - che aveva fatto Hoover - e uscita dal gold standard - che si evita di attribuire a Roosevelt - c'è una differenza, no!?): ma secondo voi, in tutta onestà, sapendo che deve succedere quello che non può non succedere, vale proprio tanto la pena di prendersene la responsabilità politica, per essere "narrati" come gli egoisti, incoscienti, nazixenofascioleghisti truci e barbari? Noi stiamo semplicemente dicendo che le cose non funzionano molto bene, e sfido chiunque a dimostrare il contrario alla luce dei numeri. Qualcuno sa come migliorare le cose continuando a seguire regole procicliche? Siamo qui per ascoltarlo e cooperare (collaborare no: quello lo fa il PD). Ma poi, non ce n'è nemmeno bisogno: ora quelli che sanno, gli ottimati, i buoni, i democratici, gli onesti, sono al Governo: lasciamo che ci stupiscano con effetti speciali!
Certo, purtroppo noi sappiamo come andrà a finire (cioè come non può non andare a finire), e lo abbiamo detto in tutte le possibili sedi, e siamo anche abbastanza svegli da capire quando le cose cominceranno a mettersi male. Non sarà certo per colpa nostra: dieci anni senza recessione negli Usa sono un unicum: non credo che dovremo aspettare molto. La cosa importante è che di questo inutile sperpero di risorse, di questo episodio particolarmente cupo della nostra storia, si prenda la responsabilità (come sta facendo con un'incoscienza che non è onestà intellettuale), e paghi il costo politico, chi questo sistema lo ha voluto e difeso contro ogni ragionevole evidenza, non chi come noi non lo ha voluto e ne ha argomentato scientificamente l'irrazionalità.
Paesi più accorti, meglio governati, più democratici, stanno ragionando su ogni possibile scenario, e discutono apertamente i rischi degli attuali assetti. I nostri governanti se lo impediscono, e vorrebbero impedircelo. La loro dolorosa elaborazione del lutto è ancora nella fase del rifiuto, della negazione psicotica della realtà, cui vorrebbero che ci associassimo. Ma allora la cosa migliore da fare è lasciarli lavorare e seguire le regole. Dureranno poco, per motivi oggettivi. Il resto sono chiacchiere da bar e di chi ignora i fondamentali sapremo fare facilmente a meno.
Il mondo è fuori, ed è con noi...
(...il libro leggetelo, ne vale la pena: ci trovate tutto quello che sta succedendo oggi, e quindi, insisto, anche quello che succederà domani...)
...oggi è tutto un gran parlare di Grignudyl: Grignudyl di qua, Grignudyl di là, Grignudyl risolverà tutti i nostri problemi, Grignudyl ci darà la pace e la prosperità.
Forse influenzato dalle inquietanti apparizioni della bambina scandinava "che i potenti la temono" (tant'è che la invitano ai loro convivi, forse per riavvicinarsi alla consapevolezza della propria caducità, un po' come Erodoto racconta che nei loro banchetti gli antichi egizi lasciassero circolare l'immagine di una mummia...), fuorviato dalle treccine, istintivamente associavo Grignudyl a qualche personaggio della mitologia norrena: Grignudyl...
Grignudyl...
Mi ricorda qualcosa...
Ma certo!
Grignudyl, il figlio di Gautrekr e di Ingibjörg, cioè il cugino primo di Pdor...
Quanta poesia!
Ma la realtà è più prosaica. Pare che il Grignudyl di cui si grugnisce (rectius: si grignudisce) in giro sia un Green New Deal, cioè una versione green del noto New Deal.
A cosa serva la sverniciata di green credo lo abbiate capito: a far digerire al popolo bue (che sareste voi) una bella scarica di tasse, perché c'è la crisi climatica, signora mia, dobbiamo fare presto (tanto per cambiare), e quindi... Avendo capito a che cosa servirà il green da qui in avanti (sintesi: a riorientare i profitti verso le aziende tedesche, questa volta del manifatturiero, ma sempre a spese vostre), resta una domanda che può apparire superflua se non inopportuna: ma che cosa fu il New Deal?
Cosa sapete, voi, del New Deal?
