sabato 20 luglio 2013

Monetine non ne lancio più...



(canzonetta sull'aria: "Caramelle non ne voglio più...").

(voglio bene a Celso che è un lettore attento e partecipe e mi ha anche dato una mano ad oppormi al piddino di turno in una circostanza recente. Non me ne vorrà se cito questo scambio, dove, pur apprezzando l’intento disperatamente sarcastico della sua battuta, apprezzo anche le precisazioni degli altri lettori. Lo spunto, lo capirete, è l’uscita ‘à la Juncker’ del nostro amato ministro dell’economia circa l’opportunità di svendere al capitale estero aziende pubbliche profittevoli).


Celso ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Just in case...":
Ma non possiamo almeno immaginare un lancio di monetine sul ministro? Non era una pratcia di moda, quando l'italia era un po' migliore di ora?
Postato da Celso in Goofynomics alle 19 luglio 2013 18:39


Jorg der Krampus ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Just in case...":
C'è una differenza. Ora non abbiamo più nemmeno le monetine da buttare via.
Postato da Jorg der Krampus in Goofynomics alle 19 luglio 2013 20:41


diego ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Just in case...":
@Celso
solo che "quando l'Italia era migliore" sarebbe stato più opportuno lanciare le monetine su Ciampi e Amato invece che su Craxi.
Postato da diego in Goofynomics alle 19 luglio 2013 21:49


Roberto Buffagni ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Just in case...":
Temo che lei abbia scelto un esempio sbagliato. Il lancio di monetine su Craxi davanti all'Hotel Raphael è, insieme al filo di bava che cola dall'angolo della bocca di Forlani interrogato da Di Pietro, uno dei simboli dell'operazione Mani Pulite, una delle operazioni più sporche dell'intera storia italiana (che non ne annovera poche). Con tutti i difetti e i limiti che aveva la classe dirigente della Prima Repubblica, essa era comunque una classe dirigente eletta con un sistema proporzionale, che dunque rispondeva dei suoi atti al popolo italiano; nel contesto di Yalta, cercava comunque di conservare un margine di sovranità (e infatti aveva, per esempio, una politica mediterranea rispondente agli interessi nazionali); e disponeva di strumenti di politica economica e monetaria. Poi, certo, faceva la cresta sulla spesa: però la spesa la portava a casa. Dopo il lancio delle monetine e la moralizzazione della vita politica nazionale, abbiamo un'Italia a) più debole b) più asservita a potenze straniere c) più corrotta d) più povera e) più oligarchica: e che dopo aver svenduto, nel corso di Mani Pulite, buona parte delle industrie pubbliche italiane, si prepara adesso, in questa operazione Mani Pulite 2, a svendere anche l'ENI. Ah, dimenticavo: grazie a Mani Pulite ci siamo pure sorbiti Silvio Berlusconi, il grande statista; abbiamo lanciato la carriera folgorante di Mario Draghi (all'epoca direttore generale del Ministero del Tesoro), il grande economista; e abbiamo fondato i vari avatar del PCI, dai Ds al PD all'ala sinistra del PUDE, il grande partito.
Insomma, mi permetto di consigliare a tutti di pensarci bene, prima di lanciare monetine.
Postato da Roberto Buffagni in Goofynomics alle 20 luglio 2013 09:04

(in effetti, sono d’accordo con Roberto, il quale ha anche ragione nel sottolineare, come ho fatto anch’io su Twitter, che il problema non è tanto la dichiarazione di Saccomanni, quanto la sua smentita. È quest’ultima a indicare nettamente che il nostro governo sta applicando il metodo Juncker e che quindi la svendita è già decisa . Il resto è solo strategia di comunicazione. Scommettiamo? Abbiamo un’unica possibilità: facciamo capire che abbiamo capito. Un compito che ovviamente incombe a noi, non potendo evidentemente contare per questo sui venditori di fumo delle ‘fire sales’...).

mercoledì 17 luglio 2013

Just in case...

Per quelli che non sono su Twitter (beati loro)...

Lunedì 22 luglio alle ore 17 nell'aula magna Federico Caffè della facoltà di Economia a Pescara (viale Pindaro 42, 65127), presentazione del libro di A.M. Rinaldi "Europa kaputt!". Ne discutono con l'autore Claudio Borghi Aquilini e un oscuro docente di provincia del quale non mi sovviene il nome.


P.s.: inutile che mi scriviate per prenotarvi al compleanno. Le iscrizioni non sono ancora aperte e quando lo saranno lo saprete. Sto lavorando con uno staff eccezionale e ho invitato ospiti eccezionali. Prezzi popolari, come sempre...

sabato 13 luglio 2013

La svendita a PUD€ pagina

(avrei avuto altro da fare, oh, quanto altro! Ma quanto è accaduto a Roberto è di inaudita gravità, e occorre che lo sappiate...)


