venerdì 12 aprile 2019

NPE: Non Performing Europe

(...mentre nel Kindergarten di Twitter prosegue l'eccidio dei Kindersoldaten nazional-liberisti, con punte di comicità involontaria che stanno rendendo la mia timeline addictive per molti di voi - qui una chicca per intenditori - la vita va avanti, ma il mondo va, ancora per un po', indietro, o almeno ci prova. L'impostazione totalmente sbilenca della politica europea in campo finanziario, tutta incentrata sulla riduzione del rischio delle nostre sofferenze - che abbiamo già ridotto senza l'aiuto di nessuno - prima della condivisione del rischio dei loro derivati - che preferiremmo lasciare in capo a chi ci ha mostrato tanta solidarietà! - ha partorito un altro mostro, la COM(2018) 135 final, della cui tossicità si sono accorti - tardi - in tanti. Qui trovate l'iter legislativo in Europa e qui il testo. Il documento in questione era stato trasmesso ai sensi dell'art. 6(1) della L. 234/2012 alla Commissione che mi onoro di presiedere, che doveva quindi esprimere un atto di indirizzo al Governo ai sensi dell'art. 7(1) della stessa legge. Questo tipo di atti è disciplinato dal Capo XVIII del Regolamento del Senato "Delle procedure di collegamento con l'Unione Europea", dove in particolare suggerisco la lettura dell'art. 144(6):

A conclusione dell'esame delle materie di cui ai commi precedenti, le Commissioni possono votare risoluzioni volte ad indicare i princìpi e le linee che debbono caratterizzare la politica italiana nei confronti dell'attività preparatoria all'emanazione di atti dell'Unione europea, esprimendosi sugli indirizzi generali manifestati dal Governo su ciascuna politica dell'Unione europea, sui gruppi di atti normativi in via di emanazione riguardanti la stessa materia, oppure sui singoli atti normativi di particolare rilievo di politica generale.

Il regolamento lascia un margine piuttosto ampio, consentendo di formulare princìpi e linee di indirizzo anche su indirizzi generale del Governo, e il Governo, ai sensi dell'art. 7(1) della L. 234/2012 è tenuto a osservare l'indirizzo espresso dal Parlamento, e, se non lo fa, è tenuto a spiegare perché non lo ha fatto, ai sensi dell'art. 7(2). Naturalmente questa è la teoria. Ma non esprimere alcun indirizzo significa non creare un presupposto essenziale perché questa teoria venga tradotta in pratica, laddove lo si ritenga necessario. Per esempio, sarebbe interessante andare a vedere se e che cosa disse la Commissione VI del Senato quando le passò per le mani il bail in. Quello che sto cercando di evitare, nel mio piccolo, è che il Governo vada in "Europa" senza un indirizzo parlamentare cui attenersi, perché questa prassi crea il rischio di spiacevoli equivoci e la certezza di non potersene nemmeno lamentare (oltre che di non potervi porre rimedio). La Commissione che mi onoro di presiedere, dopo un esame approfondito, ha ritenuto di esprimersi all'unanimità - nota bene - nel modo che qui vi riporto. Aggiungo al testo alcuni collegamenti ipertestuali che la necessaria formalità degli atti parlamentari mi ha impedito di inserire a corredo della risoluzione, della quale ero il relatore - cioè quello che l'ha scritta. Molti di questi collegamenti, è utile che lo sappiate, mi vengono da voi. Lo scambio fra me e la mia community, cioè voi, continua. Io non ho solo due occhi: grazie a voi ho gli occhi di Argo e le orecchie di Dioniso, e se non sono ovunque, sono però sufficientemente quasi ovunque. Ma non ditelo a nessuno...)



Legislatura 18ª - 6ª Commissione permanente - Resoconto sommario n. 104 del 11/04/2019


RISOLUZIONE APPROVATA DALLA COMMISSIONE SUL DOCUMENTO DELL'UNIONE EUROPEA N. COM (2018) 135 DEFINITIVO (Doc. XVIII, n. 14)

La Commissione Finanze e tesoro, esaminato l'atto in titolo, considerato che:

a)        la proposta di direttiva si propone di "incoraggiare lo sviluppo di mercati secondari dei crediti deteriorati nell’Unione eliminando gli ostacoli al  trasferimento  dei crediti  deteriorati da parte di enti creditizi a enti non creditizi, garantendo al tempo stesso la tutela dei diritti dei consumatori", obiettivo da realizzare fra l’altro (i) armonizzando la normativa in materia di acquisizione e gestione dei crediti,  allo scopo in particolare di promuovere la dimensione transfrontaliera di queste attività; (ii) definendo una procedura comune accelerata di escussione extragiudiziale delle garanzie, con l’intento in particolare di uniformare fra gli Stati membri i tassi di  recupero  delle  esposizioni  deteriorate,  sulla  base  del presupposto che diversi tassi di recupero possano incidere sui costi di finanziamento e quindi falsino la concorrenza fra imprese sul Mercato Unico;

b)        l’intervento si colloca nel quadro del "Piano di azione per affrontare la questione dei crediti deteriorati in Europa" approvato dal consiglio ECOFIN dell’11 luglio 2017 e comunicato con la "Comunicazione al Parlamento europeo, al Consiglio, alla Banca centrale europea, al Comitato economico e sociale europeo a al Comitato delle regioni sul completamento dell’Unione bancaria" (COM (2017)592 final dell’11 ottobre 2017). Più specificamente, la proposta di direttiva interviene sui punti (ii) "riforma   della disciplina in materia di [...] recupero dei crediti" e (iii) "sviluppo di mercati secondari delle attività deteriorate" del piano di azione;

c)        alla fine di gennaio 2019 il Presidente della Commissione ECON del Parlamento europeo è stato informato dalla Commissione europea del mancato accordo politico sul Titolo V "Escussione extragiudiziale accelerata delle garanzie" in sede di Consiglio Economia. Il presidente della Commissione ECON ha sottoposto la questione ai coordinatori dei Gruppi politici, che a inizio febbraio hanno deciso a maggioranza di procedere scorporando il Titolo V dalla proposta di direttiva. Il Parlamento ha informato le altre Istituzioni di questa scelta e si è provveduto a modificare la proposta originaria eliminando il Capo V. Il Parlamento europeo ha quindi discusso solo la parte residua della proposta, quella relativa ad acquirenti e gestori di crediti, rinviando alla prossima legislatura la discussione sullo strumento unico di escussione extragiudiziale accelerata;

d)        nel frattempo, il 13 marzo 2019 il Parlamento ha approvato in prima lettura e contestualmente trasmesso al Consiglio europeo per la definitiva approvazione, nel quadro del procedimento legislativo ordinario, la proposta di regolamento del Parlamento europeo e del Consiglio che modifica il regolamento 575/2013/UE (Capital Requirements Regulation, CRR) per quanto riguarda la copertura minima delle perdite su esposizioni deteriorate (COM(2018)0134), proposta che in particolare introduce il cosiddetto calendar provisioning, ovvero uno schema di accantonamenti progressivi di capitale a fronte delle esposizioni deteriorate, distinto fra esposizioni garantite e non, fino alla concorrenza del 100 per cento delle esposizioni stesse, il cui scopo dichiarato è quello di scoraggiare "strategie attendiste" nella gestione delle esposizioni deteriorate da parte delle aziende di credito;

e)        la proposta di modifica COM(2018) 134  condiziona significativamente le  strategie degli  operatori nel mercato di cui la proposta di direttiva COM(2018) 135 si propone di incoraggiare lo sviluppo; si  pongono pertanto due ordini di problemi: uno relativo al rapporto tra le fonti normative in quanto il regolamento, direttamente applicabile negli ordinamenti degli Stati membri, dovrebbe collocarsi a valle di una direttiva che abbia definito gli obiettivi complessivi che l’Unione  si  prefigge in  un  determinato ambito; l'altro concerne la coerenza logica in termini più squisitamente economici, in quanto regole che forzano alla vendita conducono in re ipsa a un cosiddetto "mercato del compratore", distorcendo al ribasso i prezzi, in contraddizione con il principale obiettivo esplicito della proposta di direttiva, quello di favorire un aumento dei prezzi di collocamento delle esposizioni deteriorate (si veda in particolare il considerando (7) della proposta), come già osservato nel considerando  (c) della risoluzione  approvata dalla Commissione Finanze e tesoro del Senato il 10 dicembre 2018 in merito alla proposta COM(2018) 134, che invitava altresì a esaminare analiticamente gli effetti di questo approccio duale sul  sistema bancario italiano;

