giovedì 5 settembre 2024

Il sorpasso (a futura memoria)

Bonjour!

Riprendo e applico un'osservazione del post precedente ("la bussola che ci ha condotto fino a qui, cioè fino al punto in cui la Germania ha segato il ramo su cui è seduta (come prefigurato nel 2011 sul manifesto), può essere usata per guardare oltre l'orizzonte"), e guardo con voi oltre l'orizzonte:

"Secondo me in cinque-sei anni la Francia ci supera" (al minuto 17:06, il tema era il debito pubblico).

Il verbale del Dibattito è questo blog, non i parterre televisivi, e nemmeno le auguste aule parlamentari: ci tenevo quindi a mettere a verbale questa affermazione fatta in una sede autorevole, ma non formale. L'affermazione, che ribadisco, è questa: nell'arco di poco più di un lustro il rapporto debito pubblico/Pil della Francia potrebbe superare il nostro.

Spendo due parole (in realtà le avevo già spese: ma adeguiamoci per un istante al modello "giorno della marmotta" caro al collega Borghi - che quando parla o suggerisce qualcosa lo fa a ragion veduta!), spendo due parole, dicevo, per chiarire perché questo non è un guess, ma un educated guess, per chiarire cioè quali teorie e quali evidenze empiriche pongo a supporto di questa mia congettura. Lo faccio non solo a edificazione vostra, ma anche a tutela mia. Del doman non v'è certezza: ogni congettura ha un margine di errore, e affinché l'errore sia fecondo, aiuti cioè a migliorare il modello analitico sottostante, occorre che questo modello sia esplicitato, così da mettere in evidenza quale rotellina dell'ingranaggio logico si è (eventualmente) inceppata.

Il primo elemento ve lo ripropongo qua: se osserviamo la dinamica del debito pubblico nominale (il numeratore del rapporto debito pubblico/Pil) constatiamo come essa in Francia sia stata molto più sostenuta che in Italia e Germania, subendo una ulteriore accelerazione post-Covid:


Fatto 100 il debito nel 2000, quello italiano e tedesco nel 2022 erano raddoppiati, quello francese più che triplicato (350). In questo grafico non consideravo il 2023 perché quei dati a febbraio non erano ancora consolidati quindi l'Eurostat non li riportava (sotto vi fornisco un aggiornamento).

Abbiamo poi visto che l'incremento del rapporto debito pubblico/Pil in Italia è dovuto interamente all'effetto denominatore: la ridotta crescita del Pil nominale. Se si ipotizza che dal 2009 in poi la crescita italiana fosse proceduta al tasso medio realizzato fra 2000 e 2008 oggi avremmo infatti un rapporto debito/Pil inferiore a quello del 2008:


Purtroppissimo (per loro) in Francia le cose non stanno così:


Nello scenario controfattuale, immaginando cioè che la Francia avesse mantenuto dal 2009 in poi lo stesso tasso di crescita del Pil nominale realizzato dal 2000 al 2008, il rapporto debito pubblico/Pil sarebbe oggi comunque consistentemente più alto di quello del 2008 (86% invece di 68%).

Quindi in Francia l'effetto "numeratore" (cioè la crescita del debito pubblico nominale, molto più rapida che da noi) spiega una parte significativa, se pure non preponderante, dell'incremento del rapporto debito pubblico/Pil del Paese dopo il 2008: 17 punti percentuali di Pil su 42 complessivi. Questo evidenzia una fragilità strutturale della finanza pubblica francese, da noi più volte constatata sulla base di considerazioni inoppugnabili, a partire dal numero di violazioni della regola del tre per cento (17 in Francia contro 11 in Italia), di cui parlammo qui:


Ciononpertanto, le previsioni dei previsori, quelli che nel caso della Brexit tante soddisfazioni ci hanno dato (toppando sempre) sono comunque favorevoli alla Francia.

A ottobre 2023 il Fmi la vedeva in questo modo:


con un rapporto debito pubblico/Pil italiano superiore di 29 punti a quello francese nel 2028, ad aprile 2024 la vedeva così:


con uno scarto di addirittura 30 punti al 2029 a causa di un innalzamento del rapporto italiano superiore a quello francese (che a ottobre 2023 veniva invece dato per stabile).

Può anche darsi che le cose vadano così (nel qual caso avrei platealmente sbagliato), ma intanto aggiungiamo un'altra informazione: che cosa succederebbe se il rapporto debito pubblico/Pil dei due Paesi si comportasse da qui in avanti come durante il periodo di sospensione delle regole (2020-2023)? Succederebbe questo:


cioè, appunto, nel 2029 (fra cinque anni) saremmo tornati sotto la Francia (102% invece di 103%).

Intendiamoci bene! Questo controfattuale non ha alcun significato se non, forse, quello di darci un ordine di grandezza molto approssimativo di quale sia il "costo delle regole" per un'economia come la nostra, un'economia che è stata massacrata dal taglio degli investimenti pubblici voluto da Bruxelles e perpetrato da Monti, come abbiamo dettagliato qui:


(anche in Francia, che partiva da un volume più alto di investimenti pubblici, c'è stato un taglio, ma di entità proporzionalmente minore e sostanzialmente recuperato a fine 2022).

Non mi aspetto quindi che le cose vadano in quel modo. Quello che mi aspetto, invece, è che le cose vadano in Francia peggio di come il Fmi le vede, e direi anche lievemente peggio di come andarono con Hollande (dal 2012 al 2017 il rapporto debito/Pil aumentò in Francia di circa otto punti), e simmetricamente che in Italia vadano meglio di come il Fmi le vede, e direi anche lievemente meglio di come andarono prima della crisi finanziaria globale (dal 1995 al 2000 il rapporto debito/Pil italiano calò di 10 punti). Un recupero del genere colmerebbe in cinque anni 18 dei 26 punti di distacco che davamo alla Francia nel 2023. Non sarebbe un sorpasso da parte della Francia, ma ci andrebbe vicino, e attenzione: ci sono due elementi di rischio politico che vanno inseriti in questo ragionamento: uno favorevole all'ipotesi del sorpasso, uno di lettura più incerta.

Il primo è quello su cui attiro la vostra attenzione da ormai dodici anni: la Francia è (perennemente) a un bivio che gli accorti previsori del Fmi caparbiamente si ostinano a non voler prendere in considerazione! Ricordate l'esaltazione dei piddini domestici e 'ndernescional per la vittoria di Hollande? Qui ce ne facemmo beffe (in uno dei post essenziali del blog), i fatti ci diedero quasi subito ragione. La popolarità di Hollande crollò immediatamente a picco, come, ma molto più, quella di tutti i presidenti eletti da quando il mandato è quinquennale, cioè dal 2000, cioè più o meno da quando la Francia è nell'euro, cioè da quando anche un Presidente francese non può fare per i francesi molto più di quanto un Primo ministro italiano possa fare per gli italiani:


(fonte: interessante leggere le loro considerazioni sull'"effetto quinquennio" alla luce di quello che noi sappiamo dell'effetto euro). Ne avevamo parlato fra l'altro qui, a proposito del consenso di cui sembrava godere Conte dopo lo scoppio della pandemia, e che altro non era che un fisiologico effetto di ricerca di rassicurazione da parte dell'elettorato, come quello sperimentato da Hollande nei due casi Charlie Hebdo e Bataclan (visibili nel grafico).