Vi ricordate il romanzo di centro e periferia? La scena culminante è difficile da dimenticare. Un piccolo espediente letterario ha consentito all'autore di chiavare bene in testa al lettore quale sia la prova d'amore che il centro esige dalla periferia: la cessione dell'ANI (da inondare, va da sé, di liquidità...).

Pare che ci siamo.

Sapete tutto questo gran parlare di debito pubblico? E dobbiamo rimodularlo, e dobbiamo ridurlo, e dobbiamo vender caserme...

Siamo proprio sicuri?

Come sa chiunque si sia occupato in modo professionale di sostenibilità del debito pubblico, il problema della sostenibilità del debito rimane largamente un problema di crescita del reddito nazionale. Lo diceva Evsey Domar nel 1944 e rimane vero ancora oggi, per il semplice motivo che questa realtà è riflessa dalla semplice aritmetica del debito pubblico. Agli ingengnieri ricorderò l'ovvio dato che un rapporto è lineare nel numeratore e non lineare nel denominatore: retta contro iperbole, voglio vede' come va a fini'. Tra l'altro, siccome il moltiplicatore pare esista (cosa della quale nessun economista serio ha mai dubitato, e chi lo ha fatto lo ha fatto solo per tattica accademica e pregiudizio ideologico - riservando ovviamente la solita quota legale all'imbecillità), la dinamica del debito espone a risultati che sembrano paradossali, ma che, vi assicuro, non lo sono, tant'è vero che perfino un economista come me li aveva perfettamente anticipati (a seguito di tanti altri). Può accadere, e regolarmente accade, soprattutto durante una crisi finanziaria, che le politiche di austerità condotte per ridurre (linearmente) il numeratore-debito portino a una riduzione del denominatore-Pil con effetti contrari da "what the ordinary uninstructed person would expect" (per dirla con il nemico numero uno dei marxisti dell'Illinois e della valle del Sacco - di cosa non si sa...). Uno pensa di ridurre il debito, ma invece, oooooops, che sorpresa! Ho abbattuto il Pil e il rapporto debito/Pil si è alzato... Mannaggia, vabbe', mi sono sbagliato: capita!


Questo è quello che è successo:


e vedete bene che i due scalini di crescita del debito (fra 2008 e 2009 e poi fra 2011 e 2012, linea azzurra, scala di sinistra) coincidono con i due recenti picchi negativi della crescita (nel 2008 e nel 2012, linea verde, scala di destra). Monti ci ha riportato sopra il massimo storico, che avevamo raggiunto nel 1994, al 121% del Pil. Con lui siamo arrivati al 127%. Colpa di una recessione del tutto inutile, se vista nella logica dell'interesse nazionale.

Nulla di nuovo.Ci si potrebbe divertire coi controfattuali (cosa sarebbe successo se), ma ora non ho tempo e questa non è la sede. A me basta che siano chiare un paio di cose:

1) il problema del debito ce lo siamo causato da soli aggredendo il sintomo anziché la causa della crisi, cioè il debito pubblico anziché quello privato estero (cioè il fabbisogno pubblico anziché gli squilibri di bilancia dei pagamenti), per evidenti motivi ideologici che ho ricordato ad esempio qui (febbraio 2010);

2) a questi motivi ideologici (la distruzione dello Stato, nemico numero uno dei liberisti de noantri) si aggiungeva un motivo ben più prosaico. Il rischio, cioè la certezza, di un esito infausto è stato accettato da un governo che aveva una missione ben precisa: tutelare non l'interesse nazionale, ma quello dei creditori esteri, che ovviamente (e in parte legittimamente, ma solo in parte) desiderano essere rimborsati in euro.

Ricordo che per l'Italia l'euro è una valuta estera (visto che non ne controlla l'emissione, come ci ricorda De Grauwe). Ora, da che mondo è mondo, una valuta estera da dove ce la si procura? Semplice! Dall'estero, cercando di andare in surplus di bilancia dei pagamenti, cioè di ottenere più pagamenti dall'estero di quanti pagamenti si facciano all'estero.

E come si ottiene un surplus di bilancia dei pagamenti?

Semplice: o importando di meno o esportando di più.

