venerdì 29 dicembre 2023

Delors e Schäuble

Due giorni fa ci hanno lasciato Jacques Delors e Wolfgang Schäuble, personaggi noti, soprattutto il secondo, ai lettori di questo blog.

Non mi sono particolarmente addentrato nella rassegna stampa (magari lo farò dopo) per consultare le editorialesse, che immagino copiose, stimolate da questa singolare coincidenza. L'unico articolo che ho letto mi è arrivato per Whatsapp, è di uno di noi (Durezza del vivere), e posso facilmente presumere che sia l'unico a dire qualcosa di sensato. Sergio attira l'attenzione su una semplice verità: tutti imputano  a Schäuble il macello della Grecia, su cui esiste dovizia di dati statistici e di evidenza aneddotica, più o meno romanzata, ma i più sorvolano sui guai che ha causato alla Germania. Se la Germania è, di nuovo, il malato d'Europa, questo dipende dal fatto che le politiche mercantiliste promosse da Schäuble negli otto anni in cui è stato in carica come ministro delle finanze (dal 2009 al 2017) conducevano naturalmente a un livello di investimenti fissi lordi inferiore alle necessità del Paese. L'illustre scomparso era in carica da quattro anni come ministro delle finanze del suo Paese quando facemmo notare che l'idea di una Germania competitiva, che esportava molto "perché investe molto" fosse radicalmente errata: la Germania esportava molto perché investiva poco. Il dato facilmente era desumibile, anche prima di consultarlo, dalla semplice identità di contabilità nazionale X - M = S - I. Se vuoi un X (esportazioni) maggiore di M (importazioni), devi avere un I (investimenti) inferiore a S (risparmi), e visto che la competizione con le economie emergenti comprime verso il basso i redditi, e quindi i risparmi, l'unico modo per avere un saldo attivo è comprimere di pari passo gli investimenti, fino all'implosione.

Inutile sottolineare che le difficoltà (autoinflitte) della Germania non devono rallegrarci.

Posso quindi immaginare che le editorialesse della sinistra "de sinistra" traggano spunto dall'infausta coincidenza per articolare un confronto fra le due Europe: quella dei "padri fondatori" (espressione da non usare mai!), cioè quella di Delors, e quella dell'austerità, cioè quella di Schäuble, annaffiando il tutto col solito pianterellino sull'austerità brutta e cattiva. Schäuble il fisico del cattivo ce l'aveva, non certo per sua colpa, ma per le conseguenze di un tragico evento di cui era stato vittima, e così veniva in qualche modo incontro a questa puerile personificazione dei processi in atto, a quella tabe del pensiero che consiste nel rifiutarsi di ragionare in termini di dinamiche oggettive, derubricandole a complottismo: una tara mentale che fin da subito abbiamo individuato come tomba del pensiero di sinistra. Fatto sta che non solo le analisi di studiosi autorevoli come Giandomenico Maione, non solo quelle di politici di rilievo come Vaclav Klaus, ma anche la cronaca quotidiana, ci illustrano come in realtà un'altra Unione Europea non sia possibile: la prevalenza, nei fatti, del "cattivo" Schäuble sul "buono" Delors, cioè la prevalenza della logica dell'austerità su quella degli investimenti, non dipende dalla sfortuna, dal destino cinico e baro, ma dal fatto che, per il mero dato contabile che abbiamo ricordato qua sopra, un'Europa mercantilista non può e non potrà mai essere un'Europa degli investimenti, quella vagheggiata da Delors. Ripeto: se vuoi un grande X - M devi avere un basso I e conseguentemente una bassa crescita (e infatti, come ricorderete, a dispetto del coro unanime dei cretini mediatici, la Germania non era stata, fino alla crisi, la locomotiva dell'Eurozona)!

La domanda quindi diventa, necessariamente: è possibile un'Unione Europea non mercantilista?

La risposta è abbastanza chiaramente no. L'Unione Europea non può non essere mercantilista. Il mercantilismo è saldamento iscritto fra i suoi principi costitutivi, che parlano di "economia sociale di mercato fortemente competitiva", ponendo a fulcro della costituzione economica il concetto di competitività, cioè di saldo commerciale attivo, e questo non è certo un caso. L'idea che la competitività, e non, poniamo, la crescita, debba essere al centro del progetto ha radici culturali profonde, sulle quali Orizzonte48 si è lungamente esercitato.

Una di esse risiede nell'arretratezza culturale del modello di sviluppo della potenza egemone. Come ci ha spiegato Wolfgang Münchau a Montesilvano, la Germania si basa ancora oggi su un modello di crescita più consono al XIX che al XXI secolo, un modello che insiste su un settore secondario ipertrofico e ipersussidiato, su una manifattura che, in un contesto di repressione strutturale della domanda interna, è perennemente in caccia di mercati di sbocco, un modello che necessariamente conduce a un'antropologia rudimentale e perdente, in cui l'umanità è divisa in due: gli Übermenschen che vendono, e gli Untermenschen che comprano. Non che questa distorsione sia da imputare esclusivamente alla Wille zur Macht connaturata ai nostri fratelli tedeschi. In qualche modo essa è iscritta nel (dis)funzionamento del sistema monetario internazionale così come si è sviluppato dagli accordi di Bretton Woods in avanti. In questo sistema prevale una destabilizzante asimmetria tale per cui il Paese esportatore, che è parte degli squilibri tanto quanto il Paese importatore, viene visto come vincente e meritevole, a differenza dell'importatore visto come perdente e biasimevole. Che un minimo di simmetria vada ristabilito è cosa nota e accettata perfino dalle istituzioni europee, tant'è che una parte generalmente disapplicata della governance economica europea prevede sanzioni per Paesi che hanno surplus esteri eccessivi (è la cosiddetta MIP, Macroeconomic Imbalances Procedure, di cui abbiamo parlato qui e altrove). Perfino l'UE sa che il mercantilismo è autodistruttivo, e cerca di porvi rimedio: ma non ha la forza politica per sostenere coi fatti questa intuizione, per motivi su cui tornerò più avanti,

Non ce l'aveva nemmeno l'Inghilterra al tempo di Bretton Woods, e infatti la proposta di Keynes uscì sconfitta (ne abbiamo parlato  tra l'altro qui e qui): in estrema sintesi, Keynes proponeva un sistema di regolazione degli scambi internazionali in cui i Paesi in persistente surplus estero venissero penalizzati come quelli in persistente deficit, ovvero in cui vi fosse un incentivo simmetrico alla composizione degli squilibri commerciali internazionali. Fatto sta che il mercantilismo l'Europa (non l'Unione Europea: l'Europa) poteva permetterselo quando lo concepì, nel XVII secolo, e questo per un banale dato geografico: c'erano ancora tanti Paesi che potevano essere utilizzati come sbocco. Il serbatoio degli Untermenschen, o presunti tali, era o sembrava inesauribile. Già nel XX secolo, però, a terre emerse praticamente tutte scoperte e repertoriate, l'applicazione di questa filosofia politica conduceva inevitabilmente a spiacevoli inconvenienti: gli Untermenschen bisognava fabbricarli, in qualche modo. Nel XXI secolo, poi, la cosa si mette anche peggio, perché c'è un forte rischio che gli Untermenschen siamo noi! Non noi italiani, come ancora raglia qualche macchiettistico editorialista tedesco: noi europei, che ci siamo resi irrilevanti economicamente e geopoliticamente dopo esserci suicidati con l'austerità, diventando così mercato di sbocco e parco a tema degli Übermenschen emergenti.

Una simmetria degli aggiustamenti non è proponibile, però, nel microcosmo europeo, come abbiamo visto, perché non è proponibile nel macrocosmo globale. Non è poi così strano, né particolarmente originale: quando si parla di riformare in senso simmetrico il circuito monetario internazionale c'è sempre qualcuno contrario, ed è, ovviamente, il Paese, o il blocco di Paesi, che si aspetta di essere esportatore netto nel prossimo futuro. A Bretton Woods furono gli Stati Uniti, oggi potrebbero essere alcuni emergenti, quelli che detengono le materie prime strategiche. A noi europei manca ormai non solo la supremazia economica e politica, ma anche, per quanto non ce ne rendiamo conto, quella culturale per poter proporre alcunché.

Non è però solo questo tipo di cortocircuito a impedire che l'Europa "buona", quella dei "padri fondatori", quella di Delors, della crescita, degli investimenti, prevalga su quella "cattiva" dell'austerità. Ci sono anche dei cortocircuiti di carattere più squisitamente "politico". Due giorni fa ricordavo che:


e questo è ovviamente uno fra i principali motivi per cui in un Paese come l'Italia l'appartenenza a un sistema di governance sovranazionale è disfunzionale e può mettere a rischio la democrazia in un modo particolarmente insidioso, cioè rendendola odiosa! Ma a questa patologia, che da quanto so dell'Europa è specifica del nostro Paese, se ne affianca un'altra: la tendenza dei politici del Nord ad additare ai loro elettorati i popoli del Sud come cause delle difficoltà in cui le economie del Nord si trovano (difficoltà che invece, da lì siamo partiti, sono prevalentemente autoinflitte)!

Anche qui, spiace per i cretini (le maggioranze vanno tutelate!), ma il discorsetto "i vostri amici sovranisti in Europa sono ostili al nostro Paese gnegnegnè" non funziona: i governi "frugali" sono o socialdemocratici (come in Germania) o di ispirazione popolare (come era Rutte in Olanda prima di cadere), quindi il discorso non tiene. Non c'entra il sovranismo. C'entra la disfunzionalità di una costruzione sovranazionale disallineata con un qualsiasi "demos", che è quindi costretta a mantenere il circuito della legittimazione democratica a livello delle sue componenti, gli Stati membri. Questi, in un contesto simile, ben lungi dal dissolversi, acquisiscono solo un maggior potere di ricatto, con in più un'aggravante: l'interesse immediato dei Governi nazionali è quello di essere rieletti, non quello di alimentare la solidarietà fra i popoli europei. Se indicare un nemico ha un valore elettorale, alimentare la diffidenza, l'inimicizia, l'odio fra i popoli europei diventa uno sbocco naturale. E non lo fanno i cattivi sovranisti: lo fanno anche e soprattutto i buoni socialdemocratici e gli ottimi popolari. Non è niente di personale: funziona semplicemente così.

