giovedì 10 marzo 2016

ITAZUBI 2016: euro ed emigrazione (pardon: mobilità del lavoro)


(...ricevo da un lettore qui souhaite rester anonyme questa lettera. Segue breve commento per gli idioti di Schengen...)

Gentile Professore,
sono uno dei lettori presenti lo scorso XX/YYYY a Giovinia all'incontro con Goebbels; la ringrazio perché senza il suo lavoro avrei considerato quanto in oggetto semplicemente un "programma retribuito di studio e lavoro in Germania" finanziato dalle benevole istituzioni europee per i nostri giovani Relitti & Puzzoni.
Infatti, qualora non lo conoscesse, le segnalo che sotto il nome da manga giapponese si cela questo progetto:

https://www.thejobofmylife.de/de/home.html

che a Giovinia, dove la disoccupazione giovanile è altissima, ci è stato spiegato da questa "'Agenzia" pagata da fondi UE:

https://www.bridge4mobility.com/it/

come nei prospettini che in Furore di Steinbeck illudevano i poveracci dell'Oklahoma in fuga verso la terra promessa (quella almeno era la California) al giovane italiano bramoso di futuro spiegano bene come stanno le cose:

https://www.bridge4mobility.com/it/la-disoccupazione-giovanile-in-germania-e-la-piu-bassa-dell-unione-europea/

e cosa deve fare il giovane medesimo "PERCHE' L'EUROPA ne ha bisogno":

https://www.bridge4mobility.com/it/b4m-il-ponte-per-la-mobilita-lavorativa-in-europa/

alcune perle per quanti sono attenti ai rapporti tra lingua e potere ogni tanto ospiti su Goofynomics si trovan qui:

https://www.bridge4mobility.com/it/corsi-di-tedesco/
ancora grazie e saluti,
Anonimo Italiano

(...solo una considerazione. Qualche imbecille, sempre in eccesso di offerta, dirà: "Vedi come sono bravi i teteschi, come si organizzano!". Le cose stanno in modo diverso. I tedeschi sono bravi, come noi. Le loro élite un po' meno. Il loro capitalismo sappiamo come funziona, ha un'intrinseca deriva imperialistica - sopra la media degli altri capitalismi - che porta la Germania regolarmente a perdere guerre mondiali con grande dispendio di vite umane. Ne conseguono crisi demografiche delle quali abbiamo parlato. La Germagna non è "più brava". La Germagna ha più bisogno di braccia di quanto ne abbiamo noi, e si organizza. Lo fa gestendo come sappiamo il problema umanitario amplificato dalla Turchia, e lo fa promuovendo una emigrazione selettiva dai paesi in crisi, cioè prendendosi i giovani migliori, cioè compromettendo alle radici la possibilità di ripresa di questi paesi.

Per questo chi dice che "in fondo Schengen non era una cattiva idea", prima di essere un neoclassico (perché implicitamente sostiene l'idea che i movimenti di fattori produttivi abbiano una funzione riequilibrante del sistema economico), è un cretino (peraltro, se si atteggia a intellettuale "de sinistra", dimostra di essere cretino per il semplice fatto di essere neoclassico "a sua insaputa", come la buonanima di Scajola). La cretineria deriva dal non voler capire quello che ho detto in tante circostanze, ovvero che in un'area economicamente integrata ma culturalmente disintegrata (cioè caratterizzata da rilevanti barriere linguistiche e culturali) il movimento del fattore lavoro ha necessariamente effetti avversi per i paesi più deboli, perché solo i più culturalmente attrezzati - e quindi produttivi - possono muoversi in cerca di lavoro da questi paesi verso i paesi egemoni.

Non è nazionalismo. Semplicemente, è letteratura scientifica. Qui una breve bibliografia (per la quale ringrazio Christian Mongeau):



Akkoyunlu and Vickerman (2001) “Migration and the Efficiency of European Labour Markets”

"Regional differences in skill or education may be self-perpetuating because higher skilled and better educated individuals are the most likely to migrate out of the depressed regions"


Fatas, A. (1998) “Intranational labor migration, business cycles and growth”, Insead Working Paper, 1998/76.

“Migration of high-skilled and qualified workers has remained much more stable than the migration of manual low-skilled workers, which has sharply fallen in the last 20 years. In some European regions, or countries, this is a source of concern because migration will then work to increase regional disparities instead of diminishing them.”


Ugo Fratesi & Massimiliano Riggi, 2004. "Migration and Regional Disparities: the Role of Skill Biased Flows," Urban/Regional 0407004, EconWPA.
"We identify and model two complementary mechanisms for skill biased migration flows to take place. The first one resides in the way wages are set. If, in fact, the most skilled workers are not paid their productivity because of wage compression, they will have an incentive to move towards regions with a more dispersed wage scheme. The second mechanism dwells in the existence of some regional specific immobile assets, which make workers di®erently productive in different regions; this happens to a larger extent for those endowed with highest skills, which will therefore be more likely to overcome the mobility costs. Hence a Kaldor-type cumulative process bearing persistent regional disparities is set up."


Holland, D. and Paluchowski, P. (2013) “Geographical labour mobility in the context of the crisis”, NIESR.
“Limited evidence suggests that the higher skilled mobile population within the EU has increasingly located within the Core economies, at the expense of the Periphery.”

...e perfino quel pezzo da novanta del nostro Barry, quello che nel 1993 l'aveva detto chiaro che i costi del progetto superavano ampiamenti gli esigui vantaggi, oggi ci dice che:

"This brain drain can have a permanent negative effect on the productive potential of the sending economies. In turn, that negative productivity effect can have a reinforcing impact on competitiveness and unemployment in the adversely affected regions (Brezzi and Piancentini 2010). In addition, the outmigration of the most skilled can weaken the incentive for the adversely affected regions to invest in skills and training, with further negative implications for their competitiveness.” 


Chiaro? Così evito di querelare qualche cretino più cretino della media che magari mi dà del nazista perché affermo l'ovvio (tutto già successo in quella fogna a cielo aperto che è Twitter).

Ultima considerazione: cosa rende così necessaria la mobilità? Perché Maastricht rende necessario Schengen?

Voi lo sapete, ma repetita juvant. I giovani migliori, cioè quelli che possono, devono lasciare i paesi in crisi per il semplice motivo che non c'è lavoro. E il lavoro manca perché creare disoccupazione tramite l'austerità e la "flessibilità" del mercato del lavoro è l'unico modo per far scendere i salari. E i salari devono scendere, nei paesi più deboli (quindi più poveri) perché in assenza di aggiustamento del cambio questo è l'unico modo per riportare i conti con l'estero a posto. Il legame fra Schengen (cioè la mobilità del lavoro) e Maastricht (cioè la mobilità del capitale) è tutto qui.

Schengen, sostanzialmente, è la vaselina: serve a far sì che quelli un po' migliori - e quindi potenzialmente più pericolosi, perché un po' più capaci di rendersi conto di cosa sta succedendo - possano trovare una loro nicchia nella quale accontentarsi. Lubrifica le distorsioni indotte da Maastricht. Ma, nel facilitare l'aggiustamento "neoclassico" via mobilità dei fattori, in realtà Schengen amplifica le divergenze strutturali fra Nord e Sud in una spirale distruttiva. Più giovani abbandonano il Sud, più la produttività del Sud diminuisce, e più sarà necessario far leva sulla deflazione salariale e solo su quella per recuperare competitività, quindi ci vorrà più disoccupazione, e quindi più giovani abbandoneranno il Sud.

E tutto questo perché? Per non voler fare quello che 173 stati sovrani al mondo fanno: avere una propria valuta che funga da ammortizzatore degli shock esterni, costringendosi così a utilizzare come ammortizzatore la disoccupazione, cosa che tanto limpidamente Dornbusch ci aveva detto, prendendosi gioco dei porci fottuti populisti per i quali l'euro sarebbe stato una panacea!

Il riflesso pavloviano lo conoscete, no? "Eh, ma Dornbusch, signora mia, era tanto tanto neoclassico! Timeo Danaos et dona ferentes..."

Bravi, intellettuali di sinistra: e allora voi fate i marxisti, o i keynesiani, continuando a sostenere un sistema che si basa sulla logica dell'aggiustamento neoclassico via mobilità dei fattori, quella appena descritta. Continuate insomma a difendere Schengen, che non capite, perché non capite Maastricht, che non capite perché non volete capirlo, e che non volete capire perché vi brucia ammettere la vostra cretinaggine o il vostro tradimento.

