martedì 7 giugno 2022

Friendshoring

 Un paio di giorni dopo l'ultimo post, il Wall Street Journal prestigiosamente ci conferma che il "reshoring" costituisce una forma di pressione inflazionistica strutturale, aggiungendo un pezzo che nel nostro ragionamento avevamo dato per scontato, ovvero il fatto che uno dei motori del "reshoring", forse il più potente, non è tanto la constatazione dell'oggettiva fragilità "tecnica" di catene logistiche lunghe (quello che abbiamo chiamato l'effetto Ever Given), quanto la constatazione della loro fragilità geopolitica.

L'approccio sanzionatorio adottato in occasione del noto conflitto ha spaccato il mondo in due, credo deliberatamente, il che pone l'ovvio problema di comprare dagli amici e non dai nemici, per finanziare i primi e non i secondi:

Non si tratta quindi solo di riportare a casa le catene di produzione, ma anche, in subordine, di dislocarle presso Paesi "amici" (amici per quanto non è dato saperlo, ma questa è ovviamente un'altra questione), e un discorso analogo vale (ed è molto più evidente), anche per gli approvvigionamenti di materie prime.

Comunque, il Wall Street Journal è proprio preoccupato del fatto che con questo andazzo i Paesi occidentali rischiano di non poter più importare deflazione (dei prezzi) dalla Cina (non la nominano, ma sappiamo che parlano di lei):


il che ci pone di fronte alla solita domanda, quella che dovreste porvi tutti e sempre, e che invece non si pone nessuno, quasi mai: se preoccupa loro, dovrebbe preoccupare anche noi?

La risposta è nei grandi classici dell'economia, quella con la "E" maiuscola, a partire da altri dibattiti con la "D" maiuscola (bisogna risalire di almeno un secolo per trovarne), come questo. Grattando la deflazione dei prezzi si trova sempre quella dei salari. Ma senza andare tanto indietro, senza interrogarci su quanto la legge ferrea dei salari sia ancora attuale, e su quanto l'importare deflazione sia eventualmente stato funzionale a implementarla, basterebbe ricorrere al buonsenso: se una cosa preoccupa loro, non credo debba preoccupare noi.

E, del resto, qui ci siamo detti tante volte che non è forse un caso che il boom economico si sia avuto quando eravamo divisi da una cortina di ferro (oggi di seta), essendo ovviamente (questo va detto) dal lato relativamente fortunato della cortina.

Quello dei Friends, of course...

sabato 4 giugno 2022

Indicizzazione

 (...i "fatti di Genova" hanno avuto una certa rilevanza:


Personalmente non solo perdono e compatisco i "fattoni" che li hanno animati, ed esprimo loro vicinanza, nella loro consapevolezza, confusa e inesprimibile, di essere stati fottuti da chi avevano scelto come riferimento ideologico (l'asinistra), ma sono anzi profondamente grato loro per il successo che hanno assicurato alla nostra iniziativa politica, dandole il meritato risalto (siamo a oltre 18.000 visualizzazioni del mio intervento nella diretta Twitter del "deputato Borghi").

Ha avuto molto meno risalto, anche per mancanza di una diretta streaming, il discorso di Omegna, che  ai fatti di Genova era strettamente connesso, e che vi riassumo qui di seguito...)


To put things in perspective

Se lo scopo della politica fosse intercettare il consenso, questo blog non sarebbe mai stato un progetto politico, perché, come sa chi ci è passato e soprattutto chi ci è rimasto, il vostro consenso di lettori mi interessava quanto il vostro consenso di elettori: zero. Per questo motivo vi ho sempre parlato con onestà intellettuale, il che ad alcuni è piaciuto e ad altri no, ma non si può dispiacere a tutti.

Se però lo scopo della politica, invece che andare a brucare bovinamente le praterie del presunto consenso (oggi rappresentato da "il grande centro..."), fosse quello di indicare una direzione, di prefigurare scenari e di indicare le possibili strategie per gestirli, allora questo blog è, dalla sua nascita (cioè da quando previde il fallimento del Governo Monti) e senza averlo minimamente desiderato, praticamente l'unico laboratorio politico del nostro disastrato Paese, o almeno io non ne conosco altri dove una serie di sviluppi economici e politici siano stati anticipati con tanta inesorabile precisione.

Ve ne cito solo tre, e poi svilupperò l'ultimo: il primo è appunto il fallimento di Monti, previsto nel giorno in cui questi si insediò, il secondo è l'alleanza fra 5 Stelle e PD, prevista nel settembre 2016 (e tutti mi prendeste per matto), il terzo è il ritorno dell'inflazione, previsto a marzo 2020 e per i motivi che il Fmi ci ha poi spiegato col consueto ritardo nel 2022.

Stiamo parlando, ne converrete, di tre fatti marcanti di questo scorcio di secolo, se pure a diversi livelli di importanza.

Il fallimento dell'austerità, che ora tutti ammettono compunti mentre si apprestano giulivi a reiterarlo (old wine in sustainable bottles), è un fatto di rilevanza innanzitutto europea: fuori dall'Unione Europea nessuno è stato così tanto autolesionista, e i motivi oggettivi di questa strana torsione suicida sono qui stati discussi in lungo e in largo (non possiamo ogni volta ricominciare da capo, se qualcuno è interessato a recuperare ci sono delle buone letture, purtroppo sempre attuali). Certo, questo fatto europeo ha avuto rilevanza globale in quanto ha trasformato un pezzo un tempo florido di terre emerse nel buco nero della domanda mondiale (definizione qui introdotta a gennaio 2016 e qui illustrata a giugno 2016). Quello che nessuno vi ha detto (tranne i numeri che qui vi ho mostrato) è che la "stagnazione secolare" è in buona parte spiegata dal fatto che l'Eurozona abbia deciso di camminare col freno tirato...

La prevedibilissima (ma solo qui prevista!) fusione fra il partito delle banche e quello degli "useful idiots" è un fatto di rilevanza innanzitutto italiana, ma molti sembrano aver dimenticato quanto questa fusione sia stata determinante, anzi: "decisiva" (cit.) per le dinamiche politiche europee. Quelli che "votare non serve, non vi voto piuuuh!" mi pare abbiano dimenticato che se è grazie alla Lega che il talebano della decrescita, Timmermans, non è diventato presidente de jure della Commissione, d'altro canto è grazie ai 5 Stelle che ne è diventato il presidente de facto, per interposta signora von der Leyen. È stato quel pugno di voti "decisivi" a consegnare le nostre imprese, le nostre case, le nostre vite al delirio di una ideologia green a misura di sistema industriale franco-tedesco, che non a caso tante ferite sta portando al tessuto industriale del nostro martoriato Paese, è stato quel pugno di voti "decisivi", quel tradimento dell'interesse nazionale, a restringere seriamente il nostro raggio di azione politica. I voti sono numeri, il resto sono illazioni.

Il ritorno dell'inflazione, infine, è un problema di rilevanza globale. Lo abbiamo previsto in anticipo, e ora che tutti ci hanno raggiunto stacchiamoli di nuovo ragionando su cosa esso comporti in termini di scenari futuri, dividendo il tema in due: come andrebbe gestito, e come verrà gestito. Prima di affrontare questi due aspetti, però, vorrei spendere qualche parola su come e perché è lecito attendersi che l'inflazione sia destinata a essere un fenomeno se non strutturale, almeno molto persistente.

La persistenza dell'inflazione

A Genova, dopo il momento "fronte del porto", ho potuto godere di un più piacevole e altrettanto istruttivo momento "jet set" (ovviamente fuori dalle telecamere), incontrando a un evento privato alcuni imprenditori, fra cui alcuni lettori di questo blog (apro e chiudo una parentesi per farvi notare che in quella caricatura de "er popolo" incontrata al porto nessuno sapeva di questo progetto - altrimenti non sarebbe stato lì a fare il ragazzo pon pon del PD - mentre nella classe imprenditoriale vera qualcuno ci legge: lascio a voi le interpretazioni). Caso vuole che mi sia trovato seduto accanto a un illustre commentatore dei fatti economici e politici, uno di quelli abbastanza manovrieri da riposizionarsi per tempo su tanti temi. Ma la differenza fra "manovriero" e "anticonformista" c'è, e salta all'occhio: il manovriero passa tempestivamente da un conformismo al successivo! L'attuale conformismo è: "tranquilli, ora i prezzi delle materie prime scenderanno, e tutto tornerà come prima". L'amico manovriero cercava di convincermi, e io non cercavo di "sconvincerlo": la ragione, a Roma, sappiamo di chi sia, e per questo l'elargiamo a mani piene!

