Fine anno, tempo di bilanci.
Quello dello Stato ci ha occupato a lungo. Fedele al mio principio "rigore è quanto arbitro fischia, legge è quando esce in Gazzetta", ora potrò commentarlo con voi. A qualche comma ho lavorato, e magari potrà interessarvi sapere com'è andata, quanto lavoro c'è dietro quelle parole, anche quando non vi soddisfano.
Ma oggi mi preme soprattutto un altro bilancio, più personale, anche se non meno politico: quello della mia attività nel dibattito, svolta soprattutto attraverso questo blog. Tirare una linea, sette anni dopo, non è facile. Cosa mi proponevo con questo blog? Mi sono avvicinato all'obiettivo? Cosa posso fare per avvicinarmi ulteriormente? Lo sforzo c'è stato, credo che lo si veda. Quello che leggete è l'ultimo di 1965 post, che complessivamente hanno ricevuto in sette anni quasi 37 milioni di visualizzazioni.
Il rendimento qual è stato?
Rispondere è arduo, per un motivo che cerco di spiegarvi come posso. Le tante manifestazioni di affetto, di solidarietà, di sostegno che ho ricevuto e ricevo da voi, come pure quelle di segno contrario, le critiche, le manifestazioni di dissenso, di delusione, mi rinviano tutte, per un verso o per un altro, a un dato ineludibile: posto che ognuno di voi è (legittimamente) il centro del suo mondo, di Alberto Bagnai non ce n'è uno, ma ce ne sono tanti quanti siete voi. Detto in sintesi: voi credete di seguire me, ma in realtà seguite, inevitabilmente, voi stessi: quel pezzo di voi stessi che è il vostro "me", il "me" che pensate vi abbia detto le cose che desideravate sentirvi dire. Può darsi che quello che desideravate sentirvi dire abbia coinciso con quello che desideravo dirvi, almeno per un certo periodo di tempo, come può anche darsi che a un certo punto questa felice coincidenza si sia dissolta, magari perché sono cambiato io, o perché siete cambiati voi. Non c'è nulla di male: ognuno di noi fa propri gli autori in cui si imbatte: li legge con le lenti della propria esperienza, li adatta alle esigenze tattiche della propria battaglia quotidiana, se ne serve per ottenere ciò che desidera.
Quante volte mi avrete sentito dire spazientito: "Se mi seguite, seguitemi!", quando mi sembrava che vi foste persi qualche pezzo (dalla definizione di cambio reale a passaggi più banali, organizzativi, come la data del nostro convegno)? Ma mi rendo conto di essere stato qualche volta ingiusto. Ognuno di voi seguiva il "suo" Alberto, e non era colpa sua se questi non coincideva col "mio".
Tanto per farvi un esempio concreto: a giudicare da certe esternazioni recenti nella cloaca di Twitter, mi sembra che quasi nessuno abbia letto le uniche due interviste che ho rilasciato dopo l'estate, quella su Il Mattino, e quella su La Verità. Che dite, volete approfittare delle vacanze per recuperare il tempo perduto? Mi fareste la cortesia, anche se le leggeste allora, di rileggerle oggi, magari cercando, con l'immaginazione o con Google, di ricordare quale fosse la situazione al tempo in cui le interviste vennero rilasciate? E magari vedendo dove siamo arrivati?
E dai, fatemelo questo regalo! Magari, più sotto, vi spiego perché vi chiedo questa cortesia...
Fatto?
Andiamo avanti?
Bene!
Tornando al punto in cui ci eravamo interrotti, resta da decidere se il bilancio di questa attività, la valutazione di quanto questa sia riuscita a incidere, vada effettuato sull'Alberto che penso di essere, o sulla moltitudine dei vostri Alberti personali. Il primo compito è difficile, il secondo impossibile, anche per motivi di spazio, e quindi non ci resta che una scelta, la prima. Do quindi per scontato che questo bilancio deluderà tutti voi, appunto perché ognuno è il centro del proprio mondo, lo stratega della propria battaglia, e il detentore della propria verità: rassegnarsi ai mondi, alle battaglie e alle verità altrui non è difficile: è impossibile. Quello che cercherò di dirvi vi sembrerà quindi necessariamente falso (artificioso, strumentale, narcisistico, apologetico, pleonastico, ecc.).
Ma altro da dirvi, io, non ho, e quindi ve lo farete bastare.
Per rispetto del vostro tempo, in questo giorno così significativo dell'anno, vi faccio l'abstract, come si fa nei pèiper, così, esattamente come quando si leggono i pèiper, i più pigri potranno tranquillamente voltare pagina, o saltare alle conclusioni.
Abstract - A me sembra di avervi voluto dire in questi sette e più anni due sole cose: che la democrazia, intesa come rispetto della sovranità popolare che si esprime attraverso il voto, è importante, e, in subordine, che una delle principali insidie nella quale essa oggi incorre è la costante manipolazione esercitata dai media. Qui ci siamo occupati di fake news, e sul serio, ben prima che il tema venisse tirato fuori strumentalmente per criminalizzare il dissenso politico, evidenziando in particolare (ma non solo) il tentativo orwelliano di riscrittura del passato messo in opera per "controllare il futuro" (cioè per condizionare lo vostre scelte) da chi controlla(va) il presente. Nell'abstract di solito i risultati non si mettono, ma per farvi un favore vi sintetizzerò anche quelli: in tutta evidenza, non sono riuscito a farmi capire. Due cose volevo dire, e due cose non sono state capite. In sette anni. Quindi, ho fallito.
(...se a qualcuno interessa, aggiungo anche che ho elaborato il lutto: se non avessi sviluppato questa capacità, non potrei fare il lavoro che faccio...)
Segue svolgimento.
Tutti ricordiamo come ci incontrammo.
Il blog venne aperto sull'onda di un moto di indignazione: la mia, per il rifiuto opposto dalla redazione de lavoce.info alla richiesta di pubblicazione de I salvataggi che non ci salveranno (che così divenne il primo post di questo blog). La tesi dell'articolo era scientificamente fondata: la nostra crisi non dipendeva dal debito pubblico. La fondatezza è dimostrata, fra l'altro, dal fatto che le stesse persone che l'avevano respinta se ne appropriarono nel loro personale 8 settembre, che era il 7 settembre del 2015, proponendo come loro risultato originale un'analisi che non solo non era loro, ma (come poi scopersi) non era originale nemmeno quando, con quattro anni di anticipo su quelli bravi, su iCoNpetenti, l'avevo pubblicata qui. Fu uno di voi, non ricordo chi, a farmi notare che quanto io avevo scritto a novembre 2011 era stato scritto nell'ottobre dello stesso mese sul Bollettino economico della Bce: la crisi che stavamo, e stiamo, vivendo non dipendeva dal debito pubblico, ma da quello privato.
Gli squilibri erano nel settore privato, non nella finanza pubblica allegra...
Oggi rendersene conto è facile. Allora lo era un po' meno. Io ci ero arrivato da solo, e con me altri sparsi per il mondo, ma l'ortodossia negava: poi si piegò, confermando che la mia indignazione non era l'isteria di un autore lunatico indispettito per il sereno responso di un lettore "coNpetente", ma aveva un fondamento, naturalmente di natura politica. I redattori avevano censurato il mio articolo perché in base a un ragionamento scientifico preconizzava il fallimento delle politiche di quello che allora era un loro, e oggi è un mio collega: Mario Monti. Il fallimento poi ci fu, e ancora ne portiamo le cicatrici, che si vedranno nella storia economica del paese per decenni e forse secoli a venire. Di questo fallimento l'articolo spiegava partitamente e inoppugnabilmente le ragioni: curare una crisi di debito privato come se fosse una crisi di debito pubblico (cioè con l'austerità), tagliare la gamba, se non sana, meno malata... e poi stupirsi che il paziente non riesca a correre!
Ma non bisognava disturbare il manovratore, o almeno la redazione non voleva farlo: aveva judo...
Questo, qui, ce lo siamo detti mille volte. Gli aspiranti Pulitzer che grufolano fra queste pagine, mentre incombe su di loro lo scatolone di cartone col quale si troveranno in mezzo a una strada, forse ignorano questa storia, o forse vorranno strumentalizzarla a uso delle loro gazzette che nessuno legge più: facciano! Male che vada, porteranno qui altri lettori, che scopriranno come quello che essi intravedono confusamente nel 2018 fosse stato descritto per filo e per segno nel 2011... dalla BCE!
Questa esperienza, voi, l'avete già fatta: ma ad altri potrebbe tornare utile...
(...cari aspiranti Pulitzer: io vi vedo e vi piango. Quello che viene scritto su questo blog, dove scrivo solo io, ha una sua speciale caratteristica. Quale? Chiedetelo a Macron...)
Tuttavia credo che abbiate dimenticato, almeno a giudicare da come una minoranza rumorosa di voi si comporta, che era stato un ben altro facit indignatio a farmi entrare nel dibattito!
Erano state le agghiaccianti parole di Aristide, sulla scaletta dell'aereo che ci riportava a Parigi da Ouagadougou (per mero caso, la città dove era stato assassinato Sankara!). Quelle parole mi pervasero di un orrore che, tanti anni dopo, non riesco a scrollarmi di dosso: "Caro Alberto, i costi dell’euro, come dici, sono noti, tutti i manuali
li illustrano. Li vedevano anche i nostri politici, ma non potevano
spiegarli ai loro elettori: se questi avessero potuto confrontare costi e
benefici non avrebbero mai accettato l’euro. Tenendo gli elettori
all’oscuro abbiamo potuto agire, mettendoli in una impasse
dalla quale non potranno uscire che decidendo di fare la cosa giusta,
cioè di andare avanti verso la totale unione, fiscale e politica,
dell’Europa." Questo nauseabondo paternalismo non mi sorprese più di tanto: conoscevo abbastanza la sinistra, essendomi riconosciuto antropologicamente in essa per anni, da sapere di quanto feroce disprezzo verso il popolo essa fosse e sia irrimediabilmente intrisa. La cosa sbalorditiva, mi ripeto: agghiacciante, era che esso venisse ostentato, rivendicato, con orgoglio, quasi a ulteriore riprova della superiorità morale e politica di chi lo faceva proprio...
Tenni dentro di me queste parole per un anno, mentre assistevo, passo dopo passo, allo sprofondare della Grecia. Ogni mese, ogni settimana, ogni giorno ci allontanava visibilmente dall'obiettivo in nome del quale qualcuno aveva ritenuto giusto che tanti sacrifici venissero sopportati da tutti gli altri. Poi, come ricorderete, nell'agosto del 2011 scrissi per il Manifesto/Sbilanciamoci un articolo che svegliò molti di voi.
Ammetto che in termini politici quell'articolo non fosse un capolavoro: una parte del paese, per di più quella che ritiene di essere per diritto divino migliore dell'altra (la sinistra) veniva messa di fronte a una sgradevole alternativa: ammettere di essere composta da imbecilli, o da traditori (con ogni possibile combinazione convessa). Il tradimento del lavoro era lì, sotto gli occhi di tutti: quegli stessi sindacalisti che oggi scendono in piazza contro quota 100 e il reddito di cittadinanza erano stati acquiescenti di fronte a decenni di caduta, lenta ma inesorabile, della quota salari, allo smantellamento di tutti i presidi a tutela dei lavoratori... Quanto alla "non particolare brillantezza" (diciamo così) dei miei interlocutori "de sinistra", questa risaltò in tutto il dibattito che ne seguì (qui un punto saliente, e qui un abisso particolarmente significativo, soprattutto col senno di poi, che per me era stato come di consueto il senno di prima...). Ogni successiva occasione di incontro sgretolava il pilastro sul quale aveva poggiato la mia Bildung: l'idea che la sinistra, pur con tutti i suoi umani difetti (fra cui il disprezzo dell'umanità), fosse comunque il luogo in cui albergava la cultura, e la libertà di espressione. L'evidenza, dolorosa, era lì: mi ero accompagnato per anni a degli imbecilli traditori, di cui ero stato correo, perché avevo creduto a quanto mi era stato insegnato: che io ero nato dalla parte giusta, dalla parte di quelli che avevano vinto una guerra che il paese aveva perso, e l'avevano vinta perché erano migliori degli altri.
Tuttavia in politica, come in generale nella vita, bisognerebbe sempre lasciare una via di fuga all'avversario, soprattutto se è un imbecille, e naturalmente a meno che non si abbiano sufficienti divisioni da potersi permettere il lusso di considerarlo un nemico, ed annientarlo. Nel mio caso una evidente sproporzione di forze in effetti c'era, ma era tutta a mio svantaggio! Ero solo. Eppure, indipendentemente dalla mia volontà, la logica del ragionamento economico vie di uscita non ne lasciava. Se anche avessi voluto, l'onestà intellettuale imponeva di dire le cose in quel modo, perché in quel modo stavano. E poi, proprio perché ero solo, non avrei mai pensato che quell'articolo avrebbe avuto tanta risonanza, tanto più perché si rivolgeva alla ristretta cerchia della "sinistra de sinistra". Era un urlo di rabbia: non volevo costruire nulla, perché non pensavo che sarei riuscito a costruire nulla, e soprattutto perché non pensavo che spettasse a me costruire qualcosa. Nonostante non mi sentissi particolarmente rappresentato da nessuno, ritenevo comunque di vivere in una democrazia rappresentativa: la politica non era affar mio, avevo delegato, col voto, e aspettavo che qualcuno aprisse gli occhi...
Non sapevo, allora, quanto la mia attesa sarebbe stata vana. In effetti, ignoravo che quanto mi indignava nell'atteggiamento di Aristide era in realtà il distillato di una lucida e consapevole filosofia politica, quella del cosiddetto federalismo europeo. L'uso deliberato delle crisi, in particolare di quelle economiche, come strumento di "avanzamento del progetto" era stato teorizzato da personaggi quali Albertini o Spinelli, e questo non lo dico io: lo dicono, e ne menano vanto, i federalisti stessi! La costruzione consapevole e deliberata (mi ripeto: deliberata) di una struttura imperfetta, assistita da regole stupide, condotta con la pretestuosa illusione di aggiustarla sulla spinta di una crisi, trascurando il fatto che durante le crisi i rapporti di forza (fra capitale e lavoro, fra potenze e colonie...) necessariamente vivono una situazione di patologico squilibrio, e che le riforme condotte a colpi di crisi altro esito non possono avere che quello di cristallizzare queste patologie. "Un giorno ci sarà una crisi...". L'uso deliberato (mi ripeto: deliberato) della violenza economica, e in particolare del vincolo esterno, come manganello per costringere i popoli ad avanzare in una strada che non si erano scelti: nulla poteva sembrarmi più fascista, e lo dissi.
Quante altre cose non sapevo, che, se le avessi sapute, mi avrebbero vieppiù inorridito! Non conoscevo ancora la dichiarazione di voto di Giorgio Napolitano contro l'entrata nello SME (la trovate a pag. 24992). Sembra scritta da Krugman oggi, in uno dei suoi sprazzi di lucidità, ed invece era verosimilmente stata scritta da Spaventa allora, nel 1978.
