lunedì 3 gennaio 2022

Le bollette secondo ECON102 (e gli científicos)

Non che io abbia una grande stima dei miei precedenti colleghi (gli economisti): la storia di questo Dibattito illustra sufficientemente come, con le eccezioni indispensabili per confermare la regola, la categoria non abbia dato un grande contributo alla comprensione dei problemi attuali, essendo divisa fra persone che nascondevano la testa sotto la sabbia e persone che guardavano fissamente dalla parte sbagliata. In fondo, anche la vicenda delle "bollette" (l'aumento dei costi dell'energia), ce lo conferma. Quando a marzo di due anni fa (2020), in questo blog paventavamo l'ipotesi che la pandemia potesse causare una fiammata di inflazione a causa di strozzature dal lato dell'offerta, la communis opinio degli esperti vedeva per lo più all'orizzonte rischi di deflazione, determinata dal calo della domanda (si dice il peccato ma non il peccatore: qui uno...). 

Tuttavia, anche se del loro avviso possiamo fare normalmente a meno (lo spirito natalizio mi induce a risparmiarvi altri esempi), in questo mondo di científicos (come venivano chiamati i tecnici ai tempi così lontani e così vicini di Porfirio Diaz) non è del tutto inutile sapere in che modo gli economisti la pensino. Chiarisco: quasi mai sapere come ragionano gli economisti ci servirà per capire direttamente come andranno a finire le cose, ma molto spesso ci servirà a capire che cosa gli científicos sanno di sapere e quindi quali saranno le loro future mosse, consentendoci indirettamente di capire come potrebbero andare a finire le cose (male, ovviamente, in coerenza con la raffinatezza del loro pensiero científico).

Ai tempi gloriosi di Samuelson (1941) per deridere gli economisti li si descriveva come pappagalli cui è stato insegnato a ripetere "domanda e offerta". Nel frattempo, un pochino anche per colpa di Samuelson (o almeno così la pensa Paul Davidson, e se interessa sono d'accordo con lui) il compito di deridere gli economisti è diventato molto, troppo più semplice.

Questo particolare ordine di científicos si è infatti diviso in due famiglie: i parrocchetti della domanda e i cacatua dell'offerta.

Sì, oggi per lo più (cioè escludendo i post-keynesiani) gli economisti sono pappagalli che ripetono una parola sola. I parrocchetti "keynesiani" ripetono "domanda, domanda,..."; i cacatua "neoclassici" (quelli che voi chiamate neoliberisti, per intenderci) ripetono "offerta, offerta,...". Eppure, voi lo sapete bene, per Adam Smith (l'autore che i neoclassici citano senza averlo letto) la domanda era importante, tanto da determinare, fra l'altro, una caratteristica importante dell'offerta, forse la più importante: la produttività (cosa di cui sono ancora oggi consapevoli i post-keynesiani, mentre i keynesiani la ignorano: qui c'è tutta la spiegazione, se interessa). Di converso, per Keynes (l'autore che i keynesiani citano senza averlo letto) le condizioni dell'offerta erano essenziali nel determinare l'equilibrio del sistema: basta rileggersi la sua analisi della Grande Depressione, o ricordare che nel tirare le fila del ragionamento il Capitolo XVIII della Teoria Generale parte dall'elencare i fattori che influenzano la forma della curva di offerta aggregata.

Ma agli idiots savants che popolano i nostri dipartimenti La ricchezza delle nazioni o la Teoria generale oggi non sembrerebbero libri científicos, perché sono privi di formule matematiche, ed è anche per questo che non li leggono: non appagano il loro inesausto e inesauribile bisogno di sentirsi intelligenti facendo cose che a loro sembrano difficili. Nell'epoca dell'iperspecializzazione accademica, piuttosto che gestire un mondo fatto di due pezzi, è pagante concentrarsi su uno, e solo uno, di questi pezzi, coltivandolo con sterile e maniacale accanimento. Capita così che se sei un parrocchetto e arriva uno shock di offerta (come nel 2020), ti aspetterai che le conseguenze siano quelle di uno shock di domanda, mentre se sei un cacatua e arriva uno shock di domanda (come nel 2009) lo gestirai come se fosse uno shock di offerta.

Ora, simili "errori" dipendono naturalmente da una quantità enorme di motivazioni storiche, sociologiche, epistemologiche, deontologiche, e chi più ne ha più ne metta. Le più rilevanti sono anche le più nobili: il desiderio di attaccare l'asino dove vuole il padrone, e la smania di far carriera. Queste motivazioni sono trasversali a molti campi e quindi non esito a immaginare che ne comprenderete immediatamente l'importanza. Certe "cantonate", insomma, sono più apparenti che reali, nel senso che magari, ricordandosi che cosa era scritto nei libri del primo anno, e che cosa insegnano a ECON101, molti colleghi, come abbiamo più volte evidenziato in questo blog, potrebbero (e avrebbero dovuto) fare a meno di consigliare con fastidiosa regolarità la ricetta sbagliata (ad esempio, l'austerità durante uno shock negativo di domanda). Fatto sta che in certe contingenze storiche se non dici quello che devi dire non fai carriera: non ti pubblicano (con me ci hanno provato, come ricorderete), non entri nel network giusto, ecc.

En passant segnalo che questi meccanismi che abbiamo visto tante volte all'opera nella professione economica (fatta di macroeconomisti, microeconomisti, economisti del lavoro...) sono esattamente quelli che vediamo oggi all'opera nella professione medica (fatta di virologi, epidemiologi, immunologi...).

Niente di più, niente di meno.

Ma oltre questa miseria umana, che tutti ci accomuna (non sono umani solo gli economisti e i medici - forse in questo periodo loro lo sono un po' meno degli altri - siamo tutti umani, anzi: umanƏ), oltre questa umana fragilità c'è anche un altro motivo, più "tecnico", che spiega la strana difficoltà di parrocchetti e cacatua nel ritenere in testa le due paroline magiche: domanda e offerta. Questa difficoltà in parte credo dipenda dalla straordinaria rozzezza del modello che tutti noi professionisti utilizziamo per tenere i due pezzi insieme. Oggi voglio spiegarvi com'è fatto questo modello, il modello AS/AD (aggregate supply, aggregate demand), e che cosa, utilizzandolo, gli científicos si aspettano che accadrà in seguito all'aumento dei prezzi dell'energia. Se arriverete in fondo, sarete anche voi degli científicos. La spiegazione che vi darò farà a meno delle formule: a chi vuole sentirsi intelligente suggerisco di rileggersi un canto di Dante. Sarà però indispensabile usare dei grafici. Spiace. D'altra parte, questo è un blog tecnico e nessuno vi obbliga a leggerlo, soprattutto in una settimana in cui ben altre preoccupazioni incombono su tutti noi.

Le unità di misura

Per cominciare, è utile che capire bene quali variabili sono rappresentate dal modello. Non è difficile, sono due:

sull'asse delle ascisse, il volume del prodotto (interno lordo), indicato dalla lettera Y, e su quello delle ordinate il livello dei prezzi, indicato dalla lettera p. 

Prima osservazione: Y è il Pil, non la crescita del Pil (la crescita economica), e p è il livello dei prezzi, non la crescita del livello dei prezzi (l'inflazione). Il modello quindi è statico, il che significa, come vedremo meglio "riempiendo" questa scatola, che il modello più usato dagli economisti non rappresenta le due cose che agli economisti più interessano: la dinamica del prodotto (la crescita) e la dinamica dei prezzi.

Eggnente, fa già piangere così, ma questo è solo il primo gradino della vostra discesa verso l'abisso...

L'offerta di lungo periodo

In economia (micro) la curva di offerta indica quale quantità q di un determinato bene l'imprenditore trova conveniente produrre dato un certo livello dei prezzi. Normalmente all'aumentare del prezzo l'imprenditore è incentivato a produrre di più, e quindi la curva di offerta ha inclinazione positiva, cioè è una cosa di questo tipo, dove a prezzi più alti corrispondono quantità maggiori:

Il modello AS/AD non considera la quantità q di un singolo bene ma l'aggregato Y di tutti i beni prodotti da un determinato Paese, e lo fa ipotizzando che nel lungo periodo l'offerta di beni, intesa come quantità massima di beni che è possibile produrre, dipenda solo dalla tecnologia e dall'offerta di fattori produttivi (capitale e lavoro). L'offerta aggregata di lungo periodo, cioè il potenziale produttivo del Paese, che dipende da tutte queste belle cose (che nel modello non sono rappresentate, cioè sono esogene), di converso non dipende dall'altra cosa che nel modello c'è, ovvero dal livello dei prezzi. In altre parole, la curva di offerta di lungo periodo è fatta così:

Una retta verticale posta al livello (esogeno) del Pil potenziale, che è lo strano oggetto di cui vi ho parlato ad esempio qui e su cui abbiamo tenuto questo convegno. Volendo prendere per buone le stime di questa gigantesca puttanata (scusatemi: tale è e come tale va definita) fornite dal Fmi, per dare un po' di concretezza al grafico, supponendo che Y sia misurato in miliardi di euro, potremmo scrivere:


ovvero: la curva di offerta di lungo periodo nel 2021 è verticale al livello di 1749,17 miliardi di euro, corrispondenti appunto al Pil potenziale (stimato).

A proposito, siccome vi ho detto che non avrei usato formule, allora le uso. Il Fmi non fornisce direttamente il valore del Pil potenziale, ma quello dell'output gap (lo trovate in questo foglio Excel), definito come scarto fra il Pil effettivo e quello potenziale espresso in percentuale del Pil potenziale:


per cui il Pil potenziale può essere ottenuto invertendo la formula:


e con i dati del 2021 ottenete appunto:


cioè secondo il Fmi nel 2021 saremmo 85,78 miliardi al di sotto del nostro potenziale produttivo (io credo lo scarto sia molto più grande, come sapete, ma chiudiamo qui la parentesi).

Qual è il significato di questa curva verticale, cioè "rigida" rispetto al livello dei prezzi? Possiamo leggerla così: nel lungo periodo non importa quale sia il livello di prezzo prevalente, perché il sistema non potrà andare oltre il livello di produzione reso possibile dalle tecnologie, dal numero di lavoratori e dallo stock di capitale fisico (macchine, attrezzature, capannoni, ecc.) disponibili. Ad impossibilia nemo tenetur.