La vulgata
Quello che tutti voi credo sappiate del New Deal potrei riassumerlo più o meno così: in America nel 1929 c'era stata una crisi per colpa della "finanza speculativa bbrutta". Purtroppo il presidente era un repubblicano, cioè uno "de destra", quindi un cattivo, non un buono come sono i democratici, quelli "de sinistra". Il presidente, che si chiamava come un aspirapolvere (non Folletto: Hoover), essendo cattivo, cioè non essendo "de sinistra", fece ovviamente la cosa sbagliata, cioè l'austerità, trasformando la crisi in una profonda depressione. Ma poi, per fortuna, a testimonianza del fatto che gli Usa sono la più grande democrazia del mondo, ci furono le elezioni, e a fine 1932 gli americani elessero un democratico, cioè uno bravo, in quanto "de sinistra": Franklin Delano Roosevelt (FDR). Questi, dotato di quel talento tutto particolare che si ha solo a sinistra per apprezzare la libertà di pensiero e ascoltare pensatori originali (qui più volte sperimentato e descritto), si fece ispirare da Keynes, e appena prese il potere, nel 1933, fece le politiche giuste, cioè tanta spesa pubblica, invece dei tagli di Hoover, perché Keynes è quello che dice che se l'economia è in depressione allora lo Stato può anche far scavare buche per poi farle riempire, giusto? Ah, e naturalmente bisognava anche regolamentare le banche brutte e cattive, per impedir loro di fare nuovamente del male. E così, quello "de sinistra" rimise in piedi il paese, appena in tempo per farlo entrare, secondo la migliore tradizione democratica, in un devastante conflitto (il quale, a sua volta, derivava non dalle dinamiche del capitalismo europeo, ma dal fatto che Adolfo era tanto cattivo perché la sua mamma, come quella di Proust, gli negava il bacino della buona notte).Questo è quello che sapete voi, anzi, quello che sanno tutti, della storia del XX secolo, ed è una storia che si capisce, che tutti capiscono: i buoni fanno la cosa giusta, i cattivi fanno la cosa sbagliata, e sono cattivi per il più ovvio dei motivi: perché la mamma non gli voleva bene da piccoli.
Se sei di sinistra, oggi tutto quanto oltrepassi questa articolata analisi rientra nell'hic sunt leones del complottismo, un terreno sul quale, come si sa, è meglio non avventurarsi. L'amore della mamma, o la sua mancanza, a sinistra sono diventati causa efficiente di ogni processo storico: ma questo gliel'ho già detto in faccia in aula, e siccome non possono capirlo non glielo ripeterò più...
Voglio rassicurarvi: se non ne sapete molto di più, del gnudyl, non è colpa vostra. Sapete quello che dovete sapere, di questa, come di tutte le altre cose che, se sapute in modo diverso, potrebbero consigliarci di indirizzare diversamente la nostra società.
Un buon riassunto di questa vulgata, cioè di quello che i miei colleghi vogliono sentirsi dire a proposito del New Deal, lo trovate su studenti.it (e dove se no?): controlli (non meglio specificati) alle banche, e sostegno della domanda interna, cioè aumento della spesa pubblica e diminuzione delle imposte. Del resto, in qualsiasi testo di macro il New Deal, o comunque la Crisi del 1929, vengono evocati proprio quando si introduce il modello keynesiano standard (che non è il modello di Keynes, ma non vi voglio portare oggi su questa strada), per argomentare su quanto sia importante, ma solo in circostanze eccezionali, si badi bene!, la domanda aggregata...
Il New Deal è descritto così anche nel blog del Keynes redivivo (un nostro vecchio amico): e "l'avidità dei banchieri", e "il capitalismo accecato dal profitto", e i risparmiatori tranquillizzati con una frase: "Nothing to fear but fear itself" (una specie di "whatever it takes" ante litteram)... Poi, esaurita questa liturgia, daje de spesa pubblica: Emergency Relief Administration, Civilian Conservation Corps, ecc.
Anche la fonte delle fonti, se la leggete un po' distratti, vi lascia con la stessa impressione: Hoover (il presidente, non l'aspirapolvere) sarebbe stato una specie di Monti dei tempi suoi, e per ripararne i danni Roosevelt avrebbe fatto il keynesiano, da intendersi ovviamente secondo la migliore dottrina gianniniana come quello che spende e spande ad libitum (per essere corretti)...
Ma Keynes era questa roba qui? E Hoover era veramente un folle sadico? E nel New Deal ci fu solo questo?
Big debt crises
Un altro nostro vecchio amico, che voi conoscete solo col suo nome de plume: Charlie Brown, mi ha fatto recapitare agli Staderari un libro molto interessante: Big Debt Crises, di Ray Dalio, uno "de passaggio" che amministrando Bridgewater ha messo da parte diciotto miliardi di dollari. La caratteristica spocchia "de sinistra", eredità del mio recente passato, in un primo momento mi aveva portato a dire: "Ma che cosa vuoi che io abbia ancora da imparare su come un'economia entra in una crisi di debito...".Ma la Divina Provvidenza vegliava su di me: tre giorni a letto con trentotto di febbre, ed ecco che Dalio mi è toccato leggerlo, e la lettura, vi assicuro, è stata molto istruttiva.
