sabato 7 gennaio 2023

Il Pil e il tramonto dell'euro (lebbasi)

Eggnente, purtroppo la forma del blog, che ha i suoi vantaggi in termini di dialogo e coinvolgimento (il che ci ha consentito di diventare una community più unica che rara, anche se, come sapete, noi non esistiamo...), ha anche uno svantaggio sotto il profilo didattico che mi era ben chiaro fin dall'inizio: i contenuti si perdono nel flusso magmatico della narrazione, e recuperare i più rilevanti per assimilarli è un'impresa oggettivamente impossibile, soprattutto considerando che pressoché nessuno clicca sui link con cui rinvio ai post "chiave" (eppure, quali siano questi post lo sapete).

Questo limite della "forma blog" purtroppo è aggravato dal mio peggior difetto: la perspicuità.

Tradotto: purtroppo se spesso non capite nulla (volevo dire un'altra cosa, ovviamente) la colpa è mia, è del fatto che scrivo in un italiano comprensibile. Questo vi dà la sensazione di aver capito tutto, sensazione tanto confortante quanto spesso illusoria. Fa un po' parte del mestiere del docente dare al discente la sensazione di aver capito: uno studente perennemente frustrato nel proprio desiderio di sapere, e soprattutto di far vedere che sa, abbandonerebbe gli studi! Ma è un talento, questo, che va dosato con accortezza, altrimenti poi si creano dei mostri come quello che mi accingo a liquidare. Invochiamo San Giorgio:

e procediamo...

Vi presento un nuovo amico


(qui).

Speravo di averla chiusa qui, e invece oggi mi trovo in coda questa roba indefinibile:

Ihavenodream ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La situazione è grave, ma non è seria":

Io lo so: peccato che i dati farlocchi in Italia (e in tutta Europa in verita') parlano di crescita del 3-4% per il 2022, omettendo di dire che crescita e'...e non e' reale, non siamo mica cresciuti del 4% in termini reali nel 2022. Per esempio qui: https://finance.yahoo.com/quote/EURUSD=X?p=EURUSD=X&.tsrc=fin-srch dice che il GDP nominale Italiano e' calato del 5% in dollari rispetto al 2021 (-5% YoY). In Euro saremo cresciuti appunto del 4% che e' il dato che circola mainstream...ma e' per appunto crescita nominale, in termini reali siamo sotto zero e di parecchio pure!

Pubblicato da Ihavenodream su Goofynomics il giorno 6 gen 2023, 20:18

Il sito citato rinvia al tasso di cambio euro/dollaro, che nell'ultimo anno ha fatto questa roba qui:


ultimo pezzo della traiettoria in discesa le cui motivazioni (svalutazione competitiva da parte del Nord per aggredire mercati esterni all'Eurozona e per mantenere dentro l'Eurozona gli Stati membri più deboli) sono state ampiamente discusse nel post precedente. Il grafico parte a 1.13 e arriva a 1.05 (ma come sapete penso che calerà ancora un po'...), il che corrisponde a una diminuzione del 7%, parente del 5% del nostro amico (come sapete, i tassi di cambio sono una variabile molto volatile e la svalutazione/rivalutazione rispetto all'anno precedente cambia ogni giorno, anche in modo sensibile). Nella pagina cui si fa riferimento non c'è traccia di Pil, né misurato in euro, né misurato in dollari. Il "ragionamento" del nostro amico sembra quindi essere esattamente quello di cui ci occupammo sei anni addietro:


e che già sei anni addietro confutammo. Era la famosa storia del calo del Pil del 30% in caso di uscita, autorevolmente ripresa da esperti del PD, dove si ometteva appunto di dire che questa valutazione era riferita al Pil misurato in dollari. Lo scenario quindi era estremamente fosco perché basato su un'unità di misura priva di senso: nessuno di noi va a fare la spesa a Manhattan ogni mattina! In altri termini, siccome il cambio euro/dollaro non impatta direttamente sulla quantità di beni che possiamo acquistare in Italia coi nostri redditi in euro, cioè non impatta sul nostro reddito reale, sul Pil reale, l'unico metro sensato del Pil reale, quando lo utilizziamo per valutare il livello di benessere o malessere dei cittadini italiani, resta la valuta utilizzata dai cittadini italiani per acquistare beni in Italia, cioè l'euro.

Insomma, quello che fa un po' sorridere è che nel suo tentativo un po' paranoico di emanciparsi dalla narrazione mainstream il nostro nuovo amico, che forse non c'era sei anni fa, o ha la memoria labile, ci riproponga esattamente gli stessi paralogismi della narrazione mainstream!

Sì, d'accordo, gli estremi si toccano, ma, come aggiungo io, poi perdono la vista...

Vengo comunque al merito della questione, per fissare nelle nostre testi gli ordini di grandezza.

La crescita al 4% per il 2022 è un dato non ancora consolidato (come sapete, occorre un po' perché le rilevazioni statistiche del Pil possano essere elaborate), ed è ovviamente in termini reali, cioè misurata sul Pil valutato ai prezzi (concatenati) del 2015. Le stime di novembre scorso danno un "acquisito" annuale al 3,9% (qui), il che significa che se il Pil dell'autunno 2022 sarà uguale a quello dell'estate 2022 il Pil dell'anno 2022 sarà superiore del 3,9% a quello dell'anno 2021 (ma potrebbe anche andare meglio). Questo secondo l'ISTAT. Ricordo che il Fmi a ottobre dava il 3,1% per il 2022 e -0.2% per il 2023, mentre l'OCSE per il 2023 ora dà +0.2% e la Bce dà +0.3% (la situazione è in rapida evoluzione...). La stima preliminare del Pil di autunno 2022 (e quindi dell'intero anno 2022) l'avremo martedì 31 gennaio, la stima consolidata venerdì 3 marzo (qui il calendario) e solo allora potremo sapere che cosa sarà successo.

Quanto al Pil nominale, il quadro attualmente disponibile, che ovviamente (e due) è provvisorio, è questo:


La NADEF a settembre dava una crescita reale al 3,7%, con un deflatore al 3,0%, che sommati davano (con arrotondamenti) un nominale di 6,8%. Il nominale del Fmi a ottobre era più basso, al 6,4%, per sfiducia nella crescita reale (che era stimata al 3,2%). A novembre per quanto riguarda la crescita reale l'OCSE confermava il quadro della NADEF e l'ISTAT proponeva un acquisito superiore, al 3,9% (come dicevamo sopra).  Per quanto attiene alla crescita nominale, l'OCSE dava un deflatore in maggiore crescita (3,3%), il che portava la crescita nominale al 7,0%.

Il punto sul quale vorrei farvi riflettere, tornando un attimo al post precedente, è che sempre l'OCSE dà per il 2022 in Germania una crescita reale di 1,8% (la metà della nostra) e una crescita del deflatore del Pil di 5,8% (inflazione quasi doppia della nostra). Capito cosa significa segare il ramo?

Il tramonto dell'euro

Faccio un breve inciso, cui vengo portato naturalmente dai bei ricordi dei giorni in cui Squinzi o la stimata collega De Micheli confondevano la variazione del Pil nominale espresso in dollari con quella del Pil reale espresso in euro (si va un po' oltre il confondere le mele con le pere, ma mamma ci ha fatto indulgenti, per cui ci fermiamo qui...).

Dal 9 maggio 2013, giorno in cui l'allora presidente di Confindustria Squinzi paventava svalutazioni del 30%, a oggi, l'euro ha perso il 20,1% (scendendo da 1,3142 a 1,0500). Se questo calcolo lo avessimo fatto il 28 settembre scorso ci avrebbe restituito una svalutazione del 27,2% (da 1,3142 a 0,9565): molto vicino al 30% paventato dall'allora Presidente Squinzi. C'è stato da settembre un certo recupero, ma la politica monetaria americana, volta a preservare, con innalzamenti del tasso di interesse, la supremazia del dollaro, lascia pensare che o soffochiamo la nostra economia con uguali innalzamenti dei tassi, o il cambio dovrà tornare a cedere (vedremo quello che succederà).

