Oggi pomeriggio, mentre leggete questo post, sono ospite, insieme col collega Monti, dei frati minori di Assisi, che ringrazio, per un dibattito sul tema "Garanzia e sostenibilità del welfare nel breve e nel lungo periodo". Non ho idea di chi abbia avuto l'idea di chiamarmi, né di chi abbia scelto il tema del dibattito, sul quale avrei qualcosa da dire (intendo: sulla formulazione del tema). Intanto, cerco di mettermi nella testa dei turisti del dibattito, che abbonderanno in sala, e di immaginare che cosa possano capire di quello che vedranno e ascolteranno. Suppongo che i turisti del dibattito riterranno di assistere a un dibattito fra due uomini politici, e quelli più evoluti al dibattito fra un intellettuale prestato alla politica (Monti) e un uomo politico nazifascioxenorazzista cresciuto bastonando stranieri e affiggendo manifesti nelle nebbie padane (fedele ritratto, come sapete, di tutti i miei colleghi parlamentari della Lega)!
Poveri turisti del dibattito! Noi ne abbiamo compassione, ma sbagliamo, dovremmo invidiarli: brancolare nel buio non è poi così male, se consideri l'alternativa: la consapevolezza. La consapevolezza è sempre dolorosa, se non altro perché passa per una operazione necessariamente dolorosa: la soppressione di un proprio io più ignorante, condizione necessaria per l'affermazione di un io meno ignorante! Voi, qui, ci siete passati tutti, o quasi (escludo, ovviamente, i turisti del dibattito). I più fortunati (o sfortunati, dipende...) si presero uno schiaffo in faccia nell'agosto 2011 leggendo sul manifesto l'articolo che poi ripubblicai pochi mesi dopo qui. All'epoca, ricorderete, ero un intellettuale di sinistra, che si rivolgeva a chi credeva avesse gli strumenti culturali per capire. Sopravvalutavo la cultura, in effetti, perché da capire c'era molto poco: sarebbe bastato ascoltare, ma non mi era ancora così chiaro ed evidente come oggi quanto la cultura sia una corazza, uno schermo che preclude a chi ritiene di possederla l'apertura, l'accoglienza a idee estranee dal perimetro dei propri preconcetti.
Eppure, non tutti a sinistra usavano la cultura come schermo. Qualcuno la usava per quello che è, cioè come strumento di lettura della realtà.
Mi ricordo che ero a Mondovì, all'Accademia Montis Regalis, dove ero stato chiamato come maestro accompagnatore per un corso di flauto tenuto da Kees Boeke e Francis Colpron, due artisti dai quali ho imparato molto (magari, un giorno vi dirò un paio di cose che potrebbero essere utili anche a voi). Dopo le lezioni provavamo con Colpron il concerto di Palazzo Rosso (qui, qui, qui). Nelle pause Francis, col quale abbiamo un amico comune che gli aveva illustrato il mio peculiare percorso professionale, si informava sul mio lavoro e sulla situazione dell'Italia. Ricordo come gli esprimessi la preoccupazione per il successo inaspettato che un mio articolo aveva avuto, e per l'esposizione politica che ne sarebbe derivata. Sapevo quanto fosse fascista il mio ambiente e mi chiedevo quanto fossi pronto a combattere lo squadrismo, il conformismo, la subalternità culturale dell'accademia, che le semplici verità espresse nell'articolo avrebbero inevitabilmente aizzato, come poi fu. Non mi passava nemmeno per la testa di poter un giorno assumere un ruolo politico, una carica elettiva, né, tanto meno, di farlo con un partito che vedevo lontanissimo dalle mie posizioni, e che tutti (tranne me) vedevano in caduta libera.
Questo esito del tutto inaspettato è stato reso possibile da una persona alla quale, come ben sapete, va tutta la mia gratitudine, se non altro perché mi vale l'onore di esprimermi in una sede così prestigiosa: proprio il collega Monti!
Se lui non fosse stato chiamato, il 16 novembre del 2011, a salvare l'Italia nelle note circostanze, io mai e poi mai avrei pensato di lanciare nello stesso giorno il mio guanto di sfida all'establishment pubblicando in proprio I salvataggi che non ci salveranno, un articolo che era stato rifiutato da lavoce.info per ordini di scuderia, proprio a seguito della visibilità che mi aveva dato l'articolo sul manifesto. Un rifiuto, oggi posso dirlo, motivato certo non dalla mancanza di merito scientifico, visto che la semplice tesi ivi espresse venne poi ripresa in pompa magna da Giavazzi nel 2015 (ovviamente con la consueta disonestà intellettuale che vieta di citare chi ci è arrivato prima di te, se non appartiene alla tua squadra). L'articolo spiegava che "la crisi dei PIGS nasce dall’accumulazione di debito privato verso creditori esteri" (Bagnai, 2011), cioè che "era stata una classica crisi di debito estero, non una crisi di debito pubblico" (Giavazzi, 2015). Questa essendo la diagnosi, la terapia non avrebbe dovuto insistere con tagli sul debito pubblico (che non era la causa della crisi). Se si fosse seguita la strada dell'austerità, si sarebbe andati incontro a un fallimento: i salvataggi non ci avrebbero salvato.
I turisti del dibattito, a differenza di voi, non hanno idea di tutte le infinite sfaccettature di questo semplice ragionamento, sulle quali qui ci siamo intrattenuti in dettaglio per otto lunghi anni, e non hanno nemmeno idea degli ordini di grandezza del "salvataggio". Eppure, basta osservare i dati:
Come sapete, le politiche di Monti, il cui avvento è evidenziato nel grafico dal pallino rosso sul tracciato blu del Pil, ampliarono e resero persistente quella che era comunque stata, la crisi più grave dalla Seconda guerra mondiale in poi, non tanto per l'entità dello shock proveniente dagli Stati Uniti (indubbiamente più rilevante del solito), quanto per la mancanza di alcuni strumenti standard di politica economica (fra cui la flessibilità del cambio).
