venerdì 27 gennaio 2023

A proposito di debito privato...

...e della sua funzione disciplinatrice del conflitto sociale, di cui si parlava nel post precedente: un soccorrevole amico mi gira questa agenzia che lascio qui a futura memoria:


Non so perché, ma ho come un inquietante senso di eterno ritorno dell'uguale. E non abbiamo ancora ricominciato col rigore...


giovedì 26 gennaio 2023

Segare il ramo: una postilla

Volevo aggiungere una postilla al post su "Segare il ramo", in cui concludevo che dopo aver distrutto i loro mercati di sbocco nel Sud dell'Eurozona, e essersi fatti tagliar fuori dai mercati di sbocco statunitense e cinese (e dal mercato di approvvigionamento russo), i capitalismi del Nord (aka "Germania") si trovano in questo fastidioso dilemma:

  1. o scelgono di sostenere la domanda interna, passando da un regime di crescita export led (trainata dalle esportazioni) a un regime di crescita wage led (trainata dai salari), come consigliato da alcuni banchieri centrali, col problema però di alimentare un moderato processo inflazionistico e quindi di (a) continuare a perdere competitività rispetto al Sud dell'Eurozona e (b) accettare una svalutazione dei crediti da loro accumulati in anni di esportazioni drogate dal cambio debole;
  2. o scelgono di non sostenere la domanda interna e si accartocciano su se stessi.

Messa così, però, è un po' troppo semplice, perché in effetti un altro modo di sostenere la domanda interna, oltre ai salari, ci sarebbe: la spesa pubblica, quella che i cretini chiamano "spesapubblicaimproduttiva", e che chi vuole sembrare meno cretino distingue in spesa corrente e spesa per investimenti, salvo accorgersi dopo un po' che anche una spesa corrente come gli stipendi dei medici è in realtà un investimento sulla salute dei pazienti (dipende anche dal medico, ma ci siamo capiti: lo ha capito perfino lui).

Qui rientrano in gioco le asimmetrie europee e il dibattito sulle regole europee, di cui io, nel mio nuovo ruolo, devo dirvi che non ho proprio idea di dove sia arrivato. Per dirvela tutta, temo che finirà così: che il Nord, dopo aver fatto schizzare verso l'alto il rapporto debito/Pil del Sud grazie all'austerità, non consentirà al Sud di usare il volano della spesa pubblica per ripartire. Di conseguenza, al Nord si continueranno a nazionalizzare le imprese invece di farle fallire (nel silenzio di DG COMP) e si spingerà un po' sull'acceleratore degli investimenti pubblici (finanziati con debito nazionale, certo non con trappole come il PNRR), mentre al Sud si consentirà di far debito solo in regime di memorandum (cioè col PNRR) e comunque non in misura sufficiente per colmare quel gap fra crescita effettiva e tendenziale che l'austerità ha aperto, come abbiamo visto qui:


(...scusate, non ho tempo di aggiornare il grafico, ma non è cambiato di molto...)

Insomma: il famoso discorso che spesa pubblica può farne chi ha lo "spazio fiscale" per farla.

Questo che cosa significa?

Significa che l'Eurozona continuerà a essere sottoposta a forze divergenti.

Nella sua prima fase, le tensioni derivavano dal cambio, che favoriva le economie del Nord, promuovendone le esportazioni e quindi la crescita, e sfavoriva quelle del Sud, deprimendone le esportazioni e quindi la crescita (i fatti sono fatti, poi ci sono le opinioni dei riveriti colleghi, come ricorderete). Nella fase attuale, tensioni dello stesso genere potrebbero derivare dalla spesa pubblica, nella misura in cui il Nord consentisse a se stesso di farne (sostenendo di avere spazio fiscale), ma continuasse a vietarlo al Sud (con la scusa che questo avrebbe poco spazio fiscale), nonostante che gli sviluppi recenti dimostrino come il maggior calo del rapporto debito/Pil, in Italia, si sia verificato negli anni di maggior deficit:


(il grafico viene dal Programma di stabilità per l'Italia del 2022).

Capite bene che una serie di deficit entro il 3%, come dal 2012 al 2019, che ci mantengano il rapporto debito/Pil stabile perché non riescono a rianimare la crescita, col debito al 150% non possiamo esattamente permettercela, considerando che siamo indebitati in una valuta estera (nel senso che il debito è definito in una valuta di cui il nostro Paese non ha pieno controllo politico).

Comunque, anche in questo caso l'economia un rimedio l'offrirebbe. Spingendo sul pedale della spesa pubblica le economie del Nord riuscirebbero a crescere più di quelle del Sud, ma quindi importerebbero anche di più, trainando con la loro domanda di beni le economie del Sud. Un meccanismo di aggiustamento lento e che passa attraverso una cosa che il Nord assolutamente non vuole, cui è allergico più che all'inflazione: un deficit del saldo commerciale.

Prevarranno le forze centrifughe o quelle centripete?

Lo vedremo abbastanza presto.

Io non credo che il contesto istituzionale attuale sia favorevole alla convergenza, ma, si sa, io sono una brutta persona. Credo invece che ove mai l'Italia consolidasse il suo attuale percorso di crescita, dopo un po' qualcuno, per spezzarle le gambe, suonerebbe la fanfara dell'attacco speculativo, motivo per cui è folle pensare di ratificare la riforma del MES, che trasforma il Trattato in una macchina per innescare crisi finanziarie a piacimento. Non che ora non sia possibile: ma proprio per questo, facilitare il compito a chi ci vuole così bene non mi sembrerebbe cosa lungimirante. L'esempio di cosa non fare lo abbiamo tutti chiaro davanti agli occhi:


Se la storia si ripeterà, quindi, non sarà farsa, ma tragedia.

Conclusioni?

Per ora non ce ne sono: sappiamo a che cosa stare attenti (alla politica dei redditi degli altri Paesi europei e alle regole fiscali), e sappiamo che piega prenderanno le cose a seconda delle scelte fatte in questi due ambiti. Ma che scelte verranno fatte non dipende solo da noi, e questo, oltre all'asteroide, ci lascia con un discreto margine di incertezza. Sarei molto contento di essere stato, per una volta, pessimista...

martedì 24 gennaio 2023

La schiavitù del debito (privato)

Nel letamaio di Twitter ho trovato questa perla elargita da un nostro amico:


Non ci avevamo pensato! In effetti, il circolo vizioso della globalizzazione finanziaria, che avevamo descritto qui:


ha anche questa ulteriore sfumatura: i lavoratori indebitati (vedi alla voce "necessità di sostenere la domanda col debito") perdono potere contrattuale, perché se ti corrono le rate di uno o più mutui è pericoloso restare senza liquidità, per cui meglio ottenerne pochi (maledetti e subito) che scioperare.


Tanto aumenta la "finanziarizzazione" (debito), tanto diminuisce la rivendicazione (sciopero), e di conseguenza la remunerazione (salario), il che peraltro rende comunque complesso ripagare il debito, ma questo è un altro discorso, cioè il solito discorso (crisi finanziaria).

Il nostro schema si arricchisce quindi di un ulteriore feedback loop (vizioso) fra "necessità di sostenere la domanda col debito" e "crollo della quota salari". Questi due elementi si rinforzano a vicenda, una volta che ci si sia avviati nel meraviglioso mondo dell'egemonia finanziaria, della libertà incondizionata dei movimenti dei capitali, del finanziamento a debito della domanda.

Lo si potrebbe dire anche così: quando gli elettori accettano che i mercati disciplinino i Governi, stanno in realtà accettando anche che i mercati disciplinino loro.

