Oggi intervengo all'assemblea delle due Confindustria di Lecco-Sondrio e di Como, con le conclusioni del presidente della Confindustria nazionale, Orsini.
In quattordici anni di dibattiti pubblici sono stato guidato da due principi ispiratori: divertirmi (e quindi, in particolare, non ripetere mai lo stesso discorso, e non leggere da un foglio di carta, con alcune notabili eccezioni), e essere utile agli altri. Si pone quindi la domanda di come sia possibile essere utili con delicatezza a una platea di 800 PMI del Nord, di come avvicinare queste imprese, senza strappi e senza forzature, a quel "Folagra moment":
da cui non potrebbero che trarre beneficio. L'unica certezza riguarda cosa non fare: esattamente quello che farebbe un Trombetta o un altro consimile zerovirgolista: rimproverare all'eletto consesso le evidenti cantonate prese nel corso degli ultimi quindici anni! Bisognerà pur tirare una linea e cominciare ad accompagnare, anziché continuare a recriminare, ora che la rapida evoluzione delle posizioni del mainstream ci suggerisce che certe lezioni sono state apprese, almeno da chi era in condizioni di apprenderle. Vale infatti sempre il principio secondo cui:
Il successo del nostro Paese, successo, s'intende, in termini relativi (tanto per chiarire subito un equivoco: non recupereremo mai lo sfregio fatto alla nostra crescita dalle politiche di Monti-Letta-Renzi), ha del miracoloso non solo per quelli che, imbesuiti dalla propaganda anti-italiana, hanno interiorizzato la solfa del "sistema Paese" inefficiente e improduttivo per colpa delle PMI che non vogliono crescere (fra questi, duole dirlo, molti imprenditori...), ma anche e soprattutto per chi, come noi, sa in quale quadro informativo sistematicamente distorto migliaia di imprenditori abbiano dovuto quotidianamente decidere come posizionarsi, quali scelte strategiche fare. Come siano riusciti a sopravvivere e a crescere tanti imprenditori sopraffatti da mitologemi privi di fondamento e significato resta per me un mistero! Le spiegazioni possono essere svariate, e quella vera forse è una loro combinazione convessa: forse alcuni imprenditori credono più ai loro occhi che ai loro giornali; forse, da macroeconomista, sopravvaluto l'effettiva rilevanza per le decisioni aziendali dell'avere un quadro macroeconomico corretto; o forse, se oltre ad avere istinto, la nostra classe imprenditoriale avesse avuto una visione equilibrata degli scenari macroeconomici, i risultati del Paese sarebbero migliori di quelli dei partiti "sovranisti quelli veri", cioè migliori dello zero virgola (abbiamo comunque visto che ex post l'ISTAT, il migliore amico dell'uomo che vuole informarsi sull'economia, ci ha confermato che nel 2023 eravamo arrivati all'uno virgola, e confido che ci torneremo).
Certo, esattamente come io da macroeconomista corro il rischio di enfatizzare la rilevanza dell'analisi macroeconomica, va da sé che chi produce (cioè offre) beni tenderà a focalizzarsi esclusivamente sul lato dell'offerta. Aggiungo che se io, da macroeconomista, posso avere (e ho dal 2011) un quadro equilibrato del contributo della Germania alla crescita europea e italiana (un rimorchio, non una locomotiva, e un capitalismo che avrebbe segato il ramo su cui era seduto, come oggi ognuno vede), è assolutamente ovvio che nell'ottica microeconomica della singola impresa del Nord che finora ha prosperato perché inserita nell'indotto di una azienda tedesca che ancora non si fosse suicidata le mie considerazioni sul ruolo complessivo della Germania sono, prima ancora che incomprensibili, eversive.
Come vi ho ricordato più volte, sopra la macchina da cucire di mia nonna Quartina era appesa una targa in legno su cui erano scolpite queste parole della principessa Maria: "Tutto comprendere è tutto perdonare!" Le rilessi con piacevole sorpresa parecchi decenni dopo, avendo deciso di tuffarmi nel flusso potente del Romanzo. Sta di fatto che la comprensione è soggetta a una singolare, sgradevole asimmetria: il cervello, o meglio il tempo per farlo funzionare, può mettercelo chi ce l'ha, il che costringe chi più sa a mangiare più spesso degli altri il metaforico cucchiaino di cioccolata. Vero è che non si può sempre abbozzare pro bono pacis, e che ogni tanto qualche sberla bisogna anche darla...
Per ingannare il tempo, e anche per fare un minimo lavoro di aggiornamento del blog, vorrei passare in rapida rassegna almeno alcuni dei tanti mitologemi che ci siamo dovuti sciroppare, e tuttora dobbiamo sciropparci, utilizzando il database dell'ultimo World Economic Outlook. Chissà, magari qualcuno di questi aggiornamenti di verità per noi ormai banali e ritrite mi tornerà utile più tardi...