f)          il rischio di dare vita, anche se come effetto non voluto, ad un "mercato del compratore" potrebbe riportare all'attenzione il progetto, da più parti ventilato e comunque meritevole di attenzione, di affidare ad un ente pubblico l'acquisto e la gestione dei crediti deteriorati, anche in qualità di player non esclusivo del mercato che si intende creare: in tale prospettiva sarebbe opportuno una discussione sull'opportunità di lasciare facoltà agli Stati membri di procedere autonomamente o di inserire tale decisione in un quadro armonizzato europeo, oppure di creare un soggetto europeo;
g)        a tal riguardo, si rileva che l’approccio definito nel "Piano di azione" (COM(2017) 592), in corso di realizzazione con i citati interventi successivi, incluso quello in titolo, si basa sul presupposto che elevati stock di esposizioni deteriorate limitino la capacità del sistema  bancario  di  erogare  credito, compromettendo la crescita economica e determinando un contesto particolarmente sfavorevole alle PMI,  che per loro natura fanno ricorso prevalente al credito  bancario;  tuttavia,  le  ricerche condotte sull’esperienza italiana da esperti indipendenti e dalle autorità di vigilanza italiane conducono finora a conclusioni opposte a questi presupposti: in primo luogo, la capacità di erogare credito non apparesignificativamente correlata al livello delle esposizioni deteriorate, e  in  secondo  luogo  il rallentamento della crescita si presenta come causa, non  effetto,  dell’aumento  dello  stock  di  esposizioni  deteriorate. Sulla base delle ricerche citate, la Commissione sottolinea  che  non  esiste  alcun  modello  economico teorico che stabilisca un legame causale diretto fra il volume di queste esposizioni  e l’allocazione del  credito, mentre sul piano empirico le correlazioni osservate nel mercato italiano appaiono viziate da un problema di identificazione (cioè non denotano un nesso causale), in quanto l’aumento delle esposizioni deteriorate, e la riduzione dell’offerta di credito, sonoprecedute  logicamente  e temporalmente  da  una causa comune;

h)        inoltre, l’enfasi sulla necessità di uno smaltimento veloce delle esposizioni deteriorate attraverso cessioni ad acquirenti specializzati si scontra, nel caso italiano, con l’evidenza raccolta dalla Banca d’Italia sui tassi di recupero delle "sofferenze". Nel 2017, ultimo anno per il quale sono disponibili i dati, le sofferenze cedute, a un prezzo medio pari al 17 per centodell’esposizione lorda di bilancio, hanno avuto un tasso di recupero del 26 percento, contro il 44 per cento di recupero sulle sofferenze chiuse medianteprocedura ordinaria, per cui l’aumento delle cessioni (76 per cento delle posizioni chiuse, rispetto al 45 per cento dell’anno precedente) si è tradotto nell’aggregato in una riduzione del tasso di recupero medio (dal 34 per cento del 2016 al 30 per cento del 2017). La cessione degli NPL in simili condizioni genera perdite che superano l’effetto positivo sui rapporti patrimoniali della riduzione degli attivi ponderati per il rischio, per cui potrebbe essere la vendita, anziché il livello raggiunto, di esposizioni deteriorate, a indebolire l’offerta di credito, con pesanti conseguenze sul tessuto imprenditoriale;

i)         la creazione di un mercato più spesso, liquido, competitivo e trasparente, tramite la promozione della dimensione transfrontaliera e la rimozione degli ostacoli determinati dai costi di conformità e da altre disomogeneità normative, dovrebbe appunto scongiurare simili esiti, favorendo un incremento dei prezzi di cessione; tuttavia questi effetti astrattamente prefigurati vanno valutati nella concreta realtà fattuale del mercato italiano, in cui il rapporto fra sofferenze nette eimpieghi totali è sceso nel dicembre 2018 all’1,72 per cento (rispetto al 4,89 per cento del dicembre 2016), con una dinamica rapida e accelerata rispetto al picco di 88,8 miliardi raggiunto nel novembre 2015, sceso a 29,5 miliardi a dicembre 2018 (pari a una diminuzione di oltre il 66 per cento). Da un lato una riduzione così consistente delle sofferenze, avvenuta nel quadro normativo attuale, rende meno impellenti ulteriori interventi di smaltimento; dall’altro, è lecito dubitare che la promozione di ulteriori cessioni (e quindi di spinte dal lato dell’offerta), in un contesto caratterizzato da regole distorsive come il calendar provisioning, possa effettivamente determinare significative pressioni al rialzo dei prezzi delle esposizioni deteriorate, allineandoli ai tassi di recupero mediante procedure ordinarie;

j)          preso atto che la Commissione europea non intende dare seguito alla volontà del consiglio di sorveglianza bancaria della Banca centrale europea di prevedere meccanismi automatici ex ante di cessione dei crediti deteriorati, dovendosi ritenere superato l'addendum a suo tempo proposto dal presidente Nouy;

k)        un simile approccio lascia sullo sfondo la questione, certamente di pari rilevanza e potenziale gravità, del rischio di mercato assunto da enti creditizi che fanno largo uso di strumenti non scambiati su mercati regolamentati, ovvero delle attività di secondo e terzo livello (secondo la classificazione proposta dallo standard FAS 157), fra cui i cosiddetti derivati finanziari, la cui valutazione è ancora in larga parte soggetta a procedure interne delle banche, e quindi  è  non  sempre  immediatamente  sottoponibile  a elementi di giudizio in grado di misurarne il valore di mercato né la potenziale rischiosità. La proposta di direttiva quindi, mentre enfatizza la necessità di stabilire parità di condizioni di accesso al credito per le imprese che operano sul mercato interno, non concorre a sanare una rilevante asimmetria regolamentare che confligge con l’esigenza fondamentale di assicurare il rispetto della concorrenza;

Alla luce di queste considerazioni, la Commissione esprime le seguenti osservazioni ai sensi dell’articolo 144, comma 6, del Regolamento:

1)        si rileva in primo luogo in termini generali e preliminari che il tema della stabilità finanziaria, e in particolare quello delle esposizioni deteriorate, non può essere scisso da quello complessivo della stabilità macroeconomica. Occorre quindi che nelle appropriate sedi negoziali il Governo ribadisca l’esigenza di rafforzare la funzione di stabilizzazione macroeconomica a livello europeo.  Si sottolinea a questo proposito che la dialettica fra le funzioni di "convergenza" e "stabilità" dei nuovi strumenti di bilancio europei può essere fuorviante, in un contestoin cui le regole fiscali si basano su indicatori inerziali come il"prodotto potenziale", che incorpora in modo persistente l’effetto dishock recessivi.  In presenza di regole che accentuano questi effetti di isteresi, non ci può essere un'effettiva convergenza macroeconomica senza un'efficace funzione di stabilizzazione, poiché solo quest’ultima può evitare che la risposta asimmetrica a shock macroeconomici allontani i paesi membri gli uni dagli altri. In riferimento al sistema bancario europeo, tale sollecitazione si traduce nell'esigenza ineludibile di una visione non parcellizzata delle questioni in campo, prima fra tutte la contestualità di misure di condivisione del rischio rispetto a quelle di riduzione, e di equivalente valutazione del rischio di mercato rispetto a quello di credito.

2)        La decisione del Parlamento europeo e della Commissione di convergere su un testo che affronta solo le tematiche di gestione dei crediti deteriorati (soggetti autorizzati e vigilanza) non appare risolutiva nella logica sistematica che si sollecita.

3)        Appare opportuno rimettere alla valutazione delle autorità europee la predisposizione di un terzo strumento normativo nel quale affrontare il tema del veicolo pubblico di gestione dei crediti deteriorati ceduti dalle banche.


4)        In tale contesto occorre ancora valutare, e segnatamente tale sollecitazione investe anche il governo italiano, l’adeguatezza dei criteri di condotta stabiliti per i gestori dei crediti e le misure poste a tutela dei prenditori di credito, assicurando che queste ultime siano rafforzate, per esempio dando la possibilità al debitore di riacquistare le esposizioni deteriorate, a condizioni che evitino l’insorgere di problemi di azzardo morale.

5)        Valuti il Governo, anche nelle prossime sedi di negoziazione e di deliberazione della proposta in titolo, le possibili conseguenze di misure che potrebbero indurre le banche a liberarsi più velocemente dei crediti deteriorati cedendoli, a discapito della tutela del rapporto col creditore, a fronte di un’esperienza storica che rivela come le procedure di ristrutturazione e gestione interna si siano rivelate spesso più efficienti in termini di tassi di recupero e più idonee a mantenere il valore del credito.

6)        Valuti il Governo la necessità di richiedere in sede europea un'adeguata valutazione dell’impatto di questo apparato normativo sui debitori, con particolare riguardo alle dinamiche del mercato immobiliare.

7)        Per quanto concerne infine le procedure interne di recepimento della direttiva, data la particolare importanza politica, economica e sociale della materia da essa affrontata, la Commissione ritiene opportuno attivare la speciale previsione dell'articolo 38, comma 1, della legge 24 dicembre 2012, n. 234, recante "Norme generali sulla partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea", al fine di presentare in sede di recepimento della proposta di direttiva un apposito disegno di legge in modo da consentire una particolare compiutezza al lavoro svolto in sede di esame in fase ascendente e valorizzando la specifica analisi compiuta per elaborare la presente risoluzione e quella in riferimento all'atto 134.




