domenica 8 marzo 2020

Sull'ordine dei lavori

(...visto che per un po' dovrete star chiusi in casa, vi offro un post un po' lunghetto, come quelli del bel tempo andato, che potrebbe anche essere il primo passo di un nuovo percorso didattico, ove mai non avessi quotidiana conferma del fatto che il percorso fatto fin qui sia stato sostanzialmente inutile...)


Interrompo la lettura dell'AS 1746, di cui mi sono provvidamente nominato relatore, per segnalarvi alcune varie ed eventuali che potrebbero esservi sfuggite. In particolare, voglio darvi qualche informazione che vi aiuti a seguire meglio me e i lavori del Parlamento.

Seguire me

Twitter

Probabilmente mi avrete conosciuto qui o su Twitter. Avrete forse capito che uso Twitter per cercare di informarmi (ci ho trovato, ad esempio, l'interessante articolo del New England Journal of Medicine dove si stabilisce che il paziente zero era dove statistica voleva che fosse...), o per distrarmi in compagnia degli amici più cari (o comunque delle persone spiritose che questa community di sciroccati produce). Ne consegue che blocco senza pietà e anche senza motivo noiosi o disinformatori (non solo i professionisti: anche i dilettanti). Ricordatevi la legge di Guerrato: se interagite con me, ma avete meno di 100 follower, il blocco è un'eventualità molto probabile. Ricordate anche la legge di Gibilisco: se interagite con me, ma anche se non lo fate, e avete la bio in inglese, il blocco è una certezza.

Telegram

Aspettando l'inevitabile epilogo (la censura assoluta dei social, o comunque forti limitazioni alla libertà di espressione, inclusa quella dei parlamentari) ho attivato un canale Telegram, la cui linea editoriale è molto semplice: lo uso per condividere rapidamente flash di agenzia e documenti (ordini del giorno dei Consigli dell'Unione Europea, disegni di legge, decreti legge, dossier o note di lettura parlamentari), senza molti commenti. Si tratta di roba comunque pubblica, roba pubblica che però avreste difficoltà a trovare (un po' meno se arriverete in fondo a questo post). Anticipazioni non ne do, anche se ovviamente mi arrivano, come a tutti: non sono un grillino, e poi non voglio giornalisti trai piedi. Considero la loro presenza nei miei social un'intrusione, una violazione della mia intimità: ma capisco che questa è una mia fisima che deriva dal rapporto molto personale e privato che ho stretto con voi negli anni in questo luogo pubblico. Uso Telegram (come Twitter) anche per informarvi della pubblicazione dei post di questo blog, perché ho come la sensazione che Google non sempre lo faccia. Seguendomi su Telegram restate al corrente degli sviluppi dell'attualità politica ed economica e avete le basi documentali per valutare il lavoro dei disinformatori certificati (quelli iscritti all'ordine, per capirci).

Instagram

Per disciplina di partito mi sono iscritto a Instagram. Confesso che inizialmente ero molto riluttante, e poi, invece, ho cominciato a divertirmi. Su Instagram non parlo né di economia né di politica e schianto subito chiunque desideri farlo. Ci vado per rilassarmi e per condividere con voi il ricordo di momenti passati in mezzo alla natura, o in mezzo all'arte. Se vi interessa, bene. Se non vi interessa, meglio.

Facebook

Altresì per disciplina di partito ho aperto una pagina Facebook. Non la gestisco direttamente, e ha una linea editoriale molto semplice: vi informa sui lavori della Commissione e sui miei eventi, oltre a essere usata per condividere i post e le dirette dei miei colleghi di partito. Intervengo su Facebook di rado, rispondo di radissimo ai commenti, e non rispondo mai ai vari messaggi. Non so nemmeno come si faccia, e non voglio saperlo. Ho due indirizzi email pubblici, perché tenuto ad averli nella mia qualità di dipendente di due amministrazioni, chi vuole mi scrive lì, e chi non ci riesce è un grillino (alcuni capiranno, agli altri è inutile spiegarlo). Peraltro, quando decadrò dalla Presidenza di Commissione ho come l'idea che la pagina resterà silente, considerando che non avrò più risorse da dedicare a chi attualmente se ne occupa.

Questo è quanto vi occorre sapere per seguire me, quando non potete farlo qui.

Seguire i lavori parlamentari

Abbiamo ormai capito che "open" è il nuovo numero della Bestia, il 666 del grande capitalismo finanziario. Ad alcune sue declinazioni, quali ad esempio quelle riferite all'attività parlamentare, si applica il noto aforisma del Pedante: "se non serve a niente, serve a qualcos'altro". Sì, perché dato che il Senato (e la Camera) sono due istituzioni estremamente "aperte" e trasparenti (tutti gli ordini del giorni e gli atti sono resi disponibili con congruo anticipo in formato digitale, alcune sedute di Commissione e tutte quelle dell'Assemblea sono trasmesse in streaming e comunque i resoconti sommari o stenografici di tutte le sedute sono disponibili a stretto giro sulle pagine delle Commissioni o dell'Assemblea, ecc.), sinceramente "aprirle" ulteriormente è inutile, e, per dirvela tutta, non è poi difficilissimo capire a che cosa serva oggettivamente tanto inutile zelo: a fornire un'idea totalmente distorta di cosa sia il lavoro politico parlamentare, e quindi di come si misuri la sua produttività. Missione compiuta. Anche voi, come tutti, siete stati convinti che il lavoro del parlamentare sia "fare leggi" e si esegua schiacciando tasti "secondo coscienza" in Aula. Il lavoro di Commissione e quello politico, preliminare allo schiacciamento del tasto in Aula, che è per lo più un gesto politico meramente simbolico, non esistono, non vi vengono spiegati, e anzi vi è stato insegnato a demonizzarli, a considerarli cosa spregevole (mi riferisco, ovviamente, al lavoro politico in senso stretto, cioè a quello di confronto, anche informale, di mediazione e di compromesso).

Per rimediare ai danni di questo attentato alla democrazia, non meno grave e anzi più radicale dell'attentato all'economia per rimediare al quale aprii questo blog, ci vorrebbero anni, e sinceramente non so nemmeno quanto possa valere la pena avviare un percorso didattico qui con voi, o in altre sedi.

Tuttavia visto che, come vi dicevo, fra un po' potrei non essere in grado di informarvi puntualmente (via Facebook) del lavoro parlamentare in Commissione, vorrei comunque spiegarvi come potete documentarvi da soli, e poi, se avanzasse tempo, vi vorrei chiarire un paio di cose su come va "er monno", prendendo spunto dalle sollecitazioni che mi sono arrivate da due cittadini, e che tradivano una certa inconsapevolezza, del tutto comprensibile e non censurabile, dei meccanismi parlamentari e di come quindi incidere eventualmente su di essi.

Allora: per capire che cosa si fa in 6a Commissione basta andare sulla sua pagina, che raggiungete cliccando nella home sulla sezione Commissioni:


Vi troverete di fronte questa schermata:


in cui vi prego di notare che a sinistra trovate incolonnate le 14 Commissioni permanenti e le Giunte (regolamento, elezioni, biblioteca), mentre a destra potete accedere agli ordini del giorno delle Commissioni riunite e congiunte, e alle pagine delle bicamerali (e a tante altre cose, ma qui mi soffermo sull'essenziale).

Non me ne occuperò oggi, ma intanto vi spiego che le Commissioni riunite si hanno quando un atto viene assegnato per l'esame a più di una Commissione. Esempio chiaro: la riforma della giustizia tributaria, il cui esame è stato assegnato alle Commissioni 2a e 6a del Senato. Le Commissioni congiunte si hanno quando per economia dei lavori una determinata procedura informativa viene svolta simultaneamente dalle Commissioni omologhe di Camera e Senato. Ad esempio, la Relazione alle Camere ai sensi dell'art. 6 comma 3 della L. 243/2012 "Disposizioni per l'attuazione del principio del pareggio di bilancio" richiede, prima della discussione in aula, un parere delle Commissioni bilancio, che si verrà dato, o, per meglio dire, dovrebbe essere dato in congiunta martedì. Naturalmente ci sono anche le congiunte riunite: per esempio, se il signor Ministro dell'Economia vorrà scongiurare il sospetto che le istituzioni europee abbiano cinicamente speculato sullo stato di eccezione provocato dalla crisi sanitaria per anticipare da aprile a marzo la stipula dell'accordo sulla riforma del MES in modo da evitarne l'esame parlamentare, allora si presenterà di fronte alle Commissioni Bilancio e Finanze riunite di Camera e Senato (e quindi anche congiunte).

Se non lo farà gliene saremo ugualmente grati, perché ci avrà ugualmente chiarito come stanno le cose (per noi, in effetti, è solo l'ultimo di una inesauribile serie di win-win in cui ci colloca l'aver avuto il coraggio di scegliere il lato giusto della Storia).

Tornando alle permanenti, se cliccate sulla sesta arrivate finalmente alla sua pagina:


che normalmente vi si aprirà sull'ordine del giorno dell'ultima seduta. Il menù a sinistra è piuttosto articolato, ma dovrebbe essere abbastanza comprensibile.

Una prima parte riguarda la composizione della Commissione, del suo ufficio di presidenza, e degli eventuali comitati ristretti, fra cui la Commissione pareri (che abbiamo preferito non costituire, per cui l'attività consultiva la svolgiamo in plenaria).

Una seconda parte riporta:

  1. le prossime convocazioni (quelle che abitualmente vi rilancio su Facebook), da cui sapete quando la Commissione si occuperà di un certo atto e chi sarà chiamato a riferire (ad esempio, questa settimana io mi occupo dell'AS 1746 e Tiziana Drago dell'AG 150)
  2. l'ordine del giorno, da cui sapete quali argomenti sono incardinati presso la Commissione (indipendentemente dal fatto che essa voglia o possa occuparsene in una certa settimana, e che quindi essi siano riportati nelle convocazioni: ad esempio, normalmente nelle settimane riservate ai lavori di assemblea le Commissioni si riuniscono solo per esaminare gli atti urgenti del Governo, come la conversione di decreti legge, e quindi i disegni di legge di iniziativa parlamentare, anche se sono all'ordine del giorno, non risultano dalle convocazioni)
  3. l'archivio degli ordini del giorno passati
Una terza parte riporta i resoconti sommari e gli stenografici. I primi sono redatti dalla segreteria di Commissione, per i lavori ordinari (referente e consultiva), mentre gli stenografici sono redatti dal Servizio dei resoconti per le sedi deliberante e redigente e per alcune procedure informative (ad esempio, per le audizioni del ministro, di cui qui trovate un esempio: l'audizione sul MES tenuta da Gualtieri il 27 novembre scorso di fronte alla 6a e 14a riunite). In questa terza sezione del menù, insomma, trovate quello che si è detto in Commissione, laddove interessi (e spesso è interessante). Aggiungo subito che se volete seguire la discussione di un determinato provvedimento, vi conviene accedere ai resoconti dalla pagina di quel provvedimento

Una quarta parte riporta gli atti di cui la Commissione si è dovuta, dovrà, o dovrebbe occuparsi, e quindi i disegni di legge assegnati, i pareri su atti di Governo, e le Risoluzioni su atti dell'Unione Europea.

