sabato 8 gennaio 2022

La ricchezza esterna delle nazioni

Questo blog nacque per affermare una tesi eretica (all'epoca in cui fu pronunciata), vale a dire che la crisi in corso dal 2010 in poi non fosse una crisi di debito pubblico, ma di debito estero, prevalentemente privato:


Prima di entrare in dettaglio, ricordo che con soli quattro anni di ritardo alle stesse identiche conclusioni arrivarono anche quelli bravi:


(ovviamente dimenticando che il poor crisis management era anche il risultato diretto delle scemenze dette da loro stessi, nelle loro auguste vesti di consigliere del Principe, all'epoca in cui a difendere il buon senso e la deontologia professionale eravamo veramente in pochi).

Avendovi rassicurati sul fatto che quanto nel 2011 era fake news dal 2015 è diventata scienza (e quindi lo stesso percorso sarà seguito da molte che oggi sono considerate fake news: e attrezziamoci però per chiedere il conto dei danni...), vi faccio notare che il mio approccio mi conduceva naturalmente a raccogliere e mostrare dati sui debiti, e quindi sui crediti, esteri (cioè verso una controparte non residente) dei vari Paesi.

I problemi infatti non sorgono quando lo Stato X ha un grande debito in valuta di X coi cittadini di X (grande debito pubblico detenuto da investitori interni e definito in valuta nazionale), ma quando il Paese Y ha un grande debito verso i cittadini di W in valuta di Z (grande debito - pubblico o privato - detenuto da investitori non residenti e definito in valuta estera).

In queste indagini mi sono giovato spesso di uno degli articoli più utili della storia dell'economia: Lane, P. R., & Milesi-Ferretti, G. M. (2007). The external wealth of nations mark II: Revised and extended estimates of foreign assets and liabilities, 1970–2004. Journal of international Economics, 73(2), 223-250, che non a caso su Scholar ha 3372 citazioni (e conseguentemente Gian Maria ha un meritato h-index da medico: 54, essendosi sempre occupato di cose concrete e interessanti). Lo scopo di questo articolo, scritto da Gian Maria Milesi Ferretti del Fmi con Philipp Lane, che ora è chief economist della Bce (e ci dice che l'inflazione non durerà), era quello, preziosissimo, di costruire partendo da fonti ufficiali un database il più possibile completo ed omogeneo delle posizioni debitorie e creditorie dei residenti nei singoli Paesi nei confronti dei residenti nel resto del mondo. Insomma: un database del debito estero, che, come sapete, può prendere diverse forme: da quella dell'investimento puramente finanziario (acquisto un titolo emesso in un altro Paese: per l'emittente è una passività, per me un'attività) a quella dell'investimento diretto (un investitore estero acquista una azienda nel mio Paese: per quell'investitore è un'attività, per il nostro Paese una passività).

Non è un caso se la prima volta che citai questo database fu nel contesto di un post sulla svendita delle aziende nazionali, che forse può tornarci utile oggi come profilassi.

Qualche giorno fa mi hanno dato un'ottima notizia: il database costruito con grande dedizione da Lane e Milesi-Ferretti ora è stato preso in gestione dalla Brookings Institutions, un prestigiosissimo centro studi di Washington (D.C.) cui nel frattempo Milesi-Ferretti si è affiliato, e quindi sarà aggiornato e mantenuto regolarmente. Lo trovate in questa pagina, dove vi viene anche succintamente spiegato il senso delle statistiche riportate e vi viene fornita qualche utile tabella riassuntiva, come questa:


che riporta i maggiori debitori e creditori netti verso l'estero misurati sia in rapporto al Pil, sia in miliardi di dollari.
Immagino che per un "laico" sia abbastanza difficile immaginarsi che cosa abbiano in comune Usa, Spagna, Francia, UK e Turchia... Sono in effetti storie abbastanza diverse fra loro, perché ci si può indebitare per mille ragioni, e si possono acquisire attività estere in molti modi. Tuttavia, se indebitarsi non è necessariamente un male (altrimenti gli Stati Uniti e il Regno Unito non sarebbero nella colonna di sinistra), essere creditori netti verosimilmente è un bene (almeno sotto il profilo dei fondamentali macroeconomici, perché poi non so se tutti noi saremmo disposti a emigrare in Cina, negli Emirati Arabi Uniti, o anche semplicemente in Germania).

Volevo usare questi dati per illustrarvi alcune implicazioni di un paio di cose che abbiamo visto nei post recenti (implicazioni spero non sorprendenti per i lettori "anziani").

Partirei dalle conseguenze della svalutazione interna, perché vi avevo promesso di approfondirle:


Domani, cioè il 6 gennaio, non lo abbiamo visto perché ho avuto altro da fare, ma oggi possiamo vederlo. L'andamento del tasso di cambio reale dell'Italia rispetto al nostro principale partner è questo:


e ci aspettiamo che l'indebitamento estero dell'Italia si muova a specchio, cioè peggiori (scenda verso valori negativi più grandi) quando il Paese rivaluta e migliori quando il Paese svaluta. In effetti l'andamento della posizione creditoria netta sull'estero dell'Italia rispetto al Pil conferma questa ipotesi:


Il motivo è, come sanno gli anziani, che quando il cambio reale del Paese si rivaluta (cioè quando i beni del Paese diventano troppo cari per gli acquirenti esteri, cioè quando il Paese perde competitività), le esportazioni diminuiscono, le importazioni aumentano, e il Paese deve indebitarsi con l'estero per finanziare i propri acquisti di beni esteri (importazioni). Il contrario avviene in una fase di svalutazione.

Per mettere le due serie nello stesso grafico prendiamo le medie annuali dei dati mensili sul cambio reale:


(coefficiente di correlazione: -0,6, per gli appassionati). Il grafico conferma quanto sapevamo a novembre 2011: le politiche di austerità (il "tirare la cinghia") sono servite in buona sostanza a rimborsare i creditori esteri, cioè a ridurre il nostro debito (netto) con l'estero (cioè la differenza fra attività estere detenute dagli italiani e attività italiane detenute da non residenti). In questo senso, cioè rispetto all'obiettivo che gli economisti professionisti conoscono, sono state efficaci. Rispetto all'obiettivo dichiarato invece, cioè rispetto al debbitopubblico, sono state disastrose, perché il debito pubblico è aumentato, come abbiamo visto molte volte (ad esempio nel fact checking di Monti), nonostante qualche economista paucisintomatico non lo abbia ancora capito

Un altro fatto che possiamo mettere in prospettiva utilizzando il database di Lane e Milesi-Ferretti è il formidabile exploit del Pil irlandese nel 2015, che visto nel post di Capodanno:


Come qualcuno ricorderà, il caso dell'Irlanda mi ha affascinato da sempre, fin da quando a dicembre del 2010 raccontai su lavoce.info la morale della favola irlandese, che era molto semplice: crescere coi soldi degli altri (cioè crescere sul debito estero) è molto facile, se non fosse che alla fine arriva il conto!

In altri termini, non bisognerebbe mai dimenticare che il capitale non si sposta per portare il cane a spasso, ma per essere remunerato. Questo vale sia per chi acquista un titolo del debito pubblico, sia per chi acquista un'azienda. Chi si esalta perché "arrivano i capitali esteri" (ad acquistare aziende nazionali) dovrebbe sempre ricordarsi non solo del fatto che i capitali, nel mondo d'oggi, come arrivano ripartono (ed è piuttosto vano tentare di arginare il loro deflusso, con la connessa chiusura di aziende, per decreto). Andrebbe anche ricordato che mentre i capitali restano, se ne vanno all'estero almeno in parte i loro profitti (perché, appunto, gli imprenditori esteri vogliono essere remunerati). Spiegai questa cosa con la dovuta delicatezza a Marco Spampinato, sempre su lavoce.info: gli IDE (cioè "i capitali esteri che arrivano perché siamo tanto attrattivi, signora mia!") non sono un free lunch: possono anche risolverti un problema, salvarti un'azienda, farti crescere, ma te ne creano un altro: ti piombano sia il conto capitale  (perché sono debito) che il conto corrente (perché comportano un deflusso verso l'estero di redditi) della bilancia dei pagamenti.

Lo spiegai con maggior dettaglio tornando sulla morale della favola irlandese quattro anni dopo (quando ovviamente le cose erano andate come dicevo io, non come diceva Spampinato)...

