(questo è un po' criptico e complottista. Mi scuso. Prometto di tornare a parlare di euro quanto prima)
Quando sono ospite di amici, prima di andare a dormire, mi piace prendere un libro a caso dalla loro libreria e portarlo con me. L'ultima volta, ero ancora in Italia, ho pescato i Dublinesi di Joyce. E ci ho trovato questo interessante dialogo. Oggi pensiamo che le infiltrazioni siano solo quelle di cortisone. Ma anche il povero Lucien Leuwen dovette passare un brutto quarto d'ora al capezzale di un certo agente di polizia. Nihil sub sole novum. Non chiedetemi cosa c'entra con i discorsi che stiamo facendo qui.
"Ah, poor Joe is a decent skin," said Mr. O'Connor.
"His father was a decent, respectable man," Mr. Henchy admitted. "Poor old Larry Hynes! Many a good turn he did in his day! But I'm greatly afraid our friend is not nineteen carat. Damn it, I can understand a fellow being hard up, but what I can't understand is a fellow sponging. Couldn't he have some spark of manhood about him?"
"He doesn't get a warm welcome from me when he comes," said the old man. "Let him work for his own side and not come spying around here."
"I don't know," said Mr. O'Connor dubiously, as he took out cigarette-papers and tobacco. "I think Joe Hynes is a straight man. He's a clever chap, too, with the pen. Do you remember that thing he wrote...?"
"Some of these hillsiders and fenians are a bit too clever if you ask me," said Mr. Henchy. "Do you know what my private and candid opinion is about some of those little jokers? I believe half of them are in the pay of the Castle."
"There's no knowing," said the old man.
"O, but I know it for a fact," said Mr. Henchy. "They're Castle hacks.... I don't say Hynes.... No, damn it, I think he's a stroke above that.... But there's a certain little nobleman with a cock-eye—you know the patriot I'm alluding to?"
Mr. O'Connor nodded.
Dedicato ai Castle hacks. Qualcuno ce ne sarà in giro, no, visto che ci son sempre stati e sempre ci saranno?
L’economia esiste perché esiste lo scambio, ogni scambio presuppone l’esistenza di due parti, con interessi contrapposti: l’acquirente vuole spendere di meno, il venditore vuole guadagnare di più. Molte analisi dimenticano questo dato essenziale. Per contribuire a una lettura più equilibrata della realtà abbiamo aperto questo blog, ispirato al noto pensiero di Pippo: “è strano come una discesa vista dal basso somigli a una salita”. Una verità semplice, ma dalle applicazioni non banali...
mercoledì 18 gennaio 2012
martedì 17 gennaio 2012
Il post del vicino (non) è sempre il più verde
(ma oggi sì).
Dilettissimi fratelli e sorelle,
raramente mi capita di leggere qualcosa che vorrei aver scritto io. Ma oggi è capitato, e permettetemi quindi di condividere con voi il più bel post che abbia finora visto sulla crisi dell'eurozona. Mancava solo un commento musicale. Mi permetto di aggiungerlo io.1
Bravo Gustavo. Mi ricordo che quando lavoravamo nello stesso dipartimento chiesi a un'amica chi fosse il docente che preferiva. Risposta: "Piga, perché ha uno sguardo sottilmente perverso". Era ovviamente un complimento, e solo oggi lo ho capito e condiviso fino in fondo!
A proposito, Gustavo: una buona notizia, in mezzo a tanto cupio dissolvi. Marco Basilisco mi ha promesso che quando porterà i cosacchi a piazza S. Pietro, noi due saremo gli unici economisti a non essere fucilati. Ha detto che per noi basterà una rieducazione. Gli ho detto che il freddo non mi spaventa. Se lo vedi salutamelo, è un tuo fan e un tuo collega...
Dedicato a Mario Domingo Victor de la Cruz, Re di Spagna, Napoli e Sicilia, Duca di Borgogna e di Milano (Bocconi).
1Il commento è un po' ante litteram, perché si riferisce a un'altra vicenda dinastica, quella che mi ero permesso di richiamare alla mente di una animula vagula blandula in questo post amatoriale: ve lo segnalo perché è lì che nacque il mio sentimento profondo e sincero per Alex!
Dilettissimi fratelli e sorelle,
raramente mi capita di leggere qualcosa che vorrei aver scritto io. Ma oggi è capitato, e permettetemi quindi di condividere con voi il più bel post che abbia finora visto sulla crisi dell'eurozona. Mancava solo un commento musicale. Mi permetto di aggiungerlo io.1
Bravo Gustavo. Mi ricordo che quando lavoravamo nello stesso dipartimento chiesi a un'amica chi fosse il docente che preferiva. Risposta: "Piga, perché ha uno sguardo sottilmente perverso". Era ovviamente un complimento, e solo oggi lo ho capito e condiviso fino in fondo!
A proposito, Gustavo: una buona notizia, in mezzo a tanto cupio dissolvi. Marco Basilisco mi ha promesso che quando porterà i cosacchi a piazza S. Pietro, noi due saremo gli unici economisti a non essere fucilati. Ha detto che per noi basterà una rieducazione. Gli ho detto che il freddo non mi spaventa. Se lo vedi salutamelo, è un tuo fan e un tuo collega...
Dedicato a Mario Domingo Victor de la Cruz, Re di Spagna, Napoli e Sicilia, Duca di Borgogna e di Milano (Bocconi).
1Il commento è un po' ante litteram, perché si riferisce a un'altra vicenda dinastica, quella che mi ero permesso di richiamare alla mente di una animula vagula blandula in questo post amatoriale: ve lo segnalo perché è lì che nacque il mio sentimento profondo e sincero per Alex!
lunedì 16 gennaio 2012
Kennen Sie das Chiemgauer?
In diretta da un paese libero. France 2 alle 7:15 di oggi fa un bel servizio sulle monete locali in Germania. Pare ce ne siano diverse. La più importante è quella citata nel titolo. Andate su Google. Un tedesco su due ha sfiducia nell'euro, dice il corrispondente. Una donna intervistata dice piatta: "preferisco avere dei Chiemgauer in tasca che degli euro sul conto, l'euro è come il vento" (ma non era la lontananza?). Un commerciante dice che rappresentano un bel giro di affari, e che siccome hanno ovviamente circolazione solo regionale, lo incentivano a sfruttare la "filiera corta", cosa che i suoi consumatori apprezzano. Quale orrore! L'autarchia! Quale orrenda perdita di benessere, nel mangiare in Baviera una mela che non viene dal Cile...
E in effetti, quando succederà, avere un'alternativa monetaria a disposizione per sopravvivere al "corralito" non sarebbe male. Vado, che perdo il treno: quello reale, perché quello metaforico mi sembra chiaro che lo stiamo perdendo tutti.
Dedicato alla splendida giornalista che parla dell'isola del Ghigliò.
E in effetti, quando succederà, avere un'alternativa monetaria a disposizione per sopravvivere al "corralito" non sarebbe male. Vado, che perdo il treno: quello reale, perché quello metaforico mi sembra chiaro che lo stiamo perdendo tutti.
Dedicato alla splendida giornalista che parla dell'isola del Ghigliò.
venerdì 13 gennaio 2012
Quod erat demonstrandum (3)
Certo che porto proprio sfiga! Non so se provarne più preoccupazione o vergogna.
Avevo appena detto che gli asset italiani sono a rischio svendita, citando Unicredit, e guarda che è successo (avrete poi visto lo spot televisivo con la giovane che sbroglia la bandiera italiana...)!