La pagina sui disegni di legge assegnati può essere di lettura un po' complessa, perché col procedere della legislatura, fra quelli utili, e quelli meno utili, il magazzino si riempie rapidamente. A meno di due anni dall'inizio dei lavori ne abbiamo 187:


che ovviamente non esauriremo mai. La colonna di destra offre un interessante filtro per trovare rapidamente quello che vi interessa, magari perché ne avete sentito parlare, o per altri motivi:


La prima sezione (Natura) ci informa che dei 187 disegni di legge assegnati (in sede referente), dieci sono stati leggi di conversione di decreti legge (poi vediamo che fine hanno fatto).

Scendendo alla sezione "Stati non conclusi", vedete che di 160 non è nemmeno stato possibile iniziare l'esame, mentre 12 sono in corso di esame e ovviamente coincidono con quelli che vi trovate all'ordine del giorno. Allo stato attuale, abbiamo in esame la "legge mutande" (per la quale sono stati presentati tre disegni di legge: Lannutti, Urso e De Petris), la riforma della giustizia tributaria (per la quale sono stati presentati cinque disegni di legge: Vitali, Caliendo, Nannicini, Romeo e Fenu), il 5X1000 alle forze di polizia (due disegni di legge Rufa) e le quote rosa (due disegni di legge: Bonfrisco e Conzatti): 3+5+2+2=12, i conti tornano.

Quindi: 160 non ancora esaminati più 12 in corso di esame fa 172. Per arrivare a 187 ne mancano 15, e li troviamo appunto fra i conclusi, che si suddividono così: 

  1. sette approvati in prima lettura (e quindi passati all'esame della Camera per l'approvazione definitiva, o per ulteriori emendamenti): si va dal contrasto al finanziamento delle mine antiuomo (di iniziativa parlamentare), che è la prima rogna di cui noi, anzi, il Senato si è dovuto occupare in questa legislature (AS 1), alla riduzione del cuneo fiscale (conversione di decreto), che è l'ultima rogna inviataci dal Governo, ora passata alla Camera in forma blindata;
  2. cinque approvati definitivamente da noi: si va dal famigerato decreto dignità al decreto Bari;
  3. uno assorbito, perché il relatore del provvedimento ha deciso di considerare come testo base sulla stessa materia un altro disegno di legge: è l'AS 494, cioè il disegno di legge Urso per la costituzione di una Commissione d'inchiesta sul sistema bancario, che il relatore, senatore Di Piazza, decise di esaminare congiuntamente all'AS 690 Patuanelli. Nella seduta n. 31 del 9 ottobre 2018 il relatore adottò come testo base quello del suo compagno di partito (come è normale che sia), e quindi il testo Urso risultò definitivamente assorbito;
  4. un decreto legge decaduto, per motivi abbastanza misteriosi e controversi (un altro pezzo della crisi di governo, in effetti...), ovvero quello sul golden power;
  5. un testo approvato definitivamente ma non ancora pubblicato, ovvero quello sulle aree demaniali di Chioggia.
Quindi: 7+5+1+1+1 = 15, che sommati a 172 fanno 187 disegni di legge: 160 non assegnati, dodici in corso di esame, sette approvati in prima lettura, cinque approvati definitivamente in Senato, uno assorbito, uno decaduto e uno approvato ma non ancora in Gazzetta.

Sempre nella quarta parte del menù di sinistra, insieme ai disegni di legge, abbiamo i pareri su atti del Governo, dove si annida il contributo che la Commissione può dare a Leuropa: tramite pareri sugli schemi di decreto legislativo di recepimento (ad esempio, al recepimento della direttiva 2016/1065 sui buoni corrispettivo, che suppongo avrà occupato le vostre notti insonni...), e tramite atti di indirizzo (risoluzioni) che vanno recapitati direttamente a Bruxelles, ovviamente passando per l'ufficio del Presidente Casellati (perché io, come Presidente di Commissione, non ho potere di rappresentanza esterna). A titolo di esempio, vi segnalo le due risoluzioni sulla proposta di direttiva relativa ai gestori dei crediti, e quella sulla copertura minima delle esposizioni deteriorate. Due letture interessanti, che vi faranno capire come passo il tempo quando non sono qui a scrivere per intrattenervi: qualcosa, comunque, scrivo...

C'è poi una quinta parte del menù, non meno interessante, che è quella dedicata alle varie attività istruttorie:

  1. procedure informative, cioè indagini conoscitive (come quella sulla semplificazione del rapporto fra fisco e contribuente), comunicazioni del governo (come quelle sugli esiti dell'Ecofin), e interrogazioni in Commissione (come quella del collega De Bertoldi sul processo di revisione del trattato istitutivo del MES);
  2. audizioni e documenti acquisiti, con cui si acquisiscono informazioni sui vari provvedimenti (ad esempio, qui trovate quello che l'Ufficio parlamentare di bilancio pensa del decreto cuneo fiscale);
  3. esame di affari e documenti, che a sua volta può articolarsi in affari assegnati (come quello sulla bozza di riforma del Trattato istitutivo del Meccanismo Europeo di Stabilità, attualmente insabbiato dalla maggioranza che non riesce a pronunciarsi con un atto di indirizzo), esame di documenti (come la NADEF), o relazioni assegnate alla Commissione.
Tutto questo nell'ambito di cui la Commissione si occupa, che è specificato qui.

Ci starebbero ora, se la batteria me lo consente, due parole su come gira er monno, e già dai meri dati fattuali che vi ho elencato alcune considerazioni le potremmo trarre.

Ad esempio: se andiamo a vedere quali atti la Commissione è riuscita a portare a termine, constateremo, senza grande sorpresa, che su dodici (sette in ultima e cinque in prima lettura), nove, cioè i tre quarti, ovvero il 75%, sono conversioni di decreti. Le tre leggi di iniziativa parlamentare portate a termine sono state quella istitutiva della Commissione d'inchiesta banche, quella sul finanziamento alle mine antiuomo, e quella su Chioggia.

Qui le considerazioni da fare sono due.

La prima riguarda gli scemi della produttività, i cricetini di Soros, i quali probabilmente avrebbero qualcosa da ridire sulla bassa produttività di una Commissione che "fa" solo sei leggi all'anno (una ogni due mesi). Come avrete visto, oltre all'attività in sede referente, redigente e deliberante, c'è una grande attività in sede consultiva, che non sempre risulta chiaramente agli atti. Nel sito vedete quella sugli atti di Governo, che è molto delicata (perché influisce sul recepimento delle direttive europee) e non è per niente semplice. Se volete, potete ad esempio divertirvi a studiare l'AG 152 attualmente all'esame in sede consultiva, riguardante le operazioni triangolari (che però, per semplificarci la vita, vengono ribattezzate "meccanismi transfrontalieri"). Voi ve la sentireste di dare un parere a caso? Forse qualcuno si è regolato così anche all'epoca del bail in, non credete? E adesso il suo nome, volendo rintracciarlo negli atti, è marchiato dall'infamia ed esposto alla riprovazione dei posteri per aver avallato senza lasciar traccia a verbale un provvedimento che gronda letteralmente sangue (e di quel sangue noi siamo innocenti). E poi, c'è l'attività consultiva non al Governo, ma alle altre Commissioni, che in quanto tale non risulta direttamente dal sito della nostra Commissione (non c'è un archivio dei pareri rilasciati), ma è più facile da rinvenire andando sui siti delle Commissioni di merito. Non è un'attività facile, occupa tempo ed energie. Guardate ad esempio la simpatica discussione sul parere che abbiamo dovuto rendere alla quinta per la Legge di bilancio. Qui, oltre a problemi di merito, c'erano anche problemi di metodo (tempi compressi, ecc.), con la necessità di gestire le giuste rimostranze dell'opposizione (cui peraltro io all'epoca appartenevo!).

Se qualcuno cerca di convincervi che il lavoro del parlamentare è stare in assemblea a schiacciare tasti o è uno scemo o è un fascista, e in entrambi i casi sconsiglio di perderci tempo.

Ma c'è anche un altro problema che questi numeri evidenziano: considerando che l'attività consultiva prende tempo e riguarda materia complessa, che gli orari di aula e quelli di commissione si accavallano, per cui difficilmente in una settimana si riesce ad avere più di tre ore per il lavoro formale di Commissione (e non molte di più per quello informale), va a finire che se il Governo bombarda il Parlamento di decreti, il tempo per i disegni di iniziativa parlamentare è veramente risicato.

Di conseguenza, la vera attività legislativa non si fa proponendo leggi. I 160 disegni di legge in attesa presso la mia Commissione sono per lo più destinati ad avere un mero valore segnaletico. Sono scritti cioè da colleghi che, per proprio percorso personale o su sollecitazione lecita e sacrosanta dei portatori di particolari interessi, desiderano segnalare l'esistenza di un problema, e, per dirla tutta, anche la propria. Desiderano, insomma, poter tornare nel proprio collegio e poter raccontare che hanno scritto un disegno di legge, o che lo hanno depositato. Ma le cose non funzionano così: questa attività è per lo più destinata a non dare frutto (ovvero, in altri termini, il magazzino dei disegni di legge continuerà ad accrescersi senza poter essere mai veramente esaurito, fino a quando la fine della legislatura non lo azzeri). La vera attività legislativa infatti si svolge ormai in un altro modo, cioè "agganciando" a un treno-decreto un vagone-emendamento. Può anche darsi che il vagone-emendamento parta come disegno di legge, ma è pressoché certo che non arriverebbe mai a destinazione se non venisse agganciato a un decreto, e questo per il semplice fatto che, ai sensi dell'art. 77 della Costituzione, il treno-decreto deve arrivare in sessanta giorni. Il clima di instabilità perenne e di battibecco distruttivo in cui si vive ovviamente consiglia a chi vuole portare a casa un risultato di affidarsi a questo strumento.