E allora, rileggendo questa nota dell'OCSE che spiega l'anomalia irlandese nel grafico del Pil pro capite, capirete anche l'anomalia irlandese nella tabella sul debito estero, cioè il fatto che la ridente e verde Irlanda ha la posizione creditoria netta più bassa al mondo in rapporto al Pil: -182%. Volete vederla la "relocation to Ireland" di "a number of large multinational corporations" avvenuta nel 2015? Eccola qui, in tutto il suo splendore:


Un bell'aumento dello stock di IDE passivi, cioè di investimenti diretti dall'estero nel Paese (in Irlanda), che per l'Irlanda sono un'opportunità, ma anche una sfida (perché dovrà remunerarli). 

Più in generale, -182% del Pil vuol dire che lo stock di finanziamenti esteri ricevuti dall'Irlanda (al netto dei finanziamenti erogati dall'Irlanda) è pari a quasi due volte il Pil nazionale! Le due anomalie quindi vanno insieme: per forza il Paese cresce, se assorbe una quantità così spropositata di soldi altrui! Il problema è che alla fine arriverà (nuovamente) il conticino (ma questo si vede su altre statistiche, quelle della bilancia dei pagamenti, che ci guarderemo un'altra volta).

E la morale della morale della favola qual è?

Mettendo insieme il post di ieri e quello di oggi, mi sembra evidente: se hai ragione (e noi tendiamo fastidiosamente ad averla) il tempo te la darà. Capisco che non è sempre così semplice lasciarlo passare,  il tempo, soprattutto quando si è nella cattiva compagnia di qualche ministro che proprio non ne vuole sapere di intendere ragioni, ma spesso non c'è alternativa.

Ancora un po' di pazienza...

(...meno 16...)

venerdì 7 gennaio 2022

La strateggiah (e la tattica)

Qui non siamo progressisti, non crediamo in un tempo storico rettilineo, non abbiamo paura di guardarci indietro, non dovremmo aver paura di imparare dal passato. Non ci stupisce quindi che all'inizio di un nuovo ciclo si ripresentino, con la fastidiosa regolarità di una stagione poco amata, fenomeni analoghi.

Nel 2012 c'erano quelli che venivano qui a darmi lezioni di politica. Nel 2022 l'argomento è cambiato: la strategia. I docenti sono più o meno gli stessi, nonostante che già dieci anni fa li avessi avvertiti che non giocavamo nello stesso campionato (e i fatti credo lo abbiano dimostrato). Non vorrei però ricambiare con altezzoso sgarbo tanta premurosa sollecitudine: agli amici che nel 2012 mi facevano lezioni di politica riconosco con gratitudine che esse mi sono servite. Sono arrivato qui seguendole con scrupolo e facendo esattamente il contrario di quanto mi veniva insegnato ("uniti si vince, famo er partito, famo er CLN, ecc.").

Una bussola è utile anche se indica il Sud, purché lo faccia con coerenza, e tutto si può dire tranne che chi si affaccia qui a insegnare non sia animato da una ferrea, prezzoliniana, coerenza.

Venuta l'ora delle lezioni di strategia, mi dispongo con umiltà ad ascoltarle determinato a fare il contrario di quanto mi viene e mi verrà insegnato, nella certezza che solo comportandomi così potrò salutarvi nel 2032 coi galloni di generale di brigata! Nel frattempo, per ingannare l'attesa, mentre i Sun Tzu da tastiera mi elargiscono la loro sapienza strategica, vorrei intrattenermi con gli altri, con chi, come me, è qui per imparare, avendo la capacità di farlo (anziché per insegnare, non avendo la capacità di farlo), su un tema complementare alla strategia: la tattica.

Quale possa essere lo "scopo od obiettivo predeterminato" che le forze in campo sono tese a raggiungere in questo momento credo sia piuttosto ovvio, o almeno lo spero (quota 50). Mi sembra invece che siate gravemente deficitari nella comprensione di quale potrebbe essere il "metodo utilizzato per conseguire questi obiettivi". Lo intuisco dalla ferrea determinazione con la quale vi accanite a domandarci di fare esattamente quello che il nostro nemico desidererebbe che facessimo. Siccome vorrei che restassimo amici, ma siccome (come vi ho già detto più e più volte) non esiste fuoco amico, a scanso di fastidiosi equivoci, spendo due parole sul punto, che è molto, ma molto semplice (e infatti stupisce, oltra a spiacere, che non ci arriviate).

Saremo d'accordo sul fatto che l'esigenza generale di non lasciar scegliere il campo di battaglia all'avversario implica, tra l'altro, che sia un errore fare quanto l'avversario desidera che facciamo. La tattica poggia su due principi fondamentali, ci spiega Wiki: massa e sorpresa. In tutta evidenza il nostro nemico desidera che ci spacchiamo, cioè che riduciamo la nostra massa.

La cosa giusta da fare è quindi non farlo: ne beneficeremo in massa e in sorpresa (visto che il nemico si aspetta, perché lo desidera, il contrario)!

I nemici esterni o interni, di destra o di sinistra, in questo momento nel conseguimento del loro obiettivo strategico possono trarre giovamento solo da una cosa: una frattura della Lega (e del centrodestra). Ma questo a voi proprio non entra in testa e vi accanite a chiederci di farci del male da soli. Eppure avete visto questo meccanismo all'opera per tutto il primo Governo Conte, quando il gioco era separare la Lega dai 5 Stelle, e molti di voi, sorprendentemente (?) proprio quelli che hanno deprecato che questo gioco alla fine sia riuscito, tornano qui a chiederci di giocarne uno del tutto identico!

Commuove (diciamo così) la sicumera con cui venite a spiegare a noi, che le viviamo da vicino e dobbiamo gestirle ogni giorno, le dinamiche interne alla nostra maggioranza o al nostro partito. Grazie! Voglio dirvelo una volta per tutte: senza di voi certe cose non sarei mai arrivato a capirle! Contenti? Ecco, allora adesso basta! Questa sicumera è parente stretta dell'insistenza con cui vi accanite a rifilarmi l'ultimo numero dei Chattanooga Papers of Stochastic Infectiology (sempre perché "Guarda, qui c'è l'articolo de-fi-ni-ti-vo! Ma non hai sentito l'intervista a Johnny Rotella? Scon-vol-gen-te! Guarda che l'avvocato Timballo ha presentato un ricorso che se verrà accolto cambierà to-tal-men-te lo scenario! Ti giro l'ultima sentenza del collegio dei probiviri del governatorato dei Ciukci che fi-nal-men-te..." e via delirando...).

Io non so come dirvelo con sufficiente affetto, senza sembrare una brutta persona, ma forse dopo undici anni dovreste aver capito che se un paper è arrivato a voi, prima è arrivato a me (e anzi forse è arrivato a voi da qualcuno cui l'ho dato io), per cui è totalmente inutile e anzi dannoso che me lo mandiate. In piena e perfetta simmetria, se c'è qualcosa che avete capito, o pensate di aver capito, di quanto sta succedendo (verosimilmente perché l'avete appreso dai giornali), è perfettamente inutile che veniate a dirlo a me, perché se ci siete arrivati voi, purtroppo prima ci sono arrivato anch'io.

Se proprio voleste stupirmi, potreste fare lo sforzo di arrivare dove, a quanto vedo, arrivano in pochi: capire che, come ci ammonisce l'Ecclesiaste, omnia tempus habent, e questo non è il tempo delle fratture.

Ve lo dice uno che vi ha anche detto "uniti si perde"! Ma quella era ed è un'indicazione strategica, che resta valida (e che continuate a non capire: guardate che ameni caravanserragli raduna in giro per il Paese il tema che in Senato abbiamo trattato qui). Oggi vi parlo di tattica: è da perfetti cretini immaginare che compiere in questo momento gesti eclatanti di qualsiasi genere, vociferare di rese dei conti più o meno motivate, seminare lo scompiglio nel proprio schieramento, sia una mossa tatticamente giusta.

Eppure, è proprio questo che continuate a chiedere sul social azzurro cesso (o almeno continua a chiederlo chi galleggia da quelle parti). Vi prego, almeno voi che siete qui: piantatela con la storia del "dimettetevi", "andate al gruppo misto", e consimili puttanate! Punto primo: omnia tempus habent; punto secondo: in politica chi se ne va ha perso, e quindi perché mai, se è vero che mi volete bene, dovreste chiedermi di dichiarare una sconfitta che non ho subito!? Ove mai fosse vero quanto immaginate e dite, e voi steste con me, dovreste chiedermi di cacciare gli ipotetici "altri", non certo di andarmene!

