sabato 14 luglio 2012

14 juillet: l’Europe et les zones humides


Il caldo che opprime (voi) rende piacevole riandare col pensiero a questo inverno.

Proemio

Ero a Rouen, invitato a cena da Erick, col mio collega A., en petit comité. Erick organizza una volta al mese un piccolo party a casa sua, “le 22 au 22” (perché è ogni 22 del mese e lui abita al numero 22), una di quelle cose dove ognuno porta qualcosa da mangiare (e quindi io ceno prima), e dove si beve e si parla troppo. Esperienze utili per me, sempre desideroso di perfezionare la lingua.

Antefatto

Ma A., in un 22 precedente, aveva fatto un’esperienza spiacevole. Si era, come ricorderete, in campagna elettorale. Una campagna elettorale che in Francia era finta quanto in Italia, ma leggermente più varia. Avrete notato infatti che mentre in Italia la scelta è fra due destre, in Francia la scelta era fra tre: Hollande, Sarkozy, Le Pen. Ora, si dà il caso che Le Pen stesse cominciando a raccogliere consensi con le sue proposte critiche nei riguardi dell’euro. E a casa di Erick, va da sé, non circolano molti lepenisti, oh no no no, tutt’altro! Noblesse oblige. E la destra di sinistra... o la sinistra di destra... insomma: i piddini francesi, mal reagivano a queste provocazioni che scompigliavano le loro carte truccate in tavola. Un mazzo con trenta assi di denari (e un asso da trenta denari, Hollande). Così, in un crocchio di siffatti intellettuali si deprecava, stracciandosi le vesti, l’ottusità del popolo che stava mostrando di cedere a questi richiami populisti. Perché si sa, la sinistra è per il popolo, e al popolo perdona tutto. Gli perdona soprattutto di cedere ai richiami elitisti (o, come nel caso mio e di A., etilisti). Ma non può perdonare al popolo di decidere con la testa sua. Se lo fa, il popolo diventa populista. Il che, capite bene, è una cosa che un intellettuale di sinistra dal popolo proprio non si aspetta, e che stigmatizza come un gesto di profonda ingratitudine verso le élites decotte che con tanta sollecitudine gli hanno indicato la strada. Si sa: è il PD che traccia il solco, e la BCE che lo difende. O forse viceversa.
A. aveva forse un po’ bevuto, ma i 22 a quello servono. Entrato nell’orbita del crocchio di intellettuali, a un certo punto (in vino veritas) non si era potuto trattenere dall’apostrofarli, sotto lauta ispirazione girondina (nel senso del Médoc), facendo notar loro che non ne poteva più di questi intellettuali di sinistra per i quali la democrazia consiste nel fatto che il popolo faccia quello che loro hanno deciso, e che trovava pericoloso bollare come populista l’adesione di masse popolari a certe proposte, banalizzando questa adesione come segno di scarsa cultura e scarso afflato europeo, dimostrando però così di non aver capito nulla delle dinamiche economiche e sociali che stavano trasformando l’euro in un massacro per le classi subalterne.
Ecco, non sono proprio sicuro che le parole fossero queste, ma il senso era questo: siete dei fascisti di merda e parlate pure...
Il senso era stato perfettamente colto. Immagino la scena. Sul garrulo autocompiacimento degli intellettuali di turno (come siamo fichi, come siamo lungimiranti, come siamo europei, come ci piace Schuman – quello finto, con una “n” sola, perché quello con due “n” gli europei di questa fava generalmente lo ignorano, preferendo, come si sa, quella forma di musica intrinsecamente europea che è il gez), le parole di A. erano calate come un secchio di acqua gelida, lasciando gli astanti un pochino interdetti. Ora, sapete che in Francia non è bienséant parlare di politica in queste occasioni. E quindi il povero A. si era sentito in colpa, anche perché nella sua veemenza aveva preso di petto in particolare un vecchio amico di Erick, seminando tanto imbarazzo (percepito) quanto buon senso (non percepito). Cose che capitano.
Ma A., che oltre a essere (come dicono a Roma) un “taglio”, è un bravo ragazzo, si era sentito mortificato per aver introdotto una nota stonata. Che poi male non ci stava: in fondo il gez campa di dissonanze, come il mio amico Pantegana ben sa (e del resto anche le toccate di Frescobaldi, ma non vorrei qui aprire un difficile contenzioso: sufficit diei malitiae suae).

Svolgimento

Torniamo alla nostra serata fra maschi, posteriore al fatidico 22 della discordia, inquinata dalla campagna elettorale che ci impediva comunque di parlare di argomenti interessanti (tipo: le femmine).
Immaginate la faccia di A. quando, verso le 11, bussano alla porta, e chi entra? Certo, proprio lui, l’intellettuale che deprecava il populismo, quello col quale il povero A. riteneva di avere qualche motivo per essere in imbarazzo. E in effetti avevo immediatamente percepito un pochino di gelo, che si era però rapidamente sciolto (sempre col solvente del Médoc rinforzato dal Calvados). Ci ritroviamo così attorno a un tavolo in quattro, a parlare delle solite cose, perché la lingua batte dove ecc. E naturalmente loro manifestavano le intenzioni di voto: A. per Mélenchon, Erick per Hollande (ma poi lo abbiamo convertito), e l’amico del popolo per... Eva Joly! Ora, voi non sapete chi sia, credo, ma ve lo spiego rapidamente: è una signora di una certa età che si è candidata al grido di che serais la cantitatte de tousse les français. Il lieve difetto di pronuncia è dovuto alle origini alamanne: la signora era la candidata dei verdi, e l’amico del popolo era verde (dentro).
E A., fatta pace, lo provocava: “perché vedi, io lo so, lo capisco, voi che avete una fede verde (che io in linea di principio condivido: è indiscutibile che l’inquinamento – come la spesapubblicaimproduttivabrutto, n.d.r. – sia un male), voi che avete questa convinzione militante, siete un po’ a rischio, perché oggi l’inquinamento ha evidentemente una dimensione transnazionale, ed è quindi chiaro che per affrontarlo occorre una cooperazione europea. Certo, questa dimensione europea è importante. Ma il problema è che questo tipo di cooperazione non ha nulla a che vedere con la scelta aberrante di dotarsi di una moneta unica. Si può decidere di darsi una legislazione ambientale uniforme, indipendentemente dalla moneta adottata.”
Ma l’amico glissava, e ampliava le vedute, parlando di sé, che nel suo caso sarebbe stato “io”, o meglio “je”. E ci raccontava di come fosse uscito dall’ENA (eh già, era un enarca...) ampiamente dotato di visione europea, e di come nella sua promozione (sarebbe la classe) all’ENA, della quale peraltro era risultato fra i primi (fantastico!), avessero fatto parte tanti uomini politici che questa visione avevano così degnamente incarnato. E ci narrava del suo lavoro di magistrato, impegnato in prima fila in tante nobili (ça va sans dire) battaglie in difesa dell’ambiente, in particolare di quello fragile (ô combien!) dell’estuario della Senna, le cui zone umide (zones humides, e mi raccomando la liaison, altrimenti Erick vi cazzia: zonzumides), le cui zonzumides, disais-je, sono messe a rischio dallo sviluppo del porto, e quanto sono importanti le zonzumides, e quanto è bella la legislazione europea sulle zonzumides, che è così avanzata, così lungimirante, che veramente dobbiamo esserne fieri, che protegge tante specie...