E come si ottengono questi due risultati? Be', per importare di meno basta tagliare i redditi: i cittadini comprano di meno, e in un paese dove la grande distribuzione è in mano straniera e si va a grandi vele verso la perdita dell'autosufficienza alimentare e la deindustrializzazione, è chiaro che acquistare di meno significa acquistare di meno all'estero. Voi direte: ma all'estero questo fa comodo? E io vi risponderò, come al solito: non esiste il signor Straniero J. Estero, che abita all'estero e parla una lingua straniera. Esistono tanti "esteri". Ai produttori esteri la riduzione delle nostre importazioni non fa bene, perché sono le loro esportazioni, e se diminuiscono i risultati si vedono. Ma l'estero è fatto anche di creditori. Non uno, tanti. Ognuno dei quali se ne fotte sia degli imprenditori manifatturieri del suo paese, che degli altri creditori del suo paese: semplicemente (e in parte legittimamente) rivuole i suoi soldi. E a ognuno di questi creditori il fatto che gli italiani risparmino (non acquistando beni esteri) per restituire soldi esteri (euro) all'estero fa ovviamente piacere.

E per esportare di più?

Semplice: per esportare di più basta tagliare i redditi (again). Il moltiplicatore keynesiano fa il resto: cresce la disoccupazione, i lavoratori, allo stremo, accettano retribuzioni inferiori, i produttori nostrani possono abbassare i prezzi, e se non vengono spazzati via dal calo della domanda interna (perché i loro lavoratori, pagati di meno, non possono comprare né all'interno né all'estero), forse, dopo un po', ricominciano a vendere all'estero (all'interno ovviamente no perché il paese nel frattempo si è impoverito).

Uno stesso strumento (l'austerità) consente così di ottenere due obiettivi (che quindi sono complementari): il calo delle importazioni e poi l'aumento (forse) delle esportazioni. Insomma: l'austerità serve a correggere il saldo estero (e più o meno ce la fa), non quello pubblico, al quale si sa benissimo che farà enormi danni, per i noti motivi: se tagli la spesa pubblica (cioè il reddito privato) per migliorare il saldo pubblico, poi succede che il settore privato paga meno imposte e quindi i benefici iniziali sono attenuati o annullati.

Ovviamente questo è quello che è successo, come sapete e come potete vedere:


Nel 2012 siamo praticamente rientrati dal nostro indebitamento netto con l'estero (il saldo estero è migliorato di quasi tre punti di Pil), mentre il saldo pubblico è migliorato solo marginalmente, dal -3.6% al 3% del Pil. Questo ha consentito al governo di cantare vittoria ("siamo rientrati nei parametri"), una vittoria che andrebbe vista alla luce del fatto che altri governi avevano negoziato margini di rientro del saldo pubblico più dilazionati (evitando una recessione come la nostra) e anche alla luce del fatto che i parametri di Maastricht sono insensati.

Molti di voi saranno annoiati da questo riassuntino: sono cose ovvie, risapute, i relativi QED sono già stati scritti o era inutile scriverli. Ma vedete, qui arrivano tante persone nuove, e passano tanti dilettanti. Ogni tanto un riassunto fa bene.

E la morale della favola qual è?

Torniamo a bomba: vi dicevo di quelli che vogliono rimodulare il debito o vender caserme per ridurlo. Proposte già dubbie prima che Reinhart e Rogoff venisseri sputtanati (come spiego qui), e ora assolutamente insensate. Il problema dell'Italia è la crescita, e la crescita non si risolve né con l'austerità né con l'abbattimento del debito pubblico: la nodo della crescita si risolve favorendo, con politiche espansive, il deleveraging del settore privato. Questo lo sanno tutti gli economisti e lo ammettono ormai anche i più ortodossi. Ed è ormai evidenza condivisa quella che senza un riallineamento del valore della moneta alla forza delle economie nazionali questo obiettivo è impossibile da conseguire. Con rapporti di cambio fissi, le politiche espansive semplicemente si scaricherebbero sul saldo estero: più reddito, più importazioni. Il problema vero (quello dell'indebitamento con l'estero) non sarebbe risolto.

Non solo.

Abbiamo deciso che vogliamo dare meno soldi ai creditori esteri? Rimodulare, rinegoziare, questo significa, in buona sostanza. Bene: allora un riallineamento del cambio è il modo giusto. Se l'Italia si sganciasse e rimborsasse il debito in valuta nazionale, certo, all'estero riceverebbero meno valuta estera (esattamente come nel caso di una rinegoziazione/rimodulazione, insomma, di un default mascherato o esplicito), ma il riallineamento del cambio darebbe fiato all'industria italiana, sia sui mercati esteri (maggiore convenienza dei nostri beni all'estero) che sui mercati interni (minore convenienza dei beni esteri all'interno). Avremmo quindi le risorse necessarie per pagare il restante debito.

Tagliare il debito con l'austerità o un default controllato o una svendita del nostro paese, mantenendo al contempo il cambio fisso, ci espone a un ovvio risultato: quello di una crisi di tipo greco, con avvitamente recessivo e successiva palinodia del Fmi. E questo, che per taluni è recente e incerto punto di arrivo, per noi è stato un saldo e chiaramente affermato punto di partenza.

