L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
mercoledì 28 novembre 2012
Cortese richiesta
Visto che siamo tanti, ce ne sarà qualcuno che conosce uno che lavora da Amazon, Ibs, o roba simile? Eventualmente mi mettete in contatto privato? Usiamo i sei gradi di separazione per una verifica di congruenza. Pro bono pacis, naturalmente.
martedì 27 novembre 2012
Perugia 6 dicembre
Alla sala del Caffè 110, ore 17:30, presentazione. Se poi il libro lo volete, aiutatemi voi a trovare una libreria indicandomele possibilmente per email, e io comincerò a procurarmi la carta sulla quale stamparle, a portarla in tipografia, ecc. Insomma: ci siamo capiti: se non ci aiutiamo da noi...
P.s.: libreria trovata. Mi dicono che la sala è capiente e che ci saranno un centinaio di persone. Se vi servono copie ditemelo, così aiutiamo il libraio a dimensionare l'ordine.
P.s.: libreria trovata. Mi dicono che la sala è capiente e che ci saranno un centinaio di persone. Se vi servono copie ditemelo, così aiutiamo il libraio a dimensionare l'ordine.
Comunicazione di servizio: Pescara
Carissimi,
fra pochi giorni ci vediamo a Pescara. Alcuni dettagli pratici.
Le persone prenotate sono molte, e altre se ne stanno aggiungendo alle quali purtroppo non posso dare conferma. Ai fini organizzativi è essenziale che chi per qualche motivo sa di non poter partecipare me lo comunichi. Questa cortesia mi consentirebbe di dimensionare al meglio il servizio di accoglienza, e magari di recuperare qualche ritardatario. Vi sono grato per la collaborazione.
Come contributo, comprensivo della pausa caffé e del pranzo a buffet, vi verranno chiesti 20 euro a testa che regolerete al momento dell'iscrizione al convegno, la mattina alle 8:30.
Nell'atrio dell'aula Federico Caffè (primo piano della facoltà, scala rossa - che sarebbe la seconda scala che si incontra se si arriva dall'ingresso di Economia, a viale Pindaro 42) allestiremo tre banchi. Gli addetti avranno le liste nominative di chi ha comunicato la propria partecipazione, raccoglieranno il contributo e vi forniranno un voucher per il pranzo e un badge sul quale potrete scrivere chi siete (nome o nickname, o anche niente). I lavori della mattina termineranno tassativamente alle 13:00, seguirà il pranzo, e poi ci sposteremo con calma verso la sede dove si terranno le presentazioni dei libri e il dibattito. Le indicazioni logistiche sono qui.
Durante la presentazione dei libri la diffusione dei testi sarà curata dalla libreria City Lights. Le copie ci sono!
A presto...
fra pochi giorni ci vediamo a Pescara. Alcuni dettagli pratici.
Le persone prenotate sono molte, e altre se ne stanno aggiungendo alle quali purtroppo non posso dare conferma. Ai fini organizzativi è essenziale che chi per qualche motivo sa di non poter partecipare me lo comunichi. Questa cortesia mi consentirebbe di dimensionare al meglio il servizio di accoglienza, e magari di recuperare qualche ritardatario. Vi sono grato per la collaborazione.
Come contributo, comprensivo della pausa caffé e del pranzo a buffet, vi verranno chiesti 20 euro a testa che regolerete al momento dell'iscrizione al convegno, la mattina alle 8:30.
Nell'atrio dell'aula Federico Caffè (primo piano della facoltà, scala rossa - che sarebbe la seconda scala che si incontra se si arriva dall'ingresso di Economia, a viale Pindaro 42) allestiremo tre banchi. Gli addetti avranno le liste nominative di chi ha comunicato la propria partecipazione, raccoglieranno il contributo e vi forniranno un voucher per il pranzo e un badge sul quale potrete scrivere chi siete (nome o nickname, o anche niente). I lavori della mattina termineranno tassativamente alle 13:00, seguirà il pranzo, e poi ci sposteremo con calma verso la sede dove si terranno le presentazioni dei libri e il dibattito. Le indicazioni logistiche sono qui.
Durante la presentazione dei libri la diffusione dei testi sarà curata dalla libreria City Lights. Le copie ci sono!
A presto...
lunedì 26 novembre 2012
Fuggi, dolente core...
(0, 1... Accipicchia, questa volta a contare ci ho messo veramente poco...)
Quanti cambiamenti in così poco tempo!
Mi hanno detto che il prof. Boldrin, da qualche parte, ha riferito di una possibile svalutazione al 20% in caso di uscita dall'Eurozona. Ma come, proprio lui, uno di quelli che "l'Italia è come la Grecia e se esce finisce come lo Zimbabwe!", uno dei profeti dell'iperinflazione... Non ci son più i liberisti di una volta, quelli che la moneta è una merce, ma il suo prezzo deve essere fisso! Ci piace ricordarlo così...
E ho visto con i miei occhi, in quel blog il cui nome suona come l'invito ad alleggerirsi di un dolce peso, un articolo che, mirabile visu, si pone il vero problema, quello che qui ci poniamo da sempre, insofferenti, e ce ne scusiamo, verso gli stolti che da sinistra e da destra cercano di farci capire che in fondo è solo un problema di dimensioni delle imprese e di elasticità delle esportazioni (lorde) al prezzo.
Per carità, noi poi avremo anche torto, sicuramente i fatti ci smentiranno, ma avremo la soddisfazione intanto di essere smentiti in buona compagnia (Meade, Mundell, Fleming, Kaldor, ecc.), e poi di aver assistito all'esilarante spettacolo dei topolini che abbandonano la nave che affonda. Spettacolo che diventerebbe ancor più esilarante, lo capite bene, se alla fine si capisse (Dio non voglia) che i topolini semplicemente credevano che la nave affondasse...
E prima delle classiche navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, quale spettacolo che noi umani non avremmo mai potuto immaginare ci viene oggi offerto dalla stampa italiana? Non lo sapete? Ve lo dico io: Rossana Rossanda abbandona il Manifesto, rifugiandosi dentro Sbilanciamoci. Dobbiamo quindi supporre che si sia infranto il glorioso Sbilifesto, che tante soddisfazioni ci ha dato, e che Sbilanciamoci abbia deciso di fare un passettino a sinistra (ma il goniometro l'ho perso in quarto ginnasio, non son sicuro di saper misurare centesimi di radiante a occhio, quindi lasciamo perdere). Un altro studio di caso per la nuova branca della scienza politica, la politica delle particelle: la scissione di Fermare il declino, la scissione del Manifesto... il bosone Boldrin (attenzione alle vocali), il muone Rossanda...
Vi ricordate quando parlai dei piccoli bandwagoner che crescono? Il riferimento era, evidentemente, alla redazione del Manifesto. Questa, nel pubblicare l'articolo di Cavallaro, sembrava aprirsi a una ricostruzione più equilibrata della storia economica recente, ma restava ancora lordata dalla vergogna di aver propugnato sull'attualità un dibattito spacciato come aperto, ma poi orientato, per ammissione della direttrice stessa, in senso eurista. Incredibile, no? Che un quotidiano comunista si fosse schierato a favore di un regime nel quale a pagare sono strutturalmente sempre i lavoratori, come all'estero comunemente si ammette, era decisamente più sorprendente del balenare dei raggi B di fronte alle porte di Tannhäuser. Tanto più che gli amici "comunisti" non potevano non saperlo. Mi ero, umilmente, permesso di farglielo notare due anni prima, quando illustri colleghi ancora si baloccavano con gli accorati appelli dei quali la Merkel fa l'uso gargantuesco che sapete, e che oggi mi si rimprovera di non aver firmato (non considerando che avevo di meglio da fare).
Eh, ma che volete, io non ero autorevole, giustamente non mi si ascoltava. "Ma chi è questo Bagnai, da dove salta fuori? Nei nostri tinelli non si è mai visto. E poi non è marZiano, la sua militanza dov'è? Orsù, venga negletto, e si ascoltino invece i nostri padri nobili, ci si abbeveri alle verità che essi defecano notte e dì, e ci si rafforzi così nel nostro senso di appartenenza".
Povera R.R.!
La tua trista parabola ci è di ammonimento, ci rammenta quanto breve sia la strada che separa un padre nobile da un vecchio malvissuto. Per varcare questo guado non c'è bisogno di prendere la rincorsa. Con la tua memorabile intervista a Giuliano Amato, capolavoro di ipocrita piaggeria, lo hai varcato d'un sol balzo, e a noi (dis)piace ricordarti così. La tua tardiva presa di distanza temo non laverà l'onta di essere stata collaborazionista di questo regime di fascismo finanziario. Di autocritica, lo so, a sinistra nemmeno se ne parla, e poi, chissà, forse l'autocritica è come l'età: non sta bene chiederla a una signora...
Fuggi, dolente core...
