martedì 30 dicembre 2025

The disgruntled Athenian

(…versione awanagana ma molto più inquietante dell’ormai classico ateniese imbruttito! À vous…)

























(…poi mi sono rotto i coglioni, perché per quanto l’attività ludica possa essere stimolante, alla fine ci si stanca. Attendo vostri pregiati commenti, ai quali anticipo, non per indirizzare i vostri, due miei: intanto, mi pregio di farvi rilevare che anche una volta richiamato all’ordine l’amico intelligente ha continuato a darmi riferimenti di pura fantasia; inoltre, possiamo dare per scontato che la stragrande maggioranza degli imbecilli che in questo momento stanno cercando di spiegarmi che cosa sia l’intelligenza artificiale nella cloaca, scriva i suoi lavori - scientifici o meno - affidandosi totalmente ad essa.  Ci aspettano tempi decisamente interessanti…)

domenica 28 dicembre 2025

Appunti per l'aula

Vi ricordate quelli che avevano abolito la povertà?


Lo avevano fatto nel 2018 (bei tempi quelli!) con un DEF (all'epoca di chiamava così) che prevedeva per il 2019 un deficit del 2,4%:


con un avanzo primario dell'1.3%. Sapete come andò? Andò così:


con un deficit all'1,5% e un avanzo primario all'1,7%! Il Fmi prevede per l'anno prossimo un avanzo primario di un ordine di grandezza decisamente inferiore: 1,1%. Sulla sua opportunità si può naturalmente discutere, ma perché tutto questo stracciavestismo da parte degli abolitori della povertà, visto che hanno fatto molto peggio?

Aggiungiamo un dettaglio al quadro: la spesa per interessi, e quindi l'importo del saldo complessivo:

Mentre scrivevo la mia tesi di dottorato sulla sostenibilità del debito pubblico la spesa per interessi era quasi al 12% del Pil. Fra il 1993 e il 1999 è diminuita di 6 punti percentuali di Pil. Fra il 1999 e il 2025 di 2 punti percentuali di Pil. Il grosso è stato fatto senza euro, e dal 2004 circa viaggiamo attorno ai 4 punti percentuali di Pil di spesa per interessi. Il minimo si è toccato a 3,2% proprio nel 2019, sull'onda dei tassi zero o negativi, e un'opposizione intelligente forse lo rivendicherebbe (anche se poi dovrebbe spiegare perché al tempo del COVID non volle seguire il nostro suggerimento di indebitarsi a tassi sostanzialmente nulli aspettando il soccorso europeo, cioè quel PNRR i cui costi finanziari sono ancora sostanzialmente ignoti). Ovviamente l'aumento nel peso della spesa per interessi rispetto al 2019 è determinato dal forte incremento del rapporto debito/Pil nel periodo del COVID, un incremento sostanzialmente recuperato in tre anni:

perché gestito sospendendo le regole europee, a differenza di quanto successo con i due precedenti incrementi, quello del 2009-2010 causato dalla Grande crisi finanziaria globale e quello del 2012-2014 causato dall'austerità, entrambi gestiti applicando le regole europee. Va da sé che la spesa per interessi è il prodotto degli interessi per il debito, e quando di debito ce n'è di più, a parità di interessi si spende un po' di più.

(...vado in Commissione XIV, poi continuiamo qui di seguito...)

(...XIV fatta, prima avevo fatto la VI. Ovviamente quando posso sostituire dei colleghi lo faccio volentieri, è il minimo che possa fare per farmi perdonare di essere un privilegiato, in quanto Presidente di Commissione, e poi trovo affascinante l'atmosfera dei Palazzi quando sono deserti - meno affascinante dal punto di vista degli assistenti parlamentari avere uno fra i piedi, ma capita! Ora la cosa va così: la discussione generale inizia alle 16 e mi sono offerto per evitare a un collega della V di scendere in anticipo, dato che alle 19 si metterà la fiducia. L'ordine degli interventi è questo:


prima di me ne hanno per circa 152 minuti - diciamo per due ore e mezza - io mi ascolterò gli interventi dal mio studio vista Pantheon:


ma anche vista San Pietro, raccogliendo le idee qui con voi, e verso le 18 me ne andrò in aula per deporre le mie perle di saggezza nello scrigno del resoconto che un giorno qualcuno leggerà, fermo restando che carmina sublimis tunc sunt peritura Lucretii, come sanno quelli di voi che hanno fatto le scuole alte. Riprendiamo il percorso...)