La domanda aggregata

In microeconomia la curva di domanda generalmente ha un'inclinazione negativa, perché riflette il dato dell'esperienza comune a tutti noi che di norma e in media se un bene costa di più tendiamo ad acquistarne di meno (se non altro perché finiamo i soldi). Quindi la curva di domanda microeconomica è una cosa di questo tipo:

e riflette il fatto che quando aumenta il prezzo p di un bene diminuisce la quantità q che desideriamo consumarne. Trasponendo il discorso sul piano macroeconomico, quello che ci interessa rappresentare è la domanda aggregata, cioè, in buona sostanza, il potere di acquisto a disposizione dell'intera collettività nazionale (immaginando un'economia chiusa, senza scambi con l'estero, altrimenti dovremmo considerare anche il potere di acquisto dei cittadini residenti altrove). A differenza dell'offerta aggregata, che non dipende dai prezzi per i motivi su esposti, la domanda aggregata ovviamente dipende dai prezzi in modo inverso: se aumentano i prezzi, diminuisce il potere di acquisto dei saldi monetari a disposizione dei cittadini (consumatori, imprenditori) e quindi la loro spesa (per consumo, investimento) necessariamente dovrà diminuire. La curva di domanda aggregata quindi è una cosa di questo tipo:

dall'andamento vagamente iperbolico (in effetti, la derivazione analitica più semplice produce un ramo di iperbole equilatera, ma non vi annoio anche con questo), a significare che quando i prezzi tendono a infinito (cioè quando si va verso l'alto) la quantità di beni che i residenti possono acquistare tende a zero, mentre se i prezzi tendessero a zero la quantità di beni teoricamente acquistabili tenderebbe a infinito.

Non è così difficile, se ci pensate un attimo...

Assemblaggio: l'equilibrio di lungo periodo

Naturalmente ora da bravi psittacidi dobbiamo mettere insieme la domanda e l'offerta: così facendo individueremo un punto di equilibrio. Viene fuori una cosa di questo tipo:

Il punto E è l'equilibrio. In quel punto il livello dei prezzi (p soprassegnato) è tale da permettere ai residenti di acquistare un livello di prodotto esattamente pari al prodotto potenziale. Se i prezzi fossero più bassi, la domanda sarebbe maggiore del Pil potenziale. Ma siccome il Pil potenziale è, come ricorderete, il livello al quale si può spingere la produzione senza generare aumenti dei prezzi, qualsiasi tentativo di spingere la domanda a destra della barriera della curva di offerta verticale, spingendo i prezzi in basso, farebbe aumentare i prezzi, riportandoci a E. Se i prezzi fossero più alti, la produzione potenziale eccederebbe la domanda, il che spingerebbe i prezzi verso il basso.

Rifletteteci un po' sopra, ma intanto considerate due cose: la prima è che il punto E, punto di equilibrio, in un modello statico è un punto morto. In E non c'è crescita (il prodotto è esattamente uguale al potenziale e lì resta), in E non c'è inflazione (il livello dei prezzi è esattamente quello che permette ai residenti di comprare tutto il prodotto potenziale coi soldi che hanno, e lì resta). Un punto di crescita zero e inflazione zero abbastanza irrealistico.

La seconda cosa è che se nel 2021 fossimo stati in equilibrio di lungo periodo il nostro Pil sarebbe stato 1749,17 miliardi. Invece è stato di 1663,39 miliardi (secondo il Fmi). A prendere per buone queste cifre, si direbbe che nel 2021 non fossimo nel punto di equilibrio di lungo periodo, ma un po' al disotto (e ci mancherebbe anche, visto la sberla che ci siamo presi)! Ora, non entro in come andrebbe rappresentato in questo modello lo shock causato dal COVID (vi anticipo che se vi interessa una spiegazione scolastica chiara è qui ma naturalmente la questione non è semplice, dato che il COVID è un fenomeno complesso per un modello così semplice). Vorrei prima spiegarvi come si rappresenta in questo modello il fatto che il sistema economico possa non essere sempre in una posizione di equilibrio di lungo periodo, una posizione stabile in cui nessuna variabile manifesta una tendenza a spostarsi: lo si fa introducendo la curva di offerta di breve periodo.

Il breve periodo

L'equilibrio di breve periodo nel modello AS/AD (almeno, nelle versioni più "scolastiche" di esso) è situato all'intersezione della curva di domanda aggregata con la curva di offerta aggregata di breve periodo (SRAS, short-run aggregate supply). Come è fatta questa curva? L'ipotesi è che nel breve periodo, cioè a prezzi dati (perché l'aggiustamento dei prezzi richiede tempo e quindi ci proietta nella dimensione del lungo periodo), sia possibile produrre qualsiasi quantità di prodotto. In altre parole, come dicono gli economisti, l'ipotesi è che nel breve periodo l'offerta aggregata sia infinitamente elastica al prezzo (mentre nel lungo è rigida). Ora, detto così suona assurdo, ma questa ipotesi non è altro che la rappresentazione stilizzata di una miriade di situazioni che effettivamente in pratica possono verificarsi. Faccio un esempio: se per qualche motivo la domanda aggregata aumenta, per un po' (aka nel breve periodo) è possibile espandere la produzione aumentando l'utilizzo della capacità produttiva esistente, pagando qualche straordinario, ma senza aumentare i salari e quindi i prezzi. La stessa cosa vale in caso di una riduzione imprevista della domanda, come quelle dovute a un lockdown: si produce di meno, ma allo stesso prezzo.

In termini grafici, questo significa che la SRAS è orizzontale:

Assemblaggio: l'equilibrio di breve periodo

Proviamo a mettere insieme tutti e tre i pezzi. Per come sono fatte, le curve di lungo periodo necessariamente si incontreranno in un punto, e solo in quello (che quindi è, per costruzione, l'equilibrio di lungo periodo). Che tre curve si incontrino nello stesso punto invece richiede un po' più di fortuna.

Siccome siamo científicos, facciamo come gli científicos, cioè facciamo finta di averla, questa fortuna.  Il grafico si presenterebbe così:


In questo caso il punto E sarebbe di equilibrio sia di lungo che di breve periodo, cioè al livello di prezzi p soprassegnato il Pil effettivo coinciderebbe con quello potenziale. Per usare un termine che a qualcuno di voi è noto, questa è una situazione in cui l'output gap è nullo: non c'è inflazione, non occorre fare politiche espansive (altrimenti l'inflazione partirebbe), né politiche restrittive (altrimenti si entrerebbe in deflazione).

Ovviamente questa situazione non è molto realistica, anche se le statistiche del Fmi ci dicono che la raggiungeremo nel 2024 (quando secondo loro l'output gap sarà zero). Possiamo però usarla come conveniente punto di partenza per esaminare gli effetti di un tipico shock di offerta di breve periodo: un aumento esogeno dei prezzi, causato dall'aumento dei costi dell'energia (le famose "bollette"). Che cosa succede se le "bollette" aumentano del 50% (come sta accadendo)? Il modello che cosa ci dice che accadrà? E quindi gli científicos che cosa pensano che accadrà?

Pil e bollette

Consideriamo intanto che l'aumento delle "bollette" non è uno shock di offerta di lungo periodo: non modifica né la tecnologia, né la forza lavoro disponibile, né la quantità di macchinari disponibili. La curva AS quindi non si sposterà. Non è nemmeno uno shock di domanda: l'aumento dei prezzi è esogeno rispetto alla domanda, non siamo noi ad averli tirati su in un inverno così caldo (a Capodanno ero a Saracinesco a prendere il sole in maglietta 908 metri sopra il livello del mare, cosa non ovvia da quelle parti...). Non si sposterà nemmeno la curva AD. Nel modello l'aumento "delle bollette" determina uno spostamento verso l'alto (cioè verso prezzi più alti) della curva di offerta di breve periodo.

Succede cioè una cosa così:


dove, per facilitare (spero) la vostra lettura ho aggiunto qualche frecciona:

E quindi? E quindi che cosa si aspettano che succederà i nostri científicos in seguito all'aumento dei costi dell'energia? Semplice: nel loro modello la curva di offerta di breve periodo SRAS si sposterà verso l'alto in SRAS', semplicemente perché l'aumento del costo dell'energia farà aumentare i prezzi di ogni bene e servizio. Il livello generale dei prezzi aumenterà quindi fino a p', cioè ci sarà inflazione (lungo il tragitto da p a p'). Conseguentemente il nuovo equilibrio non sarà più in E. La curva di offerta di breve periodo intersecherà la curva di domanda in E', in corrispondenza di un livello di Pil più basso, Y', cioè ci sarà recessione (lungo il tragitto da Y soprassegnato a Y').

Uno shock di offerta di questo tipo provoca quindi simultaneamente due cose che a nessuno piacciono molto, almeno non in questa combinazione: inflazione (cresce p) e recessione (cala Y). L'inflazione, come saprete, c'è già. La recessione va interpretata. In questo modello molto semplice assistiamo a un calo del livello del Pil. In effetti, però, il mondo è più complicato. In questo momento siamo ancora in una fase di rimbalzo dopo la sberla del 2020-2021, per il 2022 si parla di una crescita del 4%. Ecco, diciamo che magari a conti fatti nel 2022 la crescita potrebbe non essere del 4%, ma inferiore, con tutto quello che ne consegue ad esempio per la sostenibilità del debito. Del resto, abbiamo già visto che il weekly tracker dell'OCSE dimostra qualche segno di affaticamento, quindi: sta già succedendo.

E gli científicos lo sanno.

La morale della favola

Ora è veramente tardi, devo avviarmi a concludere con la morale della favola, che è questa:

L'intervista a Borghi oggi sulla Verità (a proposito: vi siete abbonati?) spicca per contenuti e per corredo iconografico. La foto scelta riassume perfettamente la morale della favola, che è più o meno questa: quando la SRAS slitta verso l'alto, se sei uno científico vorrai stare ovunque, tranne che al Governo.

Se sono riuscito a farvi capire perché, ne sono lieto.

Se non ci sono riuscito, sono qui per rispondere.