Troppo tardi per imparare la differenza fra collaboratore e collaborazionista. Quella differenza, sai, ci devi nascere, e forse ha ragione il mio amico Guerani quando mi fa notare che se appartieni a una parte che in Italia ha da sempre tifato per una potenza straniera, non sei esattamente nelle migliori condizioni per apprezzare certe sottigliezze. Dai carrarmati russi a Budapest, ai capitali tedeschi ad Atene: cinquanta anni di ininterrotto peana a celebrare il più prepotente. Una tradizione da rispettare, sperando che siano tempi di memoria corta. Ma purtroppo non lo sono.
Ah, e già che ci siamo, facciamo chiarezza su un altro punto. Sì, perché voi non lo sapete, ma dopo il post sui bandwagoner, cosa mi arriva per interposto collega "de sinistra"? Questo:
Caro Cavallaro,
Beati mites, quoniam ipsi possidebunt terram (attenti alla patrimoniale, però...).
Detto questo, mi permetta di scusarmi con un intellettuale di sinistra che può esibire un curriculum di tutto rispetto (detto senza alcuna ironia), e di fare ammenda per la mia ignoranza. Sa, come dice mia suocera, paga il giusto per il peccatore, e io da molti anni, diciamo da qualche anno prima del 1999, ho smesso di interessarmi ai giornali italiani e a chi ci scrive per i motivi che dovrebbero essere chiari leggendo questo post. Evidentemente l'ho coinvolta nel mio giudizio un po' sommario e superficiale verso una categoria che tante soddisfazioni ci ha dato e ci sta dando, alla quale lei magari nemmeno appartiene, e ovviamente me ne scuso.
Devo però chiarire che il bandwagoner non si riferiva strettamente a lei. Anzi, come la discussione in quel post chiarisce, sulla sua analisi nessuno ha quasi nulla da obiettare. Mi riferivo più strettamente alla redazione, quella redazione dalla quale credo di non essere il solo ad aspettare in gesto di autocritica per lo scandaloso e squallido atteggiamento tenuto un anno e mezzo fa. Basterebbe dire: è stata una goffaggine e un errore spiattellare che a sinistra si tengono dibattiti orientati (in qualsiasi senso). In un quotidiano comunista il minimo che ci si aspetterebbe sarebbe che la redazione cacciasse a male parole un direttore che si esprime in tal senso. Ma io di giornali italiani so poco, e voglio sapere di meno, quindi passons. Dovremo pur lasciar qualcosa alla pattumiera della Storia.
Il "quasi" sopra si riferisce al fatto che, per motivi che forse sono negli omissis, stranamente nel suo articolo mi pare non si citasse lo Sme. Pareva, ad alcuni miei lettori, che lei non volesse infrangere certi tabù. Che il divorzio fosse conseguenza dello Sme, che l'ademocraticità del fascismo finanziario nel quale viviamo fosse diretta conseguenza dell'adozione di un cambio rigido, lo diceva perfino Andreatta nel 1991 (certo, con parole diverse: ma il nesso di causalità era ben esplicitato). E allora perché non unire i puntini? Per non parlar male del cambio fisso in un giornale eurista?
Ecco, chiariamoci: io ovviamente non ho nulla contro di lei, però c'è un problemino: siamo in guerra, sa? E allora, vede, mi ripeto: in guerra chi lavora per chi è dall'altra parte non è un collaboratore: è un collaborazionista. Questo è il mio forte motivo di dissenso da lei e dal comune amico che ha fatto da tramite. Mi sembra sfugga, sicuramente in buona fede, che chi ha credibilità (come lei ha, tant'è che le credo sulla parola) e autorevolezza scientifica, deve smettere di legittimare con la propria presenza gli organi di disinformazione di regime. Come questo blog dimostra, se si ha coraggio e tenacia c'è modo di farsi ascoltare senza venire a compromessi, senza patire ostracismi. E infatti l'amica direttrice cosa diceva, sarcastica, nella sua sdegnata lettera di dimissioni: "che mille blog fioriscano!" Certo: mille blog fioriranno, e verranno su proprio bene, sul letame delle vostre menzogne, cari compagni del Manifesto!
Prevengo due obiezioni: l'unità della sinistra, e la foglia di fico.
"Ma Alberto, noi dobbiamo rivolgerci al nostro popolo, quello resta un giornale di riferimento". No, non è vero: quello è un giornale di destra e se ne sono accorti tutti. Perfino la Rossanda! Capisce? La Rossanda! Quindi la storia dell'unità della sinistra e del parlare al nostro popolo non attacca. Anzi: proprio ora è giunto il momento di dare un segnale di forte dissenso da questi organi, di isolare e di attaccare chi uccide la democrazia facendo disinformazione di regime.
"Ma Alberto, anche tu ti esprimi su organi più o meno di regime, vai in televisione, scrivi sul Fatto Quotidiano". Certo! Anch'io quindi mi offro, come dire, nel ruolo di foglia di fico, di piano B, se vogliamo, o per lo meno questo mi è stato rimproverato all'inizio: "perdi purezza, ti comprometti...". Mettiamo sia così. Ma ci sono due problemini. Il primo non potete verificarlo, ma ve lo dico io: né in televisione né sul Fatto né da nessuna parte nessuno si è mai permesso di dirmi quello che dovevo dire, e chi lo ha fatto è stato mandato in un certo posto subito (ed è successo solo due volte, e solo a sinistra estrema: una ve l'ho raccontata, l'altra ve la racconterò fra un anno come promesso). Il secondo problemino, invece, potete verificarlo: quando scrivo sul Fatto sarò anche una foglia di fico, ma almeno parlo a decine di migliaia di persone e promuovo dibattiti ampi. Forse mi "prostituisco" (intellettualmente, perché nessuno mi paga), ma non me ne accorgo (perché nessuno mi censura), e certo non è per parlare a quei quattro gatti confusi che ancora si fanno abbindolare dal titolo di "quotidiano comunista". Anche così ho aumentato la visibilità del mio messaggio.
Io non mi permetto di darle alcun consiglio.Veda lei il da farsi, e mi scusi: non volevo urtare la sua sensibilità. Rimane il fatto che, fino all'improbabile autocritica, o al più probabile, meritato, collasso, per me chi si affaccia da quelle colonne lavora per il nemico. Certe cose le accetto se le dice il Sole 24 Ore, non le accetto se le dice il Manifesto. E a quest'ultima frase applico la prima legge della termodidattica: ci sono cose che se potessero essere capite non andrebbero spiegate.
Son certo che lei mi capisce senza bisogno che io mi spieghi. Come capirà che se parlo di nemico, e non semplicemente di avversario, è perché a causa di certe scelte economiche abbiamo già visto i primi morti.
(Ultimo sassolino: G., tu sei piddino dentro, però in fondo ti voglio bene perché suoni. Detto questo, hai contezza del fatto che da un paio d'anni c'è un tuo archetto sul mio pianoforte? Che faccio, lo regalo ar Palla, che vuole seguire le tue orme? O ti serve?)
Quanti cambiamenti in così poco tempo!
Mi hanno detto che il prof. Boldrin, da qualche parte, ha riferito di una possibile svalutazione al 20% in caso di uscita dall'Eurozona. Ma come, proprio lui, uno di quelli che "l'Italia è come la Grecia e se esce finisce come lo Zimbabwe!", uno dei profeti dell'iperinflazione... Non ci son più i liberisti di una volta, quelli che la moneta è una merce, ma il suo prezzo deve essere fisso! Ci piace ricordarlo così...
E ho visto con i miei occhi, in quel blog il cui nome suona come l'invito ad alleggerirsi di un dolce peso, un articolo che, mirabile visu, si pone il vero problema, quello che qui ci poniamo da sempre, insofferenti, e ce ne scusiamo, verso gli stolti che da sinistra e da destra cercano di farci capire che in fondo è solo un problema di dimensioni delle imprese e di elasticità delle esportazioni (lorde) al prezzo.
Per carità, noi poi avremo anche torto, sicuramente i fatti ci smentiranno, ma avremo la soddisfazione intanto di essere smentiti in buona compagnia (Meade, Mundell, Fleming, Kaldor, ecc.), e poi di aver assistito all'esilarante spettacolo dei topolini che abbandonano la nave che affonda. Spettacolo che diventerebbe ancor più esilarante, lo capite bene, se alla fine si capisse (Dio non voglia) che i topolini semplicemente credevano che la nave affondasse...
E prima delle classiche navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, quale spettacolo che noi umani non avremmo mai potuto immaginare ci viene oggi offerto dalla stampa italiana? Non lo sapete? Ve lo dico io: Rossana Rossanda abbandona il Manifesto, rifugiandosi dentro Sbilanciamoci. Dobbiamo quindi supporre che si sia infranto il glorioso Sbilifesto, che tante soddisfazioni ci ha dato, e che Sbilanciamoci abbia deciso di fare un passettino a sinistra (ma il goniometro l'ho perso in quarto ginnasio, non son sicuro di saper misurare centesimi di radiante a occhio, quindi lasciamo perdere). Un altro studio di caso per la nuova branca della scienza politica, la politica delle particelle: la scissione di Fermare il declino, la scissione del Manifesto... il bosone Boldrin (attenzione alle vocali), il muone Rossanda...
