mercoledì 22 gennaio 2020

Essi sopravvivono

Il nostro allarme democratico, quello che ci ha raccolto qui in una resistenza che all'inizio sembrava disperata, ma che, contro ogni aspettativa, ha dato vita a un movimento di opinione la cui ampiezza ha nei fatti cambiato il panorama politico del Paese, è stato suscitato, almeno per quanto mi riguarda, da due elementi complementari.

Il primo, in ordine di tempo, è stato l'aristocratico sdegno di Aristide nei confronti del popolino, dei deplorables. Uno sdegno molto ante litteram (correva l'anno 2010, ancora non c'erano state né Brexit né elezione di Trump). Aristide teorizzava come gli intellettuali, cioè "i buoni" (i Saviano, i De Luca, ma su un piano meno pop i Padoa Schioppa, ecc.), in virtù della loro superiorità dovessero guidare il popolo a prescindere dalla volontà di quest'ultimo. Per quanto potessimo cercare di resistere, "eventualmente" (traduzione awanagana di eventually), cioè, in italiano, alla fine, questa esplicita giustificazione dell'oligarchia da parte di chi si professava di sinistra non poteva che spingerci a destra. Ricorderete: "Caro Alberto, i costi dell’euro, come dici, sono noti, tutti i manuali li illustrano. Li vedevano anche i nostri politici, ma non potevano spiegarli ai loro elettori: se questi avessero potuto confrontare costi e benefici non avrebbero mai accettato l’euro. Tenendo gli elettori all’oscuro abbiamo potuto agire, mettendoli in una impasse dalla quale non potranno uscire che decidendo di fare la cosa giusta, cioè di andare avanti verso la totale unione, fiscale e politica, dell’Europa." Parole che al tempo sintetizzai così: il popolo non sa quale sia il suo interesse, ma per fortuna a sinistra lo sappiamo e lo faremo contro la sua volontà.

Imparammo poi, studiando, che queste parole non erano l'allucinato delirio fascista di un docente universitario il cui ego un tantino più ipertrofico del dovuto aveva trascolorato in un superomismo inquietante, ma tutto sommato circoscritto. No, tutt'altro! Erano il precipitato di una ben precisa e ampiamente diffusa dottrina politica, il cosiddetto "federalismo" europeo, sul quale ci intrattenemmo a lungo, ad esempio qui (può anche essere utile un rinvio a questo autorevole saggio). Essi (per usare un termine che altri hanno introdotto nel dibattito) erano veramente così, ed erano tutti così. Questo loro aspetto, questo viscerale disprezzo per il popolo, uscì allo scoperto molto dopo: appunto, dopo il referendum sulla Brexit e dopo l'elezione di Trump. Credo che qui nessuno ne rimase sorpreso: ab uno (Aristide) disce omnes (i piddini).

Il secondo elemento di allarme, e quindi (etimologicamente) la seconda chiamata alle armi, fu quando rinvenimmo in una vecchia intervista di quello che sarebbe poi stato il Presidente della Commissione Europea, la teorizzazione di una esplicita volontà di aggirare il processo democratico, ovviamente simmetrica e complementare all'esaltazione dell'oligarchia. Bisogna infatti che il popolo non corra il rischio di capire quali siano i suoi interessi, e un modo per non farglielo capire è utilizzare il metodo della lettera rubata: sommergerlo di informazioni. Basta un mese di esperienza parlamentare per capirlo, cioè per capire il significato di queste parole, che molti di voi ricorderanno: "Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere che succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché la maggior parte della gente non capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno".

Nota bene: la teorizzazione di questo metodo aveva infastidito gli stessi buoni, ma solo nella capitale, non nella provincia, dell'Impero, tant'è che noi ci eravamo arrivati attraverso una provocazione di Hans Magnus Enszenberger, che potete trovare sul sito di una ONLUS buona. Ci vuole un po' di contegno! Posto che si sappia ciò che si vuole, cioè comandare imponendo la propria agenda e fottendosene della volontà della maggioranza, non è mica necessario dirlo in giro! Ma tant'è... Il metodo Juncker è stato applicato anche al MES, come avrete visto, solo che questa volta una reazione c'è stata (troppo tardi, ma c'è stata): votare è servito (a poco, ma è servito). Loro ovviamente andranno avanti. Quando smetteranno? Semplice. Smetteranno di farlo quando gli impegni in aula li prenderà un premier che difenda l'interesse del Paese, e che conseguentemente faccia ben capire ai suoi incaricati che eventuali infedeltà al mandato nelle sedi europee verranno valutate ai sensi dell'art. 264 del Codice Penale. Allora vedrai sì come saranno efficienti i vari capi dipartimento e capi segreteria! I capi, insomma, quelli che comandano sul serio, cui oggi non può certo essere rimproverato di non aver rispettato un mandato che il Governo non ha trasmesso loro dopo averlo ricevuto dal Parlamento! In ogni caso le leggi ci sono, basterà applicarle (non mi dilungo su tutta una serie di altri presupposti da attuare per trasformare questa banalità in un'opportunità concreta; torno però a sottolineare che se da un lato il Parlamento, in caso di infedeltà del Governo, può solo sfiduciarlo, come abbiamo fatto, dall'altro il Governo, proprio per tutelarsi verso una sfiducia del Parlamento, in caso di infedeltà dei suoi negoziatori può proporre alla magistratura di rinchiuderli per almeno 5 anni... con il vantaggio di risolvere automaticamente anche il problema delle revolving doors e del pantouflage!).

La bestia totalitaria e antidemocratica è ferita a morte, perde rapidamente pezzi da tutte le parti, torno a dire che votare è servito, e che continuare a votare servirà, ma vorrei oggi porre rapidamente la vostra attenzione su un altro aspetto dell'allarme democratico che dobbiamo fronteggiare. Lo chiamerei, per agganciarmi all'attualità, il metodo PD.

Ve ne fornisco un rapido esempio: l'esperienza è la madre di ogni scienza, e un esempio vale più di mille parole:


Questo anonimo trafiletto, apparso fuggevolmente sul Resto del Carlino del 12 dicembre scorso, riprende quasi integralmente una notizia apparsa il giorno prima su FsNews: roba per addetti ai lavori! La sintesi però credo sia chiara. All'apparir del vero, e prima di cadere misera, la maggioranza consiliare indice una bella gara europea (il magico aggettivo che tutto sana!) per assicurare al management attuale, con qualche minimo elemento di ricambio, la gestione del servizio per i prossimi quindici anni, estendibili a ventidue. Nessuno mette in dubbio, fino a prova del contrario, la competenza degli esperti coinvolti, il punto non è certo questo! Non sono nemmeno sicuro che in questo caso si applichino queste considerazioni, che però hanno un loro peso. Chissà, forse la legge imponeva di farlo adesso (il percorso era stato avviato da un po'), e di farlo per quindici anni (la stabilità, si sa, è un valore, e poi sarà comunque previsto, prima o poi, il rinnovo degli organi di gestione, almeno credo). Non sono un esperto di diritto amministrativo. Il dato è che su un tema di questa importanza per la gestione regionale la futura giunta ai suoi primi passi rischia di confrontarsi con una società (cooperativa) il cui management è sostanzialmente ereditato da una esperienza politica tramontata.