Buenas noches!

domenica 2 gennaio 2022

Un approfondimento sulla convergenza

Una volta eravate più critici, o forse semplicemente più curiosi, e certamente meno distratti dalla gestione per molti versi assurda di un fenomeno che (a differenza di quello di cui ci siamo occupati qui per tanto tempo) non è un'assoluta novità in termini storici (non ricordo uno degli ultimi sette secoli che ne sia andato esente, ma magari più tardi verifico). La vostra distrazione, la vostra angoscia, è compresa e, vi assicuro, condivisa. Forse anche la vostra assenza di curiosità. In fondo, è probabile che quelli fra voi che hanno accesso ai media (la stragrande maggioranza), si stiano assuefacendo in qualche modo all'idea caricaturale di metodo scientifico fornita dal vasto campionario di guitti lombrosiani che viene loro quotidianamente ammannito: una scienza basata sul principio di autoritarietà, che in quanto tale reprime le domande (il principio di autorità semplicemente non le ammette, ma qui siamo evidentemente ben oltre...), una scienza che basta a se stessa e che quindi nemmeno concepisce la possibilità del dubbio.

Ecco: a questo non dovreste assuefarvi.

Può anche darsi che qualcuno, più o meno in buona fede, interpreti come insofferenza alle "critiche" la mia gestione estremamente rigorosa degli utenti Twitter (che però si basa su regole di ingaggio molto chiare). Vi invito a considerare che una critica o una curiosità genuina hanno caratteristiche che non sempre si riscontrano su Twitter (diciamo così), che Twitter ha un senso in quanto aggiunge informazioni, non in quanto sottrae tempo, e che Twitter è popolato di troll (facilmente individuabili). Poi ogni tanto ci va di mezzo anche qualche persona per bene, ma purtroppo per me è essenziale adottare una policy molto conservativa, dati i tempi.

Comunque, sarà per questo che nessuno ha colto un dato criticabile del precedente aggiornamento: criticabile in termini sia statistici che in termini politici.

L'anomalia causata dall'Irlanda, ben visibile nel grafico che riporto per vostra comodità:


comporta ovviamente che una media non ponderata dei redditi pro capite dei singoli Paesi fornisca una stima distorta verso l'alto del reddito medio pro capite dell'area. In altre parole: è vero che in Irlanda il reddito pro capite è cresciuto molto, ma siccome l'Irlanda è molto piccola l'influsso di questa crescita sul reddito medio dell'area è trascurabile. Se si fa una media semplice non si tiene conto di questo semplice dato di realtà. La procedura corretta richiede che si faccia una media ponderata, cioè che si moltiplichi il reddito pro capite di ogni Paese per il peso del Paese sul totale della zona, calcolato come quota del Pil nazionale sul Pil della zona (che nel caso dell'Irlanda è del 3,6%: l'Italia, per capirci, pesa il 14,9% e la Germania il 28,4%).

Applicando questa corretta procedura ci aspettiamo che, siccome viene "abbattuto", moltiplicandolo per una percentuale piccola, il contributo di alcuni Paesi che sono cresciuti molto (non solo l'Irlanda ma anche altri "piccoli" hanno avuto performance migliori di alcuni "grandi"), il reddito medio pro capite dell'area correttamente calcolato cresca un po' meno in fretta. Senza grande sorpresa, scopriamo che le cose vanno proprio così:


Quello rosso è il calcolo approssimativo del reddito medio pro capite dell'area euro (in migliaia di euro) sottostante ai grafici del post precedente (fatto su dati IMF). Quello blu è il dato corretto, costruito come media ponderata ed estratto dal database AMECO.

A fine corsa la differenza è di quasi il 14% in più per il reddito medio pro capite calcolato come media semplice.

Ora, mi fermo un attimo.

Non solo, e forse non tanto gli ultimi arrivati, quanto soprattutto i primi, quelli che "porelli nun ce sò portati pe' lla matematica", si staranno chiedendo: "E quindi?" A questa risposta contrappongo un'altra domanda, non tecnica ma politica: potrebbero i Paesi egemoni accettare regole che li danneggiano? Il post precedente partiva dalla constatazione, piuttosto ovvia, che di norma le regole sono dettate dal più forte a proprio uso e consumo (è sempre stato così, non c'è nulla di scandaloso). Se veramente certe regole avessero "ispanizzato la Germania" anziché "germanizzare la Spagna", come l'ultimo grafico del post precedente sembrava suggerire, questa costante della storia umana sarebbe stata drasticamente smentita, e ci troveremmo di fronte a un unicum storico: quello di Paesi forti che in qualche modo cedono parte del loro benessere per aiutare Paesi meno forti a recuperare posizioni.

Ma vi sembra possibile?

E no che non lo è, e il grafico finale del post precedente lo suggeriva perché si basava su un'illusione ottica: un eccessivo schiacciamento dei redditi dei Paesi forti, derivante dalla divisione per un reddito medio dell'area distorto verso l'alto.

Se replichiamo questo grafico:


con dati AMECO (e quindi dividiamo i redditi pro capite nazionali per la media di zona "blu", cioè quella corretta, anziché per quella "rossa", distorta verso l'alto), otteniamo una cosa così:


I cambiamenti non sono drammatici, in particolare per quanto riguarda noi, ma c'è un dettaglio significativo. Anche il grafico "sbagliato" mostrava che la Germania ha profittato (in termini di posizionamento sulla scala relativa del reddito pro capite) dalla crisi del 2008. Questo vantaggio però poi sembrava affievolirsi. Il grafico corretto invece ci segnala che la Germania ha mantenuto questo vantaggio, passando da un reddito medio pro capite di circa il 10% superiore a quello europeo prima della crisi, a un reddito medio pro capite stabilmente superiore del 20% dal 2012 in poi. Si vede anche (qui e nel grafico precedente) che le crisi fanno bene al posizionamento relativo della Germania: vedete la "gobba" che si manifesta nel 2020? Insomma: quando qualcosa va storto, a loro va meno storto, o a noi più storto.

Dice che le regole servono a creare un level playing field.

Meno male! Pensa se il terreno fosse stato svantaggioso per noi!

E notate bene: il grafico corretto mostra che dalla crisi finanziaria globale in poi invece di convergenza abbiamo avuto divergenza. Come abbiamo visto nel post precedente, questo fatto statistico preoccupa gli economisti (diciamo: "i tecnici") di tutto il mondo. Solo i nostri vivono con serena inconsapevolezza queste tendenze.

Meglio così: gente allegra il ciel l'aiuta, e, come è sufficientemente chiaro, dell'aiuto del cielo abbiamo un gran bisogno!

sabato 1 gennaio 2022

Un aggiornamento sulla convergenza

Nell'analisi delle unioni monetarie, e più in generale dei percorsi di integrazione economica e monetaria, prende grande risalto il concetto di convergenza macroeconomica, spesso proposto come obiettivo da conseguire al termine del percorso di integrazione. Il discorso, fatto semplice, è: "Ci mettiamo insieme alla Germania per stare bene (?) come la Germania", con l'immancabile aggiunta moralistica: "Se ce lo meriteremo dimostrando di essere efficienti e incorrotti come i nostri amici tedeschi".

L'aggiunta moralistica, un evergreen che ultimamente si porta molto nel racconto del PNRR ("occasione imperdibile, dipende solo da noi, se saremo abbastanza bravi..." e via discorrendo) ha una funzione piuttosto ovvia, direi ingenuamente ovvia: quella di precostituire dei responsabili dell'eventuale fallimento del progetto. Perché, come in ogni cosa umana, anche nei percorsi di integrazione economica qualcosa può andare storto (e se va storto è indispensabile dare la colpa a qualcun altro). Naturalmente per evitare che le cose vadano storte aiuterebbe uscire dal discorsetto moralistico e propagandistico ed entrare in un discorso razionale. In effetti, questo blog nasce proprio dall'esigenza di fare un discorso razionale sulla convergenza macroeconomica, più esattamente da questo studio, commissionatomi dalla Commissione Economica per l'Africa delle Nazioni Unite. A dodici anni di distanza i suoi primi due paragrafi restano ancora un buon punto di partenza, perché al netto di qualche fronzolo tecnico sostanzialmente inutile che si è aggiunto nel frattempo (roba buona per far prendere l'agognato PhD a qualche awanagana come il nostro caro amico che ricorderete), i termini del problema quelli restano.

Prima di ragionarci brevemente, però, col limitato scopo di fornirvi un aggiornamento rispetto a questo post di nove anni fa, vi spiego che cosa c'entra quello studio col blog. In effetti, la cinica confessione di Aristide, lo schiaffo che mi presi in faccia prima di restituirvelo nell'articolo dell'agosto 2011 sul manifesto (che qui vi fornisco per la prima volta nella versione originale recuperata con la wayback machine), quella spudorata, stupefacente confessione la raccolsi sulla scaletta dell'aereo di ritorno da Ouagadougou, dove ero andato a presentare appunto lo studio linkato sopra: "Macroeconomic convergence in Central Africa". Se non mi fosse mai stato commissionato quello studio non avrei mai avuto quello scambio, non avrei mai raccontato, dopo un anno, la mia esperienza sul manifesto e non avrei mai aperto, dopo altri tre mesi, questo blog. Così, un dettaglio, nulla di essenziale, ma ci tenevo a condividerlo.

Il breve ragionamento che volevo fare prima di mostrarvi i dati riguarda la duplice natura della convergenza macroeconomica nel quadro dell'integrazione economica. La convergenza è sia l'obiettivo promesso nel caso in cui le cose vadano bene (eritis sicut Germani...) sia il presupposto logico perché le cose possano andar bene.

Nella prima accezione (convergenza come obiettivo), si afferma che l'integrazione economica (da realizzarsi abbattendo barriere doganali o di altro tipo, adottando strumenti di coordinamento delle politiche economiche, dotandosi di istituzioni economiche comuni, ecc.) condurrà a un aumento del benessere dei Paesi meno avvantaggiati. Questa valutazione, ovviamente, è asimmetrica: si può infatti convergere verso un livello uniforme di benessere anche regredendo tutti verso la media, ma, come è sufficientemente chiaro, ai Paesi che stanno meglio non interessa particolarmente ridurre il proprio tenore di vita. La convergenza macroeconomica quindi viene implicitamente intesa non verso la media, ma necessariamente verso il valore più alto della distribuzione, altrimenti non sarebbe un obiettivo politico proponibile, o comunque non proponibile a chi sta meglio (che generalmente è anche il più forte, ed è quindi quello che sceglie gli obiettivi). Il modo più ovvio di misurarla è prendere il Pil pro capite, per vedere se effettivamente in un certo gruppo di Paesi questo indicatore si avvicina ai valori assunti nel Paese più prospero: è appunto questo l'esercizio che avevamo fatto nel 2013, con questo risultato:


ovvero, come commentavamo all'epoca, con sostanziale assenza di convergenza (verso l'alto, verso il basso o verso la media).