Del resto, ce lo siamo detto e vale la pena di ripeterlo: l'Europa delle regole è sostanzialmente l'Europa del sospetto, l'Europa della diffidenza degli elettorati del Nord verso i cittadini del Sud, una diffidenza alimentata da un resoconto mediatico della realtà che non è molto più equilibrato di quello che riceviamo qui, a casa nostra, dai nostri media. State pur tranquilli che una sparutissima minoranza a una cifra in Germania sa che l'Italia è un contribuente netto al progetto europeo, e che per finanziare il loro connaturato e reiterato Drang nach Osten noi ci abbiamo smenato un bel po' di soldi che avremmo potuto utilizzare meglio a casa nostra (invece di finanziare Paesi che ci fanno concorrenza sleale mantenendo sovranità monetaria e ricevendo sussidi da noi)!

Alla fine, questo è il motivo per cui la parte più sensata della governance macroeconomica europea, la MIP di cui parlavamo sopra, non ha mai trovato concreta attuazione. Un'Europa della crescita sarebbe possibile: basterebbe sostituire al fiscal compact un external compact, ovvero misurare lo spazio fiscale non sul saldo del bilancio pubblico, ma su quello della bilancia dei pagamenti, incentivando i Paesi in surplus estero a espandere i propri investimenti pubblici. Una proposta vecchissima, che feci nel Tramonto dell'euro (è descritta qui), e che già all'epoca non era nemmeno particolarmente originale: più o meno nello stesso periodo ne parlava anche Stiglitz, per quanto in modo poco strutturato, cioè non ponendosi la questione di tradurre questo suggerimento in un insieme di regole (visto che l'UE non può essere che una UE delle regole, data la diffidenza verso il Sud alimentata dai politici "solidali & inclusivi" del Nord). Nessuno lo ha mai fatto, in effetti, questo esercizio di immaginare un diverso insieme di regole, neanche quando è stato chiaro che la crisi dell'Eurozona non fosse una crisi di debito pubblico ma di debito estero (cosa che qui sapevamo dall'inizio): abbiamo continuato a utilizzare la politica fiscale in modo asimmetrico, per attenuare i deficit di bilancia dei pagamenti, senza sfruttarla per attenuare i surplus. Tecnicamente, si tratterebbe di dare alla MIP la centralità che oggi ha lo SGP. Ma ovviamente non se ne parla! Lo sappiamo tutti che la soluzione in cui, fin che era in tempo, la Germania avesse fatto investimenti, sarebbe stata una soluzione superiore per tutto il sistema: a chi piacciono le equazioni differenziali può interessare questo, ma anche gli elettori tedeschi che votano per AfD lo hanno capito senza scomodare la scienza! Fatto sta che ora siamo andati un po' troppo oltre. Insidiati dai cattivi "populisti", i governi del Nord si arroccheranno nella loro fortezza di teorie economiche vetuste e di proclami demagogici. Marceremo così al passo dell'OCA (optimum currency area) verso la prossima crisi, che risolveremo coi soliti strumenti: austerità per i perdenti, Banca centrale per i vincitori.

Intuirete l'importanza di essere dalla parte dei vincitori!

Insomma, e in sintesi: due giorni fa non sono morti due interpreti di due diverse Unioni Europee. Sono morti due protagonisti dell'unica Unione Europea possibile. Sappiamo come funziona, sappiamo che non può funzionare che così: sta a noi evitare che ci massacri, rovesciando i rapporti di forza.

(...il 31 parliamo con calma del grafico della vergogna: ci sono un po' di cose che vorrei farvi vedere...)

mercoledì 27 dicembre 2023

Essere Roberto Napoletano (il potere e la retorica dell'urgenza)

Aggiungo una rapida postilla.

La vittoria (effimera? Feconda? Lo dirà la storia...) sul MES ci insegna che le cose vanno costruite. I pericoli della ratifica ci vennero comunicati a novembre 2018 da un allarmato funzionario, e cinque anni dopo siamo riusciti a scongiurarli. Un percorso non istantaneo, da cui traiamo, appunto, la lezione che le cose avvengono nel tempo, nel tempo vanno gestite, e nel tempo vanno accompagnate al loro esito.

Quando si fa presente questa cosa sui social, invariabilmente salta fuori il tipo che, dichiarandosi astrattamente dalla nostra, prorompe in accorati accenti "sì, va bene, ma intanto laggente soffrono, non abbiamo tempo di aspettare, FATE PRESTO!"

Ecco, appunto:


Questo vi ricorda qualcosa?

Massimo rispetto per tutte le persone (incluso l'autore del pezzo qua sopra) e per tutte le posizioni. Ma a chi, fingendo o credendo di essere dalla nostra parte, ci incalza con la retorica dell'urgenza, opporrei un cortese ma fermo: abbiamo già dato!

E voi?

(...laggente che soffrono vanno aiutati, siamo qui per questo. I poveri da uno a quattro milioni li ha portati Monti, sull'onda del FATE PRESTO qui sopra riportato. In quei quattro milioni qualcuno che votava PD ci sarà stato: per resistere alla frustrazione di non poter mandare avanti le cose più in fretta penso che in fondo c'è un senso nel fatto che il PD se lo goda anche chi l'ha voluto! Il primo pensiero e la prima urgenza è per chi il PD, cioè l'austerità, lo sta subendo senza averlo voluto. Ma anche qui, non capire che le cose avvengono nel tempo, e adottare la retorica dell'urgenza e dell'eccezionalità, che da sempre è quella del potere, non è segno di particolare lucidità e in alcuni casi non è segno di particolare buona fede. Tanto vi dovevo...)

martedì 26 dicembre 2023

Essere John Bagnai (il Dibattito e i dibattiti)

 (...davanti al caminetto...)

Questa mattina mi sono svegliato tardi, intorpidito, stordito da una sensazione opprimente. Col progressivo dissolversi delle nebbie si faceva più nitida la coscienza angosciosa di questa impressione spiacevole: avvertivo un suono sordo, continuo, così avvolgente da essere impercettibile, come lo sono certi rumori di fondo che percepisci solo dal sollievo che ti procurano quando finalmente si interrompono, perché sei totalmente immerso in essi da filtrarli inconsciamente. Ma anche lo sforzo di separare il segnale dal rumore, per quanto il nostro corpo sia una macchina perfetta, e lo operi in automatico, un po' lo si patisce. Tendendo l'orecchio cercavo di capire da dove provenisse, quale ne fosse la natura... E improvvisamente sono stato traversato da una inquietante, dolorosa consapevolezza: quel suono sordamente assordante era un frinire di grilli. A dicembre? A inverno iniziato (bene) da cinque giorni? Ma allora... ma allora ha ragione (e certo che ce l'ha!) chi dice che le temperature stanno crescendo!

Del resto, chi si occupa di vino lo sa: la stagione della vendemmia progressivamente si è anticipata, ormai in Abruzzo si comincia ad agosto, e mi ricordo di quando invitammo a questo convegno di a/simmetrie uno di passaggio che ci raccontò un paio di secoli di vendemmie nella valle del Reno, come mi ricordo i racconti di mio padre su quando a Montepulciano nevicava ogni inverno, come ho letto i diari di guerra dei soldati della Wehrmacht di stanza alla Stazione di Palena ottanta anni fa, memtre oggi a Pizzoferrato, nelle mie montagne, la temperatura è a due cifre...

Nulla di strano quindi che a dicembre friniscano i grilli:


ma siccome, a differenza de Lascienza, la scienza i suoi progressi li fa, capita che arrivi il para-diclorodifeniltricloroetano sub specie di cortese osservazione del Cavaliere Nero:


Sgamato, colpito e affondato. D'altra parte, non era esattamente la HMS Valiant!

A tutela della mia reputazione (perché desidero sappiate che in realtà il cattivo è Borghi: io sono quello buono) segnalo, incidentalmente, che prima di raderti al suolo io un colpo di avvertimento lo sparo sempre. Non è neanche un fatto di indole: è semplicemente che per dodici mesi della mia vita ho dovuto organizzare, da sottotenente, i turni di guardia, e quindi so come funziona. Avevo fatto presente che qualcosa non mi convinceva, che andava bene ma non benissimo, e che per avere effettiva capacità di coinvolgimento, nonché per fornire a chi come me o Claudio è al fronte delle cartucce non bagnate, c'era un'operazione da fare:


citare le fottute fonti!

Il suggerimento, costruttivo, non era stato raccolto, e ora capisco perché: un comune interesse non esisteva, non poteva esistere, perché con l'azoto dell'antipolitica, con gli ortotteri, qui abbiamo già dato. Essi sono il soffocante Male, punto. Poi su tutto il resto con tutti gli altri si può e si deve serenamente discutere. Ma non si può discutere con chi ha fatto della delegittimazione della mediazione e della rappresentanza, cioè, in definitiva, del dialogo politico, la propria bandiera. Se non ti interessa mediare, se il compromesso è corruzione, la dialettica si semplifica: se vinci tu, mi metti al rogo tu, ma se vinco io (e il popolo, piaccia o dispiaccia, non è così cojone da farti vincere per sempre)...

Il Bagnai del climatismo dobbiamo ancora trovarlo, come dobbiamo trovare il Bagnai del vaccinismo. Circolano esilaranti wannabe:


(adoro! Mi raccomando, follouatelo tutti, e mi raccomando seriamente: date un’occhiata al suo sito, quello citato dal suo profilo Twitter, perché è interessante...), ma alla fine il problema è quello evidenziato da un infiltrato ai nostri convegni:

ed è un problema che vorrei veramente aiutarvi a risolvere: vorrei aiutarvi a essere Bagnai, perché ce ne sarebbe tanto bisogno, di Bagnai, su tanti altri fronti, e del resto a/simmetrie voleva essere anche un modo per spersonalizzare il Dibattito, prima che cominciassero a pullulare altri dibattiti, e creare un incubatore di Bagnai.