Vi ricordate quando parlai dei piccoli bandwagoner che crescono? Il riferimento era, evidentemente, alla redazione del Manifesto. Questa, nel pubblicare l'articolo di Cavallaro, sembrava aprirsi a una ricostruzione più equilibrata della storia economica recente, ma restava ancora lordata dalla vergogna di aver propugnato sull'attualità un dibattito spacciato come aperto, ma poi orientato, per ammissione della direttrice stessa, in senso eurista. Incredibile, no? Che un quotidiano comunista si fosse schierato a favore di un regime nel quale a pagare sono strutturalmente sempre i lavoratori, come all'estero comunemente si ammette, era decisamente più sorprendente del balenare dei raggi B di fronte alle porte di Tannhäuser. Tanto più che gli amici "comunisti" non potevano non saperlo. Mi ero, umilmente, permesso di farglielo notare due anni prima, quando illustri colleghi ancora si baloccavano con gli accorati appelli dei quali la Merkel fa l'uso gargantuesco che sapete, e che oggi mi si rimprovera di non aver firmato (non considerando che avevo di meglio da fare).
Eh, ma che volete, io non ero autorevole, giustamente non mi si ascoltava. "Ma chi è questo Bagnai, da dove salta fuori? Nei nostri tinelli non si è mai visto. E poi non è marZiano, la sua militanza dov'è? Orsù, venga negletto, e si ascoltino invece i nostri padri nobili, ci si abbeveri alle verità che essi defecano notte e dì, e ci si rafforzi così nel nostro senso di appartenenza".
Povera R.R.!
La tua trista parabola ci è di ammonimento, ci rammenta quanto breve sia la strada che separa un padre nobile da un vecchio malvissuto. Per varcare questo guado non c'è bisogno di prendere la rincorsa. Con la tua memorabile intervista a Giuliano Amato, capolavoro di ipocrita piaggeria, lo hai varcato d'un sol balzo, e a noi (dis)piace ricordarti così. La tua tardiva presa di distanza temo non laverà l'onta di essere stata collaborazionista di questo regime di fascismo finanziario. Di autocritica, lo so, a sinistra nemmeno se ne parla, e poi, chissà, forse l'autocritica è come l'età: non sta bene chiederla a una signora...
Fuggi, dolente core...
Troppo tardi per imparare la differenza fra collaboratore e collaborazionista. Quella differenza, sai, ci devi nascere, e forse ha ragione il mio amico Guerani quando mi fa notare che se appartieni a una parte che in Italia ha da sempre tifato per una potenza straniera, non sei esattamente nelle migliori condizioni per apprezzare certe sottigliezze. Dai carrarmati russi a Budapest, ai capitali tedeschi ad Atene: cinquanta anni di ininterrotto peana a celebrare il più prepotente. Una tradizione da rispettare, sperando che siano tempi di memoria corta. Ma purtroppo non lo sono.
Ah, e già che ci siamo, facciamo chiarezza su un altro punto. Sì, perché voi non lo sapete, ma dopo il post sui bandwagoner, cosa mi arriva per interposto collega "de sinistra"? Questo:
Ti rubo due minuti per una quaestiuncula che concerne il tuo
collega Alberto Bagnai.
Premetto di non conoscerlo personalmente, ma frequento -
ancorché saltuariamente - il suo blog, di cui ho spesso apprezzato
l'intelligenza delle analisi e la salacia dei giudizi. Proprio per ciò, mi ha
francamente stupito vedermi ridotto al rango di "bandwagoner" a causa
di un mio articolo pubblicato sabato sul manifesto (vedi qui:
http://goofynomics.blogspot.it/2012/10/piccoli-bandwagoner-crescono.html).
Come sai, collaboro con il manifesto dal 1999 e almeno da
allora ho sempre sostenuto coerentemente le stesse posizioni sulla crisi,
sull'euro, sul cosiddetto intervento pubblico nell'economia ecc.,[omissis...]. Naturalmente Bagnai non è tenuto a saperlo, così come non è tenuto a sapere che
negli ultimi undici ho scritto alcuni libri e diverse decine di articoli e
papers per provare a reinterpretare in chiave marxista il problema del rapporto
stato-mercato. Ma prima di dar retta a chi - un po' incautamente - mi addita a
bandwagoner suo (e anche tuo), magari un piccolo sforzo d'informarsi su chi sia
il sottoscritto lo potrebbe fare, non credi?
Scusa il piccolo sfogo. Lascio a te la scelta se dire a Bagnai
di questa mia sommessa doglianza (eventualmente anche girandogli questa mia) o
meno. Attizzare polemica con un commento sul suo blog non è nelle mie corde.
Caro Cavallaro,
Beati mites, quoniam ipsi possidebunt terram (attenti alla patrimoniale, però...).
Detto questo, mi permetta di scusarmi con un intellettuale di sinistra che può esibire un curriculum di tutto rispetto (detto senza alcuna ironia), e di fare ammenda per la mia ignoranza. Sa, come dice mia suocera, paga il giusto per il peccatore, e io da molti anni, diciamo da qualche anno prima del 1999, ho smesso di interessarmi ai giornali italiani e a chi ci scrive per i motivi che dovrebbero essere chiari leggendo questo post. Evidentemente l'ho coinvolta nel mio giudizio un po' sommario e superficiale verso una categoria che tante soddisfazioni ci ha dato e ci sta dando, alla quale lei magari nemmeno appartiene, e ovviamente me ne scuso.
Devo però chiarire che il bandwagoner non si riferiva strettamente a lei. Anzi, come la discussione in quel post chiarisce, sulla sua analisi nessuno ha quasi nulla da obiettare. Mi riferivo più strettamente alla redazione, quella redazione dalla quale credo di non essere il solo ad aspettare in gesto di autocritica per lo scandaloso e squallido atteggiamento tenuto un anno e mezzo fa. Basterebbe dire: è stata una goffaggine e un errore spiattellare che a sinistra si tengono dibattiti orientati (in qualsiasi senso). In un quotidiano comunista il minimo che ci si aspetterebbe sarebbe che la redazione cacciasse a male parole un direttore che si esprime in tal senso. Ma io di giornali italiani so poco, e voglio sapere di meno, quindi passons. Dovremo pur lasciar qualcosa alla pattumiera della Storia.
Il "quasi" sopra si riferisce al fatto che, per motivi che forse sono negli omissis, stranamente nel suo articolo mi pare non si citasse lo Sme. Pareva, ad alcuni miei lettori, che lei non volesse infrangere certi tabù. Che il divorzio fosse conseguenza dello Sme, che l'ademocraticità del fascismo finanziario nel quale viviamo fosse diretta conseguenza dell'adozione di un cambio rigido, lo diceva perfino Andreatta nel 1991 (certo, con parole diverse: ma il nesso di causalità era ben esplicitato). E allora perché non unire i puntini? Per non parlar male del cambio fisso in un giornale eurista?
Ecco, chiariamoci: io ovviamente non ho nulla contro di lei, però c'è un problemino: siamo in guerra, sa? E allora, vede, mi ripeto: in guerra chi lavora per chi è dall'altra parte non è un collaboratore: è un collaborazionista. Questo è il mio forte motivo di dissenso da lei e dal comune amico che ha fatto da tramite. Mi sembra sfugga, sicuramente in buona fede, che chi ha credibilità (come lei ha, tant'è che le credo sulla parola) e autorevolezza scientifica, deve smettere di legittimare con la propria presenza gli organi di disinformazione di regime. Come questo blog dimostra, se si ha coraggio e tenacia c'è modo di farsi ascoltare senza venire a compromessi, senza patire ostracismi. E infatti l'amica direttrice cosa diceva, sarcastica, nella sua sdegnata lettera di dimissioni: "che mille blog fioriscano!" Certo: mille blog fioriranno, e verranno su proprio bene, sul letame delle vostre menzogne, cari compagni del Manifesto!
Prevengo due obiezioni: l'unità della sinistra, e la foglia di fico.
"Ma Alberto, noi dobbiamo rivolgerci al nostro popolo, quello resta un giornale di riferimento". No, non è vero: quello è un giornale di destra e se ne sono accorti tutti. Perfino la Rossanda! Capisce? La Rossanda! Quindi la storia dell'unità della sinistra e del parlare al nostro popolo non attacca. Anzi: proprio ora è giunto il momento di dare un segnale di forte dissenso da questi organi, di isolare e di attaccare chi uccide la democrazia facendo disinformazione di regime.