Qui fra noi, però, nel chiuso di questa stanza virtuale, approfittando del fatto che nessuno ci vede né ci ascolta, possiamo dirci almeno due motivi per cui l'inflazione sarà persistente, più uno per cui potrebbe esserlo: asimmetrie, transizione, reshoring.

Asimmetrie

Il primo motivo per cui l'inflazione da offerta tenderà a essere meno volatile (cioè più persistente) di quanto alcuni sperano è stato qui oggetto di tante ricerche: l'asimmetria della risposta dei prezzi, in particolare di quelli energetici, a shock nei costi delle materie prime. Semplificando, il noto fenomeno secondo cui quando il costo del petrolio sale il prezzo della benzina sale, e quando il costo del petrolio scende il prezzo della benzina non scende. Non è né una leggenda metropolitana né un discorso da bar: è un dato di fatto che abbiamo discusso qui, prima di pubblicarlo in fascia A qui:


Sempre con l'aiuto dell'associazione a/simmetrie (che con l'occasione vi invito a continuare a sostenere) abbiamo anche dimostrato che questo fenomeno non riguarda solo l'Italia, ma si presenta, in vario grado, in Europa, e negli Stati Uniti. La letteratura scientifica sul tema è vastissima, ma il nostro contributo non è stato lavoro inutile, visto che su questo tema le posizioni non sono del tutto univoche, come deve essere quando si parla di posizioni scientifiche, perché la scienza è democratica (i coglioni non lo sono, ma questo è un altro discorso).

Tornando a noi, questa asimmetria implica che anche qualora i costi delle materie prime tornassero alla casella di partenza, l'indice dei prezzi al consumo, che è il riferimento per il calcolo dell'inflazione, continuerebbe a crescere. Non è una novità: è quello che è sempre successo e che succederà anche secondo gli scenari come sempre rosei e (necessariamente) stilizzati del Fmi, che mi pregio di sottoporvi:


Come vedete, si prevede che l'indice dei prezzi al consumo continuerà a crescere nei prossimi cinque anni a una media del 2%, nonostante il prezzo al barile sia previsto in diminuzione a una media del 7% . Lo si vede meglio esprimendo gli stessi dati in tassi di variazione:


Da che dipende questo "strano" fenomeno? Se il reale è razionale, una spiegazione ci sarà, e in effetti non è difficile da comprendere. I motivi sono due:
  1. come ricordato sopra, quello che sappiamo della dinamica dei prezzi dell'energia ci dice che essi non scendono altrettanto rapidamente di quanto i costi calino (quando cala il barile, non cala subito il prezzo alla pompa),
  2. quello che sappiamo della formazione dei prezzi in mercati oligopolistici ci dice che un aumento dei costi variabili non viene immediatamente traslato sui prezzi per il consumatore finale. Una parte dell'aumento dei costi (inclusi quelli dell'energia) viene assorbita da riduzione dei margini: gli imprenditori si rassegnano a guadagnare di meno per non perdere quote di mercato.

Di conseguenza, quando il prezzo del barile scende, siccome quello della benzina scende meno, le imprese continuano a traslare progressivamente sui prezzi al consumo quella parte di aumento dei loro costi che non hanno traslato interamente e immediatamente a seguito dello shock. La combinazione di questi due effetti rende persistenti gli effetti sull'inflazione al consumo di uno shock di offerta anche transitorio. Non è una novità: è sempre andata così e si vede nei dati.

Guardate ad esempio l'andamento del prezzo al barile e dell'indice dei prezzi al consumo del nostro Paese:


Si vede molto bene come l'indice dei prezzi abbia continuato a crescere (inflazione positiva) anche mentre il prezzo del petrolio smetteva di crescere o addirittura scendeva in modo più o meno brusco. Lo si vede meglio, anche qui, se usiamo i tassi di variazione (che fra l'altro ci aiutano a confrontare correttamente gli ordini di grandezza):

La figura rappresenta la variazione percentuale tendenziale (mese su stesso mese dell'anno precedente) del prezzo al barile (in blu, scala di sinistra) e dell'indice dei prezzi al consumo (in arancione, scala di destra). Si individuano molto bene i noti shock del 1973 (guerra dello Yom Kippur) e del 1979 (rivoluzione iraniana). Si vede anche bene come l'attuale shock, quello che ha portato il prezzo al barile a 62 dollari nell'aprile 2021 dai 16 dell'aprile 2020, in termini percentuali è stato di gran lunga il più rilevante della serie (tralascio le varie considerazioni sul fatto che oggi il mix energetico è cambiato, il gas è molto più importante che negli anni '70, per cui un confronto fra l'entità dei due shock di offerta andrebbe condotto in modo molto più articolato). Volevo però attirare la vostra attenzione su come a seguito degli shock l'inflazione sia andata decrescendo in modo meno che proporzionale rispetto al decremento dei prezzi del greggio.

Quindi, ricapitolando: non è detto che se il costo delle materie prime energetiche torna alla casella di partenza, quello delle fonti di energia (benzina, gasolio, gas) faccia altrettanto, e non è detto che la traslazione dell'aumento di questi costi sui prezzi finali cessi immediatamente (dovendo gli imprenditori ricostituire gradatamente i margini che hanno compresso). Quindi è lecito aspettarsi un po' di persistenza dell'inflazione.

Transizione (ecologica)

Qui non si discute del fatto che sia meglio respirare aria pulita piuttosto che particolato e bagnarsi in acque limpide piuttosto che torbide (con l'occasione ricordo agli analfabeti da talk show che "piuttosto che" è locuzione con valore avversativo, non disgiuntivo). Affermazioni di questo tipo sono non politiche, per il semplice motivo che non trovereste nessuno disposto a sostenere il loro contrario (il modo migliore per capire se qualcuno parla senza dirvi nulla è verificare se il contrario di quanto vi sta dicendo abbia senso...).

Qui ci si limita a ricordare quanto ampiamente discusso ad esempio in Materia rara, ovvero il fatto che la transizione ecologica, per i tempi e i modi con cui è stata imposta, implica una enorme pressione sulla domanda di una variopinta tavolozza materie prime, per lo più metalli. Non c'è solo il litio, di cui tutti si ricordano: c'è anche l'acciaio (nelle torri e nelle turbine eoliche, ad esempio), c'è naturalmente tanto rame (per ovvi motivi, visto che si parla di elettricità), c'è tanto silicio (e non un silicio qualsiasi  ma quello di grado solare, visto che si parla di fotovoltaico), ci sono polimeri e fibre di varia natura.

Oltre al fatto che nessuno si chiede da dove possano venire e dove possano andare a finire queste materie prime (ad esempio: quali Paesi ne controllano il mercato? Come sarà possibile riciclare questi materiali?), resta il fatto che nessuno sembra preoccuparsi di un dato economicamente ovvio: questa enorme pressione della domanda non potrà non riflettersi sui prezzi per lunghi anni a venire. Non è solo perché non abbiamo il nucleare che l'energia in Italia costa così tanto: ci sono anche i simpatici oneri di sistema, che sono, appunto, il finanziamento della transizione


(su cui l'Italia era già autolesionisticamente avanti rispetto ad altri Paesi europei asseritamente "verdi", come qui abbiamo sempre fatto notare).

Ora, è molto difficile che con l'aumento dei costi della transizione (in termini di aumento delle materie prime necessarie per realizzarla) possano diminuire gli oneri per cittadini e imprese, non trovate? Quindi anche da questa parte avremo pressioni strutturali sui prezzi.

Reshoring

La pandemia dovrebbe averci insegnato molte cose. Dico "dovrebbe" perché la memoria del cittadino/elettore è corta, ancor più di quanto siano effimeri i proclami degli influencer/politici. Dovremmo aver capito che tanti diritti che davamo per acquisiti in realtà non lo sono, ma questo era scritto sulla quarta di copertina del Tramonto dell'euro e ora è inutile tornarci (spiace per i "punturini", che certi passaggi se li sono persi e a giudicare da come si comportano sui social sono destinati a diventare i nuovi "onestih").

Dovremmo soprattutto aver capito che il fallimento della globalizzazione non è solo quello del modello che abbiamo descritto qui:


un modello in cui le crisi finanziarie sono strumento di gestione via "riforme" e "fate presto" del conflitto sociale derivante dalla compressione della quota salari, a sua volta innescata dalle delocalizzazioni e dall'allungamento delle catene del valore, a sua volta reso possibile da una sregolata mobilità internazionale dei capitali. Certo, da questo modello deriva una minaccia esistenziale per ognuno di noi (che si traduce nel progressivo scadimento del nostro tenore di vita, nella fornitura insoddisfacente di servizi pubblici essenziali come la scuola e la sanità, ecc.), ma è inutile girarci intorno: molti, soprattutto nelle fasce tutelate (dipendenti pubblici con stipendi relativamente congrui) di tutto questo non se ne sono minimamente accorti e se ne sono ampiamenti battuti la ciolla mentre chi ci andava di mezzo erano altre fasce sociali (i lavoratori autonomi, i dipendenti privati). 