Ora, il fatto che ormai un po' tutti vediamo i decreti come strumenti per realizzare la qualunque (tanto poi se hai la maggioranza schianti qualsiasi questione pregiudiziale), determina come conseguenza che gli emendamenti siano molti e difficili da gestire. Sotto quello che avete visto finora, quindi, c'è il vero iceberg, ovvero la trattazione in Commissione degli emendamenti. Per capire un po' meglio quanto lavora chi scalda le poltrone, quindi, dovreste prendervi un qualsiasi atto approvato, ad esempio il decreto fiscale del 2018, e, cliccando sull'apposita linguetta:


accedere al fascicolo degli emendamenti. Perché la vera battaglia è lì.

Ad esempio, una norma fondamentale per mettere in sicurezza almeno quella parte del Credito Cooperativo che desiderava essere messa in sicurezza, cioè le Raiffeisen, è l'emendamento 20.0.5 al decreto fiscale, da me fortissimamente voluto e difeso, perché ritenevo che fosse giusto evitare che tutte le BCC italiane diventassero significant (con conseguenze che Giorgetti alla Camera e io al Senato avevamo spiegato a maggio 2018, e che il mondo del credito cooperativo non germanofono sta cominciando a capire solo ora). Ecco. La Banca d'Italia questo emendamento proprio non lo mandò giù. Il fatto che un politico osasse fare politica creditizia, quella politica che all'Istituto di vigilanza non compete, ma che è comunque abituato a fare con lo strumento di ricatto del potere sanzionatorio che gli è conferito, questo ardimento, veniva visto come un intollerabile abuso, e l'approvazione dell'emendamento fu poi vissuta dichiaratamente come un lutto da elaborare. Ci misero infatti un po' a elaborarlo: mesi dopo il TUB presente sul sito di Bankit non era ancora stato aggiornato, come notai in un'occasione pubblica, in cui raccontai cos'era stato, dall'interno, opporsi alla scellerata riforma Renzi del credito cooperativo (dal minuto 35:30), raccontai la fatica del legislatore, e ovviamente non mi negai la soddisfazione di prenderli in giro (al minuto 1:12:00): "speriamo che così si passi dalla fase della negazione a quella dell'elaborazione del lutto". Ecco, ora andare sul loro sito e vedere a pag. 69 del loro PDF le parole che ho scritto:


mi dà una certa soddisfazione, soprattutto quando dalle proprietà del file constato che Essi (qui ci sta) si affrettarono ad aggiornarlo il giorno dopo essere stati meritatamente sbertucciati in sala Nassirya:


Per sei mesi avevano cercato di operare tamquam non esset. Le trombe del "mobbasta" li richiamarono alla realtà: era successo! 

Peraltro, far approvare quella roba lì fu una sbatta incredibile. Ricordo ancora l'ultimo passaggio: accantonato nella seduta pomeridiana del 22 novembre 2018,  l'emendamento venne poi approvato nella seduta antimeridiana del 23 novembre 2018.

Che cosa era successo?

Che qualcuno dei fieri alleati (e posso facilmente immaginare chi), aveva fatto intendere al suo capo politico (Di Maio) che siccome l'emendamento salvava le Raiffeisen allora danneggiava le banche del Sud! Ma io dico: un non sequitur di proporzioni galattiche! Se al Sud volevano mettere la testa nel cappio, come poi avrebbero fatto, non era mica necessario che lo facessero anche al Nord! Il danno, le banche cooperative del Sud, se lo facevano con la loro governance (quella che ci attaccava sui giornali e che poi esse stesse accantonarono, ma la storia è lunga e non entro in questo...). Insomma, quel pomeriggio ancora me lo ricordo. Il lavoro di un mese stava arrivando a compimento, bastava quel fottuto voto, e improvvisamente percepisco il pericolo: nei banchi alla mia sinistra, dove siedono i colleghi a cinque stelle, percepivo sconcerto, qualcosa non va: i miei sensi di Presidente pizzicavano... Mi avvicino alla collega capogruppo, che mi dice che lei non sa che cosa fare, che il suo sottosegretario non le spiega, che lei non riesce a lavorare così, ma che pare che Luigi sia contro. Ovviamente mi prende un certo sconforto, che nascondo con molta signorilità, e dico: "Va bene: se non ci parlate voi, con Luigi, ci parlo io. Accantoniamo l'emendamento". E io chiamavo, e quello non rispondeva... Mi ricordo che quella sera ero andato a cena con dei colleghi di Commissione, cena bipartisan qui. A un certo punto Luigi richiama, io schizzo in mezzo alla strada e con molta calma cerco di spiegare che nessuno sarà danneggiato e che anzi questo sarebbe potuto diventare un modello virtuoso per tutte le banche di territorio, anche quelle che al Sud ancora non si sentivano pronte (come poi in effetti sta succedendo). Alla fine lo convinsi, e mi tornò l'appetito.

Ecco: un criceto di Soros, un "open qualcosa",  mai potrà capire che io lì, al telefono, mentre spiegavo al leader dei nostri alleati il senso di un nostro provvedimento, stavo facendo politica, stavo facendo il mio lavoro di parlamentare anche se non stavo schiacciando nessun tasto, e se non ero in aula ma a via dei Baullari, e se anche potesse capirlo lui, sarebbe pagato per non farlo capire a voi, perché a chi lo manda i Parlamenti tanto simpatici non possono stare.

Avrete capito che in tutta questa storia il nome "Bagnai" non compare se non nell'emendamento (che deve essere rinvenuto negli atti parlamentari): solo gli addetti ai lavori sanno com'è andata e capiscono che cosa è stato fatto. Il risultato non è la "legge Bagnai", ma il comma 1-bis dell'art. 37-bis del TUB (che detto così fa ridere: "un articolo del tub"). In campagna elettorale non potrei parlarne: chi mi capirebbe? Non mi capirebbero nemmeno quelli che un giorno grazie a queste poche parole potranno ottenere credito per la loro azienda o per mettere su casa. Ma insomma: funziona così, e grazie a Dio ho altre cose cui dedicare la mia vanità.

E quindi, tornando al punto dopo questo lungo esempio, che comunque meritava di essere sviluppato (perché in qualche modo, non so perché, mi fa tornare in mente un episodio di un film famoso), il fatto che la battaglia sia sugli emendamenti ai decreti, e non sui disegni di legge di iniziativa parlamentare depositati in Commissione, fa sì che ovviamente la lavorazione dei decreti sia particolarmente dispendiosa in termini di tempo e di energie. Ne consegue che una trattazione accurata può essere fatta solo in un ramo del Parlamento, che quindi sostanzialmente opera in un regime monocamerale de facto: chi si trova nella Camera dalla quale il Ministro per i rapporti col Parlamento decide di far partire il decreto ha un vantaggio tattico notevole, soprattutto se è nella Commissione di merito o ha amici in quella Commissione, perché può seguirne l'iter, ma va comunque detto che la decisione di cosa passi e non passi è sempre presa in sedi politiche informali (nelle varie riunioni di maggioranza, o nel confronto, quando possibile, fra maggioranza e opposizione, o comunque nel negoziato fra parlamentari influenti per ruolo o per percorso: ricordate la telefonata a via dei Baullari?).

Ne deriva, come spiegavo qualche giorno fa a un'amica preoccupata, che se qualche collega vi dice che interverrà su un decreto già approvato da un ramo del Parlamento, lo fa per imbonirvi, perché nessun decreto può andare in terza lettura. Tecnicamente sarebbe forse possibile, ma in pratica normalmente non lo è. Chi perde un treno-decreto deve quindi aspettare il successivo per attaccarci il suo vagone-emendamento. E chi vi dice "però presenterò un ordine del giorno" diciamo che vuole tenervi buoni, ma fa una cosa che, per quanto meritoria in termini segnaletici, è del tutto inutile in termini operativi. Sì, d'accordo, su un ordine del giorno cadde un Governo piuttosto longevo: ma la verità è che se vuoi ottenere qualcosa, devi andare a parlare con chi può negartela, piuttosto che dichiararlo all'aula per lasciare traccia sul verbale. Quando ho voluto qualcosa, mi sono regolato così, e qualche volta è andata bene.

E per oggi vi ho annoiato abbastanza: ma credo, soprattutto se avrete seguito tutti i link, di avervi anche insegnato qualcosa di utile...



(...al vertice di centrodestra un collega di altro partito, non dirò quale e non dirò chi, ha detto: "Dobbiamo chiedere che Leuropa faccia l'Europa!" Ed ho capito che l'egemonia culturale di questa community era un fatto, e un fatto fecondo...)

(...ah, e per parlare dell'argomento du jour, mi avrebbe anche fatto piacere dirvi di quella volta che durante la controriforma del credito cooperativo mi trovai sul Sole 24 Ore dei miei emendamenti che nemmeno avevo depositato in Commissione. Questi sono i privilegi del lavorare con gli apritori di scatolette. Ma questa volta la loro particolare predisposizione per la discrezione e la professionalità gli è tornata in faccia: a quei due o tre con cui sono rimasto in buoni rapporti perché se lo meritano non telefono nemmeno, perché mi vergogno per loro...) 

(...Death amendments! Let's Charlie know who did this!...)

sabato 7 marzo 2020

AS 1746

(...ho bisogno di scrivervi, ma appena comincio, il cellulare impazzisce. Le notizie, ora, le saprete anche voi...)


Ancora una volta mi rendo conto di avervi trascurato, ma vi sarete resi conto che gli impegni aumentano. Oggi ero in Senato a riordinare la scrivania, e così mi sono messo a disposizione per intervenire al Tg1. Poi, visto che il tempo era clemente, e che la settimana era stata piuttosto intensa, ne ho approfittato per fare due passi con la mia Uga, che viene volentieri in centro, come sapete.

Ne ho approfittato per spiegarle che la propaganda globalista:


(qui a Roma affidata da 480 anni ai soliti noti) per quanto accattivante possa essere, inevitabilmente falsa la prospettiva:


Capita che quando vai a controllare le cose (in questo caso, il tamburo della cupola) non le trovi dove ti aspetteresti di trovarle, e dove dovrebbero ragionevolmente essere, e questo per il solito motivo: l'austerità. In fondo, una cupola finta ho idea che costi meno di una cupola vera. E mi sovveniva non l'eterno (e le morte stagioni), ma un altro luogo dove avevo incontrato, senza minimamente aspettarmelo, l'autore di tanta propaganda: giù al Nord, a Mondovì, dove il suo estro barocco per la prima volta si era manifestato:


glorificando il Patrono delle Missioni, in un prequel dei più famosi sott'in su romani (anche qui, un tempio sovrapposto al tempio, e il cielo in una stanza...).