Ma allora perché Grillo e tanti altri continuano a battere sul tasto del debito pubblico? È solo dilettantismo?

No.

Nel caso di Grillo sappiamo bene che le cose non stanno così. La matrice liberista del suo pensiero (cioè di quello di Casaleggio) ci è nota, siamo stati i primi qui a metterla in piena e compiuta evidenza.Gli economisti Grillo e Giannino hanno in comune, oltre alla laurea in economia, un pio desiderio: abbattere lo Stato.

Buona fortuna, e il discorso per me finisce qui.

In altri casi, però, la cosa è più preoccupante. Il continuo, insistito, subliminale messaggio secondo il quale noi dovremmo garantire il "nostro" debito con il "nostro" patrimonio è un evidente tentativo di applicazione del metodo Juncker. Chiunque vi parli di vendere qualsiasi pezzo di Italia al capitale estero (fosse pure un etto di sabbia della spiaggia di Maccarese) sta tradendo il nostro paese, e lo sta facendo in modo subdolo e con un obiettivo ben preciso: quello di convincervi che siccome "abbiamo vissuto al disopra dei nostri mezzi" ora dobbiamo "vendere i gioielli di famiglia". Due luoghi comuni che non vogliono dire niente, ma che mirano a uno scopo ben preciso: farvi apparire come naturale la svendita al capitale estero dell'ENI.

Perché, vedete, non solo il debito pubblico non è causa ma sintomo (e sintomo nemmeno troppo preoccupante, se l'IMF prevede un rientro già dal prossimo anno), ma la privatizzazione (tramite svendita) di asset pubblici non ha mai, in alcun paese e in nessuna circostanza, curato questo sintomo. Accetto esempi del contrario: "ma in Transnistria nel 947... ma a S. Marino nel 1436... ma nelle Fiji nel 2006...". Buon divertimento!

L'Italia non è in vendita.

Vorrei anche far capire una cosa, molto semplice. Quale creditore intelligente chiederebbe a un artigiano di vendere i propri utensili per abbattere, poniamo di 10, un debito di 100? Nessuno, per il semplice motivo che il restante 90, l'artigiano, senza utensili non riesce a rimborsarlo, perché smette di lavorare. O meglio: un modo per rimborsarlo ce l'avrebbe ancora: andare sotto padrone. Ed è questo che vogliono.

Chiaro, no?

Chi vede nel capitale estero la soluzione dei problemi vuole semplicemente la definitiva schiavizzazione dei paesi periferici. L'Italia priva delle sue aziende diventerebbe semplicemente un serbatorio di manodopera molto qualificata e sempre più a buon mercato. Chiunque vi parli di vendere ai creditori esteri anche solo un sasso del nostro paese coopera, che lo sappia o meno, a questo progetto. E quindi va isolato e fatto riflettere, naturalmente con le buone. Io ci ho provato in tempi non sospetti, denunciando credo per primo in modo esplicito la svendita del nostro paese. Certo, questo ha dato fastidio a molti difensori dell'euro "da sinistra". Non si può dispiacere a tutti. Ma io vivo in Italia e non voglio trovarmi a vivere in un deserto.

E che il tema sia questo, e che lo scontro sia ormai aperto, ce lo evidenzia il coinvolgimento dell'informazione di regime.

Sentite cosa racconta Roberto Buffagni:



Roberto Buffagni ha lasciato un nuovo commento sul tuo post "Offertismo e antifascicolismo":

Altro aneddoto in tema, fresco fresco.

Stamani sento "XXX" su YYY. Il conduttore legge una dichiarazione di Riccardo Illy, che in qualità di presidente di Altagamma dice che la vendita a stranieri di Pernigotti e delle aziende italiane in generale dimostra che sono buone da mangiare (appunto come i cioccolatini).
 

Telefono alla redazione. Di tanto in tanto lo faccio, e ho sempre trovato redattori cortesi. Stavolta, il redattore mi chiede di sintetizzare il mio intervento (che avevo già liofilizzato per il centralino). Sintesi: i profitti di un'azienda italiana che diventa straniera se ne vanno all'estero; e questo se va bene, perché a volte l'acquirente decide di comprare per chiuder e così eliminare un concorrente, vedi caso Acciaierie Terni/Thyssen Krupp, con il collateral damage dei poveretti carbonizzati per risparmio sulla manutenzione e la sicurezza in vista della prossima chiusura.
 