Avevo appena fatto notare all'amico Sergio che un duumvirato dove uno è pieno di soldi e l'altro è pieno di debiti non può funzionare, e riguarda che risuccede: S&P declassa la Francia! (in realtà non lo ha ancora fatto, altrimenti il prof. Santarelli mi avrebbe chiamato, ma Repubblica, per fare un po' di casino, titola così in questo momento. Ma l'aria che tira è quella, da mesi...).
Sto andando a consolarli, poveri francesi! Porto con me due classici: L'argent (di Zola, io di mio ne ho poco, per fortuna dopo Natale devo vivere cibandomi di radici e locuste) e La débâcle. Quale? La solita: dopo Basilea 3, Sedan 2. Alla faccia del duumviro...
Dedicato ai francofobi, che però hanno poco da sghignazzare (prof. Santarelli incluso). E ora torniamo alle valigie...
Avevo appena detto che gli asset italiani sono a rischio svendita, citando Unicredit, e guarda che è successo (avrete poi visto lo spot televisivo con la giovane che sbroglia la bandiera italiana...)!
Avevo appena fatto notare all'amico Sergio che un duumvirato dove uno è pieno di soldi e l'altro è pieno di debiti non può funzionare, e riguarda che risuccede: S&P declassa la Francia! (in realtà non lo ha ancora fatto, altrimenti il prof. Santarelli mi avrebbe chiamato, ma Repubblica, per fare un po' di casino, titola così in questo momento. Ma l'aria che tira è quella, da mesi...).
Sto andando a consolarli, poveri francesi! Porto con me due classici: L'argent (di Zola, io di mio ne ho poco, per fortuna dopo Natale devo vivere cibandomi di radici e locuste) e La débâcle. Quale? La solita: dopo Basilea 3, Sedan 2. Alla faccia del duumviro...
Dedicato ai francofobi, che però hanno poco da sghignazzare (prof. Santarelli incluso). E ora torniamo alle valigie...
giovedì 12 gennaio 2012
Il mondo prima di Keynes
Smith è morto, Keynes è morto, e anch’io non mi sento troppo bene.
Dedicato a Giorgio Basilisco, l’amico della cembalista dagli occhi glauchi. Lui mi rimproverava di non voler leggere Marx, e io gli opponevo Dostojevskij. E allora lui torvo, a dirmi che anche se il buonismo è stucchevole, pure il mio cattivismo stanca. Perché Dostojevskij una volta credeva nell’uomo e in Saint Simon (non il duca, il socialista... ma questa è un’altra storia, la racconta Hugo). Il buon Fiodor quindi pensava che in fondo sarebbe bastato trovare il sistema giusto, e tutti sarebbero vissuti felici e contenti, perché questo comanda ragione, e questo comanda natura. Poi però cambiò anche lui paradigma. Trovarsi davanti a un plotone di esecuzione, in effetti, è un bel cambio di paradigma. Intendiamoci, Giorgio, non è che io ti auguri questo. E se riesci a portare i cosacchi a piazza S. Pietro ti prego di ricambiarmi la cortesia (senza imbracciare l’artiglieria, appunto). Io ti ho sempre voluto bbene...
Questo atteggiamento serpeggia in una parte della professione e dei commentatori. Uno schieramento trasversale, che parte dalla “destra” e arriva, purtroppissimo, alla “sinistra” (di destra, di centro e di sinistra). Unanimi e concordi nel dire che sì, va bene, però il mondo è cambiato, e nel neomondo nel quale stiamo vivendo, nel quale spadroneggia il neoliberismo, le politiche keynesiane non sono più adeguate, quando addirittura non sono loro la causa degli orrendi mali che ci affliggono.
Quest’ultima conclusione viene tratta soprattutto da quelli che, come Tabellini, vedono la causa della crisi nel debito pubblico (anziché, come De Grauwe, e come tanti altri, e come è nei dati, in quello privato), e liquidano Keynes come quello della spesa pubblica e della svalutazione. Una visione un po’ caricaturale. Ma se glielo fai notare, l’argomento è che qui bisogna agire, e non si può stare a far storia del pensiero (illuminante il dibattito fra Cesaratto e Perotti).
Be’, certo... Ho letto anch’io (anzi, forse, fra gli economisti, solo io) la seconda delle Unzeitgemäße Betrachtungen di Nietzsche: “Vom Nutzen und Nachteil der Historie für das Leben” (Sull’utilità e il danno della storia per la vita). Un motivo c’è: ero iscritto a filosofia... E dopo aver letto e meditato, sono passato a una facoltà meno infestata dalla Storia, il cui danno mi sembrava allora superare l’utilità. Ma ormai ero corrotto: Giannantoni mi aveva pervertito, leggendomi Diogene Laerzio in greco (o fortunatos nimium...). E così sono diventato uno studioso delle serie storiche di dati economici.
Le più famose nella letteratura scientifica sono senz’altro quelle usate nel “two Charlies paper”, l’articolo dei due Carli: Charles Nelson e Charles Plosser. Il primo insegna alla University of Washington – non DC – e l’altro è presidente della Fed di Filadelfia. Molti anni fa, nel 1982, scrissero un articolo famosissimo ("Trends and Random Walks in Macroeconomic Time Series: Some Evidence and Implications," Journal of Monetary Economics, 10(2), pp. 139–162), nel quale usavano serie “secolari” di dati americani per dimostrare una cosa che a voi non interessa (il database, comunque, è qui). Penso però che possa interessarvi dare un’occhiata a una delle loro serie.
La figura qui sopra riporta il tasso di crescita degli Stati Uniti dal 1910 al 2010 (naturalmente dal 1980 al 2010 la ho aggiornata io, i due Carli non vedevano il futuro: erano economisti). Ricordo che Buiter usa una figura simile in un suo articolo... ma non ricordo quale. Formato al suo insegnamento anch’io l’ho utilizzata nel mio ultimo articolo su crisi finanziaria e governo dell’economia. Secondo me si commenta da sola, ma se volete una mano ve la do.
Prima degli anni ’50, cioè prima che i governi, scossi dalla seconda guerra mondiale, prendessero un serio e in alcuni casi formale impegno a praticare politiche di tipo keynesiano, il ciclo economico degli Stati Uniti oscillava in un corridoio ampio quasi 30 punti percentuali (da recessioni del -15% a espansioni del +15%). I costi sociali di queste oscillazioni (la più famosa è la crisi del ’29) erano enormi e ce li ricordiamo. Ma le “vetuste” ricette keynesiane funzionarono: da quando vennero adottate, il “corridoio” entro il quale la crescita oscillava si dimezzò, e, soprattutto, divenne asimmetrico, nel senso che non si presentarono più recessioni devastanti, e gli anni di crescita furono ben più numerosi di quelli di recessione (mi dispiace per Savonarola). La recessione più grande del dopoguerra è stata quella del 2009, quando il Pil usa è diminuito: -3.4%. Ma nella prima metà del XX secolo tassi di crescita inferiori, e talora di molto, si sono registrati ben nove volte, praticamente una volta ogni quattro anni: dal -4.4% del 1919 al -14.8% del 1932.
Quindi?
Quindi gli studiosi profondi e visionari (soprattutto visionari: dei veri Rimbaud della politica, o più semplicemente dei veri Rimba), quelli che adesso cercano nuovi paradigmi, paradigmi che oltrepassino quel pensiero keynesiano che loro per lo più non conoscono, non essendo attrezzati culturalmente per andare oltre la caricatura di Keynes, in realtà, anche se non lo sanno, anche se non vorrebbero, anche se comunque non lo ammetteranno mai, sotto sotto hanno nostalgia di quel mondo lì, del mondo prima di Keynes, rimpiangono, chi in salsa ricardiana e chi in salsa bolscevica, la prima metà del XIX secolo. Krugman invece no. E voi?