Agli scemotti che ogni tanto si affacciano su Twitter commentando "e anche oggi l'euro tramonterà domani" vorrei far notare che in effetti anche oggi l'euro è tramontato ieri. La protratta perdita di terreno che vedete qui (con i dati giornalieri dell'Eurostat):


avvalora la nostra tesi che dieci anni fa il tasso di cambio della moneta unica fosse insostenibile. Non vorrei sembrare presuntuoso, perché il merito non è mio (è dei fatti), ma tutto quello di cui qui abbiamo parlato per tanti anni si è progressivamente realizzato.

Ricordate quando chiedevamo politiche espansive ma ci veniva detto che non si potevano fare? Fatte (la favoletta del debito buono)!

Ricordate quando si diceva che la BCE non poteva intervenire a sostegno dei debiti pubblici? Fatto ("noi non siamo qui per chiudere gli spread", correzione effettuata a tempo di record a marzo 2020)!

Ricordate quando criticavamo le politiche di deflazione salariale? Ora le criticano i banchieri centrali (vedete il post precedente).

Eppure io ve lo avevo detto che le posizioni del mainstream erano in rapida evoluzione!

E allora ai tanti che "siccerano loro" a quest'ora saremmo non si sa bene dove suggerisco di stare manzi. Una Germania che ha la metà della crescita e il doppio dell'inflazione di noi (misurata col deflatore del Pil: coi prezzi al consumo le cifre sono altre) ci aiuterà senz'altro a fare un altro pezzettino sulla strada delle cose che in teoria non si sarebbero potute fare fino al momento in cui si dovrà farle, anche perché il cambio che è sostenibile per noi non è sostenibile per lei, come qui abbiamo sempre detto e ripetuto.

Va da sé che non avrebbe nessun senso razionale creare inutili polemiche attorno a un problema che non solo non possiamo risolvere con le nostre forze, ma affligge altri più di noi. Lasciamo che chi ha voluto un certo mondo se lo goda, e manteniamo la calma! La crescita del nostro Paese al 4% in termini reali non è un complotto dei poteri forti, caro Ihavenodream: è un successo del nostro tessuto produttivo, delle tanto vilipese Pmi, che, per quanto strozzate da politiche fiscali e creditizie assurde, restano il modo di organizzazione della produzione più confacente alle "sfide della globalizzazione", sfide che dal Triassico in poi richiedono agilità, non gigantismo, come gli zoologi ben sanno:


anche se per prendere atto di questa profonda verità spesso si rende necessario uno shock esterno.

Lasciamo che i giganti del Nord gestiscano lo svantaggio delle loro maggiori esigenze alimentari di gas e della loro incapacità di adattamento a un ambiente mutevole, e teniamo salda la barra di questa community che non esiste (e gode pertanto del principale vantaggio del non esistere, che è quello di poter dire quello che le pare)!

E per oggi è tutto.

(...credo che capiate che non mi è sempre possibile dedicarvi tanto tempo, ma non per questo voglio trascurarvi. Trovare un nuovo equilibrio sarà fra i compiti per il 2023, che per me inizia il 9 gennaio. Intanto, godiamoci il weekend...)

(...e l'asteroide? L'asteroide è la crisi finanziaria, naturalmente. Tutti dicono che non ci sarà, che ora c'è la complasensi, che non conviene a nessuno - e questo è vero!, ma io non sono poi così convinto che le cose accadano solo se "convengono" a qualcuno. Shit happens, dicono i nostri alleati, e hanno ragione. L'importante è che la responsabilità non venga addossata a chi le sue banche le ha pulite e i suoi debiti li ha sempre onorati, cioè noi...)

venerdì 6 gennaio 2023

Segare il ramo, banchieri filantropi, e altre storie

(...iniziato  Verona, proseguito a Vicenza, terminato a Treviso. Pax tibi Marce evangelista meus...)

Nell'articolo con cui il 22 agosto 2011 lanciai il Dibattito sul "manifesto", attaccando da sinistra una Rossana Rossanda tutto sommato incolpevole (per non aver compreso il fatto), la chiave di volta del ragionamento era racchiusa in una frase che ex ante venne compresa da pochi, e che ex post forse sarà compresa da pochi altri (ma vale la pena di tentare):


"La Germania segherà il ramo su cui è seduta": che cosa voleva dire questa frase?

Proviamo a rispiegarne il senso economico e le implicazioni politiche. Sarà comunque un esercizio utile, indipendentemente dalla riuscita.

Prima premessa di metodo: la parola "domanda" esiste

Per mettere questa frase e le sue conseguenze nella prospettiva corretta bisogna però spogliarsi da ogni residua briciola di gianninismo, lo spaghetti-liberismo italiano tutto lato dell'offerta e distintivo (definisco questa corrente di "pensiero" riferendomi al personaggio di Giannino perché quest'ultimo è particolarmente influente - che non vuol dire autorevole!, iconico, e rappresentativo della consistenza scientifica di certe tesi).

Ricorderete che secondo Irving Fisher per ottenere un economista basta insegnare a un pappagallo a dire "domanda e offerta". In Italia occorre la metà dello sforzo: basta insegnare a un pappagallo (o a un giornalista) a dire "offerta", ed ecco pronto l'esperto di economia (quello autorevole)! Nel mondo economico così come vi viene rappresentato dai media e dalla stragrande maggioranza dei miei colleghi (mi riferisco agli economisti e ai politici, non ai musicisti) il primum movens dell'attività economica è la produzione, l'offerta. In altri termini, nel vostro mondo insomma (perché, che lo vogliate o no, il vostro mondo è una loro rappresentazione, e voi continuate ad accettare e alimentare questo meccanismo perverso...) si produce per produrre, e per produrre di più si aumenta la produttività, presentata come fenomeno completamente determinato da logiche di efficienza allocativa e organizzativa, cioè di offerta, e simmetricamente del tutto scisso dalle logiche della domanda, cioè dalla spesa, dalla capacità di acquisto dei potenziali acquirenti di tanta produzione.

Insomma: per i tanti "gianninisti" che egemonizzano il dibattito minor (quello con la maiuscola, che però è l'unico che tutti conoscono) l'imprenditore produce per produrre, non per vendere.

Questa visione distorta, ideologica, urta contro tutto quello che sappiamo dell'uomo e della sua storia.

Perfino i più teoricamente disinteressati fra i "produttori", gli artisti, che possiamo immaginare spinti da un'urgenza incoercibile e irrinunciabile di affermare a qualsiasi prezzo la propria visione del mondo, hanno manifestato storicamente una fastidiosa propensione a pretendere di essere pagati bene per la propria opera (possiamo citare le infinite controversie fra Bach e gli scabini di Lipsia, ma di artisti che tirano sul prezzo è piena la storia sociale dell'arte, e del resto se gli artisti l'avessero data gratis, l'opera d'arte, l'arte non avrebbe avuto quella strana tendenza a concentrarsi nelle località motore dello sviluppo economico: volta per volta, in no particular order e con parecchie lacune, Atene, Roma, Firenze, le Fiandre, Parigi, ecc.). Anche Michelangelo, anche Metastasio, anche Monteverdi, producevano per vendere. Ma al di là di simili percorsi individuali, che cito semplicemente perché suppongo che possano avere un valore paradigmatico per alcuni di voi (apro e chiudo una parentesi per farvi riflettere che non a caso l'idea dell'artista genio incompreso e straccione che vive e muore "creando" in una soffitta si afferma col romanticismo, cioè col capitalismo, e un motivo ci sarà: nel Medio Evo l'artista era "sindacalizzato"...), il fatto è che l'intera storia umana è una storia di ricerca di mercati di sbocco, prima che di mercati di approvvigionamento.