Invece di passarmi il conduttore, il redattore comincia a polemizzare e a discutere lui. Si noti che questo non avviene mai: di solito, i redattori si accertano che tu abbia da dire qualcosa di minimamente sensato, non teppistico e non illegale, e poi ti mettono in linea. Niente: stavolta, il redattore si batte come un leone. E non è vero che i profitti vanno all'estero, e comunque ci pagano su le tasse, e il problema della sicurezza sul lavoro è molto più complesso, e insomma lei è per il protezionismo...dopo di che, mi mette giù il telefono. Avevo dormito bene, erano le sette e mezzo del mattino, per cui mi incavolo solo moderatamente. Richiamo il centralino, spiego l'accaduto, sottolineo che per un servizio pubblico è grave fare censura preventiva, avverto che non finisce qui, e lascio di nuovo il mio telefono nel caso che un responsabile voglia chiarire. Due minuti dopo mi ritelefona il redattore di prima. Gli chiedo di presentarsi. Non si presenta. Glielo richiedo. Non si presenta, in compenso mi insulta: "Lei è un arrogante e un maleducato!" (cfr. pag 2 del manuale di psicoanalisi for dummies, voce "proiezione") e conclude con le ultime parole famose: "Lei a XXX non interverrà più".
 

E bravo l'innominato. Mandata lettera di protesta al responsabile della trasmissione e al direttore di YYY. Reazione: zero. Appena avrò tempo e voglia scriverò anche a qualche giornale, come i colonnelli in pensione (non sono in pensione, però).
 

Ecco qua, tanto vi dovevo. Abbasso il nazifascicolismo!



Vi occorre altro?

Pud€ Pagina difende la svendita. Può darsi che gli vada bene. Se invece va male, cioè se gli italiani si riprenderanno l'Italia, sapranno quali braccia restituire all'agricoltura, in un paese che ha tante eccellenze nell'agroalimentare, e tante deficienze nell'informazione.


(fate sentire la vostra voce. Polvere alla polvere e merda alla merda. Devono sapere che sappiamo cosa ci stanno facendo, e sappiamo perché ce lo stanno nascondendo. Fate circolare. L'indirizzo di Pud€ Pagina si trova facilmente...).

giovedì 11 luglio 2013

Offertismo e antifascicolismo

Fra le tante croci che mi sono caricato, c'è anche la musica. Ieri ero dal costruttore del mio clavicembalo, per fare un tagliando. Mentre cambiavamo corde, limavamo penne ("lì devi togliere 8/10 di millimetro con un angolo di 30°!"...), allentavamo molle, ecc., si chiacchierava. Il buon Andrea ragionava sul fatto che molte associazioni di categoria sono impregnate ormai della simpatica filosofia economica dell'"offertismo". Il messaggio è: "Cari associati, dovete innovare, fare ricerca, per diventare più produttivi e competitivi". Solo che, mi diceva Andrea, sono sempre più gli associati che si chiedono: "Ma la domanda dov'è?".

E certo che se per diventare competitivo affossi il reddito nazionale, la domanda non arriverà mai.

Un esempio: Andrea mi diceva che nel quaderno di una di queste associazioni (non faccio nomi: onnipresente nella pubblicità radiofonica), dopo il pistolotto moralistico iniziale sulla necessità di innovare e di "fare sistema" (cosa che le imprese italiane spesso capiscono benissimo da sole), nelle pagine interne, si trovava una bella convenzione, stipulata dall'associazione, che proponeva agli associati un prezzo di favore per l'acquisto di veicoli commerciali.

Naturalmente della Opel.

"Allora", diceva il buon Andrea, "io giro l'Europa, vado alle fiere all'estero, esporto. Non ho mai visto nei quaderni delle associazioni imprenditoriali della Turingia (per gli ignari: la regione di Eisenach, patria di Bach) la pubblicità di qualcosa che non fosse tedesco. Inutile parlare di 'fare sistema' se poi lo interpreti così. Magari il veicolo Opel costa meno, e quindi dal lato dell'offerta l'imprenditore è avvantaggiato. Ma comprando all'estero crei posti di lavoro e reddito all'estero. A me va anche bene, perché i clavicembali me li comprano, per l'appunto, i tedeschi. Ma un fabbro, un ceramista, un falegname, come fa?".

Colto da un accesso di sacra indignazione, mi sono permesso di apostrofare il miope artigiano: "Nazionalista! Cosa direbbe Norma Rangeri, se ti sentisse? La tua esortazione alla preferenza per i beni nazionali (home bias, direbbe un vero economista da baraccone) denota scarsa lungimiranza. Lo sai che il benessere del consumatore aumenta solo consumando a Catania un limone danese e a Roskilde un'aringa siciliana. Dice: ma in Sicilia non si pescano le aringhe. E che razza di obiezione è? Basta prima importarle dalla Danimarca, e poi riesportarle in Danimarca, se del caso. Così il Pil aumenta (servizi di trasporto).