Lo dico a beneficio dei molti di voi che conosco personalmente da lunghi anni. Oltre una certa soglia, dovete scusarmi, ma la stupidità diventa preclusiva, perché viene naturale pensare che chi non arriva a capire certe cose non arrivi a capire e basta (e quindi sia inutile dedicargli tempo).

Poi ci sono quelli che invece non mi conoscono, e mi aduggiano con le loro invettive, immedesimandosi nel ruolo del fra Cristoforo al cospetto del don Rodrigo di turno (che sarei io): "Verrà un giorno che voteremo e io non ti voterò più!"

Ora, per capire quanto mi impressionino, mi turbino, mi sconvolgano, mi prostrino e mi contringano (voce del verbo contringere, che ho inventato qui per l'occasione: significa rendere contrito) simili minacce, per capirlo bene, se interessa (ma se non interessa, perché continuare con questa solfa?) ci sono due strade: la lectio difficilior è prendersi questo blog da qui e leggerselo tutto, in modo da capire quanto io abbia sempre tenuto al vostro consenso (zero); la lectio facilior è guardarsi questo breve video, e credermi quando vi dico che la notizia che non mi voterete più mi sconvolge quasi quanto apprendere che Saint-Vincent ha 4000 abitanti.

Non ho voluto il vostro voto esattamente come non mi è mai venuto in mente di studiare la demografia di Saint-Vincent. Voglio combattere la mia battaglia e continuerò a farlo con voi o contro di voi. Scegliete voi da che parte stare: la scelta sarà più facile per chi mi conosce di meno! Non credo di dovervi spiegare quale sia questa battaglia: insulterei la vostra intelligenza. Ma non venite a spiegarmi come combatterla se prima non imparate almeno a distinguere fra tattica e strategia (la "strateggiah", quella, la lasciamo agli intelliggenti: Schalen von Menschen, die das Blog ausgespieen hat...).

(...ne riparliamo dopo quota 50...)

mercoledì 5 gennaio 2022

Inflazione e tasso di cambio reale

 ...dies ante heri dicebamus!

E oggi l'ISTAT ci preannuncia l'inevitabile, ovvero che l'inflazione a dicembre è salita al 3,9% (la SRAS, che non è la SARS, sta salendo...). I prezzi salgono, poi vedremo che cosa succederà alle quantità (cioè alla crescita reale, al Pil). Siamo ancora alle stime provvisorie, quindi non abbiamo il dato consolidato e nel comunicato mancano le serie storiche, che però possiamo reperire nel comunicato riferito al dato di novembre, pubblicato il 15 dicembre. Per economizzare byte l'ISTAT nei suoi comunicati ci fornisce i dati storici mensili solo fino al 2019, e annuali solo fino al 2016. Un po' difficile quindi mettere in prospettiva quanto sta succedendo, ma possiamo aiutarci con il sito dati.istat.it:


o meglio potremmo, perché alle 11:43 del 5 gennaio la situazione è questa (meglio così: occhio non vede, cuore non duole)!

Ma che importa!

Noi siamo europei, e quindi abbiamo l'Eurostat. Nel corposo ed efficiente database andate a cercarvi questa variabile:


HICP sta per Harmonized Index of Consumer Prices, l'indice dei prezzi al consumo reso confrontabile fra paesi europei. Per inciso, lo riporta anche l'ISTAT nella sua tabella 8 (la trovate nel comunicato di novembre), chiamandolo IPCA (Indice dei Prezzi al Consumo Armonizzato), e i dati coincidono. Unico problema, si fermano a novembre perché prima di pubblicare dicembre Eurostat aspetta il dato definitivo dagli uffici statistici nazionali. Ma per la prospettiva l'ultimo dato è abbastanza superfluo, mentre è necessario avere a disposizione un pezzo sufficientemente lungo di storia, ed è utile poterla confrontare con quella di un altro Paese.

Ne propongo uno a caso: la Germania.

Dunque: facendo 100 il valore del gennaio 1999, gli indici armonizzati dei prezzi al consumo si sono mossi in questo modo:


I prezzi sono andati sempre crescendo, prima più rapidamente in Italia, e poi più rapidamente in Germania

(...ricordo ai newbies ma anche, più semplicemente, ai rompicoglioni che i numeri indici servono ad analizzare la dinamica di un fenomeno, quindi qualsiasi osservazioni "intelligente" del tipo "ma in Germania nel 1999 i prezzi erano più bassi! [ricordate Lampredotto?] o "hai alterato l'asse verticaleeeeh!11!!" in questo blog vi fanno solo passare per scemi. Gli indici servono a vedere quanto rapidamente crescano le variabili, la base [e quindi il livello di partenza] è largamente arbitraria, quello che conta è l'evoluzione...)

Di conseguenza, ci aspettiamo che in un primo periodo il tasso di inflazione dell'Italia, calcolato come variazione tendenziale (mese su corrispondente mese dell'anno precedente) sia stato superiore a quello tedesco, e dopo sia successo il contrario (e infatti è così):


(prima è sopra l'Italia - arancione - poi è sopra la Germania - blu).

Di conseguenza, ci aspettiamo che il rapporto fra i prezzi italiani e tedeschi, cioè il prezzo relativo del beni di consumo italiani rispetto a quelli tedeschi, prima sia aumentato (quando i prezzi italiani crescevano più rapidamente di quelli tedeschi) e poi sia diminuito (quando i prezzi italiani crescevano meno di quelli tedeschi, ed è inesorabilmente e tautologicamente così:


Il punto più alto di questo grafico coincide con giugno 2012: da lì in avanti, al netto delle oscillazioni stagionali (che potremmo filtrare con un filtro alle medie mobili o con un filtro passabanda un po' più raffinato) si vede bene che il rapporto fra prezzi italiani e tedeschi diminuisce in modo pressoché lineare, anche se il dato più basso del 2021, quello di luglio, è sempre del 2,3% sopra il punto di partenza (posto nel gennaio 1999, cioè al varo dell'Unione monetaria). Insomma, pare che come ci son voluti tredici anni a salire, così ce ne vorranno tredici a scendere (se ne parla nel 2025).

Come dovreste sapere, il prezzo relativo dei beni di due paesi (il rapporto fra due appropriati indici aggregati di prezzo espressi in una comune valuta) si chiama tasso di cambio reale. Ne abbiamo parlato infinite volte, una spiegazione spero a prova di pigrizia è qui. Quella che vedete nel grafico è quindi la storia della svalutazione interna (diminuzione del tasso di cambio reale effettuata agendo sul livello dei prezzi interni) dal Governo Monti (2012) ai giorni nostri, una storia singolarmente uniforme.

Facciamo un passo indietro, al primo post di questo blog:


La linea verde nella parte superiore del secondo grafico di questo blog corrisponde (con dati annuali) esattamente alla parte ascendente del terzo grafico di questo post (il rapporto fra gli HICP): si vede bene la crescita del rapporto fra i prezzi di Italia e Germania, prima più rapida, poi meno rapida. Non si vede l'inversione di tendenza perché questo grafico è del 2011, l'inversione di tendenza non c'era stata, e questo blog è stato aperto per avvertire sul come sarebbe stata ottenuta (con l'austerità).

Il grafico sul rapporto fra gli HIPC è quindi la madre di tutti i #sevedeva (per usare un termine del Dibattito, cioè del nostro lessico famigliare - io dico familiare, dovrebbero accendermi un fiammifero sotto l'unghia di ogni piede per farmi dire "famigliare", ma questa, come qualcuno avrà capito, è una citazione).

Ovviamente, se, seguendo il ragionamento del primo post, un aumento di questo rapporto, cioè una rivalutazione del tasso di cambio reale, faceva peggiorare l'indebitamento estero del Paese, una sua diminuzione, cioè una svalutazione del tasso di cambio reale, lo avrà nel frattempo fatto migliorare, e così è stato, ma lo vedremo domani. Sarete sorpresi (se leggete il Corriere della Sera) nel sapere che l'indebitamento con l'estero è quello che interessa i creditori esteri (strano - per un giornalista - ma vero!). Quindi sotto questo profilo (almeno questo) la situazione dovrebbe essere migliorata.

I precisini, che si sono tutti estinti, mi par di capire, visto che le ultime osservazioni critiche su questo blog oscillano fra un becero grillismo e un becero gianninismo (che poi, alla fine, coincidono nei mezzi perché coincidono nel fine: quello di delegittimare il Parlamento...), potrebbero obiettare una cosa giusta: i due indici di prezzo che stiamo confrontando non sono quelli più appropriati per verificare l'andamento della competitività di un Paese, la dinamica del suo tasso di cambio reale. Forse il confronto andrebbe esteso, più che ai beni consumati internamente, ai beni commerciati internazionalmente.