Tranquilli: la merda sta salendo. Vi auguro una serena fine prima che arrivi a voi, perché quando sarà arrivata, temo, ahimè, che i vostri figli vi chiuderanno gli occhi non con una lacrima, ma con una bestemmia. Son cose brutte, che non si vorrebbe succedessero, ma che la hybris rende periodicamente inevitabili...)

mercoledì 9 marzo 2016

La cosa giusta (la loi travail)

(fonte: Normandie Actu)


Ma che spettacolo! Spettacolissimo! Solo che per apprezzarlo vi occorre un minimo di antefatto.

Dunque: qui in Francia sono arrivati anche loro al "jobs act". Non essendo provinciali come noi (ma in un modo diverso) lo chiamano "loi travail". Come di prammatica, hanno messo a promuoverlo una figura "positiva". Noi usiamo a tale scopo i padri nobili. In Francia hanno messo sta macellaretta dar grembiulino rosa, che integra due requisiti: femmina, e marocchina. Due minoranze senza una fava!

(...veramente le donne in Francia sono maggioranza, il 51.4%, ma continuano a essere sottorappresentate nelle istituzioni, come altrove, per i noti, deprecabili motivi...)

Insomma, fanno la loro legge che sostanzialmente comporta flessibilità in uscita, riduzione degli straordinari (dal 25% al 10% in più di retribuzione), possibilità per il datore di lavoro di derogare al contratto nazionale per quanto attiene agli orari di lavoro e spicci (onestamente: non ho avuto un attimo di tempo per approfondire, ma lo farò e vi riferirò...).

Laggente capiscono che qualcosa non va, e oggi c'è sciopero un po' dappertutto, con partecipazzione dei ggiovini (mica come il nostro Baroni: qui la gioventù si impegna).

Io sto scrivendo con scarsa voglia il peiper sull'uscita dall'euro, e entra il mio amico A., con aria particolarmente réjouie, dicendomi: "Ma non hai sentito la manifestazione?"

Io, veramente, no, perché le finestre lo ho sul cortile, ma comunque...

Dico: "No, e che è successo?" (traduco per i diversamente europei).

"Eh, sono andati molti studenti, voleva andare anche mia figlia ma non le ho dato il permesso perché aveva un compito in classe!" (problema che cor Palla abbiamo risolto alla radice).

Io: "Bè certo, tutta papà suo..." (perché A. è comunista cosìììììììì!)

Lui: "No, ma aspetta, il meglio deve arrivare. Perché naturalmente i sindacati [che non hanno partecipato compatti, NdC] avevano esortato i giovani a protestare davanti alla sede della Medef [che sarebbe la confindustria francese, NdC]. E quelli invece sai che hanno fatto? Sono andati a una sede del PS e l'hanno devastata!"

(vedi foto).

Ecco.

Episodio purtroppo isolato ma notate bene: Rouen sta al PS più o meno come Bologna sta al PD. Feudo incontrastato (per dire, la città metropolitana  - l'agglomération - è stata gestita da Fabius per non so quanti anni, magari è ancora qui).

Il legame fra quel poraccio di Hollande, la sua necessità di comprimere i salari, questo grafico:


e l'euro possiamo tranquillamente dare per escluso che i simpatici zuzzurelloni che giuocavano alla guerra lo capissero (e del resto non so quanti di voi saprebbero articolarlo in modo convincente).

Ma diciamo che questo è un inizio. Se non sapevano perché il nemico è il nemico, per lo meno sapevano chi è il nemico.

Il nemico è chi ha tradito. La Medef fa il suo sporco lavoro, e non ci aspettiamo altro da lei. Da un partito "de sinistra" ci aspettiamo almeno che non si costituisca suo utile idiota. Ma qui lo ha fatto, e in modo talmente evidente, che se ne sono accorti perfino i giovini.

Se ci sarà dell'altro, vi informerò.

lunedì 7 marzo 2016

I goti, i siriani, e la Cina

(...home, sweet home. Frate Alberto è nella sua cella, al quinto piano della facoltà. Sotto, quattro piani deserti e, come oggi si dice, allarmati, non nel senso che siano in allarme, ma nel senso che sono sotto allarme. Come facilmente immaginate, sono molto meno connesso qui che in Cina, e ne approfitterò per disintossicarmi. Da fare ce n'è: devo completare il paper sull'uscita dell'Italia; devo fare la revisione di un benza paper esteso, più un altro sul mercato USA; devo occuparmi con Arsène di un simpatico modellino kaleckiano centro-periferia; devo occuparmi con Anh-Dao della relazione fra diversificazione dei prodotti e crescita di lungo periodo nelle economie in via di sviluppo; e poi ci sarebbero anche due o tre libri da scrivere. Riuscirò a fare un decimo di tutto questo, ma sarà sufficiente. Intanto, per tenervi occupati, vi sottopongo un commento del nostro porter. Se c'è uno storico in sala, sarei lieto che intervenisse a dirci se le cose stanno come le rappresenta Barbero, che sulla carta non mi sembra l'ultimo arrivato...)


porter ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "La crescita del 2015: alla guerra dei decimali per...":

Consiglio la lettura di "9 agosto 378 il giorno dei barbari" di Alessandro Barbero, Laterza.
Illuminante stabilire le analogie con la situazione odierna: quella sì che non fu un'invasione, ma una migrazione permessa, anzi favorita dall'Impero.
Barbero ricorda come tutta la corte e l'alta burocrazia imperiale fossero consapevoli dell'assoluta necessità di braccia per l'agricoltura e per l'esercito che l'Impero, in crisi demografica, non riusciva più a trovare al suo interno.
La varie tribù di Goti, guidate da Fritigerno, sotto la pressione degli Unni, implorarono l'imperatore di accoglierli, disposti a servire nell'esercito e a coltivare le terre del demanio: molti Goti già servivano nell'esercito, e poiché erano buoni soldati, Valente ne aveva radunati parecchi in Siria per una progettata campagna contro i Parti.
Fu la flotta del Danubio a traghettarli, e Valente ordinò di allestire campi e prevedere rifornimenti per accoglierli, in attesa di destinarli all'interno dei territori dell'impero.
A fronte del magnanimo messaggio dell'Impero che sarebbe stati accolti e sfamati, tutte le tribù (anche quelle che non avevano negoziato con l'Impero il passaggio del fiume), si precipitarono al fiume.
La pressione era tale che i traghetti non erano sufficienti e molti si avventurarono nell'attraversamento del Danubio su mezzi improvvisati, con relative tragedie (ricorda qualcosa)?
La solita storia di castacriccacoruzzzzione intorno all'accoglienza dei "profughi" (ricorda qualcosa?) e l'aperta ostilità della popolazione romana della Tracia causarono prima il malcontento e poi l'aperta rivolta dei Goti, quindi Adrianopoli ecc. ecc.
 

Verstanden, Fräulein?
Postato da porter in Goofynomics alle 7 marzo 2016 18:10 


(...cosa c'entrino i siriani coi goti a questo punto dovreste averlo capito. Se Barbero ha ragione, e non vedo perché non dovrebbe averne, visto che questa roba qui si trova anche sui libri di scuola, nonché su Wikimm... pedia, allora qualcuno, ad esempio la nostra Angela, dovrebbe farsi una domanda e darsi una risposta. Ci sono almeno due lezioni di ordine generale da trarre da questo resoconto, lezioni che mi permetto da non storico di sottoporre al vaglio degli storici che qui pullulano - oltre agli arrotini come quello di Kalergi o quello di Friedman visti nei post precedenti.

La prima è che la storia ha lezioni da darci (oltre a quella che gli uomini queste lezioni non le imparano: ma il compito di non impararle possiamo lasciarlo agli altri: noi siamo gli happy few). Si suole dire che la storia si ripete, ma non credo sia corretto metterla così. Mi sembra più costruttivo far notare che l'uomo "storico" - per distinguerlo da quello "preistorico", cioè quello del quale sappiamo quello che riusciamo a capire con metodi da CSI - non è poi cambiato così drasticamente negli ultimi 3000 anni, che sono, come credo sappiate, a spanna, una cosa intorno al 2% della sua vicenda terrena. Ad esempio: noi parliamo di "rivoluzione industriale", e certo che all'inizio del XIX secolo la tecnologia ha cambiato la nostra esistenza - avevo appena iniziato il libro di Galbraith padre, "La società opulenta", ma l'ho lasciato a Roma perché pesava troppo: chi l'ha letto sa perché lo cito in questo contesto. Tuttavia, anche ora che ci sono le macchine servono braccia, esattamente come servivano, a maggior ragione, quando le macchine non c'erano, e le strutture economiche vedevano un peso preponderante del settore primario. Quindi questo dato non è cambiato, come non sono cambiate, par di intuire, le dinamiche attraverso le quali i sistemi maturi, che hanno bisogno di forza lavoro, si mettono nei casini cercando di attirarla dalla loro periferia. Chissà se Angelina sa la storia di Adrianopoli?

