Col ravvivarsi dell’attenzione sulle incongruenze del Patto di stabilità si riaccende l’interesse per la logica dei parametri di bilancio. Ora, l’analisi di come si sia arrivati ai parametri non dico sia priva di interesse storico: distoglie tuttavia l’attenzione da qualcosa che ci riguarda molto di più, cioè sulle implicazioni di quei parametri, e in particolare della loro coerenza interna, per il nostro presente!
Si, capisco: la storia di Guglielmo Ape (Guy Abeille) che avrebbe proposto il 3% per la sua efficacia comunicativa (o per riferimenti teologici?) ha un suo crunch (come direbbe un foodblogger), se non fosse che l’abbiamo sentita mille volte, e che è sostanzialmente irrilevante rispetto al nocciolo del problema. Anche questo, qui, lo abbiamo affrontato mille volte, ma possiamo fare mille e uno, mentre solchiamo gli altipiani d’Abruzzo in compagnia di membri di Governo trafitti da mille telefonate, a mo’ di San Sebastiano.
Ricordo (a me stesso, ça va sans dire) tre cose:
- Che la governance europea prevede che il rapporto debito/Pil non superi il 60%;
- Che il tasso di crescita di un rapporto dipende di tassi di crescita di numeratore e denominatore;
- Che il deficit definisce la crescita del debito, cioè del numeratore del rapporto debito/Pil.
Breve intermezzo per parlarvi di un altro rapporto: la velocità, che, come credo sappiate, si misura in km/h (i fisici usano il m/s, ma sempre un rapporto è…). Ora, il fatto è che se partite alle ore 10 dallo svincolo di Settebagni e viaggiate verso nord alla velocità di 100 km all’ora, quando arriverete al casello di Orvieto, il vostro orologio non potrà indicare le nove del mattino, perché ci sarebbe quella storia del fatto che il tempo indietro non torna (ma non vi annoio con la termodinamica), così come non potrà indicare le 10:15, o le 17, o qualsiasi altro orario diverso dalle 11, per il semplice motivo che fra lo svincolo di Settebagni e quello di Orvieto ci sono 100 km, per cui, se viaggi a 100 km all’ora, quando, partendo da Settebagni, arrivi a Orvieto, necessariamente è passata un’ora.
Forse questo lo avete capito (ma non poniamo limiti alla divina provvidenza). Ma già se dicessi che quando fissi il valore di un rapporto e quello del suo numeratore, necessariamente hai fissato anche quello del denominatore, perderei per strada i tre che sono rimasti (e questo mi farebbe riflettere su quanto orribili siano le altre forme di governo, visto che la democrazia secondo Churchill è meno peggiore di loro). Eppure, dire che se fissi la velocità e lo spazio percorso hai automaticamente fissato anche il tempo in cui lo hai percorso è esattamente la stessa cosa!
Ora, il problema vero delle regole di Maastricht è esattamente questo: che fissano il valore del rapporto (60%) e il tasso di crescita del numeratore (3%), senza specificare qual è il tasso di crescita del denominatore (cioè del Pil nominale) che necessariamente ne consegue. Come abbiamo visto a tempo debito, questo tasso di crescita è approssimativamente del 5% annuo (l’aritmetica che conduce a questo risultato è leggermente macchinosa ma alla portata di chi sa le quattro operazioni). E qui comincia a incespicare l’asino europeo, perché siccome nella sua insondabile autonomia e indipendenza la Banca centrale ha deciso che l’inflazione in Europa deve essere dove lei non riesce a tenerla, cioè al 2%, questo 5% di crescita nominale si può ottenere solo con un 3% di crescita reale (perché siccome la crescita nominale è pari alla somma di inflazione e crescita reale, la differenza fra crescita nominale e inflazione è la crescita reale).
Credo comprendiate l’assurdità!
Stiamo avendo minacce (così le chiamano) di inflazione superiore al 2% con un tasso di crescita del Pil inferiore all’1%, figuratevi a quanto potrebbe salire l’inflazione se la domanda aggregata, cioè il Pil, crescesse in termini reali al triplo della velocità! Bisogna essere veramente molto imbecilli o completamente digiuni di economia per poter immaginare un sistema economico attuale in cui nel lungo periodo una crescita reale così sostenuta sia associata ad una inflazione così contenuta. Una roba simile non si è osservata mai, e se questo è successo possiamo immaginare che ciò dipenda dal fatto che ci sono caratteristiche strutturali delle moderne economie occidentali che impediscono anche una crescita simile avvenga con una dinamica di prezzi così contenuta.
Questo per ragionare in termini astratti sulla coerenza del modello sottostante alle regole (perché i parametri possono anche essere dati a caso, ma la legge che governa la crescita di un rapporto è sempre quella, indipendentemente da quanto estemporanei siano gli ingredienti che ci metti dentro).
Se invece vogliamo ragionare in termini concreti sull’esperienza attuale, e vedere in che modo ottenere terne coerenti di rapporto debito/Pil, rapporto deficit/Pil, e crescita nominale, allora dobbiamo scegliere quale parametro considerare costante. La crescita nominale dell'Italia dall'entrata nell'euro a oggi è stata pari al 2,6%, quindi, se volessimo tenere buono il parametro del debito, per ottenere un rapporto debito/Pil al 60% con una crescita del denominatore così bassa, pari a circa la metà di quella implicita nei parametri di Maastricht, il rapporto deficit/Pil non dovrebbe essere al 3%, ma più basso, pari a circa la metà del parametro del deficit, cioè all'1,56%. Purtroppissimo invece è stato più alto, pari a circa il 3,7%. Se invece volessimo tenere fermo il parametro del deficit al 3%, allora, con una crescita così bassa del denominatore, il rapporto in equilibrio dovrebbe essere più alto, pari al 115% (anche qui, quasi il doppio del parametro di Maastricht). Ancora una volta, capita che questo rapporto dal 1999 a oggi sia stato mediamente più alto, pari a circa il 124% (un po' più del doppio del parametro di Maastricht).
Che cosa avremmo dovuto fare, allora?
Per gli economisti da bar la risposta è semplice: più che dimezzare il deficit storico, portandolo dal 3,7% all'1,56%. Insomma: se i tagli non funzionano, ci vogliono più tagli! Peccato però che con tagli simili difficilmente il tasso di crescita sarebbe potuto restare vicino al 2,6%: verosimilmente sarebbe stato inferiore!
Un'alternativa sarebbe quella (praticata nei primi dieci anni di vita dell'euro) di non prendere sul serio il parametro del 60%, e in effetti finché non l'abbiamo preso sul serio, questo rapporto, non abbiamo imposto politiche eccessivamente restrittive nel vano tentativo di raggiungerlo, e così il rapporto debito/Pil è calato (dal 113% nel 1999 al 103% nel 2007). I problemi sono iniziati quando per abbattere il rapporto debito/Pil abbiamo tagliato il deficit e quindi la crescita, che sarebbe un po' come se per andare meno veloci ci proponessimo di percorrere la metà dello spazio, ma in un quarto del tempo! Non credo che funzionerebbe, non trovate?
Eppure, c'è gente che la pensa così...
E la morale della favola qual è? Che il problema del 3% non è quello che ci dice, ma quello che non ci dice, e non è come è stato escogitato, ma che conseguenze ha sulla crescita di equilibrio, e che se proprio volessimo continuare a basarci su questa idea molto anni '80 della governance basata su regole, forse dovremmo rivedere radicalmente i parametri. Si accettano proposte...
Secondo me il consiglio è quello di abbandonare l'impresa.
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