Ma c'è un altro fallimento della globalizzazione difficile da ignorare anche per i tutelati (o supposti tali): se la logica delle economie di scala ti porta a concentrare tutte le produzioni nei luoghi in cui il costo del lavoro è più basso, poi magari capita che quando dalla Cina parte un virus (o vairus che dir si voglia) e hai bisogno (o credi di aver bisogno) di mascherine, improvvisamente realizzi che queste sono tutte prodotte in Cina, e che questa non è un'ottima cosa, perché le agognate mascherine da lì non riescono ad arrivare, vuoi perché i porti di partenza sono chiusi causa vairus, vuoi perché tutte le merci del mondo, in omaggio a questo bel modello di organizzazione della produzione, per arrivare qui passano da un budello largo 200 metri dove una nave lunga 400 metri si è intraversata...

Ora: la lezione della slide non credo che l'abbiano capita in molti (sicuramente non i fregnoni di Genova, o la gentaglia che "non ti voto piuuuh perché l'infame lasciapassare verdeeeh"). Soffermiamoci allora sull'altra lezione, quella della Ever Given. Questa lezione l'ha capita qualcuno? E le sue implicazioni sono chiare?

In altre parole: qualcuno si sta interrogando sul fatto che la pandemia ha rivoluzionato il concetto di "bene strategico", richiamando la nostra attenzione sul dato che anche prodotti "a basso valore aggiunto" come le mascherine (o i tubi per i respiratori, o le siringhe, o quel che è), possono diventare strategici, e che quindi il mantra secondo cui noi dovevamo concentrarci sull'economia della conoscenza e sui segmenti di produzione ad alto valore aggiunto, quel mantra, è una solenne scemenza? Dal grano ai ventilatori meccanici, sono infiniti i beni per cui l'illusione di poterli reperire immediatamente a buon prezzo in quel grande ed efficiente mercato che è il globo è molto pericolosa. Detto in altri termini: se la lezione della Ever Given fosse stata capita, dovremmo disporci a produrre di nuovo in casa nostra le cose che ci illudevamo di poter in ogni caso comprare in giro per il mondo grazie alla nostra monetona fortona.

Ma se (dico: se) questa lezione è stata compresa, e conseguentemente ci si dispone a un periodo di accorciamento delle catene del valore, cioè di reshoring, dobbiamo renderci conto che anche da questa parte derivano pressioni strutturali sui prezzi. La mascherina, il ventilatore meccanico, la siringa, il cavatappi, il lanciagranate, quel che l'è, prodotto in Italia da un italiano ha il vantaggio di non dover viaggiare (inquinando) per migliaia di chilometri, ma lo svantaggio (per il consumatore) di essere prodotto da persone il cui reddito medio pro capite è ancora 2,9 volte quello dei cinesi (se calcolato in dollari nominali), o 2,3 volte se calcolato a parità di potere d'acquisto.

Quindi, il reshoring, l'accorciamento delle catene del valore, implica che alla corsa al ribasso della globalizzazione (ti pago poco, tanto puoi comprare i beni a basso prezzo prodotti in Cina) si sostituisca una corsa al rialzo (produco in Italia, quindi devo pagarti abbastanza altrimenti non riesci a comprare i beni prodotti). Indipendentemente da come lo si vorrà gestire, cioè indipendentemente da chi sarà chiamato a pagarne il conto, se avverrà il reshoring comporterà necessariamente anch'esso una pressione strutturale sui prezzi finali dei beni.

Sintesi

Tre forze (l'adeguamento dei prezzi al consumo a shock di offerta asimmetrici, il costi della transazione energetica e i costi del reshoring) lasciano supporre che il fenomeno inflattivo possa essere persistente. Come dovremmo gestirlo e come sarà gestito?

Come dovremmo gestire l'inflazione strutturale

"Chi ha le comodità e non se ne serve, non trova confessore che l'assolva". Partiamo dalla saggezza popolare. Nel capire che cosa dovremmo fare beneficiamo di una bussola infallibile: la Banca d'Italia. Approfittiamone!

Certo, c'è quel dettaglio che il suo ago indica costantemente il Sud: ma non è un problema. Per fortuna abbiamo avuto, nella lunga sequenza di fallimenti bancari e di riforme pensate male e peggio fatte, un segnale importante. Siamo stati avvertiti, e quindi sappiamo che se vogliamo andare a Nord, basta fare il contrario di quello che questo autorevole organo di indirizzo politico privo di responsabilità politica e di legittimazione democratica ci esorta a fare. Per farla corta: se la Banca d'Italia ci esorta a non indicizzare i salari:


la risposta corretta all'inflazione strutturale sarà certamente una qualche forma di indicizzazione dei salari. A me basterebbe anche questo, ma siccome a molti di voi probabilmente e legittimamente no (soprattutto perché per metodo rifiuto di parlare al grillino che è in tutti voi facendo notare che se guadagni mezzo milione l'anno non è sorprendente che la rincorsa dei salari ti sembri futile...), sarà il caso di sviluppare il ragionamento, per far capire bene come mai questa è la soluzione che chiunque crei valore (sia esso un dipendente o un imprenditore) dovrebbe considerare con attenzione (e quindi chiunque sia un rentier ovviamente guarda con sfavore).

Anche qui, articolerei il ragionamento in passi successivi: perché in questa fase storica è cruciale adeguare i salari, e quale può essere lo strumento più efficiente per farlo.

Le ragioni per un adeguamento dei salari

Può essere utile sgombrare il campo dall'argomento "anni '70" secondo cui siccome l'adeguamento dei salari va a vantaggio dei dipendenti, allora esso sarà necessariamente a svantaggio dell'imprenditore. Le cose non stanno esattamente così, per almeno due ordini di motivi:
  1. l'instabilità del quadro geopolitico mondiale suggerisce nell'interesse delle imprese di riequilibrare le politiche commerciali restituendo centralità al mercato interno, il che comporta passare da un modello di crescita export-led a un modello di crescita wage-led;
  2. le pressioni inflazionistiche strutturali determinate da transizione ecologica e reshoring, se non riflesse adeguatamente nei salari, implicano che per sostenere i propri consumi le famiglie dovranno ricominciare a indebitarsi, determinando un nuovo ciclo di instabilità finanziaria causata dal debito privato.

Sul primo punto, ribadisco un concetto qui espresso tante e tante volte: chi campa sulla domanda altrui (esportando) si espone agli altrui problemi. Qualsiasi fonte di instabilità politica o economica nei Paesi "clienti" si riflette inesorabilmente sugli esportatori (ne abbiamo anche parlato recentemente qui). In un periodo che si preannuncia come piuttosto instabile dal punto di vista geopolitico, alimentare la domanda interna, quella dei residenti, con adeguati livelli retributivi è una mossa strategicamente avveduta, che va in primo luogo a beneficio delle imprese. Ne sono testimoni in negativo le imprese vittime delle sanzioni, quelle che oltre al problema di dover fronteggiare i costi elevati delle fonti di energia importate, hanno anche il problema di non poter più fatturare esportando nei Paesi sottoposti a sanzioni. Forse adesso queste imprese preferirebbero potersi rivolgere alla domanda dei lavoratori residenti: peccato che dopo decenni di stagnazione dei salari questi ultimi non arrivino a fine mese neanche acquistando prodotti di primo prezzo cinesi!

I dati ci confermano che il nostro Paese è sempre più dipendente dalla domanda estera:


la cui quota sul Pil cresce lentamente ma inesorabilmente (dal 26% del 2001 al 33% del 2021), mentre la Cina ha dimezzato la quota delle esportazioni sul Pil dal massimo del 36% raggiunto nel 2006 (dopo l'ingresso nel WTO avvenuto nel 2001) al 18% del 2020. Sono dati su cui occorrerebbe riflettere.