Quindi gli studiosi profondi e visionari (soprattutto visionari: dei veri Rimbaud della politica, o più semplicemente dei veri Rimba), quelli che adesso cercano nuovi paradigmi, paradigmi che oltrepassino quel pensiero keynesiano che loro per lo più non conoscono, non essendo attrezzati culturalmente per andare oltre la caricatura di Keynes, in realtà, anche se non lo sanno, anche se non vorrebbero, anche se comunque non lo ammetteranno mai, sotto sotto hanno nostalgia di quel mondo lì, del mondo prima di Keynes, rimpiangono, chi in salsa ricardiana e chi in salsa bolscevica, la prima metà del XIX secolo. Krugman invece no. E voi?
Dedicato a Giorgio Basilisco, l’amico della cembalista dagli occhi glauchi. Lui mi rimproverava di non voler leggere Marx, e io gli opponevo Dostojevskij. E allora lui torvo, a dirmi che anche se il buonismo è stucchevole, pure il mio cattivismo stanca. Perché Dostojevskij una volta credeva nell’uomo e in Saint Simon (non il duca, il socialista... ma questa è un’altra storia, la racconta Hugo). Il buon Fiodor quindi pensava che in fondo sarebbe bastato trovare il sistema giusto, e tutti sarebbero vissuti felici e contenti, perché questo comanda ragione, e questo comanda natura. Poi però cambiò anche lui paradigma. Trovarsi davanti a un plotone di esecuzione, in effetti, è un bel cambio di paradigma. Intendiamoci, Giorgio, non è che io ti auguri questo. E se riesci a portare i cosacchi a piazza S. Pietro ti prego di ricambiarmi la cortesia (senza imbracciare l’artiglieria, appunto). Io ti ho sempre voluto bbene...
mercoledì 11 gennaio 2012
Tafazzi vs Vocke: l'euro fra omodossia e realtà
Carissimi, mi spiace affastellare post, ma sarei scortese se non segnalassi proprio a voi che è uscito su "Costituzionalismo.it" un lavoro del quale vi avevo parlato: Tafazzi vs Vocke (con un titolo un po' più istituzionale).
Chi è Vocke lo sapete tutti. Tafazzi è invece un geniale e visionario statista italiano del XX secolo, uno dei padri nobili della sinistra per bene. Lo trovate immortalato in questo raro filmato (notate l'uso del braccio sinistro, perché Tafazzi, ripeto, è di sinistra: sia della sinistra di destra, che, ahimè, di quella di sinistra, come ho appreso oggi da un mio carissimo e insostituibile collaboratore).
Ai pochi che non ricordano chi fosse Vocke, suggerisco invece di cliccare qui. L'articolo è un po' pesante, ma per una settimana sarò fuori combattimento. Buona digestione!
Dedicato a Alessandro, Roberta e Sergio (in ordine alfabetico) e a tutti voi, come potrete notare dalla prima nota a piè pagina. Enjoy responsibly.
Chi è Vocke lo sapete tutti. Tafazzi è invece un geniale e visionario statista italiano del XX secolo, uno dei padri nobili della sinistra per bene. Lo trovate immortalato in questo raro filmato (notate l'uso del braccio sinistro, perché Tafazzi, ripeto, è di sinistra: sia della sinistra di destra, che, ahimè, di quella di sinistra, come ho appreso oggi da un mio carissimo e insostituibile collaboratore).
Ai pochi che non ricordano chi fosse Vocke, suggerisco invece di cliccare qui. L'articolo è un po' pesante, ma per una settimana sarò fuori combattimento. Buona digestione!
Dedicato a Alessandro, Roberta e Sergio (in ordine alfabetico) e a tutti voi, come potrete notare dalla prima nota a piè pagina. Enjoy responsibly.
La bilancia dei pagamenti, questa sconosciuta
Un lettore attento mi segnala questo appello comparso su Le Monde, e sollecita un mio parere. Mi sembra giusto portarlo alla vostra attenzione.
A me il documento pare corretto nell'analisi (gli squilibri esterni come causa della crisi) e nella proposta. Del resto, sono esattamente le stesse analisi e la stessa proposta (gestire, anziché subire, l'uscita dall'euro) che ho fatto ad agosto. E quindi, nella misura in cui i tempi che viviamo ci consentono di essere d'accordo con noi stessi, non posso che trovare sensate le parole dei colleghi.
Con un unico appunto.
Quando parlano dei debiti esteri dicono "la France, dont les 30% sont dus pour l'essentiel à une accumulation de sorties de capitaux d'investissements directs à l'étranger". Detto così, sembra che il debito estero si identifichi con l'uscita di capitali. Ma questo è ovviamente sbagliato.
Pensateci: se chiedete a un vostro amico un euro per prendervi un caffè, succedono due cose: voi vi indebitate col vostro amico, e nelle vostre tasche entra un euro. Il vostro stato patrimoniale registra un debito, ma in termini di cassa avete una entrata, non una uscita, di capitali (il famoso euro). Ora, la bilancia dei pagamenti (Bdp) è redatta con un criterio di cassa: hanno segno positivo le operazioni che determinano un afflusso di valuta nel paese, negativo quelle che determinano un deflusso. Di conseguenza le importazioni di capitali, cioè gli afflussi di fondi nel paese, sono registrate col segno più nel conto finanziario della Bdp. Ma anche se hanno segno positivo, sono nuovi debiti, perché i capitali che entrano dovranno essere restituiti (salvo bancarotta). Di converso, le esportazioni di capitali sono registrate con segno meno, perché è valuta che "esce" dal paese per essere prestata a operatori non residenti. Tuttavia, anche se hanno un segno meno in termini di cassa, le esportazioni di capitale sono crediti.
Esempio: un tedesco acquista un Btp (è successo!). In Italia entrano soldi, esce un pezzo di carta, in Bdp abbiamo un segno più nel conto finanziario, ma il debito estero dell'Italia è aumentato (e quindi la posizione finanziaria netta sull'estero dell'Italia - crediti meno debiti - è peggiorata). Nella Bdp tedesca succede il contrario (Goofynomics): registra un segno meno nel conto finanziario, e un segno più nella posizione netta sull'estero.
Altro esempio: un francese acquista un pacchetto di controllo in una catena di supermercati italiani (è successo!). In Italia entrano soldi (che escono dalla Francia) e escono pezzi di carta (azioni). Quindi la Bdp italiana registra un segno più nel conto finanziario (voce investimenti diretti in entrata), ma un segno meno nella posizione netta. Il contrario in Francia.
Chiaro?
Ho come il sospetto che questo meccanismo ai colleghi sfugga. In effetti, gli investimenti diretti esteri in uscita (sorties de capitaux d'investissement directs à l'étranger) sono esportazioni di capitali (acquisti di azioni estere), quindi sono nuovi crediti, non nuovi debiti della Francia, e infatti, anche se hanno segno meno nel conto finanziario della BdP (perché è redatto col criterio di cassa che vi ho descritto: meno perché se presto soldi a qualcuno li tolgo dalle mie tasche), hanno poi segno più nello "stato patrimoniale" del paese, la posizione finanziaria netta sull'estero. Il debito è per i paesi dove i capitali arrivano, non per quello dal quale partono.
