venerdì 6 gennaio 2023

Segare il ramo, banchieri filantropi, e altre storie

(...iniziato  Verona, proseguito a Vicenza, terminato a Treviso. Pax tibi Marce evangelista meus...)

Nell'articolo con cui il 22 agosto 2011 lanciai il Dibattito sul "manifesto", attaccando da sinistra una Rossana Rossanda tutto sommato incolpevole (per non aver compreso il fatto), la chiave di volta del ragionamento era racchiusa in una frase che ex ante venne compresa da pochi, e che ex post forse sarà compresa da pochi altri (ma vale la pena di tentare):


"La Germania segherà il ramo su cui è seduta": che cosa voleva dire questa frase?

Proviamo a rispiegarne il senso economico e le implicazioni politiche. Sarà comunque un esercizio utile, indipendentemente dalla riuscita.

Prima premessa di metodo: la parola "domanda" esiste

Per mettere questa frase e le sue conseguenze nella prospettiva corretta bisogna però spogliarsi da ogni residua briciola di gianninismo, lo spaghetti-liberismo italiano tutto lato dell'offerta e distintivo (definisco questa corrente di "pensiero" riferendomi al personaggio di Giannino perché quest'ultimo è particolarmente influente - che non vuol dire autorevole!, iconico, e rappresentativo della consistenza scientifica di certe tesi).

Ricorderete che secondo Irving Fisher per ottenere un economista basta insegnare a un pappagallo a dire "domanda e offerta". In Italia occorre la metà dello sforzo: basta insegnare a un pappagallo (o a un giornalista) a dire "offerta", ed ecco pronto l'esperto di economia (quello autorevole)! Nel mondo economico così come vi viene rappresentato dai media e dalla stragrande maggioranza dei miei colleghi (mi riferisco agli economisti e ai politici, non ai musicisti) il primum movens dell'attività economica è la produzione, l'offerta. In altri termini, nel vostro mondo insomma (perché, che lo vogliate o no, il vostro mondo è una loro rappresentazione, e voi continuate ad accettare e alimentare questo meccanismo perverso...) si produce per produrre, e per produrre di più si aumenta la produttività, presentata come fenomeno completamente determinato da logiche di efficienza allocativa e organizzativa, cioè di offerta, e simmetricamente del tutto scisso dalle logiche della domanda, cioè dalla spesa, dalla capacità di acquisto dei potenziali acquirenti di tanta produzione.

Insomma: per i tanti "gianninisti" che egemonizzano il dibattito minor (quello con la maiuscola, che però è l'unico che tutti conoscono) l'imprenditore produce per produrre, non per vendere.

Questa visione distorta, ideologica, urta contro tutto quello che sappiamo dell'uomo e della sua storia.

Perfino i più teoricamente disinteressati fra i "produttori", gli artisti, che possiamo immaginare spinti da un'urgenza incoercibile e irrinunciabile di affermare a qualsiasi prezzo la propria visione del mondo, hanno manifestato storicamente una fastidiosa propensione a pretendere di essere pagati bene per la propria opera (possiamo citare le infinite controversie fra Bach e gli scabini di Lipsia, ma di artisti che tirano sul prezzo è piena la storia sociale dell'arte, e del resto se gli artisti l'avessero data gratis, l'opera d'arte, l'arte non avrebbe avuto quella strana tendenza a concentrarsi nelle località motore dello sviluppo economico: volta per volta, in no particular order e con parecchie lacune, Atene, Roma, Firenze, le Fiandre, Parigi, ecc.). Anche Michelangelo, anche Metastasio, anche Monteverdi, producevano per vendere. Ma al di là di simili percorsi individuali, che cito semplicemente perché suppongo che possano avere un valore paradigmatico per alcuni di voi (apro e chiudo una parentesi per farvi riflettere che non a caso l'idea dell'artista genio incompreso e straccione che vive e muore "creando" in una soffitta si afferma col romanticismo, cioè col capitalismo, e un motivo ci sarà: nel Medio Evo l'artista era "sindacalizzato"...), il fatto è che l'intera storia umana è una storia di ricerca di mercati di sbocco, prima che di mercati di approvvigionamento.

Non so che idea ne abbiano oggi gli storici, ma, come sapete, la relazione fra conquista di mercati di sbocco (e quindi incremento della domanda di beni) e rivoluzione industriale (e quindi innovazione di processo, aumento della produttività) era ben chiara, con un certo anticipo, al padre dell'economia, Adam Smith, quell'economista che tutti citano ma nessuno ha letto. Vi riporto qui il solito passo, quello che abbiamo citato più volte, tratto dal terzo capitolo del primo libro, che si intitola "La divisione del lavoro è limitata dall'estensione del mercato":


Il fabbro di campagna, nota Smith, si occupa di qualsiasi lavoro in ferro, così come il carpentiere di qualsiasi lavoro in legno, semplicemente perché se si specializzasse, via divisione del lavoro, in un particolare anello della catena produttiva (ad esempio, nel produrre chiodi) non riuscirebbe a smaltire nemmeno in un anno la produzione di un giorno. In assenza di questo stimolo viene meno l'incentivo a innovare, a incrementare la produttività (se i chiodi non hai a chi venderli, poi ti tocca mangiarli, con potenziali problemi digestivi). La differenza la fa l'accesso al mercato, cioè alla domanda, alla spesa di altri per l'acquisto dei beni da te prodotti, un accesso che all'epoca richiedeva, come condizione necessaria, l'accesso al mare:


Siccome è il trasporto marittimo ad aprire a nuovi mercati, è lungo le coste che l'industria migliora e si specializza, e spesso occorre del tempo prima che queste innovazioni si diffondano all'interno del Paese.

Insomma: per Smith la domanda è il motore dell'economia e della produttività, cioè, in buona sostanza, la domanda provoca, "causa" l'offerta; per chi lo cita (senza averlo letto) è invece l'offerta a "causare" la domanda. L'argomento pare sia che un aumento della produttività consente di abbattere il prezzo dei prodotti e quindi di venderne di più... a lavoratori che, però, stanno guadagnando di meno (perché l'aumento della produttività consente di ridurne l'impiego)!

Nell'attesa che voi soppesiate le due tesi e poi decidiate "con la vostra testa" quale vi convince di più (ricordate quante soddisfazioni ci ha questo marker grillino all'inizio del Dibattito?), mi duole segnalarvi che la storia delle vostre eventuali conclusioni tende a fottersene e ha già deciso quale delle due tesi funziona meglio: alcuni secoli di imperialismo, in varianti più o meno colonialiste, lo chiariscono.

Seconda premessa di metodo: l'autarchia danneggia te (quindi gli altri), il mercantilismo danneggia gli altri (quindi te)

Ovviamente dall'idea che l'offerta sia il motore dell'economia, più precisamente: di un'economia "sana", scaturisce naturaliter l'idea che la domanda ce la debba mettere qualcun altro: appunto, il resto del mondo. L'offertismo quindi si sposa bene col mercantilismo, cioè con la filosofia politica che vede nel conseguimento di un surplus di bilancia dei pagamenti, di un eccesso delle esportazioni sulle importazioni, il fine ultimo e l'unico metro di giudizio dell'azione economica di un governo.

Ora, fa veramente sorridere la solerzia con cui gli ingengngnieri e consimili dilettanti dell'economia (ultimamente si portano molto anche i medici!) si stracciano le vesti accusando di velleità autarchiche chiunque auspichi una configurazione più equilibrata (o meno squilibrata) degli scambi internazionali.

L'idea che chi esporta "ha vinto" e chi importa "ha perso" deriva da una perversa Wille zur Macht e contribuisce ad alimentarla in modo politicamente destabilizzante. Dato che il mondo è un sistema chiuso, perfino Krugman si è accorto che è impossibile che tutti i Paesi della Terra siano simultaneamente esportatori: affinché potessero esserlo, dovrebbe essere possibile esportare su Marte! Capiamoci subito: nessuna persona sana di mente invocherebbe l'autarchia in un Paese come il nostro, che essendo privo di materie prime (meno di quanto si creda, ma più di quanto crei opportunità economiche ai prezzi correnti) è costretto a esportare per importare (sì: i Paesi privi di materie prime sono costretti a esportare prodotti finiti per procurarsi le risorse finanziarie con cui importare le materie prime: ci avevate mai pensato?)!

L'autarchia significherebbe (e ha storicamente significato) il collasso del nostro sistema produttivo. D'altra parte, dovrebbe essere chiaro che la rudimentale filosofia secondo cui esportare (cioè campare sulla domanda altrui) è bene e importare (cioè domandare beni altrui) è male pone come obiettivo ineludibile di politica estera quello di confinare alcuni altri Paesi nel ruolo di clientes, di straccioni, di pigs, di soggetti costretti a indebitarsi per acquistare quanto produci.

