martedì 22 febbraio 2022

Leggi e regole di Twitter


(...correva l'anno 2015...)

Se siete qui probabilmente non siete lì, e quindi riassumere qui le regole e le leggi di Twitter potrebbe sembrarvi una perdita di tempo. Penso invece che enunciarle in un singolo post possa avere una sua utilità, e comunque ci porta via poco tempo.

La premessa è che non mi interessa se avete ragione o se avete torto, se mi date ragione o se mi date torto, se siete veri o finti, se mi insultate o mi adulate. Se interagite con me e violate le regole sarete bloccati, perché questo contribuisce a rendere Twitter un posto (per me) migliore. Voi ovviamente fate come vi pare e applicate tutta la reciprocità che ritenete di applicare.

La regola del "chennepenZa"

Alla rituale domanda "Senatore (un tempo: Professore) che ne pensa?" (preferibilmente pronunciato in crasi: chennepenZa) la risposta non può essere che un click (cioè un blocco: ma il termine click lo abbiamo coniato qui, all'epoca degli sciocchi che "creiamo moneta col click del mouse" - da cui la mia risposta: "col click del mouse ti blocco"), e questo per due motivi non negoziabili:

  1. il mio desiderio di essere libero di decidere io di che cosa voglio parlare;
  2. la mia esigenza di non alimentare polemiche inutili indugiando nel commento di frasi altrui riportate fuori contesto dai migliori amici dell'uomo che si vuole informare.

Il "chennepenZa" sarà sempre da me percepito come un attacco alla mia libertà o come una provocazione più o meno deliberata. Seguirà inevitabile click. Ovviamente ci sarà un certo tasso di falsi positivi, ma che ci volete fare? La vita è ingiusta, e ogni tanto dovrà pur dimostrarlo.

La regola del "guarda che dicono di te!"

Chi mi riporta giudizi altrui su di me, i miei scritti, il mio operato, verrà spietatamente bloccato. Non mi interessano né gli insulti né i complimenti altrui, so farmeli entrambi meglio da solo, e non mi interessa litigare. Do per scontato che il mondo (soprattutto, illo tempore, quello accademico) sia popolato da una percentuale fisiologica di cretini (diciamo il 79% - in Parlamento sono molti di meno o imparano a nascondersi molto meglio), la cosa non mi ha mai preoccupato, ho molta pazienza, e a nessuno di voi deve mai venire in mente di fare di me il ventilatore di qualsivoglia escremento.

Io non voglio farlo, e se voi volete farmelo fare vi blocco.

La regola dello "stampare moneta"

Amici cari: questo è un blog tecnico. Qui si è disquisito ad altissimi livelli dell'endogenità della moneta, si è ragionato su come funzionano le banche centrali, si sono analizzate le dinamiche della creazione monetaria sotto vari profili tecnicamente rigorosi.

Poi ci sono i vari bar radiotelevisivi dove la moneta si "stampa". Il dilettante cretino secondo cui la moneta è una merce che trae valore dalla propria scarsità ce lo risparmiamo, e quindi click.

Scienza

...uguale click. Nel 2015 sicuramente non avrete capito perché. Ora (o comunque dopo la pubblicazione del post che nel 2017 definì Lascienza) vi sembrerà evidente. In realtà le motivazioni del click sono leggermente cambiate nel tempo, muovendo però da una comune radice, il mio invalicabile rispetto delle competenze altrui, che è una delle tante sfaccettature della mia profonda umiltà. C'è una scienza che si occupa di scienza: è l'epistemologia. Sapete Kuhn, Lakatos, Popper? Ecco: quella roba lì. Che il primo (o anche l'ultimo) pirla che passa, ancorché assistito da cariche pubbliche o da posizioni accademiche altisonanti, usurpi di fronte a me il ruolo di epistemologo è una cosa che mi fa immediatamente girare le scatole, con inevitabile epilogo: click.

Voglio però segnalarvi in che modo la motivazione del click è cambiata nel tempo. Nel 2015 mi veniva il sangue agli occhi quando vedevo alcuni "colleghi" economisti che per deresponsabilizzarsi da quel disastro annunciato (e da loro voluto) che era stata l'austerità calciavano la palla in tribuna argomentando che "l'economia non è una scienza" e quindi il risultato di una politica sbagliata non sarebbe stato prevedibile col determinismo proprio di quella che secondo loro, nella loro concezione paleo-ottocentesca del pensiero scientifico, sarebbe stata "la scienza". La frase trigger era "l'economia non è una scienza (esatta)". Ma siccome io non sono un chiromante, e utilizzando esattamente la scienza economica avevo previsto il disastro che quei cialtroni ignavi conformisti dei miei colleghi stavano apparecchiando, a chi cercava di sottrarsi così alle sue responsabilità (una in particolare: quella di non essere uno scienziato intellettualmente onesto) applicavo immediatamente il click.

Dici: ma non potevi dialogarci, argomentare?

Ah, ma allora non è chiaro!? Ricordatevi sempre la prima legge della termodidattica: ci sono cose che se potessero essere capite non andrebbero spiegate, e ricordatevi il noto aforisma di Upton Sinclair: è difficile spiegare una cosa a qualcuno se il suo stipendio dipende dal non capirla.

Non so che idea abbiate voi del vostro tempo, ma il mio per me è prezioso, perché, come ho sentito dire oggi a un collega, durante un momento altissimo di fruttuosa dialettica con un esponente di spicco del deep state, "i soldi si perdono e si guadagnano, il tempo si perde e basta e io ho tanti interessi". Quindi le persone impreparate o in cattiva fede me le risparmio: sono una perdita di tempo. Da cui il click.

Oggi, poi, che la scienza è diventata la foglia di fico di una politica incapace di prendersi le sue responsabilità (l'ho detto in aula, lo ripeto qui), che viene confusa con la sua cugina puttana (Lascienza, quella praticata dai piazzisti da show), che viene invocata come ideologia (lo scientismo) anziché applicata come metodo critico, capirete bene che, quando la sento menzionare, essendo un pacifista non porto la mano alla metaforica fondina, ma il click ci sta tutto. La fase trigger è "credo nella scienza" (una confessione di ignoranza e incultura sublime nella sua ingenuità).

Quindi occhio.

Poi ci sono le leggi...

La legge di Guerrato o prima legge

Il legislatore ha ritenuto che chi interloquisce avendo meno di 100 follower vada bloccato, e io, che sono uomo rispettoso delle leggi, mi regolo così. Quindi, occhio: ripeto, non è il discorso "non sopporti le criticheeeehhh!!11!". Non sopporto nemmeno, anzi, detesto i complimenti. Chi ha solo 100 follower o non ha abbastanza amici (e un motivo ci sarà!), o non dice cose abbastanza interessanti (e allora perché viene a dirle a me?), o è attivo da troppo poco tempo (e allora la netiquette gli impone di stare muto e lurkare).

Quindi: follower<100 = click.

Spiace.

La seconda legge, o sindrome di Linkedin, o legge del baio (che non è un cavallo)

Il legislatore ha ritenuto che chi interloquisce con te avendo la bio in inglese (cioè la baio in inglisc, che non è un cavallo ma spesso un somaro) vada bloccato. A Roma dicono "parla come magni", e tutto sommato ci potremmo anche fermare qui. Gli "awanagana" ci hanno dato tante soddisfazioni, come ricorderete. Normalmente non sono interlocutori interessanti, per una serie di motivi socioantropologici  sui quali non mi addentro per pietà e solidarietà (vera, profonda) umana: io li evito come posso, voi fate come credete.

La terza legge, o legge di Pennetta

Il legislatore ha ritenuto di fornire un criterio universale per la classificazione degli epic fail su Twitter: quando il numero delle repliche eccede quello dei "like" (i cuoricini), il tweet è un epic fail (e quindi chi l'ha scritto avrebbe fatto meglio a risparmiarselo). Non è un buon motivo per bloccarlo (infatti qui non c'è click), ma è un buon motivo per riflettere. Il dato è che soprattutto in questo momento chi ti replica lo fa per insultarti (perché gli animi sono abbastanza accesi, per motivi che io, che vivo nella mia bolla, proprio non riesco a capire...). Quindi se il rapporto fra repliche e cuori (il Pennetta's ratio) supera uno, tecnicamente si può dire che col tuo tweet hai pestato un merdone. Capita a tutti, ed è utile avere un indice sintetico per accorgersene.

Introducing: la quarta legge, o legge pandemica, o legge di Bagnai

Il legislatore, che in questo caso sono io, ha ritenuto di stabilire che chi interloquisce con te essendosi iscritto dal febbraio 2020 in poi (e quindi è un iscritto "pandemico"), vada bloccato fino al marzo 2023. La ratio legis è quella della prima legge, cui aggiungerei anche una sottolineatura: da quando è iniziata questa storia (la pandemia) la stretta del potere sui social si è fatta piuttosto soffocante. Agenti provocatori di varia natura, umani o meno, pullulano. Io blocco. Voi fate come vi pare, ma se vi siete accostati a Twitter con animo puro negli ultimi due anni e mi incontrate sul vostro cammino ignoratemi. Questo sempre che vi interessi seguirmi.