Catarsi

E io, che non ho fatto l’ENA, ma ho al mio attivo un master in pragmatismo concettuale conseguito al Dopolavoro Ferroviario di ponte Margherita, a sentire l’enarca mijoter nel suo brodo di giuggiole europee, mi si stava veramente torcendo il funicolo. Sicché, arrivati all’ennesimo sdilinquimento sull’Europa che ci fa tanto bene, profittando di una pausa (la musique avant toute chose), piazzo lì un lapidario: “il faudrait se demander si les ouvriers sont aussi une espèce protégée par l’Europe” (ci sarebbe da chiedersi se anche gli operai siano una specie protetta dall’Europa).
L’amico del popolo fu, per un breve momento, verde dentro e fuori, sperimentando una temporanea afonia. Mais c’était de bonne guerre! Lasciai alla muta dei miei fidi levrieri il completare l’opera, sbranando il fagiano verde ferito mortalmente da questo piccolo dardo florentin. Modesta curée per le loro fauci, ma immensa soddisfazione per un bastardo non madrelingua (io).
E che cazzo!

Epilogo

Mentre tornavamo a casa, riflettendo sull’accaduto, dicevo ad A.: “certo che voi francesi questa cosa delle zonzumides ce l’avete proprio nel DNA! Pensa al vostro inno: ‘qu’un sang impur abreuve nos sillons’. Ecco: quello che l’amico verde non capisce è che ogni zona può diventare una zona umida. Basta irrigarla col liquido giusto. Che è quello che succederà se la gente continua a sragionare di €pa come quel tronfio fagiano”.
Ma questo noi lo sappiamo. Come il lago di Tovel, anche l’Arbia si colorò di rosso. E le alghe c’entravano poco. Da che mondo è mondo, se ci fossero meno anime belle, succederebbero meno cose brutte. Memento.



E chi non piange ascoltando i Dichterliebe è piddino. Fate almeno finta, per favore...

sabato 7 luglio 2012

C'è speranza? Unhappy families...

Buongiorno Dottor Bagnai,

sono una studentessa dell'Università X, mi devo laureare il prossimo novembre alla triennale in Y. Ho chiesto la tesi al mio docente di "Economia internazionale", proponendogli un confronto Italia-Argentina, tra le fonti mi ha consigliato di seguire il suo blog. Proprio ieri mi ha detto che Lei voleva pubblicare un post riguardante quest'argomento e ne ho trovato uno intitolato "Corruzione, Italia, Argentina". Volevo chiederLe se era disponibile a mandarmi qualche suo lavoro al riguardo, oppure in alternativa una possibile bibliografia.
La ringrazio anticipatamente
Cordiali saluti 
 
ZW 




Carissima, 

e io che pensavo di essere un appestato per i miei colleghi! Dunque, non so quanto tempo hai a disposizione, ma secondo me sono utili questo lavoro di Roberto Frenkel:

http://cje.oxfordjournals.org/content/33/4/685.full

più la sua prolusione al convegno che ho organizzato a Pescara:

http://www.unich.it/docenti/bagnai/euro/Frenkel.pdf

più eventualmente il mio lavoro allegato. Di quest'ultimo trovi una sintesi nel blog in questo post:

http://goofynomics.blogspot.it/2012/07/cesena-goofy-e-qui-quo-e-qua.html

dove sto per caricare il filmato (45 minuti) della lezione nella quale lo spiego, e dove trovi alcune slide illustrative (in pdf).
Ma... chi è il tuo insegnante?

A presto.

AB





No no anzi, mi ha vivamente consigliato di seguire il suo blog perché trova interessanti tanti dei suoi interventi comunque il mio insegnante (e ricercatore) è il dott. NN. La ringrazio è stato davvero molto gentile e disponibile, ho dato un occhiata e guardato il video (tutte cose che potrebbero essermi utili). In questi giorni approfondirò la lettura, mi laureo a novembre ho ancora un po' di tempo.
 
 
 
Il germe della corruzione (delle giovani menti) si sta diffondendo. Chissà come ci rimarrà male quell'ingegnere che dopo la pubblicazione del post su più Europa mi scrisse una lettera piena di imbecillità, trasudante una pomposa, sterile certezza di saper maneggiare concetti economici (che, devo dire, è un pochino una malattia professionale, mi sembra...), e che si concludeva con queste alate parole: "L'articolo, ben scritto, fa uso di argomentazioni tendenziose che tradiscono una formazione politica ideologicamente ben definita, che stravolge, secondo me, interpretandole in un'ottica non scientifica, situazioni che si collocano in una realtà ben diversa da quella che viene lasciata intendere. Come opinioni personali, tutte le opinioni hanno il diritto di essere espresse. Ma lei è un docente : lei trasferisce ai suoi studenti questi contenuti che, dal suo pulpito, appariranno credibili ed incontestabili, mentre offrono una visione alterata della realtà che, se dovesse essere tradotta in politica economica da un governo nazionale, ci porterebbe in scenari che non voglio neppure immaginare."
 
Certo, Krugman non è scientifico, De Grauwe non è scientifico, Feldstein non è scientifico. Ecco, ingegnere, tu vuoi togliermi la libertà di insegnamento, quindi sei un fascista, un penoso, presuntuoso, pericoloso fascistello di provincia. Ma, come vedi, non attacca. Per la verità pare ci sia sempre più spazio, in Italia. E quindi sempre meno spazio per quelli come te. Ma tu, che sei così bravo, te la caverai, come se la cavarono a suo tempo i fascisti. Diventando antifascista il giorno dopo!
 
Ah, naturalmente il "lavoro allegato" è "unhappy families", che qualcuno mi aveva chiesto. E se ce l'ha la giovane laureanda, ce lo potete avere anche voi. Poi magari ne parliamo, fra una settimana.

Comunicazione di servizio: il video di Panizza

Nel post su "Too much finance?" ho inserito il video della relazione di Ugo Panizza (con il solito affettuoso ringraziamento a Ecodellarete). Penseremo in un secondo momento a una traduzione.

Per inciso, se qualche volenteroso volesse "sbobinarla" e tradurla, me lo faccia sapere. Eco si è offerto di aggiungere i sottotitoli. Rimane il fatto che senza inglese la rivoluzzzzione non si fa (per tanti motivi che non devo spiegarvi), quindi chi vuole veramente cambiare le cose è pregato comunque di attrezzarsi.

Nei prossimi giorni non sarò in grado di seguire regolarmente il blog. Alcuni, ovviamente, non avranno l'intelligenza di capirlo, e mi tempesteranno di email che non potrò ricevere. Non è del tutto un danno. Chi non capisce quello che è scritto nelle istruzioni per l'uso non capisce nemmeno quello che è scritto negli altri post, quindi meglio toglierselo di torno subito. E chi pensa di essere il centro dell'universo, e di avere pertanto un diritto esclusivo alla assoluta, totale ed immediata attenzione altrui, manca di quel minimo di umanità che è un ingrediente essenziale per la soluzione del problema, visto che l'assenza di umanità è un elemento essenziale del problema. Non vi stupirò se vi dico che generalmente questi soggetti non si elevano al di sopra del più trito e ritrito luogocomunismo. Abbiamo tutti elaborato lutti peggiori e mi perdonerete se sarò selettivo.