Si stupiranno i tanti sciocchi che "ora c'è la Cina!" nell'apprendere che Francesco Saverio in Cina ci era arrivato 468 anni fa, cioè 281 anni dopo un altro italiano che gli italiani, almeno quelli di una certa età, dovrebbero conoscere. C'era arrivato, Francesco Saverio, per morirci nello stesso anno in cui nasceva un suo confratello che i lettori di questo blog conoscono, Matteo Ricci, quello vero (di quello fasullo non mette conto parlarne), che in Cina sarebbe a sua volta arrivato trent'anni dopo...

Mi ricordo ancora, 3115 giorni fa, quell'incontro inatteso a Mondovì con Andrea Pozzo, che mia madre mi aveva presentato a Roma, proprio dove oggi io l'ho presentato a mia figlia.

Voi non mi conoscevate, a parte i pochi che avevano letto il mio articolo per il manifesto, un articolo che aveva avuto una risonanza minima, se comparata a quella poi raggiunta, ma che già mi inquietava, mentre nel silenzio dell'Accademia Montis Regalis mi preparavo su questo cembalo italiano che ricordo con simpatia:


alla Vittoria trionfante, nel salone di Palazzo Rosso, quello stesso che mi avrebbe visto 2937 giorni dopo impegnato in tutt'altra performance (ma di quel concerto mi ricordo soprattutto un pezzo tedesco). Ricordo come cercavo di venire incontro alle perplessità di Francis (un artista di incredibile spessore, che vi meritate di sentire in una registrazione professionale), spiegandogli le mie preoccupazioni sulla situazione in cui s'era messo il paese, e su quella in cui m'ero messo io.

Il dado era tratto, in qualche modo lo sapevo, lo sentivo, ma altro era rendersene pienamente conto...

Oggi, in tanto sfarzo, in tanta magnificenza, notavo per la prima volta l'Annunziata di Filippo della Valle,


un minore del XVIII secolo, per quanto, ai suoi tempi, Principe dell'Accademia di S. Luca. Educato da piccolo fiorentino a snobbare la magniloquenza del barocco romano, ne riscopro ora l'espressività, alla soglia della sessantina (sì, siamo ancora a 58, ma invecchiando il tempo accelera: non rimpiangete anche voi il tempo dilatato dell'infanzia? Ma è l'attesa a dilatare il tempo, e col crescere, diminuiscono le cose da aspettarsi, e diminuiscono le sorprese...).

Per strade popolate di personaggi noti:


mi accostavo agli augusti penetrali:


dove ci accoglieva l'altezzoso padrone di casa:


Fuori, sbiadita, persisteva la modernità:


La lasciavamo senza sforzo alle nostre spalle perdendoci negli infiniti dettagli della Creazione


e negli accordi del Veronese


Le pareti, le volte raccontavano storie: il giglio dei Farnese, la colomba dei Pamphilj


Dietro un angolo ci aspettava un vecchio amico, che uno studente di quelli di oggi chiamerebbe, probabilmente, Innocenzo "ics" (mentre a noi difficilmente verrebbe in mente di menzionare Malcolm decimo):


Un ultima lama di sole accendeva per noi la Galleria degli Specchi:


dove tutto era incanto: gli incastri del cotto nel pavimento:


come la gigantomachia sulla volta:


Anche qui, propaganda (ma quanto era bella, una volta, la propaganda!), perché, si sa, i Pamphilj discendevano, via Numa Pompilio, da Ercole, e quindi da Giove (niente meno), sicché erano tutti orgogliosi di mostrare un episodio della loro storia di famiglia (ricordate le diapositive delle vacanze?), in cui il loro capostipite era stato costretto a ricorrere al figlio di Alcmena per porre termine a un dibattito troppo acceso. Di questo resoconto incaricarono un altro minore del XVIII secolo (quanto sono immensi i minori nel nostro Paese...), che diligentemente riferì altri fatti salienti dell'exemplum virtutis: l'uccisione dell'idra:


la cattura del toro di Creta:


Tramandavo alla mia piccina queste storie così come erano state tramandate a me.

Ci perdevamo nelle sale laterali, squassati dalle tempeste del Cavalier Tempesta:


Proseguivo il mio intermittente corso di iconografia: "Chi è questo?" "..." "San Girolamo!" "Ma non c'è il leone!" "Eh, no: se guardi bene, il leone c'è!":


Annibale Carracci mi offriva l'occasione di ricordare alla mia non più bambina alcune elementari regole di prudente condotta:


(un richiamo alla virtù che mi rinviava ad altri, più cari ricordi, ma questo lo capirà una sola di voi).

Per una volta, dopo giorni convulsi (e prima di giorni ancora più convulsi, come diventa sempre più chiaro mentre vi scrivo), mi prendevo il tempo di perdermi negli infiniti dettagli che lo scrupolo dell'artista aveva consegnato alla posterità:


In una gerarchia ostentatamente rovesciata, il carro di Apollo, un mero pretesto: l'upupa, la ghiandaia, il rigogolo, la cinciallegra, la gazza, il martin pescatore, il cardellino, la civetta, veri protagonisti, ritratti con lo scrupolo del naturalista, e con la naturalezza del virtuoso (e la gru, e la cicogna...).

A noi, perennemente disciplinati dai mercati, tornava di conforto sapere che c'è chi i mercati li disciplinò, e regolarmente torna a disciplinarli (e mi sa tanto che ci risiamo):


Ovunque la qualità, quella che resiste al tempo, quella che si nutre di volontà espressiva e dell'umiltà vera, l'umiltà della tecnica. Donna Olimpia, severa, consegnata al marmo dall'Algardi, ci osservava passare:


lei, che con la sua capacità politica, e coi suoi quattrini, aveva fatto papa il cognato (il sullodato Innocenzo ics...). Quanto attuali sono certe storie, e quanto ci sarebbe da imparare...

Poi, dopo una breve rampa, alcuni vecchi amici che nemmeno ricordavo abitassero lì:


Con una parete così, mi dicevo, ci fai mezza Europa "virtuosa", in effetti. Ma perché non si riesce a convivere in pace? Perché tanta avidità? Perché? E la risposta era, appunto, davanti ai miei occhi...

La serenità di Tiziano:


e di fronte Caravaggio:


Dal Nord ci provenivano le memorie della piccola glaciazione:


e quelle di fatti "risalenti", come direbbero i giuristi:


...e naturalmente non ci può essere galleria senza un San Sebastiano: questo, di genere sereno. "La freccia sembra tatuata!" In effetti, è così. Sebastiano, spesso rappresentato insieme a Rocco, perché entrambi, in tempi diversi, sopravvissero: il primo alle frecce, il secondo all'epidemia. E così speriamo sia di noi...


Nella premura di perdere tempo, ci siamo anche attardati nella chiesa attigua:



Quante volte c'ero passato davanti, senza entrarci, e quante storie raccontano le sue pietre...

Ma ora tiriamo le fila del discorso.

Da domani, o più probabilmente da dopodomani, passare una giornata simile sarà precluso a molti cittadini del Paese. I motivi sono noti, e sono seri. Dobbiamo essere responsabili e disciplinati, per il bene nostro e dei nostri cari. Certo, sarebbero rassicuranti, in un momento in cui dobbiamo unirci contro un nemico invisibile, maggiore coinvolgimento e minore cacofonia. Sta anche a noi ottenerli, se non altro, con l'esempio. Quindi, io ora altro non dico, se non che, senza sapere se, quando, e in che condizioni potrò contribuire a convertirlo, ora mi studio l'AS 1746: questo è il testo, questo è il dossier, e questa la nota di lettura (a beneficio di quelli che ancora ragliassero di "scaldare le poltrone").

Non abbiamo bisogno di ripetere a noi stessi che queste misure sono largamente insufficienti: ormai è chiaro a tutti. Ma non saranno inutili, almeno a me. Studiandole, in silenzio, nella vostra invisibile compagnia, mi sentirò di appartenere alla maggioranza degli italiani: quelli che, comunque la pensino, e comunque la pensi chi li governa, fanno il loro dovere.

Così farete voi.

Good night, and good luck!

martedì 18 febbraio 2020

C'è tanto bisogno...

(...vi scrivo da un hotel qualsiasi di "Brassels". Ho evitato il distopico Radisson Red, ma anche, a scanso di polemiche, il lussuoso Sofitel - quello della Merkel, che comunque erano tutti pieni per il felice allineamento astrale di Consiglio dell'Unione Europea, Collegio dei Commissari e Settimana parlamentare europea, e sono da qualche parte fra Ixelles e Marolles, già a letto a un'ora in cui secondo i piani sarei dovuto atterrare. Ma il bello di avere a che fare con una maggioranza inconcludente è che ogni tanto ti si liberano degli spazi, e così son potuto partire prima, e arrivare prima. Se vogliamo, è anche il bello di essere gentile: un bel sorriso risolve tanti problemi, anche quello di dover seccare l'ufficio viaggi con una richiesta last minute. Ho già fatto qualche incontro, e ho imparato, come ogni volta, qualcosa di più. Ma ha senso condividerla con voi, che tanto non la capireste, a rischio di far capire quello che ho capito a chi non deve capire che l'ho capito? Direi di no, anche se... vedi alla voce "non lo capireste" - detto con affetto, ovviamente: ma dopo due settimane di #hadettoGioggettih che cosa volete che vi dica, se non, come sempre, quello che penso?

Poco male: qualcosa da dirvi, che credo possiate capire, ce l'ho, e ve lo dico. Non vi piacerà. Ma, del resto, non vi sarebbe piaciuto nemmeno quello che non avreste potuto capire. Perché fra me e voi, nonostante l'affetto che ci lega, sopra esemplificato da un qui bene amat bene castigat, c'è una differenza profonda e temo insanabile: a voi piace vincere, e a me combattere. Quindi io tendenzialmente vinco. Quanto vorrei potervi insegnare questo! Ma se non vi ho insegnato la tenacia in quasi dieci anni, temo di dovermi per una volta arrendere: sono un insegnante peggiore di quello che mi illudevo di essere...)