Sapevano.
Col tempo acquistai la lancinante certezza che tutti quelli che mi trovavo schierati in difesa di un sistema le cui contraddizioni stavano esplodendo con violenza, avevano denunciato le stesse contraddizioni, con le mie stesse parole (perché erano le parole giuste) ma con maggiore lucidità della mia, oltre trent'anni prima di me.
Sapevano.
Pochi mesi dopo aver lanciato quel grido di rabbia, in agosto, preconizzando la caduta di Berlusconi (oggi mi dicono che nei salotti della Roma che conta la caduta che io credevo di prevedere ad agosto era già data per fatto assodato a luglio: ma allora ero un outsider, non potevo contare su informazioni privilegiate, come potevano allora molti di quelli che oggi frequento, e non potevo ricevere certe visite, come quelle che ricevettero alcuni miei nuovi amici...), pochi mesi dopo, dicevo, partì il blog, in novembre.
La domanda sottesa a tutti gli articoli che si affastellavano, motivati dalle vostre domande, o dall'intervento di qualche pirla di passaggio, come ne abbiamo visti e ne vedremo a decine, era però sempre la solita: come avevamo fatto a cascarci? Perché, in effetti, ci eravamo cascati un po' tutti, o, se non tutti, la maggioranza, che in democrazia è la stessa cosa (more on this later).
La risposta era sotto gli occhi: quotidianamente assistevamo alla distorsione dei fatti economici perpetrata dai media. Prima ancora di leggere con trasporto e con un senso di liberazione libri quali Gli stregoni della notizia o La fabbrica del falso, ragionando per induzione ricostruivamo i meccanismi retorici attraverso i quali verità parziali diventavano mattoni per costruire il falso, per inculcare al lettore un'immagine delle dinamiche economiche unilaterale e moralistica: la raffigurazione di un mondo dove un debito non è mai anche un credito, dove una svalutazione non è mai anche una rivalutazione, dove una esportazione non è mai anche un'importazione. Una medaglia con una sola faccia, priva di coerenza logica, ancor prima che scientifica, ma forse per questo ancor più attraente per gli inesperti. L'esposizione sistematica di questa retorica sarebbe arrivata dopo, con La crisi narrata, di cui qui vi anticipai la prefazione.
Giorno dopo giorno, post dopo post, emergeva che un pezzo importante del colossale fallimento della democrazia nel quale vivevamo era direttamente riconducibile alle dinamiche del sistema dei media, quelle dinamiche sulle quali Gramsci aveva le idee piuttosto chiare: ma Gramsci, per la sinistra cui mi rivolgevo, è ormai un santino, un elemento da venerare per soddisfare una naturale ma sterile pulsione identitaria, guardandosi però bene dal leggerlo (e quante volte ci siamo imbattuti in questo atteggiamento)!
Così, accanto alla riflessione su come si potesse ripristinare un ordine economico che liberasse l'esercizio della democrazia da quel senso di urgenza fasulla (FATE PRESTO!), descritto così bene nelle prime pagine de La costituzione nella palude, dall'oppressione di una perenne crisi, dal peso dei sacrifici da fare quando le cose vanno male perché le cose stanno andando male, e quando le cose vanno bene perché bisogna riparare il tetto quando non piove (cioè perché le cose vanno bene), insomma: dei sacrifici da fare sempre, accanto alla riflessione su quali forze politiche, e, soprattutto, quali nuovi rapporti di forza, avrebbero potuto consentire ai popoli europei di riprendere un percorso di autodeterminazione, di poter realmente progettare un proprio futuro, invece di agire sempre reattivamente a eventi catastrofici amplificati da regole completamente irrazionali, accanto a questa riflessione, nel blog si sviluppava quella su come difendersi dalla costante manipolazione cui siamo sottoposti. Un pezzo importante della crisi, come ci ha insegnato il Pedante, è appunto la sua narrazione: è questa a influire in modo determinante sulle decisioni politiche.
Il governo che sostengo, finalmente, sta cominciando ad affidare al mercato gli aedi del mercato: sine, ut mortui sepeliant mortuos suos. Lo ritengo un provvedimento giusto: pluralismo non è quando molte voci dicono la stessa cosa, ma quando poche voci dicono cose diverse. Lo spazio lasciato libero da chi non riuscirà a sopravvivere in un mercato non drogato da sussidi diretti e indiretti (e su questi ultimi c'è ancora tanto lavoro da fare) verrà occupato da altri: cambieranno i suonatori, e forse, chissà, anche la musica.
Questo per il futuro.
Oggi, però, dopo sette anni passati a vagliare, riscontrandole sulle fonti primarie, le sciocchezze che ci vengono ammannite, spesso anche da voci autorevoli o presunte tali (a partire dalla favolosa "inflazione a due cifre negli anni '90"), mi aspetterei che anche prima che il mercato ci sbarazzi da chi lo proclama igiene del mondo, voi esercitaste un minimo di attenzione critica verso certe notizie, esattamente come da chi segue un blog nato per denunciare un metodo di governo e una filosofia politica intrinsecamente antidemocratica perché paternalistica (quella secondo cui gli aristoi di sinistra sanno ciò che è bene per il popolo, e lo conducono col vincastro del vincolo esterno verso le magnifiche sorti e progressive da essi determinate), mi aspetterei un minimo di sensibilità democratica.
Ma non è così, e non lo è al punto che certe volte veramente io boh...
(...tradotto: mi chiedo veramente cosa ci stiate ancora a fare qui e chi crediate di avere letto...)
Faccio un esempio molto semplice, che riguarda il mio partito. Qualche giorno fa io e i miei colleghi abbiamo appreso con un certo divertimento che "la Lega era scesa al 32%". In quelli che come me se la ricordavano al 4% questi titoli promuovevano una franca ilarità. A pensar male si fa peccato, naturalmente. Eppure, leggendo non tanto i sondaggi, quanto il modo in cui ci vengono ammanniti, è difficile sfuggire a una sensazione: quella che i risultati della Lega vengano esaltati per preoccupare i nostri alleati, e poi magari depressi per preoccupare noi, sempre nel tentativo di spaccare la coalizione, che però (mi dispiace) non si spacca, anche perché Salvini avrà tanti difetti, ma non è Theresa May (per citare un esempio illustre di persona andata alle urne con un sondaggio in tasca: quello sbagliato!).
Il gioco è trasparente: chi potrebbe caderci?
Purtroppo... voi!
Ve lo dimostro con un grafico, questo:
Qui trovate, da sinistra verso destra, il risultato della Lega alle politiche (poco sotto il 18%), quello dei sondaggi attuali (il 32%), quello che occorrerebbe per governare da soli (posto che sia un obiettivo sensato: il 51%), e quello che i tuttosubitisti, nella loro percezione appannata, evidentemente ritengono che noi abbiamo: il 100%.
Io adoro i tuttosubitisti!
Poverini: non è colpa loro se non si rendono conto che la Lega non è "scesa dal 35% al 32%", ma salita dal 4% al 17%. Non esiste nessuna discesa di tre punti: esiste una crescita di tredici punti, che però arriva a un culmine ben inferiore al 32%. Ma loro niente! Duri come il ferro, cadono nell'illusione ottica di chi vuole dipingerci come un partito di maggioranza assoluta, un partito al 51%, che dico, al 100%, al 1000% dei consensi, per poi poter presentare come sconfitte i nostri risultati. Questi, certo, non sono sempre pienamente conformi a quanto magari avremmo desiderato ottenere (siamo in coalizione, e lo stesso vale per i nostri alleati): ma, soprattutto, i nostri risultati non sono quasi mai conformi a quelli che avrebbe auspicato il PD (che, non dimentichiamolo, ancora esercita sui media una determinante egemonia culturale). Non è strano che il PD, pardon: i media, li dipingano come nostre sconfitte: perché sono sconfitte loro!
Insomma: i giornali battono la grancassa, per motivi tanto leciti quanto evidenti, ma i nostri amici tuttosubitisti si bevono la qualunque, a testimonianza del fatto che non hanno letto questo blog, ma un altro, che l'Alberto che hanno seguito non era il mio, ma il loro.
Se avessero letto questo blog, narraFFioni come quella del "momento Tsipras" incuterebbero in loro un certo sospetto, mica per altro: per chi le diffonde! In effetti, i lettori di un blog che dal primo articolo ha smascherato la fallacia delle politiche montiane (ricostruendone le intenzioni redistributive) e per sette anni ha evidenziato le bufale dei giornali, forse non dovrebbero prendere troppo sul serio quanto dice Monti su un giornale (e soprattutto su Il Giornale). In questo, come in tanti altri casi, più che chiedersi che cosa stia dicendo il pensatore di turno, occorrerebbe chiedersi perché lo stia dicendo, e perché ora. Ma il tuttosubitista è deluso: ultimo esemplare di quella lunga teoria di amanti tradite che ha punteggiato col proprio isterico starnazzare le pagine di questo blog, ulcerato dalla perdita delle sue illusioni, il tuttosubitista prorompe in strepiti e improperi: "Hai traditoooh! Volevi solo la poltronaaah! Caporettoooooh!"...
E questo perché?
Perché con il 17% dell'elettorato, di cui si stima che solo un terzo ci abbia scelto per la nostra motivata critica del progetto europeo, quindi, di fatto, con uno 0.3x0.17=0.051=5.1% dell'elettorato, non abbiamo ancora realizzato una cosa che non è nel contratto di governo per i noti motivi!
Povero tuttosubitista! Gli siamo vicini nell'elaborazione del suo lutto, ma non possiamo fare a meno di constatare che le sue illusioni perdute sono, prima di tutto, illusioni ottiche. La Lega, unico partito che avesse messo in programma un serio ripensamento del progetto europeo, ha il 17%, e in Parlamento lavora (bene) con quello, non con il millanta per cento che i giornali e la percezione distorta dei boccaloni che ancora li leggono gli attribuiscono. Diciassette per cento significa un sesto degli elettori, di cui forse il 5% (che significa un ventesimo) ha una qualche consapevolezza delle dinamiche che vi ho descritto fin qui. Notate bene: è un risultato enorme, epocale! In nessun altro paese europeo esiste una minoranza così forte da aver portato in Parlamento tante voci critiche e consapevoli. Ma ai tuttosubitisti questo non basta: invece che l'inizio di una lunga guerra di indipendenza, lo considerano, per motivi strumentali, o semplicemente per mancanza di tempra, una sconfitta definitiva...
Ora, vedete, il dato politico è che stiamo parlando di quattro gatti: i tuttosubitisti sono un sottoinsieme degli zerovirgolisti! Appartengono cioè a quello che il violoncellista neoborbonico, amico degli amici del blog, chiama il PIP: "Partito Italiano Prefissi". Sì, insomma: quella coalizione in cui ricade chi ottiene risultati con uno zero davanti... Quindi, in effetti, visto che la politica si fa coi numeri (e magari anche col cervello) gli scleri di queste persone sono totalmente irrilevanti, se non per chi, come alcuni futuri Pulitzer (ricordatevi la scatola di cartone, amici...), esercita il lavoro pagato (ancora per poco) di grufolare fra queste pagine per redigere simpatici articoli di colore su giornali la cui rilevanza è anch'essa da prefisso telefonico.
Voglio essere più esplicito. Due giorni fa su Twitter ho segnalato un dato che a me sembrava paradossale:
Vi esorto a cliccare qui per seguire la discussione che ne è seguita e capire come siamo messi. Una estenuante maratona di scemenze e luoghi comuni, ma anche una sbalorditiva, disarmante incapacità della stragrande maggioranza di quella esigua minoranza che ha capito qualcosa (o crede di averlo capito) di argomentare nei riguardi di chi non ha ancora capito niente. Esattamente quello che mi aspettavo.
Ora, quello che speravo di avervi trasmesso, in tanti anni, era anche e soprattutto il senso di quanto profonde siano le radici del male, di quale battaglia sia necessario combattere sul piano culturale, prima ancora che politico, per costruire un minimo di coscienza dei processi in atto. Essere riusciti ad arrivare dove siamo è il primo passo per l'affermazione di un minimo di pluralismo nel dibattito. Ma un dibattito vero ancora non c'è stato: ne stiamo appena costruendo le premesse. Il fatto che alcuni di voi, nel loro eguccio più o meno ipertrofico, siano profondamente convinti di qualcosa che nella maggior parte dei casi, peraltro, non hanno nemmeno capito perché non riescono a ripeterla in modo convincente, non fa di essi una maggioranza. Essere convinti delle proprie idee è condizione necessaria di un'azione politica, ma è largamente non sufficiente. In politica non basta che siamo convinti noi: occorre che siano convinti anche gli altri!
Che i fascisti di Casapound, nel nobile intento di salire dallo 0,x% allo 0,y% (con y poco maggiore di x) urlino e strepitino che noi abbiamo traditooooh, che siamo diventati europeisti, e che quindi bisogna votare per loro perché sono puri e duri, io, questo, lo capisco, e lo guardo (dall'alto, perché ora sono in alto) con simpatia e umana solidarietà. Ma, appunto: loro sono fascisti! Da loro, certo, mi aspetto che ragionino come un federalista qualsiasi, come uno dei tanti (Albertini, Prodi, Spinelli, Padoa Schioppa...) che hanno apertamente teorizzato la necessità che la maggioranza sia guidata da una eletta minoranza. Casapound è il degno pendant di quegli intellettuali di princisbecco che oggi ci spiegano come la democrazia, signora mia, sia tanto sopravvalutata: quindi, averli contro non mi preoccupa!
Mi preoccupa di più chi dice di aver aperto gli occhi grazie a questo blog, ma poi viene qui a esprimere la sua frustrazione perché la Lega non ragiona come Aristide!
Ci dispiace, cari "tuttosubitisti non di Casapound" (posto che ve ne siano): non siamo fascisti come Casapound, e non siamo fascisti come la sinistra: per noi la democrazia esiste, e quindi la maggioranza va rispettata, come va rispettato il suffragio universale, nonostante ci veda al 17%, non al 100% (dove ci dipingete voi per i vostri ovvi motivi tattici). Ci dispiace molto anche per il prossimo lutto che dovrete elaborare, il più doloroso: perché tutto questo strepito, frutto di poca intelligenza o di molta furbizia, il cui unico esito dovrebbe essere quello di indebolirci nel momento in cui, in effetti, sarebbe più razionale rafforzarci (visto che qualcosa stiamo facendo, e altro faremo), avrà un diverso risultato: quello di mettervi per l'ennesima volta di fronte alla pochezza dei vostri numeri. Mentre voi sbraitate, spostando al più decimali come un volenteroso carnefice di Bruxelles, nel restante 95% degli italiani, quelli che ancora se ne strabattono del tema Europa, perché non lo capiscono, perché nessuno (tanto meno voi) è stato in grado di presentarglielo, o perché a loro sta bene così, cresce il numero di quelli che sentono parlare Garavaglia o Molinari e si dicono che in fondo noi leghisti non siamo così male, considerando l'alternativa.