Col senno di poi, però, possiamo apprezzare anche un'altra sfumatura di questo fallimento annunciato (annunciato all'epoca solo da noi, ma comunque annunciato)! I previsori, all'epoca, si aspettavano che il nuovo governo francese avrebbe risanato i conti pubblici. Per darvi un'idea, qui confrontiamo con la realtà le previsioni Fmi dell'autunno 2011 (prima dell'elezione di Hollande):


(nel 2016 il rapporto debito pubblico/Pil fu superiore di dieci punti a quello che il Fmi si aspettava nel 2011), e qui quelle dell'autunno 2012 (dopo l'elezione di Hollande):


(alla fine del quinquennio, nel 2017, prevedevano quasi dodici punti di rapporto debito pubblico/Pil in meno di quelli che poi Hollande realizzò, tenendosi ben al disopra delle previsioni).

Ora, prima di andare sul politico vi faccio una sottolineatura tecnica: un errore attorno al 10% in uno scenario di previsione macroeconomica a cinque anni potrebbe anche essere tranquillamente compatibile con l'incertezza del modello. Le previsioni, in effetti, andrebbero sempre formulate come intervalli e accompagnate da un valore di probabilità. Dire: "nel 2017 il rapporto debito pubblico/Pil sarà 86%" non è come dire "nel 2017 il rapporto debito pubblico/Pil si situerà fra 80% e 92% con una probabilità del 95%" (metto cifre a caso: per metterle giuste dovrei avere lo scarto quadratico medio delle previsioni del modello del Fmi, se esiste e se è usato in modo neutro e trasparente, cioè senza interventi "redazionali", per effettuare queste previsioni). Fatto sta che le previsioni intervallari non interessano a nessuno, i politici capiscono solo quelle puntuali, e quindi i previsori forniscono quelle puntuali, pensando che tanto i politici hanno memoria corta, e le loro castronerie verranno dimenticate.

E in effetti tutti le dimenticano, tranne uno: io.

Questa sottolineatura vale a evidenziare che l'ordine di grandezza dell'errore potrebbe anche essere scusabile, ma la sua sistematicità un po' di meno! Era evidente il tentativo del Fmi di alimentare aspettative positive su un governo "amico" (l'antagonista essendo l'antieuropea Marine Le Pen), a dispetto di una semplice considerazione di ordine politico: per non infiammare la polveriera sociale delle banlieues, Hollande non aveva che una possibilità, quella di spendere. Altro che rientro del debito! Questo era prevedibile, i risultati li vedete, e i problemi sono ancora tutti lì, ma amplificati: c'è più debito pubblico, ma c'è anche più debito estero, ma c'è anche meno crescita economica (perché la Germania non tira giù solo noi: tira giù anche i francesi, considerando che le esportazioni verso la Germania contano per il 12,7% delle nostre, ma contano anche per l'11,7% di quelle francesi!), ma c'è, anche e soprattutto, molta più tensione sociopolitica, come evidenziato dal risultato delle elezioni, dalla difficoltà di formare un Governo, dai continui, incresciosi fatti di cronaca.

Aggiungo che l'esperienza italiana ha una lezione importante per quella francese. Anche la Francia, infatti, ora ha un rapporto debito/Pil superiore al 100%. Questo significa che per la Francia c'è una cosa peggiore del non riuscire a fare austerità onde evitare rivolte di piazza, ed è riuscire a farla! Nel primo caso, infatti, avremmo uno scenario Hollande, e quindi, per capirci, le previsioni a cinque anni andrebbero tirate su di almeno una dozzina di punti, ma nel secondo caso, ove mai veramente la Francia decidesse di suicidarsi seguendo leRegoleTM, il potenziale upside della previsione è analogo a quello che si ebbe qui da noi con Monti, e sapete quanto fu? Questo:


(quasi 14 punti percentuali in cinque anni, ma con un decorso iniziale molto più rapido). Se il problema è "battere" la previsione Fmi, diciamo che siamo in una posizione win-win: al competitor andrà male rispetto alle previsioni se non fa austerità, e peggio se la fa.

In questo quadro, invece, noi dobbiamo (e politicamente possiamo) solo stare fermi, e mandare gli altri a schiantarsi: esattamente come le previsioni francesi sono imbellettate dagli amici del Fmi, le nostre sono imbruttite, ma i fatti hanno la testa dura.

Resta il secondo elemento di incertezza, quello che invece potrebbe giocare a nostro sfavore, nelle condizioni attuali, e che comunque rende un po' futili (per quanto servano a fissare le idee) esercizi come quello compiuto in questo post. Prima o poi una crisi finanziaria arriverà, temo. Non mi metto qui e ora a ricordarne e analizzarne gli indicatori, non posso dedicarvi un'intera giornata e già metà è andata dispersa, ma sarei molto, molto, molto sorpreso se nell'arco dei prossimi cinque anni non arrivasse una schicchera come quella del 2001 o del 2007. I presupposti ci sono: tanta liquidità immessa nel mercato, e indirizzi di politica industriale sorretti da un boderoso (cit.) ottimismo della volontà! Lu grìn potrebbe essere il nuovo dot-com, per dire, ma non mi interessa qui entrare nella granularità delle cause. Per quanto gli autorevoli banchieri centrali si sciacquino la bocca con le macroprudential policies, la regulation, ecc., il primo e più caratteristico segno di un idiota è quello di pensare di essere nel 2024 più furbo di tutti quelli che lo hanno preceduto nei lunghi millenni decorsi da quando qualcuno (Gurz, come ricorderete) decise di comprare qualcosa a credito! Questo libro è un gigantesco monumento alla stupidità umana, una forza che potrebbe lottare a nostro favore, come a nostro sfavore.

Qui si aprono vari dilemmi, che non esploriamo tutti.

Nonostante che noi si sia ancora il Paese messo peggio rispetto all'indicatore fuorviante che i mercati osservano maniacalmente (il debito pubblico), lo scoppio di un casino generale (traduzione di global financial crisis) oggi, con il Paese creditore netto verso l'estero e in surplus di bilancia dei pagamenti, con un Governo tutto sommato stabile (a parte i noti fatti di cronaca), difficilmente potrebbe portare a un'aggressione come quella del 2011, anche perché attaccando noi è chiaro oggi più che mai che rischierebbero di venir giù anche loro. Quindi si potrebbe andare verso uno scenario general escape clause (formale o informale), e comunque verso un atteggiamento accomodante delle banche centrali. Scenari che tutto sommato ci favoriscono, come in parte abbiamo documentato sopra. Se così non fosse, salterebbe tutto per aria, ma alla fine siamo sicuri che questo scenario (che abbiamo analizzato qui) sia il peggiore degli scenari possibili? Dopo aver vissuto la recessione da COVID, quello che sappiamo della recessione da ridenominazione ci sembra ampiamente sopportabile!