"Ma Alberto, anche tu ti esprimi su organi più o meno di regime, vai in televisione, scrivi sul Fatto Quotidiano". Certo! Anch'io quindi mi offro, come dire, nel ruolo di foglia di fico, di piano B, se vogliamo, o per lo meno questo mi è stato rimproverato all'inizio: "perdi purezza, ti comprometti...". Mettiamo sia così. Ma ci sono due problemini. Il primo non potete verificarlo, ma ve lo dico io: né in televisione né sul Fatto né da nessuna parte nessuno si è mai permesso di dirmi quello che dovevo dire, e chi lo ha fatto è stato mandato in un certo posto subito (ed è successo solo due volte, e solo a sinistra estrema: una ve l'ho raccontata, l'altra ve la racconterò fra un anno come promesso). Il secondo problemino, invece, potete verificarlo: quando scrivo sul Fatto sarò anche una foglia di fico, ma almeno parlo a decine di migliaia di persone e promuovo dibattiti ampi. Forse mi "prostituisco" (intellettualmente, perché nessuno mi paga), ma non me ne accorgo (perché nessuno mi censura), e certo non è per parlare a quei quattro gatti confusi che ancora si fanno abbindolare dal titolo di "quotidiano comunista". Anche così ho aumentato la visibilità del mio messaggio.
Io non mi permetto di darle alcun consiglio.Veda lei il da farsi, e mi scusi: non volevo urtare la sua sensibilità. Rimane il fatto che, fino all'improbabile autocritica, o al più probabile, meritato, collasso, per me chi si affaccia da quelle colonne lavora per il nemico. Certe cose le accetto se le dice il Sole 24 Ore, non le accetto se le dice il Manifesto. E a quest'ultima frase applico la prima legge della termodidattica: ci sono cose che se potessero essere capite non andrebbero spiegate.
Son certo che lei mi capisce senza bisogno che io mi spieghi. Come capirà che se parlo di nemico, e non semplicemente di avversario, è perché a causa di certe scelte economiche abbiamo già visto i primi morti.
(Ultimo sassolino: G., tu sei piddino dentro, però in fondo ti voglio bene perché suoni. Detto questo, hai contezza del fatto che da un paio d'anni c'è un tuo archetto sul mio pianoforte? Che faccio, lo regalo ar Palla, che vuole seguire le tue orme? O ti serve?)
domenica 25 novembre 2012
A domanda rispondo
Venerdì scorso ho passato un pomeriggio piacevole in
compagnia della redazione dell’Ultima Parola, per presentare il libro durante
l’anteprima web. Tutti ragazzi giovani, appassionati di politica e di economia,
e decisamente col pollice opponibile: le osservazioni erano tutte di grande
qualità!
Sono grato dell’opportunità che mi hanno dato e mi sdebito
rispondendo alle domande che mi sono arrivate da Twitter durante la
trasmissione. Non è stato possibile rispondere a tutte per ovvi motivi di
tempo, ma non vorrei che qualcuno pensasse che magari ho cercato di glissare!
Per dimostrarlo, oltre a rispondere in sintesi (dando qualche link per
approfondimenti), citerò qualche precedente post o scritto nel quale tratto i
temi, e anche (se permettete), i punti del libro nel quale credo di aver
affrontato gli argomenti sollevati. I commenti del pubblico chiariscono che ora
si preferisce approfondire i temi, motivo per il quale iniziative come quella
dell’anteprima web riscuotono grandi consensi. Peccato che in Italia non
possano raggiungere (per i noti motivi) un pubblico più ampio. Vado in ordine
cronologico, il video con le domande è qui.
Daniele Kesh: “Oggi il vertice europeo è fallito. Si potrebbe recuperare la situazione con un miglioramento politico, ridiscutendo i trattati? La moneta unica potrebbe beneficiarne?”
Caro Daniele, in sintesi: la situazione è irrecuperabile,
per i motivi che ho esposto qui (nel par. 6) e qui.
Hai ragione, l’unione monetaria beneficerebbe da una revisione dei trattati che
prevedesse l’integrazione fiscale fra le economie dell’Eurozona: questo ci dice
la teoria economica, a partire almeno da Meade (1957), come ricordo ne “Il
tramonto dell’euro”. La storia però ci dice che in Europa questa integrazione
fiscale è stata, è, e sarà in futuro, politicamente improponibile. Quindi chi
vi parla di “più Europa” mente sapendo di mentire, e lo fa per restare
aggrappato finché può alla cadrèga (mi adatto all’ambiente milanese).
Spiegazione: per “integrazione fiscale” si intende un
assetto istituzionale nel quale una parte consistente delle risorse pubbliche
di una unione monetaria è gestita dal bilancio federale (come negli USA) anziché
dai bilanci nazionali. Il vantaggio è che in caso di problemi in un singolo
Stato, tali da determinare una caduta dei redditi, il bilancio federale
automaticamente compensa, redistribuendo risorse verso i paesi in maggiore
difficoltà.
Prima della firma del Trattato di Maastricht Sala-i-Martin (Yale) e
Sachs (Cambridge MA) avevano fatto notare che negli USA, in media, ogni
dollaro di reddito perso dai cittadini di uno Stato dell’Unione a causa di una
recessione “locale” veniva compensato da una riduzione automatica di imposte
federali per 34 centesimi, e da un aumento di trasferimenti federali (sussidi
di disoccupazione, ecc.) per altri 6 centesimi. Totale: 40 centesimi venivano
recuperati dal contribuente, tramite un meccanismo “assicurativo” di
condivisione del rischio fra Stati, che agiva in automatico via bilancio
federale, evitando il crollo della domanda negli stati in recessione.
Nell’Unione Europea questo effetto di compensazione
automatica era stimato pari ad appena mezzo centesimo di dollaro, e le cose da
allora non sono molto cambiate. Con una compensazione fiscale così esigua,
rinunciare alla flessibilità del cambio era evidentemente stato pericoloso. Sala-i-Martin
e Sachs concludevano che il progetto europeo era a rischio, e ora lo vediamo
anche noi.
Al di là di questi fattori “congiunturali” (capacità di
reazione a uno shock recessivo), Jacques
Sapir calcola che per consentire ai paesi del Sud di colmare il loro
divario “strutturale”, i paesi del Nord dovrebbero trasferire loro 250 miliardi
di euro all’anno per dieci anni (per investimenti in ricerca e sviluppo e
infrastrutture) da aggiungere all’aiuto finanziario di emergenza e ai normali
trasferimenti comunitari già in atto. Queste risorse semplicemente non ci sono
o, se ci sono, chi le ha se le vuole tenere.
Precisiamo: questi meccanismi di compensazione congiunturali
o strutturali nell’Eurozona sono assenti non perché non se ne capisse
l’utilità, ma perché mancava la volontà politica di attuarli. Del resto,
pensateci: per i paesi del Nord, che hanno guidato il processo di integrazione
europea (il famoso asse franco-tedesco), non sarebbe stato razionale adottarli.
Nel medio periodo, infatti, ciò avrebbe comportato la necessità di trasferire,
in caso di problemi, risorse verso i paesi meno avanzati dell’Unione, e nel
lungo periodo avrebbe significato trovarsi a competere con dei pericolosi
concorrenti. Non è quindi per cattiveria ma per semplice calcolo economico (dei
paesi del Nord) che le istituzioni europee sono state disegnate in un altro
modo.
Del resto, se esistesse una volontà politica di cooperare
nell’Unione Europea, questa si sarebbe potuta manifestare anche senza modifiche
ai Trattati: sarebbe bastato che i paesi del Nord facessero politiche più
espansive, invece di deprimere i propri consumi interni. La Germania, in
particolare, non lo ha fatto, e non è
la prima volta. Manca chiaramente una volontà di cooperazione, perché il
progetto di Unione in realtà è un progetto di annessione. Chi lo guida non ha
alcun interesse a colmare gli squilibri strutturali: preferisce conservare il
proprio vantaggio, e usare i problemi congiunturali degli altri Stati sovrani
come strumento di ingerenza nelle loro politiche. In questo contesto, privarsi
del tasso di cambio come strumento di reazione a shock esterni è estremamente
dannoso.
Paolo Cardenà tramite Giuliano Olivati: “Se si torna a una new lira, e quindi si svaluta, i tuoi ricavi resterebbero in new lira, ma i costi degli input esteri aumenterebbero a causa della svalutazione, e quindi sconteresti questo differenziale”.
Ovvero: aumenterebbero i costi a parità di ricavi e
l’impresa andrebbe in difficoltà. Sembra un ottimo argomento, ma i dati lo
smentiscono. Le esperienze storiche ci dicono che quando il cambio si riallinea
ai fondamentali di un paese, l’economia riparte e non ci sono massicce ondate
di fallimenti. Non è successo in Italia nel 1992, e direi che non è successo
mai: qui
trovate una sintesi di alcune esperienze storiche di svalutazione, e vedrete
che generalmente la svalutazione è seguita da una ripresa (che non ci sarebbe
se le imprese fallissero!).
Il motivo è banale: esattamente come noi non mangiamo panini
di gomma imbottiti di catrame e non ci beviamo su un bel bicchiere di greggio,
allo stesso modo il processo produttivo non si alimenta solo di input esteri.