Quindi, cari tuttosubitisti, le vostre grida dicono molto di voi, e poco di noi. Purezza e durezza sono due qualità insidiose, soprattutto la seconda! C'è il forte rischio che dalla coscienza si trasferisca al cervello: la cloaca di Twitter pullula di esempi! Io, qui, ho esercitato il massimo sforzo per farvi capire che la democrazia conta, e democrazia significa anche reciprocità. Quelli per cui la democrazia funziona solo quando va come dicono loro, ve lo ricordo, sono i piddini. Noi siamo diversi. Dobbiamo convivere col fatto che la maggioranza degli italiani non ha votato per noi, e continuiamo a portare avanti un'azione politica coerente con il nostro disprezzo verso un progetto che disprezza la democrazia: coerenza quindi vuole che non siamo noi stessi i primi a disprezzarla.
So che vi sembra difficile: alcuni di voi sono tecnicamente fascisti, quindi se non ci arrivano sono giustificati. La democrazia non è affar loro, e va bene così (soprattutto perché non hanno i numeri per cambiare le cose). Altri, semplicemente, non sono molto brillanti. Una di quelle che sbraita di più su Twitter in questi giorni credo di averla conosciuta a un mio incontro pubblico. Mi ricordo che dal pubblico strepitava a ogni intervento del mio interlocutore, mettendomi in seria difficoltà: interrompendo il mio avversario mi faceva perdere il filo, impedendomi di confutarlo, oltre a screditarmi facendomi passare per il guru di una setta di invasati privi delle più elementari nozioni di civiltà e di buona educazione (uno spin che piace alla stampa che piace... solo a se stessa!). Non sono stupito che ora continui a fare sostanzialmente lo stesso lavoro nella piccola bolla di Twitter (che, vorrei ricordarvelo, non è il mondo reale).
Allora: si è fatto tardi, nel frattempo è iniziato l'anno nuovo, e vorrei riassumere: qui il problema da risolvere, a monte, non è se vi piaccia o meno l'Europa, ma se vi piace o meno la democrazia. Se il vostro rifiuto dell'attuale progetto europeo deriva, come il mio, dal vostro amore per la democrazia, allora cercate di essere coerenti con voi stessi, e invece di interrogarvi su come realizzare contro la volontà della maggioranza progetti politici più o meno fondati, o sul perché avendo il 17% dell'elettorato non abbiamo realizzato una cosa che non è nel contratto di governo (risposta: perché non è nel contratto di governo e perché non siamo al 51%), cercate di sostenerci nel nostro sforzo di incidere sul dibattito culturale e politico, cosa che con il nostro 17% stiamo facendo con qualche risultato.
Altrimenti vorrà dire che non sono riuscito a farvi capire niente, ma va bene così: tutti siamo utili, ma nessuno indispensabile.
Neanche voi, nonostante siate non il 17%, ma addirittura il 100%... di voi stessi!
Buon anno!
(...a proposito: come vi sembrano, ora, le interviste di settembre?...)
(...sono troppo stanco per rileggere: rileggete voi. Anzi: rileggeste voi...)
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
martedì 1 gennaio 2019
venerdì 21 dicembre 2018
Le violazioni
(...dopo avervi parlato delle regole, mi sembra opportuno parlarvi delle violazioni. La discussione generale, in cui interverrò fra un paio d'ora, mi rende consapevole del fatto che molti miei colleghi non hanno chiaro come stiano le cose in "Leuropa". Vale la pena di ricordarlo a loro, ma forse anche a voi...)
Questo grafico riporta il numero di violazioni della regola del limite del 3% al rapporto deficit/Pil registrate dal 1999 al 2017 nei paesi inizialmente membri dell'Eurozona:
Pierini e santommasi trovano qui i dati coi quali la figura è stata costruita:
Direi che i dati si commentano da soli. Sul podio di questa classifica non troviamo l'Italia, ma, senza particolare sorpresa, Portogallo e Grecia, che questa regola non l'hanno praticamente mai rispettata, e Francia, che non l'ha rispettata quasi mai.
Chiedersi perché la Francia sia stata esentata sarebbe ingenuo: le regole si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici, e la Germania non è nostra amica (ma non lo è nemmeno della Francia, e nemmeno di se stessa). Forse può essere più interessante chiedersi perché "Leuropa", che è così sollecita nel difenderci da noi stessi imponendoci politiche procicliche in recessione, non lo sia stato altrettanto con Grecia e Portogallo, e abbia lasciato indebitare questi paesi fin dall'inizio oltre i limiti del sostenibile, con deficit in media oltre il 5%. La risposta anche qui è ovvia per chi abbia seguito il nostro lavoro: qualcuno (i creditori del Nord) ci trovava un tornaconto, e sapeva che, essendo too big to fail, qualcun altro (noi) a buon bisogno ci avrebbe messo i soldi per rimediare.
Osservo che le otto violazioni dell'Italia sono una prestazione molto migliore delle tredici della Francia, e sono parenti prossime delle sette della Germania. Eh già, sette! Ah, perché voi pensavate che la Germania fosse immacolata? No. Lo è (notoriamente) il Lussemburgo.
La morale della favola è che noi italiani, in media, l'Europa di Maastricht possiamo permettercela più di tanti altri, a partire dal paese da cui proviene chi oggi ci fa le lezioncine e gestisce il negoziato (la Francia). Questo naturalmente non vuol dire che essa abbia un senso. Non ce l'ha per i tanti motivi su cui ci siamo intrattenuti negli anni e che la discussione generale sta rendendo palesi. Ma i correttivi apportati per rendere meno "stupide" le sue regole (Prodi dixit), cioè l'insensato riferimento a un "non concetto" come il Pil "potenziale", e a cascata ai saldi "strutturali", l'hanno peggiorata notevolmente. Anziché "adattarle alla necessità del ciclo economico" per attenuarlo, lavorano per amplificarlo, come ormai è palese.
Ora, immaginatevi un negoziato con l'Europa gestito non da Moscovici, ma da un commissario espresso da diversi equilibri politici. Provateci, invece di abbandonarvi a una disperazione che sinceramente non riesco a conciliare con l'indignazione dei media tedeschi. Non dico che sarebbe risolutivo, non ci sono soluzioni semplici, ma sarebbe, cioè sarà, diverso. Non è la prima volta che gli Stati europei si impegnano per affermare se stessi come entità superiorem non recognoscentes, e nessuno ha mai detto che ottenere questo risultato sarebbe stato una passeggiata. Le resistenze imperiali ci sono, sono ovunque, sono profonde, culturali, antropologiche, etnologiche, e ad esse va opposta uguale resistenza e perseveranza. La Storia è con noi: cerchiamo di non essere i primi a ostacolarla.
E con questo per oggi è tutto. Devo preparare il mio intervento in discussione generale, che poi vi offrirò come base per portare un minimo di razionalità nel nostro dibattito, cioè nel dibattito.
Questo grafico riporta il numero di violazioni della regola del limite del 3% al rapporto deficit/Pil registrate dal 1999 al 2017 nei paesi inizialmente membri dell'Eurozona:
Pierini e santommasi trovano qui i dati coi quali la figura è stata costruita:
Direi che i dati si commentano da soli. Sul podio di questa classifica non troviamo l'Italia, ma, senza particolare sorpresa, Portogallo e Grecia, che questa regola non l'hanno praticamente mai rispettata, e Francia, che non l'ha rispettata quasi mai.
Chiedersi perché la Francia sia stata esentata sarebbe ingenuo: le regole si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici, e la Germania non è nostra amica (ma non lo è nemmeno della Francia, e nemmeno di se stessa). Forse può essere più interessante chiedersi perché "Leuropa", che è così sollecita nel difenderci da noi stessi imponendoci politiche procicliche in recessione, non lo sia stato altrettanto con Grecia e Portogallo, e abbia lasciato indebitare questi paesi fin dall'inizio oltre i limiti del sostenibile, con deficit in media oltre il 5%. La risposta anche qui è ovvia per chi abbia seguito il nostro lavoro: qualcuno (i creditori del Nord) ci trovava un tornaconto, e sapeva che, essendo too big to fail, qualcun altro (noi) a buon bisogno ci avrebbe messo i soldi per rimediare.
Osservo che le otto violazioni dell'Italia sono una prestazione molto migliore delle tredici della Francia, e sono parenti prossime delle sette della Germania. Eh già, sette! Ah, perché voi pensavate che la Germania fosse immacolata? No. Lo è (notoriamente) il Lussemburgo.
La morale della favola è che noi italiani, in media, l'Europa di Maastricht possiamo permettercela più di tanti altri, a partire dal paese da cui proviene chi oggi ci fa le lezioncine e gestisce il negoziato (la Francia). Questo naturalmente non vuol dire che essa abbia un senso. Non ce l'ha per i tanti motivi su cui ci siamo intrattenuti negli anni e che la discussione generale sta rendendo palesi. Ma i correttivi apportati per rendere meno "stupide" le sue regole (Prodi dixit), cioè l'insensato riferimento a un "non concetto" come il Pil "potenziale", e a cascata ai saldi "strutturali", l'hanno peggiorata notevolmente. Anziché "adattarle alla necessità del ciclo economico" per attenuarlo, lavorano per amplificarlo, come ormai è palese.
Ora, immaginatevi un negoziato con l'Europa gestito non da Moscovici, ma da un commissario espresso da diversi equilibri politici. Provateci, invece di abbandonarvi a una disperazione che sinceramente non riesco a conciliare con l'indignazione dei media tedeschi. Non dico che sarebbe risolutivo, non ci sono soluzioni semplici, ma sarebbe, cioè sarà, diverso. Non è la prima volta che gli Stati europei si impegnano per affermare se stessi come entità superiorem non recognoscentes, e nessuno ha mai detto che ottenere questo risultato sarebbe stato una passeggiata. Le resistenze imperiali ci sono, sono ovunque, sono profonde, culturali, antropologiche, etnologiche, e ad esse va opposta uguale resistenza e perseveranza. La Storia è con noi: cerchiamo di non essere i primi a ostacolarla.
E con questo per oggi è tutto. Devo preparare il mio intervento in discussione generale, che poi vi offrirò come base per portare un minimo di razionalità nel nostro dibattito, cioè nel dibattito.
giovedì 13 dicembre 2018
Ai confini della surrealtà
Questo grafico riporta, per ogni anno, il valore del saldo di bilancio pubblico del nostro paese rinvenibile nello scenario tendenziale calcolato nel DEF dell'anno precedente (in blu), dello scenario programmatico proposto dalla NADEF sempre dell'anno precedente (in arancione), e effettivo, tratto dall'ultima edizione del World Economic Outlook (in grigio: il dato del 2018 è stimato, visto che l'ultima edizione del WEO è di ottobre 2018, cioè di quando ancora non si poteva sapere come sarebbero andate a finire le cose, e il dato del 2019 non l'ho proprio riportato, perché le proiezioni dell'IMF fanno già sufficientemente schifo per l'anno in corso).
Tanto per capirci, cominciando da sinistra per finire a destra (un percorso naturale): con riferimento all'anno 2014 vedete che ad aprile 2013 il DEF (varato da Monti) supponeva che a politiche invariate il saldo sarebbe stato negativo per -1.8 (percentuale del Pil), poi la NADEF (redatta da Enrico "stai sereno" Letta) ipotizzava che si sarebbe fatta una politica espansiva fino al -2.3% del Pil, ma a conti fatti il risultato fu un -3.0% tondo (peggiore di 1.2 rispetto al tendenziale e di 0.7 rispetto al programmatico).
In ogni singolo anno questa dinamica si ripete in modo più o meno accentuato. Il saldo programmatico è peggiore del tendenziale (e ci sta, perché il programmatico incorpora gli effetti della manovra, che, laddove sia espansiva, prevederà un maggior deficit rispetto allo scenario tendenziale o "a politiche vigenti"), e, soprattutto, l'effettivo è peggiore del programmatico, il che significa che i governi tendono a sottostimare sistematicamente l'impatto delle loro politiche sul deficit, cioè dichiarano di fare meno deficit con le loro manovre di quanto poi effettivamente ne facciano.
In questo grafico ho aggiunto alle variabili già descritte lo scarto fra deficit programmatico e deficit tendenziale, che misura lo sforzo espansivo dichiarato dalle singole manovre (questa affermazione necessita di una precisazione che faccio più avanti, nell'ultimo grafico). Se consideriamo, ad esempio, il 2018, vediamo che nel DEF 2017 Gentiloni si aspettava per il 2018 un deficit di -1.2, portato nello scenario programmatico della NADEF a -1.6: un -0.4 che si riflette nella barra gialla.
Vi faccio vedere solo le barre gialle, così capiamo di cosa stiamo parlando:
Il DEF del quale sono stato relatore prevedeva un tendenziale di 0.8 (non so se ve lo ricordate). Ora siamo finiti al 2, cioè a -1.2 di deficit addizionale. Fra il 2014 e il 2018 lo scarto fra tendenziale DEF e programmatico NADEF è stato in media di -0.4. Nel 2019, dopo la "ritirata" del Governo, è tre volte tanto.
La mia dichiarazione di voto è qui:
ed ho quindi detto in modo sufficientemente chiaro cosa ritenevo auspicabile. Rispetto a quanto ho dichiarato in quella sede pare che le cose stiano andando in modo diverso. Il Presidente del Consiglio, che è stato così gentile da apprezzare il mio discorso, pare abbia ritenuto di comportarsi in modo diverso, più affine a quanto sembrava anche a me opportuno fare quando vedevo emergere "le contraddizioni di un progetto articolato sulla svalutazione del salari", ma queste contraddizioni non erano ancora esplose. Voi, che avete meno informazioni di me, siete liberi di leggere questo risultato come una mia sconfitta: quando si dà un parere, può darsi che non venga ascoltato, e questo, certo, in linea di principio potrebbe ulcerare la vanità di qualche eguccio debole. D'altra parte io, che ho meno informazioni di Conte, non me la sento di esprimere un giudizio sulla sua scelta. Come ho detto in un'altra occasione, suscitando i lazzi della nostra stampa più autorevole, per me essere in squadra significa portare a termine il compito che mi è stato assegnato senza pretendere di avere l'immediata visione d'insieme e senza volermi sostituire né fare lezioncine a chi ne sa più di me.
So bene che molti di voi immaginano che io passi, o debba passare, il tempo a dare lezioni di politica a Salvini: lo so, perché per sette anni avete dato su questo blog lezioni di economia a me. Ora, non è che Salvini abbia un carattere peggiore del mio, anzi! Ha semplicemente meno tempo, e io, che me ne rendo conto, vedendo quanto sia scarso il tempo di cui dispongo da quando rivesto una carica infinitamente meno impegnativa della sua, cerco di limitare allo stretto essenziale le interazioni. Lo stesso vale, con maggior forza, per il Presidente Conte.