Nella seconda accezione (convergenza come presupposto), si riflette sul fatto che un'integrazione economica (e in particolare monetaria) perfettamente compiuta può essere sostenibile solo se nel frattempo si è realizzato un grado sufficientemente accettabile di convergenza macroeconomica. Questo per il semplice fatto che il traguardo della piena integrazione economica porta logicamente con sé l'adozione di una unica politica economica per tutti i Paesi coinvolti, e naturalmente affinché ciò non causi disastri occorre che tutti questi Paesi si trovino allo stesso tempo nelle stesse condizioni congiunturali: tutti in espansione o tutti in recessione. Il tema è ovviamente stato sviscerato con particolare riferimento alle unioni monetarie: quando hai una singola moneta, e quindi un singolo tasso di interesse (su questo "quindi" ci sarebbe da discutere), affinché si possa fare una politica monetaria sensata è opportuno che tutti i Paesi siano simultaneamente in recessione (nel qual caso sarà naturale abbassare il tasso di interesse unico) o tutti in espansione (nel qual caso sarà naturale alzarlo). La convergenza macroeconomica intesa in questo senso è quindi più specificamente convergenza del ciclo macroeconomico, ovvero, lo ripeto, l'assicurazione del fatto che tutti i Paesi membri siano simultaneamente nelle stesse condizioni cicliche di espansione o recessione.

Aggiungo una breve nota lessicale prima di procedere. Gli economisti, gente per lo più di scarso spessore culturale, nella mia limitata esperienza (quelli che dicono "decade", "eleggibile", "seminale", per capirci...), per qualche strano motivo hanno deciso di chiamare shock "asimmetrici" quelli che portano alcuni Paesi in espansione, e quindi sopra la media del loro percorso di crescita, e altri Paesi simmetricamente in recessione, cioè sotto la media del loro percorso di crescita. Sì, avete capito bene: per gli economisti sono asimmetrici gli shock che portano Paesi diversi ad assumere posizioni simmetriche rispetto all'asse di simmetria dato dalla crescita tendenziale. Non so come definire questa aberrazione se non cretinismo semantico, ma insomma, questo è, ormai l'uso si è consolidato e quindi mi capiterà di compiegarmi ad esso...

Tornando al punto, questa convergenza del ciclo si sapeva (negli anni '90) che non esisteva fra futuri Paesi membri dell'Unione monetaria, per un po' di tempo si auspicò che sarebbe stata portata dall'Unione stessa (era la teoria del nostro amico Spennacchiotto, quella della cosiddetta OCA endogena, che vi esposi a San Silvestro del 2011), ora si sa che ancora non ci siamo arrivati e forse non ci arriveremo mai. Ex multis, ce lo confermano:

Potrei fornirvene di più, ma la musica non cambierebbe: l'integrazione non ha portato convergenza (niente OCA endogena), cioè non ha creato i presupposti per essere sostenibile, cioè per evitare che l'adozione di una politica uniforme a Paesi diversi li allontani gli uni dagli altri. Di conseguenza ci dovremo aspettare che non sia nemmeno migliorata la convergenza del Pil pro capite, che altri otto anni di politiche "one size fits all" in presenza di cicli asincroni dovrebbero aver peggiorato anziché migliorato.

Per falsificare (se possibile) questa ragionevole congettura aggiorniamo il grafico fatto nel 2013, che arrivava al 2018 perché, come ricorderete, il World Economic Outlook dà scenari previsionali a cinque anni. Ora il 2018 è passato, i relativi dati sono consolidati, e possiamo arrivare addirittura al 2021 (dato provvisorio) o al 2026 in previsione! Scelgo quest'ultima ipotesi, per coerenza con quanto avevamo fatto nel 2013. Il risultato eccolo qui:


Fatta salva l'evidente anomalia irlandese, spiegata da questa nota dell'OCSE (sintesi: il tasso di crescita del 25% registrato nel 2015 dipende dal fatto che molte grandi multinazionali hanno deciso di rilocalizzarsi in quel piccolo Paese, con un impatto macroscopico sul suo tasso di crescita. Peraltro, vi ricordo che l'anno scorso una sola startup - la Biontech - ha aggiunto un +0,5 al tasso di crescita di una grande economia come quella tedesca, quindi non è strano che se Google entra in Irlanda nel Pil qualcosa si veda...), comunque, dicevo: fatta salva l'anomalia irlandese, di convergenza non c'è nemmeno l'ombra! Nel 1980 il Paese più povero (il Portogallo) aveva un reddito pari al 49% della media del gruppo e il più ricco (l'Olanda) superiore del 25% alla media del gruppo. Nel 2021 il più povero (la Grecia) ha un reddito pari al 45% della media e il più ricco (sempre l'Olanda) è sopra del 16%. La distanza in termini percentuali fra il ricco e il povero di turno resta sempre quella, l'unico elemento macroscopico è che l'Italia negli anni '80 era nel club dei ricchi e ora è il membro più ricco del club dei poveri. Gli altri hanno sostanzialmente mantenuto la loro posizione relativa. Se togliamo le "frattaglie" e ci concentriamo sui quattro grandi, il quadro (non esaltante per noi) è questo:


da cui emerge un dettaglio abbastanza interessante: dal 1980 a oggi, in termini di relazione con la media europea, non è la Spagna a essere diventata più tedesca o francese, ma sono la Germania e la Francia (e soprattutto l'Italia) a essere diventate più spagnole. Insomma: un po' di convergenza c'è stata, ma, almeno se la misuriamo così, verso il basso (in termini di posizioni relative rispetto alla media del gruppo).

Inutile dire che io sono perfettamente convinto che tutto ciò sia irreversibile, perché mi è stato detto che devo esserne convinto (e io sono disciplinato). Sarei più rassicurato se mi ordinassero anche di convincermi che sia sostenibile, perché finché non me lo ordinano qualche difficoltà onestamente ce l'ho, anche alla luce di quanto dicevamo ieri circa la qualità della classe dirigente. Fenomeni di questa portata e persistenza richiederebbero più analisi, più soluzioni concrete e meno propaganda da Istituto Luce. Ma per qualche strano motivo la "fede nella Scienza" (ossimoro tutto piddino) si arresta sulle soglie delle riviste di macroeconomia e dei database internazionali. Lì tutto ridiventa trascurabile doxa.

Ovviamente arriverà il conto, e ovviamente cercheranno di farlo pagare a noi. Rispetto a nove anni fa, la differenza è che ora posso fare qualcosa per evitarlo, ad esempio gestendo il percorso della delega fiscale. Questo lo devo anche a voi, e ve ne sono grato.

Per il resto, in attesa di nuovi e più dettagliati ordini, vi saluto e vado a fare due passi in montagna...

venerdì 31 dicembre 2021

Il discorso di fine anno

(...per i quattro(mila) gatti che sono rimasti qui, dopo il mio infame tradimento - che è quello di restare fedele al me stesso che io percepisco, non a quello che altri percepiscono nel loro allucinato delirio cataro - riprendo una consuetudine che abbiamo portato avanti, con qualche eccezione, negli anni precedenti:

Dal 2018 in poi non mi è stato possibile, per un motivo o per l'altro, dedicarvi del tempo a fine anno, e del resto anche quest'anno sono rimasto appeso a certe cose che dovevo chiudere fino alle 17:35 di due giorni fa, per la gioia degli assistenti del Senato che dovevano tenermi aperta la stanza, io unico senatore presente - ma la mia poltrona è molto freddolosa, mi chiedeva di scaldarla!

Di cose da dire ce ne sarebbero molte, ma a me interessa come sempre ragionare sul metodo, perché la democrazia è innanzitutto un metodo: questa è la premessa dalla quale ci siamo mossi. Non sto a dirvi se l'esperienza diretta di questo metodo, il diventarne concretamente parte, e soprattutto lo scontro con la percezione totalmente distorta - a loro svantaggio - che di questo metodo hanno molti elettori [mi riferisco specificamente ai diversamente intelligenti secondo cui in democrazia le decisioni si prendono a minoranza, per cui un partito col 17% può far cadere il Governo e comandare da solo: sì, esiste gente che ragiona così!] non sto a dirvi quanto questa esperienza diretta renda difficile resistere alla tentazione di considerare questo metodo molto sopravvalutato! Ogni giorno incontro, prevalentemente sui social, persone che mi riconcilierebbero con l'atteggiamento oligarchico e paternalistico di Aristide, il personaggio che mi aprì gli occhi sulla natura radicalmente antidemocratica della sinistra, come ricorderete. Mi riconcilierebbero, se questo fosse possibile. Ma purtroppo non mi è possibile piegarmi alla logica degli ottimati che pretendono o pretenderebbero di guidare il popolo verso un radioso futuro senza consultare il popolo stesso o magari agendo contro la sua espressa volontà. Per essere totalmente trasparenti: non mi è possibile non perché non creda che un buon pezzo di popolo non se lo meriterebbe, o perché non creda che questo metodo non sarebbe efficiente, ma perché più conosco gli ottimati e più sono preoccupato dalla loro scarsa consistenza. Insomma, senza pretesa di originalità sono ricondotto a pensare che la democrazia decisamente non è male se consideri l'alternativa, più esattamente se consideri chi impersona questa alternativa. Sono giunto a una specie di teoria lamarckiana della classe dirigente: un Paese i cui percorsi sono in larga parte esogenamente tracciati - e il PNRR è un pezzo di questo discorso, come alcuni scoprono a posteriori - non sviluppa l'organo "classe dirigente" perché non ne ha bisogno, atteso che della direzione che il Paese deve prendere si occupano altri, altrove. I "mandarini" locali quindi avvizziscono, come quelli che per scampare alle fauci del consumatore natalizio si nascondono nell'estremo recesso del cassetto del frigo... dove li coglie la muffa - fine ingloriosa e inutile! L'atrofia cui alludo è un pezzo non banale delle difficoltà che dobbiamo affrontare ogni giorno e che non è il caso di dettagliare più di tanto: basterà, appunto, l'avervi alluso, tenendo sempre presente che la politica viaggia sulle gambe delle persone, ed è per questo che una democrazia vera, fatta di ricambio e di contendibilità, mi dà più affidamento, in termini astratti, di un'oligarchia sclerotica, fatta di ristagno e rendite di posizione.