Mi manda un WhatsApp @_polemicamente (si chiamava così, una volta, prima di chiudere l'account), la regazzetta che mi fece notare con quanta freschezza il Governo olandese ammette, sul suo sito ufficiale, che stare nell'euro all'Olanda conviene perché altrimenti, dato il surplus commerciale del paese, il fiorino si apprezzerebbe, mettendo le esportazioni in difficoltà. Quando non saremo più una colonia sul sito del MEF ci sarà una serena constatazione uguale e contraria: ormai se ne sono accorti anche quelli intelligggenti (poverini: non sanno che fanno ridere i polli con queste verità postume che nei paesi civili sono tranquillamente affermate dagli uffici governativi, senza tanto latinorum economichese), e quindi fra un po' lo si potrà dire, ma non entro adesso in questo discorso. All'amica avevo chiesto di informarmi in merito alla ratifica del CETA che si sarebbe tenuta al Parlamento olandese, dove il premier Rutte ha una maggioranza risicata. La stampa anglosassòne palpitava temendo un esito infausto (per i suoi azionisti), ma poi l'amore (per il libero scambio) ha trionfato e il CETA è stato ratificato: 72 favorevoli contro 69 contrari alla Camera. Al Senato non andrà in modo molto diverso. Come spiegavo ieri a "Parole guerriere", non ratificare un trattato concluso da un Governo equivale a sfiduciarlo, e evidentemente la colla per poltrone non si vende solo in Italia.

A seguito di questa notizia ovvia, l'amica aggiunge un messaggio meno ovvio:


Altro argomento da non perdere di vista: sull'Algemeen Dagblad si scrive che l'Expertisecentrum Euthanasie dell'Aja ha ricevuto 3.122 richieste di eutanasia nel 2019: + 22% rispetto al 2018. Fanno 13 persone al giorno. L'aumento viene attribuito anche alla risonanza mediatica ottenuta dal caso della paziente affetta da demenza di cui ti scrissi mesi fa, caso sul quale la corte suprema deve ancora pronunciarsi (il medico in questione è stato accusato di omicidio, ma non ha subito conseguenza penali: nel 2012, stando all'articolo, la donna aveva firmato un documento dove dichiarava di voler morire nel caso fosse stata ricoverata perché demente. Tuttavia, quattro anni dopo, aveva detto al medico di non voler ancora morire; ma non è stata ritenuta in grado di esprimersi razionalmente al riguardo, dunque di decidere di e per se stessa, ed è stata fatta fuori). Sta di fatto che il numero di richieste accolte dalla clinica aventi come motivazione la demenza è passato da 70 (2018) a 96 (2019). La clinica lamenta carenze di personale medico e amministrativo, psichiatri innanzitutto: "De nood ist groot", cioè, in inglese: "We are in great need", ovvero: "C'è tanto bisogno". Dall'inferno è tutto, linea allo studio.



(...e ora, confortato da questi begli squarci premonitori sul nostro futuro europeo, ma anche americano - gira questa roba qui, che spero proprio non sia vera ma purtroppo è verosimile! - quel futuro in cui vi abbatteranno con un colpo alla nuca quando non sarete più produttivi - e vi useranno come fonte di proteine, perché tanto lì arriveremo, passando per le locuste! - mi godo il sonno del giusto, in attesa di una giornata di incontri piuttosto intensi. Vi lascio alle vostre divertenti elucubrazioni a base di "Tizio ha detto, Caio non ha fatto...". Non c'è nulla che possa stupirmi, soprattutto non in peggio, di quanto sto vedendo in questi giorni. L'umanità o la si ama o non la si ama: motivi per farlo, oggettivamente, non ce ne sono poi molti. Ma qui è andata così, e continua ad andare com'è sempre andata...)

domenica 16 febbraio 2020

Democrazia e trilogo

Guardatevi questo video:


Intanto, una semplice considerazione.

Da noi una satira così fattuale e spigliata su temi simili sarebbe semplicemente impensabile, ed è esattamente per questo che siamo una colonia. Senza nominare i nostri giullari di regime, tutti diritti (in)civili e distintivo, che sul tema sono non pervenuti semplicemente perché non ci arrivano, vi lascio solo immaginare il corruccio che dall'Olimpo delle nostre istituzioni calerebbe su noi poveri mortali: roba da far sembrare l'Iliade di Monti un romanzo di Jerome K. Jerome (con la K di Klapka, nel caso qualche ggiornalista tanto colto quanto sensibile vi veda un ammiccamento al Ku Klux Klan). Come minimo, l'AGCOM, quella che tollerò senza fiatare becere menzogne sulla realtà della crisi greca (eh sì, è ancora quella, di proroga in proroga...), comminerebbe (indipendentemente, ça va sans dire...) una bella multa milionaria a chi osasse tanto (sempre che prima qualche Commissione contro l'odio non fosse intervenuta).

In Germania si può fare satira, in Italia no, e quindi non la si fa.

In Germania, del resto, si può fare anche politica, e quindi la si fa (e i responsabili dello sfascio dell'Europa, cioè i pasdaran del progetto unionista, cominciano a pagare seriamente pegno), mentre da noi qualsiasi manifestazione di dissenso viene criminalizzata come odio e deferita alla psicopolizia (un esito che, per quanto da noi ampiamente previsto, costituisce un lieve ostacolo a una sana dialettica democratica. A proposito, non mi ricordo se vi ho detto che sono membro della Commissione Segre...).

Le considerazioni che precedono hanno la loro importanza, ma quello che più mi colpisce del video non è tanto la dimensione satirica, giocata su una chiave piuttosto ovvia, qui da noi ottimamente interpretata dal Pedante con la sua serie su Maria Antonietta, quanto quella pedagogica. Si dice che Pulecenella pazzianno pazzianno dicette 'a verità. Appunto. Anche Die Anstalt, pazzianno pazzianno, fornisce una spiegazione assolutamente perspicua di come funzionino le istituzioni europee. Perspicua, naturalmente, nei limiti in cui può esserlo la spiegazione di una cosa messa su apposta per non poter essere capita.

Il video non cita lo strano caso del dottor Ecofin e del signor Eurogruppo, di cui in questo blog ci occupammo anzitempo (qui, tradotto qui), ma l'omissione è del tutto scusabile con la volontà di attenersi al quadro complessivo, senza entrare nelle filiere tematiche, e in particolare in quella economica, per quanto importante sia. Quando di questo caso ce ne occupammo noi il tema era molto meno popolare di quanto lo sia diventato adesso, tanto da suscitare perfino l'attenzione della nostra amica Durchsichtigkeit International, che è arrivata con un bel ritardo di quattro anni su Goofynomics a porsi la nostra stessa domanda: who governs the euro area? (e se se la pone un'emanazione del capitalismo tedesco questa domanda ha un peso ben diverso da quando ce la ponevamo noi), e da promuovere negli addetti stampa di Bruxelles una riflessione piuttosto radicale sulla necessità di abolire l'Eurogruppo (è già, ci sono arrivati anche loro, i mitici giornalisti anglosassòni - a me piace pronunciarlo così, come lo avrebbe pronunciato Alberto Sordi doppiando Ollio, soprattutto dopo certe performance all'ultimo "Euro, mercati, democrazia"...).

Ma noi dell'Eurogruppo parlavamo già cinque anni or sono perché noi avevamo letto il libro scritto sei anni fa da Giandomenico Majone: Rethinking the Union of Europe Post-Crisis. Noi siamo già da cinque anni sull'agenda cui i mentecatti (cioè tutti gli altri: duole dirlo, ma è fattuale) arrivano solo oggi, quella dell'irrazionalità e dell'opacità della costruzione europea, ed è per questo che la nostra analisi è più avanzata e credibile: perché quando gli altri erano ancora nella fase della negazione, noi eravamo già in quella dell'accettazione della realtà, che è il presupposto necessario per un reale cambiamento.

Tuttavia, credo di non avervi mai parlato del trilogo, che, ve lo confesso, ho sentito menzionare la prima volta da quando sono parlamentare: sarebbe un incontro informale fra la Commissione, il Consiglio e il Parlamento (le tre teste del Cerbero legislativo europeo), in cui si raggiunge un accordo politico, che deve poi essere confermato nelle rispettive sedi formali. Fra trilogo e procedura legislativa ordinaria esiste quindi lo stesso rapporto che fra Eurogruppo e Ecofin: c'è una sede opaca in cui si decide, e una sede trasparente in cui si fanno timbri, ceralacche e family photos. Sussistono però due differenze. La prima, ovvia, è che l'Eurogruppo (sede informale di decisione del Consiglio dell'Unione Europea) esiste solo nella filiera economica, o almeno spero. La seconda, meno ovvia, è che, a quanto ne so io, l'Eurogruppo è almeno normato da un protocollo (il che rende ancora più ambigua la sua posizione di organismo "formalmente informale"), mentre il trilogo no. Non mi risulta, ma se sbaglio mi corrigerete, che i Trattati menzionino il trilogo, tant'è che nello spiegone ufficiale sulla procedura legislativa non se ne fa cenno. In effetti l'art. 294 TFUE parla del Comitato di conciliazione, che qualcuno, per confondere le acque, chiama trilogo formale, ma che è un'altra cosa. Protocolli sul trilogo non ne ho visti, ma sarà un limite mio. La sintesi quindi è che in un progetto politico che è principalmente un progetto economico tutte le decisioni hanno un momento di opacità (il trilogo), ma quelle economiche ne hanno due (Eurogruppo e trilogo)!

Naturalmente questo modus operandi non lascia tutti molto soddisfatti. A titolo di esempio, qualcuno (per fortuna, mi piace sottolinearlo, un italiano) ha trovato fastidioso che nel mitologico "documento a quattro colonne" del trilogo la quarta colonna, quella che descrive il compromesso raggiunto dalle tre teste di Cerbero, sia segretata. Ne è sorto un interessante dibattito, anche perché il Tribunale dell'Unione Europea ha dato ragione al ricorrente (i dettagli sono qui).

Quella della trasparenza, come sapete, è una battaglia che ho fatto mia da quando, ignorando buona parte di quanto vi ho raccontato oggi, mi trovai di fronte una certa persona, un certo giorno, in una certa stanza, che mi disse, a proposito di un certo Trattato, che io non potevo visionare le bozze della sua riforma nonostante il premier mi avesse chiesto di farlo perché queste bozze erano segrete (peraltro, questa segretezza è una fandonia, ma di questo parleremo dopo le prossime elezioni).

Intanto, sintetizzo quello di cui abbiamo parlato oggi con le parole di un mio amico giurista:

"mettiamo in piedi un sistema che per numero di stati, maggioranze qualificate, organi, competenze, procedure, etc. è così complicato e farraginoso che il rischio di incepparsi è la regola... quindi per risolvere questo problema di "efficienza decisionale", ci inventiamo dei luoghi "informali", dove prendiamo le decisioni (il trilogo; l'eurogruppo). Cioè: noi viviamo (?!) in un sistema in cui due fra i principali (o forse proprio i principali?) organi decisionali sono "informali". LETTERALMENTE MILLENNI DI CIVILTA' GIURIDICA BUTTATI NEL CESSO. Per i posteri: si direbbe che sia diventato un luogo decisionale così preminente esattamente perché è informale."