Intanto, mi sono trovato subito in sintonia con l'impianto generale del testo, col suo principio metodologico, che è sostanzialmente quello di insistere sul fatto che stiamo vedendo un film già visto: le crisi di debito sono fenomeni ciclici ricorrenti, il cui schema si ripete in modo sostanzialmente identico nelle varie repliche. Qui lo abbiamo chiamato ciclo di Frenkel, e descritto come romanzo di centro e di periferia, Dalio lo chiama il template, altri lo chiamano instabilità minskiana (di cui in effetti il ciclo di Frenkel è un caso particolare), altri parlano di esuberanza irrazionale: insomma, è quella roba lì. Quindi, non è vero che "Questa volta è diverso!". Non c'è niente di particolarmente nuovo sotto il Sole, quello che ora si fa col computer una volta si faceva col telegrafo, ma era sostanzialmente quella stessa roba lì, dal che consegue che se sappiamo com'è andata (e com'è finita) le altre volte, abbiamo anche buone probabilità di prevedere come andrà a finire questa volta. Lo testimoniano, nel caso di Dalio, i diciotto miliardi che si è messo in tasca vedendo quello che gli altri non vedevano.
Poi, ci sono i dettagli, che, come sempre, fanno la delizia dell'intenditore.
Come potete facilmente immaginare, il libro considera come caso da studiare quello della crisi del 1929. Vediamo allora in dettaglio come si comportò il malvagio Hoover, l'hayekiano liberista della vulgata per animucce belle. Dalio lo segue praticamente giorno per giorno dal giovedì nero in poi, assistendo al sua ricostruzione con una serie di estratti dai giornali e dai bollettini della Federal Reserve (la crisi del 1929 è studiata a pag. 49 del secondo volume, cioè a pag. 117 del pdf che vi ho linkato).
Dunque...
Il 13 novembre (cioè quindici giorni dopo il martedì nero), Hoover ridusse di un punto percentuale le aliquote di tutti gli scaglioni dell'imposta sul reddito, approvò un piano di spesa per costruzioni pubbliche dall'importo di 175 milioni di dollari (non un'enormità: lo 0.1% del Pil, ma non un taglio!), e incoraggiò la Fed a ridurre il costo del denaro (dal 6% al 4.5%). L'economia ripartì in tromba, ma poi un nuovo precipizio... Nel 1930 approva un incremento della spesa sociale di circa un miliardo (più dell'1% del Pil), in modo tale che nel 1931, considerando anche il calo del gettito, il deficit arriva al 3% del Pil (noi non potremmo arrivarci). I mercati reagirono positivamente, ma anche questa volta durò poco... Nel 1932, col Banking Act (il suo, non quello di Roosevelt), Hoover inaugurò di fatto un quantitative easing ante litteram (vi ho detto che è un film già visto), consentendo alla Fed di emettere moneta per acquistare titoli di Stato. Ne vennero rapidamente acquistati quasi due miliardi, i tassi scesero, l'economia ripartì, ma poi un nuovo tonfo...
Insomma: se ragionassimo secondo la vulgata (Keynes = deficit), dovremmo concludere che Hoover era anche lui un keynesiano, se pure timido, se pure con ripensamenti (che del resto, com'è noto, ebbe anche Roosevelt nel 1936). Ma allora perché ogni volta che Hoover faceva una cosa giusta, e l'economia ripartiva, poi arrivava un nuovo tonfo che portava un po' più giù, sempre più giù, in una spirale inarrestabile?
La ragione non ve la dico: non posso mica fare tutto il lavoro io! Chi vuole leggerla se la trova scritta in grassetto a p. 132 del pdf.
Io invece vorrei dirvi un'altra cosa, quella che nessuno vi dice, e che spiega perché dopo il 1933 i tonfi verso il basso si fermano. So che i più svegli l'hanno già capita, ma ci tengo a dirvela io. Insomma: se la spesa era stata aumentata, le imposte abbassate, i tassi di interesse anche, ecc., se tutto le cose "keynesiane" erano state già fatte con i risultati che vedete sopra (un nuovo giro di vite), ma come fece Roosevelt a spezzare la spirale della depressione?