Non so che idea ne abbiano oggi gli storici, ma, come sapete, la relazione fra conquista di mercati di sbocco (e quindi incremento della domanda di beni) e rivoluzione industriale (e quindi innovazione di processo, aumento della produttività) era ben chiara, con un certo anticipo, al padre dell'economia, Adam Smith, quell'economista che tutti citano ma nessuno ha letto. Vi riporto qui il solito passo, quello che abbiamo citato più volte, tratto dal terzo capitolo del primo libro, che si intitola "La divisione del lavoro è limitata dall'estensione del mercato":


Il fabbro di campagna, nota Smith, si occupa di qualsiasi lavoro in ferro, così come il carpentiere di qualsiasi lavoro in legno, semplicemente perché se si specializzasse, via divisione del lavoro, in un particolare anello della catena produttiva (ad esempio, nel produrre chiodi) non riuscirebbe a smaltire nemmeno in un anno la produzione di un giorno. In assenza di questo stimolo viene meno l'incentivo a innovare, a incrementare la produttività (se i chiodi non hai a chi venderli, poi ti tocca mangiarli, con potenziali problemi digestivi). La differenza la fa l'accesso al mercato, cioè alla domanda, alla spesa di altri per l'acquisto dei beni da te prodotti, un accesso che all'epoca richiedeva, come condizione necessaria, l'accesso al mare:


Siccome è il trasporto marittimo ad aprire a nuovi mercati, è lungo le coste che l'industria migliora e si specializza, e spesso occorre del tempo prima che queste innovazioni si diffondano all'interno del Paese.

Insomma: per Smith la domanda è il motore dell'economia e della produttività, cioè, in buona sostanza, la domanda provoca, "causa" l'offerta; per chi lo cita (senza averlo letto) è invece l'offerta a "causare" la domanda. L'argomento pare sia che un aumento della produttività consente di abbattere il prezzo dei prodotti e quindi di venderne di più... a lavoratori che, però, stanno guadagnando di meno (perché l'aumento della produttività consente di ridurne l'impiego)!

Nell'attesa che voi soppesiate le due tesi e poi decidiate "con la vostra testa" quale vi convince di più (ricordate quante soddisfazioni ci ha questo marker grillino all'inizio del Dibattito?), mi duole segnalarvi che la storia delle vostre eventuali conclusioni tende a fottersene e ha già deciso quale delle due tesi funziona meglio: alcuni secoli di imperialismo, in varianti più o meno colonialiste, lo chiariscono.

Seconda premessa di metodo: l'autarchia danneggia te (quindi gli altri), il mercantilismo danneggia gli altri (quindi te)

Ovviamente dall'idea che l'offerta sia il motore dell'economia, più precisamente: di un'economia "sana", scaturisce naturaliter l'idea che la domanda ce la debba mettere qualcun altro: appunto, il resto del mondo. L'offertismo quindi si sposa bene col mercantilismo, cioè con la filosofia politica che vede nel conseguimento di un surplus di bilancia dei pagamenti, di un eccesso delle esportazioni sulle importazioni, il fine ultimo e l'unico metro di giudizio dell'azione economica di un governo.

Ora, fa veramente sorridere la solerzia con cui gli ingengngnieri e consimili dilettanti dell'economia (ultimamente si portano molto anche i medici!) si stracciano le vesti accusando di velleità autarchiche chiunque auspichi una configurazione più equilibrata (o meno squilibrata) degli scambi internazionali.

L'idea che chi esporta "ha vinto" e chi importa "ha perso" deriva da una perversa Wille zur Macht e contribuisce ad alimentarla in modo politicamente destabilizzante. Dato che il mondo è un sistema chiuso, perfino Krugman si è accorto che è impossibile che tutti i Paesi della Terra siano simultaneamente esportatori: affinché potessero esserlo, dovrebbe essere possibile esportare su Marte! Capiamoci subito: nessuna persona sana di mente invocherebbe l'autarchia in un Paese come il nostro, che essendo privo di materie prime (meno di quanto si creda, ma più di quanto crei opportunità economiche ai prezzi correnti) è costretto a esportare per importare (sì: i Paesi privi di materie prime sono costretti a esportare prodotti finiti per procurarsi le risorse finanziarie con cui importare le materie prime: ci avevate mai pensato?)!

L'autarchia significherebbe (e ha storicamente significato) il collasso del nostro sistema produttivo. D'altra parte, dovrebbe essere chiaro che la rudimentale filosofia secondo cui esportare (cioè campare sulla domanda altrui) è bene e importare (cioè domandare beni altrui) è male pone come obiettivo ineludibile di politica estera quello di confinare alcuni altri Paesi nel ruolo di clientes, di straccioni, di pigs, di soggetti costretti a indebitarsi per acquistare quanto produci.

Chiedere una configurazione meno squilibrata degli scambi internazionali non significa, per essere chiari, che la bilancia dei pagamenti debba sempre essere a saldo nullo, né in variante autarchica (zero esportazioni meno zero importazioni uguale zero), né nelle infinite altre varianti (X esportazioni meno X importazioni uguale zero, con X>0)! Significa però, di converso, che se il tuo scopo dichiarato è essere sempre in una condizione di surplus, di eccesso di esportazioni, crescente, da qualche altra parte del mondo qualcun altro sarà costretto nel ruolo scomodo di essere sempre in condizione di deficit, di eccesso di importazioni, crescente. E siccome un eccesso di importazioni non è sostenibile per sempre, perché alla fine terminano i soldi per pagare i beni altrui, non è sostenibile per sempre neanche un eccesso strutturale di esportazioni, che quindi non è un obiettivo lungimirante: è un obiettivo tedesco.

Ora: si capisce bene che un simile obiettivo, astrattamente considerato, è folle. Sarebbe però altrettanto folle immaginare che esso sia concepito in una stanzetta chiusa da un Genio del male, che poi in qualche modo (ad esempio, corompendo - co' ddu ere, sinnò è erore - li politichi che magneno e arubbeno) lo imponga a un intero Paese e quindi al resto del mondo. Ragionare così significa ignorare scioccamente che le politiche mercantilistiche, prima di essere un modo (sbagliato) di impostare le relazioni internazionali, sono un modo (ingiusto) di risolvere il conflitto distributivo nazionale. Il motivo ai più anziani del blog dovrebbe essere chiaro: l'esigenza dello sbocco estero diventa vitale quando il mercato interno, nazionale, non è uno sbocco, e il mercato interno non è uno sbocco quando nel conflitto fra capitale e lavoro vince il capitale, sottopagando il lavoro che quindi non ha di che acquistare la produzione nazionale. Non è la follia di un Genio del male a condurci su una traiettoria insostenibile, ma la razionalità di tanti uomini pratici, che per espandere i propri profitti decurtano i propri fatturati (perché i tuoi operai non possono comprare i tuoi beni coi soldi che non distribuisci loro). La letteratura post-Keynesiana chiarisce benissimo questo punto, ponendo in alternativa il modello di crescita export-led (trainata dalle esportazioni) a quello di crescita wage-led (trainata dai salari), ma naturalmente io parlo per sentito dire, perché sono un politico che magna, beve, rubba e rutta (ed è anche stato corotto - co' ddu ere, ovviamente), per cui a questo articolo ha lavorato un mio pseudonimo.

Terminate le premesse, enuncio brevemente il ragionamento, e poi passo a svilupparlo con tanto di disegnini...

Abstract

Il percorso dell'Eurozona si divide sostanzialmente in tre fasi, che corrispondono ad altrettanti tentativi dei capitalismi del Nord (aka "la Germania") di configurare i propri mercati di sbocco:

  1. nella prima fase, il mercato di sbocco dei capitalismi del Nord sono stati i Paesi membri del Sud (o meglio, della periferia) dell'Eurozona, le cui importazioni (di prodotti del Nord) erano facilitate dall'adozione di una moneta forte (che rendeva convenienti i beni del Nord) e cui l'integrazione finanziaria consentiva un facile finanziamento con debito estero (verso creditori del Nord) dell'acquisto dei beni del Nord.
  2. Nella seconda fase, susseguente alla crisi finanziaria globale, i Paesi membri del Nord hanno spezzato le gambe a quelli del Sud smettendo di finanziarli e imponendo loro politiche di austerità, cioè di taglio dei redditi, della capacità di spesa, per farli rientrare dai debiti che erano stati contratti per acquistare beni del Nord. Questo ovviamente ha reso il Sud inadatto come mercato di sbocco (con un lavoro precario o una pensione tagliata la macchina tedesca non la compri). La via di uscita è stata trovata svalutando l'euro per consentire al Nord di aggredire i mercati extraeuropei, in primis quello statunitense: insomma, il mercato di sbocco dei capitalismi del Nord sono diventati i Paesi esterni all'Eurozona.
  3. Nella terza fase, iniziata prima della pandemia, ma esplicitatasi dopo, un capitalismo più forte dei capitalismi "forti" de noantri, quello statunitense, si è seccato di essere considerato un mercato di sbocco (nei decenni precedenti si era già infastidito per lo stesso motivo con Giappone e Cina). Di conseguenza, ha sostanzialmente chiuso alla Germania sia i mercati di approvvigionamento che quelli di sbocco. Il problema di questa fase, che è quella che stiamo vivendo, è che in essa i capitalismi del Nord non hanno più un mercato di sbocco: non hanno quello che hanno distrutto (la domanda interna dell'Eurozona), non hanno quello che hanno infastidito (gli Stati Uniti), non hanno quelli che gli sono stati preclusi dai noti eventi (Russia,  Cina, ecc.). Siamo ancora in attesa di vedere verso quale configurazione potrebbe tendere il sistema, cioè come risolverà la Germania il suo problema di domanda: due esiti possibili sono il rianimare la domanda interna (quella tedesca, o quella dell'Eurozona, il che presuppone, come abbiamo evidenziato, una diversa soluzione del conflitto distributivo), o collassare in una sorta di singolarità, come ogni buco nero - della domanda mondiale - che si rispetti.

