Non so per quale motivo, il tema Brexit continua ad appassionare: eppure io pensavo di averlo liquidato sette anni fa!
Se a un "professore, chennepenZa?" si può rispondere con un semplice "click" (il neologismo che inventammo qui per definire l'operazione di blocco di un utente petulante "con un click del mouse", per assonanza con quell'altra categoria di petulanti che "la moneta si crea con un click del mouse": ma questo può ricordarselo solo chi è qui da almeno un decennio...), a un profluvio di "professore, chennepenZa?" occorre forse dare una risposta più articolata, se non fosse per il fatto che ogni tanto questa domanda ci viene da utenti qualificati, come l'olandesina, o la mia padrona di casa a Chieti, o il nostro (ex) padrone di casa a Montesilvano, che se non altrove sono comunque nel nostro cuore: sopprimerli ci costerebbe più che perdere un paio d'orette di tempo!
Aggiungo che se una cosa così semplice, e che abbiamo spiegato mille volte, non si capisce, evidentemente c'è qualcosa di più profondo che non va.
Un indizio di quello che forse non va, e che sicuramente potreste migliorare, sta nel modo in cui molti mi entrano in argomento: "Ma Alberto, chennepenZi della Brexit? I giornali dicono che è un disastro, a sentir loro l'Inghilterra è sprofondata nell'Atlantico..." [la Scozia no perché è "europeista", il Galles no perché se lo dimenticano tutti NdCN]
Ora, se dopo dodici anni non avete capito che la risposta a una simile domanda è appunto nella domanda, temo che ci sia ben poco che io possa fare per voi. Tutto il lavoro che abbiamo fatto qui ha avuto un filo conduttore che speravo fosse evidente: mostrarvi come i media distorcano in modo assiduo e sistematico la verità fattuale, come siano una bussola che indica diuturnamente e infallantemente il Sud.
Se un giornale dice "bianco!", potete essere certi che sarà nero.
Se un giornale dice "in alto!", potrete essere certi che sarà in basso.
Se un giornale dice "cresce!", potrete essere certi che cala.
Devo recitarvi tutto il dizionario dei contrari, o la pattiamo qui?
Forse è più utile se vi ricordo alcuni post in cui ho confutato le lievi imprecisioni dei media: qui, qui, qui, qui, ecc. (basta cliccare sul tag "propaganda" e se ne trovano quanti se ne vogliono, magari più utili di quelli che vi ho citato).
Questo significa che se i media dicono che la Brexit è stata un disastro, ovviamente la Brexit non lo sarà stata: peraltro, vi avevo detto prima, e vi ho fatto vedere dopo, perché non lo sarebbe e perché non lo è stata.
Prima di farvelo rivedere, però, vorrei chiudere sul tema della sistematica distorsione della realtà operata dai media.
I giornalisti non sono "cattivi": nella maggior parte dei casi sono semplicemente ignoranti, il che significa, in concreto, che loro non saprebbero né da dove scaricare né come leggere i dati che vi fornirò più giù. Povertà non è vergogna: se sei laureato in lettere, naturalmente hai meno dimestichezza con i dati di un docente di econometria. Il problema quindi non sei tu, ma chi ti ha messo dove sei, ed è su questo che dovremmo interrogarci...
I giornalisti non sono "intellettualmente disonesti": nella maggior parte dei casi hanno semplicemente fretta, il che significa, in concreto, che se non vi forniscono mai le fonti dei loro dati, come invece farò io nel mostrarvi i miei, non lo fanno per impedirvi di controllarli, ma perché citare le fonti costa tempo.
I giornalisti non sono "pagati da Klaus Schwab" (o da altro "cattivo" del teatro dei pupi complottista: Gates, Soros, Satana, whoever...): nella maggior parte dei casi sono semplicemente sottopagati dai loro giornali, il che significa, in concreto, che se ripetono le parole d'ordine che arrivano dai think tank internazionali non è perché queste gli arrivano corredate da un cospicuo assegno, ma perché per campare la famiglia magari devono fare più di un lavoro, e quindi trovano più efficiente copiare, anziché approfondire. Vero è che copiare è comunque un lavoro a basso valore aggiunto (e nel caso dei mezzi di informazione ad alto disvalore aggiunto), per cui non mi impietosirei troppo se viene remunerato il giusto, cioè poco: ma questo è un altro paio di maniche...