Siete d'accordo, vero, che Zingaretti, quando blatera di democrazia, e di Lega pericolosa per la democrazia perché nemica dell'Europa, fa solo tanta tenerezza?

Hanno sostenuto e caldeggiato una mostruosità giuridica che non ha capo né coda, la accettano supinamente, senza adoperarsi per darle un senso (che a mio avviso non può avere: ma è solo cercando di darglielo che lo rendi evidente...), e saranno spazzati via per questa loro incoscienza da apprenti sorcier. Incoscienti pericolosi per la loro inconsapevolezza, e per la loro fredda e lucida determinazione a etichettare come odio qualsiasi tentativo di promuovere consapevolezza, ma in fondo patetici nelle loro insanabili contraddizioni e nel loro tentativo di sopravvivere contro il vento della Storia, che ormai definitivamente spira in direzione a loro contraria. Il 2018 non avrà risolto molto, e nessuno si aspettava, credo, che potesse risolvere tutto, ma ha dato a molti la voglia di partecipare e la speranza di potersi autodeterminare. Questa è la battaglia che qui abbiamo sempre combattuto, e questa battaglia non è stata persa. Per la differenza fra battaglia e guerra vi rinvio comodamente a un qualsiasi dizionario: vanno bene anche quelli dei piddini (che loro leggono senza capirli).

sabato 15 febbraio 2020

Crescita

Ne abbiamo parlato spesso, parliamone anche oggi. Negli anni risalenti abbiamo appreso con amarezza che essere "de sinistra", qui da noi, significa essere antipatriottico. La porca rogna di vedere il paese devastato purché l'avversario politico sia in difficoltà non si riesce a estirpare da quelli che si sentono migliori degli altri per il controvertibile motivo che credono di aver vinto una guerra che il Paese ha perso. Ormai l'abbiamo capito, e ce ne siamo fatti una ragione (almeno io). Nel 2018, quindi, mentre il Governo che sostenevamo fingeva di impostare una manovra anticiclica (nei limiti in cui glielo consentivano gli infiltrati di Bruxelles, da Conte in giù), sotto il cannoneggiamento dei nostri fratelli europei e dei loro media "anglosassoni", osservavo senza stupore, e con un certo disincanto, la gioia con cui quelli "de sinistra" si esaltavano perché al Paese veniva impedito di prendere le misure che i dati indicavano come necessarie. Pensavo, e ad alcuni dicevo, che la prossima recessione, così, non la si sarebbe potuta attenuare, e che sarei stato molto contento se se la fossero dovuta gestire loro, visto che i nostri tentativi per contrastarla li infastidivano così tanto.

Questo poi è stato, ancora una volta senza mia sorpresa, e con un mio certo sollievo.

I nostri amici subalterni, in effetti, si trovano in una brutta situazione, almeno a giudicare dalle stime preliminari del Pil (-0.3% nell'ultimo trimestre 2019). Sperando che queste stime siano riviste a rialzo nel dato definitivo, che aspettiamo per il prossimo due marzo, facciamo un rapido calcolo per capire che cosa esse implichino per la crescita del 2020, dato su cui si articola la manovra varata con la legge di bilancio.

I conti sono presto fatti e li trovate in questo specchietto:


Con il -0.3 dell'ultimo trimestre (evidenziato in rosso), il dato annuale del 2019 si attesterebbe sullo 0.2%. Per ottenere nel 2020 una crescita dello 0.6%, come previsto dal programmatico della NADEF (e evidenziato in rosa nella tabella), il Pil 2020 dovrebbe arrivare a 1731 miliardi di euro (a prezzi concatenati con anno di riferimento 2015). Per arrivarci, naturalmente, potrebbe seguire infinite strade. Nella parte gialla della tabella abbiamo ipotizzato che nei quattro trimestri del 2020 il Pil cresca a un tasso congiunturale costante. In questo caso, per ottenere su base annua una crescita dello 0.6%, il Pil trimestrale dovrebbe crescere nel 2020 a un tasso trimestrale dello 0.3% (per l'esattezza, 0.32%).

Se vi andate a vedere la nota ISTAT, constaterete che negli ultimi 20 trimestri solo nove hanno registrato una crescita superiore allo 0.2%, e, attenzione: in quel periodo il mondo stava accelerando. Ora sta rallentando, e quindi sarà piuttosto improbabile che ci siano molti tassi di crescita trimestrali superiori a 0.2, ovvero che il Pil annuale nel 2020 arrivi a 1731 miliardi, con un aumento dello 0.6% su quello del 2019.

Purtroppo non siamo "de sinistra", e quindi non giubiliamo, né ci facciamo troppe illusioni sulle effettive possibilità di tornare a crescere veramente, e non col bilancino del farmacista, nel quadro delle attuali regole di bilancio e monetarie. Rispetto a sette anni fa, però, ora è chiaro a tutti (tranne che a quelli "de sinistra") che il problema non riguarda solo noi. Anzi, come qui prefigurato, riguarda soprattutto gli altri, che se ne rendano conto o meno.

Mi direte che non è molto, e può anche darsi che sia così, soprattutto per quelli di voi che non ricordano le fasi iniziali del nostro dibattito. Chi se le ricorda, invece, capirà che il fatto che Merkel e Macron stiano raccogliendo quello che hanno seminato (in casa loro) qualche spazio lo apre. Certo, non possiamo aspettarci che di spazi simili ne approfittino i nemici del Paese. Ma non dobbiamo nemmeno aspettarci che stiano lì per sempre. Ci vuole pazienza e tenacia. Noi abbiamo l'enorme vantaggio strategico di sapere come stanno le cose e come non possono non andare a finire. Gli altri hanno tutto il resto: superiorità numerica, superiorità di armamento... Tutte cose che sapevamo, o almeno che sapevo io, quando nel 2012 mi dicevate che non sarei mai andato in televisione, o che non ero adatto a fare politica. Credo che voi abbiate ragione oggi come avevate ragione allora, e naturalmente anch'io ho torto oggi come lo avevo allora: i fatti lo dimostrano, e lo dimostreranno. Quindi, fra altri otto anni non saremo dove siamo adesso. Dove saremo, dipenderà anche da noi, cioè da voi, perché io sono qui, dove ero, e continuo ad analizzare i fatti, come li analizzavo, con la teoria economica, che è rimasta quella, né si vede perché cambiarla in un periodo in cui ogni singolo giorno reca fatti che la confermano.

Tutto qui.

Ne riparliamo il 2 marzo, se avrò tempo per farlo...

lunedì 10 febbraio 2020

Il bisconte dimezzato

Oggi sono usciti i dati ISTAT sulla produzione industriale, che ho commentato così. Per voi, che ve lo meritate, uno sguardo un po' più approfondito ai dati, che sono qui. Per motivi che vi ho spiegato altrove conviene sviluppare l'analisi del dato italiano in relazione a quello tedesco (in sintesi: la produzione industriale tedesca è fortemente legata a quella italiana, quindi ha senso vedere quanto del crollo italiano sia causato da un crollo tedesco, o sia invece dovuto ad altre cause).

Intanto, prendiamoci i dati trimestrali dall'inizio della legislatura (primavera 2018), ricordando che fra la proclamazione degli eletti (23 marzo) e l'elezione dei Presidenti di Commissione (21 giugno) passò quasi un mese, per cui il Governo inizio in effetti a operare in estate:


Vi propongo la tabella così come la restituisce il database Eurostat, con l'unica aggiunta della riga in giallo, che fornisce lo scarto fra Italia e Germania. Fino a quando il governo Conte I non inizia ad operare, questo scarto è negativo: la produzione industriale italiana cresce meno di quella tedesca. Ad esempio, nella primavera del 2018, mentre si cercava di capire chi dovesse governare il Paese, visto che si era deciso che la maggioranza di centrodestra non dovesse farlo, perché questo avrebbe significato dare il paese in mano a Salveenee (orrore!), l'Italia decrebbe dello 0.4% mentre la Germania crebbe dello 0.6%, col risultato che lo scarto (negativo) fra le due crescite fu dell'1%.

Quando il governo Conte I divenne operativo, lo scarto si rovesciò, e da allora l'Italia è sempre cresciuta di più (come nell'inverno 2019) o decresciuta di meno (come in tutte le altre stagioni) della Germania. Possiamo dividere questo periodo in due, riferiti al Conte I e al Conte II. Nel periodo dall'estate 2018 (2018Q3) e la primavera 2019 (2019Q2), lo scarto medio fra la crescita della produzione italiana e quella tedesca è stato dell'1% (1.025% per gli scemi).

Nel periodo dall'estate/autunno 2019, con l'avvento del Conte II, la media passa a un bel (0.3+0.5)/2=0.4. Tanto per fugare subito ogni dubbio, il coronavirus arriva dopo (e quindi ne vedremo delle brutte, perché anche se è lecito porsi domande sull'effettiva dimensione della minaccia, fatto sta che la psicosi si è diffusa, e in Cina fabbriche e università hanno prolungato le vacanze...).

Quindi sì, in effetti il Bisconte ha dimezzato la distanza fra la crescita della produzione italiana, e quella della produzione tedesca. Sarebbe un bel risultato, se non fosse che quella tedesca, nel periodo che stiamo considerando, fa così:



Accorciare le distanze da uno che sta precipitando non è proprio un'ottima cosa, e infatti, se invece degli scarti guardiamo direttamente i tassi di crescita, quello dell'industria in senso stretto è stato in media trimestrale -0.3% col Conte I, e -1.1% col Bisconte, il quale, poverino, non può nemmeno dire che ci sia stata una gran moria delle vacche, come voi ben sapete. Se la performance relativa dell'Italia fosse rimasta quella del Conte I, cioè se la produzione industriale italiana avesse continuato a crescere almeno un punto percentuale sopra quella tedesca, il Bisconte avrebbe fatto -0.5% in media (sui suoi due trimestri di vita finora). Un risultato non ottimo, ma meno catastrofico. Insomma, il Bisconte ci ha messo del suo, accelerando la caduta dell'Italia. La dimensione terroristica della manovra di bilancio non ha aiutato. Un'analisi accurata, però, richiede più informazioni, e un primo pezzo importante arriverà venerdì coi dati sul commercio estero.