I numeri che vi ho fornito, oltre a smascherare la petulante ipocrisia di certe opposizioni, spiegano forse perché di questa manovra si parli in termini lordi, come fa ad esempio il nostro vecchio amico Cottarelli, sostenendo che il suo importo è di appena lo 0,8% del Pil, sostanzialmente analogo allo 0,9% del 2014. Questo 0,8% suppongo che salti fuori dalla divisione 18,8/2249 = 0,008, ed è già obsoleto, perché nel frattempo l'importo lordo è salito a circa 22 miliardi, e quindi siamo allo 0,9% del Pil. A prescindere dall'entità delle somme, l'argomento a me appare sinceramente grottesco. Quello che conta in termini macroeconomici infatti non è tanto l'entità lorda della correzione rispetto agli scenari tendenziali (cioè, appunto, la manovra), quanto il contributo netto del saldo pubblico alla domanda interna, cioè il deficit di bilancio. Mi spiego: la manovra per il 2019 (nominalmente) correggeva la spesa pubblica al rialzo di 1,3 punti percentuali di Pil, ma a consuntivo è risultata nel deficit più basso dai tempi del secondo Governo Prodi (2007), ed è quindi stata la seconda manovra più restrittiva di sempre (per la precisione, dal 1988).

Come può essere successo? Non è difficile capirlo: un conto è stanziare i soldi (questo fa la manovra di bilancio) e un conto è spenderli. Per spenderli ci vuole un minimo di cultura amministrativa, ed è qui che sono caduti gli asini...

Non è nemmeno colpa loro, poverini. La macchina amministrativa era già stata sufficientemente fiaccata e demotivata dalle politiche di austerità. Per averne un'idea, qui vedete la variazione dei dipendenti pubblici dal 2008 al 2024:

e vedete che grazie all'austerità l'Italia ha fatto la più energica cura dimagrante, con un -17% di occupati nella PA, non avendone di per sé particolare bisogno, dato che la sua percentuale di dipendenti pubblici sul totale dei dipendenti era comunque già sotto la media europea:

a differenza, come credo sappiate, di quanto accade ad esempio in Francia.

Non è stato un segno di grande intelligenza sobbarcarsi la quota più alta di PNRR avendo la macchina amministrativa più logorata dell'intera Eurozona, peraltro, ma all'epoca più che dirglielo non potevamo fare (e ora dobbiamo gestire una situazione piuttosto complessa, che avremmo preferito evitare).

C'è poi un altro dettaglio, più tecnico, che sconsiglia di fare gli sboroni in sede di approvazione del bilancio, ed è la struttura delle nuove regole fiscali, che sono basate, come penso sappiate, sul profilo della spesa netta. Il Regolamento 2024/1263 all'articolo 6, punto c, prevede che la correzione della spesa netta sia lineare e proporzionale lungo tutto il periodo del piano (quadriennale o settennale), il che, in soldoni, significa che se non spendi nell'anno t le somme che nella manovra t-1 hai allocato per l'anno t, riportarle all'anno t+1 diventa rischioso, perché potrebbe esporre a una violazione della regola della spesa (si chiama clausola di no-backloading). Esempio banale: se la Corte dei Conti blocca un cantiere importante, devi tenerne conto nel bilancio, altrimenti rischi di andare in infrazione l'anno successivo. Questo è il motivo sottostante a tante polemiche sui "tagli" dei fondi ad alcuni ministeri (in particolare quello delle infrastrutture), che in realtà sono rimodulazioni volte a evitare che le somme residue vadano in economia (cioè in abbattimento ulteriore del deficit) o mandino il Paese in infrazione.

Aggiungo un'altra osservazione. Non ha particolare senso considerare l'importo lordo dell'aggiustamento, o comunque l'entità della manovra, isolatamente dalle precedenti, per il semplice motivo che queste hanno effettuato interventi strutturali. In altre parole, non è che la riduzione della seconda aliquota IRPEF dal 35% al 33% cancelli l'abbattimento del cuneo fiscale esteso fino ai 40.000 euro di reddito e reso strutturale nel 2024. Quelli sono oltre 10 miliardi di euro che restavano e restano in tasca ai cittadini, e naturalmente, essendo "strutturali" (cioè "a decorrere") sono incorporati nello scenario tendenziale. Insomma, per farvi capire, se vi leggete il corposo dossier della manovra precedente, non vi sarà difficile verificare che i commi dal 2 al 9 dell'articolo 1 fanno queste cose:


con questi effetti finanziari:


e quindi, banalmente, nel 2026 gli italiani non beneficeranno solo dei 18 miliardi nel frattempo diventati 22, ma anche del 18 miliardi stanziati dalla legge di bilancio per il 2025, visto che l'impatto della riduzione strutturale delle aliquote e dell'abbattimento del cuneo fiscale disposto a dicembre 2024 vale 18 miliardi nel 2026.