(...il settimo impegno, cioè la richiesta di effettuare il recepimento con apposito disegno di legge, potrebbe sembrarvi un po' oscuro e in effetti è una première: nessuno aveva mai chiesto una cosa simile. Il recepimento delle direttive è normato dall'art. 29 della L. 234/2012, il quale prevede che:

il Presidente del Consiglio dei Ministri o il Ministro per gli affari europei, di concerto con il Ministro degli affari esteri e con gli altri Ministri interessati, entro il 28 febbraio di ogni anno presenta alle Camere, previo parere della Conferenza permanente per i rapporti tra lo Stato, le regioni e le province autonome di Trento e di Bolzano, un disegno di legge recante il titolo: «Delega al Governo per il recepimento delle direttive europee e l'attuazione di altri atti dell'Unione europea», completato dall'indicazione: «Legge di delegazione europea» seguita dall'anno di riferimento, e recante i contenuti di cui all'articolo 30, comma 2,


ovvero:

a) disposizioni per il conferimento al Governo di delega legislativa volta esclusivamente all'attuazione delle direttive europee e delle decisioni quadro da recepire nell'ordinamento nazionale, esclusa ogni altra disposizione di delegazione legislativa non direttamente riconducibile al recepimento degli atti legislativi europei;

b) disposizioni per il conferimento al Governo di delega legislativa, diretta a modificare o abrogare disposizioni statali vigenti, limitatamente a quanto indispensabile per garantire la conformita' dell'ordinamento nazionale ai pareri motivati indirizzati all'Italia dalla Commissione europea ai sensi dell'articolo 258 del Trattato sul funzionamento dell'Unione europea o al dispositivo di sentenze di condanna per inadempimento emesse della Corte di giustizia dell'Unione europea;

c) disposizioni che autorizzano il Governo a recepire in via regolamentare le direttive, sulla base di quanto previsto dall'articolo 35;

d) delega legislativa al Governo per la disciplina sanzionatoria di violazioni di atti normativi dell'Unione europea, secondo quanto disposto dall'articolo 33;

e) delega legislativa al Governo limitata a quanto necessario per dare attuazione a eventuali disposizioni non direttamente applicabili contenute in regolamenti europei;

 f) disposizioni che, nelle materie di competenza legislativa delle regioni e delle province autonome, conferiscono delega al Governo per l'emanazione di decreti legislativi recanti sanzioni penali per la violazione delle disposizioni dell'Unione europea recepite dalle regioni e dalle province autonome;

g) disposizioni che individuano i principi fondamentali nel rispetto dei quali le regioni e le province autonome esercitano la propria competenza normativa per recepire o per assicurare l'applicazione di atti dell'Unione europea nelle materie di cui all'articolo 117, terzo comma, della Costituzione;

h) disposizioni che, nell'ambito del conferimento della delega legislativa per il recepimento o l'attuazione degli atti di cui alle lettere a), b) ed e), autorizzano il Governo a emanare testi unici per il riordino e per l'armonizzazione di normative di settore, nel rispetto delle competenze delle regioni e delle province autonome.

La legge di delegazione quindi è un immenso omnibus, del quale si deve far carico la Commissione XIV in quanto Commissione di merito, coinvolgendo le altre Commissioni con funzione meramente consultiva. Si registra quindi un simpatico paradosso: mentre da un lato il Capo dello Stato esorta le Camere a non trasformare ogni decreto in un omnibus - e per questo ha tutta la mia gratitudine, in quanto da Presidente di Commissione trovo molto più facile gestire decreti in cui la specificità del contenuto consenta di applicare criteri di ammissibilità stringenti (cioè di tener fuori gli emendamenti che non c'entrano nulla, il che è ovviamente impossibile se nel decreto è stato messo di tutto!) - dall'altro l'80% della nostra produzione legislativa, che per forza di cose è di matrice europea, viene recepita con un gigantesco, magmatico, illeggibile omnibus nel quale si delega il Governo a fare di tutto! Bello, vero? Lo sapevate? Io no!

Naturalmente sarebbe delirante un sistema che funzionasse così, e infatti in teoria il sistema non funziona così: le Commissioni di merito (ad esempio, in materia di banche la VI) avrebbero uno strumento per esaminare in dettaglio il recepimento di atti di particolare importanza (l'art. 38 della L. 234/2012), ma in sette anni nessuno ha mai chiesto di farlo - come, del resto, nessuno aveva mai audito un ministro a margine di un Consiglio dell'Unione Europea. Questi sono due chiari esempi di cosa sia stato l'europeismo liturgico e di quanti danni ci abbia fatto. La logica era: "Noi italiani siamo merda, se qualcosa viene da lì sarà sicuramente migliore di come l'avremmo fatta noi, e quindi chi se ne frega di come lo hanno fatto: prendiamocelo e pensiamo ad altro!" Una logica che non ha funzionato benissimo, anche perché l'Europa non ha funzionato benissimo, è non performing, è in sofferenza, per motivi che voi conoscete da tempo, e che io ho ricordato ieri a questa tavola rotonda, dal minuto 26:



...un intervento non esattamente liturgico, che spero sia stato compreso. Se poi sia stato condiviso o meno, devo dirvelo, non mi interessa molto. In questo blog non ho mai cercato il vostro consenso, né lo cerco da politico. Purtroppo per tutti noi la Storia ci sta dando ragione e non vedo molti argomenti da opporre ai tre che ho enunciato nei minuti che mi sono stati dati:

1) un progetto la cui forza è la creazione di un mercato unico si indebolisce nel momento in cui pratica una politica mercantilistica di prevalente affidamento alla domanda estera (ma del resto, e questo non l'ho detto, è costretta a fare così se motivi di coesione del sistema costringono a mantenere il tasso di cambio della moneta unica sottovalutato);

2) un progetto che si basa su un forte richiamo etico alle regole perde credibilità se le regole vengono cambiate ogni volta che fa comodo al più forte;

3) un progetto che esclude l'intervento pubblico dal settore finanziario per evitare problemi di moral hazard, e propugna soluzioni di mercato sotto forma di fusioni, conduce a banche too big to fail, riproponendo il problema di moral hazard su una scala più grande.

Tre proposizioni semplici, dirette, incontrovertibili.

Questa è la NPE, cioè la NPEU: Non Performing European Union. E questo è un post su come si lotta sfruttando la forza dell'avversario: con molto studio e molta tenacia. Si lotterà meglio quando, dopo il 26 maggio, avrete dato un po' più di forza a noi: cartolarizzate il vostro dissenso nella scheda elettorale, e lo veicoleremo dove saranno costretti ad ascoltarlo...)

martedì 9 aprile 2019

The awanagana approach to monetary theory and policy (chapter 2)

(...la settimana è iniziata in salita. Approfitto di un'oretta di pausa in aeroporto, di ritorno dalla Morte Nera, per aggiungere un'altra pennellata al quadro abbozzato nel post precedente. Poi sarà il decreto Brexit: audizioni, emendamenti, ecc. Non so quando potrò riprendere il tema, che è più importante di quanto l'umorismo involontario di chi ce lo ha proposto possa lasciar supporre. Direi che è il tema. La genesi dell'inflazione è tema politico per eccellenza, perché incide direttamente sulla distribuzione del reddito e della ricchezza. Un tema un po' troppo serio per essere gestito in modalità awanagana su Twitter, ne converrete. Allora, prima di andare avanti, vediamo un po' meglio come stanno le cose accettando la metrica insensata del nostro gentile interlocutore: la correlazione fra tasso di crescita della massa monetaria e tasso di crescita di un indice dei prezzi...)

Nel primo capitolo abbiamo visto che il metodo usato dagli economisti meno raffinati (che non vuol dire più cialtroni) per dimostrare che la moneta causa i prezzi, ovvero la correlazione campionaria semplice fra i tassi di crescita della massa monetaria e dei prezzi, presenta una ovvia debolezza: questo coefficiente di correlazione è una statistica intrinsecamente fragile, perché è molto influenzabile da osservazioni estreme (outliers). Questa critica è preliminare rispetto a una critica più radicale, che faremo nel prossimo capitolo: correlazione non è causazione (ci tornerò dopo).

Prima di andare avanti, però, vorrei rafforzare il mio argomento facendovi vedere che cosa succede alla correlazione campionaria se winsorizziamo il campione. "Winsorizzare? E che d'è?", si chiederanno i miei 20 (mila) lettori... (perché il mondo è ingiusto: condanna i seguaci del mercato e del merito a vedere che il mercato premia me e castiga loro, che ritengono di avere tanto merito...).

Bè, amici, non so come dirvelo... Io sono sì un politico che sa fare il politico (ascolto tutti con rispetto, cosa che a Essex devono ancora imparare a fare, cerco la mediazione, coinvolgo tutta la maggioranza, valorizzo le opposizioni, evito incidenti inutili col governo, riferisco ai miei superiori, ecc.), ma sono anche un tecnico. Di statistica ne ho fatta e studiata tanta, e con dati veri, quindi mi sono dovuto confrontare spesso con problemi pratici, come è appunto quello della gestione degli outliers. Ora, non accusatemi di essere anch'io un awanagana: se è del tutto superfluo dire "E' tuo modo di dirmi che nonneutrality of money and growth effects of countercyclical fiscal policy sono ipotesi assurde?", perché si può tranquillamente dire: "è il tuo modo per dirmi che la non neutralità della moneta e gli effetti sulla crescita di politiche anticicliche sono ipotesi assurde?", winsorizzare si può dire solo così: uinsorizzare.

Voglio essere preciso, perché i Kindersoldaten della moneta merce, avendo visto che qui c'è pane per i loro denti, si trasformeranno in precisazionisti, previa visita al coautore che sa la statistica. Qui abbiamo a che fare con una distribuzione fortemente asimmetrica (di fatto, ci sono solo outliers positivi), quindi la metodologia standard di rimozione degli outliers non avrebbe molto senso. Semplicemente, desidero farvi vedere cosa succede se invece di tutti i paesi per i quali i World Development Indicators ci forniscono dati, ci conteniamo considerando solo quelli che hanno storicamente manifestato un processo inflattivo in media "normale". Per capirci, quelli che nel lungo periodo hanno avuto un tasso di crescita medio della massa monetaria nominale e dell'indice dei prezzi al consumo contenuti al di sotto del 20%.