Si chiama libero commercio, lo Zeitgeist lo esige e i mercati finanziari lo propugnano. Chiunque si opponga ad essi è appunto offuscato dall'ottusa e ristretta logica della difesa dell'interesse nazionale. Ora, tu sai che l'Europa è stata quasi distrutta dal nazional-socialismo. Quindi, per difendere l'Europa, bisogna distruggere quei presidi di tutela dei diritti costituzionalmente garantiti che sono gli stati nazionali, e ignorare il fatto che finché esisterà una contabilità nazionale, con una bilancia dei pagamenti, esisterà anche un interesse economico nazionale: quello a non andare in deficit nei pagamenti con l'estero. La contabilità nazionale è nazista e nemica del proletario, come dicono quelli che: Keynes ha inventato il Pil quindi il Pil è di destra (NdC: non faccio nomi ma giuro sulla loro testa che è vero! Per inciso, ricordo a beneficio dei marxisti dell'Illinois che Keynes con la nascita della moderna contabilità nazionale non c'entra nulla).

Non mi segui?

Aspetta, ti faccio altri due esempi, così capisci quanto sia in realtà intelligente e profondo il mio ragionamento.

Siccome il nazional-socialismo ha fatto tante vittime, dobbiamo abolire le nazioni.

Siccome il comunismo ha fatto tante vittime, dobbiamo abolire i comuni.

E siccome il fascismo ha fatto tante vittime, dobbiamo abolire i fascicoli: da oggi in poi, solo fogli slegati.

Il legame fra una editoria su fogli slegati, nazionalismo e democrazia è evidente. Caso mai a qualcuno andasse di riscrivere il Mein Kampf, basterebbe stamparlo su fogli slegati, senza fascicolarlo, né rilegarlo: un colpo di vento basterebbe a disperdere il delirante messaggio nazionalista. Solo l'antifascicolismo (e una buona ventilazione) può salvare l'Europa...".

...

Sì, certo, lo avete capito: ovviamente non è proprio andata così.

Ma sapeste quante volte hanno ripetuto a me la pappardella che siccome il nazionalismo ecc. A voi no? Be', la prossima volta che lo fanno, parlategli dell'antifascicolismo! Sarà un modo elegante e discreto per far intuire ai vostri interlocutori in quale dovuto conto tenete i loro profondi e geopoliticamente corretti argomenti.



(lavoro come un mulo per preparare il Goofycompleanno, sarà molto meglio dello scorso anno, so che sarete molto contenti, ma mi dispiace lo stesso non poter seguire e animare la vostra discussione sul blog. Il momento è faticoso, ma i risultati ci saranno. Presto sarete chiamati a contribuire. Keep in touch, come direbbe un economista...)

domenica 7 luglio 2013

58 anni di disoccupazione in Italia

Un  interessante scambio su Twitter mi ha fatto capire che nel mondo dell'informazione sono per lo più ignoti (a meno che non siano travisati) alcuni fatti cruciali relativi all'economia italiana. Con l'occasione, mi preme sottolineare che il Sole24Ore, per una volta, ha fornito il dato in modo corretto: dire che il dato attuale è il più elevato dal 1977, infatti, non significa dire che il dato attuale sia uguale a quello del 1977, cioè che si sia, per così dire "tornati" al 1977. Significa semplicemente dire che se si va indietro fino al 1977 con i dati dell'Istat non si riscontra mai un valore altrettanto elevato.

Credo che la forzatura commessa dal dr. Zucconi, affermando che "siamo tornati al 1977", risenta di un suo certo qual desiderio compulsivo di ricostruire orwellianamente la storia, un peccatuccio nel quale ogni tanto egli incorre (se sia veniale o meno lo giudichino i lettori, considerando la recidiva, e la posizione di responsabilità che il personaggio occupa).

Tuttavia alcune osservazioni fatte da lettori del mio blog mi hanno reso consapevole del fatto che, al di là delle possibili distorsioni ideologiche, esiste un reale bisogno di informazione statistica corretta. Voglio chiarire che in questo caso la distorsione ideologica appare determinata dalla volontà di indurre nel lettore l'idea che quando l'Italia era dotata di una propria valuta nazionale tutto (disoccupazione inclusa) andasse peggio. Una volontà palesata dal tanto rivelatorio quanto ingenuo "e non potevamo nemmeno dare la colpa all'€". Insomma, Zucconi è effettivamente convinto che negli anni '70 la disoccupazione fosse a due cifre, e ovviamente, se così fosse stato, non si sarebbe che potuto concludere con lui che l'euro non c'entrava nulla (essendo ancora in mente Dei, o più esattamente nella mente di Werner).

Peccato però che le cose non stiano esattamente così.