Nella fase 1 l'Eurozona ha "lavato in famiglia" i panni sporchi dei propri squilibri; nella fase 2 ha esportato i propri squilibri verso l'economia globale; nella fase 3 deve risolvere i propri squilibri, che sono, lo ripeto, innanzitutto squilibri distributivi, di distribuzione del reddito fra capitale e lavoro, e non è detto che ci riesca.

E ora, entriamo in dettaglio, usando i disegnini che ho fatto vedere a iMercati l'ultima volta che ho avuto il piacere di incontrarli. Alla fine, iMercati siete voi, non le persone non sempre lucide cui affidate i vostri risparmi, quindi è giusto che anche voi sappiate a che punto siamo. La variabile che ci aiuterà di più a orientare il nostro ragionamento è il saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, l'eccesso delle esportazioni sulle importazioni.

La fase uno: il "net zero" dell'Eurozona

E ripartiamo dal tema degli squilibri globali (di bilancia dei pagamenti), i global imbalances con cui ci siamo intrattenuti spesso, data la loro importanza. Vi ricordo qual era la situazione verso il 2008, anno in cui mi occupavo scientificamente del tema:


A fronte di un grande deficit americano, avevamo una situazione di crescente surplus cinese, e di sostanziale equilibrio dei conti esteri dell'Eurozona. Quest'ultima quindi non contribuiva, almeno apparentemente, agli squilibri economici globali. All'epoca in effetti si enfatizzava molto la tensione fra Stati Uniti e Cina, si ragionava sul fatto che la relazione transatlantica fra Usa e Europa stava venendo soppiantata dalla relazione transpacifica fra Usa e Cina, e questo poneva sfide alla globalizzazione. Gli Stati Uniti, si argomentava, si sarebbero stancati di essere ancora a lungo i compratori di ultima istanza dei beni cinesi, sostenendo la crescita di un avversario potenzialmente pericoloso. Il dibattito, naturalmente, aveva mille altre sfaccettature, ma il punto è che mentre tutti si focalizzavano sul "mamma li cinesi!", a tutti sfuggiva la vera fonte di potenziali squilibri per l'economia globale, cioè il fatto che il net zero mondiale nel commercio dell'Eurozona fosse l'effetto netto di una situazione estremamente squilibrata fra il Nord e il Sud dell'Eurozona stessa:


Molto a spanne (e con riserva di produrre dati dettagliati su richiesta): verso il 2007, il saldo zero dell'Eurozona era la somma algebrica di un più 250 di saldo tedesco, compensato da un meno 150 di deficit spagnolo, un meno 50 di deficit greco, e un altro meno 50 (25+25) di deficit italiano e portoghese. Il deficit complessivo dei PIGS assorbiva il surplus del campione tedesco. Non entro qui in tutta una serie di dettagli (ad esempio: come stava messa la Germania nel 1999?). Mi limito a constatare che per assorbire l'enorme surplus tedesco, i paesi del Sud dovevano accumulare debiti sempre meno sostenibili. La crisi del 2008-2010 avrebbe posto fine a questo gioco con cui le banche del Nord finanziavano i consumatori del Sud perché comprassero beni del Nord.

La fase due: austerità ed esportazione degli squilibri

Si arriva così alla fase dell'austerità, che aveva uno scopo evidente, ma anche una conseguenza imprevista, non voluta o non immediatamente compresa.

Lo scopo era piuttosto ovvio: quella che ci veniva raccontata come la necessità di rientrare dal nostro debito pubblico che metteva in pericolo l'euro (senza che fosse molto chiaro il nesso), era molto più prosaicamente la necessità del nostro settore privato di restituire ai Paesi del Nord le somme dovute loro. In altre parole, il problema non era "salvare" i Paesi del Sud dalla propria prodigalità, dalla propria incoscienza fiscale, ma salvare le banche (prevalentemente, ma non esclusivamente, del Nord) dalla propria imprudenza (incapacità o scarsa volontà di valutare il merito di credito dei propri clienti esteri). 

Questa storia è già scritta e chi è qui da un po' la sa, ma a riprova di quanto dico (lo scopo era salvare le banche del Nord, non i Paesi del Sud) è sempre utile ricordare questo studio, che parte da una semplice domanda: dove sono finiti i soldi del salvataggio della Grecia? La risposta è altrettanto semplice e condensata in questo grafico:

Il 95% delle somme è andato al settore bancario.

Ovviamente onorare i propri debiti è cosa buona e giusta. Chi sia il creditore, però, un po' di differenza la fa. I debiti verso uno spacciatore vanno necessariamente onorati? La prima fase dell'unione monetaria aveva visto i Paesi del Nord drogare le economie del Sud con la più insidiosa delle droghe, il credito facile. Diciamo che un vero burden sharing, una vera condivisione dell'onere di questa gigantesca sbornia, sarebbe stata eticamente più accettabile e politicamente più sostenibile. Ma se ci fosse stata io  ora non sarei alla Camera, e quindi amen. Non mi è chiaro quanto quella lezione sia stata appresa, eppure non è una lezione difficile: i tassi bassi non sono necessariamente un bene, nella misura in cui incentivano il credito, cioè il debito. La visione distorta secondo cui "più sono bassi i tassi meglio è" è  in qualche modo legata alla visione altrettanto distorta secondo cui l'unico debito è quello pubblico, per cui una discesa dei tassi libera risorse pubbliche da destinare a scuole, ospedali, pensioni ecc., anziché al servizio del debito, ed è quindi incondizionatamente positiva. Il quadro cambia quando si considerano anche i debiti privati, che poi sono quelli che regolarmente innescano le crisi finanziarie (è molto più facile che sia un debitore privato anziché un debitore sovrano a non onorare i propri debiti, le banche saltano per aria molto più spesso degli Stati). Il punto è che tassi fuori dall'equilibrio (troppo bassi) favoriscono l'accumulo di debito privato. Come di ogni cosa, anche del denaro si abusa se il suo costo scende. Questa era stata la storia dell'Eurozona pre-crisi, e con gli errori di quella storia nessuno vuole veramente fare i conti, e nessuno vuole portarne la responsabilità.

Inutile dire che ora siamo in una fase diversa, e che il rischio è di avere tassi fuori dall'equilibrio al rialzo, cioè commettere l'errore contrario (con cui fra dieci anni nessuno vorrà fare i conti e di cui fra dieci anni nessuno porterà la responsabilità).

Riprendendo il filo del discorso: se il problema da risolvere era l'accumulazione di debiti esteri del Sud contratti per finanziare un deficit di bilancia dei pagamenti verso il Nord, la soluzione doveva essere il conseguimento di surplus esteri, cioè un taglio di ulteriori importazioni e la promozione delle esportazioni, per raggranellare al Sud risorse con cui ripagare i debiti esteri verso il Nord. L'austerità questo faceva, in due modi. Il taglio dei redditi di per sé taglia le importazioni, e in quanto si realizza mediante compressione dei salari (via jobs act ecc.) promuove le esportazioni, migliorandone la competitività di prezzo (la compressione del costo del lavoro permette di contenere i prezzi dei prodotti).

Ha funzionato?