Diciamo che c'è spazio, anche qui, come nel caso del negoziato a Bruxelles, per riflettere sul principio di distinzione: una riflessione tanto più urgente, alla vigilia di un inevitabile ed epocale cambiamento di indirizzo politico a livello dell'intero Paese (cambiamento non effimero, perché riflette il definitivo fastidio delle plebi - cioè nostro - verso la cosiddetta globalizzazione), quanto più viene intralciata dal fatto che oggi l'esercizio di funzioni un tempo affidate ad organi centrali o periferici dello Stato è affidato a una galassia di società partecipate di varia natura e di varie funzioni, offuscando la distinzione fra pubblica amministrazione e settore privato (e, nel caso di Bruxelles, negoziati un tempo condotti dal livello politico - ministri e sottosegretari - vengono oggi affidati al livello tecnico - capi dipartimento e membri rigorosamente anonimi degli High Level Working Groups).

Tutto molto "tecnico", molto "indipendente", molto "efficiente", molto "trasparente" (tant'è che in Emilia Romagna questa cosa la sanno forse in tre, esclusi gli interessati!).

Per una che ne vedi, ce ne sono cento che ti sfuggono: è così che essi sopravvivono, nel sottobosco: il livello politico arretra, quello amministrativo garantisce la continuità: questo è il metodo PD...

Mi ci son trovato anch'io, ad un altro livello, a dover gestire una roba di questo tipo, quando il governo Gentiloni, ormai privo di poteri, a Camere sciolte, nominò in fretta e furia a capo di una importante autorità indipendente una persona di sua fiducia, che poi risultò essere in conflitto di interessi con la Commissione Europea, a detta della stessa Commissione Europea. Fu un caso molto diverso da quello che vi ho sottoposto oggi, con due soli elementi di possibile analogia: le competenze tecniche dei soggetti in questione non erano in discussione, così come non era negabile la volontà del livello politico uscente di assicurare (assicurarsi) una continuità al livello amministrativo (indipendente o meno).

Insomma, per usare una parola che a me personalmente fa ribrezzo, uno dei tanti falsi amici che l'europeese e l'accademichese ci consegnano, concluderei dicendo che i buoni sono inclusivi, sì, ma ovviamente con se stessi! Non c'è nulla di male: prima caritas incipit ab ego!

Basta saperlo...


(...e quindi, per concludere: votare serve, altrimenti il MES sarebbe stato già firmato, ma non basta. Bisogna insistere, perché, come voi credo possiate capire, il vero tema è quello di esercitare un'egemonia culturale sul sottobosco. Ora, il motore dell'egemonia culturale è sempre il solito: il portafogli! Finché il ceto semicolto "de sinistra", che è magna pars della classe dirigente italiana, riterrà fonte unica e vera della conoscenza economica gli editoriali o gli sproloqui radiofonici di qualche nostro variopinto amico, capite bene che sarà molto difficile far intendere loro ragione, metterli di fronte ai reali termini del problema. Con il sedere al caldo, e ben al riparo da qualsiasi responsabilità di ordine politico, come pure dalla riprovazione sociale alimentata ad arte contro la politica - da cui però viene schermato chi il potere attivamente lo esercita - è difficile che essi possano rendersi conto del fatto che negando spazi alla democrazia non si tutelano, ma anzi si condannano a un inevitabile deterioramento del proprio stile di vita. Ha ragione Galli: non è vero che non ci sono più le ideologie: ce n'è una sola, il neoliberismo. Lo Stato come una famiglia, la moneta come risorsa scarsa, le esportazioni come motore principale della crescita, ecc. Tutti i funzionari e gli amministratori con cui vengo in contatto, qualsiasi cosa amministrino e quale che sia la loro autopercepita provenienza politica, sono schiavi di questo polveroso ciarpame pre-keynesiano, e non sono in grado di capire che il confine fra chi da questa visione del mondo trae vantaggio, e chi invece in essa soccombe, si sposta lentamente ma inesorabilmente verso l'alto: molti di loro sono già al di sotto, senza nemmeno saperlo. Uno spettacolo triste e tragico. Un intero ceto dirigente che fa il danno del Paese pensando di fare l'interesse proprio, salvo scoprire, come altresì ci ricordava Galli, di essere rimasto senza pensione "d'oro", o "belinato" in banca, ecc. Naturalmente, come ci siamo più volte detti qui, finché non lo scoprono operano attivamente a favore di chi credono tuteli questo ordine delle cose, il Partito Deflazionista (PD), e quando poi lo scoprono è troppo tardi, per loro e per tutti. Il lavoro da fare è lungo e paziente, ed è, e resta, un lavoro tanto culturale quanto politico: ne ero convinto da intellettuale, ne sono ancora più convinto da politico, e credo sia utile per tutti che ci riflettiate anche voi...)

domenica 19 gennaio 2020

The purloined democracy

Il 19 gennaio del 1809 nasceva a Boston da Elizabeth Arnold (mater semper certa) e da David Poe Jr. (entrambi attori)... bè, non devo dirvi chi: un Poe più famoso dei suoi genitori, se pure per interposto Allan, dal cognome di quel John che di Edgar fu affidatario, non per i motivi venali e sordidi del sistema Bibbiano, ma per più cogenti motivi (la fuga del padre naturale e la morte della madre naturale). Certo, a quei tempi la blockchain non c'era, e non c'era nemmeno la Pubblica Amministrazzzione digggitale,  e quindi ogni tanto si facevano carte false: come quando a 18 anni Edgar si arruolò dichiarando di averne 22, o come quando a 26 anni sposò sua cugina tredicenne (è andata così...), che però nel certificato di matrimonio risultava ventunenne (e morì nel 1847, a 33 anni, cioè, in effetti, a 25, per motivi che stanno tornando di attualità).

Se fossi vissuto quanto lui sarei morto diciotto anni fa. Nei quaranta anni della sua vita terrena, nonostante le tante sventure, o forse grazie ad esse, Edgar Allan Poe ha lasciato opere che hanno segnato la storia della letteratura e di ricasco quella personale di molti di noi. In questo blog lo abbiamo ricordato spesso, in particolare per uno dei suoi capolavori più noti, "La lettera rubata", che ha lasciato una traccia profonda nella storia della letteratura: tradotta da Baudelaire, citata da Proust, ma anche qui, quiqui, qui...