L'acquiescenza a richieste che in termini economici sono del tutto surreali (lo confermo, perché, come detto in dichiarazione di voto, lo confermano gli uffici tecnici della Commissioni) viene vista da molti di voi come una inopportuna arrendevolezza. Può darsi. D'altra parte, ora il signor Moscovici è politicamente in lieve difficoltà. Se continua a dire che non gli basta mai, certificherà il fatto che "l'Europa" ha come ragion d'essere quella di imporre politiche procicliche a chi se le lascia imporre, cioè farà campagna elettorale per noi, non solo qui, ma anche negli altri paesi europei (e infatti le ultime agenzie dicono che abbia smesso, anche perché alla Francia, che ora ha alle calcagna la Germania, non conviene isolarsi politicamente dall'Italia, ma il contrario non è necessariamente vero, finché un francese ci spara addosso!). Se la mossa del Governo eviterà la procedura di infrazione, permetterà di portare a casa i risultati della manovra in termini sostanzialmente invariati (per i dettagli, come ha ricordato Claudio Borghi, dobbiamo aspettare le carte), confinando la Francia nel ruolo del cattivo. Se invece ci sarà procedura d'infrazione, si confermerà quell'atteggiamento bullistico del quale parlavo in dichiarazione di voto. Mi direte che non c'era bisogno di questa ulteriore dimostrazione, e potrei anche concordare con questa analisi: di Nein! è costellata la storia di questo blog. Mi direte che non esiste solidarietà europea, che abbiamo visto macellare nazioni nella totale indifferenza degli elettori (soprattutto progressisti) delle nazioni altrui, e vi potrei anche dare ragione. Tuttavia, sono stati quei macelli a far sorgere in molti di voi la consapevolezza che vi ha spinto a sostenere politicamente chi contrastava questo sistema iniquo, e ogni giorno si allarga sui media internazionali il fronte di chi critica il modus operandi della Commissione.
Onestamente, non sappiamo che cosa avrebbe fatto il PD se fosse rimasto al potere. Se dobbiamo imparare dal passato, forse avrebbe fatto uno 0.8+0.4=1.2 di deficit. Per scrupolo aggiungo che se il confronto fra tendenziale DEF e programmatico NADEF ha un senso quest'anno (per il semplice motivo che noi il DEF l'abbiamo ereditato), l'entità della manovra va correttamente valutata confrontando il tendenziale NADEF (aggiornato rispetto a quello DEF) con il programmatico NADEF. Il confronto lo trovate qui:
Notate che nel 2013 (per il 2014) e nel 2014 (per il 2015) le manovre rispettivamente di Letta e Renzi prevedevano un deficit programmatico NADEF inferiore al tendenziale NADEF, cioè una stretta di bilancio rispetto al quadro a legislazione vigente. E così, nel 2014 la crescita del Pil fu dello 0.1%, e nel 2015 dello 0.9%. Poi, negli anni successivi, i saldi programmatici della NADEF divennero lievemente più espansivi di quelli tendenziali. In media, nel favoloso quinquennio del PD lo scarto fra programmatico e tendenziale NADEF fu di -0.2. Quest'anno, dopo la mediazione del governo, di -0.8 (da -1.2 a -2.0), cioè quattro (4) volte tanto. Diciamo che il sentiero stretto di Piercarlo "sparecchiavo" Padoan è diventato a quattro corsie: diminuisce il rischio di cadere di sotto.
Intrendiamoci: in squadra ci sono entrato io, non voi. Quindi io me ne sto zitto e lavoro, e voi, giustamente, dovete esprimere le vostre critiche. Tutti, me compreso, stiamo aspettando i risultati. Io devo anche concorrere ad essi per la mia parte. Il meraviglioso mondo dei social fa da lente di ingrandimento del nostro scontento, ma ci offre anche l'opportunità di condividere quello che avete trovato e vi ha trattenuto qui: i dati. Il mondo di prima, del quale vi parlai a suo tempo, era un mondo in cui l'IVA sarebbe aumentata, nessuno avrebbe usufruito di quota 100, nessuno avrebbe avuto né reddito né pensione di cittadinanza, non era stata rafforzata la detassazione dell'IMU sugli immobili strumentali, non era stato esteso il regime forfetario (sì, lo so, non è la "vera" flat tax: non ricordo di aver mai detto che avremmo fatto tutto il primo anno, e se l'ho detto lapidatemi pure), ecc.
Certo che dobbiamo volere di più!
Però, perdonatemi, una cosa devo dirvela: così come mi sembrano surreali le richieste "europee" di fare una politica meno espansiva all'inizio di un ciclo recessivo (richieste che si sbricioleranno quando la recessione globale colpirà i buoni come i cattivi), altrettanto surreali mi sembrano certe rampogne che vedo circolare sui social. Per giustificarle, per carità, le giustifico: i grafici di questo post sono una spiegazione sufficiente! Ma per capirle dovrei pensare che abbiate la memoria di un moscerino, o che siate atterrati oggi in Italia provenendo dall'iperuranio dei testi di macroeconomia keynesiana, dove, in effetti, è scritto che bisognerebbe fare ben altro (credo di saperlo, ma ringrazio comunque chi me lo ricorda).
Il fatto è che nel mondo reale non basta che capiamo noi qual è la cosa giusta. Devono capirlo anche loro. Alla fine lo capiranno, perché i fatti hanno la testa dura e qui avete imparato ad apprezzarlo. Cerchiamo di non dimenticarceli, questi fatti: altrimenti la testa ce la romperemo noi.
Con immutato affetto e riconoscenza.
mercoledì 12 dicembre 2018
La diagnosi del Sassaroli
(...certe volte penso che tante inutili polemiche in campo "amico" - dagli amici mi guardi Iddio - non insorgerebbero se tutti noi avessimo piena contezza di alcuni grandi classici della nostra cultura. Segue esempio, tratto da un'opera che già ci è stata utile per arricchire il lessico della crisi...)
Alfeo Bagnai: "Diagnosi: un'Europa così tu non la reggi."
Rambaldo Macron: "No!"
Ecc.
(...perché non vi date una bella calmata? Quello che c'era da dire s'è detto, e forse dovreste rileggerlo - magari, fra le righe trovate qualcosa che in diretta vi era sfuggito. Siete proprio sicuri che non se ne terrà conto? E perché mai, di grazia? Perché ve l'ha detto il Corriere? O Repubblica? Ah, capisco... Ma allora, perdonatemi: a che cosa vi è servito leggermi? Perché siete qui? Perché tante smancerie, tanti complimenti, tante lettere d'amore, se poi, quando c'è bisogno di mantenere la lucidità, cadete in tutti i tranelli che i nostri nemici politici vi tendono? Ad esempio, sono settimane che state parlando del nulla, nonostante vi abbia detto che era il nulla. Poi magari le cose cambieranno, ma ce lo dirà la "cartaceità" - conio del mio capogruppo di opposizione preferito. Fino a che qualcosa di diverso non sarà stato "versato in atti", io riterrò che quel qualcosa sia il nulla. La carta dei giornali non ha valore di legge, nonostante su di essa vengano emesse molte sentenze inappellabili e con unico grado di giudizio: il titolone in prima - non credo che sia menzionato nei codici di procedura, ma insomma, funziona così...
Ecco, a me dispiace di non esservi stato utile quanto avrei voluto, di non avervi dato gli strumenti di lettura della realtà che mi illudevo di darvi, e anche, scusatemi - intervengo per fatto personale - di non aver stabilito con voi quel rapporto di leale scambio, di fiducia, che mi pareva in tanti anni avessimo costruito, condividendo anche più del necessario, e confrontandoci su tutto. Mi dispiace anche perché voi a me siete stati molto utili: mi avete portato in un posto in cui sto apprendendo molto, e magari, chissà, col tempo e stando al posto mio potrò anche ambire a concorrere a influenzare minimamente i destini del paese che amo. Che peccato scoprire che tutto quanto vi ho detto per anni non vi è servito a nulla. La prima cosa che credevo di avervi insegnato è quella che Emiliano Brancaccio pensava di dover insegnare a me: certe tendenze sono oggettive. Certo, poi occorre gestirle. Il modo più efficace per farlo mi sembra che rimanga quello di non farsi addossare la colpa dei fallimenti altrui, ma, certo, mi rendo conto, voi di politica ne capite più di me, e anche di comunicazione, di ricerca, e di divulgazione scientifica. Parlano per voi, come per me, i miei risultati. Ma, nonostante siate tanto migliori di me, mamma non mi ha fatto invidioso, e quindi continuo a volervi bene, e a tenere aperto il dialogo con voi, nella speranza che possiate insegnarmi il mio mestiere - di politico, comunicatore, ricercatore e divulgatore! Si può sempre migliorare, tranne quando si è perfetti, e voi lo nasceste, a giudicare da come trinciate giudizi. Un brutto vizio che qualcuno deve avervi attaccato, ma che vi prego di togliervi...)
(...la vita è strana. Vi ricordate di Pittella? Qualche tempo fa, forte del fatto che se qui siamo in maggioranza, in Europa siamo all'opposizione, lo levai di terra con un intervento di inizio seduta che effettivamente era molto veemente, diciamo anche troppo. Poteva sembrare un attacco personale, e non lo era: era un attacco politico. Qualche tempo dopo, incontrandolo, mi sono scusato e ho chiarito la mia posizione. Cerco di avere rapporti cordiali con tutti perché questa, anche se ogni tanto lo sembra - ed è anche giusto che lo sembri - non è una arena di gladiatori, ma un posto dove bisogna scambiarsi idee. Ieri, parlando a braccio, ho commesso un errore - lo trovate nel resoconto di seduta. Oggi mi sono avvicinato ai banchi del PD e scherzando ho detto: "Ma insomma! Dovreste essere un'opposizione costruttiva, che ci aiuta a migliorarci cogliendoci in fallo, e poi non vi siete nemmeno accorti che ieri ho detto ecc." (non vi dico cosa, vediamo chi indovina...). E Pittella, con un sorriso placido e tagliente: "Ma Alberto, noi sappiamo che tu sei perfetto, quindi non ci pensiamo a controllarti!" Colpito e affondato da Pittella. Ve lo sareste mai immaginato? Ci vuole rispetto per le persone, e non bisogna sottovalutare nessuno. Da tutti si può imparare, da tutti si può avere una lezione di umiltà, e tutte le lezioni di umiltà vanno accettate. E ora riprendete pure a trinciare giudizi su Twitter: vi osservo sempre con molto affetto e molta partecipazione, voi, e i vostri amici dei giornali influenti: quelli dove una diagnosi simile non è ancora stata pubblicata - nemmeno ex post!...)
Alfeo Bagnai: "Diagnosi: un'Europa così tu non la reggi."
Rambaldo Macron: "No!"
Ecc.
(...perché non vi date una bella calmata? Quello che c'era da dire s'è detto, e forse dovreste rileggerlo - magari, fra le righe trovate qualcosa che in diretta vi era sfuggito. Siete proprio sicuri che non se ne terrà conto? E perché mai, di grazia? Perché ve l'ha detto il Corriere? O Repubblica? Ah, capisco... Ma allora, perdonatemi: a che cosa vi è servito leggermi? Perché siete qui? Perché tante smancerie, tanti complimenti, tante lettere d'amore, se poi, quando c'è bisogno di mantenere la lucidità, cadete in tutti i tranelli che i nostri nemici politici vi tendono? Ad esempio, sono settimane che state parlando del nulla, nonostante vi abbia detto che era il nulla. Poi magari le cose cambieranno, ma ce lo dirà la "cartaceità" - conio del mio capogruppo di opposizione preferito. Fino a che qualcosa di diverso non sarà stato "versato in atti", io riterrò che quel qualcosa sia il nulla. La carta dei giornali non ha valore di legge, nonostante su di essa vengano emesse molte sentenze inappellabili e con unico grado di giudizio: il titolone in prima - non credo che sia menzionato nei codici di procedura, ma insomma, funziona così...
Ecco, a me dispiace di non esservi stato utile quanto avrei voluto, di non avervi dato gli strumenti di lettura della realtà che mi illudevo di darvi, e anche, scusatemi - intervengo per fatto personale - di non aver stabilito con voi quel rapporto di leale scambio, di fiducia, che mi pareva in tanti anni avessimo costruito, condividendo anche più del necessario, e confrontandoci su tutto. Mi dispiace anche perché voi a me siete stati molto utili: mi avete portato in un posto in cui sto apprendendo molto, e magari, chissà, col tempo e stando al posto mio potrò anche ambire a concorrere a influenzare minimamente i destini del paese che amo. Che peccato scoprire che tutto quanto vi ho detto per anni non vi è servito a nulla. La prima cosa che credevo di avervi insegnato è quella che Emiliano Brancaccio pensava di dover insegnare a me: certe tendenze sono oggettive. Certo, poi occorre gestirle. Il modo più efficace per farlo mi sembra che rimanga quello di non farsi addossare la colpa dei fallimenti altrui, ma, certo, mi rendo conto, voi di politica ne capite più di me, e anche di comunicazione, di ricerca, e di divulgazione scientifica. Parlano per voi, come per me, i miei risultati. Ma, nonostante siate tanto migliori di me, mamma non mi ha fatto invidioso, e quindi continuo a volervi bene, e a tenere aperto il dialogo con voi, nella speranza che possiate insegnarmi il mio mestiere - di politico, comunicatore, ricercatore e divulgatore! Si può sempre migliorare, tranne quando si è perfetti, e voi lo nasceste, a giudicare da come trinciate giudizi. Un brutto vizio che qualcuno deve avervi attaccato, ma che vi prego di togliervi...)
(...la vita è strana. Vi ricordate di Pittella? Qualche tempo fa, forte del fatto che se qui siamo in maggioranza, in Europa siamo all'opposizione, lo levai di terra con un intervento di inizio seduta che effettivamente era molto veemente, diciamo anche troppo. Poteva sembrare un attacco personale, e non lo era: era un attacco politico. Qualche tempo dopo, incontrandolo, mi sono scusato e ho chiarito la mia posizione. Cerco di avere rapporti cordiali con tutti perché questa, anche se ogni tanto lo sembra - ed è anche giusto che lo sembri - non è una arena di gladiatori, ma un posto dove bisogna scambiarsi idee. Ieri, parlando a braccio, ho commesso un errore - lo trovate nel resoconto di seduta. Oggi mi sono avvicinato ai banchi del PD e scherzando ho detto: "Ma insomma! Dovreste essere un'opposizione costruttiva, che ci aiuta a migliorarci cogliendoci in fallo, e poi non vi siete nemmeno accorti che ieri ho detto ecc." (non vi dico cosa, vediamo chi indovina...). E Pittella, con un sorriso placido e tagliente: "Ma Alberto, noi sappiamo che tu sei perfetto, quindi non ci pensiamo a controllarti!" Colpito e affondato da Pittella. Ve lo sareste mai immaginato? Ci vuole rispetto per le persone, e non bisogna sottovalutare nessuno. Da tutti si può imparare, da tutti si può avere una lezione di umiltà, e tutte le lezioni di umiltà vanno accettate. E ora riprendete pure a trinciare giudizi su Twitter: vi osservo sempre con molto affetto e molta partecipazione, voi, e i vostri amici dei giornali influenti: quelli dove una diagnosi simile non è ancora stata pubblicata - nemmeno ex post!...)