Conclusione

Ma allora nessuno ti può dire niente!? Ma allora er dialogo, er confronto, er dibbattito!?

Bè, no, non siate ingiusti! Possono dirmi quello che vogliono un sacco di persone! Tutte quelle iscritte prima di febbraio 2020, che hanno più di 100 follower, non hanno la baio in inglisc, non sono pettegole e non parlano di cose che non capiscono.

Di persone così mi pare che ce ne siano molte, anzi: troppe! Quasi quasi vado a bloccarne qualcuna...



domenica 20 febbraio 2022

QED 97: l'inflazione da offerta esiste

Flash back: correva l'anno 2020, era il mese di marzo, eravamo rinchiusi in casa e questo mi dava l'opportunità di intrattenermi con voi in diretta Facebook e qui sul blog. Il 29 marzo scrissi questo post, di cui vi riporto l'estratto che qui interessa:



Flash forward: quando ormai per me la pratica era chiusa (come sempre quando succede quello che scrivo su questo blog) un cortese funzionario parlamentare mi segnala questo pregiato studio prodotto tre giorni fa da una nota ditta (molto attiva nel ramo dei fallimenti degli Stati, nel senso che con le sue politiche ne ha fatti fallire parecchi):


"Strozzature dell'offerta: dove, perché, quanto, e che succederà?" 

Il FMI compie un accurato studio e ci spiega che:


"i vincoli all'offerta hanno compromesso la ripresa e spinto l'inflazione nel 2021... globalmente, le chiusure spiegano il 40% dello shock di offerta complessivo". Sì, perché nel ragionamento che facevamo a marzo 2020 mancava in effetti un pezzo: la sconnessione delle catene del valore e delle catene di approvvigionamento globali, che, grazie a noti episodi come quello della Ever Given (e tanti altri meno noti), ha dato un contributo certamente importante e secondo il FMI superiore a quello della distruzione di capacità produttiva.

Ma la forza del nostro argomento resta, come la lettura del paper vi confermerà. Magari chi è qui da un po' non sarà stupito. Immagino anche la reazione di neofiti e livorosi: "Bagnai, chi si loda s'imbroda, lo sappiamo che sei bravo, puoi anche fare a meno di raccontarcelo...". No, cari amici, vedo che non avete capito, pardon: che non mi sono espresso bene! Qui il problema non è certo quello di illustrare a voi quanto io sia bravo, perché, con tutto il rispetto, difficilmente sareste in grado di comprenderlo (così come io non sono in grado di apprezzare l'abilità di altri in altre professioni).

Più in generale, il nostro problema non è quanto sono bravo io, ma quanto sono scarsi gli altri.

Perché il ragionamento assolutamente limpido e elementare che facevo due anni fa in linea di principio non avrebbe dovuto essere solo alla mia portata, nel 2020. Di conseguenza, non solo il Governo, ma anche i consigli di amministrazione di tante partecipate (per dirne una) avrebbero dovuto coprirsi contro uno scenario che era chiaramente inflazionistico. Il modo per farlo, secondo me, sapete qual era, perché ve lo dissi all'epoca: usare la politica monetaria per spingere sulla crescita senza far aumentare il debito, evitando di distruggere offerta (cioè di far chiudere imprese, ecc.). Una strada che anche il compianto David Sassoli aveva provato a indicare.

Ma questa soluzione all'epoca sembrava inflazionistica, e a chi la pensava così (praticamente tutti gli altri) mi viene da dire: potevate scegliere fra il rigore e l'inflazione, avete scelto il rigore, avrete l'inflazione!

Più in generale, dovremmo tutti porci (con la "o" chiusa) l'affascinante tema intellettuale di una classe dirigente "tecnica" che, abituata da tre decenni a contenere l'inflazione reprimendo la domanda con politiche di austerità, è ormai entrata in un mindset totalmente inadeguato ai tempi: quello secondo cui l'inflazione è determinata solo dalla domanda (perché reprimere la domanda ha aiutato in una certa fase a contenerla), da cui scaturisce l'idea che in qualsiasi contesto la si possa contrastare solo tagliando i redditi per scoraggiare la domanda di beni di consumo, o, al limite, innalzando il tasso di interesse per scoraggiare la domanda di beni di investimento (macchinari, attrezzature, beni strumentali in genere, capannoni e fabbricati). Purtroppo quando l'inflazione è da offerta la politica monetaria è più facile che crei problemi, piuttosto che li risolva. Perché se l'inflazione è da offerta, il problema non si risolve reprimendo la domanda, ma promuovendo l'offerta, il che richiede più, non meno, investimenti. Un innalzamento dei tassi di interesse, quindi, potrebbe avere l'effetto paradossale (ma in realtà ovvio) di portarci in una situazione di stagflazione: stagnazione della crescita e inflazione dei prezzi.

Scommettiamo che finirà così?

Ci rivediamo fra un paio d'anni, che passano in fretta quando (non) ci si diverte!

Per ora godiamoci la soddisfazione di essere arrivati con due anni di anticipo, usando i 1350 grammi di cervello in dotazione e un notebook comprato al supermercato, dove una prestigiosissima istituzione, dotata di mezzi infinitamente superiori ai miei (per scrivere il paper citato sono stati usati oltre sette chili di cervello e non so dirvi quante migliaia di dollari - ma tante!) è arrivata con due anni di ritardo.

Questa è la forza di noi italiani, ed è per questo che il mondo ci ama... o almeno ama i nostri risparmi!

(...ma di questo parliamo un'altra volta...)

Il trenino dei decreti

(...scusate, vi ho trascurato per troppo tempo - quasi un mese! - ma diciamo che da fare ce n'è stato. Torno qui con un post che dovrebbe aiutarvi a capire perché non ho da dedicarvi tutto il tempo che vorrei...)

Come forse saprete, il processo legislativo europeo è talmente farraginoso e pletorico che per consentire agli stessi addetti ai lavori di seguirne tutte le articolazioni il Parlamento si è inventato il "trenino legislativo": un'infografica impostata come i tabelloni delle stazioni ferroviarie attraverso cui ci viene consentito di addentrarci (con l'intenzione di farci perdere) nel groviglio di direttive e regolamenti in corso di elaborazione. Ad oggi, su questa bella d'erbe famiglia e di regolamenti, un'unica certezza è stato possibile maturare: che di quelli che riguardano la Commissione Finanze il ministro Franco non verrà mai a parlarci in Commissione (il ministro Tria lo faceva controvoglia, il ministro Gualtieri lo faceva di buon grado, il ministro Franco non lo fa per nulla: il Governo è bello perché varia).

In memoria di questa best practice, mi viene spontaneo chiamare "trenino dei decreti" il documento che il nostro ufficio legislativo aggiorna per tenerci al corrente su quanti e quali decreti sono in conversione in Parlamento, e a che stato di elaborazione si trovano. Bisogna partire da lì per pianificare il lavoro parlamentare, per il semplice motivo che, come vi ho spiegato diverse volte anche se in teoria dovreste saperlo (ma non lo sapete), l'art. 77 della Costituzione stabilisce che "i decreti [legge] perdono efficacia fin dall'inizio se non sono convertiti entro 60 giorni dalla loro pubblicazione". Insomma: il metodo di legiferare esclusivamente per decreto è la cristallizzazione del "fate presto"! Bisogna sempre fare presto, e quindi non bisognerebbe mai leggere le carte, perché si è sempre sotto la pressione di evitare che un decreto decada (con tutto il bailamme conseguente dalla perdita di efficacia e dalla necessità di intervenire per salvaguardare o meno i rapporti giuridici da esso creati).

Giusto per far capire che non si tratta di ipotesi astratte, l'esempio più recente che ricordi è quello del DL 209 del 10 dicembre 2021 "Misure urgenti finanziarie e fiscali", la cui legge di conversione è rubricata come Atto Senato 2470. Questo decreto è decaduto 10 giorni fa, ma i suoi effetti giuridici sono stati fatti salvi dall'art. 1, c. 656, della Legge 234/21, Bilancio di previsione dello Stato per l'anno finanziario 2022 e bilancio pluriennale per il triennio 2022-2024, che recita:


Come vedremo, altri decreti in lavorazione sono destinati a decadere, cioè erano stati emessi per non durare, ma per produrre solo effetti temporanei: sono i cosiddetti decreti "a perdere".