Proprio oggi, in questo anniversario, significativamente rinvengo nella mia email la lettera di un amico che ho ricevuto qualche tempo fa a Roma, al quale ho illustrato in che cosa la prassi politica differisca dal "dimo famo" dei simpatici amici zerovirgolisti (me li sono trovati davanti perfino alla scuola di Siri... lasciamo perdere...). Riflettendo su quanto ci eravamo detti, mi ha scritto una lettera che fornisce una lettura interessante. Ve la vendo come l'ho comprata:


Caro Alberto,

rimuginando su un tema della nostra conversazione romana, l’informazione, sono andato a rileggere il racconto di Poe La lettera rubata (The purloned letter, 1845). Ed è stupefacente come questo racconto contenga una descrizione accurata della lotta per l’informazione all’interno d’una cerchia di personaggi di potere intesa come parte integrante della più generale lotta per il Potere. La lettura che di solito viene fatta del racconto è abbagliata dalla dialettica tra visibile VS invisibile o è debitrice delle contrapposte e relativamente recenti letture lacaniana e derridiana, e, che io sappia, non si è mai soffermata abbastanza sul messaggio “politico” del racconto di Poe. Che cosa è in questione, dunque? C’è una lettera che è stata rubata a un “illustre personaggio” (la Regina) il quale, pur conoscendo l’identità del ladro (il Ministro D.), non può accusarlo del furto giacché si tratta di un documento “della più alta importanza” che, se “rivelato a un terzo personaggio” (il Re) metterebbe in grave pericolo “l’onore e la sicurezza” della stessa Regina Insomma, nel racconto alla lettera sono conferite tutte le stimmate dell’Informazione: “questo foglio – dirà il Prefetto di polizia a Dupin – dà a chi lo possiede un certo potere in un certo luogo in cui questo potere è di valore incalcolabile”. Inoltre, la ricerca e il possesso dell’informazione (la lettera) vengono “giocati” tra personaggi identificabili come “politici” (il Re, la Regina, il Ministro) e come funzionari statali (il Prefetto di polizia). In questo contesto, è il possesso stesso dell’Informazione, più che il suo uso effettivo, a conferire potere a chi la detiene, perché gli altri, concorrenti o rivali, sanno che chi possiede la lettera ne conosce il contenuto e potrebbe usarlo come arma a suo vantaggio.

Per concludere, senza annoiarti troppo, vorrei dire che la letteratura, quand’è vera letteratura, fornisce quel supplemento di conoscenza della realtà che nemmeno un trattato sull’argomento saprebbe dare, e che in tempo di pixel e kbyte la situazione, al netto della specificità di fase, non è poi tanto diversa da quando al loro posto c’era la carta (la lettera).

Perdona se questa mia mail si va ad aggiungere alla carovana di mail che attendono da te udienza, ma gli è che, come c’è chi butta tutto in caciara, io non so che buttare tutto (quel poco che so) in letteratura.


(...ma anche qui ci siamo avvalsi spesso della facoltà di buttarla in letteratura, quindi saremo indulgenti. Il ministro che ci dice di cercare le informazioni dove sono - cioè sui siti del Consiglio - ha ragione (e infatti noi ce le avevamo trovate) ma ci mette anche di fronte al più ovvio dei metodi con cui ci viene rubata la democrazia. A proposito: avete riempito il questionario di cui al post precedente? Perché Leuropa ci tiene, Leuropa è inclusiva! Sarà anche sostenibile? Ai posteri l'ovvia sentenza...)

giovedì 16 gennaio 2020

Consultazione! Consultazione!

Ricorderete l'immortale:



Dunque.

Fra i tanti modi in cui ci prendono in giro tutti quelli che ci prendono in giro (a partire dai negoziatori del MEF, che non hanno mai realmente voluto applicare la "logica di pacchetto" - considerandola come una supercazzola inventata da Conte per liquidare me e Fraccaro - e sottobanco hanno già dato via libera alla "ponderazione del sovrano" - o vorrete dirmi che il gruppo di alto livello di cui i parlamentari non possono sapere la composizione ha lavorato invano per nove mesi?), fra i tanti modi c'è anche quello di ostentare "inclusività" nel processo legislativo. In effetti, per capire quale sarà il prossimo cetriolo europeo, oltre a consultare con una certa regolarità la voce del padrone (anche in questa versione), potete anche iscrivervi alla newsletter delle consultazioni Leuropee, dalla relativa homepage.

Il modo migliore di nascondere informazioni è fornirne troppe, questo in Europa lo sanno e lo mettono in pratica. Ma del resto, quand'anche ci arrivassero tutte e sole le informazioni rilevanti, a che ci servirebbero, atteso che a negoziare mandiamo persone la cui massima aspirazione è compiacere il lituano di turno, nell'attesa della ciotola di pappa (che non arriva mai)? Il pesce puzza dalla testa, per quanto bene acconciata essa possa essere. Io quindi sto studiando, perché so che fra poco la testa cambierà, e diventerà allora effettivamente utile capire che cosa stia succedendo in Europa. Lo diventerà perché a negoziare non andranno più pupazzi subalterni, ma politici e funzionari fedeli all'interesse del Paese (che non è quello di fare bella figura di fronte a quattro sociopatici di variopinta estrazione culturale).

Se volete divertirvi anche voi, l'ultima consultazione di cui mi è arrivata notifica riguarda il quadro normativo in materia di cripto-attività. Poverina: è rimasta annegata nello tsunami di auguri "a strascico" arrivatimi da colleghi sconosciuti, che hanno per prudenza usato le mailing list di senatori e deputati in carica (e dentro ci sono anch'io). Considerate che c'è anche chi risponde a tutta la lista, e immaginatevi come va a finire... Ma siamo ancora in tempo! Se avete qualcosa da dire, come cittadini, potete andare e riempire il questionario (anche in versione per diversamente europei).

Se invece volete che gliela dica io, parliamone qui sotto, ma prima fatevi un giro sulla pagina delle consultazioni. Come vedrete, l'arcangelo Leuropeo annuncia di tutto: dall'etichettatura della carne, alla valutazione del fondo sociale europeo per il sostegno all'istruzione (che non è l'educazione), alle regole sugli interferenti endocrini (perché mai l'UE non dovrebbe metastatizzare anche il sistema endocrino!?). In pagine come queste si può trovare, cercandolo, anche il famoso responso dell'ABI più volte citato da Claudio Borghi, quello in cui, interpellata sul bail in, rispose che le nuove regole (quelle, appunto, che prevedevano l'esproprio delle obbligazioni) andavano applicate a tutte le attività esistenti (comprese quelle di Luigino D'Angelo).