Spero che questo punto sia chiaro, perché in effetti è determinante per avere una visione equilibrata.

Quindi, per essere chiari, i 3 miliardi a regime previsti dalla legge di bilancio per il 2026 (quadro di sintesi):


non portano da 18 a 3 i benefici fiscali di cui godranno gli italiani nel 2026, ma li portano da 18 a 21, che diventano 22,4 considerando anche questa misura:


e altre ne potremmo aggiungere (ma mi attengo al saggio principio suggerito da Claudio, quello di guardare solo i numeri grossi).

Spero che questa spiegazione vi sia stata utile.

(... nel frattempo in aula baruffa a causa della richiesta di informativa a Piantedosi da parte di FdI sul caso Hannoun. Ovviamente opposizione in subbuglio e lavori sulla manovra in vacca: d'altra parte, saltare la cena mi farebbe bene, e siamo sulla strada giusta: ora si inizia coi richiami al regolamento, la DG parte come minimo con un'ora di ritardo, quindi io parlerò verso le 20. E che cosa dirò?...)

(…poi alla fine l’ho presa così:


Avevano chiesto di asciugare gli interventi, per evitare di porre la fiducia alle 21 - ma questo non ci risparmierà domani la demagogica sceneggiata della notturna! - e quindi ho parlato solo tre minuti. Avendo già detto a chi poteva capirle - voi - le cose da capire, mi sono limitato a prendere in giro chi non vuole capirle… ma non avranno capito nemmeno questo! Non sono cattivi: sono scarsi…)











sabato 27 dicembre 2025

Ancora su fasheesmo e distribuzione del reddito

Approfitto di una serena e ordinata digestione per soddisfare delle curiosità rimaste insoddisfatte in alcuni post precedenti, in particolare questo e questo, che avevano ad oggetto la dinamica dei salari e la distribuzione del reddito (tema centrale delle nostre riflessioni). Col vostro permesso, parto da una curiosità venuta a me, e poi passo alle vostre.

La quota salari al tempo dei colonnelli

Nel post precedente abbiamo visto che in Grecia la quota salari calò drasticamente al tempo dei colonnelli. Siamo abituati in effetti a pensare che lo scopo del fascismo sia questo: sovvertire la distribuzione dei redditi a vantaggio del capitale, e non importa se chi lo fa sia il Mussolini che piaceva a Churchill o il PD che piaceva a l'Europa: sempre quella roba lì è. La fenomenologia quindi non ci stupisce (con buona pace per chi ancora crede al mito dell'asinistra o della destr'asociale), ma mi era rimasta una curiosità: il crollo della quota salari era dipeso da una repressione del numeratore (salari) o da un'esplosione del denominatore (Pil)? Intendiamoci: se un rapporto diminuisce, è chiaro che la dinamica del numeratore è meno sostenuta di quella del denominatore. La domanda quindi è se si riesca a intravedere nei dati un chiaro cambiamento di struttura in uno (e solo o prevalentemente uno) di questi due elementi.

La formula della quota salari nel database AMECO è questa:

ALCD0 = [(UWCD:NWTD):(UVGD:NETD)]x100

dove UWCD sono i redditi da lavoro dipendente, NWTD sono gli occupati dipendenti, UVGD il Pil (nominale) e NETD gli occupati totali, le variabili sono queste:


(ho evidenziato in azzurro le date corrispondenti al periodo dei colonnelli) e sì, si vede che la crescita del numeratore è stata inferiore a quella del denominatore, ma non si vedono cambiamenti di struttura particolarmente apparenti nelle due serie:


Per razionalizzarlo secondo le nostre categorie ho anche calcolato l'andamento della quota salari come rapporto fra salario reale e produttività:


dove RWGD è il salario reale calcolato come (UWCD/NWTD)/PVGD e PVGD è il deflatore del Pil (nota: noi usiamo invece il deflatore dei consumi), e RVGDE è il prodotto per occupato, calcolato come OVGD/NETD e OVGD è il Pil reale. Il rapporto fra queste due serie ha esattamente la stessa dinamica della quota salari ALCD0:


anche se non le stesse unità di misura (differisce di un fattore di scala costante che dipende dalla scelta delle basi dei prezzi, non vi annoio con inutili dettagli), ma insomma il punto è che se vogliamo riassumere la storia della crescita di salari reali e produttività in Grecia suddividendola per periodi storici non troppo arbitrari quello che otteniamo è una roba simile:


che è come dire che si vede quando i colonnelli se ne sono andati (dal 1975 al 1981 il salario reale recupera sulla produttività, e quindi la quota salari cresce) ma, a differenza di quanto si poteva pensare, non si vede quando sono arrivati (nel periodo precedente al loro arrivo il salario reale cresceva di circa tre punti meno della produttività, più o meno come durante la dittatura, e quindi la quota salari scendeva a un ritmo sostanzialmente analogo a quello che avrebbe manifestato durante la dittatura).

Incidentalmente, l'altro periodo di recupero dei salari reali è stato il 2002-2007, dall'ingresso nell'euro alla crisi, e il nesso credo lo vediate (sia con l'ingresso che con la crisi).

Questa però era una curiosità mia, vengo alle pregiate curiosità vostre.

L'incidenza delle ore di straordinario

marcellocamaioni ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "I salari reali: un aggiornamento":

Una curiosità. Da circa 3 anni si assiste ad un incremento delle ore lavorate marcatamente maggiore rispetto a quello degli occupati, percui durante questo periodo in media ciascun lavoratore lavora più ore all'anno rispetto ai periodi precedenti (qualcosa di simile si vede anche megli anni precedenti l Covid). E' presumibile che ciò sia dovuto ad un aumento delle ore di straordinario, che pur prevedendo un incremento della retribuzione oraria per il lavoratore, probabilmente costa globalmente meno all'impresa (nel computo non si tiene conto di 13°, TFR e vi è uno sgravio dei contributi sociali). E' questo uno dei modi in cui si tenta di aumentare i salari reali per occupato senza compromettere la competitività aziendale? Qual è l'andamento nel tempo del salario medio orario reale o delle unità di lavoro equivalenti?

Pubblicato da marcellocamaioni su Goofynomics il giorno 24 dic 2025, 20:10

Ne abbiamo già parlato quando abbiamo affrontato il tema della scelta dell'input di lavoro nel calcolo del salario reale. Il fenomeno è descritto da questo grafico:


e in effetti, visto che l'andamento delle ore lavorate è più prociclico di quello degli occupati (per il semplice motivo che quando l'attività rallenta, può essere razionale fare labour hoarding anziché affrontare i costi di un licenziamento, e quindi le ore lavorate scendono più rapidamente degli occupati, mentre quando l'attività accelera può essere razionale aumentare le ore lavorate anziché affrontare i costi di una assunzione, e quindi le ore lavorate aumentano più degli occupati), ci aspettiamo che se rapportato all'ora lavorata il salario reale cresca meno nelle fasi di espansione dell'economia (dato che in questo caso il suo denominatore cresce di più).

Anche questo lo avevamo constatato a suo tempo:

ma vi ripropongo le due misure del salario reale (per addetto e per ora lavorata) aggiornate e in modo confrontabile.

Intanto, può essere utile vedere come si sono mosse le tre misure dell'input di lavoro, sia in migliaia:

che sotto forma di numero indice:

Si constata che l'accelerazione delle ore lavorate rispetto agli occupati negli ultimi anni in realtà tende a chiudere il divario che si è aperto con la recessione di inizio secolo ma soprattutto con la Grande crisi globale del 2008 (e successiva austerità), un divario determinato verosimilmente dalla diffusione di lavoro part-time (mentre ovviamente la dinamica delle ore lavorate è fortemente correlata a quella delle unità di lavoro equivalente).

Possiamo poi replicare i calcoli sulla retribuzione in termini reali riferendoli all'ora lavorata:

e confrontare l'andamento delle due misure ottenute:

dove ovviamente siccome al tempo del COVID molti dipendenti erano pagati per non lavorare (e quindi il picco verso il basso delle ore lavorate è molto più pronunciato di quello degli occupati) si assiste al paradosso statistico secondo cui nel Governo Conte II si sarebbe registrato un picco inusitato delle retribuzioni medie orarie, il che influisce anche sulla graduatoria dei Governi, che cambia in questo modo:

sempre con Draghi in ultima posizione, per il cumulo della sorpresa inflazionistica e dell'artefatto statistico che porta il Conte II in prima posizione.