Sì, e infatti tutti i Paesi del Sud si sono trovati in un modo o nell'altro in surplus estero:


Il quadrato rosso evidenzia l'entrata nel meraviglioso mondo dell'austerità. La Germania ha mantenuto il proprio surplus esorbitante, gli altri sono passati da posizioni negative a posizioni positive.

Tutto bene quindi?

No, per due motivi. Primo, perché in assenza di un riaggiustamento del cambio nominale (impossibile in una unione monetaria) tutto l'aggiustamento si è scaricato sui redditi. I tre milioni di poveri made in Monty derivano da lì, e questo spiega perché l'aggiustamento sia avvenuto prevalentemente via compressione delle importazioni, a differenza di quanto era avvenuto nel 1992 (lo vedemmo in dettaglio qui). Secondo, perché mentre la Terra non può diventare un'esportatore netto nel Sistema solare per ovvi limiti fisici, il che impedisce agli Stati mondiali di essere contemporaneamente tutti in surplus, un simile limite fisico non esiste per l'Eurozona: i suoi Paesi membri possono essere tutti in surplus, purché esportino verso il resto del mondo. Si arriva così a quella che ho definito la "conseguenza imprevista": l'esportazione degli squilibri di bilancia dei pagamenti interni verso l'economia globale, la fine del net zero dell'Eurozona:


Vedete le barre gialle? Sono il surplus dell'Eurozona verso il resto del mondo (Usa, Cina, ecc.), e sono anche (approssimativamente) la somma algebrica delle altre linee, che rappresentano i surplus/deficit di alcuni Paesi membri. Finché la Germania tirava verso l'alto (surplus) e gli altri verso il basso (deficit) il saldo della zona era nullo. Quando l'austerità ha portato tutti a tirare verso l'alto (surplus) il saldo della zona è esploso. A questo punto il surplus dell'Eurozona è diventato un problema geopolitico non trascurabile, direi il problema geopolitico (ovviamente ignorato, non compreso o malinteso dagli esperti di #aaaaaggeobolidiga). Il fatto è che i Paesi importatori sostengono, con la loro domanda, le economie altrui, mentre i Paesi esportatori campano sulla domanda altrui; chi esporta beni esporta anche deindustrializzazione (a casa di chi quei beni non deve o non riesce più a produrli) e deflazione. Lasciare gli Stati Uniti a trainare da soli il carro della domanda mondiale era una diretta conseguenza della decisione tedesca di schiacciare con l'austerità quello che finora era stato il suo mercato di sbocco: i Paesi membri del Sud.

Servivano altri mercati, e allo scopo di conquistarli, e anche di fornire un minimo di ossigeno ai Paesi membri del Sud, che altrimenti sarebbero implosi o se ne sarebbero andati, in questa fase inizia una lunga svalutazione competitiva dell'euro, di cui abbiamo parlato ad esempio qui e di cui riportiamo, a beneficio di tutti, il disegnino:


Non solo la decisione di lasciare gli Stati Uniti soli a sostenere la crescita, ma anche i mezzi usati per realizzarla (la svalutazione competitiva dell'euro) erano odiosi agli Stati Uniti, e questo era un dato facilmente prevedibile. Una serie di noti precedenti confermava che gli Stati Uniti tendono a vedere il paese in surplus globale, l'esportatore netto di turno, come una minaccia per il loro sistema industriale, e a reagire di conseguenza. Per rinfrescarvi la memoria:


negli anni '80 l'esportatore netto era il Giappone. Ricorderete (ne abbiamo parlato) tutti i romanzi e i film americani di fine '80, inizio '90 coi giappi nella parte del cattivo. I più esperti ricorderanno anche l'accordo del Plaza, che furono la reazione statunitense al pericolo giapponese: forzare una rivalutazione dello yen le cui conseguenze sull'economia giapponese si fecero sentire a lungo. Negli anni "zero" (intorno al 2008) lo scettro di vilain era passato in mano cinese: le richieste di rivalutare lo yuan, cioè di trattare la Cina come era stato trattato il Giappone venti anni prima, erano insistenti, con un'unica eccezione, la solita:

La mia posizione (pubblicata online nel 2008) era molto semplice: la crescita dell'economia europea avrebbe contribuito in modo molto più efficace a un'ordinata crescita dell'economia mondiale piuttosto che la rivalutazione del cambio/deflazione dell'economia cinese. Alla Cina andò meglio che al Giappone: il suo squilibrio si ricompose a causa della grande crisi globale, che sgonfiò il commercio internazionale. La recessione americana abbatté l'import statunitense, e di riflesso l'export cinese. I problemi divennero altri. Fatto sta che le cose andarono in direzione esattamente opposta a quella che ritenevo desiderabile: invece di "inflazionare" l'economia europea, si fece la scelta di "deflazionarla" con l'austerità, comprimendone l'import e favorendone l'export (come ci siamo detti fin qui).

Che cosa poteva andare storto?

La fase 3: segare il ramo

Lo sappiamo e ce lo siamo detto: gli Stati Uniti storicamente non tollerano l'eccesso di esportazioni altrui, soprattutto se spinto da una politica valutaria sleale (svalutazione competitiva). Indipendentemente da quanto essi la considerino sostenibile o desiderabile, il fatto è che quando una configurazione del genere si verifica accade qualcosa che la corregge, spingendo l'esportatore netto verso una posizione di equilibrio. Anche questa volta è andata così:


in due tempi. Prima, lo scandalo Dieselgate, nel 2015, ha arrestato l'esplosione dell'export di auto tedesche verso gli Usa. Purtroppissimo proprio in quell'anno, chissà perché, ci si è accorti che "il diesel inkuina", e le conseguenze sul saldo dell'Eurozona sono visibili nel grafico qui sopra: il surplus, che stava esplodendo, si è stabilizzato. La reazione tedesca sappiamo qual è stata: la deriva "green", cioè, in definitiva, mettersi in mano alla Cina (che, come sapete, controlla la filiera dell'elettrico e in particolare le relative materie prime).

Quanto era probabile che questo Drang nach Osten facesse piacere ai nostri alleati naturali?

Ce lo fanno comprendere le ultime vicende, incluso il suicidio dei due gasdotti nel Mare del Nord (non ho idea di che cosa sia successo e non voglio averla perché ai fini del mio discorso è irrilevante e perché ormai non credo neanche a quello che vedo, per cui raccontatela come vi pare, la cosa mi lascia indifferente...) e la chiusura dei mercati russo e cinese (fra sanzioni e polarizzazione del conflitto). Due ordini di eventi che hanno lasciato i capitalismi del Nord (aka la Germania) privi degli abituali mercati di sbocco e di approvvigionamento, mettendoli nella necessità di doversi fornire in modo significativo presso gli Usa per l'approvvigionamento di energia (via LNG), e di non saper che pesci pigliare per lo smercio dei loro prodotti.

Le conseguenze sono note: l'anno prossimo noi cresceremo, la Germania no:


Questa è la situazione in cui ci troviamo.

Prima di passare ad analizzarne alcune esilaranti caratteristiche vorrei chiudere il percorso compiuto finora con una considerazione. Non era difficile, lo ripeto, immaginare che gli Stati Uniti avrebbero gradito, e alla fine ottenuto, un minimo di contegno, di retenue, di moderazione da parte del Paese esportatore di deficit. Era sempre successo così (Giappone, Cina,...), non ci voleva una grande fantasia per capire che con l'Eurozona sarebbe stata la stessa cosa. Come si fa a non capire che una certa impostazione della propria politica commerciale è insostenibile? Come hanno fatto "i tedeschi" a non capirlo?

Noi italiani veniamo accusati, anche da noi stessi, di essere imprevidenti, incapaci di pianificare, convinti come siamo che alla fine le cose si aggiusteranno, che lo Stellone ci salverà. Non entro nel merito di questa valutazione, ma gliene accosto un'altra: è stupefacente quanta reticenza ad apprendere le lezioni della Storia abbia un Paese come la Germania, dove la filosofia della storia è nata! Quello che abbiamo analizzato qui finora non è mica l'unico episodio. Ce n'è un altro, gustoso e connesso al nostro ragionamento odierno: nel momento stesso in cui la situazione dimostra quanto sia stato sbagliato per la Germania mettersi in mano a un unico fornitore, per di più politicamente sensibile come la Russia, che cosa fa la Germania? Ovviamente si mette in mano (per la fornitura di idrogeno azzurro, che, dicono, è il futuro) a un unico fornitore: la Norvegia (che se ne sta fuori dall'UE, serena come l'arcobaleno). Secondo Munchau, l'eterno secondo, non è una buona idea:


e per una volta che è arrivato primo non sarà superfluo sottolineare che siamo d'accordo con lui!