Resta il punto di fondo.

Io guardo con tanto affetto chi su Twitter mi spiega che aspettare che l'UE crolli sotto le sue contraddizioni interne è replicare in peggio la dimensione palingenetica del marxismo più sciatto, così come, più in generale, chi continua a darmi lezioni di politica, sopravvalutando non tanto la propria intelligenza, quanto, il che è più grave, il ruolo dell'intelligenza nell'attività politica, che è attività di sintesi e di coinvolgimento, non di analisi e di distanziamento (sempre tutti protesi a enfatizzare la propria purezza e durezza... di comprendonio). Più che intelligenza, a noi miserabili politici, per portare a casa almeno qualcosa del tanto che vi abbiamo promesso, servono tempra e tenacia. Qualcosa di molto distante dalla volatilità uterina degli intelliggenti (sic) di Twitter, che bipolarmente oscillano fra esaltazione e depressione, entrambe di intensità inversamente proporzionale all'effettiva rilevanza del fatto che le ha provocate (esempio: magari capire con la propria testa che le posizioni politiche di un gruppo parlamentare, quale esso sia, le esprime il capogruppo, e che lui decide come si vota, aiuterebbe molti a non farsi bloccare su Twitter per eccesso di demenza ad ogni stormir di peone...).

Certo, me ne rendo conto, e vi sono vicino: so bene anch'io che le cose non sono così semplici, e che occorre lottare.

E quindi?

Molti di voi sembrano credere che la lotta più efficace, una volta capito che Conte non ne voleva mezza di difendere il Paese dalla riforma del MES, sarebbe stata buttarsi in terra in mezzo all'aula urlando frasi sconnesse, o magari darsi fuoco di fronte a Palazzo Chigi (col rischio di far ulteriormente corrucciare Greta). Molti di voi, si sa, voterebbero secondo coscienza, o magari andrebbero nel gruppo misto per preservare la propria purezza ideologica. Ah, che gran cosa la purezza! Peccato che da parlamentare del gruppo misto avere le uniche due cose che un parlamentare può avere: informazioni, e tempo di parola, è molto, ma molto più complesso che appartenendo a un gruppo numeroso.

Si può lottare in tanti modi. C'è chi lo capisce, e c'è chi non lo capisce. Noi continuiamo a lottare per gli uni e per gli altri, perché abbiamo ben chiaro il punto di fondo, che è questo: le politiche mercantilistiche tedesche, basate sull'atteggiamento parassitario di chi desidera finanziare la propria crescita con le esportazioni (cioè coi soldi altrui), fragilizzano il sistema in almeno due dimensioni. La prima è che rendono l'economia che pratica questa strada molto più fragile, comparativamente, di quelle meno sbilanciate sul settore delle esportazioni. Quanto più campi di esportazioni, tanto più, se l'economia mondiale rallenta, ti fai del male. E quindi, come disse il merlo al tordo, possiamo dire anche noi alla Germania: vedrai che botto, se non sei sordo... La seconda è che per campare a spese altrui la Germania non può non truccare le carte. In altre parole, come più e più volte abbiamo ricordato, l'unico modo che la Germania ha per continuare il suo giocherello è tenere l'euro molto basso, e questo non perché serva direttamente a lei, ma perché altrimenti crollerebbero paesi come il nostro, essenziali per le sue catene del valore. Ma un euro basso, oltre a propellere le esportazioni tedesche oltre il limite accettabile dagli Stati Uniti (causando quindi le ovvie ritorsioni in termini di dazi), richiede tassi di interesse zero o negativi nell'Eurozona. Richiede cioè che le autorità di politica monetaria non attraggano, con tassi di interesse più alti, flussi di capitale alla ricerca di attività denominate in euro, perché questo (cioè: il comprare euro per comprare titoli denominati in euro) farebbe salire il tasso di cambio dell'euro, schiantando innanzitutto noi, ma poi anche i tedeschi. Solo che, e anche questo qui lo sapete, i tassi negativi sono nefasti per il sistema bancario e pensionistico tedesco.

E allora?

E allora questo, per esempio. La simpatica delfina della Merkel, AKK, non ci ha dato nemmeno il tempo di memorizzare il suo nome particolarmente cacofonico, che è andata dove la sua sigla la mandava (battuta riservata ai germanofoni, s'intende). Sono le contraddizioni del capitalismo, bellezza! C'è da stare allegri? No. Ma non credo possiate negare che lo scenario prefigurato dal Manifesto di solidarietà europea, e ripreso dal programma elettorale della Lega, sembri ogni giorno meno utopistico (con buona pace degli editorialisti di quotidiani in serie difficoltà). Poi, per carità, noi siamo anche rassegnati all'eventualità (invero non remota) che pur di non dire "abbiamo sbagliato" una classe politica particolarmente ottusa e autoritaria ci porti tutti verso una catastrofe. Se è già successo, perché non potrebbe succedere di nuovo? Ma bisogna essere particolarmente piccini per non vedere la differenza fra il dibattito sul bail in e quello sulla riforma del MES, per limitarmi a quello che chi vuole può vedere da fuori. Per chi vuole vederlo, un progresso c'è stato: ad esempio, ora in Parlamento c'è un parlamentare che, per la prima volta, chiede trasparenza all'Eurogruppo. Certo, non è risolutivo: immagino che voi, se foste al posto mio...

Ma, appunto, resta la domanda: perché al posto mio ci sono io, e non voi? Chi vuole capire, ha capito, e chi non vuole, continui pure:

quant'è bella adolescenza,
che continua tuttavia:
chi vuol esser Mori sia,
ma conservi la decenza.

Il che non si può dire di alcuni di voi.

L'uomo può fare la differenza, ma l'intelligenza non è tutto. E, come disse in una nota trasmissione Claudio (oggi il Presidente Borghi): abbiamo bisogno di patrioti, non di vermi. Per quanto intelliggenti (sic) essi siano, e per quanto ci divertano su Twitter, aggiungo io.

Yours.

giovedì 6 febbraio 2020

Il Conte del Grillo


Questo il siparietto, e questo il sottotesto a cura di Radio Radicale.

Nota bene: io leggevo da un foglio, come sempre quando i tempi devono essere strettamente contingentati. Il primo ministro (o meglio i suoi uffici) sapeva dalle 12 di ieri che cosa gli avrei chiesto, e quindi si era preparato bene, ma io non sapevo che cosa mi avrebbe risposto (per motivi che forse non devo spiegarvi): però la mia replica (scritta prima di ascoltarlo) combacia perfettamente col suo intervento.

Questo è il dettaglio che ha fatto la delizia degli intenditori, come il nostro capo ufficio legislativo, che mi ha chiamato per chiedermi: "Ma tu come facevi a sapere che cosa avrebbe detto?"

E voi, che dite? Come facevo a saperlo?

Semplice: mi ci sono voluti dieci secondi (e dieci anni di dibattito) a immaginare dove avrei potuto portarlo col mio quesito perché lui confessasse la sua verità, che è una verità dai piedi di balsa, diciamo così. Perché la mia verità è un po' diversa: ora che ci sono dentro, a questa roba, so, e ve lo sto dimostrando, che il problema principale non è nemmeno l'Unione Europea in sé (che comunque resta un progetto irrazionale e fallimentare), quanto il fatto che essa si presti (perché irrazionale e farraginosa) a essere strumentalizzata da una serie di ambiziosi despoti (mancati), la cui massima aspirazione è quella di poter conferire, con un po' di latinorum europeo, una vernice di modernità a un credo politico vecchio come il mondo.

Tant'è che già due secoli fa un grande poeta l'attribuiva ar monno vecchio.

Per ulteriori dettagli, ci aggiorniamo a domani (forse, perché vado in Veneto a parlare di legge di bilancio: informazioni sui miei canali social...).

domenica 2 febbraio 2020

QED 91: koinè e demos in Europa

Oggi, al ritorno dalla palestra, trovo questo messaggio di un amico:

Riguardo il post antologico sulla Brexit, mi è tornato in mente un tuo intervento al Parlamento europeo (22 aprile 2015), in cui (tra le altre cose) sottolineavi (lo traggo dalla traduzione di Voci dall'Estero) che non era detto che dare più poteri al PE avrebbe significato maggiore democrazia, facendo questa ipotesi (cito):
"Forse eleggeremo una volta un presidente lituano, che sarebbe veramente una buona idea, che farà una campagna elettorale nella lingua dell’unico paese che nel frattempo se ne sarà andato, che è l’Inghilterra".

Mi pare un QED niente male, ma capisco che non essendo un post su Goofy, nell'antologia (dei post di Goofy) non poteva andarci...


Mia risposta:

Questo concetto lo avevo già espresso a dicembre 2013.



In effetti, alle 13:35 del 7 dicembre 2013 mi era capitato di dire queste testuali parole:


Non c'è una democrazia sovranazionale, non è possibile, non esiste un demos europeo. Quando eleggeremo in modo diretto il Presidente dell'Unione Europea, lo faremo con una campagna elettorale che sarà condotta in inglese, cioè nella lingua dell'unico paese che nel frattempo sarà uscito dall'Unione Europea (applausi).


Trovate tutto qui (la frase, in particolare, si trova nello spezzone che comincia alle 13:24).

Del rapporto fra progetto europeo e democrazia abbiamo poi parlato in modo più approfondito, affrontandolo sotto varie angolazioni: politologica, etnologica, sociologica, neurologica (sì, anche quella), ma insomma, per restare sul punto, voi vi ricordate un dibattito sulla Brexit nel 2013? Qualcuno la prevedeva? Qualcuno ne parlava? Ci sono voluti 2246 giorni, ma quella cosa che all'epoca vedevamo veramente in pochi (qualcun altro ci sarà stato, e me lo ricorderete nei commenti) alla fine è successa.

Se potessero capirlo, girerei questo post ai miei colleghi "de sinistra" che non credo sappiano bene perché io sono in Senato con loro, e perché quando parlo la gente mi sta a sentire (compresi loro). Ma non credo che ne varrebbe la pena: ci sono cose che se potessero essere capite non andrebbero spiegate, e se ho deciso di militare nella Lega è perché sapevo di poter sostenere lo scherno dei poverini.

Ora, molti di voi stanno ancora giustamente gioendo per la Brexit.

Gioiscono per un popolo che ha avuto il coraggio di affermare il proprio diritto all'autodeterminazione, in dissonanza dalla retorica "de sinistra" secondo cui dagli jukaghiri agli asháninka tutti i popoli hanno diritto di autodeterminarsi tranne il nostro.