Del resto, una delle difficoltà maggiori che ho trovato, nel cercare di difendere la vostra libertà in ambito sanitario, è stata proprio questa: la mancanza di un Bagnai sanitario, cioè di una voce critica credibile nell’affascinante tenzone fra ipocondriaci e complottisti (non devo entrare nel come e nel perché poche fra le tante voci disponibili fossero credibili, e abbiamo visto gli scivoloni cui ci si espone non selezionando con attenzione le voci critiche). Questa è una difficoltà generalizzata: mancano terribilmente voci terze, non politicamente esposte, da spendere in modo credibile nei vari dibattiti. Gli altri ne hanno abbondanza, e il problema non può essere banalizzato al "kittipaka" di grillina memoria. Non è un problema di soldi, di coinvolgimento venale. È un problema sociologico, culturale, ma è anche un problema di metodo.

Visto che "Bagnai logora chi non lo è", vi dico, dall'interno, come si fa a essere Bagnai, così qualcuno si logorerà di meno, e magari, con calma, si riequilibreranno gli schieramenti in campo. Il successo di questo esperimento è dovuto a tre ingredienti:

  1. competenza;
  2. prudenza;
  3. pazienza.

Se ne potrebbe parlare per ore, ma intanto vi fornisco una sintesi:

  1. competenza: parlare solo di ciò che si conosce;
  2. prudenza: scegliere il terreno dello scontro;
  3. pazienza: non inseguire il consenso immediato.
"Esplodiamo" questi punti.

La competenza, nonostante la scadente qualità dei dibattiti e degli interlocutori, serve, e competenza è, in primo luogo, parlare di ciò di cui si sa. Prendete come esempio il famoso tweet di Borghi: il fatto è che nessuno (cioè nessuno) è stato in grado di confutarne un singolo punto. Evidentemente chi lo ha scritto sapeva di che cosa stesse parlando, ed altrettanto evidentemente questo ha aiutato.

La competenza ha un'altra sfaccettatura, che nel dibattito oggettivamente aiuta, visto che la mens piddina è particolarmente vulnerabile al principio di autorità: avere un ruolo accademico, o almeno essere in grado di reperire e utilizzare fonti autorevoli. Qui partivo avvantaggiato: da docente universitario con una lunga esperienza di ricerca sui meccanismi delle crisi nei Paesi in via di sviluppo (quelli privi di sovranità monetaria e quindi esposti al peccato originale, cioè alla necessità di finanziarsi in valuta estera) non mi era stato difficile orientarmi in quantonstava accadendo in un Paese che deve indebitarsi in una valuta che non controlla, né coinvolgere nelle mie iniziative scientifiche colleghi di un certo profilo. Anche in questo momento Twitter pullula di cretini che cercano di sminuire il mio profilo accademico: fatto sta che basta poco per dimostrare che quelli che loro considerano “economisti” spesso tecnicamente non lo sono, e quando lo sono hanno una produzione scientifica di qualità e quantità inferiore alla mia. Scopus e Scholar sono lì per quello.

Avere un minimo di standing accademico e un’esperienza scientifica specifica nella materia su cui avevo scelto di espormi ovviamente aiutava. Se i giornalisti, anche quelli che mi denigrano e non ho ancora querelato, mi temono, un motivo c’è: sanno che ne so più di loro e che so dirlo meglio di loro. In qualsiasi dibattito saranno soccombenti.

E fino a qui mi ha aiutato il caso: se fossi andato alla Normale o mi fossi diplomato a Santa Cecilia non capirei un accidenti di quanto sta succedendo. Poi però ho cominciato ad aiutarmi io, in almeno due modi.

Innanzitutto, fin dall’inizio, ho sempre, sistematicamente, messo a disposizione dei miei lettori le fonti dei miei dati e dei miei argomenti, per tre precisi motivi: evitare che certe posizioni potessero essere derubricate a vaneggiamenti di uno sciroccato (il massimo che certi imbecilli potevano arrivare a dire, come ricorderete, era: “Sì, va bene, questa cosa l’ha detta un Nobel, ma non l’ha detta in un articolo con peer review!” Dopo di che fornivo anche l’articolo con peer review, e l’imbecille morto…), consentirvi di contestarmele (per capire quali fossero i punti dialetticamente fragili o comunque più difficili da assimilare dei diversi argomenti), e infine darvi modo di argomentare in modo resistente nei vostri dibattiti più o meno pubblici.

Le fonti, le fottute fonti: senza di loro non c’è discorso scientifico. Chi non le cita non capisce che sui social esiste un a.G. e un d.G. Nel 12 d.G. (che ovviamente vuol dire “dopo Goofynomics”) chi parla ex cathedra senza sostenere con dati o fonti scientifiche le proprie esternazioni (come fanno, del resto, molti operatori informativi) potrà anche strappare un like, ma ha una capacità di persuasione e coinvolgimento limitata.

Poi (e questo è il secondo modo in cui mi sono aiutato), mi sono ferocemente, accanitamente attenuto all’ambito delle mie competenze. È stata una scelta tattica, prima che professionale: ho deciso di scegliere io il terreno dello scontro, sia in termini di argomenti che in termini di piattaforme (e infatti l’infrastruttura del Dibattito resta questa). Questa scelta, rigorosa al punto di essere castrante, è però servita a consolidare la mia credibilità, rendendomi spendibile. Ripeto: è stata una scelta che in alcune circostanze si è rivelata miope. Io, da economista, capivo l’euro. Quindi, quando all’inizio di questa lunga storia mi cercò Stefano D’Andrea per coinvolgermi nella sua critica all’Unione Europea io fui piuttosto freddo. Non avevo competenze giuridiche e non mi sembrava opportuno né aprire un fronte troppo ampio, né affrontare un avversario rispetto al quale ero disarmato. Eppure, aveva ragione Stefano: dopo tredici anni, di cui cinque passati in Parlamento, posso dire che il nostro Paese può sopravvivere (male) perfino all’euro, ma avrà sempre enormi e crescenti difficoltà all’interno di un progetto goffamente disfunzionale come quello europeo: basta pensare al tempo infinito che va perso nel monitoraggio di quanto arriva da Bruxelles e nel prendere parte alle varie sterili pantomime che la partecipazione fittizia dei Parlamenti nazionali al processo legislativo europeo richiede. Stefano aveva ragione, ma io non avevo torto: concentrandomi su un solo obiettivo, quello più attimente alle mie competenze professionali, ed evitando le lusinghe del “famoerpartitismo”, sono riuscito a ottenere qualche risultato…

E poi la pazienza, che forse è solo il risvolto del disinteresse, come l’impazienza di altri è il risvolto della loro ambizione, del loro sgomitare, del loro s’offrire. Per ottenere risultati ci vuole tempo, soprattutto se si opera in condizioni di inferiorità numerica e tattica, se nei dibattiti mediatici ci si trova schiacciati sulla difensiva, sulla dimensione “no” (noeuro, novax, ecc.). E i falli di reazione vanno evitati, perché sono dialetticamente perdenti. E le querele si fanno, non si annunciano: il passaparola incute maggior timore al mondo dei vermi di quanto ne incutano le minacce.

E sopra a tutto, l’adesione alla religione civile che predico perché pratico: l’appostismo!

Mentre viaggiavo verso il caminetto pensavo a perché mai siamo così a corto di persone spendibili, perché non riusciamo ad avviare ai palinsesti che ce le chiedono persone in grado di argomentare una visione diversa del mondo, e la risposta che mi sono dato è in quanto ho cercato di condividere oggi qui con voi.

Esempio: sei un docente universitario di materia medica, sai comunicare, hai un track record decente, mi aiuti a capire svariate cose che non tornano in quanto sta succedendo… ma chi te lo fa fare di intervenire su temi geopolitici o economici? Posso anche essere d’accordo con quello che dici, ma il tema è un altro: un discorso, così come un contrappunto, credibile si costruisce attenendosi a dei vincoli, in particolare il vincolo delle proprie competenze. Intervenendo in materia altrui mi impedisci di coinvolgerti nella tua materia: ma questa rientra nel novero delle cose che se potessero essere capite non andrebbero spiegate, questa è vera umiltà, questa è vera consapevolezza che siamo in guerra, distinta dalla fatua retorica bellicista di cui tutti si gonfiano le guance anche per dispensarsi dal fastidioso esercizio di un minimo di vera intelligenza tattica.

Esempio: sei uno che ha seguito il percorso dall’inizio, che ha seduto alla mia mensa, e io alla tua, che ha avuto modo di apprezzare le mie motivazioni e che è in grado di esporre in modo convincente una visione alternativa del mondo. Ora saresti prezioso, in posizione di indipendenza, per recarti in trasmissione ad argomentare, ma sei finito nei frantumi di qualche partituncolo perché avevi fretta, perché non ti fidavi, perché non sai che la mia prima legge è “no man left behind”… Valeva la pena di non stare al posto tuo, come io per anni sono stato e tuttora sto al mio, per condannarsi all’irrilevanza, per essere messo nell’impossibilità di fare qualcosa dopo aver berciato per anni “fate qualcosa”?

Ecco: diciamo che se Bagnai logora chi non lo è, anche essere Bagnai può essere logorante per chi non ha un minimo di autodisciplina e di umiltà. Studiare, stare al posto proprio, lasciare che il nemico si avvicini senza rivelare la propria posizione… Perché quello che a me sembra così ovvio non si riesce a ottenere? Un pezzo credo siano anche le dinamiche dei social. Il loro uso, congiunto a una scarsa dimestichezza coi numeri, credo crei dei pericolosi abbagli. La nostra community ha ottenuto grandi risultati (ad esempio oggi ha mandato in tendenza #borghidimettiti e #bagnaiarrogante!), ma dobbiamo essere consapevoli di essere minoritari. Quante volte ho insistito su questo punto?

