Il caldo che opprime (voi) rende piacevole riandare col
pensiero a questo inverno.
Proemio
Ero a Rouen, invitato a cena da Erick, col mio collega A., en petit comité. Erick organizza una
volta al mese un piccolo party a casa
sua, “le 22 au 22” (perché è ogni 22
del mese e lui abita al numero 22), una di quelle cose dove ognuno porta
qualcosa da mangiare (e quindi io ceno prima), e dove si beve e si parla
troppo. Esperienze utili per me, sempre desideroso di perfezionare la lingua.
Antefatto
Ma A., in un 22 precedente, aveva fatto un’esperienza
spiacevole. Si era, come ricorderete, in campagna elettorale. Una campagna
elettorale che in Francia era finta quanto in Italia, ma leggermente più varia.
Avrete notato infatti che mentre in Italia la scelta è fra due destre, in
Francia la scelta era fra tre: Hollande, Sarkozy, Le Pen. Ora, si dà il caso
che Le Pen stesse cominciando a raccogliere consensi con le sue proposte critiche
nei riguardi dell’euro. E a casa di Erick, va da sé, non circolano molti
lepenisti, oh no no no, tutt’altro! Noblesse oblige. E la destra di sinistra...
o la sinistra di destra... insomma: i piddini francesi, mal reagivano a queste
provocazioni che scompigliavano le loro carte truccate in tavola. Un mazzo con
trenta assi di denari (e un asso da trenta denari, Hollande). Così, in un
crocchio di siffatti intellettuali si deprecava, stracciandosi le vesti, l’ottusità
del popolo che stava mostrando di cedere a questi richiami populisti. Perché si
sa, la sinistra è per il popolo, e al popolo perdona tutto. Gli perdona
soprattutto di cedere ai richiami elitisti (o, come nel caso mio e di A.,
etilisti). Ma non può perdonare al popolo di decidere con la testa sua. Se lo
fa, il popolo diventa populista. Il che, capite bene, è una cosa che un
intellettuale di sinistra dal popolo proprio non si aspetta, e che stigmatizza
come un gesto di profonda ingratitudine verso le élites decotte che con tanta
sollecitudine gli hanno indicato la strada. Si sa: è il PD che traccia il
solco, e la BCE che lo difende. O forse viceversa.
A. aveva forse un po’ bevuto, ma i 22 a quello servono.
Entrato nell’orbita del crocchio di intellettuali, a un certo punto (in vino
veritas) non si era potuto trattenere dall’apostrofarli, sotto lauta
ispirazione girondina (nel senso del Médoc), facendo notar loro che non ne
poteva più di questi intellettuali di sinistra per i quali la democrazia
consiste nel fatto che il popolo faccia quello che loro hanno deciso, e che
trovava pericoloso bollare come populista l’adesione di masse popolari a certe
proposte, banalizzando questa adesione come segno di scarsa cultura e scarso
afflato europeo, dimostrando però così di non aver capito nulla delle dinamiche
economiche e sociali che stavano trasformando l’euro in un massacro per le
classi subalterne.
Ecco, non sono proprio sicuro che le parole fossero queste,
ma il senso era questo: siete dei fascisti di merda e parlate pure...
Il senso era stato perfettamente colto. Immagino la scena.
Sul garrulo autocompiacimento degli intellettuali di turno (come siamo fichi,
come siamo lungimiranti, come siamo europei, come ci piace Schuman – quello
finto, con una “n” sola, perché quello con due “n” gli europei di questa fava generalmente lo ignorano, preferendo, come si sa, quella forma di musica
intrinsecamente europea che è il gez), le parole di A. erano calate come un
secchio di acqua gelida, lasciando gli astanti un pochino interdetti. Ora,
sapete che in Francia non è bienséant
parlare di politica in queste occasioni. E quindi il povero A. si era sentito
in colpa, anche perché nella sua veemenza aveva preso di petto in particolare
un vecchio amico di Erick, seminando tanto imbarazzo (percepito) quanto buon
senso (non percepito). Cose che capitano.
Ma A., che oltre a essere (come dicono a Roma) un “taglio”,
è un bravo ragazzo, si era sentito mortificato per aver introdotto una nota
stonata. Che poi male non ci stava: in fondo il gez campa di dissonanze, come il mio amico Pantegana ben sa (e del resto anche le toccate di Frescobaldi, ma
non vorrei qui aprire un difficile contenzioso: sufficit diei malitiae suae).
Svolgimento
Torniamo alla nostra serata fra maschi, posteriore al
fatidico 22 della discordia, inquinata dalla campagna elettorale che ci
impediva comunque di parlare di argomenti interessanti (tipo: le femmine).