Altri paesi, quelli che avevano fatto deficit, come la Francia, sopperendo con lo strumento fiscale alla mancanza di altri strumenti, si ritrovano oggi anche loro con cicatrici nel tracciato del proprio Pil, ma di entità molto più contenuta:
Per quanto questa metodologia sia rozza, ci fornisce degli ordini di grandezza che meritano una riflessione (i dati vengono da AMECO). Nel 2019 il Pil italiano è 445 miliardi di euro al di sotto della sua tendenza storica, osservata con minimi scostamenti ciclici nei 47 anni precedenti alla crisi. In Francia è solo (si fa per dire!) 107 miliardi di euro al di sotto del tendenziale. Rinuncio a fornirvi la perdita cumulata dal 2008 ad oggi.
E qui si torna al tema sul quale sono oggi convocato, quello della "sostenibilità del welfare nel breve e nel lungo periodo". Mi restano oscure due cose: intanto, perché io? Il significato profondo, quello che l'intelligenza della Storia conferisce a questo incontro, ve l'ho detto: la creatura (io) incontra il suo creatore (Monti)! Ma questo gli organizzatori certo non possono saperlo. Non si capisce allora perché chiamare a parlare di welfare due persone che di welfare mai si sono occupate a livello scientifico. Siamo, insomma, alle solite: magari l'uomo colto capisce che se ha male a un dente non gli serve un cardiologo. Quando però, invece che del corpo umano, si parla del corpo sociale, allora siamo todos economistas! Certo, la militanza politica a questo ci condanna: a essere tuttologi. Accettiamo con santa rassegnazione questa croce, e proviamo a dire comunque qualcosa di intelligente...
Ad esempio, a me resta anche oscuro il significato di "sostenibilità nel breve periodo". Quello di "sostenibilità", anche nell'ambito "ambientale" in cui generalmente lo incontriamo, è intrinsecamente un concetto di lungo periodo, riferito alle famose "generazioni future", e noi qui sappiamo che la Commissione Europea non era preoccupata dalla sostenibilità a lungo termine del welfare italiano all'epoca in cui, con una immotivata logica di urgenza, vennero promossi provvedimenti tanto dolorosi per i cittadini. Certo, nel frattempo le cose sono cambiate. L'Italia, da unico paese con una posizione fiscale sostanzialmente sostenibile a lungo termine:
(la fonte è il Fiscal Sustainability Report del 2018), ma attenzione! Questo cambiamento sfavorevole non è dovuto a uno spostamento verso l'alto, cioè a un peggioramento delle prospettive demografiche a lungo termine (leggi: insostenibilità del sistema pensionistico), bensì a uno spostamento verso destra, cioè a un peggioramento della posizione fiscale iniziale (leggi: aumento del debito pubblico).
E sarebbe forse anche il caso di ricordare ai turisti del dibattito, e ai cretini che "l'orologio del debito", come siano in effetti andate le cose. Il tracciato del debito è qui:
(i dati vengono da qui), e il puntino rosso indica sempre la stessa cosa: l'avvento del salvatore (con la "s" minuscola).
Si vede bene che il debito pubblico non poteva essere stato la causa della crisi del 2008, visto che dal 1995 al 2007 era sceso di 17 punti percentuali. Ma allora, dirà qualche turista del dibattito, ha ragione chi dice che Monti non ha fatto austerità, visto che con lui il rapporto debito/Pil è aumentato! Bè, se fosse così, allora dovremmo dire che la stagione 1995-2007, in cui il debito tendenzialmente è sceso arrivando sotto il 100% del Pil, è stata un'unica, lunga stagione di austerità! Ma le cose non stanno esattamente così:
In effetti, nel periodo dal 1995 al 2017, quello in cui il rapporto al Pil diminuiva di 17 punti percentuali, il debito in termini assoluti aumentava (non diminuiva) di 535 miliardi di euro, cioè di circa 45 miliardi all'anno. Nel periodo dal 2011 al 2018 l'aumento assoluto è stato di 413 miliardi, corrispondenti a circa 59 miliardi all'anno. Una accelerazione c'è stata, ma il grosso dell'aumento del rapporto al Pil nell'era di Monti, pari a 16 punti, è stato determinato non tanto dall'aumento del debito, tutto sommato in linea con l'esperienza storica, quanto dal micidiale crollo del Pil, documentato dal primo grafico. Lo so che molti non ci sono ancora arrivati, che molti non ci arriveranno mai, e che molti sono pagati per non arrivarci: tuttavia il rapporto debito/Pil può crescere non solo se aumenta il debito, ma anche se diminuisce il Pil. Quello che ci ha spostato nella zona di insostenibilità, secondo la Commissione, non è quindi stato il peggioramento delle nostre tendenze demografiche, ma il crollo del nostro Pil: questo ha determinato un deterioramento della nostra posizione iniziale (cioè, appunto, un innalzamento del rapporto debito/Pil).
Non abbiamo tagliato troppo poco: abbiamo tagliato troppo, e non lo dico io: lo dicono loro! Dopo che le regole fiscali "complicate" hanno causato un disastro a casa nostra, ora i nostri amici vogliono regole più semplici a casa loro. Ma questo sarà oggetto di altre considerazioni. Ora vi lascio: devo mettermi per strada per andare ad incontrare il mio creatore (involontario, e con la "c" minuscola)...