Bene.

Collocarsi è un’arte difficile. Ho provato ad aiutarvi, ma ora mi aspettano a cena…

Ci sentiamo presto!




lunedì 25 dicembre 2023

Crescita: un confronto fra Germania e Italia

(...direi che del MES e dei ppdm ne abbiamo parlato fin troppo. Visto che quello che ci ha permesso di tirar giù la (H)MES Valiant è stato uno sforzo didattico, in vista del prossimo obiettivo torniamo alle origini dando uno sguardo originale, di lungo periodo, e fondato sui dati, a fenomeni che ci toccano da vicino, come la crescita economica...)

Ho avuto la curiosità di andare a vedere i tassi di crescita di lungo periodo di Germania e Italia. Per "lungo periodo" qui intendo il secondo dopoguerra: un periodo segnato da tanti cambiamenti, ma relativamente più omogeneo, per dire, dell'ultimo secolo, se non fosse che per il fatto che quest'ultimo è stato appunto segnato da un conflitto importante. C'è poi il fatto pratico che per la Germania ho trovato dati solo dal 1950. Abbiamo quindi una serie storica di 73 osservazioni (i tassi di crescita dal 1951 al 2023), di cui almeno le ultime due, quelle riferite al 2022 e al 2023, non sono ancora definitivamente consolidate (ma possiamo presumere che siano stimate con relativa precisione). Le serie "lunghe" per la Germania sono sul sito Destatis, quelle per l'Italia le trovate sul sito Bankitalia. Per scrupolo sono andato a verificare che questi dati coincidano con quelli del World Economic Outlook del Fmi e dal 1980 in poi (cioè dalla data a partire dalla quale il Fmi rende disponibili i dati) è così. San Tommaso s'a mort (nel Tamil Nadu, ed è sepolto a Ortona), ma chi volesse seguirne le tracce e non sapesse usare Google trova qui i dati del Fmi.

Abbiamo già affrontato diverse volte il tema della crescita economica in chiave comparativa di lungo periodo. Non è un tema banale e anche i professionisti, o secredenti tali, spesso incorrono in scivoloni. I non professionisti ancora di più, se pensate che la maggior parte di loro proprio non ha idea di che cosa sia il Pil.

Ne volete un esempio fresco, quasi di giornata?

Guardate ad esempio che cosa trovo nei commenti del blog:

Gigi ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Spingitori di austerità: M.Buti, su Rieducational channel":

Si può fare austerità anche riducendo la spesa, non bisogna per forza aumentare le tasse. Un po' di spesa penso che si potrebbe tagliare senza impatti negativi sul PIL.

Pubblicato da Gigi su Goofynomics il giorno 16 dic 2023, 00:34

Comprendo il vostro sconcerto.

Anni passati a spiegarvi che cosa fosse il Pil (qui una spiegazione sempre utile di dieci anni fa), insistendo in particolare sull'identità reddito-spesa:

Y = C + G + I + X - M

quella che afferma che il totale dei redditi percepiti (cioè, appunto, il Pil) può essere scomposto nella somma della spesa in consumi privati (C), consumi collettivi (G), investimenti fissi lordi (I), esportazioni (X), da cui sottraiamo le importazioni perché sono reddito speso per l'acquisto di beni esteri, vi avranno reso evidente che se si tagliano i consumi collettivi o la parte di investimenti pubblici che confluisce in I (negli investimenti fissi lordi), insomma, se si taglia la spesa pubblica, si taglia ipso facto il Pil. Un banale fatto di definizioni, che però, come vedete, ai più continua a sfuggire.

Che poi possa esistere lo spreco, e soprattutto la castacriccacoruzzzione, e chi lo mette in dubbio!? Se lo dicono i giornali (gli stessi che ci raccontano del Bagnai di Schroedinger, quello che al tempo stesso non conta un cazzo ma influenza le decisioni della maggioranza!) sarà senz'altro così, no? Adoriamo la vena letteraria dei migliori amici dell'uomo che si vuole informare! Purtroppo però esiste anche la noiosa contabilità, e questa ci dice che se dall'identità del Pil sottrai qualcosa a destra lo stai sottraendo anche a sinistra: non dico che sia un'operazione da non fare mai, dico che va sempre fatta con molta cautela!

Ecco: questa è una delle difficoltà che si incontrano nel parlare della crescita del PIL: il fatto che la gente non sa che cosa sia il Pil (e a parte Goofynomics nessuno la aiuta a capirlo).

Poi ce n'è un'altra, di livello, se vogliamo, superiore: il fatto che la gente (inclusi i miei ex colleghi economisti) non sappia che cos'è la crescita, non solo e non tanto in termini banalmente definitori (sì, è  o dovrebbe essere chiaro: una cosa cresce se ce n'è più di prima: vale per l'impasto del pane e vale per il Pil), quanto in termini scientifici, cioè quanto alla natura e alle cause del fenomeno crescita.

Ci siamo imbattuti in questa spiacevolissima verità diverse volte, ma in particolare parlando dei cialtroni del declino, quelli che, nel loro negazionismo degli effetti collaterali causati dall'unione monetaria, pontificavano vaniloquenti di un declino che sarebbe iniziato già negli anni '80, o '70, o addirittura '60, argomentando, come ricorderete, che siccome già negli anni '70, per dire, il tasso di crescita medio dell'economia italiana era inferiore a quello degli anni '60, che era a sua volta inferiore agli anni '50, quando l'euro non c'era, allora l'Unione monetaria non c'entrava nulla. Negazionismo a parte (gli ex colleghi, poverini, tengono famiglia...), questo modo di ragionare è incredibilmente dilettantesco, perché, come abbiamo spiegato diffusamente, non tiene conto del noto fenomeno della convergenza (catch-up) verso lo stato stazionario: un Paese relativamente arretrato crescerà ceteris paribus più di un Paese relativamente avanzato semplicemente perché nel primo esistono opportunità di impiego del capitale più fruttuose che nel secondo, dato che esso si trova ancora nella parte della curva di produzione in cui i rendimenti sono fortemente crescenti (l'idea insomma è sempre quella che i fattori di produzione siano più produttivi laddove sono più scarsi).

Ne consegue che in effetti in tutti i Paesi europei, usciti per lo più frantumati dalla Seconda guerra mondiale, con un deficit infrastrutturale enorme da colmare, i tassi di crescita sono partiti molto alti negli anni '50 e sono poi andati convergendo verso valori più bassi. Ma questo i cialtroni del declino non lo sapevano: glielo facemmo vedere noi utilizzando i dati a partire dagli anni '60.

Questa analisi aveva due conseguenze: la prima è che l'autorazzismo idiota di quelli che volevano raccontarci un'Italia marcia già al tempo del boom economico era leggermente fuori fuoco. In altre parole: i pirla del castacriccacoruzzione o del familismo amorale:


erano grossolanamente fuori strada. Non che nei loro argomenti non potesse esserci un qualche elemento di verità. Oggi si parla tanto di ciclo del carbonio, ma anche il ciclo dell'azoto ha un'importante lezione da offrirci: dal letame si dica che possano nascere fiori e sicuramente nascono funghi, quindi prima di scartare l'altrui letame bisogna purtroppo dargli un'occhiata, perché ci si potrebbe pur sempre trovare qualcosa di utile. Era però del tutto idiota sostenere la tesi di una presunta inferiorità ontologica italiana utilizzando una simile linea argomentativa, basandosi cioè sul pattern decrescente del tasso di crescita del nostro Paese, perché questo era perfettamente coerente col modello di crescita standard e quindi si ripresentava in tutti i Paesi europei (lo vedremo anche qui sotto)!

Insomma: l'eccezionalità (negativa) italiana non poteva essere individuata in una cosa che non era né eccezionale (perché prevista dal modello standard) né italiana (perché riscontrata in tutti dicasi tutti i Paesi europei).

La conseguenza in termini metodologici era piuttosto ovvia: qualsiasi ragionamento sulla performance dell'economia italiana (o di qualsiasi altro Paese), per avere un minimo di consistenza scientifica e di utilità pratica, va condotto in termini comparatistici e relativi, non in termini assoluti, e preferibilmente scegliendo termini di paragone che abbiano un senso!

Noi qui lo facemmo rapportando la crescita del reddito pro capite italiano a quello medio degli altri Paesi dell'Eurozona. Qualcuno se lo ricorderà: credo che fummo noi i primi a costruire, otto anni fa, quello dopo avremmo chiamato il "grafico della vergogna", e che vi illustrai nella mia prolusione al #goofy4:


(se non avete tempo da perdere, ne parlo dal minuto 24:40; per inciso, apprezzerete come già nel 2015 ci fosse chiaro quello che nel 2023 è impossibile ignorare, ovvero il fatto che fossimo e siamo nella crisi più grave della nostra storia).

Il grafico che vedete qui, a 24:46:


faccio prima a ricostruirvelo che a ritrovarlo nel bordello del mio Pc. All'epoca avevo utilizzato i dati AMECO, che però arrivano fino al 1960. Per partire dal 1950 si possono usare i dati del Maddison Project, che trovate qui, ma il quadro è sostanzialmente identico:


Con qualche oscillazione il rapporto fra reddito pro capite italiano e reddito pro capite del resto dell'Eurozona cresce dall'87% del 1950 al 106% del 1995, poi dal 1997 inizia un ripido, inesorabile declino che lo riporta all'85% nel 2018. Ovviamente, come ben sapete, non c'è nessuna correlazione (come oggi si suol dire) con questo evento (non fatemi fare brutta figura, mi raccomando: sappiate comportarvi bene in società!).