Per fortuna la decisione non spetta a noi. La decisione spetta ad altri, e alcuni si sono già chiaramente espressi, giungendo alla conclusione giusta, se pure per un percorso sbagliato!

Quindi calma!

Tornando alla previsione da cui siamo partiti: il mio "secondo me" è dichiaratamente un po' avventuroso, ma molto meno di quanto i benpensanti possano credere, ed è già molto che oggi, a differenza di dodici anni fa, certe cose si possano dire in TV senza suscitare risolini di scherno: in parte è merito nostro, dell'autorevolezza che abbiamo saputo conquistare, e in parte loro, dell'assurdità del sistema che hanno costruito, le cui crepe sono sempre più evidenti.

Au revoir!


(...sintesi: i previsori mandateli a cagare, e aiutateci a tenere sui binari il Paese. Solo questo può sbriciolare i nostri avversari esterni e strozzare nella loro bile i nostri nemici interni. Il resto seguirà...)

martedì 3 settembre 2024

Costi e benefici del teloavevodettismo

Torno lasso e di contraggenio a svolgere l'ingrato ruolo di ecclesiarca: è uno sporco lavoro, ma... siamo proprio sicuri che qualcuno debba farlo?

Una cosa è certa: a me non va più tantissimo, e per lo stesso motivo per cui mi ci sono dedicato toto corde quando mi andava di farlo, non vedo perché dovrei forzarmi ora che non mi va. La vita è troppo breve per viverla di controvoglia, e alla mia età passeggiare per i boschi è attività indubbiamente più salutare dell'incollarsi a un monitor per lavare la testa agli asini.

Già questo basterebbe a spiegare perché la frequenza dei miei interventi si è diradata, ma qualche domanda ulteriore sulle ragioni del mio disamoramento per questo progetto, che ha avuto una sua importanza non solo nella vita politica del Paese:


ma anche nella mia vita personale, me la sono posta, e qualche motivo l'ho trovato, di natura oggettiva e soggettiva.

Il motivo oggettivo è ovvio, il vincolo di tempo, determinato da due elementi: l'opportunità di pensare alla salute (ho rimesso un po' di attività fisica e sto rimettendo un po' di attività musicale nella mia vita), e la necessità di svolgere i miei compiti istituzionali. L'impegno politico, che in questa legislatura sto vivendo anche e soprattutto nel mio collegio, per motivi su cui tornerò qua sotto, assorbe tempo. Non me ne resta quindi per condurre il Dibattito, come non me ne resta per alimentarlo con la mia ricerca, di cui il Dibattito, questo blog, era sostanzialmente uno spin-off. Quello che volevo dire dell'Eurozona l'ho comunque detto in particolare qui, qui, e qui, ce n'è più che abbastanza per sostanziare dal punto di vista scientifico la tesi dell'insostenibilità dell'Eurozona e per mettere a fuoco le aporie politiche dell'Unione Europea. Di questo nella mia attività politica tengo conto, cerco di aiutare gli altri a farlo, senza essere petulante, ovviamente ci sarebbero tanti punti di dettaglio da approfondire, ma il mio contributo sento di averlo dato e la ricerca scientifica non mi manca particolarmente.

Quindi se non sto qui più spesso è oggettivamente perché non posso starci: devo essere altrove.

D'altra parte, nihil difficile volenti: se veramente volessi stare qui, il modo lo troverei, come ho trovato modo di riempire la mia vita di tante cose oltre a questa (i concerti, i paper, i figli, la montagna, ecc.). Vi devo quindi qualche riflessione sul perché, in effetti, non son più tanto vago di stare in vostra compagnia, in questo luogo che ho creato e che vi ha creato come community, fornendovi un bagaglio culturale, dandovi un'arena di confronto, un lessico, un senso di appartenenza...

Vediamone qualcuno, in no particular order.

Intanto, ad aprile avete deciso di rompere il patto, disertando un evento importante. Ne ho preso atto con dignità, come avrete notato, non potendo però eludere una domanda, la domanda fondamentale: ma chi me lo fa fare di sbattermi tanto per persone che evidentemente non lo apprezzano? La risposta la immaginate.

Poi c'è il fatto, in qualche modo complementare, che l'attività politica territoriale mi dà accesso a un pubblico nuovo rispetto a quello che mi sono creato con la divulgazione scientifica, un pubblico che mi mostra apprezzamento, e che comunque mi sollecita su temi nuovi, su cose che mi divertono più del ripetere l'ovvio, cose che a modo loro mi arricchiscono culturalmente, e che comunque fanno parte dei miei doveri istituzionali. Un arricchimento culturale, ve lo concedo, fatto per lo più di acronimi (BIM, CIG, PNIISSI, PNIEC, CER, FSE, SNAI... devo continuare?); un divertimento, lo ammetto, fatto anche di infinite rotture di coglioni, di contatti con persone che mai e poi mai avrei incontrato né voluto incontrare se fossi rimasto nel mondo incantato della mia narrazione, quella che tanto vi affascinava e alla quale loro sarebbero assolutamente impermeabili; un dovere istituzionale del quale molti colleghi fanno allegramente a meno (e in effetti nei ministeri si stupiscono nell'incontrare un parlamentare che si occupa del territorio a un simile livello di consapevole granularità) e che continuamente mi espone al rischio di essere incriminato da quelli che aspirano a essere, e nei fatti sono, i gelosi detentori unici e soli dell'indirizzo politico. Fatto sta che la vita vera è fatta anche di altro: io che conosco e vi ho descritto i principi primi, provo un sottile e divertito compiacimento nello scoprire in quanti infiniti e inesauribili rivoli si declini il primo dei principi primi: Europa = PD = cose che non si nominano a tavola. Mi diverte molto più scoprire la centomillesima cosa ovvia e utile che non si può fare perché c'è l'UE di traverso, e provare a girarle intorno, che non ripetere inutilmente per la centomillesima volta che finché ci sarà l'UE di traverso non si potrà fare nulla (anche perché il ripeterlo non porta a grandi risultati: vedi al capoverso precedente). È più utile far riparare un chilometro di strada che sta franando a valle, è più utile inseguire e sbloccare presso un ministero i fondi per l'adeguamento sismico di una scuola, è più utile far parlare due amministrazioni che hanno deciso entrambe di fare una cosa ma continuano a inciampare l'una sull'altra, o dare all'ennesimo cucciolotto uterino e narcisista l'illusione di aver capito che cosa sia la bilancia dei pagamenti e perché essa domini la nostra esistenza terrena? E anche in questo caso la risposta la immaginate.