L'esposizione che byoblu mi ha dato ha provocato tanti messaggi di incoraggiamento e di critica e tante domande interessanti. Ad alcune ho già dato risposta più volte, ma mi ripeto volentieri.

Solo, fra una settimana. Adesso, nell'interesse della causa, è meglio che mi occupi di altro.



P.s.: romani interessati a un incontro ad esclusivo carattere etilista (non elitista) sono pregati di scrivermi in privato (anche se non potrò rispondere immediatamente: mi ripeto, non fate le fidanzatine gelose...). Cercherei di organizzare un incontro fra il 16 e il 29 (estremi esclusi). Senza impegno. Anzi, con un impegno, quello di non parlare di economia, per cui l'invito è aperto a compagne, figli, ecc. Sperando che la loro presenza ci costringa a parlare di altro per un'oretta. Il palazzo d'inverno lo assalteremo in inverno.

venerdì 6 luglio 2012

L'Europa lo vuole! Goofy su byoblu

Che fatica! Ma ce l'abbiamo fatta...

Sono andato a prenderlo a Tiburtina, abbiamo montato il set, mangiato un panino, e poi lui ha fatto l'errore di chiedermi cosa penso della crisi. Dopo tre ore di mie chiacchiere a raffica la telecamera, stremata, ha chiesto pietà...

Eroico Claudio, prima, durante, e soprattutto dopo, nel montaggio. Il risultato lo trovate qui e oggi è in copertina su byoblu (dove comunque c'è sempre qualcosa di interessante).


E io poi lo ho riaccompagnato, sono andato a provare un flauto, e tanto per non perder l'abitudine mi son fatto quelle due orette di automobile quotidiane.

Divertitevi, e un grazie a Claudio, col quale abbiamo scoperto tanti punti in comune. Speriamo di avere altre occasioni di incontro.

giovedì 5 luglio 2012

Too much finance! Panizza sul FQ

Vi ricordate di quando il 20 gennaio, parlandovi dei "keynesiani del XII libro", vi avevo presentato il lavoro di Ugo Panizza e dei suoi coautori (Jean-Louis Arcand e Enrico Berkes) su "Too much finance"?

Provo a riassumere il senso del lavoro, che è secondo me abbastanza semplice e plausibile, quanto rigorosi sono il modello proposto e l'analisi empirica condotta (se sbaglio Ugo mi correggerà). Mantenendo l'ipotesi di razionalità degli agenti economici coinvolti (imprese e banche), si dimostra che in presenza di incertezza e asimmetrie informative la possibilità di salvataggi da parte dello Stato fa sì che le banche tendano ad erogare più credito (e le imprese tendano a indebitarsi di più) di quanto sarebbe socialmente ottimo (misurando questo ottimo in termini di massimizzazione del prodotto). Insomma: siamo nell'ambito dei problemi di moral hazard dei quali avrete sentito parlare anche al cinema (ma in modo meno rigoroso), e che a detta di tutti hanno giocato un ruolo importante nella dinamica della crisi.

Questo per il modello.

L'analisi empirica dimostra poi che la relazione fra indebitamento del settore privato (misurato dal rapporto fra credito erogato al settore privato e Pil) e crescita è non lineare: all'inizio la finanza ha un ruolo positivo, ma quando il rapporto fra credito al settore privato e Pil supera l'80%/100% (a seconda dei casi), il suo impatto sulla crescita economica diventa negativo: la finanza diventa una zavorra, anziché un propellente, per il sistema economico.

Al di là del merito del modello e delle analisi empiriche, che mi sarete grati di non discutere con voi, mi limito a farvi osservare che questo lavoro spiega molto ma molto bene alcuni profili dei dati che ci riguardano, quelli sui paesi periferici dell'Eurozona (EZ). Se guardate la mia presentazione all'incontro di Cesena, e in particolare questo grafico:



vedete che in effetti i paesi andati a gambe per aria hanno tutti sperimentato, nel periodo 1999-2007 (cioè dall'ingresso nell'euro alla vigilia della crisi) enormi incrementi del debito - cioè del credito! - privato (per chi si fosse messo in ascolto in questo momento: del credito erogato a privati - famiglie e imprese - dalle banche private, che quindi è debito per i privati che lo ricevono). Gli incrementi, come vedete, vanno dal 50% al 100% del Pil, in modo tale che nel 2007 il rapporto debito privato/Pil era pari a 94% in Grecia, 199% in Irlanda, 101% in Italia, 169% in Portogallo, 187% in Spagna (fonte: la variabile "Domestic credit to private sector" dei World Development Indicators). I paesi "sani" hanno sperimentato incrementi molto meno rapidi. A mio parere il lavoro di Panizza è importante perché sottolinea un punto che anche nell'analisi di Frenkel è chiaro: le crisi, in quanto fallimenti del mercato, non richiedono l'adozione di prospettive complottiste: quello che la teoria economica (vera) ci insegna è che esiti socialmente disastrosi possono risultare da comportamenti individuali perfettamente razionali, quando si introducano nel modello elementi di realismo, come ad esempio il fatto che debitore e creditore non hanno le stesse informazioni sull'uso che il primo farà dei soldi presi dal secondo. Del resto, anche Keynes nel XII libro insiste su questo: se il mercato finanziario fallisce nella sua missione di allocare il risparmio nel modo più efficiente per la crescita di lungo periodo del sistema economico, la colpa non è degli speculatori "cattivi", ma del modo in cui l'istituzione è disegnata. Un modo che rende razionale comportarsi in modo miope, provocando disastri a ripetizione, come abbiamo spiegato dettagliatamente ma spero pianamente in questo post. Questo non andrebbe mai dimenticato.


Nel frattempo ho avuto il piacere di ospitare come relatore invitato Ugo Panizza a Pescara nel convegno slla crisi dell'EZ, e vi segnalo la sua presentazione. Qui trovate il pdf, e questo è il video:




Le intuizioni sviluppate nella presentazione sono molteplici, e vanno dal denunciare l'irrazionalità dei tentativi di risolvere con politiche fiscali restrittive nel breve periodo il problema della sostenibilità del debito (che è un problema di lungo periodo; p. 14 della presentazione), a una dettagliata descrizione dei motivi tecnici per i quali la dinamica del debito è in molti casi svincolata dalle dinamiche della politica fiscale (l'esistenza di sfasamenti stock/flusso determinati da fattori in molti casi fuori dal controllo delle autorità di politica fiscale - p. 4 e seguenti della presentazione), a una analisi delle motivazioni che spingono i politici a posporre, con costi notevoli, le misure necessarie in caso di crisi, incluso, se inevitabile, il default (p. 19 e seguenti della presentazione).



Ora, capita che "Too much finance?" sia uscito in una collana di working papers particolarmente prestigiosa, quella del Fondo Monetario Internazionale (potete scaricarlo qui), e quindi la stampa italiana, con cinque mesi di ritardo rispetto a Goofynomics, ha preso atto dell'esistenza di questo importante lavoro. Peraltro, agli addetti ai lavori (o anche solo ai dilettanti) questo lavoro non poteva passare inosservato, perché ne era stata fornita una descrizione non tecnica nel più prestigioso forum europeo dedicato all'economia, voxeu.org, dal quale spesso abbiamo tratto ispirazione (ad esempio quando abbiamo tradotto l'articolo di Frey sull'Europa senza l'euro). In particolare, di "Too much finance?" si è accorto il Fatto Quotidiano, che riporta come può la notizia, dando la stura alla solita fiera del fraintendimento, alla quale Ugo risponde con molto fair play (ecco un'altra persona alla quale devo ispirarmi, oltre che a Gennaro Zezza...).