La storia
Domenica cinque marzo 1933, il giorno dopo aver assunto il suo incarico, Roosevelt chiuse le banche per quattro giorni e sospese le esportazioni di oro, uscendo dal gold standard: questo fu il New Deal, questa la nuova partenza di cui l'economia americana aveva bisogno.Il danno politico ormai era fatto (vedi la notizia di spalla a sinistra): ma i risultati sull'economia si videro subito:
Come dice Dalio: "Leaving the gold peg was the turning point; it was exactly then that all markets and economic statistics bottomed... Leaving the gold standard, printing money, and providing guarantees were by far the most impactful policy moves that Roosevelt made" (p. 154 del pdf, con i grafici che dimostrano questa asserzione). Provate a tradurlo in italiano (o anche in dauno), e vedete se somiglia alla vulgata che "Roosevelt salvò la situazione con la spesa pubblica"...
La morale (anzi, il moralismo)...
Ecco: il gnudyl fu quella roba lì, quel dettaglio che tutti omettono e che quando non viene omesso passa inosservato nella retorica giornalistica del "Keynes=spesapubblica" (dettaglio che, leggendo bene, trovate anche nella fonte delle fonti): leaving the gold standard. Naturalmente non ci fu iperinflazione, i tassi di interesse scesero, il debito (complessivo) scese di quasi 60 punti percentuali di Pil in tre anni, ecc.Non credo che occorra aggiungere molto altro. Lo sganciamento dalla parità consentì alla Fed di emettere moneta e di ricapitalizzare le banche stabilizzando il sistema. Tutta roba che noi "moderni", oggi, ci sogniamo, perché siamo ancora nella fase del moralismo, quella in cui ci si preoccupa di punire i banchieri cattivi e i loro comportamenti avidi o negligenti (il moral hazard), quella in cui si stabilisce una distinzione del tutto incongrua fra contribuente e risparmiatore, ecc.
Cose che sapete.
E quindi?
E quindi niente, qui tutto è già stato detto.
Abbiamo trasformato quella che era l'area più prospera e pacifica del mondo nel buco nero della domanda mondiale, creando un sistema più rigido del gold standard e che può sostenersi solo con la deflazione competitiva, per qualche anno siamo andati avanti a dire che non era colpa nostra, che c'era stata la grande moria delle vacche, cioè la secular stagnation, ma ormai non ci crede più nessuno, ormai è chiaro che è stato il riportare al XIX secolo la zona più prospera del pianeta a porre una seria ipoteca sulla crescita mondiale, e tuttavia proseguiamo a vele spiegate sulla medesima strada, e va bene così, i motivi li capivo da fuori, e li capisco anche meglio da dentro. La storia ci insegna che prima o poi le correzioni arrivano, e il buon senso suggerisce che questa sarà particolarmente drastica. Uno dei motivi che la renderanno tale è proprio la natura particolarmente irrazionale dell'ordinamento che ci siamo dati. Qui non c'è una persona che da sola possa decidere, come FDR, e questo credo che dovreste sempre tenerlo presente (ma so che per molti è impossibile).
Proprio per questo, vi faccio una domanda semplice semplice, cui vi prego di rispondere anche alla luce del lieve scarto fra "fatti" e "narraFFione" che il resoconto appena fatto credo evidenzi (fra aumento della spesa pubblica - che aveva fatto Hoover - e uscita dal gold standard - che si evita di attribuire a Roosevelt - c'è una differenza, no!?): ma secondo voi, in tutta onestà, sapendo che deve succedere quello che non può non succedere, vale proprio tanto la pena di prendersene la responsabilità politica, per essere "narrati" come gli egoisti, incoscienti, nazixenofascioleghisti truci e barbari? Noi stiamo semplicemente dicendo che le cose non funzionano molto bene, e sfido chiunque a dimostrare il contrario alla luce dei numeri. Qualcuno sa come migliorare le cose continuando a seguire regole procicliche? Siamo qui per ascoltarlo e cooperare (collaborare no: quello lo fa il PD). Ma poi, non ce n'è nemmeno bisogno: ora quelli che sanno, gli ottimati, i buoni, i democratici, gli onesti, sono al Governo: lasciamo che ci stupiscano con effetti speciali!
Certo, purtroppo noi sappiamo come andrà a finire (cioè come non può non andare a finire), e lo abbiamo detto in tutte le possibili sedi, e siamo anche abbastanza svegli da capire quando le cose cominceranno a mettersi male. Non sarà certo per colpa nostra: dieci anni senza recessione negli Usa sono un unicum: non credo che dovremo aspettare molto. La cosa importante è che di questo inutile sperpero di risorse, di questo episodio particolarmente cupo della nostra storia, si prenda la responsabilità (come sta facendo con un'incoscienza che non è onestà intellettuale), e paghi il costo politico, chi questo sistema lo ha voluto e difeso contro ogni ragionevole evidenza, non chi come noi non lo ha voluto e ne ha argomentato scientificamente l'irrazionalità.