Per darvi un'idea, in questo momento sono in conversione cinque decreti, di cui due al Senato:

  1. il decreto-legge 21 gennaio 2022, n. 2, recante "Disposizioni urgenti per consentire l'esercizio del diritto di voto in occasione della prossima elezione del Presidente della Repubblica", la cui legge di conversione è rubricata come Atto Senato 2501, incardinato presso la 1a Commissione (Affari costituzionali);
  2. il decreto-legge 27 gennaio 2022, n. 4, recante "Misure urgenti in materia di sostegno alle imprese e agli operatori economici, di lavoro, salute e servizi territoriali, connesse all'emergenza da COVID-19, nonché per il contenimento degli effetti degli aumenti dei prezzi nel settore elettrico", per gli amici "Sostegni ter", la cui legge di conversione è rubricata come Atto Senato 2505, incardinato presso la 5a Commissione (Bilancio)

e tre alla Camera:

  1. il decreto-legge 30 dicembre 2021, n. 228, recante "Disposizioni urgenti in materia di termini legislativi", per gli amici "Milleproroghe", la cui legge di conversione è rubricata come Atto Camera 3431, assegnato alle Commissioni riunite I Affari Costituzionali e V Bilancio e Tesoro;
  2. il decreto-legge 7 gennaio 2022, n. 1, recante "Misure urgenti per fronteggiare l’emergenza COVID-19, in particolare nei luoghi di lavoro, nelle scuole e negli istituti della formazione superiore", la cui legge di conversione è rubricata come Atto Camera 3434, assegnato alla XII Commissione Affari sociali;
  3. il decreto-legge 4 febbraio 2022, n. 5, recante "Misure urgenti in materia di certificazioni verdi COVID-19 e per lo svolgimento in sicurezza delle attività nell’ambito del sistema educativo, scolastico e formativo", la cui legge di conversione è rubricata come Atto Camera 3457, assegnato alla XII Commissione Affari sociali;

ma siamo in una fase di bassa marea!

In Senato la prossima settimana ne arriveranno altri due: il "Milleproroghe", che ci arriverà "blindato" dalla Camera (quindi senza possibilità di emendarlo ma con la necessità di incardinarlo, dare i pareri, portarlo in Assemblea, votare la fiducia, ecc.), e un decreto correttivo dell'infelice (diciamo così) art. 28 del Sostegni ter, quello che ha gettato nel panico migliaia di operatori del comparto edilizio; alla Camera ne arriverà un altro, il "decreto energia". Non poca roba...

Per tornare all'unico argomento che vi interessa, di decreti "pandemici" ne abbiamo tre: i numeri 1, 2 e 5 del 2021. Di questi il DL 2/2021, che è al Senato, è "a perdere": sostanzialmente spiegava cosa doveva fare per votare chi, come me, era positivo all'epoca delle votazioni del Presidente della Repubblica. Ora le votazioni si sono concluse e il decreto può morire.

Più interessanti i due decreti alla Camera, i DL 1/2022 e 7/2022. Il primo, in particolare, è quello che reca una quantità di norme assurde e sorpassate dai fatti, fra cui l’obbligo vaccinale per tutti i soggetti che abbiano compiuto i 50 anni di età, il green pass rafforzato per l'accesso al luogo di lavoro degli ultracinquantenni, l'estensione dell’obbligo vaccinale al personale universitario, l'uso del green pass base per accedere ai servizi alla persona e a pubblici uffici, servizi postali, bancari e finanziari, attività commerciali, e la differenziazione, a seconda del ciclo di istruzione e del numero di casi positivi, delle condizioni in cui si ricorre alla didattica a distanza. Non vi so dire in questo momento che ne sarà del secondo, cioè del DL 7/2022: confluirà nel primo come emendamento del Governo? Morirà? Verrà convertito?

Pertanto i due provvedimenti più "caldi", per i temi trattati e perché sono ancora in Commissione (e quindi potenzialmente emendabili) sono senz'altro il Sostegni ter al Senato (perché il DL 2/2022 è a perdere), e il "Green pass lavoro/scuola", cioè il DL 1/2022, alla Camera (perché il DL 228/2021, cioè il milleproroghe, è stato licenziato dalla Commissione).

Circa il "green pass lavoro/scuola" (cioè obbligo vaccinale per gli ultracinquantenni), lunedì dalle 10 dovrebbe proseguire la votazione degli emendamenti.

Sempre lunedì, viceversa, scade il deposito in Commissione degli emendamenti al Sostegni ter. La discussione degli emendamenti avrà quindi luogo dopo che questi saranno stati numerati e fascicolati, verosimilmente già in settimana.


(...se vi siete annoiati voi a leggere, figuratevi io a scrivere! Ma #aaaaabolidiga è fatta anche di queste cose. Ad esempio, se vuoi dire la tua, o almeno provarci, su un decreto, devi sapere quando e dove viene discusso, entro quando depositare gli emendamenti, ecc. Tutte cose piuttosto noiose, ma il nostro lavoro è anche quello di seguirle. Non so come faremo quando saremo in 200, ma sicuramente, come sostenevano i fautori della riduzione del numero dei parlamentari, il provvedimento di riduzione, come per magia, migliorerà la qualità degli eletti superstiti e della produzione legislativa del Governo. Voi ci credete?...)

lunedì 24 gennaio 2022

Net neutrality

A proposito del post precedente, su Twitter mi segnalano questo:


Che volete che vi dica? Il segnale è chiaro: in linea di principio, se vi interessa un accesso non orientato alla rete dovreste cambiare gestore, ma naturalmente nulla vi garantisce che altri gestori della rete non filtrino a loro volta i contenuti. Anche se in modo meno smaccato e pacchiano di quanto accade sui media tradizionali, il cui target restano casalinghe e politici (due professioni che lasciano poco tempo per la riflessione, posso affermarlo per esperienza diretta di entrambe!), rimane vero anche sui social media che il vostro mondo è comunque una loro rappresentazione. Sarebbe opportuno non dimenticarlo mai, non solo quando sono così naïf da farvelo capire!

Potremmo anche provare a dare una chance alla "Commissione antidiscriminazione" verificando che abbia convocato i gestori delle infrastrutture, e in caso contrario chiedendo di convocarli per farci dare informazioni su come essi intendano la net neutrality (i più maliziosi fra voi potrebbero insinuare che per una Commissione a presidenza de facto PD il fatto che un parlamentare della Lega venga silenziato è più un'opportunità che è un problema, e una volta lo avrei pensato anch'io, ma entrando in politica si impara a deporre certi retropensieri, che non portano a nulla, e ad accumulare fatti, che restano).

E poi c'è il tempo.

Dovete solo resistere, dovete essere testardi, dovete avere la testa dura, come ce l'hanno, appunto, i fatti. Mi rendo conto delle vostre urgenze, che sono anche le mie, altrimenti non sarei qui con voi, ma, com'è noto, abbiamo solo due certezze: la morte, e le tasse.

Io mi occupo di tasse.


(...ovviamente, finché voi mi darete col vostro voto, e Matteo, mi darà con la sua fiducia, l'opportunità di occuparmene. Poi mi occuperò di altro, non mi mancano gli interessi...)

domenica 23 gennaio 2022

Meno uno: il protocollo di Schrödinger

Cadono le braccia a pensare che secondo alcuni operatori informativi questi due documenti non sono mai esistiti!

Valutate voi:

  1. Circolare recante "Gestione domiciliare dei pazienti con infezione da SARS-COV-2" del 30 novembre 2020;
  2. Circolare recante "Gestione domiciliare dei pazienti con infezione da SARS-COV-2" aggiornata al 26 aprile 2021. 
Non me li sono certo scritti da solo, né ho falsificato io la firma digitale dei riveriti firmatari. Sì, si tratta proprio delle due versioni del famoso protocollo domiciliare "paracetamolo e vigile attesa".

Nel primo, quello del novembre 2020, si legge:


(più una serie di altre indicazioni per cui vi rinvio al documento originale). Nel secondo, quello di aprile 2021, si legge:


e credo vediate che la musica nel frattempo era un po' cambiata, verosimilmente anche a causa di quello che era successo in Senato l'otto aprile:


a sua volta conseguenza di quello che era successo sempre in Senato il primo aprile - nel video linkato vedete Bernini, Romeo, e altri... a indicare che un po' di peso politico era stato messo sul piatto della bilancia per far muovere il pachidermico ministero: una iniziativa presa con un discreto anticipo rispetto alla scoperta dell'acqua calda europea:


Ora, non entro nelle varie sfaccettature tecniche di questi documenti, che in larga parte eccedono le mie competenze (non nella parte in cui potrei raccontarvi quanto c'è voluto per passare dalla prima alla seconda versione: un'epopea che in parte risulta agli atti parlamentari ma sotto la quale c'è un lungo romanzo d'appendice fatto di contatti con tecnici, colleghi del proprio e di altri partiti, consulenti esterni, ecc., con cui non vi annoio).