A contrario, gli investimenti diretti esteri in entrata sono un debito, anche se hanno segno più nel conto finanziario (di cassa) della Bdp. Per questo non è opportuno accogliere con animo tanto giulivo l'acquisto di aziende italiane da parte di imprenditori esteri: questi acquisti, che sono soldi che entrano, corrispondono a un aumento del debito dell'Italia verso l'estero, debito sul quale, come su tutti i debiti, si paga una remunerazione, che consiste non in interessi, ma in profitti espatriati verso i paesi di origine dei capitali. Quei profitti espatriati che sono alla causa del tracollo dell'Irlanda, e potrebbero essere un domani la causa di ulteriori tracolli italiani (laddove si materializzi la svendita).
So che sembra complicato, e forse lo è, a giudicare da quanti economisti "eterodossi" si sbagliano nel leggere la Bdp! (ce ne avrei di storie da raccontare...). Ma noi è meglio che ce lo ricordiamo. Si può essere originali nella proposta, anche essendo rigorosi nella lettura dei dati...
Dedicato a Sergio, che mi parla di direttorio franco-tedesco. Ma secondo te, quanto può essere stabile un duumvirato dove uno dei due ha crediti esteri netti per il 40% del Pil o giù di lì, e l'altro debiti per il 30% del Pil (come ricordano i colleghi, sempre che abbiano letto bene!)... Per la cronaca, secondo le statistiche del Fmi, nel 2009 la Francia aveva un debito estero netto di 315 miliardi di dollari, e la Germania un credito di 1270 miliardi. Come dicono a Livorno, fa' un po' i' cconto te... Povero Sarkonano... lo so che ti sta antipatico, ma a me fa tanta pena...
A me il documento pare corretto nell'analisi (gli squilibri esterni come causa della crisi) e nella proposta. Del resto, sono esattamente le stesse analisi e la stessa proposta (gestire, anziché subire, l'uscita dall'euro) che ho fatto ad agosto. E quindi, nella misura in cui i tempi che viviamo ci consentono di essere d'accordo con noi stessi, non posso che trovare sensate le parole dei colleghi.
Con un unico appunto.
Quando parlano dei debiti esteri dicono "la France, dont les 30% sont dus pour l'essentiel à une accumulation de sorties de capitaux d'investissements directs à l'étranger". Detto così, sembra che il debito estero si identifichi con l'uscita di capitali. Ma questo è ovviamente sbagliato.
Pensateci: se chiedete a un vostro amico un euro per prendervi un caffè, succedono due cose: voi vi indebitate col vostro amico, e nelle vostre tasche entra un euro. Il vostro stato patrimoniale registra un debito, ma in termini di cassa avete una entrata, non una uscita, di capitali (il famoso euro). Ora, la bilancia dei pagamenti (Bdp) è redatta con un criterio di cassa: hanno segno positivo le operazioni che determinano un afflusso di valuta nel paese, negativo quelle che determinano un deflusso. Di conseguenza le importazioni di capitali, cioè gli afflussi di fondi nel paese, sono registrate col segno più nel conto finanziario della Bdp. Ma anche se hanno segno positivo, sono nuovi debiti, perché i capitali che entrano dovranno essere restituiti (salvo bancarotta). Di converso, le esportazioni di capitali sono registrate con segno meno, perché è valuta che "esce" dal paese per essere prestata a operatori non residenti. Tuttavia, anche se hanno un segno meno in termini di cassa, le esportazioni di capitale sono crediti.
Esempio: un tedesco acquista un Btp (è successo!). In Italia entrano soldi, esce un pezzo di carta, in Bdp abbiamo un segno più nel conto finanziario, ma il debito estero dell'Italia è aumentato (e quindi la posizione finanziaria netta sull'estero dell'Italia - crediti meno debiti - è peggiorata). Nella Bdp tedesca succede il contrario (Goofynomics): registra un segno meno nel conto finanziario, e un segno più nella posizione netta sull'estero.
Altro esempio: un francese acquista un pacchetto di controllo in una catena di supermercati italiani (è successo!). In Italia entrano soldi (che escono dalla Francia) e escono pezzi di carta (azioni). Quindi la Bdp italiana registra un segno più nel conto finanziario (voce investimenti diretti in entrata), ma un segno meno nella posizione netta. Il contrario in Francia.
Chiaro?
Ho come il sospetto che questo meccanismo ai colleghi sfugga. In effetti, gli investimenti diretti esteri in uscita (sorties de capitaux d'investissement directs à l'étranger) sono esportazioni di capitali (acquisti di azioni estere), quindi sono nuovi crediti, non nuovi debiti della Francia, e infatti, anche se hanno segno meno nel conto finanziario della BdP (perché è redatto col criterio di cassa che vi ho descritto: meno perché se presto soldi a qualcuno li tolgo dalle mie tasche), hanno poi segno più nello "stato patrimoniale" del paese, la posizione finanziaria netta sull'estero. Il debito è per i paesi dove i capitali arrivano, non per quello dal quale partono.
A contrario, gli investimenti diretti esteri in entrata sono un debito, anche se hanno segno più nel conto finanziario (di cassa) della Bdp. Per questo non è opportuno accogliere con animo tanto giulivo l'acquisto di aziende italiane da parte di imprenditori esteri: questi acquisti, che sono soldi che entrano, corrispondono a un aumento del debito dell'Italia verso l'estero, debito sul quale, come su tutti i debiti, si paga una remunerazione, che consiste non in interessi, ma in profitti espatriati verso i paesi di origine dei capitali. Quei profitti espatriati che sono alla causa del tracollo dell'Irlanda, e potrebbero essere un domani la causa di ulteriori tracolli italiani (laddove si materializzi la svendita).
So che sembra complicato, e forse lo è, a giudicare da quanti economisti "eterodossi" si sbagliano nel leggere la Bdp! (ce ne avrei di storie da raccontare...). Ma noi è meglio che ce lo ricordiamo. Si può essere originali nella proposta, anche essendo rigorosi nella lettura dei dati...
Dedicato a Sergio, che mi parla di direttorio franco-tedesco. Ma secondo te, quanto può essere stabile un duumvirato dove uno dei due ha crediti esteri netti per il 40% del Pil o giù di lì, e l'altro debiti per il 30% del Pil (come ricordano i colleghi, sempre che abbiano letto bene!)... Per la cronaca, secondo le statistiche del Fmi, nel 2009 la Francia aveva un debito estero netto di 315 miliardi di dollari, e la Germania un credito di 1270 miliardi. Come dicono a Livorno, fa' un po' i' cconto te... Povero Sarkonano... lo so che ti sta antipatico, ma a me fa tanta pena...
martedì 10 gennaio 2012
Tobin e Sarkò: le affinità elettorali
Mi chiama ieri Radio Popolare per chiedermi come vedo il fatto che Sarkò si è pronunciato con tanto vigore a favore della Tobin tax. Per chi si fosse messo in ascolto in questo momento, Sarkò è un politico di "destra", e la Tobin tax una misura politica di "sinistra" (una tassa sulle transazioni finanziarie internazionali che dovrebbe scoraggiare i movimenti puramente speculativi: roba da lettore di Le Monde Diplomatique, non proprio da Sarkò). Da qui la giusta perplessità dei redattori della radio.
La notizia è pessima: quando i politici sono d'accordo (pare che la Merkel lo sia, quindi...) su una misura sulla quale gli economisti sono divisi, c'è ovviamente puzza di demagogia e i problemi sono dietro l'angolo (lo dice molto bene Tony Thirlwall). Del resto, l'ultima volta che i politici erano compatti e gli economisti no ci siamo ritrovati con l'euro!
Come al solito, le grandi decisioni epocali in Europa vengono prese (forse), o comunque sbandierate (certamente), in base a interessi di bottega elettorale.