Paesi più accorti, meglio governati, più democratici, stanno ragionando su ogni possibile scenario, e discutono apertamente i rischi degli attuali assetti. I nostri governanti se lo impediscono, e vorrebbero impedircelo. La loro dolorosa elaborazione del lutto è ancora nella fase del rifiuto, della negazione psicotica della realtà, cui vorrebbero che ci associassimo. Ma allora la cosa migliore da fare è lasciarli lavorare e seguire le regole. Dureranno poco, per motivi oggettivi. Il resto sono chiacchiere da bar e di chi ignora i fondamentali sapremo fare facilmente a meno.
Il mondo è fuori, ed è con noi...
(...il libro leggetelo, ne vale la pena: ci trovate tutto quello che sta succedendo oggi, e quindi, insisto, anche quello che succederà domani...)
mercoledì 9 ottobre 2019
Scenari
Oggi sono intervenuto in aula. Non mi era molto chiaro di che cosa stessero parlando i gentili colleghi, e mi sono permesso di dirglielo. Voi sapete che io sono quello del lungo periodo, e in questo blog più volte avete visto mettere nella corretta prospettiva storica fenomeni quali la disoccupazione, lo spread, e il Pil (inclusa la sua crescita). Tutto questo balletto di decimali, in un documento tanto farraginoso quanto incompleto (forse ci sarà, ma non sono riuscito a trovarlo il confronto fra Pil reale tendenziale e programmatico, come pure le stime del moltiplicatore implicite nelle simulazioni proposte), mi pare che perda di vista un tema fondamentale, questo:
Dagli anni '60 (ma in realtà dalla Seconda Guerra Mondiale) non si era vista in Italia una simile rottura di tendenza (il puntino rosso indica l'anno di apertura di questo blog). Per tornare sul tendenziale precrisi in vent'anni ci vorrebbero appunto vent'anni di crescita al 2.4%. Tornarci per il mio centesimo compleanno (vi aspetto) richiederebbe 43 anni di crescita all'1.6% (chi va piano va sano e va lontano).
Vi risparmio tutte le difficoltà metodologiche (agli eventuali nerd turisti del dibattito ricordo che sono lievemente consapevole di certe tematiche: evitate di farvi del male...).
Sulla metodologia di calcolo e sulla correttezza di certi controfattuali si può discutere per ore, e se volete discutiamo, ma che certe politiche ci abbiano causato seri danni lo disse anche il DEF del 2017, come i non turisti del dibattito ricordano, e il problema era sempre il solito: una sottostima (ideologicamente) errata del moltiplicatore keynesiano, esattamente come nel caso della Grecia, salvo poi, per dire la verità senza perdere la faccia dopo aver mentito per anni sapendo di mentire, supercazzolare di fainanscial fricscion, o simili, per autoassolversi nel momento in cui l'evidenza dei fatti impedisce di nascondere che si sono perse inutilmente centinaia di miliardi.
L'intervento è qui.
Dagli anni '60 (ma in realtà dalla Seconda Guerra Mondiale) non si era vista in Italia una simile rottura di tendenza (il puntino rosso indica l'anno di apertura di questo blog). Per tornare sul tendenziale precrisi in vent'anni ci vorrebbero appunto vent'anni di crescita al 2.4%. Tornarci per il mio centesimo compleanno (vi aspetto) richiederebbe 43 anni di crescita all'1.6% (chi va piano va sano e va lontano).
Vi risparmio tutte le difficoltà metodologiche (agli eventuali nerd turisti del dibattito ricordo che sono lievemente consapevole di certe tematiche: evitate di farvi del male...).
Sulla metodologia di calcolo e sulla correttezza di certi controfattuali si può discutere per ore, e se volete discutiamo, ma che certe politiche ci abbiano causato seri danni lo disse anche il DEF del 2017, come i non turisti del dibattito ricordano, e il problema era sempre il solito: una sottostima (ideologicamente) errata del moltiplicatore keynesiano, esattamente come nel caso della Grecia, salvo poi, per dire la verità senza perdere la faccia dopo aver mentito per anni sapendo di mentire, supercazzolare di fainanscial fricscion, o simili, per autoassolversi nel momento in cui l'evidenza dei fatti impedisce di nascondere che si sono perse inutilmente centinaia di miliardi.
L'intervento è qui.
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domenica 6 ottobre 2019
Le tariffe
...che poi sarebbero i dazi, esattamente come le "compagnie" sono società (companies), le "firme" imprese (firms), le "fattorie" fabbriche (factories), ecc. Ma non amareggiamoci con queste scene della vita di provincia.