D'altra parte, la posizione secondo cui i costi "della guerra" (perché c'è ancora chi racconta che l'aumento dei prezzi delle materie prime sia dovuto alla guerra, cosa che abbiamo dimostrato non essere vera) devono essere sostenuti da "tutti" (cioè dai dipendenti) è particolarmente irrazionale. In un momento in cui la domanda estera è caratterizzata da volatilità di natura geopolitica, la domanda interna diventa un elemento essenziale di crescita, e se non sostenuta da retribuzioni adeguate può essere finanziata solo a debito, aprendo a nuove crisi finanziarie, anche queste negative per le imprese perché prima o poi si traducono in una fiscalità più aggressiva e in restrizioni al credito.

C'è poi un altro problema, di ordine più generale: il trade-off fra due parole d'ordine europee, sostenibilità e inclusività. Come qui abbiamo fatto notare da subito, la transizione ecologica costa, perché costano i prodotti "green", e quindi richiede (e produce) crescita del Pil, non decrescita. Resta da capire come questa crescita venga distribuita tra salari e profitti. Ecologia e reshoring alla fine si risolvono entrambi nella stessa cosa: costringere i lavoratori ad acquistare beni più costosi. Chi promuove queste rivoluzioni dovrebbe essere esplicito su come intende gestirne le conseguenze: vogliamo tirarceli a bordo, i lavoratori, ad esempio mettendo anche loro in condizione di acquistare un'auto elettrica? Oppure vogliamo scegliere la scorciatoia secondo cui "non si comprano le auto ma la mobilità", così se per qualche motivo vuoi scappare da qualche parte magari non puoi farlo perché ti disattivano la app che compra "mobilità" (mentre ovviamente l'upper class avrà le sue auto e andrà dove gli pare)? Vogliamo ridurli o esasperarli divide di questo genere? Vogliamo raccontare di essere "inclusivi" mentre escludiamo, o vogliamo includere (e la prima delle inclusioni è quella economica)?

Chiunque abbia interesse a vivere in una società stabile, in cui una platea ampia di consumatori possa accedere senza difficoltà a prodotti di consumo durevole, dovrebbe riflettere su questo.

Le ragioni per l'indicizzazione dei salari

Oggi l'adeguamento delle retribuzioni passa principalmente per il rinnovo dei contratti (qui trovate le principali statistiche sui rinnovi). I CCNL (contratti collettivi nazionali di lavoro) di solito hanno durata triennale e non sempre il loro rinnovo è agevole. Lo dimostrano le statistiche sulla "vacanza contrattuale media" (il periodo in cui i lavoratori restano "scoperti" prima del rinnovo successivo), che è di 17 mesi, che salgono a 30 se la si calcola sui soli dipendenti in attesa di rinnovo, i quali sono, a loro volta, il 55,4%, fra cui il 100% dei dipendenti pubblici. Si può intuire che non sia facile mettersi d'accordo su come disciplinare rapporti economici per un periodo così lungo. L'economia è caratterizzata da incertezza, e nessuno ha particolarmente voglia di rimanere fregato. Naturalmente, con l'incertezza aumentano le difficoltà nel mettersi d'accordo. Immaginate, ad esempio, come debba essere complesso mettersi d'accordo oggi sui livelli retributivi dei prossimi tre anni! Se già lo era al tempo della "stabilità", ora che siamo di fronte a un'inflazione potenzialmente diretta verso le due cifre, molto elevata ma soprattutto molto variabile e quindi molto incerta, ragionare su come chiudere un contratto non deve essere semplice. Mi sembra chiaro quindi che la conflittualità tenderà ad aumentare, per il semplice motivo che i lavoratori tenderanno a voler incorporare le loro aspettative di inflazione nei livelli delle retribuzioni nominali.

Ed è esattamente per questo che in circostanze simili sarebbe utile reintrodurre un meccanismo di indicizzazione!

Come dice Mario Nuti qui: "In times of rapid inflation, especially of accelerating inflation, wage indexation defuses inflationary expectations and allows the negotiation of a lower nominal wage than would have to be fixed if there was no protection from future inflation", ovvero: "quando l'inflazione cresce rapidamente, e in particolare quando accelera, l'indicizzazione disinnesca le attese di inflazione e consente di chiudere il contratto a un livello di salario inferiore a quello che si sarebbe dovuto concordare se non ci fosse stato un meccanismo di protezione dall'inflazione futura".

Chiarisco il punto con un esempio. Se al momento del rinnovo il salario è 100, e l'inflazione è in rapida crescita verso il 10%, il lavoratore idealmente cercherà di chiudere da qualche parte verso 130, per evitare di trovarsi fra tre anni col 30% del salario in meno in termini di potere d'acquisto, ma naturalmente il datore di lavoro cercherà di tenersi molto più basso, per evitare uno squilibrio immediato dei propri conti economici. Se però da qualche parte sta scritto che l'eventuale inflazione viene recuperata, allora si può tranquillamente chiudere da qualche parte fra 100 e 110 (ripeto: sono dati del tutto di fantasia), sapendo che poi, ex post, il salario si potrà tranquillamente adeguare, preservando il potere d'acquisto del lavoratore. I vantaggi per il datore di lavoro ci sono e sono di due ordini: si garantisce minore conflittualità, ed evita uno squilibrio dei conti economici. Il meccanismo di indicizzazione infatti recupera l'aumento dei prezzi solo quando si verifica. Ma se si è verificato un aumento dei prezzi, di norma e in media si sarà verificato anche un aumento dei ricavi, cioè il datore di lavoro avrà la liquidità con cui provvedere ad adeguare le retribuzioni.

Per questo motivo, ricorda sempre Nuti: "when wage indexation was first introduced in Italy in 1947, the President of Confindustria (the Confederation of Italian Industrialists) shipowner Angelo Costa actually greeted it as a major anti-inflationary measure", ovvero: "quando l'indicizzazione dei salari venne introdotta in Italia per la prima volta nel 1947, il presidente di Confindustria, l'armatore Angelo Costa, la salutò come una misura decisiva contro l'inflazione". Un dato che ci ricordano anche Cassani e Craveri qui:

Era, ovviamente, un'altra Confindustria...

Quindi l'indicizzazione è una panacea? Ovviamente no: ho aperto questo blog per dimostrarvi che in economia non ci sono free lunch, e questo vale anche per l'indicizzazione, che ha una controindicazione: ratificando lo shock inflattivo (traslandolo sui salari), contribuisce a renderlo persistente (perché consente ai lavoratori di continuare ad acquistare beni, sostenendo la domanda). L'adozione di un meccanismo di indicizzazione si aggiungerebbe quindi alle altre forze che oggi stanno rendendo persistente l'inflazione. Ma anche qui bisogna avere una visione equilibrata. Certo, il rischio di una spirale "prezzi-salari" esiste, ma questo meccanismo viene spezzato dalla logica dei rinnovi contrattuali. Sempre seguendo Nuti: "nominal wages are not fixed forever but are normally re-negotiated periodically. Inflation-proofing through indexation, if triggered by a shock after negotiation, will exhaust its effects completely at the next wage settlement. The new nominal wage will be determined by the relative negotiating strength of employees and employers and other fundamentals prevailing at that later time, regardless of how much the nominal wage might have risen in the intervening period thanks to wage indexation", cioè: "i salari nominali non sono fissati per sempre ma normalmente vengono rinegoziati periodicamente. Il meccanismo di difesa del potere d'acquisto tramite l'indicizzazione, se attivato da uno shock inflattivo successivo al rinnovo del contratto, esaurirà completamente i suoi effetti al prossimo rinnovo. Il nuovo salario nominale sarà determinato dal potere negoziale di datori di lavoro e dipendenti e da altri fondamentali prevalenti in quel momento, indipendentemente da quanto i salari nominali siano cresciuti nel frattempo grazie all'indicizzazione".

Aggiungerei un'altra osservazione: quello che negli anni '80 poteva sembrare un problema (la persistenza dell'inflazione), oggi sarebbe un'opportunità. Il mancato rispetto da parte della Bce dell'obiettivo di crescita dei prezzi al 2% è stato, per il nostro Paese, come per altri Paesi debitori, una pesante zavorra sul rapporto debito/Pil. Con un banalissimo calcolo si può verificare che se la Bce avesse mantenuto la sua promessa fin dal 1999, assicurando un'inflazione media del 2%, invece dell'1,7% realizzato, oggi il rapporto debito/Pil sarebbe inferiore di 10 punti percentuali. Questo con solo lo 0,3% in più di inflazione. Non è una bufala né una verità scandalosa: è un mero dato di fatto, tant'è che anche il direttore del debito pubblico, Davide Iacovoni, lo ammette al minuto 10:50 di questo podcast (suggerirei di tenerlo da parte). 

E allora?