Poveri luogocomunisti!

Chissà come ci rimarranno male quando vedranno che Ugo, in un altro lavoro, Public debt and economic growth, scritto con Andrea Presbitero (che ha a sua volta presentato un bel paper a Pescara, anche quello anticipato da voxeu), sgretola un altro pilastro della loro claudicante ideologia, quello secondo il quale se un paese cresce poco la colpa è necessariamente del debitopubblicospesapubblicaimproduttivabrutto.

Il punto che Ugo e Andrea sollevano è molto semplice: gli studi empirici che "dimostrano" che debitopubblicobrutto è il principale se non unico responsabile dei nostri mali, di solito non tengono conto di un dato elementare: purtroppo non è solo la crescita a dipendere dal debito, ma anche, spesso e volentieri, il debito a dipendere dalla crescita. Ad esempio, se l'economia va in recessione il gettito fiscale cala e il debito quindi cresce più in fretta: la relazione negativa osservata (più debito=meno crescita) in questo caso dipenderebbe non dal fatto che il (troppo) debito danneggia la crescita, ma dal fatto che la (poca) crescita peggiora il debito. Gli econometrici (e io, purtroppo, lo nacqui) direbbero che il debito pubblico è endogeno, e quindi non puoi usarlo così, sic et simpliciter, come variabile esplicativa in un modello di crescita. Occorre prendere delle cautele. Se si trova una terza variabile che ha effetti sul debito, ma non sulla crescita, la si può utilizzare per capire se è nato prima l'uovo-debito o la gallina-crescita. Si chiama stima delle variabili strumentali e vorrei molto parlarvene, ma voi vorreste poco starmi a sentire. Il risultato però è che quando i dati vengono analizzati con le tecniche corrette, il luogocomunismo va in pezzi. L'ipotesi che livelli di debito pubblico elevato siano dannosi per la crescita non è più supportata dai dati.

E del resto, torniamo alla figura di sopra. Se più debito pubblico fosse dannoso, allora meno debito pubblico sarebbe benefico, giusto? E perché mai, allora, tutti i paesi che sono andati in crisi, con la possibile eccezione del Portogallo, avevano debito pubblici stazionari o in calo?

Ma è semplice: perché il debito pubblico c'entra poco.

Grazie Ugo, e un grazie, perché no, anche ai lettori del Fatto Quotidiano per i loro esilaranti commenti. Sempre meno esilaranti di quelli che faranno su Public debt and economic growth quando i loro informatori si degneranno di prendere atto della sua esistenza.

Con l'auspicio che nel lungo periodo possa essere utile contrapporre la scienza alla fantascienza dell'informazione.

Comunicazione di servizio: il video di Cesena

Nel post su Cesena trovate il video dell'intervento. Divertitevi (si fa per dire). Notate che dopo che mi era stato chiesto di parlare 20 minuti, in realtà ho dovuto parlare per più di 40, perché il prof. Terzi sulla strada ha trovato di tutto (un incendio, un Tir che aveva disperso il carico, ecc.). Ma io non ho problemi, quello che mi dicono faccio...


Questo ci ricorda una verità essenziale: vanum est vobis ante lucem surgere... E guarda Christoph come se la gode, beato lui... e io sto qui a insegnare la tabellina dell'uno ai piddini e quella dello zero agli anatroccoli... O Signore, quando finirà questo tormento? Quando arriverà la Wehrmacht, così che potremo finalmente pensare che non ci sia più nulla da fare? E potremo tornare a suonare Bach?

200-200=0

Iniziare la giornata con la voce agra di Norma Rangeri non è esattamente un'esperienza piacevole, per motivi che non vi chiedo di condividere, ma che credo siano sufficientemente comprensibili, e comunque riassumibili in una semplice domanda: lo hai voluto l'euro? E allora adesso taci, non far sfoggio sterile di bei sentimenti di fronte alle sue inevitabili conseguenze. Se l'autocritica l'ha fatta perfino Giulietto, forse sarebbe ora... ah, già, ma c'è quella cosa dei soldi pubblici, ricordo... Certo, il rischio di non averli, per chi non si allinea, c'è, e anche i comunisti tengono famiglia. Requiescant.

Più che rischio, quello di essere strozzato finanziariamente, per chi non si allinea pare sia una certezza. Perché oggi era destino che al fastidio si aggiungesse l'indignazione. Ma io spero di aver capito male, o che abbia letto male un ascoltatore (che però mi sembrava essere senziente). Quell'ascoltatore che è intervenuto per ricordare come in un documento governativo riferito agli obiettivi della spending review (il latinorum...) si ricorda che l'anno prossimo (o forse dovrei scrivere l'hanno) il FFO (fondo di finanziamento ordinario) delle università verrà ridotto di 200 milioni, mentre alle scuole private verranno erogati contributi per 200 milioni.

Se fosse così, ve lo traduco: si tolgono 200 milioni a un'istituzione dove ancora esiste la possibilità di un pensiero critico ed indipendente (Brancaccio, Cesaratto, Zezza, ecc.), per darli a un'istituzione che garantisce il diritto al non studio di quelli che nel pubblico non ce la farebbero. Ottima scelta: se lo scopo è potenziare la fabbrica degli utili idioti, direi che il metodo è efficace. D'altra parte, reprimere il dissenso credo costi: molto meglio evitare che sorga.

Mi permetto solo di aggiungere una postilla. Direi che queste misure non sono necessarie, perché il dissenso, mi pare, in Italia non credo esista più. Lo dimostra la strategia comunicativa perseguita dal governo, il quale ci dice, papale papale, che la riforma dell'art. 18 viene fatta perché fa comodo agli imprenditori stranieri, ci dice che il suo scopo era quello di evitare che Angela si impensierisse, e ci dice (se lo ha detto: vi chiederei la cortesia di cercarne conferma, perché io evito di farlo, per il terrore di trovarla) che si continuerà a fare carne di porco dell'università italiana. Ma non mi sembra che queste asserzioni dei governanti (sintesi: vi stiamo vendendo) suscitino grandi reazioni nei governati. Sicuramente minori di quelle che susciterebbero in Francia, e probabilmente anche in paesi dall'identità meno forte.

E così, l'ascoltatore giustamente sbalordito notava come comunicazioni del genere non si devono dare! (sottintendendo che sono un clamoroso autogol). Non si dovrebbero dare, in effetti. Sarebbero un autogol se gli elettori fossero in grado di apprezzare i contorni e le conseguenze della scelta sbandierata con tanta impudenza. Una scelta che, se fosse effettivamente presa, sarebbe frutto di un allucinato delirio: quello che, contro ogni evidenza scientifica (di ordine logico, economico e storico) vede nel mercato l'istituzione che sa fare uso più oculato delle risorse, e questo proprio nel momento in cui assistiamo a un gigantesco fallimento del mercato, determinato dal fatto che le banche private hanno fatto un uso dissennato dei risparmi che erano stati affidati loro!