Chiedere una configurazione meno squilibrata degli scambi internazionali non significa, per essere chiari, che la bilancia dei pagamenti debba sempre essere a saldo nullo, né in variante autarchica (zero esportazioni meno zero importazioni uguale zero), né nelle infinite altre varianti (X esportazioni meno X importazioni uguale zero, con X>0)! Significa però, di converso, che se il tuo scopo dichiarato è essere sempre in una condizione di surplus, di eccesso di esportazioni, crescente, da qualche altra parte del mondo qualcun altro sarà costretto nel ruolo scomodo di essere sempre in condizione di deficit, di eccesso di importazioni, crescente. E siccome un eccesso di importazioni non è sostenibile per sempre, perché alla fine terminano i soldi per pagare i beni altrui, non è sostenibile per sempre neanche un eccesso strutturale di esportazioni, che quindi non è un obiettivo lungimirante: è un obiettivo tedesco.

Ora: si capisce bene che un simile obiettivo, astrattamente considerato, è folle. Sarebbe però altrettanto folle immaginare che esso sia concepito in una stanzetta chiusa da un Genio del male, che poi in qualche modo (ad esempio, corompendo - co' ddu ere, sinnò è erore - li politichi che magneno e arubbeno) lo imponga a un intero Paese e quindi al resto del mondo. Ragionare così significa ignorare scioccamente che le politiche mercantilistiche, prima di essere un modo (sbagliato) di impostare le relazioni internazionali, sono un modo (ingiusto) di risolvere il conflitto distributivo nazionale. Il motivo ai più anziani del blog dovrebbe essere chiaro: l'esigenza dello sbocco estero diventa vitale quando il mercato interno, nazionale, non è uno sbocco, e il mercato interno non è uno sbocco quando nel conflitto fra capitale e lavoro vince il capitale, sottopagando il lavoro che quindi non ha di che acquistare la produzione nazionale. Non è la follia di un Genio del male a condurci su una traiettoria insostenibile, ma la razionalità di tanti uomini pratici, che per espandere i propri profitti decurtano i propri fatturati (perché i tuoi operai non possono comprare i tuoi beni coi soldi che non distribuisci loro). La letteratura post-Keynesiana chiarisce benissimo questo punto, ponendo in alternativa il modello di crescita export-led (trainata dalle esportazioni) a quello di crescita wage-led (trainata dai salari), ma naturalmente io parlo per sentito dire, perché sono un politico che magna, beve, rubba e rutta (ed è anche stato corotto - co' ddu ere, ovviamente), per cui a questo articolo ha lavorato un mio pseudonimo.

Terminate le premesse, enuncio brevemente il ragionamento, e poi passo a svilupparlo con tanto di disegnini...

Abstract

Il percorso dell'Eurozona si divide sostanzialmente in tre fasi, che corrispondono ad altrettanti tentativi dei capitalismi del Nord (aka "la Germania") di configurare i propri mercati di sbocco:

  1. nella prima fase, il mercato di sbocco dei capitalismi del Nord sono stati i Paesi membri del Sud (o meglio, della periferia) dell'Eurozona, le cui importazioni (di prodotti del Nord) erano facilitate dall'adozione di una moneta forte (che rendeva convenienti i beni del Nord) e cui l'integrazione finanziaria consentiva un facile finanziamento con debito estero (verso creditori del Nord) dell'acquisto dei beni del Nord.
  2. Nella seconda fase, susseguente alla crisi finanziaria globale, i Paesi membri del Nord hanno spezzato le gambe a quelli del Sud smettendo di finanziarli e imponendo loro politiche di austerità, cioè di taglio dei redditi, della capacità di spesa, per farli rientrare dai debiti che erano stati contratti per acquistare beni del Nord. Questo ovviamente ha reso il Sud inadatto come mercato di sbocco (con un lavoro precario o una pensione tagliata la macchina tedesca non la compri). La via di uscita è stata trovata svalutando l'euro per consentire al Nord di aggredire i mercati extraeuropei, in primis quello statunitense: insomma, il mercato di sbocco dei capitalismi del Nord sono diventati i Paesi esterni all'Eurozona.
  3. Nella terza fase, iniziata prima della pandemia, ma esplicitatasi dopo, un capitalismo più forte dei capitalismi "forti" de noantri, quello statunitense, si è seccato di essere considerato un mercato di sbocco (nei decenni precedenti si era già infastidito per lo stesso motivo con Giappone e Cina). Di conseguenza, ha sostanzialmente chiuso alla Germania sia i mercati di approvvigionamento che quelli di sbocco. Il problema di questa fase, che è quella che stiamo vivendo, è che in essa i capitalismi del Nord non hanno più un mercato di sbocco: non hanno quello che hanno distrutto (la domanda interna dell'Eurozona), non hanno quello che hanno infastidito (gli Stati Uniti), non hanno quelli che gli sono stati preclusi dai noti eventi (Russia,  Cina, ecc.). Siamo ancora in attesa di vedere verso quale configurazione potrebbe tendere il sistema, cioè come risolverà la Germania il suo problema di domanda: due esiti possibili sono il rianimare la domanda interna (quella tedesca, o quella dell'Eurozona, il che presuppone, come abbiamo evidenziato, una diversa soluzione del conflitto distributivo), o collassare in una sorta di singolarità, come ogni buco nero - della domanda mondiale - che si rispetti.

Nella fase 1 l'Eurozona ha "lavato in famiglia" i panni sporchi dei propri squilibri; nella fase 2 ha esportato i propri squilibri verso l'economia globale; nella fase 3 deve risolvere i propri squilibri, che sono, lo ripeto, innanzitutto squilibri distributivi, di distribuzione del reddito fra capitale e lavoro, e non è detto che ci riesca.

E ora, entriamo in dettaglio, usando i disegnini che ho fatto vedere a iMercati l'ultima volta che ho avuto il piacere di incontrarli. Alla fine, iMercati siete voi, non le persone non sempre lucide cui affidate i vostri risparmi, quindi è giusto che anche voi sappiate a che punto siamo. La variabile che ci aiuterà di più a orientare il nostro ragionamento è il saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti, l'eccesso delle esportazioni sulle importazioni.

La fase uno: il "net zero" dell'Eurozona

E ripartiamo dal tema degli squilibri globali (di bilancia dei pagamenti), i global imbalances con cui ci siamo intrattenuti spesso, data la loro importanza. Vi ricordo qual era la situazione verso il 2008, anno in cui mi occupavo scientificamente del tema:


A fronte di un grande deficit americano, avevamo una situazione di crescente surplus cinese, e di sostanziale equilibrio dei conti esteri dell'Eurozona. Quest'ultima quindi non contribuiva, almeno apparentemente, agli squilibri economici globali. All'epoca in effetti si enfatizzava molto la tensione fra Stati Uniti e Cina, si ragionava sul fatto che la relazione transatlantica fra Usa e Europa stava venendo soppiantata dalla relazione transpacifica fra Usa e Cina, e questo poneva sfide alla globalizzazione. Gli Stati Uniti, si argomentava, si sarebbero stancati di essere ancora a lungo i compratori di ultima istanza dei beni cinesi, sostenendo la crescita di un avversario potenzialmente pericoloso. Il dibattito, naturalmente, aveva mille altre sfaccettature, ma il punto è che mentre tutti si focalizzavano sul "mamma li cinesi!", a tutti sfuggiva la vera fonte di potenziali squilibri per l'economia globale, cioè il fatto che il net zero mondiale nel commercio dell'Eurozona fosse l'effetto netto di una situazione estremamente squilibrata fra il Nord e il Sud dell'Eurozona stessa:


Molto a spanne (e con riserva di produrre dati dettagliati su richiesta): verso il 2007, il saldo zero dell'Eurozona era la somma algebrica di un più 250 di saldo tedesco, compensato da un meno 150 di deficit spagnolo, un meno 50 di deficit greco, e un altro meno 50 (25+25) di deficit italiano e portoghese. Il deficit complessivo dei PIGS assorbiva il surplus del campione tedesco. Non entro qui in tutta una serie di dettagli (ad esempio: come stava messa la Germania nel 1999?). Mi limito a constatare che per assorbire l'enorme surplus tedesco, i paesi del Sud dovevano accumulare debiti sempre meno sostenibili. La crisi del 2008-2010 avrebbe posto fine a questo gioco con cui le banche del Nord finanziavano i consumatori del Sud perché comprassero beni del Nord.

La fase due: austerità ed esportazione degli squilibri

Si arriva così alla fase dell'austerità, che aveva uno scopo evidente, ma anche una conseguenza imprevista, non voluta o non immediatamente compresa.