Incidentalmente, e mi sovviene in questo momento, ascoltando il suono del silenzio che mi circonda nel luogo in cui mi arrocco durante le mie permanenze in Abruzzo, luogo che fino a pochi giorni fa era villeggiatura di popolazioni particolarmente estroverse (ora resta solo il brontolio del cielo in lontananza e i campanacci delle marchigiane al pascolo fra le case abbandonate dai loro chiassosi inquilini), incidentalmente un altro motivo di disamoramento è che non solo la vita politica ti sottrae tempo, ma ti impedisce, nei brandelli di tempo che ti lascia, di ritrovare quel silenzio interiore da cui solo può scaturire una prosa, o una musica. In questo senso, fra i motivi che mi hanno allontanato dalla scrittura c'è anche quello che mi ha allontanato dalla musica: l'impossibilità, nel frullatore quotidiano, di ritrovare qualche momento di stasi, di vuoto, di silenzio, appunto, da cui far scaturire un qualche logos. Me ne rendo conto mentre torno indietro a rileggere e rendere più (o meno!) scorrevoli certe frasi.

Ma c'è un ulteriore, e forse più decisivo e irrisolvibile, elemento soggettivo del mio scoramento. Il tema lo ha posto un raffinato intellettuale di sinistra, che non a caso era particolarmente caro al nostro Marco Basilisco (principe degli zerovirgolisti frazionisti):


Certo, il teloavevodettismo ha nobili origini, ma è altrettanto incontestabile che esso sia uggioso e iettatorio (basta pensare alla povera Cassandra)!

Questo mi pone davanti a un dilemma di non facile soluzione, né in termini pedagogici, né in termini letterari. Potrei argomentare facilmente (e alcuni di voi, quattro o cinque, possono farlo meglio di me e quotidianamente lo fanno su Twitter) che tutto ciò cui assistiamo in questi giorni (Sharon Verzeni compresa) sia una conseguenza diretta, esplicitata e annunciata, di quanto affermato e prefigurato nei lunghi anni in cui mi andava di scrivere (ma in realtà di quanto chiarito nell'articolo del 24 agosto 2011 sul manifesto e nella mia prima apparizione televisiva del 20 giugno 2012: il resto sono state 2448 - con questa 2449 - variazioni sul tema). Il dilemma che si pone, in termini sostanziali e in termini narrativi, è quindi questo: insistere sul fatto che quanto accade è conseguenza annunciata di fenomeni già analizzati (il "teloavevodettismo"), o riproporre ogni volta ex novo una spiegazione autocontenuta di questi fenomeni? Cassandra, o Il giorno della marmotta? Enfatizzare che, appunto, qui non c'è nulla da aggiungere se non una interminabile serie di QED, o riscoprire ogni giorno l'acqua calda, come mi sembra auspichi Claudio, spiegando l'ovvio ai nuovi avventori, in un conato per certi versi comprensibile, ma per altri insensato, di allargare la base del consenso da zero virgola a zero virgola?

Un dilemma fra due alternative entrambe poco allettanti.

Il "teloavevodettismo" è, indubbiamente, un registro espressivo che questo blog ha fatto consapevolmente proprio, come hanno notato anche i sociologi che se ne sono occupati. Lo attestano i 104 QED: post scritti per attestare che un determinato accadimento (esempio: il fallimento di Hollande) qui era stato previsto perché era prevedibile sulla base di fatti stilizzati o di teorie economiche (esempio: l'analisi dei saldi settoriali). Il vantaggio di questa scelta narrativa è chiaro: per quanto il predittivismo sia lecitamente oggetto di disputa in epistemologia, la capacità di una teoria di anticipare gli eventi resta un elemento ragionevole e comprensibile di valutazione della sua affidabilità intrinseca, e in qualche modo contribuisce alla reputazione di chi, applicando quella teoria, ha tratto per tempo conclusioni che, pur essendo all'epoca contrarie alla communis opinio, si sono poi rivelate corrette alla prova dei fatti. Ma il "teloavevodettismo" può anche suscitare un effetto paradosso: per apprezzare la capacità predittiva di una teoria bisogna essere in grado di comprenderla, cioè di ragionare in termini astratti, facoltà preclusa alla melma piddogrillina che continua a lordare il dibattito social. A questi figli di un'ortografia, di una sociologia, e di un'antropologia minore, il fatto che uno rivendichi la correttezza di certe previsioni appare come l'esternazione estemporanea di un guru squinternato. Certo, di questa feccia possiamo anche non occuparci: se il mio scopo non era convincere voi, figuriamoci convincere loro, considerando anche che sono minoritari! Resta il punto che il "teloavevodettismo" è petulante e letterariamente pone nella spiacevole alternativa fra annoiare chi ha già capito (o crede di aver capito), e stare sui coglioni a chi non ha capito, con l'aggravante che questa, forse, non è nemmeno un'alternativa: il conseguimento simultaneo di questi due obiettivi è infatti a portata di mano, tanto che il primo a rompersi i coglioni sono stato io!

Va da sé che i rimedi ci sono.

Intanto, la bussola che ci ha condotto fino a qui, cioè fino al punto in cui la Germania ha segato il ramo su cui è seduta (come prefigurato nel 2011 sul manifesto), può essere usata per guardare oltre l'orizzonte. Ma vogliamo veramente farlo? Quello che sappiamo è che unioni monetarie che non siano un'area valutaria ottimale non sono sostenibili, e che la loro fine è generalmente decretata da un conflitto. Sappiamo anche (QED!) che l'UE che non voleva spendere per scuole e ospedali vuole spendere per armarsi. Questo ci conduce a una scomoda conclusione, che non vi ho mai nascosto, che certamente non vi sorprende, ma sulla quale mi chiedo se veramente vogliamo esercitarci. E anche qui la risposta la lascio a voi: fra guardare un TG e finirci dentro la differenza è un attimo. Sappiamo che presto dentro lo schermo ci saremo noi: è lì che ci condurrà l'ottuso negazionismo, la pervicace volontà di negare l'evidente fallimento di un progetto che andrebbe (e andrà) solo liquidato. Ma esplicitare questa conseguenza inevitabile che cosa ci dà in cambio, se non lo scherno dei negazionisti, che, non dimentichiamolo, pur essendo minoritari, hanno il controllo manu militari di tutti gli strumenti di distruzione della reputazione altrui (redazioni, social e procure). Meglio che questa resti una consapevolezza circoscritta, e se c'è una cosa che mi ripaga della fatica dedicata a questo progetto è la certezza di aver indotto persone che se lo meritavano a precostituirsi una via di fuga dall'orrore che ci attende.