Rispondere non è quindi un esercizio irrilevante, soprattutto quando rispondi quello che loro si vogliono sentir dire.

Certo, li abbiamo proprio abituati male. Ebbri della nostra subalternità, i superuomini procedono spediti di prevaricazione in prevaricazione. Un film già visto, del quale fra breve si celebrerà la ricorrenza dell'epilogo. Una cosa sola sappiamo: che ciò che è insostenibile, per definizione, crolla. Concedetevi il lusso di partecipare al processo legislativo europeo, e vi renderete meglio conto di che cosa intendo...

mercoledì 15 gennaio 2020

iBuòni (tratto da una storia vera).

(...nel post precedente avete evocato alcune lettere della community che ho pubblicato su questo blog, forse perché presumevate, a ragione, che quelle lettere fossero state parte del percorso che mi aveva spinto ad abbandonare il progressismo e tutte le sue seduzioni, per schierarmi col conservatorismo. Non è che di lettere non ne arrivino più, anzi! Le lettere sono aumentate, e in alcuni casi la qualità è quella di quando qui eravamo in pochi, ma buoni. Vi fornisco un esempio di lettera giunta a ottobre, ma di estrema attualità oggi che le contingenze della politica mi portano a fare campagna elettorale nel Paese de iBuoni...)





Gentile Prof. Bagnai,

torno a scriverle per ringraziarla per la sua, la vostra attività parlamentare, e per raccontarle che il sostegno all'azione politica della Lega continua, anche in famiglia, con gli amici, con i colleghi.

Il sostegno, come sa, non è semplice.

Le racconto a tal proposito due episodi e un altro fatto.

IL PRIMO EPISODIO
A luglio, prima della caduta del governo, un pranzo domenicale in famiglia (eravamo noi quattro figli, i miei genitori, più i tre figli di mio fratello maggiore, che a Natale mi ha regalato un libro di Cottarelli!)  si è trasformato in un'arena politica, finita, a causa degli insulti (a condimento di slogan come "il debito pubblico è il nostro problema e solo con il taglio della spesa pubblica lo risolveremo", "se non ci fosse l'euro saremmo già falliti", "la Lega è fatta di  ciarlatani") del sostenitore dell'ex funzionario del FMI e della mia reazione di pari segno (dovrei fare YOGA, come dice il capitano), al primo piatto.

Conseguenza è che non si parla più di politica alle riunioni di famiglia, più frequenti in vista del mio matrimonio nel 2020 .

IL SECONDO EPISODIO
Ieri sera ho detto alla mia mamma, impiegata delle poste in pensione,  che verrò alla festa degli italiani il 19 ottobre a Roma.

Lei ha detto che no, non devo venirci il 19 ottobre a Roma, perché non devo mischiarmi "con quella gente".

Le ho chiesto di darmi delle buone ragioni ma non sono arrivate.

Purtroppo la mia mamma guarda, ultimamente, molta televisione. Conseguentemente è vittima della propaganda che dipinge la Lega e i suoi sostenitori  come i più cattivi dell'universo.

L'ALTRO FATTO
Con la famiglia della mia futura moglie non posso esprimere opinioni politiche, per  ragioni simili a quelle che  mi hanno portato a evitare queste discussioni con la mia ("la Lega e Salvini sono razzisti", "l'accoglienza è doverosa per chi si avventura in mare perché scappa da guerre e blablabla").

Questo è il clima che hanno creato quelli buoni, quelli che dipingono la Lega e i suoi sostenitori come fascisti, sfascisti e con gli altri insulti e falsità che hanno inventato sul nostro conto i mezzi di propaganda di massa. Un clima che impedisce qualsiasi serena discussione politica, un confronto tra opinioni diverse, che dovrebbe portare alla riflessione sullo stato del nostro paese. Il clima d'odio c'è in questo paese, è quello che stanno creando i buoni  e i competenti contro i cattivi, trasformando persone normali in odiatori inconsapevoli, votati a discriminare chi non la pensa come loro. E' tollerabile, in un paese formalmente democratico, che una persona non si senta libera di esprimere la propria opinione politica per paura di essere additato, ingiustamente ed immotivatamente, come fomentatore di odio, razzista, analfabeta funzionale, troglodita e così via? Per quanto tempo questa situazione è ancora sostenibile? E quante persone possono esprimere la loro opinione politica solo nel segreto della cabina elettorale?

Ma soprattutto, è tollerabile che una minoranza di giornalisti, politicanti e pseudointellettuali discrimini e fomenti odio, perché di questo si tratta, contro una una schiera di persone che con tutta probabilità, ad oggi, rappresenta la maggioranza relativa del nostro paese?Alla manifestazione del 19 ottobre io ci sarò. Ma quanti vorrebbero esserci ma non possono? E ci sarò, ci saremo, anche per questi,che vorrebbero esserci ma non possono, perché temono la reazione e la discriminazione, quella vera e odiosa, degli antifascisti, dei democratici, degli europeisti e dei competenti, di coloro che si sono autoproclamati buoni, che propagandano odio e falsità verso chi non la pensa come loro. Le racconto questo, gentile professore, perché vorrei che sappia che quanto fate nella vostra attiviti politica è motivo di gratitudine nei suoi confronti per me e tanti altri, anche se non si è attivi sui social, anche se non si viene a Roma il prossimo 19 ottobre. Grazie e buon lavoro!

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(...eppure io ve lo avevo detto, e qualcuno sembrava averlo capito! Tra l'altro, non è una questione politica, ma di galateo. Si sa che a tavola non si parla di politica. So benissimo che i secredenti ottimati, i secredenti buoni, i secredenti competenti sono anche dei villan fottuti. Ma non c'è alcuna necessità di scendere sul loro piano! Vorrei introdurvi al raffinato godimento intellettuale che si prova nel dar ragione a un imbecille. L'apostolato non dovete farlo voi: lo faranno le lettere di licenziamento, i tagli degli stipendi, ecc. Tutto quello che qui abbiamo imparato a discernere sotto il nome asettico di svalutazione interna. Per carità, io mi rendo conto... Se uno si affeziona a un pesce rosso, può affezionarsi anche a un neoliberista. Ma salvare gli altri da se stessi è sempre un errore. Prima charitas incipit ab ego, e non si combatte una battaglia prima di averla vinta. Quindi calma. Questo Paese ha una certa propensione alle guerre civili, e voi sapete benissimo, perché ne abbiamo parlato qui, che secondo l'analisi keynesiana le dinamiche oggettive in cui siamo andati ad infilarci conducono fatalmente a un conflitto civile: "it must be war!" Cerchiamo almeno di non metterci del nostro. Abbiamo il vantaggio di sapere che cosa succederà: usiamolo per lasciarne la responsabilità a chi lo ha provocato, invece di prendercela noi. Certo, vedersi discriminare in funzione delle proprie idee è sgradevole, e particolarmente urticante quando chi lo fa si arroga il diritto di sentirsi buono per diritto divino. Me ne rendo conto. Ma il voto è segreto. Approfittatene. Se tutto va come deve, vi verrà restituito un Paese nel quale vi sia possibile pensare quello che avete sempre pensato, come ho raccontato agli amici di Sassuolo:



Lasciamo ai buoni la loro violenza. Se per essere se stessi occorre nascondersi, nascondiamoci. In fondo, anche Epicuro lo consigliava. E poi, c'è un godimento intellettuale più raffinato del dar ragione a un imbecille: è guardare la faccia di un giornalista il giorno dopo le elezioni! Da quando questo blog è partito, quante volte ce lo siamo concesso? Estote ergo prudentes sicut serpentes...)





lunedì 13 gennaio 2020

Goofynomics in dieci post

Nell'ultima settimana mi sono capitate varie occasioni di confrontarmi, anche con colleghi, sul percorso che mi ha portato alla Presidenza della Commissione Finanze e Tesoro del Senato. Il dato per voi (che lo conoscete) sorprendente è che il lavoro fatto qui non lo conosce nessuno, per il semplice motivo che nessuno doveva conoscerlo. C'è voluta molta tenacia, una radicale avversione al tuttosubitismo, una istintiva repulsione verso il disfattismo, per portare avanti comunque un lavoro che sembrava votato all'insuccesso (quanti vostri commenti sono ancora lì a testimoniarlo!) perché si poneva in antitesi a quanto il mio ambiente professionale considerava, contro i suoi stessi principi e l'auctoritas dei suoi esponenti più prestigiosi, come la verità da diffondere al popolo.

Spiegare come e perché ho deciso di seguire la mia strada, senza sapere dove mi avrebbe portato, non è semplice, ma intanto mi viene da farvi una domanda: se voi doveste scegliere dieci post per descrivere il percorso di Goofynomics, quali scegliereste? Do per scontato che tutti scegliate il primo, ma gli altri nove, secondo voi, quali dovrebbero essere?

Si apra il dibattito.

martedì 7 gennaio 2020

Teoria pura del piddinismo

...scusate: uno di voi, qualche tempo fa (si parla di almeno cinque anni) postò qui, o mi segnalò per email, un fantastico articolo, archiviato su SSRN, che quantificava l'impatto della literacy e della numeracy sui bias dei soggetti analizzati. Insomma: l'articolo dava rilevanza quantitativa al fenomeno qui tante volte analizzato euristicamente, secondo cui l'uomo che "sa di sapere", il semicolto, forte dei suoi imparaticci, è più restio ad apprendere concetti nuovi dell'ignorante, che è tabula rasa. Insomma: la "cultura" come corazza, anziché come chiave di lettura del reale. Se chi lo ha fatto è ancora vivo e presente, lo ringrazierei se ci segnalasse nuovamente quel lavoro, perché mi interessava seguirne gli sviluppi. Sono pressoché certo che quel filone di ricerca sarà stato debitamente sottofinanziato, ma intanto sarebbe utile sapere se aveva superato la mitica pirreviù...

lunedì 6 gennaio 2020

Il diavolo dovrebbe essere nei dettagli

Torno brevissimamente (perché nonostante tutto sto anche continuando a fare ricerca, a incidere dischi, ecc., un po' clandestinamente, un po' in affanno, ma non mollo...), torno brevissimamente sull'argomento di ieri. La mia insistenza nell'applicare la legge 234, caduta in totale desuetudine per la parte riguardante i Consigli dell'Unione Europea (cioè, nel mio ambito, l'Ecofin), è stata vista con entusiasmo dai funzionari, lieti che qualcuno valorizzasse il ruolo del Parlamento (un tema sentito soprattutto al Senato per ovvi, renziani motivi), ma anche con un certo scetticismo da alcuni colleghi. L'atteggiamento, che capisco, è: "Ma tanto che te ne frega di far venire il Ministro? Quello viene, spara due o tre fumogeni, tu sai quello che sapevi prima, e non si riesce mai a ottenere un impegno preciso, o un'informazione esaustiva". Un atteggiamento comprensibile, complementare a quello di chi "tanto in Parlamento non potrai combinare nulla perché il Parlamento non conta nulla e solo al Governo potresti avere qualche possibilità di incidere".

Per carità, non nego che ci sia del vero in questo pessimismo. D'altra parte, ce lo siamo detti: la teoria della separazione dei poteri subisce in Italia uno sfalsamento caratteristico, al quale si dovrà prima o poi porre rimedio in qualche modo. A noi hanno raccontato che il Parlamento esercita la funzione legislativa (art. 70 Cost.), che il Presidente del Consiglio mantiene l'unità di indirizzo politico e amministrativo (art. 95 Cost.), e che il Presidente della Repubblica svolge una serie di funzioni di garanzia descritte dagli art. 87 e seguenti. Visto da dentro, diciamo che il potere legislativo ce l'ha il Governo (di fatto, si legifera pressoché esclusivamente per decreto legge, art. 77 Cost., o per decreto legislativo, art. 76 Cost., nel caso di recepimento di norme UE), quello di indirizzo politico tende ad assumerlo la Presidenza della Repubblica (qui un caso che ha suscitato molte polemiche), e al Parlamento viene di fatto ritagliato dal debordamento altrui un ruolo quasi notarile. Non mi interessa polemizzare: qualcuno deve comandare, altrimenti la macchina si fermerebbe. Sarebbe meglio che chi comanda fosse responsabile politicamente per le sue scelte: i funzionari non lo sono, come non lo sono altre istituzioni. Ma il Parlamento non deve piangersi addosso: deve riprendere a esercitare le sue prerogative, ad applicare le leggi (come la 234). Il clamore suscitato dall'affaire MES dimostra che pur nel ruolo di sorveglianza (più che di iniziativa o di indirizzo) che gli è rimasto, comunque il Parlamento può fare molto, se non rinuncia alle sue prerogative e se applica le leggi.

D'altra parte, fermo restando che è opportuno non far sapere al nemico deve siamo, è spassosissimo certe volte vedere dove è lui.