La seconda lezione che mi permetto di sottoporre alla vostra attenzione - e che, se interiorizzata, ci eviterebbe tante, ma tante chiacchiere da bar a proposito de "la Germagna/la Merika/er Bilderbegghe che non ce lo farà fare" e via minchieggiando, è che la storia è non lineare. Questa la capisce solo l'intersezione - prodotto logico - degli insiemi degli storici e dei matematici, che rischia di essere un insieme non molto più abitato della facoltà a quest'ora. Ma qualcuno capirà. Per chi non rientra nell'intersezione, mi limito a ricordare cosa mi ha detto Jacques Sapir dell'URSS negli anni '80: "Tutti sapevano due cose: che il sistema non poteva funzionare, e che sarebbe durato per sempre".

Chiaro?

E la Cina che c'entra? Bè, la Cina c'entra sempre, è come il prezzemolo. Quando vogliono impedirvi di leggere nella Storia la nostra storia vi dicono che "oggi è diverso, oggi c'è la Cina". Da oggi, però, voi potrete rispondere: "Ma ieri c'erano i Goti. E succedeva esattamente quello che succede adesso. So what?")

domenica 6 marzo 2016

In memoriam

Ascoltando la radio apprendo cosa fosse il senso di agonia che da qualche giorno mi opprimeva. Già. Non sono stato solo collega di persone che non mi sono scelto, come quelle delle quali vi parlavo nel post precedente, e delle quali mi è stato così facile essere migliore (lo provano le loro previsioni), e mi è così difficile sentirmi il "simile". Sono stato, sono, anche umile collega di persone che hanno avuto una scintilla di umanità e con le quali, per questo motivo, pur non avendole talora mai incontrate (come in questo caso), mi è stato immediato entrare in una simpatia profonda, ricevendo molto più di quanto mi fosse mai pensabile poter restituire.

Lui mi ha guidato verso le due vette. Ho passato giornate intere, nei miei sedici anni, ad ascoltare questo, cui un giorno parteciperò (hoc facite in meam commemorationem):


Quante cose non capivo, che ora capisco, e quante non ne avrò ancora capite, quando sarà il mio momento. Ma capivo l'essenziale: che lì c'era la verità, e quindi la vita, e quindi la via, la via da percorrere, la via che portava da qualche parte. Si capisce, no, la differenza dal vicolo cieco in cui brancolano, nel loro macabro anelito di morte, nella loro impotente bramosia di distruggere la memoria di questa bellezza cui non sono in grado di accedere, i nostri grami interlocutori, dall'ego diversamente conformato, perché mai portato al cospetto della grandezza?

Poi mi aprì quest'altro cancello:



e questa è rimasta una delle mie cantate preferite. La battaglia della vita contro la morte. La battaglia dell'Europa contro l'europeismo.

Hölle: wo ist dein Sieg?



Risorgeremo, anche se, come credo immaginiate, ci metteremo un po' più di tre giorni. Ma, del resto, siamo anche stati venduti per molto più di trenta denari. Un tipico caso di bolla, che, come tutte le bolle, esploderà...

A Biagio su Modigliani e la BCE

Biagio Bossone, che non conosco personalmente, mi ha segnalato questo suo intervento su Voxeu, il portale del CEPR, think tank del quale vi ho parlato recentemente, rinviandovi anche ai siti che documentano le mie affermazioni.

Non mi aspetto, lo dico senza polemica, che un organismo cospicuamente finanziato dalle banche (centrali o meno) e dalle istituzioni europee dica né lasci dire qualcosa di critico sull'euro. Desidero subito chiarire che questa mia osservazione non è polemica. Si tratta, semplicemente, di contribuire ad affermare anche in economia un principio che è ovvio nelle altre scienze: quello per il quale i risultati delle ricerche devono essere accompagnati da una disclosure dei potenziali conflitti di interesse.

Detto questo (a futura memoria), vorrei entrare costruttivamente nel merito del lavoro che mi è stato segnalato. Bossone mi sembra una persona aperta (altrimenti non mi avrebbe contattato). Io ho sempre meno voglia di esserlo, anche perché la mia avventura è iniziata proprio da un episodio di censura subito dalla "rete CEPR", ma in questo caso faccio un'eccezione.

La sintesi dell'intervento è che i problemi dell'Europa si risolverebbero modificando lo statuto della Bce, che è "sbagliato" per vari motivi, come Modigliani con lungimiranza aveva pronosticato.

Chi segue la mia opera di divulgazione sa bene che questa visione agiografico-irenica del processo europeo non solo non incontra il mio favore, che non conta nulla, ma soprattutto non trova riscontro nei dati di fatto. Avendo dichiarato le mie premesse di valore (atto di onestà oggi desueto), passo a difenderle sul terreno fattuale.

Il genio di Modigliani
Intanto, mi duole non trovare riscontro alla visione ideale di Franco Modigliani espressa da Bossone. Come noi sappiamo (perché ce l'ha detto Modigliani), Modigliani credeva nel 1997 che i problemi dell'Europa sarebbero stati risolti da "più Europa". Ve ne ho parlato partitamente quattro anni or sono. La sua idea era che passando alla moneta unica "monetary policy would be conducted by a European central bank in which Germany would have an important - but not an absolute – voice". L'euro come fine della German dominance, insomma.

(...parentesi metodologica. De mortuis nihil nisi bonum è un principio che non si può applicare agli intellettuali. Gli intellettuali vivono nelle loro idee. Il privilegio dell'immortalità si paga con l'esenzione dell'agiografia coattiva. Chiusa parentesi...)

Ragionando in quel modo, lo abbiamo notato più volte, Modigliani non dava prova di grande brillantezza. Perfino io, in quello stesso anno, ero stato in grado di scrivere che:

L'argomento di Modigliani secondo cui l'ECB determinerà, con la scomparsa della Bundesbank, una sostanziale esautorazione della Germania viene ripreso anche da altri autori, tra cui, in particolare, De Grauwe. Qui ci limitiamo ad osservare che esso appare un po' semplicistico, perché è sì vero che la Germania avrà a sua diretta disposizione un solo voto nel consiglio dell'ECB, ma è anche vero che essa non sarà da sola, essendo appoggiata dai paesi dell'area del marco (Olanda, Belgio, Lussemburgo, Danimarca, cui probabilmente andranno ad unirsi altri paesi scandinavi, l'Austria e in molte circostanze anche la Francia), i quali costituiscono un blocco politicamente ed economicamente molto più coeso di quello formato dai paesi mediterranei. Che l'ECB determini una riduzione del peso della Germania nella conduzione della politica monetaria non è quindi altro che un pio desiderio.
(Bagnai, Le conseguenze dell'adozione dell'euro per i lavoratori migranti, Quaderni di Presenza UNAIE, 1997).

Avevo ragione io (non ci sarebbe bisogno di ribadirlo...), e, come altresì sapete, fu lo stesso Modigliani ad ammetterlo, lamentando, nel 2002, che la Bce era divenuta una sorta di succursale della Bundesbank. E cosa sarebbe mai potuta diventare, dati i rapporti di forza prevalenti? Veramente vogliamo illuderci che "a broader and more constructive interpretation of the statutes of the ECB", per usare le parole con le quali Bossone riassume il pensiero di Modigliani pre-1999, sarebbe stata sufficiente a rovesciare questi rapporti di forza?

Chiarisco il mio pensiero, ponendo la domanda in un altro modo: veramente crediamo alla favoletta del capitalismo forte che aiuta i capitalismi nascenti a irrobustirsi e a fargli concorrenza? E perché dovrebbe farlo? Per fare un piacere a Modigliani? Ragionamenti di questo tipo, a me pare, screditano la scienza economica agli occhi del pubblico, per lo meno di quello sufficientemente adulto da non credere alle favole.

Questo per dovere di cronaca. La ricostruzione del pensiero di Modigliani fatta da Bossone contiene però alcuni spunti interessanti. Come vedremo, molti, per noi, sono banalità. Le passiamo comunque in rassegna, perché sono il presupposto logico delle proposte di riforma avanzate da Bossone, che mi interessa discutere con voi.