Chiariamoci:  nessuno può ragionevolmente pensare che la valuta nazionale (come del resto la valuta sovranazionale) sia una bacchetta magica che risolva tutti i problemi. Semplicemente, ogni economista professionista sa che non esistono "pasti gratis" (no free lunch), non ci sono soluzioni miracolose. In ogni circostanza i benefici vanno soppesati coi costi. Per capire però quali siano gli effettivi costi e gli effettivi benefici sarebbe auspicabile che chi informa fornisse dati corretti, senza i quali non si può avere una effettiva e compiuta democrazia.

Ora, duole rimarcare che solo una persona molto smemorata, o un orecchiante dell'economia, possono credere che negli anni '70 il tasso di disoccupazione italiano fosse a due cifre come oggi.

Come mi è capitato di fare in precedenti post, vi fornisco il dato. La storia della sua evoluzione ci prenderebbe troppo spazio. Dopo vent'anni di attività di ricerca nel campo della modellistica macroeconomica mi è facile fornirvi una serie storica sufficientemente lunga del tasso di disoccupazione in Italia. Uso a questo scopo il dato annuale, disponibile fin dal 1960 (e certamente anche da prima, con un po' di pazienza). La serie è ricostruita attingendo a varie fonti sovranazionali, le quali riportano il dato che viene loro trasmesso, nel quadro di protocolli standardizzati, dagli uffici statistici nazionali. In altri termini, la consultazione dei relativi Annuari Statistici dell'Istat, che può essere effettuata presso la biblioteca di ogni Dipartimento di Economia, fornirebbe un quadro sostanzialmente identico (a meno di qualche decimale).


Credo che vedere i dati effettivi aiuterà tutti a farsi un'idea sia del tipo di informazione che circola nei media cosiddetti mainstream, sia, cosa più seria ed urgente, della tragicità della situazione attuale (le etichette dei dati ne indicano la fonte, per la quale vedi sotto).



Brevi commenti. La disoccupazione, in Italia, è passata "a due cifre" nel 1985 (i "terribili" anni '70 erano finiti da un lustro, salvo errore), e ci è rimasta fino al 2000, raggiungendo un massimo pari al 12% nel biennio 1988-89. La discesa della disoccupazione si fa evidente dal 1998, anno nel quale cominciano ad avvertirsi gli effetti del discusso pacchetto Treu (al quale oggi si tende ad imputare almeno in parte il calo della produttività del lavoro e quindi il declino dell'economia italiana, come ho argomentato qui e come è stato discusso in questo e in altri seminari). Notate che per raddoppiare dal 6% al 12%, il tasso di disoccupazione, nei "terribili" anni '70, impiegò 17 anni (dal 1972 al 1988). Nell'attuale regime (monetario) europeo ce ne sono voluti solo 7 (dal 2007 al 2013).

Dato che l'informazione corretta viene osteggiata dai media, mi perdonerete se mi dilungo in noiosissime precisazioni, inutili a chiunque abbia un minimo di memoria storica, ma necessarie in un paese nel quale pronunciare una semplice verità statistica apre la stura a un profluvio di fastidiose polemiche.

OECD è il tasso di disoccupazione calcolato utilizzando le serie degli occupati totali e della forza lavoro riportate dall'edizione 1997#2 del Compendio Statistico OCSE, utilizzato nel database di questo lavoro (la serie termina nel 1990).

IFS è il tasso di disoccupazione riportato dall'edizione 2012#12 delle International Financial Statistics del Fondo Monetario Internazionale (la serie inizia nel 1985 e termina nel 2011).

WEO è il tasso di disoccupazione riportato dall'edizione di aprile 2013 del World Economic Outlook (la serie coincide con la precedente ma arriva al 2012).

Notate che per ognuna di queste serie il grafico riporta osservazioni parzialmente sovrapposte (overlapping), in modo da verificare che effettivamente i dati fossero compatibili. Siccome i dati sono compatibili, la sovrapposizione è pressoché perfetta, tanto che se non ve lo avessi detto forse non l'avreste nemmeno notata. In altre parole: i dati sono questi. Full stop.

Previsione è la previsione riportata dalla fonte precedente (WEO), che arriva fino al 2018.


Notiamo, per concludere, che una riduzione così rapida del tasso di disoccupazione si è in effetti già manifestata in passato, ma appunto a patto di riforme "strutturali" la cui logica oggi viene discussa non solo in Italia e che comunque, proprio in quanto strutturali, sono irripetibili. La struttura del mercato del lavoro italiano è già stata cambiata (riteniamo in peggio), e non è pensabile che ulteriori "flessibilizzazioni" possano fare nuovamente il "miracolo", se tale è stato (cosa sulla quale, come abbiamo detto, siamo in molti economisti a nutrire più di qualche ragionevole dubbio).

Dalla Goofyosteria...

Chi c'era se la ricorda...

A volte ritornano...

Come non condividere con voi questa perla! (o questo peerla?)