Quindi, come dire: niente di personale.
Sono poverini anche loro, e i poverini sono pericolosi. Il problema però è oggettivo e politico, non soggettivo e personale, e chi lo affronta in quest'ultimo modo sbaglia. Può darsi che un giornalista sia un imbecille, come può darsi che lo sia un lettore. Cortesia vuole che all'uno e all'altro si nasconda questa spiacevole verità, anziché spiattellargliela in faccia, e in ogni caso impostare in questi termini il problema non ci fa avanzare di un passo verso la soluzione del problema: ottenere una stampa corretta, informata e pluralista. Possiamo consolarci dicendoci che il problema è insolubile, che questa soluzione è irraggiungibile, e probabilmente lo è, ma certamente non abbiamo diritto di lamentarcene se adottiamo soluzioni che il problema lo aggravano, che dalla soluzione ci allontanano.
Una soluzione molto migliore rispetto a quella, che sconsiglio, di insultare i giornalisti, o anche, più educatamente, di lamentarsene, è quella, che consiglio, di ignorarli totalmente, andando a leggere, invece che i giornali ogni giorno, i dati ogni trimestre. Io faccio così da sempre, e questo mi consente di surfare in scioltezza nei simpatici parterre cui vengo comandato dal mio ufficio stampa, pur ignorando con altrettanta scioltezza le dieci rassegne stampa che ogni mattina mi vengono inflitte! L'attualità, qui ce lo siamo sempre detti, è molto sopravvalutata: più interessante è mettere le cose in prospettiva, e questo è quello che vi propongo qui di seguito.
(...nella mia qualità di politico, ignorare i giornalisti non vuol dire solo non leggerli: vuol dire anche considerarli trasparenti, non vederli, non parlargli, non rispondergli al telefono, passare attraverso la loro inconsistenza! Mi sono stancato di venire travisato e mi regolo di conseguenza...)
Ma, appunto, andiamo a cominciare...
Il prodotto interno lordo
Gli scenari precedenti alla Brexit imputavano a quest'ultima una perdita di prodotto interno lordo negli anni successivi (dal 2017 in poi) piuttosto cospicua. Il 23 giugno del 2016 ero a Villa Mondragone per i consueti seminari organizzati da Luigi Paganetto, dove ebbi modo di godermi la presentazione di questo interessante saggio, secondo cui gli effetti di lungo periodo della Brexit sul Pil del Regno Unito, nelle valutazioni fornite da diversi centri di ricerca, andavano dal +1% al -25% (con un certo consenso per valori attorno al -6% sull'orizzonte 2020). Ve ne avevo parlato a suo tempo qui.
Ora: prima di guardare i dati, vorrei farvi riflettere su un tema metodologico.
La valutazione di scenari controfattuali sconta un ovvio problema: più l'orizzonte temporale si allunga, e più il fallimento dello scenario, la smentita delle previsioni, può essere giustificata allegando fattori confondenti, imprevedibili all'epoca in cui lo scenario è stato valutato. Ve lo dico in un altro modo: come ci ha ricordato con amabile ironia Roger Bootle al #goofy10, sette anni sono decisamente pochi per tirare un bilancio (cinque erano ancora di meno!). Il mio educated guess è che l'austerità di Monti rimarrà per i lunghi secoli a venire una cicatrice nella storia del nostro Pil, quale già oggi si presenta, tant'è che dal sito dell'ISTAT hanno tolto la serie secolare che per un certo periodo avevano messo in home page, cioè questa:
(
la trovate sul sito della Banca d'Italia), forse perché politicamente fastidiosa, e l'hanno sostituita con una più incoraggiante (si fa per dire) serie trimestrale dal 1996:
Di converso, scommetterei che la Brexit non sarà visibile nemmeno come
glitch nelle serie secolari del Pil del Regno Unito, perché condizione necessaria affinché una cosa si veda nel lungo è che si veda nel breve, e nel breve non si vede!