Quelli che la Germania è la locomotiva d'Europa
Le cose in effetti stanno così:
Dall'ingresso nella moneta unica la Germania è terz'ultima per crescita, con una crescita media sostanzialmente indistinguibile da quella di un Paese assassinato come la Grecia. Vero è che noi abbiamo fatto peggio, per motivi su cui ci siamo spesso intrattenuti, ed è altresì vero che il contributo di un Paese alla crescita di un'area dipende non solo dalla velocità della crescita, ma anche dalla dimensione del Paese (con calma possiamo fare i calcoli), ma converrete con me che nell'immaginario collettivo la Germania tiene il posto che nei dati è dell'Irlanda! Questo valeva prima della grande crisi finanziaria:
quando la Germania era addirittura penultima (noi sempre ultimi), come era stato all'epoca notato dal saggio De Nardis, e vale ancor più ora che la Germania ha segato il ramo:
(e i terzultimi siamo diventati noi).
Quelli che la Germania cresce perché è competitiva grazie a elevati investimenti
Questa invece è la nonna (cioè la madre della madre) di tutte le puttanate lievi imprecisioni. In realtà, come qui ben sapete (ne parlammo fin dall'inizio), per tutto il periodo antecedente alla Grande crisi finanziaria la Germania è stata il fanalino di coda degli investimenti europei:
Vero è che dopo la scoppola della pandemia, grazie al cospicuo ricorso a fondi extra-bilancio e altre alchimie (o scorrettezze) contabili la Germania si è rimessa in carreggiata:
(noi però siamo sempre sopra), per cui nell'intera era dell'euro il risultato è questo:
Il punto è che nel periodo in cui si sono andati costruendo gli squilibri interni all'Eurozona (1999-2008) la Germania ha costruito il proprio vantaggio competitivo con una politica di repressione, non di promozione, degli investimenti. Si tratta di mera contabilità nazionale, a voi spiegata a suo tempo:
S - I = X - M
per cui se X supera M (esportazioni superiori alle importazioni, bilancia dei pagamenti in attivo) necessariamente I sarà inferiore a S, il che si può ottenere o con tassi di risparmio da società contadina, o con una repressione degli investimenti di cui ancora oggi la Germania paga il fio, come ci ha spiegato il più autorevole dei commentatori economici tedeschi al nostro convegno annuale del 2023:
D'altra parte, è difficile che un eccesso di esportazioni (sulle importazioni) possa essere spiegato da un eccesso di risparmio (sugli investimenti) in un Paese in cui una politica di deliberata repressione salariale da noi più volte illustrata (a partire da qui) ha lasciato in tasca ai lavoratori poco reddito da destinare al risparmio, no? Oggi arriva Draghi lellero lellero a spiegarci che questa race to the bottom salariale è un fenomeno generalizzato dell'Eurozona, è il modo in cui "noi" abbiamo cercato di recuperare competitività (sarebbe la famosa "scossa" di Draghi, per noi che ne parliamo da quindici anni più soporifera che elettrizzante):
Dimentica però di spiegare perché qui da noi l'idea, invero non originale, di fare maggiori profitti pagando meno i lavoratori sia diventata un percorso obbligato: perché da quando l'unione monetaria ha precluso la rivalutazione della valuta dei Paesi in surplus (in particolare, del marco tedesco), l'unica strada percorribile per sopravvivere alle aggressive politiche dei redditi tedesche (le riforme Hartz) era svalutare i salari nei Paesi in deficit (in particolare, in Italia).
Eh già! L'euro lo fa...
Quelli che l'euro ci ha dato stabilità valutaria...
...e anche su questo ci sarebbe molto da dire, ma la cosa più semplice resta sempre accompagnare il vostro interlocutore in questo semplice esperimento concettuale: preso il grafico del cambio della valuta italiana (lira fino al 1999, poi euro) con il dollaro statunitense:
(come si costruisce ve l'ho spiegato qui), individui il candidato il momento in cui il Paese entra nella stabilità conferita dall'euro. Se non siete molto, ma molto del mestiere, individuare quel punto è praticamente impossibile, perché l'euro non è stato particolarmente più stabile della lira rispetto al dollaro. L'unica differenza è che da quando siamo insieme alla Germania, la nostra politica valutaria è soggetta alla necessità dell'industria tedesca di indebolire l'euro per promuovere le esportazioni tedesche (essendosi prima assicurata una fornitura di energia a basso costo dalla Russia). Quindi la volatilità è a spanne la medesima, ma non riflette le caratteristiche o gli interessi della nostra economia, bensì di un'altra...