(...nota tecnica: per costruire il grafico ho ricostruito il Pil pro capite dell'Eurozona esclusa l'Italia sommando i Pil e le popolazioni degli altri 10 Paesi dell'Eurozona iniziale, e poi facendo il rapporto di queste somme, cioè del Pil totale e della popolazione totale dei 10, che equivale alla media ponderata dei Pil pro capite dei rispettivi Paesi...)

Ecco: questo grafico qualcosa da pensare ce l'ha data e continua a darcela.

Oggi, come vi dicevo, volevo soffermarmi sul rapporto fra Germania e Italia, le due potenze manifatturiere dell'Eurozona. I rispettivi tassi di crescita dal 1951 a oggi li vedete qui:


e come vedete, e come vi avevo spiegato ne "I cialtroni del declino", hanno un andamento prima facie abbastanza simile: alti negli anni '50, poi via via più bassi. Non che non ci siano scostamenti: ci sono, e come. Ma in media il rallentamento della crescita ha avuto intensità assolutamente analoga. Una semplice interpolazione lineare (che utilizzo, avverto i puristi, esclusivamente come statistica descrittiva) ci mostra che in Germania è andata così:


e in Italia così:


quindi mentre l'Italia in media ha perso, arrotondando, 0.11 punti percentuali di crescita l'anno (che si 53 anni fanno 5.83 punti di crescita), la Germania, sempre arrotondando, ne ha perso 0.10 (che in 53 anni fanno 5.3 punti di crescita). Non è una differenza così drammatica, in media.

Tuttavia, è interessante vedere come questa differenze si è sviluppata nel tempo, e per questo vi propongo di analizzare lo scarto fra la crescita tedesca e quella italiana, e la sua somma cumulata, che vedete qui:


Le barre blu sono la differenza fra il tasso di crescita tedesco e quello italiano. Quando sono sopra lo zero la Germania cresce di più. Questo accade, ad esempio, negli anni '50. Per facilitarvi la lettura vi aiuto così:


Così dovrebbe essere chiaro che quello lo stesso fenomeno (crescita tedesca più rapida di quella italiana) nel grafico superiore lo vedete come spezzata blu sopra la spezzata arancione, e in quello inferiore lo vedete come barre blu sopra lo zero.

Ma allora, visto che ci danno la stessa informazione, a che ci serve fare due grafici?

Perché quello di sotto ci dà anche la somma delle barre blu: i valori cumulati ci fanno capire quanto terreno guadagna (se salgono) o perde (se scendono) in totale la Germania rispetto all'Italia. E vista così la storia ha degli elementi di interesse, a mio parere.

Intanto, si vede bene che dal 1960 al 1987 la Germania ha perso costantemente terreno rispetto all'Italia, o, se vogliamo, l'Italia ha recuperato rispetto alla Germania: un processo in qualche modo fisiologico di catch-up, secondo quanto ci dicevamo sopra, che vi evidenzio con una freccia tratteggiata:


Poi si vede che l'esperienza dello SME credibile, cioè del regime di cambio fisso ma aggiustabile, con bande di oscillazione ristrette in vigore per l'Italia dal 1987, determinò un forte recupero della Germania, fino alla crisi del 1992, quando l'Italia si trovò costretta ad abbandonare lo SME svalutando:


(sono le dinamiche che vi descrissi qui, lamentando il resoconto grossolano che ne facevano certi mezzi di stampa). 

La cosa più interessante però la vediamo dopo. Una volta riaggiustati i rapporti di cambio, la Germania ricomincia a perdere lentamente ma inesorabilmente terreno fino al 2005:


In quel periodo la Germania veniva chiamata (qualcuno se lo ricorderà) "il malato d'Europa", e da quel periodo la Germania uscì truccando le carte, cioè praticando una riforma del mercato del lavoro finanziata in deficit, che le fece sforare i parametri di Maastricht, come spiegammo qui (fra tagli di cunei, politiche attive, ecc., ci misero quasi 90 miliardi...). Ovviamente, con un simile megasussidio, l'economia tedesca decollò nuovamente, anche perché oramai eravamo dentro, ed era impensabile compensare un simile aiuto di Stato con una rivalutazione del marco:


Infine, e qui la chiudo per oggi, è interessante notare che dopo una battuta d'arresto determinata dalla crisi del 2009, che in effetti aveva colpito la Germania in modo marginalmente più grave dell'Italia (-5.9% rispetto a -5.7%), quello che dà un decisivo slancio all'economia tedesca rispetto a quella italiana, ovviamente perché spezza le gambe all'economia italiana, è la stagione dell'austerità:


Ecco: sono quelli gli anni in cui si approfondisce il divario fra il Pil italiano e la sua tendenza storica, come abbiamo visto a Montesilvano:


Dovremo tornare su quel grafico, cioè questo, che vedete al minuto 17:16:


e rileggerlo con attenzione, alla luce di tutto quanto ci siamo detti e delle molte, forse troppe informazioni che vi ho proposto e riproposto oggi.

Non credo che sia oggi possibile fare politica in Italia senza offrire una spiegazione coerente e credibile di questa visibile anomalia. Per comprenderla, bisogna inquadrarla bene storicamente, considerando l'evoluzione delle istituzioni europee, dei mercati internazionali, ecc. La domanda sul perché non ci siamo mai veramente ripresi dopo il 2009 non può essere elusa. La risposta, credo, la intuiamo tutti, ma va argomentata bene, perché abbiamo perso troppo tempo, e non possiamo più permetterci inconsapevolezza. Eppure, come credo immaginiate, non è per niente semplice, neanche dalla mia posizione vicina ai vertici, far capire che abbiamo un serio problema.

Ragioniamo insieme su come far ragionare chi di tempo per ragionare ne ha poco, anche perché sospinto dall'impazienza di chi, come voi, ora vuole una soluzione immediata, magari dopo aver votato per anni per chi era parte del problema!

So che come sempre le vostre considerazioni mi aiuteranno ad affilare la mia dialettica, quindi dichiaro aperta la discussione generale (astenersi gianninizzeri, però: il 21 avete perso, e quindi per un po' muti e rassegnati)!

domenica 24 dicembre 2023

L'impresa del MES

Scusate se vi ho trascurato: ultimamente capita spesso, ma questa volta credo che, più di altre, possiate capirne e apprezzarne i motivi.

Come ricordo di avervi detto in una diretta, che cosa avrei votato io lo sapevo da dodici anni, che cosa avremmo votato noi da alcuni mesi, come avremmo coinvolto gli altri, per evitare che il nostro voto restasse uno sterile atto di testimonianza, da poche settimane, e attraverso quale percorso parlamentare  si sarebbe venuti al dunque, per evitare le imboscate di amici e nemici, da pochi giorni. Queste poche settimane e questi pochi giorni sono stati particolarmente intensi, come immaginate. Aggiungiamoci il fatto che invece di poter riposare sull'esperienza di Riccardo Molinari, per un felice accidente del destino, il 21 dicembre del 2023 ero alla mia prima esperienza di capogruppo, a causa dell'assenza di Riccardo, del suo vicario Iezzi, e del vicecapogruppo decano Bruzzone. Per questo incombeva a me comunicare la linea del partito ai colleghi, anche quelli impegnati in Commissione, cosa che agli operatori informativi è sembrata particolarmente significativa, ma era un mero accidente tecnico. La decisione era stata, come deve essere, collegiale, e non devo certo spiegarvi che le cose stanno esattamente al contrario di come gli operatori informativi le riportano (soffrirebbero troppo nel sapere di essersi fatti trollare alla stragrandissima da un loro beniamino...).

Una votazione così delicata, sotto Natale, aveva le sue incertezze, non per altro, ma perché fra impegni politici sul territorio e congedi autorizzati (fra cui quelli per malattia, perché l'influenza gira e chi è esposto al pubblico se la prende) al gruppo mancavano sedici parlamentari. Capirete che non si poteva nemmeno fare una chiamata alle armi, neanche nelle nostre chat interne! Per i motivi che vi ho esposto in una delle ultime dirette, questa:

non era da escludere, in linea di principio, che se si fosse insistito sul messaggio di essere assolutamente in aula (che comunque era già stato dato due giorni prima), magari spiegando perché, qualcuno avrebbe potuto trasferire la notizia a qualche operatore informativo. Meglio non indurre nessuno in tentazione e compattare i ranghi in segretezza e senza particolare enfasi.

Per fortuna potevo contare su due piloni della mischia come Edoardo Ziello e Simona Bordonali, i delegati d'aula. Loro mi hanno aiutato a recuperare alcune delle pecorelle smarrite, e a tenere sott'occhio il pallottoliere, almeno fino a quando la sparata di un invasato dalla voce chioccia, di cui non capivo bene che cosa volesse, ma di cui ricordo bene come ha agito (nella stanza in cui nacque la logigadibaggheddo, che è quella di Chigi angolo via del Corso, eravamo in tre e uno ero io), ci ha finalmente fatto intuire che comunque i numeri li avremmo avuti (cosa che, a dire il vero, il perfido Borghi sosteneva dal giorno precedente: uno dei tanti motivi per i quali ero inquietamente tranquillo).

Bene così.

Ora i biglietti di auguri sono stati spediti (solo 499, perché mi sono dimenticato quello per Pierre Gramegna: rimedierò il 27), i regali scartati, i mittenti ringraziati, il brodo e il ragù sono sul fuoco, la cucina è in ordine (ovviamente la moglie qualcosa di cui lamentarsi lo trova: "Stai scrivendo il post di Natale?" Ma basta passare da Gramegna a Gramuglia per comporre i dissidi), ora che tutto (o quasi) è a posto, insomma, posso tornare qui, nell'infrastruttura del Dibattito, nel blog che non c'è della community che non esiste, ma cui, per fortuna, Claudio con grande intelligenza tattica ha dato visibilità al momento giusto (perché sì, va detto e ricordato: dodici anni di lavoro non sarebbero serviti a nulla se non fossero stati resi visibili al momento giusto, a riconferma del fatto che avere ragione e sapere la "verità" non serve a nulla, di per sé...), posso tornare, dicevo, per mettere qualche puntino sulle "i", per aiutarvi a capire che cosa troverete nell'imballo del regalo che non c'è: il MES, che qualcuno vi avrebbe voluto far trovare sotto l'albero, e che qualcun altro (credo sappiate chi, altrimenti non sareste nei paraggi) ha fatto scomparire.