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lunedì 10 dicembre 2018
56 (cinquantasei) sfumature di NPL
(...non è un QED...)
Non sto a farvi la solita solfa, tipo: è un numero abbondante, è un numero di Tetranacci (che fa rima con Fibonacci, naturalmente), è un numero del triangolo di Pascal, ecc. Wikipedia è un posto meraviglioso, quando si parla di proprietà dei numeri. Quando si parla di economia è solo il posto dove si informano i professori associati di discipline non affini (come qualche collega divertito mi faceva notare)! Oggi 56 sono gli anni, e per festeggiarli mi sono regalato l'unanimità della Commissione VI su questa risoluzione. Ci sono molte cose che sapete, e che era opportuno "versare in atti".
E ora vado a versare del vino.
(...un punto volevo sottolinearvelo ma mi manca tempo. Magari colpisce qualcuno di voi...)
Non sto a farvi la solita solfa, tipo: è un numero abbondante, è un numero di Tetranacci (che fa rima con Fibonacci, naturalmente), è un numero del triangolo di Pascal, ecc. Wikipedia è un posto meraviglioso, quando si parla di proprietà dei numeri. Quando si parla di economia è solo il posto dove si informano i professori associati di discipline non affini (come qualche collega divertito mi faceva notare)! Oggi 56 sono gli anni, e per festeggiarli mi sono regalato l'unanimità della Commissione VI su questa risoluzione. Ci sono molte cose che sapete, e che era opportuno "versare in atti".
E ora vado a versare del vino.
(...un punto volevo sottolinearvelo ma mi manca tempo. Magari colpisce qualcuno di voi...)
domenica 9 dicembre 2018
QED 89: Macron, un anno dopo...
"Seminate odio!"
Questo mi ha detto poco fa un simpatico frequentatore di quella cloaca che è Twitter. Se lo dicesse perché ci credeva, o perché gli avevano detto di dirlo, e se nel primo caso ci credesse perché gli avevano detto di crederci, e nel secondo caso fosse retribuito o meno per eseguire il suo compitino, non saprei dirvelo. Questo raglio, però, mi ha fatto venire voglia di tornare qui a fare quello che ho fatto per anni e che, con gran cordoglio di una infinita sequenza di mediocri, mi ha portato dove voi avete voluto portarmi: in un posto in cui capire le cose può essere più utile al paese che in una direzione del PD!
Seminare odio? Piuttosto, seminare conoscenza, fornendovi alcuni strumenti utili per interpretare il reale, o almeno la sua dimensione macroeconomica (il che, in tempi di crisi, ha la sua importanza). Credo che una parte del legame che qui ci unisce sia dovuta al fatto che, lasciando al tempo fare il suo lavoro, quello del galantuomo, avete potuto apprezzare quanto efficaci fossero le analisi che vi proponevo. Certo, dopo essere arrivati qui per voi il mondo è diventato più noioso. Ad esempio, quanto è successo in Francia difficilmente vi avrà stupito. Dopo quanto ci siamo detti qui (e fra un po' ripasseremo, a beneficio degli ultimi arrivati) il fallimento di Macron non dovrebbe tornarvi come una sorpresa.
Ma su questo blog non ci siete solo voi! Questo blog, non dimentichiamolo, è letto anche da brutta, anzi: bruttissima gente! Pensate: lo leggono addirittura iMercati! Suppongo quindi che queste parole siano lette anche da chi, qualche mese fa, a Londra, ha visto dipingersi sulle mie labbra un cortese ma esplicito sorriso di compatimento mentre, come vi raccontai a suo tempo, una strapagata mentecatta proveniente dall'Europa del Sud e impiegata da qualche grossa banca di investimenti del Nord mi faceva l'elogio di Macron e del suo staff, e di come si fossero presentati con delle belle slides, e di che bel cronoprogramma le avessero fatto vedere, e di come fossero credibili... Il mio argomento fu semplice (chi c'era se lo ricorderà): "Se farà un quinto di quello che ha promesso, il paese esploderà!" (non ricordo se le parole fossero proprio queste, ma il senso era e non poteva che essere questo).
Incredulità degli astanti, come immaginerete... ma nella mia agenda ci sono tutti i loro nomi, quindi più tardi gli scriverò!
Ora che è tutto chiaro, vale la pena di tornarci sopra non tanto per guardare indietro e prendersi la solita, sterile soddisfazione degli economisti ("io l'avevo detto!"), quanto per guardare avanti e apprezzare come sia cambiato il panorama. Gli ultimi arrivati impareranno qualcosa, ma anche i più esperti avranno le loro soddisfazioni.
Senza annoiarvi troppo con la teoria, che è esposta in dettaglio qui a beneficio di chi non è allergico alle formule, vorrei richiamarvi il punto principale, che è questo: come ognuno di noi, così anche la collettività nazionale può trovarsi in una situazione di surplus finanziario (e quindi avere soldi da prestare) o di deficit finanziario (e quindi avere bisogno di prestiti per coprire l'eccedenza delle proprie spese sui propri introiti). In macroeconomia, questa analisi viene spesso condotta considerando tre settori: quello privato (famiglie e imprese), quello pubblico (Stato, enti territoriali, enti previdenziali) e estero. Ognuno di questi settori può generare o assorbire risparmio: fatto sta, che in termini contabili nessuno può prendere in prestito del denaro se qualcuno non glielo presta (altrimenti è furto, e si esce dalla contabilità nazionale per entrare nel codice penale). Ne consegue che se un settore (ad esempio il settore pubblico) ha un "meno uno" perché si è fatto prestare un euro (era in deficit), gli altri settori registreranno complessivamente un "più uno" perché hanno prestato un euro (erano in surplus). In termini tecnici si dirà che "la somma algebrica dei saldi settoriali (cioè dei surplus/deficit dei settori privato, pubblico e estero) è necessariamente nulla".
Nelle economie avanzate normalmente il settore pubblico è in deficit. Resta allora il problema di chi lo finanzi, questo deficit. Può darsi che il settore privato generi sufficiente risparmio: ma ci sono anche casi in cui per finanziarsi il settore pubblico, e quando va male anche quello privato, devono ricorrere a finanziamenti esteri. In quei casi, il settore estero è in surplus (presta) verso uno o entrambi i settori interni, cioè il paese (inteso come collettività nazionale) si sta indebitando con l'estero. Per una somma di motivi che ho spiegato più volte, e che non sono difficilissimi da capire, la situazione in cui un paese (e in particolare il suo settore privato) si indebita verso l'estero, è molto, ma molto più esplosiva di quella in cui uno stato (cioè il settore pubblico) si indebita col settore privato nazionale. Basta pensare ai due casi di Grecia e Giappone, che qualche economista incauto aveva in passato accostato con una certa leggerezza...
In tutto questo discorso, sperando che non vi abbia fatto addormentare, c'è da ricordare un'ultima cosa: se io sono in surplus con te, tu sei in deficit con me. L'essenza della "goofynomics" è questa: una discesa, vista dal basso, somiglia molto a una salita. Un surplus dell'estero, visto dall'interno, somiglia molto a un deficit con l'estero ("di" e "con" sono due preposizioni ben diverse). Quindi, quando vi dico che l'estero è in surplus col paese (cioè che il paese si finanzia con capitali esteri), vi sto dicendo che il paese ha la bilancia dei pagamenti in deficit (cioè che il paese si sta indebitando, che poi è la stessa cosa che finanziarsi col capitale di un altro, no?).
Si parla di "deficit gemelli" quando un paese ha simultaneamente un deficit del settore pubblico, e un deficit di bilancia dei pagamenti. La Francia è esattamente in questa situazione. Non ci si è sempre trovata, ma ora ci si trova, e uscirne non sarà facile, anzi: per come è messo ora Macron, lo scenario più probabile è che entrambi i deficit si accentuino, e vale la pena di ricordare perché.
Il resto dell'articolo è dedicato a spiegarlo a chi non ci è già arrivato da solo.
Cominciamo dal grafico che vi avevo mostrato l'anno scorso, quello dei saldi settoriali francesi riportati dal Fmi nell'edizione del World Economic Outlook di aprile 2017 (immediatamente precedente all'elezione del novello Napoleone):
Il grafico riporta i saldi settoriali francesi in rapporto al Pil (la scala di sinistra indica punti percentuali), inizia nel 2002, e termina nel 2022 (gli scenari di previsione del Fmi sono a cinque anni e 2017+5=2022). Il saldo finanziario del settore privato è in blu, quello del settore pubblico in arancione, quello del settore estero in verde. A inizio periodo, il settore privato era in surplus (spezzata blu sopra lo zero), mentre quelli pubblico e estero entrambi in deficit. Le cifre erano, rispettivamente: 5.2% di saldo privato (surplus), -3.1% di saldo pubblico (deficit), -2.1% di saldo estero (deficit del settore estero, cioè surplus di saldo estero francese). Insomma, nel 2002 la Francia violava i parametri di Maastricht (perché il suo deficit era superiore al 3%: e questo non fa notizia, come vedete dal grafico...), ma aveva un surplus di saldo estero (2.1%) perché il suo settore privato aveva un rilevante surplus finanziario.
(Piccola nota metodologica ad uso degli eventuali operatori informativi presenti: un saldo - in inglese: "balance" - può essere positivo o negativo. Se è positivo è un surplus, se è negativo è un deficit. Se invece parlo di deficit sto già considerando una grandezza negativa, e quindi non devo esplicitare algebricamente il segno meno. Insomma: dire "un saldo pubblico di -3.1%" o dire "un deficit pubblico di 3.1%" è la stessa cosa. Sì, certo, naturalmente: so che lo sapevate, ma better safe than sorry...).
(Altra nota metodologica: 5.2-3.1-2.1=0, e così deve essere, per i motivi che vi ho spiegato sopra. Chiaro?)
Qual è la principale differenza fra la situazione nel 2002 e quella nel 2017, all'elezione di Macron?
Per capirla dovete seguire non tanto la linea rossa (saldo pubblico: è sempre stato in deficit - come in ogni paese civile - e praticamente sempre oltre il 3%). Quella che fa la differenza è la linea verde, il saldo del settore estero, settore che è il vero vincitore di questa breve storia triste (lo sconfitto essendo la Francia). Noterete come dal 2002 in poi (ma in realtà, estendendo la serie, dal 1999 in poi) il saldo dell'estero cresce (quello con l'estero quindi diminuisce), passando da territorio negativo (la Francia presta soldi all'estero) a territorio positivo (la Francia prende soldi in prestito dall'estero) nel 2008, per poi restare lì, graniticamente (nel 2015 il saldo scende a 0.2, ma resta positivo).
Dato che il saldo dell'estero è il contrario del saldo con l'estero, questa situazione può essere letta in un modo complementare, assolutamente isomorfo dal punto di vista algebrico, ma che arricchisce l'analisi dal punto di vista economico: il saldo dei conti esteri (rectius: saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti) francese è positivo fino al 2007 e negativo dal 2008, ovvero fino al 2007 in Francia le esportazioni eccedevano le importazioni, e dal 2008 accade il contrario. Insomma, quello che la linea verde vi racconta è un serio, serissimo problema di competitività: in Francia le importazioni sono cresciute più delle esportazioni, il che significa che il ricavato di queste ultime (le esportazioni) non è più stato sufficiente per finanziarie le prime (le importazioni). Detto ancora in un altro modo: dal 2008 l'economia francese, e in particolare il suo settore privato, hanno smesso di reinvestire all'estero i saldi finanziari realizzati vendendo all'estero più di quanto compravano dall'estero, e hanno cominciato a prendere soldi in prestito per finanziare l'acquisto di beni esteri non coperti dal ricavato delle esportazioni francesi all'estero.
Lo so: è una filastrocca tediosa, pressoché incomprensibile: eppure se volete capire prima cosa succederà dopo vi toccherà apprenderla (basta cliccare sull'etichetta "saldi settoriali" qui in fondo alla pagina - se siete in visualizzazione web).
Comunque, nel 2017, all'avvento di Macron, la Francia era nella situazione dipinta dal grafico: un rilevante deficit pubblico, finanziato in parte dal settore privato e in parte dal settore estero. Notate che nel grafico i dati del 2017 sono le previsioni a fatte ad aprile (non i dati a consuntivo). Quello che è interessante, però, è vedere come il Fmi si immaginava che Macron avrebbe funzionato: esattamente come Hollande. Le linee tratteggiate, che rappresentano le previsioni quinquennali, convergono tutte verso zero. Per il Fmi Macron avrebbe "chiuso" tutti gli squilibri della Francia: portando a zero il saldo di bilancio pubblico avrebbe risolto (?) il problema di competitività riportando in surplus il saldo con l'estero (cioè in deficit il saldo dell'estero).
E come?
Come ci si aspettava che avrebbe fatto Hollande: con "le riforme"!
Un anno fa avevamo ironizzato su quanto fosse semplice fare le previsioni al Fmi: sembrava che bastasse avere un righello e essere in grado di tirare una retta verso l'asse delle ascisse. Al tempo di Hollande infatti avevano fatto la stessa cosa:
(questo il grafico costruito coi dati del 2012), ma poi le cose erano andate in modo diverso e gli squilibri non si erano chiusi.
Credo però che gli ultimi rovesci della fortuna abbiano riavvicinato il Fmi alla durezza del vivere. In effetti, quello che colpisce negli scenari previsionali pubblicati a ottobre di quest'anno è...
Bè: non vi rovino la sorpresa: ve li faccio direttamente vedere:
Guardate? Non è meraviglioso? Non è fantastico? Ma come cosa!? Ma il fatto che perfino quei primatisti mondiali di wishful thinking cui il Fmi affida la definizione degli scenari previsionali non se la sono sentita di dare a Macron sufficiente credito, quello che gli avevano dato nel 2017, e che avevano dato prima a Hollande nel 2012: non se la sono cioè sentita, per la prima volta da che io possa ricordare, di emettere una previsione dove i saldi settoriali del paese convergono a zero, verso una situazione di preteso equilibrio almeno contabile (se non macroeconomico)!