Giusto.

Ma una soluzione, come sapete, c'è, ed è quella di confrontare i veri indici del tasso di cambio reale, anziché questa stima dichiaratamente grossolana ottenuta rapportando gli HIPC. 

E allora andiamo qui:


dove troviamo i tassi di cambio effettivi dei Paesi europei. Ricordo che i tassi effettivi sono una media dei tassi bilaterali, quelli rispetto a singoli Paesi, e quindi in quanto tali forniscono una valutazione sintetica dell'effettiva forza di una valuta. Per completezza considererò gli indici costruiti considerando 37 Paesi partner - quindi, oltre ai membri dell'Unione Europea, che nel periodo sono variati di numero, almeno altri nove Paesi: Stati Uniti, Giappone, ecc.

I livelli dei tassi di cambio effettivo reale, ribasati sul gennaio 1999, evolvono in questo modo:


dove si vede lo scivolone dell'euro fra 1999 e 2000, e tante altre cose, ma soprattutto, ai nostri fini, si vede che all'inizio l'Italia mediamente rivalutò in termini reali più della Germania rispetto ai propri Paesi partner (lo si vede bene dal 2001 in avanti), cioè perse più rapidamente competitività, mentre da un certo punto in avanti accadde il contrario. Quindi, se prendiamo il rapporto dei tassi di cambio effettivi reali, otterremo un grafico sorprendentemente diverso da quello ottenuto rapportando gli HIPC:


no, aspè, anzi: sorprendentemente (per i precisini) uguale! Chi se lo aspettava? Io, perché dopo quaranta anni passati a macinare dati so che se una cosa nei dati c'è, c'è e basta (ed è per questo che ogni tanto mi vedete scrollarmi di dosso i precisini con un certo fastidio).

Torniamo un momento all'inizio, cioè al dato dell'inflazione italiana annunciato per dicembre: 3,9%, uguale al dato dell'inflazione armonizzata italiana di novembre, che è già stato 3,9%. Se tornate al primo grafico, constaterete facilmente che a novembre il dato tedesco era del 6%, come dire che la Germania stava rivalutando in termini reali del 2% rispetto a noi (per i precisini: 2,1%). Per quanto riguarda noi, valori superiori dell'inflazione si sono avuti solo fra giugno e agosto 2008 (prima del grande botto di Lehman, per capirci, senza voler stabilire alcun nesso di causazione), quando l'inflazione fu in media del 4,1%. Sarebbe curioso andare a recuperare qualche titolo di giornale dell'epoca. Per quanto riguarda la Germania, la situazione è senza precedenti da quando esiste l'Unione monetaria (potremmo divertirci ad andare indietro nei decenni, ma magari un'altra volta): possiamo supporre che siano preoccupati.

Se sono preoccupati loro, qualcuno conclude che dovremmo essere contenti noi.

La mia visione è un pochino più sfumata. Sì, è vero, negli ultimissimi mesi la velocità della correzione del tasso di cambio reale dell'Italia rispetto alla Germania sembra essere aumentata. Stiamo diventando competitivi più rapidamente. Però se mettiamo le cose in prospettiva non siamo ancora in grado di vedere un significativo cambio di passo: la nostra svalutazione interna, comunque la si misuri, procede linearmente con la stessa uniforme regolarità dal 2012 (in coerenza col fatto che tutti i Governi che si sono succeduti tranne uno si sono attenuti allo stesso programma: questo). Quindi non è detto che la nostra svalutazione reale, se pure accelerata negli ultimi mesi (motus in fine velocior) debba necessariamente comportare un maggiore riequilibrio degli sbilanci commerciali interni all'area euro (che peraltro già ci vedono in posizione eccedentaria), né in generale che possa rafforzarci politicamente, per il semplice fatto - che la pandemia evidenzia - che i dati non sono di alcun aiuto se si è deciso di non tenerne conto!

C'è viceversa da ragionare su quanto in Germania, a fronte di una simile dinamica dei prezzi, possano ritenere di aver bisogno di una svalutazione interna (deflazione) e di che cosa questa loro preoccupazione per l'inflazione di Weimar (le famose carriole, aka "pallottole in garage"), largamente indotta da una storiografia propagandistica, determinerà in termini di politiche monetarie della Bce e di proposte di riforma delle "regole".

Il problema, come tutti sappiamo, è lì, e le soluzioni proposte finora non sono entusiasmanti...

lunedì 3 gennaio 2022

Le bollette secondo ECON102 (e gli científicos)

Non che io abbia una grande stima dei miei precedenti colleghi (gli economisti): la storia di questo Dibattito illustra sufficientemente come, con le eccezioni indispensabili per confermare la regola, la categoria non abbia dato un grande contributo alla comprensione dei problemi attuali, essendo divisa fra persone che nascondevano la testa sotto la sabbia e persone che guardavano fissamente dalla parte sbagliata. In fondo, anche la vicenda delle "bollette" (l'aumento dei costi dell'energia), ce lo conferma. Quando a marzo di due anni fa (2020), in questo blog paventavamo l'ipotesi che la pandemia potesse causare una fiammata di inflazione a causa di strozzature dal lato dell'offerta, la communis opinio degli esperti vedeva per lo più all'orizzonte rischi di deflazione, determinata dal calo della domanda (si dice il peccato ma non il peccatore: qui uno...). 

Tuttavia, anche se del loro avviso possiamo fare normalmente a meno (lo spirito natalizio mi induce a risparmiarvi altri esempi), in questo mondo di científicos (come venivano chiamati i tecnici ai tempi così lontani e così vicini di Porfirio Diaz) non è del tutto inutile sapere in che modo gli economisti la pensino. Chiarisco: quasi mai sapere come ragionano gli economisti ci servirà per capire direttamente come andranno a finire le cose, ma molto spesso ci servirà a capire che cosa gli científicos sanno di sapere e quindi quali saranno le loro future mosse, consentendoci indirettamente di capire come potrebbero andare a finire le cose (male, ovviamente, in coerenza con la raffinatezza del loro pensiero científico).

Ai tempi gloriosi di Samuelson (1941) per deridere gli economisti li si descriveva come pappagalli cui è stato insegnato a ripetere "domanda e offerta". Nel frattempo, un pochino anche per colpa di Samuelson (o almeno così la pensa Paul Davidson, e se interessa sono d'accordo con lui) il compito di deridere gli economisti è diventato molto, troppo più semplice.

Questo particolare ordine di científicos si è infatti diviso in due famiglie: i parrocchetti della domanda e i cacatua dell'offerta.

Sì, oggi per lo più (cioè escludendo i post-keynesiani) gli economisti sono pappagalli che ripetono una parola sola. I parrocchetti "keynesiani" ripetono "domanda, domanda,..."; i cacatua "neoclassici" (quelli che voi chiamate neoliberisti, per intenderci) ripetono "offerta, offerta,...". Eppure, voi lo sapete bene, per Adam Smith (l'autore che i neoclassici citano senza averlo letto) la domanda era importante, tanto da determinare, fra l'altro, una caratteristica importante dell'offerta, forse la più importante: la produttività (cosa di cui sono ancora oggi consapevoli i post-keynesiani, mentre i keynesiani la ignorano: qui c'è tutta la spiegazione, se interessa). Di converso, per Keynes (l'autore che i keynesiani citano senza averlo letto) le condizioni dell'offerta erano essenziali nel determinare l'equilibrio del sistema: basta rileggersi la sua analisi della Grande Depressione, o ricordare che nel tirare le fila del ragionamento il Capitolo XVIII della Teoria Generale parte dall'elencare i fattori che influenzano la forma della curva di offerta aggregata.

Ma agli idiots savants che popolano i nostri dipartimenti La ricchezza delle nazioni o la Teoria generale oggi non sembrerebbero libri científicos, perché sono privi di formule matematiche, ed è anche per questo che non li leggono: non appagano il loro inesausto e inesauribile bisogno di sentirsi intelligenti facendo cose che a loro sembrano difficili. Nell'epoca dell'iperspecializzazione accademica, piuttosto che gestire un mondo fatto di due pezzi, è pagante concentrarsi su uno, e solo uno, di questi pezzi, coltivandolo con sterile e maniacale accanimento. Capita così che se sei un parrocchetto e arriva uno shock di offerta (come nel 2020), ti aspetterai che le conseguenze siano quelle di uno shock di domanda, mentre se sei un cacatua e arriva uno shock di domanda (come nel 2009) lo gestirai come se fosse uno shock di offerta.