Dietro la posizione no global del buon Sarkò ci sono tre interessi precisi e facilmente individuabili:
1) spiazzare un certo elettorato di sinistra (quello che legge Le Monde Diplomatique);
2) posizionarsi in chiave anti-anglosassone, denunciando (a parole) gli eccessi di una certa finanza sregolata anglofona, per recuperare posizioni anche nella Francia profonda (il cui nazionalismo è vellicato da Marine Le Pen);
3) last but not least, nascondere la vera natura dei problemi che tutti, Francia inclusa, stiamo affrontando, banalizzandoli come conseguenze di non meglio precisati "eccessi" di una non meglio precisata "finanza" (il lupo cattivo della favola), e quindi evitando accuratamente di entrare nel merito dei problemi dell'economia reale, primo fra tutti il divario di competitività fra Nord e Sud, che l'euro ha accentuato, come tranquillamente ammettono gli studiosi del Fondo Monetario Internazionale (e molti altri).
Quindi tranquilli, non fatevi illusioni. L'affinità di Sarkò con Tobin non è elettiva, ma solo elettorale. Ed è probabilmente più effimera di quanto si creda, visto che non è detto che l'euro duri fino alle elezioni (nonostante i tentativi di Merkozy di farcelo arrivare)...
Dedicato, ovviamente, ai miei studenti: le uniche persone che conosco cui l'economia interessi meno che a me. Un esempio da seguire, caro Sergio... ;)
La notizia è pessima: quando i politici sono d'accordo (pare che la Merkel lo sia, quindi...) su una misura sulla quale gli economisti sono divisi, c'è ovviamente puzza di demagogia e i problemi sono dietro l'angolo (lo dice molto bene Tony Thirlwall). Del resto, l'ultima volta che i politici erano compatti e gli economisti no ci siamo ritrovati con l'euro!
Come al solito, le grandi decisioni epocali in Europa vengono prese (forse), o comunque sbandierate (certamente), in base a interessi di bottega elettorale.
Dietro la posizione no global del buon Sarkò ci sono tre interessi precisi e facilmente individuabili:
1) spiazzare un certo elettorato di sinistra (quello che legge Le Monde Diplomatique);
2) posizionarsi in chiave anti-anglosassone, denunciando (a parole) gli eccessi di una certa finanza sregolata anglofona, per recuperare posizioni anche nella Francia profonda (il cui nazionalismo è vellicato da Marine Le Pen);
3) last but not least, nascondere la vera natura dei problemi che tutti, Francia inclusa, stiamo affrontando, banalizzandoli come conseguenze di non meglio precisati "eccessi" di una non meglio precisata "finanza" (il lupo cattivo della favola), e quindi evitando accuratamente di entrare nel merito dei problemi dell'economia reale, primo fra tutti il divario di competitività fra Nord e Sud, che l'euro ha accentuato, come tranquillamente ammettono gli studiosi del Fondo Monetario Internazionale (e molti altri).
Quindi tranquilli, non fatevi illusioni. L'affinità di Sarkò con Tobin non è elettiva, ma solo elettorale. Ed è probabilmente più effimera di quanto si creda, visto che non è detto che l'euro duri fino alle elezioni (nonostante i tentativi di Merkozy di farcelo arrivare)...
Dedicato, ovviamente, ai miei studenti: le uniche persone che conosco cui l'economia interessi meno che a me. Un esempio da seguire, caro Sergio... ;)
Quod erat demonstrandum (2)
Due giorni dopo il post sulla svendita, nel quale fornivo la mia interpretazione della "political economy" di austerità e svalutazione interna, preconizzando tempi cupi per Unicredit (e per tutte le aziende italiane di un qualche interesse), capita che Repubblica ci informi che a seguito di un aumento di capitale richiesto dall'EBA, ci sono forti rischi che il controllo del più importante gruppo bancario italiano passi in mani estere. Coincidenze.
Dedicato a Roberto, che voleva una risposta da me (gliela stanno dando i mercati), a Grecale, che mi vede rancoroso (e vuole iscriversi all'IG Metall, forse ignorando i dati sulla "trade union density" in Germania, che trova sul sito OCSE - cliccando su "Labour": Grecale, il problema non è che all'IG Metall non ci si iscrivono gli italiani: il problema è che non ci si iscrivono i tedeschi, e anche questo si chiama "liberalizzazione"!), e a tutti gli altri abitanti del paese delle meraviglie.
Dedicato a Roberto, che voleva una risposta da me (gliela stanno dando i mercati), a Grecale, che mi vede rancoroso (e vuole iscriversi all'IG Metall, forse ignorando i dati sulla "trade union density" in Germania, che trova sul sito OCSE - cliccando su "Labour": Grecale, il problema non è che all'IG Metall non ci si iscrivono gli italiani: il problema è che non ci si iscrivono i tedeschi, e anche questo si chiama "liberalizzazione"!), e a tutti gli altri abitanti del paese delle meraviglie.
sabato 7 gennaio 2012
La crisi, la svendita, e mi’ cuggino: riflessione sull'art. 18
(Un lettore mi ha appena rimproverato una scemenza detta per non aver controllato una fonte. Visto che la storia dell’euro è una storia di perseveranza nell’errore, mi adeguo alla linea del partito, e faccio un altro breve intervento basato su una fonte secondaria, che non posso controllare.)
I saldi di fine stagione
Se le imprese sono quotate, lo shopping avviene attraverso l’acquisto di azioni. Il Bop manual (par. 6.12) ci dice che si ritiene “significativo livello di influenza” l’acquisto di un pacchetto di almeno il 10% del capitale, e “controllo” l’acquisto di un pacchetto di maggioranza (più del 50%). Insomma, si ha un IDE quando le azioni non vengono acquistate per motivi speculativi (cioè perché ti aspetti che il loro prezzo salga), ma per aver voce in capitolo nell’azienda. Risparmio le ulteriori complicazioni (scatole cinesi, imprese non quotate, ecc.). Il senso è comunque che se le nostre imprese costassero da un giorno all’altro il 20% in meno, ciò attirerebbe capitali esteri, sotto forma di IDE in entrata (in Italia).
Mediobanca -39%
Mps –68%
Safilo -63%
Unicredit -75%
Mi piaci. Penso che leggendo questi
miei versi tuoi, non mi comprenderesti,
ed a me piace chi non mi comprende.
(Gozzano, La signorina Felicita)
Si vede benissimo che dal 2003 al 2009 i salari reali tedeschi (cioè i salari corretti per la variazione del costo della vita) sono diminuiti del 6%. Quelli italiani dello 0%. Siccome c’è sempre qualche ingenuo che arrivato a questo punto mi accusa di complottismo e vuole vedere la “smoking gun”, faccio notare che è proprio il consulente della Merkel a dire che questa è una delle due cause del successo tedesco (l’altra essendo la “liberalizzazione” del mercato del lavoro). Quindi non è complottismo: è una precisa, univoca, dichiarata, esplicita intenzione politica che si riflette nei dati.
Vedi come decolla la disoccupazione nel 2003, l'anno che Berger indica come anno della "riscossa", delle "riforme" tedesche? Ma io so che tu lo sai...
Lasciate perdere... o anche no: non lasciate perdere: parliamone: decenni e decenni di disinformazione non possono non aver lasciato scorie. Depuriamoci insieme. L'acqua della salute è meglio di quella del Letè, che mi sembra tutti stiano bevendo a garganella!