Vi faccio un esempio, tratto dall'ultima audizione in Commissione:


Al minuto 1:24:45 faccio osservare al ministro che alla DG ECFIN della Commissione Europea, la direzione forse più rilevante in quel progetto ancora prevalentemente economico, è stato posto un olandese, Marteen Verwey. Risposta: "No...". Quindi né al ministro, né al suo capo segreteria tecnica Federico Giammusso, né al direttore del Dipartimento delle Finanze, professoressa Fabrizia Lapecorella, né al responsabile dell'Ufficio IV "Preparazione dei lavori per il Consiglio dei Ministri finanziari e l'Eurogruppo" della Direzione III "Rapporti finanziari internazionali" del Dipartimento del Tesoro, Luigi Di Santo, né, infine, al capo della Direzione IV "Sistema Bancario e Finanziario e Affari Legali" del Dipartimento del Tesoro, Stefano Cappiello, era giunta il 19 una notizia che a me era giunta il 18, e che non è banale per il mio lavoro, ma soprattutto per il loro! Un olandese in quella posizione significa, come commentava sardonicamente la mia fonte, mettere una pietra tombale su armonizzazione fiscale da un lato e bilancio dell'Eurozona dall'altro (per motivi che a voi non devo spiegare: a loro forse sì, ma lo farò a tempo e luogo). Eppure, sarebbe bastato guardare i siti, cosa che improvvidamente il Ministro ci ha rimproverato di non fare (e Nemesi è sempre in agguato), o anche, semplicemente, avere degli amici a Bruxelles e parlarci. Perché, come mi spiegava dopo l'audizione un nostro funzionario, un po' stupito che io dall'opposizione ne sapessi più di loro al Governo (ma ci sarà pure un qualche motivo se sono finito dove sono finito, no!? O vogliamo continuare a credere che la colpa è degli elettori straccioni e fasheestee che hanno eletto un populista squinternato?), il punto era che la nomina era passata da Gentiloni, ma non ancora formalizzata. Ma allora l'inquietante domanda diventa: con Gentiloni si parlano? Perché se io a Bruxelles ho tanti uccellini che cinguettano al mio orecchio, com'è possibile che uno che lì ci ha vissuto si perda un "dettaglio" simile?

Ecco: questo è un banale esempio di cosa significhi gestire male il rapporto con l'Unione Europea: non avere qualcuno che ti informi di simili snodi non banali! Perché se pure ci sarebbe da chiedersi quanto abbia fatto per il bene del Paese il precedente Direttore Generale, molto ideologizzato, qualche dubbio che un olandese possa fare di peggio (sono pur sempre questa roba qua) e che quindi la strategia negoziale debba prenderne atto ovviamente viene.

O no?

Ai tanti scemi che "volete cambiare l'Europa dall'interno gne gne gne" segnalo, umilmente, che a noi questa roba qui non piace, ma riteniamo che l'interesse del Paese sia meno danneggiato da persone cui quella roba non piace, ma sanno che cosa sta succedendo, piuttosto che da persone cui invece piace tantissimo, ma non sanno che cosa sta succedendo.

Tutto qui!

E ora, buon divertimento con l'audizione del Ministro. Personalmente la trovo piena di dettagli affascinanti. Vediamo quanto riuscite a individuarne voi...



(...suggerimento: tenete presente il piccolo esercizio di proporzioni che vi ho proposto in fondo al post precedente...)

domenica 5 gennaio 2020

Il metodo MES

Ginevra Cerrina Feroni, costituzionalista a voi nota, si è fatta venire qualche dubbio sul Dubbio a proposito di quanto il Governo abbia rispettato le prerogative delle Camere, così come stabilite dalla L. 234/2012 ("Norme generali sulla partecipazione dell'Italia alla formazione e all'attuazione della normativa e delle politiche dell'Unione europea") durante l'affaire MES (che non è ancora concluso), e più in generale di come queste prerogative possano essere esercitate e tutelate.

La risposta breve alla domanda su come tutelarle è ovvia (e altrettanto ovviamente nota a Cerrina Feroni): col voto di fiducia.

Infatti, è così che sono andate le cose, come vi ho spiegato, con gli esiti, perfettamente legittimi, che state sperimentando (il periclitante governo Pinocchio). In altri termini, una violazione di questa legge pone un problema politico, o se volete, di converso, mancando strumenti che garantiscano una "effettiva giustiziabilità" della legge 234, cioè mancando un Tribunale cui adire nel caso di violazione, "molto è legato alla forza politica del Parlamento nel far valere il rispetto, sostanziale e non meramente procedurale, degli obblighi di informazione" (sempre nelle parole di Cerrina Feroni). La sanzione può venire solo dal Parlamento, ed è la sfiducia, ma come per tutte le pene non sempre l'implicita funzione rieducativa va a buon fine, e come sempre prevenire sarebbe meglio che curare!

Fatta questa considerazione generale, penso sia utile aggiungere agli spunti offerti da Cerrina Feroni e da Alessandro Mangia sul Sussidiario qualche precisazione e qualche riflessione tratta dalla pratica parlamentare e del dibattito.

Intanto, il Trattato sul MES è decisamente un accordo (intergovernativo) in materia monetaria e finanziaria. Come tale, non ricade nell'ambito dell'art. 4 della L. 234/2012, rubricato "Consultazione e informazione del Parlamento", ma in quello dell'art. 5 della stessa legge, rubricato appunto "Consultazione delle Camere su accordi in materia finanziaria o monetaria".

Cambia qualcosa? Direi di sì.

Va ricordato che l'art. 5 venne aggiunto durante la discussione in Senato (relatrice la collega Boldi, ora deportata alla Camera bassa) del testo approvato in prima lettura alla Camera. In effetti, la discussione in Commissione partì da due testi, l'AS (che non significa Associazione Sportiva ma Atto Senato) 2646 (Buttiglione e altri) e l'AS 2254 (Marinaro e altri). Il 2646 era la versione approvata in prima lettura dalla Camera (Buttiglione era deputato), che trovate qui, e in cui l'articolo 5 manca (nel senso che si occupa di altro). Durante la discussione in Commissione la relatrice assorbi nel 2646 il testo del 2254, che trovate qui, e dove altresì manca un trattamento specifico degli accordi in materia finanziaria o monetaria. Fatto sta che alla fine della trattazione nel testo approvato apparve l'articolo 5 come oggi lo conosciamo.

Voci di Palazzo (non ho sentito sul punto la collega Boldi, se vi interessa chiederò) dicono che questa aggiunta fosse stata fortemente voluta dal PD, proprio ad esito di un certo scontento per il modo opaco in cui il negoziato sul MES era stato condotto. L'aver dovuto sganciare i famosi 14,3 miliardi sull'unghia non aveva suscitato un unanime entusiasmo, e per quanto convincenti potessero essere in certi ambienti i richiami retorici a quell'ossimoro che è il patriottismo europeo, alcuni funzionari mi dicono che proprio la Marinaro abbia lavorato perché venisse inserito l'articolo 5, il cui nome era mai più (cioè: mai più ci faremo dare una fregatura simile).