Diciamo che con la revisione di aprile 2021 il Ministero ha sostanzialmente ammesso di aver sbagliato strada omettendo di menzionare i FANS, che poi erano i farmaci su cui fin dall'inizio si era concentrata l'attenzione dei medici di medicina generale che volevano curare i pazienti (già a febbraio 2021 - parlo per esperienza di prima mano - a Roma Nord la prescrizione di qualsiasi medico, ma anche di qualsiasi farmacista, a seguito di tampone positivo su soggetto non altrimenti a rischio era di andarsene a casa e prendersi l'ibuprofene - che non è il paracetamolo - e quella è rimasta, generalmente con buoni esiti: il Ministero è arrivato dopo, a forza di spintoni; ovviamente so, perché se una cosa la sapete voi, significa che io la so già, che in altri territori del nostro Paese - tipicamente: alcune zone del Piemonte - tutto questo era ampiamente noto molto tempo prima, ma anche in questo non mi attarderei, per il momento...).

Mi diverte però una cosa di questo protocollo che secondo alcuni giornalisti non sarebbe mai esistito: il fatto che, come il gatto di Schrödinger, esso sia al tempo stesso vivo e morto!

Eh già...

Perché è sostanzialmente morto per il Consiglio di Stato, quando ci dice che "il documento contiene raccomandazioni e non prescrizioni", motivo per cui non gli si può imputare né di aver impropriamente vincolato l'attività professionale dei medici, né tanto meno di averla indirizzata verso uno specifico principio terapeutico sulla cui appropriatezza da mesi (ormai possiamo dire da anni) sono stati sollevati molti autorevoli dubbi (perché incide sul metabolismo del glutatione: non chiedetemi che cosa sia, relata refero, anche se credo di poter spiegare che cosa c'entra in questo discorso più di certi autorevoli tromboni che abbiamo visto confondere antipiretici e antinfiammatori: magari un giorno succederà anche a me di confondere una curva di domanda con una di offerta, e quel giorno, vi prego, abbattetemi...).

Ma al tempo stesso il protocollo della vigilante attesa pare sia anche vivo, visto che viene utilizzato dagli ordini dei medici per minacciare di sospensione o radiazione (non è chiaro) dei medici che non lo hanno applicato alla lettera:


Mi sembra evidente che c'è qualcosa che non va: e la prima cosa che non va è che non è vero che non c'è un giudice a Berlino: ce ne sono troppi; e non è vero che il problema dei tempi della giustizia (umana) è che sono lunghi: è che sono variabili. Ci vuole pazienza, e ci siamo detti (ma è solo un educated guess) che dovremo averne fino a settembre.

Ora, io non so dove sia il torto e dove la ragione, e per fortuna non è mio mestiere deciderlo. Tuttavia, nella mia carriera universitaria ho studiato diritto privato, diritto pubblico, diritto pubblico dell'economia e diritto commerciale. Diritto quantistico non l'ho mai studiato e dubito che lo si insegni da qualche parte. Di conseguenza, starei un po' attento a radiare medici sulla base dell'inosservanza di un protocollo che secondo il Consiglio di Stato contiene "mere raccomandazioni", se veramente di questo si tratta. Il protocollo o è vivo (ma allora deve fare attenzione in primis chi lo brandisce) o è morto (ma allora brandirlo non ha senso). Il mio, ovviamente, è solo un consiglio disinformato e disinteressato di un pover'uomo affezionato alla logica aristotelica: poi, come sempre, se fate come vi pare, poi mi diverto di più... 

Intanto, io domani me ne vado al drive inDi questa, come di tante altre cose, non avevo bisogno di fare esperienza diretta, perché il mio lavoro è sapere le cose. A differenza del mio illustre e sfortunato predecessore però, ora che ci sono passato, oltre a sapere ho anche le prove. Va da sé che non dovete preoccuparvi: stiamo tutti benissimo, e siccome non fa scienza sanza lo ritenere avere inteso, potete immaginare che due anni passati in dialogo quotidiano coi massimi esperti mondiali del tema (che non sono la trista compagnia di giro lombrosiana che vi ammanniscono quotidie sui media) mi hanno permesso di affrontare in serenità e sicurezza anche questa vicenda potenzialmente rischiosa (ma nel mio caso del tutto observationally equivalent alla mia consueta allergia pre-primaverile a cipressi e mimose: comunque tranquilli, controllo tutto, la saturazione non è mai scesa sotto il 97% e la temperatura non è mai salita sopra 36,9...). Bisogna fare molta attenzione: ad alcuni amici è andata peggio e paradossalmente, in casi specifici, che ovviamente non menziono, proprio a quelli più "rocciosi". Indubbiamente questo virus è insidioso. Può intaccarti senza che tu te ne accorga, può capitarti di ritrovarti con una saturazione bassissima essendo praticamente asintomatico, ecc.

Quindi: l'attenzione non guasta mai!

Anche per questo non entro, perché non sarebbe responsabile, nell'infinito campo degli aneddoti, che sono come un'altra cosa: ognuno ha i suoi. Non entrateci nemmeno voi: sapete che certi argomenti non possono essere toccati nel dibattito pubblico sui social media. Non ve l'avrei nemmeno detto, perché sono fatti miei, se non fosse che domani lo avreste saputo dalla journaille, e dato il nostro rapporto non mi sembrava carino: magari vi sareste potuti preoccupare! Mi limito solo ad osservare che proprio perché è una malattia insidiosa e difficilmente riconducibile a una checklist (giusta o sbagliata che sia, e sopra avete un esempio di entrambe) ci sarà un giorno da fare un discorso molto sereno e articolato su quanto i pazienti del SSN abbiano avuto uguale accesso alle cure cui avevano diritto.

Lasciamo quindi divertire ancora per un po', senza commentarne le fatiche, i fantasiosi esegeti che in questi giorni rivedono la Costituzione sottoponendola alla lente deformante delle loro allucinate pulsioni discriminatorie. A quanti personaggi in cerca di editore la mamma non ha voluto abbastanza bene da piccoli! E queste piccole tragedie personali, quando non conducono a capolavori letterari, conducono a interventi spectacularly ill-timed, come disse qualcuno in un Dibattito che, anche se non volete capirlo, è esattamente questo dibattito.

Poi si farà sul serio, e per chi ora chiacchiera tanto a vanvera la faccenda diventerà meno divertente. Ma siccome non credo nelle soluzioni giudiziarie di problemi politici (o, più esattamente, siccome credo che anche le soluzioni giudiziarie dipendano in modo molto esplicito dai rapporti di forza politici), prima di arrivare a quel momento se non della verità, almeno della minore menzogna, occorrerà, in questo come in tutti gli altri settori del nostro vivere civile, che si sciolgano dei nodi politici (uno in particolare). Anche qui, se poteste fare meno rumore sarebbe tanto di guadagnato per tutti, a partire da voi. All'ultimo si contano le pecore. Io, comunque, non ho nulla da consigliarvi: fate come volete.

Ho dormito bene ieri, dormirò meglio oggi, e domani farò il mio dovere, come lo faranno i miei colleghi.

Spero altrettanto di voi.

mercoledì 19 gennaio 2022

Meno cinque: non mangiava il pesce...

...ma oggettivamente immaginarselo era molto difficile. Solo alici del Cantabrico. Inutile dire che la prima volta che lo invitai a pranzo a Roma fu in un ristorante di pesce. Ma lui, che ha dimostrato tanta compostezza in un momento ben più impegnativo:


da vero amico e da uomo di altri tempi non me lo fece notare. D'altra parte, ci sta: anch'io, invecchiando, sto diventando allergico alla materia prima del mio lavoro d'insegnante: l'ignoranza.

Vi ripropongo il suo intervento al nostro convegno del 2017:


Le sua lotta discreta ma determinata contro l'ospite che lo ha sopraffatto lo costrinse a rifiutare altri inviti, poi è iniziato il delirio in cui siamo tutti immersi, e i nostri incontri si erano rarefatti. Il nostro ultimo scambio risale al mese scorso, per una sua richiesta di dettagli sull'iter della delega fiscale (una cosa che, oggettivamente, è impossibile da comprendere su fonti di stampa).

Perdo una delle cose più simili a un fratello maggiore che abbia mai incontrato, una persona versatile, piacevole, impertinente, non convenzionale. Tutto il contrario della roba che ci viene inflitta quotidianamente e per la quale, quando sarà, saremo comunque così civili da esternare un contenuto rammarico di circostanza.

Questo, però, non lo è.

lunedì 17 gennaio 2022

Meno sette: flessibilità!

Rodion Romanovic ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "È la flessibilità, bellezza... (MMT vs. Phillips)":


Buonasera Professore, dov'è che posso trovare i dati completi sulla flessibilità del lavoro? Sul database OCSE le serie sulla protezione del lavoro dipendente risalgono indietro al massimo fino al 1985. Dove si possono trovare i dati dei due decenni precedenti che lei ha utilizzato per stimare il modello?