Proviamo allora a ragionare su come aumentare la nostra efficacia, che quella altrui resta un problema, appunto, altrui. Proviamo a fare l'inventario delle cose che credo di avervi detto in questo decennio e che possono esserci utili per mandare avanti il dibattito, o almeno per non metterci inutilmente nei guai, in un periodo in cui, più che in tanti altri, il primo obiettivo politico è e deve essere portare la pelle a casa...)

Credo che il collante più forte che ci raccoglie in questa comunità sia la serena consapevolezza del fatto che la vita è conflitto, e che politica è mediare, non negare, questo conflitto, perché la negazione del conflitto ha come esito inevitabile quello di esacerbarlo, come nel passo di Rilke che qui vi ho tante volte citato (la prima qui).

Insomma, siamo qui perché ci fa sorridere di tenerezza la sinistra che riscopre oggi, con virginale pudore, la lotta di classe (chiamandola "conflitto tra interessi", qui):


naturalmente con quel minimo di green washing (la giustizia climatica!?) oggi indispensabile per potersi dire "de sinistra".

Del resto, mettere in bottiglie apparentemente nuove (il green, il gender, quel che l'è...) un vino  solo apparentemente vecchio (il conflitto distributivo) serve a giustificare la propria assenza ingiustificata dal dibattito, serve a indurre nel gonzo di turno l'idea che fosse scusabile non aver più parlato e non parlare più di certi temi perché non sarebbero al passo coi tempi (eppure, anche quello fra Caino e Abele era un conflitto distributivo...), serve cioè a spogliarsi della responsabilità di aver contribuito a immiserire la dialettica intellettuale e politica di questo Paese creando un clima in cui qualsiasi tentativo di analizzare le dinamiche di classe veniva derubricato a "complottismo", appunto perché, come dice in uno sprazzo di lucidità Barbera qua sopra, la "sinistra" aveva deciso di sposare il paradigma neoclassico (nel senso della teoria economica: altri direbbero liberale, liberista, ecc.), quello secondo cui i comportamenti individuali vengono spontaneamente guidati da una mano invisibile a comporsi in un benessere collettivo in cui tutti gli interessi convergono. Qualsiasi manuale di politica economica ortodossa da due soldi, per il semplice fatto di non poter non parlare dei fallimenti del mercato, si trovava così istantaneamente più a sinistra del più sinistro degli intellettuali di sinistra!

Ricordo quanto mi stupì il commento, oggi non più rinvenibile, di una povera sciocca che su sbilanciamoci mi dava appunto del complottista semplicemente perché stavo illustrando le banali conseguenze in termini di distribuzione del reddito della scelta di aderire a un'unione monetaria. Da quell'osservazione capii che la battaglia sarebbe stata lunghissima, che un pezzo del Paese era ormai inservibile, lobotomizzato, che nulla sarebbe servito a coinvolgerlo in un percorso di presa di coscienza.  Ridurre a "complottismo" (l'ultimo rifugio dei cialtroni, come abbiamo visto in altre circostanze) l'oggettiva considerazione che le scelte economiche, essendo guidate dal movente del profitto, nella schiacciante maggioranza dei casi avvantaggiano alcuni più (o a danno) di altri: a me era chiaro nel 2011 (e suppongo a tanti altri anche prima!) quello che ai vari Barbera è chiaro oggi: questo atteggiamento era la morte della sinistra, più esattamente: la morte della possibilità di poter fare un qualsiasi discorso politico a sinistra. Ora ci stanno arrivando anche loro. Ma ora è un po' tardi.

Credo che sia per questo che, al netto di alcuni scleri individuali, la mia scelta di schierarmi in un partito conservatore non ha allontanato da questo blog tanti lettori sinceramente progressisti, probabilmente anche perché avevo provato loro ultra vires che a sinistra non c'era e non ci sarebbe potuta essere per lunghi anni a venire alcuna possibilità di costruire un percorso di riscatto (la famosa tabellina dello zero...).

Ora, è in qualche modo fisiologico che alla consapevolezza che la vita è conflitto si associ, nel discorso politico, una certa retorica bellicista: "Siamo in guerra! Nemico! Traditore! Disertore!..." e via vociferando. Fin qui, se non si travalica il buon gusto, in fondo non c'è nulla di male. Sinceramente, ne ho le gonadi ricolme di quelli che, ostentando un bon ton degno di miglior causa, puntualizzano di non aver "nemici" ma "avversari" politici, quando è del tutto ovvio nel loro argomentare e nel loro modus operandi che la loro personale traduzione della frase erroneamente attribuita a Voltaire (uno dei tanti fake della storia) è: "non sono d'accordo con quello che dici e conseguentemente ti ammazzerò se ti ostini a dirlo"! Diffidiamo da questi melliflui e farisaici araldi delle buone maniere! Non c'è nulla di male a riconoscere che lo scopo di ogni conflitto è l'annientamento dell'avversario: funziona così, niente di personale (possiamo credere a uno che se ne intendeva). Solo partendo da questa consapevolezza, purché sia profonda e sincera, si può restituire all'attività politica la sua nobiltà, che consiste appunto nel creare l'infrastruttura perché questo scontro non sia meramente distruttivo, perché tesi e antitesi, anziché annichilarsi come particella e antiparticella, vengano a sintesi.

Sembra tutto molto astratto, ma niente come una legge di bilancio ti riavvicina alla concretezza di queste considerazioni...

Quando però la (fisiologica) retorica bellicista si scolla dalla consapevolezza reale e vissuta del conflitto, quando diventa una bolla di vociferazioni narcisistiche incapaci di ricondurre a un disegno razionale la prassi politica, ecco, o addirittura suscettibili di avvitarsi in un delirio autolesionistico e autodistruttivo, quando succede questo credo che sia necessario intervenire per evitare malintesi e problemi. Berciare secondo me non è mai il migliore dei mezzi, e certamente è sempre il peggiore dei fini, se non altro perché contravviene a una elementare esigenza tattica.

Vorrei parlarvi di questo, dopo aver constatato (e l'amico Giacinto - sed magis amica veritas - è il paradigma di questo atteggiamento, ma ne potrei citare altri meno simpatici) che nella bolla dei social molti si sono presentati e tuttora si presentano col piglio marziale dei 300, salvo poi dimostrare, all'atto pratico, maggiore affinità coi 3ciento. Forse a questo punto urge un ripasso (dedico un minuto di raccoglimento al commosso pensiero che oggi un simile film non potrebbe essere concepito), per allineare questa bella d'erbe community e di animali a un dato apparentemente tautologico: se si è in guerra, si è in guerra, e quindi per portare qualcosa a casa - a partire dalla propria pelle - conviene comportarsi come in guerra. 

E come ci si comporta in guerra?

Dipende ovviamente dalle circostanze, come qui abbiamo lungamente spiegato parlando di Azincourt e altre storie europee. Se rimproveriamo ai nostri nemici (pardon, avversari...) di rifiutare il dato di realtà, un rifiuto che si palesa nel loro modus operandi, tutto basato sulla coazione a ripetere ("[fesseria a piacere] non funziona, quindi: ci vuole più [fesseria a piacere]"), una coazione che è la quintessenza riconosciuta (dicono da Einstein, ma è un altro fake) del rifiuto del dato di realtà, allora come primo asse strategico suggerisco di farli noi i conti con la realtà, per quanto ciò possa essere sgradevole. In questo spirito vi segnalo che purtroppissimissimo (spiace a me più che a voi) una serie di consapevolezze che qui abbiamo raggiunto attraverso un percorso analitico approfondito e scientificamente incontrovertibile, bene: queste consapevolezze sono largamente minoritarie, il che significa, visto che vi piace giocare alla guerra, che noi siamo in condizioni di inferiorità numerica (qualora non lo si fosse capito),

Purtroppo, è indispensabile partire da questo dato di realtà nelle sue varie sfaccettature, che condizionano quello che è possibile e quello che non è possibile fare. Ho cercato in mille e una maniera di spiegarvi che per chi è in condizione di inferiorità numerica è opportuno:

  1. non segnalare la propria posizione;
  2. non accettare il terreno di battaglia scelto dall'avversario;
  3. sfruttare la forza dell'avversario.

Partirei dal non segnalare la propria posizione, dal mimetizzarsi, dal non rendersi bersaglio.

Non so più come dirvelo. I social sono un luogo pericoloso. Sbraitare per avere qualche like, rovinandosi la vita, non mi sembra uno scambio vantaggioso. Non sto dicendo di rinnegare le proprie idee. Sto dicendo quello che ho sempre detto con parole non mie: siate prudenti. Vedo in giro una certa aspirazione alla testimonianza, intesa come martirio. Evitate. Gli altri non giocano. Un soldato morto non serve a nessuno: non serve al suo esercito, non serve alla sua famiglia. Avete visto che aria si respira in Commissione "odio"? Ecco: tenete presente la psicologia dei buoni. Contro di voi qualsiasi sopruso e qualsiasi discriminazione sarà accettabile, perché voi non siete i buoni, siete i cattivi. Purtroppo per voi partite svantaggiati numericamente e moralmente. Fatevi furbi. Tutelate il vostro anonimato e non usate mai mai mai toni inappropriati. A voi non verrebbero perdonati. Non segnalate la vostra posizione.

Aggiungerei, ma capisco che per molti sarà difficile accettarlo, che continuo a trovare stupido, concettualmente e comunicativamente, l'appiccicarsi addosso delle etichette come quella di "sovranista", indubbiamente giovevoli all'autostima di chi le ha create, ma assolutamente nefaste per una dialettica ordinata ed equilibrata. Anche a prescindere dal fatto che il 70% dei nostri concittadini assocerà l'idea di "sovranismo" a quella di monarchia (provate per credere!), il che apre a ovvi fallimenti comunicativi, resta il fatto che chi si richiama all'art. 1 della Costituzione repubblicana può semplicemente dichiararsi democratico, lasciando agli altri l'onere di provare di non essere fascisti nel momento in cui confutano i principi fondamentali della Costituzione. Ecco la differenza fra rendersi un bersaglio (cosa da non fare) e scegliere il proprio campo di battaglia (cosa da fare).