Ditemi che non lo hanno detto...

Ma io temo e credo che lo abbiano detto, e che lo abbiano detto così: Aristide ha insegnato loro che ormai possono fare e dire qualsiasi cosa. Ed è questo il vero motivo per il quale rifiutare l'euro è un dovere civile: è l'unico modo che i cittadini hanno per dare un segnale forte e netto di rifiuto del metodo paternalistico e ademocratico col quale sono state gestite le nostre vite. Quando valutate i costi dell'euro, ricordatevi questo: dentro l'euro c'è la morte della democrazia, e una comunicazione politica che si fa dileggio ed insulto all'intelligenza degli elettori. Questo è l'euro che la Rangeri ha difeso (in tempi sospetti). Lo volete?

Cesena: Goofy e Qui, Quo e Qua

Simone vuole sapere com'è andata a Cesena. Se ne può parlare...

Intanto, la giornata era iniziata bene. Al risveglio, a casa dell'amico che mi ospitava, avevo trovato sulla porta del frigorifero questa perla di saggezza, appena offuscata dalla penombra del mattino:


E con questo, la giornata era senz'altro guadagnata. Sai quante volte ci toccherà far ricorso a questo anonimo!

Poi il viaggio, molto snello.

Arrivo a Cesena, incontro Ecodellarete (ssd, che non vuol dire Settore Scientifico Disciplinare, ma Santo Subito Dopo), e com'è come non è ci rechiamo sul luogo.

A me già mi giravano a prescindere. La torsione del funicolo era in agguato. La sera prima mi avevano scritto per dirmi che avrei potuto parlare dieci minuti meno del previsto (20 invece di 30), e per dettarmi il contenuto del mio intervento (relazioni fra esportazioni e creazione di moneta). Sempre per la serie "i colleghi non sono jukebox". Poi c'è gente che pensa che io sia irascibile. Tutt'altro. Il barone di Charlus che è in me aveva prontamente represso il proprio scatto di ira così visceralmente Guermantes, lo  sprezzante "j'ai vu tout de suite que vous n'aviez pas l'habitude", e con santa e cristiana rassegnazione si era messo (alle 5 di mattina) a riscrivere per la terza volta la presentazione. Sì, perché a questo punto mi correva l'obbligo di significare in venti minuti agli astanti quanto fosse semplicistico cercare in Molto Malcongegnate Teorie (MMT) la teriaca dei nostri mali economici, ma di farlo in modo che i poverini non si sentissero offesi. Perché si sa, l'intelligenza, quella sì, è asimmetrica, e non alla tedesca. Chi è in surplus purtroppo deve soccorrere chi è in deficit. E la vera beneficenza, si sa, è tanto più anonima, quanto più la Natura è stata matrignissima...

Del resto, anche se capisco che prima o poi toccherà far così anche a me, per sopravvivere, io detesto cordialmente i colleghi che vengono invitati a parlare di una cosa, e poi parlano di tutt'altro, semplicemente perché non gli andava di prepararsi. Quello che non mi piace negli altri mi piacerebbe ancor meno in me: e così mi sono preparato (mentre il debito di sonno cresceva...).

Naturalmente Eco troncava, sopiva... "Sai, l'inesperienza... Sai, la gente non sa, non si rende conto... Ma tu devi essere indulgente...". E io indulgente ero. Certo, mi rodeva un po' pensare che per venire a fare il mio discorso a persone che pensavano di avere già la verità in tasca (monetasovranamonetasovranammonetasovrana) avevo rinunciato alla soddisfazione di chiedere al prof. Baglioni, in un prestigioso studio televisivo, com'era quella storia che l'aggancio all'euro aveva portato alla convergenza nominale... come previsto dal prof. Giavazzi!

Per tutto il resto c'è Mastercard...

Così, arriviamo in un posto molto, ma molto colorato:



e, come il caso vuole, a mano a mano che io mi rilasso, Eco comincia a incazzarsi:



perché, come dire: per me la strada era tutta in discesa, mentre per lui si prospettava tutta in salita: niente luci, niente schermo, ecc. Difficile fare una ripresa...

Quello che ho detto, se vi interessa, è qui. Ci sono cose che sapete già, e un paio di cose che vengono dal mio ultimo lavoro. Magari ne parliamo in modo più disteso, del ciclo di Frenkel, delle euroillusioni ottiche, ecc., con calma, nei prossimi post. Intanto guardatevi il video:



magari aiutandovi con le slides. Dico un paio di lievi imprecisioni. Ad esempio, dico che il dibattito sul manifesto era stato dichiaratamente anti-euro, quando sapete che era stato dichiaratamente pro-euro. E chissà quante altre ne troverete anche voi. Ma spero che il senso sia chiaro, soprattutto per quanto riguarda la relazione fra moneta e crisi.

Va da sé che la domanda con la quale la presentazione termina non ha avuto risposta, perché non poteva averla. E non perché sia una domanda difficile. Ma perché la risposta è no. Il problema è molto semplice: posto che nella trama del film già visto due elementi essenziali sono la divergenza nei tassi di interesse e di inflazione, divergenza che è il motore del meccanismo cumulativo che conduce alla catastrofe finanziaria della periferia, ciò posto, c'è qualcosa nella Maldestra Meditazione Teorica (MMT) sulla moneta che mi garantisce che con una Bce che si conformi ai suoi divini precetti queste divergenze sarebbero livellate? Una Bce a monetasovranamonetasovranamonetasovranamonetasovranamonetasovrana riuscirebbe a far sì che l'inflazione in Lucania sia la stessa che in Turingia?

La risposta ovviamente è no, perché l'inflazione non dipende, se non indirettamente e in circostanze particolari, dalla gestione della moneta. Altrimenti, con una moneta unica qualsivoglia, sovrana o suddita, questo ognuno lo vede, avremmo avuto un'inflazione unica, e non staremmo nei problemi nei quali stiamo (alimentati dai differenziali di inflazione). Ma si sa, c'è voluta una teoria autoproclamatasi moderna per chiavare in testa agli anatroccoli l'equazione di Fisher, che poi, ricordiamocelo, è quel genio che nel marzo del 1930 non aveva ancora capito che il mondo era in crisi. Gli economisti post-Keynesiani hanno creato dei discepoli pre-Keynesiani (pre-curva di Phillips, ad esempio). Paradossi della storia economica possibili solo in un paese di schiavi nel quale, come diceva Flaiano, la realtà supera la fantasia. Certo, difficile ammettere: "quello che a noi sembra così importante non serve a una beneamata fava". Quindi, meglio glissare. Ma va bene così, io non sono polemico: sono etilista, e quindi, fatto il mio discorsetto, mi sono serenamente dedicato al trebbiano, in ottima compagnia. Qualcuno comunque credo abbia capito. L'unica Bce buona è quella morta. E la monetasovrana viene utile eventualmente dopo aver sepolto la Bce, cioè nell'ambito nazionale (e non è una cosa molto diversa da quella che praticavamo negli anni '70).