E allora mentre da una parte dobbiamo ammettere che la Bce, col perenne fallimento delle sue promesse e delle sue previsioni (qui):

ha di fatto messo a rischio la stabilità finanziaria dell'Eurozona generando un contesto deflattivo assolutamente avverso ai debitori (e quindi anche ai creditori) pubblici e soprattutto privati, d'altra parte quello che sappiamo dei grandi processi storici di rientro dal debito ci suggerisce che l'unica soluzione non traumatica a disposizione è quella di favorire un contesto di crescita stabile e moderatamente inflazionistica: è quello che abbiamo imparato leggendo questo working paper, suggeritomi da uno di voi al tempo in cui questa era una community (qui):



Insomma: per assicurare stabilità finanziaria e sociale non abbiamo bisogno di più Europa (e della sua austerità suicida), ma di più inflazione: un'inflazione stabile, che sia favorevole a una gestione ordinata dell'economia e a un rientro graduale del debito, come quello che si verificò dopo la Seconda guerra mondiale:



L'indicizzazione dei salari servirebbe anche a questo: a rendere il processo inflattivo ordinato, evitando strappi e favorendo un rientro ordinato anche dagli squilibri finanziari causati dalla terza globalizzazione. Ve lo dico in un altro modo: senza un'inflazione moderata, attorno al 4%, e quindi una crescita nominale attorno al 5%-6%, rientrare dalla montagna di debito che ci sta franando sotto sarà impossibile. Le altre possibilità sapete quali sono (se avete letto il working paper): iperinflazione o default. Nessuna delle due mi sembra particolarmente attraente. Quindi l’indicizzazione non solo ci dà stabilità finanziaria attraverso un processo inflazionistico meno volatile che facilita il rientro dal debito, ma ci dà anche stabilità macroeconomica assicurando un mercato interno alle nostre PMI. Se vogliamo il reshoring, questo è un pezzo del pacchetto. O pensiamo che gli operai possano comprare beni italiani con gli stessi stipendi con cui a malapena resistevano comprando paccottiglia cinese!?

Come gestiremo l'inflazione strutturale

Ecco, questo è un altro discorso. Per capire come andrà a finire (male) basta leggere i giornali, o seguire certe dinamiche su Twitter. Non appena abbiamo cominciato a toccare questo tema, i vecchi utili idioti, e i loro nuovi volenterosi assistenti (i punturini, quelli che Claudio chiama "stronzi" e io "gentaglia") si sono scatenati. Il nervo scoperto è lì: l'idea di evitare una crisi trovando un punto di equilibrio meno irrazionale fra capitale e lavoro ovviamente infastidisce chi è consapevole che, con un po' di armi di distrazione di massa, potrà far pagare a lavoratori e PMI il costo della prossima crisi!

Si andrà così di luogo comune in luogo comune, cercando l'incidente che consenta ai nostri cari alleati di metterci definitivamente sotto tutela. Quindi, in primo luogo per controllare un'inflazione da offerta si reprimerà la domanda alzando i tassi di interesse. In questo modo si paleserà che il reshoring interessa solo a chiacchiere: ai guardiani di certi equilibri in realtà la globalizzazione va ancora benissimo così com'è, visto che il conto è per voi... Se si volessero veramente riordinare le catene del valore, accorciandole per motivi di sicurezza strategica, occorrerebbe un contesto creditizio espansivo (bassi tassi) non restrittivo (alti tassi), per il semplice motivo che questa operazione richiede una mole massiccia di investimenti. L'innalzamento dei tassi sarà quindi non solo il segno dell'attacco al nostro Paese (incidentalmente), ma soprattutto il segno che mentre ci viene proposta un'immagine del mondo fatta di due blocchi contrapposti, l'imperatore del Bene non ne vuole sapere mezza di smettere di fare affari con quello del Male! Non è una grande novità, ed è sotto i nostri occhi, ma non è inutile ricordarlo.

Naturalmente ricominceranno i discorsi economicamente infondati, riappariranno i pagliacci dell'economia (e i meno brillanti di voi saranno contenti, perché i pagliacci della virologia scompariranno), questa volta sotto forma di spirale prezzi-salari, anziché di spirale svalutazione-inflazione. Nonostante il grande uso di spirali, la madre dei coglioni è sempre incinta, ma anche qui non c'è nulla di nuovo. Se il 2021 è stato un altro 2011 (con molti personaggi in comune), è ovvio che il 2022 sia un nuovo 2012 (e lo si vede dai troll che stanno riapparendo), e così via. Piccolo problema: qui abbiamo sempre giocato in un altro campionato, e ora siamo attrezzati per imbastire un minimo di difesa. Molto dipenderà anche da voi, ma di questo parleremo quando sarà il momento.

Intanto, benvenuti nel prossimo dibattito...

lunedì 30 maggio 2022

Considerate vostra semenza...

Molto rapidamente: il problema era sorto perché qualcuno me lo aveva segnalato e io prima lo avevo portato all'attenzione dei colleghi senatori con questa orazion picciola, e poi ve lo avevo spiegato in dettaglio qui. Al sostitutivo del collega Zanda (che trovate qui) avevamo opposto un altro sostitutivo, questo.

Alla fine, visto che dall'altra parte c'era un osso duro, il risultato è stato questo:


(come ci ricorda il dossier per l'aula, che trovate qui), cioè lo stralcio dell'articolo, come avevo chiesto in sede consultiva da relatore di questo parere (qui il resoconto della consultiva):


Ovviamente alla maggior parte di voi il fatto che il tentativo del Governo di distorcere a proprio favore la procedura di nomina delle autorità da lui indipendenti sia stato respinto con successo apparirà per quello che forse è: solo una festuca nel gigantesco tsunami di guano che ogni giorno si riversa su di noi. Posso anche essere d'accordo, ma col benaltrismo non si va da nessuna parte, perché alla fine il problema principale della vita di ognuno di noi è un problema irrisolvibile, è quello della morte (l'unica certezza), ma non credo che sarebbe un bel vivere stare immobili nella contemplazione di questo mistero, mentre gli altri si fanno i beati affari loro.

Anche simili questioni che a voi potrebbero sembrare bagatellari, ma non lo sono, si fanno nel tempo, si fanno col dialogo, si fanno coinvolgendo tecnici (ringrazio senza nominarli tutti quelli che mi hanno aiutato a partire da chi mi ha segnalato il problema), e hanno un valore didattico: risolvere i problemi piccoli insegna il metodo necessario per risolvere i problemi grandi. Con tutto l'affetto e la simpatia umana che provo per i tanti rodomonti da tastiera e le loro percentuali da prefisso telefonico, la mia principale perplessità verso il voto e più in generale la politica di martirio (nel senso di "testimonianza") è e resta quella che nutro verso chi la propugna e la pratica: narcisisti che contano per quanto sanno (una beata fava), fermamente disposti a continuare a contare e sapere quanto sanno (una beata fava).

Per crescere occorrono metodo, confronto e squadra.

Poi voi siete liberi di credere ai tanti polli galli che squillano dalla cima del letamaio come già prima, massivamente, avete creduto ai 5 Stelle (Alberto solo contradicente). Siete voi gli artefici del vostro destino, che vi piaccia o no. La libertà è partecipazione, e la politica è responsabilità.

Di tutti.

Auguri.

(...certo, siccerano loro...)

sabato 7 maggio 2022

Domandare è lecito (le portinaie)…

(...non rispondere sarà un'ammissione di colpevolezza...)