Inoltre, non riesco bene a capire com'è che sia stata ricavata la serie "FLEX" da lei utilizzata, forse facendo una media dei quattro indicatori forniti dal sito OCSE? Perché mi sembra dal grafico (forse ci vedo male) che abbia un andamento diverso rispetto alla serie "Temporary Constracts".

La ringrazio molto in anticipo. Un caro saluto!

Postato da Rodion Romanovic in Goofynomics alle 5 aprile 2020 20:36


Rodion Romanovic, fra i protagonisti di questo blog, è quello che ho più amato: non solo per la sua indimenticabile prestazione in Eurodelitto ed eurocastigo, ma anche per la scialba comparsata nel suo sbiadito prequel, Преступление и наказание, uno di quegli inutili e tediosi libri senza figure di cui voi, che essendo di destra non siete culti e leggete solo fotoromanzi, non credo abbiate sentito parlare. Non vi siete persi niente. Ma Eurodelitto ed eurocastigo, invece, consiglio spassionatamente di leggerlo, e di farlo ora (se non vi è capitato prima)...

Per un autore è un'inesprimibile emozione incontrare un proprio personaggio, anche quando è un personaggio altrui!

Un po' per questo, un po' perché il 5 aprile 2020 ero piuttosto impicciato nella lavorazione del "Cura italia", nonché in vigilante attesa (ma senza Tachipirina) del "Liquidità" (se pure nel comodo ruolo di oppositore, quello dal quale ora tronitrueggiano gli amici di Fratelli d'Italia), e un po', infine, perché la domanda era molto circostanziata, ed esigeva una risposta altrettanto circostanziata, mi ero lasciato questo lavoro indietro, nella coda di moderazione, ma non me lo ero dimenticato (io non dimentico e soprattutto non perdono). Torno ora a soddisfare la lecita curiosità di Rodka, sperando di arricchire le vostre (e senz'altro le mie) conoscenze.

Ma prima di entrare nel merito, devo fornire ai niubbi un po' di background information. Di che cosa stiamo parlando? Perché ci interessa? E perché non mi è stato possibile rispondere subito?

Stiamo parlando di una cosa di cui avete sentito parlare decine di volte, non nella vostra esistenza: oggi. Ogni giorno, ogni singolo giorno che Dio mette in terra, per decine di volte al giorno, sentite parlare di riforme. La journaille può accontentarsi dello slogan. Gli científicos, invece, per sembrare tali, le riforme devono misurarle! Gli indicatori di cui parla Rodja, quelli di flessibilità del lavoro, sono appunto destinati a misurare la madre di tutte le riforme: la riforma del mercato del lavoro! Lo scopo di queste riforme, generalmente, è quello di risolvere il padre di tutti i problemi: come pagare di meno il lavoro per recuperare competitività di prezzo (e quote di profitto). Siamo nel meraviglioso mondo dei tecnici "offertisti", gli unici tecnici di cui disponiamo, quelli per cui se c'è carenza di domanda, bisogna comunque flessibilizzare l'offerta, per produrre di più a minor costo. Difficile capire come questo possa risolvere il problema di domanda, perché abbassare i salari significa in effetti ridurre ulteriormente la domanda aggregata (i soldi che circolano), e su questo ormai direi che un effimero consenso si è raggiunto (evaporerà, ma per ora c'è).

Questo ovviamente non significa che il mercato del lavoro debba essere sclerotico, che un rapporto di lavoro debba richiedere, per essere sciolto, una quantità ingente ma imprevedibile di soldi e la consulenza di un avvocato rotale! Vuol dire solo che ci sono problemi che possono essere risolti agendo sull'offerta e la sua eventuale rigidità, e problemi che possono essere risolti agendo sulla domanda e la sua eventuale carenza: risolvere i secondi (poca domanda) con la ricetta utile per i primi (maggiore flessibilità) non rende l'economia più forte né la crescita più rapida, un po' come amputare la gamba sana crea più problemi di quanti non intenda risolvere.

Misurare la flessibilità quindi è interessante, esattamente come chiedere "riforme" può essere giustificato. Poi bisogna valutare il contesto. In un contesto di austerità, cioè di domanda deficiente, solo un deficiente può pensare che il problema possa essere risolto dal lato dell'offerta, cioè con riforme e "flessibilità". Questo è il film che abbiamo visto negli ultimi dodici anni, un film che nonostante l'indubbia qualità dei suoi personaggi ci ha fatto ridere ben poco.

Prima di ragionare sul come si misuri la flessibilità, vi chiarisco un punto che credo possa interessarvi. L'OCSE, che produce dati, ma talvolta anche opinioni travisate da dati, per qualche strano motivo dal 2013 aveva smesso di aggiornare le serie di questi indicatori. Il mio educated guess, espresso implicitamente qui


era che questa scarsa solerzia dipendesse da uno spiacevole incidente di percorso, questo:


Nel 2013 il mercato del lavoro italiano era diventato meno "protetto", e quindi più flessibile, di quello di Germania e Francia (linea verde sotto le linee nere e blu). Si può ragionare se questo risultato, determinato dalla "riforma Fornero" del mercato del Lavoro (legge 28 giugno 2012 numero 92) sia stato un bene o un male. Diciamo che fra il 2012 e il 2013 il tasso di disoccupazione passò dal 10.9 al 12.4, quindi, come dire, questo booster di flessibilità sembrava non aver dato i risultati sperati...

Ma se per l'Italia questo risultato non era esattamente un bene, per l'OCSE e i suoi willing executioner era decisamente catastrofico!

Pensate!

Che cosa si fa quando una riforma, o in generale una politica (anche sanitaria) visibilmente non funziona? Ma è semplice: si dice che ce ne vuole di più (più "dosi", più "riforme ", più "flessibilità" ecc,)! La colpa non è mai del medico ma sempre del paziente, perché non ha fatto sufficienti compiti a casa.

Bene.

Ma nel momento in cui i dati indicavano che l'intensità delle "riforme" italiane era superiore a quella delle riforme francesi e tedesche, che cosa restava da fare ai simpatici amici dell'OCSE? Semplice: mutismo e rassegnazione! Non potevano certo dire di fare più riforme a un Paese che aveva dimostrato di essere più realista della Germania, cioè più tedesco del re, cioè, scusate: più realista del re.

Per sei (6) lunghi anni le statistiche non vennero aggiornate. Ogni volta che andavo a Parigi, e quando ero un uomo libero ci andavo spesso, mi ritrovavo a cena con gente di quel milieu e con un fare un po' narquois, fra un os à moelle e una svogliatura di Pont-l'Évêque, dopo aver ascoltato qualche aneddoto divertito e divertente degli allievi di cotanto maestro (la vita è una cosa meravigliosa...), lasciavo cadere nel discorso una frasetta del tipo "Ma flessibilità ne abbiamo? Ma i vostri amici quando li escono questi dati?"...

Seguiva un certo imbarazzo (ampiamente previsto)... perché non c'era una ragione precisa per non produrre quei dati, e quindi, come dire, il mio educated guess restava l'unica opzione valida in campo (una storia che, se ci fate caso, ricorda molto questa:


cioè la prima di una serie di spiacevoli vicende in cui il ministro Speranza si è andato a cacciare, dopo aver adottato misure che evidentemente non danno fastidio solo a noi - il riferimento letterario è a questo thread). Un po' come Speranza vorrebbe smettere di conteggiare i contagiati per raccontarci che le sue misure rapsodiche e infondate sono state efficaci, così l'OCSE aveva smesso di misurare la flessibilità per non dover ammettere che le politiche da lei raccomandate avevano fallito.

Uguale, no?

Capito perché non mi sorprendo se non di una cosa: della vostra sorpresa? Si fa così, sono i ferri del mestiere: quando le opinioni si rivelano sbagliate, si cambiano o si occultano i fatti:


Datovi nel modo più circostanziato possibile il quadro politico, entro nel quadro tecnico: come si misura la flessibilità (cioè come la misura l'OCSE)? Come era costruita la variabile FLEX usata nel modello costruito nel 2014 con l'aiuto di Mongeau Ospina?

Sul primo punto (come si misura la flessibilità), ora che ha ripreso a pubblicare gli indicatori, posso rinviarvi al sito dell'OCSE sugli indicators of employment protection. In buona sostanza, l'OCSE sintetizza in un unico indicatore numerico, dopo averle in qualche modo standardizzate, una serie di variabili quantitative che indicano il grado di rigidità (se crescono) o flessibilità (se calano) del mercato del lavoro. La descrizione tecnica è in questo capitolo dell'Employment Outlook del 2020, che annuncia la ripresa della pubblicazione dopo questa prolungata eclissi, e per capire come funzionano gli indicatori basta dare uno sguardo alla Tavola 3.1:


Le variabili considerate sono roba tipo la durata del preavviso richiesto per il licenziamento (ovviamente, più il preavviso è lungo più il mercato è rigido), la possibilità di essere riassunti in caso di licenziamento senza giusta causa (se questa possibilità esiste, il mercato del lavoro è più rigido), l'entità del TFR, ecc.