Approfondiamo il tema della scelta del campo di battaglia. Qui ne abbiamo già parlato: so benissimo che abbiamo tutti una certa urgenza di ritrovare la nostra libertà, ma è essenziale uscire dal perimetro. E uscire dal perimetro non vuol dire solo continuare a tenere un faro acceso su quello di cui non vogliono che parliate, che non è, credetemi, l'aggendah, ma, come sempre, la questione europea, che oggi prende le forme del MES e del PNRR. Vuol dire anche e soprattutto essere diversi da loro. Se opponete a un dogmatismo un altro dogmatismo, a una "verità" un'altra "verità", avete già perso, perché chi ha la forza (mediatica, politica, fisica) di imporre la propria verità non siete voi: sono loro. Non si può contrastare l'uso cialtrone e totalitario che alcune istituzioni fanno del concetto di "scienza" scambiandosi come un sacro Graal paper portatori di una verità alternativa, più "scientifica", più "vera". Non funziona così, purtroppo. Qui pressoché tutti noi si sono potuti fare un'idea, utilizzando canali appropriati, di che cosa stesse succedendo e di come sarebbe andata a finire. Ottimo. Credo di avervi già detto che la "verità" non ha alcun valore politico, se non hai i mezzi per imporla. Lo si vede nell'unico campo che vi interessa, ma lo si vede anche in altri campi. Indipendentemente dal merito, sul quale ho delle opinioni che dirò nelle competenti sedi istituzionali, capite bene che se un incidente di questa portata fosse accaduto, mutatis mutandis, a un politico di area sgradita (sostanzialmente, della Lega) ne avrebbe comportato le dimissioni immediate (è successo). Quelli che ti si avvicinano con l'occhio fisso, concentrato sull'ultima abbacinante verità da cui sono stati colpiti, che ti si aggrappano sussurrando: "Guarda questo paper, è de-fi-ni-ti-vo, guarda questo grafico, ma non capisci? Ma non vedi?", sbandierandoti l'ultimo numero del Chattanooga Journal of Fuzzy Epidemiology, di cui né loro né voi siete in grado di capire nulla... ecco, quelli lì: ma siete sicuri di non averli mai visti, frequentando queste pagine? Non vi ricordate quelli che Auritiiiiiiii, non vi ricordate gli ingengngnieri che "la moneta a debitooooooh", non vi ricordate i giornalisti che "il paper di Mossleeeeeeer"...

No?

Io sì, e ho già dato.

Non funziona così.

Fatevi un pochino più furbi.

Cominciate ad esempio a prendere in considerazione il fatto che non essere padroni del discorso ha delle conseguenze ovvie ma non trascurabili. La prima è che se qualcuno arriva (e resta) in televisione è perché ce lo fanno arrivare (pochi sono in grado di aprirsi una strada da soli), e se ce lo fanno arrivare nella stragrande maggioranza dei casi è perché farcelo arrivare è funzionale al loro, non al vostro discorso. Quindi ottimo che ci sia pluralismo di opinioni, ma occhio ad andar dietro alle opinioni alternative certificate dal mainstream (si dovrebbe capire che cosa c'è che non funziona, ma siccome non vedo molta coscienza di questo dato elementare, lo evidenzio). Conosco uno che le ha toppate tutte (a partire da quando si era messo a disposizione degli ortotteri, e lì mi fermo) ed è sempre lì, ancora lì, perché serve da sparring partner agli squadristi di turno. Sclerare in diretta contro chi ti provoca non è un segno di intelligenza né di forza: è un segno di debolezza. Impappinarsi nel citare dati scientifici fuori dal proprio settore disciplinare non è un segno di autorevolezza né di astuzia dialettica: è un favore fatto all'avversario. Se vi scegliete un araldo, perché proprio avete bisogno di schierarvi in campo aperto, dieci contro diecimila, sceglietelo almeno che non faccia di queste fesserie. Dirò di più: diffidate da chi fa queste fesserie, perché non vi porterà da nessuna parte, perché danneggerà una causa giusta con comportamenti sbagliati e questo non se lo può permettere nessuno. Vi consola fare la òla su Twitter? Io al posto vostro preferirei vincere. E per vincere al posto vostro è meglio essere trasparenti e pazienti.

Se è essenziale che siate consapevoli della vostra inferiorità (perché non siete maggioranza nel Paese), sarebbe altresì utile che vi rendeste conto delle conseguenze della nostra (di eletti) inferiorità numerica. Come ho dovuto spiegare oggi a uno di voi, posto che far cadere il Governo, questo Governo, fosse una cosa giusta da farsi qui ed ora (cosa di cui ovviamente dubito), un partito che ha il 20% non può far cadere un Governo che ha una maggioranza del 79% perché andandosene la porterebbe al 59%, cioè sei punti sopra la maggioranza del governo giallo-verde (che era del 53%).

Per favore, non fate rinnovato insulto alla vostra intelligenza chiedendo cose che non hanno senso aritmetico.

Ma, soprattutto, non fate insulto al vostro buonsenso ignorando un semplice dato della storia: in guerra perde chi abbandona il campo.

Ecco, forse questa è la cosa che è indispensabile che comprendiate, quella più ovvia, ma forse proprio per questo quella che sembra sfuggirvi con inesorabile e disperante regolarità.

Quelli che con accenti patetici, con un'eloquenza a dire il vero un po' ripetitiva e stereotipata, continuano a esortarci a uscire (come partito) o a dimetterci (come individui), poi se gli si chiede quale sarebbe precisamente il vantaggio che conseguirebbero dal nostro abbandono di campo individuale o collettivo non sanno che cosa dire. E certo! Perché il vantaggio non ci sarebbe, salvo forse la soddisfazione puramente narcisistica di poter dire a se stessi di aver votato per la persona giusta, assumendo che la persona giusta sia quella che alla prima difficoltà prende e se ne va. Un'idea sbagliata di persona giusta, ma va bene così. Voi credete, perché ve lo fanno credere, che fare politica sia andare di gesto magniloquente in gesto magniloquente, di azione dimostrativa (preferibilmente eclatante, come il simpatico amico dalla Lacoste rossa) in azione dimostrativa. Invece non è così. Invece è imparare un mestiere, creare una rete, assicurare una presenza, guadagnare ogni giorno un pezzettino di terreno, apprendere qualcosa ogni giorno, e tenerla in serbo fino al momento in cui tornerà utile, ricordarsela al momento giusto, guadagnarsi il rispetto col rispetto e la lealtà con la lealtà. Lavorare e creare ogni giorno le condizioni per lavorare meglio, assumere un ruolo e creare ogni giorno le condizioni per sostenerne uno più impegnativo.

Mando un forte abbraccio a chi vede il nostro futuro nel cimitero dei narcisisti, il gruppo misto. Massimo rispetto per chi vuol così bene a se stesso, pensando di meritarselo. Io non devo difendere la mia immagine, tanto meno di fronte a voi: io devo combattere la mia battaglia, per voi. Posso facilmente privarmi del piacere di fare sfoggio di eloquenza (verrà il momento) e sostituirlo con un esercizio di responsabile umiltà.

Perché, visto che siete così bellicosi e marziali, forse dovreste ricordarvi come funziona la vita militare (o immaginarlo, se non avete avuto la fortuna di passarci): c'è una catena di comando, c'è una gerarchia, e ci sono degli obiettivi.

Quali possano essere gli obiettivi ora, credo che offenderei la vostra intelligenza se ve lo spiegassi: non siete voi quelli che venivano a darmi lezioni di politica? Non sarò così scortese da ricambiare, e poi basta aprire il giornale: se ne parla ogni giorno, se ne sta parlando ora... Per quanto possa essere duro resistere, fra poco più di un mese sapremo in che scenario saremo, e potremo valutare gli obiettivi raggiunti. So che non posso chiedervelo, ma purtroppo, per quel che mi riguarda, parlandovi con la massima trasparenza e franchezza, fino a quel momento stracciarsi le vesti non ha alcun significato e non serve a nulla se non a far contenti gli avversari.

Non sarebbe invece meglio sfruttare la sterminata forza dell'avversario? Da quando siamo qui quanti ne abbiamo visti andare a velocità accelerata contro un muro? Distoglierli non ha più di tanto senso. Anche questo è sfruttare la forza dell'avversario.

Certo, questa è razionalità.

Poi ci sono le infinite dolorose vicende dei singoli individui, le frustrazioni soggettive, le oggettive difficoltà in cui la situazione attuale ci costringe (perché le limitazioni, caso mai non fosse chiaro, riguardano anche noi). Ci siamo sempre raccolti qui anche per condividere, per cercare conforto reciproco. Questo ora è più complesso, io non posso sempre tenere aperto questo spazio, spesso ho altro da fare. Però in effetti colpisce vedere come molti che venivano qui a condividere e partecipare si siano convertiti alla denigrazione a tempo pieno del lavoro che qui è stato e tuttora viene svolto. I "seguaci neri", come li ha battezzati Nat, qui ci sono sempre stati: ricordate Peter Yanez, col suo blogghetto cachettico, oggi sostituito dalla logorrea semicolta del grillino Sderenippo? Gente che non sta bene, ma anche gente che non abbiamo conosciuto. Delle loro meschine invidie, delle loro piccole frustrazioni, o magari della mancetta che lucrano per venire a rompere le uova nulla sappiamo e nulla vogliamo sapere. Viceversa, che persone che abbiamo conosciuto, accolto, cui ci siamo aperti, si comportino come un Serendippo qualsiasi, dedicandosi a tempo pieno a spalare sterco su chi, secondo loro, li avrebbe traditi (tradito cosa? Come? Quando?), bè, questa è una cosa che capisco possa dare fastidio. Però ricordatevi sempre della principessa Maria: tutto comprendere è tutto perdonare. Cercate di accogliere gli altri, o almeno di ignorarli. Ci aspettano momenti ancora più duri: ci sarà bisogno di quella parola tanto abusata e misconosciuta che è la compassione, la capacità di soffrire con gli altri, di condividere il loro dolore, che poi sarebbe, etimologicamente, la simpatia.