Quindi sì, ci sono ovviamente delle differenze nel profilo del salario reale commisurato all'ora lavorata o agli occupati, ma queste non alterano sostanzialmente le conclusioni del nostro discorso, secondo cui il Governo attuale è quello che ha registrato la migliore dinamica salariale in termini reali (escludendo l'esperienza estrema del Conte II, che operò in condizioni eccezionali a causa dei lockdown).

...e la Spagna?

Omar ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La quota salari al tempo del fascismo":

A me è venuta la curiosità di vedere l'andamento della mitologica Spagna.

Pubblicato da Omar su Goofynomics il giorno 26 dic 2025, 16:42


La risposta potrebbe essere: "E allora vattela a guardare, visto che ti ho dato tutti i riferimenti per poterlo fare!", ma Omar è un lettore attento e quindi eseguo:

Le dinamiche della Spagna sono simili a quelle dell'Italia ma più accentuate: più accentuata la discesa dopo la crisi del 2009, più accentuata la risalita durante il COVID, con un'unica eccezione: la ripresa della quota salari nell'ultimo triennio è meno accentuata (ma la Spagna dal 2020 si trova su un livello superiore al nostro).

Mi sembra di non aver dimenticato nulla, ma se ci sono altre curiosità potete esprimerle e cercheremo di soddisfarle (la quota salari di Russia e Cina no, non sono riuscito a trovarla da nessuna parte...).

giovedì 25 dicembre 2025

La quota salari al tempo del fascismo

Un ratto di cloaca ha osservato che nel grafico dei salari reali aggiornato qui:


mancherebbe l'unità di misura. Per voi che avete seguito passo passo la sua costruzione la risposta è ovvia e l'informazione è superflua, ma siccome oggi siamo tutti pervasi di spirito natalizio ripropongo il grafico in una versione a prova di ratto:


e così, posto che in questo grafico quanto interessa (o dovrebbe interessare) ai fini del dibattito politicante da cui non si riesce a distogliere alcuni di voi è la dinamica, piuttosto eloquente, abbiamo anche fatto chiarezza sulle unità di misura, a beneficio dei diversamente attrezzati (o diversamente volenterosi di apprendere).

Partendo dall'ultimo dato, che è pari a 6902,16 euro nell'estate di quest'anno (terzo trimestre 2025), questo corrisponde aritmeticamente a un reddito mensile di 2300,72 euro e annuale di 27608,60 euro prima delle imposte e ai prezzi del 2020. Vale senz'altro la pena di sviluppare con calma il tema dell'impatto della tassazione (anche per mettere a tacere le fiscal drag queen), atteso che da quel poco che vedo non so voi, ma certamente molti miei colleghi e antagonisti televisivi non ne capiscono assolutamente nulla! Tornando da casa dei miei (ora ne è rimasto uno) mi è però venuto in mente di affrontare rapidamente, prima dell'ennesimo appuntamento gastronomico, un tema su cui ci siamo esercitati spesso, quello del conflitto distributivo così come evidenziato dalla quota salari, cioè dalla percentuale di prodotto interno lordo che va al reddito da lavoro dipendente.

Lo affrontammo nel lontano 2012 rispondendo al Boldrin "de sinistra", tal Emiliano Brancaccio (meno divertente dell'equivalente di destra), che con toni matterelliani ci aveva ammonito:

Qualcuno forse ritiene che in fondo conti solo il salario reale, e che la quota salari non sia importante? Spero che nessuno si azzardi a pensarla in questi termini: la dinamica delle quote distributive è forse l’indicatore chiave del cambiamento nella struttura socio-politica di un paese.

Insomma: una roba tipo "non si invochi il salario reale per non parlare della quota salari" (eggnente, a sinistra ci hanno il monito nel sangue...).