La cosa più naturale per impostare un confronto sarebbe andare sul sito dell'Eurostat e scaricare i dati, ma se ci provate otterrete questo:
Purtroppissimamente, le serie storiche di UK si interrompono nel 2020, forse perché l'illuminato tecnico europeo dell'Eurostat vuole evitarci la vertigine di affacciarci al baratro in cui UK è sprofondato (la tabella la trovate
qui).
Apro e chiudo una parentesi: so che "te ne sei andato e allora non pubblico i tuoi dati gnè gnè gnè" fa ridere, ma vi faccio presente che la decisione di considerare debito i crediti d'imposta generati dal 110% (scatenando così un attacco speculativo nei confronti del nostro Paese) è in mano a simili bambinoni. Non c'è molto da ridere...
Spavaldi e pervicaci ci rivolgiamo quindi all'OCSE, certi che il pragmatismo anglosassone ci soccorrerà nel nostro folle intento di certificare la fine della novella Atlantide. Il sito è questo, e i dati ve li dovete andare a cercare in questo punto del menù:
(vi devo mettere la figurina di dove cercarli perché a differenza dell'Eurostat l'OCSE non consente di generare un segnalibro che punti al risultato di una ricerca specifica).
Vi offro due visioni dello stesso fenomeno (il Pil):
- l'indice del Pil reale (base 2015 = 100);
- il Pil reale pro capite espresso in una valuta comune (dollari) e a parità dei poteri di acquisto
(concetto sviscerato descrivendo il meraviglioso mondo di Lampredotto).
L'indice del Pil reale a base 2015 = 100 per i quattro "grandi" dell'Eurozona e il Regno Unito ha questo andamento:

Ovviamente gli ignoranti (il nostro caro amico Serendippo su Twitter, ad esempio) si affretteranno a dire: "Hai visto? Bagnai mente! La Spagna e la Francia sono andate meglio del Regno Unito, alla fine del grafico lo sorpassano! Disastro Breeeeeeexit!". Ma questo significa non sapere che cos'è un indice e a che cosa ci serve. Un indice ci serve a valutare la crescita di una variabile economica. Dove esso si trovi in un determinato istante di tempo non ha alcun senso. Ad esempio, il fatto che le cinque serie mostrate nel grafico si incrocino tutte nel 2015 non significa che in quell'anno Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito avessero lo stesso Pil: significa solo che l'OCSE adotta il 2015 come anno di riferimento. Quello che conta, dell'indice, è quanto è cresciuto nell'intervallo considerato, e naturalmente è cresciuto di più o chi arriva più in alto alla fine del periodo, o chi parte da più in basso all'inizio del periodo. Ad esempio, siccome UK, come la Germania, partiva da circa 90, il fatto che arrivi a circa 107 significa che è cresciuto molto più della Spagna, che è partita da 100. In effetti, per avere una visione più efficace basta ribasare l'indice a inizio periodo, andando a vedere che cosa succede si si fa pari a 100 il Pil del primo trimestre del 2010.
Succede questo:
Succede cioè che nel periodo 2010-2022 il Regno Unito, dopo un ritardo iniziale, tiene il passo con la Germania e addirittura la supera dopo lo shock della pandemia, mentre la Spagna e l'Italia, prostrate dall'austerità, restano molto ma molto indietro.
Nel 2016 non si vede nulla di comparabile a quello che accade nel 2011 in Italia (e nel 2010 in Spagna). Il fattore confondente determinato dalla pandemia non altera minimamente questa situazione.