Di dazi (e di Whirlpool) dovrò parlare fra poco dall'Annunziata. Forse è il caso di ricordare qui un paio di cosette.
Il grafico riporta l'andamento del tasso di cambio euro/dollaro misurato in dollari per euro (certo per incerto) e in euro per dollaro (incerto per certo). La quotazione di cui si parla sui media è la prima, cioè la spezzata blu, che, quando il cambio si svaluta, scende (a testimoniare che per lo stesso euro ti danno meno dollari). La quotazione incerto per certo (spezzata arancione) funziona in modo uguale e contrario: quando il cambio si svaluta, la quotazione sale (a testimoniare che per acquistare lo stesso dollaro occorrono più euro).
Il puntino rosso indica la data in cui scrissi questo articolo, dove sostenevo che (mi cito col consueto immenso piacere): "l’euro a 1.37 (diciamo 1.4, arrotondando) sul dollaro è troppo alto, come anche Prodi autorevolmente ci ha ricordato, il che apre la strada a due soluzioni: o l’euro si svaluta, o crolla sotto il proprio peso. La perdita da svalutazione quindi, da qui ai prossimi due anni, ci dovrà essere in ogni caso."
Come i miei lettori sanno, ogni tanto ci prendo, e infatti dopo il puntino rosso vedete un bello scivolone. Da 1.37 (media del mese di maggio 2014) l'euro scese a 1.08 (media del mese di aprile 2015). Soddisfazione intellettuale a parte (ci voleva poco), in pratica che cosa era successo?
Ce lo esemplifica questo semplice schemino. Se a maggio 2014 un cittadino statunitense per comprare un bene europeo del prezzo di 100 euro doveva spendere 137 dollari, ad aprile 2015, essendosi indebolito l'euro, ne bastavano 108. Le importazioni dall'Eurozona erano diventate più convenienti per gli statunitensi. Naturalmente, però, se un cittadino europeo voleva acquistare un bene statunitense dal prezzo di 100 dollari, a maggio 2014 gli basavano 73 euro, ma ad aprile 2015 gliene occorrevano 92.6, con un aumento del 26.85%. Le importazioni di beni statunitensi da parte degli europei sono le esportazioni di beni statunitensi verso l'Europa (per la precisione, l'Eurozona), e quindi, tanto per esser chiari, con un'unica semplice mossa Draghi aveva messo un bel dazio del 26% su ogni e qualsiasi bene esportato dagli Stati Uniti verso l'Eurozona.
Lo scopo era nobile, per carità: tenere i cocci insieme! Con un tasso di cambio vicino a 1.4 le esportazioni dei paesi del Sud, ma anche quelle tedesche (una volta distrutta con l'austerità la domanda, cioè la capacità di spesa, dei paesi del Sud) si sarebbero trovate in difficoltà. Troppo care! Diventava imperativo vendere a 108 dollari quello che ne costava 137 in modo da mantenere in vita l'economia dell'Eurozona.
Ma l'economia si fa in due: gli Stati Uniti ovviamente non presero bene questa mossa.
La prima reazione fu semplice: la revisione dell'Omnibus Foreign Trade and Competitiveness Act, una legge promulgata sotto la presidenza Reagan e poi rinnovata varie volte che conferiva al governo degli Stati Uniti il compito di sorvegliare l'evoluzione della competitività dei principali partner commerciali, e in particolare l'andamento delle loro valute. Con il Trade Facilitation and Trade Enforcement Act del 2015 si definivano dei precisi criteri quantitativi per l'individuazione dei paesi manipolatori di valuta e per quelli da mettere sotto osservazione. I criteri da considerare diventavano tre: entità del surplus della bilancia dei pagamenti (non superiore al 3%), entità del surplus bilaterale con gli Stati Uniti (non superiore a 20 miliardi di dollari), persistenza degli interventi sul mercato dei cambi. Il rapporto semestrale sulle Politiche Macroeconomiche e Valutarie dei Principali Partner Commerciali si arricchiva così di una nuova tabella, la lista dei paesi sotto osservazione, e naturalmente a partire dall'edizione dell'aprile 2016 (la prima a recepire le modifiche della normativa) la Germania, infrangendo due criteri su tre, veniva messa in lista, come qui sapete bene:
e lì è rimasta fino all'ultimo rapporto, quello del maggio di quest'anno (è imminente la pubblicazione di quello di ottobre).