La disfatta dei disfattisti (aka #ppdm)

Una cosa è certa: dopo il voto del 21 dicembre 2023 i disfattisti non hanno più scuse, e soprattutto non hanno dignità di interlocutori. Le cose stanno esattamente come dice l'Avicenniano:


La convergenza della narrazione zerovirgolista con quella mainstream non deve stupirci: sappiamo riconoscere un gatekeeper quando ne incontriamo uno!

Fu esattamente questo a consentirci ad esempio di intuire che i 5 Stelle non potevano costruire un'alternativa credibile al sistema (ve lo spiegai il 30 luglio del 2012, prendendomi bordate di insulti),  che fatalmente si sarebbero alleati con il PD (ve lo prefigurai il 6 settembre del 2016, nell'incredulità generale), e che questo snodo avrebbe esposto il Paese a un serio rischio: e infatti, dopo il Governo giallorosso, arrivò Draghi!

Ora, alcuni #ppdm li conosco personalmente: so quanto valgono (poco), e sarei sinceramente stupito, e anche un po' infastidito, se apprendessi che qualcuno li ha comprati! Ma so che non è così: non funziona così (è questo che, nonostante più di un decennio di sforzi, non riesco a farvi capire). Comprare certa roba non è necessario: non lo è nell'infimo, come in questi casi, né nel meno infimo (pensiamo ad esempio a tutto il mondo degli operatori informativi). Il problema non sono quasi mai le intenzionalità soggettive, genuine o pervertite da moventi venali, delle persone. Il problema sono quasi sempre le dinamiche oggettive, come ad esempio quella che porta gli operatori informativi a diffondere informazioni di qualità scarsa perché solo chi non ha informazioni qualificate ha un incentivo a darsi importanza diffondendo il poco che sa. Quanto ai disfattisti e ai loro partituncoli insulsi, i cui manifesti sono costruiti col copia e incolla dei miei post di undici anni fa, essi sono oggettivamente dalla parte del PD, perché oggettivamente rosicchiano i voti dei più deboli o dei più opportunisti fra i nostri potenziali elettori, aprendo spazio all'elezione di parlamentari piddini. Lo abbiamo visto succedere e sì, le cose stanno come dice Samuele. Hanno molta paura e il loro giochino è chiaro: attirare verso "liste civetta" più o meno allettanti, con lo specchietto per le allodole dell'antipolitica, il maggior numero di voti per sottrarli all'unica forza politica in qualche modo rivoluzionaria, per il semplice fatto che ha coinvolto chi ha capito e vi ha fatto capire come stanno le cose: Antonio, Claudio, Marco, e naturalmente il "gestore dell'infrastruttura" (io).

Ora, fino a prima del 21 dicembre a questa linea argomentativa si poteva opporre il becero argomento del "fate solo chiacchiere, sicceroio..."!

Ma il 21 dicembre abbiamo schiantato, con le nostre "chiacchiere", cioè col nostro lavoro di coinvolgimento culturale e quindi politico, una riforma che tutti ritenevano ormai ineluttabile, e soprattutto, al di là del merito (rilevantissimo) del provvedimento, abbiamo dato plastica evidenza a un essenziale problema di metodo: si può dire di no!


Finalmente trovavano sbocco concreto le parole che avevo sentito, tanto tempo addietro, da un funzionario di Bruxelles: "Qui c'è solo una cosa che li tenga in rispetto: un Parlamento con una maggioranza solida che gli voti contro!"

Quindi ora gli zerovirgolisti del "eh, ma loro fanno solo chiacchiere, sicceroio sì che gliela facevo vedere!" sono morti, rasi al suolo da un doppio controfattuale: al più consueto ("Dimmi, cocco di mamma, com'è che visto che sei così bravo lì non ci sei tu, ma ci sono io?") se n'è aggiunto un secondo, tombale ("Amoruccio di papà, e come avresti raggiunto la maggioranza prescritta con i tuoi quattro parlamentari in croce?").

Morti.

Spiace, ma la vostra unica speranza siamo noi, e chi ci ha coinvolti, ovvero l'impresentabile Salveenee. I presentabili vi avrebbero volentieri venduti: dovrete fare con quello che avete. Teneteci (stavo scrivendo "temeteci") da conto, e sosteneteci, perché da oggi per i disfattisti c'è solo l'alzo zero.

Il tempo e le opere

Non per questo non voglio entrare nel merito delle scemenze particolarmente en vogue nella corte dei miracoli dei trombati non trombanti, degli intellettuali non pensanti, dei capipopolo senza popolo, insomma: dei #ppdm!

Il primo, francamente, è ridicolo: l'idea che "eh, ma poi dopo le elezioni europee ce lo ripresenteranno e allora lo voterete!" Di tutti i modi per dimostrare che non si capisce di cosa si stia parlando questo è il più degradante per chi vi indulge. Dopo le elezioni europee ci saranno intanto da costituire i gruppi parlamentari, operazione non scontata i cui dettagli sono esposti qui (almeno 25 parlamentari eletti in almeno un quarto degli Stati membri, ecc.: insomma, un bel sudoku). Poi bisognerà votare per il Presidente della Commissione, e ci sarà quindi da vedere chi voterà per la fallimentare von der Leyen, e che strada seguirà per giustificarlo ai propri elettori. Poi ci saranno da scegliere i Commissari Europei, che dovranno avere il gradimento delle Commissioni. Poi ci sarà da votare la fiducia alla nuova Commissione. Poi arriverà l'estate, e poi la legge di bilancio. E voi credete veramente che una Commissione neoeletta si metta a insistere, quand'anche fosse tecnicamente possibile, su un tema su cui una Commissione così autorevole (come ci viene raccontata) sta ancora raccogliendo i denti da terra, dopo lo sberlone che ha preso? Suvvia, cari: significa non capire come va il mondo, e significa anche non leggere Goofynomics. Il MES, fra tanti difetti, ha almeno il pregio dell'inutilità. Per questo i mercati non ne piangono la mancata riforma e non ne piangeranno la liquidazione: perché la gente di mercato è gente pratica, gente che sa come stanno le cose. Ove scoppi una vera crisi, l'unico meccanismo di stabilità è quello dotato di potenza di fuoco illimitata, quello che esiste in ogni Paese civile, e quello che quando le cose si mettono male siamo costretti a usare anche qui: la Banca Centrale (vi ho spiegato qui, al punto 3, che questa consapevolezza è chiaramente espressa anche dalle istituzioni europee). Il MES era solo uno strumento per imporre condizioni alle politiche economiche nazionali, ma anche in quello è superato: ora c'è il PNRR. Quindi, sinceramente, anche basta scemenze, no!?

Poi c'è l'altra linea argomentativa dei "sicceroi", gli eroi del "sicceroio": "Eh, ma avete venduto il Paese accettando una riforma del Patto di stabilità molto penalizzante, sarebbe stato meglio barattare la riforma del MES in cambio di regole di bilancio meno penalizzanti! Sicceroio...". Meglio mi sento! Partirei dal presupposto che qualsiasi regola, che l'esistenza stessa della nozione di regola, è di per sé disturbante, è un fallimento della ragione e della politica. Un fallimento della ragione, perché il dibattito scientifico su "rules vs. discretion" è un dibattito antico, molto anni Settanta, un dibattito che oggi fa un po' sorridere, come farebbero sorridere, fuori da un cosplay, i pantaloni a zampa d'elefante, e che comunque non ha raggiunto conclusioni definitive. Un fallimento della politica, perché tutta la solfa sulle regole si riconduce sostanzialmente a un punto: la diffidenza degli elettorati del Nord verso gli altri popoli europei. Sulla base di questa pretesa differenza ontologica, che ha radici culturali lunghe e risalenti, è naturalmente impossibile costruire alcunché di solido. Finché qualcuno chiederà regole, per il fatto stesso che le starà chiedendo, avremo quindi la certezza che il progetto europeo sia di corto respiro, e questo in modo assolutamente indipendente e preliminare rispetto alla qualità delle stesse regole (cui aggiungerei per completezza anche l'altra parola totem: le riforme), e quand'anche la regola propugnata fosse "fate come vi pare!" e la riforma auspicata "siate voi stessi!"

Ma capisco che questa sembra filosofia, e quindi vado sul concreto. Non dovete spiegare a noi che queste regole sono penalizzanti per l'Italia (e per altri Paesi), o almeno tali sembrano a questo stadio del negoziato (ci deve ancora essere un trilogo, ecc. ecc.: se volete fare gli informati, informatevi!). C'è però un dettaglio che mi pare sfugga a molti. L'alternativa era scegliere fra una minaccia concreta e immediata e una minaccia eventuale e differita. La riforma del MES dava elementi per un attacco immediato al debito pubblico italiano, come sapete (i dettagli sono qui, ma in sintesi: nel nuovo MES la ristrutturazione del debito pubblico italiano era più agevole, i mercati lo sapevano e avrebbero cominciato a scaricare i nostri titoli, ci sarebbe voluto molto poco a innescare un attacco). Le nuove regole vedremo cosa saranno quando entreranno in vigore. La nostra manovra 2024 è a prova di regole vecchie e nuove (non capisco chi parla di manovrina estiva, sinceramente: ma sbaglierò certamente io...), poi ci saranno le elezioni, poi vedremo. Sono stati i francesi a chiedere un periodo di "grazia" di quattro anni, in un disperato tentativo di Macron di non farsi radere al suolo a scadenza, considerando che la situazione dei loro fondamentali è pessima e quindi anche a loro dovrebbero applicarsi misure restrittive. A scadenza naturale Macron sarà raso al suolo ugualmente, ma intanto noi possiamo tirare avanti. Sicceravate voi, lo so, avremmo traslocato tutti in cima al Paradiso terrestre. Siccome c'eravamo noi, abbiamo fatto quello che si poteva, e credo che per il momento sarà abbastanza.