Lo scopo era piuttosto ovvio: quella che ci veniva raccontata come la necessità di rientrare dal nostro debito pubblico che metteva in pericolo l'euro (senza che fosse molto chiaro il nesso), era molto più prosaicamente la necessità del nostro settore privato di restituire ai Paesi del Nord le somme dovute loro. In altre parole, il problema non era "salvare" i Paesi del Sud dalla propria prodigalità, dalla propria incoscienza fiscale, ma salvare le banche (prevalentemente, ma non esclusivamente, del Nord) dalla propria imprudenza (incapacità o scarsa volontà di valutare il merito di credito dei propri clienti esteri). 

Questa storia è già scritta e chi è qui da un po' la sa, ma a riprova di quanto dico (lo scopo era salvare le banche del Nord, non i Paesi del Sud) è sempre utile ricordare questo studio, che parte da una semplice domanda: dove sono finiti i soldi del salvataggio della Grecia? La risposta è altrettanto semplice e condensata in questo grafico:

Il 95% delle somme è andato al settore bancario.

Ovviamente onorare i propri debiti è cosa buona e giusta. Chi sia il creditore, però, un po' di differenza la fa. I debiti verso uno spacciatore vanno necessariamente onorati? La prima fase dell'unione monetaria aveva visto i Paesi del Nord drogare le economie del Sud con la più insidiosa delle droghe, il credito facile. Diciamo che un vero burden sharing, una vera condivisione dell'onere di questa gigantesca sbornia, sarebbe stata eticamente più accettabile e politicamente più sostenibile. Ma se ci fosse stata io  ora non sarei alla Camera, e quindi amen. Non mi è chiaro quanto quella lezione sia stata appresa, eppure non è una lezione difficile: i tassi bassi non sono necessariamente un bene, nella misura in cui incentivano il credito, cioè il debito. La visione distorta secondo cui "più sono bassi i tassi meglio è" è  in qualche modo legata alla visione altrettanto distorta secondo cui l'unico debito è quello pubblico, per cui una discesa dei tassi libera risorse pubbliche da destinare a scuole, ospedali, pensioni ecc., anziché al servizio del debito, ed è quindi incondizionatamente positiva. Il quadro cambia quando si considerano anche i debiti privati, che poi sono quelli che regolarmente innescano le crisi finanziarie (è molto più facile che sia un debitore privato anziché un debitore sovrano a non onorare i propri debiti, le banche saltano per aria molto più spesso degli Stati). Il punto è che tassi fuori dall'equilibrio (troppo bassi) favoriscono l'accumulo di debito privato. Come di ogni cosa, anche del denaro si abusa se il suo costo scende. Questa era stata la storia dell'Eurozona pre-crisi, e con gli errori di quella storia nessuno vuole veramente fare i conti, e nessuno vuole portarne la responsabilità.

Inutile dire che ora siamo in una fase diversa, e che il rischio è di avere tassi fuori dall'equilibrio al rialzo, cioè commettere l'errore contrario (con cui fra dieci anni nessuno vorrà fare i conti e di cui fra dieci anni nessuno porterà la responsabilità).

Riprendendo il filo del discorso: se il problema da risolvere era l'accumulazione di debiti esteri del Sud contratti per finanziare un deficit di bilancia dei pagamenti verso il Nord, la soluzione doveva essere il conseguimento di surplus esteri, cioè un taglio di ulteriori importazioni e la promozione delle esportazioni, per raggranellare al Sud risorse con cui ripagare i debiti esteri verso il Nord. L'austerità questo faceva, in due modi. Il taglio dei redditi di per sé taglia le importazioni, e in quanto si realizza mediante compressione dei salari (via jobs act ecc.) promuove le esportazioni, migliorandone la competitività di prezzo (la compressione del costo del lavoro permette di contenere i prezzi dei prodotti).

Ha funzionato?

Sì, e infatti tutti i Paesi del Sud si sono trovati in un modo o nell'altro in surplus estero:


Il quadrato rosso evidenzia l'entrata nel meraviglioso mondo dell'austerità. La Germania ha mantenuto il proprio surplus esorbitante, gli altri sono passati da posizioni negative a posizioni positive.

Tutto bene quindi?

No, per due motivi. Primo, perché in assenza di un riaggiustamento del cambio nominale (impossibile in una unione monetaria) tutto l'aggiustamento si è scaricato sui redditi. I tre milioni di poveri made in Monty derivano da lì, e questo spiega perché l'aggiustamento sia avvenuto prevalentemente via compressione delle importazioni, a differenza di quanto era avvenuto nel 1992 (lo vedemmo in dettaglio qui). Secondo, perché mentre la Terra non può diventare un'esportatore netto nel Sistema solare per ovvi limiti fisici, il che impedisce agli Stati mondiali di essere contemporaneamente tutti in surplus, un simile limite fisico non esiste per l'Eurozona: i suoi Paesi membri possono essere tutti in surplus, purché esportino verso il resto del mondo. Si arriva così a quella che ho definito la "conseguenza imprevista": l'esportazione degli squilibri di bilancia dei pagamenti interni verso l'economia globale, la fine del net zero dell'Eurozona:


Vedete le barre gialle? Sono il surplus dell'Eurozona verso il resto del mondo (Usa, Cina, ecc.), e sono anche (approssimativamente) la somma algebrica delle altre linee, che rappresentano i surplus/deficit di alcuni Paesi membri. Finché la Germania tirava verso l'alto (surplus) e gli altri verso il basso (deficit) il saldo della zona era nullo. Quando l'austerità ha portato tutti a tirare verso l'alto (surplus) il saldo della zona è esploso. A questo punto il surplus dell'Eurozona è diventato un problema geopolitico non trascurabile, direi il problema geopolitico (ovviamente ignorato, non compreso o malinteso dagli esperti di #aaaaaggeobolidiga). Il fatto è che i Paesi importatori sostengono, con la loro domanda, le economie altrui, mentre i Paesi esportatori campano sulla domanda altrui; chi esporta beni esporta anche deindustrializzazione (a casa di chi quei beni non deve o non riesce più a produrli) e deflazione. Lasciare gli Stati Uniti a trainare da soli il carro della domanda mondiale era una diretta conseguenza della decisione tedesca di schiacciare con l'austerità quello che finora era stato il suo mercato di sbocco: i Paesi membri del Sud.

Servivano altri mercati, e allo scopo di conquistarli, e anche di fornire un minimo di ossigeno ai Paesi membri del Sud, che altrimenti sarebbero implosi o se ne sarebbero andati, in questa fase inizia una lunga svalutazione competitiva dell'euro, di cui abbiamo parlato ad esempio qui e di cui riportiamo, a beneficio di tutti, il disegnino:


Non solo la decisione di lasciare gli Stati Uniti soli a sostenere la crescita, ma anche i mezzi usati per realizzarla (la svalutazione competitiva dell'euro) erano odiosi agli Stati Uniti, e questo era un dato facilmente prevedibile. Una serie di noti precedenti confermava che gli Stati Uniti tendono a vedere il paese in surplus globale, l'esportatore netto di turno, come una minaccia per il loro sistema industriale, e a reagire di conseguenza. Per rinfrescarvi la memoria:


negli anni '80 l'esportatore netto era il Giappone. Ricorderete (ne abbiamo parlato) tutti i romanzi e i film americani di fine '80, inizio '90 coi giappi nella parte del cattivo. I più esperti ricorderanno anche l'accordo del Plaza, che furono la reazione statunitense al pericolo giapponese: forzare una rivalutazione dello yen le cui conseguenze sull'economia giapponese si fecero sentire a lungo. Negli anni "zero" (intorno al 2008) lo scettro di vilain era passato in mano cinese: le richieste di rivalutare lo yuan, cioè di trattare la Cina come era stato trattato il Giappone venti anni prima, erano insistenti, con un'unica eccezione, la solita:

La mia posizione (pubblicata online nel 2008) era molto semplice: la crescita dell'economia europea avrebbe contribuito in modo molto più efficace a un'ordinata crescita dell'economia mondiale piuttosto che la rivalutazione del cambio/deflazione dell'economia cinese. Alla Cina andò meglio che al Giappone: il suo squilibrio si ricompose a causa della grande crisi globale, che sgonfiò il commercio internazionale. La recessione americana abbatté l'import statunitense, e di riflesso l'export cinese. I problemi divennero altri. Fatto sta che le cose andarono in direzione esattamente opposta a quella che ritenevo desiderabile: invece di "inflazionare" l'economia europea, si fece la scelta di "deflazionarla" con l'austerità, comprimendone l'import e favorendone l'export (come ci siamo detti fin qui).

Che cosa poteva andare storto?