BAGNAI – Ai Ministri dell’istruzione e della salute

Premesso che:

lo stato di emergenza dichiarato con deliberazione del Consiglio dei ministri del 31 gennaio 2020 e da ultimo prorogato con l'articolo 1, comma 1, del decreto-legge n. 221 del 2021, convertito dalla legge n.11 del 2022, fino al 31 marzo 2022, non è stato ulteriormente rinnovato, con conseguente cessazione dello stesso alla data del 31 marzo 2022 e introduzione nell'ordinamento di nuove disposizioni ai fini del superamento delle misure di contrasto alla diffusione della pandemia;

in ottemperanza alle disposizioni previste dal decreto-legge 24 marzo 2022, n. 24, recante “Disposizioni urgenti per il superamento delle misure di contrasto alla diffusione dell’epidemia da COVID-19, in conseguenza della cessazione dello stato di emergenza”, per il personale docente ed educativo della scuola, “la vaccinazione costituisce requisito essenziale per lo svolgimento delle attività didattiche a contatto con gli alunni” (ai sensi del comma 2 dell’articolo 4-ter.2 del decreto-legge 1° aprile 2021, n. 44, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 maggio 2021, n. 76, come modificato dal decreto-legge 24 marzo 2022, n. 24) fino al 15 giugno 2022; la predetta norma ha abrogato tacitamente la precedente disposizione che prevedeva la sospensione dall’attività lavorativa del docente inadempiente e della relativa retribuzione;

in particolare, dal 1°aprile 2022 e fino al termine delle lezioni dell’anno scolastico 2021/2022, il personale docente inadempiente sarà destinato ad attività di supporto all’istituzione scolastica, la cui discrezionalità operativa è in capo ai singoli Dirigenti scolastici;

nel frattempo le linee operative del Ministero della Salute hanno sostanzialmente equiparato gli effetti dell'evento "vaccinazione" agli effetti dell'evento "guarigione da Covid-19", come è dimostrato dal fatto che entrambi gli eventi sono condizione sufficiente per ottenere il cd. green pass rafforzato, come risulta ad esempio dal sito https://www.dgc.gov.it/web/faq.html;

ciononostante, risulta all’interrogante che alcuni dirigenti scolastici, col sostegno degli Uffici Scolastici Regionali, stanno propugnando un’interpretazione restrittiva del citato disposto del DL 24 marzo 2022, n. 24, in virtù della quale al personale docente in possesso di una certificazione verde da guarigione (e quindi di un green pass rafforzato), ma privo di vaccinazione, viene preclusa l’attività di docenza frontale;

a parere dell’interrogante, vista anche l’assenza di un’espressa previsione normativa, l’esclusione dall’insegnamento che riguarda specificamente i lavoratori non vaccinati ma guariti dal COVID-19, e quindi dotati di green pass rafforzato, è illegittima nella sua applicazione, poiché il soggetto non è giuridicamente inadempiente all’obbligo vaccinale;

inoltre, l’infezione da virus SARS-CoV-2 determina un differimento dell’applicazione del suddetto obbligo, secondo i termini temporali indicati dalla circolare del Ministero della salute del 3 marzo 2021, prot. n. 8284, e dalla circolare del Ministero della salute del 21 luglio 2021, prot. n. 32884, parzialmente modificativa della prima circolare; sulla base di queste circolari, ai fini della determinazione della decorrenza dell’obbligo in oggetto, si fa in genere riferimento, in via interpretativa, al termine di sei mesi dalla guarigione;

pertanto, il presente quadro normativo genera una disparità di trattamento fra soggetti vaccinati e soggetti guariti dall'infezione, equiparati solo per l'ottenimento di una certificazione amministrativa, ma impossibilitati a svolgere la medesima mansione lavorativa, sulla base di tempistiche dettate dal Ministero della Salute nelle circolari sopra richiamate;

questa interpretazione è avvalorata dalla giurisprudenza, che si sta orientando nel senso di ripristinare la parità di trattamento fra tutti i docenti dotati di green pass rafforzato, comunque conseguito, come dimostra la sentenza R.G. n. 203/2022 del 3 maggio 2022 emessa dal tribunale del lavoro di Grosseto.

è chiaro, pertanto, che l’attuale assetto normativo non solo non abbia prodotto gli effetti sperati, ma ha dato luogo a diverse storture del sistema post-emergenziale: ne è un esempio la Circolare 461 del Ministero dell'Istruzione del 1° aprile 2022, nella parte in cui si rappresenta “In ogni caso, per tutti l’accesso alle strutture scolastiche è subordinato, fino al 30 aprile 2022, al possesso del green pass base ed è consentito, fino al 15 giugno 2022, lo svolgimento delle attività didattiche a contatto con gli alunni soltanto al personale docente ed educativo non inadempiente con l’obbligo vaccinale, che risulti quindi in possesso di green pass rafforzato, nonché ai soggetti esentati dalla vaccinazione.”;

si chiede di sapere:

valutati gli effetti applicativi delle disposizioni in materia, se intendano intraprendere delle iniziative urgenti, anche di carattere normativo, al fine di rimuovere ogni forma di disparità di trattamento tra docenti, al fine di garantire lo svolgimento delle attività didattiche a contatto con gli alunni sia per i docenti vaccinati sia per coloro che risultano guariti dall'infezione da COVID-19.


(...in verifica presso il nostro legislativo e i colleghi della Commissione 12a, perché in fondo questa non sarebbe la mia materia, anche se lo è dovuta diventare, perché la mia materia siete voi. Ma è cazzo possibile che io debba distruggere tempo, mentre il Paese è sotto altri attacchi, in questo modo, perché burocrazie incompetenti si muovono solo se portate in Tribunale? Certo che è possibile, e per noi, purtroppo, non è una novità! Vi dice niente la parola "aiuti di Stato"? Ma il dato nuovo e antropologicamente devastante della pandemia - perché un dato nuovo, oggettivamente, c'è - è quello di aver dato poteri troppo grandi a persone troppo piccole, a partire dalla più piccola delle persone grandi, quella che in aula non risponde, e di aver trasformato una pletora di presidentucoli di ordinicchi, dirigentucoli di ufficiastri, e via delirando, nella tanto archetipica quando indimenticabile portinaia di Aldo, Giovanni e Giacomo. Essi sono Legione, e essi sono il Male, un male per cui non ci sarebbe prevenzione se non il voto, perché in fondo è il male radicale del grillismo, l'invidia sociale nemica della libertà, che pervade questi ominicchi di un piacere quasi erotico nel comprimere i diritti altrui. Ma non è detto che a questo male, di cui è largamente responsabile chi ha votato ortottero, non ci sia una cura. Ci stiamo lavorando...)

domenica 1 maggio 2022

La questione salariale (il mio primo maggio)

 (...come sa chi c'era, qui abbiamo spesso festeggiato il primo maggio.

Nel 2013, ponendo il tema della produttività del lavoro nei suoi corretti termini scientifici [astenersi "-ini"], che poi sarebbero diventati un paper: "Italy's decline and the balance-of-payments constraint".

Nel 2014, per litigare con uno che poi è diventato un amico, e affermare un principio che mi veniva contestato, e ora tutti riconoscono, perfino il salmonato britannico: l'euro non si è affermato come valuta di riserva internazionale:


[qui], come avevo scritto nel 2012:


e naturalmente i motivi di questo insuccesso temo somiglino molto a quelli che ci dicemmo all'epoca. Al post del 2014 ci fu un seguito, originato da una vostra osservazione.

Nel 2015, quando, avendo ormai preso le misure dell'enorme, insormontabile problema culturale che il Dibattito poneva, volli mettere in evidenza un vostro commento sui nostri nemici di classe, i semicolti, la cui Halbbildung veniva stigmatizzata da tal Pinocchio [chissà se è ancora qui? Lui aveva capito, non era della generazione "punturina", quindi forse potrebbe essere nei paraggi...]. La frustrazione di Pinocchio è quella in cui ci riconosciamo ancora oggi tutti noi:


ora che la Storia si sta ripetendo, senza che appaia immediatamente evidente quale sia il turno: quello della tragedia, o quello della farsa? Come nel 2014 c'era stato un sequel, così nel 2015 c'era stato un prequel, in cui argomentavo di non essere un "politico" ponendo una questione politica che è e resta sempre attuale, questa:

[che se volete è legata al tema della "punturina" come non-strumento di risveglio delle coscienze, ma anche abbastanza legata al tema sollevato ieri da Claudio nella sua diretta, quella sui babà...].

Nel 2016, quando ragionammo di terza globalizzazione, tirando le fila dei primi cinque anni di percorso fatto insieme, e descrivemmo quella spirale di avvitamento verso il basso:


oggettivamente difficile da arginare, nella generale inconsapevolezza, di cui presto rischiamo di percorrere un altro anello.

Nel 2017, per celebrare la bellezza del creato.

Nel 2018 arrivai in ritardo.

Nel 2019 fui tecnico.

Molto di quanto c'era da dire, del resto, era stato detto, e non tutto poteva essere né detto né ripetuto [e quindi spiaceva tantissimo per chi non fosse stato qui da subito]. Sì, perché naturalmente sbaglio anch'io, se pure meno della media, e fra i miei errori di prospettiva ce n'era stato uno cruciale: il non aver capito che il mio ruolo politico, se pure avrebbe tutelato formalmente la mia libertà di espressione del pensiero, libertà di cui vi avevo ampiamente annunciato le inevitabili restrizioni, d'altra parte l'avrebbe limitata sostanzialmente, perché condizione necessaria per l'efficacia di ogni azione politica, in generale di ogni gioco strategico, è che le proprie mosse non siano disvelate all'avversario, e anche perché la credibilità e la fiducia reciproca nei rapporti politici si costruisce, come in tanti rapporti di lavoro, sulla reciproca riservatezza [vi fidereste di un avvocato che vi racconta le vicende degli altri clienti? Io capirei solo che agli altri racconta le mie...]. Quindi, dato che il periodo era difficile, con Conte che si teneva le deleghe agli affari europei per negoziare la sua pace separata sul MES, ecc., ovviamente preferivo stare zitto, pensando che chi avesse potuto capire, avrebbe capito.