Le inqualificabili scemenze sul fatto che ora le trattative sarebbero più difficili non vorrei nemmeno commentarle: è solo facendosi rispettare che si ottiene il rispetto. La naturale inclinazione del PD verso la flessione a novanta gradi non ha portato alcun beneficio tangibile al Paese, che io ricordi. Se avete ricordi diversi, potete correggermi nei commenti.

Import-export

Come ho chiarito a Radio Cusano:

non è su questi controfattuali insulsi che bisogna soffermare l'attenzione, ma sull'interazione fra la geografia politica del Parlamento europeo e di quello italiano. Il Governo Draghi era stato un tentativo di importare in Italia lo schema Ursula. Quello che il PD voleva (e io lo so perché uno di loro venne mandato a dirmelo, sì, mandato da me, dall'irrilevante parlamentare che nessuno considera... ma di cui non solo i giornalisti hanno timore!) era che noi ci astenessimo sulla fiducia e restassimo fuori. In questo modo FI avrebbe potuto saldarsi senza troppe remore alla sinistra, con un'operazione à la Nazareno, e il PD sarebbe affondato nelle vostre libertà e nei vostri portafogli come una lama calda nel burro. Noi questo lo abbiamo impedito: il tentativo di importazione è fallito quando l'ingresso della Lega ha creato una dialettica fra centrodestra e centrosinistra "di Governo". Ci è costato molto. Alcuni, più avvezzi a misurare il consenso dalla lettura dei quotidiani, questo costo esorbitante non se lo aspettavano. Io sì, con pochi altri in segreteria politica (Siri e Ceccardi, fra quelli che si espressero).  Proprio perché me ne aspettavo i costi prima, sono in grado di vedere con precisione dopo i vantaggi di questa esperienza, perché ci sono stati anche vantaggi. Con FI in maggioranza e noi all'opposizione la riforma del catasto sarebbe passata, e questa non è fantasia né ideologia: sono numeri.

Ora lo schema si è completamente ribaltato: fallito grazie a noi il tentativo di importare la maggioranza Ursula in Italia, vediamo se riuscirà grazie a noi il tentativo di esportare la maggioranza di centrodestra (a tre partiti) in Europa. Non dipenderà solo da quanto succederà qui in Italia, dove è ovvio che le migliori speranze di cambiamento le dà solo chi ha dimostrato di avere, oltre a una ultradecennale capacità di analisi, anche un minimo di capacità politica. Dipenderà anche da quanto succederà negli altri Paesi, dove i nostri alleati all'interno del gruppo ID stanno crescendo nel consenso, mentre altre frange del centrodestra si trovano in maggiore difficoltà. Sappiamo bene che al Governo in Germania c'è un socialdemocratico che un domani passerà alla storia come quello che avrà sbriciolato il proprio partito (segnatevelo, così se non succede potrete rinfacciarmelo). Certo però che fintantoché questo non succede, resta il problema, cui vi ho più volte accennato, dell'estrema difficoltà di un disallineamento fra il colore del Governo nella potenza egemone e quello della Commissione. Un problema che, in quanto emerga con evidenza, avrà almeno il merito di chiarire ai tanti ignari in che mondo siamo: in un mondo in cui tutti gli elettori sono uguali, ma alcuni elettori (quelli tedeschi) sono più uguali degli altri, anche se nel frattempo hanno cambiato idea e oggi voterebbero maggioritariamente AfD!

Chi non vorrebbe vivere in un mondo così?

Sempre meno persone, ritengo.

Sta a noi aiutarle.

Mi avvio a concludere...

Il voto del 21 dicembre 2023 è stato un voto storico. Non si ricordano altri casi di un "no" pronunciato dal Parlamento italiano su materia di simile importanza, né, a dire il vero, su materia di importanza minore, fatti salvi alcuni voti in Commissione XIV, cui le sedi europee rispondono abitualmente con uno sberleffo. Ma di una mancata ratifica non si può non prendere atto.

"MES" è il ventunesimo tag per importanza nel nostro tagcloud, dopo "elezioni" e prima di "ortotteri": tutti i post con tag MES li trovate qui.

Il più vecchio è del 19 dicembre 2015, ed era stato originato da un'intervista di una persona che non voglio nemmeno nominare, avendo ricordato in aula lo spessore della sua etica professionale, a Lars Feld. In quell'intervista Feld affermava che per risolvere la crisi del sistema bancario italiano innescata dalle decisioni della Vestager su Tercas, decisioni poi reputate illegali dai tribunali della UE in due gradi di giudizio, l'Italia avrebbe dovuto attingere al MES (che allora esisteva solo nella versione attuale, non riformata). Vi suggerirei proprio di rileggerlo, quel post.

Ma è da prima, dal 2012, a seguito della fatidica telefonata di Lidia Undiemi ("Professòòòòòòòòre!") che qui ce ne occupiamo, per interrogarci sulla sua funzione nell'architettura dell'Eurozona, come fece Sandro il 12 agosto 2012, per delineare il suo ruolo nel porre le decisioni politiche "al riparo del processo elettorale", come fece Cesare Dal Frate il 24 settembre 2012, per evidenziarne la funzione redistributiva dalla periferia al centro dell'Eurozona, come mi capitò di fare il 27 dicembre del 2012.

Il risultato che abbiamo conseguito abbattendo la sua riforma, sottoponendo al "processo elettorale" un'istituzione che se ne credeva schermata e che nasceva, in fondo, per inibirlo, ha dell'incredibile, se visto con gli occhi di allora. Ieri sera l'algoritmo mi ha portato qui, e, si parva licet, ho visto una logica, o forse un'analogica, in questa casualità. Ma la lezione più importante che traiamo da questo successo è che perché le cose avvengano bisogna crederci.

Qui ci abbiamo creduto, ed è soprattutto per questo che, per una volta, sento di dovervi ringraziare: è un dato oggettivo che senza il vostro sostegno, sul blog, nei social, nelle strette di mano ai nostri convegni, o semplicemente in mezzo alla strada, io per primo non avrei avuto la forza di crederci, di sostenere lo sforzo estenuante che Goofynomics mi è costato, uno sforzo di cui mi rendo conto solo ora, quando constato che per scrivere poche righe leggibili devo profondere un tempo e una concentrazione che mi stupisco di aver avuto in passato (e non mi soffermo sullo sforzo per organizzare la nostra vita in comune, a partire dai #goofy). Certo, nella mia vita precedente scrivere mi procurava piacere, ed è forse per questo che leggermi ne procurava a voi. Me ne procuravano, del resto, anche suonare, o andare in barca a vela. Sono una persona curiosa, e ho, o almeno avevo da meno anziano, un certo talento nell’affrontare nuove sfide. Ma come ho abbandonato la carriera musicale (quella che più mi avvicinava alle verità cui tengo), o quella filosofica (quella che più mi avrebbe avvicinato alla piddinitas), sostanzialmente per aver avuto più curiosità di nuovi orizzonti che fiducia in me stesso, così, se la vostra risposta al grido di dolore lanciato con Goofynomics non fosse stata così immediata e corale, non avrei mai avuto la forza di persistere. Quello che mi ha consentito di andare avanti, di espormi, di mettermi contro la mia professione, di mettermi contro il mio ambiente, maggioritariamente composto di secredenti intellettuali "de sinistra", quello che mi ha consegnato all'imperativo morale di difendere questa trincea, è stato leggere le vostre parole, capire che questa battaglia non era solo mia, e trarne le dovute conseguenze.

Nostra è stata la battaglia, nostra è la vittoria. E ora riposiamoci, perché la guerra non è finita.

Tanti auguri di buon Natale a tutti, e di buone vacanze a chi può farne.

Se Dio vorrà, ci rivedremo per il post di fine anno.

domenica 3 dicembre 2023

Firenze

 (…chiedo scusa per il ritardo nella pubblicazione dei video del #goofy12: ci sono problemi tecnico-culturali non ancora compiutamente gestiti, ma riusciremo a venirne a capo…)

Dagli insalubri effluvi della Xloaca (suona azteco, ma insomma ci siamo capiti) apprendo che secondo l’eminente economista la soluzione è semplice e a portata di mano: l’UE deve diventare uno Stato. A chi come noi segue (o meglio: precede) da anni il dibattito sull’Unione Europea, sulla sua genesi (forse il più infimo momento di subalternità dei popoli europei), sulla sua evoluzione, sulle sue prospettive, a chi si è confrontato su questi temi con studiosi come Luciano Canfora o Giandomenico Maione, con analisti come Roger Bootle o Jens Nordvig, con politici come Laszlo Andor o Frits Bolkestein, queste parole non possono che suonare ingenue, espressione di un dilettantesco “ottimismo della volontà” totalmente ignorante degli ovvi motivi che precludono la costituzione di uno Stato europeo, ma soprattutto delle evidenti ragioni logiche che ne sconfessano la razionalità.