Per approfondire questa analisi, usiamo una diversa misura, che maggiormente si presta ai confronti internazionali: il Pil pro capite espresso in una comune valuta (il dollaro) ma con un cambio che tenga conto del diverso potere d'acquisto dei salari monetari nei diversi paesi (il cambio a parità dei poteri d'acquisto). I dati sono questi:
e presi così ci dicono che il Regno Unito era ed è rimasto il secondo Paese per Pil pro capite, così come l'Italia, nel gruppo considerato, era ed è rimasto il quarto. Si vedono anche altri dettagli di cui abbiamo parlato (ad esempio, che la ripresa post-pandemica è stata più rapida in Italia che in Germania), mentre non si vedono i problemi causati dalla Brexit. Al coglione raffinato analista che nel 2016 sosteneva che in caso di Brexit il Pil britannico sarebbe calato del 25% nel lungo periodo, vorrei far notare che visto che siamo in quel mondo lì (la Brexit c'è stata) la sua cazzata raffinata analisi implica che oggi il Pil pro capite del Regno Unito nello scenario di base (cioè in assenza di Brexit) dovrebbe superare quello tedesco... Non mi sembra uno scenario plausibile col senno di poi perché non mi sembrava uno scenario plausibile col senno di prima. Fra l'altro, non lo sarebbe sembrato nemmeno a lui! Se avessimo chiesto al coglione raffinato analista: "Secondo te il Regno Unito supererà la Germania come Pil pro capite?" (senza menzionare la Brexit), la risposta sarebbe stata: "Certamente no!"
Anche qui, comunque, esprimere i dati con base 100 all'inizio del periodo ci aiuta a individuare meglio le dinamiche di crescita dei singoli Paesi:
Si riconferma che l'austerità, a differenza del potere, logora chi ce l'ha, e che l'uscita dall'UE non ha alcun impatto visibile sulla serie del Pil trimestrale del Regno Unito. Possiamo vedere anche i tassi di crescita annuali del Pil reale, per fare una cosa meno originale e accurata (e già fatta su Twitter):
Direi che va bene così, no? Possiamo stare tranquilli: per ora il Regno Unito non è sprofondato né del 6% né del 25%, e si è tirato fuori dal COVID meno peggio di altri. Quindi passiamo oltre.
La disoccupazzione (sic)
Dice: "Vabbè, sò ricchi uguale, ma è perché ce sta a disuguajanza e a disoccupazzione..."
Non so voi, ma io mi sono rotto il cazzo provo disagio nel leggere certe analisi affrettate e superficiali. Iniziamo dal concetto meno controverso, cioè di più immediata misurazione: quello di disoccupazione. I dati sono questi:
Nel 2016 in Gran Bretagna era al 4.89%, oggi è al 3.74%, noi siamo fra l'8% e il 9%, la Spagna, citata spesso come
enfant prodige (che non vuol dire figliuol prodigo) sta ancora murata sopra al 12%...
Ma esattamente di cosa stiamo parlando?
Ah, certo: forse l'isola non è sprofondata tutta: si è inclinata un po' e sono annegate solo le persone in cerca di occupazione. Altrimenti non si spiega (o si spiega con un "và a dà via i ciàp...").
La povertà
Ecco, parliamo anche di questo. I simpatici euroti come avete visto non ci informano sugli sviluppi recenti:
L'unica cosa che possiamo dire consultando il sito dell'Eurostat è che nel Regno Unito la percentuale di popolazione a rischio di povertà ed esclusione sociale era più alta prima che nei due anni successivi alla Brexit, ed era comunque considerevolmente più bassa che in Italia o Spagna (quindi magari guardare un pochinino a casa nostra lo si potrebbe suggerire alla nostra informazione...).
Sul sito OCSE troviamo i tassi di povertà:
che ci raccontano una storia analoga (notate come la serie tedesca pudicamente si interrompa nel 2019 e quella italiana nel 2018).
Quindi, esattamente, de che cazzo stamo a parlà? Della penuria di Marmite? Ma per cortesia...
(...per inciso, a chi si sentisse urtato dal rafforzativo appena introdotto, faccio notare che secondo la Cassazione si può usare, o almeno lei lo usa...)
Lo sfacelo dei conti con l'estero
Eccerto! Come può vivere un Paese senza importare auto tedesche? Beh, i dati ci dicono che vive meglio, con un minore deficit estero:
Dal -5% del 2015 il Regno Unito è passato a un saldo estero del -1.50% nel 2021, e questo, notate bene, crescendo di norma più degli altri Paesi considerati (e quindi, si presume, importando di più). Di converso, la Germania è scesa dall'8.61% al 7.39% (nel 2021, ma poi con la crisi energetica è andata sottozero).
Dettagli
Eh già, perché poi ci sarebbe anche questo dettaglio, volendo:
Dice, fa, dice: "Ma perché in questa tabbella nun ce sta la Germaggna?" Risposta: "Perché la Germaggna er petrolio nun cellà. L'Inghilterra sì."