Poi il mondo cambiò, ovviamente restando quello di prima.

Ma nel 2020 e nel 2021, preso da mille beghe, non ebbi tempo da dedicare a voi.

Dobbiamo però tornare a celebrarlo insieme, il primo maggio, e a farlo, come qui abbiamo sempre fatto, con la piena legittimità che ci deriva dall'aver iniziato questo progetto in difesa della democrazia, cioè degli umili (perché i superbi si difendono da sé in qualsiasi regime), in difesa della loro common decency orwelliana, e in risposta a una loro domanda: perché stiamo sempre peggio?

La risposta a questa, come ad altre domande, era già scritta, ma nessuno leggeva per voi le pagine cui era stata consegnata.

Questo è quello che mi sono limitato a fare, e tanto è vero che l'economia è una scienza, che il mero affermarne le leggi inesorabili - ancorché non deterministiche - mi ha permesso, ci ha permesso di anticipare tante volte gli eventi. Se non ad altro, questo ci è servito ad apprendere che essere preveggenti non è condizione sufficiente per un'efficace azione politica: la saetta previsa vien più lenta, ma arriva, e nella vita l'importante è arrivare al momento giusto - come ognuno di voi riscontrerà ricordandosi di come ha conosciuto l'uomo o donna della sua vita. Semplicemente, per quanto il tempo sia una risorsa preziosa, spesso prima è semplicemente il momento sbagliato, tanto quanto dopo. Abbiamo dovuto imparare a convivere anche con questa dolorosa consapevolezza e ce ne siamo fatti una ragione, per il semplice motivo che, giusto o sbagliato, il tempo è comunque dalla nostra parte, come credo di avervi spiegato tante volte, e non ho alcuna difficoltà a ripetere...).


Oggi i nostri futuri fieri e fedeli alleati di centrodestra, attualmente (a Roma) fieri e leali oppositori di destra (ma da altre parti sono altre cose, perché i livelli di governo sono tanti, e ognuno ha la sua geografia politica), hanno concluso - o iniziato, non so - una conferenza programmatica. Come avrete capito dall'introduzione, se già da scienziato avevo fatto del dubbio un metodo, da politico sono stato costretto a farne qualcosa di più: uno strumento di sopravvivenza! Quindi, certezze non ne ho, ma di una cosa sono sicuro: in quella, come in altre conferenze programmatiche, di tutto si sarà parlato tranne che della strada che abbiamo di fronte a noi. Il motivo è semplice: quella strada è difficile da intravvedere senza le necessarie categorie culturali, e quando anche la si intraveda, si tende a distogliere lo sguardo, perché essa conduce in un luogo che fuori da qui non si hanno gli strumenti per gestire, né in termini di sostanza, né in termini di comunicazione.

A voi, che siete qui da tanto, basterà riassumerla in un tweet, questo:


...e potremmo anche chiuderla qui, visto che sono cose di cui abbiamo parlato mille e una volta.

Vale però la pena di farla, qualche sottolineatura, a beneficio dei latecomers.

La questione salariale ovviamente preesisteva allo scoppio dell'inflazione da offerta (che a sua volta preesisteva alla guerra). Qui vedete alcuni dati recenti:


e qui uno dei primi post sull'argomento.

Ripercorrendo al contrario questa catena di eventi, la guerra consente al PD di parlare di inflazione senza ammettere le responsabilità della disfunzionale costruzione europea nell'alimentarla (mi riferisco, in particolare, alle scelte improvvide in tema di approvvigionamento energetico che vi ho illustrato qui). A sua volta, l'inflazione consente al PD di toccare il tema dei salari senza ammettere le proprie responsabilità: in particolare, quella di aver propugnato un sistema in cui l'equilibrio esterno (quello dei conti con l'estero) può essere conseguito solo attraverso la deflazione (salariale), cioè solo attraverso la svalutazione del salario (non essendo più disponibile l'aggiustamento del cambio nominale), come vi ho illustrato tante volte, l'ultima delle quali qui (ma se volete approfondire il tema, e dovreste volerlo, perché vi riguarda, trovate tanto da leggere o rileggere qui).

Detta semplice: la guerra permette al PD di atteggiarsi con una certa credibilità a difensore dei lavoratori, nella misura in cui permette al PD di dire ai lavoratori che se stanno male la colpa è della guerra, non del PD! (Rectius: del sistema politico rappresentato e difeso dal PD).

E così, sospinti dall'inesorabile logica delle cose, e aiutati da una sfortunata (per gli altri) catene di circostanze, nonostante che a febbraio il loro organo di indirizzo politico li avesse ammoniti ad "evitare la futile rincorsa fra prezzi e salari" (lo avevamo commentato qui), i politici del PD scoprono, tutt'a un tratto, che occorre aumentare salari fermi da ormai trent'anni in termini di potere d'acquisto (come vi mostra il grafico qua sopra)! E perché lo scoprono proprio ora, non venti (come in Dumas), ma addirittura trent'anni dopo? Non è strano? No che non lo è: è del tutto semplice e naturale! Perché prima dell'immensa cortina fumogena sollevata dalla guerra, si sarebbero risi in faccia da soli, loro, che sono quelli del jobs act, quelli che si erano fatti scrivere il programma di austerità dalla Bce, a fare un discorso simile! Ora, sotto l'usbergo di un risolutivo e inoppugnabile #hastatoPutin, non c'è piroetta che non riesca a sembrare credibile all'occhio di un lettore distratto, fra cui, devo dire, molti lettori o ex lettori di questo blog.

E quindi arriva Misiani, arriva Orlando, arriva Sala...

In nome del "tutto è cambiato" (frase passepartout di particolare efficacia, perché dispensa dal dire che cosa è cambiato: "ma come cosa è cambiato: tutto, non lo vedi?"), ricostituitisi in difensori della vedova e dell'orfano i nostri amici "de sinistra" ci forniscono la loro soluzione, adeguare i salari, che sarebbe anche giusta (se non altro perché possiamo dare per scontato che le indicazioni che vengono da Bankit siano invece sbagliate!), ma per essere convincente dovrebbe essere assortita dalla risposta a due altre domande: il problema della difesa del potere d'acquisto non era stato risolto adottando l'euro? E se adeguiamo i salari, come risolviamo il problema della competitività?

Sul primo punto non mi dilungo. Archeologia del Dibattito. Solo persone del tutto digiune di economia hanno potuto raccontare da un lato, e credere dall'altro, che ci si potesse difendere rivalutando il cambio dagli incrementi del prezzo delle materie prime, che spesso e volentieri viaggiano sulle due o tre cifre! Oggi, per dire, con un incremento dell'indice dei prezzi delle fonti di energia pari a oltre il 350% rispetto a due anni fa


rivalutare del 300% l'euro significherebbe certo compensare in larga parte questi incrementi, ma significherebbe anche quadruplicare il cartellino del prezzo delle nostre merci per gli acquirenti extra-eurozona. Siamo sicuri che sarebbe una buona idea? Direi che è abbastanza facile capire che non lo sarebbe.

Poi c'è l'altro problema, quello della competitività. Il trade-off (alternativa, dilemma) è questo: se non adegui i livelli dei salari, scarichi tutto il costo dell'inflazione importata sulle spalle dei lavoratori (la soluzione preferita dal dottor Visco), ma riesci a contenere almeno il costo del lavoro (visto che quello delle materie prime non dipende da te). Questo significa che da un lato uccidi la tua domanda interna (perché i lavoratori, con l'aumentare dei prezzi, devono ridurre i loro acquisti), ma dall'altro mantieni quote di mercato all'estero. Se invece adegui il livello dei salari, il costo dell'inflazione importata si distribuisce fra salari e profitti, la domanda interna tiene, ma naturalmente rischi di perdere quote di mercato all'estero e di ridurre il tuo surplus, o aumentare il tuo deficit, di bilancia dei pagamenti.

Un economista direbbe che ci troviamo di fronte alla scelta fra un modello di crescita export-led (non adeguo i salari perché rinuncio alla domanda interna e perseguo un modello mercantilista di crescita guidata dalle esportazioni, cioè dalla domanda altrui, alla tedesca), e un modello di crescita wage-led (sostengo la domanda interna per non far dipendere la mia crescita da quella estera).