Il nemico scomparso
Prima chicca: già alla fine degli anni '90 pare che Modigliani riconoscesse che darsi l'obiettivo della stabilità dei prezzi era combattere un nemico scomparso (l'inflazione).

Bene, bravo, concordiamo. Peraltro, non facciamo altro che ribadirlo ai politici che non sanno come venirne fuori: benedetti ragazzi! Basta far notare che l'Europa non funziona perché è uno strumento messo su per risolvere problemi diversi da quelli che abbiamo ora!

Ma...

Al di là di quanto possiamo dire ora: ancora una volta: possibile che se ne fosse accorto solo Modigliani che negli anni '90 l'inflazione sostanzialmente non c'era più? Intendiamoci, per i nostri giornalisti, si sa, l'inflazzzzzzzzzzzione è stata a millantamila cifre fino all'entrata nell'euro, che con un colpo di bacchetta magica ha risolto tutti i nostri problemi (perché loro non sono populisti come noi, quei porci: loro fanno ragionamenti articolati!). Ma i giornalisti che noi seguiamo sui social non hanno né gli strumenti culturali, né la statura intellettuale, né lo spessore etico per affrontare la questione in termini corretti. Noi, che invece li abbiamo, non possiamo sfuggire a una domanda: perché mai negli anni '90 le istituzioni europee si accanivano con tanta ferocia contro un nemico ormai evidentemente defunto? Noi, qui, su questo blog, e soprattutto Quarantotto sul suo, siamo andati alla radice di questa domanda, leggendo ad esempio Featherstone, o Castaldi, interrogandoci con un minimo di rigore sul concetto di indipendenza della Banca centrale. Non siamo facilmente disposti ad ammettere che qualcuno ci dica che i Trattati europei sono fondati sul principio della stabilità dei prezzi "per errore", perché "i politici non sono stati a sentire Modigliani" che si era accorto che l'inflazione non c'era più!

L'inefficacia della politica monetaria
Altro punto interessante: sempre secondo Modigliani, "monetary policy has very limited control over the level of prices" (nel resoconto di Bossone).

Ce ne eravamo accorti, e fortemente concordiamo.

Ma...

Possibile che Modigliani, e chi lo segue, non si rendesse (o non si rendano) conto del fatto che questa affermazione mina alle fondamenta la necessità di rendere la Banca centrale indipendente? Perché la favoletta sappiamo qual è: politicocorrottobbrutto stampa moneta, stampa moneta causa inflazzionebruttanemicadelproletario, quindi dobbiamo sottrarre il potere di emissione di moneta al controllo dell'esecutivo per evitare che questo ne approfitti per corrompere gli elettori (comprandone il voto) generando inflazione. Ma se la "stampa" di moneta non genera automaticamente inflazione, allora forse non c'è bisogno di sottrarre la sovranità monetaria all'esecutivo, o meglio: allora forse chi vuole sottrarre all'esecutivo questo potere di intervento lo fa perché ha in mente obiettivi redistributivi che non sono quelli dichiarati (proteggere il potere d'acquisto della vedova e dell'orfano)...

Tutte cose che qui avete letto, e che temo non leggerete mai su Voxeu (in ogni caso, io non gliele sottoporrò, per motivi antropologici che specificherò più avanti).

La BCE come investitore di ultima istanza
Andando avanti nel resoconto di Bossone mi colpisce questa frase:

"The third reason for giving the ECB a central role in promoting investment was that with the shift to the single monetary policy, the ECB was to become the only institution within the monetary union with substantial power to influence investment".

Frase inquietante per diversi motivi.

Intanto, perché c'è un salto logico. Bossone parla di "terzo motivo", ma gli altri due io non riesco a vederli: i due punti precedenti sono quelli che vi ho riferito, riguardanti l'inesistenza dell'inflazione, e l'inefficacia della politica monetaria nel gestirla. Non sono motivi per attribuire alla BCE un ruolo centrale nella promozione degli investimenti, a meno che non ci siano stati dei tagli, chiesti dalla redazione di Voxeu, che abbiano fatto saltare qualche snodo essenziale. Sono cose che capitano, ma un chiarimento sarebbe utile.

Poi, perché non si capisce esattamente come la BCE avrebbe potuto influenzare gli investimenti. Certo, oggi i tassi di interesse sono negativi, ma anche nel 1997 non è che fossero altissimi! Sempre nel mio studio dell'epoca, notavo che forse la moneta unica avrebbe avuto effetti sull'occupazione, ma:

la storia comunemente raccontata per suggerire che questi effetti saranno risolutivi (minori tassi, più crescita, più occupazione) è sbagliata, perché in Europa nelle attuali condizioni tassi più bassi non sono suscettibili di determinare una disoccupazione significativamente minore

argomentando questa affermazione con le simulazioni condotte mediante quattro modelli econometrici, fra i quali questo. L'argomento di Modigliani che il "dividendo dell'euro" (i tassi bassi) avrebbe promosso l'investimento era fallace, e i fatti lo hanno dimostrato.

Ma soprattutto, quello che mi atterrisce è la serenità, la seraficità, con la quale Bossone, contro il quale non ho alcuna animosità personale, che mi ha dato un cenno di disponibilità al dialogo da me molto apprezzato, constata che con l'unione monetaria la BCE sarebbe diventata l'unica istituzione europea con un sostanziale potere di controllo degli investimenti.

Per fortuna (come vi ho spiegato) non è proprio così (in realtà è peggio), ma se lo fosse, questo significherebbe che con l'unione monetaria noi avremmo messo il futuro dei nostri figli (perché quello è l'investimento), il nostro modello di coesione sociale e politica (perché quello è l'investimento: burro o cannoni?), alla mercé di un pugno di burocrati non eletti e totalmente unaccountable! Questa prospettiva lascia Bossone del tutto indifferente. Non ne vede la mostruosità e l'estrema pericolosità politica. La registra come un fatto, come un mero dato tecnico.

Ecco.

Io qui perdo contatto.

Lo dico con rispetto e senza voler stabilire graduatorie, ma qui avverto una frattura antropologica.

Chi è in grado di scrivere una frase simile senza farsi una domanda è legittimamente uomo a modo suo, che io rispetto, ma lo rispetto affermando risolutamente che la mia umanità è diversa. Io sono stato educato ai valori della democrazia costituzionale, palesemente incompatibili con un mondo nel quale una collettività sovrana viene espropriata di scelte cruciali per il proprio futuro a beneficio di un simpatico comitato d'affari opaco e privo di responsabilità politica.

La proposta costruttiva
Quello che segue, ahimè, non fa che approfondire il solco fra queste due diverse umanità. La proposta costruttiva di Bossone si articola in cinque punti, non tutti originali (non è una critica), alcuni tecnici (non è una critica), di nessuno dei quali viene minimamente tentata una analisi politica (è una critica).

Il primo punto è la solita storia della BcecomelaFed, ovvero il "dual mandate": attribuiamo alla Bce anche il compito di contenere la disoccupazione, e avremo risolto. Questo ci permetterebbe di "cristallizzare una delle principali lezioni della crisi: le politiche di domanda influiscono sull'occupazione", e inoltre "would thrust upon the ECB the responsibility to mediate between these two overarching social objectives in normal times".

Io trasecolo.

Apprendo di non aver insegnato, prima della crisi, ai miei studenti, che le politiche di domanda influiscono sull'occupazione! Orsù! Siamo seri! Come ho già notato due post or sono, se andiamo a dire che abbiamo imparato dalla crisi, cioè sulla pelle dei nostri simili, quello che avremmo dovuto sapere (perché era scritto nei nostri libri), ne usciamo veramente devastati, come professione. Non voglio essere aggressivo, ma devo veramente mordermi le labbra per non far notare a certi colleghi che se prima del 2008 non avevano letto il Dornbusch-Fischer, il problema è loro, non della professione, né della scienza economica. La maggior parte dei colleghi lo aveva letto, e sapeva benissimo cosa stava facendo.

Ne ho dato qui un esempio documentato, chiarendo che  il genocidio della Grecia, per esempio, non è un "Ops! Il moltiplicatore era un po' più grande...". No. È un genocidio deliberato, perché deliberata fu la scelta di dare al moltiplicatore previsto nel programma di aggiustamento un valore del tutto irrealistico e smentito da qualsiasi studio disponibile all'epoca (compresi quelli della Banca centrale greca).