In virtù di un certo bruciore causato dai succitati 14,3 miliardi, il dispositivo dell'art. 5 è piuttosto esplicito: "Il Governo informa tempestivamente le Camere di ogni iniziativa volta alla conclusione di accordi tra gli Stati membri dell'Unione europea che prevedano l'introduzione o il rafforzamento di regole in materia finanziaria o monetaria...".

Possiamo così accantonare una delle obiezioni con cui Cerrina Feroni, facendo l'avvocato del diavolo (cioè l'avvocato dell'avvocato del popolo), circoscrive le responsabilità del Governo, ovvero il fatto che "l’art. 4 della legge 234 del 2012 non copre eventuali negoziati informali che il governo tiene al di fuori delle riunioni del Consiglio europeo". Certo, questo è vero, ma quando si tratta di soldi vale l'art. 5 (e anche l'articolo quinto, ma questa è un'altra storia), per cui "il Governo informa" su ogni iniziativa volta alla conclusione di accordi. Ogni iniziativa, per me, e per ogni fiorentino, significa anche l'avvio di un qualsiasi negoziato informale. Va da sé inoltre che "informa" non significa "menziona", per cui il lungo fascicolo portato dal presidente Giuseppi in aula non vale un gran che: di menzioni ne sono state fatte tante, ma di informative vere e proprie nessuna.

Le parti meno disoneste intellettualmente della squadra di Governo hanno sostanzialmente ammesso questo vulnus, rinviando a un altro argomento avanzato da Cerrina Feroni per delimitare le responsabilità del Governo, ovvero il fatto che "l’art. 34 del Trattato MES... obbliga i Ministri coinvolti nei lavori dell’organo al segreto professionale". In realtà all'obbligo di segreto professionale sono tenuti tutti quelli che abbiano lavorato col MES a qualsiasi titolo, e quindi anche il membro del Consiglio direttivo che mi oppose questo segreto dopo aver detto di fronte al presidente Conte (l'avatar del Presidente Giuseppi) che avrebbe messo a mia disposizione il testo. Il tema, pertanto, non riguarda solo i ministri, ma ci sono due obiezioni da fare, oltre a quella che correttamente fa Cerrina Feroni (ovvero, che "tale obbligo di segretezza non è, tuttavia, coerente con i principi fondanti il sistema parlamentare di governo").

La prima obiezione è che andrebbe chiarito che cosa si intenda per "segreto professionale". La professione degli organi di governo del MES (Consiglio dei Governatori, Consiglio dei Direttori, Consiglio di amministrazione) è gestire il MES, non normare il MES. Quindi, ho qualche dubbio che una proposta di revisione del Trattato possa essere sottoposta allo stesso segreto cui sono sottoposte decisioni quali, ad esempio, se finanziare o meno, e con quanti milioni, un determinato Stato.

Ma la seconda obiezione credo ci permetta di fare a meno della prima, ed è molto più semplice. L'art. 4, comma 7 della L. 234/2012 infatti stabilisce che:

"Gli obblighi di segreto professionale, i vincoli di inviolabilità degli archivi e i regimi di immunità delle persone non possono in ogni caso pregiudicare le prerogative di informazione e partecipazione del Parlamento, come riconosciute ai sensi del titolo II del Protocollo n. 1 sul ruolo dei parlamenti nazionali nell'Unione europea, allegato al Trattato sull'Unione europea, al Trattato sul funzionamento dell'Unione europea e al Trattato che istituisce la Comunità europea dell'energia atomica, e dell'articolo 13 del Trattato sulla stabilita', sul coordinamento e sulla governance nell'Unione economica e monetaria, ratificato ai sensi della legge 23 luglio 2012, n. 114".

Nota: in ogni caso (cioè anche quando non si parla di soldi, e infatti questo è un comma dell'art. 4).

Sembra proprio che il legislatore conoscesse i suoi polli (cioè che prefigurasse la deriva antiparlamentare che un'Europa intergovernativa necessariamente porta con sé).

Ci sarebbe poi da aprire il discorso di come la Germania, che gli europeisti tanto ammirano, salvo poi preferire le cose all'italiana quando a loro fa più comodo (vedi ad esempio il caso della governance di Banca d'Italia...), abbia gestito il rapporto fra il suo Parlamento e il MES. Per chi non se la ricordi, la storia è qui.

Ma ora ho un amico a cena, e quindi vi lascio con questa riflessione: per come abbiamo visto svolgersi la vicenda, il caso del MES è anche un'applicazione del metodo Juncker. Ricordate?

"Prendiamo una decisione, poi la mettiamo sul tavolo e aspettiamo un po’ per vedere che succede. Se non provoca proteste né rivolte, perché la maggior parte della gente non capisce niente di cosa è stato deciso, andiamo avanti passo dopo passo fino al punto di non ritorno".

Questa volta le proteste ci sono state, e come per magia la trattativa si è riaperta! A mio parere si è riaperta per finta, ma questo è un altro discorso. Il punto è che questa esperienza ha convinto molti di due punti: (i) applicare la legge è sempre utile, oltre che doveroso, e (ii) quando si combatte, in condizioni di inferiorità numerica, un sistema irrazionale, la cosa migliore da fare è seguire le sue regole.

Si apra la discussione (leggete però prima Mangia e Cerrina Feroni)...


(...la cosa importante, se proprio non è possibile andarsene, è arrivare prima. In altre parole, per i lettori più esperti (dichiarazione di Meseberg):MES = (dichiarazione di Scholz):EDIS. Per i meno esperti aggiungo il disegnino: la mia esperienza del dibattito mi dice che sul tema ponderazione del sovrano è già stato raggiunto un accordo di massima, ma non avendo mai avuto un "nostro" ministro dell'Economia non siamo in grado di accertarne il contenuto. Sarò troppo malizioso, nel qual caso mi scuso, ma nel frattempo ho la sensazione che il "loro" ministro ci prenda sostanzialmente in giro, come già il suo predecessore. Ma a questo, di vulnus, rimedieranno i cittadini dell'Emilia-Romagna...)

sabato 4 gennaio 2020

Più Europa! Ma che cosa significa?