Il costo variabile più rilevante è in molti casi quello del lavoro, che
normalmente si allinea all’inflazione importata con un certo ritardo. A sua volta,
l’inflazione importata non rispecchia
(per gli stessi ovvi motivi) tutto
l’importo della svalutazione (qui uno
studio esteso sull’argomento). Quindi, se il paese svaluta del 15%, per gli
acquirenti esteri lo sconto del 15% è immediato, e loro ricominciano a
comprare, facendo alzare il fatturato dell’azienda. Per l’impresa, invece i
costi non aumentano subito e non del 15%. Questo è il motivo per il quale
generalmente a una svalutazione segue un aumento del prodotto nazionale.
Aggiungo due osservazioni.
La prima è che se il dr. Cardenà avesse ragione, allora, di
converso, per un paese in surplus sarebbe conveniente rivalutare: pagherebbe
meno le materie prime, e potrebbe offrire prezzi ancora più bassi sui propri
prodotti, andando ancora di più in surplus, senza contare che i suoi cittadini
avrebbero maggior potere di acquisto sui mercati esteri. Ma perché chi è in
surplus, come la Germania, fa di tutto per conservare un sistema nel quale non
si può rivalutare? Perché purtroppo ho ragione io, cioè hanno ragione i dati:
chi svaluta recupera Pil, e chi rivaluta invece generalmente raffredda
l’economia.
La seconda è che la svalutazione del cambio (svalutazione
esterna) ha effetti uniformi su tutti i cittadini (ugualmente colpiti dall’eventuale
inflazione importata) e rilancia la domanda estera. La svalutazione del salario
(svalutazione interna) colpisce solo i salariati e uccide la domanda interna.
Questo è il motivo per il quale esperienze come quella della Lettonia sono
fallimentari (vedi l’articolo citato sopra), ed è anche il motivo per il quale
un governo di banchieri naturalmente è portato a prediligere lo strumento della
svalutazione interna.
Edoardo Petiziol: “L’austerità in recessione è fallimentare. I benefici sono attesi per il 2020, secondo l’onorevole Galletti. Tra qui e il 2020 cosa ci aspetta?”
Lo ho chiarito a suo tempo nel mio blog. Che le politiche di
austerità siano fallimentari è cosa nota, ieri riconosciuta
da me (con tantissimi altri),
oggi riconosciuta anche dal Fmi (guarda qui la
discussione a p. 21 e seguenti). In questa follia c’è del metodo: indebolire
l’economia italiana perché essa sia più facilmente aggredibile dai capitali
esteri, favorendo così il passaggio in mano tedesca, francese, olandese ecc. di
aziende private e pubbliche italiane (eventualmente privatizzate) capaci di
generare profitti una volta avviata la ripresa. Profitti che a quel punto
sarebbero reddito interno, ma non nazionale, perché andrebbero evidentemente
agli imprenditori stranieri (causando ulteriori problemi in bilancia dei
pagamenti). Il crollo degli indici azionari (teleguidato via spread) e il crollo della redditività
aziendale (indotto dall’austerità e dalla svalutazione interna) favoriscono
oggettivamente questo processo, mettendo gli imprenditori italiani in condizioni
tali da accettare qualsiasi offerta di acquisto della propria azienda, come ho
spiegato qui.
Se non usciamo, quindi, ci aspetta la svendita della nostra economia.
Andrea De Mauro: “C’è molta indecisione, paura di uscire e paura di restare. Ci si sofferma sempre sull’aspetto economico, ma forse è tutta la costruzione europea a essere asimmetrica, a non garantire politiche adatte ai singoli Stati”
Ottima osservazione. Il problema esiste ed è anche questo
ampiamente riconosciuto dalla letteratura scientifica. Il percorso di
integrazione europea attraverso Trattati “monolitici”, uguali per tutti, è
funzionale in realtà a una penetrazione dei grandi interessi economici del Nord
nei paesi del Sud, come riconosceva Giacchetti
prima della firma del Trattato di Maastricht. Nel “Il tramonto dell’euro”
affronto questo aspetto e la sua relazione con le dinamiche della corruzione in
Italia. Anche in questo caso sarebbe esistito e tuttora esiste un percorso
alternativo di integrazione, basato sul sistema delle giurisdizioni funzionali
sovrapposte, descritto ad esempio da Frey
dell’Università di Zurigo. Un approccio veramente liberale, perché scegliere ai
paesi le aree nelle quali intendono rafforzare la cooperazione, e efficiente,
perché meno vulnerabile al gioco dei veti incrociati. Purtroppo, sarebbe anche
meno utile ai vasi di ferro dell’Unione Europea, e per questo si è scelta la
strada “sovietica” dell’Unione Europea, che enfatizza le asimmetrie anziché
combatterle.
Matteo Berta: “Oltre alla sua alternativa, c’è l’alternativa della MMT”.
Passo. Intanto le teorie che espongo nel mio blog, come la
discussione precedente chiarisce, non sono mie, ma riflettono il pensiero di
altri qualificatissimi esponenti del pensiero economico internazionale. Sto
sempre molto attento a citare le fonti e a non “personalizzare” il dibattito. Quindi
non esiste una “mia” alternativa. Circa la MMT, mi sono espresso nel video e
nel blog: la mia critica alla divulgazione italiana di questa teoria è riferita
all’efficacia e all’opportunità politica di certi messaggi (inclusa l’eccessiva
personalizzazione del dibattito).
In ambito teorico è tuttora in corso un dibattito su quale
sia l’effettivo apporto teorico di questa scuola di pensiero. Posso solo dire
che l’affermazione più volte ripetuta da uno dei suoi esponenti, Randall Wray,
circa il fatto che nell’attuale regime monetario internazionale, basato sul
corso forzoso (perché il dollaro non è più convertibile in oro), i paesi non
sono soggetti a vincolo di bilancia dei pagamenti, è evidentemente falsa, come
dimostrano le varie crisi dei paesi emergenti e non, inclusa la crisi
statunitense. In particolare, il motivo delle ricorrenti crisi statunitensi è
stato spiegato nel 1960 dall’economista Triffin e chi fosse interessato ad
approfondire trova una spiegazione qui (nel par. 4). La
dipendenza persistente dalle altrui merci o fattori di produzione storicamente
si è sempre rivelata un problema per i paesi, incluso, oggi, quello che per
pagare deve semplicemente stampare dollari (cioè gli Usa).
Luca Battanta: “Siamo entrati truccando i conti: quale futuro poteva avere la moneta? La produttività è limitata dalle tasse sul costo del lavoro. La Gran Bretagna vuole addirittura uscire: non è forse il modello britannico che potrebbe essere adatto all’Italia?”
Molte domande. Sul
“truccare i conti” ho risposto in video: che Italia, Belgio, Grecia e altri
paesi fossero “fuori scala” rispetto ai parametri di Maastricht era
perfettamente noto. Il “trucco” non era necessario. Ne “Il tramonto dell’euro”
ricordo come la decisione di ammetterci (volevo dire: annetterci) all’Eurozona
sia stata presa per precisa e documentata volontà dei governanti tedeschi,
contro il parere delle relative istanze tecniche, sostanzialmente perché
l’Italia interessava come mercato di sbocco, e tanto più quanto più l’unione
monetaria rischiasse di indebolirla. Questo oggi è placidamente
ammesso dagli stessi politici italiani che hanno gestito il processo.
L’incidenza del cuneo fiscale potrebbe avere effetti sulla
competitività, e quindi indirettamente sulla produttività: in linea di
principio sono d’accordo. La relazione però non è così lineare, come ci ricorda
spesso Claudio Borghi su Twitter, perché, guarda un po’, il paese con il cuneo
più alto è il Belgio (che teoricamente
sta nel gruppo dei “buoni”) e quello con il cuneo più passo è l’Irlanda (che decisamente sta nel gruppo dei
“cattivi”, anche se in via di redenzione). Qui
i dati, per non parlare al vento. Va da sé che finché paghiamo interessi
sul debito pubblico esorbitanti semplicemente per restare dentro l’Eurozona
rinunciando alla nostra sovranità monetaria, non ci sarà mai spazio fiscale per
fare una politica fiscale meno penalizzante per le imprese italiane.
Circa il modello britannico, bisogna intendersi. Se parliamo
del tirarsi fuori dall’Eurozona, e forse dall’Unione Europea, io ritengo che
sarebbe un’opzione percorribile anche per l’Italia, per motivi che argomento nel
mio libro.
Stefania: “Gli ascoltatori sono contrari a questa Europa e a questo euro”
Il fatto è che un’altra Europa è possibile (vedi sopra il
lavoro di Frey), ma un altro euro no, come argomento nel mio libro,
semplicemente perché i paesi europei non
hanno le caratteristiche che consentono di sostenere una moneta unica e non hanno fatto alcun passo decisivo per
conseguirle (uniformando le economie reali, cioè i sistemi educativi, i mercati
del lavoro, i sistemi di welfare, le dotazioni infrastrutturali, ecc.).