Nel modello Bagnai-Rieber (questo qui) abbiamo dato una veste formale sufficientemente complicata da soddisfare i palati fini a un paio di verità sufficientemente semplici da poter essere apprezzate da chiunque. In una unione monetaria, se il Paese meno competitivo adotta politiche di moderazione salariale si ritrova in un equilibrio in cui il tasso di crescita è minore e la disoccupazione maggiore di prima. Il disegnino, se interessa, è questo:


(ma ovviamente senza paper non ci fate niente: lo metto qui in memoria di quando queste cose mi sembravano difficili: ora affronto altri livelli di difficoltà), mentre lo spiegone è relativamente ovvio. La moderazione salariale aumenta la quota di profitti e incentiva gli investimenti, ma d'altra parte deprime la domanda di beni di consumo, e il secondo effetto generalmente prevale sul primo.

Quindi, come dire: una strategia di questo tipo è ottima per i nostri concorrenti, ma non particolarmente eccelsa per noi (che verremmo a dipendere ancora di più da loro).

Ovviamente, per vedere le cose così bisogna essere disposti ad ammettere quello che per Adam Smith era ovvio, ovvero che la produttività dipende anche e soprattutto dalle condizioni della domanda (che stimola l'offerta). Se invece sei nel mondo fatato in cui l'offerta crea la domanda, allora auguri!... In questo senso, quindi, Visco non ha ragione e Sala non ha torto: i salari vanno adeguati.

Resta però un problema, anzi, ne restano almeno tre: a livello microeconomico, l'aumento del costo del lavoro non rischia di mettere fuori dal mercato le aziende?  E a livello macroeconomico non rischia di deteriorare la competitività? E la maggiore domanda interna (i soldi in tasca alle famiglie) non rischiano di rivolgersi a beni prodotti all'estero (aumentando le importazioni e contribuendo a un ulteriore deterioramento dei conti esteri)?

Chi vuole proporre una politica di crescita wage-led deve essere in grado di rispondere a queste tre domande, e per questo credo che sia inutile rivolgersi a chi non può capirle. Se invece restate un attimo qui, vi do qualche elemento per costruire insieme una risposta.

Partendo dalla fine: in questo momento l'Italia è un paese in forte surplus estero. Vi ricordate certamente che sottolineai questo punto in un momento particolarmente difficile. Siccome siamo in forte surplus, e abbiamo riequilibrato la posizione finanziaria sull'estero:


margine per politiche espansive ne abbiamo. Vogliamo lasciare che sia il PD ad approfittarne tatticamente, presentandosi come salvatore di quella Patria che con tanta alacrità ha contribuito ad affossare, e costringendo gli altri partiti nel ruolo dei difensori dei padroni o padroncini? Non credo che sarebbe una buona idea far privatizzare al PD il profitto politico dell'immenso costo sostenuto dal Paese, da tutti voi, a causa delle politiche deflazionistiche (austerità) degli ultimi dieci anni.

Resta il livello microeconomico.

Indubbiamente, un aggravio dei costi salariali piacere non lo fa, a nessuno. Ma d'altra parte l'equilibrio di un'azienda è fatto di tante cose. Ad esempio, se crediamo ai testi di economia, gli imprenditori che in giro per l'Italia abbiamo visto concedere integrazioni dei salari ai lavoratori (da Siro Della Flora a Andrea Beri, ma il fenomeno è stato piuttosto esteso) non hanno compiuto un gesto irrazionale, non sono stati travolti da un empito romantico di filantropia, ma hanno agito, magari senza esserne consapevoli, in modo perfettamente razionale, applicando la teoria dei salari di efficienza, secondo cui la produttività di un lavoratore è correlata positivamente al livello della sua remunerazione. Eh già: perché nell'equilibrio economico di un'impresa rientra anche la produttività, rientra anche il non perdere un lavoratore sul quale si è investito in termini di capitale umano, rientrano molte cose, non riconducibili al mero discorso (che pure ha una sua logica) secondo cui "se dopo le materie prime aumentano anche gli stipendi qui tiriamo giù la clèr". Questo è senz'altro un aspetto del problema, ma solo uno dei tanti, come dimostra il fatto che se tante imprese hanno premiato i loro lavoratori in anni difficili come questi, e lo hanno fatto senza fallire, è stato non solo perché sentivano di doverlo fare, ma anche perché potevano farlo.

Questo non significa che gli imprenditori non chiedano aiuto, né che si debbano scaricare sulle loro spalle le conseguenze di quanto sta accadendo! Questo nessuno lo pensa (per primi credo che non lo pensino i loro dipendenti) e nessuno lo vuole.

Quello che molti di loro chiedono è che si intervenga con maggiore decisione, con un intervento all'altezza delle circostanze, sui costi dell'energia. Da molti mi sono sentito dire che se si potesse intervenire calmierando come in Francia l'incremento dei costi dell'energia, allora un adeguamento dei salari all'inflazione sarebbe sostenibile. E se si vuole un intervento fiscalmente progressivo, allora resta sempre ferma la proposta di far recuperare potere d'acquisto alle classi meno agiate abolendo l'IVA sui beni di prima necessità (un'altra cosa che quando la chiedevamo noi veniva accolta a pernacchie, ma che poi incontrò generale approvazione quando la fece la Germania due anni fa).

Certo, non si può fare un discorso generalizzato: ma proprio per questo non si può e non si deve nemmeno reagire alle provocazioni (intellettuali e politiche) dei nostri alleati pro tempore con argomenti frontalmente opposti. Si può fare di più. Sarebbe un grave errore lasciare la razionalità economica in mano a quella sinistra che per tanti anni si è accanita contro di essa. Sarebbe un grave errore lasciare che chi ha creato in Italia una questione salariale sia libero di atteggiarsi a  suo risolutore, e lo sarebbe soprattutto perché noi qui sappiamo che all'interno di un certo schieramento, quello "progressista", non si è ancora, e non si sarà mai, disposti a fare i conti con i vincoli oggettivi che ci impediscono di progredire da un modello di crescita export-led verso un modello wage-led.

Eppure, di questo c'è bisogno, e non solo per motivi di equità sociale, ma anche, banalmente, per motivi di sicurezza nazionale.

Tutti vedono, oggi, che è un problema dipendere dalle altrui esportazioni: importare il gas dalla Russia può essere oggettivamente imbarazzante se questa, per qualsiasi motivo, non vuole più esportarcelo (e andare in giro per il mondo a cercare fornitori di risorse che rispettino i canoni ESG è impresa impervia, atteso che in giro per il mondo quasi tutti i Paesi ricchi di risorse sono stati o sono oggetto di attenzioni coloniali o neocoloniali, che generalmente si estrinsecano nell'imposizione esogena di Governi non esattamente ai massimi standard di democrazia...). Pochi vedono (anche se è un po' che lo andiamo dicendo), che è un problema dipendere anche dalle altrui importazioni: perché quando vivi esportando prodotti in un Paese (torno a prendere ad esempio la Russia), può accadere per i più svariati motivi (instabilità politica altrui, sanzioni, ecc.) che a un certo punto quel flusso di domanda si interrompa.

Qui il tema è di ordine più generale: il PD non è attrezzato culturalmente per evitare che le vittime della globalizzazione (da lui gestita qui in Italia) non siano ulteriormente schiacciate dalla deglobalizzazione. La sicurezza strategica di un Paese richiede, per dirne una, che oggetti come l'umile (e da voi odiata) mascherina chirurgica non siano più prodotti in un unico Paese (quello da cui partono i virus, per capirci), ma siano prodotti anche in Patria. Ma questo però comporta che costino di più, e l'equilibro economico richiederà quindi che sia possibile pagarle di più, da parte di lavoratori che sono pagati meglio. La corsa verso il basso della globalizzazione deve essere invertita, per motivi di sicurezza nazionale prima di tutto, ma può esserlo veramente solo se tutti noi ci chiariamo su un punto: perché questa inversione sia sostenibile occorrerà che ci attrezziamo tutti a ragionare in termini di corsa verso l'alto, a esigere la qualità (anche della nostra vita), a sostenerne il costo, e a pretenderne la remunerazione.

Non credo che possiamo chiedere questo sforzo ai profeti del mondo senza frontiere, né, per altri versi, a quelli della decrescita. 

(...avrei da aggiungere due paroline a beneficio di quei nostri amici, bucce d'uomini che Goofynomics ha sputato, cui ieri Claudio si è rivolto con liberatoria franchezza. Ma devo occuparmi di altro. Non mancherà occasione e non perderete niente nell'attesa...)