Immaginate la faccia di A. quando, verso le 11, bussano alla
porta, e chi entra? Certo, proprio lui, l’intellettuale che deprecava il
populismo, quello col quale il povero A. riteneva di avere qualche motivo per
essere in imbarazzo. E in effetti avevo immediatamente percepito un pochino di
gelo, che si era però rapidamente sciolto (sempre col solvente del Médoc
rinforzato dal Calvados). Ci ritroviamo così attorno a un tavolo in quattro, a
parlare delle solite cose, perché la lingua batte dove ecc. E naturalmente loro
manifestavano le intenzioni di voto: A. per Mélenchon, Erick per Hollande (ma
poi lo abbiamo convertito), e l’amico del popolo per... Eva Joly! Ora, voi non
sapete chi sia, credo, ma ve lo spiego rapidamente: è una signora di una certa
età che si è candidata al grido di che
serais la cantitatte de tousse les français. Il lieve difetto di pronuncia
è dovuto alle origini alamanne: la signora era la candidata dei verdi, e l’amico
del popolo era verde (dentro).
E A., fatta pace, lo provocava: “perché vedi, io lo so, lo
capisco, voi che avete una fede verde (che io in linea di principio condivido:
è indiscutibile che l’inquinamento – come la spesapubblicaimproduttivabrutto,
n.d.r. – sia un male), voi che avete questa convinzione militante, siete un po’
a rischio, perché oggi l’inquinamento ha evidentemente una dimensione
transnazionale, ed è quindi chiaro che per affrontarlo occorre una cooperazione
europea. Certo, questa dimensione europea è importante. Ma il problema è che
questo tipo di cooperazione non ha nulla a che vedere con la scelta aberrante
di dotarsi di una moneta unica. Si può decidere di darsi una legislazione
ambientale uniforme, indipendentemente dalla moneta adottata.”
Ma l’amico glissava, e ampliava le vedute, parlando di sé,
che nel suo caso sarebbe stato “io”, o meglio “je”. E ci raccontava di come fosse
uscito dall’ENA (eh già, era un enarca...) ampiamente dotato di visione
europea, e di come nella sua promozione (sarebbe la classe) all’ENA, della
quale peraltro era risultato fra i primi (fantastico!), avessero fatto parte
tanti uomini politici che questa visione avevano così degnamente incarnato. E
ci narrava del suo lavoro di magistrato, impegnato in prima fila in tante
nobili (ça va sans dire) battaglie in
difesa dell’ambiente, in particolare di quello fragile (ô combien!)
dell’estuario della Senna, le cui zone umide (zones humides, e mi raccomando la liaison, altrimenti Erick vi cazzia: zonzumides), le cui zonzumides,
disais-je, sono messe a rischio dallo
sviluppo del porto, e quanto sono importanti le zonzumides, e quanto è bella la legislazione europea sulle zonzumides, che è così avanzata, così
lungimirante, che veramente dobbiamo esserne fieri, che protegge tante
specie...
Catarsi
E io, che non ho fatto l’ENA, ma ho al mio attivo un master
in pragmatismo concettuale conseguito al Dopolavoro Ferroviario di ponte
Margherita, a sentire l’enarca mijoter
nel suo brodo di giuggiole europee, mi si stava veramente torcendo il funicolo.
Sicché, arrivati all’ennesimo sdilinquimento sull’Europa che ci fa tanto bene,
profittando di una pausa (la musique
avant toute chose), piazzo lì un lapidario: “il faudrait se demander si les
ouvriers sont aussi une espèce protégée par l’Europe” (ci sarebbe da chiedersi
se anche gli operai siano una specie protetta dall’Europa).
L’amico del popolo fu, per un breve momento, verde dentro e
fuori, sperimentando una temporanea afonia. Mais
c’était de bonne guerre! Lasciai alla muta dei miei fidi levrieri il completare
l’opera, sbranando il fagiano verde ferito mortalmente da questo piccolo dardo florentin. Modesta curée per le loro fauci, ma immensa soddisfazione per un bastardo
non madrelingua (io).
E che cazzo!
Epilogo
Mentre tornavamo a casa, riflettendo sull’accaduto, dicevo ad
A.: “certo che voi francesi questa cosa delle zonzumides ce l’avete proprio nel DNA! Pensa al vostro inno: ‘qu’un
sang impur abreuve nos sillons’. Ecco: quello che l’amico verde non capisce è
che ogni zona può diventare una zona umida. Basta irrigarla col liquido giusto.
Che è quello che succederà se la gente continua a sragionare di €pa come quel
tronfio fagiano”.
Ma questo noi lo sappiamo. Come il lago di Tovel, anche l’Arbia
si colorò di rosso. E le alghe c’entravano poco. Da che mondo è mondo, se ci
fossero meno anime belle, succederebbero meno cose brutte. Memento.
E chi non piange ascoltando i Dichterliebe è piddino. Fate almeno finta, per favore...
E chi non piange ascoltando i Dichterliebe è piddino. Fate almeno finta, per favore...