Diverte molto apprendere nel Par. 3.2 dagli economisti dell'OCSE che i loro indicatori sono fondamentali per lo studio dell'economia, ma siccome purtroppissimo per sei anni hanno avuto lezione di judo, non hanno potuto pubblicarli perché boh:


Non è bellissimo?

Se il mio educated guess fosse stato corretto, le nuove serie, per essere "migliori" (cioè più funzionali alla narrazione) sarebbero state costruite in modo da occultare quello spiacevole incidente (l'Italia più "brava" della Germania!? Impossibile...).

Comunque: dopo avervi detto come l'OCSE misura la flessibilità, devo dire a Rodka come è costruito l'indicatore FLEX: come media ponderata dell'indicatore riferito alla rigidità dei licenziamenti individuali per i contratti regolari (a tempo indeterminato) e di quello riferito alla rigidità dei licenziamenti individuali per i contratti a tempo determinato (indicatori epr_v1 e ept_v1), scelti perché solo per questi la versione precedente del database forniva una serie sufficientemente lunga (dal 1985 al 2013), utilizzando come peso l'incidenza dei rispettivi tipi di contratti (a tempo indeterminato e a tempo determinato). Quindi, ad esempio, l'indicatore FLEX dell'Italia veniva fuori da questo calcolo:


dove t.d. è la percentuale di lavoratori a tempo determinato, epr l'indice riferito ai contratti a tempo indeterminato, ept quello riferito ai contratti a tempo determinato, e FLEX la media ponderata (che potete verificare). Quindi, per capirci, e con riferimento alla prima riga, l'indicatore composito FLEX deriva dall'operazione: 2.76 x (1-0.062) + 4.75 x 0.062 = 2.89 (con un lieve errore di arrotondamento). Dato che i contratti a tempo determinato sono una percentuale ridotta, se pure crescente nel tempo, l'andamento della serie è dominato dall'indicatore epr (flessibilità degli impieghi "regolari", cioè a tempo indeterminato), e in particolare il "salto" verso la minore rigidità (con passaggio da 2.66 a 2.44 dell'indicatore medio FLEX dipende dal salto da 2.76 a 2.51 dell'indicatore epr.

E con questo termina la mia risposta a Rodja.

Ora mi devo togliere una curiosità, e me la tolgo qui, in diretta con voi. Che una organizzazione sovranazionale rinunci per ben sei anni a pubblicare un dato così centrale nella narrazione che lei stessa porta avanti ("Le riformeeeeeeeh! La flessibilitaaaaaah!") è, lo capite bene, un'anomalia piuttosto vistosa. Il dubbio è che questi sei anni siano serviti a trovare il modo di "raffinare" i #datigrezzi pubblicati fino al 2013, in modo da piallare la fastidiosa eccezione data dal fatto che nel 2013 l'Italia aveva fatto più riforme della Germania, o quanto meno possano essere serviti a riprendere la pubblicazione in un anno in cui l'evoluzione dei dati consentisse di sostenere la narrazione moralistica delle "riforme" (vedremo che entrambe le cose sono vere).

Per verificarlo, nella Tabella precedente aggiungo la Germania:


e poi replico gli stessi calcoli prendendo i dati estratti dall'ultima edizione (quella del 2021):


e il risultato è una cosa del genere:


dove, con scarsa sorpresa, vediamo che truccando misurando in modo più accurato i dati l'OCSE può raccontarci che l'Italia ha sempre dominato strettamente in termini di (maggior) rigidità del mercato del lavoro la Germania, cioè ha sempre avuto bisogno di "riforme", anche nel 2013, dopo la legge Fornero, con una sola eccezione dal 2016 al 2018 (dovuta al famigerato jobs act). Ovviamente la pubblicazione dei dati è ripresa nel 2020 (evidentemente in smart working i nostri funzionari lautamente remunerati si annoiavano), anche perché siccome il Decreto dignità (DL 96/2018) ha disciplinato in modo più restrittivo i rinnovi dei contratti a tempo determinato (la storia è qui), l'Italia dal 2019 è di nuovo più "rigida", e quindi dal 2020 è di nuovo possibile invitarla a fare "le riforme" (senza che qualcuno faccia notare che le riforme sono già state fatte).

Io i complimenti dal 2016 al 2018 per le riforme fatte però non me li ricordo (a me facevano abbastanza schifo, ma questo è un altro discorso)!

Capito che cosa significa essere padroni della narrazione?

Ma possiamo anche consolarci dicendoci che quando l'unico elemento tattico su cui contare è la forza dell'avversario, avere a che fare con un avversario così ingenuamente prevedibile probabilmente è un vantaggio...

sabato 15 gennaio 2022

Meno nove

Oggi ero al telefono con Elisabetta e nel commentare alcune recenti evoluzioni normative in materia di istruzione (quella che i semicolti chiamano "educazione"), andando di fronda in fronda, mi son trovato a confluire nell'alveo di una riflessione iniziata qui:


quella sullo scostamento fra Costituzione formale e Costituzione materiale, un tema banale per i giuristi, che però, pur essendo in grado di trattarlo con grande raffinatezza, difficilmente possono comprenderne la pregnanza a meno di non essere coinvolti direttamente, in prima persona, e non come visitatori, in alcuni organi costituzionali dello Stato (tipicamente, nel Parlamento).

Personalmente non ho capito lo scandalo suscitato, anche in molti di voi, dalle parole di verità dette da un mio collega. Quella che è stata interpretata come una proposta in realtà era una fotografia: non è azzardato dire che in Italia vige un presidenzialismo de facto, nel preciso senso che la Presidenza della Repubblica esercita, in vari modi, funzioni di indirizzo politico che debordano dal ruolo arbitrale disegnato dalla Costituzione. Il tema politico, più urgente, che tutti vedono, sta ovviamente nello scegliere chi mandare a svolgere un ruolo così delicato e molto più penetrante di quanto appaia, ma poi c'è anche un tema intellettuale, più di lungo respiro, che era appunto quello del dibattito tenuto quattro anni fa al nostro convegno annuale. Il disallineamento fra Costituzione formale e materiale determina infatti un problema non indifferente in termini politici: quello posto da un soggetto che esercita significativi poteri di indirizzo politico in un totale vuoto di responsabilità politica, perché di questa è privo ai sensi della Costituzione formale (articolo 90), che lo "scherma" da responsabilità politica, presumendo che egli agisca da arbitro imparziale (cioè che non gli possa essere imputato quello che non può fare [ma fa!]: impartire un indirizzo politico). Da lunghi anni non è così, da lunghi anni - in effetti da decenni - l'arbitro ha abdicato al suo ruolo imparziale, forse non è mai stato così, certamente è umano che non sia così, e magari non è proprio possibile che le cose funzionino così (qui ci vorrebbe veramente un esperto di diritto costituzionale comparato).

Ma allora bisognerà a un certo punto prenderne atto.

Continuare a sdilinquirsi sulla "più bella del mondo" sbrodolando che "signora mia siccome c'era stato il fascismo oimmèna il presidenzialismo no perché è la strada maestra per l'avvento dell'uomo forte!" non è, a mio sommesso avviso di umile artigiano avventizio delle istituzioni (che però da studente di economia si era letto anche qualcosa di Crisafulli), un modo di ragionare particolarmente corretto. Intanto, dopo aver crocefisso uno che aveva, con espressione su cui si può discutere, chiesto agli italiani "pieni poteri", nel senso di piena legittimazione popolare conseguente da elezioni che riallineassero il Parlamento alle intenzioni del corpo elettorale, ci siamo sorbiti un altro che i pieni poteri se li è presi, ed era una persona tanto per bene ed elegante. Quindi, come dire: se il problema è questo, quattro anni dopo il nostro dibattito abbiamo visto che lasciare la Costituzione com'è non lo risolve (il Tempo è sempre un grande medico e un grande risolutore).

Si può comunque argomentare che sia una scommessa rischiosa quella di supporre che il passaggio a una repubblica presidenziale ripristini una qualche forma di accountability. Giusto, purché si abbia sempre ben presente che lasciare tutto così com'è, anzi, peggiorare la situazione indebolendo il contrappeso parlamentare, ci consegna alla certezza di una totale assenza di accountability.

C'è poi un altro aspetto, solo apparentemente accessorio: guardate che sforzi si stanno mettendo in campo per evitare che la Presidenza di un Paese di destra vada a un politico di sinistra!