Sipario.
(...peraltro, non è che questa debba essere per voi una gran novità: vi ho spiegato in lungo e in largo come e perché i destini delle due lire, quella italiana e quella sterlina, si siano separati quando il Regno Unito ha mandato in produzione i suoi pozzi petroliferi: qui che l'energia è importante lo abbiamo sempre saputo, così come abbiamo sempre saputo che il suo vantaggio competitivo, la Germania, lo ha pagato col carbone, cioè inquinando il Nord Europa e sfasciandosi di piogge acide pur di sconfiggere i suoi odiati nemici di sempre...)
(...voi...)
Un Paese fallito?
I numeri ora li avete visti, anzi: rivisti. Vuol dire che non me li chiederete più? No, me li richiederete. Perché? Perché non riuscite a ignorare i fottuti media. Problema mio? No, problema vostro, ma siccome siamo amici ogni tanto mi fate tenerezza.
Dopo di che, prendiamo per buona la favoletta dei giornali. Ogni tanto, difendere, o quanto meno dare per assodata, la tesi dell'avversario, è un efficace espediente retorico, come questo esilarante e amaro video ci ha illustrato. Quindi, sì, la Gran Bretagna è un Paese fallito! Favorite dal climate change, orde di locuste lo fustigano sterminandone i raccolti. L'uscita dall'UE lo ha macchiato di uno stigma irreparabile, a tal punto che gli altri Paesi del consesso civile si rifiutano di commerciare con essa, e quelli del consesso incivile non hanno nulla da venderle, sicché nei suoi supermercati gli scaffali sono desolantemente vuoti (come ci rivogano in testa i TG rifilandoci immagini di repertorio girate a Bagdad o Pyongyang): stremata dalla fame, la gente si abbandona all'efferatezza del cannibalismo, mentre iMercati, animati dal sacro furore moralisteggiante che li pervade, fanno strame dei suoi governi fantoccio.
Tutto giusto e tutto vero, bene così, un applauso ai giornalisti.
Segue però una domandina, quella che mi veniva posta qualche giorno fa da un funzionario della Commissione di cui per evidenti motivi non posso fare il nome: come mai allora la grande e potente Europona su un tema così delicato come quello del conflitto attualmente in corso alle nostre porte, è finora stata totalmente subalterna alla linea dettata da US-UK?
Intendiamoci: a me qui non interessa valutare nel merito questa linea. Se sia giusta o sbagliata lo dirà la Storia: lasciamo ai vincitori il gradito compito di scriverla, e agli esperti di #aaaaaggeobolidiga il graditissimo compito di provare ad anticiparcela. La mia riflessione è molto più terra terra: se è vero che UK è un Paese fallito, allora EU, che a UK si compiega in politica estera, che cos'è? Un progetto fallito, "mi verrebbe da dire" (cit.). Del resto, che il "gigante economico" (ma...) sia un "nano politico" lo aveva già detto qualcun altro molto tempo fa, che l'intento francese di non abbandonare la Germania alle seduzioni dell'Oriente sia smentito dai fatti lo vediamo coi nostri occhi, ecc. ecc.
Ma magari le cose non stanno così: intanto che UK sia un Paese fallito, i dati non lo dimostrano. Ovviamente, che EU sia un progetto fallito, io non l'ho detto e non l'ho nemmeno mai pensato (giusto? Non fate i maliziosi e non diffondete voci tendenziose!).
Lasciamo quindi che ognuno si goda le sue verità, che ognuno, a partire dal PD, si goda il mondo che ha così fortemente desiderato, e noi, se abbiamo un dubbio, andiamo su stats.oecd.org. E soprattutto, col vostro permesso, di Brexit lasciamo che ciacolino i pennaioli. Noi abbiamo argomenti più seri e problematici da affrontare, e ci torneremo presto, perché a questo ragionamento manca un pezzettino...
(...Io: "Ma come facevo una volta a scrivere pagine su pagine su pagine? Adesso faccio una fatica pazzesca!" Lei: "Stai guarendo dal narcisismo." Io: "Devo trovare uno che mi contagi!"...)