Intendiamoci: le previsioni del Fmi sono comunque fasulle e incoerenti (ma anche questa non è una sorpresa, come non lo è il fatto che la Francia violi le regole). Ad esempio, quel -2.8% del Pil di saldo pubblico che secondo loro la Francia raggiungerebbe nel 2023, in realtà verrà ampiamente superato già dall'anno prossimo, come ormai tutti ammettono (ed era già sufficientemente chiaro ad ottobre). E ovviamente è impossibile che (in assenza di un riallineamento del tasso di cambio reale) il saldo estero si "chiuda" mentre l'atteggiamento di politica fiscale diventa più espansivo. Un'espansione del deficit comporta una crescita del Pil e quindi delle importazioni: fra cinque anni quindi vedremo che non solo la spezzata arancione sarà andata più in basso di dove la dipinge oggi il Fmi (ci sarà stato un ben maggiore deficit pubblico), ma anche che la spezzata verde sarà andata più in alto (maggiori importazioni, quindi maggiore necessità di finanziamenti dall'estero, quindi maggior surplus del settore estero verso la Francia, cioè maggiore deficit della Francia verso l'estero).
Le previsioni emesse sono quindi incoerenti in termini di elementare ragionamento macroeconomico, e questo ne sancisce la fasullaggine, ma il messaggio politico che davano a ottobre, prima che cominciasse la rivolta dei gilets jaunes era già devastante: secondo il Fmi, Macron avrebbe fallito nel suo proposito di consolidare i conti pubblici francesi, intrappolato dalla stringente logica economica dei deficit gemelli. Nessuno pare essersene accorto, e non me ne ero accorto nemmeno io, semplicemente perché ultimamente devo occuparmi di altre cose (la direttiva antielusione, quella sul mercato secondario delle esposizioni deteriorate, la riforma del codice fallimentare, il decreto fiscale, la legge di bilancio, ecc.).
Naturalmente, dopo i gilets jaunes il quadro si complica, e di molto!
Da un lato, infatti, sarà necessario spingere molto più in giù il saldo pubblico (cioè aumentare molto di più il deficit) per cercare di far star buona tutta questa gente (e infatti, ad esempio, l'aumento delle imposte sui carburanti è già storia passata). Ma dall'altro sarà impossibile ricorrere alle "riforme strutturali", cioè alla precarizzazione del mercato del lavoro a scopo di riduzione dei salari, per ottenere quel riallineamento del cambio reale del quale la Francia ha bisogno da ormai più di un decennio, e avrà ancor più bisogno se le politiche di bilancio sosterranno i redditi (cosa inevitabile, a meno che non si voglia veramente far aumentare la tensione sociale), e quindi spingeranno le importazioni (aumentando l'esposizione della Francia sui mercati esteri). Detto in altre parole, i francesi hanno dimostrato di essere sufficientemente nervosi, e quindi, se già è impossibile pensare che qualcuno proponga oggi a noi una cura Monti, è impossibilissimo pensare che la si proponga ai francesi, i quali, negli attuali assetti di regole europee, ne avrebbero molto, ma molto più bisogno di noi. Altro che ridurre il numero dei fonctionnaires (dipendenti pubblici) per ridurre la spesapubblicabbrutta! Altro che flessibilizzazione (sempre in uscita, sempre al ribasso) del mercato del lavoro (su cui peraltro si andrebbero a riversare i suddetti fonctionnaires)!
Le cose andranno in un altro modo: tutte le ricette "liberiste" che tanto mandavano in brodo di giuggiole i commentatori autorevoli (incapaci di vedere a un palmo dal proprio naso) finiranno nella pattumiera della storia insieme a chi le ha proposte e a chi le ha commentate. Le regole europee si dimostreranno per l'ennesima volta insostenibili anche per un vaso di ferro (la prima volta accadde per la Germania, che era il malato d'Europa nel 2000 come la Francia lo è nel 2018), e quindi dovranno cambiare, a meno che il vaso di ferro non scopra di essere anche lui di coccio, nel qual caso non credo che si andrebbe incontro a uno scenario molto più stabile (e comunque anche la Germania non è più quella di una volta...).
Qui finisce la lezioncina di macroeconomia. Chi già la sapeva, è soddisfatto. Chi ancora non la sapeva, l'apprenderà. Chi non vuole proprio apprenderla, la imparerà dalla storia.
Io il mio dovere credo di averlo fatto, e se qualcuno lo chiama seminare odio, me ne farò una ragione e risponderò con un cortese ma esplicito sorriso di compatimento: lo stesso riservato a marzo alla gentile ancella dei mercati che mi narrava le mirabilia di Macron...
Rinnovo quindi l'invito a stare saldi (in senso morale, non settoriale), e a non discutere con gli imbecilli: è noto che vi trascinano al loro livello e vi battono con l'esperienza. Di "competenti" che hanno imparato l'economia da uno dei tanti variopinti guitti millantatori di titoli la sfera social rigurgita. Nessuno di loro ha mai azzeccato una previsione né è stato in grado di capire perché non l'avesse azzeccata: sono, se possibile, peggiori dell'economista standard (quello che capirà domani perché le cose previste ieri non sono successe oggi). Loro, invece, non capiranno: sono quelli che oggi se la prendono col popolo ingrato che non apprezza la grandezza di Macron ("c'è tanta invidia e tanta cattiveria signora mia...": le prefiche del capitale mi ricordano molto le amiche barbute di mia nonna, incubo della mia infanzia...).
Noi ci vediamo qui alle prossime presidenziali francesi, fra quattro anni, salvo imprevisti!
(...solo per caso a questo QED è toccato il numero 89, un numero difettivo, di Markov, altamente cototiente, ma soprattutto un numero cui i francesi sono, o dovrebbero essere, affezionati per motivi storici...)
Questo mi ha detto poco fa un simpatico frequentatore di quella cloaca che è Twitter. Se lo dicesse perché ci credeva, o perché gli avevano detto di dirlo, e se nel primo caso ci credesse perché gli avevano detto di crederci, e nel secondo caso fosse retribuito o meno per eseguire il suo compitino, non saprei dirvelo. Questo raglio, però, mi ha fatto venire voglia di tornare qui a fare quello che ho fatto per anni e che, con gran cordoglio di una infinita sequenza di mediocri, mi ha portato dove voi avete voluto portarmi: in un posto in cui capire le cose può essere più utile al paese che in una direzione del PD!
Seminare odio? Piuttosto, seminare conoscenza, fornendovi alcuni strumenti utili per interpretare il reale, o almeno la sua dimensione macroeconomica (il che, in tempi di crisi, ha la sua importanza). Credo che una parte del legame che qui ci unisce sia dovuta al fatto che, lasciando al tempo fare il suo lavoro, quello del galantuomo, avete potuto apprezzare quanto efficaci fossero le analisi che vi proponevo. Certo, dopo essere arrivati qui per voi il mondo è diventato più noioso. Ad esempio, quanto è successo in Francia difficilmente vi avrà stupito. Dopo quanto ci siamo detti qui (e fra un po' ripasseremo, a beneficio degli ultimi arrivati) il fallimento di Macron non dovrebbe tornarvi come una sorpresa.
Ma su questo blog non ci siete solo voi! Questo blog, non dimentichiamolo, è letto anche da brutta, anzi: bruttissima gente! Pensate: lo leggono addirittura iMercati! Suppongo quindi che queste parole siano lette anche da chi, qualche mese fa, a Londra, ha visto dipingersi sulle mie labbra un cortese ma esplicito sorriso di compatimento mentre, come vi raccontai a suo tempo, una strapagata mentecatta proveniente dall'Europa del Sud e impiegata da qualche grossa banca di investimenti del Nord mi faceva l'elogio di Macron e del suo staff, e di come si fossero presentati con delle belle slides, e di che bel cronoprogramma le avessero fatto vedere, e di come fossero credibili... Il mio argomento fu semplice (chi c'era se lo ricorderà): "Se farà un quinto di quello che ha promesso, il paese esploderà!" (non ricordo se le parole fossero proprio queste, ma il senso era e non poteva che essere questo).
Incredulità degli astanti, come immaginerete... ma nella mia agenda ci sono tutti i loro nomi, quindi più tardi gli scriverò!
Ora che è tutto chiaro, vale la pena di tornarci sopra non tanto per guardare indietro e prendersi la solita, sterile soddisfazione degli economisti ("io l'avevo detto!"), quanto per guardare avanti e apprezzare come sia cambiato il panorama. Gli ultimi arrivati impareranno qualcosa, ma anche i più esperti avranno le loro soddisfazioni.
Senza annoiarvi troppo con la teoria, che è esposta in dettaglio qui a beneficio di chi non è allergico alle formule, vorrei richiamarvi il punto principale, che è questo: come ognuno di noi, così anche la collettività nazionale può trovarsi in una situazione di surplus finanziario (e quindi avere soldi da prestare) o di deficit finanziario (e quindi avere bisogno di prestiti per coprire l'eccedenza delle proprie spese sui propri introiti). In macroeconomia, questa analisi viene spesso condotta considerando tre settori: quello privato (famiglie e imprese), quello pubblico (Stato, enti territoriali, enti previdenziali) e estero. Ognuno di questi settori può generare o assorbire risparmio: fatto sta, che in termini contabili nessuno può prendere in prestito del denaro se qualcuno non glielo presta (altrimenti è furto, e si esce dalla contabilità nazionale per entrare nel codice penale). Ne consegue che se un settore (ad esempio il settore pubblico) ha un "meno uno" perché si è fatto prestare un euro (era in deficit), gli altri settori registreranno complessivamente un "più uno" perché hanno prestato un euro (erano in surplus). In termini tecnici si dirà che "la somma algebrica dei saldi settoriali (cioè dei surplus/deficit dei settori privato, pubblico e estero) è necessariamente nulla".
Nelle economie avanzate normalmente il settore pubblico è in deficit. Resta allora il problema di chi lo finanzi, questo deficit. Può darsi che il settore privato generi sufficiente risparmio: ma ci sono anche casi in cui per finanziarsi il settore pubblico, e quando va male anche quello privato, devono ricorrere a finanziamenti esteri. In quei casi, il settore estero è in surplus (presta) verso uno o entrambi i settori interni, cioè il paese (inteso come collettività nazionale) si sta indebitando con l'estero. Per una somma di motivi che ho spiegato più volte, e che non sono difficilissimi da capire, la situazione in cui un paese (e in particolare il suo settore privato) si indebita verso l'estero, è molto, ma molto più esplosiva di quella in cui uno stato (cioè il settore pubblico) si indebita col settore privato nazionale. Basta pensare ai due casi di Grecia e Giappone, che qualche economista incauto aveva in passato accostato con una certa leggerezza...
In tutto questo discorso, sperando che non vi abbia fatto addormentare, c'è da ricordare un'ultima cosa: se io sono in surplus con te, tu sei in deficit con me. L'essenza della "goofynomics" è questa: una discesa, vista dal basso, somiglia molto a una salita. Un surplus dell'estero, visto dall'interno, somiglia molto a un deficit con l'estero ("di" e "con" sono due preposizioni ben diverse). Quindi, quando vi dico che l'estero è in surplus col paese (cioè che il paese si finanzia con capitali esteri), vi sto dicendo che il paese ha la bilancia dei pagamenti in deficit (cioè che il paese si sta indebitando, che poi è la stessa cosa che finanziarsi col capitale di un altro, no?).
Si parla di "deficit gemelli" quando un paese ha simultaneamente un deficit del settore pubblico, e un deficit di bilancia dei pagamenti. La Francia è esattamente in questa situazione. Non ci si è sempre trovata, ma ora ci si trova, e uscirne non sarà facile, anzi: per come è messo ora Macron, lo scenario più probabile è che entrambi i deficit si accentuino, e vale la pena di ricordare perché.
Il resto dell'articolo è dedicato a spiegarlo a chi non ci è già arrivato da solo.
Cominciamo dal grafico che vi avevo mostrato l'anno scorso, quello dei saldi settoriali francesi riportati dal Fmi nell'edizione del World Economic Outlook di aprile 2017 (immediatamente precedente all'elezione del novello Napoleone):
Il grafico riporta i saldi settoriali francesi in rapporto al Pil (la scala di sinistra indica punti percentuali), inizia nel 2002, e termina nel 2022 (gli scenari di previsione del Fmi sono a cinque anni e 2017+5=2022). Il saldo finanziario del settore privato è in blu, quello del settore pubblico in arancione, quello del settore estero in verde. A inizio periodo, il settore privato era in surplus (spezzata blu sopra lo zero), mentre quelli pubblico e estero entrambi in deficit. Le cifre erano, rispettivamente: 5.2% di saldo privato (surplus), -3.1% di saldo pubblico (deficit), -2.1% di saldo estero (deficit del settore estero, cioè surplus di saldo estero francese). Insomma, nel 2002 la Francia violava i parametri di Maastricht (perché il suo deficit era superiore al 3%: e questo non fa notizia, come vedete dal grafico...), ma aveva un surplus di saldo estero (2.1%) perché il suo settore privato aveva un rilevante surplus finanziario.
(Piccola nota metodologica ad uso degli eventuali operatori informativi presenti: un saldo - in inglese: "balance" - può essere positivo o negativo. Se è positivo è un surplus, se è negativo è un deficit. Se invece parlo di deficit sto già considerando una grandezza negativa, e quindi non devo esplicitare algebricamente il segno meno. Insomma: dire "un saldo pubblico di -3.1%" o dire "un deficit pubblico di 3.1%" è la stessa cosa. Sì, certo, naturalmente: so che lo sapevate, ma better safe than sorry...).
(Altra nota metodologica: 5.2-3.1-2.1=0, e così deve essere, per i motivi che vi ho spiegato sopra. Chiaro?)
Qual è la principale differenza fra la situazione nel 2002 e quella nel 2017, all'elezione di Macron?
Per capirla dovete seguire non tanto la linea rossa (saldo pubblico: è sempre stato in deficit - come in ogni paese civile - e praticamente sempre oltre il 3%). Quella che fa la differenza è la linea verde, il saldo del settore estero, settore che è il vero vincitore di questa breve storia triste (lo sconfitto essendo la Francia). Noterete come dal 2002 in poi (ma in realtà, estendendo la serie, dal 1999 in poi) il saldo dell'estero cresce (quello con l'estero quindi diminuisce), passando da territorio negativo (la Francia presta soldi all'estero) a territorio positivo (la Francia prende soldi in prestito dall'estero) nel 2008, per poi restare lì, graniticamente (nel 2015 il saldo scende a 0.2, ma resta positivo).