Ma soprattutto, ancora una volta, è contraria a quanto ho studiato nei corsi di diritto pubblico l'idea che si assegni a un organismo privo di responsabilità politica il compito di mediare fra inflazione e disoccupazione, cioè, sostanzialmente, che si dia a Mario Draghi il potere di decidere lui, unico e solo, legibus solutus, la distribuzione del reddito europeo, o di quel che ne resta grazie alla sua illuminata gestione. Io non posso concepire che una persona della mia età, che magari sarà anche stata, come me, educata a valori democratici, non veda la mostruosità di una simile prospettiva.

Ma non la vede, e lo scrive. Naturalmente sull'house organ della Bce.

Un'altra proposta di Bossone mi trova pienamente d'accordo: l'idea che l'obiettivo di inflazione venga gestito in modo simmetrico, ovvero che venga penalizzato tanto chi lo supera, quanto chi, come la Germania, si tiene sistematicamente al disotto, effettuando una svalutazione reale competitiva (come qui diciamo da tempo, e ora dice perfino Bofinger). A dimostrazione del fatto che sono d'accordo con Bossone, vi segnalo il working paper nel quale la avanzai nel lontano 2010. Paper respinto all'epoca da una rivista sulla base del buon argomento che "le conclusioni di politica economica non erano rilevanti". Capito bene? Leggete con calma e poi mi saprete dire.

Ma...

Certo, io sono d'accordo con Bossone, ma il problema è che la Germania non è d'accordo con noi! Chi va dalla Merkel a dirle "cortesemente adesso inflazioni"?

E qui si aprirebbe una lunga e dolorosa parentesi su cosa debba essere un economista. Anche qui, frattura antropologica. Da un lato, evidentemente, ci sono quelli che pensano che debba essere un attento compilatore di libri dei sogni. Dall'altro, uno studioso dei sistemi di incentivi. L'unico sistema nel quale la Germania non è incentivata a deflazionare la propria economia è quello a cambi flessibili, per motivi che erano chiari a Meade nel 1957. L'unico sistema che garantisce che il tentativo della Germania di praticare una deflazione salariale competitiva venga frustrato è quello nel quale la Germania ha una sua valuta, che si apprezza quando la svalutazione dei salari manda il paese in surplus. Punto.

Il problema non è costringere la Germania a inflazionare. Il problema è disincentivarla dal deflazionare.

E questo secondo problema, a differenza del primo, una soluzione ce l'ha. Chi non la vuole ora e con la pace, la vuole dopo e con il sangue, e se ne assume fin da ora la responsabilità politica ed etica.

Ecco...

Ci sarebbero altre minori osservazioni da fare, ma ve le risparmio.

Devo fare le valigie per andare in Francia, sono giorni di stanchezza e di amarezza, e volevo condividere con voi l'amarezza maggiore: quella di essermi trovato, per via di un percorso professionale che non mi sono scelto, in compagnia di persone che hanno un concetto di democrazia molto lontano dal mio. Mi prendo qui la responsabilità di affermare che secondo me il dialogo con persone così distanti dai principi fondamentali della nostra costituzione è inutile. Sarò lieto di essere smentito, ma voi mi conoscete. Non aggiungo altro.

sabato 5 marzo 2016

La crescita del 2015: alla guerra dei decimali perdono tutti.

Oh! È sabato pomeriggio, mancano un paio d'ore alla cena, e pare che finalmente l'ISTAT, dopo qualche vicenda burrascosa della quale ci ha riferito il Fatto Quotidiano, ci abbia fornito i dati definitivi della crescita 2015. Non entro nel merito del battibecco, i popcorn li ho avuti al cinema con Uga.

Piuttosto, procedo a inaugurare un mio souvenir della Cina:


e contestualmente commento con voi i dati, che trovate qui.

Intanto, una prima constatazione: nel 2015 l'Italia (rectius: il PIL italiano, ovvero la somma dei redditi percepiti da tutti gli operatori economici che hanno agito sul territorio del paese, ovvero la somma dei valori aggiunti dei diversi settori dell'economia italiana, ovvero la somma delle diverse voci di spesa di famiglie, imprese, settore pubblico e settore estero) è cresciuta dello 0.6%, anziché dello 0.8% come sembrava fosse appena qualche giorno fa.

In altre parole, è successo questo:



invece di questo:


No, non vi sto prendendo in giro! Non mi permetterei mai! Sapete bene che se lo faccio i bocconians accorrono a difendervi (come fece, dimostrando un senso dell'umorismo non esattamente all'altezza delle sue competenze settoriali, il caritatevole Panunzi col povero Previti, quando bloccai quest'ultimo...), quindi me ne ben guardo.

(...in realtà sto aspettando che dalla valle dei castori qualcuno intervenga in soccorso del Giovine Baroni, ma non se lo caca nessuno nemmeno lì, e il progetto Giovinia langue per mancanza di leader carismatico...)

I due grafici in effetti non sono identici.

Lo si vede se si accostano le due serie, quella effettiva e quella auspicata dal nostro illuminato governo:


Le speranze del governo le ho messe in verde fava, colore appropriato a cotanto consesso, lasciando in verde Ulivo (concedo ai congeneri una grattatina) i dati effettivi, fulgida testimonianza di cosa produca un aggiustamento macroeconomico al tempo dell'euro (e anche qui la simbologia mi sembra evidente).

La differenza fra la realtà e gli auspici è impercettibile, ma non potrebbe essere altrimenti, atteso che essa è appunto lo 0.8%-0.6%=0.2% del PIL del 2014 (visto che dal 2014 siamo cresciuti dello 0.6% e non dello 0.8%), cioè all'incirca 2.4 miliardi di euro (su circa 1536 del PIL 2014). Insomma, nel 2015 abbiamo fatto 1546 anziché 1548 miliardi di euro. Questo è stato l'oggetto del contendere fra Daveri e l'ISTAT, e forse, a questo punto, sarebbe meglio che per carità di patria il post si chiudesse qui, perché il grafico fa ben capire che di questo passo ci vorranno anni anche solo per tornare ai valori del 2011 (e su quanto ci vorrebbe per tornare a una vita normale non vi intrattengo, avendolo fatto tanto tempo fa, e non volendo guastarvi la giornata... anzi: ci ho ripensato: guastatevela!).

Una disputa su cifre che sono all'interno di un ragionevole margine di errore statistico non dovrebbe appassionarci. Il governo è riuscito, se ci è riuscito, ad arrestare una caduta libera che nel 2016 è probabile riprenda (chi è su Twitter ha già riso sui bins di Nannhchnh, gli altri, mi credano, non hanno perso nulla).

Quindi ci avevamo preso!

Permettetemi di smorzare gli entusiasmi del vostro seguacesimo. Sì, è vero: in questo post avevamo parlato di crescita dello 0.6%. Ma, attenzione: quella non era la mia previsione, e ve lo avevo detto:


Quella era la previsione del modello, condizionata agli scenari IMF, che secondo me erano troppo rosei. Io ritenevo che saremmo stati di poco al disopra dello 0%, diciamo in un range fra 0% e 0.4%. Invece abbiamo sforato la soglia dello 0.5%, portandoci addirittura a 0.64% (che arrotondato dà 0.6%). Quindi il nostro modello è più bravo di me, e ovviamente ne sono contento per lui. La mia onestà mi impone però di moderare gli entusiasmi, per almeno un paio di motivi: intanto, perché io in effetti, a rigore, mi sono sbagliato (ero più pessimista del nostro modello), e poi perché la gazzarra intorno allo 0.2% in più o in meno mi riempie di tristezza (ma ve ne parlerò se avanza tempo).

Prima di ragionare sugli errori di previsione, ragioniamo un po' sul valore effettivo. Con i dati resi disponibili dall'ISTAT possiamo farlo in almeno due modi diversi: lato spesa (domanda), e lato produzione (offerta).

Lato spesa, constatiamo questo:


Come da copione (ce lo siamo detto tante volte, ad esempio qui e qui), una ripresa della crescita, in assenza di un riaggiustamento del cambio rispetto ai nostri partner dell'Eurozona, comporta un deterioramento dei conti con l'estero. Quest'anno il fenomeno è impercettibile: si passa da 46 a 41 miliardi di esportazioni nette. Ma è stata impercettibile anche la crescita. Non lo è stata la svalutazione dell'euro, pari a oltre il 30% dalla metà del 2014, e gli effetti sulle esportazioni si sono visti: +2.9% nel 2015 e +4.1% quest'anno. Ma le importazioni sono sempre cresciute di più. I keynesiani di buona volontà non lo ammetteranno mai (è roba sporca, roba da neoclassici...) ma i prezzi contano, come ogni casalinga non ideologizzata sa, me compreso.