Ora, simili "errori" dipendono naturalmente da una quantità enorme di motivazioni storiche, sociologiche, epistemologiche, deontologiche, e chi più ne ha più ne metta. Le più rilevanti sono anche le più nobili: il desiderio di attaccare l'asino dove vuole il padrone, e la smania di far carriera. Queste motivazioni sono trasversali a molti campi e quindi non esito a immaginare che ne comprenderete immediatamente l'importanza. Certe "cantonate", insomma, sono più apparenti che reali, nel senso che magari, ricordandosi che cosa era scritto nei libri del primo anno, e che cosa insegnano a ECON101, molti colleghi, come abbiamo più volte evidenziato in questo blog, potrebbero (e avrebbero dovuto) fare a meno di consigliare con fastidiosa regolarità la ricetta sbagliata (ad esempio, l'austerità durante uno shock negativo di domanda). Fatto sta che in certe contingenze storiche se non dici quello che devi dire non fai carriera: non ti pubblicano (con me ci hanno provato, come ricorderete), non entri nel network giusto, ecc.

En passant segnalo che questi meccanismi che abbiamo visto tante volte all'opera nella professione economica (fatta di macroeconomisti, microeconomisti, economisti del lavoro...) sono esattamente quelli che vediamo oggi all'opera nella professione medica (fatta di virologi, epidemiologi, immunologi...).

Niente di più, niente di meno.

Ma oltre questa miseria umana, che tutti ci accomuna (non sono umani solo gli economisti e i medici - forse in questo periodo loro lo sono un po' meno degli altri - siamo tutti umani, anzi: umanƏ), oltre questa umana fragilità c'è anche un altro motivo, più "tecnico", che spiega la strana difficoltà di parrocchetti e cacatua nel ritenere in testa le due paroline magiche: domanda e offerta. Questa difficoltà in parte credo dipenda dalla straordinaria rozzezza del modello che tutti noi professionisti utilizziamo per tenere i due pezzi insieme. Oggi voglio spiegarvi com'è fatto questo modello, il modello AS/AD (aggregate supply, aggregate demand), e che cosa, utilizzandolo, gli científicos si aspettano che accadrà in seguito all'aumento dei prezzi dell'energia. Se arriverete in fondo, sarete anche voi degli científicos. La spiegazione che vi darò farà a meno delle formule: a chi vuole sentirsi intelligente suggerisco di rileggersi un canto di Dante. Sarà però indispensabile usare dei grafici. Spiace. D'altra parte, questo è un blog tecnico e nessuno vi obbliga a leggerlo, soprattutto in una settimana in cui ben altre preoccupazioni incombono su tutti noi.

Le unità di misura

Per cominciare, è utile che capire bene quali variabili sono rappresentate dal modello. Non è difficile, sono due:

sull'asse delle ascisse, il volume del prodotto (interno lordo), indicato dalla lettera Y, e su quello delle ordinate il livello dei prezzi, indicato dalla lettera p. 

Prima osservazione: Y è il Pil, non la crescita del Pil (la crescita economica), e p è il livello dei prezzi, non la crescita del livello dei prezzi (l'inflazione). Il modello quindi è statico, il che significa, come vedremo meglio "riempiendo" questa scatola, che il modello più usato dagli economisti non rappresenta le due cose che agli economisti più interessano: la dinamica del prodotto (la crescita) e la dinamica dei prezzi.

Eggnente, fa già piangere così, ma questo è solo il primo gradino della vostra discesa verso l'abisso...

L'offerta di lungo periodo

In economia (micro) la curva di offerta indica quale quantità q di un determinato bene l'imprenditore trova conveniente produrre dato un certo livello dei prezzi. Normalmente all'aumentare del prezzo l'imprenditore è incentivato a produrre di più, e quindi la curva di offerta ha inclinazione positiva, cioè è una cosa di questo tipo, dove a prezzi più alti corrispondono quantità maggiori:

Il modello AS/AD non considera la quantità q di un singolo bene ma l'aggregato Y di tutti i beni prodotti da un determinato Paese, e lo fa ipotizzando che nel lungo periodo l'offerta di beni, intesa come quantità massima di beni che è possibile produrre, dipenda solo dalla tecnologia e dall'offerta di fattori produttivi (capitale e lavoro). L'offerta aggregata di lungo periodo, cioè il potenziale produttivo del Paese, che dipende da tutte queste belle cose (che nel modello non sono rappresentate, cioè sono esogene), di converso non dipende dall'altra cosa che nel modello c'è, ovvero dal livello dei prezzi. In altre parole, la curva di offerta di lungo periodo è fatta così:

Una retta verticale posta al livello (esogeno) del Pil potenziale, che è lo strano oggetto di cui vi ho parlato ad esempio qui e su cui abbiamo tenuto questo convegno. Volendo prendere per buone le stime di questa gigantesca puttanata (scusatemi: tale è e come tale va definita) fornite dal Fmi, per dare un po' di concretezza al grafico, supponendo che Y sia misurato in miliardi di euro, potremmo scrivere:


ovvero: la curva di offerta di lungo periodo nel 2021 è verticale al livello di 1749,17 miliardi di euro, corrispondenti appunto al Pil potenziale (stimato).

A proposito, siccome vi ho detto che non avrei usato formule, allora le uso. Il Fmi non fornisce direttamente il valore del Pil potenziale, ma quello dell'output gap (lo trovate in questo foglio Excel), definito come scarto fra il Pil effettivo e quello potenziale espresso in percentuale del Pil potenziale:


per cui il Pil potenziale può essere ottenuto invertendo la formula:


e con i dati del 2021 ottenete appunto:


cioè secondo il Fmi nel 2021 saremmo 85,78 miliardi al di sotto del nostro potenziale produttivo (io credo lo scarto sia molto più grande, come sapete, ma chiudiamo qui la parentesi).

Qual è il significato di questa curva verticale, cioè "rigida" rispetto al livello dei prezzi? Possiamo leggerla così: nel lungo periodo non importa quale sia il livello di prezzo prevalente, perché il sistema non potrà andare oltre il livello di produzione reso possibile dalle tecnologie, dal numero di lavoratori e dallo stock di capitale fisico (macchine, attrezzature, capannoni, ecc.) disponibili. Ad impossibilia nemo tenetur.

La domanda aggregata

In microeconomia la curva di domanda generalmente ha un'inclinazione negativa, perché riflette il dato dell'esperienza comune a tutti noi che di norma e in media se un bene costa di più tendiamo ad acquistarne di meno (se non altro perché finiamo i soldi). Quindi la curva di domanda microeconomica è una cosa di questo tipo:

e riflette il fatto che quando aumenta il prezzo p di un bene diminuisce la quantità q che desideriamo consumarne. Trasponendo il discorso sul piano macroeconomico, quello che ci interessa rappresentare è la domanda aggregata, cioè, in buona sostanza, il potere di acquisto a disposizione dell'intera collettività nazionale (immaginando un'economia chiusa, senza scambi con l'estero, altrimenti dovremmo considerare anche il potere di acquisto dei cittadini residenti altrove). A differenza dell'offerta aggregata, che non dipende dai prezzi per i motivi su esposti, la domanda aggregata ovviamente dipende dai prezzi in modo inverso: se aumentano i prezzi, diminuisce il potere di acquisto dei saldi monetari a disposizione dei cittadini (consumatori, imprenditori) e quindi la loro spesa (per consumo, investimento) necessariamente dovrà diminuire. La curva di domanda aggregata quindi è una cosa di questo tipo:

dall'andamento vagamente iperbolico (in effetti, la derivazione analitica più semplice produce un ramo di iperbole equilatera, ma non vi annoio anche con questo), a significare che quando i prezzi tendono a infinito (cioè quando si va verso l'alto) la quantità di beni che i residenti possono acquistare tende a zero, mentre se i prezzi tendessero a zero la quantità di beni teoricamente acquistabili tenderebbe a infinito.

Non è così difficile, se ci pensate un attimo...