Dato che il saldo dell'estero è il contrario del saldo con l'estero, questa situazione può essere letta in un modo complementare, assolutamente isomorfo dal punto di vista algebrico, ma che arricchisce l'analisi dal punto di vista economico: il saldo dei conti esteri (rectius: saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti) francese è positivo fino al 2007 e negativo dal 2008, ovvero fino al 2007 in Francia le esportazioni eccedevano le importazioni, e dal 2008 accade il contrario. Insomma, quello che la linea verde vi racconta è un serio, serissimo problema di competitività: in Francia le importazioni sono cresciute più delle esportazioni, il che significa che il ricavato di queste ultime (le esportazioni) non è più stato sufficiente per finanziarie le prime (le importazioni). Detto ancora in un altro modo: dal 2008 l'economia francese, e in particolare il suo settore privato, hanno smesso di reinvestire all'estero i saldi finanziari realizzati vendendo all'estero più di quanto compravano dall'estero, e hanno cominciato a prendere soldi in prestito per finanziare l'acquisto di beni esteri non coperti dal ricavato delle esportazioni francesi all'estero.
Lo so: è una filastrocca tediosa, pressoché incomprensibile: eppure se volete capire prima cosa succederà dopo vi toccherà apprenderla (basta cliccare sull'etichetta "saldi settoriali" qui in fondo alla pagina - se siete in visualizzazione web).
Comunque, nel 2017, all'avvento di Macron, la Francia era nella situazione dipinta dal grafico: un rilevante deficit pubblico, finanziato in parte dal settore privato e in parte dal settore estero. Notate che nel grafico i dati del 2017 sono le previsioni a fatte ad aprile (non i dati a consuntivo). Quello che è interessante, però, è vedere come il Fmi si immaginava che Macron avrebbe funzionato: esattamente come Hollande. Le linee tratteggiate, che rappresentano le previsioni quinquennali, convergono tutte verso zero. Per il Fmi Macron avrebbe "chiuso" tutti gli squilibri della Francia: portando a zero il saldo di bilancio pubblico avrebbe risolto (?) il problema di competitività riportando in surplus il saldo con l'estero (cioè in deficit il saldo dell'estero).
E come?
Come ci si aspettava che avrebbe fatto Hollande: con "le riforme"!
Un anno fa avevamo ironizzato su quanto fosse semplice fare le previsioni al Fmi: sembrava che bastasse avere un righello e essere in grado di tirare una retta verso l'asse delle ascisse. Al tempo di Hollande infatti avevano fatto la stessa cosa:
(questo il grafico costruito coi dati del 2012), ma poi le cose erano andate in modo diverso e gli squilibri non si erano chiusi.
Credo però che gli ultimi rovesci della fortuna abbiano riavvicinato il Fmi alla durezza del vivere. In effetti, quello che colpisce negli scenari previsionali pubblicati a ottobre di quest'anno è...
Bè: non vi rovino la sorpresa: ve li faccio direttamente vedere:
Guardate? Non è meraviglioso? Non è fantastico? Ma come cosa!? Ma il fatto che perfino quei primatisti mondiali di wishful thinking cui il Fmi affida la definizione degli scenari previsionali non se la sono sentita di dare a Macron sufficiente credito, quello che gli avevano dato nel 2017, e che avevano dato prima a Hollande nel 2012: non se la sono cioè sentita, per la prima volta da che io possa ricordare, di emettere una previsione dove i saldi settoriali del paese convergono a zero, verso una situazione di preteso equilibrio almeno contabile (se non macroeconomico)!
Intendiamoci: le previsioni del Fmi sono comunque fasulle e incoerenti (ma anche questa non è una sorpresa, come non lo è il fatto che la Francia violi le regole). Ad esempio, quel -2.8% del Pil di saldo pubblico che secondo loro la Francia raggiungerebbe nel 2023, in realtà verrà ampiamente superato già dall'anno prossimo, come ormai tutti ammettono (ed era già sufficientemente chiaro ad ottobre). E ovviamente è impossibile che (in assenza di un riallineamento del tasso di cambio reale) il saldo estero si "chiuda" mentre l'atteggiamento di politica fiscale diventa più espansivo. Un'espansione del deficit comporta una crescita del Pil e quindi delle importazioni: fra cinque anni quindi vedremo che non solo la spezzata arancione sarà andata più in basso di dove la dipinge oggi il Fmi (ci sarà stato un ben maggiore deficit pubblico), ma anche che la spezzata verde sarà andata più in alto (maggiori importazioni, quindi maggiore necessità di finanziamenti dall'estero, quindi maggior surplus del settore estero verso la Francia, cioè maggiore deficit della Francia verso l'estero).
Le previsioni emesse sono quindi incoerenti in termini di elementare ragionamento macroeconomico, e questo ne sancisce la fasullaggine, ma il messaggio politico che davano a ottobre, prima che cominciasse la rivolta dei gilets jaunes era già devastante: secondo il Fmi, Macron avrebbe fallito nel suo proposito di consolidare i conti pubblici francesi, intrappolato dalla stringente logica economica dei deficit gemelli. Nessuno pare essersene accorto, e non me ne ero accorto nemmeno io, semplicemente perché ultimamente devo occuparmi di altre cose (la direttiva antielusione, quella sul mercato secondario delle esposizioni deteriorate, la riforma del codice fallimentare, il decreto fiscale, la legge di bilancio, ecc.).
Naturalmente, dopo i gilets jaunes il quadro si complica, e di molto!
Da un lato, infatti, sarà necessario spingere molto più in giù il saldo pubblico (cioè aumentare molto di più il deficit) per cercare di far star buona tutta questa gente (e infatti, ad esempio, l'aumento delle imposte sui carburanti è già storia passata). Ma dall'altro sarà impossibile ricorrere alle "riforme strutturali", cioè alla precarizzazione del mercato del lavoro a scopo di riduzione dei salari, per ottenere quel riallineamento del cambio reale del quale la Francia ha bisogno da ormai più di un decennio, e avrà ancor più bisogno se le politiche di bilancio sosterranno i redditi (cosa inevitabile, a meno che non si voglia veramente far aumentare la tensione sociale), e quindi spingeranno le importazioni (aumentando l'esposizione della Francia sui mercati esteri). Detto in altre parole, i francesi hanno dimostrato di essere sufficientemente nervosi, e quindi, se già è impossibile pensare che qualcuno proponga oggi a noi una cura Monti, è impossibilissimo pensare che la si proponga ai francesi, i quali, negli attuali assetti di regole europee, ne avrebbero molto, ma molto più bisogno di noi. Altro che ridurre il numero dei fonctionnaires (dipendenti pubblici) per ridurre la spesapubblicabbrutta! Altro che flessibilizzazione (sempre in uscita, sempre al ribasso) del mercato del lavoro (su cui peraltro si andrebbero a riversare i suddetti fonctionnaires)!
Le cose andranno in un altro modo: tutte le ricette "liberiste" che tanto mandavano in brodo di giuggiole i commentatori autorevoli (incapaci di vedere a un palmo dal proprio naso) finiranno nella pattumiera della storia insieme a chi le ha proposte e a chi le ha commentate. Le regole europee si dimostreranno per l'ennesima volta insostenibili anche per un vaso di ferro (la prima volta accadde per la Germania, che era il malato d'Europa nel 2000 come la Francia lo è nel 2018), e quindi dovranno cambiare, a meno che il vaso di ferro non scopra di essere anche lui di coccio, nel qual caso non credo che si andrebbe incontro a uno scenario molto più stabile (e comunque anche la Germania non è più quella di una volta...).
Qui finisce la lezioncina di macroeconomia. Chi già la sapeva, è soddisfatto. Chi ancora non la sapeva, l'apprenderà. Chi non vuole proprio apprenderla, la imparerà dalla storia.
Io il mio dovere credo di averlo fatto, e se qualcuno lo chiama seminare odio, me ne farò una ragione e risponderò con un cortese ma esplicito sorriso di compatimento: lo stesso riservato a marzo alla gentile ancella dei mercati che mi narrava le mirabilia di Macron...
Rinnovo quindi l'invito a stare saldi (in senso morale, non settoriale), e a non discutere con gli imbecilli: è noto che vi trascinano al loro livello e vi battono con l'esperienza. Di "competenti" che hanno imparato l'economia da uno dei tanti variopinti guitti millantatori di titoli la sfera social rigurgita. Nessuno di loro ha mai azzeccato una previsione né è stato in grado di capire perché non l'avesse azzeccata: sono, se possibile, peggiori dell'economista standard (quello che capirà domani perché le cose previste ieri non sono successe oggi). Loro, invece, non capiranno: sono quelli che oggi se la prendono col popolo ingrato che non apprezza la grandezza di Macron ("c'è tanta invidia e tanta cattiveria signora mia...": le prefiche del capitale mi ricordano molto le amiche barbute di mia nonna, incubo della mia infanzia...).
Noi ci vediamo qui alle prossime presidenziali francesi, fra quattro anni, salvo imprevisti!
(...solo per caso a questo QED è toccato il numero 89, un numero difettivo, di Markov, altamente cototiente, ma soprattutto un numero cui i francesi sono, o dovrebbero essere, affezionati per motivi storici...)
domenica 2 dicembre 2018
Le regole
Come sapete, i Trattati europei attualmente prevedono che il rapporto deficit pubblico/Pil non debba eccedere il 3%. Su questa regola si innesta dal 1997 il Patto di stabilità e di crescita (la crescita come sapete si è persa per strada, ma passons), secondo cui il deficit pubblico deve tendere a situarsi in una posizione vicina all'equilibrio o in surplus: potremmo chiamarla la regola dello 0%. Non mi dilungo sulle assurdità di un mondo a deficit zero, che nel lungo periodo è necessariamente un mondo a debito zero (sembra una bella cosa, ma non lo è per tanti motivi che qui abbiamo discusso e che ora non ho tempo di ridiscutere). Sapete anche che in vigenza della regola dello 0%, Germania e Francia decisero di violare la regola del 3% (i motivi della violazione da parte della Germania ve li spiegai a suo tempo qui: sostanzialmente, finanziare la madre di tutte le violazioni della concorrenza - sul mercato del lavoro). Non entro qui nemmeno sul diverso rango giuridico delle due regole (ci ha lavorato Giuseppe Guarino, magari con calma facciamo un'analisi di quel tipo: ora mi interessa darvi una prospettiva più economica).
La regole dello 0% in realtà è temperata dal fatto di riferirsi ai saldi di bilancio strutturali. Cosa sono questi saldi strutturali? Senza entrare (per ora) nelle formule, potremmo definirli come saldi corretti per la fase del ciclo economico. Un primo "spiegone" non troppo tecnico lo trovate qui. L'idea (di per sé sensata) è che se si è in fase recessiva, il riferimento allo 0% è controproducente: occorre che lo stato intervenga per sostenere l'economia. La soluzione adottata è quella di considerare ai fini del rispetto delle regole non il saldo nominale, ma quello corretto sottraendo la componente ciclica.
Quest'ultima, a sua volta, è il prodotto di due elementi: il primo è l'output gap, cioè lo scarto fra Pil effettivo e Pil potenziale (in percentuale del Pil potenziale). Cos'è il Pil potenziale? Viene variamente definito come il livello di prodotto raggiungibile in condizioni di piena occupazione delle risorse, o raggiungibile senza creare tensioni sui prezzi. Quindi, è una stima. Il secondo numeretto è anch'esso una stima: la stima della semielasticità del saldo di bilancio all'output gap (cioè: la stima di quanto reagisce "automaticamente" il deficit pubblico al rallentamento o all'accelerazione del ciclo economico, ad esempio per effetto dei cosiddetti stabilizzatori automatici: banalmente, il fatto che se l'economia gira, crescono gli imponibili, cresce la raccolta fiscale e quindi il deficit cala, come pure diminuiscono i sussidi di disoccupazione e quindi il deficit cala, mentre il contrario accade se l'economia non gira).
Il secondo numeretto (la semielasticità) è sempre positivo, mentre l'output gap può essere positivo o negativo.
Se l'output gap è positivo, il Pil effettivo è superiore al potenziale, cioè c'è rischio di tensioni sui prezzi (surriscaldamento dell'economia). In questo caso al saldo di bilancio nominale viene sottratto il prodotto di due numeri positivi (l'output gap e la semielasticità), il che significa che il saldo strutturale è inferiore a quello nominale. In altre parole, in queste circostanze il deficit valutato in termini strutturali è più ampio di quello registrato contabilmente, il che significa che le regole fiscali, tarate sui saldi strutturali, imporranno un percorso più restrittivo.
Se l'output gap è negativo, cioè se il Pil effettivo è inferiore al potenziale (insomma: se siamo in condizioni recessive), il saldo strutturale si ottiene sottraendo a quello nominale il prodotto di un numero positivo (la semielasticità) per un numero negativo (l'output gap), cioè sottraendo una grandezza negativa. Dato che meno per meno fa più, in caso di output gap negativo il deficit (saldo negativo) valutato in termini strutturali sarà inferiore (in valore assoluto) al deficit "contabile", e quindi le regole consentiranno di adottare una politica di bilancio più espansiva.
Per un esempio, vi fornisco un estratto del WEO del 2014 (il primo che mi sono trovato fra le mani), da cui vi mostro output gap e saldo nominale e strutturale dell'Italia (in rapporto al Pil):
Nel 2008 l'output gap era positivo (secondo loro) e quindi nonostante noi rispettassimo la regola del 3% in termini contabili (-2.67), la stavamo violando in termini strutturali (-3.99): insomma: avremmo dovuto essere più formichine, più buon padre di famiglia, e via scemenzando secondo lo stantio repertorio neoliberista (la medicina fa bene solo se è amara, il tetto va riparato prima che piova, ecc.).
Nel 2009 l'output gap era negativo, e quindi, anche se in termini nominali stavamo violando la regola del 3% (-5.41), in realtà in termini strutturali la violazione era più contenuta (-4.2). La famosa "flessibilità" di cui si parla entra in gioco in questo ragionamento. Dato che nel 2009 le condizioni congiunturali erano seriamente compromesse, con un Pil effettivo sotto al potenziale, fra saldo strutturale e saldo nominale c'era un "gioco", un "lasco", uno "spread" di circa 1.2 punti di Pil: una certa flessibilità di bilancio poteva essere tollerata.
Spero che la logica del gioco sia chiara: imporre regole rigide (0%) con applicazione flessibile a seconda delle condizioni del ciclo economico.
Il problema, però, è che, come i veri tecnici sanno (cioè quelli con un minimo di preparazione in econometria e in particolare in analisi spettrale) la determinazione di quale sia la fase congiunturale presente è estremamente complessa sia in termini concettuali che in termini pratici. Le procedure che Bruxelles sceglie per calcolare l'output gap sono tali che, come avrete notato nel documento che vi ho linkato sopra, perfino i documenti della Commissione ne prendono le distanze, e think tank (o più esattamente yes thank) ultraeuropeisti come il Bruegel se ne fanno apertamente beffe. Il fatto che il concetto di output gap (e, a valle, quello di "flessibilità") sia così gelatinoso (wobbly) non impedisce a una simpatica corte di miracoli di politici trombati qui o altrove, di opinionisti da un soldo al mazzo, di esperti di varia estrazione, di articolare su di esso inqualificabili rodomontate contro l'attuale governo italiano. La flessibilità, insomma, per come viene calcolata, è una stima basata sul prodotto fra una stima e una stima, e su nessuna di queste stime (o, più esattamente, delle metodologie su cui si basano) esiste un consenso scientifico nemmeno all'interno del fronte di chi le sta usando per imporci un'agenda politica.