(non c'è niente da fare. L'arzillo vecchietto non ha proprio capito come funziona oggi la comunicazione...).

Scene dalla vita di provincia 2: seminario sulla produttività



A seguire:

1) i saluti del direttore del dipartimento, Piergiorgio Landini;

2) introduzione di Alberto Bagnai e relazione di Giuseppe Travaglini;

3) relazione di Francesco Daveri;

4) relazione di Alberto Bagnai;

5) relazione di Massimo Del Gatto;

6) relazione di Dario Sciulli.

(con un ringraziamento a BigKappa della colonna romana).





(Scusate se ci ho messo un mese, poi organizzerò una videoteca, ho avuto molto da fare e il meglio è nemico del bene: avrei voluto accompagnare i video con un minimo di spiegazione di alcuni snodi essenziali. Ad esempio, capisco che l'essenza del vincolo esterno potrebbe sfuggire agli abitanti di un paese nel quale si parla sempre di svalutazione e mai di rivalutazione, e sempre dei suoi effetti sulle esportazioni e mai di quelli sulle importazioni. Certo, voi siete un pochino avanti, perché qualcuno si è occupato di voi. Approfitterò delle eventuali domande per chiarire eventuali dubbi.

Ma la cosa più importante che questi video dimostrano è che in Italia ci sono tante persone con le quali si può parlare e quindi si deve parlare. 

Poi c'è anche qualche mediocre che parla per sentito dire, come questo, e con gente così non si può parlare, ed è doveroso non parlare. Tutta la polemico su Twitter sul "perché blocchi, perché mi hai bloccato" è insensata. Ho il diritto di non ascoltare la musica che non mi piace e di non ascoltare le persone che non mi interessano. Il filtro è molto semplice e consta di tre ovvie regole.

Notate il dettaglio: questo qui da grande vuole fare il giornalista! Meno male! Temevamo che il seme di grandi columnist come questo, questo, questo o questi fosse destinato a perdersi! Sappiamo invece che sarà Davide a portare alto il vessillo della disinformazione nei prossimi anni. Ricordiamocelo. Farà carriera...

D'altra parte, cosa volete, io lo capisco. Siccome c'è gente che lavora male, ma molto molto molto male, come questo qui, che con la sua leggerezza mi ha creato un danno del quale non gli chiederò mai il conto, confidando nel fatto che lo farà il Padreterno - e in fondo lo ha già fatto - e siccome le smentite finiscono a pagina 30, e siccome dire una scemenza è più facile che documentarsi, certe cose capitano. Voglio però esortarvi a non fare l'errore di perder troppo tempo con gente simile. So che un certo tipo di sciocca calunnia vi scotta e che quindi vorreste rettificare, aiutare a ragionare certi interlocutori. Credetemi: è inutile. Viceversa, per chi può capire, da studiare e da capire c'è ancora moltissimo, e i video sopra lo dimostrano.

Solo un esempio: in fondo nemmeno sappiamo datare con precisione il cambiamento di struttura dell'economia italiana, che pure nei dati è evidente. Ora, che l'euro c'entri è altrettanto palese, ma la ricerca scientifica esige altre prove che nessuno finora ha tentato di raccogliere semplicemente perché non veniva in mente di farlo. Mi scuserete quindi se non perderò tempo con ogni aspirante Goebbels, e penso che non dobbiate farlo nemmeno voi. Sia io che voi abbiamo tanto da studiare e tanto da capire perché se Dio vuole non siamo piddini, cioè non "sappiamo di sapere".

A differenza del mediocre giovane di cui sopra, futuro mediocre - cioè ottimo - giornalista).

sabato 6 luglio 2013

Comunicazione di servizio: Viterbo stasera

Penso di avervelo detto, magari di sfuggita. Io sarò molto di corsa, quindi non avrei nemmeno il tempo di stringervi la mano e per quello non ho enfatizzato molto l'avvenimento. Devo mantenere alcune delle tante promesse che vi ho fatto, e naturalmente questo comporta un sacco di lavoro. Andiamo avanti con l'organizzazione del Goofycompleanno (26-27 ottobre), quest'anno in forma più strutturata dell'anno scorso, e con un po' più di capienza. Mi è dispiaciuto dirvi di no lo scorso anno, ma per dire di sì a tutti c'è parecchio da faticare.

Poi bisogna allungarsi il CV, scrivere sui giornali che fanno opinione, ecc.

Mi divertivo di più quando eravamo solo fra noi, ma capisco anche il vostro desiderio di non restare un club privé di individui assorti nella serafica contemplazione della propria consapevolezza, pervicacemente attaccati al precetto epicureo.

Un passo alla volta: abbiate pazienza, presto torneremo a divertirci. L'inverno ha rovinato parecchi manti stradali: si prevedono lavori di asfaltatura.