(... questo blog è un'opera corale. Quando non ho tempo di contribuire io, potete farlo voi, ed è spesso stato così. Ormai non ho molto tempo neanche per trascrivere i vostri contributi, ma oggi vorrei sottoporvene uno, di Charlie Brown, che come i non turisti del dibattito sanno non sono io, perché lui non è me, e quindi io non sono lui. Il suo breve intervento riprende un tema del quale ci siamo occupati spesso, quello del rapporto fra Europa e democrazia, un tema che ha diversi risvolti, che potremmo per semplicità classificare in interni e esterni. Fra i risvolti interni annoveriamo senz'altro il fatto che il rapporto con le istituzioni europee venga materialmente gestito da persone prive di legittimazione democratica e quindi di responsabilità politica, anche perché, non si sa bene per quale motivo, sembra siano destinate a restare per sempre anonime, in modo tale che se il loro comportamento negoziale causa danni al Paese, nessuno potrà mai chiederne loro conto (ultimi di questa serie, i membri italiani dell'High Level Working Group sull'Unione Bancaria che ha negoziato i dettagli di quella cosa cui il ministro dice di essere contrario, cioè la penalizzazione dei titoli di Stato nei bilanci bancari, perché sarebbe oggettivamente catastrofica per le banche del nostro Paese: avrete notato che in audizione si è rifiutato di dire chi ci stia lavorando, il che, a mio modo di vedere, significa che sono già andati un pezzo avanti...). Di questi risvolti interni abbiamo parlato, ad esempio, qui e qui. Fra i risvolti esterni il più rilevante è senz'altro il deficit di democrazia connaturato al concetto stesso di istituzione sovranazionale, sul quale ci siamo intrattenuti, ad esempio, qui. Oggi Charlie Brown interviene, con rude sintesi, appunto sul tema dei risvolti esterni. Buona lettura...)


Il cosiddetto progetto europeo  si è sempre basato sulla assuefazione progressiva.

È il metodo Monnet, alias metodo della rana bollita (o della piscina).

Ora però, come Fra Iacopone, siamo giunti al paragone. Dopo molti decenni la rana è stracotta, ma  quel metodo si è scontrato con la dura realtà fattuale di storie, culture, assetti politici e strutture economiche molto diversi.

Il nuovo mantra è pertanto “serve più Europa”, cioè a dire “serve una piena unione politica”.

È lapalissiano. Solo con una vera unione politica si può avere una vera unione fiscale (“no taxation without representation”), e quindi una funzionante e stabile unione monetaria e doganale. L’unione politica è condizione necessaria (anche se non sufficiente) per la sopravvivenza dell’Eurozona e del “progetto europeo”.

Fin qui tutti d’accordo; europeisti  e sovranisti: un quarto d’ora prima di morire si è in vita. E anche:


Ma cosa implica esattamente una piena unione politica?

Almeno tre  cose:

1) una radicale riscrittura  costituzionale in tutti gli stati aderenti, con piena cessione di sovranità ad un nuovo soggetto  che rappresenti democraticamente tutti i popoli coinvolti nel “progetto”;

2) una normativa europea, primaria e secondaria, non basata su trattati (e men che meno su accordi intergovernativi) ma sull’attività diretta di un unico legislatore europeo democraticamente eletto.

Fermiamoci qui. Il punto (1) richiede una verifica di legalità costituzionale in ogni stato interessato (a cominciare dalla Germania, paese egemone  retto da una rigida “legge fondamentale”). 

Il punto (2) richiede una piattaforma legale e costituzionale comune.

Ambedue i punti richiedono una verifica preliminare della loro pratica fattibilità. In ogni caso sono obiettivi  che richiederebbero almeno 30-50 anni di sforzo  continuo ed assiduo per avere una minima chance di riuscita. Poi c'è il terzo punto:

(3) serve poi un referendum popolare  in ogni stato coinvolto. Un referendum che non chieda di votare documenti sterminati ed incomprensibili come l’abortita “costituzione europea” ma che invece  ponga la semplice e diretta domanda “vuoi una piena unione politica con i seguenti Paesi? ”.

Il punto (3) richiede chiare regole, tra le quali: (i)  soglie di maggioranza; (ii)  il  divieto di referendum  a catena sino a che il risultato desiderato dai governanti sia raggiunto, (iii) regole per la verifica periodica in itinere visti l’inevitabile lunghezza del processo.  Tali regole fondamentali devono essere uguali in ogni stato coinvolto per assicurare uguale forza del mandato popolare.

Riscontro  che i suddetti temi sono del tutto assenti dalla narrativa e dai progetti degli europeisti, con il risultato che l’Europa continentale tira a campare di giorno in giorno, di crisi in crisi, inseguendo un obiettivo immaginifico e rendendosi sempre più vulnerabile.



(... si apra la discussione fra i vari costituzionalisti di turno. A proposito, sto sempre aspettando che gli epistemologi di turno intervengano sui contributi citati nel post precedente. Io due o tre cosette da far notare ce le avrei, in tema di metodo...)

(...per gli addetti ai lavori: il nostro amico constata il fallimento del metodo comunitario, sancito ad esempio da dinamiche come quelle del negoziato sul MES. Se i Trattati importanti vengono gestiti in ottica intergovernativa, l'Unione Europea a che cosa ci serve? L'ho chiesto in aula e nessuno mi ha risposto....)

venerdì 3 gennaio 2020

Ci sono.

...scusate: per una somma di motivi sto rileggendo alcuni post precedenti. Sono capitato su questo, e volevo solo ricordare a chi si sente solo che non lo è: io ci sono, noi ci siamo, e siamo sempre di più. Io so che voi ci siete, e da questo traggo la mia forza. Voi dovete sapere che io ci sono, che non sono solo (non solo perché ho voi, ma anche perché ho scelto di entrare in una squadra) e che se non mi vedete non dovete preoccuparvi. Voi no.

Per il resto, vale quello che ci siamo sempre detti: l'importante è desistere, e grazie!



(...i QED si accavallano, ma non ho tempo di commentarli. I più esperti lo faranno da sé. Intanto, segnalo agli interessati che dopo il paper del semiologo Acquarelli (2018) "Goofynomics: tra economia, politica, e gestione del senso dell'imminenza" - paper datato, non per colpa dell'autore ma di una certa viscosità del processo di peer review, la nostra community è oggetto di un altro lavoro peer-reviewed, questa volta ad opera del politologo (se è tale, perché non si capisce bene) Brandmayr (2019) "Public Epistemologies and Intellectual Interventions in Contemporary Italy", pubblicato sull'International Journal of Politics, Culture and Society, che è una rivista scientifica recensita su Scopus, senza impact e non di classe A. L'autore è a due gradi di separazione dal nostro caro amico Awanagana, il nodo intermedio essendo tal Federico D'Onofrio, autore di questo post e del suo seguito (che non ho mai avuto agio di commentare, posto che sia utile). La lettura del Brandmayr è più estesa di quella dell'Acquarelli, anche se l'impostazione del suo paper vi farà fremere, e se temo gli sfugga qualche dettaglio. Ma "network comprendere è tutto perdonare", come diceva la principessa Maria. Vale comunque la pena di spenderci qualche minuto per capire come ragiona certa gente, e come pensa di (b)analizzare quanto sta succedendo in Italia fondamentalmente grazie a voi, cioè a noi. Buona lettura e buon divertimento!...)