Certo, nel frattempo le conseguenze pratiche dei principi teorici possono presentare un interesse concreto: i tanti di voi che mi ringraziano per non aver contratto mutui a tasso variabile nel 2020 (quando vi avevo spiegato che l'inflazione era dietro l'angolo, mentre tutti si preoccupavano della deflazione!) sono un buon esempio di quanto intendo dire. Ma questo blog nasce con altre finalità, sostanzialmente frustrate dalla impossibilità di far nascere una coscienza dei problemi reali in una sinistra antifascista in assenza di fascismo, e di convivere coi simmetrici riflessi pavloviani di una destra anticomunista in assenza di comunismo.

D'altra parte, con buona pace di Claudio e col massimo rispetto per la sua saggezza tattica e strategica, non credo sia molto più efficace e certamente è ancor meno divertente ricominciare ex novo il discorso ogni volta, scoprendo nel 2024 le aporie dell'Unione Europea come un Caracciolo qualsiasi! La forza di questo blog, la forza del Dibattito, è stata di essere anticipatore. Cantare in coro coi conformisti di sistema, con chi fino allo stremo ha negazionato non solo l'esistenza di rilevanti criticità di ordine economico (l'unione monetaria), ma l'idea stessa che l'economia potesse offrire chiavi di lettura valide e feconde, sinceramente lo eviterei, non tanto perché non mi va proprio di assimilarmi a questa compagnia di opportunisti ritardatari, quanto perché essi hanno con sé tutti i media di regime, che gli riservano lo spazio di antagonisti "nobili", di rango e di qualità, quando nel loro lavoro non c'è né la qualità, né il rango (credenziali accademiche in alcuni casi sul gianniniano andante), né la nobiltà, che presuppone il coraggio, qualità incompatibile col conformismo.

Non avrebbe quindi particolare senso, sotto nessun profilo, né quello del divertimento, né quello dell'efficacia, abiurare totalmente al "telavevodettismo": ci si ritroverebbe in compagnia di menti deboli assistite da un apparato mediatico forte, con l'ulteriore svantaggio tattico di essere derubricati a voce poco credibile perché partitica. Il fatto che l'articolo genetico sia stato pubblicato sul "manifesto", invece, mette in difficoltà chi lo constata.

Come sempre, quindi, con buona pace della desinenza in "etta", la soluzione sta, o meglio starebbe, in un compromesso, ma questo compromesso è faticoso e dispendioso in termini di tempo, e così la voglia, inevitabilmente, inesorabilmente, passa. Meglio cercare di evitare che una provinciale se ne cali a valle (i simpatici sindaci e amministratori locali non lo sanno, ahiloro!, che quanto dico inevitabilmente accade - qui un esempio - ma impareranno a darmi retta).

Concludo con un'informazione di servizio (volevo parlarvi di altro, ma tant'è): il convegno annuale comunque si farà, nel weekend del 26-27 ottobre (e già qui ci sarebbe molto da dire, o anzi niente, perché il fatto che alcuni di voi stiano pittimando lo staff per avere un'informazione che è pubblicata da tempo dove deve essere pubblicata dice tutto).

Sarà un'edizione nazionale, non internazionale, per due ordini di motivi: intanto, perché per quanto possa essere prestigiosa la loro presenza, forse anche no di buttare soldi per viaggi e traduzione simultanea di ospiti internazionali che nel migliore dei casi dicono un po' peggio e un po' dopo quello che noi abbiamo detto meglio e prima. Per carità: la loro presenza  agli occhi degli stolti accresce il prestigio delle nostre iniziative. Ma a noi basta la coscienza di quello che siamo e abbiamo capito per tempo. L'altro motivo è semplice: dopo la rottura del patto, al convegno potreste essere in 400, come lo scorso anno e come dieci anni fa, come 100, come 600. Non ne ho idea. Il mio scenario è 100, quello dell'ultimo incontro, e su uno scenario 100 non si raggiunge il break even per una traduzione simultanea decente, quindi vi attaccate.

Sarà al Serena Majestic, come è é stato in tutti gli anni, tranne che nell'ultimo. Sarà anche l'ultima edizione, in tutta probabilità, perché sinceramente di assumermi da solo il carico di tutta questa sbatta ne ho anche le tasche piene. L'anno prossimo se vorrete farete voi: metteremo così alla prova le magnifiche sorti e progressive del "movimento dal basso", il movimento intestinale sul quale tanti fini politologi si sono esercitati nei commenti a questo blog.

Quest'anno avremo con noi Carlo Galli, Savino Balzano, Vladimiro Giacché, Carlo Magnani, Gianandrea Gaiani, e altri, per una riflessione sull'Europa: l'Europa può farcela?

E anche qui, che barba, che noia...

La risposta è dentro di noi ed è giusta: tralasciando una rumorosa minoranza di imbecilli vulnerabili alla pacchiana propaganda di regime, la maggioranza silenziosa delle persone senzienti ha ormai chiaro che in Inferno nulla est raedemptio. Il problema si sposta su un altro piano: quello di influenzare i colleghi convinti che nelle sterminate praterie del centro pascoli il 50% di astenuti. Noi sappiamo che quel tipo di animale alligna sulle alture, non nella Palude, sulla Montagna. Ma è difficile, per un politico che ritiene di doversi sottoporre al giudizio degli operatori informativi (cioè, sostanzialmente, per tutti), sottrarsi alle lusinghe della Weltanschauung che gli operatori informativi impongono. Uscire dal frame, ahimè, si sa, è anche uscire dall'occhio della telecamera. E questo per molti è un grande sacrificio (non per chi non ha avuto bisogno di un ruolo per attirare su di sé l'attenzione).

L'anno prossimo vedremo. Io un'idea ce l'avrei, e una decina di voi credo la immagini: sì, andremo lì...

E per oggi è tutto: ora mi aspetta Zapping (altra cosa che faccio di malavoglia, ma quel lavoro, ahimè, sono certo che qualcuno debba farlo...).

mercoledì 28 agosto 2024

"Vestiva i colli"


Il concerto di mercoledì prossimo, cui voi parteciperete numerosi (non eravate voi a chiederlo?), documenta uno snodo fondamentale nella storia della musica occidentale, cioè nella storia della musica: l'emancipazione della musica strumentale da quella vocale.

Fino a tutto il sedicesimo secolo il canone della musica "alta", ma non solo di quella, il suo culmine espressivo ed estetico, corrispondeva alla musica vocale polifonica (con Palestrina, per semplicità, come punto di arrivo di un percorso che nasceva almeno tre secoli prima e che si era dipanato per l'Europa seguendo a grandi linee la principale fonte di ispirazione dei musicisti, che non è Euterpe ma il denaro: quindi polifonia inglese, francese, fiamminga, veneziana, e infine romana, seguendo le alterne vicende della politica europea, dettate ora come allora dagli interessi finanziari).