Perdonate la brutale semplificazione, perdonate se ometto i rituali "centrini" da interno piccoloborghese (centrodestra e centrosinistra), perdonate (mi perdonino quelli "de sinistra") se per sintesi definisco l'Italia un Paese "di destra" (è sicuramente un Paese tradito dalla sinistra e questo blog è la storia di quel tradimento), ma insomma: ogni tanto bisogna capirsi, e credo che così ci siamo capiti. Dal momento che il Presidente ha un potere di indirizzo e lo esercita, ma che l'indirizzo in teoria dovrebbe darlo il popolo, viene naturale concludere che forse il Presidente dovrebbe sceglierlo il popolo. Questo ragionamento è volutamente, ostentatamente semplicistico, e ho molti amici che lo rigettano con ottime ragioni. Tuttavia, in questa fase politica in cui il Parlamento rispecchia debolmente la volontà degli elettori, il fatto che l'elezione del Presidente sia un'elezione di secondo livello si sta rivelando a mio avviso un elemento particolarmente tossico. Se l'elezione del Presidente fosse diretta, i partiti, invece di invilupparsi in una appassionante (?) partita a scacchi, dai risvolti spesso enigmatici per gli stessi addetti ai lavori, potrebbero essere semplicemente se stessi, dichiarare le proprie idee, afferrare l'asta della propria bandiera, e confrontarsi in un modo comprensibile per i cittadini, perché a questi ultimi sarebbe poi rimessa la scelta. Il 99% della strategia (e della tattica) messa in campo in questa fase delicatissima verrebbe accantonata, diventerebbe superflua, se la scelta del Presidente della Repubblica fosse messa direttamente nelle vostre mani. Vi infliggo un'altra semplificazione brutale di cui mi scuso in anticipo: se chi comanda  (cioè il sovrano) non può essere responsabile a termini di legge, almeno sarebbe opportuno che fosse scelto dal popolo, laddove si voglia conservare l'idea che la sovranità al popolo appartenga.

Ma insomma, non mi ricordo nemmeno perché ne stavamo parlando, e forse non è un tema così appassionante. Eppure, sapeste quante cose che vi appassionano dipendono da questo tema che non vi appassiona...

venerdì 14 gennaio 2022

La locomotiva e il proiettile (QED 96)

Vi ricordate Margherita Hack? L'astrofisica (ma lei avrebbe detto: astrofisiha) fiorentina, fortemente impegnata anche in politica e nel sociale (qualche redattore malizioso o distratto di Wikipedia in questo momento le infligge un curioso lapsus calami


forse equivocando su un certo premio che le era stato conferito a Torre del Lago per certi motivi che qui nessuno contesta). A me piaceva ascoltarla in televisione, un po' perché la materia nella quale si era affermata, fra le tante che aveva praticato (o pratihato), mi affascina da sempre, come qualcuno potrà aver notato, e un po' perché risuonava in lei la mia lingua materna, cioè paterna, ma insomma: la lingua di quella nobil patria a la qual io forse fui troppo molesto (ma sempre meno di alcuni illustri giovani colleghi...).

Mi ricordo in particolare una sera in cui si infervorava cercando di spiegare a un intellettuale italiano (cioè a una di quelle persone che per mestiere non devono sapere nulla né di matematica - "io nun ce sò portato" - né di musica - "a me la musica piace tutta!") un concetto molto semplice: l'energia cinetica è la massa per la velocità al quadrato (sarebbe: per il quadrato della velocità), ovvero, come diceva lei, "l'energia cinetiha gli è la massa per la velocithà a iqquadrato!"

E in effetti è così.

Una locomotiva pesa 101 tonnellate (qui mi riferisco alla E636, quelle appunto della mia infanzia), ma se ti viene addosso a due all'ora ti fa meno male di un proiettile da 4 grammi che ti venga incontro a 920 metri al secondo (e qui mi riferisco all'AR70/90, fucile della mia giovinezza, perché a differenza di voi il militare l'ho fatto, e alle Cascine, anzi: alle Hascine).

E vi ricordate invece di quando, qualche post fa, parlavamo della spettacolare performance dell'Irlanda nel 2015? Una crescita al 25%, praticamente la velocità di un proiettile! Mi chiedo se i giornalisti irlandesi, in quell'anno mirabile, avranno descritto il loro verde Paese come "la locomotiva d'Europa".

Questa storia della locomotiva (che non è un proiettile) fa parte del repertorio più uggioso e logoro delle metafore stantie, le metafore dei travet del pensiero, che a differenza di quelle dei poeti, sottraggono, anziché aggiungere, senso al discorso. Ci siamo imbattuti in essa e nelle sue fallacie fin dall'inizio:


citando studi che la valutavano in senso critico, come quello di De Nardis.

Probabilmente chi la usa ha in mente un concetto che qui abbiamo sviscerato diverse volte: quello di contributo di un Paese alla crescita di una zona, un concetto non lontanissimo da quello di energia cinetica, perché è anch'esso il prodotto di una massa (la quota del Pil del Paese considerato sul totale della zona) per una velocità (il tasso di crescita dell'economia: la prima volta ne abbiamo parlato dieci anni fa e qui trovate tutte le spiegazioni tecniche). Insomma: per contribuire molto alla crescita della zona (per "tirare" il treno), cioè per essere locomotiva, un Paese deve correre molto, o essere abbastanza grande (se poi succedono entrambe le cose ovviamente è meglio).

Proviamo a dare concretezza a questo ragionamento con qualche numero. Nei 23 anni dal 2000 al 2022, i dodici Paesi dell'Eurozona iniziale hanno superato il tasso di crescita del 5% in soli 29 casi, sui 276 (ventitré anni per dodici Paesi) possibili. Una crescita così sostenuta si è avuta in un po' più del 10% dei possibili casi.

Nel 2000, ad esempio, la Spagna crebbe del 5.1% e l'Irlanda addirittura del 9.4%. Ma chi avrà dato il maggior contributo alla crescita dell'area, che nello stesso anno fu del 3.9%? Ovviamente la Spagna, dato che la sua economia pesava per il 9.8% del totale, contro l'1.6% dell'Irlanda, per cui la Spagna quell'anno espresse il 13% della crescita totale dell'Eurozona (0.5% su 3.9%), mentre l'Irlanda solo il 4% (0.15%, sempre su 3.9%). Non fu cioè il Paese relativamente più veloce, ma il Paese relativamente più grande, a tirare di più.

Perché dico "relativamente"? Perché naturalmente non furono né la Spagna né l'Irlanda a dare il contributo maggiore alla crescita dell'Eurozona in quell'anno, ma i due Paesi in assoluto più grandi, Germania (29% del totale) e Francia (21% del totale), nonostante la loro crescita relativamente più modesta (rispettivamente: 2.9% e 4.1%).

Insomma: i proiettili tendono ad andare più veloci, ma le locomotive tendono ad essere più grandi, ed è per questo che tirano di più.

Ci pensavo rileggendo alcuni titoli trionfalistici tutti incentrati sul concetto di velocità (della crescita):

Il problema dello scrivere certe cose è che poi, anche se le leggono in pochi, qualcuno che le legge ci crede, e questo può avere conseguenze. Intendiamoci: non che si contesti qui il dato: 6.3%, sperando che sia il dato effettivo, è un buon risultato, nessuno se ne può dolere. Fatto sta che questo, come altri titoli di giornale, è piuttosto impreciso: anche se il suo tasso di crescita è uguale al nostro, la locomotiva, cioè il Paese che dà il maggior contributo al tasso di crescita dell'area, è la Francia, che esprime il 21% del Pil totale, invece dell'Italia, che conta solo per il 15%. E così, del 5.1% di crescita dell'area nel 2021, la Francia, che è cresciuta come noi al 6.3%, ne esprime lo 1.3% (cioè il 25%, un quarto, del totale), mentre l'Italia ne esprime solo lo 0.95% (cioè il 19%, meno di un quinto, del totale).

Mi direte che non è poi così importante, mi direte che voglio essere disfattista. Assolutamente no, e anzi, per esortarvi a guardare il bicchiere mezzo pieno vi dico subito che quest'anno il nostro contributo supera quello della Germania, una cosa praticamente mai successa prima:


come vi mostra questo Excel pressoché illeggibile, dove ho evidenziato in rosa gli anni in cui un Paese ha dato un contributo superiore al 20% alla crescita della zona.

Va osservata una cosa, a questo proposito: Germania e Francia hanno quasi sempre dato un contributo alla crescita dell'area superiore al 20% (perché hanno più massa), noi quasi mai, tranne che nel 2009, nel 2012, nel 2013 e nel 2020, anni in cui abbiamo dato un grande contributo... ma nella direzione contraria, perché la zona stava decrescendo (era in recessione), e noi eravamo fra quelli che più contribuivano a tirarla giù!

Mi avvio a concludere (come dicono i politici).