Assemblaggio: l'equilibrio di lungo periodo

Naturalmente ora da bravi psittacidi dobbiamo mettere insieme la domanda e l'offerta: così facendo individueremo un punto di equilibrio. Viene fuori una cosa di questo tipo:

Il punto E è l'equilibrio. In quel punto il livello dei prezzi (p soprassegnato) è tale da permettere ai residenti di acquistare un livello di prodotto esattamente pari al prodotto potenziale. Se i prezzi fossero più bassi, la domanda sarebbe maggiore del Pil potenziale. Ma siccome il Pil potenziale è, come ricorderete, il livello al quale si può spingere la produzione senza generare aumenti dei prezzi, qualsiasi tentativo di spingere la domanda a destra della barriera della curva di offerta verticale, spingendo i prezzi in basso, farebbe aumentare i prezzi, riportandoci a E. Se i prezzi fossero più alti, la produzione potenziale eccederebbe la domanda, il che spingerebbe i prezzi verso il basso.

Rifletteteci un po' sopra, ma intanto considerate due cose: la prima è che il punto E, punto di equilibrio, in un modello statico è un punto morto. In E non c'è crescita (il prodotto è esattamente uguale al potenziale e lì resta), in E non c'è inflazione (il livello dei prezzi è esattamente quello che permette ai residenti di comprare tutto il prodotto potenziale coi soldi che hanno, e lì resta). Un punto di crescita zero e inflazione zero abbastanza irrealistico.

La seconda cosa è che se nel 2021 fossimo stati in equilibrio di lungo periodo il nostro Pil sarebbe stato 1749,17 miliardi. Invece è stato di 1663,39 miliardi (secondo il Fmi). A prendere per buone queste cifre, si direbbe che nel 2021 non fossimo nel punto di equilibrio di lungo periodo, ma un po' al disotto (e ci mancherebbe anche, visto la sberla che ci siamo presi)! Ora, non entro in come andrebbe rappresentato in questo modello lo shock causato dal COVID (vi anticipo che se vi interessa una spiegazione scolastica chiara è qui ma naturalmente la questione non è semplice, dato che il COVID è un fenomeno complesso per un modello così semplice). Vorrei prima spiegarvi come si rappresenta in questo modello il fatto che il sistema economico possa non essere sempre in una posizione di equilibrio di lungo periodo, una posizione stabile in cui nessuna variabile manifesta una tendenza a spostarsi: lo si fa introducendo la curva di offerta di breve periodo.

Il breve periodo

L'equilibrio di breve periodo nel modello AS/AD (almeno, nelle versioni più "scolastiche" di esso) è situato all'intersezione della curva di domanda aggregata con la curva di offerta aggregata di breve periodo (SRAS, short-run aggregate supply). Come è fatta questa curva? L'ipotesi è che nel breve periodo, cioè a prezzi dati (perché l'aggiustamento dei prezzi richiede tempo e quindi ci proietta nella dimensione del lungo periodo), sia possibile produrre qualsiasi quantità di prodotto. In altre parole, come dicono gli economisti, l'ipotesi è che nel breve periodo l'offerta aggregata sia infinitamente elastica al prezzo (mentre nel lungo è rigida). Ora, detto così suona assurdo, ma questa ipotesi non è altro che la rappresentazione stilizzata di una miriade di situazioni che effettivamente in pratica possono verificarsi. Faccio un esempio: se per qualche motivo la domanda aggregata aumenta, per un po' (aka nel breve periodo) è possibile espandere la produzione aumentando l'utilizzo della capacità produttiva esistente, pagando qualche straordinario, ma senza aumentare i salari e quindi i prezzi. La stessa cosa vale in caso di una riduzione imprevista della domanda, come quelle dovute a un lockdown: si produce di meno, ma allo stesso prezzo.

In termini grafici, questo significa che la SRAS è orizzontale:

Assemblaggio: l'equilibrio di breve periodo

Proviamo a mettere insieme tutti e tre i pezzi. Per come sono fatte, le curve di lungo periodo necessariamente si incontreranno in un punto, e solo in quello (che quindi è, per costruzione, l'equilibrio di lungo periodo). Che tre curve si incontrino nello stesso punto invece richiede un po' più di fortuna.

Siccome siamo científicos, facciamo come gli científicos, cioè facciamo finta di averla, questa fortuna.  Il grafico si presenterebbe così:


In questo caso il punto E sarebbe di equilibrio sia di lungo che di breve periodo, cioè al livello di prezzi p soprassegnato il Pil effettivo coinciderebbe con quello potenziale. Per usare un termine che a qualcuno di voi è noto, questa è una situazione in cui l'output gap è nullo: non c'è inflazione, non occorre fare politiche espansive (altrimenti l'inflazione partirebbe), né politiche restrittive (altrimenti si entrerebbe in deflazione).

Ovviamente questa situazione non è molto realistica, anche se le statistiche del Fmi ci dicono che la raggiungeremo nel 2024 (quando secondo loro l'output gap sarà zero). Possiamo però usarla come conveniente punto di partenza per esaminare gli effetti di un tipico shock di offerta di breve periodo: un aumento esogeno dei prezzi, causato dall'aumento dei costi dell'energia (le famose "bollette"). Che cosa succede se le "bollette" aumentano del 50% (come sta accadendo)? Il modello che cosa ci dice che accadrà? E quindi gli científicos che cosa pensano che accadrà?

Pil e bollette

Consideriamo intanto che l'aumento delle "bollette" non è uno shock di offerta di lungo periodo: non modifica né la tecnologia, né la forza lavoro disponibile, né la quantità di macchinari disponibili. La curva AS quindi non si sposterà. Non è nemmeno uno shock di domanda: l'aumento dei prezzi è esogeno rispetto alla domanda, non siamo noi ad averli tirati su in un inverno così caldo (a Capodanno ero a Saracinesco a prendere il sole in maglietta 908 metri sopra il livello del mare, cosa non ovvia da quelle parti...). Non si sposterà nemmeno la curva AD. Nel modello l'aumento "delle bollette" determina uno spostamento verso l'alto (cioè verso prezzi più alti) della curva di offerta di breve periodo.

Succede cioè una cosa così:


dove, per facilitare (spero) la vostra lettura ho aggiunto qualche frecciona:

E quindi? E quindi che cosa si aspettano che succederà i nostri científicos in seguito all'aumento dei costi dell'energia? Semplice: nel loro modello la curva di offerta di breve periodo SRAS si sposterà verso l'alto in SRAS', semplicemente perché l'aumento del costo dell'energia farà aumentare i prezzi di ogni bene e servizio. Il livello generale dei prezzi aumenterà quindi fino a p', cioè ci sarà inflazione (lungo il tragitto da p a p'). Conseguentemente il nuovo equilibrio non sarà più in E. La curva di offerta di breve periodo intersecherà la curva di domanda in E', in corrispondenza di un livello di Pil più basso, Y', cioè ci sarà recessione (lungo il tragitto da Y soprassegnato a Y').

Uno shock di offerta di questo tipo provoca quindi simultaneamente due cose che a nessuno piacciono molto, almeno non in questa combinazione: inflazione (cresce p) e recessione (cala Y). L'inflazione, come saprete, c'è già. La recessione va interpretata. In questo modello molto semplice assistiamo a un calo del livello del Pil. In effetti, però, il mondo è più complicato. In questo momento siamo ancora in una fase di rimbalzo dopo la sberla del 2020-2021, per il 2022 si parla di una crescita del 4%. Ecco, diciamo che magari a conti fatti nel 2022 la crescita potrebbe non essere del 4%, ma inferiore, con tutto quello che ne consegue ad esempio per la sostenibilità del debito. Del resto, abbiamo già visto che il weekly tracker dell'OCSE dimostra qualche segno di affaticamento, quindi: sta già succedendo.

E gli científicos lo sanno.

La morale della favola

Ora è veramente tardi, devo avviarmi a concludere con la morale della favola, che è questa:

L'intervista a Borghi oggi sulla Verità (a proposito: vi siete abbonati?) spicca per contenuti e per corredo iconografico. La foto scelta riassume perfettamente la morale della favola, che è più o meno questa: quando la SRAS slitta verso l'alto, se sei uno científico vorrai stare ovunque, tranne che al Governo.

Se sono riuscito a farvi capire perché, ne sono lieto.

Se non ci sono riuscito, sono qui per rispondere.

Buenas noches!

domenica 2 gennaio 2022

Un approfondimento sulla convergenza

Una volta eravate più critici, o forse semplicemente più curiosi, e certamente meno distratti dalla gestione per molti versi assurda di un fenomeno che (a differenza di quello di cui ci siamo occupati qui per tanto tempo) non è un'assoluta novità in termini storici (non ricordo uno degli ultimi sette secoli che ne sia andato esente, ma magari più tardi verifico). La vostra distrazione, la vostra angoscia, è compresa e, vi assicuro, condivisa. Forse anche la vostra assenza di curiosità. In fondo, è probabile che quelli fra voi che hanno accesso ai media (la stragrande maggioranza), si stiano assuefacendo in qualche modo all'idea caricaturale di metodo scientifico fornita dal vasto campionario di guitti lombrosiani che viene loro quotidianamente ammannito: una scienza basata sul principio di autoritarietà, che in quanto tale reprime le domande (il principio di autorità semplicemente non le ammette, ma qui siamo evidentemente ben oltre...), una scienza che basta a se stessa e che quindi nemmeno concepisce la possibilità del dubbio.