Aggiungo che per loro stessa amissione i governanti europei non hanno fatto
questi passi, sapendo che sarebbero stati necessari, perché erano consapevoli
del fatto che ciò avrebbe condotto a crisi che avrebbero reso più accettabili
da parte dei cittadini certi programmi di riforma. Non è una teoria del
complotto, sono, come sapete, ammissioni degli stessi governanti. I lettori del
mio blog hanno raccolto una lunga lista di queste confessioni in
questo post.
Marco Mantovani: “Bloomberg ha detto che rimpiange la lira ma l’euro è comunque irrinunciabile. Il problema dell’euro è che è troppo forte. Ciò favorisce gli Usa. Quelli che crescevano erano però anche quelli con la moneta più forte. Non è che l’economia cresce quando c’è la domanda interna, come accade in Germania che sta rallentando meno degli altri?”
Anche questa osservazione dimostra profondità e ampiezza di
vedute. Non si può considerare il problema dell’euro al di fuori del contesto
monetario internazionale. Il diavolo, però, si annida in alcuni significativi
dettagli.
Intanto, Marco, a differenza di altri, interpreta
correttamente l’articolo di Bloomberg: la tesi sostenuta non è esattamente che
bisognerebbe tornare alla lira, ma che l’euro dovrebbe comportarsi come la lira
(cioè cedere) piuttosto che come il marco (cioè rivalutarsi). Nell’articolo
originale non troviamo però l’affermazione che “non è possibile
reintrodurre lire, dracme o pesetas senza produrre default e inflazione a
doppia cifra”, che figura invece nella presentazione
italiana. Anzi: l’articolo di Bloomberg conclude citando
un esperto il quale afferma: “The peripheral economies absolutely must be able
to devalue and at the moment they are not able to do that”. Si riconosce
cioè che il problema è che i paesi del Sud non possono svalutare, perché non
hanno una propria valuta. Quindi Bloomberg ammette implicitamente quello che
molti ormai vedono, cioè che la svalutazione dell’euro sarebbe solo un
palliativo per i problemi dell’Eurozona, perché non compenserebbe i divari
regionali.
Vorrei dare a Marco due stimoli.
Il primo è che nell’ultimo anno l’euro ha ceduto rispetto al
dollaro di circa l’11%. I dati si trovano qui. Questo, se da un lato non ha
causato iperinflazione (segno che non mangiamo solo petrolio), dall’altro non
sembra aver dato un particolare sostegno alle nostre economie. C’è da chiedersi
se una ulteriore correzione del 5% sarebbe veramente risolutiva per i nostri
problemi.
Il secondo è che la Germania non è stata, come Marco
ritiene, la locomotiva, ma piuttosto il rimorchio dell’Eurozona. Nel periodo
dal 1999 al 2007 l’unico paese che è cresciuto meno della Germania è stato
l’Italia, e la Germania è cresciuta poco per via di una domanda interna particolarmente
repressa, come testimoniano economisti italiani, tedeschi,
e anche il
sottoscritto.
Non è una novità: chi cresce molto, di solito importa anche
molto, il che indebolisce il cambio. Di converso, se vuoi esportare molto, non devi
consumare tu i beni che produci (è abbastanza ovvio). Questo risultato la
Germania lo ha ottenuto contenendo fortemente i salari. Ciò ha causato una
serie di squilibri sia all’interno del paese che all’interno dell’Eurozona. Il
fatto che la Germania sia cresciuta meno di quanto le sue forti esportazioni
avrebbero permesso, è legato al fatto che i suoi salari sono cresciuti meno
della sua produttività. I lavoratori tedeschi, insomma, non hanno beneficiato
particolarmente dei successi dell’industria tedesca, e questo ha determinato
una situazione di squilibrio nell’intera Eurozona, come riconosce
l’Organizzazione Internazionale del Lavoro nel suo rapporto 2012
(vedi il box 4).
Daniele Kesh: “L’Unione Europea chiama Bagnai per uscire dall’euro”.
Come ho detto in trasmissione, sarebbe bello, ma è
irrealistico, e renderebbe comunque inutile il mio libro, che considera quello
personalmente ritengo lo scenario più probabile: quello di uscita unilaterale
di un paese (verosimilmente la Francia), piuttosto che di “smontaggio”
concordato dell’euro. Certo, se la razionalità prevalesse la cosa migliore
sarebbe mettersi d’accordo. Uno scenario simile, quello di uno smantellamento
concertato e simultaneo dell’Eurozona, è stato considerato da un gruppo di
economisti francesi ed è riportato qui.
C’è anche chi favorisce l’ipotesi di una divisione dell’euro in due, con
“fuoriuscita” dei paesi del Nord, come nell’articolo che mi è stato
recentemente inviato da due colleghi polacchi e che trovate qui. Molti
sostengono che l’uscita di un paese (o gruppo di paesi) “forti”, con la
creazione di un Neuro (euro del Nord) sarebbe meno traumatica rispetto ad altri
scenari, e forse è così. Nel mio testo però ho analizzato il caso di una uscita
non concordata di un singolo paese del Sud, prendendo come riferimento
l’Italia. Va ricordato che secondo Merril Lynch (in uno
studio commentato qui)
l’Italia sarebbe il paese più avvantaggiato da un’uscita unilaterale, e nel
blog cito diversi studi che descrivono possibili percorso di uscita, come
quello di Bootle
e quello di Tepper,
utili per farsi un’idea sulle modalità pratiche e sulle precedenti esperienze
storiche.
Dal web tramite Olivati (ambasciator non porta pena): “Per venirne fuori non dobbiamo uscire dall’euro ma azzerare i debiti”
Questa mi sembra un’osservazione un po’ semplicistica. Va da
sé che nella storia dell’umanità i debiti si sono sempre fatti, ma li si è
pagati solo ogni tanto. Il default,
cioè la bancarotta, non è un’invenzione moderna. Nel nostro caso però penso
sarebbe saggio chiedersi di quali debiti si parla, e come si sono accumulati.
Ora, il dato è che in tutti i paesi in crisi i debiti che
hanno causato tensioni sono quelli di debitori privati (famiglie e imprese)
verso creditori esteri. Il debito pubblico in Irlanda, Spagna, Italia stava
diminuendo, in Grecia era stazionario, e in Portogallo era in lieve aumento,
mentre il debito estero (privato) era in aumento ovunque. L’euro è parte di
questo processo. I debiti sono stati contratti dal settore privato del Sud per
acquistare beni prodotti al Nord (automobili, sottomarini, ma anche carne e
latte), e l’euro ha favorito questo processo due volte: la prima, perché
ingessando il cambio, ha reso per i paesi del Sud più conveniente l’acquisto
dei beni del Nord; la seconda perché, sempre eliminando il cambio, ha favorito
il prestito al Sud da parte delle banche del Nord, che non temevano più il
rischio di svalutazione e ritenevano più “credibili” i paesi entrati nella
moneta unica.
I debiti “pericolosi” (quelli di famiglie e imprese) si sono
accumulati direttamente e indirettamente a causa dell’euro. Possiamo anche
decidere di condonarli (il che obbligherebbe a salvataggi bancari ancora più
massicci di quelli in corso), ma mantenendo l’euro, in capo a pochi anni ci
ritroveremmo nella medesima situazione.
Con la flessibilità del cambio i paesi del Sud avrebbero
acquistato meno beni al Nord (perché il cambio del Sud si sarebbe svalutato,
rendendo meno convenienti i beni altrui), e i paesi del Nord avrebbero prestato
con meno incoscienza al Sud (temendo di ricevere indietro moneta svalutata). La
flessibilità del cambio, in questo senso, è un meccanismo che naturalmente
disciplina i comportamenti dei mercati. Rinunciarvi è pericoloso. Il debito
pubblico è andato fuori controllo dopo, sia per la necessità di salvare la
banche (soprattutto in Germania, Belgio e Irlanda), sia perché la crisi di famiglie
e imprese ha fatto cadere il gettito fiscale e aumentare i trasferimenti dello
Stato (in Italia ecc.). Il debito pubblico quindi è l’ultimo dei problemi, nel
senso che arriva dopo gli squilibri
causati dalla rigidità del cambio e dopo
i debiti privati che hanno finanziato questi squilibri. Ragionare in termini di
“cancelliamo il debito pubblico” quindi è un po’ come curare la polmonite con
un antistaminico. Buona fortuna!
Edoardo Petiziol: “Il barista bravo e l’agenda Bagnai”
Solo una precisazione: l’esempio del barista me lo ha fatto
il mio amico Alessandro Guerani, e rende esattamente l’idea della nostra
situazione. L’economia è fatta di offerta e di domanda, e l’euro trucca le
carte a nostro svantaggio.
Circa l’agenda, se ci riferiamo alle modalità “tecniche” di
uscita, ne ho parlato sopra. Nel testo entro in tutti i dettagli e le cifre
relative all’Italia, che non sono
preoccupanti perché in effetti, come segnala Merril Lynch, l’Italia sta messa meglio di tanti altri paesi (non solo
del blocco periferico).