La fase 3: segare il ramo

Lo sappiamo e ce lo siamo detto: gli Stati Uniti storicamente non tollerano l'eccesso di esportazioni altrui, soprattutto se spinto da una politica valutaria sleale (svalutazione competitiva). Indipendentemente da quanto essi la considerino sostenibile o desiderabile, il fatto è che quando una configurazione del genere si verifica accade qualcosa che la corregge, spingendo l'esportatore netto verso una posizione di equilibrio. Anche questa volta è andata così:


in due tempi. Prima, lo scandalo Dieselgate, nel 2015, ha arrestato l'esplosione dell'export di auto tedesche verso gli Usa. Purtroppissimo proprio in quell'anno, chissà perché, ci si è accorti che "il diesel inkuina", e le conseguenze sul saldo dell'Eurozona sono visibili nel grafico qui sopra: il surplus, che stava esplodendo, si è stabilizzato. La reazione tedesca sappiamo qual è stata: la deriva "green", cioè, in definitiva, mettersi in mano alla Cina (che, come sapete, controlla la filiera dell'elettrico e in particolare le relative materie prime).

Quanto era probabile che questo Drang nach Osten facesse piacere ai nostri alleati naturali?

Ce lo fanno comprendere le ultime vicende, incluso il suicidio dei due gasdotti nel Mare del Nord (non ho idea di che cosa sia successo e non voglio averla perché ai fini del mio discorso è irrilevante e perché ormai non credo neanche a quello che vedo, per cui raccontatela come vi pare, la cosa mi lascia indifferente...) e la chiusura dei mercati russo e cinese (fra sanzioni e polarizzazione del conflitto). Due ordini di eventi che hanno lasciato i capitalismi del Nord (aka la Germania) privi degli abituali mercati di sbocco e di approvvigionamento, mettendoli nella necessità di doversi fornire in modo significativo presso gli Usa per l'approvvigionamento di energia (via LNG), e di non saper che pesci pigliare per lo smercio dei loro prodotti.

Le conseguenze sono note: l'anno prossimo noi cresceremo, la Germania no:


Questa è la situazione in cui ci troviamo.

Prima di passare ad analizzarne alcune esilaranti caratteristiche vorrei chiudere il percorso compiuto finora con una considerazione. Non era difficile, lo ripeto, immaginare che gli Stati Uniti avrebbero gradito, e alla fine ottenuto, un minimo di contegno, di retenue, di moderazione da parte del Paese esportatore di deficit. Era sempre successo così (Giappone, Cina,...), non ci voleva una grande fantasia per capire che con l'Eurozona sarebbe stata la stessa cosa. Come si fa a non capire che una certa impostazione della propria politica commerciale è insostenibile? Come hanno fatto "i tedeschi" a non capirlo?

Noi italiani veniamo accusati, anche da noi stessi, di essere imprevidenti, incapaci di pianificare, convinti come siamo che alla fine le cose si aggiusteranno, che lo Stellone ci salverà. Non entro nel merito di questa valutazione, ma gliene accosto un'altra: è stupefacente quanta reticenza ad apprendere le lezioni della Storia abbia un Paese come la Germania, dove la filosofia della storia è nata! Quello che abbiamo analizzato qui finora non è mica l'unico episodio. Ce n'è un altro, gustoso e connesso al nostro ragionamento odierno: nel momento stesso in cui la situazione dimostra quanto sia stato sbagliato per la Germania mettersi in mano a un unico fornitore, per di più politicamente sensibile come la Russia, che cosa fa la Germania? Ovviamente si mette in mano (per la fornitura di idrogeno azzurro, che, dicono, è il futuro) a un unico fornitore: la Norvegia (che se ne sta fuori dall'UE, serena come l'arcobaleno). Secondo Munchau, l'eterno secondo, non è una buona idea:


e per una volta che è arrivato primo non sarà superfluo sottolineare che siamo d'accordo con lui!

La domanda che dovremmo porci è: supponendo anche di essere molto fortunati, quanto è saggio vincolarsi a compagni di strada così poco lungimiranti?

Banchieri filantropi

Ricapitolando:

  1. mercato di sbocco del Sud Europa: distrutto con l'austerità;
  2. mercati di sbocco extra-Eurozona: alienati con la svalutazione competitiva.

Che resta?

La Storia, beffarda, pone ai capitalismi del Nord sostanzialmente un'unica alternativa: quella di fare quello che non hanno mai voluto fare nonostante tutti glielo chiedessero: alimentare la domanda interna, con politiche di adeguamento dei salari e con programmi di investimento pubblico.

Eh già... Venute meno due fonti di domanda estera (i PIGS e il resto del mondo) la tenuta del loro sistema richiede che a casa loro si opti per una diversa soluzione del conflitto distributivo. L'inflazione da offerta (cioè da aumento dei prezzi delle materie prime) in effetti sta erodendo il potere d'acquisto dei salari in Germania, Olanda, Estonia, ecc. molto più rapidamente che da noi, e c'è il rischio concreto che tanta produttività alemanna (o frisona) sia invano, sia per il magazzino, se non si mettono i cittadini di quei Paesi in grado di assorbirla. Succedono così cose paradossali, come questa:


Il governatore della Banca centrale olandese che chiede alle imprese (ma è suo compito farlo?) un aumento dei salari in misura compresa fra il 5% e il 7%! A che cosa dobbiamo questo improvviso accesso di filantropia? Anche i banchieri hanno un'anima? No, naturalmente. Ma Knoot, a differenza di quelli che ci ritroviamo noi, ha un cervello, e capisce quindi che decurtare i redditi delle famiglie avrebbe nell'Olanda del 2023 le stesse conseguenze che ebbe nei Paesi del Sud nel 2012 (e che io vi avevo anticipato nel 2011 qui): seri problemi per il settore bancario (a causa delle difficoltà delle famiglie di rimborsare i prestiti). Quindi Knot non si preoccupa per gli altri: si preoccupa per se stesso (e fa bene)! Non importa infatti se chi ti taglia il reddito sia l'austerità o l'inflazione. Se il tuo potere d'acquisto diminuisce, avrai difficoltà a onorare i tuoi debiti, e saggiamente Knot vuole evitare di fare nel 2023 la fine che i suoi sodali ci hanno fatto fare nel 2012. Come immaginate, non è un caso che sia un olandese a parlare. Intanto, in Europa i tedeschi usano la saggia tattica di mandare avanti gli olandesi "per vedere sotto sotto l'effetto che fa" ogni volta che c'è da cambiare direzione. E poi, fra i Paesi un minimo significativi, l'Olanda è quello con l'inflazione più alta:


quindi ci sta che i suoi governanti siano un po' preoccupati.

E qui si pone un problema interessante, che vi illustro (a risolverlo sarà la storia): se i capitalismi del Nord adegueranno i loro salari, il loro rientro dall'inflazione (più alta della nostra) sarà più lento, quindi perderanno competitività; ma se non li adegueranno, andranno in crisi da carenza di domanda, perché la repressione salariale o la svalutazione competitiva dell'euro non bastano più ad aprir loro dei mercati distrutti dall'austerità o preclusi da altre motivazioni.

Il dato non è banale: spingere sui salari, per motivi che dovrebbero essere chiari dopo questo lungo percorso, significa accentuare il deficit estero (con più soldi in tasca i lavoratori acquistano più beni nazionali ed esteri), e quindi accentuare il surplus altrui, in particolare dei Paesi con cui le relazioni commerciali sono più intense (noi). Se si scegliesse questa strada quindi ne saremmo avvantaggiati, sia perché un contesto più inflazionistico aiuta i grandi debitori, sia perché mantenere comunque un tasso di inflazione più basso di quello dei "virtuosi" ci permetterebbe di migliorare ulteriormente la nostra posizione finanziaria sull'estero, rendendoci meno vulnerabili ad attacchi speculativi.

Conclusioni

Come andrà a finire?

Oggi evidentemente è impossibile dirlo. La Storia, che non deve necessariamente ripetersi, ci fornisce tanti esempi in cui i capitalismi del Nord hanno preferito fare quello che era peggio per loro, purché danneggiasse anche gli altri (ripeto: siamo sicuri di poter convivere con simili pulsioni autodistruttive?). Questo scenario è quello che molti paventano e verso il quale pare ci si stia avviando: innalzamento dei tassi, per restringere la domanda, al rischio di far collassare per prime le economie del Nord. La Germania è già in testa nelle classifiche del costo del credito:


Lo scenario più roseo è quello di reflazione controllata dell'economia, ma c'è da chiedersi quanto anche questo scenario sia sostenibile (da parte del Nord). Fin dall'inizio di questo lungo percorso abbiamo infatti chiarito che una moneta unica con inflazioni differenziate è fonte di problemi. I Paesi con l'inflazione più alta perdono competitività, si indebitano con l'estero e vanno in crisi. Quello che si perde di vista è che rispetto al primo decennio dell'euro (1999-2009) oggi la situazione si è completamente rovesciata:


I Paesi a inflazione relativamente più alta ora sono quelli del Nord (qui abbiamo preso la media di Germania, Olanda e Austria) anziché quelli mediterranei (rappresentati da Spagna, Francia e Italia), e la crisi ha amplificato questa dinamica. L'Eurozona non riesce a convergere. Ora che i Paesi del Sud sono rientrati dai propri debiti, questi squilibri di competitività dovrebbero comporsi ma non possono farlo per i motivi che ci siamo detti fin qui (la necessità di reflazionare la propria domanda interna). Il nervosismo che questa situazione indubbiamente causa da quelle parti porta con sé il rischio di reazioni esagerate dalla parte opposta. Un mondo in cui chi si è addormentato "frugale" si svegli "PIGS" in termini macroeconomici non è poi così inconcepibile, ma in termini politici?