Succede questo:


Come vedete, vicino all'origine la nuvola appare molto più dispersa. Il coefficiente di determinazione della retta interpolante scende a 0.26 e la correlazione semplice scende a 0.51 (è comunque sempre positiva e statisticamente significativa). Diciamo che la vita vera sembra un po' diversa da una successione di punti allineati lungo quella che in un altro ambito definimmo la legge di Travaglio (non so se ve la ricordate). Tenete presente che vale il solito caveat: queste statistiche sono molto rough. I punti rappresentano medie prese sul perodo 1960-2016, e ovviamente in alcuni casi mancano dati, in altri il campione in cui viene osservato l'indice dei prezzi non è esattamente allineato con quello sul quale sono disponibili i dati dello stock di moneta, ecc. Tuttavia, questo vale soprattutto per i paesi patologici, per gli outliers: se l'iperinflazione consegue a un evento bellico, è anche probabile che nelle statistiche ci siano "buchi". Sotto i bombardamenti la gente ha di meglio da fare che rispondere ai questionari degli istituti "domestici" di statistica (unsurprisingly enough). Nei paesi con un processo inflattivo "normale" il flusso di dati è molto più regolare, e comunque i dati ve li ho forniti nel post precedente: non escludo che con un po' di pulizia e soprattutto con molto cherry picking si possano far saltar fuori correlazioni più impressionanti.

Correlazioni di princisbecco, però, per due motivi: il primo è che anche in questo scatter stiamo mischiando la lana con la seta (che cosa abbia a che fare la Norvegia con lo Yemen mi andrebbe spiegato bene, ma molto bene...), e il secondo è che "endogenità della moneta" significa che invece di essere la moneta a causare i prezzi, potrebbero tranquillamente essere i prezzi a causare la moneta. Voi, che avete letto L'Italia può farcela, sapete benissimo come ciò potrebbe accadere (se lo avete dimenticato, rileggetevi il paragrafo Moneta e inflazione in pratica, alle pagine 132 e seguenti, in particolare pagina 138).

Per concludere, visto che abbiamo citato lo Yemen, questo paese in effetti una cosa particolare ce l'ha: è l'unico fra quelli inseriti nel campione ristretto in cui lo scarto fra tasso di crescita della massa monetaria e tasso di inflazione sia inferiore a uno. In tutti gli altri i due tassi sono più distanti (e in media la crescita della massa monetaria è maggiore della crescita dei prezzi). Può essere utile andare a vedere come vanno le cose in questo paese così allineato al modello concettuale dei Kindersoldaten, esaminando i dati nel time domain, cioè visualizzando inflazione e crescita della massa monetaria anno per anno, nel periodo in cui i dati sono disponibili (dal 1991):


Eccovi serviti! Notate nulla? Forse no, ma non è colpa vostra: non siete del mestiere, non siete cresciuti come me a pane e dati, e questo vi rende molto simili al nostro amico awanagana (che però ha su di voi il vantaggio di avere due paper top ten). Bene, vi svelo l'arcano. Si vede che in Yemen c'è stato un problemino nel 1995, giusto? Se non ve lo ricordate, potete recuperare qui: una simpatica guerra civile che, come simpaticamente accade, ha generato uno spike nei tassi di inflazione e offerta di moneta (se devo spiegarvi perché siete lettori del 24 Ore). Quindi anche qui c'è stato un visibile outlier, determinato da una contingenza storica.

Ora: il tasso di correlazione su tutto il campione è pari a 0.57: positivo e significativo. Se invece escludiamo l'evento bellico e calcoliamo la correlazione dal 1997 in poi, il tasso (si vede a occhio, ma per chi come voi è inesperto e per chi come awanagana vaga nell'iperuranio occorrerà il numeretto) è -0.33 (trovate tutto nel foglio linkato al post precedente).

Cosa ne dovremmo concludere? Che quando non ci sono guerre l'espansione di massa monetaria causa deflazione? Bè, se ci guardiamo intorno questo modello concettuale sembra decisamente più plausibile della "legge di Travaglio" applicata all'inflazione (cioè: un punto di crescita della moneta si traduce in un punto di inflazione...). Ma ovviamente le cose non stanno così: semplicemente, il mondo è un po' più complicato di come ce lo vuol far sembrare chi mette nelle stesse summary statistics il paese più povero e quello più ricco del mondo.

Ci sono più cose fra moneta e prezzi, Daniele, di quante ce ne siano nella tua matematica. So che non ho bisogno di dirti che è una parafrasi... o almeno spero di non dovertelo dire!

Stay good (stammi bene) e cortesemente aspetta il terzo capitolo: la ciccia è lì...

The awanagana approach to monetary theory and policy (chapter 1)

Tutto nasce da questo mio tweet. Nella discussione si inserisce, senza nemmeno che me ne accorga, il nostro eroe, che elargisce varie perle di saggezza, fra cui segnalo questa:


che in un primo momento non collego nemmeno al mio tweet iniziale.

Mi colpisce però immediatamente un dato: l'autore del tweet sa poco di moneta, ma in compenso non sa molto di asset pricing. In effetti, l'idea che il prezzo delle azioni sia correlato al capitale fisico da esse rappresentato (?) non l'avevo mai incontrata nei miei studi. Nei modelli il valore fondamentale di un'azione è associato al flusso prospettico di dividendi futuri (più esattamente, è il valore attuale medio di questo flusso di dividendi): basta aprire il Blanchard-Fischer o qualsiasi altro testo post-graduate. In pratica contano anche altri fattori, come lo stato delle aspettative, che può determinare fenomeni di bolla speculativa (lo "scollamento" del prezzo dal suo valore fondamentale, dovuto al fatto che gli investitori per qualche motivo si aspettano che il prezzo cresca, innescando un ciclo di aspettative autorealizzanti: una parte della spiegazione è qui).

Più in generale, l'idea di associare le banconote (anzi, scusate: i soldi...) alle azioni muove al sorriso, ne converrete, soprattutto se la si motiva con l'ipotesi che l'emissione di azioni sia legata all'esistenza di un sottostante (il capitale fisico dell'azienda), e questo per il semplice motivo che l'emissione di moneta invece non è (mai stata) legata a un sottostante (le riserve auree o qualsiasi altra cosa avesse in mente l'autore del tweet). Sappiamo infatti che il gold standard è morto con la Seconda guerra mondiale e che il gold exchange standard è stato sotterrato da Nixon nel 1971. Andrebbe anche aggiunto che pochi sanno come funzionasse effettivamente il gold standard: perfino in quel sistema l'offerta di moneta non era esogena (cioè predeterminata dallo stock fisico di oro disponibile nei forzieri della banca centrale), come ci spiegò a suo tempo uno di voi, e i cambi non erano rigidi (perché predeterminati dal contenuto aureo delle monete), ma avevano un discreto grado di flessibilità nominale che rendeva il sistema meno assurdo di quello in cui viviamo, come ci ricordano Catao e Solomou. Quindi la prima legge del gold standard è che se uno vi parla del gold standard quasi certamente non sa di cosa vi stia parlando (a meno che non sia un lettore di goofynomics): è un po' come per Adam Smith: se ve lo citano, non lo hanno letto.

Ma questa è accademia, per voi, che avendo avuto l'umiltà di seguirmi in tanti anni e di leggere i testi che vi proponevo, come io ho letto i testi che mi proponevate voi, siete ormai degli specialisti. Un percorso di arricchimento comune che ha innalzato il livello culturale del dibattito, a un punto tale che capisco che chi oggi vi si affaccia da turista possa trovare qualche difficoltà.

Comunque, la faccio breve: a questo sproloquio reagisco sconsolato così:


Perché, sinceramente, tutto va bene: ma uno che identifica la moneta con "i soldi" sinceramente a me sembra che farebbe meglio ad esprimersi in ambiti del pensiero prudentemente distanti dall'economia monetaria, e forse dall'economia tout court.

Non mi ero reso conto del fatto che le cose stavano molto peggio di così.

Piccato, il nostro esperto ingaggia una discussione, che io tronco subito, senza fare attenzione a un dettaglio:


In effetti, da uno che dice castronerie simili non potevo aspettarmi che fosse un collega (e invece lo è, e anche bravo, come poi vi mostrerò: ma bravo come il dottor Cottard, naturalmente...). Eppure, il "marker awanagana", come lo chiamerebbe il nostro amico Pedante, avrebbe dovuto mettermi in guardia: "analogia con equity è parziale", cioè: "l'analogia con le azioni è parziale"...

Perché dire in inglese, o meglio in ingliano, una cosa che potresti dire in italiano? L'amico mi incuriosiva, e così vado a curiosare nella sua TL, che si rivela un'autentica miniera di perle:




La mia prima riflessione è stata: "Ecco un poraccio che si ammanta di un po' di termini gergali per conferire a se stesso un'autorevolezza che non possiede!" Una riflessione condivisa da alcuni di voi:


che con una certa leggerezza, e con l'amabilità di chi ha letto qualche libro senza figure, ironizzavano sul nostro nuovo amico:

(facendosi riprendere dai tanti precisazionisti in agguato sulla mia TL...). Tant'è che le mie risposte si facevano un pochino più affilate...