Era vocale (e polifonica) anche certa musica relativamente "bassa" (come le frottole o le laudi), e tanto per capirci il carattere "alto" (colto, aristocratico) o "basso" (leggero, popolare) non dipendeva dal contenuto "sacro" o "profano", ma dalla ricerca espressiva e quindi dalla difficoltà tecnica del testo musicale. Nel '500 la musica "alta" era fuori dalla portata dei dilettanti, non fosse che per le difficoltà di lettura della notazione mensurale, e per la complessità dell'intreccio delle parti (che spesso veniva programmaticamente perseguita creando dei veri e propri rompicapo, come i cervellotici canoni mensurali). D'altra parte le laudi, cui abbiamo dedicato un disco, sono sostanzialmente dei jingle pubblicitari (per un prodotto particolarmente impegnativo: Nostro Signore).

Era conseguentemente polifonica, e in qualche modo strutturalmente subalterna alla musica vocale, anche la musica strumentale. Nel Rinascimento, e fino a tutto il Cinquecento, gli strumenti monodici (quelli che possono suonare una nota alla volta, per capirci) erano concepiti in "cori" o consort: per ogni tipo di strumento (flauto, viola, cromorno, dulciana, trombone, cornetto, ecc.) esistevano il soprano, il contralto, il tenore e il basso (oltre, in certi casi, al sopranino o al contrabbasso), e la musica strumentale era polifonica, scritta per "cori" di strumenti.

Con un esempio si capisce meglio:


e naturalmente se poteva farlo un coro (consort) di flauti poteva farlo anche un coro (consort) di viole:

ma anche uno strumento polifonico da solo:


Sono tre esecuzioni credibili, perché la scrittura strumentale, fino a tutto il Cinquecento, ancora non era idiomatica, non parlava, cioè, la lingua di un particolare strumento, non ne sfruttava le caratteristiche, ma era sostanzialmente fungibile.

Il protagonista del concerto di oggi sarà il basso del "coro" dei violini, ma di questo vi parlerà il violoncellista neoborbonico caro ai lettori storici del blog.

In effetti, all'epoca qualsiasi strumento soprano (o alto, o tenore o basso) poteva suonare una parte di soprano (o, rispettivamente, di alto, tenore, o basso) in un "coro" strumentale, tant'è che i musicisti più che negli strumenti si specializzavano nei registri (cioè: il suonatore di soprani sapeva suonare tutti gli strumenti soprani) e perfino la musica per tastiera veniva scritta in partitura a quattro voci, come fosse musica corale, e come Bach, due secoli dopo, volle fare nel suo supremo manifesto estetico:


Una deliberata rivendicazione di inattualità, com'è testimoniato dal fatto che (proprio come due secoli prima) lo stesso brano poteva essere credibilmente affidato a uno strumento polifonico:

e che questa operazione veniva fatta da chi aveva spinto all'estremo (per l'epoca) le caratteristiche idiomatiche degli strumenti disponibili. Per esempio, immaginate di fare questo preludio con un coro di flauti:


Non dico che sia impossibile, ma renderlo credibile sarebbe molto molto difficile. La scrittura di Bach, quindi, era idiomatica per clavicembalo, ma quando lo voleva lui. La totale emancipazione del linguaggio strumentale da quello vocale sarebbe arrivata col Romanticismo. Questo:


ha senso solo ed esclusivamente sul pianoforte, come questo:


ha senso solo sul violino, ed è difficile immaginare di affidare questa o altra musica strumentale romantica a un coro, nonostante che ogni tanto qualcuno ci si diverta:


Ma, appunto, è (relativamente) divertente, e non particolarmente credibile, anche perché, lo noterete, della musica vocale manca un elemento portante: il testo.

Incidentalmente noto che il romanticismo, visto e sentito come un tempo di totale libertà, di emancipazione dell'individuo, musicalmente è un tempo di totali obblighi: puoi suonare un certo pezzo solo con quello strumento, il tempo te lo indica l'autore, qualche volta addirittura con l'indicazione del metronomo, tutte le intenzioni espressive sono annotate, ecc. ecc. I margini interpretativi per l'esecutore restano, ma si fanno molto, molto più ristretti.

Nel concerto di mercoledì (che poi sarebbe oggi), concentrandoci sugli anni '30 del Seicento documentiamo il trapasso dal paradigma "vocale", proponendo brani strumentali che rielaborano materiale vocale (come madrigali o inni gregoriani), o comunque si intitolano "canzona", al paradigma "strumentale", con brani che si intitolano "toccata" (titolo che testimonia il cambio di paradigma dal canto di una melodia al toccare i tasti di uno strumento), o fantasia, genere particolarmente longevo (dal rinascimento al romanticismo e oltre), caratterizzato dalla mancanza di un sottostante letterario, di un testo, e quindi connaturatamente strumentale (ogni regola ammette eccezioni).

Il grosso del programma è tratto da due libri pubblicati a Venezia (la città dove nel 1501 Ottaviano Petrucci aveva inventato la stampa musicale a caratteri mobili, progresso tecnologico determinante per la democratizzazione - o borghesizzazione - della prassi musicale): il Primo libro delle canzoni di Frescobaldi (stampato a Roma nel 1628 e ripubblicato a Venezia nel 1634) e il Primo libro di canzoni, fantasie e correnti di Selma y Salaverde (pubblicato a Venezia nel 1638).

Per collocare nel tempo questa roba, siamo in piena Guerra dei Trent'anni (come oggi, del resto), il decennio era iniziato con la peste di Milano (quella dei Promessi sposi), più esattamente nella fase svedese, in Francia regnava Luigi XIII, in Spagna Filippo IV, in Inghilterra Carlo I (il primo a essere decapitato, peraltro), in Germania erano troppi, perché la Germania era allora come oggi piacerebbe a noi che la amiamo tanto (ce ne erano parecchie), il papa era Urbano VIII (quod non fecerunt barbari...), Guercino rifiutava l'invito di Luigi XIII e se ne andava a lavorare a Bologna, dove operava anche Guido Reni (Caravaggio s'aveva mort 24 anni prima...), la letteratura ci dava decisamente meno soddisfazioni (Shakespeare, ma anche Góngora, ma anche Marino, erano morti, e Molière aveva appena .dodici anni).

Eseguiremo questi brani:


Bartolomé de Selma y Salaverde (c. 1595, Cuenca – dopo il 1638), "Vestiva i colli passeggiato", a basso e organo.

Girolamo Frescobaldi (Ferrara, 13 settembre 1583 – Roma, 1º marzo 1643), "Canzona quinta detta la Tromboncina", a basso e organo.

Girolamo Frescobaldi (Ferrara, 13 settembre 1583 – Roma, 1º marzo 1643), Toccata seconda dal "Secondo libro di toccate, canzone, versi d'hinni, Magnificat, gagliarde, correnti et altre partite d'intavolatura di cembalo et organo" (Roma, 1627).

Bartolomé de Selma y Salaverde (c. 1595, Cuenca – dopo il 1638), Fantasia quinta a basso solo.