Dalla risposta a questa domanda dipenderà la soluzione del problema che ci sta a cuore...

mercoledì 4 gennaio 2023

Incidentalmente sulla Croazia

 (…chiedo scusa, il tema non è appassionante, ma nei 15 minuti che ho solo questo posso trattare…)

A integrazione, e forse parziale rettifica, delle considerazioni svolte nel post precedente, mi pregio di segnalarvi anche qui questo tweet:


il cui significato può facilmente essere intuito da chi come me non s’intende per nulla di croato ma un po’ di economia (San Gogolo ci assiste: “ Ho convocato una riunione con i ministri competenti ei rappresentanti dell'Amministrazione fiscale, dell'Amministrazione doganale e dell'Ispettorato dello Stato per ulteriori attività a tutela dei consumatori da aumenti di prezzo ingiustificati. L'introduzione dell'euro non è un motivo per aumentare i prezzi di beni e servizi.”).

Resta una domanda: ma come fa un Governo ad arrivare così impreparato di fronte a un evento così prevedibile, anche perché perfino i migliori (?) ci erano incappati!?


Restano valide le solite considerazioni: questi sono effetti di breve periodo…

(…devo scendere: a dopo!…)




lunedì 2 gennaio 2023

Croazia, Grecia, Italia (in ordine alfabetico)

Chi ha vinto la Guerra dei trent'anni (che è quella guerra che venne chiamata così perché durò trent'anni, dal 1618 al 1648)? La risposta non deve essere semplicissima, tant'è che anche la fonte delle fonti esita a darla in modo netto, probabilmente perché non avrebbe senso farlo, ma in estrema sintesi sembra di poter concludere che ne siano usciti vincitrici Francia e Svezia, e un po' ridimensionato "lo imperatore". Questo vuol dire che Francia e Svezia sono andate di vittoria in vittoria per trent'anni? Naturalmente no. La legittima aspirazione all'autodeterminazione di tanti popoli europei si affermò (parzialmente) attraverso alterne vicende. La vittoria, o la sconfitta, definitive, non ci furono. Ci si arrese, più che al nemico, all'evidenza di aver intrapreso un percorso irrazionale.

Un eventuale storico di passaggio rabbrividirà di fronte alla rozzezza di queste mie considerazioni, più o meno come è capitato a me leggendo certi commenti al post precedente, tutti affetti da un vizio di fondo: la fede in (e l'attesa di) un evento palingenetico, di una vittoria (o sconfitta, a seconda dei punti di vista) definitiva. Insomma, l'idea che permea molte religioni (inclusa l'ultima arrivata: Lascienza), quella che un Deus ex machina esterno pareggerà i conti, sollevandoci dal fardello dell'impegno quotidiano. Purtroppo le cose non stanno così, e l'idea da molti espressa che l'ingresso della Croazia nell'Eurozona "finalmente" distruggerà l'Eurozona (e/o la Croazia) è viziata, oltre che da questa ingenuità di fondo, da una serie di valutazioni grossolane degli ordini di grandezza e da un incomprensibile oblio di dinamiche storiche recenti e dei meccanismi elementari di una crisi finanziaria.

Intanto, vi fornisco uno schema che può esservi utile: la classifica del reddito pro capite nei paesi dell'attuale Eurozona, misurata nel 1999 (anno di inizio), nel 2008 (anno in cui scoppia la crisi globale), nel 2012 (anno in cui inizia l'austerità), nel 2019 (ultimo anno prima della pandemia), nel 2022 (l'anno appena concluso) e nel 2027 (l'anno fino a cui si spingono le previsioni del Fondo Monetario Internazionale, da cui sono tratti i dati):


(i dati sono espressi in dollari a prezzi del 2017 e a parità di potere d'acquisto).

Sono tanti numeri e ci sarebbero tante cose da dire, ma partirei dal fatto che nel 1999 la Croazia si classificava sedicesima in termini di reddito pro capite, e da allora è costantemente scesa, arrivando nel 2019 alla ventesima posizione (l'ultima), salvo recuperare quest'anno una posizione, scavalcando la Grecia che è scesa all'ultimo posto. Un percorso molto diverso da quello della Grecia e della Finlandia (per citare due paesi di cui abbiamo fin da subito - cioè dal 2012 - evidenziato le analogie), i quali entrambi hanno recuperato posizioni fra 1999 e 2008, salvo poi perderle, nel caso della Grecia in modo disastroso. Il percorso della Croazia, in questo senso, è molto più simile al nostro: siamo partiti in settima posizione e siamo costantemente scesi, arrivando alla decima oggi, e con la prospettiva di scendere alla tredicesima nel 2027, facendoci scavalcare da Slovenia, Cipro ed Estonia.

Ora, fermo restando il banale dato di natura che per "fare la fine della Grecia" (cioè perdere otto posizioni nella classifica del reddito pro capite) la Croazia dovrebbe ritrovarsi ventisettesima di venti Paesi (il che è ovviamente impossibile!), magari dovremmo chiederci come hanno fatto a salire in graduatoria i Paesi che poi hanno fatto il capitombolo, e la risposta chi è qui da un po' la sa già: finanziando la propria crescita con debito privato, preferibilmente verso creditori esteri. Ora, se confrontiamo quello che è successo in Italia, Grecia e Irlanda nei nove anni precedenti il 2008 (quindi dal 1999 al 2008) con quello che è successo in Croazia nei nove anni precedenti il 2021 (quindi dal 2012 al 2021) vediamo che la Croazia è stata protagonista di un film totalmente diverso:


Mentre, come dovreste sapere, in Italia, Grecia e Irlanda prima della crisi abbiamo visto crescere (nel caso dell'Irlanda esplodere) il debito privato e quello estero (inteso come posizione debitoria netta sull'estero), a fronte di una diminuzione o di un lieve aumento del debito pubblico, negli ultimi nove anni in Croazia è successo esattamente il contrario. Ora, naturalmente, il fatto che fuori dall'euro non si siano accumulati squilibri finanziari potenzialmente pericolosi non offre alcuna garanzia circa il fatto che dentro l'euro questo non possa accadere. Ma come sappiamo questi squilibri sono dovuti alla perdita di competitività e alla necessità di finanziare con debito uno squilibrio persistente dei conti con l'estero (cioè di indebitarsi per pagare l'eccesso di importazioni rispetto alle esportazioni). Questo fenomeno per ora non è visibile, e come l'esperienza delle nostre crisi precedenti dimostra (non solo quella del 2008-2010, anche quella del 1992), per arrivare al redde rationem occorrono due elementi: un lungo periodo di accumulo di squilibri (il caricamento della molla), cioè, tipicamente, un lungo periodo in cui l'inflazione del Paese candidato al botto è superiore a quella dei Paesi cui è agganciato; uno shock esterno. Queste due cose in Croazia per ora non ci sono, forse non ci saranno mai (dipende da come il Paese riuscirà a gestire la propria inflazione) e forse si presenteranno in ordine inverso (è probabile che lo shock esterno sotto forma di crisi finanziaria globale si presenti prima che la Croazia abbia accumulato significativi squilibri sotto forma di incrementi significativi degli stock di debito privato ed estero).

Quanto al gestire la propria inflazione, quella della Croazia sembra un po' diversa da quella, poniamo, di Grecia, Italia o Irlanda quindici anni fa. Più che dipendere da pressioni della domanda interna, finanziata dal debito estero, credo che nel caso della Croazia conti l'essere agganciata all'economia tedesca e alla relativa vulnerabilità rispetto a shock di offerta (aumenti di prezzi del gas, ecc.). Quindi come se la caverà la Croazia dipenderà in larga parte da come se la caverà la Germania, mentre come evolverà il differenziale di inflazione fra la Croazia e gli altri Paesi dell'Eurozona, almeno alla luce delle informazioni attuali, non sembra dipendere in modo cruciale dall'ingresso della Croazia nell'Eurozona (con relativo ciclo "credito facile - eccesso di spesa - pressione sui prezzi - perdita di competitività - ulteriore debito - botto", ovvero il ciclo di Frenkel).