...stimolando il nostro nuovo amico a cacciare l'argomentone: le correlazioni di Mervyn King, tratte da No woman no cry... anzi, no: No money no inflation! (C'è un po' di confusione, ma doesn't matter, come direbbe Daniele: sono solo due canzonette, una particolarmente priva di senso...).

A questo punto mi viene un dubbio: cerco meglio, e mi accorgo con raccapriccio di essermi sbagliato: Daniele Condorelli pare sia questa roba qui, ed è oggettivamente roba buona. Journal of Political Economy e Review of Economic Studies sono due fra le riviste top 10 in economia, il che significa che Daniele, che fra l'altro è più giovane di me, potrebbe meritatamente diventare un professore ordinario molto prima di me.

Una buona notizia per lui: una pessima per noi, e più specificamente per la reputazione del mondo accademico, quando vi avrò fatto capire che cosa non capisce: una cosa che voi capirete, perché è piuttosto intuitiva, e che lui non ha capito, anche se non gliela ho nascosta (strano, per uno così bravo).

In un modo un po' sfilacciato, a causa dei miei impegni, la discussione infatti proseguiva:


(vorrei dire a Daniele che non deve chiamarmi Prof. Dott. Sen., ma semplicemente Presidente: solo che uno che non capisce cosa sia una correlazione spuria cosa volete ne capisca di etichetta!?).

Le mie obiezioni circa la validità di "silver bullet" di questo tipo (le correlazioni fra tasso di crescita della massa monetaria e tasso di crescita dei prezzi, cioè inflazione) sono di due ordini, e sono chiaramente espresse: la prima è che la natura endogena della moneta le rende particolarmente prive di senso, nel senso che impedisce di stabilire se il comovimento osservato dipenda dal fatto che una delle due variabili causi o meno l'altra. Ma di questo parliamo un'altra volta: sono concetti troppo raffinati per lui - non per voi - e non vale la pena di sprecarsi troppo (ho incontrato venti persone in dodici ore, sono piuttosto stanco). La seconda obiezione è che correlazioni di questo tipo sono verosimilmente influenzate da osservazioni anomale (outliers). Questo, invece, voi potreste non capirlo immediatamente, perché qui non ne abbiamo mai parlato. Tuttavia, a capirlo non ci vuole molto. Prendetevi il grafico 1 di Bob Marley:

e leggetevi la didascalia: le osservazioni in cui una o l'altra delle variabili eccedessero il 100% di crescita sono state espunta dal grafico. Certo, perché storicamente si sono presentati casi di paesi con inflazione (o crescita della moneta) anche a quattro cifre!

Volete vedere com'è fatto il grafico "completo"? Basta prendere i dati e rifarlo. La fatica l'ho fatta io, mentre volavo verso la Morte Nera:


I dati sono dall'edizione 2017 dei World Development Indicators (li trovate qui, mi scuso per il disordine, ma almeno c'è tutto) e dovrebbero quindi coincidere sostanzialmente con quelli di Bob Marley, a parte il fatto che 16 anni dopo ci sono 16 dati in più. Ma visto che il nostro amico Awanagana tiene molto al long run, questo non dovrebbe essere un particolare problema! In effetti, la retta interpolante ha un R-squared di 0.68 e la correlazione semplice fra le variabili è un bello 0.83. Risultati sostanzialmente analoghi a quelli di Marley. Apprezziamo anche il fatto che Bob King (o Mervyn Marley) abbia espunto le osservazioni eccedenti 100 dai suoi grafici. Ciò li rende molto più leggibili.

Tuttavia, il mio punto (come direbbe Awanagana) resta, ed è il seguente: quando un campione di osservazioni ha anche una sola osservazione anomala, cioè posta molto al di fuori della nuvola di punti, è facile che i dati manifestino una correlazione, anche se sono per costruzione stocasticamente indipendenti (e quindi linearmente indipendenti, e quindi incorrelati: questo voi non lo capite, ma lui dovrebbe capirlo: però non lo capisce, ma questo però è un problema suo - e dei suoi coautori!). Guardate ad esempio quest'altro grafico, la cui struttura, un po' stilizzata, ricalca abbastanza da vicino quella dei grafici di Mervyn Marley (o Bob King):



Sapete qual è la correlazione campionaria fra i dati qui rappresentati? 0.92... Una correlazione almost perfetta, vero, Awanagana? Solo che c'è uno little problema, my friend, e ora provo a spiegartelo. La correlazione in the population, Awanagana, è zero by construction, perché i data rappresentati sono stocastically indipendenti by costruzione, my dear. Surprise, surprise! Se non ci credi, guarda come è stato costruito il grafico (hint: con la funzione CASUALE() di Excel). L'esistenza di un unico outlier basta a produrre una correlazione miracolosa, che però non significa una mazza di niente, visto che le variabili sottostanti sono del tutto incorrelate: fra di esse non esiste alcuna particolare associazione, come del resto non ne esiste, nei grafici del monetarista reggae, fra paesi in via di sviluppo piagati da iperinflazione e paesi capitalistici avanzati caratterizzati da un normale processo inflazionistico.

Mettere in uno stesso grafico paesi in cui il processo inflazionistico ha origini così diverse (dell'iperinflazione abbiamo parlato in altra sede, e comunque che l'Argentina non è l'Italia altri hanno dovuto impararlo a loro spese) è una sottile forma di disonestà intellettuale: consente di drogare la correlazione fra due variabili che da dirsi hanno meno di quanto si creda, semplicemente introducendo osservazioni anomale che "gonfiano" il coefficiente di correlazione campionario per un mero artefatto statistico.

Got it?

Non credo.

Ci sono cose che se potessero essere capite non dovrebbero essere spiegate, e se devo spiegare una cosa così banale a un tronfio giovincello di Essex non posso però illudermi che lui possa capirlo.

Ci vuole tanta umana pietà, e io l'ho dimostrata:



Ho riconosciuto la sua eccellenza (su cui fra un po' torno), ho chiarito il punto, e ho ricevuto solo un modesto ammontare di dileggio, e l'accettazione di un rischio che con me è una certezza: il rischio del ridicolo, perché voi, cari amici neoclassici, un po', ridicoli, lo siete.

Ma siete bravi.

Ed è appunto con una riflessione sull'eccellenza, sulla meritocrazia, che vorrei concludere questa breve nota, scritta al termine di un viaggio nella Morte Nera. Non ci sono dubbi: per i correnti standard di valutazione della ricerca scientifica Daniele è uno scienziato brillante. Perché allora non capisce una cosa così semplice? C'è l'effetto Cottard, e c'è forse anche l'effetto Flaiano: la specializzazione, in effetti, genera mostri. Ma la spiegazione non può esaurirsi qui, con una reminescenza letteraria o con un tagliente aforisma. Daniele è sicuramente accecato dall'ideologia: la moneta merce è un caposaldo del liberismo. E Daniele è anche giovane: io non so tante cose, ma mediamente me ne rendo conto, e non vado a sfottere chi le sa. Quando non so chiedo: è il principale beneficio di possedere un ego dolorosamente strutturatosi.

Tuttavia, anche questo non basta. La giovane età conserva le asperità del carattere: c'è chi rispettoso ci nasce, e chi ci diventa con tante brutte esperienze (c'è anche chi non lo diventa mai, ma non fa molta strada e sono certo che questo non sarà il suo caso). A me però sembra evidente il problema principale: questa sovrabbondanza di competenze, anzi, di coNpetenze, si associa nel nostro amico a un forte isolamento culturale. Gli mancano alcune letture, gli mancano i classici, gli mancano #lebbasi, e non mi riferisco a Proust (non sia mai: troppo lungo, troppo noioso e non abbastanza nazista per Marco Basilisco), non mi riferisco a Flaiano (un oscuro scrittore di provincia), no, no: mi riferisco a lui:


...ecco: sarebbe bastato aver visto un film che tutti hanno visto per capire che quando fai l'ammeregano a sproposito le cose rischiano di finire male. La cultura, dicono, non si mangia... ma intanto ti salva dalle randellate! Le hai cercate, le hai volute, te le ho date, e ora vai nella tua tweet line a spiegare ai tuoi diciotto follower che hai ragione tu. Oppure fatti uomo, cerca di capire quello che ti ho spiegato, e cresci. Il secondo capitolo dipenderà da come reagirai: sta a te renderti ridicolo, screditando la professione. Io ho cercato di evitartelo. Buona notte!




(...sì, lo so, è desolante: questi sono quelli bravi! Non parlo solo del dato scientifico, ma anche e soprattutto di quello umano. La cecità ideologica, l'argomentare solo ad auctoritatem e ad personam, la prosopopea... Questo è il sistema che abbiamo creato. Ma guardate il bicchiere mezzo pieno: per la prima volta nella storia della Repubblica c'è un Presidente di commissione finanze che sa riconoscere una correlazione spuria quando la incontra. E ce lo avete messo voi! Potete essere fieri di voi stessi, anche se non parlate come nel Kansas City!...)





sabato 6 aprile 2019

Mozione

La mozione è un "atto inteso a promuovere una deliberazione del Senato", ai sensi dell'art. 157 del Regolamento. Deve essere presentata da almeno otto senatori. Io finora ne ho presentate due, come risulta dalla sezione Presentazione di documenti della mia Scheda di attività: una con l'intero gruppo Lega per chiedere una moratoria della riforma delle Bcc, che non venne discussa perché Governo e Commissioni non erano state ancora costituite e quindi l'attività parlamentare era estremamente ridotta, e una con i colleghi delle Commissioni Finanze e Bilancio per chiedere che venga definito con una norma di interpretazione autentica l'assetto proprietario delle riserve auree del paese (la stampa cialtrona e fallimentare ha parlato di "assalto dei populisti all'oro di Bankitalia": poverini, mi fanno pena: più berciano, e meno vengono ascoltati...).