Resta misteriosa la legittimazione dei mercati (che poi sono uomini) a disciplinare chicchessia, visto che la terza stazione di questo Calvario è sempre una crisi finanziaria, cioè una dimostrazione più o meno plateale, più o meno dolorosa, che i mercati per primi non sanno investire bene i propri soldi (e quando succede che i nodi del loro stolido conformismo vengano al pettine, per un po' smettono di fare la morale ai Governi, visto che devono affidarsi alla clemenza di questi ultimi per salvare la pelle...).

Per i nerd il paper è qui e anche chi non capisce le tabelle troverà interessanti le figure. Ad esempio, la Figura 1, che mostra i trend della conflittualità sindacale (ore, durata, partecipazione agli scioperi), ci mostra plasticamente la futilità di certe petizioni di principio di cui si parlava nell'ultimo webinar di a/simmetrie con Elisabetta, in particolare dell'idea che la società di ieri fosse più "stabile" di quella di oggi, meno caratterizzata da "cambiamenti e discontinuità".

Nella società di ieri la norma era il conflitto. In quella di oggi la norma è il ricatto. Sono due diverse forme di instabilità.

Strappano anche un sorriso, per chi come me le avesse distrattamente ascoltate in macchina, le appassionate perorazioni dei candidati alla segreteria del PD in favore del lavoro, del recupero di un'iniziativa politica a sostegno delle classi sociali più svantaggiate, ecc. Il mondo in cui i lavoratori hanno paura di scioperare, perché sono sotto il ricatto del debito, lo hanno voluto e costruito loro in cambio dell'usufrutto perenne di un pezzo di potere costituito. Purtroppo è andata male, ma nessuno di loro è attrezzato culturalmente per capire perché.

domenica 22 gennaio 2023

Ancora sulla Brexit (poi basta)!

Non so per quale motivo, il tema Brexit continua ad appassionare: eppure io pensavo di averlo liquidato sette anni fa!

Se a un "professore, chennepenZa?" si può rispondere con un semplice "click" (il neologismo che inventammo qui per definire l'operazione di blocco di un utente petulante "con un click del mouse", per assonanza con quell'altra categoria di petulanti che "la moneta si crea con un click del mouse": ma questo può ricordarselo solo chi è qui da almeno un decennio...), a un profluvio di "professore, chennepenZa?" occorre forse dare una risposta più articolata, se non fosse per il fatto che ogni tanto questa domanda ci viene da utenti qualificati, come l'olandesina, o la mia padrona di casa a Chieti, o il nostro (ex) padrone di casa a Montesilvano, che se non altrove sono comunque nel nostro cuore: sopprimerli ci costerebbe più che perdere un paio d'orette di tempo!

Aggiungo che se una cosa così semplice, e che abbiamo spiegato mille volte, non si capisce, evidentemente c'è qualcosa di più profondo che non va.

Un indizio di quello che forse non va, e che sicuramente potreste migliorare, sta nel modo in cui molti mi entrano in argomento: "Ma Alberto, chennepenZi della Brexit? I giornali dicono che è un disastro, a sentir loro l'Inghilterra è sprofondata nell'Atlantico..." [la Scozia no perché è "europeista", il Galles no perché se lo dimenticano tutti NdCN]

Ora, se dopo dodici anni non avete capito che la risposta a una simile domanda è appunto nella domanda, temo che ci sia ben poco che io possa fare per voi. Tutto il lavoro che abbiamo fatto qui ha avuto un filo conduttore che speravo fosse evidente: mostrarvi come i media distorcano in modo assiduo e sistematico la verità fattuale, come siano una bussola che indica diuturnamente e infallantemente il Sud.

Se un giornale dice "bianco!", potete essere certi che sarà nero.

Se un giornale dice "in alto!", potrete essere certi che sarà in basso.

Se un giornale dice "cresce!", potrete essere certi che cala.

Devo recitarvi tutto il dizionario dei contrari, o la pattiamo qui?

Forse è più utile se vi ricordo alcuni post in cui ho confutato le lievi imprecisioni dei media: qui, qui, qui, qui, ecc. (basta cliccare sul tag "propaganda" e se ne trovano quanti se ne vogliono, magari più utili di quelli che vi ho citato).

Questo significa che se i media dicono che la Brexit è stata un disastro, ovviamente la Brexit non lo sarà stata: peraltro, vi avevo detto prima, e vi ho fatto vedere dopo, perché non lo sarebbe e perché non lo è stata.

Prima di farvelo rivedere, però, vorrei chiudere sul tema della sistematica distorsione della realtà operata dai media.

I giornalisti non sono "cattivi": nella maggior parte dei casi sono semplicemente ignoranti, il che significa, in concreto, che loro non saprebbero né da dove scaricare né come leggere i dati che vi fornirò più giù. Povertà non è vergogna: se sei laureato in lettere, naturalmente hai meno dimestichezza con i dati di un docente di econometria. Il problema quindi non sei tu, ma chi ti ha messo dove sei, ed è su questo che dovremmo interrogarci...

I giornalisti non sono "intellettualmente disonesti": nella maggior parte dei casi hanno semplicemente fretta, il che significa, in concreto, che se non vi forniscono mai le fonti dei loro dati, come invece farò io nel mostrarvi i miei, non lo fanno per impedirvi di controllarli, ma perché citare le fonti costa tempo.

I giornalisti non sono "pagati da Klaus Schwab" (o da altro "cattivo" del teatro dei pupi complottista: Gates, Soros, Satana, whoever...): nella maggior parte dei casi sono semplicemente sottopagati dai loro giornali, il che significa, in concreto, che se ripetono le parole d'ordine che arrivano dai think tank internazionali non è perché queste gli arrivano corredate da un cospicuo assegno, ma perché per campare la famiglia magari devono fare più di un lavoro, e quindi trovano più efficiente copiare, anziché approfondire. Vero è che copiare è comunque un lavoro a basso valore aggiunto (e nel caso dei mezzi di informazione ad alto disvalore aggiunto), per cui non mi impietosirei troppo se viene remunerato il giusto, cioè poco: ma questo è un altro paio di maniche...

Quindi, come dire: niente di personale.

Sono poverini anche loro, e i poverini sono pericolosi. Il problema però è oggettivo e politico, non soggettivo e personale, e chi lo affronta in quest'ultimo modo sbaglia. Può darsi che un giornalista sia un imbecille, come può darsi che lo sia un lettore. Cortesia vuole che all'uno e all'altro si nasconda questa spiacevole verità, anziché spiattellargliela in faccia, e in ogni caso impostare in questi termini il problema non ci fa avanzare di un passo verso la soluzione del problema: ottenere una stampa corretta, informata e pluralista. Possiamo consolarci dicendoci che il problema è insolubile, che questa soluzione è irraggiungibile, e probabilmente lo è, ma certamente non abbiamo diritto di lamentarcene se adottiamo soluzioni che il problema lo aggravano, che dalla soluzione ci allontanano.

Una soluzione molto migliore rispetto a quella, che sconsiglio, di insultare i giornalisti, o anche, più educatamente, di lamentarsene, è quella, che consiglio, di ignorarli totalmente, andando a leggere, invece che i giornali ogni giorno, i dati ogni trimestre. Io faccio così da sempre, e questo mi consente di surfare in scioltezza nei simpatici parterre cui vengo comandato dal mio ufficio stampa, pur ignorando con altrettanta scioltezza le dieci rassegne stampa che ogni mattina mi vengono inflitte! L'attualità, qui ce lo siamo sempre detti, è molto sopravvalutata: più interessante è mettere le cose in prospettiva, e questo è quello che vi propongo qui di seguito.