Spero di aver chiarito meglio perché a Eleonora ho risposto così:


e anche perché le ho risposto così:


Alla seconda risposta aggiungerei un dettaglio. Non solo la situazione della Grecia nel 2008 era molto diversa in termini di debito pericoloso (quello privato) rispetto a quella della Croazia nel 2021 (e oggi), ma se torniamo alla prima tabella potremo agevolmente constatare che lo slittamento verso il basso della Croazia nella classifica del reddito pro capite fra il 1999 e il 2019 dipende dal sorpasso da parte della Slovacchia (entrata nell'euro nel 2009) e dei Paesi baltici (entrati fra 2011 e 2015). Possiamo discutere su come sarebbero andati questi Paesi se fossero rimasti fuori, ma nel discorso politico nazionale della Croazia suppongo sia stato molto facile argomentare che quei Paesi erano andati meglio perché erano entrati.

Quindi questa ulteriore considerazione:

di per sé non è "errata". Semplicemente, per ora la Croazia può permettersi un aggancio valutario col quale, come vi ho fatto vedere nel post precedente, conviveva da tempo. Per quanto potrà permetterselo lo vedremo col passare del tempo e in tanti anni dovremmo aver capito che la variabile che ci avvertirà, il canarino nella miniera (più utile e sfortunato della mucca in corridoio), è il saldo delle partite correnti della bilancia dei pagamenti (l'accreditamento/indebitamento estero).

Non credo che la si possa mettere nemmeno così:

Se la loro posizione debitoria è migliorata senza Monti, vuol dire che non hanno avuto bisogno di Monti.

Ma prima di entrare nell'affascinante questione del perché e del percome i croati si siano risparmiati un Planine, ci sarebbe da rispondere a una domanda preliminare: se quello che ci preoccupa, per un verso o per un altro, è la tenuta dell'Eurozona, la possibilità che riprenda un cammino di crescita, che ricomponga gli squilibri (resi evidenti in questa fase dall'ampliarsi dei differenziali di inflazione fra i vari Paesi membri, segno di pericolosa divergenza macroeconomica fra di essi), forse più che di un Paese che conta per lo 0.5% del Pil dell'intera area (la Croazia) converrebbe dare un'occhiata al Paese che conta per il 29.6% del totale.

O no?

Lo facciamo presto.

domenica 1 gennaio 2023

Sono tornato (sulla Croazia, l'euro, i differenziali di inflazione, e poco altro)...

Dilettissimi fratelli e sorelle, oggi la famiglia felice dell'Eurozona accoglie un nuovo membro: la Croazia. Questo fatto, di cui avevamo parlato a tempo debito, ha suscitato una, anzi, due ondate di emozioni contrastanti. Da un lato, l'inevitabile entusiasmo di circostanza:

cui, da quella brutta persona che sono, non mi sono potuto trattenere dal rispondere in tono amletico:

Dall'altro, un serie di profeti di sventura, capitanati da un nostro vecchio e caro amico:

ma lo stesso concetto è stato espresso in forma più raffinata e criptica anche da altri:

Ci sarebbe da chiedersi quanti capiscano che cosa sia il ciclo di Frenkel, soprattutto oggi, considerando che questo blog non è mai esistito, che voi non esistete (sì, inutile darsi un pizzicotto sul braccio: non esistete, ma di questo parleremo dopo...)... Ma soprattutto, visto che nessuno me l'ha chiesto, vi fornisco il mio "chennepenZa". Non è molto difficile, e magari potrà essere istruttivo, soprattutto per i pandemici (quelli che si sono svegliati nel 2020).

Ormai mi avrete capito: tendenzialmente sono un contrarian. Quando tutti la pensano in un modo è più facile: basta pensarla in modo opposto. Ma anche quando, come in questo caso, gli altri la pensano in due modi opposti (dall'entusiasmo frivolo di Madame, per cui l'ingresso della Croazia nell'euro risolverà i problemi della Croazia, al cupo sarcasmo di Fabio, per cui l'ingresso della Croazia nell'euro risolverà i nostri problemi), non è troppo difficile essere contrarian. Basta ispirarsi ai classici: come in una vecchia vignetta di Altan, è facile dimostrare che entrambi questi sentimenti sono immotivati.

Partirei dai catastrofisti. Per smontare la loro Schadenfreude faccio notare che la Croazia è da tempo un Paese eurizzato, come sottolinea Timpone in questa sua breve nota. Non solo debiti e crediti erano già definiti per circa la metà in valuta estera (euro), come potete vedere qui:


(tratto da qui), ma il rapporto di cambio fra valuta nazionale ed euro era sostanzialmente stabile, come si riscontra facilmente qui:


dove, dato l'elevato tasso di niubbi, mi preme ricordare che i tassi di cambio sono quotati incerto per certo, cioè che un loro aumento significa una svalutazione rispetto all'euro (ovvero, significa che occorrono più unità di valuta nazionale per acquistare un euro). Si vede bene che pur non essendo agganciata all'euro come il lev bulgaro (che era già legato al marco da un currency board prima dell'era eurista), la kuna croata non ha manifestato né una tendenza alla svalutazione come lo zloty polacco, né alla rivalutazione come la corona ceca, ma si è tenuto in un range piuttosto ristretto (fra 7 e 8 kuna per euro).

Per questo motivi i timori dell'avvio di un ciclo di Frenkel, cioè, per i nuovi arrivati, degli effetti potenzialmente destabilizzanti dell'afflusso di capitali esteri che un aggancio valutario normalmente favorisce (quando non causa), determinando grazie al credito facile l'accumulazione di posizioni debitorie insostenibili nel settore privato, sembrano per ora fuori luogo.

Il principale indicatore dell'avvio di una simile fase è il saldo delle partite correnti (che, se negativo, misura l'indebitamento estero del Paese e quindi, appunto, l'innesco di un ciclo di Frenkel). In Croazia la situazione è questa:


Le barre blu indicano che la Croazia, per ora, è in una posizione di accreditamento (non indebitamento) netto, come risultato di un saldo merci negativo, più che compensato da un saldo servizi positivo (possiamo immaginare che in questo saldo giochi un ruolo il turismo).

Quindi la Schadenfreude può attendere ancora un po'.

D'altra parte, l'entusiasmo beota è sempre fuori luogo, lo è, direi, per definizione. Partendo dall'ultimo grafico, si vede bene che l'equilibrio dei conti esteri (barre blu in territorio positivo) dipende dal bilanciarsi di due tendenze, di cui una preoccupante: la tendenza negativa del saldo merci (linea arancione), che indica un sempre maggior ricorso della Croazia a merci importate. Quale sia il rischio lo si è visto bene nel 2020: quando il COVID ha bloccato tutto, la Croazia, nonostante che il saldo merci fosse migliorato (una conseguenza positiva del blocco del commercio mondiale, che ha significato anche blocco delle importazioni croate), è andata in territorio negativo col saldo complessivo (barra blu lievemente al di sotto dell'asse delle ascisse) a causa del crollo del saldo servizi (dovuto verosimilmente allo stop al turismo).

Ci sarebbe allora da chiedersi perché la Croazia dipenda così tanto dai beni esteri, e la risposta non sembra essere, almeno per ora, nel tasso di cambio reale, cioè nel rapporto fra i prezzi dei prodotti croati con quelli del resto del mondo:


dato che finora è rimasto piuttosto stabile, a differenza di quanto è successo ad esempio in Repubblica Ceca. L'anomalia ceca si riscontra facilmente nei tassi di inflazione. Possiamo immaginare che se i beni cechi diventano più costosi rispetto a quelli del resto del mondo (e quindi il tasso di cambio reale cresce, si apprezza) questo dipenda dal fatto che in Repubblica Ceca c'è più inflazione. Infatti, è stato così, soprattutto ultimamente:


Ma ultimamente è successa anche un'altra cosa, che si vede bene se restringiamo lo zoom all'ultima legislatura (giusto per avere un termine di riferimento temporale a voi noto):


Come vedete, l'Italia, grazie ai cinque milioni di poveri made in Monty, negli ultimi anni ha sempre avuto un tasso di inflazione inferiore alla media europea. La stessa cosa non si può dire né della Cechia né della Croazia, soprattutto negli ultimi mesi.

Ci sarebbe un lungo discorso da fare su quanto quest'ultimo Paese abbia quindi rispettato i criteri per l'ammissione all'Eurozona, che fra l'altro, come saprete, richiedono un differenziale di inflazione molto contenuto rispetto alla media degli altri Paesi membri, ma non entro in questo: per oggi vi ho annoiato fin troppo, e del resto lo si era capito già con noi che la decisione di far entrare un Paese nella tonnara non dipende dai fondamentali economici ma è di natura squisitamente politica (e anche qui aiutano le considerazioni di Timpone nel breve articolo che vi ho citato sopra: il vantaggio per la Germania di avere un altro vassallo nel governing council della Bce).

Quei due punti di inflazione in più in Croazia però sono una variabile da tenere sott'occhio: è da lì che potrebbero venire sorprese, è quella la variabile che potrebbe spegnere l'entusiasmo di Madame e avvalorare il sarcasmo di Fabio.