La domanda che dovremmo porci è: supponendo anche di essere molto fortunati, quanto è saggio vincolarsi a compagni di strada così poco lungimiranti?

Banchieri filantropi

Ricapitolando:

  1. mercato di sbocco del Sud Europa: distrutto con l'austerità;
  2. mercati di sbocco extra-Eurozona: alienati con la svalutazione competitiva.

Che resta?

La Storia, beffarda, pone ai capitalismi del Nord sostanzialmente un'unica alternativa: quella di fare quello che non hanno mai voluto fare nonostante tutti glielo chiedessero: alimentare la domanda interna, con politiche di adeguamento dei salari e con programmi di investimento pubblico.

Eh già... Venute meno due fonti di domanda estera (i PIGS e il resto del mondo) la tenuta del loro sistema richiede che a casa loro si opti per una diversa soluzione del conflitto distributivo. L'inflazione da offerta (cioè da aumento dei prezzi delle materie prime) in effetti sta erodendo il potere d'acquisto dei salari in Germania, Olanda, Estonia, ecc. molto più rapidamente che da noi, e c'è il rischio concreto che tanta produttività alemanna (o frisona) sia invano, sia per il magazzino, se non si mettono i cittadini di quei Paesi in grado di assorbirla. Succedono così cose paradossali, come questa:


Il governatore della Banca centrale olandese che chiede alle imprese (ma è suo compito farlo?) un aumento dei salari in misura compresa fra il 5% e il 7%! A che cosa dobbiamo questo improvviso accesso di filantropia? Anche i banchieri hanno un'anima? No, naturalmente. Ma Knoot, a differenza di quelli che ci ritroviamo noi, ha un cervello, e capisce quindi che decurtare i redditi delle famiglie avrebbe nell'Olanda del 2023 le stesse conseguenze che ebbe nei Paesi del Sud nel 2012 (e che io vi avevo anticipato nel 2011 qui): seri problemi per il settore bancario (a causa delle difficoltà delle famiglie di rimborsare i prestiti). Quindi Knot non si preoccupa per gli altri: si preoccupa per se stesso (e fa bene)! Non importa infatti se chi ti taglia il reddito sia l'austerità o l'inflazione. Se il tuo potere d'acquisto diminuisce, avrai difficoltà a onorare i tuoi debiti, e saggiamente Knot vuole evitare di fare nel 2023 la fine che i suoi sodali ci hanno fatto fare nel 2012. Come immaginate, non è un caso che sia un olandese a parlare. Intanto, in Europa i tedeschi usano la saggia tattica di mandare avanti gli olandesi "per vedere sotto sotto l'effetto che fa" ogni volta che c'è da cambiare direzione. E poi, fra i Paesi un minimo significativi, l'Olanda è quello con l'inflazione più alta:


quindi ci sta che i suoi governanti siano un po' preoccupati.

E qui si pone un problema interessante, che vi illustro (a risolverlo sarà la storia): se i capitalismi del Nord adegueranno i loro salari, il loro rientro dall'inflazione (più alta della nostra) sarà più lento, quindi perderanno competitività; ma se non li adegueranno, andranno in crisi da carenza di domanda, perché la repressione salariale o la svalutazione competitiva dell'euro non bastano più ad aprir loro dei mercati distrutti dall'austerità o preclusi da altre motivazioni.

Il dato non è banale: spingere sui salari, per motivi che dovrebbero essere chiari dopo questo lungo percorso, significa accentuare il deficit estero (con più soldi in tasca i lavoratori acquistano più beni nazionali ed esteri), e quindi accentuare il surplus altrui, in particolare dei Paesi con cui le relazioni commerciali sono più intense (noi). Se si scegliesse questa strada quindi ne saremmo avvantaggiati, sia perché un contesto più inflazionistico aiuta i grandi debitori, sia perché mantenere comunque un tasso di inflazione più basso di quello dei "virtuosi" ci permetterebbe di migliorare ulteriormente la nostra posizione finanziaria sull'estero, rendendoci meno vulnerabili ad attacchi speculativi.

Conclusioni

Come andrà a finire?

Oggi evidentemente è impossibile dirlo. La Storia, che non deve necessariamente ripetersi, ci fornisce tanti esempi in cui i capitalismi del Nord hanno preferito fare quello che era peggio per loro, purché danneggiasse anche gli altri (ripeto: siamo sicuri di poter convivere con simili pulsioni autodistruttive?). Questo scenario è quello che molti paventano e verso il quale pare ci si stia avviando: innalzamento dei tassi, per restringere la domanda, al rischio di far collassare per prime le economie del Nord. La Germania è già in testa nelle classifiche del costo del credito:


Lo scenario più roseo è quello di reflazione controllata dell'economia, ma c'è da chiedersi quanto anche questo scenario sia sostenibile (da parte del Nord). Fin dall'inizio di questo lungo percorso abbiamo infatti chiarito che una moneta unica con inflazioni differenziate è fonte di problemi. I Paesi con l'inflazione più alta perdono competitività, si indebitano con l'estero e vanno in crisi. Quello che si perde di vista è che rispetto al primo decennio dell'euro (1999-2009) oggi la situazione si è completamente rovesciata:


I Paesi a inflazione relativamente più alta ora sono quelli del Nord (qui abbiamo preso la media di Germania, Olanda e Austria) anziché quelli mediterranei (rappresentati da Spagna, Francia e Italia), e la crisi ha amplificato questa dinamica. L'Eurozona non riesce a convergere. Ora che i Paesi del Sud sono rientrati dai propri debiti, questi squilibri di competitività dovrebbero comporsi ma non possono farlo per i motivi che ci siamo detti fin qui (la necessità di reflazionare la propria domanda interna). Il nervosismo che questa situazione indubbiamente causa da quelle parti porta con sé il rischio di reazioni esagerate dalla parte opposta. Un mondo in cui chi si è addormentato "frugale" si svegli "PIGS" in termini macroeconomici non è poi così inconcepibile, ma in termini politici?

Dalla risposta a questa domanda dipenderà la soluzione del problema che ci sta a cuore...

mercoledì 4 gennaio 2023

Incidentalmente sulla Croazia

 (…chiedo scusa, il tema non è appassionante, ma nei 15 minuti che ho solo questo posso trattare…)

A integrazione, e forse parziale rettifica, delle considerazioni svolte nel post precedente, mi pregio di segnalarvi anche qui questo tweet:


il cui significato può facilmente essere intuito da chi come me non s’intende per nulla di croato ma un po’ di economia (San Gogolo ci assiste: “ Ho convocato una riunione con i ministri competenti ei rappresentanti dell'Amministrazione fiscale, dell'Amministrazione doganale e dell'Ispettorato dello Stato per ulteriori attività a tutela dei consumatori da aumenti di prezzo ingiustificati. L'introduzione dell'euro non è un motivo per aumentare i prezzi di beni e servizi.”).

Resta una domanda: ma come fa un Governo ad arrivare così impreparato di fronte a un evento così prevedibile, anche perché perfino i migliori (?) ci erano incappati!?


Restano valide le solite considerazioni: questi sono effetti di breve periodo…

(…devo scendere: a dopo!…)




lunedì 2 gennaio 2023

Croazia, Grecia, Italia (in ordine alfabetico)

Chi ha vinto la Guerra dei trent'anni (che è quella guerra che venne chiamata così perché durò trent'anni, dal 1618 al 1648)? La risposta non deve essere semplicissima, tant'è che anche la fonte delle fonti esita a darla in modo netto, probabilmente perché non avrebbe senso farlo, ma in estrema sintesi sembra di poter concludere che ne siano usciti vincitrici Francia e Svezia, e un po' ridimensionato "lo imperatore". Questo vuol dire che Francia e Svezia sono andate di vittoria in vittoria per trent'anni? Naturalmente no. La legittima aspirazione all'autodeterminazione di tanti popoli europei si affermò (parzialmente) attraverso alterne vicende. La vittoria, o la sconfitta, definitive, non ci furono. Ci si arrese, più che al nemico, all'evidenza di aver intrapreso un percorso irrazionale.