Ora, noi facemmo notare prima prima con tono conciliante e costruttivo qui, poi con tono lievemente scanzonato e canzonatorio qui (perché alla fine uno si rompe i coglioni e decide di prenderla a ridere quando l'interlocutore è in palese malafede) che bastava un minimo di algebra per capire che parlare come noi facevamo di rapporto fra salario reale e produttività o parlare di quota salari era esattamente la stessa cosa, atteso che fra le variabili citate sussistono queste relazioni:


e non è che ci vogliano grandi competenze in economia matematica: basta un po' di economia aritmetica per capire che il mio discorso sulla dinamica di salario reale e produttività, più volte sviluppato (l'ultima qui) è equivalente a un discorso sulla dinamica della quota salari.

Sviluppiamo questo punto.

Se, come vi ho fatto vedere, il salario reale dal tempo del fasheesmo (cioè dall'ottobre del 2022) è cresciuto di circa lo 0,5% al trimestre, cioè il 2% all'anno, questo significa che è cresciuto più del prodotto interno lordo, che nello stesso periodo è cresciuto di meno dello 0,2% a trimestre, cioè dello 0,8% all'anno, e quindi che la quota salari è aumentata. Questo ci dicono in effetti i dati di AMECO, che riportano la quota salari in percentuale del prodotto interno lordo, così calcolata:

ALCD0 = [(UWCD:NWTD):(UVGD:NETD)]x100

ovvero come rapporto fra i redditi da lavoro dipendente divisi per gli occupati dipendenti e il Pil diviso per gli occupati totali. Per darvi un'idea, i dati si presentano così:


e per la parte che ci riguarda ci ritroviamo quello che era ovvio ci fosse, cioè una vivace ripresa della quota salari dal 2023 in poi. Per darvi un'idea, in Italia al tempo del fasheesmo la quota salari, cioè, nelle vibranti parole del Boldrin "de sinistra", "l'indicatore chiave del cambiamento nella struttura socio-politica del Paese", è aumentata di circa due punti:

più o meno come in Germania, più che nella media europea o dell'eurozona, e molto di più che in Francia (dove però la quota salari è superiore a quella italiana, e quindi in effetti di un aumento non ci sarebbe particolare bisogno) o in Grecia (dove invece la quota salari è inferiore a quella italiana e di un aumento probabilmente qualcuno sentirebbe il bisogno).

Torna sempre utile dare un'occhiata a come si sono andate sviluppando le cose nel tempo.

Dal 2011 al 2017, nel meraviglioso periodo dei governi tecno-piddini, mentre noi subivamo dai colleghi della sinistra "de sinistra" lezioncine sull'importanza della quota salari, questa slittava inesorabilmente verso il basso, perdendo complessivamente 1,3 punti percentuali. Insomma: ha fatto più il fasheesmo per i lavoratori in tre anni che il "comunismo" in sette (soprattutto perché l'ha fatto nella direzione giusta), il che spiega perché alle intemerate di Landini venite presi da accessi di ilarità. Va anche detto che dopo la macelleria sociale portata avanti da quelli là, a fare meglio ci voleva poco. D'altra parte, questo possiamo permetterci di dirlo noi qui, perché lo avevamo detto ex ante e perché capiamo quanto diciamo. Ai vili traditori dei lavoratori non credo convenga dire: "Beh, che ci vuole a recuperare due punti di quota salari dopo il massacro che abbiamo perpetrato!", anche se, detto fra noi, il quoziente intellettivo di chi ancora gli dà ascolto è tale per cui verosimilmente una simile ammissione di colpevolezza non avrebbe un enorme costo elettorale!

Più in generale, il grafico sull'andamento della quota salari conferma una cosa che qui ho cercato di spiegarvi tante volte: l'austerità, prima di essere uno strumento di taglio, è uno strumento di redistribuzione del reddito (l'esempio della Grecia e dell'Italia è eloquente). Vale poi un'altra con cui dovremo convivere a lungo: sta andando meglio, ma certo non va bene.

Possiamo anche allargare lo zoom (anche se per la Germania i dati sono presenti solo dal 1991, cioè da due anni dopo l'unificazione):

giusto per constatare (a proposito di fascismo, quello vero...) che quanto in Grecia hanno fatto i colonnelli a partire dal 1967, qui da noi l'ha fatto l'integrazione monetaria, con la connessa necessità di "trying to lower wage costs relative to each other", a partire dallo SME nel 1979. C'è voluto un po' di più, ma i numeri sono quelli.

Scusate, non volevo guastarvi le feste, e infatti smetto subito. Ci sono tante altre cose che andrebbero dette, ma avremo tanto tempo per dircele...