Ma questo è un discorso che può essere generalizzato, che riguarda in generale i rapporti fra Nord e Sud dell'Eurozona. I grafici li ho fatti ieri, e ve li farò vedere domani o dopo. Dobbiamo riprendere le fila di un discorso che per molti non è mai stato fatto e che quindi non ha mai portato a eventi come questo, che non si sono mai svolti, e dove quindi queste persone non sono mai state.

Ma, appunto, ne parleremo con più calma, con voi, che non siete mai esistiti, e di cui quindi non è nemmeno possibile dire che non esistiate più...


(...nell'ultima riunione di redazione ad a/simmetrie si è deciso che quest'anno avrà luogo un mid-term goofy. L'ultimo fu nel 2014, come qualcuno ricorderà, ma ora che l'attività dell'associazione è ripresa possiamo sostenere anche un evento simile, per il quale abbiamo già una data: il 15 aprile, nel weekend fra Pasqua e il ponte del 25 aprile. Ci occuperemo, appunto, del ribaltamento di alcune asimmetrie europee, e di che cosa questo implichi per l'euro e per le regole europee, con ospiti da tutta Europa. Ma oltre a questo gradito - spero! - ritorno, quest'anno avremo anche una novità, il primo goofy off, un nostro personale rave party che si svolgerà in tempi, luoghi e modi che vi saranno comunicati. A presto!...)

sabato 5 novembre 2022

La situazione è grave, ma non è seria

 (...rieccoci qui dopo una lunga parentesi. Il convegno di quest'anno è stato, a detta dei 299 partecipanti - 300 porta un po' male, come le Termopili e Sapri insegnano - il più appassionante di sempre. A beneficio di chi non c'era stiamo pubblicando i video sul nostro canale YouTube. Ci siamo emozionati alla rilettura di Flaiano da parte di Fabrizio Masucci, abbiamo riso alla rievocazione di due anni di delirio da parte di sua eminenza Osho, abbiamo apprezzato la fredda lucidità di Davide Tarizzo, abbiamo accolto con rispetto e attenzione anche compagni che sbagliano come l'amico Enzo Pennetta. Ma non è di questo che volevo parlarvi oggi. Oggi, come spesso abbiamo fatto qui, volevo mettere le cose in prospettiva...)


Le recenti dichiarazioni del Governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco


(secondo cui "le prospettive dell'economia non preoccupano molto") manifestano una beatitudine su cui ci sarebbe da interrogarsi. Nella migliore delle ipotesi si potrebbe pensare che l'apparato "tecnico" voglia giocare un giochino piuttosto scontato: quello di lasciar credere che "il migliore" ci avesse posto su un sentiero virtuoso, in modo da poter addossare a chi gli è succeduto (noi) la responsabilità dei tempi grami che inevitabilmente ci attendono. Ma può anche darsi che un simile intento malizioso non ci sia, e questo è forse lo scenario peggiore. Quando l'anno prossimo saremo in recessione, voi avrete la bontà di ricordarvi che qualcuno ve l'aveva annunciata all'inizio di quest'anno, sulla base di una semplice analisi economica da libro di testo. Insomma, è la solita storia: nelle élite italiane qualcuno che ha letto il Dornbusch-Fischer c'è, ma è rara avis, e tendenzialmente non viene ascoltato, per il semplice motivo che la logica economica cozza contro certi "sogni" ideologici. Dal negazionismo verso la semplice aritmetica di ECON102 consegue un degrado generalizzato dei cosiddetti tecnici, che è forse la spiegazione più razionale di certe affermazioni avventate.

Cerchiamo allora, per l'ennesima volta, di mettere in prospettiva gli ultimi dati macroeconomici, per riflettere su quanto ci aspetta e per ribadire qualche punto di metodo.

Il Pil

...e partiamo da lui, dal Pil, il nemico ideologico degli sciroccati decrescisti. L'ultimo dato disponibile è la "stima flash" uscita il 31 ottobre scorso. I commenti evidenziano la sorpresa positiva (siamo cresciuti invece di calare), e il rapporto dell'ISTAT ci consegna una ulteriore buona notizia:


L'indice del Pil è al livello più alto dal 2010, e il suo valore in miliardi al suo valore più alto dal 2018:

(437.7 miliardi di euro).

Quindi "dall'inverno semo fora"?

No, naturalmente.

Per rendersene conto basta andare sul sito dell'Istat e ricostruire la serie partendo dal primo dato attualmente disponibile, che attualmente, per voi profani, è quello del primo trimestre 1996:

Questa semplice operazione ci permette di accertare che:

  1. il dato stimato per il terzo trimestre (estate) del 2022, cioè 437.7 miliardi, ci riporta indietro al primo trimestre del 2006 (437.9 miliardi), ovvero: siamo dove eravamo 67 trimestri fa (cioè un po' più di 16 anni fa);
  2. l'ultimo dato è inferiore del 3.5% al massimo storico raggiunto il primo trimestre del 2008 a 453.4 miliardi.

E già così si capisce che la situazione è estremamente grave. Ma quello che dovrebbe colpire nell'ultimo grafico è che vi si osserva una variabile che oscilla in un range fra i 350 e i 450 miliardi, e quindi manifesta un ciclo, senza mostrare alcuna particolare tendenza. Insomma: una variabile senza crescita di lungo periodo (in effetti, il tasso di crescita medio trimestre su trimestre è dello 0.15%). E la famosa crescita economica (che è crescita del Pil) dov'è?

Per vederla bisogna allargare lo zoom, e questo purtroppo voi non potete farlo, ma chi vi scrive sì. Usando l'edizione 1998 della contabilità nazionale trimestrale è possibile mettere questi dati in prospettiva, ricostruendo tutta la serie fino al 1970 (operazione che abbiamo fatto altre volte):

La parte evidenziata nel riquadro tratteggiato è quella che vedete nel grafico precedente. Come si intuisce, è l'ultima porzione di una storia di crescita che andava avanti da almeno 38 anni, e che nel 2008 si interrompe.

Qui ci sta un rapido approfondimento tecnico: potrebbe infatti sembrare che fino al 2008 le cose siano andate sostanzialmente bene, perché quella che si osserva è una crescita lineare con lievi oscillazioni cicliche. In effetti, le cose non stanno così, per il solito problema: 1 è l'1% di 100, ma il 10% di 10. Che cosa voglio dire? Che un aumento di 2.1 miliardi come quello del terzo trimestre del 1971 era un aumento dell'1% (perché il Pil trimestrale era poco sopra 200), mentre lo stesso aumento oggi è un aumento di circa lo 0.5% (perché il Pil trimestrale è di poco sopra 400). In altre parole, la storia che osservate non è una storia di crescita costante, ma di crescita a ritmi decrescenti, che dal 2008 diventa una storia di stagnazione.

Se aguzzate gli occhi, vedete anche bene il disastro austerità, che spezzò le gambe alla ripresa del 2011, e dal quale siamo usciti solo per cadere nel disastro COVID:


Ve lo evidenzio con un rettangolo arancione: sono cose che sapete, ma qualcuno è qui per la prima volta e ripassarle male non fa. Giusto per ricordare a chi vorrebbe percorrere la stessa strada che i salvataggi di Monti non ci hanno salvato...

Inflazione

Di questa abbiamo parlato da poco, ma ci sono aggiornamenti. L'Istat ha pubblicato i dati provvisori di ottobre: abbiamo quattro osservazioni da aggiungere, e il nostro grafico ora si presenta così:

Il giochino "mai così alta dal..." ci fa arretrare lungo l'asse dei tempi dal gennaio del 1986 al marzo del 1984 (un balzo indietro di due anni). Ma la cosa interessante non è questa, non è il giochino che interessa ai giornalisti, bensì un'altra: fra ottobre e settembre l'inflazione è aumentata di tre punti percentuali (da 8.9 in settembre a 11.9 in ottobre): un'accelerazione fortissima, la più rapida degli ultimi 66 anni. La seconda accelerazione più rapida si verificò nel settembre 1974, e portò l'inflazione al 23% dal 20.2% di agosto, con un aumento di 2.8 punti, e la terza accelerazione più rapida nel marzo del 1976, e portò l'inflazione al 13.9% dall'11.8% di febbraio, con un aumento di 2.1 punti.

Se confermata, questa accelerazione eccezionale non lascia presagire nulla di buono. La soglia del 15% è lì, a un passo, e poi, come ben sapete, e come del resto si vede anche nel grafico, i prezzi crescono più rapidamente di quanto scendano. C'è tanta letteratura su questa asimmetria, e anche noi abbiamo contribuito, portando in classe A un articolo nato su questo blog. Questo significa che le due cifre ce le terremo per un po' (se va bene, per almeno un annetto: ma deve andare bene), e al target della Bce, il 2%, ci torneremo forse in quattro o cinque anni (nella più rosea delle prospettive).