Un eventuale storico di passaggio rabbrividirà di fronte alla rozzezza di queste mie considerazioni, più o meno come è capitato a me leggendo certi commenti al post precedente, tutti affetti da un vizio di fondo: la fede in (e l'attesa di) un evento palingenetico, di una vittoria (o sconfitta, a seconda dei punti di vista) definitiva. Insomma, l'idea che permea molte religioni (inclusa l'ultima arrivata: Lascienza), quella che un Deus ex machina esterno pareggerà i conti, sollevandoci dal fardello dell'impegno quotidiano. Purtroppo le cose non stanno così, e l'idea da molti espressa che l'ingresso della Croazia nell'Eurozona "finalmente" distruggerà l'Eurozona (e/o la Croazia) è viziata, oltre che da questa ingenuità di fondo, da una serie di valutazioni grossolane degli ordini di grandezza e da un incomprensibile oblio di dinamiche storiche recenti e dei meccanismi elementari di una crisi finanziaria.

Intanto, vi fornisco uno schema che può esservi utile: la classifica del reddito pro capite nei paesi dell'attuale Eurozona, misurata nel 1999 (anno di inizio), nel 2008 (anno in cui scoppia la crisi globale), nel 2012 (anno in cui inizia l'austerità), nel 2019 (ultimo anno prima della pandemia), nel 2022 (l'anno appena concluso) e nel 2027 (l'anno fino a cui si spingono le previsioni del Fondo Monetario Internazionale, da cui sono tratti i dati):


(i dati sono espressi in dollari a prezzi del 2017 e a parità di potere d'acquisto).

Sono tanti numeri e ci sarebbero tante cose da dire, ma partirei dal fatto che nel 1999 la Croazia si classificava sedicesima in termini di reddito pro capite, e da allora è costantemente scesa, arrivando nel 2019 alla ventesima posizione (l'ultima), salvo recuperare quest'anno una posizione, scavalcando la Grecia che è scesa all'ultimo posto. Un percorso molto diverso da quello della Grecia e della Finlandia (per citare due paesi di cui abbiamo fin da subito - cioè dal 2012 - evidenziato le analogie), i quali entrambi hanno recuperato posizioni fra 1999 e 2008, salvo poi perderle, nel caso della Grecia in modo disastroso. Il percorso della Croazia, in questo senso, è molto più simile al nostro: siamo partiti in settima posizione e siamo costantemente scesi, arrivando alla decima oggi, e con la prospettiva di scendere alla tredicesima nel 2027, facendoci scavalcare da Slovenia, Cipro ed Estonia.

Ora, fermo restando il banale dato di natura che per "fare la fine della Grecia" (cioè perdere otto posizioni nella classifica del reddito pro capite) la Croazia dovrebbe ritrovarsi ventisettesima di venti Paesi (il che è ovviamente impossibile!), magari dovremmo chiederci come hanno fatto a salire in graduatoria i Paesi che poi hanno fatto il capitombolo, e la risposta chi è qui da un po' la sa già: finanziando la propria crescita con debito privato, preferibilmente verso creditori esteri. Ora, se confrontiamo quello che è successo in Italia, Grecia e Irlanda nei nove anni precedenti il 2008 (quindi dal 1999 al 2008) con quello che è successo in Croazia nei nove anni precedenti il 2021 (quindi dal 2012 al 2021) vediamo che la Croazia è stata protagonista di un film totalmente diverso:


Mentre, come dovreste sapere, in Italia, Grecia e Irlanda prima della crisi abbiamo visto crescere (nel caso dell'Irlanda esplodere) il debito privato e quello estero (inteso come posizione debitoria netta sull'estero), a fronte di una diminuzione o di un lieve aumento del debito pubblico, negli ultimi nove anni in Croazia è successo esattamente il contrario. Ora, naturalmente, il fatto che fuori dall'euro non si siano accumulati squilibri finanziari potenzialmente pericolosi non offre alcuna garanzia circa il fatto che dentro l'euro questo non possa accadere. Ma come sappiamo questi squilibri sono dovuti alla perdita di competitività e alla necessità di finanziare con debito uno squilibrio persistente dei conti con l'estero (cioè di indebitarsi per pagare l'eccesso di importazioni rispetto alle esportazioni). Questo fenomeno per ora non è visibile, e come l'esperienza delle nostre crisi precedenti dimostra (non solo quella del 2008-2010, anche quella del 1992), per arrivare al redde rationem occorrono due elementi: un lungo periodo di accumulo di squilibri (il caricamento della molla), cioè, tipicamente, un lungo periodo in cui l'inflazione del Paese candidato al botto è superiore a quella dei Paesi cui è agganciato; uno shock esterno. Queste due cose in Croazia per ora non ci sono, forse non ci saranno mai (dipende da come il Paese riuscirà a gestire la propria inflazione) e forse si presenteranno in ordine inverso (è probabile che lo shock esterno sotto forma di crisi finanziaria globale si presenti prima che la Croazia abbia accumulato significativi squilibri sotto forma di incrementi significativi degli stock di debito privato ed estero).

Quanto al gestire la propria inflazione, quella della Croazia sembra un po' diversa da quella, poniamo, di Grecia, Italia o Irlanda quindici anni fa. Più che dipendere da pressioni della domanda interna, finanziata dal debito estero, credo che nel caso della Croazia conti l'essere agganciata all'economia tedesca e alla relativa vulnerabilità rispetto a shock di offerta (aumenti di prezzi del gas, ecc.). Quindi come se la caverà la Croazia dipenderà in larga parte da come se la caverà la Germania, mentre come evolverà il differenziale di inflazione fra la Croazia e gli altri Paesi dell'Eurozona, almeno alla luce delle informazioni attuali, non sembra dipendere in modo cruciale dall'ingresso della Croazia nell'Eurozona (con relativo ciclo "credito facile - eccesso di spesa - pressione sui prezzi - perdita di competitività - ulteriore debito - botto", ovvero il ciclo di Frenkel).

Spero di aver chiarito meglio perché a Eleonora ho risposto così:


e anche perché le ho risposto così:


Alla seconda risposta aggiungerei un dettaglio. Non solo la situazione della Grecia nel 2008 era molto diversa in termini di debito pericoloso (quello privato) rispetto a quella della Croazia nel 2021 (e oggi), ma se torniamo alla prima tabella potremo agevolmente constatare che lo slittamento verso il basso della Croazia nella classifica del reddito pro capite fra il 1999 e il 2019 dipende dal sorpasso da parte della Slovacchia (entrata nell'euro nel 2009) e dei Paesi baltici (entrati fra 2011 e 2015). Possiamo discutere su come sarebbero andati questi Paesi se fossero rimasti fuori, ma nel discorso politico nazionale della Croazia suppongo sia stato molto facile argomentare che quei Paesi erano andati meglio perché erano entrati.

Quindi questa ulteriore considerazione:

di per sé non è "errata". Semplicemente, per ora la Croazia può permettersi un aggancio valutario col quale, come vi ho fatto vedere nel post precedente, conviveva da tempo. Per quanto potrà permetterselo lo vedremo col passare del tempo e in tanti anni dovremmo aver capito che la variabile che ci avvertirà, il canarino nella miniera (più utile e sfortunato della mucca in corridoio), è il saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti (l'accreditamento/indebitamento estero).

Non credo che la si possa mettere nemmeno così:

Se la loro posizione debitoria è migliorata senza Monti, vuol dire che non hanno avuto bisogno di Monti.

Ma prima di entrare nell'affascinante questione del perché e del percome i croati si siano risparmiati un Planine, ci sarebbe da rispondere a una domanda preliminare: se quello che ci preoccupa, per un verso o per un altro, è la tenuta dell'Eurozona, la possibilità che riprenda un cammino di crescita, che ricomponga gli squilibri (resi evidenti in questa fase dall'ampliarsi dei differenziali di inflazione fra i vari Paesi membri, segno di pericolosa divergenza macroeconomica fra di essi), forse più che di un Paese che conta per lo 0.5% del Pil dell'intera area (la Croazia) converrebbe dare un'occhiata al Paese che conta per il 29.6% del totale.

O no?