Vi sarete forse persi il simpatico scambio fra Peter Navarro, presidente del Consiglio Nazionale per il Commercio Estero degli Stati Uniti, e la signora Merkel, dove il primo accusava la Germania di approfittare di un euro estremamente sottovalutato per sfruttare gli Stati Uniti e gli altri paesi europei, e l'altra rispondeva, in modo lievemente inconferente, parlando di indipendenza della Banca centrale... Se anche fosse vero (e non lo è) che la Germania non influisce politicamente sulle scelte della Bce, ci sono mille altre cose che potrebbe fare a casa sua e che gli economisti le chiedono da anni per sanare gli attuali squilibri che vedono il suo surplus estero a circa 300 miliardi di dollari! Ad esempio, aumentare i propri investimenti pubblici (e quindi il proprio Pil e a ricasco le proprie importazioni).
Che gli Stati Uniti avrebbero reagito era sufficientemente ovvio per chiunque. Del resto, che l'euro sia troppo debole per la Germania lo confermano studi della stessa Bce (posteriori a quelli citati nel nostro studio, che già confermavano la stessa cosa):
La metodologia usata ve la descrissi qui tre anni fa, i risultati sono abbastanza eloquenti: nel 2016 solo per la Germania (e marginalmente per la Francia) l'euro risultava una valuta troppo debole (di circa il 5%), mentre per gli altri paesi era più o meno prezzata correttamente. Il punto è che nell'Eurozona o è in equilibrio la Germania, o sono in equilibrio gli altri, e quando il buon senso consiglia di non penalizzare troppo gli altri, l'unico modo per evitarlo è dare un vantaggio ingiusto alla Germania.
Se poi Trump (ma prima di lui Obama!) se la prende, non è perché è cattivo dentro, come sosteneva un bizzoso Katainen alla conferenza interparlamentare europea: è solo che quando è troppo è troppo.
Alla prima occasione utile, quella offerta da un'istituzione della globalizzazione, il Wto, con il suo lodo sul caso Airbus/Boeing, la reazione non si è fatta attendere. Guarda caso, i dazi che Trump mette ai prodotti europei sono della stessa entità del dazio che Draghi è stato costretto a mettere sui prodotti Usa con la svalutazione del 2015 (e anche qui non erano mancati colpi di avvertimento: Trump aveva apertamente dichiarato di considerare Draghi un manipolatore)!
Questi sono fatti, abbastanza separati dalle opinioni, mi pare.
Le conclusioni le lascio tirare a voi. Ora io mi devo tirare a lucido per non sfigurare nel salotto dell'Annunziata...
Di dazi (e di Whirlpool) dovrò parlare fra poco dall'Annunziata. Forse è il caso di ricordare qui un paio di cosette.
Il grafico riporta l'andamento del tasso di cambio euro/dollaro misurato in dollari per euro (certo per incerto) e in euro per dollaro (incerto per certo). La quotazione di cui si parla sui media è la prima, cioè la spezzata blu, che, quando il cambio si svaluta, scende (a testimoniare che per lo stesso euro ti danno meno dollari). La quotazione incerto per certo (spezzata arancione) funziona in modo uguale e contrario: quando il cambio si svaluta, la quotazione sale (a testimoniare che per acquistare lo stesso dollaro occorrono più euro).
Il puntino rosso indica la data in cui scrissi questo articolo, dove sostenevo che (mi cito col consueto immenso piacere): "l’euro a 1.37 (diciamo 1.4, arrotondando) sul dollaro è troppo alto, come anche Prodi autorevolmente ci ha ricordato, il che apre la strada a due soluzioni: o l’euro si svaluta, o crolla sotto il proprio peso. La perdita da svalutazione quindi, da qui ai prossimi due anni, ci dovrà essere in ogni caso."
Come i miei lettori sanno, ogni tanto ci prendo, e infatti dopo il puntino rosso vedete un bello scivolone. Da 1.37 (media del mese di maggio 2014) l'euro scese a 1.08 (media del mese di aprile 2015). Soddisfazione intellettuale a parte (ci voleva poco), in pratica che cosa era successo?
Ce lo esemplifica questo semplice schemino. Se a maggio 2014 un cittadino statunitense per comprare un bene europeo del prezzo di 100 euro doveva spendere 137 dollari, ad aprile 2015, essendosi indebolito l'euro, ne bastavano 108. Le importazioni dall'Eurozona erano diventate più convenienti per gli statunitensi. Naturalmente, però, se un cittadino europeo voleva acquistare un bene statunitense dal prezzo di 100 dollari, a maggio 2014 gli basavano 73 euro, ma ad aprile 2015 gliene occorrevano 92.6, con un aumento del 26.85%. Le importazioni di beni statunitensi da parte degli europei sono le esportazioni di beni statunitensi verso l'Europa (per la precisione, l'Eurozona), e quindi, tanto per esser chiari, con un'unica semplice mossa Draghi aveva messo un bel dazio del 26% su ogni e qualsiasi bene esportato dagli Stati Uniti verso l'Eurozona.