(...nella mia qualità di politico, ignorare i giornalisti non vuol dire solo non leggerli: vuol dire anche considerarli trasparenti, non vederli, non parlargli, non rispondergli al telefono, passare attraverso la loro inconsistenza! Mi sono stancato di venire travisato e mi regolo di conseguenza...)

Ma, appunto, andiamo a cominciare...

Il prodotto interno lordo

Gli scenari precedenti alla Brexit imputavano a quest'ultima una perdita di prodotto interno lordo negli anni successivi (dal 2017 in poi) piuttosto cospicua. Il 23 giugno del 2016 ero a Villa Mondragone per i consueti seminari organizzati da Luigi Paganetto, dove ebbi modo di godermi la presentazione di questo interessante saggio, secondo cui gli effetti di lungo periodo della Brexit sul Pil del Regno Unito, nelle valutazioni fornite da diversi centri di ricerca, andavano dal +1% al -25% (con un certo consenso per valori attorno al -6% sull'orizzonte 2020). Ve ne avevo parlato a suo tempo qui.

Ora: prima di guardare i dati, vorrei farvi riflettere su un tema metodologico.

La valutazione di scenari controfattuali sconta un ovvio problema: più l'orizzonte temporale si allunga, e più il fallimento dello scenario, la smentita delle previsioni, può essere giustificata allegando fattori confondenti, imprevedibili all'epoca in cui lo scenario è stato valutato. Ve lo dico in un altro modo: come ci ha ricordato con amabile ironia Roger Bootle al #goofy10, sette anni sono decisamente pochi per tirare un bilancio (cinque erano ancora di meno!). Il mio educated guess è che l'austerità di Monti rimarrà per i lunghi secoli a venire una cicatrice nella storia del nostro Pil,  quale già oggi si presenta, tant'è che dal sito dell'ISTAT hanno tolto la serie secolare che per un certo periodo avevano messo in home page, cioè questa:


(la trovate sul sito della Banca d'Italia), forse perché politicamente fastidiosa, e l'hanno sostituita con una più incoraggiante (si fa per dire) serie trimestrale dal 1996:


Di converso, scommetterei che la Brexit non sarà visibile nemmeno come glitch nelle serie secolari del Pil del Regno Unito, perché condizione necessaria affinché una cosa si veda nel lungo è che si veda nel breve, e nel breve non si vede!

La cosa più naturale per impostare un confronto sarebbe andare sul sito dell'Eurostat e scaricare i dati, ma se ci provate otterrete questo:


Purtroppissimamente, le serie storiche di UK si interrompono nel 2020, forse perché l'illuminato tecnico europeo dell'Eurostat vuole evitarci la vertigine di affacciarci al baratro in cui UK è sprofondato (la tabella la trovate qui).

Apro e chiudo una parentesi: so che "te ne sei andato e allora non pubblico i tuoi dati gnè gnè gnè" fa ridere, ma vi faccio presente che la decisione di considerare debito i crediti d'imposta generati dal 110% (scatenando così un attacco speculativo nei confronti del nostro Paese) è in mano a simili bambinoni. Non c'è molto da ridere...

Spavaldi e pervicaci ci rivolgiamo quindi all'OCSE, certi che il pragmatismo anglosassone ci soccorrerà nel nostro folle intento di certificare la fine della novella Atlantide. Il sito è questo, e i dati ve li dovete andare a cercare in questo punto del menù:


(vi devo mettere la figurina di dove cercarli perché a differenza dell'Eurostat l'OCSE non consente di generare un segnalibro che punti al risultato di una ricerca specifica).

Vi offro due visioni dello stesso fenomeno (il Pil):

  1. l'indice del Pil reale (base 2015 = 100);
  2. il Pil reale pro capite espresso in una valuta comune (dollari) e a parità dei poteri di acquisto

(concetto sviscerato descrivendo il meraviglioso mondo di Lampredotto).

L'indice del Pil reale a base 2015 = 100 per i quattro "grandi" dell'Eurozona e il Regno Unito ha questo andamento:


Ovviamente gli ignoranti (il nostro caro amico Serendippo su Twitter, ad esempio) si affretteranno a dire: "Hai visto? Bagnai mente! La Spagna e la Francia sono andate meglio del Regno Unito, alla fine del grafico lo sorpassano! Disastro Breeeeeeexit!". Ma questo significa non sapere che cos'è un indice e a che cosa ci serve. Un indice ci serve a valutare la crescita di una variabile economica. Dove esso si trovi in un determinato istante di tempo non ha alcun senso. Ad esempio, il fatto che le cinque serie mostrate nel grafico si incrocino tutte nel 2015 non significa che in quell'anno Francia, Germania, Italia, Spagna e Regno Unito avessero lo stesso Pil: significa solo che l'OCSE adotta il 2015 come anno di riferimento. Quello che conta, dell'indice, è quanto è cresciuto nell'intervallo considerato, e naturalmente è cresciuto di più o chi arriva più in alto alla fine del periodo, o chi parte da più in basso all'inizio del periodo. Ad esempio, siccome UK, come la Germania, partiva da circa 90, il fatto che arrivi a circa 107 significa che è cresciuto molto più della Spagna, che è partita da 100. In effetti, per avere una visione più efficace basta ribasare l'indice a inizio periodo, andando a vedere che cosa succede si si fa pari a 100 il Pil del primo trimestre del 2010.

Succede questo:


Succede cioè che nel periodo 2010-2022 il Regno Unito, dopo un ritardo iniziale, tiene il passo con la Germania e addirittura la supera dopo lo shock della pandemia, mentre la Spagna e l'Italia, prostrate dall'austerità, restano molto ma molto indietro.

Nel 2016 non si vede nulla di comparabile a quello che accade nel 2011 in Italia (e nel 2010 in Spagna). Il fattore confondente determinato dalla pandemia non altera minimamente questa situazione.

Per approfondire questa analisi, usiamo una diversa misura, che maggiormente si presta ai confronti internazionali: il Pil pro capite espresso in una comune valuta (il dollaro) ma con un cambio che tenga conto del diverso potere d'acquisto dei salari monetari nei diversi paesi (il cambio a parità dei poteri d'acquisto). I dati sono questi:

e presi così ci dicono che il Regno Unito era ed è rimasto il secondo Paese per Pil pro capite, così come l'Italia, nel gruppo considerato, era ed è rimasto il quarto. Si vedono anche altri dettagli di cui abbiamo parlato (ad esempio, che la ripresa post-pandemica è stata più rapida in Italia che in Germania), mentre non si vedono i problemi causati dalla Brexit. Al coglione raffinato analista che nel 2016 sosteneva che in caso di Brexit  il Pil britannico sarebbe calato del 25% nel lungo periodo, vorrei far notare che visto che siamo in quel mondo lì (la Brexit c'è stata) la sua cazzata raffinata analisi implica che oggi il Pil pro capite del Regno Unito nello scenario di base (cioè in assenza di Brexit) dovrebbe superare quello tedesco... Non mi sembra uno scenario plausibile col senno di poi perché non mi sembrava uno scenario plausibile col senno di prima. Fra l'altro, non lo sarebbe sembrato nemmeno a lui! Se avessimo chiesto al coglione raffinato analista: "Secondo te il Regno Unito supererà la Germania come Pil pro capite?" (senza menzionare la Brexit), la risposta sarebbe stata: "Certamente no!"