Ma come non capirli? Trovare all’estero le cose di casa è indubbiamente rassicurante, soprattutto per personalità non sufficientemente strutturate. Flaiano, che era di Pescara (terra di spaghetti alla chitarra), definiva non a caso l’Italia una Matria (chi per la Matria muor vissuto è assai). E quando penso ai miei studenti di Pescara, che adoro e rispetto (e loro lo sanno), capisco benissimo quanto la chitarrina della mamma (in senso gastronomico ed edipico) abbia parte nella loro feroce determinazione di non studiare le lingue (ma una cosa la sanno dire: mannàggement – management). E io a dirgli: “non ascoltate me, studiate l’inglese, andatevene”. Ma il campo gravitazionale della chitarrina, anche di quella ai frutti di mare, è invincibile (amor omnia vincit).
Ma questo non è solo un vizio (se è un vizio) italiano: lo condividono anche i nostri “cuggini” tedeschi. I quali in fondo vorrebbero solo trovare qui, da noi, dopo che ci avranno comprato, le cose di casa. Un desiderio innocente: quasi modo geniti infantes. E non mi riferisco tanto alla fragrante Flammkuchen della mamma... quanto alla rassicurante e familiarmente alamanna possibilità di licenziare in tronco i lavoratori che eventualmente desiderassero appropriarsi in busta paga di una parte degli incrementi di produttività.
Del resto, ci mancherebbe altro che fosse difficile licenziare in Italia quegli italiani che è così facile licenziare in Germania! Non per questo abbiamo (chi?) fatto l'Europa!
I saldi di fine stagione
Un lettore molto attento di questo blog (sono molto orgoglioso dei miei lettori!) mi indica che secondo Emiliano Brancaccio l’uscita dall’euro aprirebbe la strada alla svendita di imprese italiane a imprenditori esteri. L’Italia, uscendo, svaluterebbe la “nuova lira” di circa il 20% rispetto al “nuovo marco” o al “neuro” (Nord-euro). Per gli imprenditori tedeschi le imprese italiane da un giorno all’altro verrebbero a costare il 20% in meno (a spanna). Lieti di questo sconto, gli imprenditori del “centro” europeo ne approfitterebbero per comprare le migliori imprese della “periferia”.
Notate bene: stiamo dicendo che in effetti l’uscita dall’euro favorirebbe l’afflusso di capitali esteri (che entrerebbero in Italia per comprarsi imprese). Altro che “saremo isolati dai mercati dei capitali, i capitali fuggiranno da noi, saremmo reietti, verremo gettati nelle tenebre dell’autarchia finanziaria, ubi erit fletus et stridor dentium...”! Esattamente il contrario. Saremmo inondati di capitali esteri, in particolare sotto forma di quelli che il manuale della bilancia dei pagamenti chiama “foreign direct investments (FDI) in reporting country” e che noi chiamiamo “investimenti diretti esteri (IDE) in entrata”.
Lezioncina: cosa sono gli IDE
Gli IDE sono definiti dall’ottava edizione del manuale della bilancia dei pagamenti come: “a category of cross-border investment associated with a resident in one economy having control or a significant degree of influence on the management of an enterprise that is resident in another economy” (una categoria di investimento internazionale legata al fatto che un operatore residente in una economia – es.: la Germania – acquisisce il controllo o comunque un significativo livello di influenza nell’amministrazione di un’impresa che risiede in un’altra economia – es.: l’Italia). Bop manual, par. 6.8.
Quindi tutto bene? I capitali arrivano! I giornalisti, i nostri “informatori”, che tanto deploravano la scarsa attrattività dell’Italia, dovuta (secondo loro) all’assenza di politica industriale del Satiro, tireranno un sospiro di sollievo. I sindacalisti anche, e soprattutto la Camusso, per la quale, par di capire, lo scopo della “politica industriale” è quello di vendere aziende alle multinazionali straniere. E gli economisti, che in tante occasioni hanno studiato la relazione fra IDE e crescita, e hanno cantato le lodi degli IDE, a causa della loro natura “produttiva” e non “speculativa”, e quindi della loro maggiore stabilità (perché chi acquisisce il controllo di un’azienda lo fa perché questa faccia profitti, e non – almeno in teoria – per rivendere il pacchetto azionario il giorno dopo), si aggiungeranno al coretto degli informatori: “Alleluia! In exitu Israel de Egipto...”. Se i capitali arrivano, vuol dire che siamo attraenti (alla nostra età è sempre una soddisfazione), quindi ne siamo quasi fuori. Un po’ di Purgatorio, ed è fatta.
Invece no, assolutissimamente no.
E la svalutazione dell’ipotetica “nuova lira” non c’entra nulla. Sono convinto che la segnalazione del lettore derivi da una lettura affrettata (un po’ di confusione è scusabile quando si leggono troppe cose, soprattutto se si legge solo di economia, stante la lecita, ma un po’ fuorviante, abitudine dei colleghi di dire tutto e il contrario di tutto). Brancaccio, non va dimenticato, è stato fra i primi economisti italiani a denunciare la reale natura degli squilibri determinati dall’euro. E l’aritmetica, ne sono certo, la sa. Quindi è difficile che abbia messo la cosa in questi termini. Vediamo perché.
Cosa ci dice l’aritmetica.
Il 20% sembra un bello sconto, finché non si aprono gli occhi. Quando lo si fa, e ci si guarda in giro, si vede un campo di macerie. Gli attacchi speculativi iniziati questa estate, tradottisi in vendite coordinate di titoli di stato italiani da parte di chi ne deteneva quantità sufficienti a influenzare il mercato, hanno determinato ondate successive di panico e sbriciolato le quotazioni delle imprese italiane. Fornisco a caso alcune performance a un anno:Geox – 40%
Fiat –48%Mediobanca -39%
Mps –68%
Safilo -63%
Unicredit -75%
(I dati vengono dal sito http://www.borsaitaliana.it/ e sono riferiti alla data di pubblicazione di questo post. Ringrazio il prof. Santarelli, PhD ai Bagni 93 Luigi di Cattolica, emerito di Goofynomics all’università di Topolinia, nonché mio private banker - disoccupato, visto che col mio stipendio non riesco a risparmiare).
A chi volesse acquistare un’impresa italiana, la crisi finanziaria ha già fatto uno sconto che va dal 40% al 75%. Certo, la svalutazione farebbe un ulteriore sconto del 20%. Questo, però, non andrebbe applicato ai valori di un anno fa, ma a quelli odierni, e sarebbe quindi sostanzialmente trascurabile. Esempio: supponiamo che una banca tedesca sia interessata ad acquistare Unicredit. Poniamo costasse 100 un anno fa. Oggi costerebbe 25. Se svalutassimo, costerebbe 20 (perché il 20% di 25 è 5). Quindi con la svalutazione del 20% il nostro fratello teutone non risparmierebbe 20, rispetto ai 100 iniziali, ma solo 5. Certo, questi 5 in pratica non sono bruscolini. Ma non mi sembra siano determinanti, rispetto ai 75 già risparmiati a causa della crisi finanziaria, e degli attacchi speculativi scatenati, guarda caso, dai grossi investitori istituzionali del centro (perché i titoli li vende chi li ha, e la casalinga di Voghera, per quanto sia sfiduciata, difficilmente influenza il mercato).
Siamo seri, per favore! Agli investitori del “centro” lo sconto glielo ha fatto l’euro, ponendo (come abbiamo più volte chiarito) le condizioni per la fragilità finanziaria della periferia. Questa fragilità e il conseguente tonfo sono stati il vero saldo di fine stagione. La svalutazione aggiungerebbe poco. Quindi non credo che Brancaccio abbia detto questa cosa (sbagliata), tanto più che gli ho visto spesso dire la cosa giusta, cioè che una qualche forma di controllo dei movimenti di capitale sarà un ingrediente necessario per ristabilire ordine in Europa.