Quest'ultima mozione è invece stata discussa, dato che nel frattempo la legislatura è entrata a regime. Il regolamento prevede che il proponente illustri la mozione (ma può anche darla per illustrata, volendo, visto che il testo viene naturalmente distribuito all'aula). Lo specifica l'art. 158 del Regolamento, il quale stabilisce anche che "le mozioni relative a fatti od argomenti identici o strettamente connessi formano oggetto di un'unica discussione". I tempi dell'illustrazione e della discussione sono quelli definiti dal capo XII del Regolamento, il quale stabilisce fra l'altro che non si possono discutere argomenti che non siano all'ordine del giorno, che si intervenga in piedi e dal proprio posto, che non si possa intervenire due volte nella stessa discussione, e che gli interventi di norma durino non più di dieci minuti.

Sull'oro (cioè su loro) sono intervenuto due volte... perché non sono intervenuto in discussione! Prima ho illustrato:


poi, dopo la chiusura della discussione generale, e dopo che il Governo aveva espresso parere favorevole alla mozione presentata dal mio gruppo, sono intervenuto in dichiarazione di voto:


(noterete che nel primo caso il turno di presidenza era del Presidente Alberti Casellati, nel secondo del vicepresidente Rossomando).

Come avrete capito dal video, non mi è sembrato il caso di perdere tanto tempo in dichiarazione di voto a spiegare come mai avrei votato a favore di una tautologia. Mi è sembrato più utile chiarire perché avrei votato contro le altre mozioni che facevano parte della stessa discussione.

Ah, a proposito, tornando agli analfabeti funzionali: indipendenza non solo non è irresponsabilità, ma non è nemmeno autonomia. Con grave scorno di quelli che hanno voluto radere al suolo la Grecia, in giro c'è ancora qualcuno che il greco l'ha studiato nella scuola di Gentile, e quindi conosce il senso e il peso delle parole. Quando un uomo con la cultura incontra un uomo con le competenze, l'uomo con la cultura è un uomo morto. Ci hanno detto così? Vediamo se è vero.


(...vi reitero la mia preghiera di non cedere alle provocazioni. Non ci sono solo i black bloc. I social sono pieni di persone che, dichiarandosi dalla nostra parte, adottano atteggiamenti impropri. Non so se siano pagati per farlo - certamente non molto - ma anche laddove lo facciano gratis questi signori non vanno seguiti ma bloccati senza pietà. Anche i poveri scemi del facciamoride vanno bloccati. Qualche anno fa alcuni social (ad esempio Twitter) erano un luogo dove ogni tanto si svolgeva qualche discussione interessante. Oggi sono solo uno strumento per distrarvi e per attirarvi in trappole. Usate la più estrema cautela. Notate che a me dello shadow ban che sto subendo su Twitter, e in qualche modo anche su YouTube, dove mi riportano strane anomalie nell'indicizzazione dei contenuti, mi interessa il giusto, cioè, vi garantisco, molto, ma molto poco. Twitter è una frazione di una frazione di una frazione dell'elettorato. La vita vera è fuori, dove gli altri, i competenti, non possono affacciarsi, per evitare di essere presi a sputi in faccia. Quel momento, certo, potrebbe venire anche per noi. Per ora però riempiamo le piazze. Occorre molta pazienza e determinazione. La censura è arrivata tardi: avete visto uno spiraglio di luce e volete uscire dalla caverna. Il regime, con i suoi patetici cani da guardia, non può farci nulla. Evitate di mettervi nei guai, e ricordatevi sempre di verificare chi vi sta parlando, per capire perché vi sta dicendo certe cose. Per inciso, e a proposito di shadow ban, usare la forza dell'avversario:



significa anche che se bisogna creare un budget dell'Eurozona, bisognerà pure dotarlo di risorse proprie. Non aggiungo altro, voi siete persone evolute, e degli altri facciamo serenamente a meno...)

(...giovedì è stata una giornata particolarmente pesante: ma non è che quando non devo parlare così tanto in pubblico le cose siano molto meno impegnative. C'è tanto da fare lontano dai riflettori. Sono cose che non si prestano al tifo da stadio, e mi dispiace per chi non può farne a meno. Gli altri si faranno una ragione di certe delusioni...)

martedì 2 aprile 2019

Analfabetismo funzionale

Il lavoro che sto facendo è complesso, e certo non mi aspettavo che fosse semplice, dato il contesto interno e quello internazionale, ma confesso di aver un po' sottovalutato la quantità di complicazioni inutili derivanti da un diffuso analfabetismo funzionale. In tutta evidenza, i competenti e i loro organi di propaganda ignorano (o fingono di ignorare?) che lo Stato  (ente dotato di potestà territoriale) non è il Governo (organo complesso posto al vertice dell'apparato amministrativo dello Stato), che la detenzione (il fatto di avere la materiale disponibilità di un bene) non è la proprietà (diritto di godere e di disporre delle cose in modo pieno ed esclusivo), che l'indipendenza (condizione di chi è indipendente) non è irresponsabilità (l'essere irresponsabile), e via dicendo. Peccato. Si perde tempo inutilmente, quando oggi le moderne tecnologie ci consentirebbero di risparmiarlo. Non solo il significato delle parole è a portata di clic, come vi ho appena dimostrato, ma lo sono anche i testi in discussione nelle aule parlamentari, che basterebbe leggere (mi pare che questo sia sufficientemente chiaro), come pure, per gli europeisti liturgici, sono a portata di clic anche le migliori prassi dei paesi che per anni ci sono stati ritualmente proposti come modelli  (basta il titolo: per gli analfabeti funzionali chiarisco che in italiano è "L'oro della Germania", non "L'oro della Bundesbank").

A queste migliori prassi gli europeisti pragmatici semplicemente chiedono che il nostro paese si adegui. L'esigenza di adeguare le nostre istituzioni a quelle dei nostri partner di maggiore successo mi sembra non necessiti di spiegazioni: è tautologica, come è tautologico dire che le riserve dello Stato sono dello Stato (peraltro, questo principio basilare lo troverete affermato negli ordinamenti di qualsiasi paese civile: ad esempio, all'art. 9-bis dello Statuto della Banca centrale belga, o alle Sezioni 3 e 16 dello Statuto della Banca centrale olandese,  o all'art. 7, comma 3, lettera c, dello Statuto della Banca centrale spagnola, e vi risparmio altri esempi, perché voi, miei cari lettori, siete persone con un minimo di attrezzatura culturale - e quindi sapreste trovarveli da voi, ma, soprattutto, non ne avete bisogno! Sapete bene che l'accumulo di riserve, e in particolare quindi anche di riserve auree, consegue dai surplus di bilancia dei pagamenti che sono il risultato dell'industriosità dei cittadini di un paese, come riconosce, con onestà intellettuale, la mozione dei nostri oppositori di sinistra, e quindi ad essi appartengono, come precisa, con un eccesso di populismo, a mio avviso fuorviante - se pure apprezzabile nelle intenzioni e corretto nella sostanza - il sito dei nostri cugini d'Oltralpe). Eventualmente andrebbe spiegata la sospetta resistenza a una esigenza tanto ovvia (sospetta perché nei paesi civili l'ovvio, come abbiamo visto, viene affermato senza difficoltà, e viene  con altrettanta scioltezza confermato dalle più autorevoli istituzioni europee, alla cui competenza ci inchiniamo - anche se da tanta competenza preferiremmo scaturisse anche qualche risultato, come ad esempio un tasso di inflazione vicino al proprio target del 2%...). Ma questa spiegazione ci interessa fino a un certo punto: in aula contano i numeri, non le intenzioni. Certo, questo sarà un problema per chi finora ha chiesto più Europa per gli altri, sperando di averne meno per sé. Ma dei problemi di chi ha ragionato con un simile meschino egoismo possiamo anche non farci carico noi. Se n'è fatta carico per tanti anni la nostra attuale opposizione, trascurando, purtroppo per lei, un dettaglio fondamentale: gli Italiani sono un popolo dignitoso e generoso. Siamo, è vero, individualisti (forse anche perché ce lo possiamo permettere), ma l'egoismo ci infastidisce, ed è passato di moda, sostituito da una attenzione razionale, prima che sentimentale, per l'interesse collettivo.

Mi dispiace: è andata così...

martedì 5 marzo 2019

Questa è a/simmetrie!

Credo che tutti voi sappiate cos'è Sparta, ma qualora ve ne foste dimenticati, vi fornisco un gentle reminder:


Questa è Sparta.

A giudicare da quanto leggo su certi giornali dalla performance non particolarmente brillante, mi pare di capire che non tutti sappiano che cos'è a/simmetrie. Anche in questo caso, fornisco un gentle reminder:


Questa è a/simmetrie.