Se ci riferiamo invece al percorso da intraprendere dopo, la mia idea (non originale, perché
viene addirittura da James Meade, 1957) è che bisognerebbe proseguire un
percorso di integrazione europeo, ma basandosi sull’equilibrio dei conti esteri,
non di quelli pubblici. Un’idea abbastanza banale, visto che i paesi in
difficoltà, come Irlanda e Spagna, erano quelli con debito pubblico in calo e
debito estero in crescita!
I tre assi sui quali definire la politica di integrazione
europea nel medio periodo dovrebbero essere:
1)
mantenimento della flessibilità del cambio;
2)
allineamento dei salari alla produttività;
3)
quantificazione del deficit pubblico in funzione
del tasso di crescita dell’economia compatibile con l’equilibrio esterno.
Parto alla fine: nei paesi in surplus di bilancia dei
pagamenti, i governi dovrebbero spendere di più, sostenendo così direttamente i
redditi dei propri cittadini, e indirettamente quelli dei cittadini degli altri
paesi. Nei paesi in deficit di bilancia dei pagamenti i governi dovrebbero fare
tagli, ma questi sarebbero meno dolorosi perché le economie colpite
beneficerebbero dell’espansione della domanda proveniente dai paesi in surplus.
Si tratta di un semplice principio di coordinamento delle politiche fiscale.
L’allineamento dei salari alla produttività ha
sostanzialmente la stessa funzione (ne ho parlato sopra) ed è al centro di
numerose proposte di economisti italiani
e tedeschi (ancora
una volta, niente di originale).
Quello che gli illustri colleghi però non vogliono vedere è
che queste misure richiedono una volontà di cooperare che potrebbe non esserci.
In questo senso diventa essenziale mantenere la flessibilità del cambio: se un
paese infatti deviasse dalle regole sul coordinamento della spesa pubblica o
della dinamica delle retribuzioni (praticando una politica aggressiva di
“svalutazione” dei salari e repressione della crescita, come ha fatto la
Germania dal 2003 al 2007), agli altri paesi rimarrebbe l’arma della
svalutazione difensiva. Si vis pacem para
bellum. Un’agenda molto semplice.
Se poi la volontà politica di proseguire un cammino di
integrazione mancasse (ma non lo credo), comunque meglio soli che male
accompagnati. Come documento nel testo, in giro per il mondo ci sono decine di
paesi delle nostre dimensioni economiche, in varie latitudini, con o senza
materie prime, tutti dotati di autonomia monetaria e valutaria. L’idea che
l’Italia sia “troppo piccola” per permettersi questa autonomia è un’idea un po’
sciocchina, che si sbriciola al confronto coi dati.
Andrea De Mauro: “Se uscisse solo l’Italia come potrebbe affrontare i mercati finanziari: il tasso di interesse diventerebbe elevatissimo”.
Ahi, ahi, ahi! Qui però Andrea mi cadi nel luogocomunismo! Le
cose stanno in realtà in modo assolutamente opposto, come riconoscono i
migliori studi internazionali (vedi Merril Lynch). Il
tasso di interesse è elevato adesso perché i mercati sanno quello che succederà
e stanno prezzando il rischio di una nostra uscita con svalutazione. Una volta
materializzatosi questo evento, succederebbero due cose: (1) all’interno
redditi e risparmi crescerebbero, riducendo il bisogno di ricorrere a
finanziamenti esteri (un bisogno già relativamente contenuto in Italia rispetto
ad altri paesi dell’Eurozona, visto che siamo fra i primi sia come avanzo
pubblico primario che come tasso di risparmio delle famiglie); (2) i tassi di
interesse non dovrebbero più incorporare un premio per il rischio, perché il
debito emesso nella nuova valuta sarebbe liquido, avendo lo Stato italiano
recuperato sovranità monetaria.
Per questi due motivi ci si aspetta che lo sganciamento
dall’euro avrebbe un effetto propizio sui tassi, facendoli scendere, come lo
ebbe nel 1992 l’uscita dallo Sme, in seguito alla quale i tassi scesero,
anziché salire, come racconta qualche disinformato. Dettagli e ordini di
grandezza li trovi nel testo o nel mio blog.
Matteo Berta: “È possibile restare nell’euro con una Bcesimileallafed?”.
No, per i motivi che ho spiegato qui
e qui.
In sintesi, siccome l’inflazione non
è causata dalla crescita della moneta, moneta unica non significa inflazione
unica, e qualsiasi politica monetaria centralizzata di qualsiasi tipo non può
risolvere gli squilibri dell’Eurozona, che sono squilibri fra un paese e l’altro.
La stessa cosa è successa in Italia, dove avere la stessa Banca centrale
sovrana per 150 anni non ha risolto
gli squilibri del Mezzogiorno.
Luca Battanta: “Una doppia circolazione fra una nuova lira e l’euro potrebbe essere un modo per uscire in maniera soft”
La moneta unica vantaggi non ce ne ha dati (a meno che non
crediate alla bufala del dividendo, per la quale vi rimando all’amico Claudio
Borghi), quindi non vedo il
punto di mantenerla. Non capisco cioè a cosa serva usare la sovranità solo a
metà, mettendo su una doppia circolazione che sarebbe estremamente difficoltosa
da gestire.
Stefania: “Marta sostiene che l’euro ha compromesso la democrazia nel nostro paese”
Secondo me questo è il vero problema. Il rifiuto dell’euro
deve essere un rifiuto senza se e senza ma di un metodo di governo, quello
basato sull’uso della crisi economica come manganello per costringere i popoli
europei ad accettare “riforme strutturali” a senso unico. Se anche fuori
dall’euro ci fosse la catastrofe economica (e invece c’è la ripresa),
bisognerebbe comunque abbandonarlo per riappropriarsi del potere di decidere
democraticamente sul proprio futuro.
Marco Mantovani: “Riccardo Puglisi chiede per quale ragione gli Usa sarebbero un’area valutaria ottimale e l’Eurozona no”.
Vedi sopra. Non esiste e non è politicamente proponibile un’integrazione
fiscale, e sono comunque difficilmente praticabili, e richiedono un lungo
cammino, le altre “integrazioni” che la teoria economica richiede come
propedeutiche per una efficace unione monetaria: quella culturale, dei sistemi
educativi, di welfare, e del mercato del lavoro, senza le quali una effettiva
mobilità del lavoro (altro elemento portante di un’unione monetaria efficace)
non è possibile. L’esperimento è fallito perché non poteva riuscire. Forse è
fallito anche perché doveva fallire, nel senso che, come nel caso dell’annessione
della Germania Est, chi ha guidato questo processo sperava di poter più
facilmente inglobare i paesi limitrofi se li avesse schiacciati sotto un cambio
insostenibile.
Personalmente credo che l’identità europea nasca dall’interazione
fra le identità nazionali. Preservare sovranità mi sembra il modo migliore di
preservare l’Europa. Migrare dalla Grecia alla Finlandia non è e non sarà
ancora per parecchi decenni come migrare da San Diego a New York. La moneta
unica non ha aiutato e non aiuterebbe questo tipo di evoluzione. Al contrario,
essendo una scelta economicamente irrazionale, la sta ostacolando. I politici
che vogliono “volare alto”, sopra le leggi dell’economia, sono come degli
ingegneri che vogliano volare alto, sopra le leggi della fisica. Non passerei sopra
un ponte costruito da simili ingegneri, e non voglio vivere in un paese
governato da simili politici
E tu, Riccardo?
(spero sia tutto chiaro, altrimenti chiedete e aggiungo dettagli)
Un altro nome da ricordare...
Marianna Rizzini. Chi era costei? Una giornalista. Qui il suo capolavoro di informazione, da accostare a quelli di Livini, o di Marvelli e Pagliuca, in una ideale trilogia.
Che i giornalisti italiani siano superficiali non è una novità: lo ammettono essi stessi (almeno, quelli migliori, e comunque a microfoni spenti).
Alla loro ignoranza, poi, si deve applicare il solito principio: povertà non è vergogna. Se una porella ha studiato Lettere (o Scienze di qualchecosa), come le si può chiedere di apprezzare il fatto che le posizioni qui espresse sulla crisi dell'Eurozona all'estero sono considerate totalmente mainstream? Quello del giornalista è l'unico mestiere nel quale si attacca il padrone dove vuole l'asino (o l'elefante, in questo caso). Non si può nemmeno chiedere, a chi viene incaricato di fare un pezzo di colore per screditare un ipotetico avversario politico, di apprezzare la differenza fra un'iniziativa scientifica e un convegno di partito (o movimento che sia). E non vale nemmeno la pena di rivolgersi a qualcuno che non sia il Padreterno per tutelare il proprio nome a fronte di un attacco così sconclusionato...