In altre parole, MMT no grazie per ora e per sempre. Sono molto grato a Sergio Cesaratto di volerci perder tempo, ma a me sembra che veramente non sia il caso di mettersi a discorrere con il guru della Mirabile Mistificazione Teorica (MMT), la cui visione è completamente distorta e anche, come dire, viziata da una certa mancanza di cultura economica. Perché, caro Sergio, il problema non è solo quello che tu evidenzi, e che ai lettori qui è ben chiaro da tempo, ovvero che, come tu limpidamente dici:

"full monetary sovereign, that is the power of a country to issue a non-convertible currency that is fully accepted for domestic and foreign payments, is not, with the possible exception of the US, a full prerogative of all countries and, therefore, the panacea MMT exponents envisage"



Questo è un modo molto giusto, ma anche molto parziale di vedere le cose, ed è un modo che, una volta di più, viola un principio fondamentale della vita (non dell'economia): non ci sono free lunch. Il problema è che nemmeno gli Stati Uniti possono fare del tutto come gli pare. Una foreign constraint ce l'hanno anche loro, ed è il banalissimo dilemma di Triffin, che chiunque si occupi di global imbalances conosce (lo ho spiegato in Crisi finanziaria e governo dell'economia). Se uno stato assume (generalmente con la forza) il ruolo di fornitore dello strumento di liquidità internazionale, gode sì del potere di signoraggio (il privilegio esorbitante che tanto infastidiva i francesi), ma (ubi commoda ibi et incommoda) poi deve decidere se dimensionare l'offerta di moneta sulle esigenze proprie (e mandare il mondo in deflazione) o su quelle del mondo. Se prende quest'ultima decisione, allora si troverà in una posizione strutturalmente deficitaria, perché nella sua bilancia dei pagamenti a un'offerta netta di liquidità internazionale necessariamente corrisponderà una domanda netta di beni esteri, come ho ricordato (non spiegato, perché la cosa è banale), qui.

Del resto, perdonatemi, ma ce lo siamo detto, no? Lo sappiamo: se vuoi fare la banca, devi prima indebitarti (coi depositanti). Ecco: anche gli Stati Uniti sono strutturalmente in posizione debitoria netta per il fatto di essere la banca del mondo (nel senso circoscritto di istituzione che crea lo strumento di liquidità fiduciario sul quale si basa la circolazione internazionale delle merci e dei capitali, il dollaro, e anche in quello un po' più ampio di istituzione che fa raccolta a breve - TBill - e impieghi a lungo - Ide). Puoi vederla come l'ipotesi del saving glut  di Bernanke: l'eccesso di risparmio mondiale si riversa negli Stati Uniti (cioè: chi ha eccedenze finanziarie nel resto del mondo le investe in titoli americani) perché il dollaro è liquido e privo di rischio paese. Un'altra cosa che tutti gli economisti internazionali conoscono, tranne alcuni americani moderni, viene da pensare, tant'è che Wray ne parla come fosse un'idea sua ("we can even view the current account deficit as resulting from a rest of world desire to accumulate net savings in the form of claims on the country"), quando invece è notoriamente un'idea espressa da Bernanke sei anni prima. Ovviamente a Wray, che si vuole di sinistra, dà fastidio ricordare che il suo paese assorbe i due terzi delle risorse finanziarie nette rese disponibili dal resto del mondo (risorse che potrebbero essere più utili in altre parti del globo, viene da pensare). Sono note le sue liti su questo punto con colleghi meno usacentrici. Ma il punto non è questo. Il punto è che se gli altri comprano la tua carta, possono farlo per tanti motivi, compreso che tu sei tanto fico e tanto sovrano, ma alla fine della fiera tu ti stai indebitando. E come nel caso degli Ide, il bicchiere puoi vederlo mezzo pieno, o anche tutto pieno, ma alla fine si rovescia. La posizione debitoria strutturale alla quale gli Stati Uniti sono condannati dal loro privilegio esorbitante li conduce, e ci conduce, a periodiche crisi finanziarie. Il Nixon shock e il Lehmann shock alla fine non hanno un'origine così diversa come potrebbe sembrare. Quello che ha condotto alla sospensione della convertibilità, o alla bolla dei subprime, alla fine è la stessa cosa: la posizione strutturalmente deficitaria assunta dagli Stati Uniti per i motivi evidenziati da Triffin nel 1960. La bolla dei subprime era gonfia di liquidità e, come in tutti i casi di crisi finanziaria che Roberto Frenkel elenca (e che io riporto nel pdf linkato sopra) la liquidità veniva in buona parte dall'estero. Non ci sarebbe stato tanto credito a buon mercato negli Stati Uniti se tanti risparmiatori in tutto il mondo non avessero convogliato le loro eccedenze finanziarie negli Stati Uniti. E se non ci fosse stato credito a buon mercato, non ci sarebbe stata la bolla immobiliare. Gli Stati Uniti non fanno come gli pare perchè hanno la monetasovranamonetasovrana. Gli Stati Uniti fanno come gli pare solo perché poi il conto lo paghiamo anche noi. ASAT (as simple as that). La morale della favola, quindi, è che la monetasovrana non è di per sé una panacea nemmeno per chi apparentemente se la può permettere.

Per inciso, vorrei anche ricordare che in tutti i casi di crisi finanziaria dei quali parla Roberto, e comunque in tutte le crisi dell'eurozona, i deficit gemelli non sono quello pubblico e quello estero, ma quello privato e quello estero. Quindi, comunque, in tutto il ragionamento che riporti, c'è qualcosa che non va: perché non si parla mai del vero deficit e del vero debito, cioè quello privato? Non è una critica a te, beninteso, ma a Wray, che come Roubini, come tutti gli economisti "leftist" americani, temo abbia difficoltà a riconoscere che il problema è il debito privato, perché se lo facesse dovrebbe anche dire quand'è che il debito privato è esploso: sotto Clinton. E allora, da loro come da noi, la favoletta che esiste una destra cattiva (Bush, Berlusconi) e una sinistra buona (Obama, Bersy) si sgretolerebbe di fronte all'evidenza che destra e sinistra politiche lavorano fianco a fianco nella fabbrica delle bolle, perché sono entrambe colluse con chi da queste bolle trae immensi profitti.

Ma tutto questo Randall non lo sa.
Ecco: così se vuoi continuare a litigarci ora puoi schiacciarlo sotto le scarpe! Digli che lo saluta il Cavaliere Nero. A me non va di farlo perché ovviamente per farlo bene dovrei leggere una tonnellata di carte delle quali già so che non mi porteranno da nessuna parte. Accetto serenamente dimostrazioni del contrario.

Lasciando Wray per tornare se non a cose, almeno a persone più serie, cioè a noi, pur nella fatica, nella fretta, nella inevitabile superficialità di un incontro che mi vedeva impegnato in altro, e con la testa già altrove (le prove con Musica Perduta a Perugia), mi ha fatto un piacere immenso incontrare Alex, Emiliano, Xabax, e altri pochi occhi silenti di questo blog. E, naturalmente, mi ha fatto molto piacere rientrare a Roma con Ecodellarete, che ha avuto l'idea risolutiva per rovinarmi la carriera: intervistarmi in macchina. In quattro ore sai quante ne ho dette... La prima puntata qualcuno la conosce già:






e qui c'è la seconda:


Divertitevi. E se avete domande, se ne parla (questo è il link a Youtube).

martedì 3 luglio 2012

Comunicazione di servizio: i jukebox, la fine degli OT e il costo della politica

Sto cercando di "pulire" la coda di moderazione, e nel post dedicato agli Ide trovo un bel commento del tipo "ma professore il problema è la corruzzione (sic), la classe politica...".