Altro dato che denota una certa fragilità strutturale è la dinamica degli investimenti. Dal 2012 sono diminuiti del 19% cumulato (contro circa un 5% cumulato di diminuzione del PIL). La loro quota sul PIL è scesa dal 19.5% nel 2011 al 16.7% nel 2014 e lì è rimasta. Potremo parlare di ripresa quando almeno per gli investimenti avremo crescite di un ordine superiore ai punti decimali.

Altro dettaglio, i consumi collettivi (G), cioè la spesa della pubblica amministrazione per stipendi e acquisti di beni. L'unica voce ancora in caduta libera nel 2015, a indicare che l'austerità prosegue (anche se tutti dicono che è sbagliata, ma nel dubbio...).

Se invece vogliamo dare un'occhiata lato produzione, le cose si presentano così, senza particolari sorprese:


Nel 2015 l'agricoltura ha fatto un bell'exploit, con un tasso di crescita quasi al 4%. Peccato che conti per il 2% del valore aggiunto totale, e quindi non abbia potuto contribuire un gran che alla ripresa (ma son contento per gli agricoltori). Contano di più le costruzioni, anche se il loro peso sul totale sta inesorabilmente slittando (dal 5.3% del 2011 al 4.6% del 2015), e questo perché il tasso di crescita del settore è costantemente negativo. Lo è anche quest'anno, per l'1% tondo. L'industria in senso stretto (totale meno costruzioni) quest'anno si riprende, dopo tre anni di tassi di crescita negativi. Prosegue la terziarizzazione dell'economia: il peso del servizi quest'anno resta stabile a 74.7% del totale, era 73.8% nel 2011.

Per capirci, dei 6.5 miliardi di valore aggiunto totale in più realizzati quest'anno, 4.1 vengono dai servizi, cui si sommano 2 che vengono dall'industria in senso stretto, e 1.1 che viene dall'agricoltura, e si sottraggono -0.7 dalle costruzioni.

Se volete il dettaglio dei servizi (visto che contano per tre quarti del totale, può valerne la pena, e del resto, se è così, significa che la maggior parte di voi lavora in quel settore), eccolo:


C'è un solo settore che sta meglio oggi di quanto non stesse nel 2011, ed è quello delle attività immobiliari. La bastonata più forte l'hanno avuta i servizi di informazione e comunicazione, e le attività professionali e di supporto. Temo che avrete diversi aneddoti da raccontarmi. Notate la dinamica delle attività finanziarie e assicurative, che nel 2012, in piena crisi finanziaria, erano le uniche a conoscere un tasso di crescita vicino al 2%. Controintuitivo, ma questo dicono i dati.

Ci sarebbe da discutere per ore, ma vorrei tornare un momento al famoso 0.2% di differenza. La semplice analisi che abbiamo fatto dovrebbe dirvi una cosa: che il PIL, da qualsiasi lato lo si consideri, è la somma di componenti che vengono esse stesse stimate, ognuna con un suo errore.

Capite quindi perché è poco appassionante, anche dal punto di vista tecnico, un dibattito sullo 0.2% in più o in meno nella somma? Chi sa quali e quanti errori compiuti nella stima delle parti si compensano in questo dato aggregato, errori fisiologici, non certo maliziosi, e che con il tempo vengono recuperati, modificando il dato definitivo, così come accade, del resto, per il continuo adeguamento dei criteri di misurazione delle quantità e dei prezzi.

Alla battaglia dello 0.2% perdono quindi tutti.

Perde chi è stato puntiglioso, perché alla fine se l'Italia non riparte è proprio perché il governo ha pedissequamente applicato quelle riforme dal lato dell'offerta che tanto piacciono al professor Daveri (il collega che ha sollevato il problema con l'ISTAT). Il professore, lo sappiamo e per quello gli vogliamo bene, è un offertista convinto, fino al punto, come ricorderete, di trovare strano un dato che invece è del tutto fisiologico: il boom dell'import, che lui attribuisce a una carenza di offerta (e che noi avevamo ampiamente discusso e previsto come conseguenza delle elasticità alla domanda e ai prezzi delle equazioni del commercio estero; notate che all'epoca dell'intervento del prof. Daveri tutti andavano in sollucchero per lo 0.9% annunciato, e noi pazienti aspettavamo il cadavere dello 0.6% sulla riva del fiume... consapevoli del fatto che purtroppo era il nostro!). Ma da quelle parti, si sa, vige la legge dell'offerta e dell'offerta, come l'ha battezzata Giuseppe Rubino (su Twitter).

Perde l'ISTAT che, forse per un problema di comunicazione, si aggiunge alla lista delle istituzioni che nell'ultimo semestre hanno perso credibilità (magari ingiustamente, chi può dirlo? Ma che un vulnus ci sia è indubbio e non fa bene alla democrazia).

E perdiamo, naturalmente, noi, come ho appena ricordato, visto che per risolvere i nostri problemi ci vorrebbe almeno cinque volte tanto di crescita, e per almeno un decennio.

Ma questo, lo sapete, dentro l'euro è impossibile, e fuori difficile.

Si apra la discussione (se pensate che ne valga la pena).




(...se non discutete voi, magari più tardi discuto io guidandovi nell'analisi delle fonti di errore di previsione. Per esempio, potremmo andare a vedere se il modello ha detto la cosa giusta per il motivo sbagliato. C'è sempre da imparare. Certo, quando per ragionare su queste fonti occorre il microscopio, il tema, me ne rendo conto, resta puramente accademico. Ma siamo qui anche per passare il tempo, e quindi...)

Gli elicotteri di Pinochet e i keynesiani di buona volontà

La stanchezza e il fastidio che alcuni di voi hanno esternato nei commenti al post precedente sono anche i miei. Devo sinceramente dirvi che non ne posso più. Non ne posso più di vedere colleghi che passano dall'aperto tradimento dei più elementari principi della nostra disciplina, a sensazionali scoperte dell'acqua calda, presentate sempre, si badi bene, come "lezioni apprese dalla crisi", quando invece, voi lo sapete bene, questa crisi non ci ha insegnato nulla che non sapessimo già (e ne abbiamo parlato tante volte). Tanto opportunismo, o, nella migliore (?) delle ipotesi, tanto conformismo, a fronte di tanto strazio e di tanta distruzione, mi lasciano senza parole, e mi inducono a desistere da quella che, per quanto impossibile, era la missione fondamentale di questo blog: portare un minimo di ragionevolezza nel dibattito, per scongiurarne nella misura del possibile esiti politicamente e socialmente violenti. Non ho più la salda certezza, dalla quale mi ero mosso, che questo obiettivo, pur nella sua impossibilità, sia meritevole di essere perseguito.


Il nodo centrale, quello che dovrà venire al pettine, è estremamente semplice, e l'ho espresso svariate volte in questi anni (e naturalmente in entrambi i libri): dalla crisi non potremo uscire se non rilanceremo la domanda con un massiccio intervento di investimenti pubblici (preferibilmente in piccole opere) finanziato con moneta.

Che occorra rilanciare la domanda (cioè la capacità di spesa dei cittadini) mi sembra un punto non contestato da alcuno. Che non lo si possa fare aumentando il debito pubblico, che l'austerità ha aggravato (come previsto), mi sembra altrettanto ovvio: il debito pubblico, che non è stato la causa della crisi, ne è però diventato una conseguenza potenzialmente pericolosa. Che non esistano spazi politici per un'azione fiscale coordinata, da realizzarsi attraverso piani Juncker, o eurobond, o roba del genere, a noi è sempre stato chiaro, per il semplice motivo che i paesi forti non hanno alcun interesse a indebolire la propria egemonia aiutando quelli deboli. Quindi l'idea che esista la possibilità di rilanciare la domanda in deficit "mutualizzando" il carico finanziario dell'operazione è del tutto fuori dal mondo.

D'altra parte, le politiche monetarie effettuate "stampando moneta" per immetterla nel circuito finanziario, prima attraverso l'LTRO, poi attraverso il QE, non hanno avuto impatto sull'economia reale né potevano averne. Le due operazioni sono state, in tempi diversi, un modo politicamente distorto e inefficiente di fare quello che la BCE non poteva fare. Con l'LTRO la BCE ha prestato soldi alle banche affinché queste "salvassero" (acquistandone i titoli) i governi sotto attacco speculativo (cosa che la BCE in prima persona non poteva fare). Con il QE la BCE si ricompra i titoli (che nel frattempo costano di più perché i tassi sono scesi) per "salvare" in modo coperto il sistema bancario (cosa che, ancora una volta, in teoria non potrebbe fare). Come sapete, questa è anche l'interpretazione di Munchau: il QE come un ersatz debt resolution instrument.