Oggi uno Stato europeo servirebbe solo a salvare dalla propria insostenibilità l’istituzione che ci siamo dati raccontandoci che ci avrebbe condotto naturaliter allo Stato europeo: la moneta unica. Per motivi sufficientemente intuibili ex ante, e riassunti ex post in questo mio articolo (e in tanti altri, beninteso), questa istituzione ci sta allontanando dall’obiettivo politico che ci si prefiggeva adottandola. Una specie di catch-22. Dato che quell’obiettivo è intrinsecamente ademocratico (la creazione di uno Stato a prescindere da un demos non può che essere ademocratica, è un banale dato semantico) allontanarsene è in sé più un bene che un male. Ma al contempo il fatto che l’obiettivo irraggiungibile perché assurdo, e assurdo perché irraggiungibile, by definition non sarà raggiunto non deve rassicurarci più di tanto. Come ci siamo detti mille volte molto ma molto prima che certe dinamiche recenti agissero da lente d’ingrandimento, nei convulsi conati di creare a colpi di propaganda il “demos che non c’è” germina la malapianta del totalitarismo, della negazione del dibattito, della propaganda squadrista e violenta, quella che procede dalla delegittimazione, con l’accusa di “disinformazione”, di ogni voce critica. E poi, naturalmente, non dispiaccia a chi mal sopporta l’egemonia dell’economico nelle dinamiche dei corpi sociali, il perseguimento ultra vires di un disegno economicamente irrazionale non può che lasciare morti e feriti, più o meno metaforici, sul suo malfermo cammino. Ed è questo il vero dato politico. Non #liperinflazzionediWeimar, come ripetono i cretini, ma l’austerità ha condotto al nazismo, come dimostrano studi scientifici.

Si torna sempre al solito punto: l’atto di sfiducia nel mercato consistente nell’inibire l’aggiustamento degli squilibri esterni tramite i prezzi relativi implica logicamente il ricorso a un aggiustamento tramite le quantità: l’austerità è questo, il taglio (svalutazione) del salario reso inevitabile, prima o dopo una crisi, dall’assenza di un aggiustamento meno traumatico, quello attraverso la manovra del cambio nominale. Ma questo l’eminente economista fa finta di non saperlo: ci parlava in aula di irreversibilità del progetti, pensando di urticarci, e noi sorridevamo sotto i baffi pensando alla sostenibilità politica di quel progetto, e quindi al (breve) futuro politico di quell’eminente economista. Finché ci sarà l’euro, cioè l’austerità, la destra si troverà di fronte praterie sterminate: i piddini li chiamano “costi politici dell’austerità”. Strano come un costo per il PD visto dalla Lega somigli a un’opportunità! Sorridiamo di compassione a chi, contro ogni evidenza, contro i risultati di studi scientifici accurati, continua a raccontarci la fola delle grandi praterie del centro, dell’anelito degli italiani verso la moderazione. Non è questo che dicono le urne, perché non è questo che leggiamo nelle più importanti riviste scientifiche internazionali!

Ora quindi sono preoccupati.

Lo mostrano le esternazioni scombiccherate da cui siamo partiti, che se non sono (e potrebbero anche esserlo) il sintomo di una miserevole ignoranza dei fatti (inclusi i risultati di ricerche scientifiche), sono il tentativo di precostituire una narrazione autoassolutoria. Quando le cose si metteranno male, la colpa sarà stata del popolo bue che non avrà voluto, oh umana ingratitudine!, lo Statone europeone che rende sostenibile la monetona pesantona (o meglio, millantata per tale…), non di chi ha voluto condurlo verso questo obiettivo assurdo col manganello dell’euro, cioè dell’austerità.

Lo si vede dagli articoli “di colore” che fanno ironia livida e a denti stretti sull’evento di Firenze.

Ma chi ha un minimo di dimestichezza col Dibattito lo vede anche da altri segnali deboli, come il riaggallare di nani e ballerine di varia risma, scorie di un passato da cui pensavamo di esserci depurati: dagli orologiai del debito pubblico, ai guitti di “memmeta” (la MeMMT: se non sapete o non ricordate che cos’è non perdete nulla), alla vari umanità in “in”, “ini”, ma soprattutto “oni” con cui a suo tempo ci divertimmo. Se rischierano (o comunque se riappaiono) questi Kindersoldat è chiaro che si prevede turbolenza!

I sondaggi dicono che se il PPE uscisse dal centrosinistra, alle prossime elezioni il centrodestra avrebbe la maggioranza al Parlamento europeo. Questo esercizio intellettuale, tuttavia, è piuttosto futile, per almeno due ordini di motivi: primo, il Parlamento Europeo conta il giusto; secondo, le sue maggioranze sono il risultato di due ordini di considerazioni: politiche, e nazionali. Sì, per uno strano paradosso (che tale non è, come qui sappiamo) l’istituzione in cui le nazioni dovevano dissolversi le ha potenziate e ne è diventata ostaggio.

(…arrivo a Firenze…)

(…riparto da Firenze…)

Non è quindi concepibile un radicale disallineamento politico fra la guida (il Führer) della nazione più nazione delle altre, la Germania, attualmente in mano ai socialdemocratici, e la presidenza della Commissione Europea; o, se volete, di converso, per aversi un vero cambiamento in UE, bisognerà aspettare che AfD diventi maggioritaria in Germania. Non siamo poi così distanti da questo obiettivo: nei sondaggi attuali AfD è seconda in Germania, e RN (la Le Pen) prima in Francia. Dice “ma oggi l’elettorato è liquido!”. Rispondo: sarà, ma l’alveo del fiume è tracciato (dai nostri avversari), e questo fluido scorre verso destra (vedi l’articolo sui “costi politici dell’austerità” citato sopra). Così, la risalita di ID dal sesto al terzo posto nello schieramento dei gruppi parlamentari a Bruxelles, o magari al secondo, sarebbe già un passo nella direzione giusta, e un eventuale mancato rovesciamento del fronte per la non improbabilissima défaillance del PPE, che in presenza di una Germania a trazione socialdemocratica preferirebbe verosimilmente fare da stampella al PD (ai socialdemocratici), sarebbe comunque un dato positivo, un elemento di chiarezza, perché metterebbe in forte imbarazzo i vari gruppi “popolari” nazionali, i cui elettori potrebbero pensare che se avessero voluto essere guidati dal PD, avrebbero votato direttamente per lui, cioè per la carne “coltivata”, per l’eutanasia, per l’auto elettrica, ecc.

Nel sacco ci si sono messi da soli.

Identificare l’Unione Europea con l’euro, cioè con l’aggiustamento di reddito (insomma: con l’austerità), ha inevitabilmente fatto emergere e sta rendendo nitida per tutti la “contraddizione principale”, che qui e ora non è quella fra destra e sinistra, fra capitale e lavoro, ma quella fra più o meno Europa, intesa, ovviamente, come Unione Europea, cioè quella fra più o meno austerità. Dalla logica economica non si sfugge: se voti Europa, voti austerità e muori, o imponi austerità agli altri e li fai morire (cit.)!

Quindi per noi è solo questione di tempo. La rabbiosa reazione identitaria delle sinistre piueuropeiste sul verde, sull’immigrazione, sui diritti cosmetici, ci aiuta, perché aiuta tutti gli elettori a vedere l’UE per quello che è: una minaccia.

Una minaccia per i cittadini, e una minaccia per l’Europa.

Come è stato bello e confortante constatare che in tutti i discorsi ascoltati a Firenze si distingueva accuratamente fra Europa e Unione Europea, fra un dato culturale e di civiltà e la più incivile e destabilizzante delle istituzioni concepibili! Quanta speranza ci ha dato vedere che così tanti leader europei distinguono accuratamente e motivatamente due concetti che qui da noi i cialtroni confondono con intenzione maliziosa!

Magari la von der Leyen avrà una maggioranza nel prossimo Parlamento (evitarlo sta a noi), ma chi gliela dovesse garantire non potrà sfuggire allo stigma di aver tenuto in vita il simbolo di tutto quello che di più assurdo e odioso l’UE ha prodotto nella sua non lunga storia: dalla fuga in avanti sui temi ambientali, reazione disperata e scomposta di un capitalismo tedesco sconvolto per essere stato chiamato dagli Usa a pagare il prezzo della propria arroganza, agli SMS scomparsi fra Ursula e Pfizer, un caso di scuola di cattura del regolatore, che tante nefaste conseguenze ha avuto sulla vita di tante persone.

E se anche fosse, se anche Ursula la spuntasse, se anche questa volta trovasse nove voti DECISIVI, beh, meglio così!

Come diceva Céline?

Pour que dans le cerveau d’un couillon la pensée fasse un tour, il faut qu’il lui arrive beaucoup de choses et de bien cruelles.

Un perfetto allineamento degli astri, che veda un Parlamento Europeo a maggioranza patriottica e governi nazionali patriottici in ogni Paese membro (e quindi una Commissione Europea composta da patrioti) non è imminente, forse non è possibile, e probabilmente nemmeno necessario.

Certo, esiste una contraddizione intrinseca in una coalizione di partiti che in nome dell’interesse nazionale si uniscono per accedere alle istituzioni unionali. All’opposizione questa contraddizione è meno visibile, in maggioranza diventerebbe probabilmente più evidente: l’interesse del Sud, si può sostenere, diverge da quello del Nord, e un conto è rivendicare l’interesse nazionale quando tanto non puoi farlo, un conto quando puoi farlo, ma contro quello dei tuoi alleati. Tuttavia, questa contraddizione è più apparente che reale, e certamente chi da noi la enfatizza è piuttosto disinformato. Intanto, Nord e Sud in questa fase di fallimento del globalismo un interesse in comune ce l’hanno, ed è riprendere il controllo di quanto avviene in casa propria. Poi, che lo si sappia, lo si capisca, lo si ammetta o meno, noi siamo molto più Nord di tanti altri, semplicemente perché siamo contribuenti netti, e perché le nostre riforme le abbiamo fatte (Germania e Francia sono due esempi di Paesi che devono ancora farle, al costo, laddove non se ne rendano conto, di inciampare sulla montagna di polvere nascosta sotto il tappeto). Quindi, come dire: sarebbe azzardato assumere che un confronto coi nostri alleati ci veda necessariamente in una posizione di svantaggio.

L’UE non diventerà mai uno Stato. Come abbiamo visto oggi a Firenze, a ognuno (inclusi quelli che ne sono stati pesantemente sussidiati) puzza questo barbaro dominio. La soluzione delle sue contraddizioni non potrà quindi essere l’ennesima fuga in avanti. La storia dei prossimi anni deve ancora essere scritta: la matita con cui scriverla ve la presteranno il 9 giugno prossimo.

Fatene buon uso.