Anche qui, comunque, esprimere i dati con base 100 all'inizio del periodo ci aiuta a individuare meglio le dinamiche di crescita dei singoli Paesi:

Si riconferma che l'austerità, a differenza del potere, logora chi ce l'ha, e che l'uscita dall'UE non ha alcun impatto visibile sulla serie del Pil trimestrale del Regno Unito. Possiamo vedere anche i tassi di crescita annuali del Pil reale, per fare una cosa meno originale e accurata (e già fatta su Twitter):

Direi che va bene così, no? Possiamo stare tranquilli: per ora il Regno Unito non è sprofondato né del 6% né del 25%, e si è tirato fuori dal COVID meno peggio di altri. Quindi passiamo oltre.

La disoccupazzione (sic)

Dice: "Vabbè, sò ricchi uguale, ma è perché ce sta a disuguajanza e a disoccupazzione..."

Non so voi, ma io mi sono rotto il cazzo provo disagio nel leggere certe analisi affrettate e superficiali. Iniziamo dal concetto meno controverso, cioè di più immediata misurazione: quello di disoccupazione. I dati sono questi:


Nel 2016 in Gran Bretagna era al 4.89%, oggi è al 3.74%, noi siamo fra l'8% e il 9%, la Spagna, citata spesso come enfant prodige (che non vuol dire figliuol prodigo) sta ancora murata sopra al 12%...

Ma esattamente di cosa stiamo parlando?

Ah, certo: forse l'isola non è sprofondata tutta: si è inclinata un po' e sono annegate solo le persone in cerca di occupazione. Altrimenti non si spiega (o si spiega con un "và a dà via i ciàp...").

La povertà

Ecco, parliamo anche di questo. I simpatici euroti come avete visto non ci informano sugli sviluppi recenti:


L'unica cosa che possiamo dire consultando il sito dell'Eurostat è che nel Regno Unito la percentuale di popolazione a rischio di povertà ed esclusione sociale era più alta prima che nei due anni successivi alla Brexit, ed era comunque considerevolmente più bassa che in Italia o Spagna (quindi magari guardare un pochinino a casa nostra lo si potrebbe suggerire alla nostra informazione...).

Sul sito OCSE troviamo i tassi di povertà:


che ci raccontano una storia analoga (notate come la serie tedesca pudicamente si interrompa nel 2019 e quella italiana nel 2018).

Quindi, esattamente, de che cazzo stamo a parlà? Della penuria di Marmite? Ma per cortesia...

(...per inciso, a chi si sentisse urtato dal rafforzativo appena introdotto, faccio notare che secondo la Cassazione si può usare, o almeno lei lo usa...)

Lo sfacelo dei conti con l'estero

Eccerto! Come può vivere un Paese senza importare auto tedesche? Beh, i dati ci dicono che vive meglio, con un minore deficit estero:


Dal -5% del 2015 il Regno Unito è passato a un saldo estero del -1.50% nel 2021, e questo, notate bene, crescendo di norma più degli altri Paesi considerati (e quindi, si presume, importando di più). Di converso, la Germania è scesa dall'8.61% al 7.39% (nel 2021, ma poi con la crisi energetica è andata sottozero).

Dettagli

Eh già, perché poi ci sarebbe anche questo dettaglio, volendo:


Dice, fa, dice: "Ma perché in questa tabbella nun ce sta la Germaggna?" Risposta: "Perché la Germaggna er petrolio nun cellà. L'Inghilterra sì."

Sipario.

(...peraltro, non è che questa debba essere per voi una gran novità: vi ho spiegato in lungo e in largo come e perché i destini delle due lire, quella italiana e quella sterlina, si siano separati quando il Regno Unito ha mandato in produzione i suoi pozzi petroliferi: qui che l'energia è importante lo abbiamo sempre saputo, così come abbiamo sempre saputo che il suo vantaggio competitivo, la Germania, lo ha pagato col carbone, cioè inquinando il Nord Europa e sfasciandosi di piogge acide pur di sconfiggere i suoi odiati nemici di sempre...)

(...voi...)

Un Paese fallito?

I numeri ora li avete visti, anzi: rivisti. Vuol dire che non me li chiederete più? No, me li richiederete. Perché? Perché non riuscite a ignorare i fottuti media. Problema mio? No, problema vostro, ma siccome siamo amici ogni tanto mi fate tenerezza.

Dopo di che, prendiamo per buona la favoletta dei giornali. Ogni tanto, difendere, o quanto meno dare per assodata, la tesi dell'avversario, è un efficace espediente retorico, come questo esilarante e amaro video ci ha illustrato. Quindi, sì, la Gran Bretagna è un Paese fallito! Favorite dal climate change, orde di locuste lo fustigano sterminandone i raccolti. L'uscita dall'UE lo ha macchiato di uno stigma irreparabile, a tal punto che gli altri Paesi del consesso civile si rifiutano di commerciare con essa, e quelli del consesso incivile non hanno nulla da venderle, sicché nei suoi supermercati gli scaffali sono desolantemente vuoti (come ci rivogano in testa i TG rifilandoci immagini di repertorio girate a Bagdad o Pyongyang): stremata dalla fame, la gente si abbandona all'efferatezza del cannibalismo, mentre iMercati, animati dal sacro furore moralisteggiante che li pervade, fanno strame dei suoi governi fantoccio.

Tutto giusto e tutto vero, bene così, un applauso ai giornalisti.

Segue però una domandina, quella che mi veniva posta qualche giorno fa da un funzionario della Commissione di cui per evidenti motivi non posso fare il nome: come mai allora la grande e potente Europona su un tema così delicato come quello del conflitto attualmente in corso alle nostre porte, è finora stata totalmente subalterna alla linea dettata da US-UK? 

Intendiamoci: a me qui non interessa valutare nel merito questa linea. Se sia giusta o sbagliata lo dirà la Storia: lasciamo ai vincitori il gradito compito di scriverla, e agli esperti di #aaaaaggeobolidiga il graditissimo compito di provare ad anticiparcela. La mia riflessione è molto più terra terra: se è vero che UK è un Paese fallito, allora EU, che a UK si compiega in politica estera, che cos'è? Un progetto fallito, "mi verrebbe da dire" (cit.). Del resto, che il "gigante economico" (ma...) sia un "nano politico" lo aveva già detto qualcun altro molto tempo fa, che l'intento francese di non abbandonare la Germania alle seduzioni dell'Oriente sia smentito dai fatti lo vediamo coi nostri occhi, ecc. ecc.

Ma magari le cose non stanno così: intanto che UK sia un Paese fallito, i dati non lo dimostrano. Ovviamente, che EU sia un progetto fallito, io non l'ho detto e non l'ho nemmeno mai pensato (giusto? Non fate i maliziosi e non diffondete voci tendenziose!).

Lasciamo quindi che ognuno si goda le sue verità, che ognuno, a partire dal PD, si goda il mondo che ha così fortemente desiderato, e noi, se abbiamo un dubbio, andiamo su stats.oecd.org. E soprattutto, col vostro permesso, di Brexit lasciamo che ciacolino i pennaioli. Noi abbiamo argomenti più seri e problematici da affrontare, e ci torneremo presto, perché a questo ragionamento manca un pezzettino...


(...Io: "Ma come facevo una volta a scrivere pagine su pagine su pagine? Adesso faccio una fatica pazzesca!" Lei: "Stai guarendo dal narcisismo." Io: "Devo trovare uno che mi contagi!"...)

mercoledì 18 gennaio 2023

L'agenda, ovvero la durezza del vivere

 (...l'agenda quella vera, non quella metaforica, che non c'è semplicemente perché con voi non serve...)

(...l'agenda di oggi:


termina alle 23 ma quello che c'è dopo le 20 non vi interessa, salvo questo:


mentre il resto rientra nel lecito ambito di azione dei fatti miei...).