Il che mi porta a insistere su quello che da un po' vedo come il vero problema (confortato dal fatto che non mi pare che nessuno ne parli, qui da noi: il che significa che il problema è lì...).

Il tasso di interesse

La vulgata sui benefici dell'euro, una volta sfrondata dalle scemenze sui settant'anni di pace, si riconduce a due argomenti gemelli: l'euro ci avrebbe protetto dall'inflazione, e ci avrebbe assicurato bassi tassi di interesse.

Sul perché il primo argomento fosse fasullo ci siamo soffermati diverse volte, e ora che tutti possono vedere che avevamo ragione, possiamo tornarci sopra molto rapidamente:

  1. l'euro non poteva proteggerci (e non ci sta proteggendo) da una delle principali cause di inflazione, l'aumento dei prezzi delle materie prime, semplicemente perché questi aumenti sono spesso a tre cifre (dal 100% in su) ed è semplicemente impossibile pensare di compensarli con una pari rivalutazione del cambio (ne avevamo parlato appunto nel già citato post e altrove); il ragionamento è semplice: se il prezzo del petrolio in dollari raddoppia, per acquistare un barile con la stessa quantità di euro occorre che il valore dell'euro raddoppi: ma questo significherebbe far pagare il doppio i beni europei a tutti gli acquirenti esteri, uccidendo l'economia dell'Eurozona. Quindi, l'euro non può proteggere da shock da offerta come quello che stiamo subendo.
  2. Non solo: per essere sostenibile per tutti i Paesi dell'Eurozona, l'euro era destinato a svalutarsi, cioè ad andare nella direzione contraria di quella necessaria per contenere l'inflazione. Ne abbiamo parlato tante volte, ad esempio qui.

Ma era intrinsecamente fasullo anche il secondo argomento, quello sui bassi tassi di interesse, e per un motivo ben più insidioso: non perché i tassi non si sarebbero abbassati, ma perché in questo modo sarebbero usciti dal loro valore di equilibrio, diventando, in particolare, troppo bassi per i Paesi più fragili, e inducendo così in questi Paesi un eccessivo indebitamento pubblico e privato (ne abbiamo parlato ad esempio qui e in sedi scientifiche qui).

Comunque, queste cose le sapete. La sintesi è che ci troviamo con tassi di interesse che erano sostanzialmente fuori dall'equilibrio (depressi) già prima della crisi, e con un'inflazione estremamente elevata e persistente.

Questo significa che il tasso di interesse reale, cioè la differenza fra il tasso pattuito e l'inflazione, è in terreno negativo. Ve la dico semplice: chi presta soldi al 5% con l'inflazione al 10% ci rimette, perché è sì vero che gli verrà restituito il 5% in più di quanto ha prestato, ma nonostante quel 5% in più coi soldi che gli restituiranno comprerà il 5% di beni in meno. Per farvela capire meglio, un semplice esempio:

A inizio anno il filetto costa 30 euro al chilo, quindi con 30 euro si compra un chilo di filetto. Se Tizio si fa prestare da Caio 30 euro al 5%, compra subito un chilo di filetto, e a fine anno restituisce 31.50 euro. Peccato che se l'inflazione è al 10%, a fine anno il filetto è salito a 33 euro al chilo, e quando Caio va a comprarsi un filetto con 31.50 glie ne danno 950 grammi invece di un chilo (il 5% in meno).

Per questo motivo è indispensabile, nel ragionare sulla convenienza delle scelte finanziarie, considerare il tasso di interesse reale, cioè quello depurato dall'inflazione. Se lo facciamo, ci rendiamo immediatamente conto del fatto che la situazione odierna è assolutamente fuori scala:

I tassi di interesse reali oggi sono a un minimo storico, intorno al -10%. Dal 1975 in qua non si è mai vista una cosa simile, e quando si è visto qualcosa che gli somigliava (con i tassi reali intorno al -5% alla fine degli anni '70) è scattata in tempi relativamente brevi la correzione, sotto forma di brusco rialzo dei tassi nominali. Si vede abbastanza bene qui:

(guardate ad esempio il tasso a breve, in giallo, che passa da poco sopra il 10% alla fine degli anni '70 a oltre il 20% verso il 1982).

Con tutte le cautele del caso, fra cui l'osservazione che queste sono variabili riferite alla sola Italia (mentre la nostra politica monetaria è centralizzata a livello europeo), è evidente che gli incrementi di tassi praticati finora dalla Bce rischiano di essere solo l'antipasto. Nel 2022 il tasso sui depositi presso la Bce (quello che la Bce paga alle banche che depositano liquidità presso di lei) è aumentato di due punti da -0.5 a 1.5, e un incremento parallelo si è avuto per il tasso sulle operazioni di rifinanziamento marginale (quello che la Bce richiede quando presta soldi alle banche). Non è improbabile che nel 2023 si vada per la stessa strada, animati dal pio desiderio di "ancorare le aspettative", ottenendo come unico risultato quello di zavorrare l'economia. Non ci sarebbe nulla di strano: nel 2007 il tasso sulle operazioni di rifinanziamento (che oggi è al 2%) era al 5%, e quello sui depositi (che oggi è all'1.5%) era al 3%. Se anche l'anno prossimo la Bce portasse i suoi tassi al 5% o al 6%, non si tratterebbe quindi di valori "fuori scala" in termini storici. Ma:

  1. nel 2007 l'inflazione viaggiava attorno all'1.8% e oggi intorno al 12%, quindi oggi una correzione al rialzo di altri quattro o cinque punti sarebbe verosimilmente insufficiente, mentre d'altra parte:
  2. oggi abbiamo un'economia depressa, che avrebbe un disperato bisogno di investimenti già in condizioni normali, e ha un disperatissimo bisogno di investimenti perché costretta a finanziare la transizione ecologica. Un innalzamento dei tassi di quattro o cinque punti sarebbe esiziale.

Conclusioni

Sarà che sono un dilettante, ma a differenza dei professionisti citati in apertura sono molto preoccupato. Come ho cercato di farvi capire fin dal primo post di questo blog, in economia non esiste nulla di intrinsecamente buono o cattivo: dipende dalle circostanze e dai punti di vista.

Ad esempio: i bassi tassi di interesse di cui abbiamo beneficiato fino all'anno scorso erano sì fuori dall'equilibrio, ma questo in fasi diverse ha avuto (o avrebbe avuto) esiti diversi. Se all'inizio del secolo i tassi "troppo" bassi sono stati nefasti, perché hanno indotto il settore privato a indebitarsi senza che ve ne fosse una reale necessità (alimentando bolle immobiliari), durante il COVID e fino all'anno scorso erano un'opportunità, perché avrebbero consentito il settore pubblico di indebitarsi in una fase in cui ve n'era un'estrema necessità. Il 19 maggio 2020 quelli bravi ci dicevano sul loro giornale quello che noi da qualche mese stavamo ripetendo inascoltati in aula:

Il problema di quelli bravi è che ognuno pensa di essere migliore degli altri, e quindi fra loro non si ascoltano. In ogni caso, il "più migliore" (cit.) di questo saggio avviso non ne ha fatto nulla, e ha rinunciato a indebitarsi a tassi convenienti (cioè a tassi reali negativi), forse (!) per i motivi adombrati in questo tweet:

D'altra parte, i tassi di interesse reali negativi redistribuiscono risorse dal creditore al debitore, il che li rende particolarmente odiosi al creditore, ma li rende anche un'opportunità imperdibile  (che noi abbiamo perso grazie al "migliore") per il debitore pubblico che debba "liquidare" un ingente stock di debito, come qui abbiamo imparato anni fa grazie al lavoro di Carmen Reinhart e Belen Sbrancia (uno dei tanti lavori che ho imparato a conoscere da voi, quando questo non era un blog di pandemici, ma di gente di buonsenso e buone letture). Girarci intorno è inutile, le cose stanno come le mettono le gentili autrici di questo utile saggio. Quando il debito raggiunge certi livelli, per uscirne ci sono tre strade: il default, l'iperinflazione, o la crescita moderatamente inflazionistica. Oggi che veniamo da decenni di contesto macroeconomico relativamente ordinato, e che quindi sarebbe relativamente facile "ingegnerizzare" la soluzione meno traumatica, cioè la terza, flirtiamo pericolosamente con la prima soluzione, la più traumatica, semplicemente perché chi ha saldamente in mano un capo della corda vuole tirarla senza se e senza ma dalla parte sua, pensando che se ci sarà una crisi, se la corda si spezzerà, in terra ci finirà qualcun altro.

Un meccanismo psicologico e una dinamica sociale che qui abbiamo descritto tante volte, e che determina l'avvitamento verso il basso di cui parlammo qui.

Nel frattempo, è uscita la NADEF e me la vado a leggere. Ne parliamo appena possibile...