E poi c'è un'altra cosa di cui tenere conto, una illusione ottica alla quale sottrarsi. Mi rendo conto (lo ripeto) che possa essere duro per chi ha partecipato a questo blog fin dall'inizio, per chi si è sentito in famiglia, per le persone con cui ho condiviso tanto della mia esistenza, trovarsi all'improvviso tagliato fuori da un dialogo che per forza di cose si è dovuto interrompere: da un lato, non mi basta il tempo per vivere una vita e raccontarla; dall'altro, non tutto quello che faccio può né deve essere raccontato. Ecco, è soprattutto questo che credo dobbiate (a fatica) accettare. Con chi era qui, e meritava di esserci, abbiamo stretto un patto. Anch'io non avevo, e non ho, alle mie spalle "nessuna autorevolezza: se non quella che mi proviene paradossalmente dal non averla o dal non averla voluta; dall'essermi messo in condizione di non aver niente da perdere, e quindi di non esser fedele a nessun patto che non sia quello con un lettore che io del resto considero degno di ogni più scandalosa ricerca". Questo patto ora esige che voi vi fidiate di me. La politica richiede i suoi tempi. I social hanno il tempo dell'immediatezza. La pretesa di controllare giorno per giorno, ora per ora, minuto per minuto i propri rappresentanti è folle e stupida. Ci giudicherete dai nostri risultati, ci giudicherete nel 2023. Esattamente come è vostro buon diritto votare per chi vi pare, incluso nessuno, né io farò nulla per convincervi del contrario che non sia comportarmi in modo coerente col nostro patto, al tempo stesso è mio diritto ignorare le sollecitazioni estemporanee del quotidiano, formulate con l'isteria di chi costruisce pretese sulla sabbia delle informazioni parziali e distorte dei media. Ho dimostrato sufficiente trasparenza, anche durante il mio mandato parlamentare (non credo che ci sia un singolo parlamentare delle diciotto legislature della Repubblica italiana che abbia speso un centesimo del tempo che io ho speso a spiegarvi la dinamica della vita parlamentare), e ritengo quindi di avere anche il diritto di non motivare ogni singolo passo di un percorso che per forza di cose (non penso di dovervelo spiegare) è complesso e tortuoso.

Potete non accettarlo: me ne farò una ragione. Ma il dato è che io non ho alcun obbligo di rendervi giornalmente conto delle mie scelte, così come non avrò alcun diritto di contestare la scelta che farete quando sarà il momento di farla. Funziona così, è sano che sia così. Il grillismo, la filosofia dell'invidia e del sospetto, nasce per avvelenare questo rapporto fiduciario coi miasmi di una pregiudiziale e paralizzante diffidenza. Siete naturalmente liberi di abbandonarvi a questo degrado ma magari, prima, sollevate le palpebre e datevi un'occhiata intorno.

E ora dedichiamoci alle nostre famiglie e ai nostri affetti, e ad accogliere l'anno che verrà. Un anno che inizia in salita, sotto tutti i profili.

Possa conservarci la salute e restituirci la libertà.

giovedì 23 dicembre 2021

Due discorsi

 (...eh, ma tu fai solo discorsi, si c'ero io ar posto tuo!, devi fare qualcosa!, fai cadere il Governo, no, anzi, entra al Governo, no, scusa, entra e poi fallo cadere, e comunque fai solo chiacchiere, a parlà sò bboni tutti,...)

Primo discorso

Il 23 giugno 2021 i giornal(on)i titolavano così:


e io intervenivo in aula così:

Signor presidente Alberti Casellati, signor Presidente del Consiglio, approfitto di questa discussione per sottoporre a voi e all'Assemblea due punti di attenzione, uno in una prospettiva di breve e uno in una prospettiva di medio termine. Credo che sia nostro dovere staccarci dalla contingenza e guardare avanti, perché prevenire è certamente meglio che curare, anche se questo - come argomenterò - non significa però che la profilassi possa sostituire o cancellare la terapia e viceversa. Ciò vale sia per il corpo umano, che per il corpo sociale.

La riflessione a breve riguarda la strategia di contrasto al Covid-19. A distanza di più di un anno della sua comparsa, possiamo dire di avere a che fare con una malattia estremamente grave e insidiosa, ma che in una grande quantità di casi ha dimostrato di essere curabile, se affrontata per tempo. Ciò non vuol dire ovviamente che non si debba fare tutto quello che si sta facendo, di cui le siamo sinceramente grati, per prevenirla, ma non si capisce perché non si veda un impegno apprezzabile da parte delle istituzioni nel curarla, cioè, per essere inequivocabilmente precisi, nel promuovere quelle terapie domiciliari precoci, su cui ormai abbiamo un'ampia messe di riscontri empirici e su cui il nostro Gruppo ha attirato l'attenzione del Governo a più riprese e con vari strumenti, come interlocuzioni informali, interrogazioni, mozioni e oggi anche con un impegno nella proposta di risoluzione della maggioranza. Ripeto, per la massima precisione: mi riferisco alle terapie domiciliari - che dunque non richiedono e in effetti, in moltissimi casi documentati, scongiurano l'ospedalizzazione - e precoci, cioè che non intervengono solo dopo un peggioramento della situazione. Voglio osservare che se nostro Signore, o l'evoluzione naturale lascio scegliere, perché siamo per la libertà anche di culto - insomma, se qualcuno o qualcosa, ha disposto che il nostro organismo reagisca a certe intrusioni alzando la propria temperatura corporea, un motivo ci sarà e non sarà del tutto sbagliato, visto che da scimmie arboricole siamo diventati individui coscienti. Viene quindi un po' strano pensare che l'unico consiglio che il Ministero, sicuramente popolato da persone coscienti e coscienziosi, sta ancora dando a chi ha la sventura di essere attaccato da questa grave malattia, sia quello di aspettare il peggio, reprimendo con antipiretici l'unica reazione naturale del nostro organismo, quando esistono altre strategie terapeutiche sperimentate.

Tutto ciò non ha nulla a che vedere con i pur utili fondi che il PNRR destina al tema della sanità territoriale, tant'è che, anche in assenza di questi fondi, alcuni medici di medicina generale si sono organizzati e reagiscono salvando vite, nel rispetto del giuramento di Ippocrate e nel pieno e legittimo esercizio di un'altra libertà: quella di cura. (Applausi).

Anche qui voglio essere estremamente chiaro: non si tratta di promuovere assolutamente il fai da te, come qualcuno ha detto, ma di coinvolgere e valorizzare i medici di base e la loro libertà di proposta terapeutica, basata sulla conoscenza che essi hanno dei loro pazienti. È esattamente se non si fa così, cioè se non si promuovono e disciplinano a livello istituzionale le terapie domiciliari precoci, che si incentiva il fai da te, esponendo oggettivamente a rischi. Va però anche detto, sine ira et studio, che se va prevenuto il potenziale fai da te dei pazienti, forse andrebbe anche gestito un certo fai da te ministeriale, che ultimamente è parso di vedere ad alcuni nella nota vicenda dei cocktail, su cui mi taccio, per carità di patria. Confidiamo in lei perché la razionalità prevalga. Se non dovesse prevalere, temiamo che la strada sia segnata: se non si prevedono nuovi posti letto e non si prevengono le ospedalizzazioni, c'è il rischio che in autunno si debba riprendere la strada delle misure restrittive, nonostante il successo della campagna vaccinale, di cui le riconosciamo il merito.

Vengo allo scenario a medio termine, diciamo al 2023, che in qualche modo ci pone in una prospettiva uguale e contraria.

Voglio dire che, mentre per il Covid-19 si sta facendo molto per prevenire e meno per curare, nel caso dell'altra infezione europea, l'austerità, si è fatto molto per curare da parte di questo governo, con due decreti sostegni e altre misure che hanno dato sollievo a cittadini e imprese, come lei ha giustamente rivendicato. Tuttavia, non è forse altrettanto chiaro che cosa si stia facendo per prevenire.

Nel 2023 verrà disattivata la clausola di salvaguardia generale e tornerà, quindi, in vigore il Patto di stabilità, che, come abbiamo capito, non è anche di crescita. Molti, a partire da lei, hanno messo in guardia contro i pericoli del ritorno a uno scenario business as usual. Tutti dicono che occorrono nuove regole per prevenire il soffocamento dell'economia italiana ed europea, ma, onestamente, non è ancora del tutto chiaro se ci sia e quale sia la proposta del nostro Governo al tavolo della riforma delle regole.

Questa è l'unica riforma veramente indispensabile, senza la quale tutte le altre sono, purtroppo, destinate a fallire, insabbiandosi nella stagnazione economica. Nessuna riforma delle regole sarà credibile né efficace se non abbandonerà il riferimento al PIL potenziale e all'output gap, la cui distorsione prociclica è ormai comprovata da una ampia letteratura. La prevenzione, in questo e in altri casi, passa da qui: dall'abbandonare definitivamente regole assurde, come il calendar provisioning, i cui gravissimi limiti abbiamo denunciato per primi, inascoltati. Confidiamo che lei ci stia lavorando. In sintesi, un maggior equilibrio tra profilassi e terapia ci aiuterebbe in entrambi i casi. Confidiamo in lei perché questo maggior equilibrio possa prevalere, qui e a Bruxelles. (Applausi).

(...bravo! Grazie!...)

Poi, naturalmente, le cose sono andate così:


(cioè come dicevo io - cosa che ai più affezionati lettori di questo blog non sembrerà strana - altrimenti non sarebbero affezionati lettori di questo blog!), e come abbiamo tante volte visto accadere qualcuno ne ha preso atto:


mentre altri si rifiutano di farlo, come di consueto, disobbedendo (cosa questa in effetti meno consueta) perfino alla disciplina di partito (popolare europeo), pur di non perdere la faccia in patria, cosa che ovviamente alla fine avverrà, ma in modo più rovinoso che se si fosse avuta la saggezza di accettare un simile segnale di stop loss, regolandosi di conseguenza (e in particolare smettendo di profferire lievi imprecisioni).