Lo facciamo presto.

domenica 1 gennaio 2023

Sono tornato (sulla Croazia, l'euro, i differenziali di inflazione, e poco altro)...

Dilettissimi fratelli e sorelle, oggi la famiglia felice dell'Eurozona accoglie un nuovo membro: la Croazia. Questo fatto, di cui avevamo parlato a tempo debito, ha suscitato una, anzi, due ondate di emozioni contrastanti. Da un lato, l'inevitabile entusiasmo di circostanza:

cui, da quella brutta persona che sono, non mi sono potuto trattenere dal rispondere in tono amletico:

Dall'altro, un serie di profeti di sventura, capitanati da un nostro vecchio e caro amico:

ma lo stesso concetto è stato espresso in forma più raffinata e criptica anche da altri:

Ci sarebbe da chiedersi quanti capiscano che cosa sia il ciclo di Frenkel, soprattutto oggi, considerando che questo blog non è mai esistito, che voi non esistete (sì, inutile darsi un pizzicotto sul braccio: non esistete, ma di questo parleremo dopo...)... Ma soprattutto, visto che nessuno me l'ha chiesto, vi fornisco il mio "chennepenZa". Non è molto difficile, e magari potrà essere istruttivo, soprattutto per i pandemici (quelli che si sono svegliati nel 2020).

Ormai mi avrete capito: tendenzialmente sono un contrarian. Quando tutti la pensano in un modo è più facile: basta pensarla in modo opposto. Ma anche quando, come in questo caso, gli altri la pensano in due modi opposti (dall'entusiasmo frivolo di Madame, per cui l'ingresso della Croazia nell'euro risolverà i problemi della Croazia, al cupo sarcasmo di Fabio, per cui l'ingresso della Croazia nell'euro risolverà i nostri problemi), non è troppo difficile essere contrarian. Basta ispirarsi ai classici: come in una vecchia vignetta di Altan, è facile dimostrare che entrambi questi sentimenti sono immotivati.

Partirei dai catastrofisti. Per smontare la loro Schadenfreude faccio notare che la Croazia è da tempo un Paese eurizzato, come sottolinea Timpone in questa sua breve nota. Non solo debiti e crediti erano già definiti per circa la metà in valuta estera (euro), come potete vedere qui:


(tratto da qui), ma il rapporto di cambio fra valuta nazionale ed euro era sostanzialmente stabile, come si riscontra facilmente qui:


dove, dato l'elevato tasso di niubbi, mi preme ricordare che i tassi di cambio sono quotati incerto per certo, cioè che un loro aumento significa una svalutazione rispetto all'euro (ovvero, significa che occorrono più unità di valuta nazionale per acquistare un euro). Si vede bene che pur non essendo agganciata all'euro come il lev bulgaro (che era già legato al marco da un currency board prima dell'era eurista), la kuna croata non ha manifestato né una tendenza alla svalutazione come lo zloty polacco, né alla rivalutazione come la corona ceca, ma si è tenuto in un range piuttosto ristretto (fra 7 e 8 kuna per euro).

Per questo motivi i timori dell'avvio di un ciclo di Frenkel, cioè, per i nuovi arrivati, degli effetti potenzialmente destabilizzanti dell'afflusso di capitali esteri che un aggancio valutario normalmente favorisce (quando non causa), determinando grazie al credito facile l'accumulazione di posizioni debitorie insostenibili nel settore privato, sembrano per ora fuori luogo.

Il principale indicatore dell'avvio di una simile fase è il saldo delle partite correnti (che, se negativo, misura l'indebitamento estero del Paese e quindi, appunto, l'innesco di un ciclo di Frenkel). In Croazia la situazione è questa:


Le barre blu indicano che la Croazia, per ora, è in una posizione di accreditamento (non indebitamento) netto, come risultato di un saldo merci negativo, più che compensato da un saldo servizi positivo (possiamo immaginare che in questo saldo giochi un ruolo il turismo).

Quindi la Schadenfreude può attendere ancora un po'.

D'altra parte, l'entusiasmo beota è sempre fuori luogo, lo è, direi, per definizione. Partendo dall'ultimo grafico, si vede bene che l'equilibrio dei conti esteri (barre blu in territorio positivo) dipende dal bilanciarsi di due tendenze, di cui una preoccupante: la tendenza negativa del saldo merci (linea arancione), che indica un sempre maggior ricorso della Croazia a merci importate. Quale sia il rischio lo si è visto bene nel 2020: quando il COVID ha bloccato tutto, la Croazia, nonostante che il saldo merci fosse migliorato (una conseguenza positiva del blocco del commercio mondiale, che ha significato anche blocco delle importazioni croate), è andata in territorio negativo col saldo complessivo (barra blu lievemente al di sotto dell'asse delle ascisse) a causa del crollo del saldo servizi (dovuto verosimilmente allo stop al turismo).

Ci sarebbe allora da chiedersi perché la Croazia dipenda così tanto dai beni esteri, e la risposta non sembra essere, almeno per ora, nel tasso di cambio reale, cioè nel rapporto fra i prezzi dei prodotti croati con quelli del resto del mondo:


dato che finora è rimasto piuttosto stabile, a differenza di quanto è successo ad esempio in Repubblica Ceca. L'anomalia ceca si riscontra facilmente nei tassi di inflazione. Possiamo immaginare che se i beni cechi diventano più costosi rispetto a quelli del resto del mondo (e quindi il tasso di cambio reale cresce, si apprezza) questo dipenda dal fatto che in Repubblica Ceca c'è più inflazione. Infatti, è stato così, soprattutto ultimamente:


Ma ultimamente è successa anche un'altra cosa, che si vede bene se restringiamo lo zoom all'ultima legislatura (giusto per avere un termine di riferimento temporale a voi noto):


Come vedete, l'Italia, grazie ai cinque milioni di poveri made in Monty, negli ultimi anni ha sempre avuto un tasso di inflazione inferiore alla media europea. La stessa cosa non si può dire né della Cechia né della Croazia, soprattutto negli ultimi mesi.

Ci sarebbe un lungo discorso da fare su quanto quest'ultimo Paese abbia quindi rispettato i criteri per l'ammissione all'Eurozona, che fra l'altro, come saprete, richiedono un differenziale di inflazione molto contenuto rispetto alla media degli altri Paesi membri, ma non entro in questo: per oggi vi ho annoiato fin troppo, e del resto lo si era capito già con noi che la decisione di far entrare un Paese nella tonnara non dipende dai fondamentali economici ma è di natura squisitamente politica (e anche qui aiutano le considerazioni di Timpone nel breve articolo che vi ho citato sopra: il vantaggio per la Germania di avere un altro vassallo nel governing council della Bce).

Quei due punti di inflazione in più in Croazia però sono una variabile da tenere sott'occhio: è da lì che potrebbero venire sorprese, è quella la variabile che potrebbe spegnere l'entusiasmo di Madame e avvalorare il sarcasmo di Fabio.

Ma questo è un discorso che può essere generalizzato, che riguarda in generale i rapporti fra Nord e Sud dell'Eurozona. I grafici li ho fatti ieri, e ve li farò vedere domani o dopo. Dobbiamo riprendere le fila di un discorso che per molti non è mai stato fatto e che quindi non ha mai portato a eventi come questo, che non si sono mai svolti, e dove quindi queste persone non sono mai state.

Ma, appunto, ne parleremo con più calma, con voi, che non siete mai esistiti, e di cui quindi non è nemmeno possibile dire che non esistiate più...


(...nell'ultima riunione di redazione ad a/simmetrie si è deciso che quest'anno avrà luogo un mid-term goofy. L'ultimo fu nel 2014, come qualcuno ricorderà, ma ora che l'attività dell'associazione è ripresa possiamo sostenere anche un evento simile, per il quale abbiamo già una data: il 15 aprile, nel weekend fra Pasqua e il ponte del 25 aprile. Ci occuperemo, appunto, del ribaltamento di alcune asimmetrie europee, e di che cosa questo implichi per l'euro e per le regole europee, con ospiti da tutta Europa. Ma oltre a questo gradito - spero! - ritorno, quest'anno avremo anche una novità, il primo goofy off, un nostro personale rave party che si svolgerà in tempi, luoghi e modi che vi saranno comunicati. A presto!...)