Oggi ero a pranzo con un collega di sinistra, che nella precedente legislatura avevo audito in qualità di tecnico (lui), e che in questa è salito a bordo. Gli ho ricordato brevemente l'episodio, chiedendogli come si trovasse. Mentre si accingeva a rispondere, la cameriera interviene, chiedendomi se desiderassi pagare, e io: "Ma prima facciamo ordinare agli onorevoli colleghi: io ho Commissione ma solo fra dieci minuti...". E gli onorevoli colleghi ordinano. Dopo di che, l'ex audito, ed oggi audiente (aures habent et non audient), mi fa, in un accesso di sincerità molto consono alla sua specifica professionalità risalente, ma altrettanto involontariamente comico: "Eh, certo, qui si fa una vita veramente frenetica, l'impegno è costante, un impegno di studio, di presenza, di dialogo, e fatto in tempi sempre risicati, senza possibilità di approfondire... La gente dovrebbe sapere che qua dentro si lavora, gli andrebbe raccontato!"

E io silente e compunto annuivo.

Poi fra l'una e l'altra di quelle commissioni, mentre facevo una rampa di scale, sorpasso una collega a 5 Stelle avviata come me verso l'aula. La collega mi saluta e fa: "Certo che qui non si sta mai un attimo fermi!" E io: "Meglio, almeno facciamo i 10.000 passi prescritti dalla scienza!" E lei: "Sì, ma la gente non sa quanto si lavora qui dentro!" E io: "Un motivo ci sarà...".

E tiro dritto.

Quanti giornalisti, quanti grillini (insiemi a intersezione non nulla), hanno raccontato che questo era un covo di fannulloni! Poi, però, una volta a bordo, sono stati riavvicinati alla durezza del vivere. Così si osserva in loro il contrappasso: hanno diffuso, screditando le istituzioni, l'idea che i cittadini avrebbero avuto una rappresentanza più forte indebolendo i loro rappresentanti, e ora li vedi dibattersi nell'irrilevanza quando vogliono portare a casa qualche risultato.

Ma un discorso di onestà e di verità sulla politica, quello, non lo fa nessuno, perché un politico che vuole fare carriera non ha alcun incentivo a raccontare la politica, esattamente come un economista che vuole fare carriera non ha alcun incentivo a impegnarsi in un progetto di divulgazione.

Poi ci sono le eccezioni: io ho fatto carriera politica (non volendola fare) divulgando economia, e qui vi sto raccontando in dettaglio la politica nella sua concretezza, nella dinamica dei processi formalizzati dal regolamento e di quelli informali (nella misura in cui si possono raccontare senza infrangere i doveri di riservatezza), nella difficoltà dell'apertura alle ragioni dell'altro e della ricerca di una mediazione: insomma, in quello che voi sapete benissimo fare, ma che per qualche strano motivo non riuscite a riconoscere appena qualcuno raglia #aaaaabolidiga!!1!1!

Una sola voce contro il raglio dei grillini sanculotti e il gloglottio dei grillini in grisaglia.

Beata solitudo, sola beatitudo.

(...e ora vi lascio: continuo a non far niente, ma con signorilità. Voi fate i bravi!...)

domenica 15 gennaio 2023

La spesa pubblica al Bar dello sport reloaded

Ihavenodream ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il contributo dell'edilizia alla crescita del PIL":

Piu' che il contributo dell'edilizia io valuterei il contributo della spesa pubblica. Per come la vedo io e' abbastanza surreale valutare sulla stessa scala nazioni che hanno contributi di spesa pubblica al 20 e al 60% rispettivamente. Meno ancora nazioni che quel contributo lo realizzano in deficit o in surplus, o con debiti pubblici al 60% o al 150%

Pubblicato da Ihavenodream su Goofynomics il giorno 12 gen 2023, 11:23


tafazzi ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il contributo dell'edilizia alla crescita del PIL":

Ho oramai un rigetto.

Non sono più in grado di ragionare su questo tipo di esternazioni.

A volte mi strappano un sorriso.

A volte una bestemmia.

Pubblicato da tafazzi su Goofynomics il giorno 14 gen 2023, 21:47



Sinceramente anche a me cadono le braccia, per svariati motivi.

Intanto, perché nel post sul contributo dell'edilizia alla crescita del Pil il punto non era confrontare diversi Paesi, quindi tirare in ballo questa dimensione di confronto internazionale suona come una forzatura.

Poi, perché il Dibattito si sperava che vi avesse dato qualche minima nozione su ordini di grandezza e natura delle variabili economiche.

Partendo dagli ordini di grandezza, se il problema è la solita solfa dell'Italietta cresciuta al disopra dei propri mezzi rubando il futuro ai suoi figli, alfieri (semplicemente alfieri) della lotta al cambiamento climatico che combattono con le vernici lavabili e con una disumana indifferenza verso le condizioni dei loro coetanei impegnati nella filiera dell'elettrico (quelli che hanno sporcato la statua di Cattelan li manderei in una miniera di cobalto in Congo, non perché ci tenga a Cattelan, ma perché credo nella funzione rieducativa della pena), mentre i virtuosi Paesi del Nord ecc. ecc., spiace, ma abbiamo già dato! Intanto, non esiste alcun Paese europeo che abbia un rapporto fra spesa pubblica totale e Pil vicino al 20% né al 60%. Se calcoliamo la media 2000-2022 coi dati del Fmi, il rapporto più basso si riscontra in Irlanda (34%). Per avere rapporti più bassi devi andare in Russia (33,7%), Sud Africa (27,7%), India (27,6%), ecc. Il rapporto più alto invece lo ha (notoriamente) la Francia, al 55,5%. L'Italia si attesta al 49,5%, e sopra di lei c'è sì la Grecia (50,4%), ma è l'unica eccezione in mezzo a Paesi tutti "virtuosi": Austria (51,5%), Finlandia (52,1%), Belgio (52,7%) e appunto Francia.

Insomma: sembra che nei Paesi avanzati un rapporto spesa pubblica totale/Pil fra il 40% e il 50% sia piuttosto normale, e comunque quello che ce l'ha più bassa ce l'ha 14 punti sopra il 20%, mentre quello che ce l'ha più alta ce l'ha solo 5 punti sotto il 60%. Quindi diciamo che la tendenza - dei virtuosi! - è a spendere!

Poi, c'è un problema di natura delle variabili. La spesa pubblica totale comprende anche la spesa redistributiva (in soldoni, quella pensionistica), che non entra nel calcolo del Pil perché non rappresenta produzione ma redistribuzione di reddito. Questo non significa ovviamente che la spesa per pensioni non contribuisca indirettamente alla crescita (lo fa e come, traducendosi anch'essa almeno in parte in domanda di beni e servizi), ma non lo fa direttamente (perché non corrisponde a redditi prodotti ed erogati nell'anno, ma alla redistribuzione di redditi prodotti ed erogati in altri anni) e quindi non entra nel totale del Pil. Non entrando nel totale del Pil, non è possibile valutare il contributo della sua crescita alla crescita del Pil. Lo si può fare solo per quella parte che entra nel totale del Pil: i consumi intermedi (in larghissima maggioranza, salari e stipendi) e gli investimenti pubblici.

In un Paese come l'Italia, in cui da tempo vige il blocco del turnover, i contratti non vengono rinnovati, e gli investimenti pubblici sono calati, non sarei sorpreso di scoprire che il contributo della spesa pubblica non è stato determinante se non, verosimilmente, in negativo.

Ma ora vorrei dormirci su: se interessa, approfondiamo domani...

(...il primo episodio era qui... il tempo passa, ma non mi pare che la consapevolezza aumenti: meglio così, non rischio di restare disoccupato!...)

Comunicazzioni di servizzio: save the date!