Purtroppo, però, non sono in grado di controllare la fonte perché, guarda caso, l’articolo citato dal mio lettore, ambiziosamente intitolato “L’unica cosa da fare”, è anche l’unico articolo che non riesco a scaricare dal sito di Brancaccio. Chi ci riesce e me lo manda vince... una svalutazione del 20%!
Il vero sconto
Naturalmente il tonfo in borsa riguarda solo le imprese quotate in borsa. E per le altre (posto che interessino)? Mettiamola così: nello scenario attuale, dopo il crollo delle quotazioni, il vero sconto, il maggiore regalo agli investitori esteri, arriva dalle politiche di austerità e di svalutazione “interna”. Il motivo è semplice: deprimendo la domanda sul mercato interno, quello più immediatamente accessibile, queste politiche intaccano pesantemente la redditività delle imprese italiane, mettendo alle corde (come diceva Dornbusch) i pochi imprenditori italiani rimasti. I quali, a questo punto, hanno un ovvio incentivo a svendere a imprenditori esteri e ritirarsi a vita privata. Che bello, arrivano i capitali...Anche le politiche di “svalutazione interna”, cioè di taglio dei salari, concorrono a questo quadro. Queste politiche ci vengono richieste dalla Germania sulla base del fatto che da loro sono state attuate, e che noi dovremmo seguire il loro virtuoso esempio. Mi chiede però con affettuosa insistenza Marino Badiale: “che senso ha da parte della Germania, con la quale siamo sostanzialmente in una guerra commerciale, indicarci la strada da seguire per sconfiggerla? (cioè invitarci a recuperare competitività con politiche dei redditi aggressive in senso commerciale: pago meno gli operai, faccio un miglior prezzo all’estero)”. La risposta è che se lo scopo fosse quello dichiarato (indicarci la strada per essere più competitivi verso di loro) la cosa non avrebbe senso. Ma lo scopo è un altro, ed è duplice. Primo, mettere le imprese italiane in ginocchio mettendo in ginocchio i loro lavoratori. Una strada che, come ho detto più volte e come sta sui libri, le imprese italiane hanno imboccato da sole, ma sulle quali ora viene loro chiesto di proseguire. Tagliare i salari significa, in definitiva, compromettere il fatturato delle aziende (chi compra, se tutti hanno meno soldi?), ottenendo lo stesso risultato delle politiche di austerità: intaccare la redditività per indurre a cedere le aziende. Secondo... ve lo dico dopo una breve parentesi.
M’ha detto mi cuggino...
Devo occuparmi dell’argomento “mi’ cuggino”. Eh sì, perché quando si arriva a questo punto, quando si fa notare che la Germania ha praticato fin dal secondo dopoguerra una politica di deflazione competitiva, salta sempre fuori qualcuno che, come nella canzone di Elio, se ne esce con: “m’ha detto mi’ cuggino che alla Volkswagen stanno meglio che alla Fiat”. Se non l’ha detto “mi’ cuggino” l’ha detto “un amico che lavora lì”, se non è un amico è un giornale, uno di quei giornali che vi hanno informati così bene finora, e continuano a farlo, con professionalità e indipendenza (da voi) seconde solo a quelle delle banche centrali.L’argomento “del cuggino” è che il “netto in busta” sarebbe più alto in Germania, il che rende assurdo sostenere che la Germania faccia competizione sui salari, cioè tramite una “svalutazione interna” competitiva. Argomento sposato da un’altra mia affezionata lettrice, Dana74. Cara, carissima, adorabile Dana74:
miei versi tuoi, non mi comprenderesti,
ed a me piace chi non mi comprende.
(Gozzano, La signorina Felicita)
Vediamo insieme cosa non comprende (in my humble opinion) Dana, e in che cosa l’argumentum ad cugginum è fallace.
I dati che mi’ cuggino non conosce... (ma basta chiedere)
Una cosa credo di aver capito studiando l’economia: se si è disposti a saltabeccare dal livello dell’analisi economica a quello dell’aneddoto, dal ritaglio di giornale ai database dell’OCSE, dalla sociologia alla statistica economica, si può dimostrare tutto, e il suo contrario. A me qui interessa il livello macroeconomico (gli aneddoti ben vengano nei commenti) e mi interessano i dati provenienti dalle fonti ufficiali, che come al solito vi fornirò.Con questa premessa, faccio alcune ovvie considerazioni.
1. La Germania non è la Volkswagen, come l’Italia non è la Fiat. Tutti gli aneddoti sono utili, ma alla fine il risultato complessivo va valutato in termini complessivi. Ad esempio: saranno tutti così felici i lavoratori dell’indotto? Ma non voglio indurvi a raccontare altri aneddoti. Voglio guardare all'aggregato.
2. Nell’aggregato i salari reali tedeschi, dal changeover in poi, sono diminuiti, mentre quelli italiani sono rimasti stazionari. Il dato è ampiamente noto (tranne che in Italia), e ampiamente ammesso dall’establishment tedesco, che, per bocca di Roland Berger, consulente della Merkel, ammette che la ricetta del successo tedesco sta nella "liberalizzazione" del mercato del lavoro e in aumenti dei salari reali inferiori a quelli della produttività. Che poi significa aumenti dei profitti superiori a quelli della produttività (a meno che lo scarto non venga dato in beneficenza). E i risultati si vedono, sono nei dati. Guardate la Fig. 1:
Ora io mi chiedo, e soprattutto lo chiedo a Dana74: lo dicono i dati, lo dicono i responsabili della politica tedesca: occorre altro per capire che la Germania fa competizione sui salari (cioè pratica una “svalutazione interna” o deflazione competitiva)? Evidentemente a te sì. E allora mi arrendo. Hai vinto.
3: "Ma io sto meglio in Germania che in Italia, dice un altro mio carissimo lettore. Nel senso che hai più soldi in busta paga. Giusto. Solo che all’imprenditore non interessa quanto dà a te, ma quanto gli costi, e le due cose sono diverse. In mezzo c’è il cuneo fiscale. Il costo del lavoro non è il netto in busta, e questo voi, che a differenza di me siete uomini pratici, lo capite meglio di me: ci sono di mezzo contributi e tasse. Quindi c’è ovviamente anche un problema di sistema fiscale, e ovviamente un enorme freno alla competitività italiana è posto dall’iniquità italiana, cioè dal fatto, talmente macroscopico che lo vedo anch’io, che sul lavoro dipendente cade il maggiore onere fiscale. E poi: sei sicuro di comprare a Brema lo stesso paniere di beni che compri a Viterbo? Perché tu ci hai detto che guadagni di più, ma... non ci hai detto quanto costa un chilo di pane, quanto spendi per il biglietto dell’autobus, ecc. Siamo sicuri che in Germania la vita costi di meno? L’OCSE tanto sicura non lo è. Se convertiamo i redditi unitari da lavoro dipendente (diciamo, il salario medio al lordo delle tasse) in una comune unità di misura, vediamo che a parità di potere d’acquisto i salari nominale tedeschi e italiani sono perfettamente allineati. Anzi: prima del changeover, cioè prima dell’operazione 1000 lire = 1 euro, la vita in Italia costava sensibilmente di meno, tant’è che a parità di potere d’acquisto i nostri salari erano superiori. Lo si vede bene nella Fig. 2:
Vedete che bel "tuffo" fra 2002 e 2003? Ma naturalmente è solo un problema di percezione. Lo abbiamo percepito noi, e l'OCSE. Il governo (Berlusconi) e i suoi apparati (Istat ecc.) un po' di meno. "Noi veggiam come quei c'ha mala luce...". Anche gli uffici statistici, forse, vedono meglio a distanza. E il tempo, comunque, è galantuomo.