Ecco: a questo non dovreste assuefarvi.

Può anche darsi che qualcuno, più o meno in buona fede, interpreti come insofferenza alle "critiche" la mia gestione estremamente rigorosa degli utenti Twitter (che però si basa su regole di ingaggio molto chiare). Vi invito a considerare che una critica o una curiosità genuina hanno caratteristiche che non sempre si riscontrano su Twitter (diciamo così), che Twitter ha un senso in quanto aggiunge informazioni, non in quanto sottrae tempo, e che Twitter è popolato di troll (facilmente individuabili). Poi ogni tanto ci va di mezzo anche qualche persona per bene, ma purtroppo per me è essenziale adottare una policy molto conservativa, dati i tempi.

Comunque, sarà per questo che nessuno ha colto un dato criticabile del precedente aggiornamento: criticabile in termini sia statistici che in termini politici.

L'anomalia causata dall'Irlanda, ben visibile nel grafico che riporto per vostra comodità:


comporta ovviamente che una media non ponderata dei redditi pro capite dei singoli Paesi fornisca una stima distorta verso l'alto del reddito medio pro capite dell'area. In altre parole: è vero che in Irlanda il reddito pro capite è cresciuto molto, ma siccome l'Irlanda è molto piccola l'influsso di questa crescita sul reddito medio dell'area è trascurabile. Se si fa una media semplice non si tiene conto di questo semplice dato di realtà. La procedura corretta richiede che si faccia una media ponderata, cioè che si moltiplichi il reddito pro capite di ogni Paese per il peso del Paese sul totale della zona, calcolato come quota del Pil nazionale sul Pil della zona (che nel caso dell'Irlanda è del 3,6%: l'Italia, per capirci, pesa il 14,9% e la Germania il 28,4%).

Applicando questa corretta procedura ci aspettiamo che, siccome viene "abbattuto", moltiplicandolo per una percentuale piccola, il contributo di alcuni Paesi che sono cresciuti molto (non solo l'Irlanda ma anche altri "piccoli" hanno avuto performance migliori di alcuni "grandi"), il reddito medio pro capite dell'area correttamente calcolato cresca un po' meno in fretta. Senza grande sorpresa, scopriamo che le cose vanno proprio così:


Quello rosso è il calcolo approssimativo del reddito medio pro capite dell'area euro (in migliaia di euro) sottostante ai grafici del post precedente (fatto su dati IMF). Quello blu è il dato corretto, costruito come media ponderata ed estratto dal database AMECO.

A fine corsa la differenza è di quasi il 14% in più per il reddito medio pro capite calcolato come media semplice.

Ora, mi fermo un attimo.

Non solo, e forse non tanto gli ultimi arrivati, quanto soprattutto i primi, quelli che "porelli nun ce sò portati pe' lla matematica", si staranno chiedendo: "E quindi?" A questa risposta contrappongo un'altra domanda, non tecnica ma politica: potrebbero i Paesi egemoni accettare regole che li danneggiano? Il post precedente partiva dalla constatazione, piuttosto ovvia, che di norma le regole sono dettate dal più forte a proprio uso e consumo (è sempre stato così, non c'è nulla di scandaloso). Se veramente certe regole avessero "ispanizzato la Germania" anziché "germanizzare la Spagna", come l'ultimo grafico del post precedente sembrava suggerire, questa costante della storia umana sarebbe stata drasticamente smentita, e ci troveremmo di fronte a un unicum storico: quello di Paesi forti che in qualche modo cedono parte del loro benessere per aiutare Paesi meno forti a recuperare posizioni.

Ma vi sembra possibile?

E no che non lo è, e il grafico finale del post precedente lo suggeriva perché si basava su un'illusione ottica: un eccessivo schiacciamento dei redditi dei Paesi forti, derivante dalla divisione per un reddito medio dell'area distorto verso l'alto.

Se replichiamo questo grafico:


con dati AMECO (e quindi dividiamo i redditi pro capite nazionali per la media di zona "blu", cioè quella corretta, anziché per quella "rossa", distorta verso l'alto), otteniamo una cosa così:


I cambiamenti non sono drammatici, in particolare per quanto riguarda noi, ma c'è un dettaglio significativo. Anche il grafico "sbagliato" mostrava che la Germania ha profittato (in termini di posizionamento sulla scala relativa del reddito pro capite) dalla crisi del 2008. Questo vantaggio però poi sembrava affievolirsi. Il grafico corretto invece ci segnala che la Germania ha mantenuto questo vantaggio, passando da un reddito medio pro capite di circa il 10% superiore a quello europeo prima della crisi, a un reddito medio pro capite stabilmente superiore del 20% dal 2012 in poi. Si vede anche (qui e nel grafico precedente) che le crisi fanno bene al posizionamento relativo della Germania: vedete la "gobba" che si manifesta nel 2020? Insomma: quando qualcosa va storto, a loro va meno storto, o a noi più storto.

Dice che le regole servono a creare un level playing field.

Meno male! Pensa se il terreno fosse stato svantaggioso per noi!

E notate bene: il grafico corretto mostra che dalla crisi finanziaria globale in poi invece di convergenza abbiamo avuto divergenza. Come abbiamo visto nel post precedente, questo fatto statistico preoccupa gli economisti (diciamo: "i tecnici") di tutto il mondo. Solo i nostri vivono con serena inconsapevolezza queste tendenze.

Meglio così: gente allegra il ciel l'aiuta, e, come è sufficientemente chiaro, dell'aiuto del cielo abbiamo un gran bisogno!

sabato 1 gennaio 2022

Un aggiornamento sulla convergenza

Nell'analisi delle unioni monetarie, e più in generale dei percorsi di integrazione economica e monetaria, prende grande risalto il concetto di convergenza macroeconomica, spesso proposto come obiettivo da conseguire al termine del percorso di integrazione. Il discorso, fatto semplice, è: "Ci mettiamo insieme alla Germania per stare bene (?) come la Germania", con l'immancabile aggiunta moralistica: "Se ce lo meriteremo dimostrando di essere efficienti e incorrotti come i nostri amici tedeschi".

L'aggiunta moralistica, un evergreen che ultimamente si porta molto nel racconto del PNRR ("occasione imperdibile, dipende solo da noi, se saremo abbastanza bravi..." e via discorrendo) ha una funzione piuttosto ovvia, direi ingenuamente ovvia: quella di precostituire dei responsabili dell'eventuale fallimento del progetto. Perché, come in ogni cosa umana, anche nei percorsi di integrazione economica qualcosa può andare storto (e se va storto è indispensabile dare la colpa a qualcun altro). Naturalmente per evitare che le cose vadano storte aiuterebbe uscire dal discorsetto moralistico e propagandistico ed entrare in un discorso razionale. In effetti, questo blog nasce proprio dall'esigenza di fare un discorso razionale sulla convergenza macroeconomica, più esattamente da questo studio, commissionatomi dalla Commissione Economica per l'Africa delle Nazioni Unite. A dodici anni di distanza i suoi primi due paragrafi restano ancora un buon punto di partenza, perché al netto di qualche fronzolo tecnico sostanzialmente inutile che si è aggiunto nel frattempo (roba buona per far prendere l'agognato PhD a qualche awanagana come il nostro caro amico che ricorderete), i termini del problema quelli restano.

Prima di ragionarci brevemente, però, col limitato scopo di fornirvi un aggiornamento rispetto a questo post di nove anni fa, vi spiego che cosa c'entra quello studio col blog. In effetti, la cinica confessione di Aristide, lo schiaffo che mi presi in faccia prima di restituirvelo nell'articolo dell'agosto 2011 sul manifesto (che qui vi fornisco per la prima volta nella versione originale recuperata con la wayback machine), quella spudorata, stupefacente confessione la raccolsi sulla scaletta dell'aereo di ritorno da Ouagadougou, dove ero andato a presentare appunto lo studio linkato sopra: "Macroeconomic convergence in Central Africa". Se non mi fosse mai stato commissionato quello studio non avrei mai avuto quello scambio, non avrei mai raccontato, dopo un anno, la mia esperienza sul manifesto e non avrei mai aperto, dopo altri tre mesi, questo blog. Così, un dettaglio, nulla di essenziale, ma ci tenevo a condividerlo.