Chiedo scusa ma sono in ritardo nella scrittura e nei commenti.

Mi affretto a darvi una sintetica informazione di servizio: sabato 15 aprile, fra tre mesi esatti, si svolgerà a Roma il "mid-term goofy". Un'istituzione che, nonostante il suo successo, avevamo abbandonato per nove lunghi anni (l'ultimo fu nel 2014). Sarà a Roma, il luogo sarà quello dell'altra volta (chi c'era se lo ricorda, a chi non c'era sarà comunicato), avremo relatori vecchi e nuovi ma tutti interessanti, il tema saranno le asimmetrie europee (un tema ahimè inesauribile ma per fortuna sempre ricco di nuove avvincenti - si fa per dire - sfaccettature), e l'orario sarà tale da permettere a chi vive a Milano di venire in mattinata e tornare in serata (e se vale per chi vive a Milano, varrà anche per chi vive a Rome, Naples et Florence (e tutte le stazioni intermedie).

Intanto segnate questo: 15 aprile 2023.

Poi vi dirò anche di una piccola Woodstock nostrana in cui vorrei coinvolgervi verso metà giugno (sempre un sabato, sempre vicino a Roma). Lì non ci saranno relatori: ci saremo solo noi, e non ascolteremo relazioni: parleremo fra noi. Ogni tanto ci vuole anche questo.

Ars longa, vita brevis...

(...ah, naturalmente presto saprete anche la data indicativa del #goofy12, in cui festeggeremo il decennale di a/simmetrie...) 


mercoledì 11 gennaio 2023

Il contributo dell'edilizia alla crescita del PIL

Rispondo qui alla domanda di uno di voi: quanta parte del buon risultato dell'economia italiana nel 2022 è attribuibile all'edilizia?

I tre metodi di calcolo del Pil

Un modo per rispondere è prendere i conti del valore aggiunto e calcolare il contributo del settore delle costruzioni alla crescita del valore aggiunto complessivo. Ricordo infatti in estrema sintesi che il Pil, il prodotto interno lordo, può essere calcolato in tre modi diversi, che forniscono un risultato coincidente:

  1. come somma della spesa finale in beni e servizi (consumi, investimenti, esportazioni nette);
  2. come somma dei valori aggiunti ("produzione") dei diversi settori produttivi (agricoltura, industria, ecc.);
  3. come somma delle retribuzioni corrisposte a chi ha partecipato al processo produttivo (salari, profitti).

Ne abbiamo parlato più in dettaglio qui parlando del miracolo lettone, ma una spiegazione che non è per niente male la trovate qui:


e vi suggerisco assolutamente di consultarla.

I tre punti di vista sul Pil sono funzionali a tre diverse analisi: la prima, a capire quale parte della produzione viene destinata a investimento, cioè a creazione o mantenimento di capacità produttiva; la seconda, a verificare il contributo dei diversi settori all'economia nazionale; la terza, ad analizzare la distribuzione del reddito prodotto. A noi interessa la seconda.

La scomposizione del tasso di crescita di una somma

L'abbiamo già spiegata qui, ma la rispiego (male non fa), riadattando le cifre per evidenziare il punto fondamentale del ragionamento:

Supponiamo che z sia la somma di x e y. Il primo anno x = 2, y = 12, quindi z = 2+12=14. Poi x aumenta del 100%, cioè raddoppia da 2 a 4, e y aumenta del 33%, da 12 a 16. Di quanto aumenta z? Spero non diciate del 133%! No: il nuovo z è z = 4 + 16 = 20, quindi è aumentato del 43%. In altre parole, il tasso di crescita di una somma non è uguale alla somma dei tassi di crescita.

Come si calcola il contributo di x e y alla crescita di z?

Nel primo periodo x è il 14% di z (2/14=0.142857 ecc., arrotondiamo a due cifre), quindi y è l'86%  di (12/14=0.86). I contributi di x e y alla crescita di z sono il prodotto dei rispettivi tassi di crescita per queste quote. Il contributo di x quindi è 1x0.14 = 0.14, e quello di y è 0.33x0.86=0.29. Il tasso di crescita della somma (cioè di z) è la somma di questi contributi: 0.14+0.29=0.43=43%.

Questi contributi possono essere standardizzati, facendo così 100 la crescita complessiva (cioè 0.43). Quindi, ad esempio, 0.14 è il 33% di 0.43, e 0.29 ne è il 67%, il che significa che anche se x è cresciuto del 100%, il suo contributo alla crescita totale di z è solo di un terzo (il 33%), mentre y, che è cresciuto solo del 33%, fornisce un contributo alla crescita totale del 67%, semplicemente perché il suo peso complessivo nella somma è superiore (l'86%).

Il contributo dell'edilizia

Veniamo ora al contributo dell'edilizia. L'ultima versione disponibile dei dati sul valore aggiunto è quella di novembre scorso, già citata, che trovate qui. Lo "spacchettamento" del valore aggiunto totale in quattro macrosettori (agricoltura, industria in senso stretto, costruzioni, servizi) è questa (le cifre sono in milioni di euro a prezzi 2015):


Faccio tre osservazioni:

  1. il valore aggiunto totale non coincide, come qualcuno avrà notato, col Pil ai prezzi di mercato. Per ottenere quest'ultimo, cioè la spesa totale in beni e servizi prodotti, bisogna aggiungere l'Iva al valore della produzione (e sottrarre i contributi alla produzione). Di media, il Pil è circa l'11% più alto del valore aggiunto totale ai prezzi base (sì, l'Iva è al 22%, ma non su tutti i prodotti, e in più vanno sottratti dal calcolo i contributi alla produzione, quindi i conti tornano). Ad esempio, nel 2019 il Pil è stato 1728 miliardi, cioè l'11,2% in più dei 1554 miliardi di valore aggiunto ai prezzi base (1554123 milioni, nell'ultima colonna della tabella).
  2. per il 2022 i dati non sono definitivi, usiamo il dato acquisito, cioè quello ricostruito immaginando che nell'ultimo trimestre dell'anno si mantenga il livello di reddito del penultimo trimestre (cioè l'ultimo dato misurato);
  3. in una economia moderna i servizi sono la parte di gran lunga preponderante del Pil: in Italia oltre il 73%, come risulta dai dati.

Con questi dati e col metodo descritto sopra otteniamo questi risultati:


che possiamo rapidamente commentare.

Il contributo delle costruzioni alla crescita del Pil nel 2022 dovrebbe essere in termini percentuali analogo a quello del 2021, cioè un po' più del 14% del totale. Nel 2021 le costruzioni hanno contribuito con l'1% a un totale di 6.6% (il 14.6%), nel 2022 contribuiranno con 0.5% a un totale di 3.8% (il 14.3%). Significativo ma non determinante. Viceversa, le costruzioni hanno dato un contributo relativamente minore al tonfo del 2020. Del crollo complessivo, pari a -8.5%, solo -0.3%, cioè il 3,1%, dipende dal settore delle costruzioni, che quindi in quell'anno ha manifestato una tenuta relativamente buona. In tutti i casi, sia nel bene che nel male, il contributo più significativo è quello dei servizi, che, ad esempio, contribuiscono con -5.9% alla (de)crescita del 2020, cioè ne spiegano il 69.2% Nel 2021 l'industria manifatturiera ha dato una spinta alla crescita più significativa di quella delle costruzioni, contribuendo con 2.2% al 6.6% totale (quindi spiegando il 32.8% della crescita totale). Quest'anno il contributo dell'industria manifatturiera sarà significativamente inferiore, perché ovviamente i costi dell'energia si fanno sentire e hanno costretto molte azienda a operare a ritmi ridotti, o addirittura a chiudere. Notate il contributo sempre in calo dell'agricoltura.