Cerchiamo di graduare i problemi.

Il primo problema è l'ortografia. Non si scrive "corruzzione", ma "coruzzione" (co' du' ere, sinnò è erore). Si scrive, insomma, come si pronuncia e come si pensa. E forse anche viceversa. Io per esempio scrivo corruzione, ma è un mio vezzo. Sono elitista, o anche, come ieri sera in piacevole compagnia, etilista ((c)massimorocca, il che dimostra che dal letame può nascere un fiore e dai giornalisti di Repubblica un calembour).

Il secondo problema è che io non posso star dietro a tutti, e se un tema suscita un dibattito interessante e appassionato, come è accaduto per gli Ide, io devo cercare di venire incontro con dati e contributi della letteratura scientifica a chi esprime le sue curiosità, e non posso disperdermi nei mille rivoli del luogocomunismo.

Di conseguenza, dovrò essere molto più rigido con gli off-topic. Lo farò a malincuore, perché molti sono interessanti, stimolanti ecc. Ma vedete, un mio amico e collega, il maestro Matteoli, un giorno, tornando indignato da una prova dove gli sconsiderati di turno lo avevano costretto a ripetere mille volte lo stesso pezzo perché non ce la facevano a stargli dietro (non avendo studiato o scelto i brani con sufficiente umiltà), al vedermi sbottò: "Arbe', ma questi mica l'hanno capito che un collega non è un jukebox!". Ecco: non costringetemi a ripetere mille volte le stesse cose e cercate di capire che io voglio bene a tutti ma non potrò seguire sempre le vostre estemporanee curiosità. Considerate anche che il jukebox soddisfa le estemporanee istanze del giovinotto di turno, ma in cambio di una monetina. Dato che il vostro PC manca dell'apposita fessura (e io la monetina non la voglio), non prendetevela se d'ora in avanti passerò nella coda di moderazione "er muriatico" per scrostarla dalle cose che non c'entrano.

Chi si lamenta viene blacklistato (listato a lutto: circondato dall'affetto dei suoi cari, è venuto a mancare a Goofynomics il solito fesso del "perché non mi hai pubblicato, perché mi hai censurato...").

Nel merito, l'amico della corruzzione o coruzzione o corruzione che dir si voglia, in effetti, del tutto off-topic non era. Quante volte abbiamo visto rapporti economici internazionali di alto profilo, tale da richiedere il coinvolgimento di livelli politici, essere, come dire, "lubrificati" da una congrua erogazione di mazzette? Quindi anche molte storie di Ide, a saperle tutte, ci rivelerebbero molto probabilmente simili squallidi (e costosi) retroscena.

Certo, è chiaro: sono costi della politica, a nessuno (e tanto meno a me) verrebbe in mente di contestarli. Ma quello che vorrei farvi capire è che il vero costo della politica sono le decisioni sbagliate. Io lo so che molti non se ne rendono conto, anche perché la rappresentazione (o rappresentazzione) della realtà che ricevono dai media è totalmente e artatamente distorta, ma nella vita di ognuno di loro la scelta sbagliata di aderire prima allo Sme e poi all'euro ha avuto un impatto economico molto più persistente e devastante della coruzzzzione o corruzione che dir si voglia. Il legame fra le mazzette e la crisi economica passa per una variabile, il "debitopubblico", della quale abbiamo fin dal principio dimostrato l'estraneità alle motivazioni profonde della crisi, cosa riconosciuta dai massimi economisti internazionali. Il legame fra rigidità del cambio e stagnazione prolungata della domanda, viceversa, è immediato, percepibile, dimostrabile e dimostrato.

Voi potete capirlo, ormai. Spiegatelo agli altri, o ci penserà la storia con la doppia S maiuscola.

domenica 1 luglio 2012

L'approccio CDA agli IDE

Cosa sono gli Ide dovreste saperlo: sono gli Investimenti diretti esteri. Il Manuale della bilancia dei pagamenti li definisce come quella categoria di investimenti transfrontalieri che è associata "all'acquisizione da parte di un residente in un'economia del controllo o di un significativo grado di influenza nell'amministrazione di un'impresa residente in un'altra economia". In pratica, si qualifica come investimento diretto l'acquisto di un pacchetto azionario superiore al 10% (o comunque di titoli che attribuiscano più del 10% dei diritti di voto nell'organo che amministra l'impresa). Ovviamente il quadro è complesso, dato che le imprese possono essere strutturate secondo catene di controllo complesse, che magari coinvolgono più entità ("scatole cinesi"). Va da sé che rientra nella categoria degli investimenti diretti esteri anche il caso di un imprenditore che costituisce un'azienda in un paese diverso da quello di residenza. Si parla in questo caso di investimento greenfield (dove prima c'era un praticello verde, poi c'è una fabbrichètta - con la è).

La pubblicazione di riferimento per l'analisi degli Ide è il World Investment Report dell'UNCTAD (questo è il link all'ultima edizione).

Il fenomeno degli Ide ha promosso ovviamente molto interesse nella letteratura scientifica, che lo ha affrontato con diversi approcci. In Italia prevale l'approccio CDA. Per farvi capire esattamente di cosa si tratta, forse la cosa migliore è farvi un esempio:



Buongiorno Professor Bagnai, ho già provato ad inserire alcuni commenti ma non li ho mai visti pubblicati. Non so se sia stato a causa di un qualche errore da me commesso nell'inserimento o se Lei li ha ritenuti non pertinenti. In ogni caso ci riprovo, visto che tratta un argomento, gli investimenti esteri, che mi interessa, lavorando in un'azienda di proprietà americana, e che quindi mi porta a scrivere un commento specifico su di esso. Da quel che capisco, ma forse sbaglio non cogliendo a pieno il senso, Lei non è un sostenitore degli IDE, anzi li considera, tutto sommato un problema. Allora le sottopongo un possibile scenario per cercare di comprendere meglio. Supponiamo che io sia un imprenditore del settore agricolo. A un certo punto mi accorgo che sull'Isola Che Non C'è ci sono molti terreni potenzialmente fertili ma incolti e molta manodopera inutilizzata perché, non avendo strumenti agricoli (trattori, aratri, mietitrebbie e via discorrendo), nessuno lavora la terra. Decido  quindi di acquistare un terreno e di portare sul posto tutti questi strumenti, assumendo personale per lavorare. Pertanto una terra ora improduttiva inizierà a produrre grano. Una parte di questo grano servirà, direttamente o indirettamente tramite la moneta, a pagare i lavoratori, una parte costituirà il mio profitto, la remunerazione del capitale che io ho investito. Ovviamente tale mio profitto me lo porterò a casa mia. Siamo quindi in presenza di un IDE dei più classici. Mi può spiegare come questo possa essre negativo per l'Isola Che Non C'è? 1) Ho pagato il terreno, quidni gli Isolani potranno, con quanto ricevuto, acquistare trattori, aratri per coltivare altri campi 2) Ho iniziato una produzione che prima semplicemente non esisteva 3) Una parte di questa produzione rimane sull'Isola e prima non ci stava 4) Quanto porto a casa mia ugualmente prima non esisteva 5) Non posso riportarmi a casa il campo, al massimo mi posso riportare il trattore 6) Gli Isolani, con il reddito che rimane a loro, potranno un giorno ricomprarsi il terreno, se avrò voglia di cederlo, con tutte le attrezzature. A me sembra piuttosto che il mio IDE abbia generato prosperità per l'Isola. Mi corregga dove ho sbagliato.