Girolamo Frescobaldi (Ferrara, 13 settembre 1583 – Roma, 1º marzo 1643), "Canzona sesta detta l'Altera", a basso e organo.

Girolamo Frescobaldi (Ferrara, 13 settembre 1583 – Roma, 1º marzo 1643), Inno Ave Maris Stella dal "Secondo libro di toccate, canzone, versi d'hinni, Magnificat, gagliarde, correnti et altre partite d'intavolatura di cembalo et organo" (Roma, 1627).

Girolamo Frescobaldi (Ferrara, 13 settembre 1583 – Roma, 1º marzo 1643), "Canzona ottava detta l'Ambitiosa", a basso e organo.

Giovanni Battista Vitali (Bologna, 18 febbraio 1632 – Modena, 12 ottobre 1692), Capritio sopra otto figure, Capritio sopra li cinque tempi, Passa Galli per la lettera E, dalle "Partite sopra le diverse sonate per il violone".


Come avrete notato, c'è un intruso, Giovanni Battista Vitali, inserito perché virtuoso del protagonista strumentale di questo programma, il basso di violino (cioè, appunto, il basso del coro dei violini, che poi sarebbe diventato il violoncello, così come il contralto del coro dei violini sarebbe diventato la viola, che infatti nella Leuropa chiamano "alto", come sapranno gli europei - ma non gli europeisti). Vitali nasce più o meno quando i due libri di cui vi parlavo vengono pubblicati, ed è quindi protagonista di una fase di più avanzata emancipazione del linguaggio strumentale.

"Vestiva i colli" è un madrigale di Palestrina pubblicato nella raccolta "Spoglia amorosa" (Venezia, 1592), su un testo di anonimo petrarchesco (altro paradigma duro a morire):

Vestiva i colli e le campagne intorno

La primavera di novelli amori

E spirava soavi Arabi odori,

cinta d'erbe e di fior il crine adorno.

Il madrigale ebbe un enorme successo, tant'è che 46 anni dopo Selma y Salaverde ne propone una cover nel suo primo libro (per capirci - e restare all'attualità - un po' come se oggi qualcuno proponesse una cover de "Il segno dei pesci" di Venditti: come passa il tempo!). Il paradigma vocale resta ancora fonte di ispirazione, ma completamente rielaborato, con un duplice vantaggio: quello di consentire la riproduzione domestica di un brano noto e amato senza coinvolgere un coro di cinque persone (l'accompagnamento dell'organo consente un minimo di polifonia, ma il protagonista è il basso di violino e la sua rielaborazione della parte di basso del madrigale), e quello di mostrare il virtuosismo del compositore e dell'esecutore "passeggiando", cioè "passaggiando", cioè arricchendo di passaggi (variazioni) virtuosistiche un materiale musicale che era nelle orecchie dell'ascoltatore.

Al di là del loro valore musicale, le "canzone" di Frescobaldi sono interessanti per le note che l'editore aggiunge al termine del libro, chiarendo che ha deciso di pubblicarle in partitura, anziché a parti staccate, come allora si usava, per renderne l'esecuzione agevole anche a un pubblico non specialistico. Era la definitiva rottura del monopolio dell'interpretazione musicale da parte dei professionisti, che consentiva a un nuovo pubblico, la borghesia colta, di soddisfare la propria domanda di musica in un'epoca in cui le orchestre, come oggi, costavano troppo, ma i giradischi (o i lettori CD, o Internet) non erano nemmeno lontanamente concepibili.

La Toccata di Frescobaldi rappresenta un esempio evidente di musica strumentale del tutto emancipata dal paradigma vocale: toccare (i tasti), non cantare (una canzone). Qualcuno penserà che manca la fuga: in effetti, fra i vari episodi di cui il pezzo di compone, un piccolo fugato c'è, ma la bipartizione fra momento "improvvisativo" e momento "contrappuntistico" (toccata e fuga) si sarebbe consolidata qualche decennio dopo, in Germania.

Nello stesso libro, Frescobaldi rielabora per organo, verosimilmente a uso liturgico, un antico inno gregoriano, l'Ave Maris Stella:

Ave, maris stella,

Dei mater alma

atque semper virgo,

felix coeli porta!

Un'altra melodia notissima, che nella rielaborazione viene inserita in una trama polifonica particolarmente raffinata.

Infine, la piccola suite di Vitali propone lo schema del "basso ostinato": lo strumento si sbizzarrisce su una sequenza di note che l'accompagnatore ripropone ostinatamente, lasciando al solista l'estro di esprimersi esplorando le possibilità tecniche del suo strumento.

Ora devo lasciarvi.

A dopo!

(...non ho tempo di rileggere, ai refusi pensateci voi...)

(... aspetto gli "io non sono un musicologo ma...". Tanto è sempre la stessa cosa, siete sempre la stessa cosa...)

(...detto con affetto, ovviamente. E poi non è vero che io sono vendicativo: io so aspettare!...)

lunedì 26 agosto 2024

La data del goofy

…verrà detta a chi assisterà al concerto del 28 (vedi post precedente). Poi vediamo se divulgarla ulteriormente (ma potrei dinostrarvi che non ne vale la pena: sveglia!).

Chi vuole restare a cena o ha bisogno di dormire a Pizzoferrato dopo il concerto può segnalarmelo qui, così lo considero nella prenotazione della cena e gli indico qualche punto di appoggio.

mercoledì 21 agosto 2024

La strada la sapete...

(...fra le varie cose che mi avevate tolto - involontariamente - e che mi sono ripreso - volontariamente - c'è questa. Chi c'è stato la strada la sa e se interessato si affaccerà. Mi farà piacere vedervi nelle terre alte...)


 

giovedì 1 agosto 2024

A mente fresca

 


Immagino che possiate essere scettici, eppure (non potreste supporlo!) questo testo è una buona occasione per tornare sui temi che qui ci hanno appassionato e ci appassionano. Chi verrà non se ne pentirà, non fosse che per la temperatura...

martedì 30 luglio 2024

Un aiuto da casa

 


Ricordo l’incipit icastico, beffardo: “Che cosa posso dirvi io che voi non sappiate già?” E in quella ricognizione di alterità (io, voi) era già iscritto un percorso. Non potevo essere quella roba lì, semplicemente perché non lo ero più, e forse non lo ero mai stato.

Non ricordo però dove tenni questo discorso. Qualcuno di voi c’era e se ne ricorda?

Grazie!


giovedì 6 giugno 2024

Aridatece Aristotele!

Condivido rapidamente con voi il mio intervento di ieri a Chieti:


che potrebbe interessarvi, mentre a chi avesse bisogno di rimettere le lancette del calendario ricordo che il 2014:

viene prima del 2015:


Ci sono gli #ionondimenticooh, e c’è chi non dimentica! Tutte le tappe sono importanti, se le sai collocare al posto giusto. E la morale della favola, non scontata, è che senza Matteo Salvini lo sbocco politico che mi avete chiesto fin dall’inizio di questo percorso non sarei mai stato in grado di offrirvelo (non se ne dolgano i famoerpartitisti).