Insomma: eliminando l'intero settore delle costruzioni, secondo questi calcoli, nel 2022 cresceremmo del 3.3%, anziché del 3.8%. Sarebbe un risultato cattivo, ma non catastrofico.

Ma è anche un risultato attendibile?

No, perché una simile valutazione controfattuale non può essere fatta in termini puramente contabili, ragionieristici. Per analizzare scenari simili, ma, più in generale, per avere un'idea corretta del contributo dell'edilizia alla crescita dell'economia, bisogna studiare le interdipendenze fra settori. Il grande risultato del settore "servizi" nel guidare la ripresa dipende anche da geometri, ingegneri, architetti, e altri professionisti non strutturati in aziende del comparto edilizio, che hanno tratto dalla ripresa dell'edilizia un beneficio, che però è contabilizzato in altro settore. Lo strumento che occorre è quello delle tavole input-output o matrici delle interdipendenze settoriali, che l'Istat aggiorna regolarmente (anche se per elaborarle occorrono tre anni di stime e calcoli, per cui le ultime fotografano la struttura dell'economia italiana nel periodo 2015-2019). Uno studio che usa questa metodologia è quello del Censis, che trovate qui. Vale la pena di dargli un'occhiata.

Se poi volete chiedermi del superbonus, io qual è il problema ve l'ho già detto in privato e in pubblico, ad esempio qui, qui, qui, qui e qui. Non sono io a dover capire come stanno le cose: è l'Eurostat.

Ma di questo parliamo un'altra volta.

(..."qui è sostanzialmente in atto una battaglia ideologica"...)

lunedì 9 gennaio 2023

"Non deve timbrare..."

Il Comico ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il Pil e il tramonto dell'euro (lebbasi)":

A me, post questi ultimi due, sono mancati molto. Chiaro che il Bagnai non può essere uno e trino, e se sta in senato o in commissione, non può scrivere sul blog. La mia domanda è: esiste oppure è prevista la nascita di un punto di riferimento per la corrente economica di pensiero a cui il Bagnai appartiene? Penso a un progetto editoriale - anche non gratuito. Insomma, io personalmente pagherei per avere anche solo una volta a settimana una piccola analisi critica, magari con la possibilità di fare alcune domande (limitatamente all'argomento trattato)

Pubblicato da Il Comico su Goofynomics il giorno 8 gen 2023, 17:40


In effetti, essere uno e trino comporterebbe una sensibile semplificazione amministrativa: potrei chiedervi direttamente l'8x1000, anziché il 2x1000 per il progetto politico cui appartengo (la Lega) e il 5x1000 per il progetto culturale che ho fondato dieci anni fa (a/simmetrie: a proposito, non perdetevi il webinar di giovedì prossimo col socio Torlizzi sull'annoso tema della speculazzione - rigorosamente con due zeta). Credo sappiate però un po' tutti che questa semplificazione porterebbe con sé costi significativi:


quindi mi accontento di essere uno e unico e ringrazio molto Il Comico per la stima che esprime.

Il problema dell'impegno politico non è tanto l'occupazione del tempo (ne prende tanto, è chiaro, ma anche stare qui con voi a studiare i problemi e raccogliere le vostre osservazioni è parte di quel lavoro), quanto l'assoluta imprevedibilità di agenda.

Oggi, ad esempio, sono in V Commissione, che non è la mia, per sostituire un collega e amico, il presidente Gusmeroli: ci sono gli emendamenti all'Aiuti quater da votare. Dato che risiedo a Roma, mi sembra doveroso offrirmi quando qualche collega ha impegni sul territorio (io nel mio collegio generalmente ci sono da giovedì pomeriggio o venerdì a domenica). Il decreto è "blindato", come impone la liturgia. Quello che si poteva approvare è stato approvato dalla bilancio Senato, qui dobbiamo solo bocciare gli emendamenti dell'opposizione, dando ovviamente agio ai suoi rappresentanti di esporci perché invece dovremmo venire incontro alle loro proposte. Lo facciamo con benevola e solidale condiscendenza.

Qualcuno di voi penserà che questo non è un modo molto utile di passare il tempo, ma "mi verrebbe da dire" (cit.) che la vita è come il maiale: non si butta nulla!

Oggi, ad esempio, ho imparato una caratteristica del regolamento della Camera. In Senato, come forse vi dissi, le presenze in Commissione sono attestate dalla firma. Alla Camera invece bisogna "beggiare" (dall'inglese "to badge" - or not to badge, che però vuol dire un'altra cosa) col proprio tesserino elettronico: una grillinata che risale a un paio di legislature fa, come ci ha spiegato Claudio Borghi su Twitter. Io ovviamente mi adeguo, soprattutto quando non capisco, quindi anche oggi vado diligentemente munito del mio microchip, ma la macchinetta mi restituisce un inquietante messaggio: "Non è in lista". Guardo un funzionario, che mi dice: "Onorevole, lei non deve timbrare, perché è in sostituzione!"

Ho un moto di ribrezzo che reprimo, e torno verso il mio posto.

Passando accanto ad altri funzionari, prorompo: "Ma si è visto il mio fastidio? Perché secondo me non è vero che non devo timbrare perché sono in sostituzione: non devo timbrare perché sono un rappresentante del Popolo italiano".

Avranno capito?

L'idea (sbagliata) che il parlamentare sia un "dipendente" anziché un rappresentante è una delle tante metastasi del cancro dell'antipolitica, e qualsiasi gesto o simbolo tenga ad avvalorarla è intrinsecamente nemica della democrazia, vostra nemica. Ma naturalmente tanto lavoro è stato fatto per non far capire questa semplice verità, e sicuramente il 30% di chi legge appartiene a quella maggioranza rumorosa che è convinta poter conseguire una rappresentanza più forte indebolendo i propri rappresentanti. Un livello di controintuitività da economista di quelli bravi (quelli che ti spiegheranno domani perché le cose che hanno previsto ieri non si sono verificate oggi), ma tant'è. Questo è il nostro mondo, e se vogliamo cambiarlo cerchiamo di accertarci che non sia in peggio, perché vi ricordo che anche gli ortotteri erano visti da molti di voi come forza rivoluzionaria, quando io vi spiegavo questa semplice verità:


e voi non eravate d'accordo.

Chi aveva ragione?

(...statemi bene, ci vediamo poi dalla dott.ssa Merlino...)

domenica 8 gennaio 2023

"È arrivato l’arrotino!" Dimensioni, esportazioni e crescita

 (...e tte pareva?...)

Marco ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il Pil e il tramonto dell'euro (lebbasi)":

E io che pensavo che la maggiore crescita italiana fosse dovuta alla maggior caduta avuta con il covid. Vedremo se continuerà su questi ritmi, ma temo proprio di no.

Le PMI agili alle quali dobbiamo questa crescita miracolosa sono forse le stesse degli ultimi 30 e passa anni di declino? Sono forse le stesse che non fanno un investimento in ICT mango a pagarglielo perché non sanno cosa sia e che in media hanno al loro interno competenze manageriali limitatissime? Sono quelle che pagano salari bassi perché hanno bassa produttivà? Si potrebbe andare avanti....

Per chiudere, cosa serve avere la globalizzazione se poi non si può esportare nei mercati esteri? Si sa benissimo che le aziende esportatrici sono grosse.