Al gentile lettore, il cui commento era finito nella cartella spam, e del quale, però, non ho trovato altri commenti (forse sono stati scritti negli ultimi 14 giorni?), occorre dare una gentile risposta.



Gentile lettore,

il suo esempio ha un'unica pecca, della quale, del resto, lei è perfettamente consapevole. Questa pecca consiste nel fatto che l'isola che non c'è, appunto, non c'è.

Vede, lei può non essersene accorto, ma personalmente rifuggo, e con me rifuggono molti miei lettori, dall'approccio favolistico all'economia, l'approccio Collodi-De Amicis (CDA, appunto). Belle favolette, con bella e facile morale, che esentano chi le propone dal duro lavoro di confrontarsi con i dati.

Io non ho detto da nessuna parte (la sfido a indicarmi dove io lo abbia mai fatto) che gli Ide sono in assoluto "cattivi". Non l'ho fatto non solo perché faccio di un approccio scientifico, e quindi non favolistico e moraleggiante, la mia bandiera (sotto la quale, le ricordo, si stanno schierando in molti, contrariamente a quanto molti si aspettavano). Non l'ho fatto non solo perché mi occupo da vent'anni di economie in via di sviluppo pubblicando ricerche sui movimenti internazionali di capitale. Non l'ho fatto non solo perché conosco bene la storia dell'economia cinese, sulla quale ho scritto un libro, e diversi articoli scientifici, e nella quale gli Ide hanno svolto un ruolo importante (come in tante altre economie). No: non è solo per questo. Non sono sfavorevole aprioristicamente agli Ide perché io, a differenza di molti liberisti alle vongole, e però in piena sintonia con gli economisti veramente ortodossi, capisco, ammetto e riconosco che il capitalismo è un sistema economico basato sul debito, debito del quale gli Ide sono una delle tante possibili articolazioni. Il debito, di per sé, non è né aprioristicamente buono, né aprioristicamente cattivo. Bisogna vedere quanto è, perché viene contratto, e quando lo si contrae (oltre a tante altre cosette), per poter formulare un giudizio.

Lei avrà forse potuto intuire che io sono però allergico alla vuota retorica. Per questo motivo trovo repellente lo slogan che identifica nell'afflusso di capitali esteri la soluzione dei nostri problemi. Glielo dico con parole semplici: non sono io a dire che gli Ide in entrata sono sempre cattivi (ripeto: se lo ho fatto mi indichi dove e mi correggerò), sono gli altri a dire che gli Ide in entrata sono sempre buoni. E se vuole un esempio, basta che si legga questo post.

Vede, lei avrà altre preoccupazioni, giustamente. A me però preoccupa molto il fatto che in un periodo come questo i giornali sistematicamente diffondano informazioni tendenziose. Ai lettori deve essere chiaro che un afflusso di capitali è un debito. Partendo da questa corretta informazione si può ragionare correttamente e laicamente sulla necessità di contrarlo. Ma se si parla solo di "afflusso di capitali" aprioristicamente presentato come positivo, qualsiasi valutazione di opportunità sfugge al civile controllo democratico degli elettori. Una cosa che ad alcuni può far piacere. Spero (per lei) non a lei.

Poste queste premesse di metodo (ma la democrazia è un metodo), le fornisco qualche semplice spunto di riflessione. Il suo esempio è totalmente inappropriato per due motivi. Uno, molto semplice, è che lei fa riferimento a un investimento greenfield (portare il capitale ai poveri isolani che non ce l'hanno), mentre nel caso dell'Italia si parla di acquisire a prezzo stracciato imprese che ci sono e sono (sarebbero) relativamente competitive, con in più la condizione di avere le mani relativamente libere per licenziarne parte del personale. Credo che lei intuisca che non stiamo parlando esattamente della stessa cosa.

Questo tipo di investimento diretto rischia quindi di creare disoccupazione e distruggere domanda interna, cosa della quale, lei ne converrà, in questo momento non si sente il bisogno.

Il secondo motivo, che ai lettori attenti (e ai figli di colleghi - vedi sotto) non dovrebbe sfuggire, è che in questo momento l'Italia, come ho più volte ricordato, soffre di un problema di debito estero piuttosto consistente. Contrarre ulteriori debiti in questo periodo, e per di più debiti particolarmente onerosi come sono gli Ide, non è un'ottima idea.

Chiarisco.

Non so se prima di espormi la sua tanto cortese quanto lievemente inappropriata critica lei si sia preso la briga di guardare le mie considerazioni sull'Irlanda, leggendo anche la discussione che ne è seguita su lavoce.info. Se lo avesse fatto, capirebbe che il mio argomento, supportato dai dati (a differenza di molti argomenti altrui) non era che gli Ide fossero cattivi, ma che l'Irlanda ne aveva accolti troppi facendo una politica di dumping fiscale (credo che la storia le sia nota).

Bene.

Io vorrei che chiamassimo le cose con il loro nome, per non doverci accorgere domani che l'Italia ha accolto troppi Ide (cioè ha contratto troppi debiti con l'estero) per effetto di una politica di dumping sociale (cioè invogliando gli imprenditori esteri a stabilirsi qui tramite lo smantellamento delle garanzie sociali e la conseguente repressione salariale).

Tutto qui.

E, come vede, io le sto parlando della penisola che c'è. L'isola che non c'è, in questo caso, mi sembra una metafora inadeguata. Lei può, ovviamente, continuare a pensare che sia una mia opinione. Non le farò pesare il fatto che io le mie opinioni non le pubblico solo sul mio blog.




Albè ma gli IDE non è che sono per forza di cose sbagliati, dipende come sono gestiti politicamente (sud corea docet) Che poi i nostri simpatici aguzzini non lo vogliono assolutamente fare, è un altro paio di maniche. o no? Francesco Zezza.

E due! Senti, caro, io a papà tuo gli voglio troppo bene. E questo però mi crea un dissidio... Tu, prima del gentile lettore di cui sopra, dovresti spiegarmi dove mai io ho detto che gli IDE siano per forza di cose sbagliati. Me lo indichi il punto? Ripeto: questi ci stanno dicendo in faccia che ci fanno il piacere di comprarci le nostre aziende se noi però gli permettiamo di licenziare un numero sufficiente di lavoratori. Chiaro, no? Il mio post non si intitolava "Teoria pura degli Ide", si intitolava "Confessioni sull'art. 18". Chiaro, no? Il problema non è che io dico che tutti gli Ide sono cattivi, il problema è che gli altri dicono che tutti gli Ide (in entrata) sono buoni. Chiaro, no? L'Italia di debito estero ne ha già parecchio, sto solo chiedendo che si rifletta sull'opportunità di farne altro (il che presuppone che le cose vengano chiamate col loro nome). Chiaro, no?

Evidentemente no. Però qualcuno lo ha capito. A questo punto devo decidere se il problema è mio... o di quelli che non hanno capito. Dai, su, per questa volta (e solo per te) farò finta che il problema sia mio. Ma poi, quando nessuno ci ascolta, ti dirò la verità...