Il breve ragionamento che volevo fare prima di mostrarvi i dati riguarda la duplice natura della convergenza macroeconomica nel quadro dell'integrazione economica. La convergenza è sia l'obiettivo promesso nel caso in cui le cose vadano bene (eritis sicut Germani...) sia il presupposto logico perché le cose possano andar bene.

Nella prima accezione (convergenza come obiettivo), si afferma che l'integrazione economica (da realizzarsi abbattendo barriere doganali o di altro tipo, adottando strumenti di coordinamento delle politiche economiche, dotandosi di istituzioni economiche comuni, ecc.) condurrà a un aumento del benessere dei Paesi meno avvantaggiati. Questa valutazione, ovviamente, è asimmetrica: si può infatti convergere verso un livello uniforme di benessere anche regredendo tutti verso la media, ma, come è sufficientemente chiaro, ai Paesi che stanno meglio non interessa particolarmente ridurre il proprio tenore di vita. La convergenza macroeconomica quindi viene implicitamente intesa non verso la media, ma necessariamente verso il valore più alto della distribuzione, altrimenti non sarebbe un obiettivo politico proponibile, o comunque non proponibile a chi sta meglio (che generalmente è anche il più forte, ed è quindi quello che sceglie gli obiettivi). Il modo più ovvio di misurarla è prendere il Pil pro capite, per vedere se effettivamente in un certo gruppo di Paesi questo indicatore si avvicina ai valori assunti nel Paese più prospero: è appunto questo l'esercizio che avevamo fatto nel 2013, con questo risultato:


ovvero, come commentavamo all'epoca, con sostanziale assenza di convergenza (verso l'alto, verso il basso o verso la media).

Nella seconda accezione (convergenza come presupposto), si riflette sul fatto che un'integrazione economica (e in particolare monetaria) perfettamente compiuta può essere sostenibile solo se nel frattempo si è realizzato un grado sufficientemente accettabile di convergenza macroeconomica. Questo per il semplice fatto che il traguardo della piena integrazione economica porta logicamente con sé l'adozione di una unica politica economica per tutti i Paesi coinvolti, e naturalmente affinché ciò non causi disastri occorre che tutti questi Paesi si trovino allo stesso tempo nelle stesse condizioni congiunturali: tutti in espansione o tutti in recessione. Il tema è ovviamente stato sviscerato con particolare riferimento alle unioni monetarie: quando hai una singola moneta, e quindi un singolo tasso di interesse (su questo "quindi" ci sarebbe da discutere), affinché si possa fare una politica monetaria sensata è opportuno che tutti i Paesi siano simultaneamente in recessione (nel qual caso sarà naturale abbassare il tasso di interesse unico) o tutti in espansione (nel qual caso sarà naturale alzarlo). La convergenza macroeconomica intesa in questo senso è quindi più specificamente convergenza del ciclo macroeconomico, ovvero, lo ripeto, l'assicurazione del fatto che tutti i Paesi membri siano simultaneamente nelle stesse condizioni cicliche di espansione o recessione.

Aggiungo una breve nota lessicale prima di procedere. Gli economisti, gente per lo più di scarso spessore culturale, nella mia limitata esperienza (quelli che dicono "decade", "eleggibile", "seminale", per capirci...), per qualche strano motivo hanno deciso di chiamare shock "asimmetrici" quelli che portano alcuni Paesi in espansione, e quindi sopra la media del loro percorso di crescita, e altri Paesi simmetricamente in recessione, cioè sotto la media del loro percorso di crescita. Sì, avete capito bene: per gli economisti sono asimmetrici gli shock che portano Paesi diversi ad assumere posizioni simmetriche rispetto all'asse di simmetria dato dalla crescita tendenziale. Non so come definire questa aberrazione se non cretinismo semantico, ma insomma, questo è, ormai l'uso si è consolidato e quindi mi capiterà di compiegarmi ad esso...

Tornando al punto, questa convergenza del ciclo si sapeva (negli anni '90) che non esisteva fra futuri Paesi membri dell'Unione monetaria, per un po' di tempo si auspicò che sarebbe stata portata dall'Unione stessa (era la teoria del nostro amico Spennacchiotto, quella della cosiddetta OCA endogena, che vi esposi a San Silvestro del 2011), ora si sa che ancora non ci siamo arrivati e forse non ci arriveremo mai. Ex multis, ce lo confermano:

Potrei fornirvene di più, ma la musica non cambierebbe: l'integrazione non ha portato convergenza (niente OCA endogena), cioè non ha creato i presupposti per essere sostenibile, cioè per evitare che l'adozione di una politica uniforme a Paesi diversi li allontani gli uni dagli altri. Di conseguenza ci dovremo aspettare che non sia nemmeno migliorata la convergenza del Pil pro capite, che altri otto anni di politiche "one size fits all" in presenza di cicli asincroni dovrebbero aver peggiorato anziché migliorato.

Per falsificare (se possibile) questa ragionevole congettura aggiorniamo il grafico fatto nel 2013, che arrivava al 2018 perché, come ricorderete, il World Economic Outlook dà scenari previsionali a cinque anni. Ora il 2018 è passato, i relativi dati sono consolidati, e possiamo arrivare addirittura al 2021 (dato provvisorio) o al 2026 in previsione! Scelgo quest'ultima ipotesi, per coerenza con quanto avevamo fatto nel 2013. Il risultato eccolo qui:


Fatta salva l'evidente anomalia irlandese, spiegata da questa nota dell'OCSE (sintesi: il tasso di crescita del 25% registrato nel 2015 dipende dal fatto che molte grandi multinazionali hanno deciso di rilocalizzarsi in quel piccolo Paese, con un impatto macroscopico sul suo tasso di crescita. Peraltro, vi ricordo che l'anno scorso una sola startup - la Biontech - ha aggiunto un +0,5 al tasso di crescita di una grande economia come quella tedesca, quindi non è strano che se Google entra in Irlanda nel Pil qualcosa si veda...), comunque, dicevo: fatta salva l'anomalia irlandese, di convergenza non c'è nemmeno l'ombra! Nel 1980 il Paese più povero (il Portogallo) aveva un reddito pari al 49% della media del gruppo e il più ricco (l'Olanda) superiore del 25% alla media del gruppo. Nel 2021 il più povero (la Grecia) ha un reddito pari al 45% della media e il più ricco (sempre l'Olanda) è sopra del 16%. La distanza in termini percentuali fra il ricco e il povero di turno resta sempre quella, l'unico elemento macroscopico è che l'Italia negli anni '80 era nel club dei ricchi e ora è il membro più ricco del club dei poveri. Gli altri hanno sostanzialmente mantenuto la loro posizione relativa. Se togliamo le "frattaglie" e ci concentriamo sui quattro grandi, il quadro (non esaltante per noi) è questo:


da cui emerge un dettaglio abbastanza interessante: dal 1980 a oggi, in termini di relazione con la media europea, non è la Spagna a essere diventata più tedesca o francese, ma sono la Germania e la Francia (e soprattutto l'Italia) a essere diventate più spagnole. Insomma: un po' di convergenza c'è stata, ma, almeno se la misuriamo così, verso il basso (in termini di posizioni relative rispetto alla media del gruppo).

Inutile dire che io sono perfettamente convinto che tutto ciò sia irreversibile, perché mi è stato detto che devo esserne convinto (e io sono disciplinato). Sarei più rassicurato se mi ordinassero anche di convincermi che sia sostenibile, perché finché non me lo ordinano qualche difficoltà onestamente ce l'ho, anche alla luce di quanto dicevamo ieri circa la qualità della classe dirigente. Fenomeni di questa portata e persistenza richiederebbero più analisi, più soluzioni concrete e meno propaganda da Istituto Luce. Ma per qualche strano motivo la "fede nella Scienza" (ossimoro tutto piddino) si arresta sulle soglie delle riviste di macroeconomia e dei database internazionali. Lì tutto ridiventa trascurabile doxa.

Ovviamente arriverà il conto, e ovviamente cercheranno di farlo pagare a noi. Rispetto a nove anni fa, la differenza è che ora posso fare qualcosa per evitarlo, ad esempio gestendo il percorso della delega fiscale. Questo lo devo anche a voi, e ve ne sono grato.

Per il resto, in attesa di nuovi e più dettagliati ordini, vi saluto e vado a fare due passi in montagna...