Quelli che l'euro ha contribuito alla nostra crescita integrandoci nelle catene del valore tedesche
E anche qui qualcosa da dire ce l'avremmo, tant'è che abbiamo perfino creato la categoria del PISL (definita in questo post): il Piccolo Imprenditore Spaventato Lombardo, spaventato ovviamente da Borghi (l'uomo che sussurra allo spread, il volto becero del sovranismo), non dal mellifluo Bagnai (il mediocre clavicembalista, il volto presentabile del sovranismo). Ora, i dati raccontano un'altra storia: l'integrazione, è indubbio, c'è stata in re ipsa. Apro e chiudo una parentesi per evidenziare che i nostri imprenditori continuano a commerciare con Paesi rispetto ai quali il cambio della loro e nostra valuta continua a fluttuare a piacimento della Germania, e quindi non sono dei deficienti incapaci di utilizzare una calcolatrice o di coprirsi dal rischio di cambio! Fatto sta che mentre l'interscambio totale fra Lombardia e Germania è rimasto più o meno quello che era prima:
l'orientamento dei flussi commerciali è cambiato bruscamente:
con un drammatico sprofondamento del saldo commerciale fra Lombardia e Germania verso una posizione di deficit strutturale che sottrae, non aggiunge, alla crescita, non solo per il banale fatto contabile che:
Y = C + I + G + X - M
(per cui se la somma algebrica dei due ultimi addendi è negativa, il Pil Y è più basso di quanto potrebbe essere se fosse bilanciata), ma anche per il fatto economico che un deficit commerciale è domanda che si rivolge al mercato estero anziché a quello interno, e che quindi in quello, anziché in questo, genera crescita.
Segare il ramo
D'altra parte, che lo scopo del gioco non fosse l'integrazione lo si capisce anche da un altro grafico, che non credo di avervi mai fatto vedere: quello della composizione percentuale dell'export tedesco per destinazione:
Come ognuno vede, tranne chi non vuole vederlo, l'ingresso nella moneta unica non ha aumentato la percentuale di esportazioni verso l'Unione a 27. Viceversa, le politiche di austerità l'hanno fatta drasticamente diminuire. E per forza! La "strategia deliberata volta a ridurre i costi salariali gli uni rispetto agli altri, combinando ciò con una politica fiscale prociclica" ha distrutto la domanda interna del mercato unico, il che ha costretto la Germania a rivolgersi ad altri mercati, con una riduzione strutturale della quote europea nel suo export che dal 57% del 2007 scende rapidamente al 48% del 2013 e rimbalza poi lentamente per attestarsi attorno al 51% attuale. Il metaforico ramo su cui la Germania era seduta, per capirci, era l'area azzurra. L'area arancione comprende il Paese che sta reagendo coi dazi alla svalutazione competitiva dell'euro.
Concludendo
Vorrei sperare che questo sia patrimonio acquisito per la nostra bella d'elettori famiglia e di lettori, ma ci credo poco. Quelli che quando mi incontrano non sanno dirmi nemmeno come si chiamano difficilmente sapranno dire all'average Joe piddino come stanno le cose. L'importante, ricordate, è desistere. Non ha senso rovinare una cena in famiglia, più di quanto ne avrebbe rovinare un importante convegno. La pietà umana, e l'intelligenza tattica, comandano di lasciare che certe verità trovino da sole la propria strada e i propri evangelisti! Oggi Uva è uno di noi, e questo deve allietarci (oltre a esilararci). E ora rispondo ai messaggi che non saranno mancati, mentre mi concedevo questo breve momento di approfondimento e condivisione con voi...
(...il dato controintuitivo della settimana è che sono guarito in modo assolutamente inatteso dalla brutta contusione che mi ero fatto. Mi ero messo d'accordo con un pastore di Pizzoferrato per salire al Monte Lucino dal Culo dell'asino - toponimo che le carte pudicamente non riportano - scendendo dalla Cuccagna. Visto da giù sembrava abbastanza tranquillo. Fatto sta che abbiamo dovuto arrampicare per un centinaio di metri di dislivello, tant'è che all'imbocco del primo canalino a me era già passata la fantasia, ma avendo disturbato una persona non potevo dirgli: "Scusa, torniamo a casa perché ho le vertigini!" Mi sono quindi attenuto a due sagge massime: non guardare indietro, cioè giù, e arrampicare con le gambe, cioè privilegiando la spinta alla trazione. La cresta, poi, sottile e tutta sbreccata, mi ha regalato altre emozioni, sicché fino al momento di rimettere piede su qualcosa di simile a un sentiero a tutt'altro avevo da pensare che al mio costato. Che ero guarito me ne sono accorto poi, mettendomi a letto. Nessun dolore. Chissà se Lascienza ha una spiegazione per questo strano fenomeno? In ogni caso, come ho detto su FB: non andateci da soli!...)