Gioiscono anche perché in quanto è accaduto, che se non è  una nostra vittoria, è almeno una cocente sconfitta del nostro nemico, vedono giustamente un barlume di speranza.

L'uomo fa la differenza, e certo Boris Johnson è stato determinante. Ma che non potesse finire altro che così a me, personalmente, è stato sempre chiaro: se lo davo per scontato nel 2013, non posso esserne sorpreso nel 2020. Questo, naturalmente, toglie alla constatazione di un indubbio progresso il piacere della sorpresa. La razionalità economica non poteva non prevalere: lo avrebbe capito anche un bambino. Dobbiamo trarne una lezione: la razionalità economica prevarrà.

Mi rendo conto che questa affermazione non basterà ai tanti avventori del bar Twitter pronti a passare dall'euforia più scomposta alla più cupa disperazione solo perché a Giorgetti o a Salvini vengono attribuite dalla stampa frasi che non hanno mai detto, o azioni che non hanno mai compiuto. Di questa gente dalla tempra morale friabile, dallo spessore intellettuale evanescente, sapremo fare a meno. Io, prima, le cose le spiego, ma poi, se non riesco a farmi capire, mi rassegno.

I processi sociali sono complessi, e, come quelli biologici, caratterizzati da rilevanti margini di incertezza. Come ci siamo detti in altra sede, non è perché non sa predirti la data della tua morte che un medico non è un buon medico. Di converso, il predire esattamente la data della tua morte non fa di un chiromante uno scienziato. Se mi avessero chiesto il 7 dicembre 2013 quanti giorni ci sarebbero voluti, non avrei saputo rispondere: 2246. Ma non per questo ho smesso di confidare nelle lezioni della Storia e dell'Economia. Oggi vi chiedo di guardare indietro, di rendervi conto di quanta strada abbiamo fatto, e di interrogarvi sul perché ci siamo riusciti.

Credo che questo post possa aiutarvi a capirlo.

Poi, naturalmente, c'è chi non vuole capire.

E ora, torno a studiare...

Brexit: l'antologia

...e così l'inevitabile è successo.

Noi non siamo sorpresi, e guardiamo con un sorriso di condiscendenza quelli che ancora oggi ci dicono che no, in effetti non è ancora successo perché [supercazzola a piacere]. Colgo l'occasione per farvi una breve antologia di quanto qui abbiamo detto su questo argomento, che è finalmente esaurito (salvo fare, fra un paio d'anni, una ulteriore verifica delle scemenze catastrofiste che gli irriducibili spacciatori professionali di fake news continuano imperterriti a reiterare: sarà divertente, la rete nasconde, ma non ruba...).

Avevamo cominciato nel maggio 2016, evidenziando come il comportamento delle autorità europee (minacciare un Paese che aveva deciso di esercitare un diritto sancito dai Trattati), se da un lato appariva contraddittorio (le autorità europee i Trattati dovrebbero rispettarli!), dall'altro risolveva una profonda contraddizione dell'architettura europea, messa in evidenza da Giandomenico Majone. Perché mai, si chiedeva Majone, se si dice di dovere e volere evolvere verso un'Europa federale, poi si inserisce una clausola di recesso che è tipica di un sistema confederale? La risposta, ovvia, la dettero i fatti: la clausola (l'art. 50) la si inserisce perché si sa che non la si farà applicare!

Ma a noi questa ennesima promessa disattesa appariva come la goccia che avrebbe fatto traboccare il vaso (assistei poi in una riunione riservata al dispetto di chi aveva inserito la clausola ritenendola inapplicabile... e si vedeva crollare il mondo addosso).

Pochi giorni dopo, uno di voi prevedette che in ogni caso la Brexit avrebbe sbriciolato Corbyn. Era, lo ripeto, il 23 maggio 2016. Per questo, quando questa facile previsione si avverò il 12 dicembre scorso (sembra tanto tempo fa...) nessuno di noi, credo, fu particolarmente stupito, nonostante media di cui qui avevamo avuto più volte modo di verificare l'affidabilità fino all'ultimo cercassero di illuderci (e di illudersi).

Il 12 giugno del 2016 vi detti qualche cifra sulla Brexit, cercando di riportare un po' di razionalità nel dibattito. Il mio argomento era molto semplice: minacciare di ritorsioni il Regno Unito non aveva alcun senso, perché il Regno Unito era uno dei migliori clienti della Germania. Non fummo quindi stupiti, nel corso del negoziato, nel constatare l'atteggiamento schizofrenico di quest'ultima, perennemente scissa fra la sua pulsione suicida verso una Strafexpedition (nostalgia canaglia!), e il desiderio di tirare a campare.

Il 17 giugno celebrammo le esequie di uno dei tanti esperti di cui questo blog ha fatto strame. L'amico era venuto qui a spiegarci che siccome l'economia britannica dipendeva totalmente dai servizi finanziari, il Regno Unito non si sarebbe mai potuto permettere di rinunciare ai benefici offertigli dall'appartenere al mercato europeo dei capitali. L'argomento, ovviamente, era infondato: era un'opinione scissa dai fatti.

Il 24 giugno commentammo laconicamente i risultati.

Il 25 giugno tornai sulla semplice macroeconomia della Brexit. L'uscita era la cosa più razionale. Quale interesse poteva avere un paese relativamente florido a legarsi a un'area (l'Unione Europea) in cui all'arrivo di una crisi si è costretti a strozzare la domanda interna (per cui le esportazioni verso quell'area calano), con il costo aggiuntivo determinato dall'avere una valuta che viene considerata un rifugio, e quindi durante le crisi si apprezza (mettendo in crisi anche le esportazioni verso il resto del mondo)? Insomma, in termini macroeconomici l'UE era una palla al piede dell'UK (e presto lo potremo constatare).

Sempre nello stesso giorno cominciai la breve, ma intensa, serie delle smentite alle cazzate lievi imprecisioni che i cani da guardia del capitalismo profferivano nei loro reportage. Si cominciò, come ricorderete, con la "caduta libera della sterlina ai minimi storici"...

Eggnente: non c'era niente da fare. Le loro porche opinioni mai separate dai fatti, e sempre presentate come fatti. Ma ormai lo sappiamo, tant'è che il rischio che corriamo è l'opposto: quello di prendere gli eventuali fatti che dovessimo mai incontrare (ma in giro ce ne sono pochi) per loro opinioni...

Pochi giorni dopo (era il 27) vi presentai Mark Blyth, che molti di voi già conoscevano (e che non diceva cose molto originali, almeno per i frequentatori di queste pagine, ma nemmeno molto sbagliate)! Poche ore dopo, nello stesso giorno, Marco Franceschi ci regalò un momento di franca ilarità con una delle tante vostre intelligenti parodie, che ci hanno allietato e arricchito lungo questi nove travagliati anni.

Cominciavano ad arrivarci delle testimonianze allarmanti dell'isteria collettiva in cui i "buoni" erano precipitati dopo che il popolo si era espresso.

Il 5 luglio vi intrattenni sulle dinamiche valutarie sottostanti. Il post era un po' enigmatico, forse, ma la spiegazione ve la diedi qui.

A novembre già cominciavano a fioccare i QED: il ministro dell'economia della Baviera (cioè dello Stato in cui si fabbricano le automobili) cominciava a preoccuparsi per i toni aggressivi della Merkel verso il Regno Unito. La semplice macroeconomia della Brexit si svelava in tutta la sua potenza.

A dicembre venimmo ricompensati: l'articolo "Brexit: qualche cifra" si piazzava quarto, e goofynomics primo ai Macchia Nera Award. Ricorderete la poraccitudine con cui la categoria "miglior sito di economia" venne eliminata, sostanzialmente per impedirvi di vincere: sò regazzi, vanno capiti, e poi noi potevamo avere altre soddisfazioni: loro no!

Poi, per circa un anno, tralasciammo l'argomento. A settembre 2017 un giornalista fra i meno deludenti (non a caso lettore di questo blog) ci dava una mano a smontare qualche bufala terroristica: stranamente, i cittadini europei continuavano a cercare lavoro dove potevano trovarlo, cioè nel Regno Unito. I fondamentali erano solidi.

Il 23 ottobre dello stesso anno mi occupai di analizzare un tweet che se fosse stato satirico sarebbe stato passabile: ma satirico non era, era solo, tristemente, propagandistico.

Il 21 novembre di quell'anno (bei tempi: ero ancora un laico...) replicai cortesemente a un collega che sosteneva che il Regno Unito si fosse amaramente pentito (lo abbiamo visto...). Ci tengo a dire che siamo rimasti in buoni rapporti. Meglio perdere un amico che una buona risposta, ma se l'amico si può mantenere è ancor meglio (o ancor più meglio, come dice una mia nuova amica).

Poi mi travolse il vortice...

L'anno scorso, in uno dei rari momenti in cui riuscii ad affiorare per prendere una disperata boccata d'aria, tornai sull'argomento Brexit per affrontare un punto che sempre più mi appare quello decisivo: si può ottenere tutto, ma bisogna volerlo. May, come Renzi, negoziava nell'interesse dell'Europa, non in quello del suo paese. Non era quindi strano che i suoi risultati non fossero brillanti.

Poi le cose cambiarono, e ora sappiamo che, se si ha la giusta determinazione, e la maggioranza del Paese con sé, si può fare la differenza.

Bene.

Per vostra comodità (comodità soprattutto di quelli incapaci di utilizzare i tag del blog), a chiusura di questo post antologico vi riporto in fila tutti i post citati:

1) Brexit: una semplice considerazione
2) Brexit: uno scenario
3) Brexit: qualche cifra
4) Brexit: fatti e opinioni
5) La semplice macroeconomia del Brexit
6) Brexit e sterlina: il "minimo storico"
7) Brexit: l'analisi di Blyth
8) Marco Antonio sul Brexit
9) Brexit: in qua mensura mensi fueritis remetietur vobis
10) La parabola della Brexit
11) QED 68: la macroeconomia (della Brexit) è una scienza
12) Brexit e ripresa in una figura
13) One year later (Brexit)...
14) Cartoline dall'Europa
15) Brexit (again)

ma, nel farlo, mi accorgo che ne manca uno, quello determinante, quello che veramente spiega che cosa è successo, che cosa sta succedendo, e che cosa succederà: questo. Sì, l'avevo scritto prima ancora che di Brexit si parlasse. Tuttavia, rileggendolo, vi renderete conto che le radici profonde di quanto è accaduto sono lì, non altrove. Sono, cioè, dove nessun economista sarebbe riuscito a individuarle.

E ora, guardiamo avanti...