Secondo discorso

Il 10 novembre 2021 i giornal(on)i titolavano così:

e io intervenivo in aula così:

Signor Presidente, secondo il rapporto sull'epidemia da Covid-19 dell'Istituto superiore di sanità, aggiornato al 3 novembre, nei trenta giorni che vanno dal 4 ottobre al 3 novembre la Covid-19 ha causato 416 decessi tra i non vaccinati e 423 tra i vaccinati, che arrivano a 450, considerando anche quelli con ciclo incompleto. Quindi il vaccino è inefficace, visto che nei due gruppi abbiamo lo stesso numero di vittime? No, non funziona così, per il semplice motivo che la platea dei vaccinati è molto più ampia di quella dei non vaccinati. I vaccinati con ciclo completo sono 42.672.767, quelli con ciclo incompleto 2.653.423, per un totale di 45.326.190, a fronte di 8.638.749 non vaccinati. Ne consegue che i decessi sono 4,8 ogni 100.000 non vaccinati, e uno ogni 100.000 vaccinati con ciclo completo, il che significa che un non vaccinato rischia di morire di Covid 4,8 volte di più di un vaccinato. Con la stessa logica si dimostra che un non vaccinato rischia di finire in terapia intensiva 11 volte più di un vaccinato. Non discuto se i dati di partenza siano o meno corretti. Purtroppo la comunità scientifica, la stampa e come vedremo, ahimè, alcune istituzioni hanno fatto molto per screditare se stesse, ma non metteremmo rimedio ad un simile scellerato degrado, proponendo una lettura completamente falsa di dati forse non completamente veritieri. Con questo caveat aggiungo un dato: se a settembre i contagi erano 690 ogni 100.000 non vaccinati e 125 ogni 100.000 vaccinati, ora sono rispettivamente 408 (-40 per cento), e 96 (-23 per cento). Quanto alle terapie intensive, oggi il sito dell'Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali (Agenas) ci ricorda che esse risultano occupate al 5 per cento, ben sotto la soglia del 30 per cento.

La lettura corretta dei dati ci dice quindi che i vaccini funzionano, ma proprio questo rende ancora più incomprensibile la scelta di adottare una strategia basata su un miscuglio inopportuno di obbligo surrettizio e risposta repressiva, che - non ci voleva molto ad immaginarlo - si sta rivelando controproducente sotto almeno due profili: quello dell'efficacia, perché l'estensione del green pass non ha determinato un sensibile incremento delle inoculazioni, piuttosto il contrario, e quello della tenuta del corpo sociale, lacerato dalla decisione di demonizzare chi vuole esercitare la propria libertà di scelta. (Applausi).

Aggiungo che il green pass causa sensibili problemi di moral hazard, per il semplice motivo che conferisce a chi lo detiene, causa vaccinazione, un del tutto ingiustificato senso di immortalità. Abbiamo visto che purtroppo le vittime ci sono anche tra i vaccinati con ciclo completo: occorre mantenere alta la guardia e rispettare le precauzioni.

Il punto è che uno Stato che vuole essere autorevole comunica in modo trasparente, non contraddittorio e inclusivo. Quindi, cominciamo con il parlare di trasparenza. Io appartengo a una categoria screditata che è quella non dei virologi, ma degli economisti e mi pongo una domanda. Un fondamento dell'economia è che non esistono pasti gratis e nulla è intrinsecamente solo buono o solo cattivo. Per questo motivo, si parla di analisi costi-benefici.

Chiedo pertanto a me e voi: questo vaccino è un pasto gratis? Possibile che non abbia effetti avversi? E se li ha, quando vogliamo parlarne seriamente nell'interesse della collettività? Qualsiasi farmaco, anche il più banale, ha effetti collaterali. Chi ci dà la certezza che i vaccini contro il Covid, di cui oggettivamente non sappiamo ancora molto perché da poco sono stati messi in commercio, siano gli unici farmaci al mondo senza effetti collaterali?

Con un certo sconcerto ho letto, a trecentonove giorni dal vaccine day che ha segnato l'inizio della campagna vaccinale, il primo tweet in cui l'AIFA esortava i pazienti a segnalare eventuali reazioni avverse, senza peraltro indicare la pagina web in cui farlo, che - lo ricordiamo, visto che nessuno lo fa - è www.vigifarmaco.it. Ripeto, l'AIFA non la ricorda.

Non è chiaro perché, in un contesto caratterizzato da tanta incertezza, l'onere di segnalare eventuali effetti avversi sia stato lasciato ai cittadini, senza informarli sulle corrette procedure per farlo e inducendoli ad autocensurarsi per paura di vedersi appioppare lo stigma infamante e discriminatorio di no vax.

Oggi la scienza è tenuta in grande considerazione, soprattutto da parte di chi non sa che cosa sia perché non appartiene, a differenza mia, alla comunità scientifica. Noto allora che il comportamento omissivo dell'AIFA, che non ha disposto una farmacovigilanza attiva e ha sostanzialmente disincentivato quella passiva, è radicalmente antiscientifico. (Applausi). La scienza non può progredire e le case farmaceutiche non possono migliorare i loro prodotti se non vengono raccolti i dati sugli effetti avversi. Questa scandalosa opacità e questo negazionismo non contribuiscono all'autorevolezza.

Parliamo allora di non contraddittorietà. Sappiamo ormai che la copertura fornita dai vaccini (purtroppo non completa, come è stato ricordato) è anche labile nel tempo, visto che svanisce dopo circa sei mesi. Ce lo conferma il fatto stesso che si parli di terza dose a un po' meno di dodici mesi dal vaccine day; viceversa, si stanno accumulando evidenze circa il fatto che l'immunità naturale duri almeno un anno. Perché dico almeno un anno? Semplicemente perché il poco tempo decorso dall'inizio della pandemia non ci consente di verificare che l'immunità naturale duri di più, così come di accertare gli effetti a lungo termine delle varie terapie proposte.

Fatto sta che, a fronte di un'immunità naturale che dura almeno un anno, viene rilasciato un green pass che dura solo sei mesi, mentre, a fronte di un'immunità vaccinale che dura sei mesi, abbiamo un green pass che dura un anno. (Applausi). Capite bene che è molto difficile afferrare la logica di un simile provvedimento. Ciò non contribuisce all'autorevolezza.

Allo stesso modo, non contribuiscono all'autorevolezza le dichiarazioni di membri del Comitato tecnico-scientifico che, senza alcun dato, con un fare da imbonitori di fiera paesana, ci garantiscono sui giornali dieci anni di immunità con la terza dose e, forse, anche un set di pentole antiaderenti. (Applausi). Ma si può fare così?

Parliamo allora di inclusione. Partirei da qui, da questo ennesimo voto di fiducia con cui ci viene impedito di valutare, fra i vari emendamenti, quello che aiuterebbe il Governo a sanare la contraddizione che ho appena evidenziato, portando a un anno la durata del green pass anche per i guariti che - voglio sottolinearlo - sono i grandi dimenticati del dibattito. Forse sono scomodi? Non so.

Ricordo a me stesso che stiamo parlando di un provvedimento che, in buona sostanza, accolla un onere economico a chi vuole esercitare il diritto al lavoro e questo per il fatto non di aver trasgredito a un obbligo, o violato una norma, ma di stare esercitando un proprio diritto. Disturba che su un provvedimento di questa portata, visti anche i risultati non brillantissimi in termini di incentivo alla campagna vaccinale, non sia stato permesso un esame parlamentare approfondito.

Inoltre, all'inizio del mio intervento ho spiegato come si leggono i dati (ossia - lo dico per i secchioni come me analizzando le frequenze relative) e come funziona la farmacovigilanza (cosa che nessuno ha fatto e nessuno sa). Mi pongo la seguente domanda. Chi ha spiegato queste cose alle persone schernite, vilipese, discriminate e represse anche con la violenza, che qui e nel dibattito televisivo vengono etichettate come no vax? Chi avrebbe dovuto farlo? Lo ha notato anche la collega Rizzotti, da cui molto ci separa, ma a cui siamo vicini su un punto: le Istituzioni preposte hanno fallito nello svolgere questo compito pedagogico.

Devo dire poi con la massima compostezza, ma anche con il massimo rammarico, che il Daspo a Puzzer è una delle cose più brutte e meno intelligenti che abbia visto accadere negli ultimi dieci anni. Non è stato un bello spettacolo vedere applicare una simile misura coercitiva a una persona che proietta un'immagine di mitezza e questo a pochi passi da dove una persona sottoposta a Daspo per ben più fondati motivi aveva potuto spadroneggiare indisturbata su una piazza e aggredire altrettanto indisturbata la sede della CGIL. (Applausi). Ma quello che preoccupa di questo gesto incomprensibile, come pure della fiducia che viene oggi posta su questo provvedimento, è che questi gesti sono segni di debolezza. All'inizio del mio intervento, ho sottolineato i risultati positivi della campagna vaccinale e riconosco quindi volentieri che questo Governo ha fatto il bene del Paese; tuttavia, un Governo che non ha sufficiente autorevolezza - perché la perde per i motivi che ho esposto - per convincere i cittadini a vaccinarsi, ma al contempo non ha sufficiente autorità per costringerli a vaccinarsi, forse avrà reso un buon servizio al Paese, ma certamente non lo ha reso all'immagine dello Stato. Vorrei attirare la nostra attenzione su questo punto: è giunto il momento di cambiare orientamento e nulla, in quello che sta accadendo, giustifica ulteriori inasprimenti o ulteriori proroghe delle misure restrittive che finora hanno manifestato efficacia, ma che nei dati nulla ci suggerisce che debbano essere prolungate. (Applausi).

Poi, naturalmente, le cose sono andate così:


(cioè come dicevo io), e anche in questo caso abbiamo assistito allo spettacolo inverecondo di tanti piccoli Hiroo Onoda, infilzati con un'unica stoccata, come tordi allo spiedo, da Francesco Borgonovo su "La Verità":


Morale della favola

Può sembrare strano che a dirlo sia proprio io, ma in tutta evidenza l'interesse del Paese richiederebbe che si deponesse l'arroganza, ascoltando senza pregiudizi tutte le voci, in particolare quella di chi ha dimostrato diverse volte di capire prima che cosa sarebbe successo dopo. Altrimenti la morale della favola è già stata scritta (e più volte evocata in questo blog). Avrò tanti difetti, ma un pregio ce l'ho: so aspettare. Spero di potervelo trasmettere. E anche se io sono smemorato (è di famiglia), la rete nasconde ma non ruba. Di tutto quello che è stato detto resta traccia, e alla fine si tirerà una linea.

(...facciano un po' come gli pare, tanto qui dovranno venire. E non mi riferisco tanto ai "nemici" - a quelli ci penso io - quanto ai tanti "amici"...)

(...vi ricordate la seconda scommessa?...)