Pubblicato da Marco su Goofynomics il giorno 8 gen 2023, 19:50


In un post precedente abbiamo evocato i gianninisti, e l'amico Marco si offre come esemplare a scopo didattico. Vediamo quante fregnacce affermazioni controvertibili ha messo in fila, e poi andiamocene a dormire preoccupati. Non sono cattivi, non lo fanno apposta, ma sono tanti, sono ovunque, e non trovano mai uno che li controbatta, sicché i giannini, come i poverini, sono pericolosi. C'è il rischio che la politica, e soprattutto quegli organi di indirizzo politico che sono le alte corti, prendano per buona la visione del mondo un pochino démodé da essi offerta. L'austerità è stato il frutto marcio di questa egemonia culturale. Vorremmo evitare di ricascarci di nuovo.

L'Italia è cresciuta di più perché è caduta di più

Prima fregnaccia affermazione controvertibile. Basta guardare questo grafico:


I dati vengono da questa tabella dell'ultimo Economic Outlook dell'OCSE:


convertiti in indice con base 100 nel 2019.

Se per crescere di più bastasse andare in una recessione più profonda, allora la Spagna ci dovrebbe aver raggiunto e superato. Invece noi, che abbiamo avuto una recessione comparativamente meno grave, abbiamo recuperato più di lei. Dai dati dell'OCSE risulta che nel biennio della ripresa (2021-2022) la nostra è stata la crescita media più alta (5.2%), seguita da quella della Spagna (5.1%), della Francia (4.7%) e della Germania (2.2%). Ricordiamo anche che per il 2022 abbiamo stime che molto probabilmente verranno riviste al rialzo nel caso del nostro Paese. Aggiungo che abbiamo ottenuto questa performance con un livello relativamente contenuto di inflazione (finora):


Germania e Spagna hanno visto un'evoluzione molto più rapida dei prezzi, nonostante che la Spagna sia farcita di GNL, e quindi in qualche modo risenta di meno dei vincoli di offerta posti dalla crisi energetica. Meglio di noi fa solo la Francia, che invece è farcita di centrali nucleari (speriamo bene!).

La produttivà dipende dalle dimensioni dell'azienda

Sì, lo so: volevi dire produttività.

Non sei stato molto produttivo.

Vedi, ora per colpa tua mi trovero intasato di spam osceno perché mi è venuta la curiosità di andare a vedere quanto costa una falloplastica. Sì, perché questa ossessione per avercela grossa, l'azienda, secondo me è freudiana, un po' come l'ossessione per la monetona durona il cui cambio si impenna. Forse ci vorrebbero effettivamente più donne al potere, anche se, a rigor di logica, non so se questo attenuerebbe il problema...

Qui con la storia che la produttività delle imprese dipende dalla loro dimensione e quindi il "nanismo" è causa del declino (peraltro, i nani sono noti per le loro virtù), abbiamo chiuso molti anni fa, tendiamo a considerarla una fregnaccia un argomento controvertibile, e il risultato delle nostre riflessioni (che poi sono legate strettamente a quelle di Smith, citate due post fa), è stato sottoposto a peer review e pubblicato su rivista tre anni dopo. Secondo noi il declino dell'economia italiana dipende da altri fattori, noi la pensiamo un po' più come Smith, Kaldor, e Thirlwall, che come i tanti giannini egemoni sui media, ma se non sei d'accordo con noi, nel caso non ti interessi la falloplastica (come credo e auspico) ti segnalo una seconda opzione: prendi carta e penna, scrivi un articolo per confutarmi, mandalo a una rivista più importante dell'International Review of Applied Economics (suggerisco l'American Economic Review) e torna a trovarci. Siamo sempre curiosi di apprendere. Le frasi fatte ci interessano di meno (sulle dimensioni siamo laici).

Le aziende esportatrici sono grosse

Aridanga! Sempre con questa storia delle dimensioni...

Ma prima di entrare nel merito di questo argomento, ti chiederei sinceramente di spiegarmi il significato di questa frase sibillina (o, se preferisci, sibillona, così sembrerà più produttiva di pensiero): 

cosa serve avere la globalizzazione se poi non si può esportare nei mercati esteri?

Veramente non ne capisco il senso. Qui pensiamo, in molti, che la globalizzazione sia andata troppo oltre, sia entrata nella fase dei rendimenti decrescenti, la fase in cui crea più problemi di quanti ne risolva, quindi una prima riflessione è che, appunto, avere tutta questa globalizzazione non ci serve. Poi, chi ha detto che "non si può esportare nei mercati esteri"? Se si vuole, e dall'estero acquistano, perché no? Il punto che è sempre stato sottovalutato (dagli altri, non da noi) è che chi esporta beni importa problemi. Che cosa voglio dire? Semplice: che se il tuo modello di sviluppo è mercantilista, alla tedesca, cioè tutto basato sulla domanda altrui, la tua economia sarà sensibilissima a qualsiasi shock geopolitico che chiuda i mercati esteri (e a quel punto rimpiangerai di non aver alimentato la domanda interna). Questo è il ragionamento che facciamo qui, da tempo, e che ora cominciano a fare, con comodo, anche altri.

Quanto alla tua ossessione per le dimensioni, che cosa vuoi che ti dica? Le evidenze non sono così granitiche come le tue certezze. In letteratura non mancano studi secondo i quali l'idea che l'intensità delle esportazioni dipenda delle dimensioni dell'azienda è una fregnaccia controvertibile: già nel 1992 Bonaccorsi confutava questa asserzione nel caso dell'Italia, nel 2001 Wagner dimostrava che la maggior parte degli studi sul tema erano distorti a causa della natura delle variabili utilizzate e una volta tenuto conto di questa distorsione le dimensioni in molti settori non sembravano costituire un problema, un suo studio più recente trova una relazione fra dimensioni ed export nella Germania Ovest ma non nella Germania Est, ecc. ecc. ecc. Però di questi studi ora possiamo fare a meno: è arrivato l'arrotino e ci ha detto che esportazione fa rima con dimensione. Meglio così, sempre meglio leggere la lettera di un amico che un noioso paper pieno di numeri.

Comunque, con il massimo rispetto per tuo cuggino, che penso sia l'ispiratore delle tue brillanti analisi, ti segnalo che l'ICE la vede in un modo un po' diverso. Nel suo ultimo rapporto L'Italia nell'economia internazionale ci dice che:


il 51,2% dell'export italiano è generato da PMI, e la percentuale di export proveniente dalle microimprese è assolutamente in linea con quella di Germania e Francia. Siccome la performance delle nostre esportazioni non è deludente:


(qui la Spagna fa marginalmente meglio di noi, ma prima aveva fatto molto peggio, mentre la Germania si sta spiaggiando), non vedo in che modo il fatto che il nostro export provenga per oltre metà dalle PMI possa essere visto come indicatore di una fragilità... che non c'è!

Conclusioni

Marco ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La situazione è grave, ma non è seria":

Bagnai, come mai temi di pubblicare il commento che ho provato più volte a caricare?

Pubblicato da Marco su Goofynomics il giorno 17 nov 2022, 11:41

Marco caro e stimato, come vedi non sono io a temere di pubblicare i tuoi commenti: sei tu che dovresti temere che vengano pubblicati. Tu sei nuovo di queste parti. Siamo un piccolo villaggio di alcune decine di migliaia di persone, e ogni tanto, come si fa nei villaggi, ci divertiamo affettuosamente con chi non ci arriva, ma solo se lo fa con arroganza, e sempre in modo argomentato, costruttivo, e pedagogico.

A Roma dicono: come me sòni, te canto.

Torna a trovarci!

(...ah, comunque se trovi scritto sullo specchio "Benvenuto nell'AIDS!" non siamo stati noi. Qui siamo laici, tolleranti, e soprattutto prudenti. Dovresti ispirarti almeno all'ultima delle nostre virtù...)