Il punto è che in entrambi i casi le somme erogate dalla BCE sono rimaste all'interno del circuito finanziario, e non ci si poteva aspettare che facessero altro. Per questo non era difficile prevedere che la cosa sarebbe finita in deflazione! Non è la moneta "stampata" che fa aumentare il prezzo dei beni e dei servizi, ma quella spesa per acquistare beni e servizi (non strumenti finanziari), cioè quella che si trasforma in domanda effettiva, e, quindi, in reddito (del venditore di beni e servizi). Come ci siamo detti mille volte, in una crisi deflattiva un governo può essere certo che la moneta che stampa venga spesa nell'economia reale (da res, "cosa" in latino) solo se la spende lui. In altre parole, solo se il deficit viene monetizzato.

Abbiamo visto a dicembre come a parità di altre circostanze un intervento di politica di bilancio espansiva sia comunque più efficace quando è finanziato con moneta. Insomma: se anche esistessero i margini per un finanziamento dei necessari investimenti pubblici con debito, il finanziamento monetario renderebbe l'intervento più incisivo (e di incisività, dopo otto anni di crisi, direi che ce n'è bisogno). Abbiamo visto, soprattutto, che questa è macroeconomia standard, non è qualcosa che ci ha "insegnato" la crisi, e che tutti gli argomenti contrari alla normale prassi di uno stato sovrano di finanziarsi emettendo moneta sono inconsistenti e fuori luogo.

Il finanziamento monetario crea inflazione? Bene! Ce ne abbiamo bisogno! Stampare moneta fornisce ai governanti incentivi distorti, crea problemi di rischio morale? Ah, sì? E perché, invece disporre di credito a tassi ridicoli sui mercati finanziari privati li ha moralizzati, i nostri governanti? Non mi pare, e sappiamo bene che ormai anche il mainstream ammette che questo è un falso problema.

Quindi per uscire dalla crisi basta semplicemente tornare alla normalità, all'economia dei libri di testo: fare un intervento espansivo, e finanziarlo con moneta.

Certo, questo comporta alcuni corollari, nella nostra situazione.

Il primo è che siccome un rilancio del reddito comporta un rilancio più che proporzionale delle importazioni, evidentemente bisognerà che le ragioni di scambio fra il paese che intraprende la politica espansiva e gli altri paesi possano aggiustarsi rapidamente. In altre parole, se il paese non svaluta, rendendo i beni esteri meno convenienti, l'esito di qualsiasi politica di rilancio del reddito nazionale sarà una ulteriore crisi di bilancia dei pagamenti (e questo, oggi, lo ammette in pubblico perfino Salvati, come abbiamo visto nel post precedente).

Il secondo, connesso, è che non possiamo certo aspettarci che sia una Banca centrale europea a decidere quali stati finanziare e perché. Se lo facesse, renderebbe ancora più evidente il suo ruolo politico (quello che oggi sta esercitando decidendo quale sistema bancario mettere in crisi e perché), e in ogni caso non possiamo aspettarci che essa eserciti questo potere in un'ottica di sistema, per gli stessi motivi per i quali non possiamo aspettarci nulla né dal fantomatico piano Juncker né dai fantomatici eurobond, ovvero perché le istituzioni attualmente esistenti riflettono, com'è ovvio che sia, gli interessi della potenze egemone.

Quindi?

Quindi se non si supera la BCE, affidando a banche centrali nazionali il compito di rilanciare con finanziamento monetario di politiche di bilancio nazionali espansive la crescita dei paesi membri, ovviamente in regime di flessibilità dei rapporti di cambio, non si supera la crisi.

La BCE è la crisi, o, se volete, la crisi è la BCE, e chi segue questo blog, e quello di Quarantotto, sa benissimo quali sono i fondamenti politici e ideologico di questa infausta equazione.

Ora, naturalmente, che da lì si debba passare lo sanno tutti, e infatti assistete anche voi, attoniti o infastiditi come me, a scoperte dell'acqua calda, come quella di Wren-Lewis, che dice in modo lievemente sfuocato quello che Leijonhufvud diceva con meno parole, meglio, e prima. Piuttosto ridicola la definizione di indipendenza della banca centrale data dal primo, come "potere di decidere quando cambiare i tassi di interesse". Sappiamo che c'è molto di più, e noi italiani in questo siamo avvantaggiati, perché i nostri "indipendentisti" cosa fosse in gioco ce l'hanno detto in faccia: la creazione di un quarto potere costituzionale, indipendente dall'esecutivo (ma anche dal legislativo e dal giudiziario) e ad essi sovraordinato, destinato a diventare l'istituzione cardine di un modello di capitalismo che soprattutto (ma non solo) in Europa si articolava sulla deflazione salariale. Peraltro, la nostra banca centrale indipendente (dal 1981) non aveva (dal 1990) il potere di decidere quando cambiare il tasso di interesse, perché con perfetta mobilità dei capitali, e tassi di cambio fisso, questo potere si perde (come ci ricordava Rodrigo riferendosi alla Cina).

Ora, in questa guerra, che è la guerra del buon senso contro un fanatismo superstizioso (non uso il termine "religioso" perché ogni religione ha un suo sistema di valori), c'è un modo particolarmente stupido (o furbo?) di lasciare il campo all'avversario, ed è quello di accettare il suo linguaggio.

Quello che ci occorre, per i motivi che vi ho succintamente riassunto, è monetizzare il deficit, cioè emettere moneta per pagare imprenditori e dipendenti pubblici che facciano quello che c'è da fare (consolare gli afflitti, curare gli ammalati, riempire le buche, vuotare i fossi...). Ma nessuno vuole chiamarlo così.

No.

Tutti parlano di "helicopter money".

Ma chi ha inventato questa simpatica espressione, che surrettiziamente attribuisce al finanziamento monetario un'aura di sardanapalesca, arbitraria e quindi intrinsecamente corrotta e improduttiva prodigalità? Buttare soldi da un elicottero, senza sapere nemmeno a chi andranno, basta che li spenda! Quale orrore!

Bè, come vi ho ricordato più volte, e come ci ricorda il nostro amico Zingy, questa espressione è stata coniata da Milton Friedman, il padrino dei Chicago boys, i simpatici consulenti di Pinochet. Non stupisce certo che persone spiritualmente vicine a un regime dittatoriale intendessero deprecare anche lessicalmente politiche intese al rilancio dell'economia (col potenziale costo di un rialzo dell'inflazione, e quindi col potenziale detrimento del potere di acquisto di chi questo potere d'acquisto ce l'ha)!

Ed ecco infati che gli organi dell'ortodossia ce la propongono come tale, il che consente loro di definire "improvvisazione disperata", "provocazione", "espediente", ciò che invece, come sappiamo, è stato, e tornerà ad essere (dopo non so quanti morti) la normalità (come vi ho documentato qui).

L'idea che uno stato possa riappropriarsi della sua sovranità per pagare gli insegnanti, per pagare gli infermieri, per ridurre i ticket sugli esami clinici (che oggi la gente non fa, e poi i giornali si chiedono perché crepi...), per mettere in sicurezza dal rischio idrogeologico i territori (che altri morti fanno), ecc., tutto questo, che dovrebbe essere la normalità, viene derubricato a espediente bislacco ed estemporaneo, contrario a qualsiasi principio di razionalità economica e anche, in fondo, di corretto ordine sociale (proprio perché la moneta lanciata dall'elicottero non sai dove cadrà: lasci così intendere che potrebbe beneficiarne chi non ne ha bisogno...).

Helicopter money è quindi un'espressione gergale ideologicamente connotata in senso fortemente conservatore. Se chi la usa è un eurofascista, diciamo che ci si può anche stare. Ma se chi la usa è uno che si atteggia a progressista (come questo qui) allora abbiamo un problema, che potremmo riassumere in questi termini: colleghi anche qualificati non capiscono la natura della lotta che stiamo combattendo. Non è un problema "tecnico". Il problema è culturale, e quindi chi accetta di utilizzare le categorie analitiche del nemico ha già perso, come, del resto, ha perso chi accetta di legittimare con la sua presenza quelle sedi dalle quali il buon senso è stato per anni bandito e censurato, e che ora cercano, in extremis, di rifarsi una verginità "pluralista" per prepararsi a virare di bordo. 