E a noi piace ricordarla (e poi, subito dopo, dimenticarla) così, la Rizzini, con la sua penna fluente e con il suo umorismo. Non quello volontario, perché quello è una dura conquista, per lei ancora lontana: troppi libri dovrebbe leggere la nostra amica, la migliore amica dell'uomo, per dotarsene. Quello involontario, quello del quale, ricorderete, madre Natura è stata così generosa con gli euristi. Perché bisogna avere una ben limitata capacità di comprensione per dare del grillino proprio a me! Certo: grillino come Krugman, o come Meade, o come Kaldor, o come Godley, o come Dornbusch, ecc. La lista la conoscete.
Quanta pazienza ci vuole...
Ecco: se mai avevate un dubbio, adesso almeno voi che mi seguite potete capire che non è per snobismo che mi rifiuto di leggere i giornali italiani. Ora che sapete quanto è stolidamente superficiale questa gente quando parla di economia, cosa vi lascia supporre che lo sia di meno quando parla di cose più complesse come la fisica nucleare, la bioetica, i sistemi elettorali? Nulla.
Questa qui, ad esempio, porella, non parla certo di noi così per cattiveria. È proprio fatta così: non sa di cosa parla. Questa è la tragedia della democrazia: il fatto che lo status di informatori venga riconosciuto a personaggi simili. Va anche detto, per scusarla, che forse non lei, ma chi la paga deve avere una fifa blu: lo spettro di Grillo incombe all'orizzonte, cosa che a me non manda particolarmente in sollucchero (come è noto a tutti tranne che agli informatori di regime), ma che per questo establishment di mentitori, traditori e collaborazionisti suona evidentemente come una campana a morto (e questo un certo sottile piacere me lo dà, lo confesso).
Da qui la scompostezza di certe operazioni, che non può e non deve essere perdonata, ma che diventa per lo meno comprensibile se collocata nel suo giusto contesto.
(a proposito di coglioni: il cugino ha detto a Uga che Babbo Natale non esiste, che non è esattamente come quando io dico ai piddini che l'euro non esiste... Chissà se ora la povera Uga capirà com'è andata quella notte...).
Che i giornalisti italiani siano superficiali non è una novità: lo ammettono essi stessi (almeno, quelli migliori, e comunque a microfoni spenti).
Alla loro ignoranza, poi, si deve applicare il solito principio: povertà non è vergogna. Se una porella ha studiato Lettere (o Scienze di qualchecosa), come le si può chiedere di apprezzare il fatto che le posizioni qui espresse sulla crisi dell'Eurozona all'estero sono considerate totalmente mainstream? Quello del giornalista è l'unico mestiere nel quale si attacca il padrone dove vuole l'asino (o l'elefante, in questo caso). Non si può nemmeno chiedere, a chi viene incaricato di fare un pezzo di colore per screditare un ipotetico avversario politico, di apprezzare la differenza fra un'iniziativa scientifica e un convegno di partito (o movimento che sia). E non vale nemmeno la pena di rivolgersi a qualcuno che non sia il Padreterno per tutelare il proprio nome a fronte di un attacco così sconclusionato...
E a noi piace ricordarla (e poi, subito dopo, dimenticarla) così, la Rizzini, con la sua penna fluente e con il suo umorismo. Non quello volontario, perché quello è una dura conquista, per lei ancora lontana: troppi libri dovrebbe leggere la nostra amica, la migliore amica dell'uomo, per dotarsene. Quello involontario, quello del quale, ricorderete, madre Natura è stata così generosa con gli euristi. Perché bisogna avere una ben limitata capacità di comprensione per dare del grillino proprio a me! Certo: grillino come Krugman, o come Meade, o come Kaldor, o come Godley, o come Dornbusch, ecc. La lista la conoscete.
Quanta pazienza ci vuole...
Ecco: se mai avevate un dubbio, adesso almeno voi che mi seguite potete capire che non è per snobismo che mi rifiuto di leggere i giornali italiani. Ora che sapete quanto è stolidamente superficiale questa gente quando parla di economia, cosa vi lascia supporre che lo sia di meno quando parla di cose più complesse come la fisica nucleare, la bioetica, i sistemi elettorali? Nulla.
Questa qui, ad esempio, porella, non parla certo di noi così per cattiveria. È proprio fatta così: non sa di cosa parla. Questa è la tragedia della democrazia: il fatto che lo status di informatori venga riconosciuto a personaggi simili. Va anche detto, per scusarla, che forse non lei, ma chi la paga deve avere una fifa blu: lo spettro di Grillo incombe all'orizzonte, cosa che a me non manda particolarmente in sollucchero (come è noto a tutti tranne che agli informatori di regime), ma che per questo establishment di mentitori, traditori e collaborazionisti suona evidentemente come una campana a morto (e questo un certo sottile piacere me lo dà, lo confesso).
Da qui la scompostezza di certe operazioni, che non può e non deve essere perdonata, ma che diventa per lo meno comprensibile se collocata nel suo giusto contesto.
(a proposito di coglioni: il cugino ha detto a Uga che Babbo Natale non esiste, che non è esattamente come quando io dico ai piddini che l'euro non esiste... Chissà se ora la povera Uga capirà com'è andata quella notte...).
Due aggiornamenti: presentazione e ebook
Per chi fosse interessato e non fosse su Twitter (@AlbertoBagnai), vi segnalo qui la presentazione del libro nell'anteprima web dell'Ultima parola. Sto lavorando nel mio letto di dolore per rispndere alle domande alle quali non ho risposto in trasmissione, dopo "posto" le risposte...
Sempre per gli interessati, è uscita la versione Kindle de "Il tramonto dell'euro". Se la cercate la trovate, non metto link altrimenti quello comincia "Ma quella è una multinazionale..." e io mi incazzo: non so se lo avete capito, ma non mi sembra che le aziende nazionali siano così avide di denaro: in particolare, di vendere il mio libro non se ne parla, quindi se chi lo vuole leggere lo trova in una multinazionale il problema qual è? Che appesantiamo la bilancia dei pagamenti? Sono d'accordo: ma se questo libro non raggiungerà la diffusione a quattro zeri che merita e che il vostro impegno gli sta assicurando (grazie), sarà difficile far entrare nelle zucche piddine la corretta soluzione del problema, che non è l'autarchia, ma il riallineamento del cambio ai fondamentali del paese (che poi vanno migliorati, va da sé).
Se semo capiti... Il solito, banale, complotto dei rettiliani... Ma alla fine è il bene che vince, prima della fine del mondo, va da sé, attesa per il 21/12 (il fascino dei palindromi...).
(sempre per chi non fosse su Twitter: ieri parto da Milano centrale, faccio un salto alla Feltrinelli, cerco il testo... e lo trovo: tre copie in alto a sinistra - la corretta collocazione - un po' inaccessibili e sfregiate da un'orrenda pecetta verde che mascherava il ghigno voltaico. Di Phastidio copie su copie, in basso a destra - la corretta collocazione - tutte lì. Dato conforme alle classifiche Amazon. Penso: "piddini si nasce..." e prendo il treno. Poi a Firenze twitto che ci son tre copie alla Feltrinelli di Milano centrale. Prima di arrivare a Roma apprendo che son state vendute (me lo twittano gli acquirenti). E la morale della favola qual è? Che magari fosse un complotto dei rettiliani!)
Sempre per gli interessati, è uscita la versione Kindle de "Il tramonto dell'euro". Se la cercate la trovate, non metto link altrimenti quello comincia "Ma quella è una multinazionale..." e io mi incazzo: non so se lo avete capito, ma non mi sembra che le aziende nazionali siano così avide di denaro: in particolare, di vendere il mio libro non se ne parla, quindi se chi lo vuole leggere lo trova in una multinazionale il problema qual è? Che appesantiamo la bilancia dei pagamenti? Sono d'accordo: ma se questo libro non raggiungerà la diffusione a quattro zeri che merita e che il vostro impegno gli sta assicurando (grazie), sarà difficile far entrare nelle zucche piddine la corretta soluzione del problema, che non è l'autarchia, ma il riallineamento del cambio ai fondamentali del paese (che poi vanno migliorati, va da sé).
Se semo capiti... Il solito, banale, complotto dei rettiliani... Ma alla fine è il bene che vince, prima della fine del mondo, va da sé, attesa per il 21/12 (il fascino dei palindromi...).
(sempre per chi non fosse su Twitter: ieri parto da Milano centrale, faccio un salto alla Feltrinelli, cerco il testo... e lo trovo: tre copie in alto a sinistra - la corretta collocazione - un po' inaccessibili e sfregiate da un'orrenda pecetta verde che mascherava il ghigno voltaico. Di Phastidio copie su copie, in basso a destra - la corretta collocazione - tutte lì. Dato conforme alle classifiche Amazon. Penso: "piddini si nasce..." e prendo il treno. Poi a Firenze twitto che ci son tre copie alla Feltrinelli di Milano centrale. Prima di arrivare a Roma apprendo che son state vendute (me lo twittano gli acquirenti). E la morale della favola qual è? Che magari fosse un complotto dei rettiliani!)
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