4: il mio lettore dichiara di essere rimasto allibito quando il suo capo (Führer) ha licenziato una sua collega dall’oggi al domani. Caro lettore, hai capito come stanno le cose? Lo sai come si chiama questo? Si chiama liberalizzazione del mercato del lavoro. Che poi sarebbe un eufemismo per disoccupazione. Perché la diminuzione del salari reali vista in Fig. 1 non è stata ottenuta con la moral suasion: è stata ottenuta con la minaccia dei licenziamenti e delle delocalizzazioni, e imponendo un tasso di disoccupazione in alcuni anni fino a 3 punti più alto che in Italia (per citare un esempio). Non credi a me? Hai, come ognuno di noi, me compreso, un lato Dana? E allora guardati i dati della Banca Mondiale:
Vedi come decolla la disoccupazione nel 2003, l'anno che Berger indica come anno della "riscossa", delle "riforme" tedesche? Ma io so che tu lo sai...
La morale della favola (ma non ditela a mi’ cuggino...)
Chiedo scusa per la lunga parentesi. Vorrei non fosse necessaria, e soprattutto vorrei non fosse inutile. Temo sarà l’uno e l’altro. Continuo quindi lasciando Dana74 al suo sbigottimento (“e lo mperché non sanno”) e rivolgendomi agli happy few.Riassumo: la Germania pratica una svalutazione interna competitiva che realizza comprimendo i diritti dei lavoratori, e pretende che noi adottiamo questo modello. Lo fa perché così possiamo competere con lei? No. Lo fa perché i suoi imprenditori vogliono trovare da noi, una volta acquistate le nostre aziende, le stesse condizioni di “liberalizzazione” (leggi: licenziamenti facili e compressione dei salari reali) che gli hanno garantito elevati profitti a casa loro. L’invito alla “virtù alamanna” è ovviamente “pro domo sua” (cioè loro): “buono fantolino, a tu piace voli vola...” dalla finestra, se chiedi l’aumento all’imprenditore alamanno.
Fateci caso: in questa ottica (e solo in questa ottica) l’insistenza del governo sull’art. 18 acquista una logica che altrimenti non avrebbe. Sappiamo che esso non interessa alle aziende italiane. E allora perché interessa tanto al governo degli italiani? Semplice: perché sopprimere l’art. 18 interessa alle aziende tedesche (che ce lo hanno chiesto per interposta Bce). E infatti Berlusconi è stato “sostituito” non appena si è capito che non ce l’avrebbe fatta a imporsi su questo punto. Tu mi intendi, vero, Marino?
Obiezioni inutili
Qualcuno potrebbe obiettare: ma se le politiche di austerità compromettono la redditività, gli imprenditori esteri che affare ci fanno? E la risposta è abbastanza ovvia: intanto, quello che si perde in traino della domanda sul nostro mercati, lo si guadagna in compressione dei salari. Ma il punto è un altro: chi ha detto che gli imprenditori esteri siano interessati al nostro mercato? Sono interessati alla nostra eccellenza manifatturiera, che ha mercato nel mondo. Il nostro destino è quello di diventare una gigantesca “fabbrica cacciavite”, una specie di “Cina” europea, dove gli imprenditori del Nord vengono a produrre per riesportare, approfittando dei bassi salari e dei bassi diritti. Direte allora: ma la Cina ci ha guadagnato! Certo: ma il processo lo ha gestito lei, con regole sulla corporate governance, sul trasferimento di tecnologia, sui requisiti occupazionali, sui contenuti nazionali minimi, ecc. Noi invece lo stiamo subendo. Direte ancora: ma comunque gli investitori esteri porteranno crescita, che alla fine è quello che ci serve. Rispondo: certo! Come in Irlanda. Porteranno crescita, e riporteranno all’estero i profitti realizzati, dando un’ulteriore spinta in discesa all’indebitamento estero (secondo quanto ho spiegato qui).Lasciate perdere... o anche no: non lasciate perdere: parliamone: decenni e decenni di disinformazione non possono non aver lasciato scorie. Depuriamoci insieme. L'acqua della salute è meglio di quella del Letè, che mi sembra tutti stiano bevendo a garganella!
Concludendo
In Italia, a sinistra, va per la maggiore una certa esterofilia un po’ provinciale e un po’ autolesionista, alla Tafazzi. Anche chi intuisce che l’ideologia del vincolo esterno ha creato più problemi economici di quanti ne abbia risolti, anche chi non si nasconde la gravità del furto di democrazia che essa ha determinato, insiste ad autoflagellarsi: ce lo meritiamo, perché non siamo bravi come i tedeschi! I tedeschi ci confessano che in realtà la loro bravura consiste solo nel comprimere salari e diritti, ma i nostri Tafazzi non possono crederci. Confessio regina probationum, ma non per loro. Questi ingenui, che vivono nel “mito della razza ariana”, sono poi quelli che appena arrivano all’estero cercano, come Totò e Peppino, un ristorante italiano, preferendo un pessimo piatto di spaghetti a un’ottima Flammkuchen (salvo poi lamentarsi che gli spaghetti erano scotti... e grazie!).Ma come non capirli? Trovare all’estero le cose di casa è indubbiamente rassicurante, soprattutto per personalità non sufficientemente strutturate. Flaiano, che era di Pescara (terra di spaghetti alla chitarra), definiva non a caso l’Italia una Matria (chi per la Matria muor vissuto è assai). E quando penso ai miei studenti di Pescara, che adoro e rispetto (e loro lo sanno), capisco benissimo quanto la chitarrina della mamma (in senso gastronomico ed edipico) abbia parte nella loro feroce determinazione di non studiare le lingue (ma una cosa la sanno dire: mannàggement – management). E io a dirgli: “non ascoltate me, studiate l’inglese, andatevene”. Ma il campo gravitazionale della chitarrina, anche di quella ai frutti di mare, è invincibile (amor omnia vincit).
Ma questo non è solo un vizio (se è un vizio) italiano: lo condividono anche i nostri “cuggini” tedeschi. I quali in fondo vorrebbero solo trovare qui, da noi, dopo che ci avranno comprato, le cose di casa. Un desiderio innocente: quasi modo geniti infantes. E non mi riferisco tanto alla fragrante Flammkuchen della mamma... quanto alla rassicurante e familiarmente alamanna possibilità di licenziare in tronco i lavoratori che eventualmente desiderassero appropriarsi in busta paga di una parte degli incrementi di produttività.
Del resto, ci mancherebbe altro che fosse difficile licenziare in Italia quegli italiani che è così facile licenziare in Germania! Non per questo abbiamo (chi?) fatto l'Europa!
(Dedicato a Dana74. Carissima, non posso volertene per l’arroganza con la quale, senza disporti all’ascolto, senza verificare le fonti dei dati, senza avere strumenti culturali e linguistici adeguati, pretendi di dare lezioni a chi sta solo cercando di capire - nonostante, suo malissimo grado, ne sappia già molto più di te. E non posso volertene non perché io non sia permaloso e suscettibile: sono permaloso come un aspide e suscettibile come un piddino! Ma non posso volertene perché intuisco, da come scrivi, che in questo gioco che non vuoi capire, e che mi accusi di non aver capito, e che sicuramente non ho capito nemmeno io, tu hai molto, ma molto più da perdere di me. Perché io ho molte, ma molte cose più di te che nessun Monti può togliermi, e ce le ho perché sono stato ad ascoltare gli altri, tutti gli altri - nonostante le apparenze! Beccate 'sto vagone di paternalismo, e la prossima volta, magari, se qualcosa non è chiaro, fai una domanda. Petite et dabitur vobis).
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