Quindi, vi aspetto alle 18 in Piazza Santi Apostoli.

lunedì 3 giugno 2024

Ancora sul cerimoniale

 (…scritto col sorriso sulle labbra a bordo di un FrecciaRossa 1000 per Milano Rogoredo, da dove mi sposterò per raggiungervi a Piacenza…)


Visto che una sciocchezza di cui avevamo parlato è diventata un caso politico ad opera degli operatori informativi del Corsera, mi preme tornarci sopra per dirvi la verità dei fatti, che purtroppo, non essendo io più in Senato, non è quella che mi era stata inizialmente riferita. Parva res, ma non possiamo sottrarla a quello scrupolo di esattezza che è la cifra di questo blog che non esiste.

Resta ovviamente fermo che gli operatori informativi dicono sciocchezze:

Da responsabile economia e membro del comitato per il programma delle europee credo di appartenere un po’ allo “stato maggiore”. Tuttavia il motivo della mia assenza non era alcuna oscura congiura ai danni del Capo dello Stato: semplicemente, questi non mi aveva invitato, e a differenza degli intellettuali di sinistra io non credo che esista un diritto universale di entrare a casa di chi non ti invita!

Il non invito è un fatto.

Quella che va rettificata è la sua spiegazione.

Come vi ho detto, avevo sollecitato indirettamente fonti qualificate della Camera (Ufficio del Cerimoniale) da cui avevo saputo quanto vi avevo riferito qui, ovvero, in sintesi, che da dopo la pandemia i Presidenti di Commissione non venivano più invitati al Quirinale per la Festa della Repubblica. Mi duole dire, e spero che non sia letto come una mancanza di rispetto, che nonostante la sua oggettiva enormità (in un ricevimento con oltre 2000 persone che senso aveva non invitare le alte cariche parlamentari?) una simile notizia non mi aveva sorpreso, mi era sembrata plausibile. L’avevo inserita nel quadro del generale discredito e della progressiva e non sempre meritata mancanza di considerazione che l’istituzione parlamentare subisce in questo tornante storico, e non ci avevo fatto caso più di tanto, anche perché avevo un concomitante invito, quello del Sindaco di Magliano de’ Marsi (luogo dell’infanzia di SAR) a partecipare all’infiorata del Corpus Domini:


(nota bene: mi sto adeguando alla vulgata degli operatori informativi che parlano di ricevimento del 2 giugno: in realtà il ricevimento ha luogo il primo giugno e io ero a Milano, ma tant’è…).

Fatto sta che l’indomani, alla parata del due giugno, una collega mi ha chiesto come mai io non avessi partecipato al ricevimento del Quirinale, dandomi ampio resoconto del numero e della qualità dei colleghi presenti. Ne desumevo, anche qui, mi duole dirlo, senza soverchia sorpresa, che le qualificate fonti Camera da me sollecitate mi avevano preso per scemo raccontandomi una storiella qualsiasi pur di togliermisi di torno. Può capitare (mi ci dovrò abituare). Io, che ho fatto dell’esercizio della pazienza (non quella di Giobbe: quella di Hathcock) uno stile di vita, con grande semplicità ho richiamato le sullodate fonti esprimendomi questa volta in bagnaiese, e segnalando che se non avessi avuto una spiegazione esauriente di che cosa fosse effettivamente successo, visto che questo increscioso inconveniente era diventato un caso politico, avrei dovuto necessariamente segnalarlo al vertice politico dell’istituzione, il Presidente Fontana.

Potenza del bagnaiese!

Improvvisamente, la versione cambia, e salta fuori che sono stati invitati gli Uffici di Presidenza di tutte le Commissioni permanenti, e di tre organismi bicamerali: antimafia, vigilanza RAI, e COPASIR.

A questo punto coinvolgo direttamente il Presidente, non per altro, ma per sapere, atteso che, come vi ho più volte specificato, nel Cerimoniale della Repubblica le bicamerali hanno rango più alto delle permanenti, si fosse deciso di escludere proprio la bicamerale di più antico lignaggio (istituita niente meno che con RD 453/1913)! Se e quando saprò che cosa è successo ve lo farò sapere, ma intanto abbiamo ribadito un punto: se è su un quotidiano (ma anche se è su un periodico) è una falsità! Nessuna congiura, nessun attacco premeditato. Saremmo mica così scemi, nel caso volessimo attaccare qualcuno, da far cose che potessero metterlo in allarme!?

Ma noi non volevamo attaccare nessuno.

Non sono tuttavia in condizione di affermare che valga la reciprocità. Secondo me qualcuno vuole attaccare noi, per espropriarci del primo e più fondamentale dei nostri diritti: quello di essere arbitri del nostro destino, quello di scegliere. Non sarà mica un caso se in economia, quando si parla della capacità del consumatore di influenzare le strategie aziendali tramite le proprie scelte di consumo, si definisce questa capacità “sovranità del consumatore”!? La sovranità è scelta, e se non scegliamo noi, sceglie qualcun altro. Il tema di queste elezioni europee è tutto qui: vogliamo scegliere noi, o vogliamo che per noi scelgano altri?

Ma vedo che siete molto attenti e quindi mi tranquillizzo. Ricordatevelo: per quanto le cose siano andate molto oltre, siamo ancora in una fase in cui le apparenze vanno preservate. Avete quindi ancora il diritto di scegliere di voler scegliere, di scegliere di non lasciare che la vostra sfera decisionale venga obliterata da entità sovranazionali distanti, opache, e di dubbia legittimazione democratica, come avverrebbe ad esempio se il “più Europa” si traducesse nel principio del voto a maggioranza in sede europea! Per opporvi sapete come fare: votare per l’unico partito che ha da sempre deciso di conformarsi al dettato dell’art. 1 Cost., il partito che ha deciso di coinvolgere me e Claudio (cosa non scontata e troppo spesso rimossa).

Sugli altri, non se ne dolgano, qualche dubbio è lecito averlo.


(…io non chiedo mai niente, io rispetto sempre tutte le linee gerarchiche, io cerco di non abusare mai, per prevaricare, del patrimonio di relazioni accumulato in tanti anni di dibattito… ma se quando chiedo una cosa, una sola, mi si risponde in modo inconferente, posso smettere quando voglio di essere cortese e corretto! Se ho smesso di essere di sinistra, posso smettere tante altre cose. Pigé?…)


domenica 2 giugno 2024

Festa della Repubblica

E come potevamo noi cantare

con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze

sull'erba dura di ghiaccio, al lamento

d'agnello dei fanciulli, all'urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento.


(…scritto nella tribuna presidenziale: tanto Quasimodo lo hanno arruolato loro, quindi non possono immaginarsi che parli… di loro!…)