Lo scopo era nobile, per carità: tenere i cocci insieme! Con un tasso di cambio vicino a 1.4 le esportazioni dei paesi del Sud, ma anche quelle tedesche (una volta distrutta con l'austerità la domanda, cioè la capacità di spesa, dei paesi del Sud) si sarebbero trovate in difficoltà. Troppo care! Diventava imperativo vendere a 108 dollari quello che ne costava 137 in modo da mantenere in vita l'economia dell'Eurozona.
Ma l'economia si fa in due: gli Stati Uniti ovviamente non presero bene questa mossa.
La prima reazione fu semplice: la revisione dell'Omnibus Foreign Trade and Competitiveness Act, una legge promulgata sotto la presidenza Reagan e poi rinnovata varie volte che conferiva al governo degli Stati Uniti il compito di sorvegliare l'evoluzione della competitività dei principali partner commerciali, e in particolare l'andamento delle loro valute. Con il Trade Facilitation and Trade Enforcement Act del 2015 si definivano dei precisi criteri quantitativi per l'individuazione dei paesi manipolatori di valuta e per quelli da mettere sotto osservazione. I criteri da considerare diventavano tre: entità del surplus della bilancia dei pagamenti (non superiore al 3%), entità del surplus bilaterale con gli Stati Uniti (non superiore a 20 miliardi di dollari), persistenza degli interventi sul mercato dei cambi. Il rapporto semestrale sulle Politiche Macroeconomiche e Valutarie dei Principali Partner Commerciali si arricchiva così di una nuova tabella, la lista dei paesi sotto osservazione, e naturalmente a partire dall'edizione dell'aprile 2016 (la prima a recepire le modifiche della normativa) la Germania, infrangendo due criteri su tre, veniva messa in lista, come qui sapete bene:
e lì è rimasta fino all'ultimo rapporto, quello del maggio di quest'anno (è imminente la pubblicazione di quello di ottobre).
Vi sarete forse persi il simpatico scambio fra Peter Navarro, presidente del Consiglio Nazionale per il Commercio Estero degli Stati Uniti, e la signora Merkel, dove il primo accusava la Germania di approfittare di un euro estremamente sottovalutato per sfruttare gli Stati Uniti e gli altri paesi europei, e l'altra rispondeva, in modo lievemente inconferente, parlando di indipendenza della Banca centrale... Se anche fosse vero (e non lo è) che la Germania non influisce politicamente sulle scelte della Bce, ci sono mille altre cose che potrebbe fare a casa sua e che gli economisti le chiedono da anni per sanare gli attuali squilibri che vedono il suo surplus estero a circa 300 miliardi di dollari! Ad esempio, aumentare i propri investimenti pubblici (e quindi il proprio Pil e a ricasco le proprie importazioni).
Che gli Stati Uniti avrebbero reagito era sufficientemente ovvio per chiunque. Del resto, che l'euro sia troppo debole per la Germania lo confermano studi della stessa Bce (posteriori a quelli citati nel nostro studio, che già confermavano la stessa cosa):
La metodologia usata ve la descrissi qui tre anni fa, i risultati sono abbastanza eloquenti: nel 2016 solo per la Germania (e marginalmente per la Francia) l'euro risultava una valuta troppo debole (di circa il 5%), mentre per gli altri paesi era più o meno prezzata correttamente. Il punto è che nell'Eurozona o è in equilibrio la Germania, o sono in equilibrio gli altri, e quando il buon senso consiglia di non penalizzare troppo gli altri, l'unico modo per evitarlo è dare un vantaggio ingiusto alla Germania.
Se poi Trump (ma prima di lui Obama!) se la prende, non è perché è cattivo dentro, come sosteneva un bizzoso Katainen alla conferenza interparlamentare europea: è solo che quando è troppo è troppo.
Alla prima occasione utile, quella offerta da un'istituzione della globalizzazione, il Wto, con il suo lodo sul caso Airbus/Boeing, la reazione non si è fatta attendere. Guarda caso, i dazi che Trump mette ai prodotti europei sono della stessa entità del dazio che Draghi è stato costretto a mettere sui prodotti Usa con la svalutazione del 2015 (e anche qui non erano mancati colpi di avvertimento: Trump aveva apertamente dichiarato di considerare Draghi un manipolatore)!
Questi sono fatti, abbastanza separati dalle opinioni, mi pare.
Le conclusioni le lascio tirare a voi. Ora io mi devo tirare a lucido per non sfigurare nel salotto dell'Annunziata...
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