Un luogo molto meno violento, anzi: del tutto non violento, ma assolutamente non meno libero e coraggioso di Sparta. Una associazione di promozione sociale dove in modo trasparente e rispettoso delle regole cittadini di tutti gli schieramenti politici si sono riuniti per promuovere un dibattito aperto, coinvolgendo intellettuali significativi (vedi sopra), ascoltando e favorendo il confronto fra tutti (cioè tutti) gli esponenti politici:


dove si sono organizzati convegni scientifici con la partnership di associazioni scientifiche internazionali, dove si è affrontato al massimo livello possibile di rigore metodologico il tema rilevante delle asimmetrie europee, e dove si è fatta ricerca ai massimi standard di qualità metodologica su temi sollevati con la consueta faciloneria dalla corte dei miracoli che popola i nostri media (il famoso prezzo della benzina che sarebbe aumentato di sette volte...).

Tutto il resto, incluso l'assimilazione di una associazione di promozione sociale a una fondazione politica, è vile diffamazione e come tale verrà trattato.

Quando, nel 2013, ho fondato asimmetrie con Claudio Borghi, solo una cosa ci accomunava: il desiderio di promuovere un dibattito libero. A quell'epoca lui si riconosceva politicamente nello schieramento conservatore (ma non nella Lega), e io in quello progressista (ma non nel PD). Claudio si dimise dal direttivo quando entrò in politica, e così ho fatto io a dicembre scorso, per due ordini di motivi. L'attività politica mi assorbe al punto che non riesco più a produrre ricerca di qualità, e d'altra parte la presenza di un politico nel board di un'associazione scientifica si presterebbe a strumentalizzazioni (come sta facendo: ma sono gli ultimi rantoli di un sistema dei media di scarso spessore, dal quale le forze di mercato ci stanno progressivamente liberando). Aggiungo che la legge "spazzacorrotti", nei suoi lodevoli intenti, avrebbe comunque determinato, a seguito della mia esposizione politica, ulteriori aggravi burocratici per a/simmetrie, con i relativi costi di compliance che un'associazione che viveva di piccoli contributi volontari difficilmente avrebbe potuto sostenere.

Quindi ho deciso di fare un passo indietro, con un certo rammarico (tu lascerai ogne cose diletta...), ma con la certezza di aver fatto la cosa giusta. Se il progetto è valido, sopravviverà al ritiro dei suoi fondatori, soprattutto considerando che è stato lasciato in ottime mani. Se non lo è, è giusto che si estingua, come è giusto che si estingua tutto quello che non funziona, per lasciar spazio a iniziative nuove, più sane e vitali.

E a questo proposito aggiungo un disegnino:


Gli addetti ai lavori lo riconoscono, e tanto basti. Cenere alla cenere, mercato al mercato...

domenica 3 marzo 2019

Produzione scientifica (i coNpetenti...)

Il pomeriggio volge al termine, e non mi pare vero di aver passato tutta la giornata a casa. Fatemi spendere una mezz'oretta risicata, fra lo studio di una direttiva e quello di un disegno di legge, per mettere i puntini sulle "i" della parola "competenti". Ce n'è una sola, e in effetti il punto è uno, e solo uno. In ambito scientifico la competenza si misura coi risultati raggiunti in termini di pubblicazioni. Il resto interessa meno. Le pubblicazioni si valutano sotto almeno due profili: la quantità e la qualità (fare un'unica cosa bellissima e poi dormire sugli allori non è segno di grande vivacità intellettuale). La qualità, a sua volta, può misurarsi in tanti modi: soggettivamente, o con criteri oggettivi come il numero di citazioni, partendo dal presupposto che se un lavoro ha detto qualcosa di qualitativamente rilevante, di innovativo, di utile, sarà stato preso come riferimento da un numero elevato di lavori successivi.

Come vi ho spiegato in un altro post, per combinare queste due valutazioni (qualitativa e quantitativa) si usa un indice sintetico, il cosiddetto h-index, con l'acca di Hirsch. Un h-index pari a n indica che l'autore considerato ha n lavori citati almeno n volte. Quindi, un autore con 100 lavori dei quali uno solo citato 100 volte (e gli altri zero) avrà un h-index di uno, mentre uno con solo dieci lavori ognuno citato sole dieci volte avrà un h-index di 10. Naturalmente bisogna anche intendersi su cosa si intenda per pubblicazione scientifica, cioè su quale sia la "popolazione" (in senso statistico) da considerare per calcolare queste statistiche. Google Scholar è di manica abbastanza larga: considera ad esempio anche i saggi divulgativi (e quindi, nel mio caso, Il tramonto dell'euro). Il database utilizzato come riferimento dalla comunità scientifica italiana, in particolare ai fini dell'ASN, è, come vi ho spiegato a suo tempo, Scopus, che ha criteri di ammissibilità più stringenti. In effetti, quando fai domanda per l'abilitazione ti chiedono quante pubblicazioni scientifiche hai, e di queste quante sono Scopus, e di queste quante sono di classe A (tre insiemi sempre più ristretti, perché di qualità sempre più elevata - o almeno così si presume che sia).

Va anche notato che Scholar è di pubblico accesso, ma per avere un profilo (e quindi il calcolo del proprio impatto) occorre iscriversi. Scopus è a pagamento (è gestito da un editore molto prestigioso e abbastanza caro, Elsevier), ma il profilo degli autori viene creato automaticamente.

Credo possa essere un'utile informazione di servizio, e anche una risposta fattuale agli attacchi personali di quelli che "il professorino dell'università di provincia...", riportare gli h-index ad oggi di alcuni dei protagonisti del dibattito economico italiano, di alcuni dei tanti esperti che i media ci impongono plenis manibus.

Siete pronti?

Via!

Il professorino

L'onnipresente

Il collega della Camera bassa

Il collega della Camera alta

Il collega che ci ha ripensato

Il ministro Padoan

Il collega che "la crisi del mercato ipotecario americano è seria, ma difficilmente si trasformerà in una crisi finanziaria generalizzata"

Un altro collega

Un nostro amico


Parità di genere

Ora non vorrei che voi mi accusaste di deriva sessista, in pendenza di 8 marzo, perché non ho citato alcune delle esperte di economia che i nostri media ci propongono nei dibattiti. Il fatto è che io ho cercato su Scopus Irene Tinagli e Veronica De Romanis (due fra le colleghe più presenti, almeno sulla base delle mie osservazioni - ma ammetto di non essere molto attendibile perché la televisione la guardo poco). Purtroppo non le ho trovate. Questo significa che o mi sono sbagliato (nel qual caso mi scuso), o loro non hanno pubblicazioni Scopus. Comunque, in almeno un caso questo dato bibliometrico è compatibile con l'evidenza di cui disponiamo.

Precisazioni e conclusioni

Dico che Daniel Gros ci ha ripensato, perché molto dopo aver scritto con altri One market one money (il saggio finanziato dall'Unione Europea per dire che l'unione monetaria era una buona idea) ha poi scritto questa ritrattazione. Se vi foste dimenticati di dove il professor Giavazzi ha emesso la sua previsione non azzeccatissima, vi aiuto io: qui. Questo per le precisazioni.

Per trarre le conclusioni, partirei da una sintesi: su sette protagonisti del dibattito economico e politico italiano, tre stanno meglio di me in termini di produzione scientifica (Nannicini, Gros, e Giavazzi), uno come me (ma è un pochino più anziano: Padoan), e tre peggio di me (Cottarelli, Marattin e Puglisi, ma va precisato che i secondi due sono più giovani di me e almeno uno, l'ultimo, recupererà senz'altro, dato che difficilmente l'attività politica gli sottrarrà molto tempo). Va notato che gli attacchi personali alla mia integrità scientifica, come in qualche modo è fisiologico che sia, non sono mai venuti da chi sta messo meglio di me (in particolare, col collega Nannicini ho un rapporto cordiale e rispettoso), ma, come sempre, da chi sta messo peggio (per pietas non ho aggiunto Scacciavillani, il cui h-index è 2). Mi tengo la mia aurea mediocritas, pensando che chi dà dell'incompetente a me lo dà, in re ipsa, anche a Pier Carlo, o, forse, semplicemente non sa di che cosa stia parlando. Possiamo anche dirci che forse onnipresenza non rima con competenza, e certamente non rima con produzione scientifica.

Ma anche qui ci sarebbe da discutere, e vorrei essere molto chiaro su un punto. Io sono entrato in questo dibattito conscio dei miei limiti e delle mie potenzialità, e ho portato argomenti scientifici e fattuali (dati, paper miei o altrui, ecc.). Per lunghi anni sono stato attaccato con argomenti ad personam sulla qualità e quantità dei miei paper peer-reviewed. Io continuavo a ragionare in termini di argomenti, ma visto che molti continuano a ragionare in termini di bibliometria, e visto che la bibliometria, per definizione, produce risultati misurabili, ho esposto questi risultati non perché ci creda particolarmente io, ma perché chi voleva attaccarmi li ha usati (a vanvera) contro di me. Peccato (per lui) che chi ne esce male non sia io! Quindi, ad esempio, il fatto che l'onnipresente Cottarelli abbia un h-index inferiore al mio è un problema per i tanti cialtroni che mi attaccano sulla base della mia produzione scientifica, non per me, che so riconoscere il valore dell'esperienza di economista applicato maturata da Cottarelli (esperienza che necessariamente ha sottratto tempo alla produzione scientifica). A contrario, il fatto che Giavazzi abbia un h-index stellare non mi impressiona più di tanto, perché previsioni sbagliate come quella da lui emessa nel 2007, o anche ritrattazioni come quella da lui fatta in sordina nel 2015 (quando, dopo aver sostenuto per anni le politiche di austerità sulla base del fatto che eravamo in una crisi di debito pubblico, ammise che la crisi era di debito privato, cosa che qui sostenevamo da anni), mi aiutano a dare alla bibliometria il suo giusto valore.