Grandi (come Wren-Lewis) o piccoli (come Trullo Whisperer) keynesiani di buona volontà perdono di vista questo punto essenziale.

Il che mi lascia concludere che sarà molto difficile che riusciamo a tirarcene fuori senza un massiccio scoppio di violenza.

Nel frattempo, vado al cinema con Uga. Non sia mai che sul raccordo un elicottero...

mercoledì 2 marzo 2016

La banalità del PUDE

(...sottotitolo: Fabrizio Laria commenta - magistralmente - un incommentabile Michele Salvati. Fatica, tristezza, ribrezzo, orrore...)


Fabrizio Laria ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Il Lussemburgo e le riforme strutturali": 


Tanto per gradire, un corroborante Michele Salvati sul Corriere di ieri (il fegato ringrazierà):

“Credo che il governo italiano faccia bene a combattere la sua battaglia europea «come se» fosse possibile ottenere dall’Unione un significativo allentamento dell’austerità che ci impone la moneta unica”.

Però! Uno di quelli che la sanno autorevolmente lunga ci sta finalmente dicendo a chiare (sia pure incidentali) lettere che “la moneta unica ci impone austerità”! Vivaddio, questo sì che è un passo avanti! Però… però c’è qualcosa che non torna: se la moneta unica l’austerità ce la IMPONE, come è possibile ottenere un “significativo allentamento” della stessa? Ah certo, ma che stupido: dimenticavo il «come se» iniziale! Lo ammetto, i tatticismi psicologici non sono il mio forte. Ma andiamo oltre:

“È anche per evitare o attenuare queste conclusioni che il Mef ha presentato il documento al quale mi riferivo prima” [ovvero, il recente documento del Mef “A Shared European Strategy”, quello in cui si chiede, tra le altre cose, un allentamento coordinato della pressione fiscale].

Dunque, ricapitolando: il governo presenta una proposta per attenuare o addirittura EVITARE qualcosa che sa essere INEVITABILE (guarda un po’… ma allora è il segreto di Pulcinella!). E tuttavia, secondo il nostro acuto osservatore, fa comunque bene a farlo. Ma allora, perché mai chiedere l’impossibile?

“Non tutte le proposte in esso contenute saranno respinte […]. Ma è impensabile che la Germania abbandoni le sue riserve nei confronti di una più forte mutualità: un fondo comune per affrontare fasi di disoccupazione ciclica o per attuare da subito un’assicurazione europea dei depositi bancari - per fare solo due esempi - saranno ben difficili da ottenere” 

Ma guarda un po’… due esempi scelti totalmente a caso (poi dice che i punti importanti li coglie solo quel genio ribelle di Bagnai). Comunque ok, abbiamo capito che 1) la moneta unica ci impone austerità e che 2) ovviare a questa con una maggiore mutualità esterna non esiste: da lì non si passa. Rimane in sospeso la domanda: in che senso secondo Salvati il governo ha fatto bene a chiedere l’impossibile? Qual è o quale dovrebbe essere, dati i presupposti sopra enucleati, la conseguente strategia di azione almeno potenzialmente efficace?

“Fa dunque bene l’Italia a manifestare la propria insoddisfazione per come oggi funziona l’Unione monetaria. Farebbe ancor meglio se, accanto a questa azione rivolta verso l’Europa, stimolasse una riflessione INTERNA più approfondita e radicale su come uscire dal vicolo cieco in cui siamo finiti”

Eccolo, finalmente! Ci siamo! Il colpo di genio! La perla di saggezza! Il punto di innesco del pensiero divergente-ma-stringente, del ‘giusto perché non ovvio’, del 2+2=5! Dovremmo forse reagire facendo (o almeno predisponendoci a fare) qualcosa? Certo che no, semmai facciamo bene a manifestare la nostra insoddisfazione! Dovremmo magari proporci di spezzare le catene che ci immobilizzano? Certo che no, semmai contestiamone il ‘funzionamento’! Dovremmo provare ad affrontare in qualche modo chi queste catene ce le tiene serrate addosso? Certo che no, semmai riflettiamo approfonditamente su noi stessi. E si capisce: se quelli che per gli altri sono semplici braccialetti noi li viviamo come catene, vuol dire che qualche patologia di fondo ‘tutta nostra’ ce l’abbiamo! E allora vai con la TAC…

“Tre sono gli ostacoli che bloccano l’uscita dal vicolo: la debolissima crescita della produttività, il peso del debito pubblico, l’asfissia del credito e i rischi conseguenti ad attivi inadeguati delle banche [geniale…. che poi so’ tre cose che non c’entrano niente una con l’altra, e meno che mai con la moneta unica!]. Perché l’Italia non cresce e la produttività ristagna da quasi vent’anni? È solo «colpa» della situazione di asfissia in cui la moneta unica e l’austerità ci costringono? E se la colpa non sta solo in questo, dove sta e com’è possibile rimediare?”

È solo «colpa» della moneta unica? Ma ceeerrto che no, non vorremo mica nasconderci dietro al solito alibi di circostanza! Diciamocelo in camera caritatis (per l’ennesima volta, visto che a quanto pare non ce ne siamo ancora convinti abbastanza): le vere catene sono quelle che ci stringono da dentro noi stessi! Sono i nostri squilibri interni, le nostre inerzie, le nostre autoindulgenze, il nostro adagiarci sui presunti allori, il nostro vivere al di sopra delle nostre possibilità, che nei decenni hanno minato alla base il nostro organismo. E allora che fare? Semplice, anche se non facile: smetterla una volta per tutte con le soluzioni palliative e passare finalmente a una vera e risolutiva cura d’urto contro il malefico bubbone che ci rende impediti più di qualsiasi catena esterna:

“Circa il debito pubblico, fino a pochi anni fa circolavano idee, spesso azzardate, su come sbarazzarci di una parte del suo fardello: perché non se ne parla più? A mali estremi, in fondo, ci sono solo estremi rimedi”.

Ma certo! IL SANGUE! E’ questo che ci vuole, il sangue! Il sangue di chi se n'è colpevolmente auto-trasfuso troppo, e a ‘restituirne’ almeno una parte farebbe ora né più né meno che il suo dovere! Del resto, anche questo si capisce: se per ristabilire l’equilibrio ci vuole una cura d’urto, è giusto che il relativo impatto sia a carico in primo luogo di chi ha maggiormente e più indebitamente approfittato del periodo delle vacche grasse. Si trattasse anche di milioni di persone, poco importa: il maltolto va restituito, e comunque s’è detto che siamo in un vicolo cieco, quindi non c’è alternativa. E poi, che cosa c’è più di sinistra di una bella PATRIMONIALE, di quelle coi contro-coglioni? Oddio, ma che dico… veramente la parola “patrimoniale” non c’è mica scritta… c’è un equivoco… o forse un auto-equivoco… Sai che c’è? A scanso di comprensioni, meglio concludere buttandola un po’ in caciara (e magari facendo pure la figura di quello particolarmente acuto):

“Quanto alle banche ho prima accennato all’ostilità tedesca ad un fondo di garanzia comune e ad uno schema comune di assicurazione dei depositi: attenuare questa ostilità dovrebbe essere l’obiettivo urgente sul quale spendere le non ampie risorse negoziali del nostro governo. Avviare questa riflessione significa però dare del nostro Paese e dell’Unione monetaria un’immagine assai più negativa e preoccupante di quella che Renzi ha sinora dato. Ed è più facile che un cammello passi attraverso la cruna di un ago che Renzi si trasformi in gufo”.

Morale: caro Renzi, stai bene attento a quello che fai. Se non vuoi darti la zappa sui piedi, puoi sempre scegliere di darti una martellata sulle ginocchia. Ma se non vuoi darti nel l’una né l’altra, fai come me: continua a galleggiare allegramente sulle cazzate che spari. So bene che per uno come te questo suggerimento è superfluo, ma consideralo come un gesto d’affetto. Del resto converrai che la soddisfazione di prendere per il culo la massa dei poverini che sempre e comunque penderanno dalle tue labbra ti ripagherà ampiamente di ogni contingente tribolazione, comprese le lievi inquietudini per la perdita di qualche misera bancuccia lungo la sacra via tracciata dai tuoi augusti (nonché angusti)  predecessori.


Postato da Fabrizio Laria in  Goofynomics alle 2marzo 2016 15:08