E già qui ci sarebbe da dire.
Peraltro, ho sempre dato atto, anche in aula, a Padoan di aver sollevato questo problema, se pure con eccessivo garbo e quindi con risultati scarsi (dell'ordine dei pochi decimali).
Tanto per farvi capire di cosa si sta parlando, vi propongo il grafico del Pil effettivo e potenziale dal 1980 al 2007 tratti dal WEO di aprile 2007:
e dall'ultimo WEO (quello dell'ottobre 2018):
Notate nulla? Nell'aprile 2007, cioè quando si sarebbe dovuto stilare il DEF per i tre anni successivi, il Pil effettivo risultava inferiore a quello potenziale. L'indicazione che il Pil potenziale forniva nel 2007 era quindi quella di stimolare l'economia. Vista dal 2018, invece, la situazione sembra completamente diversa: il 2007 appare come un anno "sopra" potenziale, in cui l'economia la si sarebbe dovuta rallentare, il che, alla luce della catastrofe che è venuta dopo (nel 2008, con Lehman) sembra quantomeno paradossale.
Da cosa dipende questo paradosso? Lo capiamo se allarghiamo lo zoom prendendo il grafico del Pil effettivo e potenziale fino al 2023, calcolato nell'ottobre scorso (2018):
Le metodologie di calcolo del Pil potenziale sono tali da rendere questa misura una specie di media del Pil effettivo (tecnicamente si parlerebbe di "filtraggio" della serie, e chi è addentro sa che in Europa un pezzo del discorso è l'uso del filtro di Kalman, usato per depurare dal rumore "ciclico" il segnale "strutturale"). I paradossi di questo modus operandi sono molti, e il primo è che, come vedete dall'ultimo grafico, la misura di quale sia il potenziale produttivo di un'economia dipende in modo cruciale da quali siano stati i suoi andamenti passati. In altri termini: se l'economia viene colpita da un forte shock di domanda mondiale (come è accaduto nel 2008-2009), a partire dall'anno successivo la stima di quale sarebbe il potenziale di offerta del paese viene ridotta al ribasso, senza che vi siano, di per sé, particolari motivi per farlo, almeno nel quadro ideologico di riferimento di chi adotta queste regole. Questo quadro di riferimento è, ve lo ricordo, offertista (l'offerta crea la domanda, l'offerta non è condizionata dalla domanda), e fondato sulla razionalità individuale (l'economia è guidata dalle aspettative sui comportamenti futuri degli agenti economici, aspettative che mediamnte risultano corrette). Il paradosso è che i nostri amici razional-offertisti, quando vanno a concepire regole di politica economica, si appoggiano a un quadro statistico che contraddice completamente il loro approccio ideologico, perché in esso la domanda influisce sull'offerta (il Pil potenziale cala se c'è una crisi di domanda) e le valutazioni sono backward looking (la stima del potenziale produttivo futuro cala se in passato è calata la produzione/reddito dell'economia).
Capite perché a me viene da ridere quando mi chiedono (come mi chiederanno): "ma sarà 2.4 o 2.2?".
Il vero problema, qui ed ora, è che è completamente assurdo considerare il 2018 e gli anni ad esso successivi come anni in cui il gap è chiuso (e quindi non può essere concessa al nostro paese flessibilità di bilancio, perché altrimenti finiremmo "sopra potenziale" surriscaldando l'economia). Insomma: è assurdo considerare come strutturale una disoccupazione prossima alle due cifre, che è poi l'ovvio risultato che si ottiene se si vuole portare vicino allo zero un saldo strutturale costruito con riferimento a simili stime del potenziale, stima che incorporano, perpetuandola, quella divergenza dal percorso di lungo periodo di cui vi ho parlato qui.
Notate bene: visto che il Pil potenziale è così influenzato dai risultati passati, ne consegue che chi rispetta le regole, riportando rapidamente il saldo di bilancio sotto controllo (come noi abbiamo fatto in particolare con Monti), si fa male due volte: una subito (cioè nel 2012, e ce ne siamo tutti accorti), e una in futuro (cioè oggi), quando nel suo "potenziale" di crescita verrà incorporato lo shock negativo che il rispetto delle regole non ha consentito di attutire. Chi ha fatto il furbo, come la Francia, invece ora è avvantaggiato, perché il suo potenziale sembra più alto del nostro, il che significa che a parità di recessione qui e lì, a loro può essere concessa maggiore flessibilità oggi perché se la sono presa ieri.
Chiaro?
Ecco: spero di avervi avvicinato meglio al fantastico mondo delle regole. Ora sapete con chi avete a che fare.
State saldi (in senso morale, non strutturale). La storia non perdona l'irrazionalità. Non cedete alle provocazioni, non credete alla propaganda, e sostenete chi porta una voce di razionalità nel dibattito.
La regole dello 0% in realtà è temperata dal fatto di riferirsi ai saldi di bilancio strutturali. Cosa sono questi saldi strutturali? Senza entrare (per ora) nelle formule, potremmo definirli come saldi corretti per la fase del ciclo economico. Un primo "spiegone" non troppo tecnico lo trovate qui. L'idea (di per sé sensata) è che se si è in fase recessiva, il riferimento allo 0% è controproducente: occorre che lo stato intervenga per sostenere l'economia. La soluzione adottata è quella di considerare ai fini del rispetto delle regole non il saldo nominale, ma quello corretto sottraendo la componente ciclica.
Quest'ultima, a sua volta, è il prodotto di due elementi: il primo è l'output gap, cioè lo scarto fra Pil effettivo e Pil potenziale (in percentuale del Pil potenziale). Cos'è il Pil potenziale? Viene variamente definito come il livello di prodotto raggiungibile in condizioni di piena occupazione delle risorse, o raggiungibile senza creare tensioni sui prezzi. Quindi, è una stima. Il secondo numeretto è anch'esso una stima: la stima della semielasticità del saldo di bilancio all'output gap (cioè: la stima di quanto reagisce "automaticamente" il deficit pubblico al rallentamento o all'accelerazione del ciclo economico, ad esempio per effetto dei cosiddetti stabilizzatori automatici: banalmente, il fatto che se l'economia gira, crescono gli imponibili, cresce la raccolta fiscale e quindi il deficit cala, come pure diminuiscono i sussidi di disoccupazione e quindi il deficit cala, mentre il contrario accade se l'economia non gira).
Il secondo numeretto (la semielasticità) è sempre positivo, mentre l'output gap può essere positivo o negativo.
Se l'output gap è positivo, il Pil effettivo è superiore al potenziale, cioè c'è rischio di tensioni sui prezzi (surriscaldamento dell'economia). In questo caso al saldo di bilancio nominale viene sottratto il prodotto di due numeri positivi (l'output gap e la semielasticità), il che significa che il saldo strutturale è inferiore a quello nominale. In altre parole, in queste circostanze il deficit valutato in termini strutturali è più ampio di quello registrato contabilmente, il che significa che le regole fiscali, tarate sui saldi strutturali, imporranno un percorso più restrittivo.
Se l'output gap è negativo, cioè se il Pil effettivo è inferiore al potenziale (insomma: se siamo in condizioni recessive), il saldo strutturale si ottiene sottraendo a quello nominale il prodotto di un numero positivo (la semielasticità) per un numero negativo (l'output gap), cioè sottraendo una grandezza negativa. Dato che meno per meno fa più, in caso di output gap negativo il deficit (saldo negativo) valutato in termini strutturali sarà inferiore (in valore assoluto) al deficit "contabile", e quindi le regole consentiranno di adottare una politica di bilancio più espansiva.
Per un esempio, vi fornisco un estratto del WEO del 2014 (il primo che mi sono trovato fra le mani), da cui vi mostro output gap e saldo nominale e strutturale dell'Italia (in rapporto al Pil):
Nel 2008 l'output gap era positivo (secondo loro) e quindi nonostante noi rispettassimo la regola del 3% in termini contabili (-2.67), la stavamo violando in termini strutturali (-3.99): insomma: avremmo dovuto essere più formichine, più buon padre di famiglia, e via scemenzando secondo lo stantio repertorio neoliberista (la medicina fa bene solo se è amara, il tetto va riparato prima che piova, ecc.).
Nel 2009 l'output gap era negativo, e quindi, anche se in termini nominali stavamo violando la regola del 3% (-5.41), in realtà in termini strutturali la violazione era più contenuta (-4.2). La famosa "flessibilità" di cui si parla entra in gioco in questo ragionamento. Dato che nel 2009 le condizioni congiunturali erano seriamente compromesse, con un Pil effettivo sotto al potenziale, fra saldo strutturale e saldo nominale c'era un "gioco", un "lasco", uno "spread" di circa 1.2 punti di Pil: una certa flessibilità di bilancio poteva essere tollerata.
Spero che la logica del gioco sia chiara: imporre regole rigide (0%) con applicazione flessibile a seconda delle condizioni del ciclo economico.
Il problema, però, è che, come i veri tecnici sanno (cioè quelli con un minimo di preparazione in econometria e in particolare in analisi spettrale) la determinazione di quale sia la fase congiunturale presente è estremamente complessa sia in termini concettuali che in termini pratici. Le procedure che Bruxelles sceglie per calcolare l'output gap sono tali che, come avrete notato nel documento che vi ho linkato sopra, perfino i documenti della Commissione ne prendono le distanze, e think tank (o più esattamente yes thank) ultraeuropeisti come il Bruegel se ne fanno apertamente beffe. Il fatto che il concetto di output gap (e, a valle, quello di "flessibilità") sia così gelatinoso (wobbly) non impedisce a una simpatica corte di miracoli di politici trombati qui o altrove, di opinionisti da un soldo al mazzo, di esperti di varia estrazione, di articolare su di esso inqualificabili rodomontate contro l'attuale governo italiano. La flessibilità, insomma, per come viene calcolata, è una stima basata sul prodotto fra una stima e una stima, e su nessuna di queste stime (o, più esattamente, delle metodologie su cui si basano) esiste un consenso scientifico nemmeno all'interno del fronte di chi le sta usando per imporci un'agenda politica.
E già qui ci sarebbe da dire.
Peraltro, ho sempre dato atto, anche in aula, a Padoan di aver sollevato questo problema, se pure con eccessivo garbo e quindi con risultati scarsi (dell'ordine dei pochi decimali).
Tanto per farvi capire di cosa si sta parlando, vi propongo il grafico del Pil effettivo e potenziale dal 1980 al 2007 tratti dal WEO di aprile 2007:
e dall'ultimo WEO (quello dell'ottobre 2018):
Notate nulla? Nell'aprile 2007, cioè quando si sarebbe dovuto stilare il DEF per i tre anni successivi, il Pil effettivo risultava inferiore a quello potenziale. L'indicazione che il Pil potenziale forniva nel 2007 era quindi quella di stimolare l'economia. Vista dal 2018, invece, la situazione sembra completamente diversa: il 2007 appare come un anno "sopra" potenziale, in cui l'economia la si sarebbe dovuta rallentare, il che, alla luce della catastrofe che è venuta dopo (nel 2008, con Lehman) sembra quantomeno paradossale.
Da cosa dipende questo paradosso? Lo capiamo se allarghiamo lo zoom prendendo il grafico del Pil effettivo e potenziale fino al 2023, calcolato nell'ottobre scorso (2018):
Le metodologie di calcolo del Pil potenziale sono tali da rendere questa misura una specie di media del Pil effettivo (tecnicamente si parlerebbe di "filtraggio" della serie, e chi è addentro sa che in Europa un pezzo del discorso è l'uso del filtro di Kalman, usato per depurare dal rumore "ciclico" il segnale "strutturale"). I paradossi di questo modus operandi sono molti, e il primo è che, come vedete dall'ultimo grafico, la misura di quale sia il potenziale produttivo di un'economia dipende in modo cruciale da quali siano stati i suoi andamenti passati. In altri termini: se l'economia viene colpita da un forte shock di domanda mondiale (come è accaduto nel 2008-2009), a partire dall'anno successivo la stima di quale sarebbe il potenziale di offerta del paese viene ridotta al ribasso, senza che vi siano, di per sé, particolari motivi per farlo, almeno nel quadro ideologico di riferimento di chi adotta queste regole. Questo quadro di riferimento è, ve lo ricordo, offertista (l'offerta crea la domanda, l'offerta non è condizionata dalla domanda), e fondato sulla razionalità individuale (l'economia è guidata dalle aspettative sui comportamenti futuri degli agenti economici, aspettative che mediamnte risultano corrette). Il paradosso è che i nostri amici razional-offertisti, quando vanno a concepire regole di politica economica, si appoggiano a un quadro statistico che contraddice completamente il loro approccio ideologico, perché in esso la domanda influisce sull'offerta (il Pil potenziale cala se c'è una crisi di domanda) e le valutazioni sono backward looking (la stima del potenziale produttivo futuro cala se in passato è calata la produzione/reddito dell'economia).
Capite perché a me viene da ridere quando mi chiedono (come mi chiederanno): "ma sarà 2.4 o 2.2?".
Il vero problema, qui ed ora, è che è completamente assurdo considerare il 2018 e gli anni ad esso successivi come anni in cui il gap è chiuso (e quindi non può essere concessa al nostro paese flessibilità di bilancio, perché altrimenti finiremmo "sopra potenziale" surriscaldando l'economia). Insomma: è assurdo considerare come strutturale una disoccupazione prossima alle due cifre, che è poi l'ovvio risultato che si ottiene se si vuole portare vicino allo zero un saldo strutturale costruito con riferimento a simili stime del potenziale, stima che incorporano, perpetuandola, quella divergenza dal percorso di lungo periodo di cui vi ho parlato qui.
Notate bene: visto che il Pil potenziale è così influenzato dai risultati passati, ne consegue che chi rispetta le regole, riportando rapidamente il saldo di bilancio sotto controllo (come noi abbiamo fatto in particolare con Monti), si fa male due volte: una subito (cioè nel 2012, e ce ne siamo tutti accorti), e una in futuro (cioè oggi), quando nel suo "potenziale" di crescita verrà incorporato lo shock negativo che il rispetto delle regole non ha consentito di attutire. Chi ha fatto il furbo, come la Francia, invece ora è avvantaggiato, perché il suo potenziale sembra più alto del nostro, il che significa che a parità di recessione qui e lì, a loro può essere concessa maggiore flessibilità oggi perché se la sono presa ieri.
Chiaro?
Ecco: spero di avervi avvicinato meglio al fantastico mondo delle regole. Ora sapete con chi avete a che fare.
State saldi (in senso morale, non strutturale). La storia non perdona l'irrazionalità. Non cedete alle provocazioni, non credete alla propaganda, e sostenete chi porta una voce di razionalità nel dibattito.
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