Starei un po' attento a riposare sui binari... pardon: sugli allori della locomotiva, come trapela dalle esternazioni di alcuni membri del Governo e dalle confidenze di alcuni alti funzionari. In particolare, mi sembra un po' azzardata l'idea che "possiamo smettere di sostenere l'economia, siamo fuori dal tunnel, siamo la locomotiva d'Europa". Come ci siamo detti qualche post fa, la combinazione di SRAS e SARS non perdona, e qualcuno se ne sta accorgendo


Avevamo appena fatto in tempo a spiegare perché i nostri científicos si sarebbero presto preoccupati, ed ecco il QED, si stanno già preoccupando:


Noi, per non sbagliare, faremo il nostro lavoro, presentando qualche emendamento al milleproroghe (ad esempio, prorogando le moratorie sui crediti...). Questa storia di essere sempre più realisti del re non ci ha mai portato bene, e se l'UE ci lascia spazio per aiuti crediamo che sia comunque il caso di utilizzarlo. La cosa va studiata, sperando che nessuno si offenda: non è disfattismo, è pragmatismo, e anche un po' di allergia alle metafore giornalistiche.

Né la nostra massa né la nostra velocità ci consentono distrazioni: se andiamo a sbattere ci facciamo male, e le condizioni perché questo succeda ci sono tutte, e non dipendono da noi. Insomma, come diceva uno che risolveva problemi...

(...quelli che attendono l'evento catartico e palingenetico forse non sanno che cosa stanno aspettando: io, tutto sommato, preferisco combattere...)

lunedì 10 gennaio 2022

È così che succede...

Non amo le ricorrenze, le "giornate mondiali", o quelle di, del, dello o della. Non riesco a sottrarmi alla sgradevole impressione che il sapore stantio di certe liturgie nasconda la pervicace volontà di utilizzare i restanti 364 (o 365) giorni dell'anno per occuparsi d'altro.

Questo vale in particolare per la memoria, che in tanto è, in quanto è perenne.

Il rischio che la si celebri in un giorno per trascurarla nei restanti temo esista, e di questo vorrei parlarvi. Prima però vi ricordo che in questo blog abbiamo dedicato tanto spazio agli orrori della Seconda guerra mondiale, se non altro perché, sulla base di un'analisi delle dinamiche oggettive in atto, vedevamo in simili abomini un asintoto al quale il nostro sistema rischiava, e a mio avviso tuttora rischia, di tendere.  "Mai più!" non è una categoria politica, non è una categoria storica, non è una categoria utile, e quindi rischia di essere una categoria dannosa...

Ci è capitato solo nel 2012 di onorare questa memoria esattamente nel giorno in cui lo fanno gli altri, ma ci è anche capitato di farlo in sedi più prestigiose e col coinvolgimento di illustri personaggi:

Quest'anno nel giorno deputato cadrà molto verosimilmente il quarto scrutinio dell'elezione del Presidente della Repubblica, ed è quindi probabile che non abbia modo di intrattenermi con voi o che abbia altro di cui parlarvi. Mi porto quindi avanti col lavoro segnalandovi un esercizio di memoria che secondo me merita tutta la vostra attenzione e che vi ho già segnalato sui miei altri canali social (Telegram, Twitter): l'articolo di Ziona Greenwald (di cui so solo quello che vedo nel web: una giovane con un bel sorriso e un'ottima penna, chi ne sa di più ce lo faccia sapere...) pubblicato da The Times of Israel, dal titolo: This is how it happens, è così che succede.

L'articolo è importante perché a mio avviso pone il quadro concettuale e comunicativo corretto per fare quello che qui in Italia non si vuole fare, o almeno non si vuole fare nelle sedi istituzionali deputate, come la cosiddetta Commissione Antidiscriminazioni: riflettere approfonditamente sulla violenza discriminatoria insita nel recente quadro normativo per il contenimento della pandemia, un quadro che viola palesemente, senza che nessun giudice a Berlino intervenga, le precise indicazioni del Regolamento UE 2021/953 del Parlamento Europeo e del Consiglio, laddove parla appunto ripetutamente di non discriminazione e proporzionalità. Ma abbiamo capito che per il PD i Regolamenti europei sono soggetti a una sorta di "clausola della nazione più sfavorita": in tanto si applicano in quanto possano opprimere o danneggiare i cittadini italiani. Ove mai, per caso o per distrazione, accadesse il contrario, si disapplicano (mentre in questo caso una magistratura attenta dovrebbe disapplicare la norma italiana: ma non è del tutto un male che si crei un precedente in cui, involontariamente e per mero caso, la giurisprudenza ristabilisce una corretta gerarchia fra le fonti del diritto).

L'inerzia delle sedi istituzionali è aggravata dall'attivismo sguaiato e scomposto di tanti cittadini che sui social fanno una cosa che, come sottolinea in principio dell'articolo la Greenwald, non si può fare: stabilire sic et simpliciter un parallelo fra politiche COVID anche estreme, come la violazione del diritto al lavoro, e la destinazione di un intero popolo alle camere a gas.

"There is no equation, period".

Sono totalmente d'accordo, e inquadro questa osservazione nel principio qui più volte esposto del non lasciar scegliere il campo all'avversario: mettersi dalla parte del torto con affermazioni inaccettabili non serve a noi, ma ai nostri avversari, e siccome io non conosco certi personaggi in cerca d'editore che si abbandonano a simili comportamenti, non ne so valutare maggiore o minore buona fede, e soprattutto non mi interessa valutarla, li considero senz'altro dei nemici, come dobbiamo considerare oggettivamente chiunque ci danneggi, chiunque danneggi la battaglia di libertà che portiamo avanti, indipendentemente da quali possano essere le sue motivazioni (semplifico: indipendentemente dal fatto che siano poco intelligenti o siano agenti provocatori).

Qui termina quello che si può dire anche in Italia, e inizia quello che, a quanto posso capire, si può dire solo in uno Stato come Israele, la cui raffinata civiltà è stata temprata da tante drammatiche vicissitudini storiche. Perché la Greenwald, fatta la premessa condivisibile che vi ho esposto, afferma senza fronzoli e con risolutezza due altri principi che condivido e che però qui da noi non vedo esprimere se non da personaggi inutilmente (quindi dannosamente) folcloristici:

  1. "what began as a war on a virus... quickly turned into a war on human rights and freedom": quella che è cominciata come guerra a un virus si è trasformata rapidamente in una guerra ai diritti umani e alla libertà;
  2. la tragedia dell'Olocausto fu preceduta da una serie di segni premonitori ("those unfathomable horrors did not arise in a vacuum", quell'abisso insondabile di orrore non si manifestò dal nulla), e quindi "Those who pledge their commitment to “Never Again” but forget the graduated steps that led to that greatest human atrocity are liable to enable, and perhaps even commit, grave moral wrongs" (quelli che promettono il loro impegno al "Mai più!" ma dimenticano i passi graduali che condussero alla più grande atrocità umana sono sono suscettibili di permettere, e forse anche di commettere, gravi torti".

Mi è capitato, come sarà capitato anche a voi, di parlare con testimoni diretti di quegli orrori. Molti ricordano la gradualità con cui essi si presentarono: si cominciò con caricature come questa:


magari anche spiritose o divertenti (per alcuni, vittime incluse) e però tutte tendenti alla disumanizzazione di un gruppo, e poi, di passo in passo, in ossequio al noto principio: motus in fine velocior. Il punto quindi non è, né può essere, quello di un paragone statico fra due realtà inconfrontabili, ma di un paragone dinamico fra due traiettorie che potrebbero rivelarsi confrontabili, atteso che il loro inizio è marcato da epifenomeni sostanzialmente equivalenti, e quella attuale "could lead to even darker places if it is not called out".

Insomma, questa volta sarà sicuramente diverso, ma siamo sicuri che abbassare la guardia sia una buona idea? E perché proprio chi l'ha abbassata una prima volta, torna oggi ad abbassarla (fra le eccezioni visibili, quella della coraggiosa Ziona, cui speriamo non capiti quello che è capitato ad altre coraggiose intellettuali).

Credo dipenda da una cosa su cui ci siamo intrattenuti pochi articoli fa, parlando della carità, che abbiamo definito come "accorgersi delle cose prima che capitino a te", e del perché questa virtù sia così rara. Lo si potrebbe dire così: "mai più!" è una negazione, e da negazione a rimozione il passo è breve. Breve, ma scivolosissimo: l'abisso è al nostro fianco. Mi è capitato di sollecitare l'attenzione di intellettuali che in linea di principio avevano più di un motivo per voler conservare la memoria, producendogli evidenza di certe derive attuali. Mi aspettavo se non solidarietà, almeno interesse. Mi ha sempre sorpreso il loro atteggiamento de minimis, che lasciava dentro di me un irrisolto, un non detto, sciolto finalmente dal titolo della Greenwald: "è così che succede"!

Ora lo so.

Qualcuno ha detto che ci sono due modi di non essere caritatevoli, cioè, come direbbe la Greenwald, di "perdere la propria bussola morale": pensare che non ti toccherà mai, e pensare solo a quello che è toccato a te.

Preghiamo di non cadere in nessuno di questi due orrori.

(...e ora torno al day by day, che oggi prevede...)

(...-14...)