A questo proposito: e Rossini? Bè, Rossini è uno dei componenti della mia commissione di abilitazione, che votò contro di me sostenendo che "titoli e pubblicazioni scientifiche di
Alberto Bagnai non sono ritenuti sufficienti per il conferimento dell'abilitazione". In effetti, a quei tempi il mio h-index era 6. Sempre maggiore di 5, ma un po' più basso. Per fortuna io non credo nella bibliometria, e quindi ho considerato inoppugnabile la sua valutazione qualitativa, così come è un dato inoppugnabile che il collega che mi ha valutato condivida con Marattin non solo un h-index più basso del mio (che, come vi ho detto, non vuol dire molto), ma anche l'appartenenza allo stesso dipartimento, dove ho molti amici (il che, ovviamente, non vuol dire nulla).

La sintesi estrema è che si dovrebbero sempre rispettare gli avversari, e si dovrebbero valutare le persone dai loro argomenti. La pratica della politica insegna a farlo, vi assicuro. Mi dispiace per chi non ha potuto, né potrà mai, fare questa fondamentale esperienza di maturazione.

venerdì 1 marzo 2019

Produzione industriale


Compitino: la figura rappresenta il tasso di variazione tendenziale (mese su corrispondente mese dell'anno precedente) dell'indice della mensile produzione industriale nell'industria in senso stretto (escluse le costruzioni) nei quattro principali paesi dell'Eurozona.

1) indichi il candidato quale lettera indica nel grafico l'"Italietta corrotta dove da sempre tutto va male perché popolata da individui ontologicamente inferiori in quanto affetti da tare morali inemendabili e ora tutto va peggio perché sono arrivati i barbari", quale "la Germania dove tutto va bene perché loro sono incorrotti e superiori", quale "la Spagna che è abitata da Untermenschen che però hanno fatto i compiti a casa e quindi hanno una produttività che cresce a tassi stellari" e quale "la Francia che ha i suoi problemi ma comunque non bisogna guardare a casa dei vicini ma a casa nostra".

2) indichi il candidato in quale data (numero in ascissa) sono arrivati i barbari, determinando un evidente, subitaneo, visibile, drastico peggioramento della situazione del paese rispetto a quella degli altri paesi europei dove invece tutto va bene perché si comportano come si deve, non come noi, che ci vorrebbe che la Svizzera ci invadesse e saremmo il paese più bello del mondo, signora mia!

Buona fortuna (se andate a casaccio). Se invece volete un aiutino è qui.

Tanto per capirci, i coefficienti di correlazione dell'Italia dove tutto va male perché siete delle merdacce (voi, naturalmente: mai l'editorialista di turno che ve lo rinfaccia) con gli altri paesi dove tutto va bene perché regna l'onestà (tranne per quella palettata di scandali che l'editorialista di turno con sempre maggior fatica nasconde sotto il tappeto - ex multis qui, qui, qui, qui, qui, qui...), sono i seguenti: con la Germania 0,71, con la Spagna 0,63, con la Francia 0,52. Tutti piuttosto sostenuti se consideriamo che stiamo parlando di correlazioni fra tassi di crescita, e del resto che le produzioni industriali di un'area fortemente integrata in termini economici e commerciali si muovano insieme oltre a essere evidente dal grafico dovrebbe anche essere piuttosto ovvio. Naturalmente non è un caso che la correlazione maggiore sia con la Germania: l'Italia e la Germania sono le due potenze manifatturiere europee e quindi condividono le stesse vicissitudini, sia perché le rispettive catene di creazione del valore sono fortemente integrate (aziende italiane producono per quelle tedesche e viceversa), sia perché condividono i mercati di riferimento (quelli interessati alla manifattura di qualità).

Ma naturalmente adesso arriverà l'esperto a dirci che correlazione non è causazione e che quindi se le cose vanno male da noi quando vanno male in Germania la colpa è comunque nostra perché siamo ontologicamente e a prescindere delle merdacce, o, al massimo, se proprio vogliamo essere magnanimi, perché condividiamo entrambi una grandinata che arriva dai mercati internazionali (ma noi comunque siamo delle merdacce, o almeno noi che abbiamo votato Lega: quegli altri sono gli aristoi, che ci hanno regalato un paese in perfetto ordine e con performances economiche stellari).

Allora aggiungiamo un piccolo input di tecnica, che qui, in questo blog, chi c'era ha già incontrato (e per gli altri mi dispiace tantissimo): un test di causalità. Sapete che dietro questo titolo un po' altisonante si nasconde semplicemente l'analisi del potere predittivo di una variabile nei riguardi di un'altra: se la produzione tedesca non ci aiuta a prevedere quella italiana, diremo che non la causa (nel senso di Granger); viceversa se quella italiana non ci aiuta a prevedere quella tedesca diremo che non la causa (supercazzole filosofiche e statistiche sono come sempre le benvenute, ma ricordatevi a casa di chi siete entrati...).

Allora vediamo che cosa ci dicono i testi di causalità:

Ci dicono che la probabilità che l'andamento della produzione industriale tedesca non influisca su quella italiana è molto bassa (0.0431), inferiore alla soglia convenzionalmente adottata per indicare la significatività statistica (0.05, cioè il 5%). In altri termini, è statisticamente respinta l'ipotesi che i nostri guai non dipendano da quelli tedeschi, mentre non è statisticamente respinta l'ipotesi che i guai tedeschi non dipendano da quelli italiani (è abbastanza probabile - 0.1395 - che noi coi guai loro non c'entriamo).

Insomma, per dirla con un hashtag: #hastatolaGermania (ma certo non per colpa sua: avrebbe sicuramente preferito continuare a correre e non metterci nei guai...).

Qui entro in modalità nerd statistico.

Dice: ma hai messo troppo pochi ritardi e quindi il test è inefficiente perché viziato da correlazione dei residui (se non avete capito non preoccupatevi: non ha capito nemmeno l'interlocutore "esperto" che ha fatto in corde suo o su Twitter questa domanda). Risposta: no, mi dispiace, aumentando i ritardi il risultato non cambia: è la Germania che inguaia noi.
 

Dice: ma hai usato troppi pochi dati, un periodo di soli tre anni corrispondenti a 36 osservazioni mensili, quello che vediamo è un mero accidente statistico! Risposta: no, mi dispiace, se aumentiamo i dati, prendendo in considerazione il periodo dal gennaio 1999, il risultato si rafforza:

Diventa praticamente impossibile sostenere che la Germania non influenzi l'Italia, mentre l'ipotesi che l'Italia non influenzi la Germania ha una probabilità alta in termini statistici (14%).

D'altra parte, non è strano che sia il paese più grande a determinare le sorti del più piccolo. Può anche darsi, in astratto, che in questo momento la mia massa, un po' aumentata nella recente campagna elettorale (l'Italia è tutta meravigliosa, la Sardegna meravigliosissima, e come si fa a resistere a certe tentazioni?), stia esercitando una certa attrazione sulla massa terrestre, ma se per qualche motivi decidessi di buttarmi dalla finestra (evento con probabilità inferiore al 5%) non direi che la Terra mi è caduta in testa.

Chiaro?

Ora ci sarebbe da chiedersi perché la Germania stia rallentando, e la risposta la sapete e l'avevamo prevista: perché c'è un rallentamento dell'economia mondiale, e perché l'esposizione dell'economia tedesca a quella mondiale non è fisiologica: è patologica. Il più grande surplus commerciale al mondo fa della Germania un paese pericoloso a se stesso e ai propri vicini. Quella che loro, con una spettacolare invidia penis collettiva, continuano a leggere come loro potenza (l'impennata del surplus commerciale), in realtà è la loro fragilità (l'accresciuta dipendenza della loro crescita dalle vicende altrui). Ma questo non c'è verso di farglielo intendere, ai nostri cari fratelli tedeschi, e ce ne dispiace per loro, perché, purtroppo (e preciso che sinceramente mi addoloro per questo dato di fatto) quello che non si capisce con le buone, alla fine, lo si capisce con le cattive. Agli Stati Uniti questo atteggiamento dà fastidio, e quando avranno regolato la situazione con la Cina sicuramente si volgeranno verso di noi.

La manovra economica di dicembre è in deficit perché prevedevamo che questo sarebbe successo (nel grafico si vedeva molto bene già allora), e i suoi effetti, stranamente, non si esplicheranno prima che essa sia stata adottata, ma dopo, cioè a partire dai prossimi mesi. I dati ISTAT di oggi li leggo in questa prospettiva.

Tanto vi dovevo come post tecnico, dopo tanti anni di assenza. E ora vado a preparare la mia prossima missione in Leuropa...


(...a proposito di missioni: questa sera sono a Otto e mezzo...)